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Gabriele D’Annunzio

Gabriele d’Annunzio è uno scrittore, poeta, drammaturgo, militare, politico, giornalista, pubblicitario italiano. È considerato uno dei simboli del decadentismo italiano. Ha combattuto la prima guerra mondiale e nel 1924 è stato insignito dal Re Vittorio Emanuele III del titolo di “Principe di Montenevoso

Perché è famoso?

  • Gabriele d’Annunzio ha saputo esprimere sia i miti che le contraddizioni della moderna società di massa. 
  • Nella sua vita e nelle sue opere ha dato voce a un sogno collettivo di un “vivere inimitabile”. 
  • Con le sue opere il Poeta fu interprete del sentimento della decadenza,  dell’ossessione della vita che fugge e del tempo che corrompe e distrugge ogni cosa.

Gabriele d’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863 da Francesco D’Annunzio e Luisa de Benedictis. Gabriele è il terzo di cinque fratelli. Fin dalla più tenera età emerge la sua grande intelligenza e la sua precocissima capacità amatoria.

Il giovane d’Annunzio

Frequenta il reale collegio Cicognini di Prato, un costoso convitto celebre per severità e rigore. Gabriele è un allievo irrequieto, ribelle e insofferente alle regole collegiali, ma è studioso e brillante, molto intelligente e deciso a primeggiare.

Nel 1879 pubblica, a spese del padre, la sua prima opera di poesie intitolata «Primo Vere». che ottenne un’entusiastica recensione critica sulla rivista romana Il Fanfulla della domenica.

Il successo ottenuto dal primo volume di liriche ha fatto di d’Annunzio l’esordiente più ammirato d’Italia. Ma dopo un anno è necessario mantenere tale successo. Il poeta lavora con estremo impegno alla revisione della raccolta ma trova anche un espediente molto efficace per promuovere la sua opera, rivelando già le sue doti di pubblicitario.

Il 13 novembre del 1880 sulla “Gazzetta della Domenica” di Firenze compare un trafiletto, che commuove l’Italia:

«Gabriele d’Annunzio, il giovane poeta già noto nella repubblica delle lettere, di cui si è parlato spesso nel nostro giornale, giorni addietro (5 novembre) sulla strada di Francavilla, cadendo da cavallo per improvviso mancamento di forze, restò morto sul colpo. Fra giorni doveva uscire la nuova edizione del suo “Primo vere”».

La notizia rimbalza dappertutto e le maggiori testate letterarie italiane piangono «quest’ultimogenito delle Muse», «gioia dei suoi genitori amore dei compagni, orgoglio dei maestri». Si tratta di lacrime inutili. Il poeta, infatti, firmandosi con il nome fasullo di G. Rutini, aveva fornito egli stesso con una cartolina la notizia della propria morte.

Mentre giungono da ogni parte a Pescara condoglianze sbigottite e decine di struggenti necrologi compaiono sulla stampa, d’Annunzio ricompare, come se nulla fosse successo, vivo e vegeto, qualche giorno dopo l’uscita della seconda edizione di Primo vere, che naturalmente, sull’onda dell’emozione, aveva riscosso un immediato successo.
Il colpo da maestro della pubblicità è riuscito perfettamente. 
Fonte: https://www.giuntitvp.it/blog/sguardi-al-cuore-della-letteratura/la-falsa-morte-di-un-poeta-promettente/

Al termine degli studi liceali consegue la licenza d’onore; ma prima di tornare a Pescara, si ferma a Firenze, da Giselda Zucconi, detta Lalla, il suo primo vero amore.

Il periodo romano

Nel novembre 1881 D’Annunzio si trasferisce a Roma per frequentare la facoltà di lettere e filosofia, ma si immerge con entusiasmo negli ambienti letterari e giornalistici della capitale, trascurando lo studio universitario. Non riuscirà a concludere l’università.

Qui collabora con alcune delle testate giornalistiche più in voga, specializzandosi in un genere che lo appassiona: la cronaca rosa ed il pettegolezzo. Teatro delle sue cronache erano tutti gli avvenimenti mondani, ricevimenti, feste dove dava sfoggio di sé alimentando l’immancabile gossip che rende più appetitosa ogni cronaca.

Il giovane Gabriele, che non era nobile di origine, entra nei prestigiosi salotti dell’aristocrazia romana, rendendosi famoso per le cronache quotidiane e gli articoli di giornali, articoli che attiravano la curiosità del pubblico e la soddisfazione di chi vi era descritto.

In uno di questi salotti conosce la duchessina Maria Altemps Hardouin di Gallese, figlia dei proprietari di palazzo Altemps. La ragazza era bellissima, bionda ed alta, orgoglio dei suoi genitori. Maria era senza dubbio il più bel partito di Roma. Quando la giovane incontra Gabriele d’Annunzio rimane affascinata. Lei sognava l’amore come lo aveva appreso dall’ambiente letterario ed artistico che con la madre condivideva e la penna e le parole del giovane scrittore fanno breccia nel cuore della fanciulla.

Maria Altemps Hardouin di Gallese https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Maria_Hardouin.jpg

Una fuga d’amore sancisce la loro unione. Il matrimonio, anche se osteggiato da entrambe le famiglie, viene celebrato. Dal matrimonio nascono tre figli.

Qualche anno dopo dirà:

“…a quel tempo amavo la poesia, ma avrei fatto bene a comprare un libro, che mi sarebbe costato assai meno.”

È da segnalare che già in quest’epoca D’Annunzio è perseguitato dai creditori, a causa del suo stile di vita eccessivamente dispendioso.

D’Annunzio si occupa sempre più di cronaca mondane e riacquista entusiasmo artistico e creativo quando incontra ad un concerto il grande amore, Barbara Leoni, ossia Elvira Natalia Fraternali.

La relazione con la Leoni crea molte difficoltà a D’Annunzio. In quel periodo Gabriele vuole dedicarsi alla sua nuova passione, il romanzo. Per allontanare dalla mente le difficoltà familiari, si ritira in un convento a Francavilla dove elabora in sei mesi uno dei suoi romanzi di maggior successo «Il Piacere».

Nel 1893 d’Annunzio deve affrontare un processo per adulterio, che fa aumentare negli ambienti aristocratici, le avversità nei confronti del poeta.

Anche le difficoltà economiche minano la serenità del poeta. Infatti oltre ai debiti da lui contratti si sommano quelli del padre deceduto il 5 giugno 1893. D’Annunzio intensifica il suo lavoro e, tornato alla solitudine del convento elabora il “Trionfo della morte”.

Eleonora Duse

Nel 1882 d’Annunzio aveva incontrato la fascinosa attrice Eleonora Duse. Lui aveva cercato di sedurla e lei lo aveva rifiutato

Nel 1888 la Duse, dopo aver recitato nei panni della “Signora delle camelie”, rientrando in camerino viene fermata da un giovanotto esile ed elegante

Il loro amore sboccia nel corso degli anni 90. Il legame che i due creano è fatto di amore e di lavoro ed è caratterizzato da periodi di vicinanza e collaborazione e altri di crisi e rotture.

Nel 1898 d’Annunzio affittò una villa trecentesca nei pressi di Firenze la Capponcina, per avvicinarsi a lei.

La rottura fu poi inevitabile, ma la Duse ispirò una parte molto importante dell’opera dannunziana, tale da essere la musa ispiratrice della raccolta poetica Alcyone, la più celebre delle raccolte poetiche dannunziane. Infatti, durante la loro relazione, d’Annunzio scriveva circa 6000 versi al mese.

Alessandra di Rudinì

Dopo la rottura con la Duse il poeta ospita alla Capponcina un’altra donna, Alessandra di Rudinì, vedova Carlotti, con la quale instaura un tenore di vita oltremodo lussuoso e mondano, trascurando l’impegno letterario.

Alessandra Carlotti di Rudinì – immagine di Marzamemi2014 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=64056088

Dopo la rottura con la Duse il poeta ospita alla Capponcina un’altra donna, Alessandra di Rudinì, vedova Carlotti, con la quale instaura un tenore di vita oltremodo lussuoso e mondano, trascurando l’impegno letterario.

Questa nuova relazione favorisce lo snobismo del poeta. Vivendo al di sopra delle sue possibilità d’Annunzio si trova sempre più indebitato al punto di dover fuggire per evitare i creditori.

La sua bella Nike, così era denominata Alessandra Di Rudinì, nel maggio del 1905 Alessandra si ammala gravemente, travolta dal vizio della morfina: D’Annunzio la assiste affettuosamente ma, dopo la sua guarigione, la abbandona. Lo choc per Nike è enorme, tanto che decide di ritirarsi a vita conventuale.

Viaggio in Francia

Le immense difficoltà economiche costringono D’Annunzio ad abbandonare l’Italia e a recarsi nel marzo 1910 in Francia. In Italia era assediato dai creditori, in Francia viene accolto con tutti gli onori dal mondo intellettuale francese. Anche sul fronte femminile d’Annunzio riscuote buoni successi: la giovane russa Natalia Victor de Goloubeff, la pittrice Romaine Brooks, la bellissima danzatrice statunitense Isadora Duncan, la danzatrice Ida Rubinstein, a cui dedica il dramma “Le martyre de Saint Sébastien”, musicato in seguito dal superbo genio di Debussy.

Anche se residente in Francia il poeta resta attivo in Italia: continua a collaborare con “Il Corriere della sera” di Luigi Albertini, dove fra l’altro sono state pubblicate le “Faville del maglio”.

L’esilio francese è stato artisticamente proficuo. Qui si dedica ad opere teatrali e anche cinematografiche.

Allo scoppio della prima guerra si conclude il suo soggiorno francese. La guerra è  considerata da D’Annunzio l’occasione perfetta per esprimere, attraverso l’azione, gli ideali superomistici ed estetizzanti, affidati, sino ad allora, alla produzione letteraria.

D’Annunzio in guerra

Il 14 maggio del 1915 Gabriele d’Annunzio rientra in Italia, inviato dal governo italiano a inaugurare il monumento dei Mille a Quarto, vicino a Genova. Il suo discorso di inaugurazione gli dà l’occasione per fare una orazione interventista e antigovernativa.

La sua voce si unisce quindi al coro urlante degli interventisti. Quando poi l’Italia dichiara guerra all’impero Austro-ungarico, d’Annunzio, non più giovane, vuole arruolarsi. Ma non è più giovane, ormai ha già 52 anni, e quindi si cerca d’impedirglielo, adducendo limiti d’età. la realtà è che l’imprevedibile d’Annunzio fa paura: si temono le sue iniziative. Della sua richiesta si interessa Antonio Salandra, il Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, e così Gabriele può rivestire la sua vecchia divisa di tenente di cavalleria. Viene assegnato al Quartier Generale del Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata; qui ha anche la possibilità di decidere le imprese in cui cimentarsi.

Le prime imprese

Gabriele D’Annunzio, a sinistra, si prepara al volo con il capitano Ermanno Beltramo (a destra) – https://espresso.repubblica.it/opinioni/dentro-e-fuori/2018/04/27/news/il-fante-ungaretticontro-d-annunzio-1.321089

Il volo su Trieste

Volare su Trieste con uno dei primi aerei di legno e tela diviene presto il suo pensiero dominante. Unitosi al tenente pilota Giuseppe Miraglia, a bordo di un apparecchio, il 7 agosto lancia sulla città manifestini tricolori rincuoranti le popolazioni in attesa: «Coraggio, fratelli! Coraggio e fede! Vi state avvicinando alla fine del vostro martirio».

Il volo su Trento

Il 20 settembre vola sopra la città di Trento e lancia dei volantini che proclamano: «Oggi il pugno bronzeo di Dante si stringe sul tuo capo chino, o popolo di Trento. Sorgi e leva lo sguardo… Il nostro amore, armato di tutto punto, avanza contro la compattezza delle tue rocce e dei tuoi ghiacciai…».

In seguito vola ripetutamente sul Trentino, sul Carso, sulla costa istriana, su Pola, insieme con piloti coraggiosi. In questo periodo inventa un grido che è destinato a diventare famoso in tutto il Paese nel periodo fascista: «Eja, eja, alalà»,

La morte in guerra è uno spettacolo comune, ma resta uno spettacolo a cui è difficile abituarsi. D’Annunzio soffre alla morte del suo pilota Giuseppe Miraglia e davanti alla sua salma, all’ospedale della Marina, a Venezia scrive questi passi.

Sopra un lettuccio a ruote è disteso il cadavere. La testa fasciata. La bocca serrata. L’occhio destro offeso, livido. La mascella destra spezzata… Il viso olivastro; una serenità insolita nell’espressione.

L’incidente aereo

La morte sfiora anche lo stesso Gabriele, nel gennaio del 1916. Si stava preparando a sorvolare Trieste assieme a Luigi Bologna. Il tempo è cattivo ed il motore dell’apparecchio non in perfetta efficienza. Ad un tratto, abbassatosi troppo, l’aereo finisce contro un banco di sabbia, nei pressi di Grado. Il poeta è sbalzato dal sedile, nella caduta va a battere l’occhio e la tempia destra contro la mitragliatrice di prua.

D’Annunzio sviene e viene portato in ospedale. per il suo carattere irruente vorrebbe rimettersi in azione senza sottoporsi alle cure opportune. Ma la vista peggiora e l’occhio destro è perduto. Per non perdere anche quello sinistro, deve stare in assoluto riposo.

L’immobilità imposta e l’oscurità che lo avvolge lo portano a creare un altro capolavoro letterario. In questo periodo compone il “Notturno, il Commentario delle tenebre“: scrive le sue riflessioni su striscioline di carta che gli premettono di scrivere alla cieca.

«Ho gli occhi bendati» scrive con mano malferma; «sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi… Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga.
Ho tra le dita un lapis scorrevole…
Sento in tutta la mia attitudine la rigidità di uno scriba egiziano scolpito nel basalto…
Sotto la benda il fondo del mio occhio ferito fiammeggia come il meriggio estivo di Bocca d’Arno…
Non ho difesa di palpebre né altro schermo.
Il tremendo ardore è sotto la mia fronte, inevitabile…
Il sudore salso mi cola fin nella bocca misto alle lacrime delle ciglia compresse.
Ho sete.
Domando un sorso d’acqua.
L’infermiera me lo nega, perché m’è vietato di bevere.
“Tu ti disseterai nel tuo sudore e nel tuo pianto”.
Il lenzuolo aderisce al mio corpo come quello che involge l’annegato stillante di sale, tratto alla riva e deposto su la sabbia sinché non venga qualcuno a riconoscerlo, a chiudergli le palpebre schiumose e a ululare sul suo silenzio…».
 

Bombardamento di Parenzo

Il processo di guarigione è lento; ma appena il poeta è in grado di uscire, ritorna all’azione. L’occhio destro è perso; nonostante questo il 13 settembre si getta al bombardamento aereo di Parenzo insieme al pilota Luigi Bologna. Lui è esperto e si muove sicuro anche in mezzo alla foschia.

D’Annunzio racconta che quando giungono a tiro ….
«tolsi le spine dalle mie bombe da gamba, e cercai di ridurre al silenzio il nemico e la mia sorte… Quando calammo nel canale di Sant’Andrea e rimontammo lo scivolo, mi parve che i miei giovani compagni aspettanti, nel sollevarmi sopra le loro spalle, mi esaltassero alla cima della loro gioventù e all’apice delle loro ali. Ero rinato».
Quest’impresa gli vale la citazione dal Ministero della Marina.

La vita in trincea

Da allora, fino all’estate del 1917, il poeta condivide con i fanti la vita di trincea: gli piace mettersi a contatto con gli umili, sentirne l’anima rude e semplice, specialmente se gli accade di incontrarsi con qualcuno della sua terra. Questo è uno dei suoi racconti.

«Una volta eravamo su per il Veliki, all’assalto. I fanti mordevano l’azzurro. Ma l’azzurro mi rosseggiava.
Mi pareva che tutti avessero il mio cuore per insegna vermiglia.
Ed ecco, odo alla mia sinistra un accento d’Abruzzo, un suono di terra natale.
Il linguaggio natale mi rifluisce alla gola, alle labbra.
Chiamo, grido, interrogo.
M’è risposto.
M’è dato il rude e fiero tu paesano e romano.
“E tu chi si’? E tu chi sei?”.
“I’ so’ d’Annunzio”.
“Tu si’ d’Annunzie? Gabbriele!”.
Lo stupore spalancava la bocca al piccolo fante.
“E chi st’ fa’ a ècche? Vàttene! Vàttene! Si i’ me more, n’n è niende. Ma si tu te muore, chi t’arrefà?».

Molte altre sono le battaglie in cui si distingue e le imprese che compie. Sarà promosso prima capitano e poi maggiore.

Le sue imprese sono viste in modi diversi: da un lato mostrano puro e disinteressato eroismo, dall’altro la bramosia di innalzare la propria personalità, la sua autocelebrazione. Bisogna ricordare che comunque d’Annunzio ha coraggio da vendere e la sfida lanciata al pericolo e alla morte non è retorica.

Questo non toglie che il poeta vuole che la gloria sia clamorosa e abbagliante, per ricavarne il massimo profitto d’immagine.

Dopo la disfatta di Caporetto d’Annunzio sente che tocca a lui infondere coraggio nei giovani della classe 1899, i diciottenni chiamati a vestire la divisa per fermare il nemico che sta invadendo il Veneto.

Bisogna tener duro, «non piegare d’un’ugna»; non basta versare il sangue, non basta offrirsi, non basta morire: bisogna «vivere e combattere, vivere e resistere, vivere e vincere».

La beffa di Buccari

Nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, Gabriele d’Annunzio compie la sua impresa più eroica la «Beffa di Buccari». Lo scopo dell’impresa è quello di infliggere un grave colpo alla Marina Austriaca, nei porti dell’Adriatico.

