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cinquecento età moderna Seicento

L’età Moderna

Con questa espressione si intende il periodo che dalla fine del XV secolo arriva alla fine del Settecento. La parola italiana “moderno” deriva dal latino tardo “modernus”, ora, in questo momento. Il termine però ha un significato ambiguo, poiché dal punto di vista lessicale coincide con “contemporaneo”, ma nella periodizzazione propriamente storica l’età moderna sta ad indicare l’età che precede quella contemporanea.

La fine del medioevo e l’avvento dell’età moderna si caratterizzano per un insieme di elementi diversi che portarono gli storici a parlare di “modernità”.

  • La sensazione che l’uomo fosse al centro dell’universo. Umanesimo e Rinascimento testimoniano la progressiva affermazione della centralità dell’uomo.
  • L’interesse appassionato per la natura: la scienza offrirà nuovi strumenti di osservazione.
  • La rivoluzione scientifica.
  • La riforma protestante, partita dalla protesta di Martin Lutero e la controriforma cattolica.
  • L’emergere della coscienza – di cui fu principale interprete a livello teorico Machiavelli – dell’autonomia dalla religione e dalla chiesa della politica.
  • La consapevolezza che la politica ha il compito di obbedire, per essere efficace, alle regole sue proprie, al servizio di progetti di ordine terreno.
  • La formazione di un nuovo strato di intellettuali, alcuni di stato ecclesiastico, altri laici al servizio diretto dei sovrani e dell’alta nobiltà; in questo contesto sociale si sviluppano nuove idee che porteranno a formare e a influenzare una opinione pubblica, opinione pubblica che era impensabelie nel medioevo.
  • Le grandi invenzioni come la stampa e la polvere da sparo.
  • Le nuove scoperte geografiche.
  • La nascita dello stato moderno.
  • Il colonialismo

Fonti

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/percorso/64/leta-moderna

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Alla scoperta di nuovi mondi

Ostile Mediterraneo

Tra il X e l’XI secolo era iniziata una migrazione di diverse popolazioni, oltre i confini dell’Asia centrale. Tra esse quella dei Turchi Selgiuchidi che divennero sempre più potenti. Così i turchi ampliarono i loro domini nei territori dell’attuale Iraq e dell’Iran, ma anche in Asia Minore e in tutto il Vicino Oriente. L’Impero turco si ampliò a danno dell’Impero bizantino.

Fra il XIII e il XIV secolo, un’altra tribù turca, quella degli Ottomani, aveva soppiantato i Selgiuchidi. Gli Ottomani avavano ampliato il loro territorio verso Occidente, dando l’estremo assalto all’Impero bizantino. Il potere ottomano danneggiò pesantemente il commercio europeo nel Mediterraneo, ormai sempre più dominato da navi turche.

Nel 1453 gli Ottomani arrivarono addirittura a conquistare Costantinopoli. La presenza dei Turchi Ottomani sulle sponde del Mediterraneo impediva i traffici commerciali tra paesi europei e Oriente. Attraverso il mare arrivavano dall’Asia in Europa oro, sete e pietre preziose, sostanze coloranti, nonché le spezie indispensabili per l’alimentazione e per l’arte farmaceutica come pepe, cannella, noce moscata, chiodi di garofano, zenzero e altro; queste merci erano commerciate sui mercati europei dai veneziani che avevano concluso accordi commerciali con i turchi.

I portoghesi e gli spagnoli mal sopportavano questo monopolio veneziano.

Inoltre l’aumento della popolazione e il conseguente aumento dei consumi, rendeva necessario l’incremento delle importazioni dall’Oriente in quantità maggiore rispetto al passato. Aumentarono anche le richieste di beni di lusso; in molti casi gli stessi prìncipi nazionali furono interessati ad accrescere la ricchezza dei propri sudditi non solo per ottenere un più convinto consenso alla loro politica, ma anche per poter aumentare le tasse.

Le tasse erano sempre più necessarie poiché crescevano le spese di gestione dei diversi Paesi: la burocrazia, l’esercito, gli edifici principeschi e le opere d’arte commissionate richiedevano molto denaro.

Grazie allo sviluppo dei mezzi di navigazione, verso la fine del Medioevo iniziarono nuove esplorazioni via mare: si cercava una nuova rotta navale per raggiungere l’Oriente senza dover passare attraverso il Mediterraneo.

Alcune delle spezie che venivano importate dall’Oriente; da sinistra pepe, chiodi di garofano, noce moscata, cannella.
Il pepe: re delle spezie
Il pepe è stato da sempre una delle merci più importanti negli scambi commerciali: era già apprezzato nella Roma antica e anche Plinio, il celebre storico latino, ne parla nella sua Historia Naturalis precisando che proviene dall’India.
Per secoli il commercio del pepe e delle spezie in genere fu in mano agli Arabi. Intorno all’anno Mille, i mercanti italiani, seguendo anche le imprese dei crociati aprirono nuovi varchi e scali di approdo, soppiantando i mercati arabi.
La preziosa spezia responsabile della grande spinta verso i commerci con l’Estremo Oriente, giunse sui mercati di Venezia, Firenze e Pisa attraverso due vie principali: quella interna, che percorreva l’antica via della seta, e quella dell’oceano indiano.
Quando, grazie alle esplorazioni dei navigatori del XV secolo e in particolare dello spagnolo Vasco da Gama, venne circumnavigata l’Africa, si aprì una nuova rotta commerciale. Altre città come Lisbona, da cui Vasco da Gama era partito nel 1497, e Anversa, dove si accumulavano riserve di rame e argento provenienti dalle miniere tedesche con cui veniva pagato il pepe, si imposero così nel controllo di questo mercato.

