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Biografia

Grazia Deledda è l’unica scrittrice italiana ad essere stata insignita del Premio Nobel per la Letteratura. Nonostante questo riconoscimento metta in evidenza l’indubbio valore delle opere della scrittrice, per i critici letterari italiani la Deledda non è abbastanza importante da essere inserita nei manuali di Storia della Letteratura. Infatti nei programmi scolastici raramente accade di incontrarla. Come mai?

Probabilmente fu solo una questione di genere. Ma prima di affrontare l’argomento scopriamo qualcosa di più sulla sua vita.

Grazia Deledda nasce a Nuoro il 28 settembre 1871 da una famiglia benestante, è la quinta di sette figli.

Grazia di nome e di fatto, la Deledda è ricordata come una donna gentile e piena di grazia, sia nella vita quotidiana che nei suoi numerosi scritti.

Frequenta le scuole elementari solo fino alla quarta elementare perché non era consuetudine che le ragazze frequentassero ulteriormente la scuola.

Fortunatamente in casa dispone di una ricca biblioteca a casa prosegue da autodidatta la sua formazione. Curiosa di natura costruisce quasi da sè il suo sapere. Per un certo periodo viene seguita negli studi da un docente di lettere che parlava diverse lingue e che le fa immaginari orizzonti più ampi di quelli della Barbagia. Lei nutre da giovane la passione per la scrittura e costruirà con determinazione la sua strada.

Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente.

Se continua minacciatelo di diseredarlo.

Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri.

Grazia Deledda

L’infanzia e la giovinezza di Grazia Deledda sono segnate da una serie di tragedie famigliari: il fratello più vecchio alcolizzato, il più giovane arrestato per furto, il padre e la sorella morti prematuramente.

Grazia Deledda ha però una passione e un dono: scrivere. Attraverso la narrazione trova una via d’uscita dalle fatiche della vita.

A soli 15 anni un giornale locale pubblica la sua prima novella. Questo le dà coraggio, invia i suoi scritti a intellettuali, scrittori e giornali e inizia a collaborare con alcune riviste: scrive novelle in cui racconta le vicende di uomini e donne sarde, cantando le tradizioni della sua terra e la natura della sua gente.

A Nuoro però non amano questi suoi scritti: non è consueto che una donna scriva e la disapprovazione dei suoi concittadini riverbera attorno a lei. Addirittura un giorno, durante la santa Messa, il sacerdote interrompe l’omelia per intimare a Grazia Deledda di smettere di scrivere.

La giovane è sempre più insofferente per quell’ambiente ostile in cui vive e sogna di trasferirsi a Roma. Ma per una giovane donna di buona famiglia l’unico modo per riuscire ad andare via dal paese è un matrimonio. Un giorno, ad una festa conosce un giovane mantovano Palmiro Madesani, un funzionario del Ministero delle Finanze. In pochissimo tempo lui le chiede la mano e in meno di due mesi i due sono sposati e trasferiti a Roma.

A Roma Grazia Deledda vive due vite in una: nella maggior parte della giornata è moglie fedele, madre affettuosa e padrona di casa accorta, ma nel pomeriggio tra le 15.30 e le 17.00 si richiude nel suo studio e scrive.

La Deledda è la prima scrittrice che fa solo la scrittrice, che vive e mantiene la famiglia grazie ai proventi dei suoi libri. Infatti anche il marito, che era funzionario pubblico, ad un certo punto lascia il suo lavoro per curare gli affari legati alle pubblicazioni della consorte.

A Roma conosce molti intellettuali e molte scrittrici e artiste dell’epoca: diventa amica di Eleonora Duse, la celebre attrice, di Matilde Serao e di Sibilla Aleramo, due importanti scrittrici italiane. Con loro si incontra regolarmente, assieme vivono una relazione di sorellanza umana e intellettuale; si scambiano anche numerose lettere dalle quali emerge che, pur essendo amiche, continuano a usare tra loro la forma di cortesia.

In quarant’anni di carriera Grazia Deledda pubblica 56 opere tra novelle romanzi e testi teatrali. Di alcune delle sue opere viene realizzata anche una versione cinematografica.

Nel 1927 le viene conferito il premio Nobel per la letteratura, prima e unica donna italiana ad essere insignita di tale riconoscimento.

