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Niccolò Machiavelli

Biografia

Nicolò Machiavelli, autore de Il principe, ha saputo guardare le modalità di gestione del potere con spregiudicatezza.  Nella sua opera racconta con schiettezza e lucidità quali siano i meccanismi che si muovono nelle stanze del potere.

Per questo Machiavelli è considerato il fondatore della moderna scienza politica

Nicolò Machiavelli nacque a Firenze nel 1469. La sua era una famiglia che apparteneva alla ricca borghesia. Il padre operava in ambito giuridico, ma era appassionato di letteratura. La madre coltivava la stessa passione del marito per le lettere tanto che quando Niccolò è un bambino lei scrive alcune laude sacre e le dedica proprio al figlioletto.  

La biblioteca paterna era molto fornita e qui Niccolò ebbe l’opportunità di conoscere molti testi della letteratura e della storiografia latina. Si appassionò soprattutto alle opere degli storici latini.

Firenze a quel tempo non era una città pacifica. Era stata governata fino al 1492 dalla sapiente mano di Lorenzo de’ Medici, ma alla morte del Magnifico la pace era finita.

Infatti nel 1494 Girolamo Savonarola guidò un’insurrezione popolare che portò all’allontanamento della famiglia Medici da Firenze. Venne così istituito un governo repubblicano.

L‘attività politica di Niccolò Machiavelli incominciò prima dei trent’anni. Infatti nel 1498 entrò al servizio della Repubblica Fiorentina come Segretario della Seconda Cancelleria. Il suo compito inizialmente era solo quello di redigere i documenti ufficiali, ma questo lo portò a incominciare a vedere come funzionava il sistema amministrativo fiorentino. Le cancellerie erano uffici molto importanti a quell’epoca poiché si occupavano della gestione amministrativa della città.

Le sue capacità lo portarono ben presto ad essere incaricato di svolgere attività diplomatica per conto della Repubblica fiorentina. Ben presto iniziò a girare al servizio di signori e sovrani, sia italiani che europei.

I viaggi di Niccolò Machiavelli:

  • 1500 – inviato presso la corte francese di Luigi XII;
  • 1502 – inviato presso Cesare Borgia, duca di Valentinois, detto il Valentino, un abile condottiero e politico ambizioso Che Machiavelli prese poi a modello come Principe;
  • 1503 – a Roma in occasione dell’elezione papale di Giulio II;
  • 1504 – inviato presso la corte francese di Luigi XII;
  • 1506 e 1507 – inviato nuovamente a Roma;
  • 1510 inviato presso la corte francese di Luigi XII;

Nel 1506 Niccolò Machiavelli venne investito del titolo di Cancelliere della milizia. Si trattava di un incarico che aveva come scopo la riorganizzazione dell’esercito della Repubblica Fiorentina. 

In questa sua veste ufficiale Machiavelli diventa il braccio destro del gonfaloniere (colui che porta il gonfalone) di Firenze. Pier Soderini era stato nominato gonfaloniere a vita ed era l’uomo politico più importante della Firenze repubblicana. Niccolò Machiavelli si trovò ad affiancare il gonfaloniere e ad essere quindi al corrente di ogni dettaglio della politica fiorentina.

La situazione politica della penisola era sempre instabile. Infatti nel 1512 la repubblica fiorentina venne attaccata e sconfitta dalle milizie pontificie e spagnole a Prato. Così la famiglia Medici poté riprendere il comando della città.

I Medici riorganizzarono la gestione politica della città e allontanarono tutti quelli che avevano collaborato col governo repubblicano.

Niccolò Macchiavelli si trovò quindi non solo ad essere estromesso dalle funzioni pubbliche, ma fu anche arrestato e torturato. I nuovi signori di Firenze non solo diffidavano del Machiavelli perché era stato Cancelliere, ma sospettavano anche che egli avesse partecipato ad una delle congiure che erano state ordite contro di loro.

Per Machiavelli quello fu un periodo davvero difficile e durissimo che lo spinse ad andarsene: scelse l’esilio e si ritirò in una villa di proprietà della sua famiglia vicino a San Casciano.

Come era stato per Dante, anche per Machiavelli l’allontanamento dall’amata Firenze costituì una svolta. Machiavelli attraversò una profonda crisi di cui resta traccia nelle lettere scritte all’amico Francesco Vettori, ambasciatore fiorentino presso la corte papale a Roma.

Ma la vita ritirata consentì anche al Machiavelli di dedicarsi alla scrittura.

Vennero scritte in questo periodo le sue opere più importanti come Il principe, I discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, La mandragola e la novella Belfagor arcidiavolo.

La sorte però periodicamente si volge e, a partire dal 1516, Machiavelli si sentì libero di rientrare un po’ alla volta in Firenze. Iniziò a frequentare un gruppo di giovani intellettuali che si riunivano nei giardini di palazzo Rucellai vicino a Santa Maria Novella. Questi giovani ammiravano Machiavelli e vedevano il lui un maestro, un modello.

Questa relazione con il gruppo infuse nuova fiducia nello scrittore. Infatti un po’ alla volta Niccolò Machiavelli si riavvicinò ai Medici e

  • venne assunto come storico ufficiale della città,
  • gli vennero affidati nuovi incarichi diplomatici,
  • fu incaricato di scrivere le Istorie fiorentine.

Ma l’instabilità politica che imperversava sulla penisola colpì nuovamente il comune toscano nel 1527: i Medici vennero nuovamente cacciati e venne restaurato di nuovo il regime repubblicano.

E la storia si ripeté ancora: Machiavelli, che era riuscito a riavvicinarsi faticosamente ai Medici venne considerato traditore della Repubblica e venne nuovamente allontanato.

Questa volta non ebbe più alcuna possibilità di rientrare e di mostrare le sue competenze. Morì esiliato, amareggiato e ammalato il 21 giugno del 1527.

Periodo storico e letterario

Niccolò Machiavelli nacque nel periodo della fioritura del Rinascimento e visse la fine dell’autonomia degli stati italiani e la frattura luterana che portò i cristiani a dividersi in Cattolici e Protestanti.

Il Quattrocento e il Cinquecento vedono rinascere la cultura e le arti nell’Umanesimo e nel Rinascimento.  

Gli uomini di quest’epoca operarono un cambiamento nel modo di vedere il mondo di cui furono ben consapevoli.

  • Se nel Medioevo il centro della vita umana era collocato nel Divino, con Umanesimo e Rinascimento il centro dell’uomo è l’uomo stesso, un uomo collocato nel mondo abitato dagli uomini: non più l’oltre, ma il presente, il qui ed ora.
  • Nel Medioevo si costruivano chiese, nel Rinascimento si costruiscono ancora chiese, ma anche palazzi e piazze.
  • Nel Medioevo si dipingevano soggetti sacri, ora si ritraggono sovrani e signori, ma anche soggetti mitologici ed eroici.
  • Si guarda al modo con occhio analitico e si scoprono le leggi della prospettiva.
  • Si leggono i testi del passato per comprendere il passato con occhio filologico.

Dal punto di vista politico l’epoca di Machiavelli fu un’epoca di transizione.

Fino al 1492 Lorenzo il Magnifico, carismatico esponente della famiglia Medici e Signore rispettato dai diversi stati della penisola italiana, aveva perseguito una politica volta a mantenere l’equilibrio tra le diverse signorie italiche.

La sua morte, avvenuta nel 1492 segnò la fine di un’epoca di stabilità. Nel 1494 i Medici persero il predominio su Firenze e nacque la Prima Repubblica Fiorentina.

Ma l’equilibrio garantito nella penisola dal Magnifico crollò e nel 1494 la penisola italica, divisa in molti principati autonomi, divenne terra di conquista da parte delle potenze straniere: la Spagna e Francia si contendevano il predominio della penisola.

Iniziarono così una serie di guerre che si giocarono sulla penisola italica tra i francesi e gli spagnoli.

Solo con la pace di Noyon del 1516 i conflitti si placarono: la Francia aveva il predominio del milanese e la Spagna governava il regno di Napoli.

Così finì l’autonomia degli stati italiani.

Nel 1517 Martin Lutero affisse sulle porte del duomo di Wittenberg le sue 95 tesi. Il monaco agostiniano protestava contro la corruzione della chiesa di Roma. Lo scontro tra Lutero, Carlo V, imperatore dell’Impero Asburgico e il papato fu lungo ed estenuante. La corruzione in cui versava la corte papale fece sì che le proteste luterane fossero accolte oltralpe e dilagassero rapidamente.

Carlo V e il papa fecero molti tentativi per convincere i protestanti a rinunciare alle loro proteste, ma non ci riuscirono.

In seguito a questo la chiesa di Roma si rinnovò grazie alle delibere del Concilio di Trento (1545 – 1563).

Le opere più importanti di Niccolò Macchiavelli

Le opere di Niccolò Machiavelli corono un periodo che va dagli ultimi anni del Quattrocento fino alla sua morte.

  • Le sue lettere furono raccolte dai posteri in un Epistolario. Le lettere non erano state destinate alla da Machiavelli. Gli argomenti trattati sono vari: da riflessioni politiche di alto livello a intime confessioni. Da segnalare la fitta corrispondenza intrattenuta dall’autore con l’amico ambasciatore Francesco Vettori durante il suo esilio volontario a San Casciano.
  • Discorsi sotto la sopra la prima Deca di Tito Livio vennero composti tra il 1513 e il 1520 va vennero resi pubblici solo nel 1531. Niccolò Machiavelli analizzò i primi dieci libri dell’opera dello storico latino Tito Livio convinto che l’analisi delle azioni politiche dell’antichità potesse essere utile per capire le leggi sottese alla gestione del potere politico.
  • La mandragola è una divertente commedia in cinque atti composta intorno al 1518. L’opera, che ancora oggi gode di un certo successo tanto da essere rappresentata regolarmente da diverse compagnie teatrali, è ambientata a Firenze nel 1500.

Qui il link per vederne il fimo realizzato nel 1965 da Alberto Lattuada.