Nuovi strumenti per la navigazione

Astrolabio – permette di misurare l’altezza degli astri sull’orizzonte e di conoscere approssimativamente, la latitudine a cui l’osservatore si trova
sulla superficie terrestre. Può anche determinare l’ora locale se si conosce la latitudine, o viceversa.

Carte nautiche – fornivano indicazioni sulla forma delle coste, sulle correnti marine.

Portolani – carte nautiche che segnalano la presenza di porti. Il nome deriva dalla parola latina portus, porto. Si tratta di una carta per la navigazione costiera e portuale, costruita in base all’esperienza e all’osservazione. Contiene informazioni relative ai porti, ai punti d’approdo e altre informazioni relative ad un’area costiera. L’introduzione del portolano risale al XIII secolo, prima in Italia e successivamente in Spagna.

Portolano Europa

Bussola – permette di mantenere la rotta grazie all’indicazione del Nord; era già nota ai Cinesi dal secondo millennio a.C., fu utilizzata
dagli Amalfitani per primi nel Mediterraneo nel XIII secolo.

Scandaglio – è il primo e più rudimentale strumento per navigare. Può essere costituito o da una lunga pertica di legno per saggiare il fondo oppure da un peso di piombo attaccato a una pertica che avea nodi a distanza regolare in modo da stimare la profondità delle acque. In alcuni casi il piombo era cavo e aveva una colla o grasso spalmato all’interno, in modo da riuscire anche a prelevare del materiale dal fondo marino come sabbia o alghe.

Nave tonda a vela – lo scafo era fatto, non più con semplici tavole inchiodate fra loro, bensì con armature sostenute da costoloni di legno; le navi erano quindi più solide e maneggevoli e permettevano di superare distanze sempre più rilevanti; il timone venne portato a poppa e sia la poppa che la prua vennero rialzate per facilitare la navigazione anche in condizioni meteorologiche contrarie.

Caravella – Imbarcazione di piccole dimensioni, veloce e facilmente manovrabile; richiedeva un equipaggio ridotto e consentiva di imbarcare una maggiore quantità di provviste, per la lunga navigazione.

Caravella

Nuove vie per le Indie

I primi che cercarono di raggiungere l’Oriente via mare furono i fratelli genovesi Ugolino e Guido Vivaldi, che nel 1291 tentarono di raggiungere l’Oceano Indiano oltrepassando lo stretto di Gibilterra. Essi però non rientrarono mai dall’avventuroso viaggio.

Ebbero comunque il merito di avere iniziato le ricerche per scoprire la “via delle Indie”, la via cioè di quel luogo favoloso che gli uomini dell’Europa medievale consideravano il “Paese dell’oro”, dove si diceva che le ricchezze fossero sparse entro gli sfavillanti palazzi descritti da Marco Polo.

Le esplorazioni continuarono e molti altri navigatori impiegarono la loro vita a cercare rotte, porti e nuove terre.

Tra i più importanti navigatori ricordiamo:

  • il portoghese Bartolomeo Diaz (1450-1500), che nel 1488 raggiunse la punta estrema meridionale dell’Africa, detta Capo delle Tempeste e poi significativamente Capo di Buona Speranza.
  • un altro portoghese, Vasco da Gama (1469-1524), che alcuni anni dopo, nel 1498, circumnavigò l’Africa raggiungendo Càlicut (oggi Koshikode) nell’India meridionale.
L’Africa in una carta portoghese del XVI secolo.
Lungo le coste sono segnati gli empori commerciali con le bandiere delle nazioni di appartenenza.

Rispondi alle seguenti domande

1. Chi erano gli Ottomani e dove si stanziarono?
2. Quando avvennero i primi viaggi di esplorazione verso regioni sconosciute?
3. Quali strumenti permisero le esplorazioni?
4. Di chi fu il primo tentativo di raggiungere l’Oriente via mare e come si concluse?
5. Quali furono le cause che determinarono la ricerca di nuove vie per raggiungere l’Oriente?
6. Perché Spagna e Portogallo cercarono una nuova via per le Indie?

Cristoforo Colombo

Prima che Vasco da Gama circumnavigasse l’Africa e aprisse così la nuova via commerciale per l’Oriente, il genovese Cristoforo Colombo (1451-1506) attraversò l’oceano Atlantico e scoprì un nuovo continente.

La storia di Cristoforo Colombo

Colombo, per la verità, non cercava una nuova terra ma solo una nuova via per le Indie: voleva raggiungere i paesi d’Oriente puntando dritto verso Ovest invece che circumnavigando l’Africa. Il suo progetto si basava sul principio della sfericità della Terra e sui calcoli del matematico fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli (1397-1482). Si era però convinto che la circonferenza terrestre fosse molto inferiore alla realtà. Per questo Colombo riteneva che la traversata verso Occidente sarebbe stata relativamente breve. Il suo errore lo indusse ad affrontare un mare mai attraversato prima.

