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Eroi della Seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale ha mostrato quanto l’umanità potesse essere brutale e irrispettosa. Ma nel dilagare della violenza, molti uomini si sono distinti per umanità e hanno operato per il bene. In questo articolo vi invito a mettere gli occhi sul bene fatto, durante il terribile conflitto, da uomini “normali”.

Giorgio Perlasca

Giorgio Perlasca – Perlasca con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga il 30 giugno 1990

Giorgio Perlasca, tra il 1944 e il 1945 a Budapest riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ungheresi di religione ebraica spacciandosi per Console spagnolo: ma lui non era nè diplomatico nè tanto meno spagnolo.

Giorgio Perlasca nasce a Como il 31 gennaio 1910. Da giovanissimo coltiva una grande ammirazione per le idee e le imprese di Gabriele D’Annunzio e negli anni Venti aderisce con entusiasmo al fascismo.

Negli anni Trenta si arruola nell’esercito fascista e parte come volontario per l’Africa Orientale prima e per la Spagna poi. Qui si trova a combattere in un reggimento di artiglieria proprio al fianco del generale Franco.

Al termine della guerra civile spagnola rientra in Italia e inizia a mettere in discussione la sua appartenenza al fascismo. Non condivide alcune scelte del regime come l’alleanza con la Germania, nazione contro cui l’Italia aveva combattuto solo vent’anni prima e l’emanazione delle leggi razziali entrate in vigore nel 1938. La discriminazione degli ebrei italiani lo porta ad allontanarsi dal fascismo, senza però entrare nelle fila dei movimenti antifascisti.

Durante la seconda guerra mondiale viene inviato nell’Est europeo, con un incarico di tipo diplomatico, con lo scopo di acquistare carne per l’Esercito italiano.
Quando nel ’43 il nuovo governo italiano firma l’Armistizio con gli Alleati Giorgio Perlasca è a Budapest. Dal momento che egli si sente fedele al Re si rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Per questo viene internato, per alcuni mesi, in un castello riservato ai diplomatici, in Ungheria.

A metà ottobre del 1944, in accordo con i tedeschi, i nazisti ungheresi, iniziano le persecuzioni, le violenze e le deportazioni degli ebrei ungheresi.

Giorgio Perlasca è destinato ad essere internato in Germania, ma approfittando di un permesso a Budapest per visita medica riesce a scappare.

Grazie a un documento firmato da Francisco Franco in persona, ricevuto al momento del congedo in Spagna, Giorgio Perlasca trova rifugio presso l’Ambasciata spagnola. Quindi si dischiara cittadino spagnolo, ottiene un regolare passaporto intestato a Jorge Perlasca e inizia a collaborare con l’Ambasciatore spagnolo.

La Spagna, come altre potenze neutrali presenti in Ungheria quali Svezia, Portogallo, Svizzera e Città del Vaticano, può rilasciare salvacondotti per proteggere i cittadini ungheresi di religione ebraica.

Alla fine di novembre l’Ambasciatore spagnolo deve lasciare Budapest e l’Ungheria. Inoltre il Ministero degli Interni ungherese ordina di sgomberare le case protette dall’ambasciata spagnola perché é venuto a conoscenza della partenza dell’Ambasciatore Sanz Briz.

In quel momoneto Giorgio Jorge Perlasca prende in mano la situazione. Dichiara che Sanz Briz si è recato a Berna per questioni diplomatiche e che ha incaricato proprio lui Jorge Perlasca di sostituirlo. Quindi, su carta intestata e con timbri autentici, compila di suo pugno la sua nomina a rappresentante diplomatico spagnolo e la presenta al Ministero degli Esteri dove le sue credenziali vengono accolte senza riserve.

Inizia così a gestire l’Ambasciata spagnola, riuscendo non solo a proteggere, ma anche a salvare e a sfamare, giorno dopo giorno migliaia di ebrei ungheresi inserendoli in “case protette” lungo il Danubio.

Inizia un febbrile lavoro per recuperare i protetti sottraendoli alle autorità tedesche di occupazione, per rilasciare salvacondotti e così Giorgio Perlasca, riesce a portare in salvo 5218 ebrei ungheresi.

Dopo l’entrata in Budapest dell’Armata Rossa, Giorgio Perlasca viene prima fatto prigioniero, poi liberato; affronta quindi un lungo e avventuroso viaggio attravesro i Balcani e la Turchia prima di rientrare in Italia.

Il finto ambasciatore torna a casa e non racconta a nessuno, nemmeno in famiglia, la sua storia.

Solo negli anni Ottanta, alcune donne ebree ungheresi, ragazzine all’epoca delle persecuzioni, iniziano a cercare notizie del diplomatico spagnolo che durante la seconda guerra mondiale le aveva salvate. In quel momento la straordinaria storia di Giorgio Perlasca esce dal silenzio.

Non più giovane Giorgio Perlasca accetta di parlare, di farsi intervistare, di recarsi nelle scuole per raccontare la sua storia. Non lo fa per protagonismo, ma solo perché ritiene necessario affidare ai giovani l’incarico di non permettere più che tali follie non abbiano mai più a ripetersi.

Giorgio Perlasca muore il 15 agosto del 1992. È sepolto nel cimitero di Maserà vicino a Padova, sulla sua tomba la frase scritta in ebraico “Giusto tra le Nazioni”.

https://www.amazon.it/banalit%C3%A0-bene-Storia-Giorgio-Perlasca/dp/8807812339

A chi gli chiedeva perché lo aveva fatto, rispondeva semplicemente: “. . . ma lei, avendo la possibilità di fare qualcosa, cosa avrebbe fatto vedendo uomini, donne e bambini massacrati senza un motivo se non l’odio e la violenza?

Video su Giorgio Perlasca

Intervista a Perlasca
Lucarelli racconta la vita di Perlasca
Un eroe italiano

Il film “Perlasca un eroe italiano”

La ministerie televisiva con protagonista Luca Zingaretti per la regia di Alberto Negrin.

Parte 1

https://www.raiplay.it/video/2017/01/Perlasca—Un-eroe-italiano–Ep-1-bcab78e0-e4ad-40a8-93fd-3cef293bced0.html

Parte 2

https://www.raiplay.it/video/2017/01/Perlasca—Un-eroe-italiano-Ep-2-02c86c47-7504-4449-9894-d8effe60f6ae.html

Gino Bartali

Gino Bartali nasce a Ponte di Ema, un paesino vicino a Firenze nel 1914, dove trascorre la sua infanzia. Conosce da giovane Adriana e se ne innamora. Dal loro matrimonio nascono tre figli.

Appassionato di ciclismo da quando era poco più che un bambino, diventa professionista negli anni Trenta.  Dal 1935 Gino Bartali colleziona una vittoria dietro l’altra e nel 1936 vince il giro d’Italia.

Le numerosissime vittorie lo rendono famoso: diventa un eroe agli occhi degli italiani.

Purtroppo la guerra interrompe la sua carriera, ma gli permette di mostrare la sua straordinaria umanità.

Gino Bartali, durante la Seconda guerra mondiale, si adoperò contro la persecuzione degli ebrei. Infatti entrò a far parte dell’organizzazione clandestina DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei e collaborò con il rabbino e il vescovo di Firenze. Tra il 1943 e il 1944, con la scusa di allenarsi, trasportò documenti falsi destinati a famiglie ebraiche, da Firenze al convento francescano di Assisi.

Come fece? Li nascose nel telaio della sua bicicletta e così garantì a centinaia di ebrei una nuova identità ai perseguitati e gli permise di espatriare.

Per questo è insignito del titolo di Giusto tra le nazioni.

Paolo Conte dedica questa canzone al celebre ciclista – Bartali

Il film Bartali l’intramontabile

Il film narra la vita di Gino Bartali attraverso le sue vicende personali e sportive, dagli esordi fino alla fine della carriera avvenuta nel 1954. La regia è di Alberto Negrin e Bartali è interpretato da Pierfrancesco Favino.

https://www.raiplay.it/video/2019/07/Gino-Bartali-lIntramontabile-b3abbb2a-8b5f-42a9-be8e-45a0cca04d3d.html

Oskar Schindler

Oskar Schindler fu l’impreditore tedesco che salvò la vita a centinaia di ebrei con la scusa di farli lavorare nelle sue fabbriche.

Oskar Schindler e la sua fabbrica a Cracovia

Oskar Schindler nasce il 28 aprile del 1908 a Zwittau, in Moravia, una regione che a quel tempo faceva parte dell’impero austro-ungarico.

Giovane di intelligenza vivace, ma insofferente alle regole, Oskar Schindler frequenta la scuola dell’obbligo; quindi si iscrive a un istituto tecnico, da cui viene presto espulso per avere contraffatto il proprio libretto. Successivamente riesce comunque a diplomarsi, ma non sostiene gli esami necessari per andare all’università o al college. Impara diversi mestieri tra cui quello di parrucchiere. Lavora per tre anni per suo padre.

Con i primi soldi guadagnati acquista una moto, una Guzzi da competizione e comincia a gareggiare su percorsi di montagna.

Nel 1928 si sposa con Emilie Pelzl, figlia di un importante e benestante industriale. I due vivono per alcuni anni presso la casa dei genitori di Schindler, e qui vive per i sette anni seguenti.

Dopo il matrimonio Oskar Schindler lascia il lavoro con suo padre e si dedica a diverse mansioni: lavora per la Moravian Electrotechnic, per una scuola guida, per l’esercito ceco, dove raggiunge il grado di caporale.

Nel corso degli anni Trenta chiude sia la Moravian Electrotechnic che l’impresa di suo padre e così Oskar Schindler, dopo un periodo di disoccupazione viene assunto dalla Banca di Praga dove rimarrà per sette anni.

In quel periodo Oskar Schindler viene arrestato più volte per ubriachezza. Inoltre ha una relazione extraconiugale da cui ha due figli.

A metà degli anni Trenta Oskar Schindler si aggrega al Partito Tedesco dei Sudeti e pur essendo un cittadino della Cecoslovacchia, nel 1936 diventa una spia per l’Abwehr, i servizi segreti nazisti, scelta dettata, secondo quanto rivelato da lui successivamente, dal fatto di essere alcolizzato e pieno di debiti.

I suoi compiti prevedono che lui raccolga informazioni sulle ferrovie e sulle installazioni militari nel suo paese, sui movimenti delle truppe, sul reclutamento delle spie. In Cecoslovacchia infatti si teme un’invasione nazista.

Il 18 luglio del 1938, Schindler viene arrestato dal governo ceco per spionaggio e viene incarcerato. Ma viene ben presto rilasciato perchè la regione dei Sudeti viene annessa alla Germania il 1° ottobre 1938.

Nel 1939 Oskar Schindler entra ufficialmente nel partito nazista e viene trasferito con sua moglie sul confine tra la Repubblica Ceca e la Polonia. Qui viene coinvolto in affari di spionaggio e si fa aiutare dalla moglie a raccogliere e nascondere i documenti segreti nel suo appartamento. Il governo tedesco sta preparando l’invasione della Polonia.

Schindler continua a lavorare per l’Abwehr fino all’autunno del 1940 quando viene spedito in Turchia, per conto dei servizi segreti tedeschi, per indagare su presunti casi di corruzione.

Nel 1942 torna in Polonia dove assiste all’orrore della violenza nazista contro gli ebrei a Cracovia. Rimane sconcertato dalla mancanza di scrupoli dei soldati tedeschi nei confonti della popolazione civile inerme: chi cerca di scappare o di nascondersi viene ucciso barbaramente.

La vista della ferocia nazista trasforma il giovane scialacquatoree Oskar Schindler decide di dare il suo contributo a favore della popolazione ebrea.

Sfruttando le sue doti di diplomatico, Oskar Schindlerriesce ad ottenere che novecento ebrei vengano lasciati nel complesso industriale di sua proprietà; ufficialmente per avere forza lavoro gratuita (gli ebrei non avevano diritto ad un salario) ma con lo scopo reale di metterli al riparo dalla brutalità nazista. Questi sono gli uomini che vengono definiti i Schindlerjuden, cioè gli ebrei di Schindler:

Quando nel 1944 i tedeschi distruggono i campi di concentramento e uccidono le persone internate perchè la Polonia sta per essere liberata dall’Armata Rossa, Oskar Schindler riesce a trasferire più di mille ebrei in una fabbrica in Cecoslovacchia

Con la fine della guerra ‘uscita di scena di Hitler e del suo regime, conclusa la Seconda guerra mondiale, Schindler si trasferisce dapprima in Argentina poi ritorna in Germania. Non riesce però a riprendere la professione di imprenditore e si trova quasi in miseria.

Quando nel 1961 va in Israele, viene accolto con entusiasmo dai sopravvissuti all’Olocausto. Nel 1965 Oskar Schindler riceve la Croce al Merito di I Classe dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca.

Oskar Schindler muore nel 1974, la salma viene trasferita a Gerusalemme e sulla lapide viene incisa la scritta “Giusto tra i giusti”.

Il vero potere non è poter uccidere, ma avere tutti i diritti di farlo, e trattenersi.

Oskar Schindler

Su di lui è stato fatto, nel 1993, il film “Schindler’s List“, la lista di Schindler, film di Steven Spielberg che ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Il film si ispira al romanzo, “La lista di Schindler” scritto nel 1982 dall’australiano Thomas Keneally.

Video su Schindler

Chi è Oskar Schindler
La fabbrica di Schindler

Lucillo Merci

Lucillo merci – Il Perlaasca trentino – foto it.gariwo.net e www.altoadige.it
Lucillo merci ha falsificato più di 600 certificati attestanti la cittadinanza o la discendenza italiana: per salvare gli ebrei, non solo italiani, da Auschwitz e dalla morte.

Lucillo Merci nasce a Riva del Garda nel 1899. Dopo il diploma trova impiego come maestro elementare a Salorno.

Iscritto al partito fascista, nel 1923 è nominato direttore didattico a Malles Venosta. Qui diventa un punto di riferimento per le trecento maestre inviate da Mussolini con lo scopo di italianizzare gli altoatesini.

Lucillo Merci negli anni Trenta insegna alle scuole di Bronzolo e Malles, dove è anche nominato podestà. Nel 1938 è direttore alle “Rosmini” di Bolzano. Nel 1940 è chiamato alle armi: prima col grado di tenente sul fronte francese e poi viene assegnato, come capitano in Albania e Grecia, alla Divisione Aqui, quella divisione che sarà massacrata a Cefalonia.

Gli viene assegnato il grado di Capitano e combatte prima in Albania, poi in Grecia. 

Arrivato a Salonicco, nella zona greca occupata dai nazisti, il suo ottimo tedesco gli vale il distacco in qualità di interprete presso il Consolato. Salonicco era chiamata la Gerusalemme dei Balcani per l’alto numero di ebrei residenti, il 60 % circa della popolazione cittadina. Tra loro, migliaia sono gli italiani di fede ebraica.

Merci arriva nella città greca ai primi di ottobre del ’42, quando è già in corso l’occupazione tedesca. Il console italiano Guelfo Zamboni gli affida il compito di interprete e di ufficiale di collegamento con le autorità militari tedesche.

Entrambi sono fascisti, ma entrambi non hanno dubbi e non esitano a organizzare un piano per salvare gli ebrei, non solo italiani.

I nazisti a Salonicco vogliono ripulire la città dagli ebrei; per questo mandano temibili capitani delle SS Dieter Wisliceny e Alois Brunner, due fra i più terribili ed esperti organizzatori della “Soluzione finale”.

Merci scrive nel suo diario: “Abbiamo capito che sono stati mandati per liquidare definitivamente il problema degli ebrei”. Atene è sotto l’influenza italiana ed è un luogo sicuro per gli ebrei. E così Lucillo Merci e Consoli Guelfo Zamboni e Giuseppe Castruccio si adoperano per fornire documenti falsi che attestino la cittadinanza italiana agli ebrei destinati alla deportazione. Questi possono così salvarsi partendo per Atene o raggiungendo l’Italia. Lucillo Merci distribuisce personalmente i certificati all’interno dei campi di concentramento. 

Durante una licenza nel luglio 1943 Merci accompagna in Italia una quarantina di ebrei. Una ventina di questi riesce a salvarsi a Firenze; gli altri vengono scoperti e trucidati nella prima strage nazista di ebrei in Italia. Lucillo Merci grazie al suo perfetto tedesco e ad un carattere franco ed estroverso, riesce ad ammorbidire i tedeschi e se serve a tener testa agli ufficiali nazisti, che potrebbero punire con la morte l’aiuto che lui ha fornito agli ebrei. Dopo l’8 settembre viene arrestato dai tedeschi, ma il Console Castruccio riesce a farlo liberare. 

Nel settembre ’43,  dopo la chiusura del Consolato e la cessazione dei suoi incarichi ufficiali, Merci continua ad adoperarsi per salvare i perseguitati. In abiti borghesi, si impegna per i fuggiaschi italiani. Distribuisce cibo ai soldati prigionieri dei tedeschi per alleviarne i disagi e ne salva alcuni spacciandoli per insegnanti della comunità italiana di Salonicco. 

Dopo la guerra Lucillo Merci mantiene il più stretto riserbo sui suoi atti di salvataggio. Diventa ispettore scolastico nelle scuole in Alto Adige fino alla pensione nel 1964. Muore a Bolzano nel 1984. 

Brani tratti dal Diario di Lucillo Merci

Merci è autore di un diario i cui contenuti sono stati resi noti nel 2007 dallo storico Gianfranco Moscati e dagli studiosi dell’Archivio storico del Comune di Bolzano.

“Da circa due settimane prosegue la deportazione degli Ebrei greci in Polonia su treni formati da 40 carri bestiame, su ciascuno dei quali vengono pigiate 60 persone di ogni età. Ogni trasporto è di 2.400 persone.”
6 aprile 1943
“Continua in Consolato il rilascio di cittadinanza italiana agli Ebrei coniugi di cui uno di origine italiana che abbiano consanguinei, ascendenti, discendenti o collaterali (…) fra i quali ci sia o ci sia stato un congiunto di qualsiasi grado di parentela già italiano o con cognome italiano. Esempio specifico: quello dei coniugi Daniele e Bella Mentesch, contadini con tre figlioletti. Ignorano la lingua italiana. Tra gli ascendenti ci fu un cognome italiano”
7 maggio 1943
“Dal campo ‘Baron Hirsch’ sono stati liberati oggi 60 ebrei nati italiani o dichiarati italiani. Il 26 ne uscirono altri 5 e il 27 altri 4. Anche la famiglia di Rachele Modiano è stata liberata. Tutti insieme si sono dati appuntamento al nostro Consolato e fecero una grande dimostrazione di gratitudine al Signor Console e a me”.
25 – 28 maggio 1943
“Non nascondo che in taluni casi mi tremavano le vene e i polsi presentando taluni certificati agli Uffici tedeschi, indi, ogni volta l’elenco al Campo di concentramento per prendere in consegna gli ebrei liberati”.

Scrivere

Fonti

  • www.treccani.it/enciclopedia/giorgio-perlasca/
  • www.giorgioperlasca.it
  • https://biografieonline.it/biografia-oskar-schindler
  • https://it.gariwo.net/giusti/shoah-e-nazismo/lucillo-merci-1536.html
  • http://www.bolzano-scomparsa.it/lucillo_merci.html
  • https://www.giornaletrentino.it/cronaca/trento/lucillo-merci-il-perlasca-trentino-che-strapp%C3%B2-oltre-600-ebrei-alla-morte-1.2262176
  • https://biografieonline.it/biografia-gino-bartali
  • https://www.focus.it/cultura/storia/gino-bartali-doodle
  • https://www.elasticinterface.com/it/magazine/gino-bartali-shoah/
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età moderna Europa scoperte geografiche storia

Alla scoperta di nuovi mondi

Ostile Mediterraneo

Tra il X e l’XI secolo era iniziata una migrazione di diverse popolazioni, oltre i confini dell’Asia centrale. Tra esse quella dei Turchi Selgiuchidi che divennero sempre più potenti. Così i turchi ampliarono i loro domini nei territori dell’attuale Iraq e dell’Iran, ma anche in Asia Minore e in tutto il Vicino Oriente. L’Impero turco si ampliò a danno dell’Impero bizantino.

Fra il XIII e il XIV secolo, un’altra tribù turca, quella degli Ottomani, aveva soppiantato i Selgiuchidi. Gli Ottomani avavano ampliato il loro territorio verso Occidente, dando l’estremo assalto all’Impero bizantino. Il potere ottomano danneggiò pesantemente il commercio europeo nel Mediterraneo, ormai sempre più dominato da navi turche.

Nel 1453 gli Ottomani arrivarono addirittura a conquistare Costantinopoli. La presenza dei Turchi Ottomani sulle sponde del Mediterraneo impediva i traffici commerciali tra paesi europei e Oriente. Attraverso il mare arrivavano dall’Asia in Europa oro, sete e pietre preziose, sostanze coloranti, nonché le spezie indispensabili per l’alimentazione e per l’arte farmaceutica come pepe, cannella, noce moscata, chiodi di garofano, zenzero e altro; queste merci erano commerciate sui mercati europei dai veneziani che avevano concluso accordi commerciali con i turchi.

I portoghesi e gli spagnoli mal sopportavano questo monopolio veneziano.

Inoltre l’aumento della popolazione e il conseguente aumento dei consumi, rendeva necessario l’incremento delle importazioni dall’Oriente in quantità maggiore rispetto al passato. Aumentarono anche le richieste di beni di lusso; in molti casi gli stessi prìncipi nazionali furono interessati ad accrescere la ricchezza dei propri sudditi non solo per ottenere un più convinto consenso alla loro politica, ma anche per poter aumentare le tasse.

Le tasse erano sempre più necessarie poiché crescevano le spese di gestione dei diversi Paesi: la burocrazia, l’esercito, gli edifici principeschi e le opere d’arte commissionate richiedevano molto denaro.