Le motivazioni per cui le viene assegnato il premio sono queste.

«Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano».

Motivazioni lette alla consegna del Nobel nel 1927

In quel periodo la Deledda è malata, viene colpita da un tumore, viene operata e si ristabilisce abbastanza bene.

Grazia Deledda muore nell’agosto del 1936 a Roma. Viene sepolta nel Cimitero del Verano, ma nel 1959 la sue spoglie vengono traslate, su richiesta della famiglia, in una chiesetta ai piedi del Monte Ortobene, che lei aveva amato molto e che aveva decantato in una delle sue ultime opere.

Periodo storico e letterario

Grazia Deledda vive nel periodo della Belle époque durante la giovinezza, conosce la tragedia della Prima Guerra Mondiale e quella del regime totalitario fascista. Vive quindi i sogni e le illusioni di leggerezza del primo Novecento che vengono poi violentemente infrante dalla violenza della Grande Guerra e del regime di Mussolini.

Dal punto di vista letterario vive nell’epoca del Verismo e del Decadentismo. È consuetudine degli storici della letteratura inserire correnti letterarie e autori sotto facilitanti etichette. Si fa questo per facilitare la categorizzazione del sapere.

Quando Grazia Deledda si è presentata, col suo prepotente successo, sul panorama nazionale e internazionale gli storici della letteratura si sono limitati a tacerne. E anche ora, sui libri di testo, si trovano poche tracce del passaggio della Deledda. Come mai è accaduto questo?

Probabilmente i motivi sono due e possiamo entrambi definirli questioni di genere.

Infatti innanzitutto la Deledda è una donna e, nell’Italia maschilista e conservatrice, le donne sono viste bene solo ai fornelli.

Inoltre la Deledda ha davvero esagerato perché suo marito ha addirittura lasciato il suo lavoro, un lavoro di prestigio, per fare l’agente della moglie.

Nell’ambiente letterario italiano Grazia Deledda è più criticata che apprezzata: girano caricature che la rappresentano come una donna arcigna e i più gentili la ritengono una “casalinga prestata alla letteratura”. Si pensi che anche Luigi Pirandello, uomo di indiscussa levatura morale e di sottile intelligenza, scrive un romanzo intitolato “Suo marito” in cui parla di un uomo che lascia il lavoro per essere lo zerbino della moglie scrittrice. Però, l’editore a cui Pirandello si rivolge, si rifiuta di pubblicarlo!

Gli intellettuali italiani non sono abituati a misurarsi con una donna di straordinario successo, straordinario perché lei è forse la prima che fa solo la scrittrice. Tutti gli altri suoi colleghi fanno gli insegnanti, o i giornalisti, o si dedicano ad attività commerciali. Lei è donna e scrittrice e vive e mantiene la famiglia. C’è di che essere invidiosi!

Ma per quanto riguarda il genere va fatto anche un secondo ragionamento: i critici letterari leggono le sue opere e cercano di collocarla sotto le etichette dell’epoca, ma le opere di Grazia Deledda sfuggono alle categorizzazioni: non risulta né verista né esponente del Decadentismo. E allora? Se non le si riesce ad appiccicare un genere tanto vale cancellarla dalla storia della letteratura. E così viene fatto.

Ma se i critici non la considerano, il pubblico la ama, tanto che le sue opere vengono tradotte in molte lingue e vengono amate da generazioni di lettori.

Le opere più importanti di Grazia Deledda

Moltissime sono le opere di Grazia Deledda.

Il romanzo forse più famoso è Canne al vento, pubblicato nel 1913. I protagonisti di questo romanzo sono due: la amata Sardegna e la sua gente, un popolo reso duro dalle fatiche e dai cambiamenti che arrivano con la modernità. La metafora dell’uomo come una fragile canna era già stato utilizzato dal filosofo Blaise Pascal che aveva definito l’uomo una “canna pensante”.

“Siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.”

Grazia Deledda

Il romanzo è stato tradotto in inglese ed ha avuto un incredibile successo anche all’estero.

