Categorie
Conflitti del Novecento la Grande Guerra Novecento storia

Prima guerra mondiale

«Guerra di infrattarsi… uomini che si imbucano sottoterra pregando di scappare ai colpi di maglio gigante che scuote la terra con cieco furore…»
lettera soldato britannico

Contenuti nascondi

Cause profonde

Nel 1914 nulla poteva evitare la guerra. A causa di un eccezionale sviluppo industriale erano a disposizione di quasi tutte le nazioni europee grandissime quantità di armi micidiali e di flotte militari sempre più agguerrite.

Francia e Inghilterra guardavano con estrema diffidenza la Germania. Volevano bloccare l’espansionismo tedesco e la sua crescente, inarrestabile egemonia industriale e scientifica.

La Francia voleva la rivincita dopo l’umiliante sconfitta di Sedan nel 1870, durante la guerra franco – prussiana e voleva riprendersi l’Alsazia e la Lorena.

L’Austria e la Russia speravano di risolvere le loro difficoltà, legate ai loro imperi multinazionali, troppo ampi e troppo poco coesi, con una politica estera particolarmente aggressiva ed espansionistica.

Il “casus belli” – l’attentato di Sarajevo

La scintilla della guerra scoccò il 28 giugno 1914, a Sarajevo, la capitale della Bosnia. In un attentato, di matrice estremistica, persero la vita il granduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, e la consorte.

Il responsabile dell’attentato fu Gavrilo Princip, un anarchico serbo. L’Austria decise di considerare la Serbia responsabile dell’attentato perché dava rifugio agli indipendentisti slavi.

La potenza asburgica decise di dare un segnale forte, severo, a tutti i popoli dell’impero e di porre termine ai numerosi moti rivoluzionari e sovversivi della penisola balcanica. Voleva ridurre al silenzio la Serbia che, dopo le due guerre balcaniche, aveva mire espansionistiche che cozzavano con gli interessi degli Asburgo. I generali Austriaci però avevano previsto una rapida e semplice campagna militare priva di ostacoli significativi.

La Germania sognava la formazione di un grande stato formato da tutte le nazioni di lingua tedesca.

L’impero Russo, a sua volta, ambiva a riunire sotto di sé tutti i popoli di lingua slava. Per questo scese in campo in aiuto della Serbia ordinando la mobilitazione del proprio esercito.

Appena l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, si mise in moto l’automatismo delle alleanze e delle mobilitazioni: in pochi giorni ebbero luogo le dichiarazioni di guerra.

  • A fianco di Germania e Austria si schierarono Turchia e Bulgaria.
  • Giappone e la Romania si schierarono a fianco della Triplice Intesa.

Socialisti e cattolici si schierarono decisamente per la pace, ma non furono presi in considerazione. Non fu presa in considerazione neanche la durissima condanna pronunciata dal papa Benedetto XV, che definì la guerra come il risultato dell’egoismo, del materialismo e della mancanza di grandi valori morali e spirituali.

Soltanto l’Italia di Giolitti mantenne la calma.

La Triplice Alleanza infatti era un patto difensivo. Dal momento che Austria e Germania non erano state aggredite, ma avevano dichiarato guerra per prime, e dal momento che né l’una né l’altra avevano coinvolto l’Italia nella decisione di dichiarare guerra, il governo italiano sentì di non avere alcun obbligo di schierarsi al loro fianco e si ritenne autorizzato a rimanere neutrale.

Piani di invasione

Da molti anni gli stati maggiori di Francia e Germania si stavano preparando a una guerra che tutti ritenevano inevitabile. Il Piano Schlieffen, il piano che prevedeva l’invasione della Francia da parte della Germania era stato concepito dallo Stato Maggiore tedesco, già nel 1905 e la Francia aveva fortificato il confine con la Germania.

Appena dichiarata la guerra e iniziata la mobilitazione, il grosso delle truppe francesi furono ammassate lungo il confine tedesco.

La parola “mobilitazione” si riferisce a quell’insieme di provvedimenti che uno stato attiva quando si prepara ad una guerra o quando vuol esercitare pressione psicologica o politica sui rivali.
Prevede che:
– vengano richiamati i cittadini al servizio militare,
– ci siano spostamenti di truppe,
– che venga anche organizzato l’arruolamento volontario.
Quando si parla di Mobilitazione generale, i provvedimenti riguardano tutta la popolazione

La mobilitazione delle forze russe avveniva molto lentamente a causa della scarsezza di mezzi di trasporto e l’insufficienza di strade e ferrovie.

La Germania decise così di riversare tutte le sue forze armate contro la Francia. Era sicura di sconfiggerla rapidamente, come era successo a Sedan nel 1870. Forte di questa vittoria avrebbe poi attaccato con maggior vigore la Russia.

Le cose però non andranno secondo le previsioni tedesche.

Per poter realizzare questo progetto strategico, la Germania doveva aggirare le potenti fortificazioni francesi costruite sul confine.

Per questo motivo l’esercito tedesco scelse di invadere il neutrale Belgio, per sorprendere le truppe francesi alle spalle. I francesi ovviamente non si aspettavano l’ingresso delle truppe tedesche dal Belgio; ebbero quindi di ristrutturare il loro piano di difesa per respingere il nemico.

Dopo un mese di aspri combattimenti, le truppe tedesche giunsero fino a soli quaranta chilometri da Parigi, ma sul fiume Marna vennero bloccati e respinti.

Da quel momento gli eserciti si arrestano su un fronte che prenderà il nome di fronte occidentale e la prevista guerra lampo si tramuterà in una logorante guerra di posizione.

Il fronte occidentale

La guerra di trincea

Per guerra di trincea s’intende un tipo di guerra di posizione nella quale la linea del fronte consiste in una serie di trincee.
Una sentinella in trincea nel luglio del 1916
Di John Warwick Brooke – This is photograph Q 3990 from the collections of the Imperial War Museums (collection no. 1900-13), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=116369

La trincea è un tipo di fortificazione militare difensiva costituita, nella sua forma più semplice, da un fosso lineare scavato nel terreno per ospitare al suo interno le truppe, che si trovano così protette dal tiro delle armi nemiche.

Nelle trincee si aspetta l’attacco del nemico.

Gli assalti sono effettuati da fanti armati di fucile che si scagliano contro le mitragliatrici nemiche sistemate sui bordi della trincea o dietro un riparo ben munito.

Il fronte occidentale era lungo circa 800 km e andava dalla Manica alla Svizzera. I soldati furono costretti a vivere dentro trincee lunghe centinaia di chilometri, nella sporcizia e sotto le intemperie.

Dal film Uomini contro – di Francesco Rosi – tratto dal romanzo “Un anno sull’altipiano”
Dal film Uomini contro – di Francesco Rosi – tratto dal romanzo “Un anno sull’altipiano”

La Germania attacca sul fronte orientale

Nel frattempo, sul fronte orientale, l’esercito tedesco riuscì a occupare la Polonia dopo due vittorie ottenute presso i laghi Masuri e Tannenberg. Il fronte austro-russo, a sud, si estendeva per centinaia di chilometri, senza alcun avanzamento da parte dei contendenti.
Gli stati europei si gettarono nell’avventura della guerra sottovalutandone completamente i costi economici ed umani. Essi la affrontarono quasi con leggerezza poiché pensavano che, grazie alle nuove armi, avrebbero concluso questa guerra in breve tempo. il modello di guerra a cui erano abituati era come quelle che si erano combattute nell’Ottocento. Erroneamente gli stati maggiori e le autorità politiche ritenevano che la potenza delle nuove armi avrebbe accelerato i tempi della conclusione, ma la realtà fu ben diversa: le micidiali armi di cui tutti disponevano rese solo più cruenta e più lunga quella inutile carneficina.

Un altro errore di prospettiva fu quello di pensare che la supremazia in Europa avrebbe avuto come conseguenza il dominio sul mondo. Questo ragionamento non considerava però il peso crescente delle due nuove potenze che si stavano affacciando all’orizzonte. Gli USA e il Giappone uscirono decisamente rafforzate dal conflitto, mentre l’Europa ne uscì gravemente indebolita sia per le perdite umane che per i costi economici.

Nessuno aveva immaginato che questa guerra avrebbe avuto dei costi così alti sia economici che umani e nessuno aveva immaginato che i vincitori avrebbero comunque perso potere, territori e mercati, tanto quanto gli sconfitti.

La tregua di Natale 1914

https://www.corriere.it/cultura/speciali/2014/prima-guerra-mondiale/notizie/miracolo-25-dicembre-1914-cento-anni-fa-tregua-natale-f4a5d08a-8b6b-11e4-9698-e98982c0cb34.shtml?refresh_ce-cp

Si racconta che nella notte di Natale del 1914 un soldato britannico sia uscito dalla trincea a mani alzate. Si racconta che un canto “Stille nacht” sia riecheggiato tra le trincee. Si racconta che in molte zone del fronte i soldati abbiano deposto le armi per una tregua durata 48 ore.

Mito o realtà?

Il racconto è suffragato da molte testimonianze in cui i soldati raccontano l’accaduto alle famiglie lontane.

«È stato il Natale più meraviglioso che io abbia mai passato. Eravamo in trincea la vigilia di Natale e verso le otto e mezzo di sera il fuoco era quasi cessato.
Poi i tedeschi hanno cominciato a urlarci gli auguri di Buon Natale e a mettere sui parapetti delle trincee un sacco di alberi di Natale con centinaia di candele.
Alcuni dei nostri si sono incontrati con loro a metà strada e gli ufficiali hanno concordato una tregua fino alla mezzanotte di Natale.
Invece poi la tregua è andata avanti fino alla mezzanotte del 26, siamo tutti usciti dai ricoveri, ci siamo incontrati con i tedeschi nella terra di nessuno e ci siamo scambiati souvenir, bottoni, tabacco e sigarette. Parecchi di loro parlavano inglese.
Grandi falò sono rimasti accesi tutta la notte e abbiamo cantato le carole.
È stato un momento meraviglioso e il tempo era splendido, sia la vigilia che il giorno di Natale, freddo e con le notti brillanti per la luna e le stelle».  
Leon Harris – tredicesimo battaglione del London Regiment
 www.christmastruce.co.uk 

Gli ufficiali di ogni settore concordano 48 ore di tregua e subito la voce si sparge tra le trincee. Benché nessun accordo ufficiale tra i belligeranti fosse stato pattuito, nel corso del Natale del 1914 circa 100.000 soldati britannici, francesi, belgi e tedeschi furono coinvolti in un certo numero di tregue spontanee lungo i rispettivi settori di fronte nelle Fiandre.