I protagonisti della beffa Buccari – Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3792426

A notte fonda, su tre piccole motosiluranti (i MAS 94, 95 e 96), gli ideatori dell’impresa, Gabriele d’Annunzio, Costanzo Ciano (padre di Galeazzo Ciano), Luigi Rizzo ed Andrea Ferrarini, si avventurano nelle acque nemiche penetrando nella piccola baia di Buccari, presso Pola.

Lì è stata segnalata la presenza di navi da guerra nemiche. È un rifugio che sembra inattaccabile perché è difeso da potenti artiglierie costiere ed è sbarrato da catene e reti subacquee. Solo un’azione di sorpresa, compiuta da uomini audaci, può raggiungere il successo.

È passata da poco la mezzanotte. Superata Pola, le tre piccole imbarcazioni penetrano nella baia di Buccari, in casa del nemico. Non ci sono navi militari, solo mercantili. I tre decidono di lanciare comunque la loro sfida scagliando i siluri contro quattro navi mercantili; le reti di protezione riducono i danni, ma un piroscafo rimane danneggiato. Per completare l’impresa, gli incursori portano tre bottiglie avvolte in nastri tricolori con dentro un cartello arrotolato. Questo il testo.

«In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile.
E un buon compagno, ben noto – il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro – è venuto con loro a beffarsi della taglia».

La batteria del porto s’illumina al loro passaggio, ma tace. Il nemico è disorientato: non crede possibile tanta temerarietà – le armi di d’Annunzio e dei suoi compagni non sono che due mitragliatrici a prua ed una a poppa.

D’improvviso, quando sono all’altezza di Prestenizze, da qualche posto di vedetta scoppia un tiro di fucileria. Non piegano il capo, rispondono agli spari solo con facezie e invece che accelerare l’andatura, la rallentano. Accendono addirittura il fanale di poppa, per esser visto da una delle tre siluranti, rimasta indietro. Ma non sanno dove sia, non lo vedono nella grande oscurità: allora decidono d’invertire la rotta per tornare indietro a cercarla.

Sprezzanti del pericolo passano nuovamente davanti a Prestenizze, si ricacciano nella morsa del nemico che tace ancora. Quando i siluranti tornano indietro, passando per la quarta volta gli sbarramenti, ridono delle sentinelle sbalordite.

«La nostra piccola bandiera quadrata si muove come una mano che faccia un cenno continuo.
Ha il rosso rivolto verso l’Italia, che mi par di rivedere in sogno, simile a un grappolo premuto o a un cuore pesto.
Ho l’amaro del sale in bocca, come quando nel buio la lacrimazione dell’occhio infiammato mi scendeva fino alla connessura delle labbra arse.
L’alba non è eguale per tutti.
Dall’Italia navighiamo verso l’Italia».

I danni procurati al nemico sono risibili, ma l’impresa di Buccari ha una grande risonanza in Italia, in una fase della guerra in cui gli aspetti psicologici sono sempre più importanti. L’Italia che si sta riorganizzando dopo il disastro di Caporetto, si rinvigorisce all’eco nell’impresa, si risolleva lo spirito della popolazione e dei soldati impegnati sul Piave.

Il volo su Vienna

Gabriele d’Annunzio ha pensato di fare un volo su Vienna già nel 1915. Non ha mai potuto effettuarlo sia perché i Comandi ritengono impossibile fare un volo di mille chilometri, di cui ottocento su territorio nemico, con velivoli che erano dotati di scarsa autonomia.

Ma il poeta non si arrende e il 4 settembre del 1917 d’Annunzio compie un volo di dieci ore senza particolari problemi. Dimostra così che l’impresa è possibile. Il 9 agosto 1918 otto ricognitori della squadriglia «La Serenissima», aerei veloci e con grande autonomia, partono alle 5:50 del mattino.

Nonostante le sfavorevoli condizioni atmosferiche, arrivano sopra Vienna, si abbassano a meno di ottocento metri e cominciano a lanciare centinaia di migliaia manifestini tricolori. Due erano i testi scritti sui volantini.

In questo mattino d’agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata e luminosamente incomincia l’anno della nostra piena potenza, l’ala tricolore vi apparisce all’improvviso come indizio del destino che si volge.
Il destino si volge.
Si volge verso di noi con una certezza di ferro.
È passata per sempre l’ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta.
La vostra ora è passata.
Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina e predominerà sino alla fine.
I combattenti vittoriosi del Piave, i combattenti vittoriosi della Marna lo sentono, lo sanno, con una ebbrezza che moltiplica l’impeto.
Ma, se l’impeto non bastasse, basterebbe il numero; e questo è detto per coloro che usano combattere dieci contro uno.
L’Atlantico è una via che già si chiude; ed è una via eroica, come dimostrano i nuovissimi inseguitori che hanno colorato l’Ourcq di sangue tedesco.
Sul vento di vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremmo osare e fare quando vorremo, nell’ora che sceglieremo.
Il rombo della giovane ala italiana non somiglia a quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino.
Tuttavia la lieta audacia sospende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o Viennesi.
Viva l’Italia!
Questo il testo scritto in italiano da Gabriele d’Annunzio. Il testo piuttosto prolisso e involuto era impossibile da tradurre in tedesco.
VIENNESI!
Imparate a conoscere gli Italiani.
Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate.
Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà.
Noi Italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne.
Noi facciamo la guerra al vostro Governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele Governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d’odio e d’illusioni.
VIENNESI!
Voi avete fama di essere intelligenti.
Ma perché vi siete messi l’uniforme prussiana?
Ormai, lo vedete, tutto il mondo s’è volto contro di voi.
Volete continuare la guerra?
Continuatela, è il vostro suicidio.
Che sperate?
La vittoria decisiva promessavi dai Generali Prussiani?
La loro vittoria decisiva è come il pane dell’Ucraina: si muore aspettandola.
POPOLO DI VIENNA, pensa ai tuoi casi. Svegliati!
VIVA LA LIBERTÀ!
VIVA L’ITALIA!
VIVA L’INTESA!».
Su altri volantini fu stampato questo testo, più semplice e immediato, di Ugo Ojetti, che fu tradotto in tedesco. Fonte https://www.ilpost.it/2018/08/09/volo-vienna-dannunzio/

Sono le 9.20 del mattino. Dagli aerei gli aviatori vedono con chiarezza la popolazione che si riunisce nelle strade, vede il suo fermento. Ma nessun colpo viene sparato dalla contraere. Due caccia austriaci che hanno avvistato la formazione si affrettano ad atterrare per avvertire il Comando, ma non vengono creduti.

I manifestini lanciati sulla città vengono conservati dai Viennesi, in un momento in cui la fame ha stremato anche i cittadini austriaci.

Nel viaggio di ritorno gli aerei volano su Wiener-Neustadt, Graz, Lubiana e Trieste. La pattuglia rientra al campo di aviazione alle 12,40; manca un velivolo, costretto ad atterrare per un guasto al motore.

Il volo diventa ben presto leggenda. Fa enorme impressione anche nemici, sia per l’audacia dell’azione, sia per lo spirito cavalleresco degli Italiani che hanno lanciato manifestini, anziché bombe, sulla popolazione inerme. Gli Austriaci avevano più volte bombardato città italiane, uccidendo dei civili.

A Vienna aspre critiche che giungono da ogni parte contro le autorità. La popolazione non era stata avvisata prima: cosa sarebbe accaduto ai viennesi se gli italiani avessero lanciato bombe invece che volantini?

Anche il volo su Vienna, come la Beffa Buccari, fu militarmente irrilevante. Produce però un’enorme impressione in Italia e nel mondo.

Il 3 novembre, le truppe italiane entrano in Trento e in Trieste; il giorno dopo, l’Austria firma l’armistizio. Nell’esultanza il poeta eleva un encomio altissimo al «Re Vittorioso», e invia alla «Gazzetta del Popolo» di Torino un telegramma.

[ … ] Non ho mai sentito tanto profondo l’orgoglio di essere italiano.
Fra tutte le nostre ore storiche, questa è veramente la più alta. [ … ] Solo oggi l’Italia è grande, perché solo oggi l’Italia è pura fra tante bassezze di odii, di baratti, di menzogne. [ … ]

L’impresa di Fiume

Premesse

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, l’Italia era ancora legata agli Imperi centrali dalla Triplice alleanza. Il trattato però aveva valore esclusivamente difensivo: l’impegno dei firmatari scattava solo in caso di aggressione ai danni di uno dei suoi contraenti da parte di un altro Stato.

Allo scoppio della Grande guerra, l’Italia si era proclamata neutrale, ma nel 15, dopo trattative segrete con entrambe le parti, il 26 aprile 1915 fu firmato il trattato di Londra, all’insaputa del Parlamento. L’Italia si impegnò così a entrare in guerra, contro la Germania e l’Impero austroungarico, entro un mese. In cambio l’Italia avrebbe ottenuto:

  • il Trentino e l’Alto Adige,
  • l’Istria con l’esclusione di Fiume, che nel Patto di Londra l’Italia aveva concesso alla Croazia con una imperdonabile leggerezza
  • la Dalmazia,
  • Valona in Albania
  • le isole del Dodecaneso.

I croati, fin dal 1915, avevano costituito in Francia ed in Inghilterra i cosiddetti “Comitati jugoslavi”. Propagandarono la liberazione delle “Nazionalità oppresse dall’Austria” e svolsero un’abile azione presso le cancellerie di Londra, Parigi e poi anche a Washington, per convincere gli Alleati della necessità di creare quel futuro stato indipendente dei Serbi-Croati-Sloveni qualora l’Austria-Ungheria fosse stata sconfitta. Ma in questo nuovo stato sarebbe stata compresa anche l’intera Dalmazia: questo andava in contrasto con le aspettative dell’Italia, garantite dal Patto segreto di Londra!

Quando nel 1919 gli stati vincitori si trovarono a Versailles gli accordi presi con l’Italia non furono totalmente mantenuti. La responsabilità di questo cambiamento è da attribuire a cause diverse:

  • l’atteggiamento filo-slavo assunto dagli USA
  • la scarsa abilità della diplomazia italiana durante la Conferenza di Pace.

La Conferenza di Parigi si concluse con l’insoddisfazione italiana. Fu proprio d’Annunzio a formulare l’espressione “vittoria mutilata”, una vittoria che lasciava delle questioni sospese.

La nostra delegazione, guidata da Vittoria Emanuele Orlando, s’impegnò nel tentativo di aggiungere all’Istria anche il territorio della città di Fiume. La maggior parte degli abitanti di Fiume erano italiani e nel corso della storia avevano difeso sempre la loro italianità.

A Parigi la diplomazia italiana non ottenne ciò che si era prefissata; la delegazione chiese che i fiumani potessero esprimere il loro parere. Ma i delegati iugoslavi si opposero. Il governo italiano non seppe reagire con forza; Orlando fu sostituito da Nitti, il quale tornò alla Conferenza di Pace per rinunciare a Fiume, poiché l’Italia aveva bisogno degli aiuti internazionali per pagare i prestiti di guerra.

Questa rinuncia fu vista come un tradimento da parte di d’Annunzio e i suoi fedeli.

Mio caro compagno, Il dado è tratto.
Parto ora.

Domattina prenderò Fiume con le armi.
Il Dio d’Italia ci assista.
Mi levo dal letto febbricitante.
Ma non è possibile differire.
Ancora una volta lo spirito domerà la carne miserabile. 
Riassumete l’articolo !! che pubblicherà la Gazzetta del Popolo e date intera la fine !!. E sostenete la causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio- 11 Settembre 1919. – G.D’A.”.

E così il 12 settembre del 1919 Gabriele D’Annunzio, assieme ai suoi legionari, si mise in marcia alla volta di Fiume. Il governo Nitti fu informato dell’azione solo tramite il Giornale d’Italia.

D’Annunzio agì con determinazione senza essersi consultato con le autorità italiane. Non ottenne alcun sostegno dall’Italia, perché il governo italiano non poteva sostenere quella che era, a tutti gli effetti, un’aggressione.

Nitti, incaricò Badoglio di recarsi presso Fiume per riportare l’ordine, quindi sancì il blocco totale degli aiuti e d’Annunzio espresse da subito il rifiuto a qualsiasi negoziato con Nitti.

Il 16 settembre inviò una polemica lettera a Mussolini, fondatore dei fasci di combattimento, contestandogli lo scarso sostegno econimico:

«Mio caro Mussolini, mi stupisco di voi e del popolo italiano. Io ho rischiato tutto, ho fatto tutto, ho avuto tutto. […]
Io ho tutti soldati qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi. È un’impresa di regolari.
E non ci aiutate neppure con sottoscrizioni e collette. […] 
Non c’è proprio nulla da sperare?
E le vostre promesse?
Bucate almeno la pancia che vi opprime, e sgonfiatela.
Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere.
Ma non vi guarderò in faccia.»

D’Annunzio decise che Fiume doveva trasformarsi da stato di fatto a stato di diritto, per poterne rivendicare la sovranità.

La sera del 30 agosto, i cittadini furono convocati al teatro “La Fenice”, per leggere il nuovo statuto sul quale sarebbe stato fondato il nuovo stato: nasceva la Reggenza Italiana del Carnaro.

D’Annunzio e i suoi legionari

Il nuovo governo varò tra l’altro una nuova costituzione incredibilmente avanzata e moderna: “La Carta del Carnaro”.

Carta del Carnaro

È strutturata in 65 articoli divisi in venti capitoli.

La Carta stabiliva:

  • un salario minimo,
  • l’assistenza nell’infermità, nella disoccupazione, nella vecchiaia,
  • il risarcimento del danno in caso di errore giudiziario o di abuso di potere,
  • libertà di pensiero, di stampa, di associazione,
  • libertà per ogni culto, purché non fosse usato come alibi per non compiere i doveri della cittadinanza.

Veniva riconosciuta la proprietà privata, fondata sul lavoro e volta all’utilità sociale.

Il diritto di voto era garantito a tutti, sia uomini sia donne che avessero compiuto vent’anni.

Era previsto per entrambi i sessi, il servizio militare dai 17 ai 52 anni.

Fu istituito un collegio degli edili, scelto tra gli uomini che si distinguevano per gusto estetico, i quali avevano il compito di presiedere le costruzioni e di verificarne bellezza, decenza e sanità. Aveva anche il compito di studiare nuovi materiali quali il ferro, il vetro e le applicazioni artistiche nell’edilizia.

L’istruzione e l’educazione del popolo rappresentavano il dovere più alto della Repubblica. L’istruzione primaria era gratuita e obbligatoria, la scienza e l’arte potevano essere accessibili a tutti coloro che dimostravano capacità d’intenderle e, seguaci e non delle confessioni religiose potevano frequentare le scuole senza alcun pregiudizio.

La Carta Costituzionale, poteva essere riformata in ogni momento se richiesto da 1/3 dei cittadini aventi diritto al voto e tutte le leggi del Parlamento potevano essere sottoposte a Referendum.

Insomma si trattava di una Carta molto moderna, per certi versi molto più avanzata della nostra. Inoltre a Fiume si costituì una Lega che aveva come obiettivo di rappresentare i popoli oppressi e di dar voce alle nazioni coloniali più deboli.

La Carta del Carnaro costituì quindi anche uno dei primi esempi di solidarietà internazionale. Inoltre è importante ricordare che all’interno della città, durante l’occupazione, convivevano gli stessi popoli che al di là di quel confine erano ostili fra loro.

D’Annunzio e i suoi soldati a Fiume

Trattato di Rapallo

Gli stati europei non potevano permettere che l’azione di d’Annunzio proseguisse. Venivano infatti violati accordi internazionali stabiliti durante i trattati di Parigi. Il governo italiano non sapeva risolvere la questione. Fu richiamato Giovanni Giolitti, come presidente del consiglio, e il 12 novembre 1920 venne sottoscritto il Trattato di Rapallo. In esso si dichiarava che:

  • Fiume era stato libero;
  • la Dalmazia, ad eccezione di Zara, fu ceduta agli slavi.

D’Annunzio non accettò il trattato e non si mosse dalla città. Il governo Giolitti allora utilizzò le maniere forti.

Il Natale di sangue

Il 26 dicembre Fiume fu attaccata dall’esercito italiano. Il 27 fu dato l’ultimatum ovvero che se D’Annunzio e i suoi legionari non avessero accettato il trattato, la città sarebbe stata bombardata a tappeto.

Di fronte a questa situazione il poeta-soldato dovette rinunciare al suo progetto e si dimise il 28 dicembre. Il “Natale di sangue” come lo definì D’Annunzio, provocò la morte di 22 legionari, 25 soldati dell’esercito italiano e 7 civili.

Fiume sarà annessa all’Italia solo nel 1924 e, rimarrà italiana fino al 1947.

Effetti dei bombardamenti italiani del Natale 1920

Valore storico e culturale dell’impresa fiumana

L’esperienza fiumana va osservata, oltre che da un punto di vista storico, anche per il suo grande valore culturale. Essa infatti rappresentò un grande laboratorio politico, un momento di massima confluenza e sintesi di una polarità che caratterizzava la scena politica dell’Italia dell’epoca: la contrapposizione tra “destra-sinistra”.

Se guardiamo all’ideologia che emerge dalla carta del Carnaro ci rendiamo conto che si muovevano perseguendo valori come la solidarietà e la giustizia. Il messaggio che arriva a noi oggi è un messaggio di valore perché cerca di sintetizzare tradizione e innovazione, elementi utili anche nella nostra società di oggi.

D’Annunzio pubblicitario

La scrittura creativa dagli albori della Pubblicità ad oggi ha visto ricoprire il ruolo di creativi e pubblicitari moltissimi autori, nomi autorevoli della letteratura italiana e internazionale.

Pensiamo a Fernando Pessoa che scrisse uno slogan per Coca-Cola. Oscar Wilde, Paulo Coelho e Gabriel Garcia Marquez, Nobel per la letteratura, lavorarono per diversi anni come copywriter per l’agenzia pubblicitaria americana “J.Walter Thompson” una delle più famose agenzie pubblicitarie del mondo,.

