Categorie
Boccaccio Decameron Novelle Racconto Trecento

Giornata III – Decameron

3.9 – Giletta di Narbona

Narbona è una città della Francia meridionale. Giletta guarisce il re di Francia da una fistola. In cambio chiede di sposare Beltramo di Rossiglione. Il matrimonio viene celebrato ma lui, avendola sposata contro la sua volontà, se ne va sdegnato a Firenze per sdegno. Come farà lei a conquinstare l’uomo di cui è innamorata?

Nel regno di Francia era vissuto un gentiluomo, chiamato Isnardo, conte di Rossiglione.
Poiché era spesso malato, Isnardo aveva sempre con sé un medico, di nome Gerardo di Narbona.
Il conte aveva un figlioletto di nome Beltramo, bellissimo e simpatico.
Con lui erano stati allevati altri fanciulli della sua età, tra cui Giletta, figlia del medico.
La fanciulla si era innamorata di Beltramo fin da piccola.
Quando il conte morì, affidò suo figlio Beltramo al re.
Il ragazzo, quindi, si trasferì a Parigi con il re e la fanciulla ne fu molto addolorata.

Qualche anno dopo morì anche il padre di Giletta.
La bambina era ormai diventata una donna, ricca, sola e in età da marito.
Decise allora che sarebbe andata a Parigi per rivedere Beltramo, che non aveva potuto dimenticare.
Un giorno la ragazza venne a sapere che il re di Francia non stava bene.
Aveva avuto un tumore al petto, era stato curato male e gli era rimasta una fistola che gli dava grande fastidio e preoccupazione.
Tutti i medici consultati non avevano saputo guarirlo, anzi il re era peggiorato. Era molto preoccupato.

Giletta, che aveva imparato molto da suo padre medico, pensò di avere un valido motivo per andare a Parigi.
Pensò che sarebbe riuscita a curare il re e sognava ancora di  avere Beltramo, come marito.
Preparò quindi una polvere fatta con erbe medicamentose per curare la fistola, come le aveva insegnato suo padre.
Quindi montò a cavallo e se ne andò a Parigi.
Appena arrivata lì prima vide Beltramo, poi si recò dal re.
Gli chiese di mostrarle la ferita e il re, vedendola bella e giovane, l’accontentò.

Vista la fistola, la giovane garantì al sovrano che l’avrebbe guarito in otto giorni.
Il re però era incredulo: era impossibile che una giovane donna potesse riuscire dove avevano fallito i più valenti medici!
Giletta rispose che l’avrebbe guarito con l’aiuto di Dio e grazie alla scienza di suo padre, il famoso medico Gerardo narbonese.
La giovane aggiunse che, se fosse riuscita a mantenere la promessa di guarirlo in otto giorni, avrebbe chiesto in premio un marito.
Il re promise.

La giovane, che sapeva il fatto suo, cominciò la cura e, prima della scadenza, lo guarì.
Quando il re fu guarito, fu pronto a darle il meritato premio.
La fanciulla, non chiese di sposare un figlio del re o un giovane appartenente alla casa reale, ma volle diventar moglie di Beltramo di Rossiglione, che amava immensamente, fin da bambina.
Il re non poteva rifiutare.
Fece quindi chiamare Beltramo e gli chiese di sposare la donna che lo aveva salvato con le sue medicine.
Beltramo, pur ritenendola bella, non voleva sposarla perché non era nobile.
Però non poteva respingere la richiesta del suo re.

Alla presenza del sovrano, con una grande festa, Beltramo sposò, quindi, suo malgrado Giletta, la damigella che lo amava più di sé stessa.
Ma al termine della festa il giovane prese commiato dal re.
Disse che sarebbe tornato nelle sue terre e lì avrebbe consumato il matrimonio.
La verità era ben diversa.
Beltramo se ne andò in Toscana, dove divenne capitano di ventura e combatté per un lungo periodo al servizio dei fiorentini contro i senesi.

La novella sposa, infelice, se ne andò a Rossiglione, dove fu accolta, come signora, da tutti.
Lì, molto saggiamente si mise a riordinare tutti i possedimenti del marito che erano rimasti senza guida per molto tempo.
In questo modo si guadagnò l’amore e la stima dei suoi sudditi, che biasimavano il conte per la sua lontananza.
Dopo che la donna ebbe riordinato tutto il paese, mandò due cavalieri dal marito.
Gli fece riferire che se egli non ritornava nelle sue terre per colpa della moglie, lei, per compiacerlo, se ne sarebbe andata via.
Beltramo rispose, molto duramente.
Lei poteva fare come voleva, lui sarebbe ritornato a casa solo a due condizioni: se la moglie avesse portato al dito un suo anello, un anello che egli non si toglieva mai dal dito e se lei gli avesse dato un figlio.
I cavalieri, ritennero l’impresa impossibile; ritornarono quindi dalla dama e riferirono la risposta.
Ella a lungo meditò su come poter ottenere le due cose.
Quindi chiamò i migliori uomini delle sue terre, raccontò loro ciò che aveva fatto per amore del conte.
Comunicò loro quindi che, siccome non voleva che il marito vivesse in perpetuo esilio, lei se ne sarebbe andata e avrebbe passato il resto della sua vita in pellegrinaggio e in opere di misericordia, pregando per la salvezza della sua anima.
La donna pregò loro di prendere il governo delle terre e di avvisare il conte che la moglie se ne andava per sempre da Rossiglione e gli lasciava il possesso delle terre.
Quindi, indossati gli abiti da pellegrino, accompagnata da un suo cugino e una cameriera, senza dire a nessuno dove andava, si mise in cammino portando con sé denaro e gioielli.

La donna non si fermò finché non giunse a Firenze; lì alloggiò in un alberghetto, tenuto da una vedova.
La mattina seguente vide passare davanti all’albergo Beltramo a cavallo con la sua compagnia e domandò all’albergatrice chi fosse.
La vedova rispose che quello era il conte Beltramo, un gentiluomo molto amato in città.
Le disse anche che l’uomo era innamorato di una sua vicina, una donna gentile, ma povera.
La fanciulla era onestissima, non si maritava perché era povera e viveva con sua madre, una donna saggia e onesta.

La contessa, udite quelle parole, prese la sua decisione.
Si recò a casa della donna amata dal conte e chiese di parlare con la madre della ragazza. La donna fu subito disponibile ad ascoltarla.
Giletta le raccontò tutta la sua storia, dal primo innamoramento fino a quel giorno.
Quindi promise una ricca dote per figlia, se l’avesse aiutata.
La madre promise il suo aiuto.
La contessa disse allora alla donna:
“E’ necessario che mandiate a dire a mio marito, da una persona di fiducia, che vostra figlia è pronta ad accontentarlo, ma vuole, come prova d’amore, l’anello che porta al dito.
Se ve lo manda, lo darete a me.
Successivamente gli manderete a dire che vostra figlia è disposta a concedersi a lui, e qui, di nascosto, farete venire me.
Io mi metterò a fianco di mio marito, sperando che Dio mi faccia la grazia di farmi rimanere incinta.
Se ciò avviene, con l’anello al dito e il figlio suo in braccio, lo riconquisterò e vivrò, grazie a voi, come una moglie deve vivere con il marito”.
La buona donna, temeva che la cosa potesse danneggiare la figlia; però ritenne giusto aiutare la contessa a riavere suo marito, quindi promise di aiutarla.
Dopo pochi giorni, secondo quanto avevano concordato, la donna ricevette l’anello e lo consegnò a Giletta.
Quindi mise la legittima moglie a giacere con il conte, al posto di sua figlia.

Dopo i primi accoppiamenti, per grazia di Dio, la donna rimase gravida di due figli maschi.
Più volte la contessa si accoppiò con il conte: lui era sempre convinto di essersi unito non con la moglie ma con la donna di cui era innamorato.
Lui le regalava molti gioielli e la contessa li conservava.
Quando si accorse di essere incinta, Giletta decise di sospendere gli incontri e di dare alla donna i denari che le aveva promessi.

La madre, spinta dalla necessità, rossa per la vergogna, chiese cento lire per maritare la figlia.
La contessa, grata alla donna per l’aiuto, gliene donò cinquecento.
E le donò anche gioielli che valevano altrettanto.
Subito dopo madre e figlia se ne andarono in campagna presso alcuni parenti.
Frattanto, Beltramo, sapendo che la moglie se ne era andata, ritornò nelle sue terre.
La contessa rimase invece a Firenze dove partorì due figli maschi, che assomigliavano moltissimo al padre.

Quando furono un po’ cresciuti, la donna si mise in cammino e giunse a Montpellier, dove rimase per alcuni giorni.
Avendo saputo che il giorno di tutti i Santi il marito faceva una gran festa a Rossiglione, si travestì da pellegrina e vi andò.
Quando tutti erano riuniti per il pranzo, nella sala del palazzo, Giletta si gettò ai piedi del conte con i due figlioletti in braccio.
Lei, piangendo, disse:
“Signor mio, sono la tua sventurata sposa. Per farti tornare nella tua terra, me ne sono andata, miseramente, in giro per il mondo per lungo tempo.
Ora ti chiedo di rispettare le condizioni che mi ponesti tramite i due cavalieri che ti mandai. Ho nelle braccia, non uno, ma due figli tuoi ed ecco qui il tuo anello.
E’ tempo, dunque, che io debba essere ricevuta come tua moglie, secondo la tua promessa”.
Il conte, riconoscendo l’anello e i figli, che erano simili a lui, quasi svenne, chiedendosi come era potuto accadere.
La contessa, con grande meraviglia di tutti, raccontò come era andata.
Il gentiluomo, colpito dalla perseveranza e dal senno della donna, vedendo i due bei figlioletti, depose la sua ostinazione.
Accolse la donna tra le sue braccia, la riconobbe come legittima moglie e la fece rivestire con abiti adatti a lei, con grande gioia dei suoi vassalli.
Da quel giorno la trattò come sua sposa, la onorò, l’amò e la tenne sommamente cara.

Categorie
Boccaccio Decameron Letteratura italiana Medioevo Novelle Racconto Trecento

Giornata VI – Novella II Cisti fornaio

Decameron di Giovanni Boccaccio

Durante il pontificato di papa Bonifacio VIII il papa mandò a Firenze alcuni suoi nobili ambasciatori per concludere degli affari. Siccome il papa stimava particolarmente messer Geri Spina, li inviò a casa sua. 
Durate la loro permanenza in casa di messer Geri, quasi ogni mattina, mentre parlavano dei loro affari, tutti insieme passavano davanti alla chiesa di Santa Maria Ughi, dove Cisti fornaio aveva il suo forno e dove esercitava personalmente la sua arte.
Egli la esercitava così bene che, sebbene la fortuna gli avesse dato un’arte così umile, era comunque diventato ricchissimo e, non volendo abbandonare il suo mestiere per nessun altro, viveva splendidamente, anche grazie al fatto che aveva anche i migliori vini che si potevano trovare in Firenze e nel contado.
Cisti vedeva passare ogni mattina davanti alla sua porta messer Geri e gli ambasciatori del papa.
Poiché faceva molto caldo, Cisti pensò che sarebbe stata cosa molto cortese dar loro da bere un buon bicchiere del suo vino bianco.
Ma considerando quanto fosse umile la sua condizione rispetto a quella di messer Geri, non osò invitarlo. Pensò però di fare in modo che il gentiluomo si invitasse da sé stesso.
Geri aveva sempre indosso un gilè bianchissimo e un grembiule sempre fresco di bucato, che lo facevano sembrare più un mugnaio che un fornaio. Egli, ogni mattina, più o meno all’ora in cui erano soliti passare messer Geri e gli ambasciatori, si poneva davanti alla sua porta.
Si faceva portare lì un secchio nuovo, pieno di acqua fresca, una piccola brocca, realizzata a Bologna, piena di buon vino bianco e due bicchieri che parevano d’argento, tanto erano lucidi.


Dopo essersi messo a sedere, quando essi passavano, cominciava a bere il suo vino, con tanto gusto che avrebbe fatto venir voglia di bere anche ai morti.
Avendo messer Geri visto questa scena per due mattine di seguito, alla terza chiese al fornaio:
–  Cosa state bevendo? È buono?
Cisti si alzò immediatamente in piedi e rispose:
–  Messere è buonissimo, ma non vi posso far capire quanto è buono, se voi non lo assaggiate.
Messer Geri, che aveva una gran sete, per la calura e per il desiderio di assaggiare il vino che Cisti beveva con tanto gusto, si rivolse agli ambasciatori e disse:

–  Signori, è bene che noi assaggiamo il vino che ci offre questo uomo di valore, questo vino dev’essere così buono che noi non ci pentiremo di averlo assaggiato.
Assieme agli ambasciatori messer Geri andò verso Cisti.
Egli, fatta portare fuori dal forno una bella panca, li pregò che si sedessero.
Poi disse ai suoi servitori che si erano avvicinati:
–  Tiratevi indietro e lasciate che sia io a servire questi ospiti. Infatti io so mescere il vino non meno bene di quanto io sappia fare il pane! E non pensate di assaggiare di questo vino prelibato! —
Così detto, dopo aver lavato egli stesso quattro bicchieri, si fece portare una piccola brocca di buon vino e lo versò da bere a messer Geri e ai compagni.

A tutta la compagnia il vino sembrò il migliore di quello che avevano bevuto da lungo tempo e, finché gli ambasciatori si trattennero in Firenze, ogni mattina messer Geri andò a berlo, insieme a loro.
Quando gli ambasciatori ebbero concluso i loro affari, prima che partissero, messer Geri fece un magnifico banchetto al quale invitò tutti i cittadini più onorevoli di Firenze e a cui invitò anche Cisti. Ma lui non volle assolutamente andarci.
Messer Geri ordinò, allora, ad un suo servo di andare da Cisti con un fiasco, per farsi dare un po’ di quel vino, per poter servire mezzo bicchiere ad ogni convitato, prima del pranzo.

Il servitore, forse sdegnato perché nei giorni precedenti non aveva potuto assaggiare il vino, prese un fiasco molto grande.
Appena Cisti lo vide disse:
– Figliolo, sicuramente messer Geri non ti manda da me.
Più volte il servitore ribadì che era stato inviato proprio da messer Geri, ma non ricevette da Cisti altra risposta.
A quel punto il servitore tornò da messer Geri e riferì quanto aveva detto il fornaio.

Sentita la risposta messer Geri inviò di nuovo il servitore da Cisti e disse:
–  Torna da lui e se egli ti risponde ancora così, chiedigli a chi io ti sto mandando.
Il servitore tornò dal fornaio e disse:
–  Cisti, è certo che messer Geri mi ha mandato da te.
Cisti guardò il servitore e rispose:
–  Sicuramente messer Geri non ti manda da me.
–  Dunque? rispose il servitore – a chi mi manda?
Rispose Cisti:
–  Messer Geri Spina ti manda all’Arno.

Quando il servitore ebbe riportato la risposta al suo padrone, a messer Geri si aprirono gli occhi dell’intelletto, capì e disse al servitore:
–  Lasciami vedere che fiasco tu hai portato con te!
E dopo aver visto il fiasco disse:
–  Ah Cisti dice il vero! Quello non è un fiasco per il buon vino!
Messer Geri quindi prima sgridò il servitore imbroglione, poi lo inviò nuovamente da Cisti, dopo aver controllato che portasse con sé un fiasco adeguato.
Quando Cisti vide il fiasco disse:
–  Ah, adesso sono certo che il tuo padrone ti volesse mandare proprio da me!
E glielo riempì con gioia.

Poi, lo stesso giorno, fece riempire una botte dello stesso vino e la inviò a casa di messer Geri. Quindi lo andò a trovare e gli disse:
–  Messere, Io non vorrei che voi credeste che il grande fiasco di stamattina mi abbia spaventato. Ma mi era sembrato che vi foste dimenticato che questo non è un vino da tutti i giorni, un vino comune. Ho rifiutato di riempivi quel grande fiasco per questo. Ma io sono onorato di potervi donare il mio vino, quindi ve l’ho fatto imbottigliare tutto. Fatene quello che vi piace.
Messer Geri ricevette con grande piacere questo dono da parte di Cisti, lo ringraziò moltissimo e da quel momento Messer Geri considerò sempre il fornaio Cisti come suo amico.
Categorie
Basso Medioevo Dante Alighieri Divina commedia Inferno Letteratura italiana Poesia Trecento

Inferno di Dante Alighieri dal canto 11 al canto 20

Undicesimo canto

Nell’undicesimo canto Dante e Virgilio si fermano: devono aspettare che i loro nasi si abituino al terribile puzzo che sale dai gironi inferiori.
Approfittano della sosta per parlare e Virgilio spiega a Dante com’è la situazione nella parte dell’inferno in cui stanno entrando.

In su l’estremità d’un’alta ripa
che facevan gran pietre rotte in cerchio,
venimmo sopra più crudele stipa; 3

e quivi, per l’orribile soperchio
del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio 6

d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta
che dicea: ’Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta’. 9

“Lo nostro scender conviene esser tardo,
sì che s’ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo”. 12

Così ’l maestro; e io “Alcun compenso”,
dissi lui, “trova che ’l tempo non passi
perduto”. Ed elli: “Vedi ch’a ciò penso”. 15

“Figliuol mio, dentro da cotesti sassi”,
cominciò poi a dir, “son tre cerchietti
di grado in grado, come que’ che lassi. 18

Tutti son pien di spirti maladetti;
ma perché poi ti basti pur la vista,
intendi come e perché son costretti. 21

D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
ingiuria è ‘l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con frode altrui contrista. 24

Ma perché frode è de l’uom proprio male,
più spiace a Dio; e però stan di sotto
li frodolenti, e più dolor li assale. 27

Di vïolenti il primo cerchio è tutto;
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e costrutto. 30

A Dio, a sé, al prossimo si pòne
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta ragione. 33

Morte per forza e ferute dogliose
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette dannose; 36

onde omicide e ciascun che mal fiere,
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse schiere. 39

Puote omo avere in sé man vïolenta
e ne’ suoi beni; e però nel secondo
giron convien che sanza pro si penta 42

qualunque priva sé del vostro mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange là dov’esser de’ giocondo. 45

Puossi far forza ne la deïtade,
col cor negando e bestemmiando quella,
e spregiando natura e sua bontade; 48

e però lo minor giron suggella
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor, favella. 51

La frode, ond’ogne coscïenza è morsa,
può l’omo usare in colui che ‘n lui fida
e in quel che fidanza non imborsa. 54

Questo modo di retro par ch’incida
pur lo vinco d’amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo s’annida 57

ipocresia, lusinghe e chi affattura,
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura. 60

Per l’altro modo quell’amor s’oblia
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
di che la fede spezïal si cria; 63

onde nel cerchio minore, ov’è ’l punto
de l’universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno è consunto”.66

E io: “Maestro, assai chiara procede
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede. 69

Ma dimmi: quei de la palude pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s’incontran con sì aspre lingue, 72

perché non dentro da la città roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a tal foggia?”. 75

Ed elli a me “Perché tanto delira”,
disse, “lo ’ngegno tuo da quel che sòle?
o ver la mente dove altrove mira? 78

Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che ’l ciel non vole, 81

incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta? 84.

Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon penitenza, 87

tu vedrai ben perché da questi felli
sien dipartiti, e perché men crucciata
la divina vendetta li martelli”. 90

“O sol che sani ogne vista turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata. 93

Ancora in dietro un poco ti rivolvi”,
diss’io, “là dove di’ ch’usura offende
la divina bontade, e ’l groppo solvi”.96

“Filosofia”, mi disse, “a chi la ’ntende,
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende 99

dal divino ’ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte, 102

che l’arte vostra quella, quanto pote,
segue, come ’l maestro fa ’l discente;
sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote.105

Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente; 108

e perché l’usuriere altra via tene,
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch’in altro pon la spene. 111

Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace;
ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace, 114

e ’l balzo via là oltra si dismonta”.

Dodicesimo canto

Nel dodicesimo canto Dante e Virgilio, dopo essersi fermati a chiacchiere per abituare il naso al puzzo infernale, scendono nel settimo cerchio dell’inferno. Qui scontano i loro peccati i tiranni, che sono immersi nel sangue del Flegetonte. Sono controllati da alcuni centauri.
Proprio un centauro aiuterà Dante ad attraversare il Flegetonte.


