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La nascita del teatro moderno

Teatro nell’antica Grecia

Nell’antica Grecia due erano i generi teatrali che venivano praticati: la commedia e la tragedia.

La commedia è il genere teatrale caratterizzato da un registro leggero e da lieto fine. I temi trattati venivano sempre mutuati dalla realtà quotidiana. Le commedie avevano come scopo quello di divertire e di intrattenere.

La tragedia invece è un genere teatrale caratterizzato da tono molto elevato e grave. Nelle tragedie si presentano eventi luttuosi o estremamente violenti. La tragedia nasce per consentire all’uomo di rielaborare i propri conflitti, tanto che la visione delle tragedie ha effetto catartico, purificatorio: la visione delle tragedie agisce sullo spirito degli spettatori. Le vicende narrate diventano accettabili solo perché proiettate nella dimensione del mito.

Sia la tragedia che la commedia dovevano rispettare tre parametri:

  • unità di tempo – l’azione narrata doveva svolgersi in un’unica giornata dall’alba al tramonto
  • unità di luogo – l’azione narrata doveva svolgersi in un luogo unico, nel quale i personaggi agissero o raccontassero le vicende accadute. Nella tragedia greca spesso le azioni non vengono agite, ma soltanto riferite o raccontate sulla scena.
  • unità di azione: il dramma doveva comprendere un’unica azione, con l’esclusione quindi di trame secondarie o successivi sviluppi della stessa vicenda.

Teatro nell’antica Roma

Roma invece preferisce la spettacolarità di massa, organizza giochi circensi con i gladiatori (che furono aboliti nel 404 d. C.), battaglie di navi e corse di carri, venationes cioè battute di caccia (anche queste abolite nel 523 d. C.).

Il teatro medievale  

La cultura medievale, permeata di religiosità, considera lo spettacolo teatrale come l’espressione del teatro pagano, una pratica da estirpare. Utilizza quindi il teatro solo per rappresentare i momenti sacri. Una di queste rappresentazioni mette in scena la passione e la morte di Cristo. Questo avvenne prima nelle chiese, poi sul sagrato e quindi nelle piazze. Un’altra manifestazione del teatro medievale sono i drammi sacri, le narrazioni bibliche e le Via Crucis.

Se guardiamo al teatro profano troviamo le atellane che sono rappresentazioni di matrice latina, a tema agreste, di carattere comico, carnale, talvolta brutale. Vengono rappresentati aspetti del mondo contadino e vengono messe in scena risse, truffe, effetti di ingordigia e di fame atavica, fantasmagoriche prestazioni sessuali, tutto al fine di suscitare la comicità anche attraverso la rappresentazione di oscenità.

Un altro tipo di teatro è costituito dal mimo, una rappresentazione nella quale non si fa uso delle parole, in cui la comunicazione viene lasciata solo ai movimenti del corpo. Il mimo è affidato a mimi, addestratori di animali, danzatori e acrobati, ad istrioni. Uno dei grandi istrioni del nostro tempo è stato Dario Fo, che ha portato a noi le eredità del teatro medievale.

Dario Fò

Opera buffa, versione integrale https://www.youtube.com/watch?v=9EdIFECzTVE

Bonifacio VIII  https://www.youtube.com/watch?v=ckvKmLhMsUw

Resurrezione di Lazzaro  https://www.youtube.com/watch?v=gKdKu8h-NXg

Il teatro moderno

Il teatro moderno si sviluppa in Europa a partire dal Cinquecento. Nel corso del secolo si riaffermano le tre unità aristoteliche assunte come canoni della perfezione dell’arte drammaturgica: l’unità di luogo, di tempo e di azione.

I generi del teatro sono:

  • commedia,
  • tragedia (recitazione musica canto e danza),
  • melodramma (recitazione e canto – tema mitologico o epico),
  • opera buffa,
  • tragicommedia (sviluppo tragico e lieto fine),
  • dramma pastorale (intrecci romanzeschi di ambientazione bucolica).

La committenza in Italia

I Principati, le corti sono i centri propulsivi dell’innovazione culturale italiana. Le famiglie potenti, nel corso dell’età moderna, vogliono mostrare la loro grandezza e il loro potere anche attraverso l’arte e la cultura. Gli Este a Ferrara, i Gonzaga a Mantova, i Montefeltro e il Papato si circondano di intellettuali e artisti e commissionano opere teatrali che vengono rappresentate nei cortili o nelle sale dei palazzi. Le scenografie creano città finte, ideali, dipinte. Un esempio su tutte è la Mandragola, commedia di Machiavelli.

Visione film Mandragola

La commedia dell’arte

Il 25 febbraio 1525 a Padova un gruppo di attori e attrici costituiscono la Fraternal compagnia con l’obiettivo di “recitar commedie di loco in loco per guadagnar denaro”. A questo atto si fa risalire la nascita della commedia dell’arte.

Origine del nome

La parola commedia designa una vicenda a lieto fine, a tema comico, quindi un’opera buffa. La parola arte ha il significato di professione, mestiere, lavoro; si tratta quindi di un’opera di ingegno. Il termine designa l’insieme di quanti esercitano tale professione. Quindi Commedia dell’arte significa Commedia di professionisti.

La loro arte è quindi un lavoro e questi attori sono dei professionisti. Recitano senza il sostegno di un Principe, cercano lavoro in giro, attraggono il pubblico, devono incuriosirlo, conquistarlo e convincerlo a pagare il biglietto. Hanno bisogno di trovare consenso e devono avere abilità teatrale, vocale e fisica. Gli spettacoli che organizzavano avevano una durata di circa tre ore.

La commedia dell’arte è una rappresentazione basata su canovacci detti anche scenari e non quindi su testi scritti.

Canovaccio: è costituito dalla traccia dell’intreccio che va rappresentato, registra gli elementi di base della trama e ne determina, in maniera generica, lo svolgimento. Ma non entra nel dettaglio delle singole scene. Il canovaccio fornisce solo la traccia sulla quale gli attori improvvisavano. Funge quindi solo da promemoria.

Viene realizzata all’aperto, con scenografia fatta di pochi oggetti. Le compagnie sono formate una decina di persone, in cui solitamente ci sono otto uomini e due donne. La presenza delle donne sul palcoscenico è una novità, infatti le donne non erano mai salite su un palcoscenico fino ad allora. Ogni ruolo veniva interpretato dagli uomini.

Le compagne dell’arte dispongono solitamente di un vasto bagaglio di canovacci, adatti alle loro potenzialità. Gli attori improvvisano i loro lazzi e realizzano dialoghi e scenette comiche, atti o motti buffoneschi, spesso sguaiati di carattere mimico. Si tratta di scenette ben collaudate che fanno parte del personale repertorio degli attori, predisposte per interrompere la monotonia del dialogo.

Lazzi: breve scena di carattere mimico, predisposta nel canovaccio, per interrompere la monotonia del dialogo.

Questa commedia all’estero era conosciuta come “Commedia italiana”.

Le maschere della commedia dell’arte

Arlecchino

È un servo furbo e sciocco, un ladruncolo, bugiardo e imbroglione, in perenne conflitto col padrone. È costantemente preoccupato di racimolare il denaro anche perché è sempre insaziabilmente affamato. La maschera è di origine bergamasca. Il suo costume prima prevedeva una calzamaglia rattoppata, poi un abito multicolore, con motivo a losanghe.

Di Maurice Sand – SAND Maurice. Masques et bouffons (Comedie Italienne). Paris, Michel Levy Freres, 1860 – from de:wikipedia de:user:Eisenacher at 02:23, 11. Mär 2006, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1188819

Pulcinella

È una maschera che proviene dalla tradizione meridionale che nasce nel Seicento. Il suo abito è costituito da un ampio camicione bianco, con cintura nera tenuta bassa e i calzoni cadenti. La maschera è nera, glabra, con occhi piccoli e naso adunco. La voce ha una caratteristica tonalità stridula. Pulcinella è un servo sciocco e insensato, anche se talvolta può essere arguto e di buon senso. È vitale, inquieto, triste, pronto a stupirsi delle cose del mondo.

Di Internet Archive Book Images – https://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages/14783341015/Source book page: https://archive.org/stream/ofitalyhumour00wernrich/ofitalyhumour00wernrich#page/n84/mode/1up, No restrictions, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43551963

Pantalone

È una maschera veneziana; il suo costume prevede lunghi pantaloni neri attillati, una giubba rossa, una lunga zimarra nera, le pantofole. Sul viso porta una maschera dal lungo naso a becco. Al fianco sono appesi un corto spadino e una borsa per i denari. Di carattere vitale e sensuale è la caricatura del mercante veneziano, mediamente anziano sempre attratto dalle grazie delle giovani donne. Per questo si trova spesso in conflitto con i giovani.

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Colombina

È la più famosa fra le servette; il suo costume è costituito da un semplice abito cittadino, di colore chiaro, un grembiule colorato e una cuffietta portata di traverso. Il carattere è quello di una giovane arguta, dalla parola facile e maliziosa, mai protagonista nella commedia, ma parte importante nell’economia dello spettacolo perché si rivela abile a risolvere con destrezza situazioni intricate.

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Maggiori esponenti del teatro in Europa

William Shakespeare e il teatro nell’età elisabettiana

William Shakespeare è il più importante commediografo e poeta dell’età di Elisabella I. Lui scrive commedie e tragedie nelle quali trascura le regole aristoteliche, quelle che esigevano l’unità di tempo, di luogo e di azione. Il suo lavoro ottiene grande consenso di pubblico ma anche attacchi da moralisti «puritani».

Tratti biografici

William Shakespeare è un poeta e drammaturgo inglese. Nasce a Stratford-upon-Avon nel 1564. È considerato dalla critica come una delle più grandi personalità della letteratura di ogni tempo e di ogni paese ed è uno degli esponenti principali del rinascimento inglese. Sulla vita di Shakespeare si sa ben poco. Oltre a mancare dati certi sulla sua vita, circolano innumerevoli aneddoti intorno alla sua figura, che sono senza fondamento. Poche dunque le notizie certe a cui sono giunti gli storici.

