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Ugo Foscolo

Ugo Foscolo è stato un poeta, uno scrittore e un traduttore italiano, esponente del neoclassicismo e del preromanticismo. Fu uno dei maggiori letterati italiani del periodo a cavallo fra Settecento e Ottocento.

Perché ancora si studia Foscolo?

Perché le sue opere rispondono ai canoni della verità e della bellezza.

Perché le sue opere parlano dei grandi temi dell’uomo: l’amore per la libertà, la dialettica tra vita e morte, il dolore dell’amore non corrisposto, la consapevolezza dell’amore come illusione, la bellezza della poesia.

Biografia

Niccolò Foscolo nasce a Zante (Zacinto) nel 1778 isola che appartiene alla Repubblica di Venezia. Suo padre è un medico veneziano sua madre una donna di origini greche; egli ha anche un fratello di nome Giovanni . Alla morte del padre la donna si trasferisce a Venezia dove il figlio la raggiunge nel 1992. .

A 16 anni il giovane Nicolò decide di cambiare il suo nome in Ugo, nome con il quale diventerà poi famoso.

Gli anni che seguono sono anni tumultuosi. Foscolo si impegna nell’attività politica aderendo alle idee giacobine e intraprende la carriera militare
arruolandosi nel corpo dei cacciatori a cavallo. La discesa di Napoleone in Italia aveva acceso speranze tra i repubblicani della penisola. Ma il Trattato di Campoformio, nell’ottobre del 1797 segna la fine della Repubblica di Venezia. Questo trattato mostra ai repubblicani italiani il vero volto di Napoleone: non un liberatore, coma era apparso prima ma un conquistatore.

Foscolo quindi si trasferisce a Milano, capitale della Repubblica cisalpina, dove conosce e frequenta i letterati più in vista, come Giuseppe Parini e Vincenzo Monti. Si trasferisce quindi a Bologna dove collabora con diversi giornali e lavora alla prima stesura delle Ultime lettere di Jacopo Ortis.
Rientrato nei ranghi dell’esercito napoleonico, combatte e rimane ferito due volte.

Compone l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e inizia la riscrittura dell’Ortis. Di indole estremista e di vocazione libertario è spesso critico nei confronti di Napoleone tanto che i suoi rapporti con il governo filofrancese della Repubblica cisalpina sono sempre problematici. Continua comunque a collaborare con il Ministero della Guerra e viene assegnato, col grado di capitano, all’armata riunita in vista della progettata, ma mai attuata, invasione dell’Inghilterra.

È questo un periodo contrassegnato da eventi che gli provocano forti emozioni: muore suicida il fratello Giovanni, vive molte relazioni e da una di esse nasce una figlia, unica donna con cui riesce a mantenere un legame stabile.

Molte le opere che realizza:

  • 1802 pubblica le Ultime lettere di Jacopo Ortis,
  • 1803 La chioma di Berenice e le Poesie,
  • 1807 il carme Dei sepolcri e l’Esperimento di traduzione dell’Iliade.

Viene nominato professore di eloquenza italiana e latina all’università di Pavia e in occasione della lezione inaugurale pronunciò un discorso ispirato a una concezione altamente morale e politica del ruolo della letteratura nella società civile.

Ma forse per il carattere particolarmente irruente e inquieto, tipico di un eroe romantico, col tempo i suoi rapporti con gli intellettuali milanesi e con il governo si guastano. La sua tragedia Ajace, che era andata in scena nel 1811, viene proibita dalla censura per sospette allusioni antifrancesi e Foscolo viene invitato a lasciare Milano.

Si trasferisce quindi a Firenze tra 1812 e il 1813. Qui compone:

  • la tragedia Ricciarda,
  • le Grazie
  • fa diverse traduzioni dall’inglese.

Quando, nel 1813, Napoleone abdica Foscolo riprende servizio
nell’esercito, nel tentativo di salvare l’indipendenza del Regno d’Italia. Il governo austriaco, viste le sue posizioni antinapoleoniche, cerca di coinvolgerlo nella politica culturale del nuovo stato, lasciandogli
libertà d’azione. Ma Foscolo non vuole porsi al servizio di quel regime che ancora opprime i popoli italici. Preferisce quindi lasciare l’Italia e andare in esilio.

Trascorre un anno in Svizzera, dove pubblica tra l’altro una nuova edizione dell’Ortis. Poi si trasferisce definitivamente a Londra, dove ritrova la
figlia Fanny. Viene accolto dall’ammirazione degli intellettuali inglesi. Qui pubblica l’edizione definitiva dell’Ortis, riprende a lavorare alle Grazie e alla traduzione dell’Iliade. Si dedica in particolare alla critica letteraria pubblicando articoli e saggi su Dante, Petrarca e sulla letteratura italiana contemporanea.
La critica letteraria non gli garantisce entrate sufficienti per il suo tenore di vita e finisce ben presto nei guai con i creditori. Si trova quindi costretto a trovare rifugio nei quartieri più degradati della capitale inglese. Si ammala di idropisia e muore nel 1827 assistito dalla figlia Fanny.

Nel 1871 le sue ossa vengono traslate a Firenze, nella chiesa di Santa Croce, fra le tombe dei grandi da lui cantate nei Sepolcri.

Tratti costanti nelle sue opere

La presenza dell'”io”

Le opere di Foscolo sono dominate da un “io” che è quasi sempre identificabile con quello dell’autore. L’io poetico e l’io dell’autore coincidono:

  • entrambi innamorati della libertà,
  • convinti che il letterato abbia una missione civile e politica,

Nelle varie opere questo “io” è sempre presente anche se in misura diversa. Nell'”Ortis” è molto forte, mentre nelle Grazie è più sfocato.

Il legame tra arte e vita

Foscolo è un autore romantico e la sua vita sembra quella di un eroe romantico nella quale si intrecciano indissolubilmente arte e vita. Nelle sue opere troviamo pagine della sua vita: si pensi che diverse lettere contenute nell’Ortis riprendono da vicino lettere realmente scritte a persone reali. Questa coincidenza crea delle difficoltà a livello di analisi critica so come si possa distinguere Foscolo da Ortis.? Ma proprio questa coincidenza è fonte della straordinaria ricchezza di valori e forme della sua opera.

