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Dall’età comunale all’Umanesimo

Dal comune alla signoria

Alla fine del XIII secolo i comuni entrano in crisi e inizia una fase di instabilità politica.

Diventa così necessaria la figura di un forte potere personale che riesca a ridurre la tensione i conflitti intra comunali e inter comunali.

Questo signore, esponente delle famiglie più autorevoli dei vari comuni, assume il potere e limita la libertà delle altre famiglie e dei cittadini del comune.

In cambio garantisce stabilità di governo e crescita economica.

Le città più forti si espandono poi nel territorio comunale e si vengono a formare quindi gli stati regionali italiani.

L’avvento delle Signorie, con l’estensione territoriale dei Comuni più grandi, decreta la fine dell’autonomia di molti altri Comuni e porta alla sostituzione del principio politico della repubblica con quello della monarchia.

Dalla seconda metà del Trecento inoltre, i signori ottengono dal papà o dall’imperatore la legittimazione del loro potere.

Le signorie si trasformano così in Principati. Nel Principato il potere diventa ereditario e nascono dinastie di Governo.

Signorie sulla penisola italiana

Il Regno di Napoli vive un periodo di grande splendore sotto Roberto D’Angiò che governa dal 1309 al 1343. Alla sua morte iniziano scontri violenti.

Ricordiamo inoltre che siamo alla vigilia della grande peste con la quale culmina la grande crisi del Trecento.

Nel 1442 Alfonso V d’Aragona prende il controllo del Regno di Napoli e di Sicilia e riunifica i due regni sotto un’unica corona. Purtroppo il potere Regio è debole perché è limitato dai feudatari locali e dalla mancanza di una borghesia su cui potersi appoggiare.

Tra il Trecento e il Quattrocento l’Italia è attraversata da continui conflitti tra i diversi stati tra le diverse signorie. Ognuno cerca di imporsi sugli altri per espandere i propri domini.

All’inizio del quattrocento Venezia sconfigge i visconti di Milano e diventa la più grande e forte potenza dell’Italia del Nord.

Nel Ducato di Milano, alla morte senza eredi dell’ultimo esponente della famiglia Visconti, nel 1447, si apre un periodo di guerre che si conclude quando Francesco sforza si impadronisce del Ducato di Milano.

L’ascesa degli Sforza viene contrastata da Venezia ma appoggiata da Firenze. Questa situazione di tensione sfocia in una guerra che insanguina la penisola.

Nel 1453 l’impero Ottomano conquista Costantinopoli. La città, capitale dell’impero romano s’occidente e sede della chiesa ortodossa, finisce nelle mani la caduta della Roccaforte bizantina. (vedi video)

La minaccia ottomana e la situazione di tensione e di sangue che attraversava la penisola contribuirono a portare le signorie italiane a firmare la Pace di Lodi.

La pace di Lodi nel 1454

La Pace di Lodi del 1454 mise fine allo scontro tra Venezia e Milano e dà origine a un’alleanza militare, la lega Italica, tra gli stati della penisola. La rilevanza storica del trattato risiede nell’aver garantito all’Italia 40 anni di pace stabile favorendo di conseguenza lo sviluppo economico e la fioritura culturale e artistica del Rinascimento.

L’equilibrio garantito dalla Pace di Lodi si rompe nel 1494 quando il re di Francia Carlo VIII alleato del duca di Milano scende in Italia e si dirige verso sud per conquistare il Regno di Napoli.

Gli stati italiani riescono a cacciarlo e a farlo tornare in Francia.

Ma nel 1499 di nuovo le truppe del re di Francia Luigi XII invadono il Ducato di Milano e nel 1501 Francia e Spagna si accordano per dividersi il Regno di Napoli che viene conquistato.

La caduta del Ducato di Milano e del Regno di Napoli rompe gli equilibri politici. Scoppiano guerre tra gli stati italiani la Francia la Spagna e l’impero.

Nel 1516 la pace di Noyon sancisce la fine dell’Indipendenza degli stati italiani: il Regno di Napoli passa agli spagnoli e il Ducato di Milano ai francesi.

Umanesimo

L’Umanesimo è un movimento culturale che si afferma in Italia nel 1400, nel periodo in cui tutti i tentativi di creare uno Stato unitario nell’Italia centro-settentrionale erano falliti.

Il sud era unificato sotto il potere degli Aragona.

Al centro nord si erano consolidati invece cinque Stati regionali che avevano imposto a tutta la penisola una politica di equilibrio e di spartizione delle zone d’influenza: Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli.

L’Umanesimo nasce e si sviluppa in Italia perché qui, prima o più che altrove, esistevano le condizioni favorevoli alla nascita dei rapporti economici di tipo capitalistico.

Nei secoli XIV e XV l’Italia era uno dei paesi più progrediti del mondo.

Già nel XIII secolo le città italiane avevano difeso vittoriosamente, nella lotta contro l’impero tedesco, la propria indipendenza.

Verso la metà del XIII secolo in molte città-stato repubblicane era avvenuta l’emancipazione dei contadini dalla servitù della gleba, anche se a ciò non corrispondeva quasi mai un’equa distribuzione della terra.

La libertà conquistata dai contadini era più che altro “giuridica”, ma gli permetteva di trasformarsi in operai salariati. Vennero pertanto occupati o sfruttati:

  • nelle fabbriche di panno (opifici)
  • da artigiani arricchiti, i quali consegnavano loro la materia prima o semilavorata ricevendo in cambio il prodotto finito
  • dai maestri delle corporazioni, che spesso li costringevano a restare garzoni e apprendisti per sempre.
  • Dai mercanti, nelle manifatture, solo per produrre merci d’esportazione
  • da altri ricchi contadini neo-proprietari
  • dagli stessi feudatari di prima che ora li sfruttano con altri metodi.

Indipendentemente dalle situazioni i contadini venivano occupati con lavori pesanti, gli venivano offerti salari molto bassi, orari molto pesanti, mansioni parcellizzate, pochissimi diritti e stretta sorveglianza sul luogo di lavoro.

Molte furono le rivolte nei contadini italiani e tutte furono represse nel sangue. Anche questi fenomeni contribuirono all’istituzione di signorie e principati, cioè di governi centralizzati e autoritari.

La formazione delle Signorie contribuisce allo sviluppo dell’Umanesimo. Gli elementi che caratterizzano le signorie sono:

  • organismi territoriali molto estesi
  • organismi dotati di un complesso apparato burocratico-amministrativo e diplomatico
  • corti culturali e politiche che richiedono personale qualificato

Le Università tradizionali, ancorate ai programmi dell’enciclopedismo scolastico-aristotelico, non sono in grado di fornire il personale di cui le moderne Signorie hanno bisogno. Per questo motivo nascono nuove scuole private e accademie presso le corti.

Possiamo dire che i risultati più significativi e duraturi l’Italia li ottenne non sul terreno economico e politico, ma su quello culturale, con la nascita dell’Umanesimo prima e delle arti rinascimentali dopo.

Effetti della caduta di Costantinopoli

Costantinopoli, capitale dell’impero romano d’Oriente, è sopravvissuta più di 1000 anni all’Impero Romano d’Occidente con capitale Roma.

Tuttavia la città già dal XIII secolo era assediata dai turchi e i suoi territori erano stati depredati nel corso dei secoli XII e XIV.

Effetti culturali

L’avvicinarsi dei Turchi e il progressivo pericolo in cui si trova Costantinopoli sono fattori che contribuiscono alla nascita dell’Umanesimo.

A Costantinopoli si era coltivata la tradizione greco-latina mentre in Europa occidentale durante il medioevo la cultura occidentale aveva perso parte delle sue radici greche.

In Europa orientale si conosceva ancora il greco e si studiavano ancora gli antichi testi.

In Europa occidentale si era a conoscenza dei testi greci solo attraverso le traduzioni latine che erano ovviamente meno ricche dei codici originali.

Nel corso del Quattrocento gli studiosi bizantini lasciano le proprie città per paura dei Turchi e si trasferiscono in Europa; la meta scelta però è quasi sempre l’Italia, terra facilmente raggiungibile grazie alla sua collocazione geografica.

La maggior parte degli studiosi bizantini sono ecclesiastici e quasi tutti ortodossi.