Era lo loco ov’a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco,
tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva. 3

Qual è quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco, 6

che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse: 9

cotal di quel burrato era la scesa;
e ’n su la punta de la rotta lacca
l’infamïa di Creti era distesa 12

che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l’ira dentro fiacca. 15

Lo savio mio inver’ lui gridò: “Forse
tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
che sù nel mondo la morte ti porse? 18

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene”. 21

Qual è quel toro che si slaccia in quella
c’ ha ricevuto già ’l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella, 24

vid’io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto gridò: “Corri al varco;
mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale”. 27

Così prendemmo via giù per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco. 30

Io gia pensando; e quei disse: “Tu pensi
forse a questa ruina, ch’è guardata
da quell’ira bestial ch’i’ ora spensi. 33

Or vo’ che sappi che l’altra fïata
ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata. 36

Ma certo poco pria, se ben discerno,
che venisse colui che la gran preda
levò a Dite del cerchio superno, 39

da tutte parti l’alta valle feda
tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
sentisse amor, per lo qual è chi creda 42

più volte il mondo in caòsso converso;
e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece riverso. 45

Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per vïolenza in altrui noccia”. 48

Oh cieca cupidigia e ira folle,
che sì ci sproni ne la vita corta,
e ne l’etterna poi sì mal c’immolle! 51

Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto ’l piano abbraccia,
secondo ch’avea detto la mia scorta; 54

e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia. 57

Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette; 60

e l’un gridò da lungi: “A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l’arco tiro”. 63

Lo mio maestro disse: “La risposta
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta”. 66

Poi mi tentò, e disse: “Quelli è Nesso,
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli stesso. 69

E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell’altro è Folo, che fu sì pien d’ira. 72

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa sortille”. 75

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle. 78

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
disse a’ compagni: “Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch’el tocca? 81

Così non soglion far li piè d’i morti”.
E ’l mio buon duca, che già li er’al petto,
dove le due nature son consorti, 84

rispuose: “Ben è vivo, e sì soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità ’l ci ’nduce, e non diletto. 87

Tal si partì da cantare alleluia
che mi commise quest’officio novo:
non è ladron, né io anima fuia. 90

Ma per quella virtù per cu’ io movo
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo, 93

e che ne mostri là dove si guada,
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l’aere vada”. 96

Chirón si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: “Torna, e sì li guida,
e fa cansar s’altra schiera v’intoppa”. 99

Or ci movemmo con la scorta fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida. 102

Io vidi gente sotto infino al ciglio;
e ’l gran centauro disse: “E’ son tiranni
che dier nel sangue e ne l’aver di piglio. 105

Quivi si piangon li spietati danni;
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che fé Cicilia aver dolorosi anni. 108

E quella fronte c’ ha ’l pel così nero,
è Azzolino; e quell’altro ch’è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero 111

fu spento dal figliastro sù nel mondo”.
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
“Questi ti sia or primo, e io secondo”. 114

Poco più oltre il centauro s’affisse
sovr’una gente che ’nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse. 117

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
dicendo: “Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola”. 120

Poi vidi gente che di fuor del rio
tenean la testa e ancor tutto ’l casso;
e di costoro assai riconobb’io. 123

Così a più a più si facea basso
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo. 126

“Sì come tu da questa parte vedi
lo bulicame che sempre si scema”,
disse ’l centauro, “voglio che tu credi 129

che da quest’altra a più a più giù prema
lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema. 132

La divina giustizia di qua punge
quell’Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in etterno munge 135

le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra”. 138

Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.

Tredicesimo canto

Nel canto XIII Dante ci presenta le anime di coloro che sono stati violenti contro sé stessi. Qui Dante affronta con delicatezza e rispetto il tema del suicidio attraverso la figura di Pier della Vigna, che era stato consigliere dell’Imperatore Federico II di Svevia.

Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato. 3

Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. 6

Non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. 9

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno. 12

Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani. 15

E ’l buon maestro “Prima che più entre,
sappi che se’ nel secondo girone”,
mi cominciò a dire, “e sarai mentre 18

che tu verrai ne l’orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone”. 21

Io sentia d’ogne parte trarre guai
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai. 24

Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse. 27

Però disse ’l maestro: “Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’ hai si faran tutti monchi”. 30

Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”. 33

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno? 36

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi”. 39

Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via, 42

sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme. 45

“S’elli avesse potuto creder prima”,
rispuose ’l savio mio, “anima lesa,
ciò c’ ha veduto pur con la mia rima, 48

non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa. 51

Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece”. 54

E ’l tronco: “Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’ïo un poco a ragionar m’inveschi. 57

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi, 60

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi. 63

La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio, 66

infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti. 69

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto. 72

Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno. 75

E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede”. 78

Un poco attese, e poi “Da ch’el si tace”,
disse ’l poeta a me, “non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace”. 81

Ond’ïo a lui: “Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora”. 84

Perciò ricominciò: “Se l’om ti faccia
liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia 87

di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega”. 90

Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
“Brievemente sarà risposto a voi. 93

Quando si parte l’anima feroce
dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce. 96

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta. 99

Surge in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra. 102

Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie. 105

Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta”. 108

Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi, 111

similemente a colui che venire
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire. 114

Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta. 117

Quel dinanzi: “Or accorri, accorri, morte!”.
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: “Lano, sì non furo accorte 120

le gambe tue a le giostre dal Toppo!”.
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo. 123

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena. 126

In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti. 129

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano. 132

“O Iacopo”, dicea, “da Santo Andrea,
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?”. 135

Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo,
disse: “Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?”. 138

Ed elli a noi: “O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c’ ha le mie fronde sì da me disgiunte, 141

raccoglietele al piè del tristo cesto.
I’ fui de la città che nel Batista
mutò ’l primo padrone; ond’ei per questo 144

sempre con l’arte sua la farà trista;
e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista, 147

que’ cittadin che poi la rifondarno
sovra ’l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno. 150

Io fei gibetto a me de le mie case”.

Quattordicesimo canto

Nel terzo girone del settimo cerchio sono puniti i violenti contro Dio e contro la natura. Questi si trovano su un sabbione infuocato sotto una pioggia di fuoco. In questo girone incontra l’arrogante Capaneo, terribile bestemmiatore che per la sua arroganza fu fulminato da Giove.

Poi che la carità del natio loco
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende’ le a colui, ch’era già fioco. 3

Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte. 6

A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove. 9

La dolorosa selva l’è ghirlanda
intorno, come ’l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a randa a randa. 12

Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d’altra foggia fatta che colei
che fu da’ piè di Caton già soppressa. 15

O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi mei! 18

D’anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge. 21

Supin giacea in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continüamente. 24

Quella che giva ’ntorno era più molta,
e quella men che giacëa al tormento,
ma più al duolo avea la lingua sciolta. 27

Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento. 30

Quali Alessandro in quelle parti calde
d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde, 33

per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre ch’era solo: 36

tale scendeva l’etternale ardore;
onde la rena s’accendea, com’esca
sotto focile, a doppiar lo dolore. 39

Sanza riposo mai era la tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da sé l’arsura fresca. 42

I’ cominciai: “Maestro, tu che vinci
tutte le cose, fuor che ’ demon duri
ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci, 45

chi è quel grande che non par che curi
lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che ’l marturi?”. 48

E quel medesmo, che si fu accorto
ch’io domandava il mio duca di lui,
gridò: “Qual io fui vivo, tal son morto. 51

Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l’ultimo dì percosso fui; 54

o s’elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”, 57

sì com’el fece a la pugna di Flegra,
e me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta allegra”. 60

Allora il duca mio parlò di forza
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
“O Capaneo, in ciò che non s’ammorza 63

la tua superbia, se’ tu più punito;
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito”. 66

Poi si rivolse a me con miglior labbia,
dicendo: “Quei fu l’un d’i sette regi
ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia 69

Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;
ma, com’io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi. 72

Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti”. 75

Tacendo divenimmo là ’ve spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia. 78

Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello. 81

Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt’era ’n pietra, e ’ margini dallato;
per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici. 84

“Tra tutto l’altro ch’i’ t’ ho dimostrato,
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno è negato, 87

cosa non fu da li tuoi occhi scorta
notabile com’è ’l presente rio,
che sovra sé tutte fiammelle ammorta”. 90

Queste parole fuor del duca mio;
per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto
di cui largito m’avëa il disio. 93

“In mezzo mar siede un paese guasto”,
diss’elli allora, “che s’appella Creta,
sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto. 96

Una montagna v’è che già fu lieta
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta. 99

Rëa la scelse già per cuna fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida. 102

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver’ Dammiata
e Roma guarda come süo speglio. 105

La sua testa è di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e ’l petto,
poi è di rame infino a la forcata; 108

da indi in giuso è tutto ferro eletto,
salvo che ’l destro piede è terra cotta;
e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto. 111

Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
d’una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fóran quella grotta. 114

Lor corso in questa valle si diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia, 117

infin, là ove più non si dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta”. 120

E io a lui: “Se ’l presente rigagno
si diriva così dal nostro mondo,
perché ci appar pur a questo vivagno?”. 123

Ed elli a me: “Tu sai che ’l loco è tondo;
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giù calando al fondo, 126

non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto;
per che, se cosa n’apparisce nova,
non de’ addur maraviglia al tuo volto”. 129

E io ancor: “Maestro, ove si trova
Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
e l’altro di’ che si fa d’esta piova”. 132

“In tutte tue question certo mi piaci”,
rispuose, “ma ’l bollor de l’acqua rossa
dovea ben solver l’una che tu faci. 135

Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
là dove vanno l’anime a lavarsi
quando la colpa pentuta è rimossa”. 138

Poi disse: “Omai è tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi, 141

e sopra loro ogne vapor si spegne”.

Quindicesimo canto

Nel canto XV Dante e Virgilio sono ancora sul bordo del sabbione ardente. Mentre guardano alla schiera che corre sotto la pioggia di fuoco un’anima si rivolge a Dante. Si tratta del suo maestro Brunetto Latini, autore del Tesoretto, un importante testo medievale. Brunetto ha avuto un ruolo importante nella formazione di Dante e il discepolo prova grande riconoscenza in confronto di “Ser Brunetto”.

Ora cen porta l’un de’ duri margini;
e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva l’acqua e li argini. 3

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; 6

e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta: 9

a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro félli. 12

Già eravam da la selva rimossi
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era,
perch’io in dietro rivolto mi fossi, 15

quando incontrammo d’anime una schiera
che venian lungo l’argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera 18

guardare uno altro sotto nuova luna;
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna. 21

Così adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: “Qual maraviglia!”. 24

E io, quando ’l suo braccio a me distese,
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
sì che ’l viso abbrusciato non difese 27

la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: “Siete voi qui, ser Brunetto?”. 30

E quelli: “O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia”. 33

I’ dissi lui: “Quanto posso, ven preco;
e se volete che con voi m’asseggia,
faròl, se piace a costui che vo seco”. 36

“O figliuol”, disse, “qual di questa greggia
s’arresta punto, giace poi cent’anni
sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia. 39

Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni”. 42

Io non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma ’l capo chino
tenea com’uom che reverente vada. 45

El cominciò: “Qual fortuna o destino
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ’l cammino?”. 48

“Là sù di sopra, in la vita serena”,
rispuos’io lui, “mi smarri’ in una valle,
avanti che l’età mia fosse piena.51

Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m’apparve, tornand’ïo in quella,
e reducemi a ca per questo calle”.54

Ed elli a me: “Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella;57

e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei a l’opera conforto.60

Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,63

ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.66

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.69

La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.72

Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancora in lor letame,75

in cui riviva la sementa santa
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta”.78

“Se fosse tutto pieno il mio dimando”,
rispuos’io lui, “voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando;81

ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora84

m’insegnavate come l’uom s’etterna:
e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.87

Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo.90

Tanto vogl’io che vi sia manifesto,
pur che mia coscïenza non mi garra,
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.93

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ’l villan la sua marra”.96

Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro e riguardommi;
poi disse: “Bene ascolta chi la nota”.99

Né per tanto di men parlando vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni più noti e più sommi.102

Ed elli a me: “Saper d’alcuno è buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ché ’l tempo saria corto a tanto suono.105

In somma sappi che tutti fur cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d’un peccato medesmo al mondo lerci.108

Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
s’avessi avuto di tal tigna brama,111

colui potei che dal servo de’ servi
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.114

Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
là surger nuovo fummo del sabbione.117

Gente vien con la quale esser non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro,
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio”.120

Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro123

quelli che vince, non colui che perde.

Sedicesimo canto

Il sedicesimo canto può essere diviso in due parti. Si trovano ancora nel girone dei sodomiti quando vendono fermati da tre fiorentini che si staccano da un’altra schera di anime che corrono lungo il sabbione infernale. Nella seconda parte i due pellegrini si avviano verso il successivo cerchio a cui arriveranno tramite un altro terribile custode infernale: Gerione.

Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo
de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
simile a quel che l’arnie fanno rombo, 3

quando tre ombre insieme si partiro,
correndo, d’una torma che passava
sotto la pioggia de l’aspro martiro. 6

Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:
“Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
essere alcun di nostra terra prava”. 9

Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri. 12

A le lor grida il mio dottor s’attese;
volse ’l viso ver’ me, e “Or aspetta”,
disse, “a costor si vuole esser cortese. 15

E se non fosse il foco che saetta
la natura del loco, i’ dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta”. 18

Ricominciar, come noi restammo, ei
l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei. 21

Qual sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti, 24

così rotando, ciascuno il visaggio
drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
faceva ai piè continüo vïaggio. 27

E “Se miseria d’esto loco sollo
rende in dispetto noi e nostri prieghi”,
cominciò l’uno, “e ’l tinto aspetto e brollo, 30

la fama nostra il tuo animo pieghi
a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
così sicuro per lo ’nferno freghi. 33

Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi: 36

nepote fu de la buona Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada. 39

L’altro, ch’appresso me la rena trita,
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo sù dovria esser gradita. 42

E io, che posto son con loro in croce,
Iacopo Rusticucci fui, e certo
la fiera moglie più ch’altro mi nuoce”. 45

S’i’ fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che ’l dottor l’avria sofferto; 48

ma perch’io mi sarei brusciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto. 51

Poi cominciai: “Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia, 54

tosto che questo mio segnor mi disse
parole per le quali i’ mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse. 57

Di vostra terra sono, e sempre mai
l’ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai. 60

Lascio lo fele e vo per dolci pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi”. 63

“Se lungamente l’anima conduca
le membra tue”, rispuose quelli ancora,
“e se la fama tua dopo te luca, 66

cortesia e valor dì se dimora
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n’è gita fora; 69

ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole”.72

“La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni”.75

Così gridai con la faccia levata;
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l’un l’altro com’al ver si guata.78

“Se l’altre volte sì poco ti costa”,
rispuoser tutti, “il satisfare altrui,
felice te se sì parli a tua posta!81

Però, se campi d’esti luoghi bui
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere “I’ fui”,84

fa che di noi a la gente favelle”.
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle.87

Un amen non saria possuto dirsi
tosto così com’e’ fuoro spariti;
per ch’al maestro parve di partirsi.90

Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.93

Come quel fiume c’ ha proprio cammino
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino,96

che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,99

rimbomba là sovra San Benedetto
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;102

così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’acqua tinta,
sì che ’n poc’ora avria l’orecchia offesa.105

Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.108

Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
sì come ’l duca m’avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.111

Ond’ei si volse inver’ lo destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell’alto burrato.114

’E’ pur convien che novità risponda’,
dicea fra me medesmo, ’al novo cenno
che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.117

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l’ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!120

El disse a me: “Tosto verrà di sovra
ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
tosto convien ch’al tuo viso si scovra”.123

Sempre a quel ver c’ ha faccia di menzogna
de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
però che sanza colpa fa vergogna;126

ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s’elle non sien di lunga grazia vòte,129

ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,132

sì come torna colui che va giuso
talora a solver l’àncora ch’aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso,135

che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.

Diciassettesimo canto

Questo canto è diviso in tre parti. Nella prima incontriamo Gerione, l’orribile bestia, che porterà Dante e Virgilio nel cerchio successivo.
 Mentre Virgilio prende accordi con Gerione per scendere nell’ ottavo cerchio de l’inferno, Dante va a parlare con l’ultima schiera dei violenti, gli usurai. Quindi Dante torna a Virgilio e si accinge a fare un incredibile volo verso l’ottavo cerchio, sul dorso di Gerione.

“Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!”.3

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin d’i passeggiati marmi.6

E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
ma ’n su la riva non trasse la coda.9

La faccia sua era faccia d’uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto;12

due branche avea pilose insin l’ascelle;
lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.15

Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte.18

Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi21

lo bivero s’assetta a far sua guerra,
così la fiera pessima si stava
su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.24

Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
ch’a guisa di scorpion la punta armava.27

Lo duca disse: “Or convien che si torca
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che colà si corca”.30

Però scendemmo a la destra mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.33

E quando noi a lei venuti semo,
poco più oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco scemo.36

Quivi ’l maestro “Acciò che tutta piena
esperïenza d’esto giron porti”,
mi disse, “va, e vedi la lor mena.39

Li tuoi ragionamenti sian là corti;
mentre che torni, parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti”.42

Così ancor su per la strema testa
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente mesta.45

Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
di qua, di là soccorrien con le mani
quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:48

non altrimenti fan di state i cani
or col ceffo or col piè, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da tafani.51

Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
ne’ quali ’l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi54

che dal collo a ciascun pendea una tasca
ch’avea certo colore e certo segno,
e quindi par che ’l loro occhio si pasca.57

E com’io riguardando tra lor vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro
che d’un leone avea faccia e contegno.60

Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
vidine un’altra come sangue rossa,
mostrando un’oca bianca più che burro.63

E un che d’una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: “Che fai tu in questa fossa?66

Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
sappi che ’l mio vicin Vitalïano
sederà qui dal mio sinistro fianco.69

Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fïate mi ’ntronan li orecchi
gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,72

che recherà la tasca con tre becchi!””.
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che ’l naso lecchi.75

E io, temendo no ’l più star crucciasse
lui che di poco star m’avea ’mmonito,
torna’ mi in dietro da l’anime lasse.78

Trova’ il duca mio ch’era salito
già su la groppa del fiero animale,
e disse a me: “Or sie forte e ardito.81

Omai si scende per sì fatte scale;
monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
sì che la coda non possa far male”.84

Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo
de la quartana, c’ ha già l’unghie smorte,
e triema tutto pur guardando ’l rezzo,87

tal divenn’io a le parole porte;
ma vergogna mi fé le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa servo forte.90

I’ m’assettai in su quelle spallacce;
sì volli dir, ma la voce non venne
com’io credetti: ’Fa che tu m’abbracce’.93

Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch’i’ montai
con le braccia m’avvinse e mi sostenne;96

e disse: “Gerïon, moviti omai:
le rote larghe, e lo scender sia poco;
pensa la nova soma che tu hai”.99

Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi ch’al tutto si sentì a gioco,102

là ’v’era ’l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l’aere a sé raccolse.105

Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandonò li freni,
per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;108

né quando Icaro misero le reni
sentì spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui “Mala via tieni!”,111

che fu la mia, quando vidi ch’i’ era
ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la fera.114

Ella sen va notando lenta lenta;
rota e discende, ma non me n’accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta.117

Io sentia già da la man destra il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.120

Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
ond’io tremando tutto mi raccoscio.123

E vidi poi, ché nol vedea davanti,
lo scendere e ’l girar per li gran mali
che s’appressavan da diversi canti.126

Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere “Omè, tu cali!”,129

discende lasso onde si move isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;132

così ne puose al fondo Gerïone
al piè al piè de la stagliata rocca,
e, discarcate le nostre persone,135

si dileguò come da corda cocca.

Diciottesimo canto

I due pellegrini vengono lasciati sul bordo dell’ottavo girone che raccoglie le anime dei frudolenti.

La varietà dei peccatori è tale che il girone è diviso in dieci bolge, una per ogni tipo di frode.

  • 1.seduttori
  • 2.adulatori
  • 3.simoniaci
  • 4.indovini
  • 5.barattieri
  • 6.ipocriti
  • 7.ladri
  • 8.mali consiglieri
  • 9.seminatori di discordie
  • 10.falsari e alchimisti

Nel canto XVIII vediamo le prime due malebolge, quelle dei seduttori e degli adulatori.

Luogo è in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.3

Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicerò l’ordigno.

Quel cinghio che rimane adunque è tondo
tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,
e ha distinto in dieci valli il fondo.