Grazie allo sviluppo dei mezzi di navigazione, verso la fine del Medioevo iniziarono nuove esplorazioni via mare: si cercava una nuova rotta navale per raggiungere l’Oriente senza dover passare attraverso il Mediterraneo.

Alcune delle spezie che venivano importate dall’Oriente; da sinistra pepe, chiodi di garofano, noce moscata, cannella.
Il pepe: re delle spezie
Il pepe è stato da sempre una delle merci più importanti negli scambi commerciali: era già apprezzato nella Roma antica e anche Plinio, il celebre storico latino, ne parla nella sua Historia Naturalis precisando che proviene dall’India.
Per secoli il commercio del pepe e delle spezie in genere fu in mano agli Arabi. Intorno all’anno Mille, i mercanti italiani, seguendo anche le imprese dei crociati aprirono nuovi varchi e scali di approdo, soppiantando i mercati arabi.
La preziosa spezia responsabile della grande spinta verso i commerci con l’Estremo Oriente, giunse sui mercati di Venezia, Firenze e Pisa attraverso due vie principali: quella interna, che percorreva l’antica via della seta, e quella dell’oceano indiano.
Quando, grazie alle esplorazioni dei navigatori del XV secolo e in particolare dello spagnolo Vasco da Gama, venne circumnavigata l’Africa, si aprì una nuova rotta commerciale. Altre città come Lisbona, da cui Vasco da Gama era partito nel 1497, e Anversa, dove si accumulavano riserve di rame e argento provenienti dalle miniere tedesche con cui veniva pagato il pepe, si imposero così nel controllo di questo mercato.

Nuovi strumenti per la navigazione

Astrolabio – permette di misurare l’altezza degli astri sull’orizzonte e di conoscere approssimativamente, la latitudine a cui l’osservatore si trova
sulla superficie terrestre. Può anche determinare l’ora locale se si conosce la latitudine, o viceversa.

Carte nautiche – fornivano indicazioni sulla forma delle coste, sulle correnti marine.

Portolani – carte nautiche che segnalano la presenza di porti. Il nome deriva dalla parola latina portus, porto. Si tratta di una carta per la navigazione costiera e portuale, costruita in base all’esperienza e all’osservazione. Contiene informazioni relative ai porti, ai punti d’approdo e altre informazioni relative ad un’area costiera. L’introduzione del portolano risale al XIII secolo, prima in Italia e successivamente in Spagna.

Portolano Europa

Bussola – permette di mantenere la rotta grazie all’indicazione del Nord; era già nota ai Cinesi dal secondo millennio a.C., fu utilizzata
dagli Amalfitani per primi nel Mediterraneo nel XIII secolo.

Scandaglio – è il primo e più rudimentale strumento per navigare. Può essere costituito o da una lunga pertica di legno per saggiare il fondo oppure da un peso di piombo attaccato a una pertica che avea nodi a distanza regolare in modo da stimare la profondità delle acque. In alcuni casi il piombo era cavo e aveva una colla o grasso spalmato all’interno, in modo da riuscire anche a prelevare del materiale dal fondo marino come sabbia o alghe.

Nave tonda a vela – lo scafo era fatto, non più con semplici tavole inchiodate fra loro, bensì con armature sostenute da costoloni di legno; le navi erano quindi più solide e maneggevoli e permettevano di superare distanze sempre più rilevanti; il timone venne portato a poppa e sia la poppa che la prua vennero rialzate per facilitare la navigazione anche in condizioni meteorologiche contrarie.

Caravella – Imbarcazione di piccole dimensioni, veloce e facilmente manovrabile; richiedeva un equipaggio ridotto e consentiva di imbarcare una maggiore quantità di provviste, per la lunga navigazione.

Caravella

Nuove vie per le Indie

I primi che cercarono di raggiungere l’Oriente via mare furono i fratelli genovesi Ugolino e Guido Vivaldi, che nel 1291 tentarono di raggiungere l’Oceano Indiano oltrepassando lo stretto di Gibilterra. Essi però non rientrarono mai dall’avventuroso viaggio.

Ebbero comunque il merito di avere iniziato le ricerche per scoprire la “via delle Indie”, la via cioè di quel luogo favoloso che gli uomini dell’Europa medievale consideravano il “Paese dell’oro”, dove si diceva che le ricchezze fossero sparse entro gli sfavillanti palazzi descritti da Marco Polo.

Le esplorazioni continuarono e molti altri navigatori impiegarono la loro vita a cercare rotte, porti e nuove terre.

Tra i più importanti navigatori ricordiamo:

  • il portoghese Bartolomeo Diaz (1450-1500), che nel 1488 raggiunse la punta estrema meridionale dell’Africa, detta Capo delle Tempeste e poi significativamente Capo di Buona Speranza.
  • un altro portoghese, Vasco da Gama (1469-1524), che alcuni anni dopo, nel 1498, circumnavigò l’Africa raggiungendo Càlicut (oggi Koshikode) nell’India meridionale.
L’Africa in una carta portoghese del XVI secolo.
Lungo le coste sono segnati gli empori commerciali con le bandiere delle nazioni di appartenenza.

Rispondi alle seguenti domande

1. Chi erano gli Ottomani e dove si stanziarono?
2. Quando avvennero i primi viaggi di esplorazione verso regioni sconosciute?
3. Quali strumenti permisero le esplorazioni?
4. Di chi fu il primo tentativo di raggiungere l’Oriente via mare e come si concluse?
5. Quali furono le cause che determinarono la ricerca di nuove vie per raggiungere l’Oriente?
6. Perché Spagna e Portogallo cercarono una nuova via per le Indie?

Cristoforo Colombo

Prima che Vasco da Gama circumnavigasse l’Africa e aprisse così la nuova via commerciale per l’Oriente, il genovese Cristoforo Colombo (1451-1506) attraversò l’oceano Atlantico e scoprì un nuovo continente.

La storia di Cristoforo Colombo

Colombo, per la verità, non cercava una nuova terra ma solo una nuova via per le Indie: voleva raggiungere i paesi d’Oriente puntando dritto verso Ovest invece che circumnavigando l’Africa. Il suo progetto si basava sul principio della sfericità della Terra e sui calcoli del matematico fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli (1397-1482). Si era però convinto che la circonferenza terrestre fosse molto inferiore alla realtà. Per questo Colombo riteneva che la traversata verso Occidente sarebbe stata relativamente breve. Il suo errore lo indusse ad affrontare un mare mai attraversato prima.

La lezione di Barbero

Il sostegno dei reali di Spagna

In un primo momento Colombo aveva illustrato i suoi progetti alla repubblica di Genova e al re del Portogallo, ma inutilmente. Si era quindi
recato in Spagna e aveva ottenuto dalla regina Isabella di Castiglia e dal re Ferdinando di Aragona tre piccole navi, la Pinta, la Niña e la Santa Maria, con 90 uomini d’equipaggio in tutto.

Grazie a questa missione, i sovrani di Spagna speravano di porre un freno alla potenza marittima portoghese.

Un viaggio straordinario

Colombo salpò il 3 agosto 1492 dal porto di Palos. Quella straordinaria avventura si protrasse per oltre due mesi, fra il crescente scoraggiamento
degli equipaggi.

Per risolvere il problema della navigazione nell’Atlantico era necessario conoscere il regime dei venti alisei che soffiano in modo regolare, da nord-est e da sud-est, nella zona fra i tropici e l’Equatore.
Per attraversare quella zona, come si doveva fare nel viaggio fra il Portogallo e le Indie, era necessario che le navi si lasciassero spingere verso occidente fino in vista della costa brasiliana prima di virare a est riavvicinandosi all’Africa all’altezza del capo di Buona Speranza. Anche nel viaggio di ritorno bisognava compiere una manovra analoga, ma più a nord, staccandosi dalla costa africana all’altezza di Capo Verde, dopo aver tagliato il golfo di Guinea.
La rotta classica fra il Portogallo e le Indie, andata e ritorno, disegnava così un grande otto: più panciuto nella parte bassa, dove andava a lambire le coste brasiliane, e più ristretto nella parte alta dove, prima di tornare verso la costa portoghese, le navi facevano generalmente scalo alle Azzorre.

Il viaggio si concluse il 12 ottobre 1492 quando i naviganti presero possesso di una piccola isola dell’arcipelago delle Bahamas nell’America settentrionale in nome dei sovrani spagnoli. L’isola fu ribattezzata da Colombo San Salvador. Quindi, proseguendo il viaggio, scoprì le isole di Cuba e di Haiti.

Ma Cristoforo Colombo era convinto di avere raggiunto l’Asia: ecco perché egli chiamò “Indie Occidentali” la nuova terra scoperta e “indiani” i suoi abitanti. Con le conquiste di Colombo iniziava la presa di possesso spagnola del continente americano.

Lo sbarco di Colombo sull’isola di San Salvador sotto lo sguardo stupito degli indigeni,
descritto in un’incisione del XVII secolo
Ricostruzione della Niña, la più piccola caravella impiegata nella prima
spedizione di Colombo. Era la preferita del genovese e, non a caso, l’unica a far
ritorno e ad avere in seguito una lunga vita operativa.
Lo spaccato della Niña mostra la distribuzione del carico di provviste alimentari.
Le dimensioni della nave erano ottimali, perché necessitava di un equipaggio ridotto, ed era abbastanza capiente da imbarcare acqua e provviste bastevoli per le lunghe traversate oceaniche.

Le altre spedizioni di Colombo

Colombo tornò nel nuovo continente per altre tre volte, scoprì le Antille e la costa nord dell’America meridionale, tra l’Honduras e le foci dell’Orinoco pensando di essere nelle Indie. Forse soltanto nell’ultimo viaggio ebbe il dubbio di trovarsi di fronte a un nuovo continente. Nel novembre del 1504 tornò definitivamente in Spagna, dove morì il 27 maggio 1506.

Vespucci dopo Colombo

Altri navigatori seguirono la via aperta da Colombo:

  • il veneziano Giovanni Caboto (1450-1498), al servizio dell’Inghilterra, scoprì tra il 1497 e il 1498 le coste di Terranova e del
    Canada;
  • il portoghese Pedro Alvares Cabral (1467- 1526), raggiunse nel 1500 le coste del Brasile;
  • il fiorentino Amerigo Vespucci (1454-1512) dopo due viaggi condotti tra il 1499 e il 1502 per conto del re del Portogallo, scrisse una documentata relazione sulle terre scoperte.

Sulla base di questa relazione un geografo tedesco chiamò le nuove regioni America terra o America, dal nome di colui che le aveva descritte per primo. Fu lo spagnolo Vasco Núñez de Balboa (1475-1517) a dare la conferma che si trattasse di un nuovo continente: infatti, nel 1513, superò l’istmo di Panama, scoprendo un oceano ancora ignoto e sterminato.

Ferdinando Magellano e la circumnavigazione del globo

Nel 1519, il navigatore portoghese Ferdinando Magellano (1480-1521), per conto della Spagna costeggiò, l’America meridionale. Quindi raggiunse
e superò lo stretto che ancora oggi reca il suo nome e si avventurò nel
nuovo oceano, che chiamò Pacifico per l’eccezionale tranquillità dimostrata
dalle acque in quella occasione.

Poi l’equipaggio, decimato dagli stenti e dalle malattie, raggiunse le isole Filippine, chiamate così in onore del re di Spagna Filippo II: lì Magellano fu ucciso dagli indigeni.

I pochi compagni sopravvissuti (18 su 234) continuarono la navigazione attraverso gli oceani Indiano e Atlantico e raggiunsero nel settembre del 1522 la costa spagnola.

Fra essi vi era il vicentino Antonio Pigafetta (1480-1534), divenuto poi famoso per aver scritto il diario del primo viaggio di circumnavigazione del globo. Va ricordata anche l’esplorazione dell’estuario del fiume San Lorenzo (America settentrionale) compiuta nel 1524 dal fiorentino Giovanni da Verrazzano (1485-1528).

La vera scoperta del XVI secolo non fu quella del continente americano, che ovviamente era già stato scoperto molto tempo prima dalle popolazioni che vi erano giunte dall’Asia e lo avevano abitato, ma quella degli europei che si accorsero di essere giunti non sulle coste dell’India ma in una terra a loro sconosciuta. Colombo non si liberò mai dal pregiudizio che gli faceva vedere Indie e indiani nelle isole dei Caraibi; Vespucci ebbe il merito di dichiarare per primo, pubblicamente, che quella al di là dell’Atlantico era una terra fino ad allora sconosciuta; ma fu Magellano a realizzare il viaggio che Colombo aveva pensato di compiere.
FONTE https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/cartografia/c03_04.html

Francia e Inghilterra nel Nuovo Mondo

I viaggi di esplorazione non terminarono. Fra il 1535 e il 1536 il navigatore francese Jacques Cartier (1491- 1557), in nome della Francia, scoprì il Québec, nell’America settentrionale. Poco più a Sud l’Inghilterra metteva piede sulla fascia della costa atlantica che sarebba divenuta il nucleo degli Stati Uniti d’America.

Le civiltà precolombiane

Qual era la situazione del “nuovo mondo” prima che Colombo vi giungesse?
Nelle regioni settentrionali la popolazione era assai scarsa e per lo più costituita da piccole comunità di cacciatori nomadi che verranno chiamati “Pellerossa”.
Nelle regioni centrali, invece, si erano sviluppate già molti secoli prima dell’arrivo degli Spagnoli due fiorenti civiltà:

  • quella dei Maya in quasi tutto l’attuale Guatemala e nella grande penisola dello Yucatán;
  • quella degli Aztechi sugli altopiani del Messico.

Nelle vaste regioni meridionali, in particolare lungo il versante marittimo
della catena delle Ande, nel territorio che oggi si estende dalla Colombia sino al Cile, fioriva invece fin dal XIII secolo un’altra civiltà, quella degli Incas, bene organizzata, evoluta e ricca di vaste riserve minerarie (oro e rame).

Distribuita su un territorio molto vasto, la popolazione americana aveva una densità ridotta ed era dedita a forme economiche primitive (caccia, raccolta, agricoltura nomade). Tuttavia nella penisola dello Yucatan, sull’altopiano messicano e lungo la cordigliera andina si erano sviluppate le civiltà agricole dei maya, degli aztechi e degli inca.

La civiltà Maya

I Maya, popolo di antichissima origine, erano suddivisi in piccole comunità
dedite soprattutto alla coltivazione del mais.

La loro vita ruotava attorno a città-santuari dove

  • risiedevano solo i sacerdoti,
  • si tenevano i mercati,
  • si amministrava la giustizia.

Avevano una profonda conoscenza delle scienze astronomiche, fisiche e matematiche. Sembra che avessero inventato l’uso dello zero ben settecento anni prima che in occidente. Utilizzavano un
sistema di scrittura geroglifica ancora oggi non del tutto decifrato.

Vissero il periodo di maggiore splendore all’epoca del cosiddetto Antico
Impero (III-X secolo), a cui subentrò un lento ma inesorabile declino
per cause ancora oggi non chiare. Un periodo di vera “rinascita” si ebbe all’epoca del Nuovo Impero, quando alcune tribù Maya riuscirono a riportare la prosperità nel Paese sino alla fine del XII secolo. Poi molte guerre civili segnarono il declino della civiltà dei Maya.

Alle guerre si aggiunsero le epidemie di vaiolo, la gravissima malattia importata dal 1511 dai colonizzatori.

Per questo fu facile per gli spagnoli, attratti dalle ricche miniere d’oro e d’argento della zona, conquistare quasi senza combattere anche gli ultimi centri di quel popolo. La conquista pagnola avvenne tra il 1524 e il 1546.

Immagini www.wikipedia.org

Gli Aztechi

Gli Aztechi arrivarono in Messico intorno alla metà del XIII secolo. Durante il XIV e il XV secolo avevano esteso il proprio dominio su quasi tutte le tribù del Messico centrale. La capitale del regno azteco era Tenochtitlán, l’attuale Città del Messico.

Gli Aztechi erano un popolo dalle spiccate tendenze militari, la società era
strutturata in clan. Gestiva la vita della comunità il consiglio di anziani, dalla distribuzione delle terre alle famiglie fino alle feste religiose. ùAl vertice dell’organizzazione statale vi era un re, eletto dal consiglio.

Tuttavia, col passare del tempo, finirono per dominare il paese alcune famiglie più ricche e più potenti di altre.

Un sacrificio umano degli Aztechi; da una copia spagnola del XVI
secolo di un antico codice azteco oggi perduto.

La religiosità di questo popolo ha colpito il mondo occidentale per la pratica cruenta dei sacrifici umani. Gli Aztechi erano convinti di fare così dono agli astri e in particolare al Dio-Sole di “giorno e della notte.

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L’Impero degli Incas

Nel XIII secolo, nel vasto territorio delle Ande che si estende dalla Colombia fino al Cile, era sorto l’unico vero Impero dell’America antica: quello comunemente detto “Impero degli Incas”. Giunto al massimo sviluppo tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, presentava al vertice dello Stato un re, considerato di origine divina: nelle sue mani era concentrato il potere politico unito alla potente classe sacerdotale.

Gli Incas si dimostrarono abili ingegneri costruendo fortezze e soprattutto una fitta rete stradale che partiva dalla capitale Cuzco, eretta a 3400 metri. La rete stradale favoriva i commerci basati sui prodotti artigianali e soprattutto su quelli agricoli, come la patata.

Gli Incas adoravano varie divinità, soprattutto gli astri e in particolare
Sole-Luna, principio di ogni forma di vita. Non mancavano i sacrifici cruenti, dove la vittima era di solito il lama, l’animale domestico più utile. Solo eccezionalmente venivano sacrificati bambini e vergini, considerati elementi puri e quindi sacri.

I conquistadóres nel Nuovo Continente

Inizialmente, per poter conoscere il “nuovo mondo” in tutti i suoi aspetti, i sovrani europei organizzarono spedizioni a scopo esplorativo.

Ben presto agli “esploratori” si affiancarono i conquistadóres, uomini violenti e senza scrupoli, che si recavano nelle nuove terre spinti dal desiderio di un rapido e facile arricchimento.

Il più famoso tra essi fu Hernán Cortés (1485-1547). Alla testa di poche centinaia di uomini dotati di armi da fuoco, tra il 1519 e il 1521, Cortés riuscì a occupare la vasta e ricca regione del Messico, abitata dagli Aztechi, sui quali regnava Montezuma II.

Lo spagnolo, che era convinto di doversi battere con dei selvaggi, capì ben presto di trovarsi di fronte a un popolo progredito e civile. Questo non gli impedì di sottomettere l’intera regione, attraverso la violenza e la perfidia.

Cortés ebbe gioco facile con gli Aztechi che rimasero sbigottiti di fronte all’uso di cani addestrati al combattimento e di cavalli, non avevano mai visto nulla si simile prima di allora.

Tra essi si diffuse inoltre la convinzione che gli “uomini barbuti”, venuti
dal mare e dotati di impenetrabili corazze di ferro e di armi da fuoco sterminatrici, fossero degli esseri di natura divina.

Pochi anni dopo (1531-1536) gli spagnoli Francisco Pizarro (1475-1541) e Diego de Almagro (1475-1538) abbatterono a loro volta il ricco e civilissimo impero degli Incas nel territorio delle Ande.

Quasi nello stesso tempo, tra il 1524 e il 1546, un identico destino nell’America centrale toccò ai Maya, i cui ultimi centri di resistenza vennero debellati dagli Spagnoli agli ordini di Francisco de Montejo (1479-1549 circa).

Le encomiendas

Alla conquista dei territori da parte dei conquistadóres seguì l’intervento della monarchia spagnola, che cercò di gestire sia i rapporti con gli indigeni sia i commerci d’oltremare.

Il re “concedeva” ai conquistatori estesi territori, le encomiendas,
che essi potevano sfruttare grazie al lavoro della manodopera locale. In cambio i conquistadores dovevano garantire la protezione degli
indigeni e la loro cristianizzazione.

Ben presto il colonialismo spagnolo assunse l’aspetto di un barbaro sfruttamento, il più barbaro sfruttamento che la storia dell’Occidente ricordi. Con il pretesto della diffusione del Cristianesimo, chi riceveva l’encomienda si considerava il padrone delle terre e si permetteva ogni sorta di sopruso e di violenza sulle popolazioni indigene.

Diffusione della schiavitù e sterminio degli Indios

Le condizioni di vita degli indigeni si aggravarono ulteriormente con:

  • la scoperta delle ricchissime miniere d’oro e d’argento, che vennero sfruttate in maniera selvaggia,
  • la coltivazione delle piantagioni di canna da zucchero prima e di caffè, cacao e tabacco dopo.

Queste attività richiedevano tanta manodopera. Per questo venne avviata un’altra terribile disumana pratica: il commercio degli schiavi africani. Tale commercio fu praticato dai Portoghesi fin dall’inizio del secolo XVI e si diffuse poi anche tra le altre potenze europee.

Le popolazioni indigene si erano ridotte notevolmente per diverse cause:

  • i lavori estremamente pesanti a cui erano sottoposti,
  • le malattie importate dagli Europei.

In pochi anni intere popolazioni arrivarono quasi a scomparire: ad esempio, gli Aztechi, in Messico, prima dell’arrivo degli spagnoli erano circa 25 milioni, un secolo dopo erano ridotti a poco più di un milione di individui.

Il ruolo dei missionari

Le cose non mutarono neanche in seguito alle denunce dei missionari spagnoli, fra i quali emerse il domenicano Bartolomeo de Las Casas (1474-1566).

Nel 1540 il sovrano di Spagna decise di creare due Vicereami allo copo
di amministrare meglio i territori conquistati:

  • quello della Nuova Spagna, attuale Messico,
  • quello del Perú nel 1542.

Per difendere gli indigeni contro lo sfruttamento, nel 1542 furono anche introdotte le cosiddette Nuove Leggi. Vennero anche fondati speciali
tribunali per punire ogni forma di abuso. Per quanto queste misure possano sembrare meritorie, esse erano necessarie alla monarchia per motivi politici: infatti la monarchia non poteva permettere che i nuovi territori sfuggissero al suo controllo, con il rischio di recare danni incalcolabili al proprio prestigio e alla propria economia.

