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Niccolò Machiavelli

Biografia

Nicolò Machiavelli, autore de Il principe, ha saputo guardare le modalità di gestione del potere con spregiudicatezza.  Nella sua opera racconta con schiettezza e lucidità quali siano i meccanismi che si muovono nelle stanze del potere.

Per questo Machiavelli è considerato il fondatore della moderna scienza politica

Nicolò Machiavelli nacque a Firenze nel 1469. La sua era una famiglia che apparteneva alla ricca borghesia. Il padre operava in ambito giuridico, ma era appassionato di letteratura. La madre coltivava la stessa passione del marito per le lettere tanto che quando Niccolò è un bambino lei scrive alcune laude sacre e le dedica proprio al figlioletto.  

La biblioteca paterna era molto fornita e qui Niccolò ebbe l’opportunità di conoscere molti testi della letteratura e della storiografia latina. Si appassionò soprattutto alle opere degli storici latini.

Firenze a quel tempo non era una città pacifica. Era stata governata fino al 1492 dalla sapiente mano di Lorenzo de’ Medici, ma alla morte del Magnifico la pace era finita.

Infatti nel 1494 Girolamo Savonarola guidò un’insurrezione popolare che portò all’allontanamento della famiglia Medici da Firenze. Venne così istituito un governo repubblicano.

L‘attività politica di Niccolò Machiavelli incominciò prima dei trent’anni. Infatti nel 1498 entrò al servizio della Repubblica Fiorentina come Segretario della Seconda Cancelleria. Il suo compito inizialmente era solo quello di redigere i documenti ufficiali, ma questo lo portò a incominciare a vedere come funzionava il sistema amministrativo fiorentino. Le cancellerie erano uffici molto importanti a quell’epoca poiché si occupavano della gestione amministrativa della città.

Le sue capacità lo portarono ben presto ad essere incaricato di svolgere attività diplomatica per conto della Repubblica fiorentina. Ben presto iniziò a girare al servizio di signori e sovrani, sia italiani che europei.

I viaggi di Niccolò Machiavelli:

  • 1500 – inviato presso la corte francese di Luigi XII;
  • 1502 – inviato presso Cesare Borgia, duca di Valentinois, detto il Valentino, un abile condottiero e politico ambizioso Che Machiavelli prese poi a modello come Principe;
  • 1503 – a Roma in occasione dell’elezione papale di Giulio II;
  • 1504 – inviato presso la corte francese di Luigi XII;
  • 1506 e 1507 – inviato nuovamente a Roma;
  • 1510 inviato presso la corte francese di Luigi XII;

Nel 1506 Niccolò Machiavelli venne investito del titolo di Cancelliere della milizia. Si trattava di un incarico che aveva come scopo la riorganizzazione dell’esercito della Repubblica Fiorentina. 

In questa sua veste ufficiale Machiavelli diventa il braccio destro del gonfaloniere (colui che porta il gonfalone) di Firenze. Pier Soderini era stato nominato gonfaloniere a vita ed era l’uomo politico più importante della Firenze repubblicana. Niccolò Machiavelli si trovò ad affiancare il gonfaloniere e ad essere quindi al corrente di ogni dettaglio della politica fiorentina.

La situazione politica della penisola era sempre instabile. Infatti nel 1512 la repubblica fiorentina venne attaccata e sconfitta dalle milizie pontificie e spagnole a Prato. Così la famiglia Medici poté riprendere il comando della città.

I Medici riorganizzarono la gestione politica della città e allontanarono tutti quelli che avevano collaborato col governo repubblicano.

Niccolò Macchiavelli si trovò quindi non solo ad essere estromesso dalle funzioni pubbliche, ma fu anche arrestato e torturato. I nuovi signori di Firenze non solo diffidavano del Machiavelli perché era stato Cancelliere, ma sospettavano anche che egli avesse partecipato ad una delle congiure che erano state ordite contro di loro.

Per Machiavelli quello fu un periodo davvero difficile e durissimo che lo spinse ad andarsene: scelse l’esilio e si ritirò in una villa di proprietà della sua famiglia vicino a San Casciano.

Come era stato per Dante, anche per Machiavelli l’allontanamento dall’amata Firenze costituì una svolta. Machiavelli attraversò una profonda crisi di cui resta traccia nelle lettere scritte all’amico Francesco Vettori, ambasciatore fiorentino presso la corte papale a Roma.

Ma la vita ritirata consentì anche al Machiavelli di dedicarsi alla scrittura.

Vennero scritte in questo periodo le sue opere più importanti come Il principe, I discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, La mandragola e la novella Belfagor arcidiavolo.

La sorte però periodicamente si volge e, a partire dal 1516, Machiavelli si sentì libero di rientrare un po’ alla volta in Firenze. Iniziò a frequentare un gruppo di giovani intellettuali che si riunivano nei giardini di palazzo Rucellai vicino a Santa Maria Novella. Questi giovani ammiravano Machiavelli e vedevano il lui un maestro, un modello.

Questa relazione con il gruppo infuse nuova fiducia nello scrittore. Infatti un po’ alla volta Niccolò Machiavelli si riavvicinò ai Medici e

  • venne assunto come storico ufficiale della città,
  • gli vennero affidati nuovi incarichi diplomatici,
  • fu incaricato di scrivere le Istorie fiorentine.

Ma l’instabilità politica che imperversava sulla penisola colpì nuovamente il comune toscano nel 1527: i Medici vennero nuovamente cacciati e venne restaurato di nuovo il regime repubblicano.

E la storia si ripeté ancora: Machiavelli, che era riuscito a riavvicinarsi faticosamente ai Medici venne considerato traditore della Repubblica e venne nuovamente allontanato.

Questa volta non ebbe più alcuna possibilità di rientrare e di mostrare le sue competenze. Morì esiliato, amareggiato e ammalato il 21 giugno del 1527.

Periodo storico e letterario

Niccolò Machiavelli nacque nel periodo della fioritura del Rinascimento e visse la fine dell’autonomia degli stati italiani e la frattura luterana che portò i cristiani a dividersi in Cattolici e Protestanti.

Il Quattrocento e il Cinquecento vedono rinascere la cultura e le arti nell’Umanesimo e nel Rinascimento.  

Gli uomini di quest’epoca operarono un cambiamento nel modo di vedere il mondo di cui furono ben consapevoli.

  • Se nel Medioevo il centro della vita umana era collocato nel Divino, con Umanesimo e Rinascimento il centro dell’uomo è l’uomo stesso, un uomo collocato nel mondo abitato dagli uomini: non più l’oltre, ma il presente, il qui ed ora.
  • Nel Medioevo si costruivano chiese, nel Rinascimento si costruiscono ancora chiese, ma anche palazzi e piazze.
  • Nel Medioevo si dipingevano soggetti sacri, ora si ritraggono sovrani e signori, ma anche soggetti mitologici ed eroici.
  • Si guarda al modo con occhio analitico e si scoprono le leggi della prospettiva.
  • Si leggono i testi del passato per comprendere il passato con occhio filologico.

Dal punto di vista politico l’epoca di Machiavelli fu un’epoca di transizione.

Fino al 1492 Lorenzo il Magnifico, carismatico esponente della famiglia Medici e Signore rispettato dai diversi stati della penisola italiana, aveva perseguito una politica volta a mantenere l’equilibrio tra le diverse signorie italiche.

La sua morte, avvenuta nel 1492 segnò la fine di un’epoca di stabilità. Nel 1494 i Medici persero il predominio su Firenze e nacque la Prima Repubblica Fiorentina.

Ma l’equilibrio garantito nella penisola dal Magnifico crollò e nel 1494 la penisola italica, divisa in molti principati autonomi, divenne terra di conquista da parte delle potenze straniere: la Spagna e Francia si contendevano il predominio della penisola.

Iniziarono così una serie di guerre che si giocarono sulla penisola italica tra i francesi e gli spagnoli.

Solo con la pace di Noyon del 1516 i conflitti si placarono: la Francia aveva il predominio del milanese e la Spagna governava il regno di Napoli.

Così finì l’autonomia degli stati italiani.

Nel 1517 Martin Lutero affisse sulle porte del duomo di Wittenberg le sue 95 tesi. Il monaco agostiniano protestava contro la corruzione della chiesa di Roma. Lo scontro tra Lutero, Carlo V, imperatore dell’Impero Asburgico e il papato fu lungo ed estenuante. La corruzione in cui versava la corte papale fece sì che le proteste luterane fossero accolte oltralpe e dilagassero rapidamente.

Carlo V e il papa fecero molti tentativi per convincere i protestanti a rinunciare alle loro proteste, ma non ci riuscirono.

In seguito a questo la chiesa di Roma si rinnovò grazie alle delibere del Concilio di Trento (1545 – 1563).

Le opere più importanti di Niccolò Macchiavelli

Le opere di Niccolò Machiavelli corono un periodo che va dagli ultimi anni del Quattrocento fino alla sua morte.

  • Le sue lettere furono raccolte dai posteri in un Epistolario. Le lettere non erano state destinate alla da Machiavelli. Gli argomenti trattati sono vari: da riflessioni politiche di alto livello a intime confessioni. Da segnalare la fitta corrispondenza intrattenuta dall’autore con l’amico ambasciatore Francesco Vettori durante il suo esilio volontario a San Casciano.
  • Discorsi sotto la sopra la prima Deca di Tito Livio vennero composti tra il 1513 e il 1520 va vennero resi pubblici solo nel 1531. Niccolò Machiavelli analizzò i primi dieci libri dell’opera dello storico latino Tito Livio convinto che l’analisi delle azioni politiche dell’antichità potesse essere utile per capire le leggi sottese alla gestione del potere politico.
  • La mandragola è una divertente commedia in cinque atti composta intorno al 1518. L’opera, che ancora oggi gode di un certo successo tanto da essere rappresentata regolarmente da diverse compagnie teatrali, è ambientata a Firenze nel 1500.

Qui il link per vederne il fimo realizzato nel 1965 da Alberto Lattuada.

  • Il protagonista della vicenda è Callimaco, affascinante giovane uomo, esponente della nobiltà fiorentina, che si è innamorato della bella Lucrezia. La giovane donna è sposata con Nicia, un anziano notabile. La ragazza è pudica e fedele, quindi inavvicinabile. Ma Nicia, il marito, ha una debolezza: è disposto a qualsiasi cosa pur di avere un figlio.
  • Il ruffiano Ligurio si offre di aiutare Callimaco a raggiungere la ragazza. I due mettono in scena un imbroglio grazie al quale il giovane innamorato raggiungerà la sua bella.
  • La vicenda è spassosa e il messaggio dell’autore si deve intuire sotto il sorriso: tutti i personaggi sono disposti a tutto pur di raggiungere i loro obiettivi. Solo Lucrezia onesta e pura sembra sottrarsi a questa regola, ma, alla fine della vicenda, anche lei sceglierà l’imbroglio!
  • Le istorie fiorentine, commissionate dai Medici raccontano le storie fiorentine tra il 1434, quando Cosimo il vecchio rientrò a Firenze, e il 1492, quando morì Lorenzo il Magnifico.
  • Dell’Arte della guerra è un trattato in cui Machiavelli immagina di dialogare con i giovani intellettuali che lo ammiravano e con i quali si incontrava nei giardini di palazzo Rucellai, vicino a Ponte Vecchio.
  • Clizia è una commedia in cinque atti, in prosa. Machiavelli trae ispirazione da una commedia del commediografo latino Plauto.

Il principe

Nel 1512 Niccolò Machiavelli decise di esiliarsi per sfuggire alla situazione spinosa che si era creata in Firenze col rientro dei Medici.

In quel periodo scrisse questo breve trattato, un testo asciutto, dedicato ai Medici e agli altri principi italiani in cui raccontare i segreti dell’arte di gestire lo stato che aveva individuato negli anni in cui lavorava come cancelliere a Firenze e nelle sue missioni diplomatiche.

L’opera venne resa pubblica solo postuma, nel 1532 e subì quindi il rimaneggiamento degli editori. 

L’autore dedicò l’opera a Lorenzo de’ Medici.

Nei primi 11 capitoli Niccolò Machiavelli spiegava le modalità con cui i principi possono acquisire e conservare uno stato. Ci sono infatti diversi tipi di Principato: quello acquisito per via ereditaria, quello conquistato e quello assegnato come privilegio ecclesiastico. 

Il modello di Principe a cui Machiavelli si ispirò fu Cesare Borgia, duca di Valentino. 

L’autori quindi analizzò come il duca di Valentino

  • riuscì ad avere il potere grazie alla fortuna e l’appoggio altrui,
  • seppe conservare tale potere con coraggio ingegno e virtù,
  • abbia usato sapientemente crudeltà e scelleratezze, due abilità che possono anche essere usate al servizio dello stato.

Inoltre Niccolò Machiavelli affronta alcuni temi politici.

Parlando di armi l’autore mostrò l’inaffidabilità delle truppe mercenarie; egli sosteneva infatti che un principe dovesse circondarsi di soldati a lui fedeli e non di truppe disposte a cambiare fazione in base al solo vantaggio economico.

Machiavelli analizzò le qualità dell’uomo di governo e mostrò che, negli uomini di governo, un comportamento immorale garantiva spesso il successo politico.

Questo perché, secondo Machiavelli, l’uomo è egoista e inaffidabile; infatti i rapporti tra uomini sono basati solo su violenza e prevaricazione.

Per questo il Principe che vuole mantenere il potere deve essere risoluto e spietato, furbo e scaltro, capace di usare l’imbroglio se necessario, forte e deciso. Deve farsi temere dai sudditi, non farsi amare!

Dedica

Desiderando io adunque offerirmi alla Vostra Magnificenza con qualche testimone della servitù mia verso di quella, non ho trovato, tra la mia suppellettile, cosa, quale io abbia più cara, o tanto stimi, quanto la cognizione delle azioni degli uomini grandi, imparata da me con una lunga esperienza delle cose moderne, ed una continua lezione delle antiche, la quale avendo io con gran diligenza lungamente escogitata ed esaminata, ed ora in uno piccolo volume ridotta, mando all a Magnificenza Vostra.
(Il Principe, Dedica)

Il Principe, capitolo 18

Pertanto, a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo.
Questa parte è suta insegnata a’ principi copertamente dagli antichi scrittori; li quali scrivono come Achille e molti altri di quelli principi antichi furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi.
Il che non vuole dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura; e l’una sanza l’altra non è durabile
Sendo, dunque, uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si defende da’ lupi.
Bisogna, adunque, essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a bigottire e’ lupi.
Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano.
Non può, pertanto, uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere.
E se gli uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perché sono tristi, e non la osservarebbono a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro.
Né mai a uno principe mancorono cagioni legittime di colorire la inosservanzia
Et hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime
uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose
per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso
necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla
fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla
religione. E però bisogna che elli abbi uno animo disposto
a volgersi secondo ch’e’ venti e le variazioni della fortuna li
comandono, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene,
potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato.

Il principe capitolo 25

Concludo, adunque, che, variando la fortuna, e stando gli uomini ne’ loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e, come discordano, infelici.
Io iudico bene questo: che sia meglio essere impetuoso che respettivo; perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla.
E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano; e però sempre, come donna, è amica de’
giovani, perché sono meno respettivi, più feroci e con più audacia la comandano.
(Il Principe, capitolo 25)

Pensiero e poetica di Machiavelli

Nicolò Machiavelli è uomo razionale che scrive con lucidità e competenza. Il suo è l’atteggiamento tipico dell’uomo nuovo, l’Umanista, l’uomo del Rinascimento.

Lui non scrive per sentito dire, lui analizza la realtà che conosce, di cui ha esperienza. Aver lavorato presso la Cancelleria fiorentina e le varie missioni diplomatiche gli hanno permesso di toccare con mano i meccanismi del potere.

 È quindi per l’esperienza fatta che l’autore formula una sua teoria dello stato e individua i criteri dell’azione politica. Al centro del pensiero di Niccolò Machiavelli è la convinzione che si debba partire dalla realtà dei fatti e non da modelli astratti, non da idee etiche e morali che non hanno niente a che fare con la realtà.

Per poter governare in modo efficace secondo l’autore bisogna quindi saper osservare la realtà.

Non serve guardare alla realtà pensando a ciò che si vorrebbe e non a quello che c’è.

Bisogna guardare alla realtà e fare i conti con essa. E Machiavelli sceglie di osservare come hanno agito i governanti per capire cosa funziona e come funziona. E ce lo racconta nel suo principe. L’autore non dà mai giudizi morali: non dice si deve fare così perché è giusto. Dice per mantenere il potere si agisce in questo modo, no perché sia giusto, ma solo perché funziona così.

L’approccio di Machiavelli dunque è pratico e realistico, senza tirare in ballo idee morali o religiose; lui racconta la politica come accade nella realtà.

L’atteggiamento di Machiavelli lo porta a fare della politica una scienza autonoma.

Ma Machiavelli non si limita ad osservare l’agire dei principi della sua epoca, ma studia anche la storia degli antichi romani per trovare anche lì regole e prassi della politica e del potere.

Machiavelli osserva il comportamento dell’uomo e considera la malvagità della natura umana. Dam momento che la natura umana è malvagia, chi governa dev’essere capace anche di compiere il male. Questo non toglie che il principe deve conoscere il bene e tenere il bene come obiettivo centrale del suo agire.

Ma se il Principe si limita ad agire aspirando al bene, egli otterrà solo la rovina del suo stato. E siccome il fine di ogni governo è la conservazione dello stato, il Principe deve agire per la stabilità dello stato, indipendentemente dal suo contenuto morale.

Sull’opera di Machiavelli si è detto molto. Il famoso detto “Il fine giustifica i mezzi” è stato ingiustamente attribuito a lui. La chiesa ha scomunicato questo autore e la sua opera e ha inserito il Principe nell’indice dei libri proibiti. Eppure quella stessa Chiesa che lo ha scomunicato ha agito infinte volte senza etica e senza morale, usando forza e astuzia per mantenere il potere e sottomettere per secoli le popolazioni. Sembra che abbia imparato molto bene le indicazioni di Niccolò Machiavelli.



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Dall’età comunale all’Umanesimo

Dal comune alla signoria

Alla fine del XIII secolo i comuni entrano in crisi e inizia una fase di instabilità politica.

Diventa così necessaria la figura di un forte potere personale che riesca a ridurre la tensione i conflitti intra comunali e inter comunali.

Questo signore, esponente delle famiglie più autorevoli dei vari comuni, assume il potere e limita la libertà delle altre famiglie e dei cittadini del comune.

In cambio garantisce stabilità di governo e crescita economica.

Le città più forti si espandono poi nel territorio comunale e si vengono a formare quindi gli stati regionali italiani.

L’avvento delle Signorie, con l’estensione territoriale dei Comuni più grandi, decreta la fine dell’autonomia di molti altri Comuni e porta alla sostituzione del principio politico della repubblica con quello della monarchia.

Dalla seconda metà del Trecento inoltre, i signori ottengono dal papà o dall’imperatore la legittimazione del loro potere.

Le signorie si trasformano così in Principati. Nel Principato il potere diventa ereditario e nascono dinastie di Governo.

Signorie sulla penisola italiana

Il Regno di Napoli vive un periodo di grande splendore sotto Roberto D’Angiò che governa dal 1309 al 1343. Alla sua morte iniziano scontri violenti.

Ricordiamo inoltre che siamo alla vigilia della grande peste con la quale culmina la grande crisi del Trecento.

Nel 1442 Alfonso V d’Aragona prende il controllo del Regno di Napoli e di Sicilia e riunifica i due regni sotto un’unica corona. Purtroppo il potere Regio è debole perché è limitato dai feudatari locali e dalla mancanza di una borghesia su cui potersi appoggiare.

Tra il Trecento e il Quattrocento l’Italia è attraversata da continui conflitti tra i diversi stati tra le diverse signorie. Ognuno cerca di imporsi sugli altri per espandere i propri domini.

All’inizio del quattrocento Venezia sconfigge i visconti di Milano e diventa la più grande e forte potenza dell’Italia del Nord.

Nel Ducato di Milano, alla morte senza eredi dell’ultimo esponente della famiglia Visconti, nel 1447, si apre un periodo di guerre che si conclude quando Francesco sforza si impadronisce del Ducato di Milano.

L’ascesa degli Sforza viene contrastata da Venezia ma appoggiata da Firenze. Questa situazione di tensione sfocia in una guerra che insanguina la penisola.

Nel 1453 l’impero Ottomano conquista Costantinopoli. La città, capitale dell’impero romano s’occidente e sede della chiesa ortodossa, finisce nelle mani la caduta della Roccaforte bizantina. (vedi video)

La minaccia ottomana e la situazione di tensione e di sangue che attraversava la penisola contribuirono a portare le signorie italiane a firmare la Pace di Lodi.

La pace di Lodi nel 1454

La Pace di Lodi del 1454 mise fine allo scontro tra Venezia e Milano e dà origine a un’alleanza militare, la lega Italica, tra gli stati della penisola. La rilevanza storica del trattato risiede nell’aver garantito all’Italia 40 anni di pace stabile favorendo di conseguenza lo sviluppo economico e la fioritura culturale e artistica del Rinascimento.

L’equilibrio garantito dalla Pace di Lodi si rompe nel 1494 quando il re di Francia Carlo VIII alleato del duca di Milano scende in Italia e si dirige verso sud per conquistare il Regno di Napoli.

Gli stati italiani riescono a cacciarlo e a farlo tornare in Francia.

Ma nel 1499 di nuovo le truppe del re di Francia Luigi XII invadono il Ducato di Milano e nel 1501 Francia e Spagna si accordano per dividersi il Regno di Napoli che viene conquistato.

La caduta del Ducato di Milano e del Regno di Napoli rompe gli equilibri politici. Scoppiano guerre tra gli stati italiani la Francia la Spagna e l’impero.

Nel 1516 la pace di Noyon sancisce la fine dell’Indipendenza degli stati italiani: il Regno di Napoli passa agli spagnoli e il Ducato di Milano ai francesi.

Umanesimo

L’Umanesimo è un movimento culturale che si afferma in Italia nel 1400, nel periodo in cui tutti i tentativi di creare uno Stato unitario nell’Italia centro-settentrionale erano falliti.

Il sud era unificato sotto il potere degli Aragona.

Al centro nord si erano consolidati invece cinque Stati regionali che avevano imposto a tutta la penisola una politica di equilibrio e di spartizione delle zone d’influenza: Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli.

L’Umanesimo nasce e si sviluppa in Italia perché qui, prima o più che altrove, esistevano le condizioni favorevoli alla nascita dei rapporti economici di tipo capitalistico.