  • Il protagonista della vicenda è Callimaco, affascinante giovane uomo, esponente della nobiltà fiorentina, che si è innamorato della bella Lucrezia. La giovane donna è sposata con Nicia, un anziano notabile. La ragazza è pudica e fedele, quindi inavvicinabile. Ma Nicia, il marito, ha una debolezza: è disposto a qualsiasi cosa pur di avere un figlio.
  • Il ruffiano Ligurio si offre di aiutare Callimaco a raggiungere la ragazza. I due mettono in scena un imbroglio grazie al quale il giovane innamorato raggiungerà la sua bella.
  • La vicenda è spassosa e il messaggio dell’autore si deve intuire sotto il sorriso: tutti i personaggi sono disposti a tutto pur di raggiungere i loro obiettivi. Solo Lucrezia onesta e pura sembra sottrarsi a questa regola, ma, alla fine della vicenda, anche lei sceglierà l’imbroglio!
  • Le istorie fiorentine, commissionate dai Medici raccontano le storie fiorentine tra il 1434, quando Cosimo il vecchio rientrò a Firenze, e il 1492, quando morì Lorenzo il Magnifico.
  • Dell’Arte della guerra è un trattato in cui Machiavelli immagina di dialogare con i giovani intellettuali che lo ammiravano e con i quali si incontrava nei giardini di palazzo Rucellai, vicino a Ponte Vecchio.
  • Clizia è una commedia in cinque atti, in prosa. Machiavelli trae ispirazione da una commedia del commediografo latino Plauto.

Il principe

Nel 1512 Niccolò Machiavelli decise di esiliarsi per sfuggire alla situazione spinosa che si era creata in Firenze col rientro dei Medici.

In quel periodo scrisse questo breve trattato, un testo asciutto, dedicato ai Medici e agli altri principi italiani in cui raccontare i segreti dell’arte di gestire lo stato che aveva individuato negli anni in cui lavorava come cancelliere a Firenze e nelle sue missioni diplomatiche.

L’opera venne resa pubblica solo postuma, nel 1532 e subì quindi il rimaneggiamento degli editori. 

L’autore dedicò l’opera a Lorenzo de’ Medici.

Nei primi 11 capitoli Niccolò Machiavelli spiegava le modalità con cui i principi possono acquisire e conservare uno stato. Ci sono infatti diversi tipi di Principato: quello acquisito per via ereditaria, quello conquistato e quello assegnato come privilegio ecclesiastico. 

Il modello di Principe a cui Machiavelli si ispirò fu Cesare Borgia, duca di Valentino. 

L’autori quindi analizzò come il duca di Valentino

  • riuscì ad avere il potere grazie alla fortuna e l’appoggio altrui,
  • seppe conservare tale potere con coraggio ingegno e virtù,
  • abbia usato sapientemente crudeltà e scelleratezze, due abilità che possono anche essere usate al servizio dello stato.

Inoltre Niccolò Machiavelli affronta alcuni temi politici.

Parlando di armi l’autore mostrò l’inaffidabilità delle truppe mercenarie; egli sosteneva infatti che un principe dovesse circondarsi di soldati a lui fedeli e non di truppe disposte a cambiare fazione in base al solo vantaggio economico.

Machiavelli analizzò le qualità dell’uomo di governo e mostrò che, negli uomini di governo, un comportamento immorale garantiva spesso il successo politico.

Questo perché, secondo Machiavelli, l’uomo è egoista e inaffidabile; infatti i rapporti tra uomini sono basati solo su violenza e prevaricazione.

Per questo il Principe che vuole mantenere il potere deve essere risoluto e spietato, furbo e scaltro, capace di usare l’imbroglio se necessario, forte e deciso. Deve farsi temere dai sudditi, non farsi amare!

Dedica

Desiderando io adunque offerirmi alla Vostra Magnificenza con qualche testimone della servitù mia verso di quella, non ho trovato, tra la mia suppellettile, cosa, quale io abbia più cara, o tanto stimi, quanto la cognizione delle azioni degli uomini grandi, imparata da me con una lunga esperienza delle cose moderne, ed una continua lezione delle antiche, la quale avendo io con gran diligenza lungamente escogitata ed esaminata, ed ora in uno piccolo volume ridotta, mando all a Magnificenza Vostra.
(Il Principe, Dedica)

Il Principe, capitolo 18

Pertanto, a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo.
Questa parte è suta insegnata a’ principi copertamente dagli antichi scrittori; li quali scrivono come Achille e molti altri di quelli principi antichi furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi.
Il che non vuole dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura; e l’una sanza l’altra non è durabile
Sendo, dunque, uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si defende da’ lupi.
Bisogna, adunque, essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a bigottire e’ lupi.
Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano.
Non può, pertanto, uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere.
E se gli uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perché sono tristi, e non la osservarebbono a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro.
Né mai a uno principe mancorono cagioni legittime di colorire la inosservanzia
Et hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime
uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose
per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso
necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla
fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla
religione. E però bisogna che elli abbi uno animo disposto
a volgersi secondo ch’e’ venti e le variazioni della fortuna li
comandono, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene,
potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato.

Il principe capitolo 25

Concludo, adunque, che, variando la fortuna, e stando gli uomini ne’ loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e, come discordano, infelici.
Io iudico bene questo: che sia meglio essere impetuoso che respettivo; perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla.
E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano; e però sempre, come donna, è amica de’
giovani, perché sono meno respettivi, più feroci e con più audacia la comandano.
(Il Principe, capitolo 25)

Pensiero e poetica di Machiavelli

Nicolò Machiavelli è uomo razionale che scrive con lucidità e competenza. Il suo è l’atteggiamento tipico dell’uomo nuovo, l’Umanista, l’uomo del Rinascimento.

Lui non scrive per sentito dire, lui analizza la realtà che conosce, di cui ha esperienza. Aver lavorato presso la Cancelleria fiorentina e le varie missioni diplomatiche gli hanno permesso di toccare con mano i meccanismi del potere.

 È quindi per l’esperienza fatta che l’autore formula una sua teoria dello stato e individua i criteri dell’azione politica. Al centro del pensiero di Niccolò Machiavelli è la convinzione che si debba partire dalla realtà dei fatti e non da modelli astratti, non da idee etiche e morali che non hanno niente a che fare con la realtà.

Per poter governare in modo efficace secondo l’autore bisogna quindi saper osservare la realtà.

Non serve guardare alla realtà pensando a ciò che si vorrebbe e non a quello che c’è.

Bisogna guardare alla realtà e fare i conti con essa. E Machiavelli sceglie di osservare come hanno agito i governanti per capire cosa funziona e come funziona. E ce lo racconta nel suo principe. L’autore non dà mai giudizi morali: non dice si deve fare così perché è giusto. Dice per mantenere il potere si agisce in questo modo, no perché sia giusto, ma solo perché funziona così.

L’approccio di Machiavelli dunque è pratico e realistico, senza tirare in ballo idee morali o religiose; lui racconta la politica come accade nella realtà.

L’atteggiamento di Machiavelli lo porta a fare della politica una scienza autonoma.

Ma Machiavelli non si limita ad osservare l’agire dei principi della sua epoca, ma studia anche la storia degli antichi romani per trovare anche lì regole e prassi della politica e del potere.

Machiavelli osserva il comportamento dell’uomo e considera la malvagità della natura umana. Dam momento che la natura umana è malvagia, chi governa dev’essere capace anche di compiere il male. Questo non toglie che il principe deve conoscere il bene e tenere il bene come obiettivo centrale del suo agire.

Ma se il Principe si limita ad agire aspirando al bene, egli otterrà solo la rovina del suo stato. E siccome il fine di ogni governo è la conservazione dello stato, il Principe deve agire per la stabilità dello stato, indipendentemente dal suo contenuto morale.

Sull’opera di Machiavelli si è detto molto. Il famoso detto “Il fine giustifica i mezzi” è stato ingiustamente attribuito a lui. La chiesa ha scomunicato questo autore e la sua opera e ha inserito il Principe nell’indice dei libri proibiti. Eppure quella stessa Chiesa che lo ha scomunicato ha agito infinte volte senza etica e senza morale, usando forza e astuzia per mantenere il potere e sottomettere per secoli le popolazioni. Sembra che abbia imparato molto bene le indicazioni di Niccolò Machiavelli.



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Dall’età comunale all’Umanesimo

Dal comune alla signoria

Alla fine del XIII secolo i comuni entrano in crisi e inizia una fase di instabilità politica.

Diventa così necessaria la figura di un forte potere personale che riesca a ridurre la tensione i conflitti intra comunali e inter comunali.

Questo signore, esponente delle famiglie più autorevoli dei vari comuni, assume il potere e limita la libertà delle altre famiglie e dei cittadini del comune.

In cambio garantisce stabilità di governo e crescita economica.

Le città più forti si espandono poi nel territorio comunale e si vengono a formare quindi gli stati regionali italiani.

L’avvento delle Signorie, con l’estensione territoriale dei Comuni più grandi, decreta la fine dell’autonomia di molti altri Comuni e porta alla sostituzione del principio politico della repubblica con quello della monarchia.

Dalla seconda metà del Trecento inoltre, i signori ottengono dal papà o dall’imperatore la legittimazione del loro potere.

Le signorie si trasformano così in Principati. Nel Principato il potere diventa ereditario e nascono dinastie di Governo.

Signorie sulla penisola italiana

Il Regno di Napoli vive un periodo di grande splendore sotto Roberto D’Angiò che governa dal 1309 al 1343. Alla sua morte iniziano scontri violenti.

Ricordiamo inoltre che siamo alla vigilia della grande peste con la quale culmina la grande crisi del Trecento.

Nel 1442 Alfonso V d’Aragona prende il controllo del Regno di Napoli e di Sicilia e riunifica i due regni sotto un’unica corona. Purtroppo il potere Regio è debole perché è limitato dai feudatari locali e dalla mancanza di una borghesia su cui potersi appoggiare.

Tra il Trecento e il Quattrocento l’Italia è attraversata da continui conflitti tra i diversi stati tra le diverse signorie. Ognuno cerca di imporsi sugli altri per espandere i propri domini.

All’inizio del quattrocento Venezia sconfigge i visconti di Milano e diventa la più grande e forte potenza dell’Italia del Nord.

Nel Ducato di Milano, alla morte senza eredi dell’ultimo esponente della famiglia Visconti, nel 1447, si apre un periodo di guerre che si conclude quando Francesco sforza si impadronisce del Ducato di Milano.

L’ascesa degli Sforza viene contrastata da Venezia ma appoggiata da Firenze. Questa situazione di tensione sfocia in una guerra che insanguina la penisola.

Nel 1453 l’impero Ottomano conquista Costantinopoli. La città, capitale dell’impero romano s’occidente e sede della chiesa ortodossa, finisce nelle mani la caduta della Roccaforte bizantina. (vedi video)

La minaccia ottomana e la situazione di tensione e di sangue che attraversava la penisola contribuirono a portare le signorie italiane a firmare la Pace di Lodi.