Ma i letterati di casa nostra non furono da meno: Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Gabriele D’Annunzio collaborarono con diverse agenzie pubblicitarie.

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale d’Annunzio divenne simbolo di una vita elegante. Fu testimonial di molte aziende e di diversi prodotti, contribuendo alla fortuna di molte attività industriali e commerciali. Inventò i nomi di prodotti e imprese, ideò slogan che avrebbero fatto la storia della pubblicità in Italia.

L’automobile è femmina

Fu proprio D’Annunzio a stabilire nel 1926 che l’automobile è di genere femminile. Scrisse una lettera al senatore Giovanni Agnelli pubblicata sulla Rivista FIAT. Lettera che inciderà definitivamente nel settore automobilistico.

Ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice; ha, inoltre, una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza.
Ma, per contro, delle donne ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza.

Il Piave è maschile

Il caso di cambio di genere voluto da D’Annunzio per l’automobile non è unico. Infatti il Piave, fiume importantissimo per la storia italiana, era originariamente femminile: veniva chiamato “la Piave”. Durante al Grande guerra il fiume coincise per più di un anno con il fronte italiano. Qui si consumarono numerose battaglie. In seguito alla vittoria italiana durante la Grande Guerra, D’Annunzio decise di cambiare il genere con cui ci si riferiva al fiume. Per celebrarne la potenza e per consacrarlo “fiume sacro della Patria” da allora venne nominato il Piave.

Velivolo

Gabriele D’Annunzio, provetto aviatore, ideò la parola “velivolo” dal latino velivolus., intendendo un oggetto che sembra volare con le vele. D’Annunzio stesso spiegò la scelta di tale termine.

La parola è leggera, fluida, rapida; non imbroglia la lingua e non allega i denti; di facile pronunzia, avendo una certa somiglianza fònica col comune veicolo, può essere adottata dai colti e dagli incolti”.
D’Annunzio: in una conferenza sul Dominio dei cieli nel 1910

Tramezzino

La parola inglese sandwich viene tradotta in tramezzino (da consumare tra due pasti); la parola è stata inventata da lui ed è poi entrata nell’uso comune.

La Rinascente

Nel 1917 il senator Borletti rileva un grande magazzino che si trovava vicino al Duomo di Milano. Propose a d’Annunzio di trovare un nome adatto per riaprire questo grande magazzino di abbigliamento. Il poeta propone il nome Rinascente proprio per simboleggiare la rinascita del negozio. Il nome è suggerito dal mito dell’araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte. E questo magazzino sarà distrutto poi per ben due volte: la notte di Natale del 1918 venne completamente distrutto da un incendio e nel 1943 venne distrutto durante i bombardamenti.

Vigili del fuoco

In origine, dall’Ottocento, il nome con cui ci si riferiva ai Vigili del Fuoco era “pompieri“, che derivava dal francese sapeur-pompier. Durante il regime fascista, nel 1938, D’Annunzio suggerì di modificare il nome del Corpo Nazionale nato pochi anni prima in “Vigili del Fuoco“, ispirandosi ai vigiles dell’antica Roma.

Saiwa

Nel 1920 l’azienda di Pietro Marchese viene registrata come “S.A.I.W.A.” (Società Accomandita Industria Wafer e Affini). Il nome della società venne coniato da Gabriele d’Annunzio, che lavorò anche ad alcune campagne pubblicitarie. Era solo una piccola azienda genovese ma diventò una delle principali industrie dolciarie italiane.

Sangue Morlacco

Le distillerie Luxardo di Zara, chiesero a d’Annunzio di trovare un nome suggestivo per il loro cherry. Lui si ricordò che la Dalmazia, nel V e VI secolo era abitata dai Morlacchi. Comparvero così nei bar le bottiglie di Sangue Morlacco di un intenso rosso rubino.

Scudetto

Quel triangolino di tessuto tricolore che si applica alle maglie della squadra di calcio che vincono il Campionato si chiama “scudetto”. Il nome fu inventato da D’Annunzio. Il Poeta chiamò “scudetto” il primo triangolino, cucito, dietro sua indicazione, sulla divisa indossata dagli italiani in una partita di calcio organizzata durante l’occupazione di Fiume il 7 febbraio del 1920.

D’Annunzio scrittore e poeta

Adesione all’estetismo

D’Annunzio è uno dei maggiori esponenti del Decadentismo italiano e forse il maggior esponente italiano dell’estetismo, una corrente letteraria e filosofica che si afferma in Europa a metà Ottocento e che pone il culto della bellezza e dell’arte sopra ogni cosa, esaltando la forma più che la sostanza.

Il culto della bellezza formale è l’unico fine dell’arte e l’arte perde così il suo fine sociale e per diventare fine a sé stessa cioè l’arte per l’arte.

Sul piano dei comportamenti individuali gli artisti perseguono il gusto della raffinatezza e dell’eleganza, unite alla ricerca di esperienze e sensazioni straordinarie e inimitabili. Gli esponenti dell’estetismo fanno della propria vita un’opera d’arte.

L’esteta per eccellenza è il dandy. Attentissimo all’eleganza (degli abiti e dei gesti), il dandy è votato alla ricerca del bello e del piacere, disprezzando le regole della morale borghese, ritenuta ipocrita e castrante. D’Annunzio incarna il perfetto esempio di dandy. Un altro esempio autorevole si può trovare in Oscar Wilde.

Estetismo dannunziano 

D’Annunzio fa della propria vita un’opera d’arte. Sempre attento alla preziosità, alla raffinatezza e alla stravaganza. La parola è l’unico specchio in cui può riflettersi la genialità dell’intellettuale-poeta. La sua arte è estremamente raffinata: questo costituisce una garanzia di distinzione rispetto alla mediocrità del pubblico.

Lo scopo della sua vita fu legato quindi al culto del “bello”. Poesia e arte sono quindi concepite come creazione di bellezza fine a sé stessa. Si pone in netta contrapposizione al verismo.

Per d’Annunzio “la vita è arte” e deve essere quindi vissuta in assoluta libertà al di sopra di qualsiasi legge sociale e di ogni freno morale.

Il superuomo che lui incarna deve distinguersi dalla massa per vivere e godere di tutte le sensazioni e per aspirare ad un’esistenza eccezionale, al vivere inimitabile. Lui vuole fare della propria vita un ‘opera d’arte ed ha vissuto così, in modo inimitabile, mai nell’ombra.

Perseguendo questi principi lui collezionò innumerevoli amanti e moltissimi debiti, vivendo sempre al di sopra delle sue possibilità. Più volte fu costretto a scappare perché rincorso dai creditori.  

Nel suo vivere inimitabile egli vuole attirare a sé l’attenzione pubblica, perché vuole vendere i suoi prodotti letterari e la sua immagine. Per questo lusinga la massa e segue le leggi economiche dei borghesi, facendo cioè esattamente quello che lui diceva di rifiutare. 

Il simbolismo dannunziano

Il simbolo è lo strumento privilegiato per esprimere la visione interiore del poeta, quello che riesce a cogliere l’essenza nascosta della realtà. D’Annunzio aderisce parzialmente al simbolismo in quanto utilizza il simbolo ma ne garantisce sempre la leggibilità, i suoi simboli sono sempre interpretabili. il simbolismo dannunziano si riduce quindi solo:

  • nella ricerca della forza evocatrice della parola
  • nella creazione di atmosfere e suggestioni, 
  • nell’utilizzazione di metafore e similitudini inconsuete.

Un autore trasformista

Fedele all’affermazione, d’Annunzio nella sua vita si mise alla prova con ogni genere letterario. Una delle affermazioni a cui è rimasto fedele fu «rinnovarsi o morire». Lui amava stupire il pubblico con le sue continue metamorfosi e per questo talvolta il suo stile è apparso dilettantesco. Questo si spiega anche con il fatto che D’Annunzio, invece che cercare ispirazione nella vita, cerca la sua ispirazione nell’arte. Per questo lui lavora spesso “di seconda mano” ricamando sul già fatto, da lui o da altri, partendo da una suggestione. Questo anche a rischio di essere accusato di plagio.

Nonostante la sua produzione sia così variopinta e mutevole, emergono alcuni tratti dominanti nella sua arte.

I suoi personaggi sono forti, seguono «un’ideal forma di esistenza». Prendono però poi coscienza della loro inadeguatezza e sono quindi travolti da un profondo senso di sconforto.

Questo senso di sconforto si collega al tema del piacere, dell’estetismo e dell’edonismo. I suoi personaggi collezionano sensazioni brevi e intensamente assaporate; celebrano quindi l’attimo fuggente. Anche da questo deriva il carattere frammentario della produzione dannunziana. Dall’estetismo deriva anche l’ossessione del decadimento fisico e della perdita dello slancio vitale che caratterizzò la vita del poeta. Anche su di lui il trascorrere del tempo ebbe effetti rovinosi.

Da perfetto esteta D’Annunzio coltivò un culto fanatico per la bellezza, nella vita e nell’arte; raffinato artigiano della parola, continua ad ostentare il proprio virtuosismo, facendo dell’arte uno strumento di seduzione.

Il superomismo dannunziano

L’immagine di d’Annunzio è legata al culto del superuomo di Nietzsche anche se in realtà D’Annunzio ha veramente poco da spartire col pensiero del filosofo tedesco. .

Secondo Nietzsche, l’uomo vive immerso in un ciclo eterno, un tempo infinito in cui tutte le situazioni e gli eventi possono ripetersi infinite volte.
L’uomo è schiavo di questo eterno ritorno. Il mondo è popolato da milioni di persone che subiscono questo ciclo senza tentare di elevarsi, per rimanere rifugiati nelle sicurezze imposte dalla loro miopia.
Dal momento che sono incapaci di vivere di vera vita, queste persone, accettano di credere nella legge, nella religione, nella giustizia divina e vivono di orgoglio, umiltà, paure, virtù, senza mai tentare di uscire da questo inarrestabile ciclo.
La caduta dei paradigmi del passato apre la via ad una nuova umanità superiore. Il superuomo di Nietzsche può spezzare questo eterno ritorno.

Il superuomo deve diventare realmente se stesso, attraverso la consapevolezza di sé, dei propri impulsi. Egli è consapevole che in lui esistono anche forze oscure, ma le integra per produrre nuove virtù.
Il superuomo supera se stesso soltanto attraverso la creazione di nuovi valori per liberarsi dall’eterno ritorno. Però è consapevole che elevandosi, accetta il rischio di non venire più compreso dalla gente comune.
Il superuomo perciò non è una figura popolare, che diventa famoso e che è compreso e approvato dai più.
Egli cambia il mondo ma lo fa lontano dalla folla, distante dalle luci della ribalta.
Egli impara nella solitudine a parlare con una voce nuova, contraddice anche se stesso e crede in se stesso e nella propria forza creativa.
Per fare questo, il superuomo, deve ritornare ad essere un bambino che ascolta i propri impulsi al di la della ragione e della natura di essi, al di sopra della morale comune e delle regole imposte dal mondo.
Il bimbo vive come la foglia o come il fiore, perseguendo il proprio scopo al di la del bene e del male.

D’Annunzio fa una lettura semplificatrice del pensiero di Nietzsche. Infatti i suoi personaggi, che incarnano l’ideale del superuomo, sono solo individui che si distinguono dalla mediocrità della massa e che non si assoggettano alle leggi morali e civili comuni.

La teoria del superuomo servì a d’Annunzio per diffondere la sua arte. Egli si ritiene un poeta-vate: per lui l’opera d’arte è lo strumento più efficace per intervenire sulla realtà, per diffondere le sue idee a guida del popolo considerato inferiore, per poter così dominare sulle masse.

Stile

Due sono gli assi principali attorno ai quali si muove lo stile di Gabriele d’Annunzio.

Piano formale

Sul piano formale lo stile è sublime, il suo linguaggio è iperletterario lontano dal linguaggio comune. Il poeta rappresenta una realtà dominata dalla sensualità. Per questo la ricerca linguistica è caratterizzata da un amore sensuale della parola.

Piano del contenuto

Per D’Annunzio la vita è intrisa di una sensualità diffusa, nella quale la conoscenza è offerta ai sensi. Questo è un carattere tipico della poesia decadente e simbolista.

La parola è funzionale alla rappresentazione di aspetti della una realtà che fornisce costanti occasioni di vivere il piacere. La sensualità permea ogni aspetto della realtà. La sensualità è vissuta come panismo, cioè come l’aspirazione alla fusione totale dell’uomo con la natura e con il cosmo.

Opera – Il piacere

Il piacere è un romanzo che si collega all’estetismo, al simbolismo e al decadentismo. Ambientato in una Roma elegante e frivola propone un eroe contemporaneo, un esteta aristocratico, letterato e uomo di mondo,  Andrea Sperelli, alter ego di Gabriele D’Annunzio, un dandy intellettuale e uno straordinario poeta immerso nella vita mondana di Roma.

Andrea è diviso tra due relazioni amorose. Da una parte c’è Elena Muti, la sia bellissima ex amante, ricomparsa in città sposata con un Lord inglese; lei lo aveva abbandonato due anni prima, all’improvviso. Dall’altra la pura e spirituale Maria Ferres, moglie di un ministro del Guatemala (il tocco esotico va molto di moda).

L’attrazione di Andrea si dirige quindi verso due donne che sono l’antitesi l’una dell’altra. Elena, che ha il nome di Elena di Troia, rappresenta l’eros corrotto e fatale, mentre Maria, col nome che proviene dalla tradizione cristiana, è simbolo di amore puro, di dedizione, di nobiltà d’animo, di dolcezza.

Andrea realizza un triangolo amoroso in cui muove i fili di un perverso gioco mentale. Egli inganna entrambe le donne perché vuole intrecciare i due amori. Dall’intreccio dei due ne vuol creare un terzo, immaginario e perfetto. 

Una Roma aristocratica e snob costituisce il teatro della vicenda. Andrea alterna cinicamente le due relazioni. Ma al culmine di un incontro erotico con Maria, perdutamente innamorata di lui, ma costretta a lasciare Roma perché il marito è stato scoperto mentre barava al gioco, Andrea si sbaglia e la chiama inavvertitamente Elena. Lei così intuisce il perverso gioco dell’amante.  

Testo – Capitolo 1 – incipit

L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la Piazza Barberini, su la Piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorìo confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.
Le stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch’esalavan ne’ vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d’un giglio adamantino, a similitudine di quelle che sorgon dietro la Vergine nel tondo di Sandro Botticelli alla galleria Borghese. Nessuna altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta.
Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un’amante. Tutte le cose a torno rivelavano infatti una special cura d’amore. Il legno di ginepro ardeva nel caminetto e la piccola tavola del tè era pronta, con tazze e sottocoppe in majolica di Castel Durante ornate d’istoriette mitologiche da Luzio Dolci, antiche forme d’inimitabile grazia, ove sotto le figure erano scritti in carattere corsivo a zàffara nera esametri d’Ovidio. La luce entrava temperata dalle tende di broccatello rosso a melagrane d’argento riccio, a foglie e a motti. Come il sole pomeridiano feriva i vetri, la trama fiorita delle tendine di pizzo si disegnava sul tappeto.
L’orologio della Trinità de’ Monti suonò le tre e mezzo. Mancava mezz’ora. Andrea Sperelli si levò dal divano dov’era disteso e andò ad aprire una delle finestre; poi diede alcuni passi nell’appartamento; poi aprì un libro, ne lesse qualche riga, lo richiuse; poi cercò intorno qualche cosa, con lo sguardo dubitante. L’ansia dell’aspettazione lo pungeva così acutamente ch’egli aveva bisogno di muoversi, di operare, di distrarre la pena interna con un atto materiale. Si chinò verso il caminetto, prese le molle per ravvivare il fuoco, mise sul mucchio ardente un nuovo pezzo di ginepro. Il mucchio crollò; i carboni sfavillando rotolarono fin su la lamina di metallo che proteggeva il tappeto; la fiamma si divise in tante piccole lingue azzurrognole che sparivano e riapparivano; i tizzi fumigarono.
Allora sorse nello spirito dell’aspettante un ricordo. Proprio innanzi a quel caminetto Elena un tempo amava indugiare, prima di rivestirsi, dopo un’ora d’intimità. Ella aveva molt’arte nell’accumulare gran pezzi di legno su gli alari. Prendeva le molle pesanti con ambo le mani e rovesciava un po’ indietro il capo ad evitar le faville. Il suo corpo sul tappeto, nell’atto un po’ faticoso, per i movimenti de’ muscoli e per l’ondeggiar delle ombre pareva sorridere da tutte le giunture, e da tutte le pieghe, da tutti i cavi, soffuso d’un pallor d’ambra che richiamava al pensiero la Danae del Correggio. Ed ella aveva appunto le estremità un po’ correggesche, le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei come nelle statue di Dafne in sul principio primissimo della metamorfosi favoleggiata.
Appena ella aveva compiuta l’opera, le legna conflagravano e rendevano un sùbito bagliore. Nella stanza quel caldo lume rossastro e il gelato crepuscolo entrante pe’ vetri lottavano qualche tempo. L’odore del ginepro arso dava al capo uno stordimento leggero. Elena pareva presa da una specie di follia infantile, alla vista della vampa. Aveva l’abitudine, un po’ crudele, di sfogliar sul tappeto tutti i fiori ch’eran nei vasi, alla fine d’ogni convegno d’amore. Quando tornava nella stanza, dopo essersi vestita, mettendo i guanti o chiudendo un fermaglio sorrideva in mezzo a quella devastazione; e nulla eguagliava la grazia dell’atto che ogni volta ella faceva sollevando un poco la gonna ed avanzando prima un piede e poi l’altro perché l’amante chino legasse i nastri delle scarpe ancora disciolti.
Il luogo non era quasi in nulla mutato. Da tutte le cose che Elena aveva guardate o toccate sorgevano i ricordi in folla e le immagini del tempo lontano rivivevano tumultuariamente. Dopo circa due anni, Elena stava per rivarcar quella soglia. Tra mezz’ora, certo, ella sarebbe venuta, ella si sarebbe seduta in quella poltrona, togliendosi il velo di su la faccia, un poco ansante, come una volta; ed avrebbe parlato. Tutte le cose avrebbero riudito la voce di lei, forse anche il riso di lei, dopo due anni.
Il giorno del gran commiato fu a punto il venticinque di marzo del mille ottocento ottanta cinque, fuori della Porta Pia, in una carrozza. La data era rimasta incancellabile nella memoria di Andrea. Egli ora, aspettando, poteva evocare tutti gli avvenimenti di quel giorno, con una lucidezza infallibile. La visione del paesaggio nomentano gli si apriva d’innanzi ora in una luce ideale, come uno di quei paesaggi sognati in cui le cose paiono essere visibili da lontano per un irradiamento che si prolunga dalle loro forme.
La carrozza chiusa scorreva con un rumore eguale, al trotto: le muraglie delle antiche ville patrizie passavano d’innanzi agli sportelli, biancastre, quasi oscillanti, con un movimento continuo e dolce. Di tratto in tratto si presentava un gran cancello di ferro, a traverso il quale vedevasi un sentiere fiancheggiato di alti bussi, o un chiostro di verdura abitato da statue latine, o un lungo portico vegetale dove qua e là raggi di sole ridevano pallidamente.
Elena taceva, avvolta nell’ampio mantello di lontra, con un velo su la faccia, con le mani chiuse nel camoscio. Egli aspirava con delizia il sottile odore di eliotropio esalante dalla pelliccia preziosa, mentre sentiva contro il suo braccio la forma del braccio di lei. Ambedue si credevano lontani dalli altri, soli; ma d’improvviso passava la carrozza nera d’un prelato; o un buttero a cavallo, o una torma di chierici violacei, o una mandra di bestiame.
A mezzo chilometro dal ponte ella disse:
— Scendiamo.
Nella campagna la luce fredda e chiara pareva un’acqua sorgiva; e, come li alberi al vento ondeggiavano, pareva per un’illusion visuale che l’ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose.
Ella disse, stringendosi a lui e vacillando sul terreno aspro.
— Io parto stasera. Questa è l’ultima volta….