Si ricorda che la chiesa cristiana si divide nel 1054 con lo Scisma d’Oriente, per il quale avvenne il definitivo distacco della Chiesa d’Oriente dalla Chiesa d’Occidente. Alla base di questo scisma c’erano divergenze di carattere religioso e teologico. Da quel momento la Chiesa d’Oriente assunse il nome di ortodossa, lasciando intendere la propria fedeltà alla dottrina della Chiesa antica, mentre la Chiesa di Roma si definì cattolica, cioè universale. La riconciliazione è avvenuta solo nel 1965.

Gli ecclesiasti furono accolti in Italia perché, pur essendo ortodossi erano pur sempre legati al cristianesimo e erano in fuga da un’altra religione: l’Islam.

In quegli anni molti intellettuali partecipano ai concili per cercare di trovare delle soluzioni comuni che portassero ad una riconciliazione tra le due Chiese (che però non verrà trovata).

Questi ecclesiastici si trasferiscono in Italia con i propri libri e le proprie conoscenze, consapevoli che probabilmente non potranno più tornare in patria.

Restano quindi in Italia e diffondono la cultura antica con i miti di Platone e i testi di Aristotele di cui in Occidente circolavano delle traduzioni latine incomplete.

Questi studiosi bizantini insegnano il greco agli italiani e portano i manoscritti dei testi originali. Voltaire, nel Settecento affermerà che le belle lettere sono scappate da Costantinopoli per andare in Italia.

Per questo si sostiene che l’assedio di Costantinopoli è all’origine dell’Umanesimo e del Rinascimento, momento in cui avviene la rinascita degli studi classici nell’Europa.

Assedio di Costantinopoli – Chronique de Charles VII by Jean Chartier

Effetti economici

La caduta di Costantinopoli provoca, oltre al fortissimo impatto culturale, un impatto economico abbastanza forte.

Una delle linee di commercio con l’oriente, essenziale per l’Europa, passa attraverso i porti del Medioriente controllati dall’impero bizantino.

Man mano che i turchi ottomani musulmani occupano quelle terre, diventa necessario commerciare con i turchi per avere quelle stesse merci (pepe nero, coriandolo, chiodi di garofano, senape, anice e cannella).

Quando Costantinopoli cade, non ci sono più porti sui cui far sbarcare le merci orientali che non siano degli ottomani.  All’inizio dell’età moderna il Mediterraneo è ancora il centro dell’economia Europea; è da lì che passano i grandi commerci gestiti da Venezia e dai porti del Medio Oriente.

Dal punto di vista geopolitico quando i turchi conquistano Costantinopoli e l’impero Ottomano occupano quindi i Balcani, la penisola anatolica, il Medio Oriente, tutto il Nord Africa.

È chiaro che Mediterraneo si è affacciata una potenza geopolitica fortissima di cui non si può non tenere conto.

Caratteristiche della cultura umanistica

Con la riscoperta del mondo classico greco-latino si riprende lo studio delle lingue classiche, si ricercano antichi testi da interpretare in maniera filologica, erudita, razionale e critica.

I testi degli antichi vengono analizzati attraverso il confronto fra i vari codici. La preoccupazione è quella di ristabilire l’esatto testo degli autori antichi e di non considerare più i testi che erano stati tradotti e modificati nel corso del medioevo. Si affronta lo studio dei testi latini con un approccio di tipo filologico.

La parola filologia è composta dai termini φίλος, phìlos, “amante, amico” e λόγος, lògos, “parola, discorso”. Designa un insieme di discipline che studia testi varia natura – letterari, storici, politologici, economici, giuridici – al fine di ricostruire la loro forma originaria. La ricostruzione viene svolta attraverso l’analisi critica e comparativa delle fonti, dei diversi codici che sono pervenuti. Le metodologie di indagine sono diverse e si pongono l’obiettivo di dare la forma o l’interpretazione che sia il più possibile vicina all’originale.

La parola Umanista designa non solo lo studioso di retorica e di grammatica, ma il soggetto di “nuova umanità”, che studia poesia, retorica, etica e politica (cioè, per dirla con il latino humanae litterae) in modo nuovo.

Innanzitutto non farà più riferimento alla teologia scolastica perché lo studioso non è soggetto a una tradizionale autorità, ma essendo capace di autonomia critica e di senso storico, dovuto alla sua altissima cultura si approccerà in maniera autonoma ai testi antichi.

L’umanista affronta i classici e imita, stilisticamente, Cicerone nella prosa, Virgilio nell’epica, Orazio nella lirica.

L’umanista cerca:

  • di riproporre le tematiche affrontate dagli antichi,
  • di imitare gli antichi nelle loro virtù morali e politiche, nel loro razionalismo e naturalismo.

Al contrario nel Medioevo gli studiosi si erano preoccupato di piegare il pensiero degli antichi alle esigenze della religione cristiana.

Falsa donnazione di Costantino

Chi sono gli umanisti?

Sono intellettuali al servizio di una corte signorile, sono ricercatori eruditi e collezionisti di codici antichi.

Affrontano lo studio dei testi antichi, in maniera filologica, al fine di stabilirne l’autenticità, la provenienza, la storicità.

Ad esempio l’umanista Lorenzo Valla dimostrò che la Donazione di Costantino è un falso medievale dell’VIII sec. elaborato per giustificare le pretese temporali del papato.

L’Umanesimo

  • riscopre il valore dell’autonomia creativa dell’uomo,
  • supera i concetti tradizionali di autorità, rivelazione, dogma, ascetismo, teologia sistematica, tradizione ponendo come prioritaria la necessità di una riflessione personale, critica,
  • rompe l’unità enciclopedica medievale,
  • avvia il processo di autonomia delle singole discipline,
  • permette all’uomo di conoscere e dominare le leggi della natura e della storia.

La riscoperta dell’autonomia della natura, con le sue leggi specifiche, porta allo sviluppo delle scienze esatte e applicate.

Ad esempio il grande Leonardo da Vinci traduce in scienza applicata le sue intuizioni nel campo dell’ottica, della meccanica, della fisica in generale.

Architetti e ingegneri passano dalla progettazione di singoli edifici a quella di intere città. Geografi e cartografi saranno di grandissimo aiuto ai navigatori e agli esploratori dei nuovi mondi. Si inventeranno nuovi strumenti per la navigazione come la bussola e le carte geografiche.

Grande sviluppo hanno la medicina, la botanica, l’astronomia, la matematica, le costruzioni navali.

La borghesia mercantile e imprenditoriale ha bisogno dello sviluppo delle scienze basate sull’esperienza e sul calcolo, indispensabili alla produzione e al commercio dei beni di consumo.

Video di approfondimento

Domande

  1. Perché i comuni entrano in crisi?
  2. Come avviene il passaggio alla signoria?
  3. Perché fra Trecento e Quattrocento ci sono continui conflitti?
  4. Che cosa stabilisce la Pace di Lodi?
  5. Quali sono le conseguenze?
  6. Chi sono Carlo VIII e Luigi XII? Che cosa vogliono?
  7. Che cosa stabilisce la pace di Noyon?
  8. Quali sono gli effetti culturali della caduta di Costantinopoli?
  9. Quali sono gli effetti economici?
  10. Cosa si intende per Umanesimo?
  11. Chi sono gli umanisti?
  12. Per quale motivo nel corso del Quattrocento si comincia ad approcciarsi con metodo filologico allo studio dei classici?

Fonti

  • http://www.homolaicus.com/storia/moderna/umanesimo_rinascimento/umanesimo.htm
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Assedio_di_Costantinopoli_(1453)
  • http://www.giustiniani.info/costantinopoli.html
  • https://www.youtube.com/watch?v=JSkP763GhGc
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Novecento seconda guerra mondiale Storia d'Italia

La resistenza

La resistenza in Europa

La reazione al potere nazista in Europa assunse caratteri contrapposti: in alcuni casi fu configuarato come collaborazionismo, in altri divenne vera e propria resistenza.

Il collaborazionismo fu meno importante e meno diffuso. iIn alcuni casi fu vero e proprio collaborazionismo di Stato, una scelta operata ai vertici.