La sua famiglia apparteneva alla classe benestante inglese. Il padre era una un facoltoso mercante mentre la madre apparteneva alla piccola nobiltà terriera. Nel 1582 lo scrittore sposa Anne Hathaway, bella ragazza di umili origini, proveniente da una famiglia contadina. Anne darà al drammaturgo ben tre figli di cui gli ultimi due gemelli. William dedica anima a corpo all’attività di attore, ne scrive anche i testi, tanto che dopo qualche anno può già vantare una cospicua produzione. Trasferitosi a Londra, nel giro di qualche tempo si conquista una discreta fama.

Le sue opere teatrali sono inizialmente poco apprezzate dal pubblico, mentre i suoi sonetti godono di grande considerazione. La sua fama è oggi legata soprattutto alle 38 opere teatrali da lui composte nell’arco della sua fulgida carriera. Conquistato un certo benessere, a partire dal 1608 Shakespeare diminuì dunque il suo impegno teatrale; sembra che trascorresse periodi sempre più lunghi a Stratford, dove acquistò un’imponente casa, New Place, e divenne un cittadino rispettato della comunità. Morì il 23 aprile 1616 e fu sepolto nella chiesa di Stratford.

Opere di Shakespeare

Tra le opere più famose:

Il teatro nel quale vengono rappresentate le sue opere è il Golden Globe Theatre.

https://www.google.com/url?sa=i&url=https%3A%2F%2Fen.wikipedia.org%2Fwiki%2FShakespeare%2527s_Globe&psig=AOvVaw28I2dmo15NId3bKqeVCD0f&ust=1602242654991000&source=images&cd=vfe&ved=0CAIQjRxqFwoTCIifl57xpOwCFQAAAAAdAAAAABAD
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/9/91/The_Globe_Theatre%2C_Panorama_Innenraum%2C_London.jpg/660px-The_Globe_Theatre%2C_Panorama_Innenraum%2C_London.jpg

Video sulla vita di Shakespeare

In Francia – Molière e il trionfo della commedia

Molière è stato il commediografo che ha rinnovato il teatro popolare francese.

Drammaturgo e attore teatrale francese, il vero nome di Molière è Jean-Baptiste Poquelin. Nasce a Parigi il 15 gennaio 1622, suo padre Jean era un tappezziere, artigiano di classe agiata, sua madre morì quando lui aveva solamente dieci anni.

La sua infanzia è segnata da lutti ed inquietudini. Da ragazzo entra in contatto col mondo teatrale grazie alla passione trasmessagli dal nonno materno. Frequenta scuole di prestigio, studia presso i gesuiti dove impara la filosofia, il latino e l’uso della retorica. Nel 1641 diviene avvocato ma la sua passione per il teatro lo porta ad entrare in una compagnia teatrale. Così inizia a girare la Francia, conosce i copioni della tradizione e li rielabora per scrivere le sue commedie. Torna a Parigi e recita davanti alla corte. Ottiene protezione del fratello del Re e la possibilità di usare la sala di un antico albergo parigino collocato a fianco del Louvre, successivamente ottiene l’utilizzo di una sala del Palazzo reale. Qui mette in scena alcuni dei suoi più grandi successi.

Molière accosta vivacità intrecci a dialoghi brillanti, disegna caratteri realistici, complessi e moderni e fa satira sociale. Infatti mostra i vizi del tempo e assume atteggiamento anticonformistico. Nelle sue opere cerca il realismo tanto che il teatro diventa lo specchio della società.

Molière muore di tubercolosi il 17 febbraio 1673 mentre recita “Il malato immaginario”; prima di morire aveva recitato a fatica, coprendosi la tosse – si dice – con una risata forzata. Da questa circostanza pare sia nata la superstizione di non indossare il giallo in scena, in quanto Molière indossava un abito proprio dello stesso colore.

Mentre era in vita l’Accademia di Francia non accettò mai Molière tra gli immortali, perché il commediante, ancora definito guitto, attore, quindi era considerato culturalmente inferiore. L’Accademia avrebbe riparato in seguito dedicandogli una statua con l’iscrizione “Nulla mancò alla sua gloria, Egli mancò alla nostra”.

Molière può essere considerato a tutti gli effetti il precursore di quel rinnovamento teatrale che comincerà ad esprimersi compiutamente solo un secolo dopo, con Carlo Goldoni, fino a raggiungere la piena maturità nel teatro di Anton Cechov. Anche l’italiano Dario Fo indicherà Molière tra i suoi maestri e modelli.

Opere di Molière

La scuola delle mogli – Si tratta di una commedia in cui si discute sull’educazione da impartire alle fanciulle per renderle mogli fedeli, che gli attira tantissime polemiche-

Tartufo – in cui si fa beffe dell’ipocrisia religiosa. La commedia viene interdetta dal re e l’arcivescovo proibisce ai francesi di leggerla

L’avaro – racconta la vicenda di un padre avaro e delle sue manovre per non dare nulla i figli. Film bianco e nero – www.youtube.com/watch?v=l07vdzk4JQk. Opera teatrale – www.youtube.com/watch?v=gNgEDDx1e6E

Il malato immaginario – Protagonista un autoritario ipocondriaco       www.youtube.com/watch?v=0uxModwxM6E

Molière morirà proprio durante l’interpretazione di questo dramma il 17 febbraio 1673

I comici dell’arte al tempo di Goldoni

La commedia dell’arte, ai tempi di Goldoni è, a suo avviso degenerata. Si tratta di attori professionisti che recitano nelle commedie dell’arte. Ma nel corso del tempo sono diventati sempre più volgari e sono quindi sempre meno adatti alla sensibilità borghese.

Fonti

https://biografieonline.it/biografia-shakespeare

https://biografieonline.it/biografia-moliere

http://www.treccani.it/enciclopedia/

https://library.weschool.com/

Magri, Vittorini, Tre, Storia e testi della letteratura, Paravia

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Naturalismo

Il realismo

Questo termine indica la tendenza del genere romanzo a rappresentare la realtà in maniera concreta e oggettiva. I capiscuola della narrativa realista furono Stendhal (1783-1842) e Balzac (1799-1850) in Francia, Dickens (1812-1870) in Inghilterra.

Le loro opere sono caratterizzate da:

  • una prosa semplice, chiara, piana e accessibile, adatta al pubblico borghese, protagonista della nuova realtà industriale, che non era dotato di grande cultura letteraria;
  • una tecnica descrittiva che consente di ritrarre ambienti e comportamenti umani con estrema precisione;
  • una rappresentazione della realtà sociale particolarmente attenta alla classe borghese, ai suoi gusti e alle sue aspirazioni;
  • un narratore onnisciente che scrive in terza persona, che espone le vicende riservandosi la possibilità di commentare, e giudicare, i pensieri e le azioni dei personaggi.

Flaubert tra Realismo e Naturalismo

Il continuatore e innovatore del Realismo narrativo e, per certi versi, il precursore del Naturalismo fu il francese Gustave Flaubert (1821-1880). Nel suo capolavoro Madame Bovary, (1857), romanzo incentrato sulla critica della mentalità e dei comportamenti della società piccolo-borghese di provincia, non solo riprese molte delle caratteristiche precedenti del Realismo, ma introdusse importanti novità:

  • la focalizzazione interna ai personaggi,
  • l’impersonalità del narratore,
  • l’abbandono del narratore onnisciente.

Il narratore di Madame Bovary, infatti, è quasi sempre invisibile, non conosce i pensieri dei personaggi, non sa cosa succederà loro; vede e descrive, in linea di massima, attraverso i loro occhi e la loro mente. Dai principali scrittori naturalisti e veristi, questi e altri procedimenti furono considerati funzionali alla resa oggettiva della realtà in misura maggiore rispetto a quanto non fosse avvenuto nella letteratura realista.

Il Naturalismo

Sul piano dei contenuti, il romanzo naturalista condivise con il romanzo realista l’attenzione per la realtà sociale contemporanea.

Metodo scientifico

Alla sua base c’era l’intenzione di applicare alla rappresentazione letteraria e artistica i metodi di ricerca impiegati nelle scienze naturali.

Il mondo proletario

Oltre a essere un movimento letterario, il Naturalismo fu anche un movimento ideologico che si opponeva alla grande borghesia francese, accusata di escludere dal potere, dalla politica e dalla cultura le classi subalterne come la piccola borghesia, il proletariato urbano e quello contadino.

Per opporsi al predominio della classe borghese, che si manifestava non solo in ambito politico ma anche in quello artistico, il Naturalismo decise di dare dignità, anche letteraria, alle classi meno agiate, che divennero spesso protagoniste delle opere narrative.

Influenza dell’ambiente

Prendendo direttamente spunto dalle idee filosofiche dei positivisti, i naturalisti adottarono una visione della vita e della natura legata alle moderne dottrine fisiologiche: ogni uomo è prima di tutto materia e istinto, la coscienza e l’intelletto non sono altro che il prodotto degli ingranaggi di quella macchina organica che è il corpo.

La letteratura ha il compito di rivelare la vera natura umana e far capire a un ampio pubblico (ben più vasto di quello dei libri teorici dei positivisti) come essa sia determinata da una serie di fattori, a cominciare dall’ambiente in cui un individuo è nato e cresciuto.

Fra questi fattori un ruolo preminente spetta allo sviluppo industriale, giudicato responsabile di squilibri sociali, sfruttamento, povertà e abbrutimento del proletariato, costretto a vivere nella realtà degradata dei bassifondi di Parigi.

Fiducia nel progresso sociale

La battaglia del Naturalismo era animata dalla fiducia, tutta positivista, di risvegliare le coscienze e creare le premesse per un miglioramento sociale delle classi subalterne.

Gli scrittori naturalisti

In Francia oltre al massimo esponente Émile Zola, fra gli altri scrittori naturalisti vanno ricordati i fratelli Goncourt e Guy de Maupassant.