Il carattere frammentario

Le opere di Foscolo nascono tutte per frammenti, vengono poi riuniti a posteriori in un’opera unitaria.

La polarità

Le opere foscoliane appaiono sempre caratterizzate da una polarità tra:

  • cuore e ragione,
  • caos e armonia,
  • oppressori e oppressi,
  • vita e morte.

Queste polarità non vengono mai ricomposte in un’unità; a lui risulta impossibile trovare un equilibrio o compiere una scelta, rimane sempre travolto dalla dualità.

Le ultime lettere di Jacopo Ortis

Le ultime lettere di Jacopo Ortis è un romanzo epistolare. Il romanzo raccoglie le lettere che il giovane Jacopo scrive all’amico Lorenzo Alderani. Quando Jacopo muore suicida, Lorenzo raccoglie le lettere di Jacopo e le pubblica. Le lettere gli sono state scritte tra l’11 ottobre 1797, dopo il trattato di Campoformio, e il 25 marzo 1799. Da queste lettere si leggono le vicende di Jacopo che, fuggito da Venezia per sfuggire alle persecuzioni politiche del governo austriaco, si rifugia sui colli Euganei dove incontra la bella Teresa. Lei è fidanzata con Odoardo, ma questo non impedisce a Jacopo di innamorarsi di lei e di essere ricambiato.

Odoardo è un uomo gretto che sposa la bella Teresa solo per interesse. Jacopo non può cambiare la situazione. Per sfuggire a questo amore infelice inizia a viaggiare. Va a Firenze e a Milano; quando apprende la notizia del matrimonio fra Teresa e Odoardo ritorna sui colli Euganei. Ma si rende conto di non poter fare nulla né per risolvere la situazione sentimentale e neppure di poter agire a livello politico per cambiare la situazione. Sceglie quindi una morte eroica per non cadere nel compromesso di una vita a metà.

Fonti di ispirazione

Appassionato studioso della classicità e della contemporaneità Foscolo attinge sia alle opere di autori classici, che di contemporanei inglesi e francesi, ma anche dalla Bibbia.

Sicuramente grande ispirazione è tratta da I dolori del giovane Werther di Goethe, un romanzo con cui condivide la struttura, la trama, il carattere del protagonista e della donna amata. Anche la conclusione è la stessa.

Intreccio tra Ortis e Foscolo

In questo romanzo l’intreccio fra arte e vita rende difficile distinguere fra la personalità dell’autore e quella del personaggio. Foscolo trasferisce in Ortis la propria esperienza biografica e poi tende a modellare la propria vita sull’esempio dell’Ortis.

Ma una delle ragioni del fascino e del successo di quest’opera sta proprio in questa confusione o sovrapposizione di ruoli. Tuttavia ci sono diversi elementi che ricordano il carattere letterario dell’Ortis, uno su tutti il fatto che il personaggio si suicidi, l’autore invece no.

I temi dell’Ortis

L’itinerario percorso dal protagonista va dall’illusione alla delusione e i temi dell’Ortis sono:

  • Politica – la delusione politica è legata al fallimento dell’esperienza rivoluzionaria, al naufragio delle speranze di libertà e indipendenza dell’Italia e alle speranze suscitate prima e calpestate poi da Napoleone.
  • Amore – la delusione amorosa nasce dall’impossibilità di concretizzare il rapporto con Teresa e dalla constatazione che le leggi dell’interesse e delle convenienze sociali hanno la meglio sulla passione e sul sentimento.
  • Delusione esistenziale – la sua esistenza si muove sempre tra polarità ed estremizzazioni, i compromessi non si adattano al suo carattere. Il fallimento sul piano politico e su quello amoroso esasperano il protagonista a livello esistenziale. Jacopo è radicalmente pessimista e i fallimenti nell’ambito amoroso e sulla scena politica contribuiscono a trasformare in gesto concreto una predisposizione ben precedente dell’animo di Jacopo. Quindi Ortis si suicida «per indole d’anima» oltre che «per sistema di mente»
  • Oppressori e oppressi – i viaggi e gli incontri mostrano a Ortis che gli uomini si dividono in oppressori e oppressi: da una parte chi commette violenza, dall’altra chi la subisce. Ortis però rifiuta di schierarsi.
  • Suicidio come vana fuga dalla violenza – Ortis sceglie il suicidio: gli sembra l’unico modo per non commettere violenza e per non subirla. Ma neppure lui può sfuggire all’inflessibile legge universale della sopraffazione. Infatti le sue scelte e i suoi comportamenti lo portano a commettere violenza nei confronti di diverse persone.
    • Jacopo infatti usa violenza a Teresa, turbandone la serenità
    • Jacopo infatti usa violenza al prossimo – nella lettera del 14 marzo 1799, confessa di avere provocato la morte di un povero contadino innocente
    • Jacopo infatti usa violenza a se stesso, con il suicidio.

Il linguaggio dell’Ortis

Con il suo romanzo Foscolo crea la lingua del romanzo italiano. Lui trae il modello dalla tradizione letteraria e dall’uso vivo della lingua. Con il romanzo epistolare crea uno “stile della passione” proprio perché la lettera è scritta proprio nell’immediatezza e nell’urgenza della passione.

Lo strumento della la lettera trasferisce sulla pagina sia le passioni dell’anima del protagonista e i suoi personali punti di vista.

La trama

Si tratta di un romanzo epistolare: nella finzione letteraria, Lorenzo Alderani, dopo il suicidio di Jacopo Ortis, pubblica le lettere che l’amico gli ha inviato fra l’11 ottobre 1797 (all’indomani del trattato di Campoformio) e il 25 marzo 1799, subito prima della morte.