  • In Danimarca il Re decise subito di collaborare con l’invasore; la scelta fu mossa dal desiderio di salvare il popolo, di salvare il salvabile.
  • In Francia, la repubblica di Vichy scelse il collaborazionismo per affinità col dominatore.

Collaborazionismo ideologico politico fu alimentato da movimenti nazionalisti fascisti; il regime slovacco e quello croato furono attivi nella persecuzione degli ebrei.

La reazione più diffusa alla tracotanza tedesca fu la resistenza. Il movimento della resistenza si sviluppò in diversi movimenti e fu collegato con diverse ideologie. Il punto di contatto tra i vari movimenti fu dato dal nemico comune.

In Europa i movimenti di resistenza utilizzavano:

  • propaganda contro l’occupante,
  • sabotaggi,
  • sostegno delle forze alleate.

In alcuni casi si formarono veri e propri eserciti di liberazione.

I movimenti di resistenza europei dimostrarno che non si voleva cedere alla violenza nazista.

La resistenza in Italia

Sbarco alleato Sicilia

Il 10 luglio 1943 gli alleati anglo americani sbarcarono in Sicilia. L’arrivo sul suolo italiano di truppe nemiche portò alla destituzione di Mussolini. Venne costituito un nuovo governo presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio. Il 25 luglio Badoglio dichiarò che la guerra continuava, mentre segretamentetrattava la resa con gli alleati.

Le truppe tedesche allora iniziarono ad invadere l’Italia.

Le trattative segrete di Badoglio andarono a buon fine e l’8 settembre 1943 venne annunciato l’armistizio tra Italia e alleati anglo-americani.

Dopo l’8 settembre l’Italia era in guerra con la Germania e iniziò così il lungo periodo che ha preso il nome di guerra partigiana.

La resistenza in Italia

La reazione al nazifascismo diede origine in Italia ad un vasto e articolato movimento di resistenza che caratterizzò gli ultimi due anni di guerra. in questo movimento tre erano gli ordini di ideali che animavani i partigiani italiani.

C’era chi combatteva una guerra partiottica, voleva liberare l’Italia dai tedeschi, chi invece lottava contro l’ideologia fascista: combattevano quindi una guerra civile di italiani contro italiani, e chi invece, animato da ideologie di tipo socialista combatteva una lotta di classe, una rivoluzione sociale contro il nazifascismo.

Tutti coloro che entrarono nelle file dei partigiani, erano mossi da almeno una di queste istanze.

Partigiani

Chi erano i partigiani? Alla lotta partigaian aderirono migliaia di italiani di ogni estrazione sociale, di ogni sesso e di ogni età. Tutti erano spinti da una forte motivazione riconducibili alle diverse tipologie di guerra. Tutti avevano in comune in desideri di riscatto, di autonomia e di libertà.

L’8 settembre molti italiani sono convinti che la guerra sia finita, ma si sbagliavano. Inoltre in Italia non c’era più un’autorità a cui appoggiarsi, a cui riferirsi. Per questo gli italiani, civili e militari, devono agire, pensando, in autonomia.

Nel ’43 iniziano anche a riorganizzarsi i partiti antifascisti che erano stati dichiarati fuori legge dal regime.

Nasce il CLN, il Comitato di liberazione nazionale che organizza la resistenza e che in futuro riorganizzerà il paese. All’interno del CLN ci sono diversi orientamenti politici:

  • Liberali, che vogliono ricostruire l’Italia prefascista,
  • Comunisti e socialisti e partito d’azione che vogliono un’Italia fondata su idee socialiste o marxiste,
  • Democristiani, gli eredi del partito popolare di don Sturzo e di Degasperi.

 Lotta partigiana

A Nord gli italiani non fascisti si organizzarono per una guerra di Resistenza, una guerra di liberazione.

Nel 1944 si formò il CVL, Corpo Volontari Libertà, che fu riconosciuto dagli alleati. A Nord si combatteva per riscattarsi, per liberarsi dal giogo nazifascista.

I numeri della resistenza

  • Nel 1943 i partigiani erano solo poche decine di migliaia.
  • Nell’estate del 1944 si contano circa 80 mila partigiani.
  • Nel 1945 sono quasi 200 mila i partigiani italiani.

Organizzazioni partigiane

I partigiani sono organizzati in diversi gruppi, che hanno doversi orientamenti ideologici:

  • Brigate Garibaldi
  • Giustizia e libertà
  • Badogliani
  • Brigate Matteotti

Le attività partigiane sono di guerriglia, con imboscate e sabotaggi.

I nazisti reagiscono alle azioni partigiane con azioni di controguerriglia:

  • eccidi,
  • stragi,
  • violenza,
  • atti terroristici.

L’obiettivo tedesco era quello di spezzare il legame tra popolazione e partigiani.

Stragi

Fosse Ardeatine – Roma – 24 marzo 1944

335 italiani furono uccisi in seguito ad un attentato partigiano in cui persero la vita 32 tedeschi.

Le “Fosse Ardeatine”, sono antiche cave di pozzolana situate nei pressi della via Ardeatina. Furono scelte come luogo dell’esecuzione. Qui vennero occultati i cadaveri degli uccisi. Sono oggi visitabili e sono luogo di cerimonie pubbliche in memoria.

Marzabotto – Emilia

Furono uccisi 335 civili e 7000 ebrei furono deportati; di questi ben 6000 morirono nei campi di concentramento.

In Italia furono allestiti diversi campi di concentramento e uno di sterminio: Risiera San Sabba a Trieste.

Il sostegno alleato

Gli alleati sostennero i partigiani nelle retrovie. La liberazione dell’Italia fu raggiunta grazie al sacrificio di migliaia di partigiani con la collaborazione e il sostegno degli alleati, anche se bisogna dire che i rapporti tra alleati e partigiani non furono sempre sereni e distesi.

Nel giugno del 1944 gli alleati entrarono a Roma. Nell’agosto del 1944 Firenze insorse e si liberò del giogo tedesco. Progressivamente se crearono altre aree libere dai tedeschi e si crearono anche diverse Libere Repubbliche: nelle Langhe, nel Monserrato, a Montefiorino, nell’Ossola, nella valle di Lanzo, in Carnia.

http://www.resistenzaedemocrazia.it/archivi/242-le-repubbliche-partigiane

Il 24 aprile vennero liberate anche Genova, Torino e Milano.

Il 25 aprile il CLN assunse il potere in Italia. Il 25 aprile è ricordato come il giorno della LIBERAZIONE.

Furono 50 mila i partigiani uccisi in quei due anni.

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Novecento storia Storia d'Italia

L’Italia unita

I primi 40 anni della storia d’Italia

Nel 1861 l’Italia contava circa 22 milioni di abitanti. Il sistema economico era preindustriale e lo stato era caratterizzato da eterogeneità amministrativa, giuridica, culturale e linguistica: solo il 20% parla italiano e solo il 3% è alfabetizzato. Le condizioni di vita del popolo sono pessime perché caratterizzate da miseria diffusa, malattie infettive che solo in certe aree sono state debellate, mortalità infantile che ancora è del 20%.

La “Destra storica” al potere – 1861-1876

I primi quindici anni dell’Italia unita sono dominati da un governo di destra che viene definito “Destra storica”.

Il termine “destra” deriva dal fatto che gli uomini politici che appartenevano a questo governo erano dei moderati, eredi della tradizione di Cavour; l’attributo “storica” si riferisce al fatto che questo schieramento ebbe un ruolo storico nella formazione dello Stato italiano. Gli uomini della “Destra storica” provenivano prevalentemente dall’aristocrazia terriera.

Il primo governo dell’Italia era quindi costituito da rappresentanti di una ristretta élite, solo 1,9% degli italiani aveva il diritto di voto. Questi governanti non avevano idea della nuova realtà nazionale e si approcciano con paternalismo a autoritarismo ai movimenti popolari.