Nonostante le leggi in difesa degli indigeni, le condizioni delle popolazioni non migliorarono perché le leggi in loro difesa non vennero rispettate.

Schiavi indios al lavoro nella miniera d’argento di Potosi in Bolivia; stampa del Cinquecento basata sul resoconto di un missionario.

Dopo la scoperta dell’America

La scoperta dell’America portò profonde trasformazioni economiche in Europa:

  • il traffico commerciale si spostò dal Mediterraneo all’Atlantico; questo comportò gravissimi danni all’economia dei Paesi mediterranei;
  • i paesi che si affacciavano sull’Oceano Atlantico, fino ad allora esclusi dalle rotte verso l’Oriente, si arricchirono notevolmente;
  • si svilupparono le marine mercantili;
  • arrivarono in Europa enormi quantità di oro e di argento che, trasformate in denaro, provocarono l’aumento dei prezzi;
  • la produzione agricola europea cambiò grazie all’arrivo nel vecchio continente di prodotti sino ad allora sconosciuti come mais, pomodoro, patata, tabacco;
  • furono trapiantate in America nuove coltivazioni di prodotti europei come la vite, il lino, la canapa, il caffè.


Dal punto di vista politico si formarono vasti imperi coloniali
che in tempi brevi si scontrarono fra loro per assicurarsi il
predominio sulle nuove terre. Dal punto di vista sociale i cambiamenti
riguardarono prima di tutto:
• la tendenza all’emigrazione, sia per cercare nuove terre e benessere,
sia per sfuggire alle persecuzioni politiche o religiose;
• la sempre maggiore importanza della ricca borghesia;
• l’estinzione di molte popolazioni dell’America centro-meridionale
e l’importazione in America di schiavi neri dall’Africa.

Il trattato di Tordesillas

Dopo il ritorno di Colombo dal suo primo viaggio, la Spagna e il Portogallo si disputarono sia i territori scoperti che quelli ancora da scoprire.

Per risolvere la questione firmarono, per volontà del Papato, il trattato
di Tordesillas (1494), che divideva il mondo in due emisferi.

Fonte www.wikipedia.org

La linea di demarcazione correva lungo il meridiano posto a circa 46°37’ di latitudine Ovest. Le terre scoperte a Ovest di tale linea sarebbero appartenute alla Spagna, quelle a Est al Portogallo. Ad ogni altra potenza europea era fatto divieto di occupare territori fuori dall’Europa.
Questo accordo non eliminò le controversie, anche perché a quel tempo non si sapeva calcolare con precisione la longitudine.

Si scatenò infatti una guerra di corsari da parte di Inghilterra, Francia e Olanda. Questi paesi inoltre intensificarono le loro conquiste in tutti i continenti.

Dopo circa 35 anni, Papato, Spagna e Portogallo furono costretti a
rinunciare a queste loro assurde pretese di divisione del mondo.

Approfondimento – Alla scoperta dell’altro

La scoperta del Nuovo Mondo costituisce una vera rivoluzione perché cambia per sempre la vita della cultura e della società occidentale. Infatti questa nuova scoperta estende tutti gli orizzonti dell’Europa. Tutto cambia, a partire dall’immagine del mondo che era stata elaborata dall’uomo occidentale. 

Dal Cinquecento il cambiamento è progressivo e interessa tutti gli aspetti della civiltà occidentale. 

In campo religioso e culturale la scoperta dell’America costringe a riflettere in modo nuovo sul problema dell’Altro, su colui che si presenta come totalmente diverso agli occhi degli europei. 

Si ritiene che solo in seguito alla scoperta dell’America l’uomo occidentale si sia effettivamente incontrato con l’Altro

Prima, la società europea non aveva conosciuto direttamente altre popolazioni. Infatti ad esempio, Indiani, Cinesi e Giapponesi erano popolazione lontane dall’Europa con cui non erano attivate molte relazioni. 

Per quanto riguarda le popolazioni arabe e turche invece, queste appartenevano alla cultura mediterranea, cultura condivisa dai popoli europei. Anche se con esse c’erano stati feroci scontri, tutti condividevano il monoteismo e la cultura del libro e intrattenevano costanti e proficue relazioni commerciali. Inoltre, sul piano culturale, dal mondo arabo erano arrivati contributi che l’Europa cristiana aveva fatto propri. Per quanto riguarda la cultura greca antica, ad esempio, molti testi erano arrivati in Occidente grazie alla mediazione degli Arabi. Ma anche sul piano artistico e scientifico la cultura araba aveva influenzato quella europea. 

L’esplorazione del Nuovo Mondo pone invece i conquistatori a confronto con comunità umane e tradizioni totalmente estranee alla civiltà europea. A queste novità la cultura europea risponde in due modi.

Da una parte, di fronte alle culture “altre”, vengono affermati:

  • l’eurocentrismo, 
  • l’idea della “superiorità” dell’uomo bianco,
  • l’idea della “superiorità” della civiltà occidentale. 

La cultura occidentale è considerata infatti l’unica vera civiltà; tutte le altre culture sono ritenute inferiori. Per questo motivo gli europei ritengono che queste popolazioni, ritenute selvagge, possano essere sottomesse e ridotte in schiavitù. 

Dall’altra parte un’esigua minoranza di pensatori,  che diverrà però via via più estesa, riconosce la pluralità culturale e afferma che tutte le culture abbiano la stessa dignità. Questa tendenza porta, nel Settecento, a idealizzare il “selvaggio”, considerandolo come espressione dell’uomo naturale da cui l’uomo civile si era via via allontanato. 

L’illuminista Rousseau critica la civiltà del Vecchio Continente e contrappone il mito del buon selvaggio alla cultura ipocrita e corrotta dell’Occidente. Da questo pensiero deriva una tendenza a mettere in discussione sia l’eurocentrismo che la validità di alcune “certezze” consolidate della cultura occidentale europea. 

Tra il Quattrocento e il Seicento la realtà delle popolazioni del Nuovo Mondo suscita interrogativi e reazioni di segno opposto fra teologi, missionari e letterati, mentre il pensiero filosofico non registra in quest’epoca particolari prese di posizione. 

Ci si pongono molte domande.

  • La natura degli indigeni è primitiva, rozza e malvagia, oppure essi possiedono qualità e virtù che gli Occidentali hanno perso? 
  • Il “selvaggio” è “buono” o “cattivo”? 
  • I “selvaggi” sono uomini oppure no? 
  • Hanno un’anima? 
  • Il messaggio cristiano riguarda anche loro?

Il concetto di Altro 

Nella filosofia contemporanea la nozione di Altro assume diversi significati come “Dio”, la “differenza” o il “prossimo”. Il concetto di “prossimo” assume – in alcuni pensatori – un contenuto etico, poiché afferma la differenza, la peculiarità dell’altro uomo rispetto a colui che ne parla e lo pensa. Questa alterità richiede di essere riconosciuta, rispettata, valorizzata.

Nel pensiero occidentale, per molto tempo, non si era considerata la diversità dell’Altro, le differenze erano state negate e l’Altro era stato inglobato nella visione del mondo europea. Ma progressivamente si è sviluppato un movimento di riconoscimento dell’Altro che ha portato al riconoscimento dell’altro come soggetto con cui instaurare un confronto, un dialogo alla pari per uno scambio interculturale.

Cosa dicono gli europei dell’epoca dei popoli incontrati?

Doc. 1 – Sono uomini intelligenti e buoni – De Las Casas

Tutta questa gente di ogni genere fu creata da Dio senza malvagità e senza doppiezze, obbedientissima ai suoi signori naturali e ai cristiani, ai quali prestano servizio; la gente più umile, più paziente, più pacifica e quieta che ci sia al mondo, senza alterchi né tumulti, senza risse, lamentazioni, rancori, odi, progetti di vendetta. 
Sono nello stesso tempo la gente più delicata, fiacca, debole di costituzione, che meno può sopportare le fatiche e che più facilmente muore di qualunque malattia. […] 
Sono anche gente poverissima, e che non possiede, né vuole possedere beni temporali; e per questo non è superba, né ambiziosa, né cupida. Il loro cibo è tale che quello dei santi padri nel deserto non pare essere stato più ridotto, né più spiacevole e povero. […] La loro intelligenza è limpida, sgombera e viva: sono molto capaci, e docili ad ogni buona dottrina, adattissimi a ricevere la nostra santa fede cattolica, e ad assumere costumi virtuosi; anzi, sono la gente più adatta a ciò che Dio creò nel mondo. 
E una volta che cominciano ad avere notizie delle cose della fede, diventano tanto impazienti di conoscerle, e praticare i sacramenti della Chiesa e il culto divino, che – dico la verità – per sopportarli i religiosi debbono essere dotati molto abbondantemente da Dio del dono della pazienza. […] Tra queste pecore mansuete, dotate dal loro pastore e creatore delle qualità suddette, entrarono improvvisamente gli spagnoli, e le affrontarono come lupi, tigri o leoni crudelissimi da molti giorni affamati. E altro non han fatto, da quarant’anni fino ad oggi, ed oggi ancora fanno, se non disprezzarle, ucciderle, angustiarle, affliggerle, tormentarle e distruggerle con forme di crudeltà strane, nuove, varie, mai viste prima d’ora, né lette, né udite, alcune delle quali saranno in seguito descritte, ma ben poche in confronto alla loro quantità. 
Brevisima relación de la destrucción de las Indias (1552)

Doc. 2 – A loro modo hanno l’uso della ragione – De Vitoria

In realtà non sono idioti, ma hanno, a loro modo, l’uso della ragione. È evidente che hanno città debitamente rette, matrimoni ben definiti, magistrati, signori, leggi, professori, attività, commercio, tutto ciò che richiede l’uso di ragione. Inoltre hanno anche una forma di religione, e non sbagliano neppure nelle cose che sono evidenti ad altri, il che è un indizio di uso di ragione. 
De la potestad civil

Doc. 3 – Non sono nè barbari nè selvaggi – Montaigne

Ora mi sembra […] che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio. Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo: laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall’ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. […] Essi dunque mi sembrano barbari in quanto sono stati in scarsa misura modellati dallo spirito umano, e sono ancora molto vicini alla loro semplicità originaria. Li governano sempre le leggi naturali, non ancora troppo imbastardite dalle nostre. […] Mi dispiace che Licurgo e Platone non ne abbiano avuto conoscenza, perché mi sembra che ciò che vediamo per esperienza in quelle popolazioni sorpassi non soltanto tutte le rappresentazioni con le quali la poesia ha abbellito l’età dell’oro e tutte le invenzioni atte ad immaginare una felice condizione degli uomini, ma anche la concezione e il desiderio stesso della filosofia.
 Essi non poterono immaginare una ingenuità così pura e semplice, come noi la vediamo per esperienza; né poterono credere che la nostra società potesse mantenersi con così pochi artifici e legami umani. 
Saggi, I, 31

Documento 4 – Chi sono i veri selvaggi? – Voltaire

Col nome “selvaggi” intendete designare uomini rustici che vivono in capanne con le femmine e qualche animale, esposti incessantemente a tutte le intemperie delle stagioni, che conoscono soltanto la terra che li nutre e il mercato dove vanno talvolta a vendere le loro derrate per acquistarvi qualche abito grossolano, che parlano un gergo che non viene compreso nelle città, che hanno poche idee e, di conseguenza, poche espressioni, sottomessi, senza che sappiano il perché, a un uomo di penna, al quale portano ogni anno la metà di ciò che hanno ricavato col sudore della loro fronte, che si radunano, certi giorni, in una specie di fienile per celebrarvi cerimonie di cui non comprendono nulla, ascoltando un uomo vestito diversamente da loro e che essi non capiscono, che talvolta, quando rulla il tamburo, abbandonano il loro focolare e si impegnano ad andare a farsi ammazzare in una terra straniera, e a uccidere dei loro simili, per un quarto di ciò che possono guadagnare a casa loro lavorando? 
Di questo genere di selvaggi è piena tutta l’Europa. 
Piuttosto bisogna convenire che i popoli del Canada e i Cafri, che abbiamo voluto chiamare selvaggi, sono infinitamente superiori ai nostri. L’Urone, l’Algonchino, l’abitante dell’Illinois, il Cafro, l’Ottentotto, posseggono l’arte di fabbricare da sé tutto ciò di cui hanno bisogno, e quest’arte manca ai nostri contadini. 
I popoli dell’America e dell’Africa sono liberi, e i nostri selvaggi non hanno neppure l’idea della libertà. I pretesi selvaggi dell’America sono sovrani che ricevono ambasciatori delle nostre colonie trapiantati presso di loro dall’avarizia e dalla leggerezza. Conoscono bene l’onore, di cui i nostri selvaggi d’Europa non hanno mai sentito parlare. Hanno una patria che amano e difendono, stipulano trattati, si battono con coraggio, e parlano spesso con eroica energia. C’è forse una risposta più bella, nei Grandi uomini di Plutarco, di quella di quel capo canadese a cui una nazione europea propose di cederle il suo patrimonio? “Noi siamo nati su questa terra, i nostri padri vi sono seppelliti; dovremmo dire noi alle ossa dei nostri padri levatevi, e venite con noi in una terra straniera?”
Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni

Doc. 5 – Il buon selvaggio – Rousseau

In realtà, nulla vi è di più dolce dell’uomo nel suo stato primitivo, allorché, posto dalla natura a uguale distanza dalla stupidità dei bruti e dai lumi funesti dell’uomo civile, e spinto unicamente, sia dall’istinto che dalla ragione, a difendersi dal male che lo minaccia, egli è trattenuto dal fare del male ad alcuno dalla pietà naturale e non vi è spinto da nulla, neppure dopo averne ricevuto. […] Finché gli uomini si sono accontentati delle loro rustiche capanne, finché si sono limitati a cucire i loro abiti fatti di pelli con spine o lische, ad adornarsi di piume e di conchiglie, a dipingersi il corpo di diversi colori, a perfezionare o abbellire i loro archi e le loro frecce, a costruire con pietre taglienti qualche canotto da pescatore o qualche rozzo strumento musicale; in breve, finché si sono applicati solo ad opere che un uomo poteva fare da solo, ad arti che non richiedevano il concorso di molte mani, essi sono vissuti liberi, sani, buoni e felici, nella misura in cui potevano esserlo secondo la loro natura, ed hanno continuato a godere tra loro delle dolcezze di un rapporto indipendente. 
Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini.

Scrivi

Dopo aver letto i documenti:

  • fai un breve riassunto di ognuno dei contributi;
  • elabora una tua riflessione personale.

Fonti

  • Antonio Brancati Trebi Pagliarani; Tanti tempi, una storia; Edizionemista, La nuova Italia
  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html
  • www.wikipedia.org
  • Fossati Lupi Zanette, Parlare di storia, Pearson Edizioni scolastiche Bruno Mondadori
  • http://web.tiscali.it/freina/aztechi.htm
  • https://it.wikipedia.org
  • http://www.ilportaledelsud.org/bussola.htm
  • http://www.testisemplificati.com/scoperta-america.html
  • http://www.altrastoria.it/2018/04/10/scoperta-america-cristoforo-colombo-retrodatazione/
  • https://divulgazione.uai.it/index.php/Il_cielo_dei_navigatori_-_Alla_scoperta_del_Nuovo_Mondo
  • https://www.gqitalia.it/news/article/recuperato-piu-antico-astrolabio-del-mondo-vasco-de-gama •https://www.vitantica.net/2018/01/25/la-bussola-antica-dal-feng-shui-allepoca-delle-grandi-esplorazioni/
  • http://www.centroitaliavela.it/2012/03/il-sestante.html
  • https://www.galatamuseodelmare.it/gli-strumenti-nautici-ai-tempi-cristoforo-colombo/
  • https://biografieonline.it
  • https://www.nauticareport.it/dettnews/report/ferdinando_magellano_il_giro_del_mondo_in_2_anni_11_mesi_e_17_giorni-6-4590/
  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html

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Età delle rivoluzioni Europa Ottocento

L’età della Restaurazione

Il periodo storico che va dal Congresso di Vienna del 1814-15 ai moti rivoluzionari del 1948 è detto comunemente età della Restaurazione.

Il congresso di Vienna

Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia in Francia viene restaurata la monarchia borbonica: sale al trono l’anziano e malato Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI. Tutte le potenze che avevano sconfitto Napoleone vogliono riportare al situazione dei loro stati a quella che c’era prima della rivoluzione francese. Di questa idea si fa portavoce il principe Klemens von Metternich. Questi propone alle quattro potenze che si erano opposte vittoriosamente a Napoleone, Austria, Prussia, Russia e Inghilterra, di convocare a Vienna un congresso al quale avrebbero partecipato tutti gli Stati europei, compresa la Francia.

Lo scopo era quello di determinare un nuovo e più duraturo assetto del continente, accordando le grandi potenze, per impedire che in futuro potessero esplodere altri conflitti di grande portata come quello insorto a seguito della rivoluzione francese.  

Il Congresso di Vienna si apre il 4 ottobre del 1814. Viene temporaneamente sospeso durante i Cento giorni del ritorno di Napoleone.

I cento giorni di Napoleone

Nel febbraio del 1815 Bonaparte riesce a fuggire dall’isola d’Elba e in marzo approda in Francia. Arriva a Parigi e, senza colpo ferire, si impadronisce della città, acclamato dai parigini.

Riesce a riorganizzare l’esercito, e si scontra in un’epica battaglia a Waterloo, dove viene definitivamente sconfitto da inglesi e prussiani il 18 giugno 1815. Successivamente viene esiliato nella lontana isoletta atlantica di S. Elena, dove muore il 5 maggio del 1821.

I capi di stato europei dovevano avere grande timore di Napoleone per esiliarlo in un luogo tanto lontano!

Gli atti finali del Congresso di Vienna

L’Atto finale del Congresso risale al 9 giugno 1815.

Con esso si di chiara universalmente l’abolizione della tratta degli schiavi.

Anche se ad esso partecipano tutti gli stati europei, le decisioni finali sono adottate dalle maggiori potenze vincitrici del conflitto contro Napoleone: Inghilterra, Russia, Austria e Prussia. 

Un ruolo notevole è svolto anche dalla Francia. Infatti, grazie all’abilità del rappresentante di Luigi XVIII, il visconte di Talleyrand, riesce a sfruttare a suo vantaggio i contrasti diplomatici sorti tra le potenze vincitrici. Ottiene quindi:

  • il ritorno dei Borboni in Francia,
  • evitare le perdite territoriali della Francia,
  • mantenere il prestigio della Francia come potenza europea.

I principi del congresso di Vienna

Le decisioni scaturite dai lavori del congresso sono ispirate a quattro principi.

Il principio di legittimità

I sovrani che sono stati provati dei loro troni dalle armate rivoluzionarie devono essere ripristinati.

Il principio dei compensi

Si deve garantire un adeguato compenso territoriale a quegli Stati che, per motivi politici, sono stati costretti a rinunciare a parti del loro territorio sotto la pressione di Napoleone. Tali compensi però non avrebbero dovuto alterare l’equilibrio europeo

Il principio dell’equilibrio

Concepito per favorire le grandi potenze, questo principio vuole creare attorno alla Francia una serie di Stati-cuscinetto con lo scopo al fine di bloccare eventuali nuove intensioni espansionistiche.  

Il principio di solidarietà

Le grandi dinastie europee, ad esclusione della Gran Bretagna, si impegnano a prestarsi reciproco soccorso in caso di nuovi tentativi di sconvolgimento dell’assetto europeo concordato a Vienna. 

La Santa Alleanza

La Santa Alleanza nasce nel settembre del 1815 per iniziativa dello zar Alessandro I e viene sottoscritta da Austria, Prussia e Russia. 

Non vi aderiscono Inghilterra e Stato Pontificio.

L’Inghilterra considera l’accordo come uno strumento attuato per accrescere l’influenza russa in Europa. Lo stato Pontificio è diffidente verso lo strano legame istituito tra sovrani che professano diverse religioni:

  • l’imperatore austriaco è cattolico
  • il re di Prussia è protestante,
  • lo Zar è ortodosso.

Con la Santa Alleanza si afferma, per la prima volta il principio di intervento in base al quale gli Stati aderenti si impegnavano:

  • a prestarsi vicendevolmente aiuto,
  • ad intervenire per sedare qualsiasi sommossa che minacciasse l’assetto politico stabilito dal Congresso viennese.
FONTE: https://ilpretedelpopoloveneto.altervista.org/il-trattato-della-santa-alleanza-del-1815/

Quadruplice Alleanza

Una maggiore influenza sulle vicende politiche europee di quegli anni ebbe la Quadruplice Alleanza, sottoscritta da Austria, Gran Bretagna, Russia e Prussia nel novembre del 1815.

Essa prevedeva che le quattro grandi potenze si riunissero regolarmente in congressi per dibattere i vari problemi dell’ordine europeo.

l primo di questi incontri avvenne ad Aquisgrana nel 1818 per valutare l’adempimento da parte francese delle condizioni imposte dal trattato di pace. 

Questi accordi sottolineano che i paesi dell’Europa hanno maturato la consapevolezza che sia necessario istituire un sistema di rapporti internazionali in cui le stesse potenze potessero intervenire in tutta Europa con lo scopo di mantenere l’ordine europeo. Di conseguenza anche la politica interna di ciascun paese ne viene condizionata. Infatti se uno stato decideva di adottare istituzioni liberali, che andavano in contrasto con lo spirito conservatore del Congresso, doveva essere considerata una minaccia all’ordine restaurato.