Lasciata Venezia per sfuggire alle persecuzioni politiche, Jacopo incontra sui colli Euganei la bella Teresa, di cui si innamora, ricambiato, benché la fanciulla sia già promessa al meschino Odoardo per ragioni d’interesse. Dopo un lungo viaggio per l’Italia, che lo porta fra l’altro a Firenze (dove visita la chiesa di Santa Croce) e a Milano (dove incontra Parini), appresa la notizia del matrimonio fra Teresa e Odoardo, ritorna infine sui colli Euganei. Li vede che non c’è alcuna possibilità di trovare soddisfazione alle sue aspirazioni politiche e sentimentali, si toglie la vita pugnalandosi al cuore.

La premessa è di Lorenzo Alderani, amico confidente di Jacopo Ortis.

Premessa

Al lettore
Pubblicando queste lettere, io tento di erigere un monumento alla virtù sconosciuta; e di consacrare alla memoria del solo amico mio quelle lagrime, che ora mi si vieta di spargere su la sua sepoltura.
E tu, o Lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri quell’eroismo di cui non sono eglino stessi capaci, darai, spero, la tua compassione al giovine infelice dal quale potrai forse trarre esempio e conforto.

Lorenzo Alderani

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.  

Lo sconforto per la situazione della patria

In questo brano di apertura emerge il tema politico, uno dei due temi cardine dell’opera foscoliana. Notiamo che proprio nella questione politica si evidenzia la differenza tra autore e protagonista: entrambi vivono la delusione per il trattato di Campoformio ma mentre Foscolo continua a militare nelle armate cisalpine, Jacopo si lascia travolgere dalla sfiducia e dal pessimismo.

Ortis vive la delusione politica del trattato di Campoformio come una tragedia personale. In lui convivono due atteggiamenti antitetici:

  • da un lato l’orgoglioso sdegno e l’istinto di ribellione
  • dall’altro la rassegnazione e la rinuncia.
Da’ colli Euganei, 11 Ottobre 1797  

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia.
Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito?
Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho obbedito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci.

Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace?
Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati?

E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’italiani.

Per me segua che può.

Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte.
Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da’ pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri.    

L’innamoramento

Il tema amoroso è l’altro tema centrale dell’opera. L’amore dà vita, suscita sentimenti positivi nell’uomo: la pietà, il gusto per la bellezza e l’arte. Questi inducono atteggiamenti che rendono l’uomo migliore, civile.

I temi di questo brano sono quelli cari a Foscolo: l’amore, la bellezza, l’arte. In poche parole si tratta, a suo avviso di “illusioni” grazie alle quali la vita vale la pena di essere vissuta. Il tema delle illusioni è centrale in Foscolo. Le illusioni non rappresentano una fuga dal reale, ma sono stimolo all’azione, all’attività, alla reazione positiva di fronte alla realtà negativa.

In particolare, accostandosi all’amore, che è un sentimento superiore, gli uomini possono costruire una visione del mondo più serena. In questo modo possono rigenerare le loro forze creativa, senza le quali non esisterebbe civiltà e il mondo sarebbe ridotto a “pianto, terrore e distruzione universale”.

26 Ottobre

La ho veduta, o Lorenzo, la divina fanciulla; e te ne ringrazio.
La trovai seduta miniando il proprio ritratto. Si rizzò salutandomi come s’ella mi conoscesse, e ordinò a un servitore che andasse a cercar di suo padre.
Egli non si sperava, mi diss’ella, che voi sareste venuto; sarà per la campagna; né starà molto a tornare.

Una ragazzina le corse fra le ginocchia dicendole non so che all’orecchio. È un amico di Lorenzo, le rispose Teresa, è quello che il babbo andò a trovare l’altr’jeri.

Tornò frattanto il signor T***: m’accoglieva famigliarmente, ringraziandomi che io mi fossi sovvenuto di lui. Teresa in tanto, prendendo per mano la sua sorellina, partiva.

Vedete, mi diss’egli, additandomi le sue figliuole che uscivano dalla stanza; eccoci tutti.
Proferì, parmi, queste parole come se volesse farmi sentire che gli mancava sua moglie. Non la nominò.

Si ciarlò lunga pezza. Mentr’io stava per congedarmi, tornò Teresa:

Non siamo tanto lontani, mi disse; venite qualche sera a veglia con noi.
Io tornava a casa col cuore in festa.
– Che? lo spettacolo della bellezza basta forse ad addormentare in noi tristi mortali tutti i dolori? vedi per me una sorgente di vita: unica certo, e chi sa! fatale.
Ma se io sono predestinato ad avere l’anima perpetuamente in tempesta, non è tutt’uno?

Il bacio a Teresa

Questa pagina descrive la scena del primo bacio. Racconta l’emozione di Jacopo a cui sempre a partecipare tutta la natura. Racconta la certezza di Jacopo che il suo amore per Teresa è ricambiato.

14 Maggio, a sera  

O quante volte ho ripigliato la penna, e non ho potuto continuare: mi sento un po’ calmato e torno a scriverti.
– Teresa giacea sotto il gelso – ma e che posso dirti che non sia tutto racchiuso in queste parole? Vi amo.

A queste parole tutto ciò ch’io vedeva mi sembrava un riso dell’universo: io mirava con occhi di riconoscenza il cielo, e mi parea ch’egli si spalancasse per accoglierci! deh! a che non venne la morte? e l’ho invocata.

Sì; ho baciato Teresa; i fiori e le piante esalavano in quel momento un odore soave; le aure erano tutte armonia; i rivi risuonavano da lontano; e tutte le cose s’abbellivano allo splendore della Luna che era tutta piena della luce infinita della Divinità.
Gli elementi e gli esseri esultavano nella gioja di due cuori ebbri di amore – ho baciata e ribaciata quella mano – e Teresa mi abbracciava tutta tremante, e trasfondea i suoi sospiri nella mia bocca, e il suo cuore palpitava su questo petto: mirandomi co’ suoi grandi occhi languenti, mi baciava, e le sue labbra umide, socchiuse mormoravano su le mie – ahi! che ad un tratto mi si è staccata dal seno quasi atterrita: chiamò sua sorella e s’alzò correndole incontro.