Il romanzo Cenere è stato pubblicato a puntate a partire dal 1903 a Firenze. Viene edito in unico volume solo l’anno successivo. Narra la vicenda di Oli, giovane donna che, innamoratasi di un uomo sposato, si trova incinta e sola. Ma quando il bambino giunge all’età di sette anni Oli decide di abbandonarlo sulla porta della casa paterna. Il romanzo incarna l’idea che gli errori dei genitori ricadano sui figli, perché quando il figlio diventa adulto e rintraccia la madre, viene investito dal disonore materno e, per questo, viene lasciato dalla fidanzata.

Questo romanzo trova poi anche una libera versione cinematografica con la celebre Eleonora Duse.

Il romanzo Edera viene pubblicato nel 1907 in lingua tedesca e solo l’anno successivo in Italia. Viene tradotto poi in diverse lingue anche di Edera viene realizzata la versione cinematografica nel 1950.

È ambientato in Sardegna e racconta la decadenza di una famiglia che ha molti poderi ma anche moltissimi debiti. Sullo sfondo di una situazione familiare complessa si snodano le vicende amorose di Paulu, uno dei componenti della nobile famiglia.

Moltissime sono le novelle scritte da Grazia Deledda. Di seguito alcune novelle in versione originale.

Il pensiero e la poetica di Grazia Deledda

Grazia Deledda racconta le storie di terre, di popoli e di esseri umani.

Lei fugge dai ristretti orizzonti sardi ma ama profondamente la sua Sardegna e racconta le tradizioni delle popolazioni sarde, con i loro riti e le loro tradizioni.

Racconta storie d’amore e di passione, parla di sofferenza e di morte, di gelosie e di vendette. Molti dei suoi personaggi sono statici, alcuni invece sono dinamici, cioè evolvono, ma solo quando scelgono di affrontare i loro limiti.

I suoi sono i personaggi di un’epoca di grandi cambiamenti che devono affrontare la decadenza di un mondo e le novità del nuovo che avanza.

Nelle novelle Il dono di Natale e Pasqua si raccontano sia costumi e tradizioni sarde che alcuni meccanismi dell’animo umano.

Novella – Il dono di Natale

Video con lettura integrale del testo della novella dono di Natale

“Dedicato a chi ama i regali di Natale ed è curioso di sapere qual è il dono fatto a Lia e anche quello fatto a Felle. A chi ama le storie che ricordano le nostre tradizioni. A chi ama mangiare cose buone, soprattutto i dolci. A tutti i bambini e a chi ha il cuore bambino”.

I cinque fratelli Lobina, tutti pastori, tornavano dai loro ovili, per passare la notte di Natale in famiglia.

Era una festa eccezionale, per loro, quell’anno, perché si fidanzava la loro unica sorella, con un giovane molto ricco.

Come si usa dunque in Sardegna, il fidanzato doveva mandare un regalo alla sua promessa sposa, e poi andare anche lui a passare la festa con la famiglia di lei.

E i cinque fratelli volevano far corona alla sorella, anche per dimostrare al futuro cognato che se non erano ricchi come lui, in cambio erano forti, sani, uniti fra di loro come un gruppo di guerrieri.

Avevano mandato avanti il fratello più piccolo, Felle, un bel ragazzo di undici anni, dai grandi occhi dolci, vestito di pelli lanose come un piccolo San Giovanni Battista; portava sulle spalle una bisaccia, e dentro la bisaccia un maialetto appena ucciso che doveva servire per la cena.

Il piccolo paese era coperto di neve; le casette nere, addossate al monte, parevano disegnate su di un cartone bianco, e la chiesa, sopra un terrapieno sostenuto da macigni, circondata d’alberi carichi di neve e di ghiacciuoli, appariva come uno di quegli edifizi fantastici che disegnano le nuvole.

Tutto era silenzio: gli abitanti sembravano sepolti sotto la neve.

Nella strada che conduceva a casa sua, Felle trovò solo, sulla neve, le impronte di un piede di donna, e si divertì a camminarci sopra. Le impronte cessavano appunto davanti al rozzo cancello di legno del cortile che la sua famiglia possedeva in comune con un’altra famiglia pure di pastori ancora più poveri di loro. Le due casupole, una per parte del cortile, si rassomigliavano come due sorelle; dai comignoli usciva il fumo, dalle porticine trasparivano fili di luce.