Sotto il loro governo:

  1. Venne completata l’unificazione italiana
    • venne combattuta la terza guerra di indipendenza
    • venne completata l’annessione del Lazio e di Roma, dopo la caduta di Napoleone III, che portò alla frattura tra laici e cattolici. In quel momento si aprì una lacerazione sta stato italiano e chiesa cattolica, passata alla storia con il nome di questione romana. La prima Legge che cercò di sanare la frattura fu la legge delle Guarentigie, con la quale vennero regolati i rapporti tra stato e chiesa. La frattura venne sanata però solo con la firma dei Patti lateranensi sottoscritti tra il Regno d’Italia e la Santa Sede l’11 febbraio 1929, che regolano ancora oggi le relazioni tra Stato e Chiesa.
    • venne dichiarata Roma capitale d’Italia.
  2. Venne operato un accentramento politico e amministrativo e fu estesa la legislazione sabauda senza considerare le differenze e le specificità della penisola.
  3. Venne esposta la fragile economia italiana alla spietata concorrenza internazionale, causando non pochi problemi alle fasce di popolazione più fragili.
  4. Venne potenzialo lo sviluppo delle infrastrutture solo al Nord e non al Sud
  5. Furono emanate leggi che misero in difficoltà la popolazione come
    • i tre anni di leva obbligatoria,
    • la tassa sul macinato.

Il sistema elettorale

In realtà sia la Destra che la Sinistra storiche erano espressione di una piccola parte del Paese.

Infatti la legge elettorale del Regno di Sardegna, che venne poi estesa a tutto il Regno d’Italia, prevedeva che avessero diritto al voto solo i cittadini che avessero i seguenti requisiti:

  • essere di sesso maschile;
  • avere compiuto 25 anni di età;
  • pagare almeno 40 lire di imposte annue: si parla quindi di suffragio censitario.

Con questi parametri risultava che:

  • gli aventi diritto al voto erano una percentuale assai ridotta della popolazione, circa il 2% del totale, e circa il 7% della popolazione maschile,
  • si recava alle urne, in media, solo il 50% degli aventi diritto,

Ci rendiamo conto che gli eletti alla Camera dei Deputati erano frutto della scelta di 200.000 cittadini su 22 milioni di abitanti. I membri del Senato erano invece nominati direttamente dal re.

La “piemontesizzazione” dell’Italia

Morto Cavour nel 1861, gli succedette il toscano Bettino Ricasoli.
Il primo problema che il suo governo dovette affrontare fu la scelta dell’assetto amministrativo da dare al Paese.

Venne scelto il modello di Stato accentrato: l’Italia venne divisa in province e il governo nominò per ogni provincia un suo rappresentante, il prefetto. Anche i sindaci dei comuni erano nominati dal governo e ad esso rispondevano: in questo modo i comuni non godevano di alcuna autonomia.

Lo Statuto albertino divenne la Costituzione del Regno d’Italia, così come a tutta Italia vennero estese la legislazione e la moneta piemontese: la lira.

Il brigantaggio

La caduta del Regno borbonico in seguito alla spedizione di Garibaldi aveva fatto nascere nelle masse meridionali la speranza di un rinnovamento non solo politico, ma anche sociale.

Questa speranza fu però ben presto delusa. Infatti il governo, per rientrare dalle spesa dell’unificazione, impose pesanti tasse ai cittadini italiani. Inolre venne imposto il servizio di leva obbligatorio, dapprima di 4 anni, poi di 3 quindi di due.

Questi provvedimenti scatenarono diverse rivolte, in qualche caso condotte anche in nome del papa e dei Borboni. Fu così che il nuovo stato italiano venne identificato come il “nemico”. Contro lo stato nemico si formarono bande di briganti che assaltavano le carceri o incendiavano gli archivi comunali per distruggere i registri di leva e quelli fiscali. Erano considerati nemici anche i ricchi possidenti locali, le cui fattorie venivano saccheggiate.

Questo fenomeno fu definito col termine brigantaggio.

Il brigantaggio fu una vera e propria attività di guerriglia che, nei cinque anni che vanno dal 1860 e il 1865 incendiò diverse zone del Meridione.

A costituire le bande di briganti, composte anche da 400 uomini, spesso erano ex soldati dell’esercito borbonico ormai discolto, disertori, contadini, ma anche criminali veri e propri.

Purtroppo lo stato italiano considerò le rivolte del Sud come un problema di sicurezza nazionale e non come la legittima protesta di ceti che non avevano nulla e non avevano nulla da perdere.

La risposta dei governi della Destra fu quindi quella della repressione militare. Fu una vera guerra civile, italiani conntro italiani. Una guerra che costò migliaia di morti, tra briganti, militari e civili furono impiegati fino a
120.000 soldati.

Tra il 1° giu­gno 1861 e il 31 dicembre 1865, furono uccisi in combattimento 5.212 uomini, chiamati briganti, furono fu­cilati, furono arrestati 5.044 civili, di cui circa 2.000 vennero condannati. Con­tro le bande armate dei briganti del Sud, vengono mobilitate la Guardia Nazionale borghese, la polizia e l’esercito.
https://www.ilsudonline.it/quando-cerano-i-briganti-i-numeri-guerra-civile/

La generale incomprensione dei problemi del Sud da parte del nuovo Stato italiano favorirono anche il diffondersi di quei fenomeni, come la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta, che ancora oggi devastano il nostro paese.

Video sul brigantaggio

La situazione economica

Il neo-Stato italiano era caratterizzato da una pesante situazione di arretratezza:

  • la povertà era diffusa, soprattutto nelle campagne, accompagnata da fame, malattie, ignoranza;
  • la mortalità infantile raggiungeva il 20%;
  • il reddito pro-capite era la metà di quello francese e 2/3 di quello inglese;
  • la rete ferroviaria non superava i 2.000 km a fronte dei 10.000 di quella francese e dei 20.000 di quella inglese;
  • il deficit statale, anche a causa dei pesantissimi costi delle guerre d’Indipendenza era altissimo (ereditato soprattutto dal Regno di Sardegna).

Gli uomini della Destra erano convinti che fosse necessario uno sforzo per raggiungere il pareggio di bilancio, in modo da presentare l’Italia alla comunità internazionale come uno Stato affidabile e in modo da attrarre in Italia i capitali stranieri, indispensabili per lo sviluppo economico del Paese.

La ricerca del pareggio di bilancio venne perseguita soprattutto attraverso lo strumento fiscale. Fu così che il peso delle imposte crebbe rapidamente e suscitò diffuso malcontento tra le classi più povere.

D’altra parte le tasse indirette come la tassa sul macinato andava a gravare la già precaria situazione dei ceti meno abbienti, suscitando in pochi anni malcontento e rivolte. Fu soprattutto l’aumento delle imposte indirette (quelle che gravavano sui consumi di tutti i cittadini) a suscitare questo tipo di reazioni: nel 1868 la tassa sul macinato (in sostanza un’imposta sul pane, il principale alimento della popolazione) suscitò manifestazioni di piazza che furono represse con la violenza.

Il bilancio della repressione contò 257 morti, 1099 feriti e 3788 arrestati.

La tassa sul macinato

«Il mugnaio doveva pagare al fisco la tassa in ragione dei giri; ma a seconda della diversità tra mulino e mulino, anzi da macina a macina, il prodotto di un ugual numero di giri variava… si aggiunga che il mugnaio, tenuto a pagare la tassa in ragione dei giri, nel farsi rimborsare dal cliente… doveva e non poteva altrimenti che conteggiargli la tassa secondo il peso. E giri e peso non andavano mai d’accordo; e fisco, mugnai, clienti, ognuno si riteneva danneggiato e derubato e ingannato.»
Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli ed. Oscar Mondadori vol. 3 – pag. 85 – da https://it.wikipedia.org/wiki/Tassa_sul_macinato

La situazione finanziaria italiana, alla fine del 1866 e nel 1867, era molto grave e raggiungeva un deficit elevatissimo Era necessario garantire entrate straordinarie alle casse dello Stato. Per questo motivo il Ministro delle Finanze Ferrara suggerì l’istituzione della tassa sul macinato. La tassa sul macinato entrò in vigore il 1° gennaio del 1869.