Io me le sono prostrato, e tendeva le braccia come per afferrar le sue vesti – ma non ho ardito di rattenerla, né richiamarla. La sua virtù – e non tanto la sua virtù, quanto la sua passione, mi sgomentava: sentiva e sento rimorso di averla io primo eccitata nel suo cuore innocente.
Ed è rimorso – rimorso di tradimento! Ahi mio cuore codardo!
– Me le sono accostato tremando.  

– Non posso essere vostra mai! – e pronunciò queste parole dal cuore profondo e con una occhiata con cui parea rimproverarsi e compiangermi.
Accompagnandola lungo la via, non mi guardò più; né io avea più cuore di dirle parola.
Giunta alla ferriata del giardino mi prese di mano la Isabellina e lasciandomi: Addio, diss’ella; e rivolgendosi dopo pochi passi, – addio. Io rimasi estatico: avrei baciate l’orme de’ suoi piedi: pendeva un suo braccio, e i suoi capelli rilucenti al raggio della Luna svolazzavano mollemente: ma poi, appena appena il lungo viale e la fosca ombra degli alberi mi concedevano di travedere le ondeggianti sue vesti che da lontano ancor biancheggiavano; e poiché l’ebbi perduta, tendeva l’orecchio sperando di udir la sua voce.

– E partendo, mi volsi con le braccia aperte, quasi per consolarmi, all’astro di Venere: era anch’esso sparito.  

Comprensione del testo

 In un primo momento l’intensità del sentimento e la bellezza della giovane travolgono il cuore di Jacopo. Inoltre la perfezione del paesaggio fa da cornice a questo momento. Ma la perfezione del momento fa dimenticare al giovane innamorato che questo amore è impossibile: Teresa è promessa ad un altro.

Poi all’improvviso, Teresa si rende conto della situazione: si scuote, pronuncia parole disperate, fugge. E Jacopo viene rapidamente riportato alla realtà.

Il giovane comprende che quella relazione è destinata a un esito infelice.

E la natura, che fa sempre da cornice allo stato d’animo del giovane anticipa la realtà: Jacopo si volge verso la stella Venere, Venere dea dell’amore, ma la sua luce è svanita. La scomparsa della luce di Venere costituisce un triste presagio.

Analisi e interpretazione.

La prima parte della lettera è costituita da un discorso dall’andamento singhiozzante spezzato, da continue interruzioni come i punti di sospensione, i punti interrogativi ed esclamativi e immagini isolate. Sembrano quasi dei flash che si presentano alla memoria del narratore, dell’Io narrante, mentre cerca di raccontare l’amico quello che accaduto.

Si tratta di una passione difficile da descrivere.

La stessa lingua, le stesse parole non sono sufficienti ad esprimere l’intensità del trasporto amoroso. Nella parte centrale la scena del bacio è descritta nella cornice di un paesaggio in perfetta consonanza con lo stato d’animo dell’innamorato, in un’atmosfera di armonia e fusione tra gli elementi: tra il narratore e la natura, tra il narratore la sua amata.

La parte finale è segnata invece dalla separazione: comincia il distacco con Teresa che si sviluppa nel silenzioso rientro delle sorelle e si conclude col commiato definitivo e con la conclusiva solitudine dell’innamorato.

La lettera è incentrata sul tema dell’amore e è dominata dall’immagine della natura: amore e natura sono trattati in una chiave tipicamente romantica.

  • L’amore è un elemento allo stesso tempo positivo e fatale. È una potenza quasi sovrumana che trasfigura la realtà e la rende divina. L’amore trasforma il soggetto, lo manda in estasi, in un’estasi in cui egli stesso non è capace di dominare le proprie emozioni. L’estasi è così elevata al punto da invocare la morte per sottrarre quell’attimo sublime a ogni possibile disillusione o ad ogni possibile degrado.
  • La natura è organismo vivo, è quasi umanizzato. Non è solo lo sfondo su cui l’esperienza viene vissuta, la natura riproduce tutte le sfumature delle emozioni che vivono i due protagonisti:
    • dalla sensualità del bacio
    • alla desolazione dell’abbandono.

Il paesaggio naturale diventa quindi lo specchio dell’interiorità. L’individuo può guardare dunque guardare i segni della natura per decifrare quello che gli accade, sia nei momenti di felicità, che in quelli della sofferenza.

Rispondi

  1. Dove si trovano Jacopo e Teresa al momento del bacio?
  2. Cosa stava facendo Jacopo un attimo prima?
  3. Teresa si allontana bruscamente, per quale motivo?
  4. Cosa fa Jacopo quando Teresa scappa da lui e si allontana?
  5. Cosa fa quando rimane completamente solo?
  6. La lettera può essere divisa in tre parti. Indica quali e sottolinea in ciascuna parte una parola o una frase che potrebbe essere usata come titolo
  7. L’amore rende Jacopo incapace di agire e di pensare in modo razionale, anche quando deve ricordare i fatti per raccontarli all’amico: in che modo viene resa, nella stesura della lettera l’indicibilità dell’estasi amorosa?
  8. La natura rispecchia gli stati d’animo del personaggio: individua nel testo i passi che si riferiscono a tale consonanza.
  9. La scena è pervasa di emozioni, anche diverse e contrastanti, e di sensualità: indica i termini che esprimono sentimenti e stati d’animo e quelli che si riferiscono invece allo scambio amoroso (cioè ai gesti e alle parole d’amore) fra Jacopo e Teresa.
  10. Produzione
  11. Riscrivi la scena ambientandola ai giorni nostri: puoi cambiare l’abbigliamento dei protagonisti, i loro gesti, le battute del dialogo. 

Gli effetti dell’amore sullo spirito umano

Il tema amoroso è al centro anche di questa lettera. Jacopo sa che Teresa è promessa sposa, ma l’amore che prova per lei determina in lui uno stato d’animo sereno e disteso. In questo stato d’animo coglie bellezza e armonia nell’intero universo.

In questa lettera il poeta rivela l’importanza che lui attribuisce al sentimento e all’illusione, anche quando la ragione è consapevole che le illusioni sono vane.