La pace di Lodi nel 1454

La Pace di Lodi del 1454 mise fine allo scontro tra Venezia e Milano e dà origine a un’alleanza militare, la lega Italica, tra gli stati della penisola. La rilevanza storica del trattato risiede nell’aver garantito all’Italia 40 anni di pace stabile favorendo di conseguenza lo sviluppo economico e la fioritura culturale e artistica del Rinascimento.

L’equilibrio garantito dalla Pace di Lodi si rompe nel 1494 quando il re di Francia Carlo VIII alleato del duca di Milano scende in Italia e si dirige verso sud per conquistare il Regno di Napoli.

Gli stati italiani riescono a cacciarlo e a farlo tornare in Francia.

Ma nel 1499 di nuovo le truppe del re di Francia Luigi XII invadono il Ducato di Milano e nel 1501 Francia e Spagna si accordano per dividersi il Regno di Napoli che viene conquistato.

La caduta del Ducato di Milano e del Regno di Napoli rompe gli equilibri politici. Scoppiano guerre tra gli stati italiani la Francia la Spagna e l’impero.

Nel 1516 la pace di Noyon sancisce la fine dell’Indipendenza degli stati italiani: il Regno di Napoli passa agli spagnoli e il Ducato di Milano ai francesi.

Umanesimo

L’Umanesimo è un movimento culturale che si afferma in Italia nel 1400, nel periodo in cui tutti i tentativi di creare uno Stato unitario nell’Italia centro-settentrionale erano falliti.

Il sud era unificato sotto il potere degli Aragona.

Al centro nord si erano consolidati invece cinque Stati regionali che avevano imposto a tutta la penisola una politica di equilibrio e di spartizione delle zone d’influenza: Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli.

L’Umanesimo nasce e si sviluppa in Italia perché qui, prima o più che altrove, esistevano le condizioni favorevoli alla nascita dei rapporti economici di tipo capitalistico.

Nei secoli XIV e XV l’Italia era uno dei paesi più progrediti del mondo.

Già nel XIII secolo le città italiane avevano difeso vittoriosamente, nella lotta contro l’impero tedesco, la propria indipendenza.

Verso la metà del XIII secolo in molte città-stato repubblicane era avvenuta l’emancipazione dei contadini dalla servitù della gleba, anche se a ciò non corrispondeva quasi mai un’equa distribuzione della terra.

La libertà conquistata dai contadini era più che altro “giuridica”, ma gli permetteva di trasformarsi in operai salariati. Vennero pertanto occupati o sfruttati:

  • nelle fabbriche di panno (opifici)
  • da artigiani arricchiti, i quali consegnavano loro la materia prima o semilavorata ricevendo in cambio il prodotto finito
  • dai maestri delle corporazioni, che spesso li costringevano a restare garzoni e apprendisti per sempre.
  • Dai mercanti, nelle manifatture, solo per produrre merci d’esportazione
  • da altri ricchi contadini neo-proprietari
  • dagli stessi feudatari di prima che ora li sfruttano con altri metodi.

Indipendentemente dalle situazioni i contadini venivano occupati con lavori pesanti, gli venivano offerti salari molto bassi, orari molto pesanti, mansioni parcellizzate, pochissimi diritti e stretta sorveglianza sul luogo di lavoro.

Molte furono le rivolte nei contadini italiani e tutte furono represse nel sangue. Anche questi fenomeni contribuirono all’istituzione di signorie e principati, cioè di governi centralizzati e autoritari.

La formazione delle Signorie contribuisce allo sviluppo dell’Umanesimo. Gli elementi che caratterizzano le signorie sono:

  • organismi territoriali molto estesi
  • organismi dotati di un complesso apparato burocratico-amministrativo e diplomatico
  • corti culturali e politiche che richiedono personale qualificato

Le Università tradizionali, ancorate ai programmi dell’enciclopedismo scolastico-aristotelico, non sono in grado di fornire il personale di cui le moderne Signorie hanno bisogno. Per questo motivo nascono nuove scuole private e accademie presso le corti.

Possiamo dire che i risultati più significativi e duraturi l’Italia li ottenne non sul terreno economico e politico, ma su quello culturale, con la nascita dell’Umanesimo prima e delle arti rinascimentali dopo.

Effetti della caduta di Costantinopoli

Costantinopoli, capitale dell’impero romano d’Oriente, è sopravvissuta più di 1000 anni all’Impero Romano d’Occidente con capitale Roma.

Tuttavia la città già dal XIII secolo era assediata dai turchi e i suoi territori erano stati depredati nel corso dei secoli XII e XIV.

Effetti culturali

L’avvicinarsi dei Turchi e il progressivo pericolo in cui si trova Costantinopoli sono fattori che contribuiscono alla nascita dell’Umanesimo.

A Costantinopoli si era coltivata la tradizione greco-latina mentre in Europa occidentale durante il medioevo la cultura occidentale aveva perso parte delle sue radici greche.

In Europa orientale si conosceva ancora il greco e si studiavano ancora gli antichi testi.

In Europa occidentale si era a conoscenza dei testi greci solo attraverso le traduzioni latine che erano ovviamente meno ricche dei codici originali.

Nel corso del Quattrocento gli studiosi bizantini lasciano le proprie città per paura dei Turchi e si trasferiscono in Europa; la meta scelta però è quasi sempre l’Italia, terra facilmente raggiungibile grazie alla sua collocazione geografica.

La maggior parte degli studiosi bizantini sono ecclesiastici e quasi tutti ortodossi.

Si ricorda che la chiesa cristiana si divide nel 1054 con lo Scisma d’Oriente, per il quale avvenne il definitivo distacco della Chiesa d’Oriente dalla Chiesa d’Occidente. Alla base di questo scisma c’erano divergenze di carattere religioso e teologico. Da quel momento la Chiesa d’Oriente assunse il nome di ortodossa, lasciando intendere la propria fedeltà alla dottrina della Chiesa antica, mentre la Chiesa di Roma si definì cattolica, cioè universale. La riconciliazione è avvenuta solo nel 1965.

Gli ecclesiasti furono accolti in Italia perché, pur essendo ortodossi erano pur sempre legati al cristianesimo e erano in fuga da un’altra religione: l’Islam.

In quegli anni molti intellettuali partecipano ai concili per cercare di trovare delle soluzioni comuni che portassero ad una riconciliazione tra le due Chiese (che però non verrà trovata).

Questi ecclesiastici si trasferiscono in Italia con i propri libri e le proprie conoscenze, consapevoli che probabilmente non potranno più tornare in patria.

Restano quindi in Italia e diffondono la cultura antica con i miti di Platone e i testi di Aristotele di cui in Occidente circolavano delle traduzioni latine incomplete.

Questi studiosi bizantini insegnano il greco agli italiani e portano i manoscritti dei testi originali. Voltaire, nel Settecento affermerà che le belle lettere sono scappate da Costantinopoli per andare in Italia.

Per questo si sostiene che l’assedio di Costantinopoli è all’origine dell’Umanesimo e del Rinascimento, momento in cui avviene la rinascita degli studi classici nell’Europa.

Assedio di Costantinopoli – Chronique de Charles VII by Jean Chartier

Effetti economici

La caduta di Costantinopoli provoca, oltre al fortissimo impatto culturale, un impatto economico abbastanza forte.

Una delle linee di commercio con l’oriente, essenziale per l’Europa, passa attraverso i porti del Medioriente controllati dall’impero bizantino.

Man mano che i turchi ottomani musulmani occupano quelle terre, diventa necessario commerciare con i turchi per avere quelle stesse merci (pepe nero, coriandolo, chiodi di garofano, senape, anice e cannella).

Quando Costantinopoli cade, non ci sono più porti sui cui far sbarcare le merci orientali che non siano degli ottomani.  All’inizio dell’età moderna il Mediterraneo è ancora il centro dell’economia Europea; è da lì che passano i grandi commerci gestiti da Venezia e dai porti del Medio Oriente.

Dal punto di vista geopolitico quando i turchi conquistano Costantinopoli e l’impero Ottomano occupano quindi i Balcani, la penisola anatolica, il Medio Oriente, tutto il Nord Africa.

È chiaro che Mediterraneo si è affacciata una potenza geopolitica fortissima di cui non si può non tenere conto.

Caratteristiche della cultura umanistica

Con la riscoperta del mondo classico greco-latino si riprende lo studio delle lingue classiche, si ricercano antichi testi da interpretare in maniera filologica, erudita, razionale e critica.

I testi degli antichi vengono analizzati attraverso il confronto fra i vari codici. La preoccupazione è quella di ristabilire l’esatto testo degli autori antichi e di non considerare più i testi che erano stati tradotti e modificati nel corso del medioevo. Si affronta lo studio dei testi latini con un approccio di tipo filologico.

La parola filologia è composta dai termini φίλος, phìlos, “amante, amico” e λόγος, lògos, “parola, discorso”. Designa un insieme di discipline che studia testi varia natura – letterari, storici, politologici, economici, giuridici – al fine di ricostruire la loro forma originaria. La ricostruzione viene svolta attraverso l’analisi critica e comparativa delle fonti, dei diversi codici che sono pervenuti. Le metodologie di indagine sono diverse e si pongono l’obiettivo di dare la forma o l’interpretazione che sia il più possibile vicina all’originale.

La parola Umanista designa non solo lo studioso di retorica e di grammatica, ma il soggetto di “nuova umanità”, che studia poesia, retorica, etica e politica (cioè, per dirla con il latino humanae litterae) in modo nuovo.

Innanzitutto non farà più riferimento alla teologia scolastica perché lo studioso non è soggetto a una tradizionale autorità, ma essendo capace di autonomia critica e di senso storico, dovuto alla sua altissima cultura si approccerà in maniera autonoma ai testi antichi.

L’umanista affronta i classici e imita, stilisticamente, Cicerone nella prosa, Virgilio nell’epica, Orazio nella lirica.

L’umanista cerca:

  • di riproporre le tematiche affrontate dagli antichi,
  • di imitare gli antichi nelle loro virtù morali e politiche, nel loro razionalismo e naturalismo.

Al contrario nel Medioevo gli studiosi si erano preoccupato di piegare il pensiero degli antichi alle esigenze della religione cristiana.

Falsa donnazione di Costantino

Chi sono gli umanisti?

Sono intellettuali al servizio di una corte signorile, sono ricercatori eruditi e collezionisti di codici antichi.

Affrontano lo studio dei testi antichi, in maniera filologica, al fine di stabilirne l’autenticità, la provenienza, la storicità.