L’Italia essenzialmente era basata su una economia di tipo agricolo e il gettito garantito da questo tipo d’imposizione fu rilevante, smentendo così alcune pessimistiche previsioni. Era un’imposta indiretta, e il relativo importo veniva calcolato in base alla quantità di cereale macinato. All’interno di ogni mulino era applicato un contatore meccanico che conteggiava i giri effettuati dalla ruota macinatrice. La tassa era così calcolata in proporzione al numero dei giri, che dovevano corrispondere alla quantità di cereale macinata. Il tributo doveva essere pagato in contanti, ma l’avventore poteva saldare anche con parte del prodotto che portava a macinare.

Il mugnaio aveva l’obbligo di pagare all’esattore nei modi e tempi stabiliti. Il contatore dei giri veniva installato a spese dello Stato. Alla fine del 1869 furono istallati centottantasei contatori su altrettanti mulini, nel 1870 trentamila e nel 1871 cinquantaduemila.

Politica di libero scambio

Convintamente liberisti i governi della Destra favorirono in tutti i modi il libero scambio:

  • sia all’interno del Paese, abolendo le dogane interne;
  • sia all’esterno del Paese, applicando a tutta l’Italia le tariffe doganali piemontesi, tra le più basse d’Europa.

Spremendo il Paese con la pressione fiscale, la Destra era riuscita nel suo intento di ottenere la parità di bilancio, garantendo credibilità e prestigio internazionale per l’Italia.

Tuttavia la sua azione economica aveva avuto anche pesanti risvolti negativi:

  • la costituzione di un unico mercato interno aveva messo in crisi l’economia meridionale, più debole di quella del Nord;
  • il libero scambio con le nazioni più avanzate aveva esposto la giovane industria italiana ai rischi della concorrenza straniera, con esiti negativi.

Le divisioni nate nello schieramento in seguito a questi risultati contraddittori portarono, nel 1876, alla crisi dell’ultimo governo della Destra storica, presieduto da Marco Minghetti.

1876-1896: La Sinistra storica al potere

La sinistra storica fu un raggruppamento composito e eterogeneo composto da forze imprenditoriali del Nord, dai ceti agrari del Sud, da conservatori e da progressisti. L’estrema eterogeneità del raggruppamento portò a cambiare le maggioranze in base agli interessi particolari dei vari gruppi politici. La Sinistra storica inaugurò il trasformismo, un fenomeno politico per il quale i parlamentari operano uno spostamento di posizione all’interno del Parlamento.

Durante il periodo della sinistra storica si fecero dei combiamento a favore del popolo italiano ma furono di più le parole che le iniziative realmente efficaci.

  • Venne esteso il diritto di voto dal 1,9% al 6,9%.
  • Venne introdotta la scolarità elementare con un biennio obbligatorio.
  • Venne abolita la tassa sul macinato, ma venne anche attivata una politica protezionistica dal 1887 che portò all’aumento dei prezzi del pane e al conseguente peggioramento condizioni di vita delle masse.
  • Venero commissionati diversi studi sulla realtà italiana e in particolare su quella del Sud. Purtroppo però tali studi sulla realtà italiana, sulle differenze tra Nord e Sud, sulla situazione culturale ed economica, dopo esser stati effettuati non vennero per nulla considerati. Il governo non ne tenne conto e non furono quindi attivate strategie di soluzione.
  • Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si assistette alla crescita di movimenti operai in difesa dei lavoratori dell’industria; nacquero le prime camere del lavoro e venne fondato il Partito Socialista Italiano, il primo partito di massa. Il governo però non guardava di buon grado queste iniziative e mantenne un approccio repressivo di fronte a richieste e scioperi dei cittadini.
  • Lo stato intervenne a sostegno dell’industria italiana e diede impulso al sistema bancario per favorire l’industria; ma mentre il Nord decollò, il Sud venne affossato sempre di più.
  • Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento circa 29 milioni di italiani emigrarono verso America Latina e gli Stati Uniti d’America. Non va dimenticato che, in quegli anni, un notevole aiuto al sistema economico italiano arrivò proprio dalle rimesse degli italiani all’estero.

Tra le altre iniziative della Sinistra storica troviamo:

  • la firma della Triplice alleanza nel 1882: l’Italia firma con Germania e Austria un patto di mutuo aiuto in funzione antifrancese.; tale patto venne poi rinnovato nel 1887;
  • l’nizio dell’espansione coloniale verso Corno d’Africa (su pressione delle gerarchie militari e degli armatori) con la conquista 1890 l’Eritrea e la pesante sconfitta ad Adua.

Depretis al governo

Caduto il governo Minghetti, nel marzo del 1876, il re affidò ad Agostino Depretis, capo dell’opposizione, l’incarico di formare un nuovo governo.
Pochi mesi dopo, quando si tennero le elezioni vinse la Sinistra storica, che governò il Paese per vent’anni.

Agostino Depretis – Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia

La Sinistra che salì allora al potere aveva molto ridimensionato la sua originaria visione democratica e comprendeva al suo interno molti esponenti moderati.

Depretis fu presidente del consiglio fino al 1887.

Le principali azioni del suo governo furono:

  • lotta all’analfabetismo,
  • l’abolizione della tassa sul macinato,
  • la riforma elettorale.

La lotta contro l’analfabetismo

Nel 1861 in Italia gli analfabeti erano il 78%.

La Lombardia era la regine col tasso di analfabetismo più basso, il 50%, mentre nel Mezzogiorno la percentuale di analfabeti sfiorava il 90% della popolazione. Nello stesso periodo in Francia era analfabeta il 40% della popolazione, in Gran Bretagna il 25% degli uomini e il 50% delle donne.

Nel 1859 era stata varata in Piemonte la legge Casati che prevedeva l’istruzione elementare gratuita con frequenza obbligatoria per i primi due anni. La legge Casati venne estesa poi all’Italia unita, ma la sua applicazione fu difficile a causa della mancanza di scuole e di insegnanti preparati.

Nel 1877 il governo Depretis elevava l’obbligo scolastico fino a 9 anni di età. Vennero inoltre creati asili d’infanzia e scuole serali per permettere agli adulti di leggere e scrivere.

Tuttavia in molta parte d’Italia continuavano a mancare scuole e maestri e, a causa della diffusa povertà, molti genitori rifiutavano di mandare i propri figli a scuola.

L’abolizione della tassa sul macinato

Molte furono le proteste relative alla tassa sul macinato che colpiva, come sempre le fasce più fragili della popolazione. La tassa fu definitivamente abolita dal governo della sinistra di Depretis a decorrere dal 1° gennaio 1884.

Al momento della sua abrogazione la tassa sul macinato garantiva un gettito di 80 milioni di lire l’anno, che rappresentava una cifra molto ragguardevole. Il bilancio dello Stato subì un duro contraccolpo a seguito della soppressione del tributo.

La riforma elettorale

Nel 1882 viene fatta una riforma elettorale per la quale

  • il suffragio è ancora censitario maschile, ma si dimezzano i requisiti legati al
    reddito – da 40 lire annue di imposte pagate a 20;
  • si abbassa l’età degli aventi diritto da 25 a 21 anni;
  • viene introdotto tra i requisiti richiesti quello di aver frequentato la scuola elementare.

In questo modo gli aventi diritto al voto passano dal 2% al 7% della popolazione pari al 25% dei maschi adulti.

Il trasformismo

Trasformismo: prassi di governo fondata sulla ricerca di una maggioranza mediante accordi e concessioni a gruppi politici eterogenei, e talvolta a singoli esponenti di un partito avverso, allo scopo di impedire il formarsi di una vera opposizione, con particolare riferimento a quella inaugurata dallo statista Agostino Depretis negli anni successivi al 1880.

Nel 1882 la Sinistra storica vince le elezioni, anche se la Destra ottiene un buon risultato; inoltre, per la prima volta viene eletto Andrea Costa un deputato socialista.

In seguito a questo risultato i leader degli schieramenti opposti, Depretis e Minghetti, si accordarono per costruire un’ampia formazione politica di centro che isolasse le “ali estreme” del Parlamento, da un lato i conservatori e reazionari di Destra, dall’altro la nuova Sinistra, definita
Estrema (quella socialista e radicale).

In realtà il trasformismo portò a costituire maggioranze diverse a seconda della legge da approvare, con scambi di favori, non sempre puliti, tra il governo e i parlamentari.

In una parola il trasformismo contribuì in maniera massiccia al dilagare della corruzione.