Nei secoli XIV e XV l’Italia era uno dei paesi più progrediti del mondo.

Già nel XIII secolo le città italiane avevano difeso vittoriosamente, nella lotta contro l’impero tedesco, la propria indipendenza.

Verso la metà del XIII secolo in molte città-stato repubblicane era avvenuta l’emancipazione dei contadini dalla servitù della gleba, anche se a ciò non corrispondeva quasi mai un’equa distribuzione della terra.

La libertà conquistata dai contadini era più che altro “giuridica”, ma gli permetteva di trasformarsi in operai salariati. Vennero pertanto occupati o sfruttati:

  • nelle fabbriche di panno (opifici)
  • da artigiani arricchiti, i quali consegnavano loro la materia prima o semilavorata ricevendo in cambio il prodotto finito
  • dai maestri delle corporazioni, che spesso li costringevano a restare garzoni e apprendisti per sempre.
  • Dai mercanti, nelle manifatture, solo per produrre merci d’esportazione
  • da altri ricchi contadini neo-proprietari
  • dagli stessi feudatari di prima che ora li sfruttano con altri metodi.

Indipendentemente dalle situazioni i contadini venivano occupati con lavori pesanti, gli venivano offerti salari molto bassi, orari molto pesanti, mansioni parcellizzate, pochissimi diritti e stretta sorveglianza sul luogo di lavoro.

Molte furono le rivolte nei contadini italiani e tutte furono represse nel sangue. Anche questi fenomeni contribuirono all’istituzione di signorie e principati, cioè di governi centralizzati e autoritari.

La formazione delle Signorie contribuisce allo sviluppo dell’Umanesimo. Gli elementi che caratterizzano le signorie sono:

  • organismi territoriali molto estesi
  • organismi dotati di un complesso apparato burocratico-amministrativo e diplomatico
  • corti culturali e politiche che richiedono personale qualificato

Le Università tradizionali, ancorate ai programmi dell’enciclopedismo scolastico-aristotelico, non sono in grado di fornire il personale di cui le moderne Signorie hanno bisogno. Per questo motivo nascono nuove scuole private e accademie presso le corti.

Possiamo dire che i risultati più significativi e duraturi l’Italia li ottenne non sul terreno economico e politico, ma su quello culturale, con la nascita dell’Umanesimo prima e delle arti rinascimentali dopo.

Effetti della caduta di Costantinopoli

Costantinopoli, capitale dell’impero romano d’Oriente, è sopravvissuta più di 1000 anni all’Impero Romano d’Occidente con capitale Roma.

Tuttavia la città già dal XIII secolo era assediata dai turchi e i suoi territori erano stati depredati nel corso dei secoli XII e XIV.

Effetti culturali

L’avvicinarsi dei Turchi e il progressivo pericolo in cui si trova Costantinopoli sono fattori che contribuiscono alla nascita dell’Umanesimo.

A Costantinopoli si era coltivata la tradizione greco-latina mentre in Europa occidentale durante il medioevo la cultura occidentale aveva perso parte delle sue radici greche.

In Europa orientale si conosceva ancora il greco e si studiavano ancora gli antichi testi.

In Europa occidentale si era a conoscenza dei testi greci solo attraverso le traduzioni latine che erano ovviamente meno ricche dei codici originali.

Nel corso del Quattrocento gli studiosi bizantini lasciano le proprie città per paura dei Turchi e si trasferiscono in Europa; la meta scelta però è quasi sempre l’Italia, terra facilmente raggiungibile grazie alla sua collocazione geografica.

La maggior parte degli studiosi bizantini sono ecclesiastici e quasi tutti ortodossi.

Si ricorda che la chiesa cristiana si divide nel 1054 con lo Scisma d’Oriente, per il quale avvenne il definitivo distacco della Chiesa d’Oriente dalla Chiesa d’Occidente. Alla base di questo scisma c’erano divergenze di carattere religioso e teologico. Da quel momento la Chiesa d’Oriente assunse il nome di ortodossa, lasciando intendere la propria fedeltà alla dottrina della Chiesa antica, mentre la Chiesa di Roma si definì cattolica, cioè universale. La riconciliazione è avvenuta solo nel 1965.

Gli ecclesiasti furono accolti in Italia perché, pur essendo ortodossi erano pur sempre legati al cristianesimo e erano in fuga da un’altra religione: l’Islam.

In quegli anni molti intellettuali partecipano ai concili per cercare di trovare delle soluzioni comuni che portassero ad una riconciliazione tra le due Chiese (che però non verrà trovata).

Questi ecclesiastici si trasferiscono in Italia con i propri libri e le proprie conoscenze, consapevoli che probabilmente non potranno più tornare in patria.

Restano quindi in Italia e diffondono la cultura antica con i miti di Platone e i testi di Aristotele di cui in Occidente circolavano delle traduzioni latine incomplete.

Questi studiosi bizantini insegnano il greco agli italiani e portano i manoscritti dei testi originali. Voltaire, nel Settecento affermerà che le belle lettere sono scappate da Costantinopoli per andare in Italia.

Per questo si sostiene che l’assedio di Costantinopoli è all’origine dell’Umanesimo e del Rinascimento, momento in cui avviene la rinascita degli studi classici nell’Europa.

Assedio di Costantinopoli – Chronique de Charles VII by Jean Chartier

Effetti economici

La caduta di Costantinopoli provoca, oltre al fortissimo impatto culturale, un impatto economico abbastanza forte.

Una delle linee di commercio con l’oriente, essenziale per l’Europa, passa attraverso i porti del Medioriente controllati dall’impero bizantino.

Man mano che i turchi ottomani musulmani occupano quelle terre, diventa necessario commerciare con i turchi per avere quelle stesse merci (pepe nero, coriandolo, chiodi di garofano, senape, anice e cannella).

Quando Costantinopoli cade, non ci sono più porti sui cui far sbarcare le merci orientali che non siano degli ottomani.  All’inizio dell’età moderna il Mediterraneo è ancora il centro dell’economia Europea; è da lì che passano i grandi commerci gestiti da Venezia e dai porti del Medio Oriente.

Dal punto di vista geopolitico quando i turchi conquistano Costantinopoli e l’impero Ottomano occupano quindi i Balcani, la penisola anatolica, il Medio Oriente, tutto il Nord Africa.

È chiaro che Mediterraneo si è affacciata una potenza geopolitica fortissima di cui non si può non tenere conto.

Caratteristiche della cultura umanistica

Con la riscoperta del mondo classico greco-latino si riprende lo studio delle lingue classiche, si ricercano antichi testi da interpretare in maniera filologica, erudita, razionale e critica.

I testi degli antichi vengono analizzati attraverso il confronto fra i vari codici. La preoccupazione è quella di ristabilire l’esatto testo degli autori antichi e di non considerare più i testi che erano stati tradotti e modificati nel corso del medioevo. Si affronta lo studio dei testi latini con un approccio di tipo filologico.

La parola filologia è composta dai termini φίλος, phìlos, “amante, amico” e λόγος, lògos, “parola, discorso”. Designa un insieme di discipline che studia testi varia natura – letterari, storici, politologici, economici, giuridici – al fine di ricostruire la loro forma originaria. La ricostruzione viene svolta attraverso l’analisi critica e comparativa delle fonti, dei diversi codici che sono pervenuti. Le metodologie di indagine sono diverse e si pongono l’obiettivo di dare la forma o l’interpretazione che sia il più possibile vicina all’originale.

La parola Umanista designa non solo lo studioso di retorica e di grammatica, ma il soggetto di “nuova umanità”, che studia poesia, retorica, etica e politica (cioè, per dirla con il latino humanae litterae) in modo nuovo.

Innanzitutto non farà più riferimento alla teologia scolastica perché lo studioso non è soggetto a una tradizionale autorità, ma essendo capace di autonomia critica e di senso storico, dovuto alla sua altissima cultura si approccerà in maniera autonoma ai testi antichi.

L’umanista affronta i classici e imita, stilisticamente, Cicerone nella prosa, Virgilio nell’epica, Orazio nella lirica.

L’umanista cerca:

  • di riproporre le tematiche affrontate dagli antichi,
  • di imitare gli antichi nelle loro virtù morali e politiche, nel loro razionalismo e naturalismo.

Al contrario nel Medioevo gli studiosi si erano preoccupato di piegare il pensiero degli antichi alle esigenze della religione cristiana.

Falsa donnazione di Costantino

Chi sono gli umanisti?

Sono intellettuali al servizio di una corte signorile, sono ricercatori eruditi e collezionisti di codici antichi.

Affrontano lo studio dei testi antichi, in maniera filologica, al fine di stabilirne l’autenticità, la provenienza, la storicità.

Ad esempio l’umanista Lorenzo Valla dimostrò che la Donazione di Costantino è un falso medievale dell’VIII sec. elaborato per giustificare le pretese temporali del papato.

L’Umanesimo

  • riscopre il valore dell’autonomia creativa dell’uomo,
  • supera i concetti tradizionali di autorità, rivelazione, dogma, ascetismo, teologia sistematica, tradizione ponendo come prioritaria la necessità di una riflessione personale, critica,
  • rompe l’unità enciclopedica medievale,
  • avvia il processo di autonomia delle singole discipline,
  • permette all’uomo di conoscere e dominare le leggi della natura e della storia.

La riscoperta dell’autonomia della natura, con le sue leggi specifiche, porta allo sviluppo delle scienze esatte e applicate.

Ad esempio il grande Leonardo da Vinci traduce in scienza applicata le sue intuizioni nel campo dell’ottica, della meccanica, della fisica in generale.

Architetti e ingegneri passano dalla progettazione di singoli edifici a quella di intere città. Geografi e cartografi saranno di grandissimo aiuto ai navigatori e agli esploratori dei nuovi mondi. Si inventeranno nuovi strumenti per la navigazione come la bussola e le carte geografiche.

Grande sviluppo hanno la medicina, la botanica, l’astronomia, la matematica, le costruzioni navali.

La borghesia mercantile e imprenditoriale ha bisogno dello sviluppo delle scienze basate sull’esperienza e sul calcolo, indispensabili alla produzione e al commercio dei beni di consumo.

Video di approfondimento

Domande

  1. Perché i comuni entrano in crisi?
  2. Come avviene il passaggio alla signoria?
  3. Perché fra Trecento e Quattrocento ci sono continui conflitti?
  4. Che cosa stabilisce la Pace di Lodi?
  5. Quali sono le conseguenze?
  6. Chi sono Carlo VIII e Luigi XII? Che cosa vogliono?
  7. Che cosa stabilisce la pace di Noyon?
  8. Quali sono gli effetti culturali della caduta di Costantinopoli?
  9. Quali sono gli effetti economici?
  10. Cosa si intende per Umanesimo?
  11. Chi sono gli umanisti?
  12. Per quale motivo nel corso del Quattrocento si comincia ad approcciarsi con metodo filologico allo studio dei classici?

Fonti

  • http://www.homolaicus.com/storia/moderna/umanesimo_rinascimento/umanesimo.htm
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Assedio_di_Costantinopoli_(1453)
  • http://www.giustiniani.info/costantinopoli.html
  • https://www.youtube.com/watch?v=JSkP763GhGc
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Conflitti del Novecento Documenti educazione alla cittadinanza Educazione civica Europa fascismo Novecento seconda guerra mondiale storia

Eroi della Seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale ha mostrato quanto l’umanità potesse essere brutale e irrispettosa. Ma nel dilagare della violenza, molti uomini si sono distinti per umanità e hanno operato per il bene. In questo articolo vi invito a mettere gli occhi sul bene fatto, durante il terribile conflitto, da uomini “normali”.

Giorgio Perlasca

Giorgio Perlasca – Perlasca con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga il 30 giugno 1990

Giorgio Perlasca, tra il 1944 e il 1945 a Budapest riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ungheresi di religione ebraica spacciandosi per Console spagnolo: ma lui non era nè diplomatico nè tanto meno spagnolo.

Giorgio Perlasca nasce a Como il 31 gennaio 1910. Da giovanissimo coltiva una grande ammirazione per le idee e le imprese di Gabriele D’Annunzio e negli anni Venti aderisce con entusiasmo al fascismo.

Negli anni Trenta si arruola nell’esercito fascista e parte come volontario per l’Africa Orientale prima e per la Spagna poi. Qui si trova a combattere in un reggimento di artiglieria proprio al fianco del generale Franco.

Al termine della guerra civile spagnola rientra in Italia e inizia a mettere in discussione la sua appartenenza al fascismo. Non condivide alcune scelte del regime come l’alleanza con la Germania, nazione contro cui l’Italia aveva combattuto solo vent’anni prima e l’emanazione delle leggi razziali entrate in vigore nel 1938. La discriminazione degli ebrei italiani lo porta ad allontanarsi dal fascismo, senza però entrare nelle fila dei movimenti antifascisti.

Durante la seconda guerra mondiale viene inviato nell’Est europeo, con un incarico di tipo diplomatico, con lo scopo di acquistare carne per l’Esercito italiano.
Quando nel ’43 il nuovo governo italiano firma l’Armistizio con gli Alleati Giorgio Perlasca è a Budapest. Dal momento che egli si sente fedele al Re si rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Per questo viene internato, per alcuni mesi, in un castello riservato ai diplomatici, in Ungheria.

A metà ottobre del 1944, in accordo con i tedeschi, i nazisti ungheresi, iniziano le persecuzioni, le violenze e le deportazioni degli ebrei ungheresi.

Giorgio Perlasca è destinato ad essere internato in Germania, ma approfittando di un permesso a Budapest per visita medica riesce a scappare.

Grazie a un documento firmato da Francisco Franco in persona, ricevuto al momento del congedo in Spagna, Giorgio Perlasca trova rifugio presso l’Ambasciata spagnola. Quindi si dischiara cittadino spagnolo, ottiene un regolare passaporto intestato a Jorge Perlasca e inizia a collaborare con l’Ambasciatore spagnolo.

La Spagna, come altre potenze neutrali presenti in Ungheria quali Svezia, Portogallo, Svizzera e Città del Vaticano, può rilasciare salvacondotti per proteggere i cittadini ungheresi di religione ebraica.

Alla fine di novembre l’Ambasciatore spagnolo deve lasciare Budapest e l’Ungheria. Inoltre il Ministero degli Interni ungherese ordina di sgomberare le case protette dall’ambasciata spagnola perché é venuto a conoscenza della partenza dell’Ambasciatore Sanz Briz.

In quel momoneto Giorgio Jorge Perlasca prende in mano la situazione. Dichiara che Sanz Briz si è recato a Berna per questioni diplomatiche e che ha incaricato proprio lui Jorge Perlasca di sostituirlo. Quindi, su carta intestata e con timbri autentici, compila di suo pugno la sua nomina a rappresentante diplomatico spagnolo e la presenta al Ministero degli Esteri dove le sue credenziali vengono accolte senza riserve.

Inizia così a gestire l’Ambasciata spagnola, riuscendo non solo a proteggere, ma anche a salvare e a sfamare, giorno dopo giorno migliaia di ebrei ungheresi inserendoli in “case protette” lungo il Danubio.

Inizia un febbrile lavoro per recuperare i protetti sottraendoli alle autorità tedesche di occupazione, per rilasciare salvacondotti e così Giorgio Perlasca, riesce a portare in salvo 5218 ebrei ungheresi.

Dopo l’entrata in Budapest dell’Armata Rossa, Giorgio Perlasca viene prima fatto prigioniero, poi liberato; affronta quindi un lungo e avventuroso viaggio attravesro i Balcani e la Turchia prima di rientrare in Italia.

Il finto ambasciatore torna a casa e non racconta a nessuno, nemmeno in famiglia, la sua storia.

Solo negli anni Ottanta, alcune donne ebree ungheresi, ragazzine all’epoca delle persecuzioni, iniziano a cercare notizie del diplomatico spagnolo che durante la seconda guerra mondiale le aveva salvate. In quel momento la straordinaria storia di Giorgio Perlasca esce dal silenzio.

Non più giovane Giorgio Perlasca accetta di parlare, di farsi intervistare, di recarsi nelle scuole per raccontare la sua storia. Non lo fa per protagonismo, ma solo perché ritiene necessario affidare ai giovani l’incarico di non permettere più che tali follie non abbiano mai più a ripetersi.

Giorgio Perlasca muore il 15 agosto del 1992. È sepolto nel cimitero di Maserà vicino a Padova, sulla sua tomba la frase scritta in ebraico “Giusto tra le Nazioni”.

https://www.amazon.it/banalit%C3%A0-bene-Storia-Giorgio-Perlasca/dp/8807812339

A chi gli chiedeva perché lo aveva fatto, rispondeva semplicemente: “. . . ma lei, avendo la possibilità di fare qualcosa, cosa avrebbe fatto vedendo uomini, donne e bambini massacrati senza un motivo se non l’odio e la violenza?

Video su Giorgio Perlasca

Intervista a Perlasca
Lucarelli racconta la vita di Perlasca
Un eroe italiano

Il film “Perlasca un eroe italiano”

La ministerie televisiva con protagonista Luca Zingaretti per la regia di Alberto Negrin.

Parte 1

https://www.raiplay.it/video/2017/01/Perlasca—Un-eroe-italiano–Ep-1-bcab78e0-e4ad-40a8-93fd-3cef293bced0.html

Parte 2

https://www.raiplay.it/video/2017/01/Perlasca—Un-eroe-italiano-Ep-2-02c86c47-7504-4449-9894-d8effe60f6ae.html

Gino Bartali

Gino Bartali nasce a Ponte di Ema, un paesino vicino a Firenze nel 1914, dove trascorre la sua infanzia. Conosce da giovane Adriana e se ne innamora. Dal loro matrimonio nascono tre figli.

Appassionato di ciclismo da quando era poco più che un bambino, diventa professionista negli anni Trenta.  Dal 1935 Gino Bartali colleziona una vittoria dietro l’altra e nel 1936 vince il giro d’Italia.

Le numerosissime vittorie lo rendono famoso: diventa un eroe agli occhi degli italiani.

Purtroppo la guerra interrompe la sua carriera, ma gli permette di mostrare la sua straordinaria umanità.

Gino Bartali, durante la Seconda guerra mondiale, si adoperò contro la persecuzione degli ebrei. Infatti entrò a far parte dell’organizzazione clandestina DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei e collaborò con il rabbino e il vescovo di Firenze. Tra il 1943 e il 1944, con la scusa di allenarsi, trasportò documenti falsi destinati a famiglie ebraiche, da Firenze al convento francescano di Assisi.

Come fece? Li nascose nel telaio della sua bicicletta e così garantì a centinaia di ebrei una nuova identità ai perseguitati e gli permise di espatriare.

Per questo è insignito del titolo di Giusto tra le nazioni.

Paolo Conte dedica questa canzone al celebre ciclista – Bartali

Il film Bartali l’intramontabile

Il film narra la vita di Gino Bartali attraverso le sue vicende personali e sportive, dagli esordi fino alla fine della carriera avvenuta nel 1954. La regia è di Alberto Negrin e Bartali è interpretato da Pierfrancesco Favino.

https://www.raiplay.it/video/2019/07/Gino-Bartali-lIntramontabile-b3abbb2a-8b5f-42a9-be8e-45a0cca04d3d.html

Oskar Schindler

Oskar Schindler fu l’impreditore tedesco che salvò la vita a centinaia di ebrei con la scusa di farli lavorare nelle sue fabbriche.

Oskar Schindler e la sua fabbrica a Cracovia

Oskar Schindler nasce il 28 aprile del 1908 a Zwittau, in Moravia, una regione che a quel tempo faceva parte dell’impero austro-ungarico.

Giovane di intelligenza vivace, ma insofferente alle regole, Oskar Schindler frequenta la scuola dell’obbligo; quindi si iscrive a un istituto tecnico, da cui viene presto espulso per avere contraffatto il proprio libretto. Successivamente riesce comunque a diplomarsi, ma non sostiene gli esami necessari per andare all’università o al college. Impara diversi mestieri tra cui quello di parrucchiere. Lavora per tre anni per suo padre.

Con i primi soldi guadagnati acquista una moto, una Guzzi da competizione e comincia a gareggiare su percorsi di montagna.

Nel 1928 si sposa con Emilie Pelzl, figlia di un importante e benestante industriale. I due vivono per alcuni anni presso la casa dei genitori di Schindler, e qui vive per i sette anni seguenti.

Dopo il matrimonio Oskar Schindler lascia il lavoro con suo padre e si dedica a diverse mansioni: lavora per la Moravian Electrotechnic, per una scuola guida, per l’esercito ceco, dove raggiunge il grado di caporale.

Nel corso degli anni Trenta chiude sia la Moravian Electrotechnic che l’impresa di suo padre e così Oskar Schindler, dopo un periodo di disoccupazione viene assunto dalla Banca di Praga dove rimarrà per sette anni.

In quel periodo Oskar Schindler viene arrestato più volte per ubriachezza. Inoltre ha una relazione extraconiugale da cui ha due figli.

A metà degli anni Trenta Oskar Schindler si aggrega al Partito Tedesco dei Sudeti e pur essendo un cittadino della Cecoslovacchia, nel 1936 diventa una spia per l’Abwehr, i servizi segreti nazisti, scelta dettata, secondo quanto rivelato da lui successivamente, dal fatto di essere alcolizzato e pieno di debiti.

I suoi compiti prevedono che lui raccolga informazioni sulle ferrovie e sulle installazioni militari nel suo paese, sui movimenti delle truppe, sul reclutamento delle spie. In Cecoslovacchia infatti si teme un’invasione nazista.

Il 18 luglio del 1938, Schindler viene arrestato dal governo ceco per spionaggio e viene incarcerato. Ma viene ben presto rilasciato perchè la regione dei Sudeti viene annessa alla Germania il 1° ottobre 1938.

Nel 1939 Oskar Schindler entra ufficialmente nel partito nazista e viene trasferito con sua moglie sul confine tra la Repubblica Ceca e la Polonia. Qui viene coinvolto in affari di spionaggio e si fa aiutare dalla moglie a raccogliere e nascondere i documenti segreti nel suo appartamento. Il governo tedesco sta preparando l’invasione della Polonia.

Schindler continua a lavorare per l’Abwehr fino all’autunno del 1940 quando viene spedito in Turchia, per conto dei servizi segreti tedeschi, per indagare su presunti casi di corruzione.

Nel 1942 torna in Polonia dove assiste all’orrore della violenza nazista contro gli ebrei a Cracovia. Rimane sconcertato dalla mancanza di scrupoli dei soldati tedeschi nei confonti della popolazione civile inerme: chi cerca di scappare o di nascondersi viene ucciso barbaramente.