Comprensione del testo

Nel pomeriggio dell’ultimo giorno dell’anno Andrea Sperelli aspetta nel suo appartamento romano l’arrivo della bellissima Elena Muti. Lei era stata la sua amante ma la loro relazione si era interrotta due anni prima quando lei aveva deciso di sposarsi.

Lui l’attende in un ambiente elegante e prezioso tra rose e profumate, coppe di cristallo e vasi preziosi. Mentre Andrea aspetta, pensieri e ricordi gli tengono compagnia, l’attesa si fa lunga, Elena ritarda.

Ricorda la sua Elena in quella stanza durante i loro incontri passati e da questo ricordo emerge con la fiducia che questo suo nuovo incontro potrà essere solo il primo di tanti altri.

Analisi

Il culto della bellezza. La dettagliata descrizione della casa di Andrea Sperelli fornisce al lettore una serie di informazioni sul protagonista. La stanza è colma di oggetti raffinati, gli oggetti sono disposti ad arte e con ostentazione, sono frequenti i riferimenti a dipinti come la Vergine del Botticelli e opere letterarie come i versi di Ovidio.

Anche la figura di Elena nel ricordo del protagonista è una donna seducente elegante raffinata, paragonata ad opere d’arte da Andrea che è fedele al culto dell’estetismo.

L’ambiente e i pensieri rivelano il desiderio di bellezza, l’attenzione alla sensualità e la tendenza a trasformare la realtà in arte. Anche Andrea Sperelli, come Gabriele D’Annunzio, intendono fare della propria vita un’opera d’arte.

La raffinatezza dell’ambiente del protagonista si rispecchia anche nella preziosità dello stile linguistico. Le scelte lessicali sono decisamente ricercate, gli aggettivi sottolineano la sensualità delle immagini con una grande attenzione all’aspetto cromatico (broccatello rosso, lingue azzurrognole)

Sono frequenti le metafore (l’anno moriva) è ancora più frequenti le sinestesie tipiche della poesia del decadentismo (tepor velato mollissimo aureo…)

Sono anche frequenti i paragoni introdotti da espressioni come “in guisa di a similitudine di..” l’intenzione del poeta è quella di paragonare gli elementi dell’arredo opere d’arte materiali preziosi.

Domande sul cap. 1

1. In quale giorno dell’anno si svolge l’episodio che apre il romanzo?
2. In quale città ci troviamo?
3. Chi sta aspettando Andrea Sperelli?
4. Come si sente?
5. Nella seconda parte del brano sono presenti due flashback: individuali e riassumili.
6. Individua nel testo tutti i riferimenti diretti o indiretti a opere d’arte.
Qual è la loro funzione secondo te?
– Sottolineare l’ampia cultura del protagonista?
– Evidenziare l’amore di Andrea per la bellezza?
– Suggerire la tendenza a trasfigurare la realtà?
7. Come viene caratterizzata la figura di Elena Muti? Sulla base delle informazioni del testo fanne un breve ritratto fisico e psicologico.
8. Analizza il variare del tempo narrativo:
– Quali parti del testo si riferiscono al presente?
– Quali parti del testo si riferiscono al passato?
– Quali parti del testo si riferiscono al futuro?
9. Osserva il narratore: la sua attenzione si concentra più sugli avvenimenti o sui pensieri del protagonista?
Esercizio di scrittura
Prova a riscrivere il brano ambientandolo ai giorni nostri; nella stanza di una persona che ha più o meno la tua età e che sta aspettando di incontrare un suo ex, una sua ex.

Testo – dal capitolo 2 – Chi è Andrea Sperelli

Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta, unico erede, proseguiva la tradizion familiare.
Egli era, in verità, l’ideal tipo del giovine signore italiano del XIX secolo, il legittimo campione d’una stirpe di gentiluomini e di artisti eleganti, ultimo discendente d’una razza intellettuale.
Egli era, per così dire, tutto impregnato di arte.
La sua adolescenza, nutrita di studii varii e profondi, parve prodigiosa. Egli alternò, fino a’venti anni, le lunghe letture coi lunghi viaggi in compagnia del padre e potè compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura paterna, senza restrizioni e costrizioni di pedagoghi.
Dal padre a punto ebbe il gusto delle cose d’arte, il culto passionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizii, l’avidità del piacere.
Questo padre, cresciuto in mezzo alli estremi splendori della corte borbonica, sapeva largamente vivere; aveva una scienza profonda della vita voluttuaria e insieme una certa inclinazione byroniana al romanticismo fantastico.
Lo stesso suo matrimonio era avvenuto in circostanze quasi tragiche, dopo una furiosa passione.
Quindi egli aveva turbata e travagliata in tutti i modi la pace coniugale. Finalmente s’era diviso dalla moglie ed aveva sempre tenuto seco il figliuolo, viaggiando con lui per tutta l’Europa.
L’educazione d’Andrea era dunque, per così dire, viva, cioè fatta non tanto su i libri quanto in conspetto delle realità umane.
Lo spirito di lui non era soltanto corrotto dall’alta cultura ma anche dall’esperimento; e in lui la curiosità diveniva più acuta come più si allargava la conoscenza.
Fin dal principio egli fu prodigo di sè; poichè la grande forza sensitiva, ond’egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l’espansion di quella sua forza era la distruzione in lui di un’altra forza, della forza morale che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed egli non si accorgeva che la sua vita era la riduzion progressiva delle sue facoltà, delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli si restringeva sempre più d’intorno, inesorabilmente se ben con lentezza.
Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: “Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.
Anche, il padre ammoniva:
“Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza. La regola dell’uomo d’intelletto, eccola: ― Habere, non haberi.
Anche, diceva:
“Il rimpianto è il vano pascolo d’uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove imaginazioni.
Ma queste massime volontarie, che per l’ambiguità loro potevano anche essere interpretate come alti criteri morali, cadevano appunto in una natura involontaria, in un uomo, cioè, la cui potenza volitiva era debolissima.
Un altro seme paterno aveva perfidamente fruttificato nell’animo di Andrea: il seme del sofisma.
“Il sofisma„ diceva quell’incauto educatore “è in fondo ad ogni piacere e ad ogni dolore umano. Acuire e moltiplicare i sofismi equivale dunque ad acuire e moltiplicare il proprio piacere o il proprio dolore. Forse, la scienza della vita sta nell’oscurare la verità. La parola è una cosa profonda, in cui per l’uomo d’intelletto son nascoste inesauribili ricchezze. I Greci, artefici della parola, sono in fatti i più squisiti goditori dell’antichità. I sofismi fioriscono in maggior numero al secolo di Pericle, al secolo gaudioso.
Un tal seme trovò nell’ingegno malsano del giovine un terreno propizio.
A poco a poco, in Andrea la menzogna, non tanto verso li altri quanto verso sè stesso, divenne un abito così aderente alla conscienza ch’egli giunse a non poter mai essere interamente sincero e a non poter mai riprendere su sè stesso il libero dominio.
Dopo la morte immatura del padre, egli si trovò solo, a ventun anno, signore d’una fortuna considerevole, distaccato dalla madre, in balìa delle sue passioni e de’ suoi gusti.
Rimase quindici mesi in Inghilterra.
La madre passò in seconde nozze, con un amante antico.
Ed egli venne a Roma, per predilezione.    

Comprensione

Il brano presenta un ritratto psicologico del protagonista del romanzo. Andrea Sperelli è l’unico erede di una prestigiosa famiglia, una dinastia di aristocratici dediti all’arte e alle lettere. Nello sviluppo della sua personalità fondamentale è il ruolo del padre che lo fa viaggiare per l’Europa e fa in modo che la sua formazione sia il risultato di nozioni teoriche e di esperienze pratiche. Grazie a una grande sensibilità e curiosità intellettuale il ragazzo si mostra aperto a tutte le forme di conoscenza. Purtroppo però a causa del proprio cinismo, il padre trascura volutamente le implicazioni etiche legate alla sua crescita. E così, libero da ogni preoccupazione morale, Andrea si abitua così ad una vita di menzogne e falsità.

Analisi e interpretazione

Il culto della bellezza

Nella presentazione della personalità di Andrea Sperelli l’autore insiste in modo particolare sul suo rapporto con l’arte. Egli è stato così immerso nell’arte che eredita dal padre la passione per l’arte e per la bellezza.

Un principio paterno riassume in sé il senso dell’estetismo di D’Annunzio: “Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte”. Con queste parole si afferma con decisione l’eccezionalità dell’esperienza estetica fondata sul culto della bellezza. Solo all’arte quindi deve conformarsi la vita di Andrea, senza pensare né all’etica né alla morale.

La debolezza di Sperelli

Il brano mette a confronto la personalità curiosa di Andrea con quella cinica di suo padre. Gli insegnamenti del padre incidono sul figlio il quale, essendo privo di sua forza di volontà, assorbe passivamente questi principi spregiudicati e immorali. Sperelli quindi non sceglie autonomamente la propria condotta di vita, rinuncia a una sua libera scelta e finisce col rimanere vittima delle sue abitudini perverse.

L’atteggiamento del narratore

Il narratore assume un atteggiamento ambiguo nei confronti del protagonista: da un lato sembra condannare la sua condotta di vita, ma dall’altro resta chiaramente affascinato dal suo anticonformismo in cui si riflette la personalità del giovane D’Annunzio.

Lo stile elaborato

La raffinatezza del protagonista si rispecchia

  • nello stile elevato e letterario
  • nella sintassi
  • nel lessico.

Anche in questo testo, come in tutta la prosa di D’Annunzio, è frequente il ricorso a termini rari e ricercati, ad aggettivi che hanno solo lo scopo di abbellire la pagina, a formule arcaiche e di origine latina. Inoltre utilizza frequentemente anche figure retoriche, come analogie, metafore, e ripetizioni, con l’obiettivo di innalzare lo stile del testo.

Domande sul capitolo 2

1. Sintetizza le informazioni che vengono fornite nel brano su Andrea Sperelli:
– la condizione sociale
– le passioni
– gli interessi
– il carattere
– la psicologia
– le aspirazioni

2. Riassumi le fasi dell’educazione di Andrea Sperelli.
3. Dove si trasferisce il poeta alla morte del padre?
4. Il padre del protagonista sintetizza i principi della sua educazione in alcune massime; spiegane con le tue parole il significato:
Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte,
– Habere non haberi.

5. Per quali aspetti è possibile affermare che Sperelli è un alter ego di D’Annunzio stesso?
6. Individua nel testo i punti in cui viene sottolineata la debolezza psicologica del protagonista.
7. L’atteggiamento del narratore nei confronti del protagonista è, secondo te:
– neutro … spiega perché.
– malevolo … spiega perché.
– benevolo … spiega perché.
– ambivalente … spiega perché.

Opera – La pioggia nel pineto

La poesia è stata composta nell’estate del 1902 . La sua musa ispiratrice era in quel periodo la bellissima Eleonora Duse, forse il più grande tra i tanti amori del poeta. La poesia appartiene alla sezione centrale di Alcyone, raccolta di liriche composte tra il 1899 e il 1903 e pubblicata nel 1903.

In questo componimento poetico l’uomo entra in simbiosi con la natura tra naturalizzazione e antropomorfizzazione.

Il poeta e la sua compagna entrano in empatia con la natura e arrivano a condividerne la sua anima segreta: D’Annunzio contempla la metamorfosi delle cose e osserva la trasformazione della sua Ermione in fiore, pianta, frutto, mentre la pioggia cade nel pineto in cui si sono addentrati.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove 5
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici 10
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini, 15
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri vólti 20
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri, 25
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri 30
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura 35
con un crepitìo che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde 40
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino. 45
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi 50
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi; 55
e il tuo vólto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come 60
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo 65
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce; 70
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco 75
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare. 80
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia 85
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia 90
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia, 95
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente, 100
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta, 105
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta, 110
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove! 115
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti 120
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella 125
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
Lapide ai suoi amati cani, Vittoriale degli italiani – Gardone BS

Ultimi anni della sua vita

Dopo l’impresa fiumana si ritirò in un dorato esilio sul lago di Garda. Qui trasformò villa Cargnacco nel “Vittoriale degli Italiani”, un monumento agli eroi della patria, ma anche il proprio mausoleo personale. D’Annunzio morì al Vittoriale nel 1938, a 75 anni.

Vittoriale degli italiani, Gardone BS
Il lago di Garda visto dal Vittoriale

Video su Gabriele D’Annunzio

Film su D’Annunzio

Opere

Fonti

G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, Pearson Italia Spa.

Homepage

La Carta del Carnaro

https://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=88&biografia=Gabriele+D%27Annunzio

http://www.storico.org/belle_epoque/gabriele_dannunzio.html

https://www.mandarinoadv.com/notizie/dannunzio-pubblicita-promozione-marchi/

https://www.abruzzolive.tv/cultura-spettacoli/il-mare-di-gabriele-docufilm-su-d-annunzio-e-la-sua-passione-per-barbara-leoni-quell-estate-a-san-vito.html

http://www.instoria.it/home/fiume_carta_carnaro.htm

La Carta del Carnaro

9+1 parole inventate da Gabriele D’Annunzio: lo sapevi?

Progetto Manuzio, Il Piacere, Gabriele D’Annunzio

Ronconi, Cappellini, Dendi, Sada, Tribolato, LE PORTE DELLA LETTERATURA, Mondadori Education

Categorie
italiano Letterature francese Romanzo

La nascita delle letterature europee

Dal latino alle nuove lingue europee

Dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente si assiste ad un progressivo declino della civiltà mediterranea antica. Scompaiono le scuole e i luoghi di incontro, la lingua latina, scritta e orale, che era stata un importante elemento di unificazione culturale, progressivamente lascia il posto a nuove lingue. La frammentazione politica ha come conseguenza anche la frammentazione degli idiomi parlati con modificazioni regionali più nel parlato che nello scritto. In Europa si delineano alcune principali aree linguistiche. Nell’VIII secolo in area germanica e nelle isole britanniche si ritrovano i primi documenti in sassone e in tedesco, mentre le prime testimonianze nelle lingue romanze sono a partire dal XI secolo. Sono definite neolatine o romanze, le lingue che derivano dal latino: italiano, francese, rumeno, dalmatico, ladino, sardo, catalano, castigliano, portoghese.

La Chiesa rimane l’unico elemento di continuità con la cultura classica: nei monasteri monaci e chierici, gli amanuensi, trascrivono i codici antichi e permettono la conservazione e la trasmissione della cultura antica.

Ad Aquisgrana, la Schola palatina, fondata da Carlo Magno nel IX secolo, è uno dei più importanti centri di formazione culturale del territorio europeo.

Aquisgrana

Dopo il Mille la produzione culturale sui sposta dai monasteri alle corti, il ceto feudale perde connotati militari, il cavaliere diventa un emblema di virtù e la borghesia veicola nuovi valori.

Mentre la maggior parte della popolazione è analfabeta, sia la maggior parte dei nobili che tutti i contadini, gli uomini di chiesa dominano bene le lettere.  Il clero utilizza una lingua latina aperta alle influenze dei volgari, legge e trascrive i testi dell’antichità e li interpreta alla luce del Cristianesimo. I generi letterari medievali sono agiografie, enciclopedie, cronache e novelle. I luoghi di produzione e di consumo dei testi medievali sono le corti e i castelli dove giullari e menestrelli intrattengono la corte con i loro racconti.

Lingua d’oc e lingua d’oïl

Tra le lingue romanze le produzioni francesi e provenzali si impongono come modelli per le letterature europee. Le due letterature francesi, quella centro-settentrionale in lingua d’oïl e quella centro-meridionale in lingua d’oc si sviluppano parallelamente per circa due secoli con caratteristiche diverse: la prima era prevalentemente epica narrativa, la seconda lirica.