Assetto europeo dopo il Congresso di Vienna

La sistemazione politica europea può essere così descritta: 

  • Austria controlla tutta l’Europa centro-orientale e parte dell’Italia;
  • Russia è saldamente attestata ad Oriente ed aperta all’Occidente con l’acquisto della Polonia, la Bessarabia e la Finlandia. 
  • Inghilterra, non ha interessi territoriali sul continente, ma è interessata al mantenimento della situazione e alla difesa dei propri interessi economici e coloniali oltre oceano; 
  • Francia, nonostante il ridimensionamento territoriale, rimane una forza militare, politica ed economica del nuovo ordine europeo. 
Mappa dell’Europa nel 1815. Situazione politica dopo il Congresso di Vienna nel giugno 1815. https://it.wikipedia.org/wiki/Congresso_di_Vienna#/media/File:Europe_1815_map_en.png


Il nuovo assetto europeo

  • Austria riacquista tutti gli antichi possedimenti e anche la Repubblica di Venezia. Il Belgio viene ceduto all’Olanda. L’imperatore d’Austria presiede anche Confederazione germanica. Raccoglie quindi l’eredità del Sacro Romano Impero dichiarato decaduto da Napoleone. Gli stati tedeschi, dopo un importante operazione di accorpamento vengono ridotti a 39 stati.  
  • Inghilterra non avanza rivendicazioni territoriali in Europa, ad esclusione di Malta e delle isole Ionie. Conserva le conquiste coloniali ottenute con le guerre napoleoniche, cioè il Sud Africa e Ceylon, ex colonie olandesi. 
  • Prussia si ingrandisce a spese della Sassonia e di altri territori sulle rive del Reno, il nuovo confine con la Francia. 
  • Russia ottiene gran parte della Polonia, la Finlandia e la Bessarabia. 
  • Francia, ricostituita in regno sotto Luigi XVIII, ritorna ai confini precedenti il 1789.
  • Olanda viene incorporata al Belgio e assume il nome di regno dei Paesi Bassi sotto la corona di Guglielmo d’Orange.
  • Svezia perde la Finlandia ottiene in cambio la Norvegia.
  • Danimarca, il cui re è rimasto troppo a lungo fedele a Napoleone, perde la Norvegia, ma riceve la Pomerania.
  • Svizzera viene riorganizzata in confederazione e gli altri Stati si impegnano a garantirne la neutralità. 

 L’assetto dell’Italia 

Dopo il 1815 l’assetto della penisola italica ritorna sostanzialmente, sotto le precedenti dinastie:

  • il Lombardo-Veneto con Venezia torna all’Austria e viene amministrato da un viceré; 
  • il regno di Sardegna è assegnato a Vittorio Emanuele I di Savoia e acquisisce i territori dell’ex repubblica di Genova in funzione anti-francese; 
  • il granducato di Toscana è assegnato a Ferdinando III d’Asburgo-Lorena; 
  • il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla è attribuito a Maria Luisa d’Austria, moglie di Napoleone; 
  • il ducato di Modena e Reggio è assegnato a Francesco IV d’Este;
  • la repubblica di San Marino vede riconosciuta la sua secolare indipendenza; 
  • lo Stato Pontificio rimane sotto il controllo del papato (con Pio VII);
  • il regno delle due Sicilie continua a essere retto da un Borbone, Ferdinando I. 

Conclusioni 

Il Congresso di Vienna va interpretato da diversi punti di vista.

Da un lato non si può negare che:

  • ha ripristinato l’Antico regime;
  • ha avuto carattere conservatore e antiliberale;
  • non ha tenuto conto del nuovo ruolo assunto dalla borghesia;
  • non ha considerato le aspirazioni nazionali dei popoli.

Non si può però negare che:

  • ha cercato di armonizzare i vecchi ordinamenti con le nuove istanze politiche, sociali e giuridiche;
  • ha mantenuto quasi ovunque il codice civile napoleonico che garantiva la tutela di principi di libertà ed eguaglianza;
  • ha cercato di garantire la pace in Europa.

Non bisogna dimenticare che l’assetto europeo stabilito al Congresso di Vienna fu duraturo tanto da garantire un secolo di pace nei rapporti tra gli Stati europei. Infatti nessuno dei conflitti che si verificarono tra il 1815 e il 1914 provocò gli sconvolgimenti politici, sociali e territoriali come l’età napoleonica. 

Ma è evidente che il carattere conservatore delle decisioni prese al congresso e il ripristino dell’arretrato antico regime rappresentarono un elemento di instabilità nei rapporti tra i sovrani e il popolo. Infatti la rivoluzione francese e lo stesso Napoleone avevano permesso di vivere un’esperienza politica molto più avanzata. Si erano accarezzati infatti alcuni principi molto moderni:

  • il principio democratico della sovranità del popolo;
  • il principio del rispetto della libertà e della dignità di ogni individuo.

Questo portò nel corso della prima metà dell’Ottocento all’esplosione di diffusi violenti moti rivoluzionari dove le rivendicazioni nazionali erano più forti.

Dopo il Congresso di Vienna

Francia

In Francia Luigi XVIII svolge un’azione moderatrice:

  • non revoca le confische rivoluzionarie ai danni della nobiltà e del clero, ma compensa i nobili delle confische subite durante la rivoluzione,
  • non abroga il Codice napoleonico,
  • il re rimane sovrano assoluto,
  • viene istituita una Camera rappresentativa, eletta da un elettorato scelto tra i ceti più elevati.

Il regime di Luigi XVIII si scontra costantemente con le spinte fortemente restauratrici dei sostenitori della monarchia più del re stesso. Dopo la seconda definitiva sconfitta di Napoleone si scatenano in Francia un’ondata di persecuzioni e di terrore (il cosiddetto terrore bianco). Questo consente loro di conquistare, in un primo momento, un’ampia maggioranza in parlamento. Ma il sovrano, per scongiurare altri moti rivoluzionari, scioglie le Camere e riesce a far eleggere un parlamento più moderato. 

Austria

In Austria la repressione è più aspra. Metternich si serve dell’apparato burocratico e poliziesco per ripristinare l’autorità assoluta dell’imperatore e schiacciare ogni desiderio autonomistico delle diverse etnie dell’impero. 

Confederazione germanica

Nella Confederazione germanica e in Prussia vengono aboliti tutti gli ordinamenti costituzionali introdotti precedentemente sui modelli francesi.

Russia

Nonostante le speranze di riforma, in breve tempo lo zar ritorna ai metodi dispotici. Alessandro I, infatti, figura tra i principali sostenitori della politica di intervento contro i successivi moti rivoluzionari scoppiati in Europa. 

Gran Bretagna 

Tra il 1815 e il 1830 l’Inghilterra è governata dal partito dei conservatori tories, partito composto prevalentemente da rappresentanti dell’aristocrazia terriera. L’altro maggiore partito, quello dei whigs, pur avendo la stessa base sociale, è più aperto ad istanze liberali. 

Le esigenze di rinnovamento di una nazione che stava attraversando profondi mutamenti economico-sociali erano interpretate dai radicali, che però, non avevano, in questo periodo, voce in parlamento ed erano considerati pericolosi demagoghi dagli altri schieramenti maggiori. 

Anche l’Inghilterra in questo periodo è percorsa da una ventata repressiva, al punto che, per fronteggiare le lotte operaie enfatizzata anche dalla grande carestia di quegli anni.

Le società segrete e i moti rivoluzionari

Le società segrete

Nelle monarchie restaurate il sistema repressivo della Santa Alleanza non permette alcuna forma di dissenso e proibisce ogni tipo di organizzazione politica che possa mettere in pericolo l’ordine e l’autorità costituita. 

Per questo gli oppositori del regime politico devono trovare un’alternativa, dal momento. Infatti, nonostante le repressione, le nuove idee diffuse dall’illuminismo e dalla rivoluzione continuano a girare.

Se la idee non possono girare liberamente, continuano quindi a girare nella clandestinità: iniziano quindi a formarsi le società segrete. 

I motivi ispiratori e gli obiettivi delle società segrete sono diversi, ma tutte le società segrete sono accomunante da caratteri comuni:

  • l’importanza attribuita al problema nazionale,
  • l’insofferenza nei confronti della dominazione straniera. 

Gli obiettivi fondamentali delle società segrete sono:

  • l’emanazione di carte costituzionali scritte;
  • la creazione di assemblee rappresentative, di parlamenti;
  • la libertà dei cittadini;
  • la fine dei regimi assolutistici.

Le società segrete sono espressione della piccola e media borghesia, ceti che aspirano all’affermazione sociale. Gli esponenti di queste classi sociali, che erano stati valorizzati da Napoleone, sono ora mortificati dai regimi restaurati. Infatti Napoleone aveva premiato il talento e le competenze dei cittadini e aveva aperto a tutti gli uomini capaci, la possibilità di fare carriera. 

Chi sono i membri delle società segrete

Gli affiliati delle sette sono soprattutto giovani borghesi e militari, ma ci sono anche esponenti della nobiltà, aperti alle nuove problematiche.

La più importante società segreta italiana, diffusa anche in Francia, è la Carboneria, così denominata perché deriva i propri rituali e le cerimonie di iniziazione dal mestiere dei carbonari.

Segue la Giovine Italia, fondata da Giuseppe Mazzini che, pur tenendo segreti i nomi degli adepti, proclama apertamente il suo fine primario: liberare l’Italia dal giogo straniero

Struttura delle società segrete

Per garantire la sicurezza dei membri ed evitare così delazioni e arresti di massa, tutta l’organizzazione carbonara è improntata alla massima segretezza. Chi aderisce alla setta:

  • non conosce i nomi dei capi,
  • non conosce il nome degli altri membri,
  • non conosce la linea di condotta politica della società.

Questo fa sì che arrivino a confluire nella Carboneria esponenti di opposte fedi politiche. Tutta questa segretezza è necessaria per proteggere la società, ma non favorisce la diffusione delle idee. Le sette segrete hanno un ruolo predominante nello scoppio dei moti del 1820-21 e del 1830-31.

I moti insurrezionali del 1820-1821

Pochi anni dopo il Congresso di Vienna, nel 1820-1821, l’Europa è interessata da diffusi movimenti rivoluzionari che vengono tutti repressi con le forze armate della Santa Alleanza.

I moti rivoluzionari del 1920 – 21

In concomitanza con le insurrezioni degli altri Paesi europei, anche in Italia scoppiano i primi moti.

  • Nel Regno delle Due Sicilie, il re Ferdinando I è costretto a concedere la Costituzione; a Palermo la popolazione si ribella all’esercito borbonico e viene proclamata l’indipendenza della Sicilia. Il nuovo Parlamento eletto
    a Napoli, però, non riconosce l’indipendenza dell’isola e invia un esercito con il compito di sconfiggere le forze ribelli. L’intervento della Santa Alleanza in aiuto dei Borboni porta al ripristino della monarchia
    assoluta.
  • Nel Regno di Sardegna anche l’erede al trono Carlo Alberto mostra simpatia per le idee liberali. I liberali moderati, riuniti nella società segreta dei Federati, mirano a ottenere una Costituzione e a dar vita a un Regno dell’Alta Italia. Nel marzo del 1821 scoppia l’insurrezione in Piemonte, guidata da Santorre di Santarosa. Vittorio Emanuele
    I abdica in favore del fratello Carlo Felice, mentre il reggente Carlo Alberto concede una Costituzione. Carlo Felice, però, si rifiuta di riconoscere la Costituzione e chiede aiuto all’Austria. Anche qui le forze della Santa Alleanza ripristinano il potere. Viene quindi instaurato un regime oppressivo.

Solo la Grecia, ribellatasi al giogo ottomano, riesce a conquistare una sua indipendenza dall’Impero Turco, anche grazie ai volontari giunti da tutta Europa.

I moti del 1830 – 31

Dieci anni dopo un’altra ondata rivoluzionaria interessa l’Europa.

I moti rivoluzionari del 1830 – 1831

In Italia i nuovi moti scoppiano nel 1831, soprattutto nelle regioni centrali della penisola, dove erano attivi alcuni gruppi di Carbonari, forti del sostegno di Francesco IV, duca di Modena e Reggio, duca di Massa e principe di Carrara. Alla fine però il principe fece mancare il proprio appoggio. Così le rivolte vengono nuovamente represse con l’aiuto dell’esercito austriaco.

Fallimento delle società segrete

I moti spinti dalle società segrete falliscono i loro obiettivi, sia per la mancanza di un organico programma politico che per l’inesistenza di un saldo apparato organizzativo. Il fallimento dei moti carbonari segna quindi una battuta d’arresto nel fenomeno delle associazioni segrete, ma si sviluppano nuove forme di attività politica. 

Il fallimento dei moti del 1820-1821 e del 1830-1831 dimostra la necessità di un cambiamento di strategie da parte del movimento di indipendenza nazionale.

Nuove idee in Italia

In quel momento si fanno strada quattro diversi progetti politici.

Mazzini e la Giovine Italia

Giuseppe Mazzini nel 1831 fonda la Giovine Italia, un’associazione patriottica con i seguenti obiettivi politici:

  • l’indipendenza nazionale,
  • l’unità politica dell’Italia,
  • la repubblica.

Secondo Mazzini tali obiettivi vanno conseguiti tramite insurrezioni popolari. Lui ritiene che la popolazione vada preparata attraverso un’adeguata opera di propaganda. Tra il 1833 e il 1844 tutti i tentativi insurrezionali dei mazziniani falliscono.

Gioberti

In ambito cattolico ottiene molti consensi il progetto neoguelfo di Vincenzo Gioberti, che ipotizza la creazione di una confederazione degli Stati italiani guidata dal papa.

Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio

I liberali moderati, tra cui Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio, come Gioberti respingono l’idea mazziniana di una rivoluzione popolare, democratica, repubblicana e ritengono impraticabile l’ipotesi dell’unificazione politica della penisola in un unico Stato. A loro sembra più realistica l’idea di una federazione di Stati, sotto la guida della monarchia dei Savoia, la monarchia che guida il Regno di Sardegna.

Federalismo democratico

La corrente politica del federalismo democratico sostiene la necessità di dar vita a uno Stato federale che unisca tutti i diversi regni della penisola e che garantisca la loro autonomia. Carlo Cattaneo è tra i maggiori esponenti di questo progetto politico. Lui propone una soluzione federalista anche per l’Europa. (La sua era decisamente una visione molto moderna!!!)

Altri invece vogliono affrontare diversi problemi: da un lato l’obiettivo dell’indipendenza nazionale, dall’altro la soluzione dei gravi problemi di natura sociale ed economica.

Chi sono i patrioti

Anche se i moti rivoluzionari non riescono a realizzare quanto sperato, le idee dilagano e coinvolgono un numero crescente di patrioti. Ma chi sono questi patrioti? Sono uomini e donne di ogni estrazione sociale, che provengono principalmente dalle città, dove è più facile la circolazione del pensiero. Vogliono mutare assetto geopolitico della penisola e sono animati dalla produzione culturale che trasmette valori nazionali.

Documenti

Le società segrete secondo Buonarroti

Buonarroti concepiva la società segreta come un organismo rigidamente accentrato e diretto da un piccolo nucleo, dove era esclusa ogni iniziativa dal basso verso l’alto. La negazione della forma democratica all’interno della “setta” derivava dalla sua natura di «esercito segreto di liberatori», ma trovava fondamento nella teoria della “dittatura” di Buonarroti, il quale riteneva che soltanto un nucleo direttivo con poteri assoluti avrebbe potuto condurre a buon fine la lotta del movimento rivoluzionario. Influenzato dalle esperienze francesi, egli riteneva che, all’inizio di una fase di emancipazione e di rivolgimenti, un popolo diseducato da secoli di dispotismo e di corruzione non fosse in grado di scegliere i propri capi. Perciò risultava necessaria la creazione di un’autorità straordinaria e transitoria, al fine di indebolire il sostegno da parte delle masse al regime vigente, anche attraverso l’istituzione di misure coercitive.

È utile, è giusto stabilire una società segreta?
È utile perché è solo attraverso una società segreta bene organizzata che si possono riunire le forze e acquistare la potenza necessaria per distruggere il male che pesa su tutta l’Europa. […]
Il destino subito dalla maggior parte delle società segrete create nel nostro tempo e soprattutto da quelle che si erano formate in Francia ci avverte che l’impresa presenta delle difficoltà e mostra che occorre una grande sagacia per evitare fin dagli inizi gli errori nei quali erano caduti i fondatori di questi corpi. […]
Il carbonarismo napoletano […] ci offre a un tempo il quadro del bene che può produrre una società segreta e dei vizi di fondazione che ne distruggono in tutto o in parte la felice influenza.
Io pongo tra i difetti che si possono rimproverare alla Carboneria l’indeterminatezza delle sue dottrine, la leggerezza nella scelta dei candidati, il numero troppo grande dei suoi membri, il difetto del segreto, l’assenza di un potere legislativo e direttivo esclusivo e obbedito. […] Tale assenza ha prodotto l’insubordinazione, l’insufficienza e l’incrocio delle misure così come l’impossibilità di ottenere l’unità dei piani e il concorso di tutte le forze nell’esecuzione. Mi sembra che per creare una società segreta veramente utile all’umanità sia necessario fin dall’inizio stabilire un corpo poco numeroso dotato di dottrine precise, pure e comuni a tutti i suoi membri; esso si costituirà capo unico e legislatore assoluto dell’istituzione, e determinerà le regole in base alle quali si perpetuerà aggiungendosi successivamente gli uomini che giudicherà degni di dividere i suoi lavori. […]
Non è dalla massa degli iniziati che questo corpo deve avere la sua esistenza, ma è da questo corpo creatore e legislatore che gli iniziati devono essere chiamati a concorrere ai suoi disegni secondo le regole che esso deve determinare e dettare. […]
La società segreta di cui qui si tratta è un’istituzione democratica per i suoi principi e per lo scopo al quale tende; ma le sue forme e la sua organizzazione non possono essere quelle della democrazia.
Sotto l’aspetto delle dottrine, che si suppongono pure nei capi, esse saranno meglio conservate e trasmesse dai capi che dalla folla degli iniziati, le cui opinioni per quanto si faccia non saranno mai né fisse né uniformi. Per quanto riguarda l’azione sia preparatoria che definitiva bisogna assolutamente che l’impulso parta dall’alto e che tutto il resto obbedisca. Questa società non è che un esercito segreto destinato a combattere un nemico potente e armato di tutto punto; e come potrebbe preparare e dirigere efficacemente i suoi attacchi se si dovesse consultare ogni volta ognuno dei suoi membri e rischiare così di rendere pubblico ciò che esige il più grande segreto?

A. Saitta, Filippo Buonarroti, vol. I, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1950, pp. 82-84

Domande
Quali sono i punti deboli della Carboneria a detta di Buonarroti?

La nazione, «plebiscito* di tutti i giorni»

A sentire certi teorici della politica, una nazione è innanzitutto una dinastia, alle cui spalle sta un’antica conquista, prima accettata, poi dimenticata dalla massa del popolo. Secondo i politici ai quali mi riferisco, l’accorpamento di province realizzato da una dinastia, dalle sue guerre, dai suoi matrimoni, dai suoi trattati, termina con la dinastia che l’ha costruita. […]
Tuttavia tale legge non è assoluta. La Svizzera e gli Stati Uniti, che si sono formati come agglomerazioni di aggiunte successive, non hanno alcuna base dinastica. Non discuterò la questione per quanto riguarda la Francia; bisognerebbe possedere il segreto dell’avvenire. Diciamo solo che questa grande monarchia francese era stata così profondamente nazionale che, all’indomani della sua caduta, la nazione ha potuto reggersi senza di essa. […]
Bisogna dunque ammettere che una nazione può esistere senza principio dinastico, e persino che nazioni formate da dinastie possono separarsene senza perciò cessare di esistere. Il vecchio principio che tiene conto solo del diritto dei prìncipi non può più essere mantenuto; oltre al diritto dinastico, c’è il principio nazionale.
Su quale criterio dunque si deve fondare questo diritto nazionale? da quali segni riconoscerlo? da quale fatto tangibile farlo derivare?
 
1. Dalla razza, sostengono alcuni con sicurezza. Le divisioni artificiali, frutto del feudalesimo, dei matrimoni dinastici, dei congressi diplomatici, sono effimere. Quello che resta solido e stabile, è la razza delle popolazioni. Ecco ciò che costituisce, sul piano giuridico, titolo di legittimità. […]
A guardare la realtà possiamo dire che l’elemento etnico non ha avuto alcun ruolo nella costituzione delle nazioni moderne:
–        la Francia è celtica, iberica, germanica;
–        la Germania è germanica, celtica e slava: tutto il Sud è stato gallico. Tutto l’Est, a partire dall’Elba, è slavo, e le parti che si pretende siano realmente pure, lo sono veramente?
–        l’Italia è il paese nel quale la situazione, dal punto di vista etnico, è più confusa. Galli, Etruschi, Pelasgi, Greci, senza parlare di molti altri elementi, si incrociano in un miscuglio indecifrabile;
–        le isole britanniche, nel loro insieme, offrono una mescolanza di sangue celtico e germanico le cui proporzioni sono particolarmente difficili da definire.
La verità è che non esiste la razza pura e che basare la politica sull’analisi etnica significa fondarla su una chimera**. I paesi più nobili, l’Inghilterra, la Francia, l’Italia sono quelli il cui sangue è misto in misura maggiore. E anche la Germania non costituisce un’eccezione sotto quest’aspetto.
Siamo qui di fronte a uno dei problemi su cui è assolutamente necessario avere idee chiare e prevenire i fraintendimenti. […]
2. Ciò che abbiamo appena detto a proposito della razza, bisogna dirlo anche per la lingua. La lingua invita, ma non forza, a unirsi.
Gli Stati Uniti e l’Inghilterra, l’America Latina e la Spagna parlano la stessa lingua ma non formano un’unica nazione. Al contrario, la Svizzera, così ben fatta, poiché si è costituita sulla base del consenso delle sue varie parti, conta tre o quattro lingue.
 