Quale, dove per guardia de le mura
più e più fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende figura,12

tale imagine quivi facean quelli;
e come a tai fortezze da’ lor sogli
a la ripa di fuor son ponticelli,15

così da imo de la roccia scogli
movien che ricidien li argini e ’ fossi
infino al pozzo che i tronca e raccogli.18

In questo luogo, de la schiena scossi
di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta
tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.21

A la man destra vidi nova pieta,
novo tormento e novi frustatori,
di che la prima bolgia era repleta.24

Nel fondo erano ignudi i peccatori;
dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,
di là con noi, ma con passi maggiori,27

come i Roman per l’essercito molto,
l’anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,30

che da l’un lato tutti hanno la fronte
verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,
da l’altra sponda vanno verso ’l monte.33

Di qua, di là, su per lo sasso tetro
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di retro.36

Ahi come facean lor levar le berze
a le prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le terze.39

Mentr’io andava, li occhi miei in uno
furo scontrati; e io sì tosto dissi:
“Già di veder costui non son digiuno”.42

Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;
e ’l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch’alquanto in dietro gissi.45

E quel frustato celar si credette
bassando ’l viso; ma poco li valse,
ch’io dissi: “O tu che l’occhio a terra gette,48

se le fazion che porti non son false,
Venedico se’ tu Caccianemico.
Ma che ti mena a sì pungenti salse?”.51

Ed elli a me: “Mal volontier lo dico;
ma sforzami la tua chiara favella,
che mi fa sovvenir del mondo antico.54

I’ fui colui che la Ghisolabella
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la sconcia novella.57

E non pur io qui piango bolognese;
anzi n’è questo loco tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese60

a dicer ’sipa’ tra Sàvena e Reno;
e se di ciò vuoi fede o testimonio,
rècati a mente il nostro avaro seno”.63

Così parlando il percosse un demonio
de la sua scurïada, e disse: “Via,
ruffian! qui non son femmine da conio”.66

I’ mi raggiunsi con la scorta mia;
poscia con pochi passi divenimmo
là ’v’uno scoglio de la ripa uscia.69

Assai leggeramente quel salimmo;
e vòlti a destra su per la sua scheggia,
da quelle cerchie etterne ci partimmo.72

Quando noi fummo là dov’el vaneggia
di sotto per dar passo a li sferzati,
lo duca disse: “Attienti, e fa che feggia75

lo viso in te di quest’altri mal nati,
ai quali ancor non vedesti la faccia
però che son con noi insieme andati”.78

Del vecchio ponte guardavam la traccia
che venìa verso noi da l’altra banda,
e che la ferza similmente scaccia.81

E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,
mi disse: “Guarda quel grande che vene,
e per dolor non par lagrime spanda:84

quanto aspetto reale ancor ritene!
Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
li Colchi del monton privati féne.87

Ello passò per l’isola di Lenno
poi che l’ardite femmine spietate
tutti li maschi loro a morte dienno.90

Ivi con segni e con parole ornate
Isifile ingannò, la giovinetta
che prima avea tutte l’altre ingannate.93

Lasciolla quivi, gravida, soletta;
tal colpa a tal martiro lui condanna;
e anche di Medea si fa vendetta.96

Con lui sen va chi da tal parte inganna;
e questo basti de la prima valle
sapere e di color che ’n sé assanna”.99

Già eravam là ’ve lo stretto calle
con l’argine secondo s’incrocicchia,
e fa di quello ad un altr’arco spalle.102

Quindi sentimmo gente che si nicchia
ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,
e sé medesma con le palme picchia.105

Le ripe eran grommate d’una muffa,
per l’alito di giù che vi s’appasta,
che con li occhi e col naso facea zuffa.108

Lo fondo è cupo sì, che non ci basta
loco a veder sanza montare al dosso
de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.111

Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
vidi gente attuffata in uno sterco
che da li uman privadi parea mosso.114

E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,
vidi un col capo sì di merda lordo,
che non parëa s’era laico o cherco.117

Quei mi sgridò: “Perché se’ tu sì gordo
di riguardar più me che li altri brutti?”.
E io a lui: “Perché, se ben ricordo,120

già t’ ho veduto coi capelli asciutti,
e se’ Alessio Interminei da Lucca:
però t’adocchio più che li altri tutti”.123

Ed elli allor, battendosi la zucca:
“Qua giù m’ hanno sommerso le lusinghe
ond’io non ebbi mai la lingua stucca”.126

Appresso ciò lo duca “Fa che pinghe”,
mi disse, “il viso un poco più avante,
sì che la faccia ben con l’occhio attinghe129

di quella sozza e scapigliata fante
che là si graffia con l’unghie merdose,
e or s’accoscia e ora è in piedi stante.132

Taïde è, la puttana che rispuose
al drudo suo quando disse “Ho io grazie
grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.135

E quinci sian le nostre viste sazie”.

Diciannovesimo canto

In questo canto Dante inveisce contro i simoniaci, religiosi che hanno venduto e comprato con il denaro le cose sacre, i beni spirituali e gli uffici ecclesiastici.

Molti papi si trovano qui in questa terza bolgia

O Simon mago, o miseri seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci3

per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state.6

Già eravamo, a la seguente tomba,
montati de lo scoglio in quella parte
ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.9

O somma sapïenza, quanta è l’arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virtù comparte!12

Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fóri,
d’un largo tutti e ciascun era tondo.15

Non mi parean men ampi né maggiori
che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d’i battezzatori;18

l’un de li quali, ancor non è molt’anni,
rupp’io per un che dentro v’annegava:
e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.21

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
d’un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l’altro dentro stava.24

Le piante erano a tutti accese intrambe;
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe.27

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era lì dai calcagni a le punte.30

“Chi è colui, maestro, che si cruccia
guizzando più che li altri suoi consorti”,
diss’io, “e cui più roggia fiamma succia?”.33

Ed elli a me: “Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
là giù per quella ripa che più giace,
da lui saprai di sé e de’ suoi torti”.36

E io: “Tanto m’è bel, quanto a te piace:
tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace”.39

Allor venimmo in su l’argine quarto;
volgemmo e discendemmo a mano stanca
là giù nel fondo foracchiato e arto.42

Lo buon maestro ancor de la sua anca
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca.45

“O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,
anima trista come pal commessa”,
comincia’ io a dir, “se puoi, fa motto”.48

Io stava come ’l frate che confessa
lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
richiama lui per che la morte cessa.51

Ed el gridò: “Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.54

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?”.57

Tal mi fec’io, quai son color che stanno,
per non intender ciò ch’è lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.60

Allor Virgilio disse: “Dilli tosto:
“Non son colui, non son colui che credi””;
e io rispuosi come a me fu imposto.63

Per che lo spirto tutti storse i piedi;
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: “Dunque che a me richiedi?66

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;69

e veramente fui figliuol de l’orsa,
cupido sì per avanzar li orsatti,
che sù l’avere e qui me misi in borsa.72

Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.75

Là giù cascherò io altresì quando
verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,
allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.78

Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
e ch’i’ son stato così sottosopra,
ch’el non starà piantato coi piè rossi:81

ché dopo lui verrà di più laida opra,
di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.84

Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi Francia regge”.87

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
“Deh, or mi dì: quanto tesoro volle90

Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non “Viemmi retro”.93

Né Pier né li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l’anima ria.96

Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch’esser ti fece contra Carlo ardito.99

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
la reverenza de le somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,102

io userei parole ancor più gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.105

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;108

quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.111

Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?114

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!”.117

E mentr’io li cantava cotai note,
o ira o coscïenza che ’l mordesse,
forte spingava con ambo le piote.120

I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,
con sì contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse.123

Però con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese.126

Né si stancò d’avermi a sé distretto,
sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
che dal quarto al quinto argine è tragetto.129

Quivi soavemente spuose il carco,
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro varco.132

Indi un altro vallon mi fu scoperto.

Ventesimo canto

Canto XX, dove si tratta de l’indovini e sortilegi e de l’incantatori, e de l’origine di Mantova, di che trattare diede cagione Manto incantatrice; e di loro pene e miseria e de la condizione loro misera, ne la quarta bolgia, in persona di Michele di Scozia e di più altri.

Di nova pena mi conven far versi
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.3

Io era già disposto tutto quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d’angoscioso pianto;6

e vidi gente per lo vallon tondo
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo mondo.9

Come ’l viso mi scese in lor più basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,12

ché da le reni era tornato ’l volto,
e in dietro venir li convenia,
perché ’l veder dinanzi era lor tolto.15

Forse per forza già di parlasia
si travolse così alcun del tutto;
ma io nol vidi, né credo che sia.18

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com’io potea tener lo viso asciutto,21

quando la nostra imagine di presso
vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.24

Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
del duro scoglio, sì che la mia scorta
mi disse: “Ancor se’ tu de li altri sciocchi?27

Qui vive la pietà quand’è ben morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?30

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,33

Anfïarao? perché lasci la guerra?”.
E non restò di ruinare a valle
fino a Minòs che ciascheduno afferra.36

Mira c’ ha fatto petto de le spalle;
perché volse veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.39

Vedi Tiresia, che mutò sembiante
quando di maschio femmina divenne,
cangiandosi le membra tutte quante;42

e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che rïavesse le maschili penne.45

Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,
che ne’ monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto alberga,48

ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e ’l mar non li era la veduta tronca.51

E quella che ricuopre le mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di là ogne pilosa pelle,54

Manto fu, che cercò per terre molte;
poscia si puose là dove nacqu’ io;
onde un poco mi piace che m’ascolte.57

Poscia che ’l padre suo di vita uscìo
e venne serva la città di Baco,
questa gran tempo per lo mondo gio.60

Suso in Italia bella giace un laco,
a piè de l’Alpe che serra Lamagna
sovra Tiralli, c’ ha nome Benaco.63

Per mille fonti, credo, e più si bagna
tra Garda e Val Camonica e Pennino
de l’acqua che nel detto laco stagna.66

Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
pastore e quel di Brescia e ’l veronese
segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.69

Siede Peschiera, bello e forte arnese
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
ove la riva ’ntorno più discese.72

Ivi convien che tutto quanto caschi
ciò che ’n grembo a Benaco star non può,
e fassi fiume giù per verdi paschi.75

Tosto che l’acqua a correr mette co,
non più Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.78

Non molto ha corso, ch’el trova una lama,
ne la qual si distende e la ’mpaluda;
e suol di state talor esser grama.81

Quindi passando la vergine cruda
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d’abitanti nuda.84

Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo corpo vano.87

Li uomini poi che ’ntorno erano sparti
s’accolsero a quel loco, ch’era forte
per lo pantan ch’avea da tutte parti.90

Fer la città sovra quell’ossa morte;
e per colei che ’l loco prima elesse,
Mantüa l’appellar sanz’altra sorte.93

Già fuor le genti sue dentro più spesse,
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno ricevesse.96

Però t’assenno che, se tu mai odi
originar la mia terra altrimenti,
la verità nulla menzogna frodi”.99

E io: “Maestro, i tuoi ragionamenti
mi son sì certi e prendon sì mia fede,
che li altri mi sarien carboni spenti.102

Ma dimmi, de la gente che procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
ché solo a ciò la mia mente rifiede”.105

Allor mi disse: “Quel che da la gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu – quando Grecia fu di maschi vòta,108

sì ch’a pena rimaser per le cune –
augure, e diede ’l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.111

Euripilo ebbe nome, e così ’l canta
l’alta mia tragedìa in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.114

Quell’altro che ne’ fianchi è così poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe ’l gioco.117

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.120

Vedi le triste che lasciaron l’ago,
la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;
fecer malie con erbe e con imago.123

Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine
d’amendue li emisperi e tocca l’onda
sotto Sobilia Caino e le spine;126

e già iernotte fu la luna tonda:
ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda”.129

Sì mi parlava, e andavamo introcque.

Fonti

  • https://library.weschool.com/lezione/dante-alighieri-commedia-inferno
  • https://parafrasidivinacommedia.jimdofree.com/inferno/
  • https://www.orlandofurioso.com/divina-commedia/inferno/parafrasi-dellinferno
  • http://www.parafrasando.it/dante/inferno
  • https://it.wikisource.org/wiki/Divina_Commedia/Inferno
Categorie
Basso Medioevo Dante Alighieri Divina commedia Inferno Letteratura italiana Medioevo Poesia Trecento Uncategorized

Inferno di Dante Alighieri – dal canto 1 al canto 10

Divina Commedia, prima cantica, Inferno – Dante Alighieri

Primo canto

Nel primo canto dell’Inferno, Dante si trova nella paurosa “selva oscura”, simbolo di una profonda crisi esistenziale e spirituale. La crisi è così grave che Dante rischia addirittura la morte.

Il personaggio Dante scorge, ad un tratto, un colle rischiarato dalla luce mattutina. La luce infonde fiducia al pellegrino, è certo che quella luce lo accompagnerà verso l’uscita da questa crisi, verso la salvezza. Ma non appena Dante si incammina verso l’uscita di quella valle oscura, tre belve feroci, tre fiere gli impediscono di procedere. Una lonza, un leone, e una lupa lo spingono indietro e lo risospingono verso la selva oscura da cui nessun anima viva è mai uscita. Ma prima che Dante si lasci cogliere dalla disperazione, gli appare l’anima di Virgilio, il grande poeta latino che sarà la sua prima guida nel viaggio lungo i tre regni dell’oltretomba.

1.                Nel mezzo del cammin di nostra vita
2.                mi ritrovai per una selva oscura,
3.                ché la diritta via era smarrita.
 
4.                Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
5.                esta selva selvaggia e aspra e forte
6.                che nel pensier rinova la paura!
 
7.                Tant’è amara che poco è più morte;
8.                ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
9.                dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

10.             Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
11.             tant’era pien di sonno a quel punto
12.             che la verace via abbandonai.
 
13.             Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
14.             là dove terminava quella valle
15.             che m’avea di paura il cor compunto,
 
16.             guardai in alto, e vidi le sue spalle
17.             vestite già de’ raggi del pianeta
18.             che mena dritto altrui per ogne calle.
 
19.             Allor fu la paura un poco queta,
20.             che nel lago del cor m’era durata
21.             la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
 
22.             E come quei che con lena affannata,
23.             uscito fuor del pelago a la riva,
24.             si volge a l’acqua perigliosa e guata,

25.             così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
26.             si volse a retro a rimirar lo passo
27.             che non lasciò già mai persona viva.
 
28.             Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
29.             ripresi via per la piaggia diserta,
30.             sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.
 
31.             Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
32.             una lonza leggera e presta molto,
33.             che di pel macolato era coverta;
 
34.             e non mi si partia dinanzi al volto,
35.             anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,
36.             ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
 
37.             Temp’era dal principio del mattino,
38.             e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
39.             ch’eran con lui quando l’amor divino
 
40.             mosse di prima quelle cose belle;
41.             sì ch’a bene sperar m’era cagione
42.             di quella fiera a la gaetta pelle
 
43.             l’ora del tempo e la dolce stagione;
44.             ma non sì che paura non mi desse
45.             la vista che m’apparve d’un leone.
 
46.             Questi parea che contra me venisse
47.             con la test’alta e con rabbiosa fame,
48.             sì che parea che l’aere ne tremesse.
 
49.             Ed una lupa, che di tutte brame
50.             sembiava carca ne la sua magrezza,
51.             e molte genti fé già viver grame,
 
52.             questa mi porse tanto di gravezza
53.             con la paura ch’uscia di sua vista,
54.             ch’io perdei la speranza de l’altezza.
 
55.             E qual è quei che volontieri acquista,
56.             e giugne ‘l tempo che perder lo face,
57.             che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
 
58.             tal mi fece la bestia sanza pace,
59.             che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco
60.             mi ripigneva là dove ‘l sol tace.
 
61.             Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
62.             dinanzi a li occhi mi si fu offerto
63.             chi per lungo silenzio parea fioco.
 
64.             Quando vidi costui nel gran diserto,
65.             “Miserere di me”, gridai a lui,
66.             “qual che tu sii, od ombra od omo certo!”
 
67.             Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,
68.             e li parenti miei furon lombardi,
69.             mantoani per patrïa ambedui.
 
70.             Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
71.             e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto
72.             nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
 
73.             Poeta fui, e cantai di quel giusto
74.             figliuol d’Anchise che venne di Troia,
75.             poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto.

76.             Ma tu perché ritorni a tanta noia?
77.             perché non sali il dilettoso monte
78.             ch’è principio e cagion di tutta gioia?”
 
79.             “Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
80.             che spandi di parlar sì largo fiume?”,
81.             rispuos’io lui con vergognosa fronte.
 
82.             “O de li altri poeti onore e lume,
83.             vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
84.             che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
 
85.             Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,
86.             tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
87.             lo bello stilo che m’ha fatto onore.
 
88.             Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
89.             aiutami da lei, famoso saggio,
90.             ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”.
 
91.             “A te convien tenere altro vïaggio”,
92.             rispuose, poi che lagrimar mi vide,
93.             “se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
 
94.             ché questa bestia, per la qual tu gride,
95.             non lascia altrui passar per la sua via,
96.             ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;
 
97.             e ha natura sì malvagia e ria,
98.             che mai non empie la bramosa voglia,
99.             e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.
 
100.         Molti son li animali a cui s’ammoglia,
101.         e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
102.         verrà, che la farà morir con doglia.
 
103.         Questi non ciberà terra né peltro,
104.         ma sapïenza, amore e virtute,
105.         e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
 
106.         Di quella umile Italia fia salute
107.         per cui morì la vergine Cammilla,
108.         Eurialo e Turno e Niso di ferute.
 
109.         Questi la caccerà per ogne villa,
110.         fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,
111.         là onde ‘nvidia prima dipartilla.
 
112.         Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
113.         che tu mi segui, e io sarò tua guida,
114.         e trarrotti di qui per loco etterno;

115.         ove udirai le disperate strida,
116.         vedrai li antichi spiriti dolenti,
117.         ch’a la seconda morte ciascun grida;
 
118.         e vederai color che son contenti
119.         nel foco, perché speran di venire
120.         quando che sia a le beate genti.
 
121.         A le quai poi se tu vorrai salire,
122.         anima fia a ciò più di me degna:
123.         con lei ti lascerò nel mio partire;
 
124.         ché quello imperador che là sù regna,
125.         perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
126.         non vuol che ‘n sua città per me si vegna.
 
127.         In tutte parti impera e quivi regge;
128.         quivi è la sua città e l’alto seggio:
129.         oh felice colui cu’ ivi elegge!”.
 
130.         E io a lui: “Poeta, io ti richeggio
131.         per quello Dio che tu non conoscesti,
132.         acciò ch’io fugga questo male e peggio,
 
133.         che tu mi meni là dov’or dicesti,
134.         sì ch’io veggia la porta di san Pietro
135.         e color cui tu fai cotanto mesti”.
 
136.         Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Secondo canto

Dante, pronto per iniziare il suo viaggio, chiede aiuto alle Muse affinché sostengano il suo ingegno nel difficile compito di descrivere quello che lui ha visto.

Ormai è giunto il tramonto e l’animo di Dante è di nuovo in preda ai dubbi: sarà all’altezza dell’impresa che finora è stata compiuta solo da personaggi molto più importanti di lui come Enea e San Paolo?

Il poeta espone i suoi dubbi a Virgilio: Enea è stato scelto da Dio perché fondatore di Roma, capitale dell’Impero e futura sede del papato e a San Paolo è stato affidato l’incarico di diffondere la fede in Cristo. Ma Dante, per quali meriti può accedere ai regni dell’oltretomba? Chi lo autorizza a fare un simile viaggio e per quale scopo?

 Virgilio guarda la fragilità di Dante e usa un’espressione bellissima; dice “Vedo che il tuo animo è offeso dalla viltà”. Il maestro mette in luce lo stato d’animo del poeta con delicatezza, senza infierire su di lui.

Virgilio quindi racconta a Dante in quale modo egli abbia avuto l’incarico di guidarlo. Era nel Limbo quando Beatrice, inviata da Santa Lucia, su ordine della Vergine Maria, lo aveva mandato in soccorso a Dante che si era smarrito. 

Quando Virgilio riceve la visita di Beatrice, rimane stupito e, ai versi 82 – 84, le chiede: dimmi come mai non hai paura a scendere all’Inferno? Lei risponde con una frase di una semplicità disarmante:

Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose. vv. 88 – 90

Quindi Virgilio invita Dante a lasciar andare ogni timore e ad avere fiducia nelle tre donne benedette che in cielo si prendono cura di lui. Rinfrancato da queste parole il poeta è pronto per iniziare il suo viaggio.