15 Maggio
Dopo quel bacio io son fatto divino.
Le mie idee sono più alte e ridenti, il mio aspetto più gajo, il mio cuore più compassionevole.
Mi pare che tutto s’abbellisca a’ miei sguardi; il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de’ zefiri fra le frondi son oggi più soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a’ miei piedi; non fuggo più gli uomini, e tutta la Natura mi sembra mia. Il mio ingegno è tutto bellezza e armonia.
Se dovessi scolpire o dipingere la Beltà, io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione.
O Amore! le arti belle sono tue figlie; tu primo hai guidato su la terra la sacra poesia, solo alimento degli animali generosi che tramandano dalla solitudine i loro canti sovrumani sino alle più tarde generazioni, spronandole con le voci e co’ pensieri spirati dal cielo ad altissime imprese: tu raccendi ne’ nostri petti la sola virtù utile a’ mortali, la Pietà, per cui sorride talvolta il labbro dell’infelice condannato ai sospiri: e per te rivive sempre il piacere fecondatore degli esseri, senza del quale tutto sarebbe caos e morte.
Se tu fuggissi, la Terra diverrebbe ingrata; gli animali, nemici fra loro; il Sole, foco malefico; e il Mondo, pianto, terrore e distruzione universale. Adesso che l’anima mia risplende di un tuo raggio, io dimentico le mie sventure; io rido delle minacce della fortuna, e rinunzio alle lusinghe dell’avvenire.
– O Lorenzo! sto spesso sdrajato su la riva del lago de’ cinque fonti: mi sento vezzeggiare la faccia e le chiome dai venticelli che alitando sommovono l’erba, e allegrano i fiori, e increspano le limpide acque del lago.
Lo credi tu? io delirando deliziosamente mi veggo dinanzi le Ninfe ignude, saltanti, inghirlandate di rose, e invoco in lor compagnia le Muse e l’Amore; e fuor dei rivi che cascano sonanti e spumosi, vedo uscir sino al petto con le chiome stillanti sparse su le spalle rugiadose, e con gli occhi ridenti le Najadi, amabili custodi delle fontane. Illusioni! grida il filosofo.
– Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele.    

Insensatezza della storia

Per dimenticare l’amore per Teresa e per sfuggire alle persecuzioni austriache, Jacopo lascia i Colli Euganei a va in Francia. Giunto a Ventimiglia decide però di tornare indietro, desiderando morire nella sua terra.

La barriera delle Alpi offre un grandioso spettacolo. Si tratta di un confine possente, una barriera naturale che ora è violata dalle potenze straniere. Ma Foscolo riflette sul fatto che in passato la potenza della penisola italica ha violato le stesse frontiere in opposta direzione. La storia è tutta dominata dalla violenza e dalla sopraffazione.

È quindi inutile fuggire. È meglio la morte.

Ma Jacopo non vuole morire in terra straniera, non vuole che le sue ossa vengano sepolte altrove. Vuole provare il piacere di essere compianto da Teresa e dai suoi compagni. Questo testo ci mostra il pessimismo nei confronti della storia che è stata sempre teatro di violenze. Ci mostra inoltre la grande delusione politica e sentimentale del protagonista.