La vista della ferocia nazista trasforma il giovane scialacquatoree Oskar Schindler decide di dare il suo contributo a favore della popolazione ebrea.

Sfruttando le sue doti di diplomatico, Oskar Schindlerriesce ad ottenere che novecento ebrei vengano lasciati nel complesso industriale di sua proprietà; ufficialmente per avere forza lavoro gratuita (gli ebrei non avevano diritto ad un salario) ma con lo scopo reale di metterli al riparo dalla brutalità nazista. Questi sono gli uomini che vengono definiti i Schindlerjuden, cioè gli ebrei di Schindler:

Quando nel 1944 i tedeschi distruggono i campi di concentramento e uccidono le persone internate perchè la Polonia sta per essere liberata dall’Armata Rossa, Oskar Schindler riesce a trasferire più di mille ebrei in una fabbrica in Cecoslovacchia

Con la fine della guerra ‘uscita di scena di Hitler e del suo regime, conclusa la Seconda guerra mondiale, Schindler si trasferisce dapprima in Argentina poi ritorna in Germania. Non riesce però a riprendere la professione di imprenditore e si trova quasi in miseria.

Quando nel 1961 va in Israele, viene accolto con entusiasmo dai sopravvissuti all’Olocausto. Nel 1965 Oskar Schindler riceve la Croce al Merito di I Classe dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca.

Oskar Schindler muore nel 1974, la salma viene trasferita a Gerusalemme e sulla lapide viene incisa la scritta “Giusto tra i giusti”.

Il vero potere non è poter uccidere, ma avere tutti i diritti di farlo, e trattenersi.

Oskar Schindler

Su di lui è stato fatto, nel 1993, il film “Schindler’s List“, la lista di Schindler, film di Steven Spielberg che ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Il film si ispira al romanzo, “La lista di Schindler” scritto nel 1982 dall’australiano Thomas Keneally.

Video su Schindler

Chi è Oskar Schindler
La fabbrica di Schindler

Lucillo Merci

Lucillo merci – Il Perlaasca trentino – foto it.gariwo.net e www.altoadige.it
Lucillo merci ha falsificato più di 600 certificati attestanti la cittadinanza o la discendenza italiana: per salvare gli ebrei, non solo italiani, da Auschwitz e dalla morte.

Lucillo Merci nasce a Riva del Garda nel 1899. Dopo il diploma trova impiego come maestro elementare a Salorno.

Iscritto al partito fascista, nel 1923 è nominato direttore didattico a Malles Venosta. Qui diventa un punto di riferimento per le trecento maestre inviate da Mussolini con lo scopo di italianizzare gli altoatesini.

Lucillo Merci negli anni Trenta insegna alle scuole di Bronzolo e Malles, dove è anche nominato podestà. Nel 1938 è direttore alle “Rosmini” di Bolzano. Nel 1940 è chiamato alle armi: prima col grado di tenente sul fronte francese e poi viene assegnato, come capitano in Albania e Grecia, alla Divisione Aqui, quella divisione che sarà massacrata a Cefalonia.

Gli viene assegnato il grado di Capitano e combatte prima in Albania, poi in Grecia. 

Arrivato a Salonicco, nella zona greca occupata dai nazisti, il suo ottimo tedesco gli vale il distacco in qualità di interprete presso il Consolato. Salonicco era chiamata la Gerusalemme dei Balcani per l’alto numero di ebrei residenti, il 60 % circa della popolazione cittadina. Tra loro, migliaia sono gli italiani di fede ebraica.

Merci arriva nella città greca ai primi di ottobre del ’42, quando è già in corso l’occupazione tedesca. Il console italiano Guelfo Zamboni gli affida il compito di interprete e di ufficiale di collegamento con le autorità militari tedesche.

Entrambi sono fascisti, ma entrambi non hanno dubbi e non esitano a organizzare un piano per salvare gli ebrei, non solo italiani.

I nazisti a Salonicco vogliono ripulire la città dagli ebrei; per questo mandano temibili capitani delle SS Dieter Wisliceny e Alois Brunner, due fra i più terribili ed esperti organizzatori della “Soluzione finale”.

Merci scrive nel suo diario: “Abbiamo capito che sono stati mandati per liquidare definitivamente il problema degli ebrei”. Atene è sotto l’influenza italiana ed è un luogo sicuro per gli ebrei. E così Lucillo Merci e Consoli Guelfo Zamboni e Giuseppe Castruccio si adoperano per fornire documenti falsi che attestino la cittadinanza italiana agli ebrei destinati alla deportazione. Questi possono così salvarsi partendo per Atene o raggiungendo l’Italia. Lucillo Merci distribuisce personalmente i certificati all’interno dei campi di concentramento. 

Durante una licenza nel luglio 1943 Merci accompagna in Italia una quarantina di ebrei. Una ventina di questi riesce a salvarsi a Firenze; gli altri vengono scoperti e trucidati nella prima strage nazista di ebrei in Italia. Lucillo Merci grazie al suo perfetto tedesco e ad un carattere franco ed estroverso, riesce ad ammorbidire i tedeschi e se serve a tener testa agli ufficiali nazisti, che potrebbero punire con la morte l’aiuto che lui ha fornito agli ebrei. Dopo l’8 settembre viene arrestato dai tedeschi, ma il Console Castruccio riesce a farlo liberare. 

Nel settembre ’43,  dopo la chiusura del Consolato e la cessazione dei suoi incarichi ufficiali, Merci continua ad adoperarsi per salvare i perseguitati. In abiti borghesi, si impegna per i fuggiaschi italiani. Distribuisce cibo ai soldati prigionieri dei tedeschi per alleviarne i disagi e ne salva alcuni spacciandoli per insegnanti della comunità italiana di Salonicco. 

Dopo la guerra Lucillo Merci mantiene il più stretto riserbo sui suoi atti di salvataggio. Diventa ispettore scolastico nelle scuole in Alto Adige fino alla pensione nel 1964. Muore a Bolzano nel 1984. 

Brani tratti dal Diario di Lucillo Merci

Merci è autore di un diario i cui contenuti sono stati resi noti nel 2007 dallo storico Gianfranco Moscati e dagli studiosi dell’Archivio storico del Comune di Bolzano.

“Da circa due settimane prosegue la deportazione degli Ebrei greci in Polonia su treni formati da 40 carri bestiame, su ciascuno dei quali vengono pigiate 60 persone di ogni età. Ogni trasporto è di 2.400 persone.”
6 aprile 1943
“Continua in Consolato il rilascio di cittadinanza italiana agli Ebrei coniugi di cui uno di origine italiana che abbiano consanguinei, ascendenti, discendenti o collaterali (…) fra i quali ci sia o ci sia stato un congiunto di qualsiasi grado di parentela già italiano o con cognome italiano. Esempio specifico: quello dei coniugi Daniele e Bella Mentesch, contadini con tre figlioletti. Ignorano la lingua italiana. Tra gli ascendenti ci fu un cognome italiano”
7 maggio 1943
“Dal campo ‘Baron Hirsch’ sono stati liberati oggi 60 ebrei nati italiani o dichiarati italiani. Il 26 ne uscirono altri 5 e il 27 altri 4. Anche la famiglia di Rachele Modiano è stata liberata. Tutti insieme si sono dati appuntamento al nostro Consolato e fecero una grande dimostrazione di gratitudine al Signor Console e a me”.
25 – 28 maggio 1943
“Non nascondo che in taluni casi mi tremavano le vene e i polsi presentando taluni certificati agli Uffici tedeschi, indi, ogni volta l’elenco al Campo di concentramento per prendere in consegna gli ebrei liberati”.

Scrivere

Fonti

  • www.treccani.it/enciclopedia/giorgio-perlasca/
  • www.giorgioperlasca.it
  • https://biografieonline.it/biografia-oskar-schindler
  • https://it.gariwo.net/giusti/shoah-e-nazismo/lucillo-merci-1536.html
  • http://www.bolzano-scomparsa.it/lucillo_merci.html
  • https://www.giornaletrentino.it/cronaca/trento/lucillo-merci-il-perlasca-trentino-che-strapp%C3%B2-oltre-600-ebrei-alla-morte-1.2262176
  • https://biografieonline.it/biografia-gino-bartali
  • https://www.focus.it/cultura/storia/gino-bartali-doodle
  • https://www.elasticinterface.com/it/magazine/gino-bartali-shoah/
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età moderna Europa scoperte geografiche storia

Alla scoperta di nuovi mondi

Ostile Mediterraneo

Tra il X e l’XI secolo erano iniziate migrazioni di popolazioni dall’Asia centrale. Anche i Turchi Selgiuchidi si mossero e divennero sempre più potenti.

I turchi ampliarono i loro domini nelle arre dell’attuale Iraq e dell’Iran, in Asia Minore e in tutto il Vicino Oriente.

L’Impero turco si ampliò a danno dell’Impero bizantino.

Fra il XIII e il XIV secolo la tribù turca degli Ottomani, aveva soppiantato i Selgiuchidi e gli Ottomani avavano dato l’assalto all’Impero bizantino.

Questo potere ottomano aveva danneggiato pesantemente il commercio europeo nel Mediterraneo che era sempre più dominato da navi turche.

Nel 1453 gli Ottomani conquistarono Costantinopoli.

La presenza dei Turchi Ottomani nel Mediterraneo impediva i traffici commerciali tra paesi europei e Oriente.

Attraverso il mare arrivavano in Europa dai pesi asiatici

  • oro,
  • sete,
  • pietre preziose,
  • sostanze coloranti,
  • spezie per l’alimentazione e per l’arte farmaceutica come pepe, cannella, noce moscata, chiodi di garofano, zenzero e altro.

Queste merci erano commerciate sui mercati europei dai veneziani che avevano concluso degli accordi commerciali con i turchi e si limitavano a pagare la cosiddetta “tassa turca”

Ma i portoghesi e gli spagnoli mal sopportavano questo monopolio veneziano.

Inoltre l’aumento della popolazione e il conseguente aumento dei consumi, rendeva necessario un aumento delle importazioni dall’Oriente. Inoltre le Inoltre il benessere che si collga col periodo del Rinascimento porta ad un aumento delle richieste di beni di lusso. E anche gli stessi prìncipi nazionali erano interessati ad accrescere la ricchezza dei propri sudditi sia per ottenere maggiore consenso alla loro politica, che per poter aumentare le tasse.

L’aumento delle tasse era reso necessario dall’aumento delle spese di gestione dei diversi Paesi: la burocrazia, l’esercito, gli edifici principeschi e le opere d’arte commissionate richiedevano molto denaro.

Grazie allo sviluppo dei mezzi di navigazione, verso la fine del Medioevo iniziarono nuove esplorazioni via mare: si cercava una nuova rotta navale per raggiungere l’Oriente senza dover passare attraverso il Mediterraneo.

Alcune delle spezie che venivano importate dall’Oriente; da sinistra pepe, chiodi di garofano, noce moscata, cannella.
Il pepe: re delle spezie
Il pepe è stato da sempre una delle merci più importanti negli scambi commerciali: era già apprezzato nella Roma antica e anche Plinio, il celebre storico latino, ne parla nella sua Historia Naturalis precisando che proviene dall’India.
Per secoli il commercio del pepe e delle spezie in genere fu in mano agli Arabi. Intorno all’anno Mille, i mercanti italiani, seguendo anche le imprese dei crociati aprirono nuovi varchi e scali di approdo, soppiantando i mercati arabi.
La preziosa spezia responsabile della grande spinta verso i commerci con l’Estremo Oriente, giunse sui mercati di Venezia, Firenze e Pisa attraverso due vie principali: quella interna, che percorreva l’antica via della seta, e quella dell’oceano indiano.
Quando, grazie alle esplorazioni dei navigatori del XV secolo e in particolare dello spagnolo Vasco da Gama, venne circumnavigata l’Africa, si aprì una nuova rotta commerciale. Altre città come Lisbona, da cui Vasco da Gama era partito nel 1497, e Anversa, dove si accumulavano riserve di rame e argento provenienti dalle miniere tedesche con cui veniva pagato il pepe, si imposero così nel controllo di questo mercato.

Nuovi strumenti per la navigazione

Astrolabio – permette di misurare l’altezza degli astri sull’orizzonte e di conoscere approssimativamente, la latitudine a cui l’osservatore si trova
sulla superficie terrestre. Può anche determinare l’ora locale se si conosce la latitudine, o viceversa.

Carte nautiche – fornivano indicazioni sulla forma delle coste, sulle correnti marine.

Portolani – carte nautiche che segnalano la presenza di porti. Il nome deriva dalla parola latina portus, porto. Si tratta di una carta per la navigazione costiera e portuale, costruita in base all’esperienza e all’osservazione. Contiene informazioni relative ai porti, ai punti d’approdo e altre informazioni relative ad un’area costiera. L’introduzione del portolano risale al XIII secolo, prima in Italia e successivamente in Spagna.

Portolano Europa

Bussola – permette di mantenere la rotta grazie all’indicazione del Nord; era già nota ai Cinesi dal secondo millennio a.C., fu utilizzata
dagli Amalfitani per primi nel Mediterraneo nel XIII secolo.

Scandaglio – è il primo e più rudimentale strumento per navigare. Può essere costituito o da una lunga pertica di legno per saggiare il fondo oppure da un peso di piombo attaccato a una pertica che avea nodi a distanza regolare in modo da stimare la profondità delle acque. In alcuni casi il piombo era cavo e aveva una colla o grasso spalmato all’interno, in modo da riuscire anche a prelevare del materiale dal fondo marino come sabbia o alghe.

Nave tonda a vela – lo scafo era fatto, non più con semplici tavole inchiodate fra loro, bensì con armature sostenute da costoloni di legno; le navi erano quindi più solide e maneggevoli e permettevano di superare distanze sempre più rilevanti; il timone venne portato a poppa e sia la poppa che la prua vennero rialzate per facilitare la navigazione anche in condizioni meteorologiche contrarie.

Caravella – Imbarcazione di piccole dimensioni, veloce e facilmente manovrabile; richiedeva un equipaggio ridotto e consentiva di imbarcare una maggiore quantità di provviste, per la lunga navigazione.

Caravella

Nuove vie per le Indie

I primi che cercarono di raggiungere l’Oriente via mare furono i fratelli genovesi Ugolino e Guido Vivaldi, che nel 1291 tentarono di raggiungere l’Oceano Indiano oltrepassando lo stretto di Gibilterra. Essi però non rientrarono mai dall’avventuroso viaggio.

Ebbero il merito di avere iniziato le ricerche per scoprire la “via delle Indie”, la via cioè di quel luogo favoloso che gli uomini dell’Europa medievale consideravano il “Paese dell’oro”, dove si diceva che le ricchezze fossero sparse entro gli sfavillanti palazzi descritti da Marco Polo.

Le esplorazioni continuarono e molti altri navigatori impiegarono la loro vita a cercare rotte, porti e nuove terre.

Tra i più importanti navigatori ricordiamo:

  • il portoghese Bartolomeo Diaz (1450-1500), che nel 1488 raggiunse la punta estrema meridionale dell’Africa, detta Capo delle Tempeste e poi significativamente Capo di Buona Speranza.
  • un altro portoghese, Vasco da Gama (1469-1524), che alcuni anni dopo, nel 1498, circumnavigò l’Africa raggiungendo Càlicut (oggi Koshikode) nell’India meridionale.
L’Africa in una carta portoghese del XVI secolo.
Lungo le coste sono segnati gli empori commerciali con le bandiere delle nazioni di appartenenza.

Rispondi alle seguenti domande

1. Chi erano gli Ottomani e dove si stanziarono?
2. Quando avvennero i primi viaggi di esplorazione verso regioni sconosciute?
3. Quali strumenti permisero le esplorazioni?
4. Di chi fu il primo tentativo di raggiungere l’Oriente via mare e come si concluse?
5. Quali furono le cause che determinarono la ricerca di nuove vie per raggiungere l’Oriente?
6. Perché Spagna e Portogallo cercarono una nuova via per le Indie?

Cristoforo Colombo

Prima che Vasco da Gama circumnavigasse l’Africa e aprisse così la nuova via commerciale per l’Oriente, il genovese Cristoforo Colombo (1451-1506) attraversò l’oceano Atlantico e scoprì un nuovo continente.

La storia di Cristoforo Colombo

Colombo, per la verità, non cercava una nuova terra ma solo una nuova via per le Indie: voleva raggiungere i paesi d’Oriente puntando dritto verso Ovest invece che circumnavigando l’Africa. Il suo progetto si basava sul principio della sfericità della Terra e sui calcoli del matematico fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli (1397-1482), che era convinto che la circonferenza terrestre fosse molto inferiore alla realtà. Per questo motivo Colombo riteneva che la traversata verso Occidente sarebbe stata più breve di quanto non fosse in realtà.

Il suo errore lo indusse ad affrontare un mare mai attraversato prima.

Il sostegno dei reali di Spagna

In un primo momento Colombo aveva presentato i suoi progetti sia alla repubblica di Genova che al re del Portogallo, ma in entrambi i casi non aveva ottenuto il sostegno sperato.

Aveva quindo deciso di parlare con i sovrani spagnoli. Isabella di Castiglia e re Ferdinando di Aragona gli accordarono il loro sostegno e gli diedero tre caravelle e 90 uomini d’equipaggio.

E fu così che la Pinta, la Niña e la Santa Maria solcarono per la prima volta l’Oceano Atlantico. .

I sovrani spagnoli sostennero Colombo nella speranza di fare concorrenza alla potenza marittima portoghese.

Un viaggio straordinario

Colombo salpò il 3 agosto 1492 dal porto di Palos. Quell’avventura si protrasse per oltre due mesi: il viaggio sembrava non finire più e gli equipaggi iniziarono a sentirsi scoraggiati.

Per risolvere il problema della navigazione nell’Atlantico era necessario conoscere il regime dei venti alisei che soffiano in modo regolare, da nord-est e da sud-est, nella zona fra i tropici e l’Equatore.
Per attraversare quella zona, come si doveva fare nel viaggio fra il Portogallo e le Indie, era necessario che le navi si lasciassero spingere verso occidente fino in vista della costa brasiliana prima di virare a est riavvicinandosi all’Africa all’altezza del capo di Buona Speranza. Anche nel viaggio di ritorno bisognava compiere una manovra analoga, ma più a nord, staccandosi dalla costa africana all’altezza di Capo Verde, dopo aver tagliato il golfo di Guinea.
La rotta classica fra il Portogallo e le Indie, andata e ritorno, disegnava così un grande otto: più panciuto nella parte bassa, dove andava a lambire le coste brasiliane, e più ristretto nella parte alta dove, prima di tornare verso la costa portoghese, le navi facevano generalmente scalo alle Azzorre.

Il viaggio si concluse il 12 ottobre 1492 quando i naviganti presero possesso di una piccola isola dell’arcipelago delle Bahamas nell’America settentrionale in nome dei sovrani spagnoli.

L’isola fu ribattezzata da Colombo San Salvador. Quindi, proseguendo il viaggio, scoprì le isole di Cuba e di Haiti.

Ma Cristoforo Colombo era convinto di avere raggiunto l’Asia: ecco perché egli nominò “Indie Occidentali” la nuova terra scoperta e chiamò “indiani” i suoi abitanti.

Con le conquiste di Colombo iniziava la presa di possesso spagnola del continente americano.

Lo sbarco di Colombo sull’isola di San Salvador sotto lo sguardo stupito degli indigeni,
descritto in un’incisione del XVII secolo
Ricostruzione della Niña, la più piccola caravella impiegata nella prima
spedizione di Colombo. Era la preferita del genovese e, non a caso, l’unica a far
ritorno e ad avere in seguito una lunga vita operativa.
Lo spaccato della Niña mostra la distribuzione del carico di provviste alimentari.
Le dimensioni della nave erano ottimali, perché necessitava di un equipaggio ridotto, ed era abbastanza capiente da imbarcare acqua e provviste bastevoli per le lunghe traversate oceaniche.

Le altre spedizioni di Colombo

Colombo tornò nel nuovo continente per altre tre volte, scoprì le Antille e la costa nord dell’America meridionale, tra l’Honduras e le foci dell’Orinoco pensando di essere nelle Indie. Forse soltanto nell’ultimo viaggio ebbe il dubbio di trovarsi di fronte a un nuovo continente.

Nel novembre del 1504 tornò definitivamente in Spagna, dove morì il 27 maggio 1506.

Vespucci dopo Colombo

Altri navigatori seguirono la via aperta da Colombo:

  • il veneziano Giovanni Caboto (1450-1498), al servizio dell’Inghilterra, scoprì tra il 1497 e il 1498 le coste di Terranova e del Canada;
  • il portoghese Pedro Alvares Cabral (1467- 1526), raggiunse nel 1500 le coste del Brasile;
  • il fiorentino Amerigo Vespucci (1454-1512) dopo due viaggi condotti tra il 1499 e il 1502 per conto del re del Portogallo, scrisse una documentata relazione sulle terre scoperte.

Sulla base di questa relazione un geografo tedesco chiamò le nuove regioni America terra o America, dal nome di colui che le aveva descritte per primo. Fu lo spagnolo Vasco Núñez de Balboa (1475-1517) a dare la conferma che si trattasse di un nuovo continente: infatti, nel 1513, superò l’istmo di Panama, scoprendo un oceano ancora ignoto e sterminato.

Ferdinando Magellano e la circumnavigazione del globo

Nel 1519, il navigatore portoghese Ferdinando Magellano (1480-1521), per conto della Spagna costeggiò, l’America meridionale.

Quindi raggiunse e superò lo stretto che ancora oggi reca il suo nome e si avventurò nel nuovo oceano, che chiamò Pacifico per l’eccezionale tranquillità dimostrata dalle acque in quella occasione.

Poi l’equipaggio, decimato dagli stenti e dalle malattie, raggiunse le isole Filippine, chiamate così in onore del re di Spagna Filippo II: lì Magellano fu ucciso dagli indigeni.

I pochi compagni sopravvissuti (18 su 234) continuarono la navigazione attraverso gli oceani Indiano e Atlantico e raggiunsero nel settembre del 1522 la costa spagnola.

Fra essi vi era il vicentino Antonio Pigafetta (1480-1534), divenuto poi famoso per aver scritto il diario del primo viaggio di circumnavigazione del globo. Va ricordata anche l’esplorazione dell’estuario del fiume San Lorenzo, nell’America settentrionale, compiuta nel 1524 dal fiorentino Giovanni da Verrazzano (1485-1528).