La chanson de geste

La chanson de geste o canzone di gesta costituisce il principale genere epico narrativo delle letterature medievali. Deriva dalla tradizione orale, è scritta in lingua d’oïl e nasce come narrazione idealizzata delle imprese cavalleresche compiute generalmente durante il regno di Carlo Magno (771-814). Le canzoni di gesta narrano in modo fantastico le imprese compiute dai cavalieri francesi. I testi erano destinati ad essere cantati dai giullari nelle corti e nelle piazze.

La chanson de Roland  

La canzone di Orlando, o di Rolando, la più celebre delle chanson de geste, è un poemetto epico anonimo in lingua d’oïl (XII sec.). Il brano è tratto dalla seconda parte della “Chanson de Roland” e narra la battaglia di Roncisvalle in cui il conte Orlando (Roland), eroico paladino di Carlo Magno, cade in un’imboscata tesagli dai Mori con l’aiuto del traditore Gano di Maganza.

Fino alla fine Orlando rifiuta di suonare il corno per richiamare i rinforzi dei Franchi, lo fa solo quando si accascia morente.

Al loro arrivo il re Carlo e i suoi uomini spazzeranno via i Mori, inseguendoli fino all’Ebro grazie all’intervento divino che prolunga la durata del giorno per consentire la vittoria definitiva. Nel momento della morte Orlando si mostra quale perfetto “guerriero della fede”, chiedendo perdono a Dio per i suoi peccati e preoccupandosi di mostrarsi comunque vincitore contro gli odiati “infedeli” musulmani.

La morte di Orlando

CLXXIII
Lo sente Orlando che la morte l’afferra,                                
giù dalla testa fin sul cuore gli scende.
Fin sotto un pino [1] se n’è andato correndo,
sull’erba verde ci si è accanto disteso,
la spada e il corno [2] sotto sé si mette.
Volta ha la testa alla pagana gente,
e così ha fatto perché vuole davvero
che dica Carlo e con lui la sua gente
che morì il nobile conte da vincitore.
Confessa le sue colpe ripetutamente,
per i peccati in pegno offre a Dio il guanto [3].

CLXXIV
Lo sente Orlando che il suo tempo è finito,                           
volto alla Spagna è in cima a un poggio aguzzo;
con una mano  il petto s’è battuto:
«Mea culpa, Dio!, verso le tue virtù,
dei miei peccati, dei grandi e dei minori
che ho commesso da quando venni al mondo
fino ad oggi, che qui son stato preso! [4]».
Il guanto destro perciò ha teso a Dio,
angeli scendono giù dal cielo a lui.CLXXV
Il conte Orlando giace sotto un pino,
verso la Spagna tiene volto il viso.
Di molte cose gli ritorna alla mente,
di tante terre quante ne prese il prode,
la dolce Francia, quelli del suo lignaggio,
Carlomagno che l’allevò, suo signore;
non può impedirsi di sospirare e piangere.
Ma non si vuole dimenticare di sé,
confessa le sue colpe, chiede a Dio pietà:
«Vero Padre, che non hai mai mentito,
san Lazzaro da morte risuscitasti,
e Daniele dai leoni salvasti [5],

a me l’anima salva da tutti i pericoli
dei miei peccati quanti ne ho fatti in vita!».
Il guanto destro porge in pegno a Dio:
San Gabriele dalla sua mano l’ha preso.
Sopra il braccio si tiene il capo chino,
le mani giunte è arrivato alla fine.
Dio gli manda il suo angelo Cherubino
e San Michele del mare del Pericolo [6];
insieme a loro viene lì san Gabriele,
portan del conte l’anima in paradiso.
1] Il pino nella tradizione cristiana è simbolo dell’elevazione a Dio, oltre che pianta funebre.
[2] La spada è la celebre Durlindana, citata in seguito anche nei poemi epico-cavallereschi italiani.
[3] Il guanto nella simbologia feudale del Medioevo rappresenta l’atto di investitura da parte del signore, oltre a richiamare l’idea del duello (il cosiddetto “guanto di sfida”). Orlando lo porge a Dio in quanto si sottomette alla Sua volontà.
[4] Sottinteso “dalla morte”.
[5] Orlando cita due episodi celeberrimi della tradizione biblica in cui Dio mostra la sua potenza, ovvero la salvezza del profeta Daniele gettato in pasto ai leoni dal re persiano Ciro e la resurrezione di Lazzaro ad opera di Gesù.
[6] La morte: S. Michele è l’arcangelo che difende le anime al momento del giudizio divino.

Orlando è un eroe cristiano, un martire, sottomesso al Divino, tanto che viene portato in paradiso degli angeli. Egli muore come un vincitore e salva l’onore; ma salva anche l’anima perché morendo chiede perdono e rassegna il suo guanto a Dio. Nel momento della morte ricorda le sue imprese da uomo di fede.

Nel racconto non vengono descritti i luoghi ma solo le azioni compiute dal protagonista e i suoi pensieri.

In questo testo la guerra ha una connotazione positiva, eroica, caratterizzata dalla valorizzazione della forza fisica e del coraggio. Infatti nel medioevo se la guerra era di difesa contro gli infedeli garantiva l’accesso al Paradiso.

Il testo è pieno di ripetizioni, il linguaggio è semplice, lo stile è paratattico.

Lancillotto e il ponte della spada

Il romanzo di Lancillotto o il cavaliere della carretta è il romanzo più noto di Chrétien de Troyes. In esso il tema dominante è quello dell’amore cortese, che è il motore principale di ogni azione dell’eroe. In nome della servitù d’amore Lancillotto si sottopone ad imprese rischiosissime, come quella narrata in questo testo, e a prove umilianti come quella di salire su una carretta con la quale ladri e omicidi venivano esposti al disonore e al pubblico disprezzo.

Riassunto dell’opera Lancillotto o il cavaliere della carretta

Ginevra moglie di Re Artù è stata rapita dal malvagio Meleagant, figlio del re di Gorre il regno da cui nessuno fa ritorno. Fra i molti coraggiosi che tentano l’impresa di liberarla c’è Lancillotto, devoto amante della regina. Su invito di un nano che promette di indicargli la via per il reame di Gorre egli acconsente, dopo breve esitazione, a salire sulla carretta riservata a ladri e assassini. Ottenute le indicazioni necessarie, Lancillotto a parte per Gorre. Riuscirà ad arrivare nel regno da cui nessuno fa ritorno grazie all’aiuto di un anello incantato. Dopo aver superato molti ostacoli, tra cui il passaggio del ponte della spada, Lancillotto ritrova la sua Ginevra. La regina però gli rinfaccia l’esitazione avuta da lui nel salire sulla carretta, esitazione indegna di un fedele servo d’amore. Dopo altre due dure prove la regina concede il perdono all’innamorato che libera lei e tutti gli altri prigionieri.

In questo passo Lancillotto, per raggiungere l’amata Ginevra, deve superare una prova molto pericolosa: attraversare il Ponte della spada, un ponte costituito da una lama di acciaio sottilissima e tagliente, sospesa sopra acque vorticose.

I cavalieri, Lancillotto e i suoi accompagnatori, sono scesi da cavallo e guardano l’acqua del fiume, minacciosa e scrosciante. Il fiume è insidioso, cadere nel fiume vuol dire morire. Ma non ci sono altre vie e Lancillotto deve traversarlo.
Il ponte posto tra le due sponde del fiume è costituto da una spada affilata e sottile, lunga come due lance. alla due estremità era conficcata in due ceppi molto solidi. mentre i tre cavalieri osservano i ceppi della sponda opposta vedono, o paiono vedere, due bestie feroci legate al ceppo.
I due compagni cercano di dissuadere Lancillotto, ma lui non intende tornare sui suoi passi. Lui percorre la sua strada in nome dell’Amore ed è così certo che nulla potrà impedirgli di arrivare dalla sua amata. La sua fede è salda e non ha paura di nulla.
I due amici piangono mentre lo vedono partire. Lui si prepara ad attraversare le acque: si toglie i calzari dai piedi e le protezioni dalle mani: in questo modo avrà presa sulla spada e non correrà il rischio di cadere. Certamente le sue mani e i suoi piedi si feriranno nella traversata dal momento che il ponte è tagliente come una spada.
Lancillotto non è turbato all’idea di riempirsi di piaghe. Con grande destrezza attraversa il ponte, trova forza e conforto nell’amore che lo guida.
Quando raggiunge l’altra sponda si ricorda dei due leoni visti da lontano, ma non scorge nessuna bestia, che possa farli del male. Si rende conto allora di essere stato vittima di un incantesimo, di aver visto quello che non c’era.

Interpretazione

Il coraggio di Lancillotto è ampiamente sottolineato nel testo. Quell’acqua minacciosa non lo spaventa per niente e neppure la presenza di due leoni o di due leopardi, dall’altra parte del fiume, non fermano il coraggio del cavaliere. Lui è pronto a tutto perché confida in Dio e nell’amore. Quelle bestie feroci rappresentano le paure che accompagnano ogni grande uomo in ogni grande impresa. Lancillotto non si fa fermare delle paure, va avanti e, nel momento in cui giunge dall’altra parte del fiume, le sue paure sono svanite, i fantasmi non ci sono più.

Amore cortese e matrimonio

L’amore di Lancillotto di Ginevra è un amore adultero; ai nostri occhi il tradimento appare ancora più grave se consideriamo che Ginevra è la moglie di Re Artù, il sovrano a cui Lancillotto deve fedeltà e sottomissione.

L’autore, Chrétien de Troyes, ci racconta una storia d’amore al di fuori del matrimonio. La vicenda dura poco, poi la morale cristiana prevale e prevale la sacralità del matrimonio. Ma è importante considerare che nell’età feudale il matrimonio non aveva nulla a che fare con il sentimento: si basava essenzialmente sull’interesse economico, che poteva anche cambiare. Infatti quando le alleanze, che avevano sancito un matrimonio, non servivano più, l’uomo spesso cercava di sbarazzarsi della moglie il più velocemente possibile.

I matrimoni quindi si scioglievano facilmente e la donna, la signora dei romanzi cortesi, era poco più di un oggetto di proprietà del marito

Categorie
Antico regime Educazione civica Età delle rivoluzioni Europa Letteratura italiana Neoclassicismo Ottocento Poesia Prosa Rivoluzione francese Romanticismo, Romanzo Settecento

Ugo Foscolo

Perché ancora si studia Foscolo?

Perché le sue opere rispondono ai canoni della verità e della bellezza.

Perché le sue opere parlano dei grandi temi dell’uomo: l’amore per la libertà, la dialettica tra vita e morte, il dolore dell’amore non corrisposto, la consapevolezza dell’amore come illusione, la bellezza della poesia.

Biografia

Niccolò Foscolo nasce a Zante (Zacinto) nel 1778 isola che appartiene alla Repubblica di Venezia. Suo padre è un medico veneziano sua madre una donna di origini greche; egli ha anche un fratello di nome Giovanni . Alla morte del padre la donna si trasferisce a Venezia dove il figlio la raggiunge nel 1992. .

A 16 anni il giovane Nicolò decide di cambiare il suo nome in Ugo, nome con il quale diventerà poi famoso.

Gli anni che seguono sono anni tumultuosi. Foscolo si impegna nell’attività politica aderendo alle idee giacobine e intraprende la carriera militare
arruolandosi nel corpo dei cacciatori a cavallo. La discesa di Napoleone in Italia aveva acceso speranze tra i repubblicani della penisola. Ma il Trattato di Campoformio, nell’ottobre del 1797 segna la fine della Repubblica di Venezia. Questo trattato mostra ai repubblicani italiani il vero volto di Napoleone: non un liberatore, coma era apparso prima ma un conquistatore.

Foscolo quindi si trasferisce a Milano, capitale della Repubblica cisalpina, dove conosce e frequenta i letterati più in vista, come Giuseppe Parini e Vincenzo Monti. Si trasferisce quindi a Bologna dove collabora con diversi giornali e lavora alla prima stesura delle Ultime lettere di Jacopo Ortis.
Rientrato nei ranghi dell’esercito napoleonico, combatte e rimane ferito due volte.

Compone l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e inizia la riscrittura dell’Ortis. Di indole estremista e di vocazione libertario è spesso critico nei confronti di Napoleone tanto che i suoi rapporti con il governo filofrancese della Repubblica cisalpina sono sempre problematici. Continua comunque a collaborare con il Ministero della Guerra e viene assegnato, col grado di capitano, all’armata riunita in vista della progettata, ma mai attuata, invasione dell’Inghilterra.

È questo un periodo contrassegnato da eventi che gli provocano forti emozioni: muore suicida il fratello Giovanni, vive molte relazioni e da una di esse nasce una figlia, unica donna con cui riesce a mantenere un legame stabile.

Molte le opere che realizza:

  • 1802 pubblica le Ultime lettere di Jacopo Ortis,
  • 1803 La chioma di Berenice e le Poesie,
  • 1807 il carme Dei sepolcri e l’Esperimento di traduzione dell’Iliade.

Viene nominato professore di eloquenza italiana e latina all’università di Pavia e in occasione della lezione inaugurale pronunciò un discorso ispirato a una concezione altamente morale e politica del ruolo della letteratura nella società civile.

Ma forse per il carattere particolarmente irruente e inquieto, tipico di un eroe romantico, col tempo i suoi rapporti con gli intellettuali milanesi e con il governo si guastano. La sua tragedia Ajace, che era andata in scena nel 1811, viene proibita dalla censura per sospette allusioni antifrancesi e Foscolo viene invitato a lasciare Milano.

Si trasferisce quindi a Firenze tra 1812 e il 1813. Qui compone:

  • la tragedia Ricciarda,
  • le Grazie
  • fa diverse traduzioni dall’inglese.

Quando, nel 1813, Napoleone abdica Foscolo riprende servizio
nell’esercito, nel tentativo di salvare l’indipendenza del Regno d’Italia. Il governo austriaco, viste le sue posizioni antinapoleoniche, cerca di coinvolgerlo nella politica culturale del nuovo stato, lasciandogli
libertà d’azione. Ma Foscolo non vuole porsi al servizio di quel regime che ancora opprime i popoli italici. Preferisce quindi lasciare l’Italia e andare in esilio.

Trascorre un anno in Svizzera, dove pubblica tra l’altro una nuova edizione dell’Ortis. Poi si trasferisce definitivamente a Londra, dove ritrova la
figlia Fanny. Viene accolto dall’ammirazione degli intellettuali inglesi. Qui pubblica l’edizione definitiva dell’Ortis, riprende a lavorare alle Grazie e alla traduzione dell’Iliade. Si dedica in particolare alla critica letteraria pubblicando articoli e saggi su Dante, Petrarca e sulla letteratura italiana contemporanea.
La critica letteraria non gli garantisce entrate sufficienti per il suo tenore di vita e finisce ben presto nei guai con i creditori. Si trova quindi costretto a trovare rifugio nei quartieri più degradati della capitale inglese. Si ammala di idropisia e muore nel 1827 assistito dalla figlia Fanny.

Nel 1871 le sue ossa vengono traslate a Firenze, nella chiesa di Santa Croce, fra le tombe dei grandi da lui cantate nei Sepolcri.

Tratti costanti nelle sue opere

La presenza dell'”io”

Le opere di Foscolo sono dominate da un “io” che è quasi sempre identificabile con quello dell’autore. L’io poetico e l’io dell’autore coincidono:

  • entrambi innamorati della libertà,
  • convinti che il letterato abbia una missione civile e politica,

Nelle varie opere questo “io” è sempre presente anche se in misura diversa. Nell'”Ortis” è molto forte, mentre nelle Grazie è più sfocato.

Il legame tra arte e vita

Foscolo è un autore romantico e la sua vita sembra quella di un eroe romantico nella quale si intrecciano indissolubilmente arte e vita. Nelle sue opere troviamo pagine della sua vita: si pensi che diverse lettere contenute nell’Ortis riprendono da vicino lettere realmente scritte a persone reali. Questa coincidenza crea delle difficoltà a livello di analisi critica so come si possa distinguere Foscolo da Ortis.? Ma proprio questa coincidenza è fonte della straordinaria ricchezza di valori e forme della sua opera.

Il carattere frammentario

Le opere di Foscolo nascono tutte per frammenti, vengono poi riuniti a posteriori in un’opera unitaria.

La polarità

Le opere foscoliane appaiono sempre caratterizzate da una polarità tra:

  • cuore e ragione,
  • caos e armonia,
  • oppressori e oppressi,
  • vita e morte.

Queste polarità non vengono mai ricomposte in un’unità; a lui risulta impossibile trovare un equilibrio o compiere una scelta, rimane sempre travolto dalla dualità.

Le ultime lettere di Jacopo Ortis

Le ultime lettere di Jacopo Ortis è un romanzo epistolare. Il romanzo raccoglie le lettere che il giovane Jacopo scrive all’amico Lorenzo Alderani. Quando Jacopo muore suicida, Lorenzo raccoglie le lettere di Jacopo e le pubblica. Le lettere gli sono state scritte tra l’11 ottobre 1797, dopo il trattato di Campoformio, e il 25 marzo 1799. Da queste lettere si leggono le vicende di Jacopo che, fuggito da Venezia per sfuggire alle persecuzioni politiche del governo austriaco, si rifugia sui colli Euganei dove incontra la bella Teresa. Lei è fidanzata con Odoardo, ma questo non impedisce a Jacopo di innamorarsi di lei e di essere ricambiato.

Odoardo è un uomo gretto che sposa la bella Teresa solo per interesse. Jacopo non può cambiare la situazione. Per sfuggire a questo amore infelice inizia a viaggiare. Va a Firenze e a Milano; quando apprende la notizia del matrimonio fra Teresa e Odoardo ritorna sui colli Euganei. Ma si rende conto di non poter fare nulla né per risolvere la situazione sentimentale e neppure di poter agire a livello politico per cambiare la situazione. Sceglie quindi una morte eroica per non cadere nel compromesso di una vita a metà.