I fratelli Goncourt, Edmond (1822-1896) e Jules (1830-1870), scrissero in collaborazione numerosi romanzi, ambientati nella Parigi del tempo, che descrivono soprattutto la vita quotidiana delle classi inferiori, principali vittime del processo di industrializzazione. La loro attenzione fu attratta in particolare dagli aspetti più degradati della società, dal brutto, dal deforme, dai casi clinici, che rappresentarono oggettivamente, secondo il canone dell’impersonalità.

Émile Zola

Émile Zola (1840-1902) è il più famoso degli scrittori naturalisti. Egli raccolse intorno a sé un gruppo di giovani scrittori con cui si incontrava regolarmente. Dai loro incontri domenicali scaturì una raccolta di novelle, Le serate di Médan (1880), che erano in linea con i princìpi della poetica naturalista.

Tra i giovani scrittori vi erano anche Joris-Karl Huysmans che poi si orientò verso il Decadentismo e Guy de Maupassant, che esordì come narratore imitando i modi di Zola.

Nel 1877 Zola pubblicò L’ammazzatoio, romanzo che lo rese famoso, e nel 1880 pubblicò Il romanzo sperimentale, una raccolta di scritti teorici sul Naturalismo in cui è esposto il programma letterario dello scrittore.

Secondo Zola il romanziere deve:

  • far proprio il metodo sperimentale delle scienze fisiche, per applicarlo ai fenomeni morali e spirituali;
  • osservare con il massimo scrupolo i caratteri e i comportamenti degli individui, calandoli in precisi contesti ambientali, e procedere come uno scienziato nel suo laboratorio, in modo che il romanzo diventi il «verbale di un esperimento» ripetuto sotto gli occhi del pubblico;
  • essere totalmente impersonale, non far trasparire cioè le proprie opinioni e sentimenti (nonostante le intenzioni, Zola non manca, tuttavia, di intervenire e di giudicare, in quanto convinto di poter dare il suo personale contributo al miglioramento della società.

Guy de Maupassant

Guy de Maupassant (1850-1893) prese a modello lo stile impersonale di Flaubert. Il suo capolavoro è Bel-Ami, un romanzo ambientato nella Parigi degli anni Settanta. Il protagonista è un arrampicatore sociale privo di scrupoli. Tra le sue opere vi sono numerose novelle.

Racconto – I due amici

Il racconto, scritto da Maupassant e pubblicato per la prima volta il 5 febbraio 1883, è ambientato dopo la battaglia di Sedan (1870), mentre l’esercito prussiano sta assediando Parigi: la guerra terminerà con la sconfitta di Napoleone III, dopo la quale la Francia insorgerà e proclamerà la Repubblica.

Parigi era bloccata, affamata, agonizzante. Sui tetti i passeri eran sempre più rari, le fogne si spopolavano. Si mangiava qualsiasi cosa1.
In un chiaro mattino di gennaio, mentre camminava tristemente lungo il boulevard2 esterno, le mani nelle tasche dei pantaloni della sua uniforme e la lancia vuota, il signor Morissot, orologiaio di professione e uomo pacifico a tempo perso, si fermò di colpo davanti a un collega ed amico. Era il signor Sauvage, una conoscenza fatta andando a pescare.
Prima della guerra, ogni domenica Morissot partiva all’alba, con una canna di bambù in mano e una cassetta di latta sulla schiena. Saliva sul treno di Argenteuil, discendeva a Colombes, poi arrivava a piedi all’isola Marante. Appena giunto nel luogo dei suoi sogni, si metteva a pescare; e pescava fino a notte.
Là ogni domenica incontrava un uomo grassottello e allegro, il signor Sauvage, merciaio in via Nótre Dame de Lorette, anche lui fanatico pescatore. Trascorrevano spesso una mezza giornata l’uno accanto all’altro, con la lenza in mano, i piedi penzoloni sulla corrente; e avevano stretto amicizia. Certi giorni, non dicevano una parola. Qualche volta chiacchieravano; ma si capivano a meraviglia anche senza dir nulla, perché c’era tra loro una perfetta affinità di gusti e identità di sensazioni.
Nelle mattine di primavera, verso le dieci, quando il sole ringiovanito faceva ondeggiare sul fiume tranquillo quella nebbiolina che scorre con l’acqua, rovesciava sulla schiena dei due pescatori accaniti un buon calore di stagione novella, Morissot diceva qualche volta al suo vicino: «Ehi, che bellezza!»
E il signor Sauvage rispondeva: «Per me non c’è niente di meglio». Questo bastava per capirsi e stimarsi.
In autunno, al tramonto, quando il cielo si tingeva di rosso sangue e proiettava nell’acqua sagome di nubi rossastre, imporporava tutto il fiume, accendeva l’orizzonte, gettava riflessi rossi di fuoco sui due amici, e indorava gli alberi già fulvi e frementi d’un brivido invernale, il signor Sauvage sorridente guardava Morissot e diceva: «Che spettacolo!»
E Morissot incantato rispondeva, senza staccare gli occhi dalla sua lenza: «E meglio del Boulevard, non è vero?»
Ora, appena si riconobbero, si strinsero calorosamente la mano, commossi di trovarsi in circostanze così diverse. Il signor Sauvage con un gran sospiro esclamò: «Ne sono successe di cose».
Morissot, tutto malinconico, si lamentò: «E che tempo! E’ questo il primo bel giorno dell’anno.»
Infatti il cielo era tutto azzurro e luminoso. Presero a camminare fianco a fianco, tristi e pensosi. Morissot riprese: «E la pesca? Eh! Che bel ricordo!»
«Quando mai ci torneremo?» domandò il signor Sauvage.
Entrarono in un caffè e bevvero insieme un assenzio3; poi ripresero a camminare sul marciapiede. Morissot si fermò a un tratto: «Un altro bicchiere, eh?» Il signor Sauvage annuì. «A vostra disposizione» disse.
  Ed entrarono in un altro negozio di vini. Uscendo di là, erano parecchio intontiti, turbati, come chi a digiuno si riempie lo stomaco d’alcool.
Era bello. Una brezza carezzevole solleticava loro il viso. L’aria tiepida fini di ubriacare il signor Sauvage, il quale si fermò sui due piedi e disse: «Se ci andassimo?»
«Dove?»
«Diamine, alla pesca.»
«Ma dove?»
«Eh, alla nostra isola. Gli avamposti francesi sono presso Colombes. Io conosco il colonnello Dumoulin; ci lascerà passare facilmente.»
Morissot fremette di desiderio: «Ma sì. Io ci sto.» E si separarono per andare a prendere i loro arnesi.
Un’ora dopo, camminavano fianco a fianco lungo la strada maestra. Raggiunsero presto la villa occupata dal colonnello. Egli sorrise alla loro richiesta e accondiscese a quel capriccio. Si rimisero quindi in cammino, provvisti d’un salvacondotto4. In breve oltrepassarono gli avamposti, attraversarono Colombes deserta, e si trovarono sul margine dei filari di vigne che discendono verso la Senna. Erano circa le undici.
Di fronte, il villaggio d’Argenteuil sembrava morto. Le alture d’Orgemont e di Sannois dominavano tutto il paese. La grande pianura che si stende fino a Nanterre era deserta, completamente deserta, con i suoi ciliegi spogli e la terra grigia. Il signor Sauvage, additando le cime, mormorò: «I Prussiani sono lassù!» E l’inquietudine paralizzava i due amici davanti a quel paesaggio deserto.
I Prussiani!
Essi non ne avevano mai visti, ma avvertivano da mesi la loro presenza intorno a Parigi: mandavano in rovina la Francia, saccheggiavano, massacravano, affamavano; invisibili e onnipotenti. E una specie di terrore superstizioso si aggiungeva all’odio che nutrivano per quel popolo sconosciuto e vincitore. Morissot balbettò: «Eh! Se dovessimo incontrarli?»
II signor Sauvage rispose con quella arguzia5 parigina che, malgrado tutto, fa sempre capolino: «Potremmo offrir loro una buona frittura di pesce.»
Ma esitavano ad avventurarsi nella campagna, intimiditi dal silenzio che regnava su tutto. Finalmente il signor Sauvage si decise: «Su, avanti! Ma con precauzione.» E discesero in un vigneto, carponi, piano piano strisciando, nascondendosi dietro i cespugli, con l’occhio inquieto, l’orecchio teso.
Non restava da attraversare che un pezzo di terra allo scoperto per giungere in riva al fiume. Si misero a correre; e, appena raggiunsero l’argine, si accovacciarono tra le canne secche. Morissot incollò la guancia per terra per ascoltare se qualcuno camminava nei paraggi. Non udì nulla, erano proprio soli, del tutto soli. Si fecero animo e cominciarono a pescare.
Di fronte l’isola Marante, deserta, li nascondeva all’altra riva. La casetta del ristorante era chiusa, pareva abbandonata da anni. Il signor Sauvage prese il primo chiozzo6, Morissot il secondo; e a ogni momento sollevavano le loro lenze con una bestiolina argentea guizzante in fondo al filo: una vera pesca miracolosa.
Introducevano delicatamente i pesci in una bisaccia a rete dalle maglie strettissime immersa nell’acqua ai loro piedi. E li invadeva una gioia deliziosa, quella gioia che si prova nel gustare un piacere amato di cui si è privi da tanto tempo. Il sole riversava un benefico calore sulle loro spalle; non udivano più nulla; non pensavano più a nulla; ignoravano tutto il resto del mondo; pescavano.
Ma d’improvviso un rumor sordo che sembrava venire da sottoterra fece tremare il suolo. Il cannone tornava a tuonare.
Morissot volse il capo al di sopra dell’argine, vide laggiù a sinistra la grande sagoma del Mont-Valerien che aveva sulla cima un pennacchio bianco, uno sbuffo di polvere appena spuntato. Subito un secondo getto di fumo parti dalla sommità della fortezza, e dopo qualche minuto echeggiò una nuova detonazione. Poi seguirono altri rimbombi e di tratto in tratto la montagna lanciava il suo alito di morte, soffiava i suoi vapori lattiginosi che si alzavano lentamente nel cielo calmo, formando una nube sopra di essa. Il signor Sauvage scrollò le spalle. «Ecco che tornan da capo» disse.
Morissot, che non perdeva di vista i movimenti dell’esca, fu assalito a un tratto da una collera d’uomo pacifico contro quegli arrabbiati che si battevan in tal modo, e borbottò: «Bisogna essere stupidi per ammazzarsi così.»
«Sono peggio delle bestie» riprese il signor Sauvage.
«E dire» continuò Morissot che aveva appena preso un’arborella6 «che succederà sempre cosi finché ci saranno i governi…»
«La Repubblica» lo interruppe il signor Sauvage «non avrebbe dichiarato la guerra…»
«Ah, già» disse Morissot «coi re si ha la guerra fuori, e con la Repubblica si ha la guerra dentro.» E tranquillamente si misero a discutere, risolvendo i grandi problemi politici col buon senso d’uomini buoni e limitati, per finire d’accordo su un punto, che non ci sarà mai libertà. Intanto Mont-Valerien tuonava senza tregua, demolendo a colpi di cannone case francesi, annientando vite umane, massacrando uomini, distruggendo tanti sogni, tante gioie attese, tante felicità sperate, aprendo in cuori di donne, in cuori di ragazze, in cuori di madri, laggiù, in altri paesi, dolori indimenticabili.
«È la vita» disse Sauvage.
«Dite piuttosto che è la morte» riprese ridendo Morissot.
Ma trasalirono atterriti sentendo qualcuno camminare dietro di loro; e, girando gli occhi, videro, in piedi alle loro spalle, quattro uomini, quattro uomini alti, armati e barbuti, vestiti come domestici in livrea coi loro berretti schiacciati, che puntavano verso di loro le canne dei fucili. Le due lenze sfuggirono dalle mani dei due amici e vennero trascinate dalla corrente. In un attimo furono presi, legati, portati via, gettati in una barca e condotti sull’isola. E dietro la casa che avevano creduto abbandonata, scorsero una trentina di soldati tedeschi.
Una specie di gigante irsuto e peloso, che fumava una gran pipa di porcellana a cavalcioni d’una sedia, domandò loro in perfetto francese: «Ebbene, signori, avete fatto buona pesca?» Allora un soldato depose ai piedi dell’ufficiale la bisaccia piena di pesci, che aveva avuto cura di prendere.
Il prussiano sorrise: «Eh! eh! vedo bene che non andava affatto male. Ma si tratta di un’altra cosa. Statemi a sentire e non spaventatevi troppo. Per me, voi siete due spie mandate a spiarci. Io vi prendo e vi faccio fucilare. Voi facevate finta di pescare per nascondere meglio i vostri progetti. Siete caduti nelle mie mani, tanto peggio per voi; la guerra è così. Ma siccome avete oltrepassato gli avamposti, avrete certamente una parola d’ordine per tornare indietro. Ditemi questa parola d’ordine e io vi faccio grazia.»
I due amici, lividi, l’uno a fianco dell’altro, con le mani agitate da un lieve tremito nervoso, tacevano.
  «Nessuno lo saprà mai» riprese l’ufficiale «voi ve ne tornerete a casa pacificamente. Il segreto,  scomparirà con voi. Se rifiutate, è la morte, e subito. Scegliete.»
Essi rimasero immobili senza aprir bocca.
II prussiano, sempre calmo, riprese stendendo la mano verso il fiume: «Pensate che in cinque minuti sarete in fondo a quest’acqua. In cinque minuti! Avrete dei parenti immagino?»
Mont-Valerien continuava a tuonare.
I due pescatori rimanevano ritti e silenziosi. Il tedesco diede ordini nella propria lingua. Poi cambiò posto alla sua sedia per non essere troppo vicino ai prigionieri, e dodici uomini vennero a mettersi in riga col fucile ai piedi. L’ufficiale riprese: «Vi concedo un minuto, non un secondo di più.» Poi si alzò bruscamente, s’avvicinò ai due francesi, prese Morissot sotto braccio, lo trascinò un po’ lontano e gli disse sottovoce: «Presto, questa parola d’ordine! Il vostro compagno non saprà niente. Farò finta di commuovermi.»
Morissot non aprì bocca.
Allora il prussiano condusse via il signor Sauvage e gli fece la stessa domanda. Neppure il signor Sauvage rispose. Si trovarono ancora l’uno a fianco dell’altro. L’ufficiale diede un ordine. I soldati alzarono le armi.
In quel momento lo sguardo di Morissot cadde per caso sulla bisaccia piena di chiozzi, rimasta là sull’erba, a pochi passi da lui. Un raggio di sole faceva scintillare le squame dei pesci che guizzavano ancora. Lo invase una profonda stanchezza. Suo malgrado, gli occhi gli si riempirono di lacrime. Balbettò: «Addio, signor Sauvage.»
Sauvage rispose: «Addio, signor Morissot.»
Si strinsero la mano, scossi da capo a piedi da un tremito invincibile.
«Fuoco!» gridò l’ufficiale.
I dodici colpi risuonarono come uno solo.
Il signor Sauvage cadde di peso in avanti. Morissot, più alto, oscillò, girò su se stesso e piombò per traverso sul suo compagno, col volto verso il cielo, mentre fiotti di sangue sgorgavano dalla giubba crivellata sul petto. Il tedesco diede altri ordini. I suoi soldati si dispersero, tornarono di lì a poco con corde e pietre che attaccarono ai piedi dei due cadaveri, poi li portarono sulla riva.
Mont-Valerien tuonava sempre, avvolto ora da una montagna di fumo.
Due soldati presero Morissot per la testa e per le gambe; due altri fecero lo stesso col signor Sauvage. I cadaveri, fatti dondolare un po’ con forza, furono lanciati lontano, descrissero una curva, poi piombarono, ritti, nel fiume, trascinati giù dalle pietre.
L’acqua gorgogliò, ribollì, s’increspò, poi tornò calma, mentre piccole onde venivano a riva. Un po’ di sangue galleggiava sull’acqua. L’ufficiale, sempre calmo, disse a bassa voce: «Adesso è la volta dei pesci.» Poi tornò verso la casa. Vide nell’erba la bisaccia coi chiozzi. La raccolse, la esaminò, sorrise e gridò: «Wilhelm!»
Un soldato in grembiule bianco accorse. E il prussiano, gettandogli la pesca dei due fucilati, ordinò: «Fammi subito una frittura di questi animaletti finché sono ancor vivi. Sarà squisita»
E riprese a fumare la sua pipa.
 