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno 3

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra. 6

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate. 9

Io cominciai: “Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. 12

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente. 15

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale 18

non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto: 21

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero. 24

Per quest’andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto. 27

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione. 30

Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede. 33

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono”. 36

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle, 39

tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta. 42

“S’i’ ho ben la parola tua intesa”,
rispuose del magnanimo quell’ombra,
“l’anima tua è da viltade offesa; 45

la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra. 48

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve. 51

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi. 54

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella: 57

“O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana, 60

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’è per paura; 63

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. 66

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata. 69

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare. 72

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui”.
Tacette allora, e poi comincia’ io: 75

“O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui, 78

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. 81

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”. 84

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente”, mi rispuose,
“perch’i’ non temo di venir qua entro. 87

Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose. 90

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. 93

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange. 96

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -. 99

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele. 102

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera? 105

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -. 108

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte, 111

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno”. 114

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto. 117

E venni a te così com’ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse. 120

Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai, 123

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?”. 126

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo, 129

tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca: 132

“Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse! 135

Tu m’ hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto. 138

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro”.
Così li dissi; e poi che mosso fue, 141

intrai per lo cammino alto e silvestro.

Terzo canto

In questo canto Dante racconta la sua entrata nell’Inferno.

Qui incontra la schiera degli ignavi, coloro che nella vita non hanno mai preso posizione. Dante fa dire a Virgilio la famosa frase: “non ragioniam di lor ma guarda e passa“.

I due poi incontreranno le schiere dei dannati che aspettano Caronte sulle rive dell’Acheronte, il primo fiume infernale.

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.3

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore.6

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. 9

Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”.12

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.15

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’ hanno perduto il ben de l’intelletto”.18

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.21

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.24

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle27

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.30

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.33

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.36

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.39

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.42

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve.45

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.48

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.51

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;54

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.57

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.60

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.63

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.66

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.69

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: “Maestro, or mi concedi72

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume”.75

Ed elli a me: “Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte”.78

Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.81

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!84

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.87

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,90

disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”.93

E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.96

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.99

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.102

Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.105

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.108

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.111

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,114

similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.117

Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna.120

“Figliuol mio”, disse ‘l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese;123

e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.126

Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona”.129

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.132

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;135

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

Quarto canto

Nel quarto canto Dante giunge nel Limbo, collocato nel primo cerchio dell’inferno. In questo cerchio sono accolte le anime di coloro che non sono state battezzate e le anime dei grandi uomini della storia che non hanno conosciuto il messaggio di Cristo, perché nati prima della nascita di Gesù o perché appartenenti ad altre culture.

Anche Virgilio proviene da questo cerchio. Qui le anime vivono serene, sono turbate da un unico pensiero: non potranno mai vedere Dio.

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;3

e l’occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’io fossi.6

Vero è che ’n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.9

Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.12

“Or discendiam qua giù nel cieco mondo”,
cominciò il poeta tutto smorto.
“Io sarò primo, e tu sarai secondo”.15

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: “Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?”.18

Ed elli a me: “L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.21

Andiam, ché la via lunga ne sospigne”.
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne.24

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare;27

ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri.30

Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,33

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi;36

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.39

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio”.42

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.45

“Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore”,
comincia’ io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore:48

“uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?”.
E quei che ’ntese il mio parlar coverto,51

rispuose: “Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.54

Trasseci l’ombra del primo parente,
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente;57

Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé,60

e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati”.63

Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.66

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand’io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia.69

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.72

“O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’ hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?”.75

E quelli a me: “L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza”.78

Intanto voce fu per me udita:
“Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita”.81

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ombre a noi venire:
sembianz’avevan né trista né lieta.84

Lo buon maestro cominciò a dire:
“Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:87

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.90

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene”.93

Così vid’i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’aquila vola.96

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto;99

e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.102

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che ’l tacere è bello,
sì com’era ’l parlar colà dov’era.105

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.108

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.111

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.114

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.117

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.120

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.123

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’altra parte vidi ’l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.126

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ’l Saladino.129

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.132

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ïo Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;135

Democrito che ’l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;138

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;141

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs che ’l gran comento feo.144

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.147

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema.150

E vegno in parte ove non è che luca.

Quinto canto

Nel canto quinto, Dante scende nel secondo cerchio de l’inferno, qui si trovano i peccatori che nella vita sono stati travolti e dalla lussuria.

Qui troviamo anche due amanti, Paolo e Francesca, che erano stati molto famosi all’epoca di Dante, per esser stati uccisi in modo orribile dal marito di lei.

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.3

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.6

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata9

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.12

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.15

“O tu che vieni al doloroso ospizio”,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,18
 
“guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!”.
E ’l duca mio a lui: “Perché pur gride?21
 
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.24

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.27

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.30

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.33

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.36

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.39

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali42

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.45

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,48

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?”.51

“La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper”, mi disse quelli allotta,
“fu imperadrice di molte favelle.54

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.57

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.60

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.63

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.66

Vedi Parìs, Tristano”; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.69

Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.72
 
I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”.75
 
Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”.78

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”.81

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.87

“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,90

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.93

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.96

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.99
 

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.105
 

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte.108

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”.111

Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”.114
 
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.117

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”.120

E quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.123

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.126

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.129 

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.132

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,135

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.138

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.141

E caddi come corpo morto cade.
PARAFRASI
1. Così dal primo cerchio discesi giù nel secondo, che abbraccia uno spazio più piccolo, ma che cinge un dolore tanto più grave, che ferisce le anime e le porta a lamentarsi .
 
4. Qui stava Minosse, il terribile giudice che incute terrore e che digrigna i denti. Lui esamina le colpe delle anime nell’entrata dell’inferno, stabilisce la pena e le manda nel cerchio che indica avvolgendo la coda.

7.Quando l’anima dannata gli vien davanti, confessa tutti i suoi peccati al giudice infernale ed egli

10. vede quale luogo dell’inferno le spetta e cinge la coda tante volte quanti cerchi vuol che questi scenda. Ad esempio se Minosse avvolge la coda tre volte, l’anima dannata viene inviata al terzo cerchio.

13. Davanti a lui ci sono sempre molte anime che vanno una dopo l’altra a farsi giudicare; essi confessano i peccati, ascoltano la condanna e precipitano giù.
 
16. «O tu che vieni in questo luogo di dolore» disse Minosse quando mi vide, interrompendo il suo terribile compito,
  
19. «guarda il modo in cui tu entri e guardati dall’anima a cui ti affidi: non lasciarti ingannare dall’ampiezza dell’entrata!»
 E la mia guida a lui: «Perché gridi?
 
22. Non cercar d’impedire il suo viaggio, che è stabilito dall’alto: si vuole così lassù, nell’alto dei cieli, dove si può ciò che si vuole, e più non domandare!». Virgilio mette a tacere Minosse con le stesse parole con cui aveva risposto a Caronte.

25. Ora incominciano a farsi sentire le voci di dolore; ora sono arrivato in un luogo in cui un terribile pianto mi sconvolge. 
 
28. Io arrivai in un luogo buio, privo di qualsiasi lume, dove si sente un terribile frastuono, sembra il mare in tempesta, quando è colpito da venti contrari.
 
31. La bufera infernale, che mai si arresta, travolge gli spiriti con la sua violenza: li rivolta, li percuote, li molesta.
 
34. Quando giungono davanti al precipizio, i dannati fanno sentire le loro urla, il loro pianto, il loro lamento; e bestemmiano il potere divino.
 
37. in quel momento compresi che erano condannati a quel tormento i peccatori carnali, coloro che sottomettono la ragione all’istinto.
 
40. E, come le ali portano gli stornelli durante l’inverno in larga e fitta schiera, così quel vento trascina quegli spiriti malvagi
 
43. di qua, di là, di giù, di su. Non possono sperare né che il vento si plachi, né che la loro pena possa essere ridotta. 
  
46. E, come le gru van cantando i loro lamenti, creando ne cielo una lunga fila, così vidi venire verso di noi, delle ombre che si lamentavano.
 
49. Le ombre erano trascinate dal soffio impetuoso del vento. Perciò dissi: «O maestro, chi sono quelle genti che l’aria nera castiga in un modo così terribile?».
 
52. «La prima di quelle anime, di cui vuoi aver notizia» mi disse allora, «fu imperatrice di molte nazioni. Si tratta della regina Semiramide, regina di Babilonia
 
55. Lei fu così dedita al vizio della lussuria fu così rotta, che fece una legge nel suo regno, per la quale era lecito fare tutto ciò che piaceva a lei. Fece questo per liberarsi del biasimo in cui era caduta.

58. È Semiramide, di cui si legge che succedette a Nino e che fu sua sposa: governò le terre, che ora son dominate dal sultano.
 
61. L’altra è Didone, che si uccise per amore e che ruppe il giuramento [di fedeltà] alle ceneri di Sichèo il suo primo marito a cui aveva giurato fedeltà. La terza è la lussuriosa Cleopatra.

64. poi vedi Elena, che fu causa di una lunga e sanguinosa guerra: la guerra di Troia; Vedi anche il grande Achille, che secondo una leggenda era innamorato della sorella di Paride da cui poi fu ucciso.

67. Vedi Paride, Tristano» e più di mille ombre mi mostrò e mi nominò con il dito, che morirono a causa dell’amore.
 
70. Dopo che ebbi udito il mio maestro nominare le donne antiche e i cavalieri, provai una  compassione per la quale per poco non svenni.

73. Io cominciai: «O poeta, volentieri parlerei a quei due che vanno insieme e che non sembrano opporre resistenza al vento». I due erano Francesca da Polenta e Paolo Malatesta.
I due erano stati al centro di una vicenda terribile che aveva sconvolto i contemporanei di Dante. Francesca era stata data in sposa a Gianciotto il fratello brutto storpio e anziano di Paolo. Il matrimonio era frutto di un accordo politico tra le due famiglie. Mentre il marito è un uomo rozzo, Paolo è un giovane che legge, dote rara nel Trecento. I due si innamorano, ma il marito li scopre e li uccide barbaramente.

76. Ed egli a me: «Li vedrai quando saranno più vicini a noi. Allora prègali in nome di quell’amore che li tiene legati ed essi verranno».
  
 79. Non appena il vento li spinse verso di noi,io gridai: «O anime tormentate, venite a parlare con noi, se altri non lo nega! Cioè se Dio lo permette».
 
82. Come colombe, chiamate dal desiderio, con le ali aperte e ferme al loro dolce nido vengono attraverso l’aria portate dalla loro volontà;
 
85. così uscirono dalla schiera dov’è Didone, venendo a noi per l’aria infernale, tanto forte fu il richiamo che io feci loro, che era carico di affetto.
 
88. «O essere vivente cortese e benigno, che per l’aria tenebrosa vieni a visitare noi, anime che abbiamo insanguinato il mondo con il nostro sangue,
 
91. se fosse amico nostro il re dell’universo, noi lo pregheremmo affinché ti concedesse la pace, perché mostri di avere compassione della nostra terribile condizione.
 
94. Dicci quello che vuoi da noi, se vuoi che noi parliamo o che ascoltiamo, noi ascolteremo parleremo a voi, mentre il vento tace come in questo momento.
 
97. Francesca sta parlando e continua. Sono nata a Ravenna, vicino alla foce del Po.
Queste che seguono sono tre terzine che iniziano con la parola AMOR. Si tratta di versi molto famosi e ricchi di significato.
 
100. L’amore, che vibra velocemente e ardentemente in un cuore gentile, travolse Paolo e lo fece innamorare della mia persona. Lui si innamorò di me, che fui uccisa in modo violento, questa violenza ancora mi turba.
 
103. L’amore, che spinge chi è amato da qualcuno a ricambiare tale amore, mi fece innamorare di Paolo, mi travolse con la sua bellezza. Come puoi vedere io sono ancora innamorata di lui, l’amore per lui ancora non mi abbandona.
 
106. L’amore condusse noi ad una stessa morte. Caina la zona più profonda dell’inferno, dove sono gli assassini, attende Gianciotto, mio marito che ci ha uccisi.» Essi ci dissero queste parole.

109. Quando io compresi quelle anime così disperate, provai una gran pietà e chinai il viso e lo tenni basso. Ma Virgilio mi disse: «Cosa pensi?».
 
112. Dante pensa un attimo e poi risponde al suo maestro «Ohimè, ma quali dolci pensieri, quale desiderio ha condotto costoro a quella morte così dolorosa!».
 
115. Poi si rivolse a loro per parlare, e cominciai: «O Francesca, le tue sofferenze mi addolorano e m’impietosiscono fino alle lacrime.
 
118. Ma dimmi: al tempo dei dolci sospiri, al tempo dell’innamoramento, come accadde che l’amore vi fece conoscere i vostri desideri quando ancora erano inespressi?».
 
121. E quella a me: «Non c’è alcun dolore più grande che ricordarsi del tempo felice nella infelicità, come sa bene il tuo maestro.
 
124. Ma, se vuoi proprio conoscere il primo inizio del nostro amore, parlerò anche se magari mentre parlo mi commuovo.
 
127. Noi leggevamo un giorno per diletto le vicende di Lancillotto e Ginevra, amanti alla corte di re Artù. Stavamo leggendo il passo in cui Ginevra si innamora di Lancillotto: noi eravamo soli e non avevamo alcun sospetto, alcun timore. 
 
130. Per più volte quella lettura ci spinse a guardarci negli occhi e ci fece impallidire; ma fu soltanto un punto quello in cui l’amore ci vinse.
 
133. Quando leggemmo che la bocca sorridente di lei fu baciata dal suo amante, questi, Paolo, che non sarà mai da me diviso,
 
136. mi baciò la bocca tutto tremante. La colpa fu del libro e di chi la aveva scritto. Quel giorno non proseguimmo più la lettura».
 
139. Mentre uno spirito parlava, l’altro piangeva. E per la grande commozione e il turbamento io svenni, caddi, come se morissi.
 
142. E caddi come un corpo morto cade.

Sesto canto

Nel sesto canto Dante incontra coloro che si son macchiati del peccato della gola. Qui incontra Ciacco, un fiorentino famoso per la sua ingordigia. Sarà proprio Ciacco a preannunciare a Dante la sconfitta dei Bianchi per mano dei Neri. Dante fa pronunciare delle profezie ai suoi personaggi, profezie che hanno il potere della verità. Infatti Dante ambienta la sua Commedia nel 1300 ma lui scrive dopo il 1306. Può quindi trasformare in profezie i accaduti in quegli anni.

In questo canto si trova la prima invettiva contro Firenze e contro i vizi dei suoi cittadini.

1.                 Al tornar de la mente, che si chiuse
2.                 dinanzi a la pietà d’i due cognati
3.                 che di trestizia tutto mi confuse,
 
4.                 novi tormenti e novi tormentati
5.                 mi veggio intorno, come ch’io mi mova
6.                 e ch’io mi volga, e come che io guati.
 
7.                 Io sono al terzo cerchio, de la piova
8.                 etterna, maladetta, fredda e greve;
9.                 regola e qualità mai non l’è nova.
 
10.              Grandine grossa, acqua tinta e neve
11.              per l’aere tenebroso si riversa;
12.              pute la terra che questo riceve.
 
13.              Cerbero, fiera crudele e diversa,
14.              con tre gole caninamente latra
15.              sovra la gente che quivi è sommersa.
 
16.              Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
17.              e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
18.              graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
 
19.              Urlar li fa la pioggia come cani;
20.              de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
21.              volgonsi spesso i miseri profani.
 
22.              Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
23.              le bocche aperse e mostrocci le sanne;
24.              non avea membro che tenesse fermo.
 
25.              E ’l duca mio distese le sue spanne,
26.              prese la terra, e con piene le pugna
27.              la gittò dentro a le bramose canne.
 
28.              Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
29.              e si racqueta poi che ’l pasto morde,
30.              ché solo a divorarlo intende e pugna,
 
31.              cotai si fecer quelle facce lorde
32.              de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
33.              l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
 
34.              Noi passavam su per l’ombre che adona
35.              la greve pioggia, e ponavam le piante
36.              sovra lor vanità che par persona.
 
37.              Elle giacean per terra tutte quante,
38.              fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
39.              ch’ella ci vide passarsi davante.
 
40.              “O tu che se’ per questo ’nferno tratto”,
41.              mi disse, “riconoscimi, se sai:
42.              tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.
 
43.              E io a lui: “L’angoscia che tu hai
44.              forse ti tira fuor de la mia mente,
45.              sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
 
46.              Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
47.              loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
48.              che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente”.
 
49.              Ed elli a me: “La tua città, ch’è piena
50.              d’invidia sì che già trabocca il sacco,
51.              seco mi tenne in la vita serena.
.
52.              Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
53.              per la dannosa colpa de la gola,
54.              come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
 
55.              E io anima trista non son sola,
56.              ché tutte queste a simil pena stanno
57.              per simil colpa”. E più non fé parola.
 
 
58.              Io li rispuosi: “Ciacco, il tuo affanno
59.              mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
60.              ma dimmi, se tu sai, a che verranno
 
61.              li cittadin de la città partita;
62.              s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
63.              per che l’ha tanta discordia assalita “.
 
64.              E quelli a me: “Dopo lunga tencione
65.              verranno al sangue, e la parte selvaggia
66.              caccerà l’altra con molta offensione.
 
67.              Poi appresso convien che questa caggia
68.              infra tre soli, e che l’altra sormonti
69.              con la forza di tal che testé piaggia.
 
70.              Alte terrà lungo tempo le fronti,
71.              tenendo l’altra sotto gravi pesi,
72.              come che di ciò pianga o che n’aonti.
 
73.              Giusti son due, e non vi sono intesi;
74.              superbia, invidia e avarizia sono
75.              le tre faville c’ hanno i cuori accesi”.
 
76.              Qui puose fine al lagrimabil suono.
77.              E io a lui: “Ancor vo’ che mi ’nsegni
78.              e che di più parlar mi facci dono.
 
79.              Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
80.              Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
81.              e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
 
82.              dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
83.              ché gran disio mi stringe di savere
84.              se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca”.
 
85.              E quelli: “Ei son tra l’anime più nere;
86.              diverse colpe giù li grava al fondo:
87.              se tanto scendi, là i potrai vedere.
 
88.              Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
89.              priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
90.              più non ti dico e più non ti rispondo”.
 
91.              Li diritti occhi torse allora in biechi;
92.              guardommi un poco e poi chinò la testa:
93.              cadde con essa a par de li altri ciechi.
 
94.              E ’l duca disse a me: “Più non si desta
95.              di qua dal suon de l’angelica tromba,
96.              quando verrà la nimica podesta:
 
97.              ciascun rivederà la trista tomba,
98.              ripiglierà sua carne e sua figura,
99.              udirà quel ch’in etterno rimbomba”.
 
100.           Sì trapassammo per sozza mistura
101.           de l’ombre e de la pioggia a passi lenti,
102.           toccando un poco la vita futura;
 
103.           per ch’io dissi: “Maestro, esti tormenti
104.           crescerann’ei dopo la gran sentenza,
105.           o fier minori, o saran sì cocenti?”.
 
106.           Ed elli a me: “Ritorna a tua scïenza,
107.           che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
108.           più senta il bene, e così la doglienza.
 
109.           Tutto che questa gente maladetta
110.           in vera perfezion già mai non vada,
111.           di là più che di qua essere aspetta”.
 
112.           Noi aggirammo a tondo quella strada,
113.           parlando più assai ch’i’ non ridico;
114.           venimmo al punto dove si digrada:
 
115.           quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
PARAFRASI
Quando ripresi coscienza, dopo esser svenuto per la compassione e il dolore che avevo provato per la sorte di Paolo e Francesca
  
vidi introno a me nuove pene e nuovi dannati, ovunque io mi giri, da qualunque parte io guardi.
 
Io e Virgilio siamo scesi nel terzo cerchio, quello dell’eterna pioggia, maledetta, gelida e pesante; che non cambia mai né di intensità né di natura .
 
Una grandine spessa, acqua nera e neve, si riversano  nell’aria oscura e il terreno, che accoglie queste precipitazioni, puzza.
 
Qui incontriamo il terribile demonio Cerbero, una belva spietata ed orribile, che ha tre teste con cui abbaia come un cane sulle anime che sono sprofondate qui.
 
Cerbero ha gli occhi rossi, la barba unta e nera, e la pancia enorme, ha unghie sulle dita e con queste unghie colpisce gli spiriti, li spella e li fa a pezzi.
 
La pioggia li fa ululare come [se fossero] dei cani; con un lato del loro corpo riparano l’altro; si girano e si rigirano in questa fanghiglia disgustosa questi miserabili peccatori.
 
Quando Cerbero ci vide, quel grande verme, egli aprì le bocche e ci mostrò le zanne; era impressionante perché non teneva ferma nessuna parte del corpo, tutto era in movimento.
 
Virgilio allora allungò le sue mani, raccolse la terra, e con i pugni pieni, ve la gettò dentro le gole affamate.
 
Come quel cane che abbaiando chiede cibo, e che si calma dopo che azzanna il pasto, poiché aspettava solo questo e quindi si dedica solo ad esso,
 
così si calmarono quei tre musi sozzi, sporchi, i tre musi di Cerbero, il mostro infernale Cerbero, che latra così forte che le anime lì raccolte vorrebbero essere sorde.
 