L’Economia

Negli anni ’70 sorsero le prime grandi industrie italiane (gli stabilimenti chimici Pirelli, le acciaierie Terni, le officine metallurgiche Breda…), anche se l’economia agricola rimaneva comunque prevalente.

Dagli anni ’80 si fecero sentire gli effetti della “grande depressione”. Agrari e industriali reagirono alla crisi chiedendo una protezione doganale alle merci italiane per arginare l’invasione dei prodotti stranieri.

Il governo della Sinistra che, come quello della Destra storica, era stato fino ad allora liberoscambista, accolse queste richieste, adottando alte tariffe doganali sul grano e su vari prodotti industriali.

Ovviamente i paesi stranieri reagirono alzando i dazi sui prodotti italiani.
Il protezionismo doganale ebbe effetti positivi sui prodotti della giovane industria italiana, ma con l’aumento del prezzo del grano (quindi del pane) determinò un grave peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari.


Per molti l’emigrazione (vedi approfiondimento su l’emigrazione italiana) fu una scelta obbligata. Tra il 1881 e il 1901 più di 2 milioni di persone abbandonarono per sempre l’Italia.

Inoltre il protezionismo ebbe effetti negativi sull’agricoltura del Sud, in quanto determinò la crisi dell’agricoltura specializzata (vino, olio, agrumi) che non trovò più sbocco in Europa a causa della ritorsione degli altri paesi.

La politica estera: la Triplice Alleanza e le prime avventure coloniali

L’Italia era alleata della Francia e ostile all’Austria fino dagli accordi di Plombieres.

La Sinistra storica operò una brusca svolta nei rapporti internazionali.

La causa fu l’occupazione francese della Tunisia (1881). Da tempo l’Italia guardava con interesse a quel paese, dove risiedeva una folta comunità di connazionali.

Il successo francese era stato favorito dall’isolamento internazionale dell’Italia. Per uscire da tale isolamento e per ripicca nei confronti della Francia, l’Italia stipulò nel 1882 un’alleanza con l’Austria e con la Germania: la Triplice Alleanza.

Cartolina postale tedesca inneggiante alla Triplice alleanza con i motti “Einigkeit macht stark” (l’unione fa la forza) e “Viribus unitis” (Forze unite). – FONTE https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Triple_Alliance_Einigkeit_macht_stark.jpg

Si trattava di un accordo di natura difensiva: Italia, Austria e Germania si impegnavano ad intervenire in aiuto reciproco solo in caso di aggressione da parte di altri paesi.

Questa alleanza suscitò un’ondata di proteste nell’opinione pubblica italiana. Infatti era chiaro che, stipulando un accordo con l’Austria, l’Italia rinunciava al Trentino e il Friuli Venezia Giulia, le “terre irredente”, che erano ancora sotto la dominazione austriaca.

L’alleanza fu molto vantaggiosa dal punto di vista economico: nuovi capitali tedeschi arrivarono in Ityalia e permisero

  • di finanziare l’industria italiana,
  • di aprire nuove banche come la Banca Commerciale e il Credito Italiano.

Imprese coloniali del governo Depretis

Sempre nel 1882 prese il via l’avventura coloniale italiana. L’esercito italiano occupò una stretta striscia di terra nei pressi della baia di Assab, sul Mar Rosso.

Da lì le truppe italiane partirono, nel 1885, alla conquista di Massaua in Eritrea.

Ma quando gli italiani cercarono di spingere le loro conquiste verso
l’interno del paese, provocarono la reazione del negus Menelik, imperatore d’Etiopia, detta anche allora Abissinia.

Nel gennaio 1887 un reparto di 500 italiani venne massacrato a Dogali
da 7.000 etiopi. L’avventura coloniale italiana cominciava con un disastro.

Il governo Crispi

Nel 1887 Depretis morì. Gli succedette Francesco Crispi, il primo uomo meridionale a diventare presidente del consiglio.

Francesco Crispi – Presidente del Consiglio dei ministri, ministro degli Esteri e ministro dell’Interno del Regno d’Italia

Agrigentino di nascita, Crispi era stato in gioventù fervente democratico e mazziniano; avevqa particpato alla rivolta siciliana del 1848 e alla spedizione dei Mille.

Dopo l’unificazione abbandonò le idee repubblicane e divenne sostenitore della monarchia. Rimase al potere quasi ininterrottamente tra il 1887 e il 1896. Fu grande ammiratore di Bismarck e sostenitore dello Stato autoritario.

Appoggiato dal nuovo re Umberto I accentrò su di sé le cariche di presidente del consiglio, ministro degli Interni e ministro degli
Esteri.

Mai nessuno nell’Italia postunitaria aveva concentrato nelle sue mani tanto potere. In politica estera il suo orientamento ostile alla Francia lo portò a consolidare l’alleanza con la Germania.

La Francia reagì introducendo una tariffa doganale molto pesante sui prodotti italiani, alla quale Crispi rispose innalzando del 50% le tariffe sui prodotti francesi.

Ebbe così inizio una “guerra doganale” che causò una diminuzione del 40% delle esportazioni italiane in Francia.

Poiché la Francia era il nostro primo partner commerciale e il principale acquirente dei prodotti agricoli del nostro Mezzogiorno, ad essere danneggiata fu soprattutto l’economia del Sud Italia.

Sotto il governo Crispi, nel 1889, venne promulgato un nuovo codice penale, il codice Zanardelli. Con esso veniva abolita la pena di morte,
ancora in vigore nei principali Stati europei; veniva inoltre riconosciuta una limitata libertà di sciopero.

Imprese coloniali di Crispi

Nel 1889 Crispi firmò con il negus Menelik, imperatore d’Etiopia, il
Trattato di Uccialli.

Tale trattato fu redatto in due lingue: ù

  • la versione italiana riconosceva i possedimenti italiani in Eritrea e il protettorato italiano su Etiopia e Somalia;
  • la versione in lingua locale, l’amarico, parlava di un semplice patto di amicizia e come tale fu interpretato il trattato da Menelik.

L’intenzione di Crispi era quella di riprendere l’espansione coloniale, ma questo progetto non fu accolto dal Parlamento e Crispi fu costretto alle dimissioni (1891).

Il primo governo Giolitti

Il successore di Crispi, Giovanni Giolitti, dovette subito affrontare un grave problema di ordine pubblico: lo scoppio in Sicilia del un moto di protesta popolare detto dei fasci siciliani.

I fasci siciliani
La puntata è dedicata alle condizioni disumane in cui vivevano i contadini siciliani, poverissimi, arretrati, ancora pienamente nella tradizione dei matrimoni combinati dai genitori e in balia dell’aumento dei prezzi e dell’instabilità dei salari. A questa difficile situazione i braccianti dell’isola risposero con la creazione dei fasci, associazioni spontanee di lavoratori nate con lo scopo di combattere i soprusi, progenitrici delle organizzazioni sindacali e delle lotte operaie.

https://www.raiplay.it/video/2016/11/Puntata-del-27111970-2fa669d7-fca5-4ae2-9744-89a4c3ede8f6.html

Il movimento comprendeva operai, artigiani, minatori e contadini che:

  • protestavano contro le pesanti tasse del governo e contro i latifondisti,
  • rivendicavano una più equa distribuzione delle terre.

Giolitti decise di affrontare la questione con prudenza, senza fare ricorso a misure repressive. Ciò lo fece apparire agli occhi di molti un presidente del Consiglio debole.

Lo scandalo della Banca Romana

Lo scandalo della Banca Romana fu il più grande scandalo politico e finanziario che abbia colpito l’Italia unita.

La Banca Romana era uno dei sei istituti autorizzati dallo Stato a battere moneta.

La legge assegnava a ciascuna banca un preciso numero di banconote da stampare e mettere in circolazione.
Negli anni ’80 si cominciarono a notare delle anomalie relative al numero di biglietti circolanti stampati dalla Banca Romana.

Nel 1889 un’indagine condotta dal senatore Alvisi, su iniziativa del ministro dell’agricoltura, industria e commercio, Luigi Miceli, portò alla luce un fatto gravissimo: esisteva una serie duplicata di banconote che la Banca Romana. aveva messo in circolazione. Questa moneta era stata utilizzata come fondi neri per finanziamenti occulti.