1. Si mangiava… cosa: il testo lascia intendere che i parigini, assediati dai prussiani, sono costretti dalla fame a nutrirsi anche di uccelli e perfino di topi.
2. Boulevard: grande viale alberato.
3. Assenzio: qui un liquore molto potente.
4. Salvacondotto: permesso di transito rilasciato dalle autorità militari che consente di entrare e uscire da territori controllati o occupati dall’esercito.
5. Arguzia: capacità di comunicare con acutezza e ironia.
6. Chiozzo/arborella: piccoli pesci d’acqua dolce.

Analisi del testo

L’esordio della novella è efficace: l’autore in poche righe riesce a contestualizzare il racconto e a creare il contrasto tra i personaggi e il paesaggio, un contrasto che caratterizzerà l’intero racconto e che si accentuerà in un crescendo ininterrotto.

Nello sfondo c’è la guerra con la sua miseria e con il fardello di distruzione, in primo piano i due pacifici protagonisti, miti e paffuti, che identificano la felicità con la pesca. A loro è regalato un momento di gioia, di fusione idilliaca con la natura.

Il desiderio dei due uomini di andare a pescare assieme, come facevano in tempi di pace, fa incontrare questi due mondi, quello della guerra e quello dello scorrere della vita quotidiana.

L’esito purtroppo sarà drammatico. I due muoiono e la loro morte, apparentemente senza senso, assume un valore positivo: Morissot e Sauvage muoiono da eroi, due eroi che accettano con coraggio il loro destino, due eroi che non hanno nessuna titubanza.

Forma

Il racconto percorre la vicenda nel suo andamento cronologico. L’unico salto nel tempo, l’analessi della seconda sequenza, è giustificato dall’entrata in scena del secondo personaggio e quindi dalla necessità di delineare i rapporti che lo legano al primo.

L’essenzialità si riflette anche negli scarni dialoghi dei protagonisti perché i due sono capaci di intendersi con uno sguardo.

La novella presenta i caratteri del Naturalismo, che preferisce i gesti e le immagini alle parole. Si noti quanto poco sappiamo dei due personaggi: professione e amore per la pesca. Tanto basta per delinearne psicologia e carattere.

Spunti di interpretazione

Le calibrate e impassibili parole del narratore non riescono a nascondere del tutto il moralismo dell’autore: egli infatti guarda con ironia i due mediocri personaggi, la loro esaltazione per la pesca, la loro incapacità di tradurre in parole le emozioni evidente dalle scarne espressioni usate di fronte alla meraviglia del tramonto.

Tutto è funzionale alla poetica dell’autore e alla sua visione della vita e dell’uomo, alla convinzione che non esistono grandi esistenze, ma solo piccoli momenti in cui qualsiasi individuo può miracolosamente riscattare l’insensatezza della propria esistenza.

Il verismo

Fonti

©RCS Libri, S. p. A – Divisone Education, Milano.

Magri, Vittorini, Tre, storia e testi della letteratura, Paravia Pearson.

Categorie
Letterature francese Settecento storia

Illuminismo

Premessa

Prima di entrare in questo argomento, ci poniamo alcune domande.

  • Che cos’è la felicità?
  • Chi coinvolge?
  • Chi ne ha diritto?
  • Che cos’è per ognuno di noi?

La felicità nell’antichità

Per i filosofi dell’antichità la felicità non consisteva in un in un appagamento personale ma riguardava il raggiungimento di qualcosa di più alto come la verità, la conoscenza e la saggezza.

Nel mondo cristiano la felicità non era un obiettivo raggiungibile nel mondo terreno. L’unico obiettivo dell’uomo era la salvezza eterna; la vita terrena, carica dei suoi inevitabili dolori, era preludio della felicità nell’aldilà.