Noi procedevamo camminando su quegli spiriti sfiniti, prostrati dalla pesante pioggia infernale e calpestavamo le loro immagini inconsistenti. Sono anime e per questo evanescenti.
 
Le anime giacevano tutte in terra, ad eccezione di una che si si tirò su, si mise a sedere appena ci vide passarle davanti.
 
Disse «O tu che sei condotto per questo inferno, riconoscimi, se ci riesci; tu sei nato prima che io morissi. ».
 
Dante guarda quest’ombra ma non la riconosce. Dice quindi: «la sofferenza che provi rende forse il tuo viso diverso da come io me lo ricordo, tanto che mi sembra di non conoscerti, di non averti mai visto.
 
Ma dimmi chi sei, che sei stato messo in un luogo così doloroso, in cui sconti una pena, così spiacevole».
 
Ed egli mi disse: «La tua città, Firenze, che trabocca di invidia” Dante non perde occasione di inveire contro la sua Firenze dalla quale era stato mandato in esilio e condannato a morte “mi ebbe con sé durante la vita terrena.” Cioè io sono fiorentino come te.
Voi di Firenze mi chiamaste Ciacco. Ciacco è un soprannome, che ha due significati: il diminutivo di Giacomo o Jacopo e l’appellativo porco, maiale. Ciacco probabilmente era un uomo particolarmente ingordo tanto che era diventato famoso nella Firenze del XIII secolo. Anche Boccaccio lo cita nelle sue novelle.
Ciacco dichiara di essere finito in questo cerchio a causa della sua eccessiva gola, ingordigia.
Ed io, anima dannata, non sono sola, perché tutte queste stanno in questa stessa pena per la stessa colpa». Poi non disse più nulla.
 
Io gli risposi: «Ciacco, la tua angoscia mi addolora, mi commuove; ma raccontami, se lo sai, il futuro dei cittadini di Firenze;
  
dimmi se c’è rimasto qualche uomo giusto; e spiegami la ragione
per cui tanto odio l’ha colpita».
  
E quello mi disse: «Dopo una lunga battaglia arriveranno al sangue, e la fazione dei Bianchi butterà fuori quella dei Neri, e li umilierà pesantemente.
 
Ma dopo anche questa è destinata a cadere nell’arco di tre anni. Così l’altra parte, quella dei neri avrà la meglio, grazie al sostegno del papa Bonifacio VIII, il papa responsabile dell’esilio di Dante.
 
A lungo la fazione dei neri manterrà il potere sulla città, e assoggetterà l’altra fazione con gravi violenze, senza considerare i lamenti di questa.
 
A Firenze – continua a parlare Ciacco – ci sono solo due cittadini giusti, ma non sono ascoltati! Tre sono le fiamme che ardono nel petto dei fiorentini e sono l’ambizione, la rivalità e la cupidigia, la bramosia.
A questo punto Ciacco smise di parlare. E Dante allora gli chiese: «Vorrei che tu ancora mi parlassi, oltre a ciò che mi hai già detto. Farinata e il Tegghiaio, che furono uomini così degni [di rispetto], Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca e gli altri che si impegnarono a far bene per la vita civile], raccontami dove sono e dimmi qual è la loro sorte; perché ho un gran desiderio di sapere se il Cielo li addolcisce o se l’Inferno li sfinisce». Dante qui chiede informazioni su personaggi che erano stati famosi nella Firenze comunale. Si tratta di personaggi che Dante ha conosciuto e delle cui sorti è curioso.
  
Ciacco rispose: «Essi sono tra anime più colpevoli; per questo sono spinti giù in fondo da altre colpe: se scenderai ancora, lì potrai incontrarli.
 
Ma quando poi sarai di nuovo nel mondo dei vivi, ti prego di ricordarmi agli uomini: ora non ti dirò e non ti spiegherò più nulla».
  
A quel punto torse i suoi occhi, prima li teneva dritti, poi li torse da sotto in su, mi guardò per un attimo, infine rovesciò il capo e cadde all’ingiù con gli altri dannati.
 
Virgilio mi disse: «Non rinverrà più fino al suono della tromba angelica, quando arriverà il potere divino che è loro nemico …
  
ognuno rivedrà la sua triste tomba, riprenderà su di sé la sua carne e le sue sembianze, e ascolterà la sua condanna per l’eternità. Qui Virgilio dice che il giorno del giudizio universale verrà proclamata la loro condanna eterna.

Così oltrepassammo quel miscuglio disgustoso e sporco di dannati e di fango, avanzando lentamente, parlando un po’ della vita nell’aldilà;
 
Dante chiede a l maestro: «Virgilio, questi loro tormenti aumenteranno in seguito al Giudizio Universale, o diminuiranno, o resteranno così come li abbiamo visti?».
 
E Virgilio maestro invita Dante a pensare dicendo ricordati di quello che dice Aristotele, ricordati il suo insegnamento. Secondo il pensiero aristotelico quanto più una cosa è perfetta, tanto più si percepisce sia il bene che la sofferenza.
 
Sebbene questi dannati non procedano verso la perfezione, essi non vorrebbero tuttavia restare in questa condizione imperfetta».
 
Noi percorremmo in tondo quel tragitto, parlando molto più di quanto io riferisca; e arrivammo nel luogo in cui si scende:
 
qui incontrammo Pluto, il grande nemico

Settimo canto

Nel settimo canto Dante incontra coloro che non hanno saputo gestire con equilibrio i beni materiali: gli avari e li scialacquatori. Sono divisi in due schiere e continuano a spingere dei massi.

Quindi Virgilio spiega a Dante perché sulla terra le sorti degli uomini sono regolate dalla dea bendata, la Fortuna. Poi i due arrivano alla palude dello Stige dove sono immersi gli iracondi.

Testo «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,         3

disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia».       6  

Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
e disse: «Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.       9  

Non è sanza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo».      12  

Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.            15

Così scendemmo ne la quarta lacca
pigliando più de la dolente ripa
che ’l mal de l’universo tutto insacca.        18  

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant’io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?            21  

Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi.        24    

Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa,
e d’una parte e d’altra, con grand’urli,
voltando pesi per forza di poppa.              27

Percoteansi ’ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
ridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?». 30          

Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;     33  

poi si volgea ciascun, quand’era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
E io, ch’avea lo cor quasi compunto,       36  

dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra».         39    

Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.             42  

Assai la voce lor chiaro l’abbaia
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.                45  

Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio».         48  

E io: «Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali».           51  

Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi
ad ogne conoscenza or li fa bruni.              54  

In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.    57

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.             60  

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d’i ben che son commessi a la fortuna,
per che l’umana gente si rabbuffa;             63  

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
e che già fu, di quest’anime stanche
non poterebbe farne posare una».         66  

«Maestro mio», diss’io, «or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».     69

E quelli a me: «Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.        72

Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì ch’ogne parte ad ogne parte splende,  75  

distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce          78  

che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;        81  

per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.       84  

Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.          87

Le sue permutazion non hanno triegue;
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.         90  

Quest’è colei ch’è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;         93  

ma ella s’è beata e ciò non ode:
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.        96  

Or discendiamo omai a maggior pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand’io mi mossi, e ’l troppo star si vieta». 99  

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.             102  

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.            105  

In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè de le maligne piagge grige.     108  

E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.          111  

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.      114  

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi       117

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.     120  

Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidioso fummo:         123  

or ci attristiam ne la belletta negra”.
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».    126  

Così girammo de la lorda pozza
grand’arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.   129

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.  

Ottavo canto

Dante attraversa la palude dello Stige, in questa palude scontano la loro pena gli iracondi. Qui incontra Filippo Argenti, fiorentino arrogante e prepotente, con cui lui stesso si era scontrato più volte.

Ma qui finalmente il poeta avrà la sua rivincita.

Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima3

per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.6

E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
dissi: “Questo che dice? e che risponde
quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?”.9

Ed elli a me: “Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s’aspetta,
se ’l fummo del pantan nol ti nasconde”.12

Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l’aere snella,
com’io vidi una nave piccioletta15

venir per l’acqua verso noi in quella,
sotto ’l governo d’un sol galeoto,
che gridava: “Or se’ giunta, anima fella!”.18

“Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto”,
disse lo mio segnore, “a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto”.21

Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.24

Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’io fui dentro parve carca.27

Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui.30

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”.33

E io a lui: “S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?”.
Rispuose: “Vedi che son un che piango”.36

E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto”.39

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via costà con li altri cani!”.42

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ’l volto e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse!45

Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.48

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!”.51

E io: “Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago”.54

Ed elli a me: “Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda”.57

Dopo ciò poco vid’io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.60

Tutti gridavano: “A Filippo Argenti!”;
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti.63

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro.66

Lo buon maestro disse: “Omai, figliuolo,
s’appressa la città c’ ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo”.69

E io: “Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite72

fossero”. Ed ei mi disse: “Il foco etterno
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno”.75

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.78

Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
“Usciteci”, gridò: “qui è l’intrata”.81

Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: “Chi è costui che sanza morte84

va per lo regno de la morta gente?”.
E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.87

Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: “Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno.90

Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada”.93

Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai.96

“O caro duca mio, che più di sette
volte m’ hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette,99

non mi lasciar”, diss’io, “così disfatto;
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto”.102

E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: “Non temer; ché ’l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.105

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso”.108

Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.111

Udir non potti quello ch’a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.114

Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari.117

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
“Chi m’ ha negate le dolenti case!”.120

E a me disse: “Tu, perch’io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri.123

Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.126

Sovr’essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta,129

tal che per lui ne fia la terra aperta”.

Capareza ha scritto una canzone ispirata all’iracondo Filippo Argenti.

Nono canto

Nel nono canto Dante e Virgilio devono attendere l’arrivo di un messo divino che apra loro la porta della città di Dite. Virgilio racconta di esser già stato nell’inferno richiamato da Eritone.
Quando finalmente possono entrare entrano nella campagna in cui sono sepolti gli eretici. Le loro tombe sono tutte aperte e tra una tomba e l’altra ardono dei fuochi. L’aria è scura ma Dante sente i lamenti delle anime di qui raccolte.

Quel color che viltà di fuor mi pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo ristrinse.3  

Attento si fermò com’uom ch’ascolta;
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.6  

“Pur a noi converrà vincer la punga”,
cominciò el, “se non … Tal ne s’offerse.
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!”.9  

I’ vidi ben sì com’ei ricoperse
lo cominciar con l’altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;12  

ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch’io traeva la parola tronca forse
a peggior sentenzia che non tenne.15  

“In questo fondo de la trista conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?”.18  

Questa question fec’io; e quei “Di rado
incontra”, mi rispuose, “che di noi faccia
il cammino alcun per qual io vado.21  

Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l’ombre a’ corpi sui.24  

Di poco era di me la carne nuda,
ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.27  

Quell’è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.30  

Questa palude che ’l gran puzzo spira
cigne dintorno la città dolente,
u’ non potemo intrare omai sanz’ira”.33  

E altro disse, ma non l’ ho a mente;
però che l’occhio m’avea tutto tratto
ver’ l’alta torre a la cima rovente,36  

dove in un punto furon dritte ratto
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,39  

e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.42  

E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l’etterno pianto,
“Guarda”, mi disse, “le feroci Erine.45  

Quest’è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo”; e tacque a tanto.48  

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.51  

“Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto”,
dicevan tutte riguardando in giuso;
“mal non vengiammo in Tesëo l’assalto”.54
 
“Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso”.57  

Così disse ’l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.60  

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ‘l velame de li versi strani.63  

E già venìa su per le torbide onde
un fracasso d’un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,66  

non altrimenti fatto che d’un vento
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz’alcun rattento69  

li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.72  

Li occhi mi sciolse e disse: “Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo”.75  

Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,78  

vid’io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passoù
passava Stige con le piante asciutte.81  

Dal volto rimovea quell’aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’angoscia parea lasso.84  

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.87  

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.90  

“O cacciati del ciel, gente dispetta”,
cominciò elli in su l’orribil soglia,
“ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?93  

Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ ha cresciuta doglia?96  

Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”.99  

Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d’omo cui altra cura stringa e morda102
 
che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante.105  

Dentro li ’ntrammo sanz’alcuna guerra;
e io, ch’avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,108  

com’io fui dentro, l’occhio intorno invio:
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di tormento rio.111  

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com’a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna,114  

fanno i sepulcri tutt’il loco varo,
così facevan quivi d’ogne parte,
salvo che ’l modo v’era più amaro;117  

ché tra li avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede verun’arte.120  

Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi.123  

E io: “Maestro, quai son quelle genti che,
seppellite dentro da quell’arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?”.126  

E quelli a me: “Qui son li eresïarche
con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
più che non credi son le tombe carche.129  

Simile qui con simile è sepolto,
e i monimenti son più e men caldi”.
E poi ch’a la man destra si fu vòlto,132  

passammo tra i martìri e li alti spaldi.

Decimo canto

Nel decimo canto Dante racconta cosa trova nel sesto cerchio dell’inferno
dove sono puniti gli eretici

Dante incontra qui Farinata degli Uberti, ghibellino fiorentino che aveva salvato Firenze dalla distruzione.

 Qui Dante incontra anche il padre del suo amico Guido Cavalcanti

Ora sen va per un secreto calle,
tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.3

“O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi”, cominciai, “com’a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.6

La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face”.9

E quelli a me: “Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.12

Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.15

Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci”.18

E io: “Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’ hai non pur mo a ciò disposto”.21

“O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.24

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto”.27

Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.30

Ed el mi disse: “Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai”.33

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto.36
E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: “Le parole tue sien conte”.39

Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: “Chi fuor li maggior tui?”.42

Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
ond’ei levò le ciglia un poco in suso;45

poi disse: “Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi”.48
“S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte”,
rispuos’io lui, “l’una e l’altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell’arte”.51

Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.54

Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,57

piangendo disse: “Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?”.60
E io a lui: “Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.63

Le sue parole e ’l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.66

Di sùbito drizzato gridò: “Come?
dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?”.69

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.72
Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;75

e sé continüando al primo detto,
“S’elli han quell’arte”, disse, “male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.78

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.81

E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?”.84
Ond’io a lui: “Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio”.87

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
“A ciò non fu’ io sol”, disse, “né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.90

Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto”.93

“Deh, se riposi mai vostra semenza”,
prega’ io lui, “solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza.96
El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo”.99

“Noi veggiam, come quei c’ ha mala luce,
le cose”, disse, “che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.102

Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.105

Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta”.108

Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: “Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;111

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto”.114

E già ’l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava.117

Dissemi: “Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ’l secondo Federico
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio”.120
Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.123

Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: “Perché se’ tu sì smarrito?”.
E io li sodisfeci al suo dimando.126

“La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te”, mi comandò quel saggio;
“e ora attendi qui”, e drizzò ’l dito:129

“quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio”.132

Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,135

che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

Fonti

  • https://library.weschool.com/lezione/dante-alighieri-commedia-inferno
  • https://parafrasidivinacommedia.jimdofree.com/inferno/
  • https://www.orlandofurioso.com/divina-commedia/inferno/parafrasi-dellinferno
  • http://www.parafrasando.it/dante/inferno
  • https://it.wikisource.org/wiki/Divina_Commedia/Inferno
Categorie
Basso Medioevo Decameron Letteratura italiana Medioevo Trecento

Giornata II

Novella 4 Landolfo Rufolo

In questa novella si narra la vicenda di Landolfo Rufolo, mercante caduto in povertà, che prima diventa corsaro, poi viene catturato dai genovesi, quindi naufraga ancora ma si salva miracolosamente appoggiandosi ad una cassa. Ma le sorprese non sono finite …

La storia è ambientata nel litorale che va da Reggio Calabria a Gaeta.
Lungo di esso, nei pressi di Salerno, vi è la costiera amalfitana, che si affaccia sul mare, piena di piccole città, di giardini, di fontane e di uomini ricchi che vivevano di commerci.
Tra queste cittadine, ve ne era una, chiamata Ravello, dove abitava un uomo di nome Landolfo Rufolo che era ricchissimo.
Ma egli voleva raddoppiare la sua ricchezza e, per fare questo, corse il rischio di perdere la vita, insieme con le ricchezze.
Come era usanza dei mercanti, Landolfo fece i suoi conti, comprò una grandissima nave, la caricò di molte mercanzie, tutte comprate con i suoi soldi, la caricò anche di donne e partì per Cipro.
Ma quando fu arrivato lì, trovò molti altri mercanti, che provenivano da tutte le parti del mondo e che, come lui avevano molte merci da commerciare.
Landolfo Rufolo dovette quindi svendere le sue mercanzie, cedendole quasi per niente e, per questo, andò in rovina.
 Il mercante impoverito pensò quindi di avere solo due possibilità davanti a lui: morire o andare a rubare.
Dopo averci pensato un attimo si decise per la seconda opzione.
Cercò così un compratore a cui vendere la sua grande nave.
Con i soldi ottenuti, comprò una piccola nave da corsaro, agile e snella.
La armò in maniera adeguata e si diede alla vita di corsaro, derubando soprattutto i turchi.
In questa attività fu molto aiutato dalla fortuna, molto più di quanto lo avesse favorito nella sua attività precedente.
Dopo circa un anno aveva rubato e catturato tante navi ai turchi, che non solo aveva recuperato tutte le ricchezze perdute facendo il mercante, ma le aveva raddoppiate completamente.
Reso prudente dalla prima perdita e, misurando bene le sue sostanze, per evitare un secondo dissesto finanziario, decise che quello che aveva, gli doveva bastare.
Decise quindi di ritornarsene a casa.
Non voleva più investire i suoi denari in altre avventure.
Si imbarcò quindi sulla sua navicella, grazie alla quale aveva recuperato le sue ricchezze e riprese la via di casa.
Landolfo era già arrivato nell’Arcipelago Egeo, nelle isole del mar della Grecia, quando, una sera, si alzò un forte vento di scirocco, che, non solo gli impediva di navigare, ma rendeva così agitato il mare che la sua piccola nave non avrebbe potuto sopportarlo.
Si rifugiò, allora, in una insenatura del mare protetta da un’isoletta, decidendo di aspettare lì, il momento più propizio per riprendere il viaggio.
In questa insenatura, poco distante da lui, arrivarono anche due cocche, due navi da trasporto genovesi, che venivano da Costantinopoli.
Anche queste due imbarcazioni erano arrivate lì a fatica, per ripararsi dal vento, come aveva fatto Landolfo.
I naviganti di queste navi erano ladri molto avidi di denaro.
Vista la piccola nave bloccata nel porticciolo, udendo a chi apparteneva e sapendo, per fama, che il proprietario era ricchissimo, decisero di appropriarsi di essa.
Un gruppo di questi, armati di balestre ed altre armi, circondarono la navicella, in modo che nessuno potesse scendere, se non voleva essere colpito dalle frecce delle balestre.
Un altro gruppo di uomini armati, trasportato dalle scialuppe e aiutato dal mare, si accostò alla barchetta.
I ladri in breve tempo si appropriarono della piccola imbarcazione di Landolfo Rufolo e imprigionarono tutta la ciurma, senza colpo ferire.
Fecero salire Landolfo, vestito solo con il gilè, su una delle loro cocche, sfondarono la navicella e la affondarono.
Il giorno dopo, mutatosi il vento, le cocche fecero vela verso ponente e viaggiarono per tutta la giornata favorevolmente.
Sul far della sera però il vento cambiò, diventò fortissimo e gonfiando oltremodo il mare, divise le due navi.
La nave su cui si trovava il misero Landolfo fu sbattuta con grande violenza in una secca sull’isola di Cefalonia e, come un vetro che sbatteva contro un muro, si aprì tutta e si sgretolò.
Gli sventurati che si trovavano sulla cocca, come accade in questi casi, essendo già il mare pieno di mercanzie, di casse e di tavole, in una notte nerissima, con un mare agitatissimo, nuotando al meglio che potevano iniziarono ad aggrapparsi alle cose che, per loro fortuna, si trovavano davanti a loro.
Tra questi anche il povero Landolfo, che in altri momenti aveva più volte invocato la morte preferendo morire piuttosto che ritornare povero e malandato a casa, quando si vide la morte vicina, ne ebbe paura.
Così anche lui, come tutti gli altri, si aggrappò ad una tavola, ringraziando Dio che gliel’aveva mandata, per impedire che affogasse.
A cavallo di quella, come meglio poteva, spinto di qua e di là, si mantenne fino all’alba.
Guardandosi intorno, non vedeva altro che nuvole e mare ed una cassa che, con sua grande paura, gli si avvicinò, sospinta dalle onde.
Temendo che la cassa, avvicinandosi, lo potesse colpire, nonostante avesse poca forza, con la mano la allontanava.
Ma, sospinta da un improvviso colpo di vento, la tavola urtò la cassa, gettando il giovane in mare.
Landolfo allora finì sott’acqua e quando riemerse, non trovò più la sua tavola. Allora si appoggiò col petto al coperchio della cassa che gli era abbastanza vicina e cercava di tenerla dritta come meglio poteva.
In questo modo, senza mangiare ma bevendo acqua di mare molto più di quanto avrebbe voluto, senza sapere dove fosse e vedendo nient’altro che mare attorno a sè, trascorse tutto quel giorno e la notte seguente.
Il giorno dopo, come piacque a Dio e al vento, si sentiva quasi una spugna, attaccato com’era, con forza, ai bordi della cassa.
La fortuna volle che egli arrivasse alla spiaggia dell’isola di Corfù.
Qui c’era una povera donna che lavava i piatti con l’acqua salata e la sabbia.
Appena la donna vide qualcosa che si avvicinava, cominciò a gridare spaventata.
Ma lo sventurato non poteva parlare e vedeva poco, per cui non disse niente; man mano che si avvicinava, la donna riconobbe la cassa e, vedendo le braccia e la faccia dell’uomo, capì quello che era successo.
La donna ebbe compassione del naufrago e, entrata un po’ nel mare, che intanto, si era calmato, lo afferrò per i capelli e lo tirò a terra con tutta la cassa.
Diede quindi la cassa alla figlioletta che era con lei e lo portò al villaggio.
Lo portò a casa sua, gli fece un bel bagno caldo, come si fa ad un bambino, e, tanto lo massaggiò e lo lavò, che, ben presto, il naufrago ritrovò il calore e le forze perdute.
La donna lo trattò con grande cura, rifocillandolo con buon vino e dolciumi, e lo tenne in casa per alcuni giorni, fino a quando, recuperate le forze, Landolfo ricordò chi era e chiese dove si trovava.
La brava donna gli consegnò allora la cassa che ella aveva salvata dalle onde, insieme con lui, e gli disse che ormai poteva andare per la sua strada.
Il giovane, che non se ne ricordava per niente, prese la cassa, pensando che potesse valere qualcosa, ma visto che pesava poco, non ebbe molte speranze.
Attese di aprirla quando la donna non fosse stata in casa.
Quando la aprì trovò in essa un vero tesoro: vi erano molte pietre preziose, alcune montate su gioielli, altre sciolte: lui era un esperto di preziosi e comprese subito il valore di quelle pietre. 
In quel momento Landolfo provò un grande conforto e lodò molto Dio che non lo aveva voluto abbandonare.
Consapevole che per ben due volte in poco tempo la fortuna gli aveva girato le spalle, decise di agire con molta prudenza.
Pensò a come riuscire a portarsi a casa quei tesori.
Avvolte le pietre in alcuni stracci, come meglio poté, disse alla buona donna che non aveva più bisogno della cassa e che gliela donava in cambio di un sacco, se era possibile.
La donna lo accontentò volentieri.
Egli la ringraziò caldamente e messosi il sacco in spalla, partì.
Salito su una nave, arrivò a Brindisi e, di porto in porto, giunse fino a Trani, dove incontrò alcuni suoi concittadini, che commerciavano in stoffe, ai quali raccontò le sue vicissitudini, ma, prudentemente, non accennò alla cassa.
Costoro lo rivestirono, gli prestarono un cavallo e lo rimandarono a Ravello, dove diceva di voler tornare.
Giunto finalmente nel suo paese, si sentì al sicuro e ringraziò Iddio.
Quindi aprì il sacchetto e guardò, con più attenzione, le pietre che vi erano contenute.
Si rese conto che erano straordinariamente belle e preziose, sopra ogni sua aspettativa.
Calcolò che, vendendole anche a un prezzo inferiore al loro valore, sarebbe diventato ricco il doppio di quando era partito.
Vendute le pietre, mandò a Corfù una buona quantità di denaro alla donna che lo aveva salvato dalle acque del mare e lo stesso fece per coloro che a Trani lo avevano aiutato.
Si tenne il resto e, senza voler più fare il mercante, visse onorevolmente fino alla fine.