Felle fischiò, per annunziare il suo arrivo: e subito, alla porta del vicino si affacciò una ragazzina col viso rosso dal freddo e gli occhi scintillanti di gioia.

– Ben tornato, Felle.

– Oh, Lia! – egli gridò per ricambiarle il saluto, e si avvicinò alla porticina dalla quale, adesso, con la luce usciva anche il fumo di un grande fuoco acceso nel focolare in mezzo alla cucina.

Intorno al focolare stavano sedute le sorelline di Lia, per tenerle buone la maggiore di esse, cioè quella che veniva dopo l’amica di Felle, distribuiva loro qualche chicco di uva passa e cantava una canzoncina d’occasione, cioè una ninnananna per Gesù Bambino.

– Che ci hai, qui? – domandò Lia, toccando la bisaccia di Felle. – Ah, il porchetto. Anche la serva del fidanzato di tua sorella ha già portato il regalo. Farete grande festa voi, – aggiunse con una certa invidia; ma poi si riprese e annunziò con gioia maliziosa: – e anche noi!

Invano Felle le domandò che festa era: Lia gli chiuse la porta in faccia, ed egli attraversò il cortile per entrare in casa sua.

In casa sua si sentiva davvero odore di festa: odore di torta di miele cotta al forno, e di dolci confezionati con buccie di arance e mandorle tostate. Tanto che Felle cominciò a digrignare i denti, sembrandogli di sgretolare già tutte quelle cose buone ma ancora nascoste.

La sorella, alta e sottile, era già vestita a festa; col corsetto di broccato verde e la gonna nera e rossa: intorno al viso pallido aveva un fazzoletto di seta a fiori; ed anche le sue scarpette erano ricamate e col fiocco: pareva insomma una giovane fata, mentre la mamma, tutta vestita di nero per la sua recente vedovanza, pallida anche lei ma scura in viso e con un’aria di superbia, avrebbe potuto ricordare la figura di una strega, senza la grande dolcezza degli occhi che rassomigliavano a quelli di Felle.

Egli intanto traeva dalla bisaccia il porchetto, tutto rosso perché gli avevano tinto la cotenna col suo stesso sangue: e dopo averlo consegnato alla madre volle vedere quello mandato in dono dal fidanzato. Sì, era più grosso quello del fidanzato: quasi un maiale; ma questo portato da lui, più tenero e senza grasso, doveva essere più saporito.

– Ma che festa possono fare i nostri vicini, se essi non hanno che un po’ di uva passa, mentre noi abbiamo questi due animaloni in casa? E la torta, e i dolci? – pensò Felle con disprezzo, ancora indispettito perché Lia, dopo averlo quasi chiamato, gli aveva chiuso la porta in faccia.

Poi arrivarono gli altri fratelli, portando nella cucina, prima tutta in ordine e pulita, le impronte dei loro scarponi pieni di neve, e il loro odore di selvatico. Erano tutti forti, belli, con gli occhi neri, la barba nera, il corpetto stretto come una corazza e, sopra, la mastrucca [1].

Quando entrò il fidanzato si alzarono tutti in piedi, accanto alla sorella, come per far davvero una specie di corpo di guardia intorno all’esile e delicata figura di lei; e non tanto per riguardo al giovine, che era quasi ancora un ragazzo, buono e timido, quanto per l’uomo che lo accompagnava. Quest’uomo era il nonno del fidanzato. Vecchio di oltre ottanta anni, ma ancora dritto e robusto, vestito di panno e di velluto come un gentiluomo medioevale, con le uose di lana sulle gambe forti, questo nonno, che in gioventù aveva combattuto per l’indipendenza d’Italia, fece ai cinque fratelli il saluto militare e parve poi passarli in rivista.

E rimasero tutti scambievolmente contenti.

Al vecchio fu assegnato il posto migliore, accanto al fuoco; e allora sul suo petto, fra i bottoni scintillanti del suo giubbone, si vide anche risplendere come un piccolo astro la sua antica medaglia al valore militare. La fidanzata gli versò da bere, poi versò da bere al fidanzato e questi, nel prendere il bicchiere, le mise in mano, di nascosto, una moneta d’oro.