Nel corso del Settecento l’Illuminismo ribalta la prospettiva. Infatti l’Illuminismo ridona dignità alla felicità materiale, tanto che proprio la felicità diventa un obiettivo dell’esistenza dell’uomo. Ma la felicità va condivisa, infatti l’illuminismo inoltre sostiene che la felicità sia realizzabile solo nella collettività: non c’è felicità individuale senza la felicità collettiva!

Illuminismo

L’Illuminismo è un movimento culturale articolato che si sviluppa nel corso del Settecento in Europa ma che avrà conseguenze in tutta la civiltà occidentale. Gli illuministi sono intellettuali (scienziati, giuristi, teologi, eruditi, funzionari e uomini politici) che hanno la sensazione di vivere in un’epoca nuova, che sentono di essere illuminati da una luce nuova.

Pur non essendo esponenti di un movimento organico e coeso, tutti gli illuministi condividono un programma di emancipazione, cioè di liberazione dell’uomo dalle tenebre dell’ignoranza, dell’oscurantismo, del fanatismo e della superstizione servendosi della ragione e della scienza. Gli illuministi europei vedono nella metafora della luce il simbolo dell’emancipazione dell’umanità e sentono di avere il compito di rischiare la vita sociale dell’uomo disperdendo le tenebre dell’ignoranza, del fanatismo e della superstizione allo scopo di creare un mondo migliore per tutta l’umanità.

La definizione di Immanuel Kant

Alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo il celebre filosofo Immanuel Kant diede questa risposta.

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso.
Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro.
Imputabile a sé stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. 
Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!
È questo il motto dell’Illuminismo”
Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!

Illuminismo e ragione

Gli illuministi dichiarano che l’uomo è dotato di ragione. Il possesso di tale facoltà permette all’uomo di realizzare la propria autonomia, di pensare, di discutere e di decidere liberamente. Tale autonomia dà la possibilità all’uomo di indagare e di discutere, di respingere o accettare le filosofie, i dogmi, le religioni, le tradizioni e anche le istituzioni politiche.

Gli illuministi ritengono che l’autonomia di pensiero vada intesa anche in senso normativo. Per questo è necessario che le leggi e i criteri che regolano la vita degli uomini siano scritti alla luce della ragione.

La fiducia nell’autonomia e nel potere della ragione ha due conseguenze:

  1. Verità e giustizia non sono più garantite da Dio, della chiesa, dalla tradizione, ma sono garantite dall’uomo stesso. Questo pensiero fa riferimento ad una concezione laica della vita.
  2. Se la ragione appartiene all’essere umano tutti gli uomini ne sono dotati, tutti gli uomini sono uguali, tutti gli uomini hanno gli stessi diritti. La riflessione illuminista porta quindi a introdurre i principi di uguaglianza e di libertà, principi assolutamente nuovi nella cultura europea dell’epoca.

La riflessione degli illuministi tocca vari ambiti ed elabora anche una concezione della storia. Cercando negli eventi storici il significato del mondo, vede nel susseguirsi dei secoli la storia del perfezionamento dell’uomo, dalla barbarie alla civiltà. Gli illuministi ritengono che i rallentamenti del progresso siano dovuti a errori che ancora la ragione non è riuscita a dissolvere. Per questo è necessario che il progresso segua percorsi illuminati dalla luce attenta e vigile della ragione.

Gli illuministi sono certi che la ragione un giorno arriverà a prevalere sull’ignoranza e sulla schiavitù. Si rendono comunque conto che la strada da percorrere è molto lunga e sono fiduciosi nella perfettibilità delle idee e delle riforme dell’illuminismo.

Voltaire

François-Marie Arouet, in arte Voltaire, nasce a Parigi nel 1694 in una famiglia borghese, nella Francia del re Sole e di un’aristocrazia ormai ridotta nei suoi poteri politici, ma ancora in possesso dei suoi privilegi sociali. Il padre, occupa una posizione elevata nella burocrazia del regno. Voltaire frequenta una delle migliori scuole dei gesuiti di Parigi. Il padre lo vorrebbe burocrate come lui ma la passione per la letteratura porta il giovane a deludere le speranze paterne.

Il giovane Voltaire frequenta i salotti parigini e si trova a suo agio nell’alta società. Poco più che ventenne viene apprezzato per le sue opere tragiche tanto da diventare famoso. Si scontra ben presto con la realtà, lui è un borghese e per quanto geniale non è tenuto in considerazione dall’aristocrazia francese.

Un approfondimento sulla vivacità del giovane Voltaire.

Nel 1726, uno dei massimi gentiluomini di Francia, il cavaliere di Rohan, lo fa bastonare dai suoi servi poiché si era sentito offeso da una sua battuta sarcastica.

Voltaire reagisce d’impulso e sfida a duello il nobiluomo, violando la norma che vieta a un semplice borghese, per quanto famoso per meriti letterari, di mettersi al livello di un aristocratico in una sfida al duello; il potente aristocratico lo fa imprigionare.

Non è la prima volta che Voltaire finisce alla Bastiglia: già nel 1717 aveva soggiornato nella celebre prigione per aver scritto due epigrammi che alludevano ai costumi dissoluti del reggente con sua figlia.

Fortunatamente la sua fama letteraria rende più leggera la seconda prigionia; infatti il direttore del carcere, suo ammiratore, lo vuole tutti i giorni alla sua tavola e gli garantisce condizioni di studio sereno. Può uscire dal carcere solo a condizione di lasciare Parigi per tre anni, per non dare fastidio al cavaliere di Rohan.

Voltaire decide quindi di andare in esilio volontario in Inghilterra. Ritiene infatti che quella sia “una nazione di filosofi” dove “si pensa liberamente e valorosamente, senza essere trattenuti da servili paure”, come scrive a un amico nell’estate del 1726.

A Londra conosce un sistema politico e sociale molto più dinamico e libero di quello francese; verifica il potere dell’opinione pubblica, che ancora non esiste in Francia, e si rende conto di quanto sia importante nelle battaglie culturali e politiche. In Inghilterra conosce il pensiero filosofico di Bacone, Locke e Newton.

Nel 1728, tornato in Francia, esprime nelle Lettere filosofiche le riflessioni maturate nel corso di quell’esperienza.

Di queste Lettere la pagina più celebre è quella che, nella sesta lettera, illustra la Borsa di Londra, sottolineando il legame tra la tolleranza religiosa e la libertà economica che caratterizza quella nazione e che a lui sembra il fondamento di una convivenza civile esemplare.
Entrate nella Borsa di Londra, luogo più rispettabile di tante corti; vi trovate riuniti, per l’utilità degli uomini, rappresentanti di tutte le nazioni. Là, l’ebreo, il maomettano e il cristiano trattano l’uno con l’altro come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli soltanto coloro che fanno bancarotta; là, il presbiteriano si fida dell’anabattista, e l’anglicano accetta la cambiale del quacchero.
Uscendo da queste libere e pacifiche riunioni, gli uni si recano in sinagoga, gli altri vanno a bere; questo va a farsi battezzare in una grande tinozza nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; quello fa tagliare il prepuzio di suo figlio e fa mormorare sul bambino parole ebraiche che non comprende; altri vanno nella loro chiesa col cappello in testa ad attendere l’ispirazione divina, e tutti sono contenti. Se in Inghilterra ci fosse una sola religione, ci sarebbe da temere il dispotismo; se ce ne fossero due, si scannerebbero a vicenda; ma ce n’è una trentina, e vivono felici e in pace”.
 
Il 10 giugno 1734, il Parlamento di Parigi pronuncia una sentenza contro il libro di Voltaire, definendolo “scandaloso, contrario alla Religione, ai buoni costumi e al rispetto dovuto ai Poteri”, un libro che va “lacerato e bruciato nella corte del Palazzo di Giustizia, ai piedi della grande scalinata, dall’Esecutore dell’Alta Giustizia”.
Si tratta delle Lettere filosofiche, con le quali Voltaire, ormai quarantenne e celebre scrittore teatrale e satirico,apre la battaglia culturale che farà di lui l’esponente più famoso e più autorevole del movimento illuminista francese.

“Trattato sulla tolleranza”

L’Illuminismo non è ateo, ma si oppone vigorosamente ai fanatismi religiosi, ai dogmi e alle intolleranze. Nella Francia di metà Settecento sono ancora presenti forti contrasti ideologico-religiosi. La pratica della tortura e dell’incriminazione sommaria è ampiamente diffusa e basta poco perché, in un clima avvelenato dal fanatismo, esplodano ritorsioni violente verso esponenti della parte avversa, qualunque essa sia.

Spinto da episodi di intolleranza degenerati in violenza, Voltaire scrive il Trattato sulla tolleranza, un’opera di polemica civile e politica, nel quale rivendica il rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali. Il tema dominante dell’opera è la tolleranza, considerata condizione necessaria dell’essere umano. Voltaire ritiene che questa sia la prima legge naturale, principio a fondamento di tutti i diritti umani, che però viene violata dalla chiesa.

Il motto di Voltaire è “Scacciate l’infame!”, intendendo per “l’infame” il fanatismo religioso.

Il libro si apre con la vicenda di Jean Calas, un pastore protestante ugonotto che viveva con la moglie e quattro figli in Francia.

Affare Calas

Il figlio maggiore di Jean Calas aveva studiato legge, ma a causa della sua religione non riusciva a trovare lavoro. Decise così di convertirsi. La sera prima del battesimo però, il fratello trovò il ragazzo impiccato alla trave della cantina.

Il padre impedì ai presenti di rivelare che il figlio si era suicidato per risparmiare lo strazio del suo corpo. Infatti a quell’epoca i suicidi venivano denudati, messi a faccia in giù e trascinati per le strade.

Jean Calas aveva voluto risparmiare al figlio una tale umiliazione, ma si diffuse la voce che fosse stato lui stesso ad uccidere il figlio perché non voleva che egli si convertisse. Per questo motivo il pastore ugonotto fu condannato a morte per ruota.

Calas era innocente, ma i giudici del parlamento di Tolosa (i parlamenti in Francia erano dei tribunali) lo avevano condannato per puro pregiudizio e fanatismo.