Novella 5 – Andreuccio da Perugia

Narra Fiammetta.

Andreuccio da Perugia, inesperto commerciante, andò a Napoli a comprar cavalli. Lì incappò in tre gravi incidenti, riuscì a scampare a tutti e tre e a tornare a casa con un preziosissimo rubino.

Viveva a Perugia un giovane chiamato Andreuccio di Pietro che commerciava in cavalli.
Un giorno venne a sapere che a Napoli si vendevano degli ottimi cavalli. Decise così di partire da Perugia con altri mercanti e portò con sé 500 fiorini d’oro nella borsa.
Era la prima volta che usciva dalla sua città.
Giunse a Napoli una domenica sera, dopo il vespro. Venne a sapere dall’albergatore che l’indomani, a piazza Mercato, ci sarebbe stata la vendita dei cavalli.
Al mercato vide esemplari molto belli, che gli piacquero e iniziò le trattative. Per mostrare che era in grado di pagare, Andreuccio, da persona poco esperta, più volte, mostrò a destra e a manca, ad altri mercanti la borsa piena di fiorini che aveva con sé.
Mentre discuteva con un mercante, passò di lì una bellissima giovane siciliana.
Si trattava di una donna molto scaltra che per poco denaro era disposta a compiacere a qualsiasi uomo.
Lei, senza essere vista, adocchiò la borsa e pensò:
“Chi starebbe meglio di me se quei denari fossero miei?”
Era con lei una vecchia anch’essa siciliana, la quale, non appena vide Andreuccio, lasciò andare la giovane donna, corse incontro ad Andreuccio e lo abbracciò affettuosamente.
La giovane notò tutto ma rimase in silenzio.
Andreuccio fece una gran festa a questa donna e la invitò al suo albergo; quindi se ne tornò a mercanteggiare; ma quella mattina non comperò nulla. 
La ragazza che aveva seguito tutta la scena, pensando ad un piano per impadronirsi del denaro, si avvicinò alla vecchia e, cautamente, cominciò a prendere informazioni sul giovane, chi fosse, da dove venisse, che cosa facesse a Napoli e come lo avesse conosciuto.
La vecchia raccontò molte cose di Andreuccio; spiegò che era stata a lungo in Sicilia col padre di lui e che poi aveva vissuto a Perugia.
Le raccontò anche da dove venisse il giovane e per quale motivo fosse arrivato a Napoli.
La giovane, informata sia delle parentele del giovane che dei nomi dei parenti suoi, fece un piano per realizzare il suo malizioso progetto. 
Innanzitutto tornò a casa e diede tanto da fare alla vecchia, la occupò per l’intera giornata, affinché non riuscisse ad andare a trovare il mercante.
Chiamò poi una servetta molto sveglia, che lei aveva educato, e la mandò all’albergo dove Andreuccio risiedeva.
Quando lui rientrò in albergo trovò sulla porta la servetta che chiedeva di conferire con Andreuccio da Perugia.
Il giovane rispose di essere egli stesso Andreuccio.
La ragazza disse allora che una gentildonna di Perugia avrebbe volentieri parlato con lui.
Il giovane, lusingato dall’invito, si guardò allo specchio.
Ritendo di essere un bel ragazzo, pensò che la donna si fosse innamorata di lui, come se a Napoli non ci fossero bei ragazzi.
Andreuccio chiese quando sarebbe dovuto andare da lei.
Quando più vi piaccia, messere – rispose la fanciulla – ella vi attende a casa sua.”
Il giovane, senza dir nulla in albergo disse alla ragazza:
Vai, che ti seguo!”
La servetta condusse il giovane alla casa della donna, la quale abitava in una contrada chiamata “Malpertugio”, e quanto questa sia una contrada malfamata, lo indica già il nome. 
Ma il giovane, non sospettando nulla, lo ritenne un posto tranquillo e entrò nella casa della donna.
Appena arrivati alla casa, la fanciulla gridò:
Ecco Andreuccio”.
La donna era sulla scala ad aspettarlo, era giovane, alta, con un viso bellissimo, con abiti molto eleganti.
Lei gli corse incontro scendendo le scale, con le braccia aperte.
Gli mise le braccia al collo e rimase un po’ senza parlare come se fosse impedita dalla commozione; quindi, piangendo, gli baciò la fronte e, con voce rotta dall’emozione, disse:
Andreuccio mio, tu sei il benvenuto!”
Egli, molto sorpreso per la tenera accoglienza rispose:
Ben trovata a Voi Madonna!”
La donna gli prese la mano e lo condusse prima in sala e poi nella sua camera, piena di fiori, profumata, con un letto di lusso, molti abiti e ricchi arredi.
Per quello che vide il giovane ingenuo credette di trovarsi alla presenza di una gran dama.
Lei, postasi a sedere su una cassa, vicino al letto, tra lacrime e carezze cominciò a parlare.
“Andreuccio caro, io sono sicura che tu sia stupito delle carezze che io ti faccio.
Capisco il tuo stupore perché non mi conosci e probabilmente non hai mai sentito parlare di me.
Ma adesso sentirai una cosa che ti farà forse meravigliare di più: Io sono tua sorella.
Poiché Dio mi ha fatto la grazia di poter vedere uno dei miei fratelli prima di morire, per quanto io desideri di vedervi tutti, io ora potrei morire consolata.
E se tu forse non hai mai udito questo Io te lo dico ora.
Pietro, mio e tuo padre, come penso che tu sappia, ha vissuto a lungo a Palermo.
Per la sua bontà e per la sua gentilezza è stato amato molto da tutti quelli che lo hanno conosciuto.
Ma tra le persone che lo amarono molto ci fu mia madre, una gentildonna vedova che lo amò più di tutti. Pensa che lei non si preoccupò neppure di quello che avrebbe potuto dire suo padre, né dei suoi fratelli, né del suo onore: io nacqui dal loro amore.
Come puoi vedere io sono qui.
Poi Pietro tuo padre fu costretto a partire da Palermo e tornare a Perugia.
Lui mi lasciò che ero ancora una fanciulla assieme a mia madre e, per quel che ne so, lui non si ricordò più né di me, né di lei.
Purtroppo se non fosse stato mio padre, sarei arrabbiata per l’ingratitudine che lui ha mostrato a mia madre, senza pensare all’amore che avrebbe dovuto dare anche a me, che ero sua figlia.
Ma non è il caso di pensare alle cose del passato; è andata così!
Lui mi lasciò fanciulla a Palermo dove crebbi assieme a mia madre.
Lei era una donna molto ricca e mi diede in moglie a un gentiluomo di Agrigento che, per amore di me e di mia madre tornò a stare a Palermo.
Egli era guelfo, cominciò a trattare con il re di Napoli Carlo d’Angiò.
Questo venne alle orecchie di Federico, re di Sicilia e noi fummo costretti a fuggire in fretta dalla Sicilia.
Io ero una bravissima cavallerizza, prendemmo poche delle cose che avevamo e fuggimmo a Napoli.
Qui re Carlo ci accolse e ci donò dei beni, ricchezze e proprietà, dal momento che, a causa della fedeltà nei suoi confronti, avevamo dovuto lasciare i nostri in Sicilia.
E il re continua tuttora a dare ricchezze a mio marito e vostro cognato.
Ecco tu mi vedi qui, come ha voluto Iddio.”
Detto questo lo abbracciò di nuovo e gli baciò la fronte.
 Andreuccio, dopo aver sentito questa storia raccontata da lei in modo molto sicuro e deciso, sapendo che suo padre era stato davvero a Palermo per diverso tempo, consapevole del fatto che i giovani cedono volentieri le passioni durante la giovinezza, e vedendo le tenere lacrime e gli onesti baci di questa donna, credette a tutte le parole di lei.
E quando lei tacque, le rispose:
“Mia signora non stupitevi del mio stupore.
Non stupitevi del fatto che mio padre non mi abbia parlato né di vostra madre, né di voi.
Magari ne ha anche parlato, ma io non ne sapevo nulla.
Io non sapevo niente di voi nè di vostra madre.
E per questo mi rende particolarmente felice scoprire di avere una sorella, anche perché io sono solo e non speravo in una così bella notizia.
Inoltre io non conosco nessun uomo così ricco al quale voi non dovreste essere cara; figuratevi quanto questa notizia possa fare piacere a me, che sono un piccolo mercante.
Ma ditemi una cosa: come avete saputo che io ero arrivato qui?”
La donna rispose prontamente:
Me lo disse questa mattina una donna che è molto spesso con me e che era stata per lungo tempo con nostro padre sia a Palermo che a Perugia.
E se non mi fosse sembrato più opportuno che tu venissi da me in casa mia, piuttosto che io venire da te in una casa che non era la tua, sarei venuta subito da te”.
Dopo aver detto queste parole, lei cominciò a chiedere informazioni di tutti i suoi parenti, chiamandoli per nome.
Andreuccio rispose a tutte le domande sempre più convinto che la donna avesse detto la verità.
I due rimasero a chiacchiere per molto tempo, e poi lei fece portare qualcosa da mangiare e da bere.
Dal momento che si era fatto tardi Andreuccio fece per andarsene dicendo che era ora di cena, ma lei lo trattenne, lo abbracciò e disse:
Ah povera me, è evidente che io ti sono poco cara.
Adesso che hai scoperto di avere una sorella che non avevi mai conosciuto, te ne vuoi andare a cenare in albergo?
Io vorrei che tu cenassi con me, e anche se mio marito questa sera non c’è, il che mi dispiace molto, ti garantisco che comunque io ti saprò fare onore”.
A queste parole Andreuccio rispose:
“Voi mi siete molto cara come sorella, ma se io non vado in albergo sarò aspettato tutta la sera e questa mi sembra una villania”.
A quel punto lei rispose:
“Figurati se io non ho in casa un giovane da mandare al tuo albergo a dire che ti fermi qui da me.
Tu faresti davvero una gran bella cosa se volessi invitare a cena a casa mia anche i tuoi compagni di viaggio.
Poi potreste andare via assieme”.
Il giovane rispose che non gli interessava stare a cena con i suoi compagni e che sarebbe rimasto, come lei voleva.
La donna finse allora di mandare a dire all’albergo che lui si tratteneva fuori.
Poi cenarono assieme e chiacchierarono, furono serviti di vivande molto gustose e la cena durò fino a notte fonda.
Quando si furono alzati da tavola e Andreuccio fece per partire, lei disse che non era opportuno girare da soli di notte a Napoli, soprattutto per un forestiero.
Aggiunse che aveva mandato a dire tramite il garzone che Andreuccio non sarebbe rientrato in albergo né per cenare né per dormire.
Il giovane credette alle parole della donna e non immaginò, neanche per un attimo, di essere stato ingannato.
Quindi rimase a casa della donna.
Continuarono a chiacchierare ancora e solo a notte fonda lei lasciò Andreuccio a dormire nella sua camera.
Fece rimanere anche un ragazzino a dormire nella stanza: a lui avrebbe potuto chiedere qualsiasi cosa.
Quindi si ritirò nell’altra stanza con la servitù.
Quella notte era molto caldo, per questo Andreuccio si spogliò e pose i vestiti al capo del letto.
Dovendo andare in bagno, chiese al ragazzo dove si trovava il gabinetto.
Il fanciullo gli mostrò una porta in un angolo della stanza.
Andreuccio entrò con passo sicuro.
Il bagno era costituito da due assi, dove sedeva la gente che doveva defecare, assi sospese sopra un buco profondo.
L’asse sopra cui Andreuccio si pose però era stata manomessa, staccata dal suo sostegno.
Quindi nel momento in cui Andreuccio pose il suo peso su questa, essa si capovolse e lui finì giù, dove si raccoglievano i liquami delle feci.
Sicuramente Dio lo benedisse perché nonostante la grande caduta il giovane non si fece assolutamente nulla.
Era però immerso nel sudiciume!
Ritrovandosi dunque laggiù nel fondo di quella latrina, cominciò a chiamare lo scugnizzo, il quale però, dopo averlo sentito cadere aveva chiamato subito la donna.
Lei era corsa nella sua camera, aveva cercato nei suoi panni e aveva trovato i denari che aveva visto nelle mani del giovane quella mattina.
Quindi, non preoccupandosi più di lui, andò a chiudere la porticina della quale lui era uscito prima di cadere.
Dal momento che il fanciullo non gli rispondeva, Andreuccio iniziò a chiamare sempre più forte, ma non successe nulla.
Dopo un po’ cominciò a sospettare, ormai un po’ troppo tardi, di essere stato imbrogliato.
Visto che nessuno lo aiutava, cercò di arrampicarsi sopra il muretto che racchiudeva la latrina e riuscì ad uscire nella strada.
Andò allora alla porta della casa di colei che si era presentata come sua sorella e cominciò a bussare con forza.
E mentre bussava si lamentava piangendo:
Oh povero me, in un tempo piccolissimo ho perduto 500 Fiorini e una sorella!”
Quindi continuava a bussare forte e a gridare.
Fece così tanto rumore che molti vicini si svegliarono e si alzarono. Una donna dall’aspetto addormentato, si affacciò alla finestra.
“Chi picchia laggiù?” disse in tono imperioso.
Il giovane rispose:
“Sono Andreuccio, sono il fratello di Madonna Fiordaliso”.
Lei gli rispose:
Mi sa che tu hai bevuto troppo giovane vai dormi tornerai domani mattina. Io non so chi tu sia e non conosco neanche questa Fiordaliso di cui parli. Vai e lasciaci dormire!”
Come?” disse Andreuccio, “non sai chi sono io?
Certo che lo sai!
Ma se sono fatti così i parenti della Sicilia che dimenticano tutto in un attimo, restituiscimi almeno i panni che ti ho lasciato a casa e io me ne andrò.
La donna rispose ridendo:
“Buon uomo, mi pare che tu stia sognando!”
E, detto questo, tornò dentro e richiuse la finestra.
A quel punto Andreuccio si rese conto di essere stato imbrogliato e il dolore si tramutò in rabbia.
Poi però si disse che avrebbe voluto riavere indietro quello che non riusciva ad ottenere a parole.
Quindi prese una gran pietra e cominciò percuotere la porta con maggior forza di prima.
A quel punto molti altri vicini che si erano già svegliati, credendo che lui volesse insidiare una giovane donna, andarono alla finestra e cominciarono a urlargli addosso, allo stesso modo dei cani di una contrada che abbaiano addosso ad un cane forestiero.
Venire a quest’ora in casa delle buone femmine, dire queste cose, è una vera villania!  Vai con Dio buon uomo e lasciaci dormire! Vai a casa e lasciaci dormire; e se hai qualcosa da fare con lei, torna domani, ma non scocciarci questa notte.”
Sentendo queste parole, un uomo che era nella casa e che era amico della femmina, ma che Andreuccio non aveva né visto né sentito, si affacciò alla finestra e con voce grossa e orribile disse:
“Chi è laggiù?”
Andreuccio, a quella voce, alzò la testa e vide un uomo nerboruto, con gran barba nera e folta in volto, che sembrava essersi appena alzato dal letto, che sbadigliava e si stropicciava gli occhi.
A questi, non senza paura, così rispose:
Io sono il fratello di quella donna là dentro.”
Ma l’uomo non aspettò neppure che Andreuccio finisse la risposta che aggiunse:
Non so che cosa mi trattenga dal venir giù a darti tante bastonate fino a quando io non ti veda muovere, o asino fastidioso e ubriaco che sei; tu che questa notte non lasci dormire nessuno.”
E chiusa la finestra, se ne tornò dentro.
Alcuni dei vicini che conoscevano quest’uomo dissero ad Andreuccio:
Buon uomo, vai via! Fai n modo da non essere ucciso così stanotte, vattene!”
 A quel punto Andreuccio, che si era spaventato dalla voce e dalla vista di costui, spinto anche dalle sollecitazioni dei vicini che gli sembravano mossi da carità, per quanto disperato per i suoi denari, tornò indietro, cercando la strada per tornare all’albergo.
Sentendo un gran puzzo provenire da sé stesso, desideroso di gettarsi in mare per lavarsi, girò a sinistra e andò per la via Catalana.
Ad un tratto si trovò davanti due persone che venivano verso di lui con una lanterna in mano. Temendo che i due venissero della contrada Malpertugio, o che fossero dei malviventi, per evitarli si nascose in un casolare.
Ma costoro, come se fossero stati invitati proprio in quel luogo, entrarono nello stesso casolare.
Uno si tolse di dosso alcuni attrezzi che teneva sulle spalle e guardandosi intorno disse:
Da dove viene questo terribile puzzo?”
Detto questo, alzata la lanterna, vide subito Andreuccio e, stupefatto, gli domandò chi fosse e cosa facesse lì, conciato in quel modo.
A quel punto Andreuccio raccontò tutto quello che gli era accaduto
Immediatamente i due capirono che si trattava di Buttafuoco, lo scarafaggio e dissero:
“Buon uomo, nonostante tu abbia perduto i tuoi denari, devi lodare Dio, che ti ha portato a cadere in quella latrina.
Se così non fosse stato, se ti fossi addormentato, saresti stato ammazzato da quel furfante di Buttafuoco.
Insieme ai denari avresti perso anche la vita. Ma che ti giova ormai piangere?”
Poi, dopo essersi consigliati tra loro gli dissero:
Noi abbiamo compassione di te. Se vuoi potresti unirti a noi per aiutarci a fare una cosa. Da questo potrai ottenere più di quanto tu non abbia perduto.”
Il giovane accettò.
In quel giorno era stato seppellito nel Duomo di Napoli, l’arcivescovo Filippo Minutolo.
Il prelato era stato sepolto con ricchissimi ornamenti e con al dito un preziosissimo anello, che valeva molto più dei suoi 500 fiorini.
Quell’anello con rubino era ciò che i due malandrini volevano rubare.
Rivelarono il loro piano ad Andreuccio e lo convinsero a collaborare.
Poiché il giovane puzzava molto, per lavarlo lo portarono presso un pozzo vicino al Duomo.
Giunti al pozzo, poiché mancava il secchio per tirar su l’acqua, lo legarono alla fune e lo calarono giù, accordandosi che, una volta lavato, desse uno strattone alla fune, per farsi tirare su.
Mentre Andreuccio era in fondo, alcune guardie si avvicinarono al pozzo per bere.
I ladri, vedendo che le guardie si avvicinavano, fuggirono a gambe levate, lasciando il giovane nel fondo.
Intanto Andreuccio, che si era lavato, diede uno strattone alla fune.
Le guardie, che avevano appoggiato a terra le loro armi, pensando che il secchio fosse riempito tirarono su.
Non appena il giovane toccò il bordo del pozzo, i gendarmi spaventati, lasciarono andare la corda e scapparono via.
Andreuccio non capiva cosa gli fosse accaduto e rimase stupito nel non trovare i due compari, ma nel vedere le armi abbandonate a terra.
Si incamminò nuovamente senza sapere dove andare quando incontrò i due compari.
I due raccontarono al giovane mercante il motivo della loro fuga e risero assieme.
A mezzanotte, di soppiatto, andarono al Duomo, entrarono facilmente e si avvicinarono al grande sepolcro di marmo.
Sollevarono il coperchio che era pesantissimo, in modo che vi potesse entrare un uomo, e lo puntellarono.
Bisognava che uno di loro entrasse nell’arca.
Chi entra ora?”  Chiese uno dei due.
«Io no» disse un brigante.
«Neppure io» disse l’altro.
«Neanch’io!» concluse Andreuccio.
Ma i due lo guardarono e dissero.
“Come? Non entrerai? Se tu non entri, com’è vero Dio ti diamo tante bastonate fino a ucciderti!”
E così Andreuccio fu costretto ad entrarvi.
Mentre era dentro pensava:
«Costoro mi ci fanno entrare per ingannarmi e quando io avrò passato a loro ogni cosa, mentre io faticherò ad uscire dall’arca, se n’andranno ed io rimarrò senza niente.»
Per questo Andreuccio decise di pensare prima a sé e, ricordandosi del prezioso anello, lo sfilò dal dito del religioso e lo infilò al suo.
Quindi spogliò il morto completamente e dette ai due tutto il resto, dicendo che non c’era più niente.
I ladroni insistevano perché cercasse l’anello, ma lui continuava a sostenere che non c’era altro; allora tirarono via il puntello e lo chiusero nell’arca.
Povero Andreuccio, chiuso in un sepolcro di pietra! Egli cercò, in tutti i modi, col capo e con le spalle, di alzare il coperchio, senza riuscirvi.
Vinto da un gran dolore, cadde come morto sul corpo del prelato.
Dopo un po’ cominciò a piangere pensando alla morte orribile che lo attendeva.
Mentre si disperava, sentì molte voci di gente che veniva a fare quello che aveva già fatto lui con i suoi compagni.
Anche costoro, una volta aperta e puntellata la tomba, cominciarono a discutere su chi dovesse entrare.
Un prete che faceva parte del gruppo decise di risolvere la questione e disse:
E che paura avete dei morti? Credete che vi mangino? I morti non mangiano gli uomini, entro io!”
 Detto questo il prete pose il petto sopra l’orlo dell’arca e infilò dentro le gambe per potersi calare giù.
Andreuccio, dall’interno del sepolcro, si levò in piedi, prese il prete per una delle gambe e cercò di tirarlo giù.
Il prete sentendosi preso per una gamba strillò e si gettò fuori.
Tutti fuggirono spaventati lasciando l’arca aperta, come se fossero stati inseguiti da centomila diavoli.
Andreuccio, felice più di quanto non immaginasse, si gettò fuori e uscì dalla chiesa.
Al mattino, con quell’anello al dito, arrivò al suo albergo.
Qui trovò i suoi compagni che erano stati in pena per lui.
Dopo aver ascoltato le sue avventure l’oste consigliò a Andreuccio di tornarsene a casa.
Così il giovane mercante tornò a Perugia e raccontò che a Napoli aveva investito il suo denaro in quell’anello invece che nei cavalli.
Categorie
Basso Medioevo Decameron Letteratura italiana Medioevo Prosa Racconto Trecento