La vera scoperta del XVI secolo non fu quella del continente americano, che ovviamente era già stato scoperto molto tempo prima dalle popolazioni che vi erano giunte dall’Asia e lo avevano abitato, ma quella degli europei che si accorsero di essere giunti non sulle coste dell’India ma in una terra a loro sconosciuta. Colombo non si liberò mai dal pregiudizio che gli faceva vedere Indie e indiani nelle isole dei Caraibi; Vespucci ebbe il merito di dichiarare per primo, pubblicamente, che quella al di là dell’Atlantico era una terra fino ad allora sconosciuta; ma fu Magellano a realizzare il viaggio che Colombo aveva pensato di compiere.
FONTE https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/cartografia/c03_04.html

Francia e Inghilterra nel Nuovo Mondo

I viaggi di esplorazione non terminarono.

Fra il 1535 e il 1536 il navigatore francese Jacques Cartier (1491- 1557), in nome della Francia, scoprì il Québec, nell’America settentrionale.

Poco più a Sud l’Inghilterra metteva piede sulla fascia della costa atlantica che sarebba divenuta il nucleo degli Stati Uniti d’America.

Le civiltà precolombiane

Comìera il “nuovo mondo” prima che Colombo vi giungesse?
Nelle regioni settentrionali la popolazione era assai scarsa e per lo più costituita da piccole comunità di cacciatori nomadi che verranno chiamati “Pellerossa”.
Nelle regioni centrali, invece, si erano sviluppate già molti secoli prima dell’arrivo degli Spagnoli due fiorenti civiltà:

  • quella dei Maya in quasi tutto l’attuale Guatemala e nella grande penisola dello Yucatán;
  • quella degli Aztechi sugli altopiani del Messico.

Nelle vaste regioni meridionali, in particolare lungo il versante marittimo
della catena delle Ande, nel territorio che oggi si estende dalla Colombia sino al Cile, fioriva invece fin dal XIII secolo un’altra civiltà, quella degli Incas, bene organizzata, evoluta e ricca di vaste riserve minerarie (oro e rame).

Distribuita su un territorio molto vasto, la popolazione americana aveva una densità ridotta ed era dedita a forme economiche primitive (caccia, raccolta, agricoltura nomade). Tuttavia nella penisola dello Yucatan, sull’altopiano messicano e lungo la cordigliera andina si erano sviluppate le civiltà agricole dei maya, degli aztechi e degli inca.

La civiltà Maya

I Maya, popolo di antichissima origine, erano suddivisi in piccole comunità dedite soprattutto alla coltivazione del mais.

La loro vita ruotava attorno a città-santuari dove

  • risiedevano solo i sacerdoti,
  • si tenevano i mercati,
  • si amministrava la giustizia.

Avevano una profonda conoscenza delle scienze astronomiche, fisiche e matematiche. Sembra che avessero inventato l’uso dello zero ben settecento anni prima che in occidente.

Utilizzavano un sistema di scrittura geroglifica ancora oggi non del tutto decifrato.

Vissero il periodo di maggiore splendore all’epoca del cosiddetto Antico
Impero (III-X secolo), a cui subentrò un lento ma inesorabile declino
per cause ancora oggi non chiare.

Un periodo di vera “rinascita” si ebbe all’epoca del Nuovo Impero, quando alcune tribù Maya riuscirono a riportare la prosperità nel Paese sino alla fine del XII secolo.

Poi molte guerre civili segnarono il declino della civiltà dei Maya.

Alle guerre si aggiunsero le epidemie di vaiolo, la gravissima malattia importata dal 1511 dai colonizzatori.

Per questo fu facile per gli spagnoli, attratti dalle ricche miniere d’oro e d’argento della zona, conquistare quasi senza combattere anche gli ultimi centri di quel popolo.

La conquista pagnola avvenne tra il 1524 e il 1546.

Immagini www.wikipedia.org

Gli Aztechi

Gli Aztechi arrivarono in Messico intorno alla metà del XIII secolo. Durante il XIV e il XV secolo avevano esteso il proprio dominio su quasi tutte le tribù del Messico centrale.

La capitale del regno azteco era Tenochtitlán, l’attuale Città del Messico.

Gli Aztechi erano un popolo dalle spiccate tendenze militari, la società era
strutturata in clan.

Gestiva la vita della comunità il consiglio di anziani, dalla distribuzione delle terre alle famiglie fino alle feste religiose.

Al vertice dell’organizzazione statale vi era un re, eletto dal consiglio.

Tuttavia, col passare del tempo, finirono per dominare il paese alcune famiglie più ricche e più potenti di altre.

Un sacrificio umano degli Aztechi; da una copia spagnola del XVI
secolo di un antico codice azteco oggi perduto.

La religiosità di questo popolo ha colpito il mondo occidentale per la pratica cruenta dei sacrifici umani. Gli Aztechi erano convinti di fare così dono agli astri e in particolare al Dio-Sole di “giorno e della notte.

Immagini www.wikipedia.org

L’Impero degli Incas

Nel XIII secolo, nel vasto territorio delle Ande che si estende dalla Colombia fino al Cile, era sorto l’unico vero Impero dell’America antica: quello comunemente detto “Impero degli Incas”.

Giunto al massimo sviluppo tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, presentava al vertice dello Stato un re, considerato di origine divina: nelle sue mani era concentrato il potere politico unito alla potente classe sacerdotale.

Gli Incas si dimostrarono abili ingegneri costruendo fortezze e soprattutto una fitta rete stradale che partiva dalla capitale Cuzco, eretta a 3400 metri.

La rete stradale favoriva i commerci basati sui prodotti artigianali e soprattutto su quelli agricoli, come la patata.

Gli Incas adoravano varie divinità, soprattutto gli astri e in particolare
Sole-Luna, principio di ogni forma di vita.

Non mancavano i sacrifici cruenti, dove la vittima era di solito il lama, l’animale domestico più utile.

Solo eccezionalmente venivano sacrificati bambini e vergini, considerati elementi puri e quindi sacri.

I conquistadóres nel Nuovo Continente

Inizialmente, per poter conoscere il “nuovo mondo” in tutti i suoi aspetti, i sovrani europei organizzarono spedizioni a scopo esplorativo.

Ben presto agli “esploratori” si affiancarono i conquistadóres, uomini violenti e senza scrupoli, che si recavano nelle nuove terre spinti dal desiderio di un rapido e facile arricchimento.

Il più famoso tra essi fu Hernán Cortés (1485-1547).

Alla testa di poche centinaia di uomini dotati di armi da fuoco, tra il 1519 e il 1521, Cortés riuscì a occupare la vasta e ricca regione del Messico, abitata dagli Aztechi, sui quali regnava Montezuma II.

Lo spagnolo, che era convinto di doversi battere con dei selvaggi, capì ben presto di trovarsi di fronte a un popolo progredito e civile.

Questo non gli impedì di sottomettere l’intera regione, attraverso la violenza e la perfidia.

Cortés ebbe gioco facile con gli Aztechi che rimasero sbigottiti di fronte all’uso di cani addestrati al combattimento e di cavalli, non avevano mai visto nulla si simile prima di allora.

Tra essi si diffuse inoltre la convinzione che gli “uomini barbuti”, venuti
dal mare e dotati di impenetrabili corazze di ferro e di armi da fuoco sterminatrici, fossero degli esseri di natura divina.

Pochi anni dopo (1531-1536) gli spagnoli Francisco Pizarro (1475-1541) e Diego de Almagro (1475-1538) abbatterono a loro volta il ricco e civilissimo impero degli Incas nel territorio delle Ande.

Quasi nello stesso tempo, tra il 1524 e il 1546, un identico destino nell’America centrale toccò ai Maya, i cui ultimi centri di resistenza vennero debellati dagli Spagnoli agli ordini di Francisco de Montejo (1479-1549 circa).

Le encomiendas

Alla conquista dei territori da parte dei conquistadóres seguì l’intervento della monarchia spagnola, che cercò di gestire sia i rapporti con gli indigeni sia i commerci d’oltremare.

Il re “concedeva” ai conquistatori estesi territori, le encomiendas,
che essi potevano sfruttare grazie al lavoro della manodopera locale. In cambio i conquistadores dovevano garantire la protezione degli
indigeni e la loro cristianizzazione.

Ben presto il colonialismo spagnolo assunse l’aspetto di un barbaro sfruttamento, il più barbaro sfruttamento che la storia dell’Occidente ricordi. Con il pretesto della diffusione del Cristianesimo, chi riceveva l’encomienda si considerava il padrone delle terre e si permetteva ogni sorta di sopruso e di violenza sulle popolazioni indigene.

Diffusione della schiavitù e sterminio degli Indios

Le condizioni di vita degli indigeni si aggravarono ulteriormente con:

  • la scoperta delle ricchissime miniere d’oro e d’argento, che vennero sfruttate in maniera selvaggia,
  • la coltivazione delle piantagioni di canna da zucchero prima e di caffè, cacao e tabacco dopo.

Queste attività richiedevano tanta manodopera. Per questo venne avviata un’altra terribile disumana pratica: il commercio degli schiavi africani. Tale commercio fu praticato dai Portoghesi fin dall’inizio del secolo XVI e si diffuse poi anche tra le altre potenze europee.

Le popolazioni indigene si erano ridotte notevolmente per diverse cause:

  • i lavori estremamente pesanti a cui erano sottoposti,
  • le malattie importate dagli Europei.

In pochi anni intere popolazioni arrivarono quasi a scomparire: ad esempio, gli Aztechi, in Messico, prima dell’arrivo degli spagnoli erano circa 25 milioni, un secolo dopo erano ridotti a poco più di un milione di individui.

Il ruolo dei missionari

Le cose non mutarono neanche in seguito alle denunce dei missionari spagnoli, fra i quali emerse il domenicano Bartolomeo de Las Casas (1474-1566).

Nel 1540 il sovrano di Spagna decise di creare due Vicereami allo copo
di amministrare meglio i territori conquistati:

  • quello della Nuova Spagna, attuale Messico,
  • quello del Perú nel 1542.

Per difendere gli indigeni contro lo sfruttamento, nel 1542 furono anche introdotte le cosiddette Nuove Leggi. Vennero anche fondati speciali
tribunali per punire ogni forma di abuso. Per quanto queste misure possano sembrare meritorie, esse erano necessarie alla monarchia per motivi politici: infatti la monarchia non poteva permettere che i nuovi territori sfuggissero al suo controllo, con il rischio di recare danni incalcolabili al proprio prestigio e alla propria economia.

Nonostante le leggi in difesa degli indigeni, le condizioni delle popolazioni non migliorarono perché le leggi in loro difesa non vennero rispettate.

Schiavi indios al lavoro nella miniera d’argento di Potosi in Bolivia; stampa del Cinquecento basata sul resoconto di un missionario.

Dopo la scoperta dell’America

La scoperta dell’America portò profonde trasformazioni economiche in Europa:

  • il traffico commerciale si spostò dal Mediterraneo all’Atlantico; questo comportò gravissimi danni all’economia dei Paesi mediterranei;
  • i paesi che si affacciavano sull’Oceano Atlantico, fino ad allora esclusi dalle rotte verso l’Oriente, si arricchirono notevolmente;
  • si svilupparono le marine mercantili;
  • arrivarono in Europa enormi quantità di oro e di argento che, trasformate in denaro, provocarono l’aumento dei prezzi;
  • la produzione agricola europea cambiò grazie all’arrivo nel vecchio continente di prodotti sino ad allora sconosciuti come mais, pomodoro, patata, tabacco;
  • furono trapiantate in America nuove coltivazioni di prodotti europei come la vite, il lino, la canapa, il caffè.


Dal punto di vista politico si formarono vasti imperi coloniali
che in tempi brevi si scontrarono fra loro per assicurarsi il
predominio sulle nuove terre. Dal punto di vista sociale i cambiamenti
riguardarono prima di tutto:
• la tendenza all’emigrazione, sia per cercare nuove terre e benessere,
sia per sfuggire alle persecuzioni politiche o religiose;
• la sempre maggiore importanza della ricca borghesia;
• l’estinzione di molte popolazioni dell’America centro-meridionale
e l’importazione in America di schiavi neri dall’Africa.

Il trattato di Tordesillas

Dopo il ritorno di Colombo dal suo primo viaggio, la Spagna e il Portogallo si disputarono sia i territori scoperti che quelli ancora da scoprire.

Per risolvere la questione firmarono, per volontà del Papato, il trattato
di Tordesillas (1494), che divideva il mondo in due emisferi.

Fonte www.wikipedia.org

La linea di demarcazione correva lungo il meridiano posto a circa 46°37’ di latitudine Ovest. Le terre scoperte a Ovest di tale linea sarebbero appartenute alla Spagna, quelle a Est al Portogallo. Ad ogni altra potenza europea era fatto divieto di occupare territori fuori dall’Europa.
Questo accordo non eliminò le controversie, anche perché a quel tempo non si sapeva calcolare con precisione la longitudine.

Si scatenò infatti una guerra di corsari da parte di Inghilterra, Francia e Olanda. Questi paesi inoltre intensificarono le loro conquiste in tutti i continenti.

Dopo circa 35 anni, Papato, Spagna e Portogallo furono costretti a
rinunciare a queste loro assurde pretese di divisione del mondo.

Approfondimento – Alla scoperta dell’altro

La scoperta del Nuovo Mondo costituisce una vera rivoluzione perché cambia per sempre la vita della cultura e della società occidentale. Infatti questa nuova scoperta estende tutti gli orizzonti dell’Europa. Tutto cambia, a partire dall’immagine del mondo che era stata elaborata dall’uomo occidentale. 

Dal Cinquecento il cambiamento è progressivo e interessa tutti gli aspetti della civiltà occidentale. 

In campo religioso e culturale la scoperta dell’America costringe a riflettere in modo nuovo sul problema dell’Altro, su colui che si presenta come totalmente diverso agli occhi degli europei. 

Si ritiene che solo in seguito alla scoperta dell’America l’uomo occidentale si sia effettivamente incontrato con l’Altro

Prima, la società europea non aveva conosciuto direttamente altre popolazioni. Infatti ad esempio, Indiani, Cinesi e Giapponesi erano popolazione lontane dall’Europa con cui non erano attivate molte relazioni. 

Per quanto riguarda le popolazioni arabe e turche invece, queste appartenevano alla cultura mediterranea, cultura condivisa dai popoli europei. Anche se con esse c’erano stati feroci scontri, tutti condividevano il monoteismo e la cultura del libro e intrattenevano costanti e proficue relazioni commerciali. Inoltre, sul piano culturale, dal mondo arabo erano arrivati contributi che l’Europa cristiana aveva fatto propri. Per quanto riguarda la cultura greca antica, ad esempio, molti testi erano arrivati in Occidente grazie alla mediazione degli Arabi. Ma anche sul piano artistico e scientifico la cultura araba aveva influenzato quella europea. 

L’esplorazione del Nuovo Mondo pone invece i conquistatori a confronto con comunità umane e tradizioni totalmente estranee alla civiltà europea. A queste novità la cultura europea risponde in due modi.

Da una parte, di fronte alle culture “altre”, vengono affermati:

  • l’eurocentrismo, 
  • l’idea della “superiorità” dell’uomo bianco,
  • l’idea della “superiorità” della civiltà occidentale. 

La cultura occidentale è considerata infatti l’unica vera civiltà; tutte le altre culture sono ritenute inferiori. Per questo motivo gli europei ritengono che queste popolazioni, ritenute selvagge, possano essere sottomesse e ridotte in schiavitù. 

Dall’altra parte un’esigua minoranza di pensatori,  che diverrà però via via più estesa, riconosce la pluralità culturale e afferma che tutte le culture abbiano la stessa dignità. Questa tendenza porta, nel Settecento, a idealizzare il “selvaggio”, considerandolo come espressione dell’uomo naturale da cui l’uomo civile si era via via allontanato. 

L’illuminista Rousseau critica la civiltà del Vecchio Continente e contrappone il mito del buon selvaggio alla cultura ipocrita e corrotta dell’Occidente. Da questo pensiero deriva una tendenza a mettere in discussione sia l’eurocentrismo che la validità di alcune “certezze” consolidate della cultura occidentale europea. 

Tra il Quattrocento e il Seicento la realtà delle popolazioni del Nuovo Mondo suscita interrogativi e reazioni di segno opposto fra teologi, missionari e letterati, mentre il pensiero filosofico non registra in quest’epoca particolari prese di posizione. 

Ci si pongono molte domande.

  • La natura degli indigeni è primitiva, rozza e malvagia, oppure essi possiedono qualità e virtù che gli Occidentali hanno perso? 
  • Il “selvaggio” è “buono” o “cattivo”? 
  • I “selvaggi” sono uomini oppure no? 
  • Hanno un’anima? 
  • Il messaggio cristiano riguarda anche loro?

Il concetto di Altro 

Nella filosofia contemporanea la nozione di Altro assume diversi significati come “Dio”, la “differenza” o il “prossimo”. Il concetto di “prossimo” assume – in alcuni pensatori – un contenuto etico, poiché afferma la differenza, la peculiarità dell’altro uomo rispetto a colui che ne parla e lo pensa. Questa alterità richiede di essere riconosciuta, rispettata, valorizzata.

Nel pensiero occidentale, per molto tempo, non si era considerata la diversità dell’Altro, le differenze erano state negate e l’Altro era stato inglobato nella visione del mondo europea. Ma progressivamente si è sviluppato un movimento di riconoscimento dell’Altro che ha portato al riconoscimento dell’altro come soggetto con cui instaurare un confronto, un dialogo alla pari per uno scambio interculturale.

Cosa dicono gli europei dell’epoca dei popoli incontrati?

Doc. 1 – Sono uomini intelligenti e buoni – De Las Casas

Tutta questa gente di ogni genere fu creata da Dio senza malvagità e senza doppiezze, obbedientissima ai suoi signori naturali e ai cristiani, ai quali prestano servizio; la gente più umile, più paziente, più pacifica e quieta che ci sia al mondo, senza alterchi né tumulti, senza risse, lamentazioni, rancori, odi, progetti di vendetta. 
Sono nello stesso tempo la gente più delicata, fiacca, debole di costituzione, che meno può sopportare le fatiche e che più facilmente muore di qualunque malattia. […] 
Sono anche gente poverissima, e che non possiede, né vuole possedere beni temporali; e per questo non è superba, né ambiziosa, né cupida. Il loro cibo è tale che quello dei santi padri nel deserto non pare essere stato più ridotto, né più spiacevole e povero. […] La loro intelligenza è limpida, sgombera e viva: sono molto capaci, e docili ad ogni buona dottrina, adattissimi a ricevere la nostra santa fede cattolica, e ad assumere costumi virtuosi; anzi, sono la gente più adatta a ciò che Dio creò nel mondo. 
E una volta che cominciano ad avere notizie delle cose della fede, diventano tanto impazienti di conoscerle, e praticare i sacramenti della Chiesa e il culto divino, che – dico la verità – per sopportarli i religiosi debbono essere dotati molto abbondantemente da Dio del dono della pazienza. […] Tra queste pecore mansuete, dotate dal loro pastore e creatore delle qualità suddette, entrarono improvvisamente gli spagnoli, e le affrontarono come lupi, tigri o leoni crudelissimi da molti giorni affamati. E altro non han fatto, da quarant’anni fino ad oggi, ed oggi ancora fanno, se non disprezzarle, ucciderle, angustiarle, affliggerle, tormentarle e distruggerle con forme di crudeltà strane, nuove, varie, mai viste prima d’ora, né lette, né udite, alcune delle quali saranno in seguito descritte, ma ben poche in confronto alla loro quantità. 
Brevisima relación de la destrucción de las Indias (1552)

Doc. 2 – A loro modo hanno l’uso della ragione – De Vitoria

In realtà non sono idioti, ma hanno, a loro modo, l’uso della ragione. È evidente che hanno città debitamente rette, matrimoni ben definiti, magistrati, signori, leggi, professori, attività, commercio, tutto ciò che richiede l’uso di ragione. Inoltre hanno anche una forma di religione, e non sbagliano neppure nelle cose che sono evidenti ad altri, il che è un indizio di uso di ragione. 
De la potestad civil

Doc. 3 – Non sono nè barbari nè selvaggi – Montaigne

Ora mi sembra […] che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio. Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo: laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall’ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. […] Essi dunque mi sembrano barbari in quanto sono stati in scarsa misura modellati dallo spirito umano, e sono ancora molto vicini alla loro semplicità originaria. Li governano sempre le leggi naturali, non ancora troppo imbastardite dalle nostre. […] Mi dispiace che Licurgo e Platone non ne abbiano avuto conoscenza, perché mi sembra che ciò che vediamo per esperienza in quelle popolazioni sorpassi non soltanto tutte le rappresentazioni con le quali la poesia ha abbellito l’età dell’oro e tutte le invenzioni atte ad immaginare una felice condizione degli uomini, ma anche la concezione e il desiderio stesso della filosofia.
 Essi non poterono immaginare una ingenuità così pura e semplice, come noi la vediamo per esperienza; né poterono credere che la nostra società potesse mantenersi con così pochi artifici e legami umani. 
Saggi, I, 31

Documento 4 – Chi sono i veri selvaggi? – Voltaire

Col nome “selvaggi” intendete designare uomini rustici che vivono in capanne con le femmine e qualche animale, esposti incessantemente a tutte le intemperie delle stagioni, che conoscono soltanto la terra che li nutre e il mercato dove vanno talvolta a vendere le loro derrate per acquistarvi qualche abito grossolano, che parlano un gergo che non viene compreso nelle città, che hanno poche idee e, di conseguenza, poche espressioni, sottomessi, senza che sappiano il perché, a un uomo di penna, al quale portano ogni anno la metà di ciò che hanno ricavato col sudore della loro fronte, che si radunano, certi giorni, in una specie di fienile per celebrarvi cerimonie di cui non comprendono nulla, ascoltando un uomo vestito diversamente da loro e che essi non capiscono, che talvolta, quando rulla il tamburo, abbandonano il loro focolare e si impegnano ad andare a farsi ammazzare in una terra straniera, e a uccidere dei loro simili, per un quarto di ciò che possono guadagnare a casa loro lavorando? 
Di questo genere di selvaggi è piena tutta l’Europa. 
Piuttosto bisogna convenire che i popoli del Canada e i Cafri, che abbiamo voluto chiamare selvaggi, sono infinitamente superiori ai nostri. L’Urone, l’Algonchino, l’abitante dell’Illinois, il Cafro, l’Ottentotto, posseggono l’arte di fabbricare da sé tutto ciò di cui hanno bisogno, e quest’arte manca ai nostri contadini. 
I popoli dell’America e dell’Africa sono liberi, e i nostri selvaggi non hanno neppure l’idea della libertà. I pretesi selvaggi dell’America sono sovrani che ricevono ambasciatori delle nostre colonie trapiantati presso di loro dall’avarizia e dalla leggerezza. Conoscono bene l’onore, di cui i nostri selvaggi d’Europa non hanno mai sentito parlare. Hanno una patria che amano e difendono, stipulano trattati, si battono con coraggio, e parlano spesso con eroica energia. C’è forse una risposta più bella, nei Grandi uomini di Plutarco, di quella di quel capo canadese a cui una nazione europea propose di cederle il suo patrimonio? “Noi siamo nati su questa terra, i nostri padri vi sono seppelliti; dovremmo dire noi alle ossa dei nostri padri levatevi, e venite con noi in una terra straniera?”
Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni

Doc. 5 – Il buon selvaggio – Rousseau

In realtà, nulla vi è di più dolce dell’uomo nel suo stato primitivo, allorché, posto dalla natura a uguale distanza dalla stupidità dei bruti e dai lumi funesti dell’uomo civile, e spinto unicamente, sia dall’istinto che dalla ragione, a difendersi dal male che lo minaccia, egli è trattenuto dal fare del male ad alcuno dalla pietà naturale e non vi è spinto da nulla, neppure dopo averne ricevuto. […] Finché gli uomini si sono accontentati delle loro rustiche capanne, finché si sono limitati a cucire i loro abiti fatti di pelli con spine o lische, ad adornarsi di piume e di conchiglie, a dipingersi il corpo di diversi colori, a perfezionare o abbellire i loro archi e le loro frecce, a costruire con pietre taglienti qualche canotto da pescatore o qualche rozzo strumento musicale; in breve, finché si sono applicati solo ad opere che un uomo poteva fare da solo, ad arti che non richiedevano il concorso di molte mani, essi sono vissuti liberi, sani, buoni e felici, nella misura in cui potevano esserlo secondo la loro natura, ed hanno continuato a godere tra loro delle dolcezze di un rapporto indipendente. 
Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini.