Ad esempio l’umanista Lorenzo Valla dimostrò che la Donazione di Costantino è un falso medievale dell’VIII sec. elaborato per giustificare le pretese temporali del papato.

L’Umanesimo

  • riscopre il valore dell’autonomia creativa dell’uomo,
  • supera i concetti tradizionali di autorità, rivelazione, dogma, ascetismo, teologia sistematica, tradizione ponendo come prioritaria la necessità di una riflessione personale, critica,
  • rompe l’unità enciclopedica medievale,
  • avvia il processo di autonomia delle singole discipline,
  • permette all’uomo di conoscere e dominare le leggi della natura e della storia.

La riscoperta dell’autonomia della natura, con le sue leggi specifiche, porta allo sviluppo delle scienze esatte e applicate.

Ad esempio il grande Leonardo da Vinci traduce in scienza applicata le sue intuizioni nel campo dell’ottica, della meccanica, della fisica in generale.

Architetti e ingegneri passano dalla progettazione di singoli edifici a quella di intere città. Geografi e cartografi saranno di grandissimo aiuto ai navigatori e agli esploratori dei nuovi mondi. Si inventeranno nuovi strumenti per la navigazione come la bussola e le carte geografiche.

Grande sviluppo hanno la medicina, la botanica, l’astronomia, la matematica, le costruzioni navali.

La borghesia mercantile e imprenditoriale ha bisogno dello sviluppo delle scienze basate sull’esperienza e sul calcolo, indispensabili alla produzione e al commercio dei beni di consumo.

Video di approfondimento

Domande

  1. Perché i comuni entrano in crisi?
  2. Come avviene il passaggio alla signoria?
  3. Perché fra Trecento e Quattrocento ci sono continui conflitti?
  4. Che cosa stabilisce la Pace di Lodi?
  5. Quali sono le conseguenze?
  6. Chi sono Carlo VIII e Luigi XII? Che cosa vogliono?
  7. Che cosa stabilisce la pace di Noyon?
  8. Quali sono gli effetti culturali della caduta di Costantinopoli?
  9. Quali sono gli effetti economici?
  10. Cosa si intende per Umanesimo?
  11. Chi sono gli umanisti?
  12. Per quale motivo nel corso del Quattrocento si comincia ad approcciarsi con metodo filologico allo studio dei classici?

Fonti

  • http://www.homolaicus.com/storia/moderna/umanesimo_rinascimento/umanesimo.htm
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Assedio_di_Costantinopoli_(1453)
  • http://www.giustiniani.info/costantinopoli.html
  • https://www.youtube.com/watch?v=JSkP763GhGc
Categorie
cinquecento età moderna Seicento

L’età Moderna

Con questa espressione si intende il periodo che dalla fine del XV secolo arriva alla fine del Settecento. La parola italiana “moderno” deriva dal latino tardo “modernus”, ora, in questo momento. Il termine però ha un significato ambiguo, poiché dal punto di vista lessicale coincide con “contemporaneo”, ma nella periodizzazione propriamente storica l’età moderna sta ad indicare l’età che precede quella contemporanea.

La fine del medioevo e l’avvento dell’età moderna si caratterizzano per un insieme di elementi diversi che portarono gli storici a parlare di “modernità”.

  • La sensazione che l’uomo fosse al centro dell’universo. Umanesimo e Rinascimento testimoniano la progressiva affermazione della centralità dell’uomo.
  • L’interesse appassionato per la natura: la scienza offrirà nuovi strumenti di osservazione.
  • La rivoluzione scientifica.
  • La riforma protestante, partita dalla protesta di Martin Lutero e la controriforma cattolica.
  • L’emergere della coscienza – di cui fu principale interprete a livello teorico Machiavelli – dell’autonomia dalla religione e dalla chiesa della politica.
  • La consapevolezza che la politica ha il compito di obbedire, per essere efficace, alle regole sue proprie, al servizio di progetti di ordine terreno.
  • La formazione di un nuovo strato di intellettuali, alcuni di stato ecclesiastico, altri laici al servizio diretto dei sovrani e dell’alta nobiltà; in questo contesto sociale si sviluppano nuove idee che porteranno a formare e a influenzare una opinione pubblica, opinione pubblica che era impensabelie nel medioevo.
  • Le grandi invenzioni come la stampa e la polvere da sparo.
  • Le nuove scoperte geografiche.
  • La nascita dello stato moderno.
  • Il colonialismo

Fonti

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/percorso/64/leta-moderna

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età moderna Europa scoperte geografiche storia

Alla scoperta di nuovi mondi

Ostile Mediterraneo

Tra il X e l’XI secolo erano iniziate migrazioni di popolazioni dall’Asia centrale. Anche i Turchi Selgiuchidi si mossero e divennero sempre più potenti.

I turchi ampliarono i loro domini nelle arre dell’attuale Iraq e dell’Iran, in Asia Minore e in tutto il Vicino Oriente.

L’Impero turco si ampliò a danno dell’Impero bizantino.

Fra il XIII e il XIV secolo la tribù turca degli Ottomani, aveva soppiantato i Selgiuchidi e gli Ottomani avavano dato l’assalto all’Impero bizantino.

Questo potere ottomano aveva danneggiato pesantemente il commercio europeo nel Mediterraneo che era sempre più dominato da navi turche.

Nel 1453 gli Ottomani conquistarono Costantinopoli.

La presenza dei Turchi Ottomani nel Mediterraneo impediva i traffici commerciali tra paesi europei e Oriente.

Attraverso il mare arrivavano in Europa dai pesi asiatici

  • oro,
  • sete,
  • pietre preziose,
  • sostanze coloranti,
  • spezie per l’alimentazione e per l’arte farmaceutica come pepe, cannella, noce moscata, chiodi di garofano, zenzero e altro.

Queste merci erano commerciate sui mercati europei dai veneziani che avevano concluso degli accordi commerciali con i turchi e si limitavano a pagare la cosiddetta “tassa turca”

Ma i portoghesi e gli spagnoli mal sopportavano questo monopolio veneziano.

Inoltre l’aumento della popolazione e il conseguente aumento dei consumi, rendeva necessario un aumento delle importazioni dall’Oriente. Inoltre le Inoltre il benessere che si collga col periodo del Rinascimento porta ad un aumento delle richieste di beni di lusso. E anche gli stessi prìncipi nazionali erano interessati ad accrescere la ricchezza dei propri sudditi sia per ottenere maggiore consenso alla loro politica, che per poter aumentare le tasse.

L’aumento delle tasse era reso necessario dall’aumento delle spese di gestione dei diversi Paesi: la burocrazia, l’esercito, gli edifici principeschi e le opere d’arte commissionate richiedevano molto denaro.

Grazie allo sviluppo dei mezzi di navigazione, verso la fine del Medioevo iniziarono nuove esplorazioni via mare: si cercava una nuova rotta navale per raggiungere l’Oriente senza dover passare attraverso il Mediterraneo.

Alcune delle spezie che venivano importate dall’Oriente; da sinistra pepe, chiodi di garofano, noce moscata, cannella.
Il pepe: re delle spezie
Il pepe è stato da sempre una delle merci più importanti negli scambi commerciali: era già apprezzato nella Roma antica e anche Plinio, il celebre storico latino, ne parla nella sua Historia Naturalis precisando che proviene dall’India.
Per secoli il commercio del pepe e delle spezie in genere fu in mano agli Arabi. Intorno all’anno Mille, i mercanti italiani, seguendo anche le imprese dei crociati aprirono nuovi varchi e scali di approdo, soppiantando i mercati arabi.
La preziosa spezia responsabile della grande spinta verso i commerci con l’Estremo Oriente, giunse sui mercati di Venezia, Firenze e Pisa attraverso due vie principali: quella interna, che percorreva l’antica via della seta, e quella dell’oceano indiano.
Quando, grazie alle esplorazioni dei navigatori del XV secolo e in particolare dello spagnolo Vasco da Gama, venne circumnavigata l’Africa, si aprì una nuova rotta commerciale. Altre città come Lisbona, da cui Vasco da Gama era partito nel 1497, e Anversa, dove si accumulavano riserve di rame e argento provenienti dalle miniere tedesche con cui veniva pagato il pepe, si imposero così nel controllo di questo mercato.

Nuovi strumenti per la navigazione

Astrolabio – permette di misurare l’altezza degli astri sull’orizzonte e di conoscere approssimativamente, la latitudine a cui l’osservatore si trova
sulla superficie terrestre. Può anche determinare l’ora locale se si conosce la latitudine, o viceversa.

Carte nautiche – fornivano indicazioni sulla forma delle coste, sulle correnti marine.

Portolani – carte nautiche che segnalano la presenza di porti. Il nome deriva dalla parola latina portus, porto. Si tratta di una carta per la navigazione costiera e portuale, costruita in base all’esperienza e all’osservazione. Contiene informazioni relative ai porti, ai punti d’approdo e altre informazioni relative ad un’area costiera. L’introduzione del portolano risale al XIII secolo, prima in Italia e successivamente in Spagna.

Portolano Europa

Bussola – permette di mantenere la rotta grazie all’indicazione del Nord; era già nota ai Cinesi dal secondo millennio a.C., fu utilizzata
dagli Amalfitani per primi nel Mediterraneo nel XIII secolo.

Scandaglio – è il primo e più rudimentale strumento per navigare. Può essere costituito o da una lunga pertica di legno per saggiare il fondo oppure da un peso di piombo attaccato a una pertica che avea nodi a distanza regolare in modo da stimare la profondità delle acque. In alcuni casi il piombo era cavo e aveva una colla o grasso spalmato all’interno, in modo da riuscire anche a prelevare del materiale dal fondo marino come sabbia o alghe.

Nave tonda a vela – lo scafo era fatto, non più con semplici tavole inchiodate fra loro, bensì con armature sostenute da costoloni di legno; le navi erano quindi più solide e maneggevoli e permettevano di superare distanze sempre più rilevanti; il timone venne portato a poppa e sia la poppa che la prua vennero rialzate per facilitare la navigazione anche in condizioni meteorologiche contrarie.

Caravella – Imbarcazione di piccole dimensioni, veloce e facilmente manovrabile; richiedeva un equipaggio ridotto e consentiva di imbarcare una maggiore quantità di provviste, per la lunga navigazione.

Caravella

Nuove vie per le Indie

I primi che cercarono di raggiungere l’Oriente via mare furono i fratelli genovesi Ugolino e Guido Vivaldi, che nel 1291 tentarono di raggiungere l’Oceano Indiano oltrepassando lo stretto di Gibilterra. Essi però non rientrarono mai dall’avventuroso viaggio.