Fonti di ispirazione

Appassionato studioso della classicità e della contemporaneità Foscolo attinge sia alle opere di autori classici, che di contemporanei inglesi e francesi, ma anche dalla Bibbia.

Sicuramente grande ispirazione è tratta da I dolori del giovane Werther di Goethe, un romanzo con cui condivide la struttura, la trama, il carattere del protagonista e della donna amata. Anche la conclusione è la stessa.

Intreccio tra Ortis e Foscolo

In questo romanzo l’intreccio fra arte e vita rende difficile distinguere fra la personalità dell’autore e quella del personaggio. Foscolo trasferisce in Ortis la propria esperienza biografica e poi tende a modellare la propria vita sull’esempio dell’Ortis.

Ma una delle ragioni del fascino e del successo di quest’opera sta proprio in questa confusione o sovrapposizione di ruoli. Tuttavia ci sono diversi elementi che ricordano il carattere letterario dell’Ortis, uno su tutti il fatto che il personaggio si suicidi, l’autore invece no.

I temi dell’Ortis

L’itinerario percorso dal protagonista va dall’illusione alla delusione e i temi dell’Ortis sono:

  • Politica – la delusione politica è legata al fallimento dell’esperienza rivoluzionaria, al naufragio delle speranze di libertà e indipendenza dell’Italia e alle speranze suscitate prima e calpestate poi da Napoleone.
  • Amore – la delusione amorosa nasce dall’impossibilità di concretizzare il rapporto con Teresa e dalla constatazione che le leggi dell’interesse e delle convenienze sociali hanno la meglio sulla passione e sul sentimento.
  • Delusione esistenziale – la sua esistenza si muove sempre tra polarità ed estremizzazioni, i compromessi non si adattano al suo carattere. Il fallimento sul piano politico e su quello amoroso esasperano il protagonista a livello esistenziale. Jacopo è radicalmente pessimista e i fallimenti nell’ambito amoroso e sulla scena politica contribuiscono a trasformare in gesto concreto una predisposizione ben precedente dell’animo di Jacopo. Quindi Ortis si suicida «per indole d’anima» oltre che «per sistema di mente»
  • Oppressori e oppressi – i viaggi e gli incontri mostrano a Ortis che gli uomini si dividono in oppressori e oppressi: da una parte chi commette violenza, dall’altra chi la subisce. Ortis però rifiuta di schierarsi.
  • Suicidio come vana fuga dalla violenza – Ortis sceglie il suicidio: gli sembra l’unico modo per non commettere violenza e per non subirla. Ma neppure lui può sfuggire all’inflessibile legge universale della sopraffazione. Infatti le sue scelte e i suoi comportamenti lo portano a commettere violenza nei confronti di diverse persone.
    • Jacopo infatti usa violenza a Teresa, turbandone la serenità
    • Jacopo infatti usa violenza al prossimo – nella lettera del 14 marzo 1799, confessa di avere provocato la morte di un povero contadino innocente
    • Jacopo infatti usa violenza a se stesso, con il suicidio.

Il linguaggio dell’Ortis

Con il suo romanzo Foscolo crea la lingua del romanzo italiano. Lui trae il modello dalla tradizione letteraria e dall’uso vivo della lingua. Con il romanzo epistolare crea uno “stile della passione” proprio perché la lettera è scritta proprio nell’immediatezza e nell’urgenza della passione.

Lo strumento della la lettera trasferisce sulla pagina sia le passioni dell’anima del protagonista e i suoi personali punti di vista.

La trama

Si tratta di un romanzo epistolare: nella finzione letteraria, Lorenzo Alderani, dopo il suicidio di Jacopo Ortis, pubblica le lettere che l’amico gli ha inviato fra l’11 ottobre 1797 (all’indomani del trattato di Campoformio) e il 25 marzo 1799, subito prima della morte.

Lasciata Venezia per sfuggire alle persecuzioni politiche, Jacopo incontra sui colli Euganei la bella Teresa, di cui si innamora, ricambiato, benché la fanciulla sia già promessa al meschino Odoardo per ragioni d’interesse. Dopo un lungo viaggio per l’Italia, che lo porta fra l’altro a Firenze (dove visita la chiesa di Santa Croce) e a Milano (dove incontra Parini), appresa la notizia del matrimonio fra Teresa e Odoardo, ritorna infine sui colli Euganei. Li vede che non c’è alcuna possibilità di trovare soddisfazione alle sue aspirazioni politiche e sentimentali, si toglie la vita pugnalandosi al cuore.

La premessa è di Lorenzo Alderani, amico confidente di Jacopo Ortis.

Premessa

Al lettore
Pubblicando queste lettere, io tento di erigere un monumento alla virtù sconosciuta; e di consacrare alla memoria del solo amico mio quelle lagrime, che ora mi si vieta di spargere su la sua sepoltura.
E tu, o Lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri quell’eroismo di cui non sono eglino stessi capaci, darai, spero, la tua compassione al giovine infelice dal quale potrai forse trarre esempio e conforto.

Lorenzo Alderani

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.  

Lo sconforto per la situazione della patria

In questo brano di apertura emerge il tema politico, uno dei due temi cardine dell’opera foscoliana. Notiamo che proprio nella questione politica si evidenzia la differenza tra autore e protagonista: entrambi vivono la delusione per il trattato di Campoformio ma mentre Foscolo continua a militare nelle armate cisalpine, Jacopo si lascia travolgere dalla sfiducia e dal pessimismo.

Ortis vive la delusione politica del trattato di Campoformio come una tragedia personale. In lui convivono due atteggiamenti antitetici:

  • da un lato l’orgoglioso sdegno e l’istinto di ribellione
  • dall’altro la rassegnazione e la rinuncia.
Da’ colli Euganei, 11 Ottobre 1797  

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia.
Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito?
Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho obbedito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci.

Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace?
Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati?

E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’italiani.

Per me segua che può.

Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte.
Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da’ pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri.    

L’innamoramento

Il tema amoroso è l’altro tema centrale dell’opera. L’amore dà vita, suscita sentimenti positivi nell’uomo: la pietà, il gusto per la bellezza e l’arte. Questi inducono atteggiamenti che rendono l’uomo migliore, civile.

I temi di questo brano sono quelli cari a Foscolo: l’amore, la bellezza, l’arte. In poche parole si tratta, a suo avviso di “illusioni” grazie alle quali la vita vale la pena di essere vissuta. Il tema delle illusioni è centrale in Foscolo. Le illusioni non rappresentano una fuga dal reale, ma sono stimolo all’azione, all’attività, alla reazione positiva di fronte alla realtà negativa.

In particolare, accostandosi all’amore, che è un sentimento superiore, gli uomini possono costruire una visione del mondo più serena. In questo modo possono rigenerare le loro forze creativa, senza le quali non esisterebbe civiltà e il mondo sarebbe ridotto a “pianto, terrore e distruzione universale”.

26 Ottobre

La ho veduta, o Lorenzo, la divina fanciulla; e te ne ringrazio.
La trovai seduta miniando il proprio ritratto. Si rizzò salutandomi come s’ella mi conoscesse, e ordinò a un servitore che andasse a cercar di suo padre.
Egli non si sperava, mi diss’ella, che voi sareste venuto; sarà per la campagna; né starà molto a tornare.

Una ragazzina le corse fra le ginocchia dicendole non so che all’orecchio. È un amico di Lorenzo, le rispose Teresa, è quello che il babbo andò a trovare l’altr’jeri.

Tornò frattanto il signor T***: m’accoglieva famigliarmente, ringraziandomi che io mi fossi sovvenuto di lui. Teresa in tanto, prendendo per mano la sua sorellina, partiva.

Vedete, mi diss’egli, additandomi le sue figliuole che uscivano dalla stanza; eccoci tutti.
Proferì, parmi, queste parole come se volesse farmi sentire che gli mancava sua moglie. Non la nominò.

Si ciarlò lunga pezza. Mentr’io stava per congedarmi, tornò Teresa:

Non siamo tanto lontani, mi disse; venite qualche sera a veglia con noi.
Io tornava a casa col cuore in festa.
– Che? lo spettacolo della bellezza basta forse ad addormentare in noi tristi mortali tutti i dolori? vedi per me una sorgente di vita: unica certo, e chi sa! fatale.
Ma se io sono predestinato ad avere l’anima perpetuamente in tempesta, non è tutt’uno?

Il bacio a Teresa

Questa pagina descrive la scena del primo bacio. Racconta l’emozione di Jacopo a cui sempre a partecipare tutta la natura. Racconta la certezza di Jacopo che il suo amore per Teresa è ricambiato.

14 Maggio, a sera  

O quante volte ho ripigliato la penna, e non ho potuto continuare: mi sento un po’ calmato e torno a scriverti.
– Teresa giacea sotto il gelso – ma e che posso dirti che non sia tutto racchiuso in queste parole? Vi amo.

A queste parole tutto ciò ch’io vedeva mi sembrava un riso dell’universo: io mirava con occhi di riconoscenza il cielo, e mi parea ch’egli si spalancasse per accoglierci! deh! a che non venne la morte? e l’ho invocata.

Sì; ho baciato Teresa; i fiori e le piante esalavano in quel momento un odore soave; le aure erano tutte armonia; i rivi risuonavano da lontano; e tutte le cose s’abbellivano allo splendore della Luna che era tutta piena della luce infinita della Divinità.
Gli elementi e gli esseri esultavano nella gioja di due cuori ebbri di amore – ho baciata e ribaciata quella mano – e Teresa mi abbracciava tutta tremante, e trasfondea i suoi sospiri nella mia bocca, e il suo cuore palpitava su questo petto: mirandomi co’ suoi grandi occhi languenti, mi baciava, e le sue labbra umide, socchiuse mormoravano su le mie – ahi! che ad un tratto mi si è staccata dal seno quasi atterrita: chiamò sua sorella e s’alzò correndole incontro.

Io me le sono prostrato, e tendeva le braccia come per afferrar le sue vesti – ma non ho ardito di rattenerla, né richiamarla. La sua virtù – e non tanto la sua virtù, quanto la sua passione, mi sgomentava: sentiva e sento rimorso di averla io primo eccitata nel suo cuore innocente.
Ed è rimorso – rimorso di tradimento! Ahi mio cuore codardo!
– Me le sono accostato tremando.  

– Non posso essere vostra mai! – e pronunciò queste parole dal cuore profondo e con una occhiata con cui parea rimproverarsi e compiangermi.
Accompagnandola lungo la via, non mi guardò più; né io avea più cuore di dirle parola.
Giunta alla ferriata del giardino mi prese di mano la Isabellina e lasciandomi: Addio, diss’ella; e rivolgendosi dopo pochi passi, – addio. Io rimasi estatico: avrei baciate l’orme de’ suoi piedi: pendeva un suo braccio, e i suoi capelli rilucenti al raggio della Luna svolazzavano mollemente: ma poi, appena appena il lungo viale e la fosca ombra degli alberi mi concedevano di travedere le ondeggianti sue vesti che da lontano ancor biancheggiavano; e poiché l’ebbi perduta, tendeva l’orecchio sperando di udir la sua voce.

– E partendo, mi volsi con le braccia aperte, quasi per consolarmi, all’astro di Venere: era anch’esso sparito.  

Comprensione del testo

 In un primo momento l’intensità del sentimento e la bellezza della giovane travolgono il cuore di Jacopo. Inoltre la perfezione del paesaggio fa da cornice a questo momento. Ma la perfezione del momento fa dimenticare al giovane innamorato che questo amore è impossibile: Teresa è promessa ad un altro.

Poi all’improvviso, Teresa si rende conto della situazione: si scuote, pronuncia parole disperate, fugge. E Jacopo viene rapidamente riportato alla realtà.

Il giovane comprende che quella relazione è destinata a un esito infelice.

E la natura, che fa sempre da cornice allo stato d’animo del giovane anticipa la realtà: Jacopo si volge verso la stella Venere, Venere dea dell’amore, ma la sua luce è svanita. La scomparsa della luce di Venere costituisce un triste presagio.

Analisi e interpretazione.

La prima parte della lettera è costituita da un discorso dall’andamento singhiozzante spezzato, da continue interruzioni come i punti di sospensione, i punti interrogativi ed esclamativi e immagini isolate. Sembrano quasi dei flash che si presentano alla memoria del narratore, dell’Io narrante, mentre cerca di raccontare l’amico quello che accaduto.

Si tratta di una passione difficile da descrivere.

La stessa lingua, le stesse parole non sono sufficienti ad esprimere l’intensità del trasporto amoroso. Nella parte centrale la scena del bacio è descritta nella cornice di un paesaggio in perfetta consonanza con lo stato d’animo dell’innamorato, in un’atmosfera di armonia e fusione tra gli elementi: tra il narratore e la natura, tra il narratore la sua amata.

La parte finale è segnata invece dalla separazione: comincia il distacco con Teresa che si sviluppa nel silenzioso rientro delle sorelle e si conclude col commiato definitivo e con la conclusiva solitudine dell’innamorato.

La lettera è incentrata sul tema dell’amore e è dominata dall’immagine della natura: amore e natura sono trattati in una chiave tipicamente romantica.

  • L’amore è un elemento allo stesso tempo positivo e fatale. È una potenza quasi sovrumana che trasfigura la realtà e la rende divina. L’amore trasforma il soggetto, lo manda in estasi, in un’estasi in cui egli stesso non è capace di dominare le proprie emozioni. L’estasi è così elevata al punto da invocare la morte per sottrarre quell’attimo sublime a ogni possibile disillusione o ad ogni possibile degrado.
  • La natura è organismo vivo, è quasi umanizzato. Non è solo lo sfondo su cui l’esperienza viene vissuta, la natura riproduce tutte le sfumature delle emozioni che vivono i due protagonisti:
    • dalla sensualità del bacio
    • alla desolazione dell’abbandono.

Il paesaggio naturale diventa quindi lo specchio dell’interiorità. L’individuo può guardare dunque guardare i segni della natura per decifrare quello che gli accade, sia nei momenti di felicità, che in quelli della sofferenza.

Rispondi

  1. Dove si trovano Jacopo e Teresa al momento del bacio?
  2. Cosa stava facendo Jacopo un attimo prima?
  3. Teresa si allontana bruscamente, per quale motivo?
  4. Cosa fa Jacopo quando Teresa scappa da lui e si allontana?
  5. Cosa fa quando rimane completamente solo?
  6. La lettera può essere divisa in tre parti. Indica quali e sottolinea in ciascuna parte una parola o una frase che potrebbe essere usata come titolo
  7. L’amore rende Jacopo incapace di agire e di pensare in modo razionale, anche quando deve ricordare i fatti per raccontarli all’amico: in che modo viene resa, nella stesura della lettera l’indicibilità dell’estasi amorosa?
  8. La natura rispecchia gli stati d’animo del personaggio: individua nel testo i passi che si riferiscono a tale consonanza.
  9. La scena è pervasa di emozioni, anche diverse e contrastanti, e di sensualità: indica i termini che esprimono sentimenti e stati d’animo e quelli che si riferiscono invece allo scambio amoroso (cioè ai gesti e alle parole d’amore) fra Jacopo e Teresa.
  10. Produzione
  11. Riscrivi la scena ambientandola ai giorni nostri: puoi cambiare l’abbigliamento dei protagonisti, i loro gesti, le battute del dialogo. 

Gli effetti dell’amore sullo spirito umano

Il tema amoroso è al centro anche di questa lettera. Jacopo sa che Teresa è promessa sposa, ma l’amore che prova per lei determina in lui uno stato d’animo sereno e disteso. In questo stato d’animo coglie bellezza e armonia nell’intero universo.

In questa lettera il poeta rivela l’importanza che lui attribuisce al sentimento e all’illusione, anche quando la ragione è consapevole che le illusioni sono vane.

15 Maggio
Dopo quel bacio io son fatto divino.
Le mie idee sono più alte e ridenti, il mio aspetto più gajo, il mio cuore più compassionevole.
Mi pare che tutto s’abbellisca a’ miei sguardi; il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de’ zefiri fra le frondi son oggi più soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a’ miei piedi; non fuggo più gli uomini, e tutta la Natura mi sembra mia. Il mio ingegno è tutto bellezza e armonia.
Se dovessi scolpire o dipingere la Beltà, io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione.
O Amore! le arti belle sono tue figlie; tu primo hai guidato su la terra la sacra poesia, solo alimento degli animali generosi che tramandano dalla solitudine i loro canti sovrumani sino alle più tarde generazioni, spronandole con le voci e co’ pensieri spirati dal cielo ad altissime imprese: tu raccendi ne’ nostri petti la sola virtù utile a’ mortali, la Pietà, per cui sorride talvolta il labbro dell’infelice condannato ai sospiri: e per te rivive sempre il piacere fecondatore degli esseri, senza del quale tutto sarebbe caos e morte.
Se tu fuggissi, la Terra diverrebbe ingrata; gli animali, nemici fra loro; il Sole, foco malefico; e il Mondo, pianto, terrore e distruzione universale. Adesso che l’anima mia risplende di un tuo raggio, io dimentico le mie sventure; io rido delle minacce della fortuna, e rinunzio alle lusinghe dell’avvenire.
– O Lorenzo! sto spesso sdrajato su la riva del lago de’ cinque fonti: mi sento vezzeggiare la faccia e le chiome dai venticelli che alitando sommovono l’erba, e allegrano i fiori, e increspano le limpide acque del lago.
Lo credi tu? io delirando deliziosamente mi veggo dinanzi le Ninfe ignude, saltanti, inghirlandate di rose, e invoco in lor compagnia le Muse e l’Amore; e fuor dei rivi che cascano sonanti e spumosi, vedo uscir sino al petto con le chiome stillanti sparse su le spalle rugiadose, e con gli occhi ridenti le Najadi, amabili custodi delle fontane. Illusioni! grida il filosofo.
– Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele.    