La lezione di Barbero

Il sostegno dei reali di Spagna

In un primo momento Colombo aveva illustrato i suoi progetti alla repubblica di Genova e al re del Portogallo, ma inutilmente. Si era quindi
recato in Spagna e aveva ottenuto dalla regina Isabella di Castiglia e dal re Ferdinando di Aragona tre piccole navi, la Pinta, la Niña e la Santa Maria, con 90 uomini d’equipaggio in tutto.

Grazie a questa missione, i sovrani di Spagna speravano di porre un freno alla potenza marittima portoghese.

Un viaggio straordinario

Colombo salpò il 3 agosto 1492 dal porto di Palos. Quella straordinaria avventura si protrasse per oltre due mesi, fra il crescente scoraggiamento
degli equipaggi.

Per risolvere il problema della navigazione nell’Atlantico era necessario conoscere il regime dei venti alisei che soffiano in modo regolare, da nord-est e da sud-est, nella zona fra i tropici e l’Equatore.
Per attraversare quella zona, come si doveva fare nel viaggio fra il Portogallo e le Indie, era necessario che le navi si lasciassero spingere verso occidente fino in vista della costa brasiliana prima di virare a est riavvicinandosi all’Africa all’altezza del capo di Buona Speranza. Anche nel viaggio di ritorno bisognava compiere una manovra analoga, ma più a nord, staccandosi dalla costa africana all’altezza di Capo Verde, dopo aver tagliato il golfo di Guinea.
La rotta classica fra il Portogallo e le Indie, andata e ritorno, disegnava così un grande otto: più panciuto nella parte bassa, dove andava a lambire le coste brasiliane, e più ristretto nella parte alta dove, prima di tornare verso la costa portoghese, le navi facevano generalmente scalo alle Azzorre.

Il viaggio si concluse il 12 ottobre 1492 quando i naviganti presero possesso di una piccola isola dell’arcipelago delle Bahamas nell’America settentrionale in nome dei sovrani spagnoli. L’isola fu ribattezzata da Colombo San Salvador. Quindi, proseguendo il viaggio, scoprì le isole di Cuba e di Haiti.

Ma Cristoforo Colombo era convinto di avere raggiunto l’Asia: ecco perché egli chiamò “Indie Occidentali” la nuova terra scoperta e “indiani” i suoi abitanti. Con le conquiste di Colombo iniziava la presa di possesso spagnola del continente americano.

Lo sbarco di Colombo sull’isola di San Salvador sotto lo sguardo stupito degli indigeni,
descritto in un’incisione del XVII secolo
Ricostruzione della Niña, la più piccola caravella impiegata nella prima
spedizione di Colombo. Era la preferita del genovese e, non a caso, l’unica a far
ritorno e ad avere in seguito una lunga vita operativa.
Lo spaccato della Niña mostra la distribuzione del carico di provviste alimentari.
Le dimensioni della nave erano ottimali, perché necessitava di un equipaggio ridotto, ed era abbastanza capiente da imbarcare acqua e provviste bastevoli per le lunghe traversate oceaniche.

Le altre spedizioni di Colombo

Colombo tornò nel nuovo continente per altre tre volte, scoprì le Antille e la costa nord dell’America meridionale, tra l’Honduras e le foci dell’Orinoco pensando di essere nelle Indie. Forse soltanto nell’ultimo viaggio ebbe il dubbio di trovarsi di fronte a un nuovo continente. Nel novembre del 1504 tornò definitivamente in Spagna, dove morì il 27 maggio 1506.

Vespucci dopo Colombo

Altri navigatori seguirono la via aperta da Colombo:

  • il veneziano Giovanni Caboto (1450-1498), al servizio dell’Inghilterra, scoprì tra il 1497 e il 1498 le coste di Terranova e del
    Canada;
  • il portoghese Pedro Alvares Cabral (1467- 1526), raggiunse nel 1500 le coste del Brasile;
  • il fiorentino Amerigo Vespucci (1454-1512) dopo due viaggi condotti tra il 1499 e il 1502 per conto del re del Portogallo, scrisse una documentata relazione sulle terre scoperte.

Sulla base di questa relazione un geografo tedesco chiamò le nuove regioni America terra o America, dal nome di colui che le aveva descritte per primo. Fu lo spagnolo Vasco Núñez de Balboa (1475-1517) a dare la conferma che si trattasse di un nuovo continente: infatti, nel 1513, superò l’istmo di Panama, scoprendo un oceano ancora ignoto e sterminato.

Ferdinando Magellano e la circumnavigazione del globo

Nel 1519, il navigatore portoghese Ferdinando Magellano (1480-1521), per conto della Spagna costeggiò, l’America meridionale. Quindi raggiunse
e superò lo stretto che ancora oggi reca il suo nome e si avventurò nel
nuovo oceano, che chiamò Pacifico per l’eccezionale tranquillità dimostrata
dalle acque in quella occasione.

Poi l’equipaggio, decimato dagli stenti e dalle malattie, raggiunse le isole Filippine, chiamate così in onore del re di Spagna Filippo II: lì Magellano fu ucciso dagli indigeni.

I pochi compagni sopravvissuti (18 su 234) continuarono la navigazione attraverso gli oceani Indiano e Atlantico e raggiunsero nel settembre del 1522 la costa spagnola.

Fra essi vi era il vicentino Antonio Pigafetta (1480-1534), divenuto poi famoso per aver scritto il diario del primo viaggio di circumnavigazione del globo. Va ricordata anche l’esplorazione dell’estuario del fiume San Lorenzo (America settentrionale) compiuta nel 1524 dal fiorentino Giovanni da Verrazzano (1485-1528).