Ventimiglia, 19 e 20 Febbraio
 [ … ]
Alfine eccomi in pace!
– Che pace? stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati.
– Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna. V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero.
Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici dell’Alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo e tutto biancheggia e si confonde – da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo.
La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.
I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni.
Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia.
Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce?
– Ov’è l’antico terrore della tua gloria?
Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la gloria degli avi, le quali quanto più splendono tanto più scoprono la nostra abbietta schiavitù.
Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro sepolcri.
E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze, e l’intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi domestici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo i nostri padroni schiudere le tombe e disseppellire, e disperdere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientarne le ignude memorie: poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione di superbia, ma non eccitamento dell’antico letargo.
Così grido quand’io mi sento insuperbire nel petto il nome Italiano, e rivolgendomi intorno io cerco, né trovo più la mia patria.
– Ma poi dico: Pare che gli uomini sieno fabbri delle proprie sciagure; ma le sciagure derivano dall’ordine universale, e il genere umano serve orgogliosamente e ciecamente a’ destini.
Noi argomentiamo su gli eventi di pochi secoli: che sono eglino nell’immenso spazio del tempo? Pari alle stagioni della nostra vita normale, pajono talvolta gravi di straordinarie vicende, le quali pur sono comuni e necessarj effetti del tutto. L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra.
Io guardando da queste Alpi l’Italia piango e fremo, e invoco contro agl’invasori vendetta; ma la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo di tanti popoli trapassati, quando i Romani rapivano il mondo, cercavano oltre a’ mari e a’ deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano gl’Iddii de’ vinti, incatenevano principi e popoli liberissimi, finché non trovando più dove insanguinare i lor ferri, li ritorceano contro le proprie viscere. Così gli Israeliti trucidavano i pacifici abitatori di Canaan, e i Babilonesi poi strascinarono nella schiavitù i sacerdoti, le madri, e i figliuoli del popolo di Giuda.
Così Alessandro rovesciò l’impero di Babilonia, e dopo avere passando arsa gran parte della terra, si corrucciava che non vi fosse un altro universo. Così gli Spartani tre volte smantellarono Messene e tre volte cacciarono dalla Grecia i Messeni che pur Greci erano della stessa religione e nipoti de’ medesimi antenati.
Così sbranavansi gli antichi Italiani finché furono ingojati dalla fortuna di Roma.
Ma in pochissimi secoli la regina del mondo divenne preda de’ Cesari, de’ Neroni, de’ Costantini, de’ Vandali, e de’ Papi. Oh quanto fumo di umani roghi ingombrò il Cielo della America, oh quanto sangue d’innumerabili popoli che né timore né invidia recavano agli Europei, fu dall’Oceano portato a contaminare d’infamia le nostre spiagge! ma quel sangue sarà un dì vendicato e si rovescierà su i figli degli Europei!
Tutte le nazioni hanno le loro età.
Oggi sono tiranne per maturare la propria schiavitù di domani: e quei che pagavano dianzi vilmente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco. La Terra è una foresta di belve.
La fame, i diluvj, e la peste sono ne’ provvedimenti della Natura come la sterilità di un campo che prepara l’abbondanza per l’anno vegnente: e chi sa? fors’anche le sciagure di questo globo apparecchiano la prosperità di un altro.
Frattanto noi chiamiamo pomposamente virtù tutte quelle azioni che giovano alla sicurezza di chi comanda e alla paura di chi serve. I governi impongono giustizia: ma potrebbero eglino imporla se per regnare non l’avessero prima violata?
 Chi ha derubato per ambizione le intere province, manda solennemente alle forche chi per fame invola del pane. Onde quando la forza ha rotti tutti gli altrui diritti, per serbarli poscia a se stessa inganna i mortali con le apparenze del giusto, finché un’altra forza non la distrugga.
Eccoti il mondo, e gli uomini.
Sorgono frattanto d’ora in ora alcuni più arditi mortali; prima derisi come frenetici, e sovente come malfattori, decapitati: che se poi vengono patrocinati dalla fortuna ch’essi credono lor propria, ma che in somma non è che il moto prepotente delle cose, allora sono obbediti e temuti, e dopo morte deificati. Questa è la razza degli eroi, de’ capisette, e de’ fondatori delle nazioni i quali dal loro orgoglio e dalla stupidità de’ volghi si stimano saliti tant’alto per proprio valore; e sono cieche ruote dell’oriuolo.
Quando una rivoluzione nel globo è matura, necessariamente vi sono gli uomini che la incominciano, e che fanno de’ loro teschj sgabello al trono di chi la compie. E perché l’umana schiatta non trova né felicità né giustizia sopra la terra, crea gli Dei protettori della debolezza e cerca premj futuri del pianto presente.
Ma gli Dei si vestirono in tutti i secoli delle armi de’ conquistatori: e opprimono le genti con le passioni, i furori, e le astuzie di chi vuole regnare.
Lorenzo, sai tu dove vive ancora la vera virtù? in noi pochi deboli e sventurati; in noi, che dopo avere sperimentati tutti gli errori, e sentiti tutti i guai della vita, sappiamo compiangerli e soccorrerli.
Tu o Compassione, sei la sola virtù! tutte le altre sono virtù usuraje.
Ma mentre io guardo dall’alto le follie e le fatali sciagure della umanità, non mi sento forse tutte le passioni e la debolezza ed il pianto, soli elementi dell’uomo?
Non sospiro ogni dì la mia patria? Non dico a me lagrimando: Tu hai una madre e un amico – tu ami – te aspetta una turba di miseri, a cui se’ caro, e che forse sperano in te – dove fuggi? anche nelle terre straniere ti perseguiranno la perfidia degli uomini e i dolori e la morte: qui cadrai forse, e niuno avrà compassione di te; e tu senti pure nel tuo misero petto il piacere di essere compianto.
Abbandonato da tutti, non chiedi tu ajuto dal Cielo? non t’ascolta; eppure nelle tue afflizioni il tuo cuore torna involontario a lui – va, prostrati; ma all’are domestiche.
O natura! hai tu forse bisogno di noi sciagurati, e ci consideri come i vermi e gl’insetti che vediamo brulicare e moltiplicarsi senza sapere a che vivano?
Ma se tu ci hai dotati del funesto istinto della vita sì che il mortale non cada sotto la soma delle tue infermità ed ubbidisca irrepugnabilmente a tutte le tue leggi, perché poi darci questo dono ancor più funesto della ragione? Noi tocchiamo con mano tutte le nostre calamità ignorando sempre il modo di ristorarle.
Perché dunque io fuggo? e in quali lontane contrade io vado a perdermi? dove mai troverò gli uomini diversi dagli uomini? O non presento io forse i disastri, le infermità, e la indigenza che fuori della mia patria mi aspettano? – Ah no! Io tornerò a voi, o sacre terre, che prime udiste i miei vagiti, dove tante volte ho riposato queste mie membra affaticate, dove ho trovato nella oscurità e nella pace i miei pochi diletti, dove nel dolore ho confidato i miei pianti. Poiché tutto è vestito di tristezza per me, se null’altro posso ancora sperare che il sonno eterno della morte – voi sole, o mie selve, udirete il mio ultimo lamento, e voi sole coprirete con le vostre ombre pacifiche il mio freddo cadavere. Mi piangeranno quegli infelici che sono compagni delle mie disgrazie – e se le passioni vivono dopo il sepolcro, il mio spirito doloroso sarà confortato da’ sospiri di quella celeste fanciulla ch’io credeva nata per me, ma che gl’interessi degli uomini e il mio destino feroce mi hanno strappata dal petto.
Alessandria, 29 Febbraio

Da Nizza invece d’inoltrarmi in Francia, ho preso la volta del Monferrato. Stasera dormirò a Piacenza. Giovedì scriverò da Rimini. Ti dirò allora – Or addio.  


Rimini, 5 Marzo  

Tutto mi si dilegua. Io veniva a rivedere ansiosamente il Bertola (un autore di poesie); da gran tempo io non aveva sue lettere – È morto.

La morte di Jacopo

Ore 11 della sera
Lo seppi: Teresa è maritata.
Tu taci per non darmi la vera ferita – ma l’inferno geme quando la morte il combatte, non quando lo ha vinto.
Meglio così, da che tutto è deciso: ed ora anch’io sono tranquillo, incredibilmente tranquillo.
Addio.
Roma mi sta sempre sul cuore.

Nota di Lorenzo Alderani

Dal frammento seguente che ha la data della sera stessa, apparisce che Jacopo decretò in quel dì di morire. Parecchi altri frammenti, raccolti come questo dalle sue carte, paiono gli ultimi pensieri che lo raffermarono nel suo proponimento; e però li andrò frammentando secondo le loro date.