C’è però nell’uomo qualcosa di superiore alla lingua: è la volontà. La volontà della Svizzera di essere unita, malgrado la varietà dei suoi idiomi, è un fatto assai più importante di una identità ottenuta con la violenza. […]

3. Neanche la religione può offrire una base sufficiente per la costituzione di una moderna nazionalità.
In origine, la religione era strettamente collegata all’esistenza stessa del gruppo sociale. Il gruppo sociale era un’estensione della famiglia. La religione, i riti, erano riti della famiglia. La religione di Atene, era il culto della stessa Atene, dei suoi mitici fondatori, delle sue leggi, dei suoi costumi, non implicava nessuna teologia dogmatica.
Questa religione era, nel pieno senso del termine, una religione di stato. […]
 
Oggi ciascuno crede e pratica a modo suo, quello che può, quello che vuole. Non c’è più religione di Stato; si può essere Francese, Inglese, Tedesco, ed essere cattolico, protestante, israelita, o non praticare nessun culto.
La religione è diventata una questione personale; riguarda la coscienza di ciascuno. Non esiste più la divisione delle nazioni in cattoliche e protestanti. La religione che, cinquantadue anni fa, era un elemento così rilevante nella formazione del Belgio, conserva tutta la sua importanza nell’interiorità di ciascuno; ma è uscita quasi del tutto dalle ragioni che tracciano i confini tra i popoli. […]
Abbiamo appena visto ciò che non basta a creare un tale principio spirituale: la razza, la lingua, gli interessi, l’affinità religiosa, la geografia, le necessità militari.
Cos’altro è dunque necessario? Per quanto è stato detto in precedenza, ormai non dovrò trattenere a lungo la vostra attenzione.
 
Una nazione è un’anima, un principio spirituale. Due cose, che in realtà sono una cosa sola, costituiscono quest’anima e questo principio spirituale; una è nel passato, l’altra nel presente.
Una è il comune possesso di una ricca eredità di ricordi; l’altra è il consenso attuale, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare a far valere l’eredità ricevuta indivisa.
L’uomo, signori, non s’improvvisa. La nazione, come l’individuo, è il punto d’arrivo di un lungo passato di sforzi, di sacrifici e di dedizione.
Il culto degli antenati è fra tutti il più legittimo; gli antenati ci hanno fatti ciò che siamo. […]
La nazione è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme.
L’esistenza di una nazione è (mi si perdoni la metafora) un plebiscito di tutti i giorni, come l’esistenza dell’individuo è una affermazione perpetua di vita.

NOTE:
* Plebiscito: ogni diretta manifestazione di volontà del popolo riguardo a questioni relative alla struttura dello stato o alla sovranità territoriale. In questo caso inteso come chiara volontà di popolo.
 

**Chimera: idea senza fondamento, sogno vano, fantasticheria strana, utopia
E. Renan, Che cos’è una nazione, Donzelli, Roma 1993, pp. 9-13 e 15-20.

Ernest Renan, tra i maggiori esponenti del Positivismo, scrittore, orientalista e storico del cristianesimo, insegnò ebraico al Collège de France e, nel 1878, fu nominato accademico di Francia.
Celebre fu la sua Vita di Gesù (1863), prima parte della Storia delle origini del cristianesimo (1863-1881). Tra le altre sue opere Storia generale delle lingue semitiche (1855), Ricordi di infanzia e giovinezza (1883).

Rispondi:

  • Quali sono, secondo Renan, i fattori essenziali per la costruzione di una nazione?
  • Come è stata realizzata, in Europa, l’unità delle moderne nazioni?
  • Qual è il ruolo dell’oblio (la dimenticanza) nella fondazione di una nazione?  
  • E tu cosa ne pensi?

Il programma del giornale Il Conciliatore

Il programma del giornale, redatto da Pietro Borsieri, testimoniava dei progressi compiuti negli ultimi decenni dalla società italiana e sosteneva la necessità di un rinnovamento anche culturale del paese. Borsieri si proponeva di affrontare problemi di rilevanza civile, ampliando la discussione fino a quel momento ristretta tra le fazioni politiche. Attraverso argomenti come l’agricoltura, la statistica, il diritto, l’arte ecc. egli intendeva poi contribuire alla formazione di una maggiore capacità critica dei cittadini.

Già da tempo, il vero sapere era proprietà riservata ad alcuni pochi che di tanto in tanto ne facevano parte ai meno dotti di loro. Più spesso la minuziosa erudizione e la grave pedanteria occupavano il campo della vera filologia, della critica filosofica, della schietta ed elegante letteratura. I dotti e i letterati di professione sparsi ne’ chiostri e ne’ licei applaudivano fra di loro alle opere dei loro colleghi, o le biasimavano; ed al Pubblico non curante ne giungeva appena una debole voce. Insomma non v’era, trent’anni addietro, in Italia, tale e tanto numero di lettori giudiziosi, che bastassero a costituire un pubblico giudicante, indipendentemente dalle opinioni di scuola, o da quelle divulgate dalle sette letterarie e dalle accademie.
Quella non curanza, che era nata fra noi dal lungo sonno della pace e dalla poca comunicazione delle varie genti d’Italia, è ora sparita per opera delle contrarie cagioni. Tanti solenni avvenimenti della nostra età, tante lezioni della sventura, tante funeste esperienze di mutamenti sociali, hanno svegliato gli uomini col pungolo del dolore; e riscosso una volta il sentimento, hanno essi per necessaria conseguenza imparato a pensare.
Le gare arcadiche, le dispute meramente grammaticali, infine la letteratura delle nude parole, annoja ora la dio mercè gran numero di persone che non professano gli studj, ma che cercano però nella coltura dell’animo una urbanità, un fiore di eleganza veramente degno dell’uomo, e l’obblivione ad un tempo di molti affanni di questa sfuggevole vita.
Pare a noi (sia detto senza arroganza, e senza detrarre a que’ dotti che si occupano esclusivamente di scienze esatte e positive), pare a noi che una sì felice disposizione degli animi non venga bastantemente consultata e messa a profitto dai nostri scrittori di cose morali e letterarie.
Mossi da simili considerazioni, alcuni uomini di lettere dimoranti in questa città, hanno deliberato di offrire al Pubblico Italiano un nuovo giornale che avrà per titolo «Il Conciliatore», e in cui si propongono di cimentare coll’esperienza giornaliera la verità dei principj che abbiamo pur ora accennato. […]
L’Italia e la Lombardia in particolare è un paese agricolo e commerciale. Le proprietà sono molto divise fra i cittadini, e la ricchezza circola equabilmente per dir così in tutte le vene dello Stato. Reso accorto da questa verità di fatto «Il Conciliatore» ha detto a sé stesso: io parlerò dei buoni metodi di agricoltura, delle invenzioni di nuove macchine, della divisione del lavoro, dell’arte insomma di moltiplicare le ricchezze; arte che torna in profitto dello Stato ma che in gran parte è abbandonata di sua natura all’ingegno e alla attività dei privati. […]
Ma non basta far conoscere universalmente i nuovi principj della scienza economica per agevolarne l’applicazione. L’industria guida i suoi movimenti sulla linea dei bisogni, che o si minorano, o si moltiplicano, o cangiano oggetto a seconda delle abitudini morali e delle costumanze dei popoli. E noi dunque procacceremo per quanto ne sarà possibile di raccogliere e far conoscere a quando a quando le vicende di queste abitudini e di queste costumanze, per fornire ai nostri lettori altrettante basi di fatto sulle quali possano appoggiare le loro conghietture e le nostre teoriche. Questa sarà la parte statistica e scientifica del Giornale, che presa sotto sì ampio punto di vista aprirà il campo a variatissime e importanti osservazioni. […]
Se non che la severità di questi oggetti renderebbe troppo grave il nostro Giornale, ove non ci avvisassimo di temperarla perpetuamente, […], coi ridenti studj della bella letteratura. Parleremo di versi, parleremo di prose, di opere forestiere, di opere nazionali, di spettacoli, di declamazione, di belle arti, di antichi e di moderni, di poetiche e di precetti… di tutto in somma che ecciti l’attenzione del bel mondo senza stancarla.
“Il Conciliatore”, a c. di V. Branca, vol. I, Le Monnier, Firenze 1947, pp. 33-34.

Necessità dell’indipendenza nazionale

Come si può leggere nel brano che segue, nella visione di Santarosa, dagli accesi toni antiaustriaci, indipendenza e libertà erano obiettivi inscindibili e complementari, dato che le libertà costituzionali sarebbero state impossibili sotto il dominio asburgico. Per la conquista dell’indipendenza gli italiani avrebbero dovuto fare affidamento soltanto sulle proprie forze, respingendo la tentazione di cedere alle lusinghe francesi e puntando, invece, sulla conciliazione tra i vari ceti, sull’intesa tra la chiesa e gli stati e sull’accordo tra principi e popoli. Riguardo al futuro assetto costituzionale, Santarosa caldeggiava una soluzione federale, perché riteneva irrealistica l’idea di fare dell’Italia una monarchia unitaria come la Francia o una repubblica federale come gli Stati Uniti o la Svizzera. Per questo, egli prospettava la creazione di una confederazione di stati monarchici retti da «governi liberali e temperati», con il Piemonte ingrandito dall’annessione di Lombardia e Veneto, un forte regno di Napoli a sud, gli stati del centro “bilanciati” tra Torino e Napoli e il papa «mantenitore di pace e rispettato arbitro d’Europa». La visione precorre, quindi, le tesi “neoguelfe” del successivo periodo del movimento liberale moderato italiano.

Lo scopo della guerra d’indipendenza è chiaro; è che niuna provincia d’Italia sia provincia di Principe forestiero.
E ne nasce una seconda cosa, che i Governi Italiani siano tutti stretti in confederazione a conservazione della pace e a difesa della comune patria. E siccome dall’indipendenza nasce questo grandissimo bene di poter governare le cose nostre secondo l’utile e il desiderio dell’universale ne seguirà che i Governi Italiani saranno tutti governi liberali e temperati.
E da tutto questo gli Italiani potenti, ricchi, e nel commercio interno e esterno, e più costumati, più felici, e nelle lettere grandi.
Se tutti i Principi Italiani faranno questa guerra, conserveranno i loro stati. E solamente rimarrà la Lombardia sgombra d’austriaci, senza Principi. I Lombardi nel rivendicarsi in libertà chiameranno quel Principe che a loro parrà: ma io credo che i Lombardi e i Piemontesi conoscano che la loro unione esser salute d’Italia essendovi allora 7 milioni d’Italiani, ricchi, forti e atti a torre a Francia e Austria il pensiero di venirci a travagliare: Regno che con Venezia e Genova toccando i due mari d’Italia sarà grande col commercio, come grande e fiorente nelle ricchezze territoriali per la bontà della terra, come grande nelle armi per la prodezza e la robustezza degli uomini. E questa riunione sarà tanto più naturale se i Principi di Savoia compiendo alla fine l’opera dai loro avi incominciata siccome lo squadrone di Savoia liberò dai venturieri Lombardia e Milano ora Milano strappi agli Austriaci e liberi tutto il piano Lombardo.
Gli altri Stati d’Italia bilanciati in mezzo a Napoli e Lombardia d’ugual forza vivranno col nome d’Italiani sicuri e liberissimi, e il papa dando a questa confederazione alcuna cosa di sacro sarà mantenitore di pace e rispettato arbitro d’Europa. […]
Che sia allora per accadere niuno lo sa. Ma dovranno i popoli Italiani istituire reggimenti fermi e forti e savi a [un] tempo, o unirsi al principe fedele alla causa Italiana.
Chi può prevedere quello che seguirebbe dal ripudiarsi l’Italia dai principi presenti?
Checché ne avvenga l’indipendenza nazionale è la prima cosa, il primo scopo. L’essere governati temperatamente il secondo e indivisibile dal primo. Il modo del Governo tengo cosa meno importante: sebbene sia molto da desiderare che la saviezza dei Principi Italiani non dia luogo ad un sovvertimento di cose pericoloso.
Il far l’Italia Repubblica federativa come Svizzera, e America settentrionale, o Stato unico dipendente da un Re solo e rappresentato da un Parlamento solo sono cose tanto lontane dai presenti ordini di cose che piuttosto sogno che altro son da considerare, principalmente il primo che supporrebbe tutti i Principi Italiani traditori della causa d’Italia, e il secondo che supporrebbe tale o il Re Napoletano, o il Re del Piemonte, cose orribili a pensarci non che a dirsi. Se la nostra infelicità portasse le cose a questo punto gli Italiani adunati in congresso determinerebbero. Non andiamo ora inoltrandoci in vane immaginazioni. Quello che importa è di cacciare gli Austriaci. […]
Sia nel cuore di Principi, Poeti, Soldati, Scolaresca, Popolo, Montanari, tutti.
L’imperatore Austriaco via. L’Italia è oggimai guelfa, pontefice Romano, è guelfa. Stringila, è tua se vuoi, ma se per un orribile sovvertimento di cose tu ti facesti ghibellino. Solo ghibellino in Italia. Io già m’arretro… La nave di S. Pietro non può affondare, ma il successore di Pietro potrebbe tornare alle reti.  –
Tratto da S. di Santarosa, Delle speranze degli italiani, Casa edizione Risorgimento, Milano 1920, pp. 58-59

Tratto da: https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/dossier/d08_01_01.html

Il 1948, la primavera dei popoli

Prima di parlare del 48 è utili ricordare che tra 1845-47 in Europa si sono registrate alcune cattive annate agricole. Questo va a incrementare l’inquietudine diffusa in Europa e sfocia in una serie di movimenti rivoluzionari che interessano tutta l’Europa.

I moti rivoluzionari del 1847 – 1848

Nel 1846, l’elezione di Pio IX al soglio pontificio alimentano le speranze dei liberali; infatti lui sembra sensibile alle idee libertarie e riformiste.
Il 12 gennaio 1948 scoppiano a Palermo; il 29 gennaio viene promessa costituzione che viene concessa il 10 febbraio. Da qui inizia l’effetto domino.

A febbraio e a marzo vengono concesse diverse carte costituzionali:

  • il Re di Sardegna concede lo Statuto Albertino che rimarrà in vigore fino al 1 gennaio 1948,
  • il Granduca di Toscana concede una carta costituzionale,
  • Papa Pio X concede una carta costituzionale
Lo Statuto albertino è un testo costituzionale promulgato da Carlo Alberto (per questo detto “albertino”) il 4 marzo 1848. Il termine statuto indica come questa Costituzione fosse una concessione del re e non l’opera di una assemblea eletta dal popolo.
Tra le novità più importanti introdotte dallo Statuto vi sono
– l’adozione della religione cattolica come religione di Stato (pur riconoscendo il diritto a professare culti diversi da quello cattolico);
– il privilegio del re di gestire, da solo, il potere esecutivo;
– il potere legislativo veniva, invece, esercitato dal re e dai due rami del Parlamento (Camera e Senato).
Nello Statuto vengono anche enunciate le libertà e le garanzie fondamentali del cittadino.

Queste concessioni sono accompagnate da grandi manifestazioni di entusiasmo da parte dei cittadini e dei patrioti italiani.  Ma i movimenti rivoluzionari non si limitano all’Italia, ma interessano tutta l’Europa.

  • In Francia la popolazione insorge, provocando la fuga del re; viene quindi instaurato un Governo provvisorio 
  • In Austria il popolo protesta nelle strade di Vienna per chiedere delle riforme. L’Imperatore promette quindi una costituzione. Ci sono insurrezioni a Budapest, a Venezia e a Milano. A Milano la popolazione insorge in quelle che sono ricordate come le Cinque giornate di Milano che daranno l’avvio alla prima guerra di indipendenza. Durante le “Cinque giornate”, il popolo costringe gli Austriaci a fuggire. Anche a Venezia viene proclamata la Repubblica.
  • Si segnano insurrezioni anche in Prussia e in Polonia.
Approfondimenti sulle Cinque giornate di Milano

https://storiadimilano.altervista.org/le-cinque-giornate-di-milano/

https://www.treccani.it/enciclopedia/cinque-giornate-di-milano_%28Dizionario-di-Storia%29/
https://www.raiplay.it/video/2018/03/Passato-e-presente—LE-5-GIORNATE-DI-MILANO-55910864-2c0e-4d0c-9a2c-c109d38e8208.html

https://youtu.be/EwPB7XVjkIw

Anche queste insurrezioni vengono represse nel sangue grazie alle forze della Santa Alleanza, una forza di polizia sovranazionale europea.

Ma, nonostante la repressione armata, le idee continuano a diffondersi.  

Barricate durante le cinque giornate di Milano in una stampa dell’epoca

Approfondimento – Forme di sociabilità nell’Ottocento francese e italiano

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/dossier/d08_02_00.html

Fonti

  • https://ilpretedelpopoloveneto.altervista.org/il-trattato-della-santa-alleanza-del-1815/
  • www.treccani.it
  • © ISTITUTO ITALIANO EDIZIONI ATLAS
  • M. Fossati, G. Lupi, E Zanette, Parlare di storia, Pearson
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Totalitarismo

Il termine totalitarismo è stato coniato dagli antifascisti italiani nella prima metà degli anni ’20. Fu poi utilizzato dagli stessi fascisti per autodefinirsi e per definire la loro aspirazione: volevano l’identificazione totale tra Stato e società.

Il termine fu utilizzato anche da Hanna Arendt per definire le forme di governo antidemocratiche del ventesimo secolo.

Caratteri dei regimi totalitari

  • Ideologia ufficiale assoluta e indiscutibile
  • Potere assoluto del partito unico di massa
  • Partito con capo assoluto al vertice
  • Uso sistematico del terrore e della violenza
  • Monopolio dei mezzi di comunicazione di massa
  • Propaganda censura
  • Controllo della vita quotidiana del cittadino
  • Obiettivo di forgiare uomini nuovi

I regimi totalitari sono un fenomeno della società di massa in quanto è un tipo di regime che tende a:

  • mobilitare le masse,
  • a politicizzare le masse,
  • a creare un’idea di cittadinanza alternativa a quella liberale.

La cittadinanza totalitaria si fonda sul primato di identità totali

  • lo stato,
  • la razza,
  • la classe,
  • il partito.

Il potere totalitario si fonda:

  • sull’esercizio potenzialmente illimitato del potere,
  • sul tentativo di omogeneizzare il corpo sociale nel quadro di un’ideologia unica,
  • sul tentativo di costruire la cittadinanza totalitaria.

I fondamenti dei sistemi totalitari sono:

  • violenza,
  • terrore,
  • consenso popolare,
  • odio nei confronti del nemico,
  • odio nei confronti del diverso.

Il potere dei regimi totalitari è contrassegnato da:

  • la supremazia della classe dirigente sugli organi rappresentativi;
  • la lotta senza esclusione di colpi alla libertà di stampa, pensiero e associazione;
  • l’ossessionante sollecitazione ideologica delle masse come strumento di controllo della nazione ad uso e consumo di un leader, rappresentativo e carismatico,
  • la presenza di un partito unico;
  • la deresponsabilizzazione morale degli uomini nell’esecuzione di ordini e disposizioni del potere.

Il progetto politico dei regimi totalitari

  • Accentramento dei poteri nelle mani di un capo indiscusso,
  • Struttura gerarchica dello stato basata sul merito e sulla aderenza alla morale del regime,
  • Inquadramento forzato del popolo nelle organizzazioni di massa,
  • Censura e rigido controllo su riviste, quotidiani e giornali d’informazione, ma anche radio, cinema, manifestazioni pubbliche, scuola e cultura, tramite cui controllare la stessa popolazione,
  • Soppressione della libertà sindacali di scioperare e chiedere diritti,
  • Dirigismo economico: potenziamento delle manovre statali in campo economico.
Adunate oceaniche durante il fascismo

Reazioni della società ai totalitarismi

  • Le classi sociali intermedie, il ceto medio, aderirono con entusiasmo alle iniziative e alle associazioni dei governi totalitari.
  • Nelle classi popolari, provocò, uno scontento generale nei confronti dell’autoritarismo e dell’intromissione statale nella vita privata.
  • La borghesia si allineò ai cambiamenti per puro utilitarismo.

Se guardiamo la cartina dell’Europa vediamo che nel nord Europa troviamo le democrazie liberali: Irlanda, Regno Unito, Norvegia, Finlandia, Svezia, Belgio e Paesi Bassi, con Svizzera e Cecoslovacchia. Troviamo invece i regimi comunisti nell’URSS.

I regimi fascisti sono Germania e Italia. Ma possiamo vedere altri regimi autoritari e altri che hanno avuto un governo di fronte popolare come la Spagna e la Francia.

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Stalinismo

Per quanto riguarda il l’Unione sovietica abbiamo una situazione per certi versi simile per altri diversa.  L’URSS con Stalin vuole costruire un nuovo stato, una grande potenza industriale.

Per fare questo organizzerà un piano di industrializzazione a tappe forzate per piani quinquennali. Il primo piano quinquennale va dal 1928 al 1933 prevede l’industrializzazione massiccia e la collettivizzazione dell’agricoltura. Il processo di collettivizzazione dell’agricoltura si rivelerà ben presto disastroso. Stalin abbandonerà la NEP, la nuova politica economica inaugurata da Lenin dopo la guerra civile. E passerà all’economia pianificata.

In questo manifesto si inneggia al piano quinquennale varato nel 1528.

L’economia pianificata ottiene grandi risultati nel settore industriale mentre fallisce miseramente in quello agricolo. In ogni caso i costi umani e sociali di questa politica sono altissimi: sfruttamento, deportazioni, riduzione dei consumi e milioni di morti nella più grande carestia della storia causata dalla requisizione forzata dei cereali nelle aziende agricole. urss_piano_quinquennale_1928

La collettivizzazione forzata delle terre e di tutti i beni e le strutture di produzione agricola prevede anche l’eliminazione fisica, o la deportazione, dei kulaki cioè dei piccoli proprietari terrieri.

Anche nell’Unione sovietica il partito e la burocrazia detengono il potere assoluto.