Tra gli zaini degli inglesi spunta improvvisamente fuori un pallone. In un attimo, porte fatte da cappotti fanno da scenario ad una vera e propria partita di calcio per la pace. Come dire, non uno contro l’altro ma uno insieme all’altro testimoniando i valori dello sport.

“I tedeschi si sono fatti vedere, e, per farla breve, è finita che ci siamo incontrati a metà strada, per darci la mano e scambiare sigarette e piccole cose, e ci siamo salutati come migliori amici.
Uno mi ha lasciato il suo indirizzo per scrivergli, dopo la guerra.
Erano proprio dei bravi ragazzi, davvero.
Immagino che possa sembrare una storia incredibile ma è andata proprio così.
Sono certo che se la decisione stesse agli uomini, non ci sarebbe nessuna guerra.”
Parole sono state scritte da un ragazzo di Gateshead a un amico e pubblicate sul Newcastle Daily Journal di giovedì 31 dicembre 1914.

Gli anni della guerra – 1915

Interventismo e Neutralismo Italiano

La maggior parte degli italiani non era favorevole all’entrata in guerra. Gli Austriaci occupavano ancora i territori di Trento e Trieste. Inoltre gli italiani non volevano esser coinvolti in un conflitto, quindi predominava Italia il partito dei neutralisti.

Gli interventisti invece erano una minoranza, ma avevano grande forza, alzavano la voce, sapevano usare la retorica ed erano intenzionati a cambiare alleanza per schierarsi quindi contro l’Austria.

Chi era per la neutralità

  • Parte dei cattolici, liberali e socialisti erano contro la guerra.
  • I socialisti sostenevano che la guerra era un affare tra capitalisti che lottavano per il predominio imperialista dell’Europa, ritenevano che mentre i proletari di tutto il mondo dovessero sentirsi tutti fratelli.
  • Giolitti, che poco tempo prima aveva lasciato la presidenza del consiglio, si era impegnato per mantenere la neutralità italiana. Era sicuro che gran parte del territorio italiano ancora occupato dall’Austria, potesse essere ottenuto mediante trattative diplomatiche. Riteneva che si potesse negoziare anche la neutralità.

Chi voleva intervenire

Le forze interne che spingevano l’Italia verso la guerra erano molto forti.

  • In Italia la grande industria vedeva nella guerra un’occasione unica e grandiosa di espansione economica grazie alle forniture per l’esercito.
  • I maggiori quotidiani italiani cavalcavano le tesi dei nazionalisti e attaccavano in maniera violenta i neutralisti fino a definire traditore Giolitti.
  • I liberali Salandra e Sonnino, antigiolittiani, si posero in contrapposizione alle idee di Giolitti e quindi a favore dell’intervento.

Molte manifestazioni di piazza si svolgevano a favore della guerra e molti interventisti, tra cui Gabriele D’Annunzio, vi pronunciavano infuocati discorsi patriottici.

Anche dall’estero le spinte non mancavano: l’Italia importava il 90% del suo carbone dall’Inghilterra e dipendeva da Inghilterra e Francia anche per altre importanti materie prime. Questo era un formidabile strumento di pressione nelle mani dell’Intesa.

Italia in guerra

Nel 1914 l’Italia non era entrata nel conflitto per diversi motivi.

La Triplice alleanza era un patto di mutuo soccorso, non offensivo. L’accordo non prevedeva quindi un affiancamento negli schieramenti nel momento in cui uno dei paesi dell’alleanza avesse dichiarato guerra, ma solo nel caso in cui fosse stato attaccato. L’Italia non era stata consultata da Austria e Germania quando avevano deciso di attaccare i Balcani. Pertanto il governo italiano si sentiva libero di fare nuove alleanze. Inoltre era evidente a tutti l’impreparazione dell’esercito italiano; la guerra di Libia ne aveva messo in evidenza le fragilità.

Ma anche se la maggior parte degli italiani erano contraria alla guerra, il governo era deciso ad intervenire. Avviò quindi trattative segrete sia con l’Intesa che con l’Alleanza:

  • con l’Intesa trattava per intervenire al suo fianco,
  • con l’Alleanza si trattava in cambio della neutralità italiana al conflitto.

In entrambi i casi contrattava per avere concessioni territoriali, cioè le terre irredente: il Trentino e il Friuli.

Nel mese di aprile 1915 il governo italiano firmò a Londra un patto segreto nel quale l’Italia s’impegnava ad entrare in guerra entro un mese con Francia e Inghilterra in cambio di concessioni territoriali. Tutti sottovalutarono i costi e le conseguenze della guerra.

Il 9 maggio 320 parlamentari erano a favore del neutralismo con Giolitti. Ma il re era decisamente favorevole alla guerra, come i vertici dell’esercito.

Salandra, che aveva firmato il patto con l’Intesa, minacciò di dare le proprie dimissioni se il parlamento non avesse votato l’ingresso in guerra. Era infatti necessario il voto del parlamento! Quelli furono i giorni in cui si scatenò la veemenza degli interventisti: discorsi infuocati vennero urlati nelle piazze e Giolitti fu chiamato traditore della patria. I discorsi di retorica nazionalistica vengono pronunciati con linguaggio violento ma terribilmente efficace.

Giolitti, spaventato dalla violenza dilagante, si ritirò. Chi aveva fatto la voce grossa ebbe la meglio e il 20 maggio il parlamento votò l’entrata in guerra con 407 voti favorevoli e 74 contrari.

Il Parlamento, anche se contrario, fu praticamente obbligato ad approvare il patto di Londra e il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa.

E in tutto questo fervore il neutralismo tace e non riesce a trasformare il suo pensiero in forza politica.

Fu un colpo di stato?

In questa situazione emerse la fragilità del sistema parlamentare che non rappresentò la comunità nazionale. Infatti dalle Prefetture era stato comunicato che gli italiani non volevano la guerra. Ma prese il potere chi urlava in piazza con forza e prepotenza, anticipando la violenza che caratterizzerà la situazione italiana del primo dopoguerra.

Il primo anno sul fronte italiano

Il fronte italiano costituiva una linea che congiungeva il lago di Garda con Gorizia attraversando l’altopiano di Asiago, i monti del Cadore e della Carnia fino all’altopiano della Bainsizza e ai monti Sabotino e San Michele.
Anche se non mancavano i volontari la grandissima maggioranza dei militari fu costituita dai richiamati provenienti soprattutto dalle regioni meridionali.

LEGENDA :
______ RIGA NERA confini al 24 maggio 1915
. . . . . . RIGA ROSSA linea del fronte ottobre 1917
______ RIGA ROSSA linea del fronte dicembre 1917

Anche gli Italiani furono bloccati in una guerra di trincea contrassegnata da lunghe pause alternate ad assalti ferocissimi e inutili che comportavano ogni volta migliaia di vittime.

Come si viveva in trincea? Vedi novella La paura di Federico De Roberto.


Furono anni di battaglie massacranti, inutili carneficine. Nel solo primo anno di guerra gli Italiani persero 250.000 uomini tra morti, feriti e dispersi.

Nel mese di agosto 1916 gli italiani conquistarono Gorizia, dopo aver respinto la cosiddetta “spedizione punitiva” (Strafeexpedition) degli Austriaci sull’altipiano di Asiago.

Gli anni della guerra – 1916

La guerra di trincea rendeva obbligatori fronti lunghi migliaia di chilometri che occupavano milioni di combattenti. Tutti gli stati belligeranti furono costretti ad adottare l’arruolamento obbligatorio.

Milioni di donne furono impiegate nelle fabbriche addette alla produzione di materiale militare.

Le due grandi e sanguinosissime battaglie combattute in Francia intorno alla fortezza di Verdun e sulla Somme non servirono a far avanzare di un metro le linee dei contendenti.

La battaglia della Somme
La battaglia della Somme fu una delle più grandi battaglie della Prima Guerra mondiale.
Venne combattuta tra il primo luglio e il 18 novembre del 1916 vicino al fiume Somme nella Francia settentrionale.
Questa battaglia contrappose l’esercito anglo-francese a quello tedesco. In campo erano schierate 51 divisioni inglesi, 48 francesi 50 tedesche.
Alla fine del primo giorno gli inglesi contavano già 57 mila perdite e alla fine gli inglesi lasciarono sul campo più di 400 mila uomini. I francesi persero circa duecentomila uomini e i tedeschi più di 500 mila uomini.

Ma le stime ufficiali delle vittime non sono mai state definite con certezza.

La battaglia si concluse con un lieve vantaggio territoriale per gli anglo-francesi, ma sul pantano francese giacevano più di un milione tra morti, mutilati e dispersi e gli esiti della guerra non vennero per nulla influenzati da questa carneficina.
I soldati erano inermi di fronte all’utilizzo delle armi più recenti mitragliatrici mortai e Mine e furono mandati letteralmente al macello il nome di nazioni desiderosi di dominio e di conquista  

In questa terribile guerra avvenne l’esordio di nuove armi come gli aerei, i carri armati, i gas e i lanciafiamme. Queste terribili armi, pur portando morte e distruzione non furono decisive per gli esiti della guerra. Resero però la guerra terribilmente crudele e cruenta, come mai si era visto nelle guerre del passato.

Battaglia di Verdun
I numeri della battaglia della Somme – https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_della_Somme
Bacino idrografico del fiume Somme
Le battaglie sugli altipiani

Sul mare

Gli inglesi, con la loro lotta, bloccavano i porti tedeschi per impedire i rifornimenti. Una sola battaglia navale fu combattuta nel 1916 tra la flotta inglese e quella tedesca. Gli Inglesi persero 3 corazzate e 3 incrociatori, i tedeschi persero 2 corazzate e 4 incrociatori.

Alla fine della battaglia la flotta tedesca rientrò nei porti di partenza. Entrambi i contendenti si dichiararono vincitori, ma il controllo dei mari continuò a rimanere nelle mani degli Inglesi. I tedeschi furono pesantemente danneggiati dal blocco navale inglese. Dopo la battaglia dello Jutland i tedeschi combatterono la guerra sui mari solo con i sottomarini e con le navi corsare. Vittime di questi sottomarini furono le navi di rifornimenti provenienti dagli USA e destinati all’Inghilterra. Questo sarà uno dei motivi provocherà l’intervento diretto degli Stati Uniti nella guerra.

A Trento

Esecuzione di Cesare Battisti. Impiccato e fotografato a Trento
nella fossa dei Martiri dietro al Castello del Buonconsiglio. In alto vediamo, con viso estremamente soddisfatto il boia Josef Lang con i suoi aiutanti e i militari presenti all’esecuzione.