La vera scoperta del XVI secolo non fu quella del continente americano, che ovviamente era già stato scoperto molto tempo prima dalle popolazioni che vi erano giunte dall’Asia e lo avevano abitato, ma quella degli europei che si accorsero di essere giunti non sulle coste dell’India ma in una terra a loro sconosciuta. Colombo non si liberò mai dal pregiudizio che gli faceva vedere Indie e indiani nelle isole dei Caraibi; Vespucci ebbe il merito di dichiarare per primo, pubblicamente, che quella al di là dell’Atlantico era una terra fino ad allora sconosciuta; ma fu Magellano a realizzare il viaggio che Colombo aveva pensato di compiere.
FONTE https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/cartografia/c03_04.html

Francia e Inghilterra nel Nuovo Mondo

I viaggi di esplorazione non terminarono. Fra il 1535 e il 1536 il navigatore francese Jacques Cartier (1491- 1557), in nome della Francia, scoprì il Québec, nell’America settentrionale. Poco più a Sud l’Inghilterra metteva piede sulla fascia della costa atlantica che sarebba divenuta il nucleo degli Stati Uniti d’America.

Le civiltà precolombiane

Qual era la situazione del “nuovo mondo” prima che Colombo vi giungesse?
Nelle regioni settentrionali la popolazione era assai scarsa e per lo più costituita da piccole comunità di cacciatori nomadi che verranno chiamati “Pellerossa”.
Nelle regioni centrali, invece, si erano sviluppate già molti secoli prima dell’arrivo degli Spagnoli due fiorenti civiltà:

  • quella dei Maya in quasi tutto l’attuale Guatemala e nella grande penisola dello Yucatán;
  • quella degli Aztechi sugli altopiani del Messico.

Nelle vaste regioni meridionali, in particolare lungo il versante marittimo
della catena delle Ande, nel territorio che oggi si estende dalla Colombia sino al Cile, fioriva invece fin dal XIII secolo un’altra civiltà, quella degli Incas, bene organizzata, evoluta e ricca di vaste riserve minerarie (oro e rame).

Distribuita su un territorio molto vasto, la popolazione americana aveva una densità ridotta ed era dedita a forme economiche primitive (caccia, raccolta, agricoltura nomade). Tuttavia nella penisola dello Yucatan, sull’altopiano messicano e lungo la cordigliera andina si erano sviluppate le civiltà agricole dei maya, degli aztechi e degli inca.

La civiltà Maya

I Maya, popolo di antichissima origine, erano suddivisi in piccole comunità
dedite soprattutto alla coltivazione del mais.

La loro vita ruotava attorno a città-santuari dove

  • risiedevano solo i sacerdoti,
  • si tenevano i mercati,
  • si amministrava la giustizia.

Avevano una profonda conoscenza delle scienze astronomiche, fisiche e matematiche. Sembra che avessero inventato l’uso dello zero ben settecento anni prima che in occidente. Utilizzavano un
sistema di scrittura geroglifica ancora oggi non del tutto decifrato.

Vissero il periodo di maggiore splendore all’epoca del cosiddetto Antico
Impero (III-X secolo), a cui subentrò un lento ma inesorabile declino
per cause ancora oggi non chiare. Un periodo di vera “rinascita” si ebbe all’epoca del Nuovo Impero, quando alcune tribù Maya riuscirono a riportare la prosperità nel Paese sino alla fine del XII secolo. Poi molte guerre civili segnarono il declino della civiltà dei Maya.

Alle guerre si aggiunsero le epidemie di vaiolo, la gravissima malattia importata dal 1511 dai colonizzatori.

Per questo fu facile per gli spagnoli, attratti dalle ricche miniere d’oro e d’argento della zona, conquistare quasi senza combattere anche gli ultimi centri di quel popolo. La conquista pagnola avvenne tra il 1524 e il 1546.

Immagini www.wikipedia.org

Gli Aztechi

Gli Aztechi arrivarono in Messico intorno alla metà del XIII secolo. Durante il XIV e il XV secolo avevano esteso il proprio dominio su quasi tutte le tribù del Messico centrale. La capitale del regno azteco era Tenochtitlán, l’attuale Città del Messico.

Gli Aztechi erano un popolo dalle spiccate tendenze militari, la società era
strutturata in clan. Gestiva la vita della comunità il consiglio di anziani, dalla distribuzione delle terre alle famiglie fino alle feste religiose. ùAl vertice dell’organizzazione statale vi era un re, eletto dal consiglio.

Tuttavia, col passare del tempo, finirono per dominare il paese alcune famiglie più ricche e più potenti di altre.

Un sacrificio umano degli Aztechi; da una copia spagnola del XVI
secolo di un antico codice azteco oggi perduto.

La religiosità di questo popolo ha colpito il mondo occidentale per la pratica cruenta dei sacrifici umani. Gli Aztechi erano convinti di fare così dono agli astri e in particolare al Dio-Sole di “giorno e della notte.

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L’Impero degli Incas

Nel XIII secolo, nel vasto territorio delle Ande che si estende dalla Colombia fino al Cile, era sorto l’unico vero Impero dell’America antica: quello comunemente detto “Impero degli Incas”. Giunto al massimo sviluppo tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, presentava al vertice dello Stato un re, considerato di origine divina: nelle sue mani era concentrato il potere politico unito alla potente classe sacerdotale.