Gli strumenti utilizzati dal partito comunista sono:

– il terrore

– la violenza

– l’eliminazione fisica degli avversari politici

– un controllo capillare della società

– un sistema ideologico basato sull’ideologia del partito comunista: tutti coloro che non sono d’accordo con il regime rischiano di finire nel gulag.

I gulag sono campi di concentramento dove i prigionieri sono obbligati ai lavori forzati.

L’Unione sovietica negli anni ‘30 non nasconde il sistema concentrazionario, come invece fa la Germania. L’Unione sovietica esibisce questi luoghi come luoghi di rieducazione attraverso il lavoro ma la realtà è un’altra. In questi campi di concentramento ci saranno milioni di morti, la vita viene vissuta in condizioni disumane.

Dal 1926 assistiamo alla deportazione di cittadini comuni che vengono accusati o sospettati di reati contro lo stato comunista.

L’industrializzazione forzata degli anni ‘30 porterà all’impiego dei prigionieri in grandi opere come ad esempio la costruzione di un canale navigabile tra il Baltico e il mare del Nord.

Tra il 1930 il 1932 assistiamo alla deportazione dei kulaki – piccoli proprietari terrieri che avevano avuto un buono sviluppo nel periodo della NEP.

Tra il ’36 e il ‘38 assistiamo alle purghe staliniane. Stalin elimina fisicamente tutte le persone di cui non si fida; arriverà ad eliminare anche molte persone che sono state molto vicine nell’organizzazione del sistema gerarchico comunista.

Arriverà ad eliminare anche molti ufficiali dell’esercito, tanto che, quando Hitler invaderà la Russia, l’esercito russo sarà in grande difficoltà a causa della mancanza dei vertici dell’esercito.

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Nazismo

Lo stato nazista si costituisce dopo il 1933. Tra il 1919 e il 1933 il potere è in mano alla Repubblica di Weimar. Hitler comincia a cercare di arrivare al potere già dagli anni 20.

Ammira Benito Mussolini, lo considera il suo modello e cerca di imitarlo.

Dopo la crisi del 1929 Hitler cavalca il malcontento; la sua popolarità aumenta progressivamente. Nel 1933 Hitler diventa cancelliere e nel ’34, alla morte del presidente Hindenburg assume su di sé anche i poteri del capo di Stato diventando dittatore.

La Germania di Hitler è un paese nel quale avviene l’identificazione tra il partito e lo stato. Hitler non cambia le leggi lentamente come fa Mussolini, ma improvvisamente impone la sua volontà, assume su di sé tutti i poteri, annulla lo stato di diritto, annulla le autonomie degli organi istituzionali e crea la dittatura.

Lo stato nazista si costituisce subito dopo l’incendio del Reichstag, sede del parlamento tedesco. Hitler accusa i comunisti del rogo, arresta gli esponenti del partito comunista e ne approfitta per assumere i pieni poteri e per instaurare la sua dittatura. Il 20 marzo del 1933 avviene l’apertura del primo lager a Dachau, il primo campo di concentramento nel quale dovevano andare tutti gli esponenti dell’opposizione. La scusa per realizzare tali luoghi era quella di rieducare chi non era in linea con il pensiero nazista.

Il 14 luglio del 1933 vengono sciolti tutti i partiti e il 30 giugno del 1934 si ricorda la Notte dei lunghi coltelli, la notte nella quale vengono assassinati tutti i dirigenti delle SA le squadre d’assalto.  In questo modo lui assume il potere totale e assoluto dopo aver eliminato chiunque avrebbe limitare o controllare la sua attività.

Quali sono gli elementi del totalitarismo nazista?

  1. L’ideologia della propaganda delle organizzazioni di massa, come il fascismo, con l’obiettivo di costruire il consenso;
  2. Uno dei principi su cui si basa il potere nazista è quello del razzismo. Le leggi di Norimberga dichiarano l’intenzione di annientare la diversità di ogni di ogni tipo. In Germania si usa violenza contro tutte le forme di diversità: si sterilizzano prima e si uccidono poi malati psichiatrici, anziani, disabili, omosessuali, Rom. Gli ebrei poi saranno l’obiettivo della violenza di Hitler.
  3. Il terrore è uno degli strumenti di controllo sociale. Le SS, la Gestapo e i lager sono strumenti di repressione del dissenso.
  4. Il Fuhrer ha il controllo assoluto sull’economia. L’economia viene organizzata direttamente dall’alto. L’economia tedesca è funzionale alla guerra. L’obiettivo è quello di aumentare lo spazio vitale (Lebensraum) in cui permettere lo sviluppo della società tedesca. Si vuole garantire la piena occupazione dei tedeschi. Si creano grandi opere pubbliche e si investe tantissimo nelle spese militari.

In questa immagine possiamo vedere come sono cambiate le spese nel bilancio dello stato germanico dalla Repubblica di Weimar al regime nazista, tra il 1928 e il 1938. Come potete notare c’è stato un incremento degli investimenti nell’ambito dei trasporti e un incremento decisamente considerevole per quanto riguarda le spese per gli armamenti.

Vie di comunicazione e armamenti sono funzionali alla guerra. Questo ci chiarisce in modo inequivocabile quali fossero le intenzioni del dittatore.

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L’emigrazione italiana

Ostilità contro lo straniero

In molti periodi storici, nelle diverse culture, è emerso un aspetto dell’uomo: l’ostilità nei confronti dello straniero.  si tratta di una verità che riscontriamo quotidianamente: gli emigranti sono indesiderati e l’integrazione degli stessi avviene, ma è un processo faticoso e spesso doloroso.

Gli esempi sono infiniti. In questo articolo puntiamo l’attenzione sulla migrazione degli italiani dalla seconda rivoluzione industriale. 

Italiani “emigranti indesiderati” 

Gli emigranti – di Raffaello Gambogi – http://holvi.artstudio.fi/didrichsen, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57824950

Così erano definiti gli emigranti italiani negli Stati Uniti  alla fine dell’800.  gli italiani si imbarcavano alla ricerca di fortuna nel nuovo mondo. Lì erano considerati contadini arretrati e venivano sfruttati come manodopera a basso costo.  La fama degli italiani era quella di essere delinquenti, sporchi, ignoranti, mafiosi. Erano considerati una razza inferiore e spesso per questo vennero rifiutati.

Le testate giornalistiche straniere, per scoraggiare nuovi arrivi, pubblicavano periodicamente invettive contro gli emigranti italiani.

Il 18 aprile del 1880, il New York Times intitolava il suo editoriale proprio “Emigranti indesiderati”  in cui si diceva che gli italiani erano una popolazione promiscua, freccia sporca, pigra, criminale.

Il 17 aprile del 1921 un altro articolo sullo stesso quotidiano  lamentava il crescente numero di immigrati italiani.

«Lo straniero che cammina attraverso una città come Napoli può facilmente rendersi conto del problema con cui il governo ha a che fare: le strade secondarie sono letteralmente brulicanti di bambini che scorrazzano per le vie e sui marciapiedi sporchi e felici. La periferia di Napoli brulica di bambini che, per numero, può essere paragonato solo a quelli che si trovano a Delphi, Agra e in altre città delle Indie orientali».

L’emigrazione italiana

Tra il 1861 e il 1985 gli italiani emigrati all’estero sono stati circa 29 milioni: come se l’intera popolazione italiana di inizio Novecento se ne fosse andata in blocco. Di questi, circa 10 milioni sono successivamente tornati in Italia, mentre 18 milioni circa si sono definitivamente stabiliti all’estero.

Nave carica di emigranti italiani giunta in Brasile (1907)
http://www.scielo.br/img/revistas/ea/v16n46/46a15f4.gif, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3549730

Gli italiani iniziarono a emigrare dopo la metà dell’Ottocento. I flussi migratori possono essere divisi in tre fasi:

  • la “grande emigrazione” (1876-1915) successiva all’Unità di Italia,
  • l’emigrazione dopo la prima guerra mondiale (1918 – 1940)
  • la “migrazione europea” (1945-1970)
L’emigrazione italiana regione per regione
Origine: Fonte: Rielaborazione dati Istat in Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976, Roma, Cser, 1978, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17260686

Oggi si assiste a quella che è stata definita la ‘fuga dei cervelli’, ma che interessa anche migliaia di giovani e meno giovani che, ancora oggi cercano fortuna al di fuori dei confini. 

Le cause dell’emigrazione

La principale causa dell’emigrazione italiana, soprattutto nell’Italia meridionale, è stata la povertà. La mancanza di lavoro e di terra da lavorare è stato uno dei fattori determinanti. Ma gli italiani emigrarono anche per problemi politici, in particolare durante il ventennio fascista: fuggirono comunisti, anarchici ed ebrei.

Un altro motivo che spinse gli italiani del Sud a fuggire era la prepotenza della criminalità organizzata.

Gli emigranti italiani della Grande emigrazione

Tra il 1870 e il 1914 lasciarono l’Italia soprattutto uomini senza una specializzazione lavorativa definita; prima del 1896, la metà dei migranti era formata da contadini. 

I flussi migratori degli italiani all’estero aumentarono con la crescita delle loro rimesse, cioè del denaro che gli italiani emigrati all’estero inviavano in Italia ai famigliari rimasti. 

Proprio come accade per gli sbarchi odierni, i primi emigranti italiani, uomini o ragazzi che partivano da soli, spedivano a parenti o amici rimasti in Italia, il denaro necessario per comprare i biglietti e raggiungerli. Il flusso costante di denaro dagli Stati Uniti all’Italia costituì un capitolo importante dell’economia italiana e diede sollievo non solo alle famiglie dei migranti, ma anche al bilancio dello stato. Si calcola che le rimesse dei migranti costituirono circa il 5 per cento del Pil italiano.

Emigrati italiani impiegati nella costruzione di una ferrovia negli Stati Uniti (1918) – Fonte: https://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages/14738489896/

Chi partiva dalle regioni settentrionali si imbarcava a Genova o a Le Havre in Francia, mentre dal Sud a Napoli. Chi viaggiava in terza classe doveva accontentarsi di un sacco imbottito di paglia e un orinatoio ogni 100 persone, per tragitti che potevano durare anche un mese.

I primi viaggi transoceanici

Negli ultimi decenni dell’Ottocento il viaggio per nave, verso il continente americano durava anche più di un mese e si svolgeva in condizioni pietose. 

Fino all’approvazione della legge 31 gennaio 1901, non esisteva una disciplina degli aspetti sanitari dell’emigrazione. Un medico scrive nel 1900:”L’igiene e la pulizia sono costantemente in contrasto con la speculazione. Manca lo spazio, manca l’aria”.

Le cuccette degli emigranti venivano ricavate in due o tre corridoi e ricevevano aria attraverso i boccaporti. L’altezza dei corridoi era tra il metro e sessanta e il metro e novanta per il secondo. 

Nei dormitori così allestiti era frequente l’insorgere di malattie bronchiali e dell’apparato respiratorio. Mancavano le più elementari norme igieniche: si pensi che l’acqua potabile veniva tenuta in casse di ferro rivestite di cemento. A causa del rollio della nave il cemento tendeva a sgretolarsi intorbidando l’acqua che, venuta a contatto con il ferro ossidato, assumeva un colore rosso e veniva consumata così dagli emigranti.

I pasti erano a base di riso o di pasta e la razione viveri giornaliera risultava comunque più ricca di elementi proteici rispetto all’alimentazione abituale dei migranti.

La salute dei migranti 

Sono state fatte delle analisi per capire quali fossero le condizioni di salute dei migranti. Dalle analisi fatte, relativamente al periodo 1903-1925, emerge la presenza di alcune malattie come la pellagra, la malaria, il morbillo, la scabbia e la tubercolosi. 

Se si guarda al flusso migratorio verso gli Stati Uniti, si può notare che era composto prevalentemente da persone in buone condizioni fisiche e nella fascia di età di maggior efficienza fisica. Questo è causato da due fattori: 

  1. emigravano le persone forti e in salute, perché sapevano di dover lavorare duramente una volta sbarcati;
  2. i migranti sapevano che negli Stati Uniti sarebbero dovuti passare attraverso i rigidi controlli sanitari attivati dagli Stati uniti nei confronti dell’emigrazione europea.

La statua della libertà

La Statua della libertà è sempre stata chiamata Miss Liberty. Fu donata dalla Francia agli Stati Uniti in segno d’amicizia e divenne un simbolo per i migranti dopo che furono incisi sul suo basamento i versi di Emma Lazarus:

“Tenetevi, antiche terre, i fasti della vostra storia… Datemi coloro che sono esausti, i poveri, le folle accalcate che bramano di respirare libere, i miseri rifiuti delle vostre coste brulicanti: mandatemi coloro che non hanno una casa, che accorrano a me, a me che innalzo la mia fiaccola accanto alla porta d’oro”.

Quella signora che sembrava grande come l’America, come i sogni degli emigranti.

Invece, all’arrivo nel porto di New York, dopo aver contemplato la maestosa signora, gli emigranti venivano sbarcati a Ellis island. Qui dovevano essere sottoposti a una serie di controlli che ne operavano una drastica selezione.

Molti di loro venivano respinti: per malattia, per indigenza, per età giovanile o troppo avanzata, per stato civile (donne e orfani che non avevano nel paese chi li soccorresse e li aiutasse a trovar lavoro).

Gli scafisti

Nei primi anni dopo l’Unità d’Italia l’emigrazione era fuori dal controllo dello Stato: gli emigranti passavano per le mani di agenti di emigrazione, chiamati “padroni”, il cui unico obiettivo era ricavare il massimo profitto dalla loro povertà assoluta.

Nel 1888 in Italia fu approvata la prima legge finalizzata a contrastare gli abusi dei “padroni”. Nel 1901 fu creato il commissariato dell’emigrazione, con il compito di assegnare licenze alle imbarcazioni idonee al trasporto dei migranti. Palermo, Napoli e Genova: i porti di imbarco destinati agli emigranti.

Il commissariato stabiliva i costi dei biglietti, cercava di mantenere l’ordine nei porti di imbarco, ispezionava gli emigranti in partenza, individuava ostelli e strutture di accoglienza e stipulava accordi con i Paesi di destinazione del flusso migratorio per aiutare coloro che arrivano.

Ma gli abusi e i viaggi clandestini continuarono e continuano. Su questo tema, Leonardo Sciascia ha scritto una novella “Il lungo viaggio” che racconta di un gruppo di poveri contadini siciliani che, decisi a emigrare negli anni Cinquanta del secolo scorso si imbarcano su un’imbarcazione clandestina alla volta dell’America.   

Gli italiani negli Stati Uniti

Gli Stati Uniti erano fra le mete più ambite dagli emigranti italiani, ma non erano di certo a loro volta ben voluti. 

Nel 1912 venne presentata una relazione sugli immigrati italiani negli USA all’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano; questo un estratto del testo.

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. 
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.
Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano, pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Anche allora si diffusero teorie complottiste, c’era chi temeva che l’invasione degli immigrati si sostituisse alla forza lavoro americana.

Nel 1924 il presidente del Museo americano di storia naturale, Henry Fairfield Osborn, durante una conferenza nazionale sull’immigrazione si espresse così a proposito degli italiani:

«Questi immigrati stanno facendo degli Stati Uniti una discarica per cittadini indesiderabili»

Tra il 1924 e il 1965 rimase in vigore la riforma americana sull’immigrazione, che esprimeva una «profonda irritazione nei confronti di persone che parlano una lingua straniera e vivono una vita straniera». Gli stranieri vennero classificati: i nord europei erano i preferiti, mentre gli altri, in particolare gli italiani, erano indesiderati.

Fotografia di emigranti in partenza. Archivio della Fondazione Paolo Cresci, Lucca. Fonte http://www.museoemigrazioneitaliana.org/approfondimenti/l-emigrazione-tra-arte-e-letteratura-sull-oceano-di-edmondo-de-amicis-illustrato-da-arnaldo-ferraguti/

Il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, intercettato durante una conversazione nello Studio Ovale il 13 febbraio 1973 disse queste parole.

Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Dopotutto non si possono rimproverare. Oh, no. Non si può. Non hanno mai avuto quello che abbiamo avuto noi. Il guaio è…. che non ne riesci a trovare uno che sia onesto”

Minatori in Lussemburgo e Belgio

I primi italiani in Lussemburgo arrivarono nel 1892, ma intorno al 1910 la comunità italiana era già salita a 10.000 persone. Nel 2018, gli italiani presenti nel paese erano circa 22 mila, il 3,6 per cento della popolazione totale.

Gli emigranti italiani hanno lavorato soprattutto nelle industrie siderurgiche e nelle miniere di ferro di Esch-sur-Alzette, di Dudelange, Rumelange e Differdange.

I quotidiani italiani, negli anni ‘70, riportavano le condizioni di vita degli emigranti italiani, ritraendo scenari tristi, denunciandone il degrado: alloggi sovraffollati con scarse condizioni igieniche, affitti elevati e l’impossibilità per i ragazzi di studiare in scuole italiane.

Riccardo Ceccarelli, uno dei tanti emigranti indesiderati in Lussemburgo, racconta al Corriere della Sera la sua storia e quella di altre decine di migliaia di emigrati italiani.

«La fame deve essere una brutta bestia se chi è nato in posti così belli ha poi deciso di andarsene a lavorare dentro un buco profondo duecento metri».

Il buco è la miniera lussemburghese di Esch-sur-Alzette, il posto tanto bello che si è dovuto lasciare è l’Italia, per la precisione la Romagna.

Gli italiani venivano considerati comunità di “mangiaspaghetti, orsi selvatici e anche delinquenti”, ma capaci di lavorare instancabilmente nelle miniere.

Le ondate migratorie più massicce, in Belgio, si registrano nel primo dopoguerra, quando il paese aveva la necessità di ricostruirsi. Iniziarono ad arrivare operai italiani nelle miniere di carbone, nelle cave di pietre e marmi e nei cantieri di costruzione.

Nei primi cinque anni arrivarono in Belgio 20.000 italiani. Negli anni ’60, il 44 per cento della popolazione straniera del paese era italiana.

Dopo la Seconda guerra Mondiale, il governo italiano strinse un accordo con quello belga, per regolare lo scambio di forza-lavoro italiana con il carbone del Belgio: 50 mila operai italiani sotto i 35 anni, per 12 mesi di lavoro, in cambio di 200 chili di carbone giornaliero.

A. Tommasi, Emigranti, 1896. Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. http://www.museoemigrazioneitaliana.org/approfondimenti/l-emigrazione-tra-arte-e-letteratura-sull-oceano-di-edmondo-de-amicis-illustrato-da-arnaldo-ferraguti/

La manodopera a basso costo in Germania e Svizzera

Il governo italiano sottoscrisse lo stesso accordo anche con la Germania, chiedendo di occupare i lavoratori stagionali italiani, a causa della diminuzione delle esportazioni italiane in Germania.

ILavoratore italiano in una miniera nei pressi di Duisburg, in Germania, nel 1962 – https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c8/Bundesarchiv_B_145_Bild-F013069-0004%2C_Walsum%2C_Kohlebergbau%2C_Gastarbeiter.jpg

In Svizzera gli italiani migrarono in tre ondate: dopo la metà dell’Ottocento e dopo le due guerre. Ancora oggi gli italiani costituiscono la comunità straniera più numerosa in Svizzera. Malgrado questo l’integrazione non fu per niente facile per gli italiani.

Moltissimi italiani scelsero la Svizzera, perché il suo sistema produttivo era uscito indenne dalla guerra e gli imprenditori svizzeri decisero di rivolgersi ai lavoratori stranieri a basso costo, provenienti soprattutto dall’Italia per far fronte di una crescente domanda produttiva.

Dalla fine della guerra agli anni ’60 a emigrare in Svizzera furono soprattutto abitanti del Nord Italia.

I testimoni di quei viaggi raccontano tristi scenari.

Maria Paris, originaria di un villaggio nei pressi di Bergamo, che il 20 agosto 1946, andò in treno da Milano a Losanna. Lei racconta che arrivati alla stazione di Briga, tutti gli emigranti italiani furono fatti completamente spogliare in due tristi capannoni, furono obbligati a farsi una doccia prima di essere cosparsi di DDT e passare la visita medica. C’era anche una donna incinta: lei si rifiutò di svestirsi. Fu rispedita alla frontiera immediatamente.

“Oggi, a differenza di un tempo, i bagni, le lavature, le strigliature sono sempre più frequenti, le visite più severe, le indagini più accurate e il servizio procede più preciso, ma la nave di Lazzaro è sempre lì con l’apparenza negriera e gli occhi miserabili che attendono sono sempre in massima parte spauriti per quanto già rassegnati all’ignoto”.
Giovanni Preziosi, 1907.

L’emigrazione italiana oggi

https://www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf
https://www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf

Sono 816 mila gli italiani che si sono trasferiti all’estero negli ultimi 10 anni. Oltre il 73% ha 25 anni e più; di questi, quasi tre su quattro hanno un livello di istruzione medio-alto.

Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila, mentre i rimpatri sono stati 380 mila: 48 mila quindi gli italiani rimasti all’estero.

Dal 2009 al 2018 sono stati 816 mila gli italiani che sono espatriati e 333 mila quelli che sono rientrati. Dal 2015, gli italiani all’estero sono stati circa 70 mila all’anno.

In che cosa si differenzia la nuova emigrazione?

Innanzitutto dalla provenienza: quasi il 70% dei nuovi migranti italiani proviene da regioni del Nord o del Centro. Nel 2007 il Centro-Nord ha “sorpassato” il Sud come saldo migratorio negativo. Ma la situazione è precipitata dal 2011, come effetto della crisi internazionale del 2008.

MOVIMENTO MIGRATORIO CON L’ESTERO DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE,
PER CITTADINANZA ITALIANA – www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf
Riccardo Giacconi, fisico italiano naturalizzato statunitense, vincitore del premio Nobel per la fisica nel 2002. È emigrato negli Stati Uniti nel 1956Di Cropped from http://www.nationalmedals.org/2003photos/giacconi/20050314_RKM_Medals_9316.JPG, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2143158

Letteratura e migrazione

Il lungo viaggio – Leonardo Sciascia

Pascoli – La grande proletaria si è mossa

Pascoli – Poemetto Italy

Testo tratto da Macaronì – Romanzo di santi e delinquenti – di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli

Un romanzo giallo, ambientato nell’Appennino Tosco-Emiliano, in un villaggio circondato da monti che impediscono al sole di penetrare.