Gli anni della guerra – 1917

Il 1917 fu l’anno cardine della prima guerra, l’anno in cui tre eventi cambiarono le sorti del conflitto:

  • la crisi degli eserciti,
  • il ritiro della Russia,
  • l’entrata nel conflitto degli USA.

1917 – La crisi degli eserciti

  • Nel 1917 l’orrendo macello era ormai sotto gli occhi di tutti e non si vedevano sbocchi. Niente poteva giustificare tante stragi e sofferenze.
  • Papa Benedetto XV continuava a lanciare appelli per la pace e per far finire la guerra, definita una vergogna dell’Umanità.
  • La popolazione europea era stanca per la fame e le sofferenze, inoltre aveva visto le migliaia di profughi tornato a casa orrendamente mutilati.
  • Mancavano i contadini nei campi e gli operai nelle fabbriche, le donne, i vecchi e i bambini dovevano occuparsi di tutto. Non c’era una famiglia che non lamentasse qualche vittima della guerra.
  • Mancavano quasi del tutto lo zucchero, il burro, la carne. Il pane, la pasta, la verdura vennero razionati.
  • Al malcontento dei familiari dei soldati si univa il morale bassissimo di questi ultimi che trascorrevano il tempo nell’attesa di sanguinosi assalti di cui non si scorgeva lo scopo visto che non ottenevano alcun risultato.
  • Numerosi furono gli episodi di diserzione, di automutilazione e di ammutinamento, molti giovani richiamati si rendevano colpevoli di renitenza alla leva.
  • Numerosi furono i processi e le fucilazioni di militari.

1917 – La Russia si ritira

In Russia, nella primavera del 1917 scoppiarono diverse rivolte che costrinsero lo Zar Nicola II all’abdicazione.

L’esercito stanco e sfiduciato si sfaldava, i soldati, a milioni, tornavano a casa. Il partito bolscevico di Lenin prese il potere e nel dicembre del 1917 Lenin firmò l’armistizio di Brest-Litovsk e il trattato di pace con la Germania. La Russia uscì così dal conflitto perdendo Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia.

Vedi rivoluzioni russe.

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/196/la-russia-dopo-la-pace-di-brest-litovsk-1918

Con la pace di Brest-Litovsk, stipulata il 3 marzo del 1918, venne riconosciuta l’indipendenza dell’Ucraina, la cessione dei territori polacchi della Lettonia e dell’Estonia della Finlandia alla Germania.

Rispetto al vecchio impero zarista la Russia perse

  • 800.000 km quadrati,
  • il 26% della popolazione,
  • il 32% della produzione agricola,
  • il 23% della produzione industriale,
  • il 75% del carbone e del ferro.

1917 – Ingresso degli USA in guerra

Il ritiro della Russia sembrava aver dato un duro colpo alle speranze di vittoria del fronte dell’Intesa. Infatti Germania e Austria riversarono contro il fronte francese e quello italiano le truppe rese libere dalla Russia.

A questo punto avvenne l’ingresso decisivo nel conflitto degli Stati Uniti d’America.

Gli Americani erano rimasti molto colpiti dagli affondamenti delle navi civili operate dai tedeschi e in particolare dall’affondamento del transatlantico Lusitania che aveva provocato la morte di 124 cittadini americani. Ma gli USA volevano che questa guerra terminasse per poter riaprire i commerci internazionali, bloccati dal conflitto europeo. Inoltre temevano per gli ingenti capitali che avevano fornito all’Intesa: una sconfitta avrebbe messo in dubbio il rientro del denaro in USA.

Nel mese di aprile del 1917 il governo statunitense dichiarò guerra alla Germania. Questo comportò l’arrivo in Europa non solo di truppe fresche, ma di viveri, materiali, prestiti.

1917 Disfatta di Caporetto

L’esercito italiano era logorato dopo 12 inutili assalti sul fiume Isonzo quando il comando Austriaco scagliò contro gli Italiani le truppe che tornavano dal fronte orientale.

L’attacco sfondò lo schieramento italiano a Caporetto tra il 24 e il 30 ottobre 1917.

Tutto il fronte italiano dovette ritirarsi per evitare che parte delle truppe rimanessero accerchiate o isolate. Tale ritirata, non essendo stata programmata, si trasformò in una disfatta.

Furono perse intere divisioni e una quantità ingente di materiali. Migliaia furono i profughi civili costretti ad abbandonare le loro case.

L’ora di Caporetto nel diario di guerra di un combattente

di Carlo Emilio Gadda

II 25 ottobre 1917 verso le tre antimeridiane giunse, dal Comando della Brigata Genova, al comando della 470 Compagnia Mitraglieri, Tenente Cola comandante e Tenente Gadda vicecomandante, l’ordine di ritirarsi «il più presto possibile» dalla posizione del Monte Nero, conquistata dagli Alpini ad altissimo prezzo e tenacemente mantenuta con due anni di sacrifici e di sangue. Verso le quattro si iniziò la discesa verso l’Isonzo. Correva voce che i tedeschi, dopo aver sfondato a Plesi e a Tolmano, erano giunti a Caporetto. Il ponte di Caporetto saltò alle 16 del 24, il ponte di Ternova alle 22 dello stesso giorno. Si tentò il passaggio sulla destra dell’Isonzo su di una passerella improvvisata, ma senza successo. Alle 13, 20 del giorno 25 la Compagnia di Cola e Gadda distruggeva le proprie armi e innalzava bandiera bianca: era la resa.

 Questa la cronologia degli avvenimenti, la cui distesa narrazione «scrupolosamente veridica» si legge nel taccuino di Gadda rimasto inedito lunghi anni per volontà dello scrittore e comparso il 1° ottobre 1987 su «La Repubblica». In queste pagine lo scrittore racconta l’ultimo suo giorno di combattente. Caporetto fu definito dagli alti comandi militari «l’ora dei vili».

In realtà Caporetto fu molto più di una gran crisi militare: fu il punto di rottura, l’effetto ultimo del malessere sociale serpeggiante nel paese e tra le truppe, delle privazioni, della fame.

«Era una folla, non indisciplinata, ma soprattutto incosciente, dimentica del passato non curante dell’avvenire, che con lo sguardo atono moveva per le grandi strade, senza sapere né dove andasse né perché, invano si cercava in quegli occhi un lampo di vita, invano un sintomo di coscienza, fosse pure quella del ribelle».

Non l’ora dei «vili», ma l’ora del supremo scoramento delle masse deluse e non più capaci di reagire; per non parlare qui delle gravi responsabilità, degli errori degli alti comandi militari, della propaganda pacifista e talora disfattista dei socialisti, della «Nota» di pace di Benedetto XV.

Notte del 24 sul 25 ottobre
[…]
Mandai Sassella a prendere il secondo sacco a pelo, che m’aveva portato giù la sera con la corvée del rancio e che aveva lasciato in caverna di Cola.
Poco dopo egli tornò con un altro, recandomi l’ordine di ritirarmi dalla posizione il più presto possibile.
Quest’ordine mi fulminò, mi stordì: ricordo che la mia mente fu percossa da un’idea come una scena e riempita da un lampo.
«Lasciare il Monte Nero!», questa mitica rupe, costata tanto, e presso di lei il Vrata, il Vrsic, lasciare, ritirarsi; dopo due anni di sangue.
Attraversai un momento di stupore demenziale, di accoramento che m’annientò.
Ma Sassella incalzava:
«Signor tenente, bisogna far presto, ha detto il tenente Cola di far presto» e incitò poi per conto suo gli altri soldati.
Mi riscossi: credo di non esser stato dissimile dai cadaveri che la notte sola copriva.
Diedi l’ordine a Remondino, il vecchio alpino piemontese (classe 90 o 91) che rimase pure percosso, addolorato.
«Ma qui c’è qualche tradimento» esclamò, «ma non è possibile».
Poi andai nell’altra caverna e pur là diedi l’ordine.
Meticoloso come sono, volli curare che tutto fosse raccolto e portato via: e in ciò persi del tempo: la caverna era stretta e buia, il materiale (fucili, invogli, cassette coi pezzi di ricambio) la ingombrava; i fucili, i cappotti, le maschere, gli elmetti, tascapane, giberne, borraccia ingombrano estremamente il nostro soldato, i fucili col mirino s’attaccano alle sporgenze rocciose; nella fretta nasce sempre un po’ di confusione.
Ero attonito: i soldati erano pure costernati.
Come potei raccolsi tutta la sezione, e a uno a uno li feci partire: Sassella chiamava. Io mi misi in coda, col cuore spezzato, la mente fulminata dall’orribile pensiero della ritirata, e andammo…
Gli artiglieri dell’8° batteria s’eran già ritirati, dopo aver guastato alla peggio i loro pezzi, credo togliendo gli otturatori.
Cola in testa, io in coda, tutti a uno a uno, prendemmo la strada d’arroccamento con l’intenzione di raggiungere Jezerca-Magozo e poi Ternova.
L’ordine di ritirata fu trasmesso all’8° battaglione dal Comando della Brigata Genova oltre la mezzanotte perché lo comunicasse anche alle compagnie mitragliatrici.
Noi lo ricevemmo verso le tre e solo verso le quattro del mattino del 25 potemmo partire.
Nella notte silenzio: bagliori in fondo valle e talora grandi esplosioni: i nostri incendiavano ritirandosi tutto ciò che potevano.
Poco sotto trovammo il battaglione Val Chisone, che si ritirava ordinato; invece il… fanteria si ritirava a gruppi, ufficiali separati da soldati.
Noi eravamo ordinatissimi e nonostante i nostri soldati recassero sulle spalle le pesanti mitragliatrici, sorpassammo gli altri.
Cola e la 3° sezione in testa, poi la 1° sezione, per esser sottomano a me, io ultimo in coda, feroce sorvegliante che nessuno rimanesse.
Il cuore era spezzato.
L’orrore e l’angoscia di quei terribili momenti dovevano esser superati.
Verso l’alba il tempo si rasserenò.
Scritto fino al 21 novembre, con memoria freschissima dei particolari)
 