Ella lo ringraziò con gli occhi, poi, di nascosto pure lei, andò a far vedere la moneta alla madre ed a tutti i fratelli, in ordine di età, mentre portava loro il bicchiere colmo.

L’ultimo fu Felle: e Felle tentò di prenderle la moneta, per scherzo e curiosità, s’intende: ma ella chiuse il pugno minacciosa: avrebbe meglio ceduto un occhio.

Il vecchio sollevò il bicchiere, augurando salute e gioia a tutti; e tutti risposero in coro.

Poi si misero a discutere in un modo originale: vale a dire cantando. Il vecchio era un bravo poeta estemporaneo, improvvisava cioè canzoni; ed anche il fratello maggiore della fidanzata sapeva fare altrettanto.

Fra loro due quindi intonarono una gara di ottave, su allegri argomenti d’occasione; e gli altri ascoltavano, facevano coro e applaudivano.

Fuori le campane suonarono, annunziando la messa.

Era tempo di cominciare a preparare la cena. La madre, aiutata da Felle, staccò le cosce ai due porchetti e le infilò in tre lunghi spiedi dei quali teneva il manico fermo a terra.

– La quarta la porterai in regalo ai nostri vicini – disse a Felle: – anch’essi hanno diritto di godersi la festa.

Tutto contento, Felle prese per la zampa la coscia bella e grassa e uscì nel cortile.

La notte era gelida ma calma, e d’un tratto pareva che il paese tutto si fosse destato, in quel chiarore fantastico di neve, perché, oltre al suono delle campane, si sentivano canti e grida.

Nella casetta del vicino, invece, adesso, tutti tacevano: anche le bambine ancora accovacciate intorno al focolare pareva si fossero addormentate aspettando però ancora, in sogno, un dono meraviglioso.

All’entrata di Felle si scossero, guardarono la coscia del porchetto che egli scuoteva di qua e di là come un incensiere, ma non parlarono: no, non era quello il regalo che aspettavano. Intanto Lia era scesa di corsa dalla cameretta di sopra: prese senza fare complimenti il dono, e alle domande di Felle rispose con impazienza:

– La mamma si sente male: ed il babbo è andato a comprare una bella cosa. Vattene.

Egli rientrò pensieroso a casa sua. Là non c’erano misteri né dolori: tutto era vita, movimento e gioia. Mai un Natale era stato così bello, neppure quando viveva ancora il padre: Felle però si sentiva in fondo un po’ triste, pensando alla festa strana della casa dei vicini.

Al terzo tocco della messa, il nonno del fidanzato batté il suo bastone sulla pietra del focolare.

– Oh, ragazzi, su, in fila.

E tutti si alzarono per andare alla messa. In casa rimase solo la madre, per badare agli spiedi che girava lentamente accanto al fuoco per far bene arrostire la carne del porchetto.

I figli, dunque, i fidanzati e il nonno, che pareva guidasse la compagnia, andavano in chiesa. La neve attutiva i loro passi: figure imbacuccate sbucavano da tutte le parti, con lanterne in mano, destando intorno ombre e chiarori fantastici. Si scambiavano saluti, si batteva alle porte chiuse, per chiamare tutti alla messa.

Felle camminava come in sogno; e non aveva freddo; anzi gli alberi bianchi, intorno alla chiesa, gli sembravano mandorli fioriti. Si sentiva insomma, sotto le sue vesti lanose, caldo e felice come un agnellino al sole di maggio: i suoi capelli, freschi di quell’aria di neve, gli sembravano fatti di erba. Pensava alle cose buone che avrebbe mangiato al ritorno dalla messa, nella sua casa riscaldata, e ricordando che Gesù invece doveva nascere in una fredda stalla, nudo e digiuno, gli veniva voglia di piangere, di coprirlo con le sue vesti, di portarselo a casa sua.

Dentro la chiesa continuava l’illusione della primavera: l’altare era tutto adorno di rami di corbezzolo coi frutti rossi, di mirto e di alloro: i ceri brillavano tra le fronde e l’ombra di queste si disegnavano sulle pareti come sui muri di un giardino.

In una cappella sorgeva il presepio, con una montagna fatta di sughero e rivestita di musco: i Re Magi scendevano cauti da un sentiero erto, e una cometa d’oro illuminava loro la via.