Era il lontano 1885. Alcuni ragazzini italiani arrivano illegalmente nel sud della Francia dopo un viaggio disumano, nascosti nella stiva di una nave: sono clandestini, privi dei documenti di soggiorno. Sono scappati dal loro paese d’origine per sottrarsi a un destino di miseria e sono alla ricerca disperata di un lavoro. Della loro condizione di clandestini approfittano innanzitutto gli stessi connazionali, gente senza scrupoli che arriva a sottrarre loro la paga con false promesse. Impiegati nelle vetrerie e costretti a lavorare fino a dieci-dodici ore al
giorno, i ragazzi sono maltrattati anche dagli operai francesi, che li chiamano in modo sprezzante “macaronì”. E di soli maccheroni scotti, sconditi, è il loro pasto giornaliero. Molti di questi ragazzi sono destinati a morire prima di diventare adulti, di fame, di fatica, di freddo o di malattia.

Per i padroni delle vetrerie, i ragazzi italiani erano una garanzia. Bastava dividerli sul lavoro: uno qua e l’altro là, in modo che non potessero parlare fra loro. E dal momento che non sapevano una parola di francese, lavoravano.
Dieci, dodici ore al giorno.
In silenzio.
Il lavoro nelle vetrerie era uno dei più faticosi e pericolosi: bruciature quando il vetro debordava dal cannello nel quale scorreva dopo la fusione; dolorose fitte dentro, forse ai polmoni; maltrattamenti
degli operai francesi che scaricavano su quei ragazzi la loro stanchezza.
E poco da mangiare.
Ne morivano molti, specie fra i più piccoli. Di undici, dodici anni.
Si ritrovavano, durante la sosta per il pranzo, nell’angolo più buio della vetreria perché i francesi non li volevano fra i piedi.
Ma almeno stavano al caldo.
E se lo godevano quel caldo, accumulandolo per la sera, per quando tornati al capannone trovavano un freddo che gelava l’acqua da bere nel secchio.
D’estate era l’inferno. In vetreria e nel capannone.
Prima di aprire il tegame che il caporione consegnava alla partenza, i ragazzi già sapevano cosa ci avrebbero trovato dentro: maccheroni, sempre.
Neppure la gioia della sorpresa.
Maccheroni poco o niente conditi e stracotti e impastati fra loro.
Se mangiavano in fretta restava un po’ di tempo per chiacchierare. Per
risentire la loro voce e una parlata comprensibile. Poco tempo e poi:
«Allez, allez, macaronis! Au travail, vite, vite [Andiamo, andiamo, “maccheroni”. Al lavoro, svelti, svelti!].»
Non sapevano che significasse, ma, sapevano che il tempo delle chiacchiere era finito e si doveva tornare ai forni.
Appena ritirati, i soldi della paga andavano consegnati al caporione che si teneva la sua parte per vitto, alloggio e vestiti.
Poco e male di tutto.
Il resto lo metteva da parte.
Sempre lui, il caporione.

Fonti

www.2duerighe.com/attualita/103652-italiani-emigranti-indesiderati.html

www.museoemigrazioneitaliana.org

AUGUSTA MOLINARI, Le navi di Lazzaro. Aspetti sanitari dell’emigrazione transoceanica italiana: il viaggio per mare, Milano 1988, pp.139-142. 

www.repubblica.it/cronaca/2019/12/16/news/il_rapporto_istat_sulle_migrazioni_piu_italiani_emigrati_meno_arrivi_dall_africa_-243613030/

Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli – Macaronis. Romanzo di santi e delinquenti. – Mondadori, Milano, 2007.

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La Spagna della Reconquista

La penisola iberica

Nel corso del XV secolo  si concluse il lungo processo di unificazione politica  che  portò la penisola iberica essere divisa in due stati: Spagna e Portogallo. Questi due stati saranno nel sedicesimo secolo i protagonisti dell’espansione Europea nel mondo.

Il processo che portò alla nascita dei due stati Spagna e Portogallo fu intrecciato con il movimento di Reconquista che mise fine alla presenza musulmana nella penisola iberica.

I musulmani erano entrati nella penisola iberica dal Marocco. Si erano diffusi sul territorio della penisola ma non avevano esercitato un controllo capillare del territorio, e avevano lasciato ampi margini di autonomia alla popolazione di religione cristiana ed ebraica.

Nella penisola iberica si realizzò quindi la pacifica convivenza di fedi e culture diverse che portò allo sviluppo culturale, scientifico, artistico e filosofico, della civiltà iberica durante il Medioevo. 

Le biblioteche della penisola iberica erano ricche di testi  scientifici e filosofici antichi, che erano andati smarriti in Occidente, ed erano invece stati tradotti in lingua araba e conservate in Spagna dagli studiosi musulmani ebrei e cristiani. Queste biblioteche attirarono molti studiosi dell’Europa Cristiana nel Basso Medioevo.

La penisola iberica nel 1360 – J. B. Bury, Public domain, via Wikimedia Commons

Il Portogallo, vocazione marinara

Nel corso del Medioevo il Portogallo aveva visto minacciata la sua indipendenza  dalla Castiglia e durante la guerra dei Cent’anni aveva stabilito strette relazioni di amicizia con la corona d’Inghilterra.  

In fatto di stringere un’alleanza con un altro regno atlantico concordava con la tendenza del Portogallo a proiettare il proprio destino verso il mare piuttosto che verso all’interno della penisola iberica, dove era troppo forte la concorrenza degli altri regni cristiani. la vocazione marinara portoghese si manifesta in pieno sotto il regno di Giovanni I (1385 – 1433), Durante il quale comincia la sistematica esplorazione delle coste dell’Africa.

Anche l’esplorazione delle coste africane venne presentata inizialmente come una continuazione della Reconquista e “imponeva” ai portoghesi di andare a combattere gli infedeli nella loro stessa terra d’origine. 

La Castiglia e l’Aragona

Nel corso del Basso Medioevo, nella penisola iberica  si vengono a definire due grandi regni il regno di Castiglia e il regno di Aragona. 

Ma il matrimonio tra Ferdinando II di Aragona (1540 – 1516) e Isabella di Castiglia (1451 – 1504)  portò all’unione dei due regni.

 i due regni, pur rimanendo formalmente distinti vennero Uniti nelle persone dei loro sovrani due sovrani mantennero separate le loro funzioni regali  nei rispettivi stati.

Fu Isabella a spingere verso l’apertura dei viaggi transoceanici e la conquista delle terre americane.  Ferdinando invece esercitò la sua influenza nel rafforzamento del potere monarchico limitando l’autonomia dei nobili e riorganizzando le finanze dello Stato.

Entrambi però si trovarono in perfetto accordo nel desiderio di consolidare il cattolicesimo in Spagna. 

La tappa culminante di questo processo fu la conquista del regno di Granada che nel 1492, pochi mesi prima che le caravelle di Colombo salpassero per il Nuovo mondo, mise termine all’ultimo dominio musulmano nella  penisola iberica.

Il regno di Granada – https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3184192

Identità nazionale e appartenenza religiosa

Uno degli elementi  di unione tra i due regni di Castiglia e di Aragona era la comune appartenenza al cattolicesimo. La fede religiosa costituì quindi per loro un preciso ambito di riferimento dal quale erano esclusi i non cristiani; e i non cristiani nella penisola iberica erano molti. Tra questi c’erano i moriscos e gli ebrei.

I moriscos erano i diretti discendenti degli antichi dominatori musulmani che non avevano abbandonato la penisola dopo le conquiste cristiane;

In Spagna risiedeva anche la più numerosa comunità ebraica di tutto l’occidente. Contava circa 250.000 persone. Questo era il risultato del lungo periodo di relativa tolleranza che la dominazione musulmana aveva garantito a tutte le religioni del libro e quindi anche agli ebrei. Ma la lunga guerra della Reconquista e lo spirito di crociata che l’aveva sostenuta, avevano profondamente modificato la situazione. 

Intolleranza religiosa

L’intolleranza era cresciuta progressivamente. Nel 1391 gli ebrei erano diventati bersaglio di sistematiche violenze durante l’ondata di rivolte popolari in Castiglia e in Aragona;  feste e malessere sociale  avevano fatto esplodere diversi momenti di intolleranza. 

Le violenze erano riprese vent’anni Dopo: alcuni predicatori incitavano il popolo a imporre la conversione agli ebrei. Tali conversioni forzate però venivano considerate false tanto che gli ebrei convertiti continuavano a essere perseguitati come infedeli.

Inquisizione e la purezza del sangue

Per indagare sui Marrani oltre che contro le più tradizionali forme di eresia nel 1480 viene istituito in Spagna il Tribunale dell’Inquisizione.  Il più famoso padre inquisitore fu frate domenicano Tomàs de Torquemada. L’inquisizione spagnola indirizzata verso marrani e moriscos usava abitualmente la tortura per favorire la confessione degli imputati. 

Si consideri che la procedura del tribunale dell’Inquisizione veniva attivata anche sulla base di semplici sospetti e di denuncie anonime.  Questo fa comprendere che i casi di errore giudiziario erano molto frequenti, anche se non venivano quasi mai riconosciuti. 

Leggiamo un testo del XVI secolo: un commentatore loda l’inquisizione nonostante frequentemente venissero condannati degli innocenti. 

Se un innocente viene ingiustamente condannato non deve lamentarsi della sentenza della chiesa che si basa su una prova sufficiente e non può giudicare quello che è segreto.
Se dei falsi testimoni lo hanno fatto condannare, e gli deve accettare la sentenza con rassegnazione e rallegrarsi di morire per la verità. 
In L. Poliakov Storia dell’antisemitismo

I condannati, anche quando scappavano dal rogo, erano sottoposti a una penosa trafila di umiliazioni pubbliche e alla confisca dei beni. Inoltre un certo numero di proibizioni, di limiti, erano previsti anche per i loro discendenti. 

Vennero anche stilati degli statuti della purezza del sangue: tramite di essi si poteva accertare chi discendeva da antenati ebrei e in quale misura. Risulta evidente quindi che in Spagna si era definita sempre di più una discriminazione razziale: non si era più cristiani o ebrei in base alla Fede, ma in base al sangue. E chiunque avesse sangue ebreo, finiva con l’essere discriminato e perseguitato.

La  cacciata degli ebrei dalla Spagna

Le violenze contro gli ebrei erano sempre più diffuse. Per questo molti ebrei cercarono di emigrare altrove. Questo però comportava la perdita di ogni proprietà.  Inoltre in tutti i paesi di Europa erano in vigore leggi discriminatorie per gli ebrei!

Ma per creare ancora più difficoltà agli ebrei, Isabella e Ferdinando decisero di cacciarli dalla Spagna. Il 31 marzo 1492 i due re firmarono un decreto che concedeva agli ebrei di Spagna 4 mesi di tempo per liquidare i propri affari vendere i propri beni.  Entro il 31 luglio dovevano abbandonare il paese.

 di fronte a questa decisione dei sovrani gli ebrei avevano solo due possibilità uno fare pubblica abiura della propria fede e accettare di farsi battezzare pur sapendo che nonostante questo rischiavano comunque di essere  considerati dei Marrani l’altra possibilità era quella di prendere la via dell’esilio

Circa 50 mila spagnoli rimasero e cambiarono religione mentre 150 mila se ne andarono: alcuni fuggirono in Portogallo. Il Portogallo inizialmente aveva adottato uno stesso regime di espulsione, ma, per paura di avere un danno economico, i portoghesi imposero le conversioni forzate. Altri ebrei si rifugiarono nei Paesi Bassi a Venezia in Marocco a Istanbul e in territori dell’impero Ottomano dove gli ebrei erano tollerati.

Video sulla reconquista

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La guerra dei Cent’anni

La guerra dei Cent’anni, alla fine del Medioevo, vede definirsi la separazione definitiva tra i regni di Inghilterra e di Francia, che fino allora avevano vissuto quasi intrecciati.

Cause della guerra

I motivi sono essenzialmente i seguenti:

  • la presenza in territorio francese di alcuni feudi del Sud-Ovest che erano di proprietà del re di Inghilterra il quale non voleva rendere l’omaggio feudale al Re di Francia, Filippo VI di Valois;
  • l’interesse inglese sulle Fiandre, che era un mercato prezioso per la lavorazione delle lane grezze inglesi; sulle Fiandre la Francia cercava di porre la propria egemonia politica;
  • l’azione francese di rivalsa contro l’Inghilterra, che appoggiava la Scozia.

Lo scoppio delle ostilità

Nel 1337 Edoardo III rivendicò la corona francese, come legittimo discendente, per parte materna, di Carlo IV. Carlo IV era morto senza lasciare eredi nel 1328. Edoardo III di Inghilterra accusò il re di Francia Filippo VI di essere un usurpatore.

Le fasi della guerra

Prima fase – Le vittorie inglesi (’39-’60)

Gli inglesi, sbarcati nel 1339, sbaragliano i francesi, pur molto più numerosi, grazie alla loro addestrata ed efficiente fanteria e agli arcieri sapientemente addestrati.

I francesi avevano una concezione ancora aristocratico-cavalleresca della guerra, affidata a una impetuosa, ma ingenua, cavalleria feudale.

Con la pace di Bretigny del 1360, che vede l’Inghilterra vincere sulla Francia, la Francia deve cedere enormi territori nel Sud-Ovest, oltre Calais.

Inoltre il Re che era stato fatto prigioniero, dovrà pagare un salato riscatto.

Prima fase della guerra dei Cent’anni
Francia nel 1360, dopo la pace di Bretigny

Un primo riscatto francese

Il nuovo Re, Carlo V (1364/80) affidò all’abile Bertrand de Guesclin il compito di riorganizzare l’esercito francese, e questi adottò, con efficacia due tattiche che diedero buoni risultati:

  • la tattica delle imboscate 
  • la tattica della terra bruciata

Queste strategie misero in seria difficoltà gli inglesi. Nel 1380 i possedimenti inglesi erano ormai ridotti a poche piazzeforti sul mare (Bordeaux, Brest,Cherbourg, Calais)

Seconda fase

Le cose precipitano di nuovo per la Francia. Il nuovo re Re Carlo VI è un inetto. Sotto il suo regno prende l’avvio una nuova guerra civile tra due gruppi:

  • i borgognoni (seguaci di Filippo l’Ardito)
  • gli armagnacchi (seguaci di Luigi di Orléans).

Gli inglesi ne approfittano. Il loro Re Enrico V sbaraglia i francesi ad Azincourt nel 1415. Gli inglesi impongono il Trattato di Troyes nel 1420 per il quale viene imposto che il successore di Carlo VI non sia il figlio suo cioè Carlo VII, ma che sia il Re inglese.

Nel 1422 Enrico VI di Inghilterra assume la corona di Francia.

Giovanna d’Arco

Giovanna d’Arco fu la giovanissima che guidò la riscossa francese contro gli inglesi. Era figlia di contadini, analfabeta, fu animata da visioni religiose. Da giovanissima Giovanna d’Arco fu l’anima della riscossa francese nella lunga guerra che oppose la Francia all’Inghilterra tra il Trecento e il Quattrocento. La sua avventura finì tragicamente e fu proprio la sua fine tragica che alimentò la leggenda di questa giovane donna. Lei sentiva di essere stata chiamata da Dio per compiere una missione: liberare la Francia dagli Inglesi.

Giovanna d’Arco – Centre Historique des Archives Nationales, Parig

Il fenomeno Giovanna d’Arco

Presentazione a cura di Alessandro Barbero

Giovanna era donna, povera, giovane. In quanto tale non avrebbe dovuto prender parte alla guerra, men che meno alla sua conduzione. Invece accadde esattamente questo. Lei sosteneva di aver ricevuto delle rivelazioni soprannaturali, che la incitavano a prendere l’iniziativa per la liberazione della Francia.

Fu Giovanna d’Arco (1412-31) a riavviare la riscossa, stavolta definitiva, della Francia. Giovanna in effetti ebbe una importanza decisiva nella liberazione di Orléans (1429), a cui seguì a brevissimo l’incoronazione a Re di Francia di Carlo VII a Reims.

I francesi furono galvanizzati dal travolgente zelo di Giovanna e ripresero vittoriosamente l’iniziativa contro gli inglesi, riorganizzando l’esercito, che si dotò di arcieri, come quello inglese e potenziò l’artiglieria. Fino alla completa vittoria, nel 1453, allorché il re d’Inghilterra ritirò le sue truppe dal suolo francese: gli inglesi erano cacciati definitivamente dalla Francia.

Statua di Giovanna d’Arco a Orléans
Biografia
 
Jeanne d’Arc, detta dai contemporanei la Pucelle (“la Pulzella”, cioè la vergine) nacque nel villaggio di Domrémy nel 1412, in una famiglia contadina. Era analfabeta.
Verso l’età di 13 anni cominciò a credersi visitata da messaggeri celesti che la esortavano alla fede e ad agire per liberare la Francia dagli invasori inglesi.
La corona d’Inghilterra conservava ancora, infatti, possedimenti feudali sul suolo nazionale francese ed era impegnata in quella che sarebbe stata chiamata la guerra dei Cent’anni contro la debole monarchia di Francia.
Giovanna si convinse di essere stata incaricata di una missione: liberare la città di Orléans dalla presenza del nemico e far consacrare re Carlo VII nella Cattedrale di Reims, così come la tradizione della monarchia francese imponeva.
Purtroppo a causa della guerra fino ad allora era stato impossibile celebrare tale cerimonia.
Occorreva agire.
Nel 1429 Giovanna, a 17 anni, abbandonata la casa paterna, si presentò a Carlo VII che le concesse di cavalcare alla testa dell’esercito che andava a soccorrere Orléans.
Non aveva compiti di comando, ma la sua singolare presenza, la sua armatura bianca, il suo stendardo e la sua spada spronarono le truppe all’azione vittoriosa.
Orléans fu liberata a maggio, nel giugno l’esercito francese sbaragliò l’armata inglese presso Patay e in luglio Carlo VII fu consacrato re a Reims.
Giovanna aveva rianimato la stanca campagna militare della monarchia di Francia e intorno al suo nome cominciarono subito a fiorire leggende.
Ma a Carlo VII questo risultato già bastava: ai primi successi non seguì una convinta prosecuzione delle azioni contro gli Inglesi, alla quale Giovanna d’Arco invece incitava.
Pur se isolata e con poche forze, la giovane continuò così a combattere e nel settembre successivo fu ferita sotto le mura della città di Parigi, che si trovava sottoposta al controllo inglesi.
 
Nel 1430, mentre il nemico si riorganizzava, Giovanna si trovò a condurre la lotta alla guida di una compagnia di 200 soldati italiani.
Il 23 maggio, nei pressi di Compiègne, cadde prigioniera nelle mani dei Borgognoni, alleati degli Inglesi, dopo aver opposto una strenua resistenza.
Il giorno successivo fu rinchiusa in un carcere con alcuni fedeli compagni.
Il 24 ottobre, dopo mesi passati a peregrinare da prigione a prigione, e dopo due tentativi di evasione, fu ceduta agli Inglesi dietro il pagamento dell’enorme somma di 10.000 scudi d’oro.
Carlo VII non mosse un dito per salvarla e Giovanna nel gennaio 1431 fu condotta nel castello di Rouen di fronte a un tribunale ecclesiastico asservito agli Inglesi.
 
Giovanna sul rogo

Dal processo alla leggenda

La comparsa sulla scena di Giovanna era stata travolgente.

Con la sua foga, con le certezze provenienti dalle sue visioni, aveva mutato il corso del conflitto.

Ma chi era Giovanna?

Una contadinella esaltata, come forse pensò il suo re Carlo VII, una santa o un’eretica?

Dimostrare quest’ultima tesi e demolire la reputazione di Giovanna (così come volevano gli Inglesi) fu l’obiettivo dei giudici.

Durante i durissimi interrogatori che subì, Giovanna non rinnegò nulla ed espose anzi con forza i principi della sua azione che mirava alla salvezza della Francia.

Il processo si concluse nel maggio successivo.

Giovanna fu dichiarata colpevole di eresia e condannata a morte. Un rogo, nella piazza del mercato di Rouen, pose fine alla sua vita il 30 maggio 1431.

Conclusione della guerra

Diciannove anni più tardi Carlo VII riconquistò la città che era stata la scena del martirio di Giovanna.

Avviò la revisione del suo processo e nel 1456 la pulzella d’Orléans venne pienamente riabilitata e consegnata alla storia di Francia.

La sua vicenda non venne dimenticata e la Chiesa cattolica la dichiarò beata nel 1909 e poi santa nel 1920.

La straordinaria storia di Giovanna è stata raccontata da grandi scrittori, quali Shakespeare e Voltaire. Anche molti musicisti, e tra questi Giuseppe Verdi, si sono ispirati alla sua tragica storia, e il cinema le ha dedicato molti film.

Domande

  1. Quali furono le cause della guerra dei cent’anni?
  2. Chi ebbe la meglio nella prima fase?
  3. Quali furono le conseguenze di questo lungo conflitto?
  4. Quale ruolo ebbe la Pulzella d’Orleans?
  5. Dopo aver letto il racconto della vita e le parole di questa giovane donna, prova a immaginare Giovanna d’Arco e tracciane una descrizione fisica e psicologica. Scrivi almeno 15 righe, fatti aiutare dalla fantasia. Ricordati però di fare frasi brevi.