25 ottobre, tra le 11 e le 13,30
[…]
Mi raccolsi, nell’amarezza, e misurai la situazione: un migliaio circa di fuggiaschi disordinati e privi d’armi, cioè totalmente liberi da ogni peso, si pigiavano a rischio di precipitare nel fiume verso la passerella. [Una passerella improvvisata, larga una sola tavola, che permetteva il passaggio di un solo uomo per volta, in circa 2 minuti, ndr].
Il fiume non poteva guadarsi in alcun modo; l’Isonzo, sopra Tolmino e anche ad Auzza, Canale ecc. ha un letto stretto (20 metri circa) e rive precipiti e profonde (5-6 e più metri).
Il fondo non è visibile, ma l’azzurro cupo testimonia della profondità: la corrente è velocissima, torrentizia.
Insomma esso ha un carattere affatto diverso dagli altri fiumi della pianura veneta, larghi, ghiaiosi, lenti.
Un tal fiume, in tal punto, non è guadabile in nessun modo, neppure a un nuotatore; tanto meno poi vestito o con armi. […]
D’altra parte il tempo stringeva e l’affanno cresceva.
Sentivo ormai a poco a poco delinearsi il pericolo.
Non in linea, non in posizione, dove avremmo potuto batterci con onore e infliggere anche a un nemico preponderante terribili perdite; ma dispersi in ritirata, fra una folla di soldati sbandati!
Come la sorte s’era atrocemente giocata di me!
Non l’onore del combattimento e della lotta, ma l’umiliazione della ritirata, l’abbandono di tanta roba, e ora questo maledetto Isonzo!
Questi ponti saltati. […]
Cominciammo a scendere, quando non so chi mi assicurò che Cola era ritornato e nuovamente che il ponte di Ternova era distrutto.
Allora decisi di tornare alla passerella, unica speranza che ancor rimanesse.
I soldati mi seguirono istupiditi, con le mitragliatrici, stanchi, forse ormai certi della nostra sorte.
Io volevo sperare ancora, non dico speravo.
La necessità delle decisioni, la responsabilità di condotta, mi tolse in quei momenti di soffrire troppo del vicino pericolo.
Riprendemmo ancora una volta il ciglio del fiume, nel bel sole meridiano che la stanchezza e il dolore ci impedivano di benedire, se bene ci riscaldasse dopo le lunghe piogge e la tormenta della notte.
Cosi marciando avvistammo sul bellissimo stradale della sponda opposta una fila di soldati neri, che provenivano da Caporetto, preceduti da alcuni a cavallo; il cuore mi s’allargò pensando che fossero nostri rincalzi, e al momento quell’uniforme nera mi fece pensare (che stupido) ai bersaglieri; non pensavo che questi in combattenti hanno l’uniforme grigio verde.
Al dubbio espresso da alcuni gridai: «Ma sono nostri rincalzi, che prendono posizione sull’altra riva del fiume!» e la cosa era logica, poiché, essendo saltato il ponte di Caporetto, io immaginavo che i tedeschi fossero innanzi a Caporetto, ma sempre sulla sinistra idrografica dell’Isonzo!
Mai più immaginavo la strada che fecero.
Poco dopo, il crepitio d’una mitragliatrice e qualche colpo di fucile: cominciai allora a temere e intravedere la verità:
«i Tedeschi saliti dal Tolmino! Stanno per circondarci» e pensavo che i colpi di mitragliatrice segnassero una fazione, un combattimento tra avanguardie salenti da Tolmino e nostre retroguardie dirette verso Nord Ovest.
Invece la mitragliatrice, come m’accorsi poi, crepitava né più né meno contro i fuggiaschi della passerella. […]
Intravidi ormai il pericolo della prigionia, e affrettai il passo, per raggiungere Cola, la passerella, non so che. L’ansia diveniva spasmodica.
Disperavo di trovar Cola, quando ci sentimmo chiamare, da poco sotto il ciglione!
Oh, finalmente si trovano i compagni.
Scendemmo qualche decina di metri e difatti trovammo Cola, con gli altri, seduti lì, sull’erba.
«Gadda!»
«Cola».
«Eh?»
«Siamo qui».
Mi ricordo esattamente che appena lo vidi gli chiesi, e gli occhi mi luccicarono di pianto:
«Sono loro? Ma è possibile?» e non seppi dir altro, né far altro che piangere.
«Ah! è orribile, è orribile» esclamò Cola (parole precise).
«Più che se fosse morto mio padre. Siamo finiti».
[…]
I nostri passavano il fiume arrendendosi: non c’era altro da fare.
Allora decidemmo: di star lì fino a notte, di guastare le armi, e di vedere di salvarci nell’oscurità.
Ma l’ostacolo del terribile, insuperabile Isonzo ci sorgeva nella mente come uno spettro.
Dove, come passarlo?
Intanto ci radunammo e ci riposammo; i 2 cucinieri che mi avevano seguito divisero l’ultima volta il formaggio fra i presenti.
Consigliammo ai soldati di consumare i viveri, poiché nella probabilità, ormai grande, di cader prigionieri, non li dovessero dare ai tedeschi.
Io mangiai un po’ dì marmellata, offertami da Cola.
Ero sfinito, ma senza fame.
Guardai ancora l’orribile fila dei tedeschi; la strada non ne era più occupata, era ormai sgombra.
Solo qualche gruppo, qua e là.
Cola strillò perché temeva mi mostrassi e ci sparassero: ma purtroppo non spararono, si curavano poco di noi.
Se avessero voluto avrebbero potuto aprire il fuoco quando marciavamo in fila indiana sul ciglio nudo e prativo, parallelamente e contrariamente a loro. Poi mi sdraiai «come giumento che più non vuol trarre le some» sull’erba, accasciato; le lacrime s’erano inaridite e un istupidimento brutale mi teneva.
Nel fondo dell’anima l’angoscia della prigionia e una speranza ultima di salvarci la notte; ancora non guastavamo le armi.
La cosa ci pesava; non so in che speravamo.
Vicino a me i miei migliori soldati: Raineri Andrea, del ’95, (venuto dall’America, di Menaggio) e Sassella Stefano, di Grosio, il mio attendente, del ’97.
Erano essi pure costernati: già uomini, sebbene giovanissimi, e intelligentissimi entrambi; sebbene Sassella fosse un contadino, avevano la netta visione della sciagura nazionale e personale.
Non imprecavano a nulla, a nessuno, oppressi dalla realtà presente.
Sassella, con la sua inquietudine nella notte, e con la sua tristezza, era stato presago: egli sarebbe stato all’Ospedale se (per devozione a me non lo fece) avesse marcato visita a Clodig.
Invece mi seguì, sebbene malato di febbre reumatica e brutto di cera, e fu preso!
Poveretto.
Gli altri soldati tutti erano angosciati; tutti rispettosi, ancora, nessuno disapprovò l’invito nostro di attendere la notte.
Solo alcuni, più paurosi, avrebbero voluto darsi prigionieri subito.
Il nostro animo era in uno stato di dubbio angoscioso; il quale andava a mano a mano tramutandosi nella certezza orribile della prigionia.
Il fischietto degli ufficiali tedeschi che ordinavano l’avanzata ai loro, verso i monti di là dal fiume ci giungeva distinto.
Ancora si fece sentire qualche colpo di fucile, qualche breve scarica di mitragliatrice, credo contro qualche tentativo di fuga.
Noi eravamo di qui d’un fiume invalicabile, senza ponti: i tedeschi, avendo sfondato a Plezzo e Tolmino, s’erano già tra loro allacciati di là dal fiume: a Caporetto c’erano; a Drezenca c’erano già, scesi dal Mrzli.
Noi eravamo esausti di forze e d’animo, accasciati, quasi digiuni.
Ma sopra tutto l’impossibilità di passare l’Isonzo. Io e Cola pensammo quindi ormai inutile il prolungare le nostre speranze, sarebbe stato puerile.
De Candido usci con un fazzoletto bianco, mentre io e Raineri guastavamo le armi della mia sezione, asportandone e disperdendone la culatta mobile, il percussore e altri pezzi.
Che dolore, che umiliazione, che pianto nell’anima anche in quest’atto ormai inevitabile.
L’ufficiale che a Torino aveva fatto il possibile per assicurare all’esercito il funzionamento di un ottimo reparto, dover gettare cosi le sue armi, lasciarle lì, negli arbusti!
Io gettai anche la mia rivoltella e tutti lasciarono i fucili, lì dov’erano; poi in fila indiana, in ordine, dopo De Candido, Cola, poi tutti i soldati, io ultimo, in coda, scendemmo per la boscaglia alla passerella: nessuno più vi si trovava: tutto era deserto, lì tutti ormai avevano già fatto l’inevitabile passo.
Ai piedi della passerella il flutto travolgente, brutale dell’Isonzo lambiva un mucchio di fucili, mitragliatrici Fiat, nastri, roba, ecc. lasciata nella resa.
Di là la sentinella tedesca ci guardava passare, osservando che non avessimo armi.
Altre sentinelle armate custodivano i prigionieri, raccolti nel prato soprastante, il prato dell’adunata delle 13,20 del 25 ottobre.
La passerella fu passata uno a uno; reggendo i primi il cavo metallico che a sinistra serviva di ringhiera.
Tutti passavano lentamente, con gran precauzione per non scivolare nel fiume; il ponticello arcuato mi costrinse a sedermi, poiché gli scarponi chiodati scivolavano sull’asse.
Giunto a metà, mi levai e proseguii ritto.
Passai di là col viso accigliato; assorto e istupidito più che altro.
Tra il branco adunato avanti le sentinelle tedesche qualcuno non dissimulava la tranquillità per lo scampato pericolo. – Io guardai la sentinella, che non offerse nulla di notevole alla mia curiosità: ritta, seria, quasi accigliata.
Nel prato, sopra un sasso, una scatoletta di carne che qualche prigioniero aveva offerto a un tedesco per propiziarselo: appena questo tedesco si voltò io gli feci sparire la scatoletta, e me la mangiai con molta fame e con una gioia satanica.
Erano le 13,20 del 25 ottobre 1917; le sentinelle tedesche tutte armate, con baionetta; facciamo sul prato l’ultima adunata, l’ultima chiamata.
Poi ci venne ordinato a me e Cola, di incamminarci con gli attendenti, verso Caporetto, lasciando i soldati.
Col pianto negli occhi e nel cuore mi congedai da ciascuno, stringendo a tutti la mano. […]
A un nuovo bivio, dove un ramo della strada prosegue per Tolmino, l’altro per Cividale, ebbimo l’ultimo desiderio e tentativo di fuga.
Ci fermammo un momento e io feci la proposta: dobbiamo prendere per Cividale?
I compagni non la trovarono attuabile: la tema delle sevizie tedesche contro noi quattro inermi valse pure a farci desistere.
E poi la sentinella sopraggiungeva.
Avanti, allora, verso Tolmino.
Io, Cola, Sassella, De Candido.
Finiva così la nostra vita di soldati e di bravi soldati, finivano i sogni più belli le speranze più generose dell’adolescenza: con la visione della patria straziata, con la nostra vergogna di vinti iniziammo il calvario della dura prigionia, della fame, dei maltrattamenti, della miseria, del sudiciume.
Ma ciò far parte di un altro capitolo della mia povera vita, e questo martirio non ha alcun interesse per gli altri.
Finito di scrivere il 10 dicembre 1917 in Rastatt
 

Domande su L’ora di Caporetto

  1. Quali sono le sensazioni, lo stato d’animo di Gadda quando riceve l’ordine di lasciare la sua postazione?
  2. Perché?
  3. Perché Gadda dice di aver più paura durante la ritirata che non in combattimento?
  4. Qual è il significato di questa espressione: “Io volevo sperare ancora, non dico speravo”?
  5. L’ultima parte del racconto di Gadda, dal momento in cui insieme ai compagni decidono di arrendersi ai tedeschi, è un continuo mutare di stati d’animo e avvicendarsi di sentimenti diversi e perfino contrastanti tra loro. Dì quali sono, descrivine le caratteristiche e prova a spiegarne i motivi che ne determinano il nascere.
  6. Suggestioni: Le sensazioni di pericolo e precarietà pervadono tutto il racconto di Gadda; seppure con le auspicabili differenze racconta di un episodio in cui hai avvertito fortemente il pericolo incombere su di te.
  7. Scrivi un commento al testo

Dopo Caporetto

Per fortuna, quando tutto sembrava perduto, il paese seppe reagire con fermezza.