Voltaire si scagliò contro gli assassini in toga nera del tribunale di Tolosa perché le prove considerate erano state fornite da fanatici delle autorità religiose. Argomentò dicendo che un padre ucciderebbe un figlio solo se fosse un fanatico religioso, ma Calas non era un fanatico! Continuò inoltre dicendo che quando una società, che si definisce civile, uccide spinta dal fanatismo religioso per fare cosa grata a Dio e per liberare la terra dal male, quella società crea l’inferno sulla terra. 

Voltaire scatenò una campagna di opinione pubblica che si concluse dopo tre anni con l’annullamento del verdetto precedente, la riabilitazione della memoria di Calas e l’indennizzo della sua vedova.

Questo episodio fu particolarmente clamoroso perché, per la prima volta, in una società chiusa e autoritaria come quella dell’Antico regime, l’opinione pubblica costringeva il potere a fare marcia indietro e a rendere giustizia a una povera vedova, per giunta protestante.

Voltaire si batté contro quella che definisce come “superstizione”: un misto di fanatismo religioso, irrazionalità e incapacità di vedere le gravi conseguenze del ricorso alla violenza gratuita, alla sopraffazione, alla tortura e diffamazione, che spesso spazza via intere famiglie.

In particolare Voltaire rivolse la sua attenzione e l’opera della sua penna a diversi casi di clamorosi errori giudiziari finiti in tragedia o quasi come il caso della famiglia Sirvet o quello del giovane de La Barre.

La famiglia Sirvet

Un altro caso che accadde nella cattolicissima Francia fu il caso della famiglia Sirvet

La figlia Elisabetta fu trovata morta in un pozzo. La famiglia era protestante, ma la giovane Elisabetta si era da poco convertita al cattolicesimo. Quando accadde la tragedia la famiglia decise, saggiamente, di scappare. Visti altri casi i Sirvet temevano per la propria incolumità. Si trasferirono quindi in Svizzera. Qui seppero che la famiglia era stata condannata in contumacia per l’assassinio della propria figlia.

Il giovane de La Barre

Ben più tragicamente finì i suoi giorni il giovane de La Barre, di Arras. Il giovane un giorno mancò di levarsi il cappello davanti ad una processione del Santissimo, per questo fu sospettato di miscredenza. Il luogotenente del tribunale delle imposte della cittadina dove accade il fatto, Monsieur de Belleval, annoverava tra i suoi nemici personali il giovane cavaliere de La Barre. Egli, venuto a conoscenza della mancanza di devozione del suo nemico, ritenne che tale mancanza costituisse una empietà. Nella zona, in quello stesso periodo qualcuno aveva mutilato un crocefisso posto sul ponte nuovo della città.

Si aprì il processo a carico del giovane de La Barre. Alcuni testimoni riferirono che il cavaliere de La Barre aveva pronunciato frasi blasfeme, intonato canzoni libertine e bestemmiato i sacramenti assieme ad altri suoi conoscenti. Al termine del processo, il cavaliere fu condannato alla pena capitale.

Gli atti del processo vennero poi riesaminati a Parigi da un apposito consiglio di venticinque giureconsulti, che confermarono la sentenza: 15 voti contro 10. Il cavaliere fu imprigionato.

Prima dell’esecuzione il giovane venne sottoposto alla tortura: gli furono spezzate le articolazioni delle gambe, ma venne risparmiato dall’ordine che gli fosse perforata la lingua. Venne infine decapitato e il suo corpo fu bruciato su una pira; sembra che sul rogo fosse gettata anche una copia del Dizionario filosofico di Voltaire, trovata negli alloggi del cavaliere.

Anche in questi casi, Voltaire mosse l’opinione pubblica e riuscì ad ottenere giustizia per la famiglia Sirvet, mentre la memoria del giovane de La Barre fu poi riabilitata dalla Consulta di Parigi solo dopo la morte del filosofo.

Illuminismo e Religione

L’illuminismo crede nella religione naturale perché ritiene che la ragione stessa spinga l’uomo a credere nell’esistenza di un essere superiore. Ma nello stesso tempo ritiene che nessuna religione possa detenere il monopolio religioso.

Diversi sono i motivi per cui l’illuminismo considera solo una posizione deista, ammette cioè l’esistenza di un principio razionale divino, inteso come entità trascendente, al di sopra della realtà terrena, ma rifiuta ogni forma di rivelazione.

  • Il pensiero illuminista deriva da una mentalità razionalistica che non riconosce altri criteri di verità al di fuori dell’esperienza, rifiuta ogni presunzione di rivelazione e ritiene che i “dogmi” siano credenze anti-razionali e non verità razionali.
  • Gli illuministi ritengono che le diverse religioni, unite alla politica, abbiano contribuito a tenere i popoli nell’ignoranza e nella servitù, ostacolando il processo scientifico come nel caso di Galileo Galilei.
  • Gli illuministi sono convinti che la religione abbia imbrogliato i popoli, li abbia intristiti col senso del peccato della morte e della penitenza.

Queste idee venivano diffuse illegalmente attraverso centinaia di opuscoli anonimi. Gli autori avevano scelto l’anonimato per evitare le pene derivanti dai forti controlli della polizia e dalle persecuzioni ecclesiastiche.

Preghiera a Dio

Nell’ultimo capitolo del Trattato sulla tolleranza Voltaire si rivolge a Dio con queste parole.

Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi: se è lecito che delle deboli creature, perse nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato, a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, dégnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.

– Fa’ sì che questi errori non generino la nostra sventura.
– Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda.

– Fa’ che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. 
Fa’ sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma fa’ che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.
– Fa’ in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole.

– Fa’ che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera.
– Fa’ che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.
– Fa’ che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo, e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano “grandezza” e “ricchezza”, e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c’è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.


Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!
Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime, come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’attività pacifica!
Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace,
ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse,
dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.

Voltaire

Il dispotismo illuminato di Voltaire

Voltaire ammira il sistema inglese e trova che la monarchia costituzionale sia un ottimo sistema di governo. È però consapevole che in Europa i nobili e il clero hanno ancora forti privilegi così radicati che una simile forma di governo risulterebbe inapplicabile. Ritiene quindi necessario che il sovrano mantenga potere assoluto ma debba realizzare delle riforme politiche e sociali per migliorare le condizioni di vita del popolo e perseguire la felicità dei popoli. Propone quindi una forma di governo che lui chiama il Dispotismo Illuminato, una forma di potere assoluto che opera per il bene del popolo. E, ovviamente è compito dei philosophes, degli illuministi, illuminare la mente dei sovrani.  

Candido

Candido è un racconto filosofico, pubblicato nel 1759 a Ginevra come traduzione di un’opera tedesca di un certo «dottor Ralph», che naturalmente non è mai esistito: si tratta di un normale stratagemma utilizzato dagli scrittori per non esporsi direttamente alla reazione di persone e istituzioni attaccate nel libro.

Per la sua agilità, per l’ironia e l’eleganza delle sue pagine e per l’importanza del tema trattato, il libro è diventato una delle opere più famose e più lette dall’autore francese.

Quando scrive il Candido Voltaire ha 64 anni e ha vissuto l’esilio, la prigione, gli onori della corte, la persecuzione politica e religiosa; è stato amato dal pubblico, odiato dai potenti e duramente avversato dalla Chiesa.

Le ragioni dell’opera vanno probabilmente cercate in diversi fatti storici avvenuti negli anni precedenti:

  • il terribile terremoto di Lisbona del 1755, che aveva fatto una grandissima impressione in tutti paesi d’Europa;
  • lo scoppio nel 1756 della guerra dei Sette anni, un vero e proprio conflitto mondiale che opponeva Prussia e Gran Bretagna a Francia, Austria, Russia e Svezia, ed era combattuta in quasi tutti i continenti, dall’America all’India.

Voltaire ha dunque davanti a sé un mondo tormentato da catastrofi naturali e guerre, ma questo non basta. Nel suo paese i filosofi come lui sono perseguitati dal potere politico e da quello religioso. In questo contesto ci sono intellettuali che sostengono che tutto quello che c’è è bene!

Il racconto Candido si presenta quindi come una risposta polemica e sarcastica a questa assurda affermazione.

Diviso in 30 brevi capitoli, il libro racconta le peripezie del giovane tedesco Candido (così chiamato per la sua ingenuità e semplicità) in diversi paesi del mondo, dove scopre la violenza che domina i rapporti umani e sperimenta la debolezza e la precarietà dell’uomo di fronte alla natura. In questo modo capisce che il nostro mondo non è «il migliore dei mondi possibili», come il suo amato maestro gli aveva insegnato.

Ragione e scienza

Tra il 1751-1772 a Parigi Denis Diderot e Jean-Baptiste d’Alembert realizzarono una vasta enciclopedia, un compendio universale del sapere che ebbe larga diffusione e enorme successo. Alla struttura di quest’opera, primo esempio di moderna enciclopedia, si ispireranno tutte le enciclopedie successive.

Encyclopedie

L’ Encyclopedie o Dizionario ragionato della scienza, delle arti e dei mestieri

La grande opera presentava un nuovo tipo di sapere e affiancava agli articoli di carattere teologico, letterario, filosofico e scientifico quelli relativi alle tecniche agricole, all’artigianato, alle macchine.

Questi testi non erano quindi scritti solo da letterati e filosofi ma anche da medici, artigiani, militari, ingegneri, economisti e scienziati di varie discipline.

L’enciclopedia fu venduta a dispense, in abbonamento, e per la prima volta non si rivolgeva solo ai non ai pochi dotti dell’università, ma era rivolta al vasto pubblico della cultura e della produzione. Venne proposto così un modello di iniziativa editoriale completamente nuovo.

L’opera non fu apprezzata dai tradizionalisti e dai conservatori: la diffusione della cultura non piacque a chi deteneva il potere! Fu messa all’indice nel 1779 e ne fu proibita la pubblicazione. Ma gli autori non si fermarono: per questo i primi volumi furono stampati in Francia, mentre i successivi furono stampati in Olanda.