Scrivi

Dopo aver letto i documenti:

  • fai un breve riassunto di ognuno dei contributi;
  • elabora una tua riflessione personale.

Fonti

  • Antonio Brancati Trebi Pagliarani; Tanti tempi, una storia; Edizionemista, La nuova Italia
  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html
  • www.wikipedia.org
  • Fossati Lupi Zanette, Parlare di storia, Pearson Edizioni scolastiche Bruno Mondadori
  • http://web.tiscali.it/freina/aztechi.htm
  • https://it.wikipedia.org
  • http://www.ilportaledelsud.org/bussola.htm
  • http://www.testisemplificati.com/scoperta-america.html
  • http://www.altrastoria.it/2018/04/10/scoperta-america-cristoforo-colombo-retrodatazione/
  • https://divulgazione.uai.it/index.php/Il_cielo_dei_navigatori_-_Alla_scoperta_del_Nuovo_Mondo
  • https://www.gqitalia.it/news/article/recuperato-piu-antico-astrolabio-del-mondo-vasco-de-gama •https://www.vitantica.net/2018/01/25/la-bussola-antica-dal-feng-shui-allepoca-delle-grandi-esplorazioni/
  • http://www.centroitaliavela.it/2012/03/il-sestante.html
  • https://www.galatamuseodelmare.it/gli-strumenti-nautici-ai-tempi-cristoforo-colombo/
  • https://biografieonline.it
  • https://www.nauticareport.it/dettnews/report/ferdinando_magellano_il_giro_del_mondo_in_2_anni_11_mesi_e_17_giorni-6-4590/
  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html

Categorie
Età delle rivoluzioni Europa Ottocento

L’età della Restaurazione

Il periodo storico che va dal Congresso di Vienna del 1814-15 ai moti rivoluzionari del 1948 è detto comunemente età della Restaurazione.

Il congresso di Vienna

Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia in Francia viene restaurata la monarchia borbonica: sale al trono l’anziano e malato Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI. Tutte le potenze che avevano sconfitto Napoleone vogliono riportare al situazione dei loro stati a quella che c’era prima della rivoluzione francese. Di questa idea si fa portavoce il principe Klemens von Metternich. Questi propone alle quattro potenze che si erano opposte vittoriosamente a Napoleone, Austria, Prussia, Russia e Inghilterra, di convocare a Vienna un congresso al quale avrebbero partecipato tutti gli Stati europei, compresa la Francia.

Lo scopo era quello di determinare un nuovo e più duraturo assetto del continente, accordando le grandi potenze, per impedire che in futuro potessero esplodere altri conflitti di grande portata come quello insorto a seguito della rivoluzione francese.  

Il Congresso di Vienna si apre il 4 ottobre del 1814. Viene temporaneamente sospeso durante i Cento giorni del ritorno di Napoleone.

I cento giorni di Napoleone

Nel febbraio del 1815 Bonaparte riesce a fuggire dall’isola d’Elba e in marzo approda in Francia. Arriva a Parigi e, senza colpo ferire, si impadronisce della città, acclamato dai parigini.

Riesce a riorganizzare l’esercito, e si scontra in un’epica battaglia a Waterloo, dove viene definitivamente sconfitto da inglesi e prussiani il 18 giugno 1815. Successivamente viene esiliato nella lontana isoletta atlantica di S. Elena, dove muore il 5 maggio del 1821.

I capi di stato europei dovevano avere grande timore di Napoleone per esiliarlo in un luogo tanto lontano!

Gli atti finali del Congresso di Vienna

L’Atto finale del Congresso risale al 9 giugno 1815.

Con esso si di chiara universalmente l’abolizione della tratta degli schiavi.

Anche se ad esso partecipano tutti gli stati europei, le decisioni finali sono adottate dalle maggiori potenze vincitrici del conflitto contro Napoleone: Inghilterra, Russia, Austria e Prussia. 

Un ruolo notevole è svolto anche dalla Francia. Infatti, grazie all’abilità del rappresentante di Luigi XVIII, il visconte di Talleyrand, riesce a sfruttare a suo vantaggio i contrasti diplomatici sorti tra le potenze vincitrici. Ottiene quindi:

  • il ritorno dei Borboni in Francia,
  • evitare le perdite territoriali della Francia,
  • mantenere il prestigio della Francia come potenza europea.

I principi del congresso di Vienna

Le decisioni scaturite dai lavori del congresso sono ispirate a quattro principi.

Il principio di legittimità

I sovrani che sono stati provati dei loro troni dalle armate rivoluzionarie devono essere ripristinati.

Il principio dei compensi

Si deve garantire un adeguato compenso territoriale a quegli Stati che, per motivi politici, sono stati costretti a rinunciare a parti del loro territorio sotto la pressione di Napoleone. Tali compensi però non avrebbero dovuto alterare l’equilibrio europeo

Il principio dell’equilibrio

Concepito per favorire le grandi potenze, questo principio vuole creare attorno alla Francia una serie di Stati-cuscinetto con lo scopo al fine di bloccare eventuali nuove intensioni espansionistiche.  

Il principio di solidarietà

Le grandi dinastie europee, ad esclusione della Gran Bretagna, si impegnano a prestarsi reciproco soccorso in caso di nuovi tentativi di sconvolgimento dell’assetto europeo concordato a Vienna. 

La Santa Alleanza

La Santa Alleanza nasce nel settembre del 1815 per iniziativa dello zar Alessandro I e viene sottoscritta da Austria, Prussia e Russia. 

Non vi aderiscono Inghilterra e Stato Pontificio.

L’Inghilterra considera l’accordo come uno strumento attuato per accrescere l’influenza russa in Europa. Lo stato Pontificio è diffidente verso lo strano legame istituito tra sovrani che professano diverse religioni:

  • l’imperatore austriaco è cattolico
  • il re di Prussia è protestante,
  • lo Zar è ortodosso.

Con la Santa Alleanza si afferma, per la prima volta il principio di intervento in base al quale gli Stati aderenti si impegnavano:

  • a prestarsi vicendevolmente aiuto,
  • ad intervenire per sedare qualsiasi sommossa che minacciasse l’assetto politico stabilito dal Congresso viennese.
FONTE: https://ilpretedelpopoloveneto.altervista.org/il-trattato-della-santa-alleanza-del-1815/

Quadruplice Alleanza

Una maggiore influenza sulle vicende politiche europee di quegli anni ebbe la Quadruplice Alleanza, sottoscritta da Austria, Gran Bretagna, Russia e Prussia nel novembre del 1815.

Essa prevedeva che le quattro grandi potenze si riunissero regolarmente in congressi per dibattere i vari problemi dell’ordine europeo.

l primo di questi incontri avvenne ad Aquisgrana nel 1818 per valutare l’adempimento da parte francese delle condizioni imposte dal trattato di pace. 

Questi accordi sottolineano che i paesi dell’Europa hanno maturato la consapevolezza che sia necessario istituire un sistema di rapporti internazionali in cui le stesse potenze potessero intervenire in tutta Europa con lo scopo di mantenere l’ordine europeo. Di conseguenza anche la politica interna di ciascun paese ne viene condizionata. Infatti se uno stato decideva di adottare istituzioni liberali, che andavano in contrasto con lo spirito conservatore del Congresso, doveva essere considerata una minaccia all’ordine restaurato.

Assetto europeo dopo il Congresso di Vienna

La sistemazione politica europea può essere così descritta: 

  • Austria controlla tutta l’Europa centro-orientale e parte dell’Italia;
  • Russia è saldamente attestata ad Oriente ed aperta all’Occidente con l’acquisto della Polonia, la Bessarabia e la Finlandia. 
  • Inghilterra, non ha interessi territoriali sul continente, ma è interessata al mantenimento della situazione e alla difesa dei propri interessi economici e coloniali oltre oceano; 
  • Francia, nonostante il ridimensionamento territoriale, rimane una forza militare, politica ed economica del nuovo ordine europeo. 
Mappa dell’Europa nel 1815. Situazione politica dopo il Congresso di Vienna nel giugno 1815. https://it.wikipedia.org/wiki/Congresso_di_Vienna#/media/File:Europe_1815_map_en.png


Il nuovo assetto europeo

  • Austria riacquista tutti gli antichi possedimenti e anche la Repubblica di Venezia. Il Belgio viene ceduto all’Olanda. L’imperatore d’Austria presiede anche Confederazione germanica. Raccoglie quindi l’eredità del Sacro Romano Impero dichiarato decaduto da Napoleone. Gli stati tedeschi, dopo un importante operazione di accorpamento vengono ridotti a 39 stati.  
  • Inghilterra non avanza rivendicazioni territoriali in Europa, ad esclusione di Malta e delle isole Ionie. Conserva le conquiste coloniali ottenute con le guerre napoleoniche, cioè il Sud Africa e Ceylon, ex colonie olandesi. 
  • Prussia si ingrandisce a spese della Sassonia e di altri territori sulle rive del Reno, il nuovo confine con la Francia. 
  • Russia ottiene gran parte della Polonia, la Finlandia e la Bessarabia. 
  • Francia, ricostituita in regno sotto Luigi XVIII, ritorna ai confini precedenti il 1789.
  • Olanda viene incorporata al Belgio e assume il nome di regno dei Paesi Bassi sotto la corona di Guglielmo d’Orange.
  • Svezia perde la Finlandia ottiene in cambio la Norvegia.
  • Danimarca, il cui re è rimasto troppo a lungo fedele a Napoleone, perde la Norvegia, ma riceve la Pomerania.
  • Svizzera viene riorganizzata in confederazione e gli altri Stati si impegnano a garantirne la neutralità. 

 L’assetto dell’Italia 

Dopo il 1815 l’assetto della penisola italica ritorna sostanzialmente, sotto le precedenti dinastie:

  • il Lombardo-Veneto con Venezia torna all’Austria e viene amministrato da un viceré; 
  • il regno di Sardegna è assegnato a Vittorio Emanuele I di Savoia e acquisisce i territori dell’ex repubblica di Genova in funzione anti-francese; 
  • il granducato di Toscana è assegnato a Ferdinando III d’Asburgo-Lorena; 
  • il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla è attribuito a Maria Luisa d’Austria, moglie di Napoleone; 
  • il ducato di Modena e Reggio è assegnato a Francesco IV d’Este;
  • la repubblica di San Marino vede riconosciuta la sua secolare indipendenza; 
  • lo Stato Pontificio rimane sotto il controllo del papato (con Pio VII);
  • il regno delle due Sicilie continua a essere retto da un Borbone, Ferdinando I. 

Conclusioni 

Il Congresso di Vienna va interpretato da diversi punti di vista.

Da un lato non si può negare che:

  • ha ripristinato l’Antico regime;
  • ha avuto carattere conservatore e antiliberale;
  • non ha tenuto conto del nuovo ruolo assunto dalla borghesia;
  • non ha considerato le aspirazioni nazionali dei popoli.

Non si può però negare che:

  • ha cercato di armonizzare i vecchi ordinamenti con le nuove istanze politiche, sociali e giuridiche;
  • ha mantenuto quasi ovunque il codice civile napoleonico che garantiva la tutela di principi di libertà ed eguaglianza;
  • ha cercato di garantire la pace in Europa.

Non bisogna dimenticare che l’assetto europeo stabilito al Congresso di Vienna fu duraturo tanto da garantire un secolo di pace nei rapporti tra gli Stati europei. Infatti nessuno dei conflitti che si verificarono tra il 1815 e il 1914 provocò gli sconvolgimenti politici, sociali e territoriali come l’età napoleonica. 

Ma è evidente che il carattere conservatore delle decisioni prese al congresso e il ripristino dell’arretrato antico regime rappresentarono un elemento di instabilità nei rapporti tra i sovrani e il popolo. Infatti la rivoluzione francese e lo stesso Napoleone avevano permesso di vivere un’esperienza politica molto più avanzata. Si erano accarezzati infatti alcuni principi molto moderni:

  • il principio democratico della sovranità del popolo;
  • il principio del rispetto della libertà e della dignità di ogni individuo.

Questo portò nel corso della prima metà dell’Ottocento all’esplosione di diffusi violenti moti rivoluzionari dove le rivendicazioni nazionali erano più forti.

Dopo il Congresso di Vienna

Francia

In Francia Luigi XVIII svolge un’azione moderatrice:

  • non revoca le confische rivoluzionarie ai danni della nobiltà e del clero, ma compensa i nobili delle confische subite durante la rivoluzione,
  • non abroga il Codice napoleonico,
  • il re rimane sovrano assoluto,
  • viene istituita una Camera rappresentativa, eletta da un elettorato scelto tra i ceti più elevati.

Il regime di Luigi XVIII si scontra costantemente con le spinte fortemente restauratrici dei sostenitori della monarchia più del re stesso. Dopo la seconda definitiva sconfitta di Napoleone si scatenano in Francia un’ondata di persecuzioni e di terrore (il cosiddetto terrore bianco). Questo consente loro di conquistare, in un primo momento, un’ampia maggioranza in parlamento. Ma il sovrano, per scongiurare altri moti rivoluzionari, scioglie le Camere e riesce a far eleggere un parlamento più moderato. 

Austria

In Austria la repressione è più aspra. Metternich si serve dell’apparato burocratico e poliziesco per ripristinare l’autorità assoluta dell’imperatore e schiacciare ogni desiderio autonomistico delle diverse etnie dell’impero. 

Confederazione germanica

Nella Confederazione germanica e in Prussia vengono aboliti tutti gli ordinamenti costituzionali introdotti precedentemente sui modelli francesi.

Russia

Nonostante le speranze di riforma, in breve tempo lo zar ritorna ai metodi dispotici. Alessandro I, infatti, figura tra i principali sostenitori della politica di intervento contro i successivi moti rivoluzionari scoppiati in Europa. 

Gran Bretagna 

Tra il 1815 e il 1830 l’Inghilterra è governata dal partito dei conservatori tories, partito composto prevalentemente da rappresentanti dell’aristocrazia terriera. L’altro maggiore partito, quello dei whigs, pur avendo la stessa base sociale, è più aperto ad istanze liberali. 

Le esigenze di rinnovamento di una nazione che stava attraversando profondi mutamenti economico-sociali erano interpretate dai radicali, che però, non avevano, in questo periodo, voce in parlamento ed erano considerati pericolosi demagoghi dagli altri schieramenti maggiori. 

Anche l’Inghilterra in questo periodo è percorsa da una ventata repressiva, al punto che, per fronteggiare le lotte operaie enfatizzata anche dalla grande carestia di quegli anni.

Le società segrete e i moti rivoluzionari

Le società segrete

Nelle monarchie restaurate il sistema repressivo della Santa Alleanza non permette alcuna forma di dissenso e proibisce ogni tipo di organizzazione politica che possa mettere in pericolo l’ordine e l’autorità costituita. 

Per questo gli oppositori del regime politico devono trovare un’alternativa, dal momento. Infatti, nonostante le repressione, le nuove idee diffuse dall’illuminismo e dalla rivoluzione continuano a girare.

Se la idee non possono girare liberamente, continuano quindi a girare nella clandestinità: iniziano quindi a formarsi le società segrete. 

I motivi ispiratori e gli obiettivi delle società segrete sono diversi, ma tutte le società segrete sono accomunante da caratteri comuni:

  • l’importanza attribuita al problema nazionale,
  • l’insofferenza nei confronti della dominazione straniera. 

Gli obiettivi fondamentali delle società segrete sono:

  • l’emanazione di carte costituzionali scritte;
  • la creazione di assemblee rappresentative, di parlamenti;
  • la libertà dei cittadini;
  • la fine dei regimi assolutistici.

Le società segrete sono espressione della piccola e media borghesia, ceti che aspirano all’affermazione sociale. Gli esponenti di queste classi sociali, che erano stati valorizzati da Napoleone, sono ora mortificati dai regimi restaurati. Infatti Napoleone aveva premiato il talento e le competenze dei cittadini e aveva aperto a tutti gli uomini capaci, la possibilità di fare carriera. 

Chi sono i membri delle società segrete

Gli affiliati delle sette sono soprattutto giovani borghesi e militari, ma ci sono anche esponenti della nobiltà, aperti alle nuove problematiche.

La più importante società segreta italiana, diffusa anche in Francia, è la Carboneria, così denominata perché deriva i propri rituali e le cerimonie di iniziazione dal mestiere dei carbonari.

Segue la Giovine Italia, fondata da Giuseppe Mazzini che, pur tenendo segreti i nomi degli adepti, proclama apertamente il suo fine primario: liberare l’Italia dal giogo straniero

Struttura delle società segrete

Per garantire la sicurezza dei membri ed evitare così delazioni e arresti di massa, tutta l’organizzazione carbonara è improntata alla massima segretezza. Chi aderisce alla setta:

  • non conosce i nomi dei capi,
  • non conosce il nome degli altri membri,
  • non conosce la linea di condotta politica della società.

Questo fa sì che arrivino a confluire nella Carboneria esponenti di opposte fedi politiche. Tutta questa segretezza è necessaria per proteggere la società, ma non favorisce la diffusione delle idee. Le sette segrete hanno un ruolo predominante nello scoppio dei moti del 1820-21 e del 1830-31.

I moti insurrezionali del 1820-1821

Pochi anni dopo il Congresso di Vienna, nel 1820-1821, l’Europa è interessata da diffusi movimenti rivoluzionari che vengono tutti repressi con le forze armate della Santa Alleanza.

I moti rivoluzionari del 1920 – 21

In concomitanza con le insurrezioni degli altri Paesi europei, anche in Italia scoppiano i primi moti.

  • Nel Regno delle Due Sicilie, il re Ferdinando I è costretto a concedere la Costituzione; a Palermo la popolazione si ribella all’esercito borbonico e viene proclamata l’indipendenza della Sicilia. Il nuovo Parlamento eletto
    a Napoli, però, non riconosce l’indipendenza dell’isola e invia un esercito con il compito di sconfiggere le forze ribelli. L’intervento della Santa Alleanza in aiuto dei Borboni porta al ripristino della monarchia
    assoluta.
  • Nel Regno di Sardegna anche l’erede al trono Carlo Alberto mostra simpatia per le idee liberali. I liberali moderati, riuniti nella società segreta dei Federati, mirano a ottenere una Costituzione e a dar vita a un Regno dell’Alta Italia. Nel marzo del 1821 scoppia l’insurrezione in Piemonte, guidata da Santorre di Santarosa. Vittorio Emanuele
    I abdica in favore del fratello Carlo Felice, mentre il reggente Carlo Alberto concede una Costituzione. Carlo Felice, però, si rifiuta di riconoscere la Costituzione e chiede aiuto all’Austria. Anche qui le forze della Santa Alleanza ripristinano il potere. Viene quindi instaurato un regime oppressivo.

Solo la Grecia, ribellatasi al giogo ottomano, riesce a conquistare una sua indipendenza dall’Impero Turco, anche grazie ai volontari giunti da tutta Europa.

I moti del 1830 – 31

Dieci anni dopo un’altra ondata rivoluzionaria interessa l’Europa.

I moti rivoluzionari del 1830 – 1831

In Italia i nuovi moti scoppiano nel 1831, soprattutto nelle regioni centrali della penisola, dove erano attivi alcuni gruppi di Carbonari, forti del sostegno di Francesco IV, duca di Modena e Reggio, duca di Massa e principe di Carrara. Alla fine però il principe fece mancare il proprio appoggio. Così le rivolte vengono nuovamente represse con l’aiuto dell’esercito austriaco.

Fallimento delle società segrete

I moti spinti dalle società segrete falliscono i loro obiettivi, sia per la mancanza di un organico programma politico che per l’inesistenza di un saldo apparato organizzativo. Il fallimento dei moti carbonari segna quindi una battuta d’arresto nel fenomeno delle associazioni segrete, ma si sviluppano nuove forme di attività politica. 

Il fallimento dei moti del 1820-1821 e del 1830-1831 dimostra la necessità di un cambiamento di strategie da parte del movimento di indipendenza nazionale.

Nuove idee in Italia

In quel momento si fanno strada quattro diversi progetti politici.

Mazzini e la Giovine Italia

Giuseppe Mazzini nel 1831 fonda la Giovine Italia, un’associazione patriottica con i seguenti obiettivi politici:

  • l’indipendenza nazionale,
  • l’unità politica dell’Italia,
  • la repubblica.

Secondo Mazzini tali obiettivi vanno conseguiti tramite insurrezioni popolari. Lui ritiene che la popolazione vada preparata attraverso un’adeguata opera di propaganda. Tra il 1833 e il 1844 tutti i tentativi insurrezionali dei mazziniani falliscono.