Il generale Armando Diaz sostituì il generale Cadorna, a Roma fu costituito un governo di solidarietà nazionale presieduto da Vittorio Emanuele Orlando. L’intero parlamento appoggiò questo governo, l’esercito fu riorganizzato rapidamente, l’avanzata austriaca fu bloccata sul Piave, sull’altipiano Asiago e sul Monte Grappa. Ormai per l’Austria e la Germania non c’erano più speranze.

Il fronte occidentale

Gli anni della guerra – 1918

L’appello di Papa Benedetto XV contro la guerra, l’inutile strage.

1918 Collasso economico di Austria e Germania

Dal punto di vista esclusivamente militare le cose per Austria e Germania non andavano male: le truppe austriache erano avanzate fino al Piave, la Russia si era ritirata con gravi perdete territoriali, il fronte occidentale era fermo.

Ma era dal punto di vista delle risorse che Austria e Germania non ce la facevano più: le campagne erano state abbandonate, le materie prime mancavano, il razionamento alimentare aveva colpito anche le truppe. Senza viveri e rifornimenti austriaci e tedeschi furono costretti alla resa.

La conclusione del conflitto

Nella primavera del 1918 gli imperi centrali fecero un ultimo, disperato tentativo di rovesciare il destino della guerra. In Francia l’esercito tedesco riuscì a raggiungere nuovamente la Marna, ma i soldati furono respinti definitivamente dalle truppe francesi e americane oltre che da cannoni, carri armati, aerei.

L’esercito italiano respinse gli attacchi austriaci e ottenne la vittoria decisiva a Vittorio Veneto.

Proseguirono verso Trento e Trieste dove entrarono il 3 novembre. Il 4 Novembre fu firmato l’armistizio con l’Austria.

In Germania la popolazione era stremata, i civili in sciopero. Ottocentomila i morti solo nel 1918. La Germania in rivolta indusse l’imperatore Guglielmo II alla fuga e il 9 novembre venne proclamata la repubblica.

L’11 Novembre la Germania chiese la pace. L’imperatore tedesco e quello austriaco furono costretti ad abdicare.

Tragico bilancio

  • Caduti italiani: 600.000,
  • caduti francesi: 1.400.000,
  • caduti tedeschi: 1.800.000,
  • caduti austro-ungarici: 1.300.000,
  • caduti russi 1.600.000.

Nel primo conflitto mondiale a maggior parte dei caduti furono tra i combattenti: la seconda guerra mondiale sarà invece caratterizzata anche dall’enorme numero di vittime civili.

Purtroppo la fine della Grande Guerra lasciò irrisolti gravissimi problemi che saranno alla radice della Seconda Guerra Mondiale.

La fine del conflitto in Italia

In Italia dopo la disfatta di Caporetto il generale Cadorna era stato sollevato dal suo incarico ed era stato sostituito dal generale Armando Diaz. L’Italia aveva subito una terribile sconfitta ma doveva fare un ulteriore sforzo per superare la crisi e per resistere alla pressione dell’esercito tedesco.

Il governo presieduto da Vittorio Emanuele Orlando attivò delle nuove strategie per accrescere il consenso. Fu riorganizzato l’esercito e si chiamarono a combattere anche i ragazzi del 1899. Le truppe vennero trattate in modo più attento e umano e furono promesse ai soldati premi e vantaggi economici per il dopoguerra. Si promise anche una distribuzione di terre che sarebbe avvenuta alla fine della guerra, in concomitanza con l’agognata vittoria. Le promesse di terre erano molto sentite dai contadini che costituivano la massa dei soldati. Purtroppo tali promesse non furono poi mantenute.

Molte organizzazioni pubbliche e private moltiplicarono gli sforzi per dare appoggio e assistenza ai combattenti alle loro famiglie. Vennero aperti degli uffici di propaganda a cui parteciparono intellettuali e pedagogisti per attivare patriottismo e solidarietà nazionale.

Questi sforzi dietro i loro frutti tanto che nel giugno del 18 venne bloccata l’avanzata degli austriaci sul Piave.

Il 24 ottobre del 1918 l’esercito italiano iniziò il contrattacco, sbaragliò gli austriaci a Vittorio Veneto e il 4 novembre del 1918 fu firmato l’armistizio con l’Austria Ungheria.

Ma come hanno fatto a resistere?

Nell’insieme, nonostante la terribile situazione vissuta dai soldati, nonostante fame e epidemie che provocarono in Francia, Italia e Germania scioperi e sommosse, gli eserciti tennero.

Nel mondo civile crescevano le voci che chiedevano la fine del conflitto:

  • i socialisti iniziarono una massiccia propaganda a favore della pace: conferenza di Zimmerwald;
  • papa Benedetto XV, che si era prodigato per evitare l’ingresso dell’Italia in guerra, chiese la fine dell’inutile strage.

La censura e la repressione di ogni atteggiamento di critica impedirono il dilagare di manifestazioni di rifiuto mentre la propaganda governativa favorì lo sviluppo di un patriottismo nazionale.

Venne sostenuta la convinzione che si stava combattendo una guerra giusta contro un nemico terribile. Questo fece sì che alla solidarietà per i compatrioti di mescolasse l’odio per il barbaro, per l’altro, diverso da noi. E in tutti i paesi rimase la convinzione che si stesse combattendo una sorta di guerra sacra in cui “Dio è con noi”.

Documenti

1. L’esperienza futurista della guerra


Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), esponente del nazionalismo e del Futurismo italiano, schieratosi immediatamente a sostegno dell’intervento, partecipò alla guerra vivendola come un’avventura che permetteva di sperimentare in prima persona l’identità tra letteratura e vita. Successivamente, come molti altri, scrisse di questa esperienza. La forma scelta da Marinetti fu un romanzo dal titolo significativo, Alcova d’acciaio, in cui viene esaltata l’emozione erotica del rapporto tra il combattente e l’uso delle armi e vengono sottolineate, all’interno della visione futurista, la velocità e la modernità delle armi stesse.

Il mio capitano si è munito di due lampadine elettriche. Dopo avere seguito per 10 minuti un tortuoso camminamento sotto il cielo sibilante e lampeggiatissimo giungiamo ad un vero pozzo di miniera. Curvi ci inoculiamo in una galleria tutta stillante su un terreno sempre più sdrucciolevole. Il pozzo scende nella spina dorsale di un costone fortificato. Riconosco ormai il cammino che ci deve condurre alla famosa Dama al Balcone. Infatti dieci passi dopo sbocchiamo nel fulgore sfarzoso di centomila feste da ballo riunite. Sono i centomilioni di candele del massimo proiettore che sorveglia le posizioni austriache in Val D’Astico. Pausa abbacinante. Poi sentiamo la danza furibonda e il ta-ta-ta-ta-ta capriccioso, spietato, ironico e femminile della mitragliatrice Saint-Etienne che, sei metri a destra, sputa come una andalusa fuoco di passione e garofani rossi dal suo balcone mascherato di fogliami. È lei la leggendaria Dama al Balcone della brigata Casale.
Una Saint-Etienne prodigiosa. Si ricorre a lei per la difesa dei punti pericolosi. Non si inceppa mai se è servita e accarezzata dal suo amico mitragliere Buco, un pugliese magrolino, olivastro, dagli occhietti furbi tutti a lampi che si mescolano ai lampi d’una risata bianca continua. Meccanico provetto. Non ha mai bisogno di smontare la sua amante per pulirne il cuore. La domina impugnandone la groppa flessuosa, la pizzica, la solletica. E la Dama elegante in nero si curva giù sugli abissi dove fervono le serenate austriache e sputa, sputa i suoi innumerevoli fiori veementi che uccidono i romantici e audaci suoi serenatori.
Buco mi saluta offrendo la sua risata allegra allo splendore elettrico bianco azzurrino del proiettore. Siamo glorificati, divinizzati dalla versicolore splendida pazzia delle farfalle che si slanciano ebbre d’oro nel gran fascio di luce, cozzano ruzzolano, proiettano contro il grande occhio vetrato divenuto ormai accecante. […]
La bella Dama d’acciaio respira golosamente l’eccitante miscela degli odori notturni. Vaniglia, violetta, acacie e menta selvaggia, tutti pepati dall’odore aspro dominatore della balistite.
Sembra ballare pazza di gioia la sua strana danza a schiena curva. Fumano i suoi capelli sciolti. Il mitragliere le stringe i fianchi e l’ombra ingigantita della coppia bizzarra danza proiettata a cento metri davanti a noi sul tondo, enorme cerchio di luce che il fascio luminoso del proiettore stampa sulla nebbia. Vicino, sotto, sopra, intorno, altre ombre strabilianti: le nostre. Labirintica prospettiva fra gli specchi irreali numerosissimi di questa festa da ballo.
Buco mi dice: “Come è bella la mia dama! Elegantissima! Come balla bene! È un po’ capricciosa e suscettibile, ma non con me. Con me è buona! Mi è stata sempre fedele, mi preferisce a tutti! Mi dà tutto il suo spirito e il suo ingegno… Gode, veramente gode quando io la olio di baci… ha un odio speciale per quella stupida pettegola che vorrebbe tenerle testa là davanti a noi!”. Sentiamo infatti le numerose pallottole della mitragliatrice austriaca frugare brutalmente a 2 metri sopra le nostre teste nella vegetazione buia. La Dama al Balcone la deride, la insulta a perdifiato: “Idiooota ta-ta-ta-ta-ta-ta Idiooota ta-ta-ta-ta-ta-ta”. […]
Saluto Buco, e passo sotto una volta fronzuta. Urto nelle spalle di un enorme bombardiere.
Siamo in una delle piazzole della batteria di Melodia. Fooc! srrrrrrrrrrrr. Seguiamo in alto l’ascensione di una bomba da 58. Eccola già in discesa mugolando giù giù nella vallata scrabraaang. Si riprende il camminamento […].
Ecco sfioro la schiena d’un forte soldato dal viso cotto dal sole: sono nel suo alone azzurro e tremo come chi entra nella casa dove è morto qualcuno fra i pianti disperati. Il soldato che m’è vicino e che spara, spara, affrettando i colpi è forse un marinaio. Chi pensa più alle fischianti pallottole che cinguettano sul capo coi primi passeri indifferenti? Sono preso dalla gioia di scoprire una nuova legge.
Ben lontano dai Bergson seduti nelle cretine poltrone universitarie trovo nel momento più pericoloso d’una battaglia la soluzione di molti problemi che i filosofi non potranno mai scoprire nei libri, poiché la vita non si svela che alla vita. Il segreto amplesso del passato e del futuro nella stessa coscienza si rivela a coloro che tutto il passato hanno vissuto, sudato, pianto, baciato, morso e masticato e che vogliono fra le carezze o le gomitate della morte vivere, baciare, masticare e soffrire il loro futuro.