Insensatezza della storia

Per dimenticare l’amore per Teresa e per sfuggire alle persecuzioni austriache, Jacopo lascia i Colli Euganei a va in Francia. Giunto a Ventimiglia decide però di tornare indietro, desiderando morire nella sua terra.

La barriera delle Alpi offre un grandioso spettacolo. Si tratta di un confine possente, una barriera naturale che ora è violata dalle potenze straniere. Ma Foscolo riflette sul fatto che in passato la potenza della penisola italica ha violato le stesse frontiere in opposta direzione. La storia è tutta dominata dalla violenza e dalla sopraffazione.

È quindi inutile fuggire. È meglio la morte.

Ma Jacopo non vuole morire in terra straniera, non vuole che le sue ossa vengano sepolte altrove. Vuole provare il piacere di essere compianto da Teresa e dai suoi compagni. Questo testo ci mostra il pessimismo nei confronti della storia che è stata sempre teatro di violenze. Ci mostra inoltre la grande delusione politica e sentimentale del protagonista.

Ventimiglia, 19 e 20 Febbraio
 [ … ]
Alfine eccomi in pace!
– Che pace? stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati.
– Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna. V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero.
Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici dell’Alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo e tutto biancheggia e si confonde – da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo.
La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.
I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni.
Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia.
Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce?
– Ov’è l’antico terrore della tua gloria?
Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la gloria degli avi, le quali quanto più splendono tanto più scoprono la nostra abbietta schiavitù.
Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro sepolcri.
E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze, e l’intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi domestici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo i nostri padroni schiudere le tombe e disseppellire, e disperdere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientarne le ignude memorie: poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione di superbia, ma non eccitamento dell’antico letargo.
Così grido quand’io mi sento insuperbire nel petto il nome Italiano, e rivolgendomi intorno io cerco, né trovo più la mia patria.
– Ma poi dico: Pare che gli uomini sieno fabbri delle proprie sciagure; ma le sciagure derivano dall’ordine universale, e il genere umano serve orgogliosamente e ciecamente a’ destini.
Noi argomentiamo su gli eventi di pochi secoli: che sono eglino nell’immenso spazio del tempo? Pari alle stagioni della nostra vita normale, pajono talvolta gravi di straordinarie vicende, le quali pur sono comuni e necessarj effetti del tutto. L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra.
Io guardando da queste Alpi l’Italia piango e fremo, e invoco contro agl’invasori vendetta; ma la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo di tanti popoli trapassati, quando i Romani rapivano il mondo, cercavano oltre a’ mari e a’ deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano gl’Iddii de’ vinti, incatenevano principi e popoli liberissimi, finché non trovando più dove insanguinare i lor ferri, li ritorceano contro le proprie viscere. Così gli Israeliti trucidavano i pacifici abitatori di Canaan, e i Babilonesi poi strascinarono nella schiavitù i sacerdoti, le madri, e i figliuoli del popolo di Giuda.
Così Alessandro rovesciò l’impero di Babilonia, e dopo avere passando arsa gran parte della terra, si corrucciava che non vi fosse un altro universo. Così gli Spartani tre volte smantellarono Messene e tre volte cacciarono dalla Grecia i Messeni che pur Greci erano della stessa religione e nipoti de’ medesimi antenati.
Così sbranavansi gli antichi Italiani finché furono ingojati dalla fortuna di Roma.
Ma in pochissimi secoli la regina del mondo divenne preda de’ Cesari, de’ Neroni, de’ Costantini, de’ Vandali, e de’ Papi. Oh quanto fumo di umani roghi ingombrò il Cielo della America, oh quanto sangue d’innumerabili popoli che né timore né invidia recavano agli Europei, fu dall’Oceano portato a contaminare d’infamia le nostre spiagge! ma quel sangue sarà un dì vendicato e si rovescierà su i figli degli Europei!
Tutte le nazioni hanno le loro età.
Oggi sono tiranne per maturare la propria schiavitù di domani: e quei che pagavano dianzi vilmente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco. La Terra è una foresta di belve.
La fame, i diluvj, e la peste sono ne’ provvedimenti della Natura come la sterilità di un campo che prepara l’abbondanza per l’anno vegnente: e chi sa? fors’anche le sciagure di questo globo apparecchiano la prosperità di un altro.
Frattanto noi chiamiamo pomposamente virtù tutte quelle azioni che giovano alla sicurezza di chi comanda e alla paura di chi serve. I governi impongono giustizia: ma potrebbero eglino imporla se per regnare non l’avessero prima violata?
 Chi ha derubato per ambizione le intere province, manda solennemente alle forche chi per fame invola del pane. Onde quando la forza ha rotti tutti gli altrui diritti, per serbarli poscia a se stessa inganna i mortali con le apparenze del giusto, finché un’altra forza non la distrugga.
Eccoti il mondo, e gli uomini.
Sorgono frattanto d’ora in ora alcuni più arditi mortali; prima derisi come frenetici, e sovente come malfattori, decapitati: che se poi vengono patrocinati dalla fortuna ch’essi credono lor propria, ma che in somma non è che il moto prepotente delle cose, allora sono obbediti e temuti, e dopo morte deificati. Questa è la razza degli eroi, de’ capisette, e de’ fondatori delle nazioni i quali dal loro orgoglio e dalla stupidità de’ volghi si stimano saliti tant’alto per proprio valore; e sono cieche ruote dell’oriuolo.
Quando una rivoluzione nel globo è matura, necessariamente vi sono gli uomini che la incominciano, e che fanno de’ loro teschj sgabello al trono di chi la compie. E perché l’umana schiatta non trova né felicità né giustizia sopra la terra, crea gli Dei protettori della debolezza e cerca premj futuri del pianto presente.
Ma gli Dei si vestirono in tutti i secoli delle armi de’ conquistatori: e opprimono le genti con le passioni, i furori, e le astuzie di chi vuole regnare.
Lorenzo, sai tu dove vive ancora la vera virtù? in noi pochi deboli e sventurati; in noi, che dopo avere sperimentati tutti gli errori, e sentiti tutti i guai della vita, sappiamo compiangerli e soccorrerli.
Tu o Compassione, sei la sola virtù! tutte le altre sono virtù usuraje.
Ma mentre io guardo dall’alto le follie e le fatali sciagure della umanità, non mi sento forse tutte le passioni e la debolezza ed il pianto, soli elementi dell’uomo?
Non sospiro ogni dì la mia patria? Non dico a me lagrimando: Tu hai una madre e un amico – tu ami – te aspetta una turba di miseri, a cui se’ caro, e che forse sperano in te – dove fuggi? anche nelle terre straniere ti perseguiranno la perfidia degli uomini e i dolori e la morte: qui cadrai forse, e niuno avrà compassione di te; e tu senti pure nel tuo misero petto il piacere di essere compianto.
Abbandonato da tutti, non chiedi tu ajuto dal Cielo? non t’ascolta; eppure nelle tue afflizioni il tuo cuore torna involontario a lui – va, prostrati; ma all’are domestiche.
O natura! hai tu forse bisogno di noi sciagurati, e ci consideri come i vermi e gl’insetti che vediamo brulicare e moltiplicarsi senza sapere a che vivano?
Ma se tu ci hai dotati del funesto istinto della vita sì che il mortale non cada sotto la soma delle tue infermità ed ubbidisca irrepugnabilmente a tutte le tue leggi, perché poi darci questo dono ancor più funesto della ragione? Noi tocchiamo con mano tutte le nostre calamità ignorando sempre il modo di ristorarle.
Perché dunque io fuggo? e in quali lontane contrade io vado a perdermi? dove mai troverò gli uomini diversi dagli uomini? O non presento io forse i disastri, le infermità, e la indigenza che fuori della mia patria mi aspettano? – Ah no! Io tornerò a voi, o sacre terre, che prime udiste i miei vagiti, dove tante volte ho riposato queste mie membra affaticate, dove ho trovato nella oscurità e nella pace i miei pochi diletti, dove nel dolore ho confidato i miei pianti. Poiché tutto è vestito di tristezza per me, se null’altro posso ancora sperare che il sonno eterno della morte – voi sole, o mie selve, udirete il mio ultimo lamento, e voi sole coprirete con le vostre ombre pacifiche il mio freddo cadavere. Mi piangeranno quegli infelici che sono compagni delle mie disgrazie – e se le passioni vivono dopo il sepolcro, il mio spirito doloroso sarà confortato da’ sospiri di quella celeste fanciulla ch’io credeva nata per me, ma che gl’interessi degli uomini e il mio destino feroce mi hanno strappata dal petto.
Alessandria, 29 Febbraio

Da Nizza invece d’inoltrarmi in Francia, ho preso la volta del Monferrato. Stasera dormirò a Piacenza. Giovedì scriverò da Rimini. Ti dirò allora – Or addio.  


Rimini, 5 Marzo  

Tutto mi si dilegua. Io veniva a rivedere ansiosamente il Bertola (un autore di poesie); da gran tempo io non aveva sue lettere – È morto.

La morte di Jacopo

Ore 11 della sera
Lo seppi: Teresa è maritata.
Tu taci per non darmi la vera ferita – ma l’inferno geme quando la morte il combatte, non quando lo ha vinto.
Meglio così, da che tutto è deciso: ed ora anch’io sono tranquillo, incredibilmente tranquillo.
Addio.
Roma mi sta sempre sul cuore.

Nota di Lorenzo Alderani

Dal frammento seguente che ha la data della sera stessa, apparisce che Jacopo decretò in quel dì di morire. Parecchi altri frammenti, raccolti come questo dalle sue carte, paiono gli ultimi pensieri che lo raffermarono nel suo proponimento; e però li andrò frammentando secondo le loro date.

Le Poesie

L’edizione delle Poesie stampata a Milano nel 1803 comprendeva due odi e dodici sonetti. Questi dodici sonetti costituiscono una sorta di autoritratto in versi dell’autore. In esse Foscolo si dipinge come un individuo eccezionale, dotato di sentimenti, capace di passioni più forti del comune, avversato dai tempi e dalla sorte, costretto alla vita errabonda e infelice dell’esule. Le uniche consolazioni della sua vita da esule sono costituite dalla poesia e dall’amore

In morte del fratello Giovanni

PARAFRASI
1. Se io un giorno, non sarò più obbligato a fuggire sempre, andando
2. di popolo in popolo, mi vedrai seduto
3. sulla tua tomba, o fratello, mio, a piangere
4. il fiore dei tuoi anni giovanili che si è spezzato.

5. Solo nostra madre ora, trascinando la sua vecchiaia,
6. parla di me con la tua cenere muta:
7. ma io tendo inutilmente le mani verso di voi;
8. e, anche se saluto solo da lontano la mia patria,

9. sento gli dei contrari e i tormenti interiori
10. che sconvolsero la tua vita (inducendoti al suicidio),
11. e invoco anch’io la pace, quella pace in cui adesso tu sei, la pace della morte.

12. Oggi di tante speranze, mi resta soltanto questa!
13. Oh popoli stranieri, restituite le mie spoglie, quando io non sarò più,
14. alle braccia della madre infelice.

SCHEMA METRICO I versi del sonetto sono endecasillabi piani.
Le rime seguono il seguente schema: ABAB ABAB CDC DCD;

Commento

I sonetti di Foscolo risalgono al 1803 e sono tutti caratterizzati da una forte soggettività, come l’Ortis. Anche in questo sonetto il poeta si rispecchia nella figura di un eroe sventurato e tormentato, sempre in conflitto con il proprio tempo. Foscolo vive l’esilio come una condizione politica ed esistenziale insieme.

Compaiono in questo sonetto i temi fondamentali della poetica foscoliana:

  • la terra come madre
  • il valore eternatrice della poesia
  • l’esilio
  • il tormento interiore per la scomparsa del fratello

Giovanni, si è suicidato nel 1801, a vent’anni, per debiti di gioco. Qui viene rappresentata anche la madre anziana e sola. Le immagini che Foscolo crea sono suggestioni tipicamente romantiche.

Il tema dell’esilio

Il tema dell’esilio va inteso

  • sia come condizione reale del poeta, in esilio volontario dopo la cessione di Venezia all’Austria da parte di Napoleone, con il trattato di Campoformio,
  • sia come una condizione più generale di sradicamento e precarietà.

Tema sepolcrale

In opposizione a questo, troviamo il motivo della tomba, che si ricollega all’immagine del nucleo familiare e soprattutto della madre.

 Il ricongiungimento con la madre e la terra natale è l’unico punto fermo nella condizione di esule. Ma l’unica possibilità di ricongiungimento è vista nella morte. In questo sonetto la morte non è concepita come “nulla eterno” (come in Alla sera), ma come unica opportunità di ricongiungimento con gli affetti familiari che in vita gli è negato per sempre.

La morte quindi può essere vista in modo diversi:

  • non solo fonte di lacrime per i propri cari,
  • ma anche occasione di incontro affettuoso, che permette un legame con la vita.

La richiesta di restituire le ossa alla madre in questo sonetto, e alla propria patria, in altri testi, consente l’illusione della sopravvivenza, del ritorno tra le braccia della madre e della patria.

Troviamo qui anticipato quel forte legame, punto cardine del carme Dei sepolcri, tra tomba, terra natale e figura materna.

È, infatti, proprio la madre che, pur colpita da tante sciagure, tenta di ricomporre l’unità della famiglia accanto alla tomba, simbolo di morte.

Figure retoriche

  • Metafore fondamentali:
    • la vita è come un viaggio, in un mare tempestoso che si conclude con la quiete della morte, considerata come un porto (le secrete/cure che al viver tuo furon tempesta,/e prego anch’io nel tuo porto quiete).
    • La gioventù stroncata dalla morte è come un fiore reciso (“il fior de’ tuoi gentili anni caduti”). E’ assai comune che un poeta rappresenti la giovinezza come un fiore (Leopardi associa la gioventù di Silvia al mese di maggio, quando sbocciano le rose – Carducci definisce il figlio, morto precocemente, … fiore della mia pianta ….
  • Sineddoche – “tetti”, rappresenta tutto il suo paese natale citando una parte – “palme” invece di “mani”;
  • Sinestesia – “cenere muto” ,dove si accostano due termini che appartengono alle sfere sensoriali della vista e dell’udito.
  • Metonimia – “pietra” materiale usato per la costruzione delle tombe.
  • Allitterazione – “tardo traendo” , “secrete cure”, “madre mesta”.
  • Enjambement – fuggendo / di gente in gente – le secrete / cure

Alla sera

(Oh sera) forse tu mi sei così cara perché rappresenti l’immagine della pace eterna. E io ti apprezzo sia che tu venga in estate, quando arrivi dopo una giornata serena, che quando arrivi, nella stagione rigida, a portare sulla terra lunghe tenebre dopo una giornata fredda e nevosa, tu sera sei sempre invocata da me; tu sai raggiungere dolcemente le parti più nascoste del mio animo.
Tu sera mi fai viaggiare con i miei pensieri sulla strada che porta verso l’idea della morte, che annulla tutto, per sempre; e intanto questo tempo infelice passa velocemente e se ne vanno via insieme a te, sera, tutte le preoccupazioni della vita a causa delle quali il tempo presente si consuma assieme a me; e mentre io contemplo la tua pace, si tranquillizza, si placa anche il mio spirito ribelle, il mio spirito guerriero, che mi ruggisce dentro.
METRO: sonetto, con rima secondo lo schema ABAB ABABA CDC DCD.

Commento

Il tema del sonetto è la sera, vista come immagine della morte, definita «fatal quiete», il riposo del fato, la pace dell’anima. Per questo motivo la sera è molto cara al poeta.

Ma assieme a questo, emerge dalla poesia anche un altro tema fondamentale: il sofferto rapporto tra il desiderio di pace del poeta e il senso angoscioso della vita che lo travaglia.

La sera descritta dal Foscolo è sempre attesa con piacere, sia che arrivi dopo i bei tramonti estivi, accompagnata da venti leggeri, sia che giunga accompagnata da atmosfere invernali, tenebrose e nevose.

La sera è sempre desiderata, perché ispira i più intimi pensieri, le più segrete aspirazioni.

Rivolgendosi direttamente ad essa, l’autore confida che l’apparizione della sera lo induce a meditare sulla vita e sulla morte, il nulla eterno.

A questa dimensione indefinita ed infinita si contrappone il tempo, elemento fuggente che passa rapido e che porta con sé sempre nuove avversità. E mentre il poeta contempla il silenzio e la pace della notte la sua anima travagliata, l’anima di un eroe romantico può per un attimo trovare pace, può placarsi, può riposare.

Il poeta vive in eterna polarità tra il suo desiderio di pace e la negatività del presente storico. Ma la sera è un momento in cui la tensione si placa e il poeta sperimenta la pace, il riposo. La sera ha il potere di placare la sia anima guerriera, di donargli un momento di riposo.

Il lessico di questo componimento è altamente letterario, costruito con parole auliche e poetiche; molte di queste provengono dal latino e danno al sonetto una forma neoclassica, mentre i sentimenti espressi sono decisamente romantici. La sintassi è costituita da periodi paratattici e ipotattici. Nelle quartine i periodi son più ampi e complessi, mentre nelle terzine i periodi sono più corti e concitati.

Figure retoriche

  • Allitterazioni dei suoni chiari delle vocali e ed i nelle quartine, e quelle dei suoni cupi delle vocali o ed u delle terzine, r nell’ultima strofa.
  • Parallelismo delle due frasi coordinate («E quando… e quando…»).
  • Ossimoro v. 10 «Nulla eterno»
  • Enjambement vv. 5-6 “inquiete/ tenebre e lunghe, vv. 7 – 8 “secrete vie”;
  • Antitesi si trova negli ultimi due versi «e mentre io guardo la tua pace, dorme / quello spirto guerriero ch’entro mi rugge».

Altre poesie dedicate alla sera

Sera di Gavinana di Vincenzo Cardarelli

Dei sepolcri

Il carme Dei sepolcri è un’opera poetica di impegno sociale e politico.