Gioberti

In ambito cattolico ottiene molti consensi il progetto neoguelfo di Vincenzo Gioberti, che ipotizza la creazione di una confederazione degli Stati italiani guidata dal papa.

Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio

I liberali moderati, tra cui Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio, come Gioberti respingono l’idea mazziniana di una rivoluzione popolare, democratica, repubblicana e ritengono impraticabile l’ipotesi dell’unificazione politica della penisola in un unico Stato. A loro sembra più realistica l’idea di una federazione di Stati, sotto la guida della monarchia dei Savoia, la monarchia che guida il Regno di Sardegna.

Federalismo democratico

La corrente politica del federalismo democratico sostiene la necessità di dar vita a uno Stato federale che unisca tutti i diversi regni della penisola e che garantisca la loro autonomia. Carlo Cattaneo è tra i maggiori esponenti di questo progetto politico. Lui propone una soluzione federalista anche per l’Europa. (La sua era decisamente una visione molto moderna!!!)

Altri invece vogliono affrontare diversi problemi: da un lato l’obiettivo dell’indipendenza nazionale, dall’altro la soluzione dei gravi problemi di natura sociale ed economica.

Chi sono i patrioti

Anche se i moti rivoluzionari non riescono a realizzare quanto sperato, le idee dilagano e coinvolgono un numero crescente di patrioti. Ma chi sono questi patrioti? Sono uomini e donne di ogni estrazione sociale, che provengono principalmente dalle città, dove è più facile la circolazione del pensiero. Vogliono mutare assetto geopolitico della penisola e sono animati dalla produzione culturale che trasmette valori nazionali.

Documenti

Le società segrete secondo Buonarroti

Buonarroti concepiva la società segreta come un organismo rigidamente accentrato e diretto da un piccolo nucleo, dove era esclusa ogni iniziativa dal basso verso l’alto. La negazione della forma democratica all’interno della “setta” derivava dalla sua natura di «esercito segreto di liberatori», ma trovava fondamento nella teoria della “dittatura” di Buonarroti, il quale riteneva che soltanto un nucleo direttivo con poteri assoluti avrebbe potuto condurre a buon fine la lotta del movimento rivoluzionario. Influenzato dalle esperienze francesi, egli riteneva che, all’inizio di una fase di emancipazione e di rivolgimenti, un popolo diseducato da secoli di dispotismo e di corruzione non fosse in grado di scegliere i propri capi. Perciò risultava necessaria la creazione di un’autorità straordinaria e transitoria, al fine di indebolire il sostegno da parte delle masse al regime vigente, anche attraverso l’istituzione di misure coercitive.

È utile, è giusto stabilire una società segreta?
È utile perché è solo attraverso una società segreta bene organizzata che si possono riunire le forze e acquistare la potenza necessaria per distruggere il male che pesa su tutta l’Europa. […]
Il destino subito dalla maggior parte delle società segrete create nel nostro tempo e soprattutto da quelle che si erano formate in Francia ci avverte che l’impresa presenta delle difficoltà e mostra che occorre una grande sagacia per evitare fin dagli inizi gli errori nei quali erano caduti i fondatori di questi corpi. […]
Il carbonarismo napoletano […] ci offre a un tempo il quadro del bene che può produrre una società segreta e dei vizi di fondazione che ne distruggono in tutto o in parte la felice influenza.
Io pongo tra i difetti che si possono rimproverare alla Carboneria l’indeterminatezza delle sue dottrine, la leggerezza nella scelta dei candidati, il numero troppo grande dei suoi membri, il difetto del segreto, l’assenza di un potere legislativo e direttivo esclusivo e obbedito. […] Tale assenza ha prodotto l’insubordinazione, l’insufficienza e l’incrocio delle misure così come l’impossibilità di ottenere l’unità dei piani e il concorso di tutte le forze nell’esecuzione. Mi sembra che per creare una società segreta veramente utile all’umanità sia necessario fin dall’inizio stabilire un corpo poco numeroso dotato di dottrine precise, pure e comuni a tutti i suoi membri; esso si costituirà capo unico e legislatore assoluto dell’istituzione, e determinerà le regole in base alle quali si perpetuerà aggiungendosi successivamente gli uomini che giudicherà degni di dividere i suoi lavori. […]
Non è dalla massa degli iniziati che questo corpo deve avere la sua esistenza, ma è da questo corpo creatore e legislatore che gli iniziati devono essere chiamati a concorrere ai suoi disegni secondo le regole che esso deve determinare e dettare. […]
La società segreta di cui qui si tratta è un’istituzione democratica per i suoi principi e per lo scopo al quale tende; ma le sue forme e la sua organizzazione non possono essere quelle della democrazia.
Sotto l’aspetto delle dottrine, che si suppongono pure nei capi, esse saranno meglio conservate e trasmesse dai capi che dalla folla degli iniziati, le cui opinioni per quanto si faccia non saranno mai né fisse né uniformi. Per quanto riguarda l’azione sia preparatoria che definitiva bisogna assolutamente che l’impulso parta dall’alto e che tutto il resto obbedisca. Questa società non è che un esercito segreto destinato a combattere un nemico potente e armato di tutto punto; e come potrebbe preparare e dirigere efficacemente i suoi attacchi se si dovesse consultare ogni volta ognuno dei suoi membri e rischiare così di rendere pubblico ciò che esige il più grande segreto?

A. Saitta, Filippo Buonarroti, vol. I, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1950, pp. 82-84

Domande
Quali sono i punti deboli della Carboneria a detta di Buonarroti?

La nazione, «plebiscito* di tutti i giorni»

A sentire certi teorici della politica, una nazione è innanzitutto una dinastia, alle cui spalle sta un’antica conquista, prima accettata, poi dimenticata dalla massa del popolo. Secondo i politici ai quali mi riferisco, l’accorpamento di province realizzato da una dinastia, dalle sue guerre, dai suoi matrimoni, dai suoi trattati, termina con la dinastia che l’ha costruita. […]
Tuttavia tale legge non è assoluta. La Svizzera e gli Stati Uniti, che si sono formati come agglomerazioni di aggiunte successive, non hanno alcuna base dinastica. Non discuterò la questione per quanto riguarda la Francia; bisognerebbe possedere il segreto dell’avvenire. Diciamo solo che questa grande monarchia francese era stata così profondamente nazionale che, all’indomani della sua caduta, la nazione ha potuto reggersi senza di essa. […]
Bisogna dunque ammettere che una nazione può esistere senza principio dinastico, e persino che nazioni formate da dinastie possono separarsene senza perciò cessare di esistere. Il vecchio principio che tiene conto solo del diritto dei prìncipi non può più essere mantenuto; oltre al diritto dinastico, c’è il principio nazionale.
Su quale criterio dunque si deve fondare questo diritto nazionale? da quali segni riconoscerlo? da quale fatto tangibile farlo derivare?
 
1. Dalla razza, sostengono alcuni con sicurezza. Le divisioni artificiali, frutto del feudalesimo, dei matrimoni dinastici, dei congressi diplomatici, sono effimere. Quello che resta solido e stabile, è la razza delle popolazioni. Ecco ciò che costituisce, sul piano giuridico, titolo di legittimità. […]
A guardare la realtà possiamo dire che l’elemento etnico non ha avuto alcun ruolo nella costituzione delle nazioni moderne:
–        la Francia è celtica, iberica, germanica;
–        la Germania è germanica, celtica e slava: tutto il Sud è stato gallico. Tutto l’Est, a partire dall’Elba, è slavo, e le parti che si pretende siano realmente pure, lo sono veramente?
–        l’Italia è il paese nel quale la situazione, dal punto di vista etnico, è più confusa. Galli, Etruschi, Pelasgi, Greci, senza parlare di molti altri elementi, si incrociano in un miscuglio indecifrabile;
–        le isole britanniche, nel loro insieme, offrono una mescolanza di sangue celtico e germanico le cui proporzioni sono particolarmente difficili da definire.
La verità è che non esiste la razza pura e che basare la politica sull’analisi etnica significa fondarla su una chimera**. I paesi più nobili, l’Inghilterra, la Francia, l’Italia sono quelli il cui sangue è misto in misura maggiore. E anche la Germania non costituisce un’eccezione sotto quest’aspetto.
Siamo qui di fronte a uno dei problemi su cui è assolutamente necessario avere idee chiare e prevenire i fraintendimenti. […]
2. Ciò che abbiamo appena detto a proposito della razza, bisogna dirlo anche per la lingua. La lingua invita, ma non forza, a unirsi.
Gli Stati Uniti e l’Inghilterra, l’America Latina e la Spagna parlano la stessa lingua ma non formano un’unica nazione. Al contrario, la Svizzera, così ben fatta, poiché si è costituita sulla base del consenso delle sue varie parti, conta tre o quattro lingue.
 
C’è però nell’uomo qualcosa di superiore alla lingua: è la volontà. La volontà della Svizzera di essere unita, malgrado la varietà dei suoi idiomi, è un fatto assai più importante di una identità ottenuta con la violenza. […]

3. Neanche la religione può offrire una base sufficiente per la costituzione di una moderna nazionalità.
In origine, la religione era strettamente collegata all’esistenza stessa del gruppo sociale. Il gruppo sociale era un’estensione della famiglia. La religione, i riti, erano riti della famiglia. La religione di Atene, era il culto della stessa Atene, dei suoi mitici fondatori, delle sue leggi, dei suoi costumi, non implicava nessuna teologia dogmatica.
Questa religione era, nel pieno senso del termine, una religione di stato. […]
 
Oggi ciascuno crede e pratica a modo suo, quello che può, quello che vuole. Non c’è più religione di Stato; si può essere Francese, Inglese, Tedesco, ed essere cattolico, protestante, israelita, o non praticare nessun culto.
La religione è diventata una questione personale; riguarda la coscienza di ciascuno. Non esiste più la divisione delle nazioni in cattoliche e protestanti. La religione che, cinquantadue anni fa, era un elemento così rilevante nella formazione del Belgio, conserva tutta la sua importanza nell’interiorità di ciascuno; ma è uscita quasi del tutto dalle ragioni che tracciano i confini tra i popoli. […]
Abbiamo appena visto ciò che non basta a creare un tale principio spirituale: la razza, la lingua, gli interessi, l’affinità religiosa, la geografia, le necessità militari.
Cos’altro è dunque necessario? Per quanto è stato detto in precedenza, ormai non dovrò trattenere a lungo la vostra attenzione.
 
Una nazione è un’anima, un principio spirituale. Due cose, che in realtà sono una cosa sola, costituiscono quest’anima e questo principio spirituale; una è nel passato, l’altra nel presente.
Una è il comune possesso di una ricca eredità di ricordi; l’altra è il consenso attuale, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare a far valere l’eredità ricevuta indivisa.
L’uomo, signori, non s’improvvisa. La nazione, come l’individuo, è il punto d’arrivo di un lungo passato di sforzi, di sacrifici e di dedizione.
Il culto degli antenati è fra tutti il più legittimo; gli antenati ci hanno fatti ciò che siamo. […]
La nazione è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme.
L’esistenza di una nazione è (mi si perdoni la metafora) un plebiscito di tutti i giorni, come l’esistenza dell’individuo è una affermazione perpetua di vita.

NOTE:
* Plebiscito: ogni diretta manifestazione di volontà del popolo riguardo a questioni relative alla struttura dello stato o alla sovranità territoriale. In questo caso inteso come chiara volontà di popolo.
 

**Chimera: idea senza fondamento, sogno vano, fantasticheria strana, utopia
E. Renan, Che cos’è una nazione, Donzelli, Roma 1993, pp. 9-13 e 15-20.

Ernest Renan, tra i maggiori esponenti del Positivismo, scrittore, orientalista e storico del cristianesimo, insegnò ebraico al Collège de France e, nel 1878, fu nominato accademico di Francia.
Celebre fu la sua Vita di Gesù (1863), prima parte della Storia delle origini del cristianesimo (1863-1881). Tra le altre sue opere Storia generale delle lingue semitiche (1855), Ricordi di infanzia e giovinezza (1883).

Rispondi:

  • Quali sono, secondo Renan, i fattori essenziali per la costruzione di una nazione?
  • Come è stata realizzata, in Europa, l’unità delle moderne nazioni?
  • Qual è il ruolo dell’oblio (la dimenticanza) nella fondazione di una nazione?  
  • E tu cosa ne pensi?

Il programma del giornale Il Conciliatore

Il programma del giornale, redatto da Pietro Borsieri, testimoniava dei progressi compiuti negli ultimi decenni dalla società italiana e sosteneva la necessità di un rinnovamento anche culturale del paese. Borsieri si proponeva di affrontare problemi di rilevanza civile, ampliando la discussione fino a quel momento ristretta tra le fazioni politiche. Attraverso argomenti come l’agricoltura, la statistica, il diritto, l’arte ecc. egli intendeva poi contribuire alla formazione di una maggiore capacità critica dei cittadini.

Già da tempo, il vero sapere era proprietà riservata ad alcuni pochi che di tanto in tanto ne facevano parte ai meno dotti di loro. Più spesso la minuziosa erudizione e la grave pedanteria occupavano il campo della vera filologia, della critica filosofica, della schietta ed elegante letteratura. I dotti e i letterati di professione sparsi ne’ chiostri e ne’ licei applaudivano fra di loro alle opere dei loro colleghi, o le biasimavano; ed al Pubblico non curante ne giungeva appena una debole voce. Insomma non v’era, trent’anni addietro, in Italia, tale e tanto numero di lettori giudiziosi, che bastassero a costituire un pubblico giudicante, indipendentemente dalle opinioni di scuola, o da quelle divulgate dalle sette letterarie e dalle accademie.
Quella non curanza, che era nata fra noi dal lungo sonno della pace e dalla poca comunicazione delle varie genti d’Italia, è ora sparita per opera delle contrarie cagioni. Tanti solenni avvenimenti della nostra età, tante lezioni della sventura, tante funeste esperienze di mutamenti sociali, hanno svegliato gli uomini col pungolo del dolore; e riscosso una volta il sentimento, hanno essi per necessaria conseguenza imparato a pensare.
Le gare arcadiche, le dispute meramente grammaticali, infine la letteratura delle nude parole, annoja ora la dio mercè gran numero di persone che non professano gli studj, ma che cercano però nella coltura dell’animo una urbanità, un fiore di eleganza veramente degno dell’uomo, e l’obblivione ad un tempo di molti affanni di questa sfuggevole vita.
Pare a noi (sia detto senza arroganza, e senza detrarre a que’ dotti che si occupano esclusivamente di scienze esatte e positive), pare a noi che una sì felice disposizione degli animi non venga bastantemente consultata e messa a profitto dai nostri scrittori di cose morali e letterarie.
Mossi da simili considerazioni, alcuni uomini di lettere dimoranti in questa città, hanno deliberato di offrire al Pubblico Italiano un nuovo giornale che avrà per titolo «Il Conciliatore», e in cui si propongono di cimentare coll’esperienza giornaliera la verità dei principj che abbiamo pur ora accennato. […]
L’Italia e la Lombardia in particolare è un paese agricolo e commerciale. Le proprietà sono molto divise fra i cittadini, e la ricchezza circola equabilmente per dir così in tutte le vene dello Stato. Reso accorto da questa verità di fatto «Il Conciliatore» ha detto a sé stesso: io parlerò dei buoni metodi di agricoltura, delle invenzioni di nuove macchine, della divisione del lavoro, dell’arte insomma di moltiplicare le ricchezze; arte che torna in profitto dello Stato ma che in gran parte è abbandonata di sua natura all’ingegno e alla attività dei privati. […]
Ma non basta far conoscere universalmente i nuovi principj della scienza economica per agevolarne l’applicazione. L’industria guida i suoi movimenti sulla linea dei bisogni, che o si minorano, o si moltiplicano, o cangiano oggetto a seconda delle abitudini morali e delle costumanze dei popoli. E noi dunque procacceremo per quanto ne sarà possibile di raccogliere e far conoscere a quando a quando le vicende di queste abitudini e di queste costumanze, per fornire ai nostri lettori altrettante basi di fatto sulle quali possano appoggiare le loro conghietture e le nostre teoriche. Questa sarà la parte statistica e scientifica del Giornale, che presa sotto sì ampio punto di vista aprirà il campo a variatissime e importanti osservazioni. […]
Se non che la severità di questi oggetti renderebbe troppo grave il nostro Giornale, ove non ci avvisassimo di temperarla perpetuamente, […], coi ridenti studj della bella letteratura. Parleremo di versi, parleremo di prose, di opere forestiere, di opere nazionali, di spettacoli, di declamazione, di belle arti, di antichi e di moderni, di poetiche e di precetti… di tutto in somma che ecciti l’attenzione del bel mondo senza stancarla.
“Il Conciliatore”, a c. di V. Branca, vol. I, Le Monnier, Firenze 1947, pp. 33-34.

Necessità dell’indipendenza nazionale

Come si può leggere nel brano che segue, nella visione di Santarosa, dagli accesi toni antiaustriaci, indipendenza e libertà erano obiettivi inscindibili e complementari, dato che le libertà costituzionali sarebbero state impossibili sotto il dominio asburgico. Per la conquista dell’indipendenza gli italiani avrebbero dovuto fare affidamento soltanto sulle proprie forze, respingendo la tentazione di cedere alle lusinghe francesi e puntando, invece, sulla conciliazione tra i vari ceti, sull’intesa tra la chiesa e gli stati e sull’accordo tra principi e popoli. Riguardo al futuro assetto costituzionale, Santarosa caldeggiava una soluzione federale, perché riteneva irrealistica l’idea di fare dell’Italia una monarchia unitaria come la Francia o una repubblica federale come gli Stati Uniti o la Svizzera. Per questo, egli prospettava la creazione di una confederazione di stati monarchici retti da «governi liberali e temperati», con il Piemonte ingrandito dall’annessione di Lombardia e Veneto, un forte regno di Napoli a sud, gli stati del centro “bilanciati” tra Torino e Napoli e il papa «mantenitore di pace e rispettato arbitro d’Europa». La visione precorre, quindi, le tesi “neoguelfe” del successivo periodo del movimento liberale moderato italiano.

Lo scopo della guerra d’indipendenza è chiaro; è che niuna provincia d’Italia sia provincia di Principe forestiero.
E ne nasce una seconda cosa, che i Governi Italiani siano tutti stretti in confederazione a conservazione della pace e a difesa della comune patria. E siccome dall’indipendenza nasce questo grandissimo bene di poter governare le cose nostre secondo l’utile e il desiderio dell’universale ne seguirà che i Governi Italiani saranno tutti governi liberali e temperati.
E da tutto questo gli Italiani potenti, ricchi, e nel commercio interno e esterno, e più costumati, più felici, e nelle lettere grandi.
Se tutti i Principi Italiani faranno questa guerra, conserveranno i loro stati. E solamente rimarrà la Lombardia sgombra d’austriaci, senza Principi. I Lombardi nel rivendicarsi in libertà chiameranno quel Principe che a loro parrà: ma io credo che i Lombardi e i Piemontesi conoscano che la loro unione esser salute d’Italia essendovi allora 7 milioni d’Italiani, ricchi, forti e atti a torre a Francia e Austria il pensiero di venirci a travagliare: Regno che con Venezia e Genova toccando i due mari d’Italia sarà grande col commercio, come grande e fiorente nelle ricchezze territoriali per la bontà della terra, come grande nelle armi per la prodezza e la robustezza degli uomini. E questa riunione sarà tanto più naturale se i Principi di Savoia compiendo alla fine l’opera dai loro avi incominciata siccome lo squadrone di Savoia liberò dai venturieri Lombardia e Milano ora Milano strappi agli Austriaci e liberi tutto il piano Lombardo.
Gli altri Stati d’Italia bilanciati in mezzo a Napoli e Lombardia d’ugual forza vivranno col nome d’Italiani sicuri e liberissimi, e il papa dando a questa confederazione alcuna cosa di sacro sarà mantenitore di pace e rispettato arbitro d’Europa. […]
Che sia allora per accadere niuno lo sa. Ma dovranno i popoli Italiani istituire reggimenti fermi e forti e savi a [un] tempo, o unirsi al principe fedele alla causa Italiana.
Chi può prevedere quello che seguirebbe dal ripudiarsi l’Italia dai principi presenti?
Checché ne avvenga l’indipendenza nazionale è la prima cosa, il primo scopo. L’essere governati temperatamente il secondo e indivisibile dal primo. Il modo del Governo tengo cosa meno importante: sebbene sia molto da desiderare che la saviezza dei Principi Italiani non dia luogo ad un sovvertimento di cose pericoloso.
Il far l’Italia Repubblica federativa come Svizzera, e America settentrionale, o Stato unico dipendente da un Re solo e rappresentato da un Parlamento solo sono cose tanto lontane dai presenti ordini di cose che piuttosto sogno che altro son da considerare, principalmente il primo che supporrebbe tutti i Principi Italiani traditori della causa d’Italia, e il secondo che supporrebbe tale o il Re Napoletano, o il Re del Piemonte, cose orribili a pensarci non che a dirsi. Se la nostra infelicità portasse le cose a questo punto gli Italiani adunati in congresso determinerebbero. Non andiamo ora inoltrandoci in vane immaginazioni. Quello che importa è di cacciare gli Austriaci. […]
Sia nel cuore di Principi, Poeti, Soldati, Scolaresca, Popolo, Montanari, tutti.
L’imperatore Austriaco via. L’Italia è oggimai guelfa, pontefice Romano, è guelfa. Stringila, è tua se vuoi, ma se per un orribile sovvertimento di cose tu ti facesti ghibellino. Solo ghibellino in Italia. Io già m’arretro… La nave di S. Pietro non può affondare, ma il successore di Pietro potrebbe tornare alle reti.  –
Tratto da S. di Santarosa, Delle speranze degli italiani, Casa edizione Risorgimento, Milano 1920, pp. 58-59

Tratto da: https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/dossier/d08_01_01.html

Il 1948, la primavera dei popoli

Prima di parlare del 48 è utili ricordare che tra 1845-47 in Europa si sono registrate alcune cattive annate agricole. Questo va a incrementare l’inquietudine diffusa in Europa e sfocia in una serie di movimenti rivoluzionari che interessano tutta l’Europa.

I moti rivoluzionari del 1847 – 1848

Nel 1846, l’elezione di Pio IX al soglio pontificio alimentano le speranze dei liberali; infatti lui sembra sensibile alle idee libertarie e riformiste.
Il 12 gennaio 1948 scoppiano a Palermo; il 29 gennaio viene promessa costituzione che viene concessa il 10 febbraio. Da qui inizia l’effetto domino.