F.T. Marinetti, Alcova d’acciaio. Romanzo vissuto, Serra e Riva, Milano 1985, pp. 18-21.

2. L’appuntamento con il destino

Uomo di lettere, Renato Serra (1884-1915) pubblicò nel 1915, sulla rivista “La Voce”, Esame di coscienza di un letterato, un breve testo in cui da una parte condannava la guerra come inutile distruzione, dall’altra considerava ineluttabile per gli uomini della sua generazione partecipare a essa, perché questo era quanto il destino aveva riservato loro. Queste riflessioni, scritte in tono fortemente antiretorico, erano destinate a divenire una sorta di testamento spirituale. Di lì a poco, infatti, Serra, richiamato alle armi, sarebbe caduto combattendo in una trincea del monte Podgora, il 20 luglio 1915.

La guerra non mi riguarda.
La guerra che gli altri fanno, la guerra che avremmo potuto fare…
Se c’è uno che lo sappia, sono io, prima di tutti.
È una così vecchia lezione!
La guerra è un fatto, come tanti altri in questo mondo; è enorme, ma è quello solo; accanto agli altri, che sono stati, e che saranno: non vi aggiunge; non vi toglie nulla.
Non cambia nulla, assolutamente, nel mondo.
Neanche la letteratura […].
Perché non siamo eterni, ma uomini; e destinati a morire.
Questo momento che ci è toccato non tornerà più per noi, se lo lasceremo passare.
Hanno detto che l’Italia può riparare, se anche manchi questa occasione che le è data; la potrà ritrovare.
Ma noi, come ripareremo?
Invecchieremo falliti.
Saremo la gente che ha fallito il suo destino.
Nessuno ce lo dirà, e noi lo sapremo; ci parrà d’averlo scordato, e lo sentiremo sempre; non si scorda il destino.
E sarà inutile dare agli altri la colpa.
A quelli che fanno la politica o che la vendono all’egoismo stolto che fa il computo dei vantaggi, e cerca nel giornale quanti sono stati i morti; ai socialisti ed a Giolitti, ai diplomatici o ai contadini.
La colpa è nostra, che viviamo con loro.
Esser pronti, ognuno per suo conto, non significa niente; essere indignati, disgustati, avviliti è solo una debolezza.
La realtà è quella che vale.
Anche la disgrazia è un peccato; e il più grave di tutti, forse.
Fra mille milioni di vite, c’era un minuto per noi: e non l’avremo vissuto. Saremo stati sull’orlo, sul margine estremo; il vento ci investiva e ci sollevava i capelli sulla fronte; nei piedi immobili tremava e saliva la vertigine dello slancio.
E siamo rimasti fermi.
Invecchieremo ricordandoci di questo.
Noi, quelli della mia generazione; che arriviamo adesso al limite, o l’abbiamo passato di poco; gente sciupata e superba.
Chi dice che abbiamo spesa male la nostra vita, senza costruire e senza conquistare?
Eravamo ricchi di tutto quello che abbiamo buttato; non avevamo perduto neppure un attimo dei giorni che ci son passati come l’acqua fra le dita.
Perché eravamo destinati a questo punto, in cui tutti i peccati e le debolezze e le inutilità potevano trovare il loro impiego.
Questo è il nostro assoluto.
È così semplice! […] Si ha voglia di camminare, di andare.
Ritrovo il contatto col mondo e con gli altri uomini, che mi stanno dietro, che possono venire con me.
Sento il loro passo, il loro respiro confuso col mio, e la strada salda, liscia, dura, che suona sotto i passi, che resiste al piede che la calca.
Non ho altro più da pensare.
Questo basta alla mia angoscia; questo che non è un sogno o un’illusione, ma un bisogno, un movimento, un fatto; il più semplice del mondo. Mi assorbe tutto nella sua semplicità; mi fa caldo e sostanza. […]
Andare insieme.
Uno dopo l’altro per i sentieri tra i monti, che odorano di ginestre e di menta; si sfila come formiche per la parete, si sporge la testa alla fine di là dal crinale, cauti, nel silenzio della mattina.
O la sera per le grandi strade soffici, che la pesta dei piedi è innumerevole e sorda nel buio, e sopra c’è un filo di luna verdina lassù tra le piccole bianche vergini stelle d’aprile; e quando ci si ferma, si sente sul collo il soffio caldo della colonna che serra sotto.
O le notti, di un sonno sepolto nella profondità del nero cielo agghiacciato; e poi si sente tra il sonno il pianto fosco dell’alba, sottile come l’incrinatura di un cristallo; e su, che il giorno è già pallido.
Così, marciare e fermarsi, riposare e sorgere, faticare e tacere, insieme; file e file di uomini, che seguono la stessa traccia, che calcano la stessa terra […].
E tutto il resto che non si dice, perché bisogna esserci e allora si sente; in un modo, che le frasi diventano inutili.
Laggiù in città si parla forse ancora di partiti, di tendenze opposte; di gente che non va d’accordo; di gente che avrebbe paura, che si rifiuterebbe, che verrebbe a malincuore.
Può esserci anche qualche cosa di vero, finché si resta per quelle strade, fra quelle case.
Ma io vivo in un altro luogo.
In quell’Italia che mi è sembrata sorda e vuota, quando la guardavo soltanto; ma adesso sento che può esser piena di uomini come son io, stretti dalla mia ansia e incamminati per la mia strada, capaci di appoggiarsi l’uno all’altro, di vivere e di morire insieme, anche senza sapere il perché: se mai venga l’ora.
R. Serra, Esame di coscienza di un letterato, Sellerio, Palermo 1994, pp. 11, 40-43 e 46-49.

Domanda

Quale percorso di riflessione porta l’autore ad accettare la guerra?

3. Lettera dal fronte di un soldato italiano

Questa lettera scritta al padre da Eugenio Garrone, un giovane alpino impegnato sul fronte del Carso, fa parte di Momenti della vita di guerra, il volume pubblicato nel 1934 da Adolfo Omodeo, storico del Risorgimento e volontario nella Prima guerra mondiale, che raccolse in esso, commentandole, lettere e memorie dei soldati italiani caduti. Essa ci dà un quadro della vita quotidiana durante la guerra (il combattimento, l’arretramento, la difesa dentro la trincea, la ricerca dei morti) e restituisce il clima di immobilità sospesa delle notti passate al fronte.

19 settembre 1916, al padre

Ondate successive furono respinte dal fuoco misurato e nutrito degli avversari e dovemmo retrocedere fino quasi alle posizioni iniziali, organizzando alla meglio una provvisoria trincea, e addossando dietro di essa quelle truppe che, in un eventuale contrattacco, arginassero l’offensiva e impedissero una vera catastrofe.
La cosa riuscì: sopravvenne la notte: veglia più ansiosa non passerò più. Immaginati un imbuto di cui uno degli orli sia più basso, quello occupato da noi: quello più alto, e per di più della metà, guernito [occupato] dagli avversari. La notte è limpidissima: tutta la cresta dell’imbuto spicca nitida sul cielo bianco: l’imbuto si sprofonda nero in basso, e da quel profondo salgono ad ogni momento i lamenti dei feriti che non abbiamo ancora potuto raccogliere.
Si sta all’erta tutti: gli occhi vorrebbero vedere di più: gli orecchi vorrebbero percepire tutto, ed è questa tensione esagerata che a volte c’inganna. Si vedono ombre nere che salgono, si odono fruscii misteriosi: si lancia un razzo bianco: sale bruciando, si ferma in alto sorretto da un paracadute, poi naviga lento, s’abbassa, si rialza: nulla. Ma un razzo ne chiama altri e da tutta la cresta è uno scoppiettare breve improvviso di razzi convergenti al centro, ed ogni angolo è scoperto, scrutato, perlustrato da migliaia d’occhi, nell’ansia di tanti e tanti cuori in tumulto. Nulla. La nebbia ridiscende: i razzi non servono che a mettere nell’aria una macchia nebulosa: non si vede più nulla: entrano in ballo le mitragliatrici: pochi colpi, prima, qua e là: poi un picchiettare nervoso da tutte le parti. Ognuna batte una zona; anche la nostra è cercata nervosamente. I soldati sono tutti bassi, protetti. Passano i proiettili a centinaia, con miagolii strani, prolungati sopra le teste, in alto: non si sente altro: poi si rifà il silenzio dietro una coda rada di colpi nervosi […].
Così passa tutta la notte, e così, in un’alternativa di momenti tranquilli e d’allarme, passano due altre giornate, in un’immobilità che pare impossibile, a volte, di poter conservare per ore e ore sotto il flagello di una pioggia incessante, e in una ricerca affannosa, in altri momenti di nebbia fitta, dei nostri feriti, che a poco a poco riusciamo a portare dietro le linee, e anche dei nostri morti che seppelliamo tutti vicini, individuandoli con rustiche croci.
A. Omodeo, Momenti della vita di guerra. Dai diari e dalle lettere dei caduti 1915-1918, Einaudi, Torino 1968, p. 74.