Gli Incas si dimostrarono abili ingegneri costruendo fortezze e soprattutto una fitta rete stradale che partiva dalla capitale Cuzco, eretta a 3400 metri. La rete stradale favoriva i commerci basati sui prodotti artigianali e soprattutto su quelli agricoli, come la patata.

Gli Incas adoravano varie divinità, soprattutto gli astri e in particolare
Sole-Luna, principio di ogni forma di vita. Non mancavano i sacrifici cruenti, dove la vittima era di solito il lama, l’animale domestico più utile. Solo eccezionalmente venivano sacrificati bambini e vergini, considerati elementi puri e quindi sacri.

I conquistadóres nel Nuovo Continente

Inizialmente, per poter conoscere il “nuovo mondo” in tutti i suoi aspetti, i sovrani europei organizzarono spedizioni a scopo esplorativo.

Ben presto agli “esploratori” si affiancarono i conquistadóres, uomini violenti e senza scrupoli, che si recavano nelle nuove terre spinti dal desiderio di un rapido e facile arricchimento.

Il più famoso tra essi fu Hernán Cortés (1485-1547). Alla testa di poche centinaia di uomini dotati di armi da fuoco, tra il 1519 e il 1521, Cortés riuscì a occupare la vasta e ricca regione del Messico, abitata dagli Aztechi, sui quali regnava Montezuma II.

Lo spagnolo, che era convinto di doversi battere con dei selvaggi, capì ben presto di trovarsi di fronte a un popolo progredito e civile. Questo non gli impedì di sottomettere l’intera regione, attraverso la violenza e la perfidia.

Cortés ebbe gioco facile con gli Aztechi che rimasero sbigottiti di fronte all’uso di cani addestrati al combattimento e di cavalli, non avevano mai visto nulla si simile prima di allora.

Tra essi si diffuse inoltre la convinzione che gli “uomini barbuti”, venuti
dal mare e dotati di impenetrabili corazze di ferro e di armi da fuoco sterminatrici, fossero degli esseri di natura divina.

Pochi anni dopo (1531-1536) gli spagnoli Francisco Pizarro (1475-1541) e Diego de Almagro (1475-1538) abbatterono a loro volta il ricco e civilissimo impero degli Incas nel territorio delle Ande.

Quasi nello stesso tempo, tra il 1524 e il 1546, un identico destino nell’America centrale toccò ai Maya, i cui ultimi centri di resistenza vennero debellati dagli Spagnoli agli ordini di Francisco de Montejo (1479-1549 circa).

Le encomiendas

Alla conquista dei territori da parte dei conquistadóres seguì l’intervento della monarchia spagnola, che cercò di gestire sia i rapporti con gli indigeni sia i commerci d’oltremare.

Il re “concedeva” ai conquistatori estesi territori, le encomiendas,
che essi potevano sfruttare grazie al lavoro della manodopera locale. In cambio i conquistadores dovevano garantire la protezione degli
indigeni e la loro cristianizzazione.

Ben presto il colonialismo spagnolo assunse l’aspetto di un barbaro sfruttamento, il più barbaro sfruttamento che la storia dell’Occidente ricordi. Con il pretesto della diffusione del Cristianesimo, chi riceveva l’encomienda si considerava il padrone delle terre e si permetteva ogni sorta di sopruso e di violenza sulle popolazioni indigene.

Diffusione della schiavitù e sterminio degli Indios

Le condizioni di vita degli indigeni si aggravarono ulteriormente con:

  • la scoperta delle ricchissime miniere d’oro e d’argento, che vennero sfruttate in maniera selvaggia,
  • la coltivazione delle piantagioni di canna da zucchero prima e di caffè, cacao e tabacco dopo.

Queste attività richiedevano tanta manodopera. Per questo venne avviata un’altra terribile disumana pratica: il commercio degli schiavi africani. Tale commercio fu praticato dai Portoghesi fin dall’inizio del secolo XVI e si diffuse poi anche tra le altre potenze europee.

Le popolazioni indigene si erano ridotte notevolmente per diverse cause:

  • i lavori estremamente pesanti a cui erano sottoposti,
  • le malattie importate dagli Europei.

In pochi anni intere popolazioni arrivarono quasi a scomparire: ad esempio, gli Aztechi, in Messico, prima dell’arrivo degli spagnoli erano circa 25 milioni, un secolo dopo erano ridotti a poco più di un milione di individui.

Il ruolo dei missionari

Le cose non mutarono neanche in seguito alle denunce dei missionari spagnoli, fra i quali emerse il domenicano Bartolomeo de Las Casas (1474-1566).

Nel 1540 il sovrano di Spagna decise di creare due Vicereami allo copo
di amministrare meglio i territori conquistati:

  • quello della Nuova Spagna, attuale Messico,
  • quello del Perú nel 1542.

Per difendere gli indigeni contro lo sfruttamento, nel 1542 furono anche introdotte le cosiddette Nuove Leggi. Vennero anche fondati speciali
tribunali per punire ogni forma di abuso. Per quanto queste misure possano sembrare meritorie, esse erano necessarie alla monarchia per motivi politici: infatti la monarchia non poteva permettere che i nuovi territori sfuggissero al suo controllo, con il rischio di recare danni incalcolabili al proprio prestigio e alla propria economia.

Nonostante le leggi in difesa degli indigeni, le condizioni delle popolazioni non migliorarono perché le leggi in loro difesa non vennero rispettate.