Ebbero il merito di avere iniziato le ricerche per scoprire la “via delle Indie”, la via cioè di quel luogo favoloso che gli uomini dell’Europa medievale consideravano il “Paese dell’oro”, dove si diceva che le ricchezze fossero sparse entro gli sfavillanti palazzi descritti da Marco Polo.

Le esplorazioni continuarono e molti altri navigatori impiegarono la loro vita a cercare rotte, porti e nuove terre.

Tra i più importanti navigatori ricordiamo:

  • il portoghese Bartolomeo Diaz (1450-1500), che nel 1488 raggiunse la punta estrema meridionale dell’Africa, detta Capo delle Tempeste e poi significativamente Capo di Buona Speranza.
  • un altro portoghese, Vasco da Gama (1469-1524), che alcuni anni dopo, nel 1498, circumnavigò l’Africa raggiungendo Càlicut (oggi Koshikode) nell’India meridionale.
L’Africa in una carta portoghese del XVI secolo.
Lungo le coste sono segnati gli empori commerciali con le bandiere delle nazioni di appartenenza.

Rispondi alle seguenti domande

1. Chi erano gli Ottomani e dove si stanziarono?
2. Quando avvennero i primi viaggi di esplorazione verso regioni sconosciute?
3. Quali strumenti permisero le esplorazioni?
4. Di chi fu il primo tentativo di raggiungere l’Oriente via mare e come si concluse?
5. Quali furono le cause che determinarono la ricerca di nuove vie per raggiungere l’Oriente?
6. Perché Spagna e Portogallo cercarono una nuova via per le Indie?

Cristoforo Colombo

Prima che Vasco da Gama circumnavigasse l’Africa e aprisse così la nuova via commerciale per l’Oriente, il genovese Cristoforo Colombo (1451-1506) attraversò l’oceano Atlantico e scoprì un nuovo continente.

La storia di Cristoforo Colombo

Colombo, per la verità, non cercava una nuova terra ma solo una nuova via per le Indie: voleva raggiungere i paesi d’Oriente puntando dritto verso Ovest invece che circumnavigando l’Africa. Il suo progetto si basava sul principio della sfericità della Terra e sui calcoli del matematico fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli (1397-1482), che era convinto che la circonferenza terrestre fosse molto inferiore alla realtà. Per questo motivo Colombo riteneva che la traversata verso Occidente sarebbe stata più breve di quanto non fosse in realtà.

Il suo errore lo indusse ad affrontare un mare mai attraversato prima.

Il sostegno dei reali di Spagna

In un primo momento Colombo aveva presentato i suoi progetti sia alla repubblica di Genova che al re del Portogallo, ma in entrambi i casi non aveva ottenuto il sostegno sperato.

Aveva quindo deciso di parlare con i sovrani spagnoli. Isabella di Castiglia e re Ferdinando di Aragona gli accordarono il loro sostegno e gli diedero tre caravelle e 90 uomini d’equipaggio.

E fu così che la Pinta, la Niña e la Santa Maria solcarono per la prima volta l’Oceano Atlantico. .

I sovrani spagnoli sostennero Colombo nella speranza di fare concorrenza alla potenza marittima portoghese.

Un viaggio straordinario

Colombo salpò il 3 agosto 1492 dal porto di Palos. Quell’avventura si protrasse per oltre due mesi: il viaggio sembrava non finire più e gli equipaggi iniziarono a sentirsi scoraggiati.

Per risolvere il problema della navigazione nell’Atlantico era necessario conoscere il regime dei venti alisei che soffiano in modo regolare, da nord-est e da sud-est, nella zona fra i tropici e l’Equatore.
Per attraversare quella zona, come si doveva fare nel viaggio fra il Portogallo e le Indie, era necessario che le navi si lasciassero spingere verso occidente fino in vista della costa brasiliana prima di virare a est riavvicinandosi all’Africa all’altezza del capo di Buona Speranza. Anche nel viaggio di ritorno bisognava compiere una manovra analoga, ma più a nord, staccandosi dalla costa africana all’altezza di Capo Verde, dopo aver tagliato il golfo di Guinea.
La rotta classica fra il Portogallo e le Indie, andata e ritorno, disegnava così un grande otto: più panciuto nella parte bassa, dove andava a lambire le coste brasiliane, e più ristretto nella parte alta dove, prima di tornare verso la costa portoghese, le navi facevano generalmente scalo alle Azzorre.

Il viaggio si concluse il 12 ottobre 1492 quando i naviganti presero possesso di una piccola isola dell’arcipelago delle Bahamas nell’America settentrionale in nome dei sovrani spagnoli.

L’isola fu ribattezzata da Colombo San Salvador. Quindi, proseguendo il viaggio, scoprì le isole di Cuba e di Haiti.

Ma Cristoforo Colombo era convinto di avere raggiunto l’Asia: ecco perché egli nominò “Indie Occidentali” la nuova terra scoperta e chiamò “indiani” i suoi abitanti.

Con le conquiste di Colombo iniziava la presa di possesso spagnola del continente americano.

Lo sbarco di Colombo sull’isola di San Salvador sotto lo sguardo stupito degli indigeni,
descritto in un’incisione del XVII secolo
Ricostruzione della Niña, la più piccola caravella impiegata nella prima
spedizione di Colombo. Era la preferita del genovese e, non a caso, l’unica a far
ritorno e ad avere in seguito una lunga vita operativa.
Lo spaccato della Niña mostra la distribuzione del carico di provviste alimentari.
Le dimensioni della nave erano ottimali, perché necessitava di un equipaggio ridotto, ed era abbastanza capiente da imbarcare acqua e provviste bastevoli per le lunghe traversate oceaniche.

Le altre spedizioni di Colombo

Colombo tornò nel nuovo continente per altre tre volte, scoprì le Antille e la costa nord dell’America meridionale, tra l’Honduras e le foci dell’Orinoco pensando di essere nelle Indie. Forse soltanto nell’ultimo viaggio ebbe il dubbio di trovarsi di fronte a un nuovo continente.

Nel novembre del 1504 tornò definitivamente in Spagna, dove morì il 27 maggio 1506.

Vespucci dopo Colombo

Altri navigatori seguirono la via aperta da Colombo:

  • il veneziano Giovanni Caboto (1450-1498), al servizio dell’Inghilterra, scoprì tra il 1497 e il 1498 le coste di Terranova e del Canada;
  • il portoghese Pedro Alvares Cabral (1467- 1526), raggiunse nel 1500 le coste del Brasile;
  • il fiorentino Amerigo Vespucci (1454-1512) dopo due viaggi condotti tra il 1499 e il 1502 per conto del re del Portogallo, scrisse una documentata relazione sulle terre scoperte.

Sulla base di questa relazione un geografo tedesco chiamò le nuove regioni America terra o America, dal nome di colui che le aveva descritte per primo. Fu lo spagnolo Vasco Núñez de Balboa (1475-1517) a dare la conferma che si trattasse di un nuovo continente: infatti, nel 1513, superò l’istmo di Panama, scoprendo un oceano ancora ignoto e sterminato.

Ferdinando Magellano e la circumnavigazione del globo

Nel 1519, il navigatore portoghese Ferdinando Magellano (1480-1521), per conto della Spagna costeggiò, l’America meridionale.

Quindi raggiunse e superò lo stretto che ancora oggi reca il suo nome e si avventurò nel nuovo oceano, che chiamò Pacifico per l’eccezionale tranquillità dimostrata dalle acque in quella occasione.

Poi l’equipaggio, decimato dagli stenti e dalle malattie, raggiunse le isole Filippine, chiamate così in onore del re di Spagna Filippo II: lì Magellano fu ucciso dagli indigeni.

I pochi compagni sopravvissuti (18 su 234) continuarono la navigazione attraverso gli oceani Indiano e Atlantico e raggiunsero nel settembre del 1522 la costa spagnola.

Fra essi vi era il vicentino Antonio Pigafetta (1480-1534), divenuto poi famoso per aver scritto il diario del primo viaggio di circumnavigazione del globo. Va ricordata anche l’esplorazione dell’estuario del fiume San Lorenzo, nell’America settentrionale, compiuta nel 1524 dal fiorentino Giovanni da Verrazzano (1485-1528).

La vera scoperta del XVI secolo non fu quella del continente americano, che ovviamente era già stato scoperto molto tempo prima dalle popolazioni che vi erano giunte dall’Asia e lo avevano abitato, ma quella degli europei che si accorsero di essere giunti non sulle coste dell’India ma in una terra a loro sconosciuta. Colombo non si liberò mai dal pregiudizio che gli faceva vedere Indie e indiani nelle isole dei Caraibi; Vespucci ebbe il merito di dichiarare per primo, pubblicamente, che quella al di là dell’Atlantico era una terra fino ad allora sconosciuta; ma fu Magellano a realizzare il viaggio che Colombo aveva pensato di compiere.
FONTE https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/cartografia/c03_04.html

Francia e Inghilterra nel Nuovo Mondo

I viaggi di esplorazione non terminarono.

Fra il 1535 e il 1536 il navigatore francese Jacques Cartier (1491- 1557), in nome della Francia, scoprì il Québec, nell’America settentrionale.

Poco più a Sud l’Inghilterra metteva piede sulla fascia della costa atlantica che sarebba divenuta il nucleo degli Stati Uniti d’America.

Le civiltà precolombiane

Comìera il “nuovo mondo” prima che Colombo vi giungesse?
Nelle regioni settentrionali la popolazione era assai scarsa e per lo più costituita da piccole comunità di cacciatori nomadi che verranno chiamati “Pellerossa”.
Nelle regioni centrali, invece, si erano sviluppate già molti secoli prima dell’arrivo degli Spagnoli due fiorenti civiltà:

  • quella dei Maya in quasi tutto l’attuale Guatemala e nella grande penisola dello Yucatán;
  • quella degli Aztechi sugli altopiani del Messico.

Nelle vaste regioni meridionali, in particolare lungo il versante marittimo
della catena delle Ande, nel territorio che oggi si estende dalla Colombia sino al Cile, fioriva invece fin dal XIII secolo un’altra civiltà, quella degli Incas, bene organizzata, evoluta e ricca di vaste riserve minerarie (oro e rame).

Distribuita su un territorio molto vasto, la popolazione americana aveva una densità ridotta ed era dedita a forme economiche primitive (caccia, raccolta, agricoltura nomade). Tuttavia nella penisola dello Yucatan, sull’altopiano messicano e lungo la cordigliera andina si erano sviluppate le civiltà agricole dei maya, degli aztechi e degli inca.