Domanda

Confronta la lettera di Eugenio Garrone con il testo 1.L’esperienza futurista della guerra: quali analogie e soprattutto quali divergenze emergono dalle due testimonianze?

Le eredità della guerra

La grande guerra rappresenta una frattura nella storia del mondo contemporaneo. L’epoca che si era aperta con l’Illuminismo, caratterizzata dalla fiducia nel progresso, si chiude drammaticamente. La belle époque, con i suoi sogni e le sue aspirazioni si chiude bruscamente.

La guerra porta trasformazioni profonde a tutti i livelli: politico, economico e sociale.

Conseguenze politiche

Le conseguenze si registrano in tutto il mondo.

Innanzitutto si assiste alla fine egemonia europea. L’economia mondiale, che dal Settecento ruotava intorno all’Europa in generale e all’Inghilterra in particolare cambia assetto. L’Inghilterra che aveva dominato sui commerci planetari perde definitivamente il suo primato.

Gli Stati Uniti diventano il nuovo cardine dell’economia internazionale.

La produzione industriale negli Stati Uniti è aumentata in maniera esponenziale. Si pensi che negli anni venti, negli USA, si realizza la metà della produzione mondiale.

Infatti gli USA, che avevano aiutato l’Europa durante il conflitto, sia nella prima fase in cui avevano finanziato i diversi stati europei, sia nella seconda in cui erano entrati nel conflitto, avevano acquisito crediti tali da diventare i maggiori creditori mondiali.

Conseguenze sociali

La guerra ebbe un costo umano elevatissimo. L’umanità non si aspettava di registrare un tale carneficina: la grande guerra fu il primo conflitto totale con:

  • 8 milioni e mezzo di soldati caduti, migliaia di militari dispersi,
  • 21 milioni di soldati feriti,
  • un gran numero dei quali rimase invalido nel corpo.

Non dimentichiamo poi gli effetti che la permanenza in trincea, sotto il fuoco nemico, accanto ai cadaveri dei compagni, ebbe sulla psiche dei soldati. – vedi articolo “Scemi di guerra”.

Tutte le popolazioni che abitavano presso le linee del fronte registrarono distruzioni e eccidi diffusi.

Pensate che Il 50 % della popolazione maschile tra 18 e 50 anni venne arruolata e quelli che tornavano portavano cicatrici profondissime.

Tabelle relative ai costi umani della guerra

 L’epidemia di spagnola 1918

Alla fine del primo conflitto mondiale un’altra piaga incise profondamente sulle popolazioni: l’epidemia di Spagnola.

La terribile influenza colpì un terzo della popolazione mondiale e portò alla morte più di 50 milioni di persone nel mondo.

Consideriamo che alla fine del primo conflitto mondiale la popolazione mondiale contava poco più di un miliardo e mezzo di persone e che la spagnola arrivò ad infettare circa 500 milioni di persone.

Conseguenze economiche

I paesi europei, nel corso del quinquennio 1914 – 1919 spesero, in media, quattro volte il valore del loro PIL del 1913. La lunghezza del conflitto e le armi impiegate resero la guerra molto impegnativa, da sostenere, anche economicamente.

Ma in guerra bisognava far fronte a tali spese e gli stati trovarono strategie economiche diversificate per poter affrontare l’emergenza.

Nei vari paesi quindi:

  • venne emessa cartamoneta in eccesso
  • vennero aumentate le imposte
  • venne fatto ricorso a prestiti di guerra sia dai cittadini che dagli USA, per quanto riguarda i paesi dell’Intesa.

La guerra totale è una tipologia di guerra legata al sistema industriale e alla società di massa; il sistema agricolo non avrebbe sopportato tale carico e mai prima d’ora percentuali così alte di popolazione furono coinvolte in un conflitto. Quando la guerra iniziò, nel 1914, tutti erano convinti che si sarebbe trattato di una guerra di breve corso. I governi sapevano che una guerra totale non avrebbe dovuto durare a lungo in quanto il sistema economico ne avrebbe sofferto in modo eccessivo. Ma le cose non andarono così e, al termine del conflitto, i governi dovettero affrontare una serie di problemi economici:

  • l’inflazione causata da eccessiva emissione di moneta,
  • l’indebitamento pubblico,
  • la necessità di riconvertire il sistema dell’industria bellica in civile,
  • la disoccupazione,
  • la necessità del reinserimento sociale e professionale dei reduci di guerra.

Conseguenze istituzionali

La guerra lasciò in eredità una generalizzata crisi di legittimazione delle istituzioni liberali. Prima della guerra i governi rappresentavano gli interessi delle ristrette élite dirigenti, ma il conflitto aveva comportato la maturazione di una coscienza collettiva. Gli uomini che Avevano combattuto per la patria e le donne che avevano garantito la produzione a livello industriale e agricolo, lavorando dove prima della guerra c’erano solo uomini, divennero consapevoli del loro ruolo sociale.

Le donne, entrate in massa nel mondo del lavoro a sostituire gli uomini in guerra, avevano acquisito autonomia e indipendenza economica.

Vedi le donne e la Grande Guerra

La crisi del ceto medio

Il disagio sociale ed economico che dilagava portò ad un progressivo rafforzamento del sistema operaio che sfociava spesso in intensi conflitti e in decise rivendicazioni sindacali.

Il gruppo sociale che si trovava nella situazione più critica era il ceto medio. Senza sicurezze economiche e senza più un ruolo sociale riconosciuto, senza rappresentazione e organizzazione politica covava un forte risentimento. Gli esponenti del ceto medio, impiegati, studenti, intellettuali, che durante la guerra erano stati ufficiali o sottoufficiali, erano tornati a casa e oltre a non avere talvolta un lavoro, non avevano più nessun ruolo sociale. Inoltre i loro stipendi subivano gli svantaggi della crescente inflazione. Il risentimento dei ceti medi era indirizzato sia verso gli operai che verso gli imprenditori.

Infatti da un lato gli operai, fortemente sindacalizzati, ottenevano concessioni dai governi e dagli imprenditori, dall’altro i finanzieri e gli speculatori si erano arricchiti con la guerra. Essi invece non avevano alcuna possibilità di ottenere alcun riconoscimento sociale ed economico.

In questa fase di tensione crescente si diffondono ideologie nazionalistiche che contestano la capacità delle vecchie istituzioni liberali di rappresentare gli interessi collettivi e che rifiutano una politica basata sulla mediazione e sul compromesso. Si sviluppano sia movimenti nazionalistici radicali sia movimenti sindacali e socialisti rivoluzionari.

Il clima culturale e politico aveva esaltato lo spirito di Crociata e la demonizzazione del nemico. Non dobbiamo dimenticare che durante la prima guerra si affinano gli strumenti di comunicazione nella società di massa. Durante la guerra erano state perfezionate tecniche di manipolazione e di controllo dell’opinione pubblica che saranno sempre più utilizzate nel corso del secolo.

Risonanza bolscevica

Nel 1917 la Russia era uscita dalla guerra e una rivoluzione stava trasformando radicalmente la terra degli zar. In Europa si guarda con estrema diffidenza ai movimenti bolscevichi, ma il movimento operaio invece vede in tale rivoluzione la praticabilità di un sistema rivoluzionario socialista.

Lenin vuole unificare le organizzazioni rivoluzionarie europee in vista dell’estensione della rivoluzione bolscevica. Inizialmente comprende diversi orientamenti (socialisti, comunisti anarchici, sindacalisti rivoluzionari) ma col 1920 diventa organizzazione internazionale partiti comunisti, un’organizzazione centralizzata subordinata al partito comunista dell’URSS.

La Russia diventa ben presto il mito politico per il mondo socialista. Tra il 1919 il 1921 la Russia diventò un «mito politico» e portò lo spauracchio della rivoluzione bolscevica in tutti i paesi europei.

Ora noi sappiamo che il pericolo di una rivoluzione bolscevica europea non era reale, ma allora la paura dilagava e il mito della Russia bolscevica incise pesantemente sulle scelte politiche dei diversi paesi europei.

Come evolvette la crisi in Europa?

Gli stati dove erano radicate le politiche liberali (Francia e Inghilterra) conservano istituzioni liberali, mentre gli stati più fragili o di recente formazione percorreranno soluzioni autoritarie.

Impossibile pace

Anche se la guerra si era conclusa, la pace fu impossibile. La posta in gioco della Grande Guerra era stata altissima perché ognuno voleva la vittoria totale sul nemico. Questa non fu una guerra di conquista, fu una guerra di potere in cui ognuno voleva che l’altro soccombesse, anche per questo possiamo dire che fu una guerra totale.

Era stata una guerra totale, che aveva coinvolto le masse e aveva costruito al cultura del nemico. La mentalità europea era pervasa da fantasmi, paure, odi, alimentati durante la guerra e che ora dominavano le menti di tutti.

Un tale atteggiamento non è sicuramente favorevole per riallacciare la relazioni tra i diversi stati europei. Inoltre possiamo affermare che non poteva avere una soddisfacente conclusione sul piano diplomatico perché le trattative di pace furono condotte dai vincitori secondo un’ottica nazionalistica.

I quattordici punti di Wilson

Gli Usa sono realmente l’unica nazione vincitrice, l’unica nazione che no ha avuto grosse perdite, ma che ha avuto incredibili vantaggi dal conflitto europeo. Inoltre gli Usa si pongono con un atteggiamento evidentemente più costruttivo e pacifico rispetto alla rissosa Europa. Nel gennaio del 1918 il presidente americano illustra al Congresso americano il suo programma di pace in 14 punti per evitare il ripetersi di altri massacri. Wilson dà al suo intervento una connotazione politico morale

1 – Pubblici trattati di pace, stabiliti pubblicamente e dopo i quali non vi siano più intese internazionali particolari di alcun genere, ma solo una democrazia che proceda sempre francamente e in piena pubblicità.

2 – Assoluta libertà di navigazione per mare, fuori delle acque territoriali, così in pace come in guerra, eccetto i casi nei quali i mari saranno chiusi in tutto o in parte da un’azione internazionale, diretta ad imporre il rispetto delle convenzioni internazionali.

3 – Soppressione, per quanto è possibile, di tutte le barriere economiche ed eguaglianza di trattamento in materia commerciale per tutte le nazioni che consentano alla pace, e si associno per mantenerla.