Schiavi indios al lavoro nella miniera d’argento di Potosi in Bolivia; stampa del Cinquecento basata sul resoconto di un missionario.

Dopo la scoperta dell’America

La scoperta dell’America portò profonde trasformazioni economiche in Europa:

  • il traffico commerciale si spostò dal Mediterraneo all’Atlantico; questo comportò gravissimi danni all’economia dei Paesi mediterranei;
  • i paesi che si affacciavano sull’Oceano Atlantico, fino ad allora esclusi dalle rotte verso l’Oriente, si arricchirono notevolmente;
  • si svilupparono le marine mercantili;
  • arrivarono in Europa enormi quantità di oro e di argento che, trasformate in denaro, provocarono l’aumento dei prezzi;
  • la produzione agricola europea cambiò grazie all’arrivo nel vecchio continente di prodotti sino ad allora sconosciuti come mais, pomodoro, patata, tabacco;
  • furono trapiantate in America nuove coltivazioni di prodotti europei come la vite, il lino, la canapa, il caffè.


Dal punto di vista politico si formarono vasti imperi coloniali
che in tempi brevi si scontrarono fra loro per assicurarsi il
predominio sulle nuove terre. Dal punto di vista sociale i cambiamenti
riguardarono prima di tutto:
• la tendenza all’emigrazione, sia per cercare nuove terre e benessere,
sia per sfuggire alle persecuzioni politiche o religiose;
• la sempre maggiore importanza della ricca borghesia;
• l’estinzione di molte popolazioni dell’America centro-meridionale
e l’importazione in America di schiavi neri dall’Africa.

Il trattato di Tordesillas

Dopo il ritorno di Colombo dal suo primo viaggio, la Spagna e il Portogallo si disputarono sia i territori scoperti che quelli ancora da scoprire.

Per risolvere la questione firmarono, per volontà del Papato, il trattato
di Tordesillas (1494), che divideva il mondo in due emisferi.

Fonte www.wikipedia.org

La linea di demarcazione correva lungo il meridiano posto a circa 46°37’ di latitudine Ovest. Le terre scoperte a Ovest di tale linea sarebbero appartenute alla Spagna, quelle a Est al Portogallo. Ad ogni altra potenza europea era fatto divieto di occupare territori fuori dall’Europa.
Questo accordo non eliminò le controversie, anche perché a quel tempo non si sapeva calcolare con precisione la longitudine.

Si scatenò infatti una guerra di corsari da parte di Inghilterra, Francia e Olanda. Questi paesi inoltre intensificarono le loro conquiste in tutti i continenti.

Dopo circa 35 anni, Papato, Spagna e Portogallo furono costretti a
rinunciare a queste loro assurde pretese di divisione del mondo.

Approfondimento – Alla scoperta dell’altro

La scoperta del Nuovo Mondo costituisce una vera rivoluzione perché cambia per sempre la vita della cultura e della società occidentale. Infatti questa nuova scoperta estende tutti gli orizzonti dell’Europa. Tutto cambia, a partire dall’immagine del mondo che era stata elaborata dall’uomo occidentale. 

Dal Cinquecento il cambiamento è progressivo e interessa tutti gli aspetti della civiltà occidentale. 

In campo religioso e culturale la scoperta dell’America costringe a riflettere in modo nuovo sul problema dell’Altro, su colui che si presenta come totalmente diverso agli occhi degli europei. 

Si ritiene che solo in seguito alla scoperta dell’America l’uomo occidentale si sia effettivamente incontrato con l’Altro

Prima, la società europea non aveva conosciuto direttamente altre popolazioni. Infatti ad esempio, Indiani, Cinesi e Giapponesi erano popolazione lontane dall’Europa con cui non erano attivate molte relazioni. 

Per quanto riguarda le popolazioni arabe e turche invece, queste appartenevano alla cultura mediterranea, cultura condivisa dai popoli europei. Anche se con esse c’erano stati feroci scontri, tutti condividevano il monoteismo e la cultura del libro e intrattenevano costanti e proficue relazioni commerciali. Inoltre, sul piano culturale, dal mondo arabo erano arrivati contributi che l’Europa cristiana aveva fatto propri. Per quanto riguarda la cultura greca antica, ad esempio, molti testi erano arrivati in Occidente grazie alla mediazione degli Arabi. Ma anche sul piano artistico e scientifico la cultura araba aveva influenzato quella europea. 

L’esplorazione del Nuovo Mondo pone invece i conquistatori a confronto con comunità umane e tradizioni totalmente estranee alla civiltà europea. A queste novità la cultura europea risponde in due modi.

Da una parte, di fronte alle culture “altre”, vengono affermati:

  • l’eurocentrismo, 
  • l’idea della “superiorità” dell’uomo bianco,
  • l’idea della “superiorità” della civiltà occidentale. 

La cultura occidentale è considerata infatti l’unica vera civiltà; tutte le altre culture sono ritenute inferiori. Per questo motivo gli europei ritengono che queste popolazioni, ritenute selvagge, possano essere sottomesse e ridotte in schiavitù. 

Dall’altra parte un’esigua minoranza di pensatori,  che diverrà però via via più estesa, riconosce la pluralità culturale e afferma che tutte le culture abbiano la stessa dignità. Questa tendenza porta, nel Settecento, a idealizzare il “selvaggio”, considerandolo come espressione dell’uomo naturale da cui l’uomo civile si era via via allontanato. 