La civiltà Maya

I Maya, popolo di antichissima origine, erano suddivisi in piccole comunità dedite soprattutto alla coltivazione del mais.

La loro vita ruotava attorno a città-santuari dove

  • risiedevano solo i sacerdoti,
  • si tenevano i mercati,
  • si amministrava la giustizia.

Avevano una profonda conoscenza delle scienze astronomiche, fisiche e matematiche. Sembra che avessero inventato l’uso dello zero ben settecento anni prima che in occidente.

Utilizzavano un sistema di scrittura geroglifica ancora oggi non del tutto decifrato.

Vissero il periodo di maggiore splendore all’epoca del cosiddetto Antico
Impero (III-X secolo), a cui subentrò un lento ma inesorabile declino
per cause ancora oggi non chiare.

Un periodo di vera “rinascita” si ebbe all’epoca del Nuovo Impero, quando alcune tribù Maya riuscirono a riportare la prosperità nel Paese sino alla fine del XII secolo.

Poi molte guerre civili segnarono il declino della civiltà dei Maya.

Alle guerre si aggiunsero le epidemie di vaiolo, la gravissima malattia importata dal 1511 dai colonizzatori.

Per questo fu facile per gli spagnoli, attratti dalle ricche miniere d’oro e d’argento della zona, conquistare quasi senza combattere anche gli ultimi centri di quel popolo.

La conquista pagnola avvenne tra il 1524 e il 1546.

Immagini www.wikipedia.org

Gli Aztechi

Gli Aztechi arrivarono in Messico intorno alla metà del XIII secolo. Durante il XIV e il XV secolo avevano esteso il proprio dominio su quasi tutte le tribù del Messico centrale.

La capitale del regno azteco era Tenochtitlán, l’attuale Città del Messico.

Gli Aztechi erano un popolo dalle spiccate tendenze militari, la società era
strutturata in clan.

Gestiva la vita della comunità il consiglio di anziani, dalla distribuzione delle terre alle famiglie fino alle feste religiose.

Al vertice dell’organizzazione statale vi era un re, eletto dal consiglio.

Tuttavia, col passare del tempo, finirono per dominare il paese alcune famiglie più ricche e più potenti di altre.

Un sacrificio umano degli Aztechi; da una copia spagnola del XVI
secolo di un antico codice azteco oggi perduto.

La religiosità di questo popolo ha colpito il mondo occidentale per la pratica cruenta dei sacrifici umani. Gli Aztechi erano convinti di fare così dono agli astri e in particolare al Dio-Sole di “giorno e della notte.

Immagini www.wikipedia.org

L’Impero degli Incas

Nel XIII secolo, nel vasto territorio delle Ande che si estende dalla Colombia fino al Cile, era sorto l’unico vero Impero dell’America antica: quello comunemente detto “Impero degli Incas”.

Giunto al massimo sviluppo tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, presentava al vertice dello Stato un re, considerato di origine divina: nelle sue mani era concentrato il potere politico unito alla potente classe sacerdotale.

Gli Incas si dimostrarono abili ingegneri costruendo fortezze e soprattutto una fitta rete stradale che partiva dalla capitale Cuzco, eretta a 3400 metri.

La rete stradale favoriva i commerci basati sui prodotti artigianali e soprattutto su quelli agricoli, come la patata.

Gli Incas adoravano varie divinità, soprattutto gli astri e in particolare
Sole-Luna, principio di ogni forma di vita.

Non mancavano i sacrifici cruenti, dove la vittima era di solito il lama, l’animale domestico più utile.

Solo eccezionalmente venivano sacrificati bambini e vergini, considerati elementi puri e quindi sacri.

I conquistadóres nel Nuovo Continente

Inizialmente, per poter conoscere il “nuovo mondo” in tutti i suoi aspetti, i sovrani europei organizzarono spedizioni a scopo esplorativo.

Ben presto agli “esploratori” si affiancarono i conquistadóres, uomini violenti e senza scrupoli, che si recavano nelle nuove terre spinti dal desiderio di un rapido e facile arricchimento.

Il più famoso tra essi fu Hernán Cortés (1485-1547).

Alla testa di poche centinaia di uomini dotati di armi da fuoco, tra il 1519 e il 1521, Cortés riuscì a occupare la vasta e ricca regione del Messico, abitata dagli Aztechi, sui quali regnava Montezuma II.

Lo spagnolo, che era convinto di doversi battere con dei selvaggi, capì ben presto di trovarsi di fronte a un popolo progredito e civile.

Questo non gli impedì di sottomettere l’intera regione, attraverso la violenza e la perfidia.

Cortés ebbe gioco facile con gli Aztechi che rimasero sbigottiti di fronte all’uso di cani addestrati al combattimento e di cavalli, non avevano mai visto nulla si simile prima di allora.

Tra essi si diffuse inoltre la convinzione che gli “uomini barbuti”, venuti
dal mare e dotati di impenetrabili corazze di ferro e di armi da fuoco sterminatrici, fossero degli esseri di natura divina.

Pochi anni dopo (1531-1536) gli spagnoli Francisco Pizarro (1475-1541) e Diego de Almagro (1475-1538) abbatterono a loro volta il ricco e civilissimo impero degli Incas nel territorio delle Ande.

Quasi nello stesso tempo, tra il 1524 e il 1546, un identico destino nell’America centrale toccò ai Maya, i cui ultimi centri di resistenza vennero debellati dagli Spagnoli agli ordini di Francisco de Montejo (1479-1549 circa).

Le encomiendas

Alla conquista dei territori da parte dei conquistadóres seguì l’intervento della monarchia spagnola, che cercò di gestire sia i rapporti con gli indigeni sia i commerci d’oltremare.

Il re “concedeva” ai conquistatori estesi territori, le encomiendas,
che essi potevano sfruttare grazie al lavoro della manodopera locale. In cambio i conquistadores dovevano garantire la protezione degli
indigeni e la loro cristianizzazione.

Ben presto il colonialismo spagnolo assunse l’aspetto di un barbaro sfruttamento, il più barbaro sfruttamento che la storia dell’Occidente ricordi. Con il pretesto della diffusione del Cristianesimo, chi riceveva l’encomienda si considerava il padrone delle terre e si permetteva ogni sorta di sopruso e di violenza sulle popolazioni indigene.

Diffusione della schiavitù e sterminio degli Indios

Le condizioni di vita degli indigeni si aggravarono ulteriormente con:

  • la scoperta delle ricchissime miniere d’oro e d’argento, che vennero sfruttate in maniera selvaggia,
  • la coltivazione delle piantagioni di canna da zucchero prima e di caffè, cacao e tabacco dopo.

Queste attività richiedevano tanta manodopera. Per questo venne avviata un’altra terribile disumana pratica: il commercio degli schiavi africani. Tale commercio fu praticato dai Portoghesi fin dall’inizio del secolo XVI e si diffuse poi anche tra le altre potenze europee.

Le popolazioni indigene si erano ridotte notevolmente per diverse cause:

  • i lavori estremamente pesanti a cui erano sottoposti,
  • le malattie importate dagli Europei.

In pochi anni intere popolazioni arrivarono quasi a scomparire: ad esempio, gli Aztechi, in Messico, prima dell’arrivo degli spagnoli erano circa 25 milioni, un secolo dopo erano ridotti a poco più di un milione di individui.

Il ruolo dei missionari

Le cose non mutarono neanche in seguito alle denunce dei missionari spagnoli, fra i quali emerse il domenicano Bartolomeo de Las Casas (1474-1566).

Nel 1540 il sovrano di Spagna decise di creare due Vicereami allo copo
di amministrare meglio i territori conquistati:

  • quello della Nuova Spagna, attuale Messico,
  • quello del Perú nel 1542.

Per difendere gli indigeni contro lo sfruttamento, nel 1542 furono anche introdotte le cosiddette Nuove Leggi. Vennero anche fondati speciali
tribunali per punire ogni forma di abuso. Per quanto queste misure possano sembrare meritorie, esse erano necessarie alla monarchia per motivi politici: infatti la monarchia non poteva permettere che i nuovi territori sfuggissero al suo controllo, con il rischio di recare danni incalcolabili al proprio prestigio e alla propria economia.

Nonostante le leggi in difesa degli indigeni, le condizioni delle popolazioni non migliorarono perché le leggi in loro difesa non vennero rispettate.

Schiavi indios al lavoro nella miniera d’argento di Potosi in Bolivia; stampa del Cinquecento basata sul resoconto di un missionario.

Dopo la scoperta dell’America

La scoperta dell’America portò profonde trasformazioni economiche in Europa:

  • il traffico commerciale si spostò dal Mediterraneo all’Atlantico; questo comportò gravissimi danni all’economia dei Paesi mediterranei;
  • i paesi che si affacciavano sull’Oceano Atlantico, fino ad allora esclusi dalle rotte verso l’Oriente, si arricchirono notevolmente;
  • si svilupparono le marine mercantili;
  • arrivarono in Europa enormi quantità di oro e di argento che, trasformate in denaro, provocarono l’aumento dei prezzi;
  • la produzione agricola europea cambiò grazie all’arrivo nel vecchio continente di prodotti sino ad allora sconosciuti come mais, pomodoro, patata, tabacco;
  • furono trapiantate in America nuove coltivazioni di prodotti europei come la vite, il lino, la canapa, il caffè.


Dal punto di vista politico si formarono vasti imperi coloniali
che in tempi brevi si scontrarono fra loro per assicurarsi il
predominio sulle nuove terre. Dal punto di vista sociale i cambiamenti
riguardarono prima di tutto:
• la tendenza all’emigrazione, sia per cercare nuove terre e benessere,
sia per sfuggire alle persecuzioni politiche o religiose;
• la sempre maggiore importanza della ricca borghesia;
• l’estinzione di molte popolazioni dell’America centro-meridionale
e l’importazione in America di schiavi neri dall’Africa.

Il trattato di Tordesillas

Dopo il ritorno di Colombo dal suo primo viaggio, la Spagna e il Portogallo si disputarono sia i territori scoperti che quelli ancora da scoprire.

Per risolvere la questione firmarono, per volontà del Papato, il trattato
di Tordesillas (1494), che divideva il mondo in due emisferi.