Tutto era bello, tutto era luce e gioia. I Re potenti scendevano dai loro troni per portare in dono il loro amore e le loro ricchezze al figlio dei poveri, a Gesù nato in una stalla; gli astri li guidavano; il sangue di Cristo, morto poi per la felicità degli uomini, pioveva sui cespugli e faceva sbocciare le rose; pioveva sugli alberi per far maturare i frutti.

Così la madre aveva insegnato a Felle e così era.

– Gloria, gloria – cantavano i preti sull’altare: e il popolo rispondeva:

– Gloria a Dio nel più alto dei cieli.

E pace in terra agli uomini di buona volontà.

Felle cantava anche lui, e sentiva che questa gioia che gli riempiva il cuore era il più bel dono che Gesù gli mandava.

All’uscita di chiesa sentì un po’ freddo, perché era stato sempre inginocchiato sul pavimento nudo: ma la sua gioia non diminuiva; anzi aumentava. Nel sentire l’odore d’arrosto che usciva dalle case, apriva le narici come un cagnolino affamato; e si mise a correre per arrivare in tempo per aiutare la mamma ad apparecchiare per la cena. Ma già tutto era pronto. La madre aveva steso una tovaglia di lino, per terra, su una stuoia di giunco, e altre stuoie attorno. E, secondo l’uso antico, aveva messo fuori, sotto la tettoia del cortile, un piatto di carne e un vaso di vino cotto dove galleggiavano fette di buccia d’arancio, perché l’anima del marito, se mai tornava in questo mondo, avesse da sfamarsi.

Felle andò a vedere: collocò il piatto ed il vaso più in alto, sopra un’asse della tettoia, perché i cani randagi non li toccassero; poi guardò ancora verso la casa dei vicini. Si vedeva sempre luce alla finestra, ma tutto era silenzio; il padre non doveva essere ancora tornato col suo regalo misterioso.

Felle rientrò in casa, e prese parte attiva alla cena.

In mezzo alla mensa sorgeva una piccola torre di focacce tonde e lucide che parevano d’avorio: ciascuno dei commensali ogni tanto si sporgeva in avanti e ne tirava una a sé: anche l’arrosto, tagliato a grosse fette, stava in certi larghi vassoi di legno e di creta: e ognuno si serviva da sé, a sua volontà.

Felle, seduto accanto alla madre, aveva tirato davanti a sé tutto un vassoio per conto suo, e mangiava senza badare più a nulla: attraverso lo scricchiolìo della cotenna abbrustolita del porchetto, i discorsi dei grandi gli parevano lontani, e non lo interessavano più.

Quando poi venne in tavola la torta gialla e calda come il sole, e intorno apparvero i dolci in forma di cuori, di uccelli, di frutta e di fiori, egli si sentì svenire: chiuse gli occhi e si piegò sulla spalla della madre. Ella credette che egli piangesse: invece rideva per il piacere.

Ma quando fu sazio e sentì bisogno di muoversi, ripensò ai suoi vicini di casa: che mai accadeva da loro? E il padre era tornato col dono?

Una curiosità invincibile lo spinse ad uscire ancora nel cortile, ad avvicinarsi e spiare. Del resto la porticina era socchiusa: dentro la cucina le bambine stavano ancora intorno al focolare ed il padre, arrivato tardi ma sempre in tempo, arrostiva allo spiedo la coscia del porchetto donato dai vicini di casa.

Ma il regalo comprato da lui, dal padre, dov’era?

– Vieni avanti, e va su a vedere – gli disse l’uomo, indovinando il pensiero di lui.

Felle entrò, salì la scaletta di legno, e nella cameretta su, vide la madre di Lia assopita nel letto di legno, e Lia inginocchiata davanti ad un canestro.

E dentro il canestro, fra pannolini caldi, stava un bambino appena nato, un bel bambino rosso, con due riccioli sulle tempie e gli occhi già aperti.

– È il nostro primo fratellino – mormorò Lia. – Mio padre l’ha comprato a mezzanotte precisa, mentre le campane suonavano il “Gloria”. Le sue ossa, quindi, non si disgiungeranno mai, ed egli le ritroverà intatte, il giorno del Giudizio Universale. Ecco il dono che Gesù ci ha fatto questa notte.