4 – Scambio di efficaci garanzie che gli armamenti dei singoli stati saranno ridotti al minimo compatibile con la sicurezza interna.

5 – Regolamento liberamente dibattuto con spirito largo e assolutamente imparziale di tutte le rivendicazioni coloniali, fondato sulla stretta osservanza del principio che nel risolvere il problema della sovranità gli interessi delle popolazioni in causa abbiano lo stesso peso delle ragionevoli richieste dei governi, i cui titoli debbono essere stabiliti.

6 – Evacuazione di tutti i territori russi e regolamento di tutte le questioni che riguardano la Russia… Il trattamento accordato alla Russia dalle nazioni sorelle nel corso dei prossimi mesi sarà anche la pietra di paragone della buona volontà, della comprensione dei bisogni della Russia, eccezion fatta dai propri interessi, la prova della loro simpatia intelligente e generosa.

7 – Il Belgio dovrà essere evacuato e restaurato, senza alcun tentativo per limitarne l’indipendenza di cui gode al pari delle altre nazioni libere.

8- Il territorio della Francia dovrà essere completamente liberato e le parti invase restaurate. Il torto fatto alla Francia dalla Prussia nel 1871, a proposito dell’Alsazia–Lorena, torto che ha compromesso la pace del mondo per quasi 50 anni, deve essere riparato affinché la pace possa essere assicurata di nuovo nell’interesse di tutti.

9 – Una rettifica delle frontiere italiane dovrà essere fatta secondo le linee di demarcazione chiaramente riconoscibili tra le due nazionalità.

10 – Ai popoli dell’Austria–Ungheria, alla quale noi desideriamo di assicurare un posto tra le nazioni, deve essere accordata la più ampia autonomia.

11 – La Romania, la Serbia ed il Montenegro dovranno essere evacuati, i territori occupati dovranno essere restaurati; alla Serbia sarà accordato un libero e sicuro accesso al mare, e le relazioni specifiche di alcuni stati balcani dovranno essere stabilite da un amichevole scambio di vedute, tenendo conto delle somiglianze e delle differenze di nazionalità che la storia ha creato, e dovranno essere fissate garanzie internazionali dell’indipendenza politica ed economica e dell’integrità territoriale di alcuni stati balcanici.

12 – Alle regioni turche dell’attuale impero ottomano dovrà essere assicurata una sovranità non contestata, ma alle altre nazionalità, che ora sono sotto il giogo turco, si dovranno garantire un’assoluta sicurezza d’esistenza e la piena possibilità di uno sviluppo autonomo e senza ostacoli. I Dardanelli dovranno rimanere aperti al libero passaggio delle navi mercantili di tutte le nazioni sotto la protezione di garanzie internazionali.

13 – Dovrà essere creato uno stato indipendente polacco, che si estenderà sui territori abitati da popolazioni indiscutibilmente polacche; gli dovrà essere assicurato un libero e indipendente accesso al mare, e la sua indipendenza politica ed economica, la sua integrità dovranno essere garantite da convenzioni internazionali.

14 – Dovrà essere creata un’associazione delle nazioni, in virtù di convenzioni formali, allo scopo di promuovere a tutti gli stati, grandi e piccoli indistintamente, mutue garanzie d’indipendenza e di integrità territoriale.

La proposta di Wilson era decisamente innovativa, ma difficile da applicare a causa della presenza di stati multietnici, a causa degli egoismi nazionali e degli ingenti possedimenti coloniali europei.

I Trattati di Versailles

trattato di Versailles, anche detto patto di Versailles, è uno dei trattati di pace che pose ufficialmente fine alla prima guerra mondiale. Fu stipulato nell’ambito della conferenza di pace di Parigi del 1919 e firmato da 44 Stati il 28 giugno 1919 a Versailles, in Francia.

È suddiviso in 16 parti e composto da 440 articoli. 

Per volontà della Francia, immemore di quanto accaduto un secolo prima, furono ammessi a definire i trattati di pace solamente Usa, Francia, Inghilterra, Italia con un ruolo secondario. Germania, Austria ed Ungheria non furono ammessi alla “conferenza”, ma si limitarono a firmare il trattato finale il 28 giugno, dopo le minacce, da parte dei vincitori, di una ripresa della guerra se non lo avessero fatto.

Venne fondata una Società delle Nazioni, ma non vi aderirono né gli USA, perché il nuovo presidente non aderì, né Giappone, Russia, Germania. Divenne quindi uno strumento che curava solo gli interessi anglofrancesi.

Gli Stati Uniti d’America non ratificarono mai il trattato.

Le elezioni del 1918 avevano visto la vittoria del Partito Repubblicano, che prese il controllo del Senato e bloccò due volte la ratifica (la seconda volta il 19 marzo 1920), alcuni favorivano l’isolazionismo e avversavano la Società delle Nazioni.

Ne conseguì che gli USA non si unirono mai alla Società delle Nazioni e in seguito negoziarono una pace separata con la Germania.

L’obiettivo dei trattati di pace era quello di ridisegnare carta politica d’Europa dopo il crollo dell’impero ottomano, dell’impero russo, dell’impero austroungarico e della neonata Germania.

Il ridimensionamento dell’Austria. In rosso il tratteggio dei confini dell’Impero asburgico nel 1914.

Al posto dei vecchi imperi russo, tedesco e austroungarico, si crearono nuovi stati multietnici.

Punizione della Germania

L’umiliazione che la Francia aveva subito durante la guerra franco prussiana, la pesante sconfitta a Sedan, la perdita di Alsazia e Lorena si fecero sentire ancora, nonostante fossero passati più di cinquant’anni. Fu così che la Germania venne punita pesantemente sia in termini territoriali che economici.

Molte delle terre furono cedute:

La cessione alla Francia dei bacini della Saar era temporanea, come temporanea era l’occupazione alleata di Renania e Palatinato. Inoltre la Germania fu costretta a smilitarizzare la riva sinistra del Reno, a ridurre l’esercito a soli 100.000 uomini. Le colonie germaniche vennero spartite tra i vincitori.

Ma se questo non bastava alla Germania fu imposto un risarcimento dei danni di guerra calcolato in 132 miliardi di marchi d’oro, una cifra spropositata che sarà pagata solo in parte.

Con questi trattati la Germania perde:

  • 13% del territorio,
  • 10% della popolazione,
  • 75% dei giacimenti di ferro,
  • I centri industriali di Alsazia, Lorena e Slesia.
L’assetto europeo dopo la grande guerra

Gli altri paesi europei

  • L’Austria divenne un piccolo stato con circa sei milioni di abitanti, con una grande capitale, Vienna. All’Austria fu impedito di unirsi alla Germania
  • L’Ungheria rimase indipendente e cedette la Transilvania alla Romania.
  • La nuova Cecoslovacchia unisce la Boemia, area industrializzata, alla Slovacchia, terra a vocazione agricola. Inoltre incorpora i Sudeti, una regione di lingua tedesca su cui presto Hitler indirizzerà i suoi interessi.
  • La Jugoslavia è un regno serbo-croato-sloveno. Il nome significa “slavi del Sud” è un nuovo regno multietnico.
  • L’Italia annette Trento, Bolzano, Trieste, Istria. La città di Fiume però non è italiana e in questa città si giocherà, l’anno successivo l’avventura di Gabriele D’Annunzio, definita l’Impresa fiumana.
  • L’Impero ottomano è ridotto pesantemente al solo territorio della Turchia.
  • La Finlandia e le repubbliche baltiche sono indipendenti.
  • La Romania è ampliata.
  • La Polonia viene ricreata come grande stato sovrano multietnico che avrà breve corso, sempre per le mire espansionistiche di Hitler.

Minoranze

In seguito alla risistemazione geopolitica 10.000.000 di persone si trovarono sradicate, espulse, esuli, profughi, apolidi (esseri umani sprovvisti di cittadinanza e protezione)

  • Tedeschi – espulsi dai territori dell’Ex impero tedesco
  • Ungheresi – dovettero lasciare Cecoslovacchia, Romania, Jugoslavia
  • Polacchi – trasferiti nel nuovo stato polacco
  • Armeni – scampati dal genocidio del 1915 lasciano la Turchia
  • Russi e Ucraini scappano dalla guerra civile
  • Greci ortodossi espulsi dalla Turchia
  • Turchi espulsi dalla Grecia

Domande

Rispondi alle seguenti domande. Quali furono le conseguenze della guerra

  • per l’Europa in generale
  • Per la Gran Bretagna
  • Per gli USA
  • Per la popolazione europea
  • Per la Germania
  • Per la Polonia
  • Quali furono le proposte di Wilson? Cosa avrebbero favorito? Perché non furono accettate?
  • Quale atteggiamento assunsero Francia e Gran Bretagna durante le trattative di pace?

Scemi di guerra

Sindrome da shock post – traumatico

Filmografia

Uomini contro è un film del 1970 diretto da Francesco Rosi, liberamente ispirato al romanzo di Emilio Lussu “Un anno sull’Altipiano”. 

La grande guerra – è un film del 1959 diretto da Mario Monicelli, prodotto da Dino De Laurentiis e interpretato da Alberto Sordi e Vittorio Gassman.

Torneranno i prati è un film del 2014, l’ultimo scritto e diretto da Ermanno Olmi. In concomitanza con le celebrazioni del centenario della prima guerra mondiale Olmi decise di realizzare un film ambientato nelle trincee sull’Altopiano di Asiago, luogo teatro di sanguinose battaglie e località ove il regista viveva. Il film è liberamente ispirato al racconto La paura (1921) di Federico De Roberto.

Joyeux Noël – Una verità dimenticata dalla storia è un film del 2005 diretto da Christian Carion. Pellicola con soggetto e sceneggiatura ad opera dello stesso regista Carion, incentrata sulla tregua di Natale del 1914, durante la prima guerra mondiale, fra soldati di trincea tedeschi, francesi e britannici.

Fonti

http://www.grandeguerra.rai.it/articoli/la-rai-per-il-centenario-della-prima-guerra-mondiale/22698/default.aspx

http://www.maxplanck.it/ipertesti/SVILUPPO%20TECNICO-SCIENTIFICO%20E%20GUERRE%20NEL%20’900%20/dedalus900/mappe/guerra/tabelle/costoumano.htm

https://www.epicentro.iss.it/passi/storiePandemia

https://it.wikipedia.org/wiki/Influenza_spagnola

https://www.lightquiz.com/images/Mappa-dell-Europa-nel-1923-620.jpg

Fossati, Luppi, Zanette, Parlare di Storia, Mondadori

Calvani, Una storia per il futuro, Mondadori scuola