L’illuminista Rousseau critica la civiltà del Vecchio Continente e contrappone il mito del buon selvaggio alla cultura ipocrita e corrotta dell’Occidente. Da questo pensiero deriva una tendenza a mettere in discussione sia l’eurocentrismo che la validità di alcune “certezze” consolidate della cultura occidentale europea. 

Tra il Quattrocento e il Seicento la realtà delle popolazioni del Nuovo Mondo suscita interrogativi e reazioni di segno opposto fra teologi, missionari e letterati, mentre il pensiero filosofico non registra in quest’epoca particolari prese di posizione. 

Ci si pongono molte domande.

  • La natura degli indigeni è primitiva, rozza e malvagia, oppure essi possiedono qualità e virtù che gli Occidentali hanno perso? 
  • Il “selvaggio” è “buono” o “cattivo”? 
  • I “selvaggi” sono uomini oppure no? 
  • Hanno un’anima? 
  • Il messaggio cristiano riguarda anche loro?

Il concetto di Altro 

Nella filosofia contemporanea la nozione di Altro assume diversi significati come “Dio”, la “differenza” o il “prossimo”. Il concetto di “prossimo” assume – in alcuni pensatori – un contenuto etico, poiché afferma la differenza, la peculiarità dell’altro uomo rispetto a colui che ne parla e lo pensa. Questa alterità richiede di essere riconosciuta, rispettata, valorizzata.

Nel pensiero occidentale, per molto tempo, non si era considerata la diversità dell’Altro, le differenze erano state negate e l’Altro era stato inglobato nella visione del mondo europea. Ma progressivamente si è sviluppato un movimento di riconoscimento dell’Altro che ha portato al riconoscimento dell’altro come soggetto con cui instaurare un confronto, un dialogo alla pari per uno scambio interculturale.

Cosa dicono gli europei dell’epoca dei popoli incontrati?

Doc. 1 – Sono uomini intelligenti e buoni – De Las Casas

Tutta questa gente di ogni genere fu creata da Dio senza malvagità e senza doppiezze, obbedientissima ai suoi signori naturali e ai cristiani, ai quali prestano servizio; la gente più umile, più paziente, più pacifica e quieta che ci sia al mondo, senza alterchi né tumulti, senza risse, lamentazioni, rancori, odi, progetti di vendetta. 
Sono nello stesso tempo la gente più delicata, fiacca, debole di costituzione, che meno può sopportare le fatiche e che più facilmente muore di qualunque malattia. […] 
Sono anche gente poverissima, e che non possiede, né vuole possedere beni temporali; e per questo non è superba, né ambiziosa, né cupida. Il loro cibo è tale che quello dei santi padri nel deserto non pare essere stato più ridotto, né più spiacevole e povero. […] La loro intelligenza è limpida, sgombera e viva: sono molto capaci, e docili ad ogni buona dottrina, adattissimi a ricevere la nostra santa fede cattolica, e ad assumere costumi virtuosi; anzi, sono la gente più adatta a ciò che Dio creò nel mondo. 
E una volta che cominciano ad avere notizie delle cose della fede, diventano tanto impazienti di conoscerle, e praticare i sacramenti della Chiesa e il culto divino, che – dico la verità – per sopportarli i religiosi debbono essere dotati molto abbondantemente da Dio del dono della pazienza. […] Tra queste pecore mansuete, dotate dal loro pastore e creatore delle qualità suddette, entrarono improvvisamente gli spagnoli, e le affrontarono come lupi, tigri o leoni crudelissimi da molti giorni affamati. E altro non han fatto, da quarant’anni fino ad oggi, ed oggi ancora fanno, se non disprezzarle, ucciderle, angustiarle, affliggerle, tormentarle e distruggerle con forme di crudeltà strane, nuove, varie, mai viste prima d’ora, né lette, né udite, alcune delle quali saranno in seguito descritte, ma ben poche in confronto alla loro quantità. 
Brevisima relación de la destrucción de las Indias (1552)

Doc. 2 – A loro modo hanno l’uso della ragione – De Vitoria

In realtà non sono idioti, ma hanno, a loro modo, l’uso della ragione. È evidente che hanno città debitamente rette, matrimoni ben definiti, magistrati, signori, leggi, professori, attività, commercio, tutto ciò che richiede l’uso di ragione. Inoltre hanno anche una forma di religione, e non sbagliano neppure nelle cose che sono evidenti ad altri, il che è un indizio di uso di ragione. 
De la potestad civil

Doc. 3 – Non sono nè barbari nè selvaggi – Montaigne

Ora mi sembra […] che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio. Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo: laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall’ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. […] Essi dunque mi sembrano barbari in quanto sono stati in scarsa misura modellati dallo spirito umano, e sono ancora molto vicini alla loro semplicità originaria. Li governano sempre le leggi naturali, non ancora troppo imbastardite dalle nostre. […] Mi dispiace che Licurgo e Platone non ne abbiano avuto conoscenza, perché mi sembra che ciò che vediamo per esperienza in quelle popolazioni sorpassi non soltanto tutte le rappresentazioni con le quali la poesia ha abbellito l’età dell’oro e tutte le invenzioni atte ad immaginare una felice condizione degli uomini, ma anche la concezione e il desiderio stesso della filosofia.
 Essi non poterono immaginare una ingenuità così pura e semplice, come noi la vediamo per esperienza; né poterono credere che la nostra società potesse mantenersi con così pochi artifici e legami umani. 
Saggi, I, 31