A febbraio e a marzo vengono concesse diverse carte costituzionali:

  • il Re di Sardegna concede lo Statuto Albertino che rimarrà in vigore fino al 1 gennaio 1948,
  • il Granduca di Toscana concede una carta costituzionale,
  • Papa Pio X concede una carta costituzionale
Lo Statuto albertino è un testo costituzionale promulgato da Carlo Alberto (per questo detto “albertino”) il 4 marzo 1848. Il termine statuto indica come questa Costituzione fosse una concessione del re e non l’opera di una assemblea eletta dal popolo.
Tra le novità più importanti introdotte dallo Statuto vi sono
– l’adozione della religione cattolica come religione di Stato (pur riconoscendo il diritto a professare culti diversi da quello cattolico);
– il privilegio del re di gestire, da solo, il potere esecutivo;
– il potere legislativo veniva, invece, esercitato dal re e dai due rami del Parlamento (Camera e Senato).
Nello Statuto vengono anche enunciate le libertà e le garanzie fondamentali del cittadino.

Queste concessioni sono accompagnate da grandi manifestazioni di entusiasmo da parte dei cittadini e dei patrioti italiani.  Ma i movimenti rivoluzionari non si limitano all’Italia, ma interessano tutta l’Europa.

  • In Francia la popolazione insorge, provocando la fuga del re; viene quindi instaurato un Governo provvisorio 
  • In Austria il popolo protesta nelle strade di Vienna per chiedere delle riforme. L’Imperatore promette quindi una costituzione. Ci sono insurrezioni a Budapest, a Venezia e a Milano. A Milano la popolazione insorge in quelle che sono ricordate come le Cinque giornate di Milano che daranno l’avvio alla prima guerra di indipendenza. Durante le “Cinque giornate”, il popolo costringe gli Austriaci a fuggire. Anche a Venezia viene proclamata la Repubblica.
  • Si segnano insurrezioni anche in Prussia e in Polonia.
Approfondimenti sulle Cinque giornate di Milano

https://storiadimilano.altervista.org/le-cinque-giornate-di-milano/

https://www.treccani.it/enciclopedia/cinque-giornate-di-milano_%28Dizionario-di-Storia%29/
https://www.raiplay.it/video/2018/03/Passato-e-presente—LE-5-GIORNATE-DI-MILANO-55910864-2c0e-4d0c-9a2c-c109d38e8208.html

https://youtu.be/EwPB7XVjkIw

Anche queste insurrezioni vengono represse nel sangue grazie alle forze della Santa Alleanza, una forza di polizia sovranazionale europea.

Ma, nonostante la repressione armata, le idee continuano a diffondersi.  

Barricate durante le cinque giornate di Milano in una stampa dell’epoca

Approfondimento – Forme di sociabilità nell’Ottocento francese e italiano

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/dossier/d08_02_00.html

Fonti

  • https://ilpretedelpopoloveneto.altervista.org/il-trattato-della-santa-alleanza-del-1815/
  • www.treccani.it
  • © ISTITUTO ITALIANO EDIZIONI ATLAS
  • M. Fossati, G. Lupi, E Zanette, Parlare di storia, Pearson
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Totalitarismo

Il termine totalitarismo è stato coniato dagli antifascisti italiani nella prima metà degli anni ’20. Fu poi utilizzato dagli stessi fascisti per autodefinirsi e per definire la loro aspirazione: volevano l’identificazione totale tra Stato e società.

Il termine fu utilizzato anche da Hanna Arendt per definire le forme di governo antidemocratiche del ventesimo secolo.

Caratteri dei regimi totalitari

  • Ideologia ufficiale assoluta e indiscutibile
  • Potere assoluto del partito unico di massa
  • Partito con capo assoluto al vertice
  • Uso sistematico del terrore e della violenza
  • Monopolio dei mezzi di comunicazione di massa
  • Propaganda censura
  • Controllo della vita quotidiana del cittadino
  • Obiettivo di forgiare uomini nuovi

I regimi totalitari sono un fenomeno della società di massa in quanto è un tipo di regime che tende a:

  • mobilitare le masse,
  • a politicizzare le masse,
  • a creare un’idea di cittadinanza alternativa a quella liberale.

La cittadinanza totalitaria si fonda sul primato di identità totali

  • lo stato,
  • la razza,
  • la classe,
  • il partito.

Il potere totalitario si fonda:

  • sull’esercizio potenzialmente illimitato del potere,
  • sul tentativo di omogeneizzare il corpo sociale nel quadro di un’ideologia unica,
  • sul tentativo di costruire la cittadinanza totalitaria.

I fondamenti dei sistemi totalitari sono:

  • violenza,
  • terrore,
  • consenso popolare,
  • odio nei confronti del nemico,
  • odio nei confronti del diverso.

Il potere dei regimi totalitari è contrassegnato da:

  • la supremazia della classe dirigente sugli organi rappresentativi;
  • la lotta senza esclusione di colpi alla libertà di stampa, pensiero e associazione;
  • l’ossessionante sollecitazione ideologica delle masse come strumento di controllo della nazione ad uso e consumo di un leader, rappresentativo e carismatico,
  • la presenza di un partito unico;
  • la deresponsabilizzazione morale degli uomini nell’esecuzione di ordini e disposizioni del potere.

Il progetto politico dei regimi totalitari

  • Accentramento dei poteri nelle mani di un capo indiscusso,
  • Struttura gerarchica dello stato basata sul merito e sulla aderenza alla morale del regime,
  • Inquadramento forzato del popolo nelle organizzazioni di massa,
  • Censura e rigido controllo su riviste, quotidiani e giornali d’informazione, ma anche radio, cinema, manifestazioni pubbliche, scuola e cultura, tramite cui controllare la stessa popolazione,
  • Soppressione della libertà sindacali di scioperare e chiedere diritti,
  • Dirigismo economico: potenziamento delle manovre statali in campo economico.
Adunate oceaniche durante il fascismo

Reazioni della società ai totalitarismi

  • Le classi sociali intermedie, il ceto medio, aderirono con entusiasmo alle iniziative e alle associazioni dei governi totalitari.
  • Nelle classi popolari, provocò, uno scontento generale nei confronti dell’autoritarismo e dell’intromissione statale nella vita privata.
  • La borghesia si allineò ai cambiamenti per puro utilitarismo.

Se guardiamo la cartina dell’Europa vediamo che nel nord Europa troviamo le democrazie liberali: Irlanda, Regno Unito, Norvegia, Finlandia, Svezia, Belgio e Paesi Bassi, con Svizzera e Cecoslovacchia. Troviamo invece i regimi comunisti nell’URSS.

I regimi fascisti sono Germania e Italia. Ma possiamo vedere altri regimi autoritari e altri che hanno avuto un governo di fronte popolare come la Spagna e la Francia.

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Stalinismo

Per quanto riguarda il l’Unione sovietica abbiamo una situazione per certi versi simile per altri diversa.  L’URSS con Stalin vuole costruire un nuovo stato, una grande potenza industriale.

Per fare questo organizzerà un piano di industrializzazione a tappe forzate per piani quinquennali. Il primo piano quinquennale va dal 1928 al 1933 prevede l’industrializzazione massiccia e la collettivizzazione dell’agricoltura. Il processo di collettivizzazione dell’agricoltura si rivelerà ben presto disastroso. Stalin abbandonerà la NEP, la nuova politica economica inaugurata da Lenin dopo la guerra civile. E passerà all’economia pianificata.

In questo manifesto si inneggia al piano quinquennale varato nel 1528.

L’economia pianificata ottiene grandi risultati nel settore industriale mentre fallisce miseramente in quello agricolo. In ogni caso i costi umani e sociali di questa politica sono altissimi: sfruttamento, deportazioni, riduzione dei consumi e milioni di morti nella più grande carestia della storia causata dalla requisizione forzata dei cereali nelle aziende agricole. urss_piano_quinquennale_1928

La collettivizzazione forzata delle terre e di tutti i beni e le strutture di produzione agricola prevede anche l’eliminazione fisica, o la deportazione, dei kulaki cioè dei piccoli proprietari terrieri.

Anche nell’Unione sovietica il partito e la burocrazia detengono il potere assoluto.

Gli strumenti utilizzati dal partito comunista sono:

– il terrore

– la violenza

– l’eliminazione fisica degli avversari politici

– un controllo capillare della società

– un sistema ideologico basato sull’ideologia del partito comunista: tutti coloro che non sono d’accordo con il regime rischiano di finire nel gulag.

I gulag sono campi di concentramento dove i prigionieri sono obbligati ai lavori forzati.

L’Unione sovietica negli anni ‘30 non nasconde il sistema concentrazionario, come invece fa la Germania. L’Unione sovietica esibisce questi luoghi come luoghi di rieducazione attraverso il lavoro ma la realtà è un’altra. In questi campi di concentramento ci saranno milioni di morti, la vita viene vissuta in condizioni disumane.

Dal 1926 assistiamo alla deportazione di cittadini comuni che vengono accusati o sospettati di reati contro lo stato comunista.

L’industrializzazione forzata degli anni ‘30 porterà all’impiego dei prigionieri in grandi opere come ad esempio la costruzione di un canale navigabile tra il Baltico e il mare del Nord.

Tra il 1930 il 1932 assistiamo alla deportazione dei kulaki – piccoli proprietari terrieri che avevano avuto un buono sviluppo nel periodo della NEP.

Tra il ’36 e il ‘38 assistiamo alle purghe staliniane. Stalin elimina fisicamente tutte le persone di cui non si fida; arriverà ad eliminare anche molte persone che sono state molto vicine nell’organizzazione del sistema gerarchico comunista.

Arriverà ad eliminare anche molti ufficiali dell’esercito, tanto che, quando Hitler invaderà la Russia, l’esercito russo sarà in grande difficoltà a causa della mancanza dei vertici dell’esercito.

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Nazismo

Lo stato nazista si costituisce dopo il 1933. Tra il 1919 e il 1933 il potere è in mano alla Repubblica di Weimar. Hitler comincia a cercare di arrivare al potere già dagli anni 20.

Ammira Benito Mussolini, lo considera il suo modello e cerca di imitarlo.

Dopo la crisi del 1929 Hitler cavalca il malcontento; la sua popolarità aumenta progressivamente. Nel 1933 Hitler diventa cancelliere e nel ’34, alla morte del presidente Hindenburg assume su di sé anche i poteri del capo di Stato diventando dittatore.

La Germania di Hitler è un paese nel quale avviene l’identificazione tra il partito e lo stato. Hitler non cambia le leggi lentamente come fa Mussolini, ma improvvisamente impone la sua volontà, assume su di sé tutti i poteri, annulla lo stato di diritto, annulla le autonomie degli organi istituzionali e crea la dittatura.

Lo stato nazista si costituisce subito dopo l’incendio del Reichstag, sede del parlamento tedesco. Hitler accusa i comunisti del rogo, arresta gli esponenti del partito comunista e ne approfitta per assumere i pieni poteri e per instaurare la sua dittatura. Il 20 marzo del 1933 avviene l’apertura del primo lager a Dachau, il primo campo di concentramento nel quale dovevano andare tutti gli esponenti dell’opposizione. La scusa per realizzare tali luoghi era quella di rieducare chi non era in linea con il pensiero nazista.

Il 14 luglio del 1933 vengono sciolti tutti i partiti e il 30 giugno del 1934 si ricorda la Notte dei lunghi coltelli, la notte nella quale vengono assassinati tutti i dirigenti delle SA le squadre d’assalto.  In questo modo lui assume il potere totale e assoluto dopo aver eliminato chiunque avrebbe limitare o controllare la sua attività.

Quali sono gli elementi del totalitarismo nazista?

  1. L’ideologia della propaganda delle organizzazioni di massa, come il fascismo, con l’obiettivo di costruire il consenso;
  2. Uno dei principi su cui si basa il potere nazista è quello del razzismo. Le leggi di Norimberga dichiarano l’intenzione di annientare la diversità di ogni di ogni tipo. In Germania si usa violenza contro tutte le forme di diversità: si sterilizzano prima e si uccidono poi malati psichiatrici, anziani, disabili, omosessuali, Rom. Gli ebrei poi saranno l’obiettivo della violenza di Hitler.
  3. Il terrore è uno degli strumenti di controllo sociale. Le SS, la Gestapo e i lager sono strumenti di repressione del dissenso.
  4. Il Fuhrer ha il controllo assoluto sull’economia. L’economia viene organizzata direttamente dall’alto. L’economia tedesca è funzionale alla guerra. L’obiettivo è quello di aumentare lo spazio vitale (Lebensraum) in cui permettere lo sviluppo della società tedesca. Si vuole garantire la piena occupazione dei tedeschi. Si creano grandi opere pubbliche e si investe tantissimo nelle spese militari.

In questa immagine possiamo vedere come sono cambiate le spese nel bilancio dello stato germanico dalla Repubblica di Weimar al regime nazista, tra il 1928 e il 1938. Come potete notare c’è stato un incremento degli investimenti nell’ambito dei trasporti e un incremento decisamente considerevole per quanto riguarda le spese per gli armamenti.

Vie di comunicazione e armamenti sono funzionali alla guerra. Questo ci chiarisce in modo inequivocabile quali fossero le intenzioni del dittatore.

Domande, Traccia di studio – Dalla Germania di Weimar al Nazismo

  1. Le parole Nazismo e nazionalsocialismo indicano la stessa realtà?
  2. Chi fonda questo partito?
  3. Quando è al potere?
  4. Su quali principi si fonda?
  5. In quale contesto storico nasce il partito nazista?
  6. Cosa aveva dovuto subire la Germania dopo la prima guerra?
  7. Qual era lo stato d’animo della Germania?
  8. Quali furono le conseguenze per la Germania?
  9. Com’era la costituzione della Repubblica di Weimar?
  10. Quali diritti tutelava?
  11. Tutti in Germania credevano alla democrazia?
  12. Quali partiti erano in scontro?
  13. Di cosa avevano paura gli oppositori della Repubblica di Weimar?
  14. Quali problemi affronta la Germania all’inizio degli anni 20?
  15. Quale evento di portata internazionale manda in crisi completamente la repubblica di Weimar?
  16. Il partito nazista è un partito estremista, di estrema destra o di estrema sinistra?
  17. Contro chi si scaglia il partito nazista?
  18. A chi si ispira?
  19. Anche Hitler crea un sistema squadrista come c’era in Italia?
  20. Quali sono i principi di questo partito?
  21. Contro quali razze si scaglia il Nazismo?
  22. Quale rischio correva la civiltà europea?
  23. Dove Hitler voleva espandere lo spazio vitale tedesco?
  24. Su cosa fa leva questa ideologia proposta da Hitler?
  25. Quando Hitler scrive il suo saggio?
  26. Quando Hitler diventa più popolare?
  27. Chi aderisce al Nazismo dopo il 29? Perché?
  28. Quanti voti prende Hitler nel 30? E nel 33?
  29. Cosa accadde il 27 febbraio?
  30. Chi fu accusato?
  31. Ma chi fu il reale responsabile?
  32. Chi sono i nemici numero uno per la Germania?
  33. Dopo questo evento quali provvedimenti prende Hitler?
  34. Cosa accade il 21 marzo del 33?
  35. Chi veniva internato?
  36. Cosa accade nelle settimane successive?
  37. Che atteggiamento usa Hitler contro i suoi nemici?
  38. Quando Hitler diventa capo supremo?

Video 2

  • Cos’è un regime totalitario?
  • Quali sono i caratteri del totalitarismo?
  • Perché sui bruciano i libri?
  • Cosa accade già nel 33?
  • Quali leggi vengono promulgate nel 35?
  • Cosa impediscono?
  • Quale obiettivo si pongono queste leggi?
  • Cosa accade nella notte dei cristalli?
  • Al termine di queste violenze cosa dovette subire la popolazione ebraica?
  • Definisci gli elementi della politica economica del regime nazista.
  • E la politica estera?
  • Cosa fa Hitler nel 36?
  • E nel 38?
  • Cosa fanno gli altri partiti europei a fronte delle iniziative hitleriane?
  • Quando le potenze europee capiscono di non poter più lasciar agire impunemente Hitler?
  • Qual era il più grande alleato di Hiltler?
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L’emigrazione italiana

Ostilità contro lo straniero

In molti periodi storici, nelle diverse culture, è emerso un aspetto dell’uomo: l’ostilità nei confronti dello straniero. Si tratta di una verità che riscontriamo quotidianamente: gli emigranti sono indesiderati e l’integrazione degli stessi avviene, ma è un processo faticoso e spesso doloroso.

Gli esempi sono infiniti. In questo articolo puntiamo l’attenzione sulla migrazione degli italiani dalla seconda rivoluzione industriale. 

Italiani “emigranti indesiderati” 

Gli emigranti – di Raffaello Gambogi – http://holvi.artstudio.fi/didrichsen, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57824950

Così erano definiti gli emigranti italiani negli Stati Uniti  alla fine dell’800.  gli italiani si imbarcavano alla ricerca di fortuna nel nuovo mondo. Lì erano considerati contadini arretrati e venivano sfruttati come manodopera a basso costo.  La fama degli italiani era quella di essere delinquenti, sporchi, ignoranti, mafiosi. Erano considerati una razza inferiore e spesso per questo vennero rifiutati.

Le testate giornalistiche straniere, per scoraggiare nuovi arrivi, pubblicavano periodicamente invettive contro gli emigranti italiani.

Il 18 aprile del 1880, il New York Times intitolava il suo editoriale proprio “Emigranti indesiderati”  in cui si diceva che gli italiani erano una popolazione promiscua, freccia sporca, pigra, criminale.

Il 17 aprile del 1921 un altro articolo sullo stesso quotidiano  lamentava il crescente numero di immigrati italiani.

«Lo straniero che cammina attraverso una città come Napoli può facilmente rendersi conto del problema con cui il governo ha a che fare: le strade secondarie sono letteralmente brulicanti di bambini che scorrazzano per le vie e sui marciapiedi sporchi e felici. La periferia di Napoli brulica di bambini che, per numero, può essere paragonato solo a quelli che si trovano a Delphi, Agra e in altre città delle Indie orientali».

L’emigrazione italiana

Tra il 1861 e il 1985 gli italiani emigrati all’estero sono stati circa 29 milioni: come se l’intera popolazione italiana di inizio Novecento se ne fosse andata in blocco. Di questi, circa 10 milioni sono successivamente tornati in Italia, mentre 18 milioni circa si sono definitivamente stabiliti all’estero.

Nave carica di emigranti italiani giunta in Brasile (1907)
http://www.scielo.br/img/revistas/ea/v16n46/46a15f4.gif, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3549730

Gli italiani iniziarono a emigrare dopo la metà dell’Ottocento. I flussi migratori possono essere divisi in tre fasi:

  • la “grande emigrazione” (1876-1915) successiva all’Unità di Italia,
  • l’emigrazione dopo la prima guerra mondiale (1918 – 1940)
  • la “migrazione europea” (1945-1970)
L’emigrazione italiana regione per regione
Origine: Fonte: Rielaborazione dati Istat in Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976, Roma, Cser, 1978, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17260686

Oggi si assiste a quella che è stata definita la ‘fuga dei cervelli’, ma che interessa anche migliaia di giovani e meno giovani che, ancora oggi cercano fortuna al di fuori dei confini. 

Le cause dell’emigrazione

La principale causa dell’emigrazione italiana, soprattutto nell’Italia meridionale, è stata la povertà. La mancanza di lavoro e di terra da lavorare è stato uno dei fattori determinanti. Ma gli italiani emigrarono anche per problemi politici, in particolare durante il ventennio fascista: fuggirono comunisti, anarchici ed ebrei.

Un altro motivo che spinse gli italiani del Sud a fuggire era la prepotenza della criminalità organizzata.

Gli emigranti italiani della Grande emigrazione

Tra il 1870 e il 1914 lasciarono l’Italia soprattutto uomini senza una specializzazione lavorativa definita; prima del 1896, la metà dei migranti era formata da contadini. 

I flussi migratori degli italiani all’estero aumentarono con la crescita delle loro rimesse, cioè del denaro che gli italiani emigrati all’estero inviavano in Italia ai famigliari rimasti. 

Proprio come accade per gli sbarchi odierni, i primi emigranti italiani, uomini o ragazzi che partivano da soli, spedivano a parenti o amici rimasti in Italia, il denaro necessario per comprare i biglietti e raggiungerli. Il flusso costante di denaro dagli Stati Uniti all’Italia costituì un capitolo importante dell’economia italiana e diede sollievo non solo alle famiglie dei migranti, ma anche al bilancio dello stato. Si calcola che le rimesse dei migranti costituirono circa il 5 per cento del Pil italiano.

Emigrati italiani impiegati nella costruzione di una ferrovia negli Stati Uniti (1918) – Fonte: https://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages/14738489896/

Chi partiva dalle regioni settentrionali si imbarcava a Genova o a Le Havre in Francia, mentre dal Sud a Napoli. Chi viaggiava in terza classe doveva accontentarsi di un sacco imbottito di paglia e un orinatoio ogni 100 persone, per tragitti che potevano durare anche un mese.

I primi viaggi transoceanici

Negli ultimi decenni dell’Ottocento il viaggio per nave, verso il continente americano durava anche più di un mese e si svolgeva in condizioni pietose. 

Fino all’approvazione della legge 31 gennaio 1901, non esisteva una disciplina degli aspetti sanitari dell’emigrazione. Un medico scrive nel 1900:”L’igiene e la pulizia sono costantemente in contrasto con la speculazione. Manca lo spazio, manca l’aria”.

Le cuccette degli emigranti venivano ricavate in due o tre corridoi e ricevevano aria attraverso i boccaporti. L’altezza dei corridoi era tra il metro e sessanta e il metro e novanta per il secondo. 

Nei dormitori così allestiti era frequente l’insorgere di malattie bronchiali e dell’apparato respiratorio. Mancavano le più elementari norme igieniche: si pensi che l’acqua potabile veniva tenuta in casse di ferro rivestite di cemento. A causa del rollio della nave il cemento tendeva a sgretolarsi intorbidando l’acqua che, venuta a contatto con il ferro ossidato, assumeva un colore rosso e veniva consumata così dagli emigranti.

I pasti erano a base di riso o di pasta e la razione viveri giornaliera risultava comunque più ricca di elementi proteici rispetto all’alimentazione abituale dei migranti.