Giornata IX – Novella II La badessa e le brache del prete

In Lombardia vi era un famosissimo monastero, nel quale si trovavano alcune monache.

Tra queste ce n’era una di sangue nobile e di meravigliosa bellezza, che si chiamava Isabetta.

La giovane donna un giorno si era affacciata alla grata per vedere un suo parente. L’uomo era accompagnato da un bellissimo giovane e Isabetta s’innamorò di lui.

Anche il giovane rimase colpito dalla bellezza della giovane monaca; tra i due si accese quindi il desiderio, ma per molto tempo i due si consumarono d’amore separatamente.

Un giorno al giovane venne in mente di cercare una via per poter andare, di nascosto, dalla monaca di cui era innamorato.

Interpellata, anche lei fu d’accordo e fu così che il giovane andò a trovare la sua innamorata molte molte volte. I due erano molto felici di aver trovato il modo di vivere il loro amore.

I due continuavano a vedersi, ma una notte il giovane fu visto da una delle monache, senza che né lui né Isabetta se ne accorgessero.

La monaca riferì tutto ad alcune compagne.

Le consorelle decisero che era necessario riferire l’accaduto alla badessa, che si chiamava madonna Usimbalda, donna buona e santa, apprezzata sia dalle monache che da tutti quelli che la conoscevano.

Le monache ritennero opportuno che la badessa sorprendesse la giovane mentre era con l’uomo, in modo da non poter negare l’evidenza.

Per questo aspettarono, si divisero le veglie e le guardie, per coglierla sul fatto.

Isabetta, non sospettava nulla.

In una delle notti seguenti lei si accordò con l’amante e le consorelle, che la stavano spiando, si accorsero quando il giovane entrò nella stanza.

Nera notte fonda quando sembrò loro giunto il momento più adatto.

Per questo si divisero in due gruppi: uno si mise a guardia dell’uscio della cella di Isabetta, l’altro andò, correndo, alla camera della badessa.

Bussarono dicendo:

«Su, madonna, alzatevi subito, perché abbiamo trovato che Isabetta si intrattiene con un giovane uomo nella cella».

Ma in quella notte, anche la badessa era in compagnia di un uomo, un prete che, spesso, faceva andare da lei nascosto in una cassa.

Ella, sentendo le parole delle monache e temendo che esse aprissero la porta, immediatamente si alzò e si vestì al buio, come meglio potè.

Credendo di prendere il velo piegato che le monache portavano sul capo, chiamato il saltero, prese invece le brache del prete.

Aveva così tanta fretta che se le gettò sul capo ed uscì fuori, chiudendo rapidamente l’uscio dietro di sé, dicendo:

«Dov’è questa maledetta da Dio?».

Le monache, tutte infervorate e attente a scoprire in fallo Isabetta non guardarono che cosa avesse in testa la badessa.

Usimbalda giunse all’uscio della cella e, aiutata dalle altre, l’aprì.

I due amanti vennero sorpresi abbracciati e rimasero lì immobili, stupiti, non sapendo cosa fare.

Isabetta fu subito presa dalle altre monache e condotta nella sala comune, per ordine della badessa.

Il giovane rimase lì, si vestì aspettando di vedere come sarebbe andata a finire quella vicenda. Era pronto a colpire quante più monache potesse, per liberare e condurre con sé la sua innamorata.

La badessa si mise a sedere al centro dell’assemblea, alla presenza di tutte le monache.

Tutte avevano gli occhi puntati sulla colpevole.

Suor Usimbalda cominciò ad ingiuriarla con violente accuse: le chiese come ella avesse potuto infangare la santità, l’onestà, la buona fama del monastero con le sue opere sconce e biasimevoli, le disse che il discredito sarebbe caduto sul monastero se si fosse saputa la cosa. E aggiunse anche delle minacce gravissime alle ingiurie.

La giovane, vergognosa e timida, sapendosi colpevole, teneva la testa bassa e stava in silenzio, suscitando la compassione delle altre.

Ma con l’aumentare delle minacce della badessa, la giovane alzò il viso.

Vide così quello che la badessa aveva sul capo e notò i lacci che pendevano ai due lati.

Subito si rese conto comprese di che si trattasse.

La giovane allora, rinfrancata, disse:

«Madonna, che Dio vi aiuti, annodatevi la cuffia e poi ditemi ciò che volete».

La badessa, che non comprendeva della colpevole, rispose:

«Che cuffia, svergognata? con che coraggio osi scherzare? Ti sembra di aver fatto cosa su cui si possa scherzare?».

Isabetta le disse nuovamente:

«Madonna, vi prego, annodatevi la cuffia, e poi ditemi tutto ciò che volete».

A quel punto gli sguardi delle monache si voltarono verso la badessa nel momento in cui lei poneva le mani suol suo copricapo: tutte si accorsero del perché Isabetta dicesse così.

In quel momento anche la badessa, si rese conto del proprio errore.

Consapevole di essere quindi stata scoperta a sua volta, Usimbalda combiò repentinamente il tono del discorso.

Cominciò col dire che non era possibile difendersi dagli stimoli della carne e proseguì dicendo che, come era stato fatto fino a quel momento, era importante che ciascuna di loro si concedesse dei momenti di «svago» non appena ne avesse avuto la possibilità, a patto che tutto ciò fosse fatto con prudenza.

E fu così che Usimbalda se ne tornò a dormire col suo prete e Lisabetta venne liberata e potè tornare dal suo amante, il quale, poi, tornò da lei molte volte, a dispetto di quelle che la invidiavano.

Le altre, che erano ancora senza amante, cercarono di arrangiarsi come meglio potevano.

Categorie
Basso Medioevo Decameron Letteratura italiana Medioevo Prosa Racconto Trecento

Giornata VII – Novella IV Tofano e Ghita

Vi era, in Arezzo un ricco uomo, chiamato Tofano. A costui fu data per moglie una bellissima donna, il cui nome era Ghita.

Egli divenne, senza motivo, follemente geloso di lei.

Questa gelosia del marito la turbava moltissimo. La donna decise quindi di farlo soffrire proprio del male di cui egli aveva paura, senza ragione, decise cioè di ingelosirlo davvero.

Essendosi accorta che un giovane, a suo giudizio, molto per bene, la desiderava, lei cominciò ad intendersi con lui, con discrezione.

Si erano già scambiati molte parole e le cose erano tanto avanti che bisognava soltanto passare dalle parole ai fatti; la donna pensò a come fare.

Sapendo che al marito piaceva bere, astutamente lo sollecitò a farlo molto più spesso.

Ogni volta che le piaceva lo spingeva a bere, fino ad ubriacarlo; quando lo vedeva ben ubriaco, lo metteva a dormire e si incontrava con il suo amante.

Aveva tanta fiducia nell’ebbrezza del marito che, non solo aveva l’ardire di portarsi l’amante in casa, ma, addirittura, alcune volte se ne andava a dormire nella casa di lui, che non era molto lontana.

Le cose andarono avanti così per un certo tempo.

Un giorno però, il marito malvagio si accorse che sua moglie, nello spingere lui a bere, non beveva mai.

Sospettò, perciò, che la donna lo facesse ubriacare per poter fare il suo comodo, mentre era addormentato. 

Decise di verificare se ciò che pensava fosse vero.

Trascorse quindi tutta la giornata senza bere neppure un goccio, ma la sera finse di essere l’uomo più ubriaco che fosse possibile, sia nel parlare che nei modi.

La donna, vedendo ciò, ritenendo che non fosse il caso di farlo bere di più, lo mise subito a dormire.

Fatto ciò, come era solita fare, uscì di casa, se ne andò alla casa del suo amante e vi rimase fino a mezzanotte.

Non appena Tofano non sentì più la donna, si alzò, andò alla porta, la chiuse dall’interno e si mise alla finestra, per attendere il ritorno di lei.

Voleva mostrarle che si era accorto delle sue macchinazioni.

Aspettò pazientemente il ritorno della donna.

Quando lei volle rientrare a casa, trovò la porta chiusa. Fu molto sorpresa e dispiaciuta e cercò di aprire la porta con decisione.

Dopo aver aspettato un po’ di tempo, Tofano disse:

“Donna, ti affatichi inutilmente, perché non potrai più tornare qui dentro.

Torna dove sei stata fino ad ora e ti garantisco che non tornerai qui finché non ti avrò svergognata davanti ai tuoi parenti e ai vicini”.

La donna cominciò a pregare il marito affinché le aprisse la porta, per amor di Dio.

Le disse che lei non veniva da dove lui pensava ma che era andata da una sua vicina che doveva trascorrere la notte vegliando. Dal momento che le notti erano lunghe, la donna aveva bisogno di sostegno, non volendo rimanere in casa da sola a vegliare.

Ma le preghiere non servivano a nulla perché quella bestia di uomo voleva che tutti gli aretini conoscessero la loro vergogna, che nessuno ancora conosceva.

La donna, vedendo che le sue preghiere non servivano a nulla, cominciò a minacciarlo dicendo:

“Se non mi apri io ti trasformerò nell’uomo più sventurato tra i viventi!”

E Tofano rispose: 

“E cosa puoi farmi tu?”

 La donna alla quale Amore aveva aguzzato l’ingegno disse: 

“Prima che io debba subire la vergogna di cui tu mi vuoi coprire, io mi butterò nel pozzo che è qui vicino. Quando poi verrò trovata morta, tutti penseranno che tu mi abbia buttata giù mentre eri ubriaco.

Per questo o ti toccherà scappare e perderai tutto quello che hai, oppure sarai messo al bando, oppure ti sarà tagliata la testa per avermi uccisa.” 

Ma le parole della moglie non scalfirono Tofano e quindi la donna disse:

“Io non posso più soffrire questo tuo atteggiamento, che Dio mi perdoni, farai seppellire questo mio corpo che lascio qui.”

Prese quindi una grandissima pietra che era vicino al pozzo e gridando “Iddio Perdonami!” la lasciò cadere dentro il pozzo.

La pietra, cadendo nell’acqua, fece un grandissimo rumore.

Udendo questo tonfo, Tofano credette veramente che la moglie si fosse gettata nel pozzo.

Prese subito un secchio con una fune e, uscito di casa, corse al pozzo per aiutarla.

La donna, che invece si era nascosta vicino alla porta di casa, appena lo vide correre al pozzo, entrò in casa e vi si chiuse dentro.

Andò quindi alla finestra e cominciò a dire:

“Solitamente il vino si annacqua quando qualcuno lo beve e non dopo!”

Tofano, comprendendo di essere stato giocato, tornò all’uscio e, non potendo entrare, disse alla moglie di aprire la porta. 

Lei, smettendo di parlare piano come aveva fatto fino a quel momento, ma alzando il volume della voce, quasi gridando, cominciò a dire:

“Per la croce di Dio, tu non entrerai in questa casa stanotte.

Io non posso più soffrire questi tuoi modi da ubriacone.

Ma è necessario che faccia vedere a tutti che razza di uomo tu sei, e a che ora torni a casa la notte.”

Tofano allora cominciò a dire delle volgarità e a gridare, svegliando per il rumore tutti i vicini, che si alzarono e si affacciarono alle finestre per vedere che cosa fosse accaduto.

La donna, piangendo, disse:

“Questo uomo è colpevole, torna a casa ubriaco la sera, o si addormenta nelle taverne e dopo torna a casa a quest’ora.

Io sono stufa di questa sofferenza, ho sofferto anche troppo, non volendo più soffrire io ho voluto chiuderlo fuori dalla porta per vedere se egli si pentirà dei suoi comportamenti.”

Tofano bestia intanto continuava, gridando, a minacciarla e raccontava l’accaduto.

La donna, da parte sua, diceva ai suoi vicini:

“Vedete che razza di uomo è.

Che direste voi se io fossi nella strada ed egli in casa, come me ora?

Credereste che egli dica il vero?

Egli dice che io ho fatto quello che credo che egli abbia fatto.

Ha creduto di spaventarmi gettando non so che cosa nel pozzo, ma volesse Iddio che ci si fosse gettato per davvero e affogato, finché il vino, che ha bevuto in eccesso si fosse ben bene annacquato.”

I vicini, sia gli uomini che le donne, cominciarono a rimproverare Tofano e a dare la colpa a lui di ciò che diceva contro la donna.

La notizia, in breve, andò di bocca in bocca finché non giunse ai parenti della donna, i quali presero Tofano e gli dettero tante botte che lo ammaccarono tutto.

Poi, andati nella casa di Tofano, presero le cose della donna e con lei ritornarono a casa loro, minacciando il malcapitato.

Tofano, vedendosi mal ridotto, considerando dove l’aveva portato la gelosia, siccome voleva molto bene alla sua donna, mise alcuni amici come mediatori.

Tanto fece che riebbe a casa sua la moglie, alla quale promise che non sarebbe stato geloso mai più.

Le diede, inoltre, il permesso di fare tutto ciò che volesse, ma con prudenza, in modo che egli non se ne accorgesse.

E fu così che il villano matto, dopo il danno, fece il patto.

Categorie
Basso Medioevo Decameron Letteratura italiana Medioevo Trecento

Giornata VIII – Novella VIII Le mogli in comune

In questa novella si narra la vicenda di due amici che avevano due mogli piacenti. Un giorno uno dei due si rende conto che l’amico se la intende con sua moglie.

Vivevano a Siena, in passato, due giovani benestanti che appartenevano a due buone famiglie popolane. Uno si chiamava Spinelloccio Tavena e l’altro Zeppa di Mino; i due giovani erano vicini di casa e vivevano in contrada Camollia.

I due giovani stavano sempre insieme e si volevano bene come fratelli. Ciascuno di loro aveva per moglie una donna assai bella.

Spinelloccio, frequentava spesso la casa di Zeppa, anche quando l’amico non c’era. Egli divenne intimo della moglie di Zeppa e cominciò a giacere con lei. I due continuarono la loro relazione per molto tempo, senza che nessuno se ne accorgesse.

Dopo un lungo periodo, un giorno che il Zeppa era in casa senza che la moglie lo sapesse, Spinelloccio andò a chiamare il suo amico Zeppa.

La donna gli disse che il marito non era in casa. Lui allora, salì da lei, e trovandola sola, cominciò ad abbracciarla e a baciarla e fu da lei ricambiato.

Il Zeppa, che era in casa all’insaputa della moglie, aveva visto tutto.

Non disse però una parola, ma se ne stette nascosto, per vedere come andava a finire quel gioco.

Dopo poco vide che i due se ne andavano, abbracciati, in camera da letto e vi si chiudevano dentro.

Il Zeppa rimase molto turbato di questo.

Considerò però che se avesse gridato o se avesse fatto delle scenate, la sua offesa non sarebbe dimuinuita, ma ne sarebbe aumentata la vergogna.

Meditò, invece, su come vendicare l’ingiuria subita, senza che si sapesse intorno, ma in modo che il suo animo ne rimanesse soddisfatto.

Dopo aver pensato a lungo, gli sembrò di aver trovato il modo.

Rimase nascosto fino a che l’amico non se ne fu andato, poi entrò nella camera da letto, dove la donna stava ancora aggiustandosi sul capo i veli che Spinelloccio le aveva fatto cadere.

Zeppa chiese alla moglie:

– Donna che fai tu?