Per evitare di incorrere nella censura gli editori e gli autori dell’enciclopedia avevano cercato di essere moderati nel trattare argomenti politica di religione, ma la loro attenzione non era bastata. Infatti il carattere rivoluzionario di questi volumi stava in alcune scelte di fondo: infatti in quest’opera, per la prima volta nella storia della cultura, si diede la stessa dignità culturale delle lettere e della filosofia alle tecniche e gli strumenti del lavoro. Era la rivincita delle Arti meccaniche da sempre considerate vili nella tradizione della cultura occidentale, era l’affermazione di un sapere umano volta alla trasformazione del mondo.

Una delle conseguenze legate alla diffusione dell’enciclopedia fu l’aumento della percentuale di alfabetizzati. Infatti l’alfabetizzazione non riguardava più solo le élite aristocratiche e borghesi, ma anche artigiani, professionisti e anche gli strati superiori della popolazione contadina.

I canali fondamentali dell’alfabetizzazione rimanevano le scuole religiose, quelle protestanti e quelle cattoliche ma nella seconda metà del secolo si inaugura una politica di istruzione delle popolazioni promossa dagli stati europei.

Sviluppo dell’editoria

La maggiore alfabetizzazione e la crescente domanda di cultura favorirono lo sviluppo dell’editoria. Nacquero le librerie, si diffusero i libri a tema economico con tirature medie di 2000 copie, una cifra ragguardevole per i tempi.

Sorsero biblioteche circolanti che contribuirono ad accrescere il numero di lettori anche di ceto modesto. Il Settecento non fu solo il secolo delle enciclopedie ma anche quello delle gazzette, dei periodici popolari, dei primi quotidiani.

Il Times nacque nel 1785 e lo Spectator, quotidiano inventato da Joseph Addison nel 1711 sulle cui colonne si discutevano problemi di attualità, ebbe gran fortuna in tutta l’Europa.

Opinione pubblica

Nel Settecento illuminista comincia dunque a formarsi l’opinione pubblica. Il concetto, che a noi familiare, è ma del tutto nuovo in una società come quella dell’Antico regime. Accanto alle accademie e alle università finanziate direttamente dallo stato e dalle istituzioni ecclesiastiche, si diffusero canali non istituzionali di dibattito: circoli, società scientifiche, Club, redazioni di riviste, logge massoniche, ma anche salotti di intellettuali e i popolari Caffè. A Londra esistevano 3000 caffè per una popolazione di 600000 abitanti. Anche Milano, Venezia, Napoli e Parigi furono luoghi in cui nel 700 si facevano cultura e opinioni.

Cosmopolitismo

La circolazione di libri, lo scambio epistolare, i viaggi inserivano l’intellettuale illuminista in una dimensione europea: una repubblica della regione in cui la lingua francese aveva sostituito quella latina come lingua universale.

Ma il programma illuminista andava ben oltre il ristretto nucleo degli intellettuali innovatori: l’idea stessa di universalità della ragione spingeva verso il cosmopolitismo. Gli uomini si consideravano cittadini del mondo, sentivano di appartenere a un’unica patria. Il superamento delle barriere culturali fra gli stati, la fine delle guerre, la realizzazione della pace fra i popoli, erano i grandi temi della cultura illuminista.

Il pensiero politico

Il pensiero degli illuministi influenzò sovrani e borghesi, nobili e artigiani, filosofi e scienziati. La cultura dell’Illuminismo diede un contributo fondamentale nella costruzione delle concezioni politiche occidentali. Il Settecento fu un secolo cardine in cui il pensiero politico ebbe un grande sviluppo. In questo secolo vengono costruite le idee moderne su storia politica e cultura tanto che si considera la politica come strumento fondamentale per cambiare la vita. Per la prima volta nella storia dell’uomo, la politica diventa affare di tutti.

Presentiamo qui in sintesi il pensiero dei più importanti teorici dell’Illuminismo.

Montesquieu 

Charles-Louis de Secondatbarone di La Brède e di Montesquieu (1689 – 1755) è stato un filosofo, giurista, storico e pensatore politico francese. È considerato il fondatore della teoria politica della divisione dei poteri.

Le lettere persiane

Nel 1721 scrive Le Lettere persiane, un romanzo epistolare in cui Usbek e Rica, due giovani viaggiatori persiani, colti e ricchi, analizzano i costumi francesi con pungente sarcasmo. La loro pesante critica non risparmia né le istituzioni francesi, né gli uomini del tempo. i due, essendo stranieri, vedono la Francia in modo distaccato e criticano vita e costumi di una società cattolica e assolutistica.

In questo romanzo Montesquieu fa una critica feroce alla società europea (ma non risparmia neppure quella orientale) e alla Chiesa con i suoi dogmi cristiani (ma anche quelli musulmani) alle istituzioni politiche e al loro funzionamento.

Nello stesso tempo, Montesquieu afferma i valori della libertà e della tolleranza.

La divisione dei poteri

L’eredità più importante che il pensiero di Montesquieu ci ha lasciato è la sua teoria della separazione dei poteri, che è oggi alla base di ogni sistema democratico.

Partendo dalla considerazione che il “potere assoluto corrompe assolutamente”, l’autore analizza i tre generi di poteri che vi sono in ogni Stato: il potere legislativo che si occupa di fare le leggi, il potere esecutivo che ha il compito di farle eseguire e il potere giudiziario che deve intervenire nei casi in cui si trasgredisca alle leggi. Per Montesquieu, la condizione oggettiva affinché i cittadini possano godere della libertà è che questi tre poteri restino nettamente separati. Solo con la separazione dei poteri si possono evitare gli abusi di potere.

Diderot

Denis Diderot 1713 – 1784) è stato un filosofo, enciclopedista, scrittore e critico d’arte francese.

Fu uno dei massimi rappresentanti dell’Illuminismo e uno degli intellettuali più rappresentativi del XVIII secolo. Fu amico e collaboratore di Voltaire e del barone d’Holbach, col quale scrisse numerose opere anonime di intonazione antireligiosa e anticlericale.

Fu promotore, direttore editoriale ed editore dell’Encyclopédie, avvalendosi inizialmente dell’importante collaborazione di d’Alembert.

Oltre al colossale lavoro enciclopedico e alle pubblicazioni anonime per aggirare la censura, Diderot scrisse numerose opere filosofiche e teatrali, romanzi, articoli e saggi su disparati argomenti, occupandosi di arte, storia, politica e società.

Per quanto riguarda il sistema politico, Diderot ritiene invece che solo il Parlamento possa essere un argine al potere del sovrano.  

Rousseau  

Jean-Jacques Rousseau (1712 – 1778) è stato uno scrittore, filosofo e musicista svizzero. Il suo pensiero è stato importante sia in ambito politico e giuridico che pedagogico.

Rousseau considera il progresso come la storia della sopraffazione dei forti sui deboli, dei ricchi sui poveri. Questo è iniziato con l’istituzione proprietà privata. Secondo Rousseau le leggi sono strumenti del potere che legalizzano la disuguaglianza e tutelano l’oppressione dei più deboli. La situazione però può cambiare: è necessario stipulare un contratto sociale, un accordo tra individui che decidono di vivere associati. Infatti secondo lui la sovranità dello stato deve esprimere due volontà:

  • la volontà generale
  • la volontà del popolo.

L’obiettivo da perseguire, secondo Rousseau, è quello di creare uno stato democratico e repubblicano in cui:

  • la disuguaglianza sociale non metta in pericolo la libertà
  • un cittadino non possa comprarne un altro.

Fonti

  • https://sites.google.com/site/illuminismo4c/illuminismo-e-religione
  • https://www.homolaicus.com/teorici/voltaire/voltaire4.htm
  • Letteratura Terzo Millennio © Loescher Editore, Torino.
  • Fossati, Luppi, Zanette, Parlare di storia, Pearson.

Categorie
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La nascita delle letterature europee

Dal latino alle nuove lingue europee

Dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente si assiste ad un progressivo declino della civiltà mediterranea antica. Scompaiono le scuole e i luoghi di incontro, la lingua latina, scritta e orale, che era stata un importante elemento di unificazione culturale, progressivamente lascia il posto a nuove lingue. La frammentazione politica ha come conseguenza anche la frammentazione degli idiomi parlati con modificazioni regionali più nel parlato che nello scritto. In Europa si delineano alcune principali aree linguistiche. Nell’VIII secolo in area germanica e nelle isole britanniche si ritrovano i primi documenti in sassone e in tedesco, mentre le prime testimonianze nelle lingue romanze sono a partire dal XI secolo. Sono definite neolatine o romanze, le lingue che derivano dal latino: italiano, francese, rumeno, dalmatico, ladino, sardo, catalano, castigliano, portoghese.

La Chiesa rimane l’unico elemento di continuità con la cultura classica: nei monasteri monaci e chierici, gli amanuensi, trascrivono i codici antichi e permettono la conservazione e la trasmissione della cultura antica.

Ad Aquisgrana, la Schola palatina, fondata da Carlo Magno nel IX secolo, è uno dei più importanti centri di formazione culturale del territorio europeo.

Aquisgrana

Dopo il Mille la produzione culturale sui sposta dai monasteri alle corti, il ceto feudale perde connotati militari, il cavaliere diventa un emblema di virtù e la borghesia veicola nuovi valori.

Mentre la maggior parte della popolazione è analfabeta, sia la maggior parte dei nobili che tutti i contadini, gli uomini di chiesa dominano bene le lettere.  Il clero utilizza una lingua latina aperta alle influenze dei volgari, legge e trascrive i testi dell’antichità e li interpreta alla luce del Cristianesimo. I generi letterari medievali sono agiografie, enciclopedie, cronache e novelle. I luoghi di produzione e di consumo dei testi medievali sono le corti e i castelli dove giullari e menestrelli intrattengono la corte con i loro racconti.

Lingua d’oc e lingua d’oïl

Tra le lingue romanze le produzioni francesi e provenzali si impongono come modelli per le letterature europee. Le due letterature francesi, quella centro-settentrionale in lingua d’oïl e quella centro-meridionale in lingua d’oc si sviluppano parallelamente per circa due secoli con caratteristiche diverse: la prima era prevalentemente epica narrativa, la seconda lirica.