Novella – Pasqua

Video con lettura integrale della novella Pasqua

In questa novella Grazia Deledda ci racconta la tradizione pasquale nella sua Sardegna in un racconto che ha come tema centrale il perdono.

La mattina del Sabato Santo, Apollonia Fara balzò dal suo gran letto di legno a baldacchino, quando l’alba cominciava a mettere un glauco riflesso sull’unico vetro del finestruolo. Unico vetro grossolano, ma stupendo per il piccolo quadro che ci si vedeva; un paesaggio che nella freschezza chiara e quasi sbiadita dell’incipiente primavera pareva dipinto dal Poussin: una falda di collina, un ruscello azzurro e tortuoso e alberi radi pittoreschi, i cui rami, verdi di musco, cominciavano ad ornarsi di foglioline tenere: ed erba, erba dappertutto, bassa erbetta chiara che dava una impressione di purezza e d’innocenza a chi guardava.

Mentre indossava il suo costume giallo e rosso, Apollonia osservò il cielo attraverso il vetro, poi andò a guardare entro una corba intessuta d’asfodelo, colma di farina lievitata fin dalla sera prima, e sulla quale ella aveva segnato col dito la santa croce. La farina s’era un po’ sollevata intorno a questo, segno di buon augurio.

La giovine donna prese la corba sulle braccia bianche robuste e la portò nell’attigua cucina: impasto la farina, poi accese il forno e preparò il caffè. A misura che il giorno schiarivasi roseo e tiepido, Apollonia pensava con trepidanza:

— Egli verrà alle otto, forse alle nove, forse più tardi, forse domani. O Gesù mio, piccolo Gesù Cristo mio! Bene, non ci voglio neppur pensare, venga quando vuole.

Ma suo malgrado ricadeva nel solito pensiero.

La persona di cui ella aspettava e temeva la venuta era il giovine Vicario, che doveva visitar le case del paese, per la benedizione pasquale. Il giovine Vicario era stato, qualche anno prima, fidanzato con Apollonia, ma ella lo aveva abbandonato per sposarsi con un ricco pastore. Il giovine, pazzamente innamorato di lei, aveva tentato suicidarsi, sparandosi una revolverata al fianco; salvato a stento, egli, poi, s’era fatto prete.

Da poco tempo era tornato in paese col titolo di Vicario, ed ogni volta che vedova Apollonia diventava un po’ pallido. Ella lo guardava con indifferenza; quella mattina però sentiva un certo fastidio nel pensare che egli sarebbe entrato nella sua casa per benedire il suo pane ed il suo letto ancora infecondo: e quando spalancò il finestrino per guardare la processione che passava salmodiando, e vide il viso magro e spaventato del Vicario, si turbò.

Rimase tuttavia a guardare: precedeva la processione una Madonna bruna con sette spade confitte nel cuore, che andava in cerca del Figliuolo morto; seguiva lo stendardo di broccato verde venivano poi i musicisti paesani e le donne vestite a lutto.

Quando tutto sparì in fondo alla strada campestre, Apollonia ritornò al suo forno ed alla sua farina impastata, della quale fece mirabilmente il pane per la Pasqua, pane bianchissimo, tutto intagliato e traforato; le casadinas, focacce di pasta e di formaggio fresco ingiallito con lo zafferano e certe figurine in forma di bimbi fasciati, di mummie, di uccelli, che per testa avevano un grosso uovo cotto.

Nella casetta deserta e nella campagna soleggiata regnava un profondo silenzio; le campane tacevano, legate per la morte di Nostro Signore, e tutte le cose partecipavano a questo silenzio, in attesa di un arcano avvenimento; solo qualche uccello cominciava a cantare fra le siepi, ma tosto taceva, quasi impaurito dal silenzio che interrompeva.

Le ore passarono ed il Vicario non venne.

Verso le dieci Apollonia sentì come un brivido passare per l’aria; anch’ella ebbe un sussulto e sollevò la testa, ascoltando. Le campane suonarono. E attraverso il loro primo squillo risuonò uno sparo, poi un altro, poi altri tre, poi dieci, poi cento.