L’occasione per la scelta del tema sepolcrale è stato il decreto napoleonico di Saint-Cloud del 1804:

  • Per ragioni igieniche si proibivano le sepolture nei centri abitati.
  • Per ragioni di uguaglianza si stabiliva che le lapidi fossero tutte di uguale grandezza.

Su questo argomento Ugo Foscolo ebbe modo di discutere assieme a Ippolito Pindemonte nel salotto veneziano di Isabella Teotochi Albrizzi.
Dopo questo dibattito Foscolo dedicò il carme Dei sepolcri a Ippolito Pindemonte il quale rispose a quello di Foscolo con un altro carme intitolato allo stesso modo. Foscolo quindi compone i sepolcri in forma di lettera indirizzata a Pindemonte come ideale continuazione di quella discussione.

Obiettivo del carme

L’obiettivo che si pone Foscolo è quello di esaltare la funzione civile delle tombe, dei sepolcri.

La riflessione di Foscolo parte dall’affermazione che le tombe sono inutili perché non c’è alcuna forma di sopravvivenza oltre la morte. Questo è il punto di partenza del Carme.

Il poeta però prosegue sostenendo che, se le tombe sono inutili per i morti, sono comunque una delle istituzioni fondamentali dei vivi, sono una delle istituzioni fondamentali delle civiltà di ogni epoca. Esse infatti sono alla base del vivere civile della storia ed è solo nella continuità della memoria tra una generazione e le successive che gli uomini possono sperare di giungere a una qualche forma di sopravvivenza oltre la morte. Le tombe, e le civiltà che esse rappresentano, permettono di dare un significato dell’esperienza umana che va oltre la vita.
Questo porta a rivalutare sia l’umanità ma anche la sua storia. Viene creata quindi una sorta di religione laica e civile fondata non su gli ideali spirituali ma sui valori intrinseci della storia umana.
Infatti non si ricorda la memoria dei malfattori, ci si ricorda invece degli uomini che hanno dedicato la loro vita a qualcosa di grande. Foscolo cita le tombe di grandi uomini come quelli che sono sepolti in Santa Croce a Firenze.

I valori

I valori a cui fa riferimento Foscolo coincidono con le virtù delle società antiche: il patriottismo, il senso civico, il culto della sobrietà, l’austerità della vita privata, la lealtà….
Si tratta di valori fondati sul ricordo che sono rappresentati proprio dai sepolcri. Questi valori devono essere trasferiti alle generazioni successive.

Funzione eternatrice della poesia

Foscolo ritiene che sia proprio l’arte, e in particolare la poesia, a dover portare avanti i valori dell’antichità. La poesia acquista così la funzione di rendere eterna la memoria storica che le tombe rappresentano. Per Foscolo la poesia è la più alta espressione della civiltà.
Si parla di funzione eternatrice della poesia.
I sepolcri quindi offrono al cittadino italiano un codice di comportamento laico e etico, un comportamento classicistico e impegnato politicamente.

Video su Niccolò Ugo Foscolo

Fonti

  • www.liberliber.it
  • Redazione Virtuale, Milano, 10 maggio 2006, © Copyright 2006
  • italialibri.net, Milano
  • https://www.fareletteratura.it/2012/12/17/analisi-del-testo-e-parafrasi-in-morte-del-fratello-giovanni-foscolo/
  • www.fareletteratura.it
  • www.treccani.it
  • https://liceocuneo.it/ipertesti/il-paesaggio-dell’anima/inmorte.htm
  • https://biografieonline.it/
  • http://guide.supereva.it/romanzo_epistolare/interventi/2004/10/180727.shtml
  • https://www.pearson.it/letteraturapuntoit/contents/files/fosco_sintesi.pdf
  • https://www.italialibri.net/opere/allasera.html
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italiano Novecento Prosa Resistenza Romanzo storia

Una questione privata

Romanzo breve di Beppe Fenoglio

Il romanzo viene pubblicato nel 1963, a due mesi dalla morte dell’autore. Una questione privata è un romanzo breve che racconta la Resistenza partigiana vissuta da Fenoglio all’interno di una vicenda personale, legata alla sfera affettiva, cioè una sua questione privata. Fenoglio restituisce al lettore l’immagine di un’umanità nobile e autentica che si intreccia a ipocrisie e contraddizioni, uno spaccato di vita vissuta nel panorama drammatico della resistenza al nazifascismo.

Riassunto del romanzo

Il romanzo viene pubblicato nel 1963, a due mesi dalla morte dell’autore. Una questione privata è un romanzo breve che racconta la Resistenza partigiana vissuta da Fenoglio all’interno di una vicenda personale, legata alla sfera affettiva, cioè una sua questione privata. Fenoglio restituisce al lettore l’immagine di un’umanità nobile e autentica che si intreccia a ipocrisie e contraddizioni, uno spaccato di vita vissuta nel panorama drammatico della resistenza al nazifascismo.

La vicenda è ambientata nel novembre del 1944. Sono gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale e la guerra civile, tra partigiani e nazifascisti, è al culmine. Il protagonista è Milton, un giovane studente universitario, che combatte la guerra partigiana nelle Langhe, in Piemonte.

L’estate precedente Milton si era innamorato di Fulvia, una ragazza della borghesia torinese che era sfollata nelle campagne intorno ad Alba; il giovane aveva frequentato la casa di lei assieme all’amico snob Giorgio Clerici. Milton aveva corteggiato timidamente la ragazza, scrivendole lettere d’amore e traducendo per lei testi di autori anglosassoni; non si era però mai dichiarato apertamente. Poi un giorno Milton era partito per unirsi ai partigiani.

L’autunno successivo, nel corso di una ricognizione nella zona di Alba, il partigiano Milton si ritrova casualmente di fronte alla villa di Fulvia e chiede all’anziana governante di rivedere le stanze in cui incontrava al ragazza.

Il ricordo di lei riaccende la nostalgia per l’amata e il dolore per la sua lontananza. La donna, senza rendersene conto, gli rivela che, nell’estate del 1943, quando Milton era già partito per la guerra, Fulvia e Giorgio avevano continuato a frequentarsi a lungo, nelle lunghe sere, lontani da sguardi indiscreti.

Questa rivelazione fa precipitare Milton in uno stato di gelosia ed angoscia profonda. Lui immagina cosa sia successo tra Giorgio e Fulvia, ma sente il bisogno di parlare con l’amico per scoprire tutta la verità.

Giorgio è partigiano come lui, ma appartiene ad un’altra brigata; inizia così un viaggio solitario, pieno di imprevisti, tra le colline intorno ad Alba, alla ricerca dell’amico. Quando però Milton raggiunge il comando della brigata scopre che Giorgio è stato fatto prigioniero dai fascisti.

L’angoscia travolge il protagonista: più smanioso di scoprire la verità su Fulvia che preoccupato per la sorte di Giorgio, Milton cerca disperatamente di trovare un prigioniero fascista da scambiare con l’amico, prima che questi venga fucilato.

Ma la ricerca si fa difficile: né i badogliani, né i comunisti dispongono di uomini per lo scambio. Milton decide allora di procurarsi da solo un uomo da scambiare con i nazifascisti.

Una vecchia contadina gli segnala un sergente fascista che tutti i pomeriggi va a far visita a una ragazza. Il giovane organizza l’agguato, disarma l’ufficiale e lo rassicura sulle proprie intenzioni: non intende ucciderlo. Ma questi, spaventato, prova a scappare e Milton gli spara, uccidendolo.

Con la morte del sergente svanisce l’ultima speranza di salvare Giorgio e scoprire la verità su Fulvia.

Ossessionato dal ricordo della ragazza, Milton decide di tornare alla villa. Sorpreso da un rastrellamento, il protagonista deve darsi ad una fuga disperata …

Una resistenza “privata”

Nel suo romanzo Fenoglio:

  • racconta la guerra partigiana senza enfasi e senza retorica,
  • non celebra gli eroismi dei partigiani,
  • ne mette in evidenza difficoltà e inadeguatezze,
  • ne valorizza la dimensione etica,
  • racconta di uomini e donne, giovani e meno giovani che si sono impegnati con coraggio ed abnegazione per la liberazione dell’Italia.

Il protagonista Milton ha alcuni tratti in comune con l’autore del romanzo: entrambi sono partigiani (dopo l’8 settembre Fenoglio aveva abbandonato la divisa dell’esercito italiano e si era aggregato ai partigiani) e entrambi sono amanti della cultura anglosassone.

Milton è un uomo giusto, etico, che sceglie di aderire al movimento partigiano perché si rende conto che farsi partigiano sia l’unica scelta giusta e possibile in un simile momento storico e ingiusto. Nonostante lui sia un intellettuale non abituato alla vita in montagna, va contro la sua indole per compiere una scelta che sente necessaria.

Il suo amico Giorgio, borghese e snob, si arruola nell’esercito partigiano ma è insofferente alla vita spartana ed è incapace di qualsiasi solidarietà con i partigiani di estrazione sociale più bassa. Nell’atteggiamento di Giorgio Fenoglio mostra la contrapposizione tra gli studenti borghesi e i lavoratori proletari che, per quanto siano uniti nella resistenza, sono distanti nel modo di intendere la vita

Un elemento interessante che Fenoglio mette in luce è relativo alle tensioni politiche: i gruppi di partigiani sono legati a diversi orientamenti politici come gli “azzurri” badogliani e i “rossi” comunisti. Tra di loro non corre buon sangue, forse anche perché solo i badogliani sono riconosciuti dagli alleati e quindi ricevono aiuti dall’esercito anglo-americano. Nella sua narrazione Fenoglio mostra quanto le due forze in campo non siano capaci di unire le forze contro il comune nemico e di superare le divergenze sul modo di condurre la guerra.

In questa guerra che non risparmia nessuno si colloca la vicenda privata del protagonista. La rivelazione della presunta relazione tra al sua innamorata e l’amico trasforma Milton in un eroe romantico tormentato. Dal momento della scoperta tutte le sue imprese hanno come unico scopo lo svelamento di una “verità privata”.

La scrittura di Fenoglio è secca e ricca di immagini: la campagna pervasa dalla nebbia e dalle piogge insistenti diventa il simbolo degli ostacoli che si frappongono tra il protagonista e la verità.

L’audiolibro

A questo link è possibile trovare il romanzo letto capitolo per capitolo.

http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-f52ceea9-1609-4596-a96e-3ab5ebc1547e.html

Il film

Una questione privata è un film del 2017 diretto da Paolo Taviani, tratto dal romanzo Una questione privata

Fonti

  • B. Fenoglio, Una questione privata, Einaudi, 2014.
  • R. Bigazzi, Fenoglio, Roma, Salerno editore, 2011.
  • N. Palmieri, La scrittura e il corpo, Firenze, Le Lettere, 2012.
  • E. Saccone, Fenoglio: i testi, l’opera, Torino, Einaudi, 1988.
  • https://library.weschool.com/lezione/una-questione-privata-beppe-fenoglio-riassunto-trama-resistenza-neorealismo-11214.html
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Il Romanticismo

Periodizzazione

Il Romanticismo è un movimento culturale che si sviluppa in Europa e negli Usa tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. È difficile dare una definizione di tale movimento perché 

  • coinvolge ampi aspetti della vita
  • si sviluppa nei paesi del mondo europeo e nordamericano assumendo caratteri diversi in base alle tradizioni nazionali.

Gli studiosi sono concordi nel dire che il Romanticismo rappresenta una radicale rivoluzione nella cultura europea. Si può dire che mette in crisi la visione del mondo rinascimentale e illuminista che aveva dominato fino ad allora. 

Ha origine nel mondo tedesco e si definisce in opposizione all’Illuminismo. 

Differenze con l’Illuminismo

Illuminismo Romanticismo
Concezione meccanicistica del mondo Concezione dinamica del mondo 
Dio è trascendente e perfetto che può essere razionalmente comprensibileIl Dio dei romantici si manifesta dinamicamente ora nell’uomo, ora nella natura
Sottolinea ciò che unisce gli uominiRivaluta quello che è soggettivo, unico e irripetibile
Cosmopolitismo: siamo tutti cittadini del mondoSi definisce l’idea di nazione: rivalutazione dell’infinita varietà di lingue, di usi e costumi, di tradizioni popolari 
Arte: espressione di valori immutabili ed eterniArte: insofferente ad ogni regola prestabilita, tende ad esprimere, per via spirituale, irrazionale ed emotiva il flusso creativo che anima la via del mondo.

Il romanticismo è un movimento complesso e anche contraddittorio  tanto che ogni definizione rischia di essere riduttiva. Il filo conduttore che accomuna idee e posizioni diverse va ricercato nel sentimento, nello stato d’animo con cui i contenuti sono vissuti. 

I romantici credono che la differenza tra un’idea e un’altra sta nell’intensità con cui si crede all’idea. Se si giunge a una verità interiore con purezza di cuore o si arriva ad aver fede per un’idea, per questa idea vale la pena, non solo di vivere, ma anche di morire. 

L’interesse dei romantici non è la conoscenza, ma è la pienezza di vita che può derivare solo quando si abbraccia una causa con passione, con coinvolgimento. È necessario battersi per le proprie idee, anche fino al martirio, indipendentemente dalle possibilità di successo. Anzi, paradossalmente, il fallimento, in questa prospettiva può apparire più nobile del successo. Per l’idea romantica appartenere ad una minoranza è condizione migliore che l’essere parte della maggioranza dominante. 

Cardini del Romanticismo

Questa sensibilità nei confronti dell’assoluto viene paragonata allo sforzo dei titani che cercano di liberarsi dalla prigione imposta loro da Zeus, pur consapevoli di essere stati condannati a restarci per sempre.

La battaglia tra gli dei e i titani, di Joachim Wtewael, 1600

Quando l’uomo si confronta con l’assoluto soerimenta un senso di continua inquietudine e struggente tensione. Questa inquietudine è un sentimento che affligge il soggetto e che lo spinge ad oltrepassare i limiti della realtà terrena, opprimente e soffocante, lo spinge a rifugiarsi nell’interiorità, in una dimensione che supera lo spazio-tempo.

Intellettuali e pubblico

In Inghilterra già nel corso del Settecento si era andata affermando una nuova figura di intellettuale. Nei secoli precedenti la professione delle lettere era riservata ai membri delle classi superiori. Chi voleva dedicarsi alla creazione letteraria, non disponendo di rendite proprie poteva procurarsi da vivere solo mettendosi al servizio di un signore oppure entrando nei ranghi della Chiesa. 

L’avvio della scolarizzazione di massa, la crescita dell’alfabetizzazione, l’aumento della domanda di testi letterari di vario genere, il rafforzarsi di un’opinione pubblica e lo sviluppo dell’editoria (libri, giornali, riviste) consentono, per la prima volta nella storia, a molti intellettuali, non nobili, di vivere del proprio lavoro in autonomia, senza dover dipendere da nobiltà o clero.

La diffusione dell’industrializzazione, gli anni della rivoluzione francese e del periodo napoleonico favoriscono l’estensione di questo fenomeno in tutta l’Europa. Si moltiplicano i centri di elaborazione e diffusione della cultura:

  • scuole,
  • associazioni pubbliche e private,
  • club politici,
  • riviste,
  • case editrici.

Questi offrono agli intellettuali nuove occasioni di lavoro e nuove opportunità di confrontarsi con l’opinione pubblica borghese. Permettono di mettersi in relazione con altre realtà sociali come industriali, partiti politici o amministratori pubblici. 

Sia Napoleone che le monarchie della Restaurazione vogliono conquistare il favore degli intellettuali. Per fare questo offrono loro incarichi nelle università o negli uffici pubblici e finanziano imprese editoriali o giornali. Il fenomeno più importante è la nascita dell’industria editoriale. Negli anni Trenta in Francia si assiste alla diffusione del feuilleton, il romanzo d’appendice. Sono romanzi pubblicati a puntate in fondo, in appendice, a quotidiani o periodici. Questa idea riscuote un successo inaspettato tanto che i periodici che ospitano i romanzi d’appendice aumentano la loro tiratura e gli autori raggiungono popolarità e successo. 

Mentre il romanzo d’appendice raggiunge un pubblico crescente, la produzione di poesie rimane destinata ad una cerchia più ristretta di aristocratici e borghesi. 

Arte nel Romanticismo

Francesco Hayez, Il bacio, 1859 – Pinacoteca di Brera, Milano

Per parlare di arte del Romanticismo partiamo dal capolavoro italiano di Francesco Hayez, un pittore capace di unire temi politici a scene di intensa bellezza. Questo dipinto non a caso è diventato il manifesto del Romanticismo in Italia. La prima cosa che notiamo sono i due amanti intenti in un bacio appassionato. Ma lui ha un piede sulla scala, sembra che stia per partire. A questa scena sono stati attribuiti significati sottintesi sono molto profondi: unione nazionale, patriottismo, impegno politico e militare.

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818

Questo il dipinto racchiude alcuni dei principali valori del romanticismo! La raffigurazione immortala un viandante di schiena e di fronte a un mare in burrasca. In questo modo il pittore vuole rappresentare i sentimenti intensi, drammatici e melanconici dei romantici del XIX secolo.

Questo dipinto non ci narra una storia, ma presenta uno stato emotivo:

  • il concetto di infinito
  • l’idea di vagabondare
  • l’imperfezione dell’anima 
  • i sentimenti

Il viandante sul mare di nebbia è l’emblema del romanticismo tedesco.

Eugène Delacroix, La Libertà che guida il popolo – 1833

Questo dipinto raffigura la libertà che guida il popolo, unito, contro l’oppressore. Esprime un grande concetto di patriottismo. Delacroix rappresenta diverse tipologie di persone come si nota dall’abbigliamento, qui non conta la classe sociale; anche per questo è da sempre ritenuto un’icona di arte politica.

Fonti

  • Monica Magri Valerio Vittorini, Storia e testi della letteratura TRE, Paravia
  • https://www.expedia.it/explore/quadri-romanticismo-le-10-opere-piu-belle
  • www.wikipedia.org
  • www.treccani.it