La chanson de geste

La chanson de geste o canzone di gesta costituisce il principale genere epico narrativo delle letterature medievali. Deriva dalla tradizione orale, è scritta in lingua d’oïl e nasce come narrazione idealizzata delle imprese cavalleresche compiute generalmente durante il regno di Carlo Magno (771-814). Le canzoni di gesta narrano in modo fantastico le imprese compiute dai cavalieri francesi. I testi erano destinati ad essere cantati dai giullari nelle corti e nelle piazze.

La chanson de Roland  

La canzone di Orlando, o di Rolando, la più celebre delle chanson de geste, è un poemetto epico anonimo in lingua d’oïl (XII sec.). Il brano è tratto dalla seconda parte della “Chanson de Roland” e narra la battaglia di Roncisvalle in cui il conte Orlando (Roland), eroico paladino di Carlo Magno, cade in un’imboscata tesagli dai Mori con l’aiuto del traditore Gano di Maganza.

Fino alla fine Orlando rifiuta di suonare il corno per richiamare i rinforzi dei Franchi, lo fa solo quando si accascia morente.

Al loro arrivo il re Carlo e i suoi uomini spazzeranno via i Mori, inseguendoli fino all’Ebro grazie all’intervento divino che prolunga la durata del giorno per consentire la vittoria definitiva. Nel momento della morte Orlando si mostra quale perfetto “guerriero della fede”, chiedendo perdono a Dio per i suoi peccati e preoccupandosi di mostrarsi comunque vincitore contro gli odiati “infedeli” musulmani.

La morte di Orlando

CLXXIII
Lo sente Orlando che la morte l’afferra,                                
giù dalla testa fin sul cuore gli scende.
Fin sotto un pino [1] se n’è andato correndo,
sull’erba verde ci si è accanto disteso,
la spada e il corno [2] sotto sé si mette.
Volta ha la testa alla pagana gente,
e così ha fatto perché vuole davvero
che dica Carlo e con lui la sua gente
che morì il nobile conte da vincitore.
Confessa le sue colpe ripetutamente,
per i peccati in pegno offre a Dio il guanto [3].

CLXXIV
Lo sente Orlando che il suo tempo è finito,                           
volto alla Spagna è in cima a un poggio aguzzo;
con una mano  il petto s’è battuto:
«Mea culpa, Dio!, verso le tue virtù,
dei miei peccati, dei grandi e dei minori
che ho commesso da quando venni al mondo
fino ad oggi, che qui son stato preso! [4]».
Il guanto destro perciò ha teso a Dio,
angeli scendono giù dal cielo a lui.CLXXV
Il conte Orlando giace sotto un pino,
verso la Spagna tiene volto il viso.
Di molte cose gli ritorna alla mente,
di tante terre quante ne prese il prode,
la dolce Francia, quelli del suo lignaggio,
Carlomagno che l’allevò, suo signore;
non può impedirsi di sospirare e piangere.
Ma non si vuole dimenticare di sé,
confessa le sue colpe, chiede a Dio pietà:
«Vero Padre, che non hai mai mentito,
san Lazzaro da morte risuscitasti,
e Daniele dai leoni salvasti [5],

a me l’anima salva da tutti i pericoli
dei miei peccati quanti ne ho fatti in vita!».
Il guanto destro porge in pegno a Dio:
San Gabriele dalla sua mano l’ha preso.
Sopra il braccio si tiene il capo chino,
le mani giunte è arrivato alla fine.
Dio gli manda il suo angelo Cherubino
e San Michele del mare del Pericolo [6];
insieme a loro viene lì san Gabriele,
portan del conte l’anima in paradiso.
1] Il pino nella tradizione cristiana è simbolo dell’elevazione a Dio, oltre che pianta funebre.
[2] La spada è la celebre Durlindana, citata in seguito anche nei poemi epico-cavallereschi italiani.
[3] Il guanto nella simbologia feudale del Medioevo rappresenta l’atto di investitura da parte del signore, oltre a richiamare l’idea del duello (il cosiddetto “guanto di sfida”). Orlando lo porge a Dio in quanto si sottomette alla Sua volontà.
[4] Sottinteso “dalla morte”.
[5] Orlando cita due episodi celeberrimi della tradizione biblica in cui Dio mostra la sua potenza, ovvero la salvezza del profeta Daniele gettato in pasto ai leoni dal re persiano Ciro e la resurrezione di Lazzaro ad opera di Gesù.
[6] La morte: S. Michele è l’arcangelo che difende le anime al momento del giudizio divino.

Orlando è un eroe cristiano, un martire, sottomesso al Divino, tanto che viene portato in paradiso degli angeli. Egli muore come un vincitore e salva l’onore; ma salva anche l’anima perché morendo chiede perdono e rassegna il suo guanto a Dio. Nel momento della morte ricorda le sue imprese da uomo di fede.

Nel racconto non vengono descritti i luoghi ma solo le azioni compiute dal protagonista e i suoi pensieri.

In questo testo la guerra ha una connotazione positiva, eroica, caratterizzata dalla valorizzazione della forza fisica e del coraggio. Infatti nel medioevo se la guerra era di difesa contro gli infedeli garantiva l’accesso al Paradiso.

Il testo è pieno di ripetizioni, il linguaggio è semplice, lo stile è paratattico.

Lancillotto e il ponte della spada

Il romanzo di Lancillotto o il cavaliere della carretta è il romanzo più noto di Chrétien de Troyes. In esso il tema dominante è quello dell’amore cortese, che è il motore principale di ogni azione dell’eroe. In nome della servitù d’amore Lancillotto si sottopone ad imprese rischiosissime, come quella narrata in questo testo, e a prove umilianti come quella di salire su una carretta con la quale ladri e omicidi venivano esposti al disonore e al pubblico disprezzo.

Riassunto dell’opera Lancillotto o il cavaliere della carretta

Ginevra moglie di Re Artù è stata rapita dal malvagio Meleagant, figlio del re di Gorre il regno da cui nessuno fa ritorno. Fra i molti coraggiosi che tentano l’impresa di liberarla c’è Lancillotto, devoto amante della regina. Su invito di un nano che promette di indicargli la via per il reame di Gorre egli acconsente, dopo breve esitazione, a salire sulla carretta riservata a ladri e assassini. Ottenute le indicazioni necessarie, Lancillotto a parte per Gorre. Riuscirà ad arrivare nel regno da cui nessuno fa ritorno grazie all’aiuto di un anello incantato. Dopo aver superato molti ostacoli, tra cui il passaggio del ponte della spada, Lancillotto ritrova la sua Ginevra. La regina però gli rinfaccia l’esitazione avuta da lui nel salire sulla carretta, esitazione indegna di un fedele servo d’amore. Dopo altre due dure prove la regina concede il perdono all’innamorato che libera lei e tutti gli altri prigionieri.

In questo passo Lancillotto, per raggiungere l’amata Ginevra, deve superare una prova molto pericolosa: attraversare il Ponte della spada, un ponte costituito da una lama di acciaio sottilissima e tagliente, sospesa sopra acque vorticose.

I cavalieri, Lancillotto e i suoi accompagnatori, sono scesi da cavallo e guardano l’acqua del fiume, minacciosa e scrosciante. Il fiume è insidioso, cadere nel fiume vuol dire morire. Ma non ci sono altre vie e Lancillotto deve traversarlo.
Il ponte posto tra le due sponde del fiume è costituto da una spada affilata e sottile, lunga come due lance. alla due estremità era conficcata in due ceppi molto solidi. mentre i tre cavalieri osservano i ceppi della sponda opposta vedono, o paiono vedere, due bestie feroci legate al ceppo.
I due compagni cercano di dissuadere Lancillotto, ma lui non intende tornare sui suoi passi. Lui percorre la sua strada in nome dell’Amore ed è così certo che nulla potrà impedirgli di arrivare dalla sua amata. La sua fede è salda e non ha paura di nulla.
I due amici piangono mentre lo vedono partire. Lui si prepara ad attraversare le acque: si toglie i calzari dai piedi e le protezioni dalle mani: in questo modo avrà presa sulla spada e non correrà il rischio di cadere. Certamente le sue mani e i suoi piedi si feriranno nella traversata dal momento che il ponte è tagliente come una spada.
Lancillotto non è turbato all’idea di riempirsi di piaghe. Con grande destrezza attraversa il ponte, trova forza e conforto nell’amore che lo guida.
Quando raggiunge l’altra sponda si ricorda dei due leoni visti da lontano, ma non scorge nessuna bestia, che possa farli del male. Si rende conto allora di essere stato vittima di un incantesimo, di aver visto quello che non c’era.

Interpretazione

Il coraggio di Lancillotto è ampiamente sottolineato nel testo. Quell’acqua minacciosa non lo spaventa per niente e neppure la presenza di due leoni o di due leopardi, dall’altra parte del fiume, non fermano il coraggio del cavaliere. Lui è pronto a tutto perché confida in Dio e nell’amore. Quelle bestie feroci rappresentano le paure che accompagnano ogni grande uomo in ogni grande impresa. Lancillotto non si fa fermare delle paure, va avanti e, nel momento in cui giunge dall’altra parte del fiume, le sue paure sono svanite, i fantasmi non ci sono più.

Amore cortese e matrimonio

L’amore di Lancillotto di Ginevra è un amore adultero; ai nostri occhi il tradimento appare ancora più grave se consideriamo che Ginevra è la moglie di Re Artù, il sovrano a cui Lancillotto deve fedeltà e sottomissione.

L’autore, Chrétien de Troyes, ci racconta una storia d’amore al di fuori del matrimonio. La vicenda dura poco, poi la morale cristiana prevale e prevale la sacralità del matrimonio. Ma è importante considerare che nell’età feudale il matrimonio non aveva nulla a che fare con il sentimento: si basava essenzialmente sull’interesse economico, che poteva anche cambiare. Infatti quando le alleanze, che avevano sancito un matrimonio, non servivano più, l’uomo spesso cercava di sbarazzarsi della moglie il più velocemente possibile.

I matrimoni quindi si scioglievano facilmente e la donna, la signora dei romanzi cortesi, era poco più di un oggetto di proprietà del marito