Grida e voci di letizia quasi folle accompagnavano il suono delle campane e lo scoppio delle fucilate ripetuto dall’eco della collina.

Frotte di bambini passarono cantando per il villaggio:

Bibu er Deu Pro su dispettu ’e su Zudeu [Vivo è Dio Per dispetto del Giudeo]

Lagrime di gioia mistica velarono gli occhi di Apollonia. Ella finì di cuocere il suo pane, le sue focaccie, i suoi dolci pasquali; e nel pomeriggio ricevette da vicini parenti ed amici, e ricambiò regali di pane, dolci, carne. Ad ogni nuovo regalo ella si compiaceva di confrontare il pane ricevuto con quello fatto da lei, ed era felice di trovare il suo, più bianco e più ben fatto.

Verso sera tornò dall’ovile il marito; tornò sul suo forte cavallo bianco, con una bisaccia colma di latticini, e con due agnelli, uno bianco e l’altro nero, che dovevano servire per il banchetto pasquale. Era ricco, il marito di Apollonia, ma come tutti i mariti ricchi che hanno sposato ragazze povere, era brutto e vecchiotto: nel suo viso giallognolo solo il naso e un po’ della fronte e un po’ delle guance, emergevano fra una nuvola nera, di barba e di capelli arruffati.

Il sabato sera cominciarono le feste pasquali: il ricco pastore invitò a casa sua parenti, amici, vicini, e tutti cantarono, improvvisando canzoni di gioia in onore di Nostro Signore Risorto. Intanto mangiavano le focacce e bevevano vino, assenzio ed acquavite. Manco a dirlo, tutti si ubriacarono, per far dispetto ai Giudei che avevano crocifisso Gesù Nostro.

Anche l’indomani mattina Apollonia s’alzò all’alba, perchè doveva per mezzodì preparare il pranzo pasquale. Man mano che il sole saliva sopra la collina, la giovine donna si turbava nuovamente pensando alla visita del Vicario.

– Ah! oggi verrà, verrà certamente.

Apollonia sa che anch’egli si è alzato all’alba, e, vestito degli abiti sacri, seguito da un uomo con una bisaccia sulle spalle e da un fanciullo con una secchia di acqua benedetta, fa le visite alle quali non ha potuto accudire ieri.

In ogni casa le donne gettano entro la bisaccia pane, focacce, frutta secca e, nella secchia, uova e monete.

Davanti alla casa di Apollonia egli arrivò verso le nove; l’uomo della bisaccia si curvava sotto il peso dei regali avuti, e il fanciullo, con la secchia quasi colma di uova e di monete, pareva avesse attinto ad un pozzo miracoloso.

Il sacerdote entrò senza chieder permesso nella casa di Apollonia, e per la prima volta dacchè rivedeva la giovine donna, non impallidi, mentre impallidiva lei.

“Avrebbe egli benedetto o maledetto la casa dove viveva felice colei che lo aveva condotto fin sul limitare della morte?”

Ella si faceva questa domanda con una specie di terrore, giacché nei piccoli paesi sardi si crede che i sacerdoti possano, per mezzo del libri sacri, scomunicare e maledire con molta efficacia. Ma bastò che Apollonia guardasse il viso inspirato del sacerdote ed il gesto soave col quale egli prese l’aspersorio lucente e sparse l’acqua santa di qua, di là, di su, di sotto, perché ella si convincesse che anche in cuor suo egli benediceva.

Allora ella apri l’uscio che chiudeva la stanza delle provviste; egli benedisse il pane, le focacce, il frumento, i legumi, il formaggio.

Apollonia sopraccaricò la bisaccia con due grandi pani, cinque focacce, una corona di fichi secchi: poi rientrò col sacerdote in cucina, e timidamente apri l’uscio che dava nella camera da letto.

Dal finestruolo penetrava una vivissima luce d’oro.

Col respiro sospeso, muta e pallida, Apollonia guardò il prete.

Ah! anch’egli s’era fatto un po’ bianco in viso; ma la sua mano soave versava la benedizione sul letto nuziale, augurando fecondità.

Allora Apollonia gettò la sua offerta nella secchia e una lagrima cadde sull’acqua santa, formando un piccolo cerchio nel gran cerchio fatto dalla moneta.

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