Fonti

  1. https://www.culturanuova.net/storia/1.medioev/la%20guerra%20dei%20cento%20anni.php
  2. https://online.scuola.zanichelli.it/capirelastoria-files/volume1/approfondimenti/Zanichelli_Vicari1_Unita7_Giovanna.pdf
  3. http://www.treccani.it/enciclopedia/guerra-dei-cent-anni/
  4. https://it.wikipedia.org/
  5. http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanna-d-arco_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/
  6. Bertini, STORIA è … FATTI, COLLEGAMENTI, INTERPRETAZIONI, Mondadori Education, Mursia Scuola.
  7. https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/111/la-francia-dopo-la-conclusione-della-guerra-dei-cent-anni
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Conflitti del Novecento Europa Novecento storia

Le rivoluzioni russe

Il 1917 fu un anno di svolta per l’intera storia mondiale. In quell’anno infatti, con la Grande Guerra che impazzava nel cuore dell’Europa, si verificarono due eventi che avrebbero cambiato il destino della politica internazionale per tutto il XX secolo.

  • Il primo fu l’ingresso nel conflitto da parte degli Stati Uniti i quali, schieratisi al fianco di Inghilterra, Francia e Italia, prepararono il terreno per diventare la nuova guida del mondo occidentale.
  • Il secondo invece avvenne molto più a est e sancì la nascita della super-potenza che avrebbe conteso proprio agli USA il ruolo di leader mondiale: la rivoluzione russa.

Andiamo a guardare cosa era accaduto prima.

La Russia del XIX secolo

Per tutto l’Ottocento la Russia fu uno Stato estremamente arretrato dal punto di vista economico e politico.

Gli zar esercitavano un potere assoluto senza il controllo di nessun parlamento.

L’élite della società era composta dall’aristocrazia, dagli ufficiali dell’esercito, dai vertici della Chiesa ortodossa e dalla burocrazia imperiale. Questi costituivano il 5% della popolazione.

La borghesia mercantile e imprenditoriale era presente quasi solo a Mosca e nei porti del Baltico, ma non aveva nessun reale potere politico ed economico.

Almeno fino al 1860 nel Paese non venne tollerato nessun tipo di opposizione.

La Russia era uno Stato multinazionale. I russi non erano più del 45% della popolazione. Molte erano le problematiche che attraversavano il paese.

  • Finlandesi, polacchi, georgiani, lettoni, estoni, …, tutte le minoranze chiedevano autonomia e indipendenza.
  • Il 90% della terra apparteneva a chiese, monasteri e a poche famiglie aristocratiche.
  • Le campagne, nelle quali viveva la stragrande maggioranza della popolazione, erano profondamente arretrate.
  • I contadini erano ancora sottoposti alla servitù della gleba e disponevano a malapena del necessario per vivere.

Questa situazione sfociò in innumerevoli rivolte (350 tra il 1840 e il 1855) sempre represse nel sangue.

Nel 1855 salì al trono lo zar Alessandro II che tentò una cauta politica di riforme.

Abolizione servitù della gleba

Il provvedimento più importante fu, nel 1861, l’abolizione della servitù della gleba.

In realtà la riforma non migliorò le condizioni di vita della massa dei contadini. Infatti i braccianti per poter continuare a lavorare la terra su cui erano stati servi dovevano versare un riscatto al padrone; dal momento che pochissimi erano in grado di farlo, la situazione rimase praticamente immutata, ma il malcontento aumentò.

Arretratezza industriale

Dal punto di vista industriale l’arretratezza della Russia era ancora più evidente: il Paese esportava materie prime e cereali importando macchinari e prodotti industriali.

Solo a partire dal 1870 si può dire che iniziò il processo di industrializzazione russo, appoggiato da capitali stranieri e da finanziamenti statali.

Verso la fine del secolo la produzione industriale crebbe del 400% concentrata nelle maggiori realtà urbane: Mosca (tessile), la capitale San Pietroburgo (metallurgia) e Baku (petrolio).

Il dibattito politico

L’intellighenzia, la classe intellettuale russa di quest’epoca, era divisa sostanzialmente in due orientamenti occidentalisti e slavofili.

Gli occidentalisti ritenevano che per svilupparsi la Russia dovesse imitare il modello occidentale, accogliendo l’economia capitalista e la democrazia.

Gli slavofili sostenevano che la Russia dovesse approfittare del suo “ritardo” di sviluppo per non commettere gli errori commessi dall’Occidente, evitando i guasti della Rivoluzione Industriale e del capitalismo. Gli slavofili ritenevano che fosse necessario promuovere lo sviluppo sociale e politico a partire dalle campagne:

  • bisognava alfabetizzare i contadini e renderli coscienti della loro condizione;
  • bisognava abbattere lo Stato e sostituirlo con un insieme di comunità agricole.

Questo movimento prese il nome di movimento social rivoluzionario.

Lo sviluppo industriale e le sue conseguenze sociali spinsero alcuni intellettuali russi ad avvicinarsi al marxismo. I marxisti, a differenza dei social rivoluzionari, vedevano nel proletariato urbano e non nei contadini la classe che avrebbe potuto guidare la rivoluzione.

Nel 1898 i socialisti fondarono il Partito Operaio Socialdemocratico Russo che già nel 1903 si divise in due correnti contrapposte:

1. bolscevichi (“maggioranza”) capeggiati da LENIN – sostenevano che una ristretta élite di intellettuali doveva guidare operai e lavoratori alla presa rivoluzionaria del potere per giungere all’abolizione della proprietà privata e alla messa in comune dei mezzi di produzione (comunismo)

2. menscevichi (“minoranza”) capeggiati da Martov – sostenevano che bisognava realizzare riforme politiche e sociali alleandosi con la borghesia e utilizzando le elezioni politiche per arrivare al potere.

Le tre rivoluzioni russe

La rivoluzione del 1905

Nel 1905 la Russia uscì clamorosamente sconfitta da una guerra con il Giappone.

La guerra aggravò le già misere condizioni di vita del proletariato e dei contadini, senza che essi avessero nessun mezzo legale per esprimersi.

Il 9 gennaio del 1905 ben 140.000 persone sfilarono a San Pietrobugo in una manifestazione pacifica verso il Palazzo d’Inverno, la residenza dello zar, per invocarne l’aiuto e la protezione.

L’esercito aprì il fuoco sulla folla provocando un migliaio di morti. Questa giornata venne definita la domenica di sangue e provocò in tutto il Paese scioperi e rivolte nelle fabbriche e nelle campagne.

Persino l’esercito, tradizionalmente fedele alla monarchia, si ribellò.

In giugno si ribellò la corazzata Potëmkin e gli equipaggi mandati a reprimere la rivolta si rifiutarono di sparare sui rivoltosi.

Questa la locandina del film “La corazzata Potëmkin”, film del regista russo Sergej Eizenstein, dedicato alla rivoluzione del 1905.

La vicenda che è diventata una leggenda

L’incrociatore corazzato Potëmkin era una delle più belle unità della flotta russa del mar Nero: 12 000 tonnellate di stazza, più di 700 uomini di equipaggio.
Il 26 giugno 1905, mentre la nave si stava dirigendo verso il porto di Odessa, alcuni marinai si rifiutarono di consumare il rancio in segno di protesta: era stata servita a mensa carne avariata.
Il comandante, per evitare che una tale protesta potesse aver seguito, impartì l’ordine di fucilare alcuni uomini.
A quel punto la protesta si trasformò in vero e proprio ammutinamento.
L’ordine fu rifiutato e un marinaio venne ucciso per mano di un ufficiale.
Gli ammutinati quindi si impadronirono della nave, uccisero il capitano e gran parte degli ufficiali.

Sull’incrociatore venne issata la bandiera rossa e continuò la sua rotta.
Il giorno seguente giunse davanti al porto di Odessa. La città era da tempo in preda ai disordini. Anche lì, nella notte, il generale Khokanov aveva risposto agli scioperi degli operai e alle manifestazioni della popolazione con le cariche dei cosacchi.
I cosacchi avevano sparato sulla folla provocando centinaia di morti.

L’arrivo della nave fu salutato con entusiasmo dai manifestanti, che speravano di ricevere aiuto nella lotta contro le forze governative.
La presenza della cannoniera, però, non fu sufficiente per rovesciare la situazione, anzi, alcuni colpi di cannone sparati dalla nave rischiarono di colpire la popolazione civile.
Quando, pochi giorni dopo, giunse la notizia che tre corazzate della marina zarista si stavano avvicinando al porto, al Potëmkin non rimase che prendere il largo.
La nave però era a corto di rifornimenti, di viveri e di carbone. Si pensò quindi di cercare asilo in un porto straniero.
Dapprima la corazzata approdò nel porto di Teodosia, in Crimea, dove i marinai tentarono vanamente di convincere la popolazione a unirsi alla causa rivoluzionaria, poi si diresse verso la costa rumena e il 7 luglio attraccò al porto di Costanza.
In base a un accordo con le autorità locali, la maggior parte dei marinai ottenne asilo in Romania, alcuni chiesero di essere reintegrati nella marina dello zar, dopo aver dichiarato di essere stati costretti con la forza ad aderire alla ribellione, altri ebbero un passaporto per l’America.
Il Potëmkin infine fu restituito dai rumeni alla marina russa.

Si è discusso a lungo se l’ammutinamento dell’incrociatore sia stato frutto di una rivolta spontanea o sia stato preparato e guidato in modo consapevole.
In effetti episodi di insubordinazione si verificarono in quelle settimane anche su altre navi che incrociavano nel mar Nero. Inoltre, in base alle memorie di alcuni capi bolscevichi, si sa che alcune cellule rivoluzionarie erano presenti fra gli equipaggi della flotta russa e che, per il mese di luglio, in occasione delle grandi manovre navali, era stata progettata un’azione.
Diversi anni più tardi Lenin, a proposito dell’ammutinamento, dichiarò: «Il passaggio del Potëmkin dalla parte dell’insurrezione fu il primo passo verso la trasformazione della rivoluzione in una forza internazionale».
L’incrociatore Potëmkin

Per placare la rivolta lo zar Nicola II promise libertà politiche e l’elezione di un Parlamento, la Duma (dal verbo russo dumat’ = pensare).

In realtà le Dume elette tra il 1906 e il 1917 non ebbero alcun potere effettivo: vennero infatti sciolte ogniqualvolta assumevano posizioni critiche nei confronti dello zarismo.

Sia l’inutilità effettiva della Duma che l’incapacità del governo di risolvere i problemi delle masse più povere accrebbe le tensioni interne al Paese e rafforzò i socialisti, in particolare i menscevichi.

La rivoluzione di febbraio 1917

Nel 1917 la Russia era un Paese ancora arretrato e sull’orlo del collasso. Era rimasta una monarchia dai tratti medievali:

  • sistemi amministrativi e giudiziari antiquati
  • industria quasi assente
  • Parlamento (chiamato Duma) privo di poteri effettivi 
  • popolazione numerosa, estremamente povera, legata quasi esclusivamente all’attività agricola.

La partecipazione della Russia alla Prima Guerra Mondiale fece precipitare la già drammatica situazione.  

Dal punto di vista militare la Russia aveva subito pesanti sconfitte; questo incideva sul morale dei civili e dei soldati.

Lo stato faticava a sostenere il numeroso esercito, mal equipaggiato e mal addestrato.

La produzione del grano scendeva e i prezzi schizzavano alle stelle. Sia i civili che gli eserciti erano stremati dalla fame.

L’esasperazione del popolo cresceva, la guerra era sempre più impopolare e le tensioni sfociarono in un’ondata di scioperi.

A febbraio gli operai di Pietrogrado insorsero in massa.

Lo zar ordinò di disperdere i manifestanti, ma le truppe rifiutarono di ubbidire: iniziava così la rivoluzione di febbraio che presto si estese anche a Mosca.

Le parole d’ordine erano:

  • equa distribuzione della terra ai contadini  
  • democrazia.

Incapace di controllare la situazione lo zar Nicola II si vide costretto ad abdicare.

Nel marzo del 1917 venne instaurata la REPUBBLICA.

Venne formato un governo provvisorio detentore del potere legittimo.

Nel 1917, in tutta la Russia furono distrutte le immagini degli zar, come questa statua dello zar Alessandro III, padre dello zar Nicola appena destituito

Principi che orientano i lavori del governo provvisorio

  • Amnistia per i reati di natura politica e religiosa
  • Libertà di parola, stampa e riunione, di associazione e di sciopero
  • Abolizione di tutte le restrizioni legati al rango sociale
  • L’immediata convocazione di un’Assemblea Costituente a suffragio universale e diretto a scrutinio segreto
  • La sostituzione della polizia con la milizia popolare
  • Tutte le forze militari che prendono parte alla rivoluzione non saranno disarmate
  • Tutti i soldati in servizio saranno esonerati da ogni restrizione che impedisca loro di usufruire dei diritti politici di libero cittadino.

Nel frattempo però si era andato a costituire il SOVIET DI PIETROGRADO, cioè il “consiglio di deputati operai e soldati” formato da rappresentanti eletti nelle fabbriche e nell’esercito. Tale organismo più andava prendendo funzioni di direzione politica.

Nel soviet avevano un ruolo dominante esponenti social rivoluzionari e menscevichi.

Con la caduta dello zarismo si diffuse una maggior libertà di espressione e di associazione: i lavoratori delle fabbriche cominciarono a riunirsi in “consigli” (o soviet) e a portare avanti le loro rivendicazioni:

  • condizioni di lavoro più umane,
  • salario più adeguato,

riduzione della giornata lavorativa a 8 ore.

Anche i soldati incominciarono a inviare le loro rivendicazioni al soviet di Pietrogrado, l’unico organismo che permetteva loro di esprimersi:

  • si lamentavano dell’autoritarismo degli ufficiali,
  • chiedevano un miglioramento della paga e garanzie di sostegno per le famiglie qualora le ferite di guerra li avessero resi inabili al lavoro.

Nell’estate del 1917 il governo costituì un Comitato Centrale Terriero che diede risposta alle richieste formulate da generazioni dai contadini:

  • la terra doveva appartenere a chi la lavorava,
  • doveva essere distribuita gratuitamente alle famiglie di ogni villaggio,
  • nessun indennizzo era dovuto a chi possedeva più terra del consentito.

Il ritorno di Lenin

Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin

Intanto nell’aprile del 1917, dalla Svizzera in cui si trovava in esilio, giunse a Pietrogrado Lenin, il leader della corrente bolscevica.

Lenin era un carismatico intellettuale che aveva fatto proprie le idee di Karl Marx e che dunque professava l’avvento di un nuovo ordine comunista, in cui tutto il potere sarebbe andato al popolo e a i lavoratori, e non più a pochi ricchi e nobili.

Esiliato per le sue idee sovversive, Lenin era un punto di riferimento per coloro che lottavano per maggiori riforme sociali, specialmente i bolscevichi, i quali infatti prepararono il suo ritorno non appena la situazione divenne propizia. La stessa Germania contribuì al rientro di Lenin in patria.

Lenin presentò ai suoi compagni di partito le cosiddette Tesi di aprile, un programma politico che esplicitava gli immediati compiti da svolgere:

  • abbattere il governo provvisorio, costituito da borghesi “parassiti”
  • affidare tutto il potere ai soviet
  • porre fine immediatamente alla guerra con la Germania
  • confiscare le terre e distribuirle ai contadini (iniziativa che era già stata avviata dal governo provvisorio).

In questo decalogo Lenin introdusse anche l’aggettivo “comunista” per definire il nuovo partito che si sarebbe venuto a creare.

Intanto la guerra continuava in maniera sempre più disastrosa: in giugno le truppe mandate all’assalto senza che l’azione fosse stata adeguatamente preparata si rifiutarono di combattere.

Il luglio 1917 però fu l’occasione per nuovi tumulti. Contadini, operai e soldati chiedevano a gran voce l’uscita dalla Grande Guerra. Sedato il focolaio di rivolta, il governo provvisorio esiliò nuovamente Lenin, ritenuto ormai troppo pericoloso. Alcuni capi bolscevichi furono arrestati e Lenin dovette fuggire.

In agosto però ci fu un tentativo di colpo di Stato da parte del generale Kornilov, che voleva far tornare i conservatori al potere e isolare i bolscevichi.

Il colpo di mano fallì, ma la debolezza del governo provvisorio era ormai evidente mentre i bolscevichi apparivano sempre più forti.

A settembre un tentativo di colpo di stato volto ad abbattere il governo repubblicano fu sventato grazie all’appoggio di contadini, operai e bolscevichi.

Questo accrebbe la popolarità degli stessi bolscevichi che conquistarono la maggioranza nel soviet di Pietrogrado.

La rivoluzione di ottobre 1917

La disfatta militare, la disoccupazione e la miseria dilaganti e l’appoggio delle masse spinsero i bolscevichi alla decisione di rovesciare con la forza il governo provvisorio.

A questo scopo venne creato un apparato militare, la Guardia Rossa.

Il 24 ottobre 1917, senza spargimento di sangue, le guardie rosse occuparono i punti strategici della capitale.

Da quel momento in avanti si sarebbero eseguiti gli ordini del soviet.

La rivoluzione bolscevica ebbe successo anche grazie all’appoggio della guarnigione militare di Pietrogrado che si dichiarò neutrale.

Il 25 ottobre i bolscevichi conquistarono il Palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio.

Immediatamente venne aperto il Congresso pan russo dei soviet che, come primi atti, votò:

– il decreto sulla pace: le potenze belligeranti erano invitate a una pace immediata senza annessioni territoriali

– il decreto sulla terra: abolizione della proprietà privata e confisca delle grandi proprietà

Un nuovo governo rivoluzionario, il Consiglio dei commissari del popolo, composto da soli bolscevichi, venne presieduto da Lenin.

Le fabbriche vennero consegnate alla gestione degli operai.

In novembre si tennero le elezioni per l’Assemblea Costituente in cui i bolscevichi conquistarono solo il 25% a fronte del 58% dei social rivoluzionari.

Colpo di stato bolscevico

I lavori dell’assemblea durarono solo un giorno perché, constatatane l’ostilità, il governo bolscevico la sciolse immediatamente.

Con questo atto si concluse l’unico periodo in cui in Russia ci fu un acceso dibattito politico. Con l’avvento del bolscevismo si sperimentò un nuovo tipo di dittatura.

In seguito a questo nuovo atto di forza il partito bolscevico concentrò nelle sue mani tutto il potere, ridimensionando fortemente il ruolo degli stessi soviet.

Questo atto alienò ai bolscevichi le simpatie di vasti strati popolari, tanto che moltissimi aristocratici ed intellettuali abbandonarono la Russia (1 milione di emigrati tra il 1918 e il 1926).

Lenin costituì quindi un nuovo governo rivoluzionario Bolscevico e cominciò a porre le basi del nuovo ordine nazionalizzando le banche, le fabbriche e le proprietà agricole (che divennero proprietà dello Stato).

Parallelamente vennero arrestati tutti gli oppositori del nuovo regime e si diede inizio ad una serie di colloqui diplomatici per porre fine alla guerra.

La pace di Brest-Litovsk, una pace separata

Nel marzo del 1918 il governo bolscevico affrontò il problema della pace: – a Brest-Litovsk venne siglata con i tedeschi una pace durissima che imponeva alla Russia di rinunciare a terre fertili, popolose e ricche di risorse minerarie: Ucraina, Polonia, Finlandia, Estonia, Lettonia e altri vasti territori uscivano dall’orbita russa.

A questo punto le stesse potenze dell’Intesa (ex-alleati della Russia) decisero di intervenire contro lo Stato bolscevico per due motivi:

– ricostruire una repubblica democratica che continuasse la guerra contro gli Imperi Centrali

– eliminare un pericoloso esempio di governo rivoluzionario che avrebbe potuto alimentare l’opposizione socialista e operaia negli stessi Stati occidentali.

La Russia dopo la pace di Brest-Litovsk (1918) – https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale

Le truppe dell’Intesa invasero quindi il territorio russo affiancandosi alle armate bianche costituite dalle forze che si opponevano ai bolscevichi (truppe fedeli al regime zarista, piccoli proprietari, etc.).

Le Armate Bianche, nome tratto dal colore della divisa delle ex truppe zariste, si opposero all’Armata Rossa, l’esercito bolscevico.

Russi contro russi: la guerra civile

 La guerra civile durò fino al 1920 e costò 3 milioni di morti. Anche lo zar e la sua famiglia vennero giustiziati perché si temeva che potessero essere liberati dai controrivoluzionari.

Dopo due anni di lotte acerrime che devastarono il territorio russo e la sua popolazione la guerra fu vita dai bolscevichi.

Le sorti della guerra furono favorite dall’appoggio dei contadini che temevano, in caso di vittoria dei bianchi, di perdere quel poco che avevano ottenuto: tra il ritorno alla schiavitù del regime zarista e la proposta bolscevica, alla fine prevalse quest’ultima.

Il triumvirato dei rivoluzionari. Da destra verso sinistra: Stalin, Lenin e Kalinin

La nascita dell’URSS

Dopo la vittoria bolscevica nella guerra civile nacque un nuovo Stato federale: l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

I bolscevichi accentuarono i tratti autoritari del loro governo:

  • tutti gli oppositori, compresi menscevichi e social rivoluzionari, vennero dichiarati fuorilegge
  • fu reintrodotta la pena di morte che era stata abolita dopo la rivoluzione d’ottobre
  • venne creata la Ceka, una polizia politica tristemente famosa per i suoi metodi violenti e arbitrari.

Quando uscì dal conflitto mondiale, la Russia avrà pagato il prezzo della guerra con oltre 3 milioni e mezzo di morti, tra militari e popolazione civile.

Il triumvirato dei rivoluzionari. Da destra verso sinistra: Stalin, Lenin e Kalinin

La falce e martello, simboli delle classi dei lavoratori, è il il simbolo del comunismo e identificherà la futura Unione Sovietica.

Un nuovo ordine era nato e la Russia, che dal 1922 si chiamerà Unione Sovietica, sarebbe cambiata per sempre.

FONTI: 

www.focusjunior.it

www.treccani.it

http://laspada.altervista.org/la-rivoluzione-russa/

https://it.wikipedia.org