Le Poesie

L’edizione delle Poesie stampata a Milano nel 1803 comprendeva due odi e dodici sonetti. Questi dodici sonetti costituiscono una sorta di autoritratto in versi dell’autore. In esse Foscolo si dipinge come un individuo eccezionale, dotato di sentimenti, capace di passioni più forti del comune, avversato dai tempi e dalla sorte, costretto alla vita errabonda e infelice dell’esule. Le uniche consolazioni della sua vita da esule sono costituite dalla poesia e dall’amore

In morte del fratello Giovanni

PARAFRASI
1. Se io un giorno, non sarò più obbligato a fuggire sempre, andando
2. di popolo in popolo, mi vedrai seduto
3. sulla tua tomba, o fratello, mio, a piangere
4. il fiore dei tuoi anni giovanili che si è spezzato.

5. Solo nostra madre ora, trascinando la sua vecchiaia,
6. parla di me con la tua cenere muta:
7. ma io tendo inutilmente le mani verso di voi;
8. e, anche se saluto solo da lontano la mia patria,

9. sento gli dei contrari e i tormenti interiori
10. che sconvolsero la tua vita (inducendoti al suicidio),
11. e invoco anch’io la pace, quella pace in cui adesso tu sei, la pace della morte.

12. Oggi di tante speranze, mi resta soltanto questa!
13. Oh popoli stranieri, restituite le mie spoglie, quando io non sarò più,
14. alle braccia della madre infelice.

SCHEMA METRICO I versi del sonetto sono endecasillabi piani.
Le rime seguono il seguente schema: ABAB ABAB CDC DCD;

Commento

I sonetti di Foscolo risalgono al 1803 e sono tutti caratterizzati da una forte soggettività, come l’Ortis. Anche in questo sonetto il poeta si rispecchia nella figura di un eroe sventurato e tormentato, sempre in conflitto con il proprio tempo. Foscolo vive l’esilio come una condizione politica ed esistenziale insieme.

Compaiono in questo sonetto i temi fondamentali della poetica foscoliana:

  • la terra come madre
  • il valore eternatrice della poesia
  • l’esilio
  • il tormento interiore per la scomparsa del fratello

Giovanni, si è suicidato nel 1801, a vent’anni, per debiti di gioco. Qui viene rappresentata anche la madre anziana e sola. Le immagini che Foscolo crea sono suggestioni tipicamente romantiche.

Il tema dell’esilio

Il tema dell’esilio va inteso

  • sia come condizione reale del poeta, in esilio volontario dopo la cessione di Venezia all’Austria da parte di Napoleone, con il trattato di Campoformio,
  • sia come una condizione più generale di sradicamento e precarietà.

Tema sepolcrale

In opposizione a questo, troviamo il motivo della tomba, che si ricollega all’immagine del nucleo familiare e soprattutto della madre.

 Il ricongiungimento con la madre e la terra natale è l’unico punto fermo nella condizione di esule. Ma l’unica possibilità di ricongiungimento è vista nella morte. In questo sonetto la morte non è concepita come “nulla eterno” (come in Alla sera), ma come unica opportunità di ricongiungimento con gli affetti familiari che in vita gli è negato per sempre.

La morte quindi può essere vista in modo diversi:

  • non solo fonte di lacrime per i propri cari,
  • ma anche occasione di incontro affettuoso, che permette un legame con la vita.

La richiesta di restituire le ossa alla madre in questo sonetto, e alla propria patria, in altri testi, consente l’illusione della sopravvivenza, del ritorno tra le braccia della madre e della patria.

Troviamo qui anticipato quel forte legame, punto cardine del carme Dei sepolcri, tra tomba, terra natale e figura materna.

È, infatti, proprio la madre che, pur colpita da tante sciagure, tenta di ricomporre l’unità della famiglia accanto alla tomba, simbolo di morte.

Figure retoriche

  • Metafore fondamentali:
    • la vita è come un viaggio, in un mare tempestoso che si conclude con la quiete della morte, considerata come un porto (le secrete/cure che al viver tuo furon tempesta,/e prego anch’io nel tuo porto quiete).
    • La gioventù stroncata dalla morte è come un fiore reciso (“il fior de’ tuoi gentili anni caduti”). E’ assai comune che un poeta rappresenti la giovinezza come un fiore (Leopardi associa la gioventù di Silvia al mese di maggio, quando sbocciano le rose – Carducci definisce il figlio, morto precocemente, … fiore della mia pianta ….
  • Sineddoche – “tetti”, rappresenta tutto il suo paese natale citando una parte – “palme” invece di “mani”;
  • Sinestesia – “cenere muto” ,dove si accostano due termini che appartengono alle sfere sensoriali della vista e dell’udito.
  • Metonimia – “pietra” materiale usato per la costruzione delle tombe.
  • Allitterazione – “tardo traendo” , “secrete cure”, “madre mesta”.
  • Enjambement – fuggendo / di gente in gente – le secrete / cure

Alla sera

(Oh sera) forse tu mi sei così cara perché rappresenti l’immagine della pace eterna. E io ti apprezzo sia che tu venga in estate, quando arrivi dopo una giornata serena, che quando arrivi, nella stagione rigida, a portare sulla terra lunghe tenebre dopo una giornata fredda e nevosa, tu sera sei sempre invocata da me; tu sai raggiungere dolcemente le parti più nascoste del mio animo.
Tu sera mi fai viaggiare con i miei pensieri sulla strada che porta verso l’idea della morte, che annulla tutto, per sempre; e intanto questo tempo infelice passa velocemente e se ne vanno via insieme a te, sera, tutte le preoccupazioni della vita a causa delle quali il tempo presente si consuma assieme a me; e mentre io contemplo la tua pace, si tranquillizza, si placa anche il mio spirito ribelle, il mio spirito guerriero, che mi ruggisce dentro.
METRO: sonetto, con rima secondo lo schema ABAB ABABA CDC DCD.

Commento

Il tema del sonetto è la sera, vista come immagine della morte, definita «fatal quiete», il riposo del fato, la pace dell’anima. Per questo motivo la sera è molto cara al poeta.

Ma assieme a questo, emerge dalla poesia anche un altro tema fondamentale: il sofferto rapporto tra il desiderio di pace del poeta e il senso angoscioso della vita che lo travaglia.