La truffa era stata ideata dal governatore della banca, Bernardo Tanlongo: ogni banconota era contrassegnata da una lettera e da un numero; stampando lo stesso numero su due biglietti diversi si era ottenuto il raddoppio della circolazione monetaria.

Il senatore Alvisi propose di discutere la sua relazione in Parlamento, ma il governo decise di porvi il segreto di Stato. Poco tempo dopo Alvisi morì improvvisamente e misteriosamente. Ma non solo, l’anno successivo Giolitti propose di nominare Tanlongo senatore.

Prima di morire Alvisi, prevedendo l’atteggiamento del governo, raccontò le sue scoperte ad alcuni conoscenti che le trasmisero al parlamentare Napoleone Colajanni. Quest’ultimo denunciò alla Camera la questione della falsificazione e dei finanziamenti occulti della Banca Romana. Solo allora venne avviaa una commissione d’inchiesta che portò all’arresto di Tanlongo.
In quell’occasione si assistette ad un duro scontro politico tra Crispi e Giolitti.

Giolitti, che proteggeva Tanlongo, non aveva mai ricevuto finanziamenti dalla Banca Romana, mentre Crispi, la moglie e altri suoi familiari avevano beneficiato di finanziamenti della Banca Romana.

Giolitti quindi presentò al presidente della Camera dei documenti che provavano le responsabilità di Francesco Crispi, ma lui negò tutto con violenza.

Crispi era sostenuto dal re e grazie a questo sostegno egli tornò a guidare il
governo alla fine del 1893. Si sparse allora la voce che Crispi avrebbe fatto arrestare Giolitti con l’accusa di aver sottratto documenti all’indagine giudiziaria.

Giolitti allora fuggì a Berlino mentre dei giudici molto accomodanti assolsero Bernardo Tanlongo.

La conclusione di questa oscura vicenda fu che tutto il sistema bancario venne riformato e solo un unico istituto bancario, la neonata Banca d’Italia, fu autorizzata a emettere cartamoneta.

Film – Lo scandalo della Banca Romana

Puntata 1

https://www.raiplay.it/video/2017/02/Lo-scandalo-della-Banca-Romana—E1-548fc4b5-9c3e-4876-b0e7-252bc000018f.html

Puntata 2

https://www.raiplay.it/video/2017/02/Lo-scandalo-della-Banca-Romana—E2-018a6e52-4280-40ea-9353-d3a585908cee.html

Il ritorno di Crispi

Tornato al potere, Crispi represse militarmente il movimento di protesta siciliano. Successivamente Crispi tornò a rivolgersi alla politica coloniale con la pretesa che l’Etiopia rispettasse la versione italiana del trattato di Uccialli.

Il rifiuto di Menelik portò all’invasione italiana del paese. Per l’Italia la spedizione militare si risolose in un completo disastro: sconfitti ad Amba Alagi (1895), poi a Maccalè (1896), nel marzo 1896 16.000 soldati italiani si scontrarono con 70.000 abissini nei pressi di Adua.

Fu una carneficina: 7.000 italiani rimasero uccisi, 3.00 furono fatti prigionieri. Travolto dalle critiche Crispi fu costretto a rassegnare le dimissioni e a ritirarsi per sempre dalla vita politica.

L’Italia fu allora costretta a firmare un nuovo trattato in cui, rinunciando ad ogni pretesa sull’Etiopia, accettava di limitare il proprio dominio coloniale a Somalia ed Eritrea.

La crisi di fine secolo

Alla fine del secolo in Italia come in Europa, si assistette all’aumento dei conflitti sociali e sindacali.

In Italia dilagava la crisi economica e il popolo era stanco di soffrire la fame. Nel 1898 un improvviso innalzamento de prezzo del pane provocò una’ondata di manifestazioni che percorse l’Italia intera.

La risposta politica fu autoritaria.

L’eccidio di Milano

Ai moti spontanei di rivolta popolare, quando il popolo affamato assalì forni e mulini, il 6 maggio 1898, a Milano il governo ordinò che si sparasse sulla folla.

Fu un grave episodio di violenza. Di fronte alla popolazione che manifestava e protestava contro la crisi economica e l’aumento del prezzo del pane, il generale Fiorenzo Bava Beccaris ordinò ai soldati di sparare, con i cannoni, sulla folla.

Ci furono più di un centinaio di morti e quasi 500 feriti.

Molti dirigenti dell’opposizione, soprattutto socialisti, furono arrestati,
la libertà di stampa fu decisamente limitata e il generale Bava Beccaris fu elogiato dal governo, e dal re Umberto I; il generale fu inoltre decorato, da Umberto stesso, con un’importante onorificenza militare.

Il nuovo capo del governo Luigi Pelloux tentò di far approvare una serie di norme che restringevano notevolmente le libertà di stampa e di riunione, ma il suo progetto fallì grazie alla decisa azione dell’opposizione.

Pelloux fu costretto a dimettersi e le elezioni del 1900 diedero buoni risultati per l’opposizione, in particolare per i socialisti.

Ma nel luglio del 1900 l’anarchico Gaetano Bresci, per vendicare i morti di Milano, uccise, a Monza, il re Umberto I.

A sinistra: Achille Beltrame, L’assassinio di Re Umberto I a Monza, “La Domenica del
Corriere”, 5 agosto 1900.
A destra un’immagine degli scontri a Milano fra i reparti del Generale Bava Beccaris e i dimostranti, 1898.

In questa drammatica situazione il nuovo re, Vittorio Emanuele III, decise di affidare il nuovo governo a Giuseppe Zanardelli, l’autore del nuovo codice penale. A fianco di Zanardelli, come ministro dell’Interno vi era Giovanni Giolitti.

La svolta autoritaria fu così bloccata dall’opposizione parlamentare della parte socialista che propose di aprire il dialogo e non le armi.

Svolta liberale

Dopo la crisi di fine secolo, non era facile governare l’Italia che si muoveva tra sviluppo industriale e mobilitazione classi popolari. L’Italia venne governata fino alla Prima Guerra Mondiale dai liberali.

Due erano gli orientamenti in quel periodo nel mondo liberale:

  • il Liberalismo conservatore di Sonnino che voleva il rafforzamento del potere esecutivo con una monarchia più forte e il parlamento sottomesso a potere monarchico;
  • il Liberalismo riformista di Giolitti che credeva nella centralità del parlamento e voleva l’integrazione di partiti socialisti e ceti popolari.

Dal 1901 al 1914 Giolitti esercitò un’influenza così notevole nella vita politica italiana che questo periodo viene conosciuto come età giolittiana – vedi capitolo Italia giolittiana

Fonti

  • http://www.ipsiameroni.it/files/Materiali_didattici/Storia/Galati/Italia%20post-unitaria.pdf
  • https://www.finanze.gov.it/it/il-dipartimento/fisco-e-storia/i-tributi-nella-storia-ditalia/1868-1884-tassa-sul-macinato/#:~:text=Alla%20fine%20del%201869%20furono,dal%201%C2%B0%20gennaio%201884.
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Racconti di Guareschi

Don Camillo e Peppone

Don Camillo e Peppone sono due personaggi usciti dalla penna di Giovannino Guareschi, scrittore e giornalista italiano. Le vicende di Peppone e don Camillo sono state raccontate in diversi film.

I film su don Camillo

Don Camillo

https://www.youtube.com/watch?v=xLrc948nMtE

Il ritorno di don Camillo

Don Camillo e l’onorevole Peppone

Il compagno don Camillo

https://www.facebook.com/watch/?v=695381457798423

Libro – Gente così Mondo piccolo

di Giovannino Guareschi. BUR Rizzoli Milano 1980

Gente così – Mondo piccolo è una raccolta di racconti di Guareschi. I racconti sono stati scritti tra il 1948 e il 1953 e pubblicati postumi nel 1980.

I racconti sono ambientati in un non ben definto piccolo centro della bassa padana. I racconti narrano le vicende di don Camillo, parroco di campagna, e Peppone, Giuseppe Bottazzi, meccanico del paese, comunista e sindaco. I racconti narrano le vicende verosimili dei due personaggi, entrambi dotati di carattere forte, che portano due istanze opposte e in perenne conflitto: il mondo cattolico e quello comunista.