Documento 4 – Chi sono i veri selvaggi? – Voltaire

Col nome “selvaggi” intendete designare uomini rustici che vivono in capanne con le femmine e qualche animale, esposti incessantemente a tutte le intemperie delle stagioni, che conoscono soltanto la terra che li nutre e il mercato dove vanno talvolta a vendere le loro derrate per acquistarvi qualche abito grossolano, che parlano un gergo che non viene compreso nelle città, che hanno poche idee e, di conseguenza, poche espressioni, sottomessi, senza che sappiano il perché, a un uomo di penna, al quale portano ogni anno la metà di ciò che hanno ricavato col sudore della loro fronte, che si radunano, certi giorni, in una specie di fienile per celebrarvi cerimonie di cui non comprendono nulla, ascoltando un uomo vestito diversamente da loro e che essi non capiscono, che talvolta, quando rulla il tamburo, abbandonano il loro focolare e si impegnano ad andare a farsi ammazzare in una terra straniera, e a uccidere dei loro simili, per un quarto di ciò che possono guadagnare a casa loro lavorando? 
Di questo genere di selvaggi è piena tutta l’Europa. 
Piuttosto bisogna convenire che i popoli del Canada e i Cafri, che abbiamo voluto chiamare selvaggi, sono infinitamente superiori ai nostri. L’Urone, l’Algonchino, l’abitante dell’Illinois, il Cafro, l’Ottentotto, posseggono l’arte di fabbricare da sé tutto ciò di cui hanno bisogno, e quest’arte manca ai nostri contadini. 
I popoli dell’America e dell’Africa sono liberi, e i nostri selvaggi non hanno neppure l’idea della libertà. I pretesi selvaggi dell’America sono sovrani che ricevono ambasciatori delle nostre colonie trapiantati presso di loro dall’avarizia e dalla leggerezza. Conoscono bene l’onore, di cui i nostri selvaggi d’Europa non hanno mai sentito parlare. Hanno una patria che amano e difendono, stipulano trattati, si battono con coraggio, e parlano spesso con eroica energia. C’è forse una risposta più bella, nei Grandi uomini di Plutarco, di quella di quel capo canadese a cui una nazione europea propose di cederle il suo patrimonio? “Noi siamo nati su questa terra, i nostri padri vi sono seppelliti; dovremmo dire noi alle ossa dei nostri padri levatevi, e venite con noi in una terra straniera?”
Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni

Doc. 5 – Il buon selvaggio – Rousseau

In realtà, nulla vi è di più dolce dell’uomo nel suo stato primitivo, allorché, posto dalla natura a uguale distanza dalla stupidità dei bruti e dai lumi funesti dell’uomo civile, e spinto unicamente, sia dall’istinto che dalla ragione, a difendersi dal male che lo minaccia, egli è trattenuto dal fare del male ad alcuno dalla pietà naturale e non vi è spinto da nulla, neppure dopo averne ricevuto. […] Finché gli uomini si sono accontentati delle loro rustiche capanne, finché si sono limitati a cucire i loro abiti fatti di pelli con spine o lische, ad adornarsi di piume e di conchiglie, a dipingersi il corpo di diversi colori, a perfezionare o abbellire i loro archi e le loro frecce, a costruire con pietre taglienti qualche canotto da pescatore o qualche rozzo strumento musicale; in breve, finché si sono applicati solo ad opere che un uomo poteva fare da solo, ad arti che non richiedevano il concorso di molte mani, essi sono vissuti liberi, sani, buoni e felici, nella misura in cui potevano esserlo secondo la loro natura, ed hanno continuato a godere tra loro delle dolcezze di un rapporto indipendente. 
Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini.

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Dopo aver letto i documenti:

  • fai un breve riassunto di ognuno dei contributi;
  • elabora una tua riflessione personale.

Fonti

  • Antonio Brancati Trebi Pagliarani; Tanti tempi, una storia; Edizionemista, La nuova Italia
  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html
  • www.wikipedia.org
  • Fossati Lupi Zanette, Parlare di storia, Pearson Edizioni scolastiche Bruno Mondadori
  • http://web.tiscali.it/freina/aztechi.htm
  • https://it.wikipedia.org
  • http://www.ilportaledelsud.org/bussola.htm
  • http://www.testisemplificati.com/scoperta-america.html
  • http://www.altrastoria.it/2018/04/10/scoperta-america-cristoforo-colombo-retrodatazione/
  • https://divulgazione.uai.it/index.php/Il_cielo_dei_navigatori_-_Alla_scoperta_del_Nuovo_Mondo
  • https://www.gqitalia.it/news/article/recuperato-piu-antico-astrolabio-del-mondo-vasco-de-gama •https://www.vitantica.net/2018/01/25/la-bussola-antica-dal-feng-shui-allepoca-delle-grandi-esplorazioni/
  • http://www.centroitaliavela.it/2012/03/il-sestante.html
  • https://www.galatamuseodelmare.it/gli-strumenti-nautici-ai-tempi-cristoforo-colombo/
  • https://biografieonline.it
  • https://www.nauticareport.it/dettnews/report/ferdinando_magellano_il_giro_del_mondo_in_2_anni_11_mesi_e_17_giorni-6-4590/
  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html