Fonte www.wikipedia.org

La linea di demarcazione correva lungo il meridiano posto a circa 46°37’ di latitudine Ovest. Le terre scoperte a Ovest di tale linea sarebbero appartenute alla Spagna, quelle a Est al Portogallo. Ad ogni altra potenza europea era fatto divieto di occupare territori fuori dall’Europa.
Questo accordo non eliminò le controversie, anche perché a quel tempo non si sapeva calcolare con precisione la longitudine.

Si scatenò infatti una guerra di corsari da parte di Inghilterra, Francia e Olanda. Questi paesi inoltre intensificarono le loro conquiste in tutti i continenti.

Dopo circa 35 anni, Papato, Spagna e Portogallo furono costretti a
rinunciare a queste loro assurde pretese di divisione del mondo.

Approfondimento – Alla scoperta dell’altro

La scoperta del Nuovo Mondo costituisce una vera rivoluzione perché cambia per sempre la vita della cultura e della società occidentale. Infatti questa nuova scoperta estende tutti gli orizzonti dell’Europa. Tutto cambia, a partire dall’immagine del mondo che era stata elaborata dall’uomo occidentale. 

Dal Cinquecento il cambiamento è progressivo e interessa tutti gli aspetti della civiltà occidentale. 

In campo religioso e culturale la scoperta dell’America costringe a riflettere in modo nuovo sul problema dell’Altro, su colui che si presenta come totalmente diverso agli occhi degli europei. 

Si ritiene che solo in seguito alla scoperta dell’America l’uomo occidentale si sia effettivamente incontrato con l’Altro

Prima, la società europea non aveva conosciuto direttamente altre popolazioni. Infatti ad esempio, Indiani, Cinesi e Giapponesi erano popolazione lontane dall’Europa con cui non erano attivate molte relazioni. 

Per quanto riguarda le popolazioni arabe e turche invece, queste appartenevano alla cultura mediterranea, cultura condivisa dai popoli europei. Anche se con esse c’erano stati feroci scontri, tutti condividevano il monoteismo e la cultura del libro e intrattenevano costanti e proficue relazioni commerciali. Inoltre, sul piano culturale, dal mondo arabo erano arrivati contributi che l’Europa cristiana aveva fatto propri. Per quanto riguarda la cultura greca antica, ad esempio, molti testi erano arrivati in Occidente grazie alla mediazione degli Arabi. Ma anche sul piano artistico e scientifico la cultura araba aveva influenzato quella europea. 

L’esplorazione del Nuovo Mondo pone invece i conquistatori a confronto con comunità umane e tradizioni totalmente estranee alla civiltà europea. A queste novità la cultura europea risponde in due modi.

Da una parte, di fronte alle culture “altre”, vengono affermati:

  • l’eurocentrismo, 
  • l’idea della “superiorità” dell’uomo bianco,
  • l’idea della “superiorità” della civiltà occidentale. 

La cultura occidentale è considerata infatti l’unica vera civiltà; tutte le altre culture sono ritenute inferiori. Per questo motivo gli europei ritengono che queste popolazioni, ritenute selvagge, possano essere sottomesse e ridotte in schiavitù. 

Dall’altra parte un’esigua minoranza di pensatori,  che diverrà però via via più estesa, riconosce la pluralità culturale e afferma che tutte le culture abbiano la stessa dignità. Questa tendenza porta, nel Settecento, a idealizzare il “selvaggio”, considerandolo come espressione dell’uomo naturale da cui l’uomo civile si era via via allontanato. 

L’illuminista Rousseau critica la civiltà del Vecchio Continente e contrappone il mito del buon selvaggio alla cultura ipocrita e corrotta dell’Occidente. Da questo pensiero deriva una tendenza a mettere in discussione sia l’eurocentrismo che la validità di alcune “certezze” consolidate della cultura occidentale europea. 

Tra il Quattrocento e il Seicento la realtà delle popolazioni del Nuovo Mondo suscita interrogativi e reazioni di segno opposto fra teologi, missionari e letterati, mentre il pensiero filosofico non registra in quest’epoca particolari prese di posizione. 

Ci si pongono molte domande.

  • La natura degli indigeni è primitiva, rozza e malvagia, oppure essi possiedono qualità e virtù che gli Occidentali hanno perso? 
  • Il “selvaggio” è “buono” o “cattivo”? 
  • I “selvaggi” sono uomini oppure no? 
  • Hanno un’anima? 
  • Il messaggio cristiano riguarda anche loro?

Il concetto di Altro 

Nella filosofia contemporanea la nozione di Altro assume diversi significati come “Dio”, la “differenza” o il “prossimo”. Il concetto di “prossimo” assume – in alcuni pensatori – un contenuto etico, poiché afferma la differenza, la peculiarità dell’altro uomo rispetto a colui che ne parla e lo pensa. Questa alterità richiede di essere riconosciuta, rispettata, valorizzata.

Nel pensiero occidentale, per molto tempo, non si era considerata la diversità dell’Altro, le differenze erano state negate e l’Altro era stato inglobato nella visione del mondo europea. Ma progressivamente si è sviluppato un movimento di riconoscimento dell’Altro che ha portato al riconoscimento dell’altro come soggetto con cui instaurare un confronto, un dialogo alla pari per uno scambio interculturale.

Cosa dicono gli europei dell’epoca dei popoli incontrati?

Doc. 1 – Sono uomini intelligenti e buoni – De Las Casas

Tutta questa gente di ogni genere fu creata da Dio senza malvagità e senza doppiezze, obbedientissima ai suoi signori naturali e ai cristiani, ai quali prestano servizio; la gente più umile, più paziente, più pacifica e quieta che ci sia al mondo, senza alterchi né tumulti, senza risse, lamentazioni, rancori, odi, progetti di vendetta. 
Sono nello stesso tempo la gente più delicata, fiacca, debole di costituzione, che meno può sopportare le fatiche e che più facilmente muore di qualunque malattia. […] 
Sono anche gente poverissima, e che non possiede, né vuole possedere beni temporali; e per questo non è superba, né ambiziosa, né cupida. Il loro cibo è tale che quello dei santi padri nel deserto non pare essere stato più ridotto, né più spiacevole e povero. […] La loro intelligenza è limpida, sgombera e viva: sono molto capaci, e docili ad ogni buona dottrina, adattissimi a ricevere la nostra santa fede cattolica, e ad assumere costumi virtuosi; anzi, sono la gente più adatta a ciò che Dio creò nel mondo. 
E una volta che cominciano ad avere notizie delle cose della fede, diventano tanto impazienti di conoscerle, e praticare i sacramenti della Chiesa e il culto divino, che – dico la verità – per sopportarli i religiosi debbono essere dotati molto abbondantemente da Dio del dono della pazienza. […] Tra queste pecore mansuete, dotate dal loro pastore e creatore delle qualità suddette, entrarono improvvisamente gli spagnoli, e le affrontarono come lupi, tigri o leoni crudelissimi da molti giorni affamati. E altro non han fatto, da quarant’anni fino ad oggi, ed oggi ancora fanno, se non disprezzarle, ucciderle, angustiarle, affliggerle, tormentarle e distruggerle con forme di crudeltà strane, nuove, varie, mai viste prima d’ora, né lette, né udite, alcune delle quali saranno in seguito descritte, ma ben poche in confronto alla loro quantità. 
Brevisima relación de la destrucción de las Indias (1552)

Doc. 2 – A loro modo hanno l’uso della ragione – De Vitoria

In realtà non sono idioti, ma hanno, a loro modo, l’uso della ragione. È evidente che hanno città debitamente rette, matrimoni ben definiti, magistrati, signori, leggi, professori, attività, commercio, tutto ciò che richiede l’uso di ragione. Inoltre hanno anche una forma di religione, e non sbagliano neppure nelle cose che sono evidenti ad altri, il che è un indizio di uso di ragione. 
De la potestad civil

Doc. 3 – Non sono nè barbari nè selvaggi – Montaigne

Ora mi sembra […] che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio. Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo: laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall’ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. […] Essi dunque mi sembrano barbari in quanto sono stati in scarsa misura modellati dallo spirito umano, e sono ancora molto vicini alla loro semplicità originaria. Li governano sempre le leggi naturali, non ancora troppo imbastardite dalle nostre. […] Mi dispiace che Licurgo e Platone non ne abbiano avuto conoscenza, perché mi sembra che ciò che vediamo per esperienza in quelle popolazioni sorpassi non soltanto tutte le rappresentazioni con le quali la poesia ha abbellito l’età dell’oro e tutte le invenzioni atte ad immaginare una felice condizione degli uomini, ma anche la concezione e il desiderio stesso della filosofia.
 Essi non poterono immaginare una ingenuità così pura e semplice, come noi la vediamo per esperienza; né poterono credere che la nostra società potesse mantenersi con così pochi artifici e legami umani. 
Saggi, I, 31

Documento 4 – Chi sono i veri selvaggi? – Voltaire

Col nome “selvaggi” intendete designare uomini rustici che vivono in capanne con le femmine e qualche animale, esposti incessantemente a tutte le intemperie delle stagioni, che conoscono soltanto la terra che li nutre e il mercato dove vanno talvolta a vendere le loro derrate per acquistarvi qualche abito grossolano, che parlano un gergo che non viene compreso nelle città, che hanno poche idee e, di conseguenza, poche espressioni, sottomessi, senza che sappiano il perché, a un uomo di penna, al quale portano ogni anno la metà di ciò che hanno ricavato col sudore della loro fronte, che si radunano, certi giorni, in una specie di fienile per celebrarvi cerimonie di cui non comprendono nulla, ascoltando un uomo vestito diversamente da loro e che essi non capiscono, che talvolta, quando rulla il tamburo, abbandonano il loro focolare e si impegnano ad andare a farsi ammazzare in una terra straniera, e a uccidere dei loro simili, per un quarto di ciò che possono guadagnare a casa loro lavorando? 
Di questo genere di selvaggi è piena tutta l’Europa. 
Piuttosto bisogna convenire che i popoli del Canada e i Cafri, che abbiamo voluto chiamare selvaggi, sono infinitamente superiori ai nostri. L’Urone, l’Algonchino, l’abitante dell’Illinois, il Cafro, l’Ottentotto, posseggono l’arte di fabbricare da sé tutto ciò di cui hanno bisogno, e quest’arte manca ai nostri contadini. 
I popoli dell’America e dell’Africa sono liberi, e i nostri selvaggi non hanno neppure l’idea della libertà. I pretesi selvaggi dell’America sono sovrani che ricevono ambasciatori delle nostre colonie trapiantati presso di loro dall’avarizia e dalla leggerezza. Conoscono bene l’onore, di cui i nostri selvaggi d’Europa non hanno mai sentito parlare. Hanno una patria che amano e difendono, stipulano trattati, si battono con coraggio, e parlano spesso con eroica energia. C’è forse una risposta più bella, nei Grandi uomini di Plutarco, di quella di quel capo canadese a cui una nazione europea propose di cederle il suo patrimonio? “Noi siamo nati su questa terra, i nostri padri vi sono seppelliti; dovremmo dire noi alle ossa dei nostri padri levatevi, e venite con noi in una terra straniera?”
Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni

Doc. 5 – Il buon selvaggio – Rousseau

In realtà, nulla vi è di più dolce dell’uomo nel suo stato primitivo, allorché, posto dalla natura a uguale distanza dalla stupidità dei bruti e dai lumi funesti dell’uomo civile, e spinto unicamente, sia dall’istinto che dalla ragione, a difendersi dal male che lo minaccia, egli è trattenuto dal fare del male ad alcuno dalla pietà naturale e non vi è spinto da nulla, neppure dopo averne ricevuto. […] Finché gli uomini si sono accontentati delle loro rustiche capanne, finché si sono limitati a cucire i loro abiti fatti di pelli con spine o lische, ad adornarsi di piume e di conchiglie, a dipingersi il corpo di diversi colori, a perfezionare o abbellire i loro archi e le loro frecce, a costruire con pietre taglienti qualche canotto da pescatore o qualche rozzo strumento musicale; in breve, finché si sono applicati solo ad opere che un uomo poteva fare da solo, ad arti che non richiedevano il concorso di molte mani, essi sono vissuti liberi, sani, buoni e felici, nella misura in cui potevano esserlo secondo la loro natura, ed hanno continuato a godere tra loro delle dolcezze di un rapporto indipendente. 
Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini.

Scrivi

Dopo aver letto i documenti:

  • fai un breve riassunto di ognuno dei contributi;
  • elabora una tua riflessione personale.

Fonti

  • Antonio Brancati Trebi Pagliarani; Tanti tempi, una storia; Edizionemista, La nuova Italia
  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html
  • www.wikipedia.org
  • Fossati Lupi Zanette, Parlare di storia, Pearson Edizioni scolastiche Bruno Mondadori
  • http://web.tiscali.it/freina/aztechi.htm
  • https://it.wikipedia.org
  • http://www.ilportaledelsud.org/bussola.htm
  • http://www.testisemplificati.com/scoperta-america.html
  • http://www.altrastoria.it/2018/04/10/scoperta-america-cristoforo-colombo-retrodatazione/
  • https://divulgazione.uai.it/index.php/Il_cielo_dei_navigatori_-_Alla_scoperta_del_Nuovo_Mondo
  • https://www.gqitalia.it/news/article/recuperato-piu-antico-astrolabio-del-mondo-vasco-de-gama •https://www.vitantica.net/2018/01/25/la-bussola-antica-dal-feng-shui-allepoca-delle-grandi-esplorazioni/
  • http://www.centroitaliavela.it/2012/03/il-sestante.html
  • https://www.galatamuseodelmare.it/gli-strumenti-nautici-ai-tempi-cristoforo-colombo/
  • https://biografieonline.it
  • https://www.nauticareport.it/dettnews/report/ferdinando_magellano_il_giro_del_mondo_in_2_anni_11_mesi_e_17_giorni-6-4590/
  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html

Categorie
Basso Medioevo età moderna Medioevo Rinascimento storia Storia d'Italia Umanesimo

Umanesimo e Rinascimento

Significato

Le parole Umanesimo e Rinascimento (1400-1550) identificano un movimento culturale che si sviluppa in Italia. Qui, prima che altrove nel mondo, si era sviluppata una classe borghese che voleva sentirsi autonoma da qualunque potere istituzionale, laico o ecclesiastico che fosse.

Umanesimo e Rinascimento rinnovano la cultura, l’arte e il pensiero filosofico mentre nel resto dell’Europa sanguinose guerre civili portano alla formazione delle monarchie assolutistiche nazionali. Mentre in Europa i nobili feudali non sopportano d’essere governati da un potere centrale, la borghesia sostiene la stabilità dei governi perchè necessita, per lo sviluppo delle attività commerciali, di un unico mercato nazionale.

Centralità dell’uomo

Gli umanisti affermano la centralità dell’uomo, l’antropocentrismo, e portano la loro attenzione sulla natura. Umanesimo e Rinascimento spostano l’attenzione dal divino al terreno. Anche la divinità è considerata un’entità astratta di tipo filosofico da consocere e studiare. L’oscurantiso ecclesiale porta umanisti e uonimi del Rinascimento a trattare di religione per non andare incontro a spiacevoli conseguenze nei confronti del potere clericale.

Il Medioevo teorizzava il rispetto ai dogmi della fede, alle tradizioni religiose e all’autorità ecclesiastica, mentre la nuova sensibilità pone le priorità alle percezionei dei sensi, della ragione e dell’esperienza.

Per evitare ritorsioni gli umanisti sostengono la teoria della “doppia verità”, per cui alcune idee possono essere vere in campo filosofico e false in campo teologico. La differenza è relativa al contesto di riferimento. L’obiettivo è quello di dimostrare che ragione e fede possono marciare separate.

La nuova sensibilità del Quattrocento e del Cinquecento vuole che l’uomo sia libero di credere, senza imposizioni dovute a tradizioni o poteri costituiti.

Gli uomini del Rinascimento inoltre non danno molta importanza agli effetti della riforma protestante. Infatti tutto il movimento luterano e le reazioni della Chiesa vengono viste solo come leoote tra religioni, uguali tra loro, semplicemente in conflitto.

Gli intellettuali umanisti credo in un movimento laico in opposizione culturale, e non politica, a tutte le religioni, che considerano tra loro equivalenti.

Quando parlano di religione lo fanno in maniera razionale, non mistica o teologica. Gli umanisti inoltre sono cosmopoliti, tolleranti ed ecumenici, aperti al confronto razionale.

Per l’Umanesimo il concetto di “anima”, identifica qualcosa di astratto, di carattere universale e non individuale, una componente di natura psichica, legata alle funzioni del corpo.

Quando trattano di scienza, gli umanisti si riferiscono all’induzione esperienziale e non sulla logica deduttiva di Aristotele, per loro vuota di contenuto.

L’Umanesimo però apprezza Platone e Aristotele nella misura in cui da questi filosofi emerge un certo interesse per la scienza e la tecnica: matematica, fisica, astronomia, botanica…

Nel Medioevo tutta la realtà sensibile era stata vista solo per il suo valore simbolico, ora invece si guarda alla realtà in cui l’uomo è inserito.

Il pensiero umanista va a cercare di leggere di nuovo i filosofi dell’antichità, ma vuole ritrovare il messaggio originario, non filtrato dal pensiero medievale permeato di divino.

L’umanista guarda all’uomo, all’individuo borghese, al cortigiano al servizio di una signoria, al mercante, all’imprenditore, all’artigiano, al libero professionista, all’intellettuale, e all’artista. Nobiltà e clero gli interessano ben poco.

Ma non hanno interesse né per il mondo contadino né per quello operaio.

Non sono interessati al pensiero della Chiesa romana e neppure all’unificazione nazionale in quanto pensano che lo Stato della chiesa sia una realtà troppo forte per essere abbattuta.

Cercano di scoprire le leggi che regolano la natura; per questo si servono di magia, alchimia, astrologia e studiano anche matematica, geometria e medicina. A breve nascerann i primi studi di anatomia.

Gli umanisti applicano generalmente la matematica e la geometria all’arte, all’architettura e alla cartografia.

In campo artistico non c’è più l’interesse a guardare il mondo come la rappresentazione del divino; quindi si guarda alla relatà con occhio che osserva. Si scoprono così le leggi della prospettiva che portano alla rappresentazione tridimensionale della realtà.

Si sviluppa la ritrattistica: non più solo ritratti di santi, ma nobili e borghesi, principesse e cortigiani, popolane e animali vengono ritratti dagli artisti dell’epoca. Le opere a tema religioso vengono sostituite da soggetti kegati alla vita di nobili e borghesi.

Quando il mondo islamico occupa l’area greco-balcanica arrivano nella penisola italica intellettuali greco-bizantini. e portano con sé testi della cultura greca e bizantina. Si aprono così nuovi campi di studio: si riprendono gli studi della lingua greca classica, si leggono in originale i testi della filosofia greca e ci si riappropria del significato originale.

Il filologo umanista Lorenzo Valla scopre che la Donazione di Costantino, documento sul quale la santa Romana Chiesa fondava il suo potere temporale, è un falso realizzato nel VIII secolo e non un documento del IV secolo d. C..

Si inzia a riflettere sull’Universo: si afferma l’idea dell’infinità dello spazio e del tempo; si ritiene che non ci sia né un centro né una periferia.

Se l’uomo è al centro dell’universo, lo è solo in senso morale, non fisico, in quanto la Terra fa parte di un sistema solare fra tanti: si rifiuta il geocentrismo medievale a favore dell’idea che possa esistere una pluralità di mondi, magari anche abitabili.

Si ritiene che microcosmo (uomo, pianeta terra) e macrocosmo (universo) coincidano. Si ritiene che la divinità non sia più grande dell’universo che la contiene. Se l’universo è infinito deve essere anche eterno.

Alcuni umanisti come Tommaso Moro, con la sua Utopia, e Tommaso Campanella con La città del Sole, capiscono l’importanza di abolire la proprietà privata almeno per i fondamentali mezzi produttivi. Il filosofo Montaigne capisce che ogni cultura è relativa e che probabilmente le culture primitive sono superiori in quanto basate sulla semplicità.

Arte nell’Umanesimo

Vi propongo un video sull’arte del Quattrocentro. In questo video si parla di tre grandi artisti che hanno fatto la storia dell’arte e che hanno dato via al Rinascimento. 

Brunelleschi

Opere di Brunelleschi

https://www.youtube.com/watch?v=8j26b4KR_q

Donatello

David di Donatello

Masaccio

Trinità di Masaccio

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  • presenti l’opera che avete approfondito,
  • spieghi i motivi per cui avete scelto quell’artista,
  • racconti le emozioni che la sua opera suscita in te.

Arte nel Rinascimento

Michelangelo

Video su Michelangelo

Il Giudizio Universale

La pietà

Basilica di San Pietro

Raffaello Sanzio

Lo sposalizio della vergine

Pala Colonna

La trasfigurazione

Leonardo da Vinci

Leonardo inventore

Leonardo pittore

La vergine delle rocce

La Gioconda

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