La salute dei migranti 

Sono state fatte delle analisi per capire quali fossero le condizioni di salute dei migranti. Dalle analisi fatte, relativamente al periodo 1903-1925, emerge la presenza di alcune malattie come la pellagra, la malaria, il morbillo, la scabbia e la tubercolosi. 

Se si guarda al flusso migratorio verso gli Stati Uniti, si può notare che era composto prevalentemente da persone in buone condizioni fisiche e nella fascia di età di maggior efficienza fisica. Questo è causato da due fattori: 

  1. emigravano le persone forti e in salute, perché sapevano di dover lavorare duramente una volta sbarcati;
  2. i migranti sapevano che negli Stati Uniti sarebbero dovuti passare attraverso i rigidi controlli sanitari attivati dagli Stati uniti nei confronti dell’emigrazione europea.

La statua della libertà

La Statua della libertà è sempre stata chiamata Miss Liberty. Fu donata dalla Francia agli Stati Uniti in segno d’amicizia e divenne un simbolo per i migranti dopo che furono incisi sul suo basamento i versi di Emma Lazarus:

“Tenetevi, antiche terre, i fasti della vostra storia… Datemi coloro che sono esausti, i poveri, le folle accalcate che bramano di respirare libere, i miseri rifiuti delle vostre coste brulicanti: mandatemi coloro che non hanno una casa, che accorrano a me, a me che innalzo la mia fiaccola accanto alla porta d’oro”.

Quella signora che sembrava grande come l’America, come i sogni degli emigranti.

Invece, all’arrivo nel porto di New York, dopo aver contemplato la maestosa signora, gli emigranti venivano sbarcati a Ellis island. Qui dovevano essere sottoposti a una serie di controlli che ne operavano una drastica selezione.

Molti di loro venivano respinti: per malattia, per indigenza, per età giovanile o troppo avanzata, per stato civile (donne e orfani che non avevano nel paese chi li soccorresse e li aiutasse a trovar lavoro).

Gli scafisti

Nei primi anni dopo l’Unità d’Italia l’emigrazione era fuori dal controllo dello Stato: gli emigranti passavano per le mani di agenti di emigrazione, chiamati “padroni”, il cui unico obiettivo era ricavare il massimo profitto dalla loro povertà assoluta.

Nel 1888 in Italia fu approvata la prima legge finalizzata a contrastare gli abusi dei “padroni”. Nel 1901 fu creato il commissariato dell’emigrazione, con il compito di assegnare licenze alle imbarcazioni idonee al trasporto dei migranti. Palermo, Napoli e Genova: i porti di imbarco destinati agli emigranti.

Il commissariato stabiliva i costi dei biglietti, cercava di mantenere l’ordine nei porti di imbarco, ispezionava gli emigranti in partenza, individuava ostelli e strutture di accoglienza e stipulava accordi con i Paesi di destinazione del flusso migratorio per aiutare coloro che arrivano.

Ma gli abusi e i viaggi clandestini continuarono e continuano. Su questo tema, Leonardo Sciascia ha scritto una novella “Il lungo viaggio” che racconta di un gruppo di poveri contadini siciliani che, decisi a emigrare negli anni Cinquanta del secolo scorso si imbarcano su un’imbarcazione clandestina alla volta dell’America.   

Gli italiani negli Stati Uniti

Gli Stati Uniti erano fra le mete più ambite dagli emigranti italiani, ma non erano di certo a loro volta ben voluti. 

Nel 1912 venne presentata una relazione sugli immigrati italiani negli USA all’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano; questo un estratto del testo.

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. 
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.
Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano, pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Anche allora si diffusero teorie complottiste, c’era chi temeva che l’invasione degli immigrati si sostituisse alla forza lavoro americana.

Nel 1924 il presidente del Museo americano di storia naturale, Henry Fairfield Osborn, durante una conferenza nazionale sull’immigrazione si espresse così a proposito degli italiani:

«Questi immigrati stanno facendo degli Stati Uniti una discarica per cittadini indesiderabili»

Tra il 1924 e il 1965 rimase in vigore la riforma americana sull’immigrazione, che esprimeva una «profonda irritazione nei confronti di persone che parlano una lingua straniera e vivono una vita straniera». Gli stranieri vennero classificati: i nord europei erano i preferiti, mentre gli altri, in particolare gli italiani, erano indesiderati.

Fotografia di emigranti in partenza. Archivio della Fondazione Paolo Cresci, Lucca. Fonte http://www.museoemigrazioneitaliana.org/approfondimenti/l-emigrazione-tra-arte-e-letteratura-sull-oceano-di-edmondo-de-amicis-illustrato-da-arnaldo-ferraguti/

Il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, intercettato durante una conversazione nello Studio Ovale il 13 febbraio 1973 disse queste parole.

Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Dopotutto non si possono rimproverare. Oh, no. Non si può. Non hanno mai avuto quello che abbiamo avuto noi. Il guaio è…. che non ne riesci a trovare uno che sia onesto”

Minatori in Lussemburgo e Belgio

I primi italiani in Lussemburgo arrivarono nel 1892, ma intorno al 1910 la comunità italiana era già salita a 10.000 persone. Nel 2018, gli italiani presenti nel paese erano circa 22 mila, il 3,6 per cento della popolazione totale.

Gli emigranti italiani hanno lavorato soprattutto nelle industrie siderurgiche e nelle miniere di ferro di Esch-sur-Alzette, di Dudelange, Rumelange e Differdange.

I quotidiani italiani, negli anni ‘70, riportavano le condizioni di vita degli emigranti italiani, ritraendo scenari tristi, denunciandone il degrado: alloggi sovraffollati con scarse condizioni igieniche, affitti elevati e l’impossibilità per i ragazzi di studiare in scuole italiane.

Riccardo Ceccarelli, uno dei tanti emigranti indesiderati in Lussemburgo, racconta al Corriere della Sera la sua storia e quella di altre decine di migliaia di emigrati italiani.

«La fame deve essere una brutta bestia se chi è nato in posti così belli ha poi deciso di andarsene a lavorare dentro un buco profondo duecento metri».

Il buco è la miniera lussemburghese di Esch-sur-Alzette, il posto tanto bello che si è dovuto lasciare è l’Italia, per la precisione la Romagna.

Gli italiani venivano considerati comunità di “mangiaspaghetti, orsi selvatici e anche delinquenti”, ma capaci di lavorare instancabilmente nelle miniere.

Le ondate migratorie più massicce, in Belgio, si registrano nel primo dopoguerra, quando il paese aveva la necessità di ricostruirsi. Iniziarono ad arrivare operai italiani nelle miniere di carbone, nelle cave di pietre e marmi e nei cantieri di costruzione.

Nei primi cinque anni arrivarono in Belgio 20.000 italiani. Negli anni ’60, il 44 per cento della popolazione straniera del paese era italiana.

Dopo la Seconda guerra Mondiale, il governo italiano strinse un accordo con quello belga, per regolare lo scambio di forza-lavoro italiana con il carbone del Belgio: 50 mila operai italiani sotto i 35 anni, per 12 mesi di lavoro, in cambio di 200 chili di carbone giornaliero.

A. Tommasi, Emigranti, 1896. Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. http://www.museoemigrazioneitaliana.org/approfondimenti/l-emigrazione-tra-arte-e-letteratura-sull-oceano-di-edmondo-de-amicis-illustrato-da-arnaldo-ferraguti/

La manodopera a basso costo in Germania e Svizzera

Il governo italiano sottoscrisse lo stesso accordo anche con la Germania, chiedendo di occupare i lavoratori stagionali italiani, a causa della diminuzione delle esportazioni italiane in Germania.

ILavoratore italiano in una miniera nei pressi di Duisburg, in Germania, nel 1962 – https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c8/Bundesarchiv_B_145_Bild-F013069-0004%2C_Walsum%2C_Kohlebergbau%2C_Gastarbeiter.jpg

In Svizzera gli italiani migrarono in tre ondate: dopo la metà dell’Ottocento e dopo le due guerre. Ancora oggi gli italiani costituiscono la comunità straniera più numerosa in Svizzera. Malgrado questo l’integrazione non fu per niente facile per gli italiani.

Moltissimi italiani scelsero la Svizzera, perché il suo sistema produttivo era uscito indenne dalla guerra e gli imprenditori svizzeri decisero di rivolgersi ai lavoratori stranieri a basso costo, provenienti soprattutto dall’Italia per far fronte di una crescente domanda produttiva.

Dalla fine della guerra agli anni ’60 a emigrare in Svizzera furono soprattutto abitanti del Nord Italia.

I testimoni di quei viaggi raccontano tristi scenari.

Maria Paris, originaria di un villaggio nei pressi di Bergamo, che il 20 agosto 1946, andò in treno da Milano a Losanna. Lei racconta che arrivati alla stazione di Briga, tutti gli emigranti italiani furono fatti completamente spogliare in due tristi capannoni, furono obbligati a farsi una doccia prima di essere cosparsi di DDT e passare la visita medica. C’era anche una donna incinta: lei si rifiutò di svestirsi. Fu rispedita alla frontiera immediatamente.

“Oggi, a differenza di un tempo, i bagni, le lavature, le strigliature sono sempre più frequenti, le visite più severe, le indagini più accurate e il servizio procede più preciso, ma la nave di Lazzaro è sempre lì con l’apparenza negriera e gli occhi miserabili che attendono sono sempre in massima parte spauriti per quanto già rassegnati all’ignoto”.
Giovanni Preziosi, 1907.

L’emigrazione italiana oggi

https://www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf
https://www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf

Sono 816 mila gli italiani che si sono trasferiti all’estero negli ultimi 10 anni. Oltre il 73% ha 25 anni e più; di questi, quasi tre su quattro hanno un livello di istruzione medio-alto.

Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila, mentre i rimpatri sono stati 380 mila: 48 mila quindi gli italiani rimasti all’estero.

Dal 2009 al 2018 sono stati 816 mila gli italiani che sono espatriati e 333 mila quelli che sono rientrati. Dal 2015, gli italiani all’estero sono stati circa 70 mila all’anno.

In che cosa si differenzia la nuova emigrazione?

Innanzitutto dalla provenienza: quasi il 70% dei nuovi migranti italiani proviene da regioni del Nord o del Centro. Nel 2007 il Centro-Nord ha “sorpassato” il Sud come saldo migratorio negativo. Ma la situazione è precipitata dal 2011, come effetto della crisi internazionale del 2008.

MOVIMENTO MIGRATORIO CON L’ESTERO DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE,
PER CITTADINANZA ITALIANA – www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf
Riccardo Giacconi, fisico italiano naturalizzato statunitense, vincitore del premio Nobel per la fisica nel 2002. È emigrato negli Stati Uniti nel 1956Di Cropped from http://www.nationalmedals.org/2003photos/giacconi/20050314_RKM_Medals_9316.JPG, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2143158

Letteratura e migrazione

Il lungo viaggio – Leonardo Sciascia

Pascoli – La grande proletaria si è mossa

Pascoli – Poemetto Italy

Testo tratto da Macaronì – Romanzo di santi e delinquenti – di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli

Un romanzo giallo, ambientato nell’Appennino Tosco-Emiliano, in un villaggio circondato da monti che impediscono al sole di penetrare.

Era il lontano 1885. Alcuni ragazzini italiani arrivano illegalmente nel sud della Francia dopo un viaggio disumano, nascosti nella stiva di una nave: sono clandestini, privi dei documenti di soggiorno. Sono scappati dal loro paese d’origine per sottrarsi a un destino di miseria e sono alla ricerca disperata di un lavoro. Della loro condizione di clandestini approfittano innanzitutto gli stessi connazionali, gente senza scrupoli che arriva a sottrarre loro la paga con false promesse. Impiegati nelle vetrerie e costretti a lavorare fino a dieci-dodici ore al
giorno, i ragazzi sono maltrattati anche dagli operai francesi, che li chiamano in modo sprezzante “macaronì”. E di soli maccheroni scotti, sconditi, è il loro pasto giornaliero. Molti di questi ragazzi sono destinati a morire prima di diventare adulti, di fame, di fatica, di freddo o di malattia.

Per i padroni delle vetrerie, i ragazzi italiani erano una garanzia. Bastava dividerli sul lavoro: uno qua e l’altro là, in modo che non potessero parlare fra loro. E dal momento che non sapevano una parola di francese, lavoravano.
Dieci, dodici ore al giorno.
In silenzio.
Il lavoro nelle vetrerie era uno dei più faticosi e pericolosi: bruciature quando il vetro debordava dal cannello nel quale scorreva dopo la fusione; dolorose fitte dentro, forse ai polmoni; maltrattamenti
degli operai francesi che scaricavano su quei ragazzi la loro stanchezza.
E poco da mangiare.
Ne morivano molti, specie fra i più piccoli. Di undici, dodici anni.
Si ritrovavano, durante la sosta per il pranzo, nell’angolo più buio della vetreria perché i francesi non li volevano fra i piedi.
Ma almeno stavano al caldo.
E se lo godevano quel caldo, accumulandolo per la sera, per quando tornati al capannone trovavano un freddo che gelava l’acqua da bere nel secchio.
D’estate era l’inferno. In vetreria e nel capannone.
Prima di aprire il tegame che il caporione consegnava alla partenza, i ragazzi già sapevano cosa ci avrebbero trovato dentro: maccheroni, sempre.
Neppure la gioia della sorpresa.
Maccheroni poco o niente conditi e stracotti e impastati fra loro.
Se mangiavano in fretta restava un po’ di tempo per chiacchierare. Per
risentire la loro voce e una parlata comprensibile. Poco tempo e poi:
«Allez, allez, macaronis! Au travail, vite, vite [Andiamo, andiamo, “maccheroni”. Al lavoro, svelti, svelti!].»
Non sapevano che significasse, ma, sapevano che il tempo delle chiacchiere era finito e si doveva tornare ai forni.
Appena ritirati, i soldi della paga andavano consegnati al caporione che si teneva la sua parte per vitto, alloggio e vestiti.
Poco e male di tutto.
Il resto lo metteva da parte.
Sempre lui, il caporione.

Fonti

www.2duerighe.com/attualita/103652-italiani-emigranti-indesiderati.html

www.museoemigrazioneitaliana.org

AUGUSTA MOLINARI, Le navi di Lazzaro. Aspetti sanitari dell’emigrazione transoceanica italiana: il viaggio per mare, Milano 1988, pp.139-142. 

www.repubblica.it/cronaca/2019/12/16/news/il_rapporto_istat_sulle_migrazioni_piu_italiani_emigrati_meno_arrivi_dall_africa_-243613030/

Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli – Macaronis. Romanzo di santi e delinquenti. – Mondadori, Milano, 2007.

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La Spagna della Reconquista

La penisola iberica

Nel corso del XV secolo  si concluse il lungo processo di unificazione politica  che  portò la penisola iberica essere divisa in due stati: Spagna e Portogallo. Questi due stati saranno nel sedicesimo secolo i protagonisti dell’espansione Europea nel mondo.

Il processo che portò alla nascita dei due stati Spagna e Portogallo fu intrecciato con il movimento di Reconquista che mise fine alla presenza musulmana nella penisola iberica.

I musulmani erano entrati nella penisola iberica dal Marocco. Si erano diffusi sul territorio della penisola ma non avevano esercitato un controllo capillare del territorio, e avevano lasciato ampi margini di autonomia alla popolazione di religione cristiana ed ebraica.

Nella penisola iberica si realizzò quindi la pacifica convivenza di fedi e culture diverse che portò allo sviluppo culturale, scientifico, artistico e filosofico, della civiltà iberica durante il Medioevo. 

Le biblioteche della penisola iberica erano ricche di testi  scientifici e filosofici antichi, che erano andati smarriti in Occidente, ed erano invece stati tradotti in lingua araba e conservate in Spagna dagli studiosi musulmani ebrei e cristiani. Queste biblioteche attirarono molti studiosi dell’Europa Cristiana nel Basso Medioevo.

La penisola iberica nel 1360 – J. B. Bury, Public domain, via Wikimedia Commons

Il Portogallo, vocazione marinara

Nel corso del Medioevo il Portogallo aveva visto minacciata la sua indipendenza  dalla Castiglia e durante la guerra dei Cent’anni aveva stabilito strette relazioni di amicizia con la corona d’Inghilterra.  

In fatto di stringere un’alleanza con un altro regno atlantico concordava con la tendenza del Portogallo a proiettare il proprio destino verso il mare piuttosto che verso all’interno della penisola iberica, dove era troppo forte la concorrenza degli altri regni cristiani. la vocazione marinara portoghese si manifesta in pieno sotto il regno di Giovanni I (1385 – 1433), Durante il quale comincia la sistematica esplorazione delle coste dell’Africa.

Anche l’esplorazione delle coste africane venne presentata inizialmente come una continuazione della Reconquista e “imponeva” ai portoghesi di andare a combattere gli infedeli nella loro stessa terra d’origine. 

La Castiglia e l’Aragona

Nel corso del Basso Medioevo, nella penisola iberica  si vengono a definire due grandi regni il regno di Castiglia e il regno di Aragona. 

Ma il matrimonio tra Ferdinando II di Aragona (1540 – 1516) e Isabella di Castiglia (1451 – 1504)  portò all’unione dei due regni.

 i due regni, pur rimanendo formalmente distinti vennero Uniti nelle persone dei loro sovrani due sovrani mantennero separate le loro funzioni regali  nei rispettivi stati.

Fu Isabella a spingere verso l’apertura dei viaggi transoceanici e la conquista delle terre americane.  Ferdinando invece esercitò la sua influenza nel rafforzamento del potere monarchico limitando l’autonomia dei nobili e riorganizzando le finanze dello Stato.

Entrambi però si trovarono in perfetto accordo nel desiderio di consolidare il cattolicesimo in Spagna. 

La tappa culminante di questo processo fu la conquista del regno di Granada che nel 1492, pochi mesi prima che le caravelle di Colombo salpassero per il Nuovo mondo, mise termine all’ultimo dominio musulmano nella  penisola iberica.

Il regno di Granada – https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3184192

Identità nazionale e appartenenza religiosa

Uno degli elementi  di unione tra i due regni di Castiglia e di Aragona era la comune appartenenza al cattolicesimo. La fede religiosa costituì quindi per loro un preciso ambito di riferimento dal quale erano esclusi i non cristiani; e i non cristiani nella penisola iberica erano molti. Tra questi c’erano i moriscos e gli ebrei.

I moriscos erano i diretti discendenti degli antichi dominatori musulmani che non avevano abbandonato la penisola dopo le conquiste cristiane;

In Spagna risiedeva anche la più numerosa comunità ebraica di tutto l’occidente. Contava circa 250.000 persone. Questo era il risultato del lungo periodo di relativa tolleranza che la dominazione musulmana aveva garantito a tutte le religioni del libro e quindi anche agli ebrei. Ma la lunga guerra della Reconquista e lo spirito di crociata che l’aveva sostenuta, avevano profondamente modificato la situazione. 

Intolleranza religiosa

L’intolleranza era cresciuta progressivamente. Nel 1391 gli ebrei erano diventati bersaglio di sistematiche violenze durante l’ondata di rivolte popolari in Castiglia e in Aragona;  feste e malessere sociale  avevano fatto esplodere diversi momenti di intolleranza. 

Le violenze erano riprese vent’anni Dopo: alcuni predicatori incitavano il popolo a imporre la conversione agli ebrei. Tali conversioni forzate però venivano considerate false tanto che gli ebrei convertiti continuavano a essere perseguitati come infedeli.

Inquisizione e la purezza del sangue

Per indagare sui Marrani oltre che contro le più tradizionali forme di eresia nel 1480 viene istituito in Spagna il Tribunale dell’Inquisizione.  Il più famoso padre inquisitore fu frate domenicano Tomàs de Torquemada. L’inquisizione spagnola indirizzata verso marrani e moriscos usava abitualmente la tortura per favorire la confessione degli imputati. 

Si consideri che la procedura del tribunale dell’Inquisizione veniva attivata anche sulla base di semplici sospetti e di denuncie anonime.  Questo fa comprendere che i casi di errore giudiziario erano molto frequenti, anche se non venivano quasi mai riconosciuti. 

Leggiamo un testo del XVI secolo: un commentatore loda l’inquisizione nonostante frequentemente venissero condannati degli innocenti. 

Se un innocente viene ingiustamente condannato non deve lamentarsi della sentenza della chiesa che si basa su una prova sufficiente e non può giudicare quello che è segreto.
Se dei falsi testimoni lo hanno fatto condannare, e gli deve accettare la sentenza con rassegnazione e rallegrarsi di morire per la verità. 
In L. Poliakov Storia dell’antisemitismo

I condannati, anche quando scappavano dal rogo, erano sottoposti a una penosa trafila di umiliazioni pubbliche e alla confisca dei beni. Inoltre un certo numero di proibizioni, di limiti, erano previsti anche per i loro discendenti. 

Vennero anche stilati degli statuti della purezza del sangue: tramite di essi si poteva accertare chi discendeva da antenati ebrei e in quale misura. Risulta evidente quindi che in Spagna si era definita sempre di più una discriminazione razziale: non si era più cristiani o ebrei in base alla Fede, ma in base al sangue. E chiunque avesse sangue ebreo, finiva con l’essere discriminato e perseguitato.

La  cacciata degli ebrei dalla Spagna

Le violenze contro gli ebrei erano sempre più diffuse. Per questo molti ebrei cercarono di emigrare altrove. Questo però comportava la perdita di ogni proprietà.  Inoltre in tutti i paesi di Europa erano in vigore leggi discriminatorie per gli ebrei!

Ma per creare ancora più difficoltà agli ebrei, Isabella e Ferdinando decisero di cacciarli dalla Spagna. Il 31 marzo 1492 i due re firmarono un decreto che concedeva agli ebrei di Spagna 4 mesi di tempo per liquidare i propri affari vendere i propri beni.  Entro il 31 luglio dovevano abbandonare il paese.

 di fronte a questa decisione dei sovrani gli ebrei avevano solo due possibilità uno fare pubblica abiura della propria fede e accettare di farsi battezzare pur sapendo che nonostante questo rischiavano comunque di essere  considerati dei Marrani l’altra possibilità era quella di prendere la via dell’esilio

Circa 50 mila spagnoli rimasero e cambiarono religione mentre 150 mila se ne andarono: alcuni fuggirono in Portogallo. Il Portogallo inizialmente aveva adottato uno stesso regime di espulsione, ma, per paura di avere un danno economico, i portoghesi imposero le conversioni forzate. Altri ebrei si rifugiarono nei Paesi Bassi a Venezia in Marocco a Istanbul e in territori dell’impero Ottomano dove gli ebrei erano tollerati.

Video sulla reconquista

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