Audio – Un caso di coscienza

Il militante comunista Stràziami restituisce la tessera del partito dopo esser stato umiliato da uno dei suoi. Gli avevano consegnato un pacco di viveri arrivati grazie al sostegno degli USA. Il pacco era stato strappato dalle mani di suo figlio e lui era stato addirittura schiaffeggiato.

Audio – Gli irregolari

Lo Smilzo convive con la Moretta; i due non si vogliono sposare. In paese al gente mormora. Quando poi nasce una bambina sia Peppone che don Camillo si mobilitano. Come andrà a finire?

Audio – Le due strade

Da quando il Sant’Uffizio ha scomunicato i comunisti, Peppone e i suoi compagni hannpo smesso di andare in chiesa. Don Camillo allora, dopo un acceso dibattito con il Crocifisso, decide di far visita a Peppone.

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Umanesimo e Rinascimento

Significato

Le parole Umanesimo e Rinascimento (1400-1550) identificano un movimento culturale che si sviluppa in Italia. Qui, prima che altrove nel mondo, si era sviluppata una classe borghese che voleva sentirsi autonoma da qualunque potere istituzionale, laico o ecclesiastico che fosse.

Umanesimo e Rinascimento rinnovano la cultura, l’arte e il pensiero filosofico mentre nel resto dell’Europa sanguinose guerre civili portano alla formazione delle monarchie assolutistiche nazionali. Mentre in Europa i nobili feudali non sopportano d’essere governati da un potere centrale, la borghesia sostiene la stabilità dei governi perchè necessita, per lo sviluppo delle attività commerciali, di un unico mercato nazionale.

Centralità dell’uomo

Gli umanisti affermano la centralità dell’uomo, l’antropocentrismo, e portano la loro attenzione sulla natura. Umanesimo e Rinascimento spostano l’attenzione dal divino al terreno. Anche la divinità è considerata un’entità astratta di tipo filosofico da consocere e studiare. L’oscurantiso ecclesiale porta umanisti e uonimi del Rinascimento a trattare di religione per non andare incontro a spiacevoli conseguenze nei confronti del potere clericale.

Il Medioevo teorizzava il rispetto ai dogmi della fede, alle tradizioni religiose e all’autorità ecclesiastica, mentre la nuova sensibilità pone le priorità alle percezionei dei sensi, della ragione e dell’esperienza.

Per evitare ritorsioni gli umanisti sostengono la teoria della “doppia verità”, per cui alcune idee possono essere vere in campo filosofico e false in campo teologico. La differenza è relativa al contesto di riferimento. L’obiettivo è quello di dimostrare che ragione e fede possono marciare separate.

La nuova sensibilità del Quattrocento e del Cinquecento vuole che l’uomo sia libero di credere, senza imposizioni dovute a tradizioni o poteri costituiti.

Gli uomini del Rinascimento inoltre non danno molta importanza agli effetti della riforma protestante. Infatti tutto il movimento luterano e le reazioni della Chiesa vengono viste solo come leoote tra religioni, uguali tra loro, semplicemente in conflitto.

Gli intellettuali umanisti credo in un movimento laico in opposizione culturale, e non politica, a tutte le religioni, che considerano tra loro equivalenti.

Quando parlano di religione lo fanno in maniera razionale, non mistica o teologica. Gli umanisti inoltre sono cosmopoliti, tolleranti ed ecumenici, aperti al confronto razionale.

Per l’Umanesimo il concetto di “anima”, identifica qualcosa di astratto, di carattere universale e non individuale, una componente di natura psichica, legata alle funzioni del corpo.

Quando trattano di scienza, gli umanisti si riferiscono all’induzione esperienziale e non sulla logica deduttiva di Aristotele, per loro vuota di contenuto.

L’Umanesimo però apprezza Platone e Aristotele nella misura in cui da questi filosofi emerge un certo interesse per la scienza e la tecnica: matematica, fisica, astronomia, botanica…

Nel Medioevo tutta la realtà sensibile era stata vista solo per il suo valore simbolico, ora invece si guarda alla realtà in cui l’uomo è inserito.

Il pensiero umanista va a cercare di leggere di nuovo i filosofi dell’antichità, ma vuole ritrovare il messaggio originario, non filtrato dal pensiero medievale permeato di divino.

L’umanista guarda all’uomo, all’individuo borghese, al cortigiano al servizio di una signoria, al mercante, all’imprenditore, all’artigiano, al libero professionista, all’intellettuale, e all’artista. Nobiltà e clero gli interessano ben poco.

Ma non hanno interesse né per il mondo contadino né per quello operaio.

Non sono interessati al pensiero della Chiesa romana e neppure all’unificazione nazionale in quanto pensano che lo Stato della chiesa sia una realtà troppo forte per essere abbattuta.

Cercano di scoprire le leggi che regolano la natura; per questo si servono di magia, alchimia, astrologia e studiano anche matematica, geometria e medicina. A breve nascerann i primi studi di anatomia.

Gli umanisti applicano generalmente la matematica e la geometria all’arte, all’architettura e alla cartografia.

In campo artistico non c’è più l’interesse a guardare il mondo come la rappresentazione del divino; quindi si guarda alla relatà con occhio che osserva. Si scoprono così le leggi della prospettiva che portano alla rappresentazione tridimensionale della realtà.

Si sviluppa la ritrattistica: non più solo ritratti di santi, ma nobili e borghesi, principesse e cortigiani, popolane e animali vengono ritratti dagli artisti dell’epoca. Le opere a tema religioso vengono sostituite da soggetti kegati alla vita di nobili e borghesi.

Quando il mondo islamico occupa l’area greco-balcanica arrivano nella penisola italica intellettuali greco-bizantini. e portano con sé testi della cultura greca e bizantina. Si aprono così nuovi campi di studio: si riprendono gli studi della lingua greca classica, si leggono in originale i testi della filosofia greca e ci si riappropria del significato originale.

Il filologo umanista Lorenzo Valla scopre che la Donazione di Costantino, documento sul quale la santa Romana Chiesa fondava il suo potere temporale, è un falso realizzato nel VIII secolo e non un documento del IV secolo d. C..

Si inzia a riflettere sull’Universo: si afferma l’idea dell’infinità dello spazio e del tempo; si ritiene che non ci sia né un centro né una periferia.

Se l’uomo è al centro dell’universo, lo è solo in senso morale, non fisico, in quanto la Terra fa parte di un sistema solare fra tanti: si rifiuta il geocentrismo medievale a favore dell’idea che possa esistere una pluralità di mondi, magari anche abitabili.

Si ritiene che microcosmo (uomo, pianeta terra) e macrocosmo (universo) coincidano. Si ritiene che la divinità non sia più grande dell’universo che la contiene. Se l’universo è infinito deve essere anche eterno.

Alcuni umanisti come Tommaso Moro, con la sua Utopia, e Tommaso Campanella con La città del Sole, capiscono l’importanza di abolire la proprietà privata almeno per i fondamentali mezzi produttivi. Il filosofo Montaigne capisce che ogni cultura è relativa e che probabilmente le culture primitive sono superiori in quanto basate sulla semplicità.

Arte nell’Umanesimo

Vi propongo un video sull’arte del Quattrocentro. In questo video si parla di tre grandi artisti che hanno fatto la storia dell’arte e che hanno dato via al Rinascimento. 

Brunelleschi

Opere di Brunelleschi

https://www.youtube.com/watch?v=8j26b4KR_q

Donatello

David di Donatello

Masaccio

Trinità di Masaccio

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  • parli dell’artista, della sua vita e delle sue opere più importanti,
  • presenti l’opera che avete approfondito,
  • spieghi i motivi per cui avete scelto quell’artista,
  • racconti le emozioni che la sua opera suscita in te.

Arte nel Rinascimento

Michelangelo

Video su Michelangelo

Il Giudizio Universale

La pietà

Basilica di San Pietro

Raffaello Sanzio

Lo sposalizio della vergine

Pala Colonna

La trasfigurazione

Leonardo da Vinci

Leonardo inventore

Leonardo pittore

La vergine delle rocce

La Gioconda

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