La sera descritta dal Foscolo è sempre attesa con piacere, sia che arrivi dopo i bei tramonti estivi, accompagnata da venti leggeri, sia che giunga accompagnata da atmosfere invernali, tenebrose e nevose.

La sera è sempre desiderata, perché ispira i più intimi pensieri, le più segrete aspirazioni.

Rivolgendosi direttamente ad essa, l’autore confida che l’apparizione della sera lo induce a meditare sulla vita e sulla morte, il nulla eterno.

A questa dimensione indefinita ed infinita si contrappone il tempo, elemento fuggente che passa rapido e che porta con sé sempre nuove avversità. E mentre il poeta contempla il silenzio e la pace della notte la sua anima travagliata, l’anima di un eroe romantico può per un attimo trovare pace, può placarsi, può riposare.

Il poeta vive in eterna polarità tra il suo desiderio di pace e la negatività del presente storico. Ma la sera è un momento in cui la tensione si placa e il poeta sperimenta la pace, il riposo. La sera ha il potere di placare la sia anima guerriera, di donargli un momento di riposo.

Il lessico di questo componimento è altamente letterario, costruito con parole auliche e poetiche; molte di queste provengono dal latino e danno al sonetto una forma neoclassica, mentre i sentimenti espressi sono decisamente romantici. La sintassi è costituita da periodi paratattici e ipotattici. Nelle quartine i periodi son più ampi e complessi, mentre nelle terzine i periodi sono più corti e concitati.

Figure retoriche

  • Allitterazioni dei suoni chiari delle vocali e ed i nelle quartine, e quelle dei suoni cupi delle vocali o ed u delle terzine, r nell’ultima strofa.
  • Parallelismo delle due frasi coordinate («E quando… e quando…»).
  • Ossimoro v. 10 «Nulla eterno»
  • Enjambement vv. 5-6 “inquiete/ tenebre e lunghe, vv. 7 – 8 “secrete vie”;
  • Antitesi si trova negli ultimi due versi «e mentre io guardo la tua pace, dorme / quello spirto guerriero ch’entro mi rugge».

Altre poesie dedicate alla sera

Sera di Gavinana di Vincenzo Cardarelli

Dei sepolcri

Il carme Dei sepolcri è un’opera poetica di impegno sociale e politico.

L’occasione per la scelta del tema sepolcrale è stato il decreto napoleonico di Saint-Cloud del 1804:

  • Per ragioni igieniche si proibivano le sepolture nei centri abitati.
  • Per ragioni di uguaglianza si stabiliva che le lapidi fossero tutte di uguale grandezza.

Su questo argomento Ugo Foscolo ebbe modo di discutere assieme a Ippolito Pindemonte nel salotto veneziano di Isabella Teotochi Albrizzi.
Dopo questo dibattito Foscolo dedicò il carme Dei sepolcri a Ippolito Pindemonte il quale rispose a quello di Foscolo con un altro carme intitolato allo stesso modo. Foscolo quindi compone i sepolcri in forma di lettera indirizzata a Pindemonte come ideale continuazione di quella discussione.

Obiettivo del carme

L’obiettivo che si pone Foscolo è quello di esaltare la funzione civile delle tombe, dei sepolcri.

La riflessione di Foscolo parte dall’affermazione che le tombe sono inutili perché non c’è alcuna forma di sopravvivenza oltre la morte. Questo è il punto di partenza del Carme.

Il poeta però prosegue sostenendo che, se le tombe sono inutili per i morti, sono comunque una delle istituzioni fondamentali dei vivi, sono una delle istituzioni fondamentali delle civiltà di ogni epoca. Esse infatti sono alla base del vivere civile della storia ed è solo nella continuità della memoria tra una generazione e le successive che gli uomini possono sperare di giungere a una qualche forma di sopravvivenza oltre la morte. Le tombe, e le civiltà che esse rappresentano, permettono di dare un significato dell’esperienza umana che va oltre la vita.
Questo porta a rivalutare sia l’umanità ma anche la sua storia. Viene creata quindi una sorta di religione laica e civile fondata non su gli ideali spirituali ma sui valori intrinseci della storia umana.
Infatti non si ricorda la memoria dei malfattori, ci si ricorda invece degli uomini che hanno dedicato la loro vita a qualcosa di grande. Foscolo cita le tombe di grandi uomini come quelli che sono sepolti in Santa Croce a Firenze.

I valori

I valori a cui fa riferimento Foscolo coincidono con le virtù delle società antiche: il patriottismo, il senso civico, il culto della sobrietà, l’austerità della vita privata, la lealtà….
Si tratta di valori fondati sul ricordo che sono rappresentati proprio dai sepolcri. Questi valori devono essere trasferiti alle generazioni successive.

Funzione eternatrice della poesia

Foscolo ritiene che sia proprio l’arte, e in particolare la poesia, a dover portare avanti i valori dell’antichità. La poesia acquista così la funzione di rendere eterna la memoria storica che le tombe rappresentano. Per Foscolo la poesia è la più alta espressione della civiltà.
Si parla di funzione eternatrice della poesia.
I sepolcri quindi offrono al cittadino italiano un codice di comportamento laico e etico, un comportamento classicistico e impegnato politicamente.

Video su Niccolò Ugo Foscolo

Fonti

  • www.liberliber.it
  • Redazione Virtuale, Milano, 10 maggio 2006, © Copyright 2006
  • italialibri.net, Milano
  • https://www.fareletteratura.it/2012/12/17/analisi-del-testo-e-parafrasi-in-morte-del-fratello-giovanni-foscolo/
  • www.fareletteratura.it
  • www.treccani.it
  • https://liceocuneo.it/ipertesti/il-paesaggio-dell’anima/inmorte.htm
  • https://biografieonline.it/
  • http://guide.supereva.it/romanzo_epistolare/interventi/2004/10/180727.shtml
  • https://www.pearson.it/letteraturapuntoit/contents/files/fosco_sintesi.pdf
  • https://www.italialibri.net/opere/allasera.html