La donna, non potendo negare l’evidenza, rispose:

– Non lo vedi?

Il marito le rispose:

– Sì e ho visto anche altro che non avrei voluto vedere.

E le disse che cosa aveva visto.

La donna, che non poteva negare, cominciò a piangere e a chiedere perdono.

Zeppa le disse:

– Vedi, donna, tu hai sbagliato, ma se vuoi che io ti perdoni, devi fare tutto quello che ti dirò.

Voglio che tu dica a Spinelloccio che domani mattina, verso le undici, egli cerchi di trovare qualche scusa per lasciare me per venire qui da te.

Quando egli sarà qui con te, io tornerò.

Appena tu mi avrai sentito, lo farai entrare in questa cassa e lo chiuderai dentro.

Quando avrai fatto questo ti dirò quello che dovrai fare.

Ma non devi aver paura di niente, perché ti prometto che non gli farò alcun male.

La donna promise e fece come le era stato detto.

L’indomani Zeppa e Spinelloccio trascorsero la mattinata assieme.

Intorno alle undici, Spinelloccio, che aveva promesso alla donna di andare da lei a quell’ora, salutò l’amico dicendogli che doveva andare a pranzo da un amico.

Il Zeppa replicò:

– Ma non è ora di andare a pranzo.

– Devo andare a parlare con lui per una questione che mi riguarda, quindi mi conviene essere lì presto; non voglio farlo aspettare.

Spinelloccio partì dal Zeppa e, dopo aver fatto un bel giro, arrivò in casa della moglie dell’amico, quindi entrò nella camera di lei.

Dopo poco ritornò il Zeppa.

La donna, fingendosi spaventata, fece entrare l’amante nella cassa, come aveva detto il marito, lo chiuse dentro ed uscì dalla camera.

Zeppa, salito in camera, disse alla donna che intendeva pranzare.

Lei rispose che avrebbe preparato subito il pranzo.

Il marito allora disse:

– Spinelloccio oggi è andato a pranzo da un suo amico e ha lasciato sola la moglie. Vai alla finestra, chiamala e dì che venga a pranzo con noi.

La donna, temeva per sé stessa e quindi, obbediente, fece ciò che il marito le aveva imposto.

La moglie di Spinelloccio accettò l’invito, sentendo che suo marito non sarebbe tornato a pranzo. 

Quando la donna arrivò, il Zeppa le fece molte carezze e la prese confidenzialmente per mano.

Quindi ordinò alla moglie di andarsene in cucina, condusse l’altra in camera e chiuse la porta da dentro.

Quando la donna vide serrare la porta da dentro disse:

– Ohimè Zeppa, che cosa vuol dire questo?

Dunque mi avete fatta venire voi, per questo?

Ma è questo l’amore che voi portare a Spinelloccio?

È questa la leale compagnia che voi gli fate?

Udito ciò, il Zeppa si accostò alla cassa dov’era chiuso il marito di lei e le disse:

– Donna, prima di rammaricarti, ascolta ciò che ti sto per dire.

Ho amato ed amo Spinelloccio come un fratello. Ma ieri, nonostante la fiducia che io ponevo in lui, l’ho trovato che giaceva con mia moglie, come giace con te.

Ora, poiché gli voglio bene, non voglio prendere da lui altra vendetta se non quella che è pari all’offesa che ho subito: lui ha avuto la mia donna e io voglio avere te.

Se però tu non vorrai, aspetterò di coglierlo sul fatto e, poiché non intendo lasciare questa offesa impunita, gli farò un servizio che non farà piacere né a te, né a lui.

La donna, dopo aver ascoltato le parole del Zeppa, disse:

– Zeppa mio, poiché sopra me deve ricadere questa vendetta, io sono disposta ad assecondarti, se dopo aver fatto questo, tu resti in pace con la tua donna,così  anch’io rimarrò in pace con lei.

A queste parole il Zeppa rispose:

– Certamente io poi sarò in pace e conserverò l’amicizia con Spinelloccio; ma oltre a questo ti farò un bel regalo, ti regalerò un gioiello molto prezioso.

Detto questo, l’uomo cominciò a baciarla e la distese sopra la cassa nella quale era rinchiuso il marito di lei.

Proprio lì sopra, lui si divertì con lei e lei con lui, finché piacque ad entrambi.

Spinelloccio, che stava nella cassa, udì prima le parole del Zeppa e la risposta della moglie, e poi sentì l’allegra danza che i due facevano sulla cassa.

In quel momento provò un tal dolore che gli sembrò di morire.

Se egli non avesse avuto timore del Zeppa, avrebbe rivolto molte ingiurie a sua moglie.

Poi, ripensando che era stato lui ad iniziare, pensò che il Zeppa aveva ragione a fare ciò che aveva fatto: in fondo si era comportato come un amico.

Mentre era nella cassa pensava tra sé che avrebbe voluto essere ancora amico del Zeppa, qualora il Zeppa lo avesse voluto.

Il Zeppa, quando fu soddisfatto, scese dalla cassa.

Quando la donna gli chiese il gioiello che lui le aveva promesso, il Zeppa aprì la porta della camera e fece entrare la moglie.

La donna non disse altro che:

– Caspita, voi mi avete reso pan per focaccia – ma lo disse ridendo.

Quindi il Zeppa ordinò alla moglie di aprire la cassa e lei lo fece.

Dalla cassa il Zeppa fece uscire il suo amico Spinelloccio.

Non si poteva dire chi si vergognò di più, se Spinelloccio, vedendo il Zeppa e sapendo che egli sapeva tutto ciò che aveva fatto, o la donna, vedendo il marito ed essendo consapevole che egli aveva udito tutto ciò che lei aveva fatto sopra il suo capo.

Il Zeppa, rivolgendosi alla donna disse:

– Ecco, ti dono il gioiello che ti avevo promesso.

Spinelloccio, uscito dalla cassa, senza troppe storie, disse:

– Zeppa, siamo pari e questo è cosa buona.

Come tu dicevi prima alla mia donna, noi siamo amici come eravamo prima.

Ma se prima l’unica cosa che ci divideva erano le mogli, adesso … abbiamo in comune anche quelle.

Il Zeppa fu contento e, tutti felici e in pace, pranzarono insieme.

Da quel momento in poi ciascuna delle due donne ebbe due mariti e ciascuno di loro due mogli, senza che sorgesse mai una questione.

Categorie
Basso Medioevo Decameron Letteratura italiana Prosa Racconto Trecento

Giornata V – Novella II Gostanza e Martuccio

Vicino alla Sicilia c’era un’isoletta chiamata Lipari, dove, non molto tempo prima, viveva una bellissima giovane, di nome Gostanza, nata da una famiglia nobile dell’isola.

Di lei si innamorò un bel giovane valoroso, nativo dell’isola, chiamato Martuccio Gomito.

Anch’ella amava con uguale passione Martuccio e si sentiva bene solo quando lo vedeva.

Il giovane, desiderando sposarla, la fece chiedere in moglie. Ma il padre di lei gliela rifiutò perché Martuccio era povero.

Martuccio, sdegnato per il rifiuto, giurò che non sarebbe mai più ritornato a Lipari, se non quando fosse diventato ricco.

Partì, dunque, da Lipari, divenne corsaro e, costeggiando la Tunisia, derubò i naviganti più deboli.

La Fortuna gli fu favorevole, se solo avesse saputo accontentarsi!

Egli e i suoi compagni, non contenti delle ricchezze accumulate, mentre cercavano di diventare straricchi, furono catturati e derubati da alcune navi saracene. Molti di loro furono uccisi e la loro nave fu affondata.

Martuccio fu condotto a Tunisi, fu imprigionato e viveva in grande miseria.

A Lipari giunse la notizia che tutti quelli che erano sulla nave con Martuccio erano stati annegati.

La giovane, avuta la triste notizia, pensando che il suo amore fosse annegato, decise di morire, ma scelse una modalità alquanto insolita.

Uscita di notte dalla casa del padre, trovò, per caso, una navicella di pescatori fornita di remi e di vela. Salita su di essa, si spinse in mare con i remi: era abbastanza esperta della navigazione, come lo erano tutte le donne dell’isola. Poi gettò via i remi e il timone e si abbandonò al vento.

Sicura di sfracellarsi contro uno scoglio e di morire si sdraiò sul fondo della barca e si coprì il capo con un mantello.

Ma le cose andarono diversamente.

Il giorno seguente, alla sera, grazie al vento e a correnti favorevoli, la barca la portò sulla costa dell’Africa, a cento miglia da Tunisi, in una spiaggia vicina alla città di Susa.

La giovane non si accorse di nulla e rimase sul fondo della barca, col capo coperto, pensando di essere morta.

Per caso, quando la barca urtò contro la spiaggia, vi era una giovane donna di umili origini, che levava dal sole le reti dei pescatori. La donna si meravigliò che una barca fosse giunta a terra con le vele spiegate. Pensò che i marinai si fossero addormentati; si avvicinò quindi alla barca e vide soltanto la giovane che dormiva profondamente.

La chiamò più volte, per farla svegliare. Ben presto capì che la ragazza era cristiana perché parlava italiano. Le chiese come fosse arrivata fin lì, sola soletta.

Gostanza, sentendo parlare italiano, credette di essere ritornata a Lipari, ma, non riconoscendo le strade, domandò alla donna dove ella fosse. La giovane rispose che era a Susa, in Tunisia.

Gostanza, addolorata per non essere morta, si sedette, piangendo, vicino alla barca.

Solo dopo molte insistenze la buona donna riuscì a farsi raccontare tutta la storia e a farle mangiare un po’ di cibo, dato che era digiuna. Gostanza, rifocillatasi, le chiese il suo nome e come mai lei sapesse parlare italiano.

La donna rispose che veniva da Trapani e il suo nome era Carapresa. Il nome udito sembrò a Gostanza di buon auspicio e, scomparso il suo desiderio di morte, senza dare informazioni su di sé, pregò la donna di darle consigli per sapere come dovesse comportarsi una ragazza in quel paese che non era il suo.

Carapresa, messe a posto le reti, coperta Gostanza col mantello, la condusse a Susa, da una buona donna saracena all’antica e di buona indole, sicura che questa l’avrebbe accolta come una figlia. Lì si sarebbe potuta trattenere fino a quando Dio non le avesse mandato una sorte migliore.

L’anziana saracena si commosse per il triste racconto; prese Gostanza per mano e la condusse nella sua casa, dove viveva con diverse donne, senza alcun uomo.

Le donne facevano, con le proprie mani, diversi lavori di seta, di palma, di cuoio. La giovane imparò rapidamente e cominciò a lavorare insieme a loro. Gostanza fu trattata con grande affetto dalla padrona di casa e dalle altre donne che, in breve, apprese anche il loro linguaggio.

Frattanto a Lipari Gostanza era creduta morta.

Il re di Tunisi si chiamava Meriabdela.

Ma un giovane di Granada, potente e nobile, diceva che il reame di Tunisi apparteneva a lui. Quindi questo giovane saraceno di Granada attaccò il re di Tunisi per cacciarlo dal suo regno.

Martuccio Gomito, in prigione, udì queste cose e disse ai suoi compagni che, se avesse potuto parlare con il re, gli avrebbe dato un consiglio che gli avrebbe fatto vincere quella guerra.

La guardia riferì immediatamente la cosa al re che fece chiamare Martuccio per sentire il suo consiglio.

Martuccio ben conosceva il modo di combattere dei saraceni: essi conducevano le battaglie utilizzando soprattutto gli arcieri.

Perciò spiegò al re che bisognava fare in modo che agli avversari mancassero le frecce, mentre i suoi arcieri avrebbero dovuto averne in abbondanza. In questo modo si sarebbe vinta la battaglia.

Martuccio continuò dicendo che bisognava modificare gli archi degli arcieri, preparando corde più sottili di quelle che comunemente si usavano, con le cocche adatte soltanto alle corde sottili. Ma consigliò di fare tutto questo segretamente.

Che cosa sarebbe accaduto? Dopo il lancio degli arcieri nemici e quello dei propri, al momento di raccogliere le frecce, i nemici non avrebbero potuto utilizzare le frecce degli arcieri del re, perché non si adattavano ai loro archi, mentre i soldati del re di Tunisi avrebbero avuto saette abbondanti.

Al re il consiglio di Martuccio piacque molto, lo seguì e vinse la guerra.

Fu così molto grato al giovane che gli rese onori e ricchezze.

La notizia di questi avvenimenti giunse a Gostanza. Lei, che per lungo tempo aveva creduto morto Martuccio Gomito, gioì.

Ella comunicò alla buona donna che la ospitava di voler andare a Tunisi per vedere, con i propri occhi, come stavano le cose.

La donna, imbarcatasi con la giovane, come se fosse stata sua madre, andò a Tunisi a casa di una parente, dove fu ricevuta onorevolmente.

Subito Gostanza mandò Carapresa, che era andata con loro, da Martuccio e gli disse che con lei a Tunisi era venuta anche la sua Gostanza.

Il giovane, lieto per la buona notizia, si recò con lei alla casa dove era ospitata la sua amata.

La fanciulla, come lo vide, quasi morì per la gioia; gli corse incontro, gli buttò le braccia al collo e, senza parole, cominciò a piangere.

Martuccio, sorpreso, rimase un po’ in silenzio, poi, sospirando, disse

“Gostanza mia, sei viva? Per molto tempo ti ho creduta morta e anche a casa tua non si sapeva niente di te”.

Poi l’abbracciò e la baciò teneramente. Gostanza gli raccontò le sue avventure e l’onore che aveva ricevuto dalla gentildonna, che l’aveva accolta nella sua casa.

Martuccio, allontanatosi, andò dal suo signore, gli raccontò tutto e gli chiese il permesso di sposarla secondo la religione cristiana. Il re fece portare molti doni per i due innamorati e li lasciò liberi di fare ciò che volevano.

Martuccio compensò con molti doni la gentildonna che aveva accolto Gostanza. Poco dopo la donna partì, salutata dalla giovane in lacrime. Poi, con il permesso del re, saliti sopra una navicella, portando con loro Carapresa, se ne ritornarono a Lipari, dove furono accolti con grandi feste.

A Lipari il giovane sposò la sua donna con grandi nozze e da quel giorno vissero insieme in pace, godendo del loro amore.

Categorie
Basso Medioevo Decameron Letteratura italiana Medioevo Trecento

Giornata VI – novella X Frate Cipolla

A Certaldo c’era il castello di Valdelsa, nella campagna fiorentina, che, sebbene piccolo, fu abitato da uomini nobili e ricchi.

Poiché da quel castello si ricavavano buone offerte, uno dei frati di Sant’Antonio, vi si recava, una volta all’anno, per raccogliere le elemosine fatte dagli ingenui abitanti.

Il nome di questo frate era frate Cipolla, perché in quel terreno produceva cipolle famose in tutta la Toscana.

Frate Cipolla era piccolo di persona, con i capelli rossi, sorridente, era il miglior brigante del mondo.

Oltretutto, pur essendo ignorante, era un grande e arguto parlatore, tanto che chi l’avesse conosciuto avrebbe pensato che fosse Cicerone stesso o Quintiliano.

Era compare di quasi tutti gli abitanti della contrada.

Secondo la sua abitudine, nel mese di agosto, il frate andò a Certaldo una domenica mattina, quando tutti gli uomini e le donne del circondario si erano recati nella canonica a sentir messa.

Quando gli sembrò opportuno, si fece avanti e ricordò ai parrocchiani che era loro usanza ogni anno mandare ai poveri di Sant’Antonio offerte di grano e di biade, chi poco e chi molto, secondo la grandezza della proprietà e della devozione; offrivano tanto perché Sant’Antonio custodisse i buoi, gli asini, i porci e le pecore di questi contadini.

Oltre a ciò, ricordò che essi pagavano, una volta all’anno, una piccola somma in denaro, soprattutto gli iscritti alla Compagnia di Sant’Antonio.

Egli era stato incaricato dall’Abate della riscossione di tali contributi.

Per questo, intorno alle tre del pomeriggio, quando avessero sentito suonare le campane, tutti sarebbero usciti nella strada dove, come al solito, egli avrebbe fatto una predica e avrebbe fatto baciare loro la Croce.

Inoltre, poiché sapeva che erano devotissimi di Sant’Antonio, per concessione speciale, avrebbe mostrato loro una santissima reliquia, che aveva portato con sé dall’Oriente.

La reliquia era una delle penne dell’Angelo Gabriele, che era rimasta nella camera di Maria Vergine, quando l’angelo era andato a Nazareth per l’Annunciazione.

Detto ciò il frate tacque e ritornò a celebrare la Messa.

Quando frate Cipolla diceva queste cose vi erano in chiesa, insieme agli altri, due giovani molto astuti, l’uno chiamato Giovanni del Bragoniera e l’altro Biagio Pizzini.

Essi, dopo aver riso un po’ della storia della reliquia, sebbene fossero suoi amici, decisero di fargli un brutto scherzo.

Avendo saputo che il frate la mattina pranzava al castello con un suo amico, non appena sentirono che egli era a tavola, scesero in strada ed andarono all’albergo dove il frate era alloggiato.

Biagio doveva intrattenere il servitore di frate Cipolla, mentre Giovanni doveva cercare tra le cose del frate la famosa penna e sottrargliela; volevano vedere che cosa poi egli avrebbe detto al popolo.

Frate Cipolla aveva un servo, da alcuni chiamato Guccio Balena, da altri Guccio Imbratta e da altri ancora Guccio Porco, che era così stupido che nemmeno Lippo Topo, che era così stupido, ne aveva combinate tante.

Spesso frate Cipolla, con la sua brigata, lo prendeva in giro dicendo che quel suo servo aveva in sé nove cose, che se una sola di esse l’avesse avuta Salomone o Aristotele o Seneca, avrebbe guastato ogni loro virtù, ogni loro giudizio, ogni loro moralità.

Avendogli più volte domandato quali fossero queste nove cose, messele in rima, rispondeva:

“Egli è lento, sporco e bugiardo;

negligente, disobbediente e maldicente;

trascurato, smemorato e scostumato.

Inoltre ha altri piccoli difettucci che è meglio tacere.

Infine c’è una cosa che fa ridere ancora di più: lui vuole, a tutti i costi, prender moglie e prender casa con lei. 

Poiché ha una barba grande, nera e unta, si sente tanto bello e gradevole tanto  che pensa che tutte le donne che lo vedono, si innamorino di lui. Se poi lui viene lasciato, lui corre loro dietro a tutte, perdendo anche la cintura.

In verità però lui mi è di grande aiuto perché, se c’è qualcuno che mi vuol parlare in segreto, egli vuol sentire tutto.

Se sono interrogato su qualche cosa, ha tanta paura che io non sappia rispondere, che subito risponde lui, come gli sembra più opportuno”.

Il frate aveva lasciato il servo in albergo e gli aveva raccomandato di controllare che nessuno toccasse le sue cose, soprattutto, le bisacce, dove erano le cose sacre.

Ma Guccio Imbratta desiderava stare in cucina più che l’usignolo sui verdi rami, specialmente se c’era una serva.

Nella cucina dell’oste ne aveva vista una grossa, piccola e sgraziata, con un paio di poppe che parevano due cestoni per il letame, con un viso bruttissimo come quelli dei Baronci, tutta sudata e unta, che puzzava di fumo.

Subito, come un avvoltoio che si getta su una carogna, il servo aveva lasciato aperta la camera di frate Cipolla, e senza preoccuparsi per le sue cose abbandonate, aveva inseguito la serva.

Quindi, sebbene fosse agosto, si era seduto accanto al fuoco e aveva cominciato a chiacchierare con quella, che si chiamava Nuta.

Le disse che era un gentiluomo, che aveva un sacco di fiorini, esclusi quelli che aveva prestato, che erano più o meno tanti, e che sapeva fare e dire tante cose, quante il suo padrone.

Non tenne conto del suo cappuccio, che era così unto che avrebbe potuto condire il pentolone della minestra d’Altopascio, del suo giubbetto rotto e rappezzato intorno al collo e sotto le ascelle, tutto sporco con più macchie e più colori delle stoffe tartare e turche, delle scarpette tutte rotte, delle calze bucate.

E continuò dicendo, come se fosse stato il re di Castiglione, che voleva rivestirla, rimetterla in forma e toglierla da quella sventura di stare a servire presso altri, senza alcuna ricchezza.

Voleva, infine, darle la speranza di una vita più fortunata e tante altre cose.

Tutto ciò, sebbene fosse stato detto con grande affetto, si trasformava in niente, come se fosse stato vento.

I due giovani, dunque, trovarono Guccio Porco occupato a far la corte a Nuta.

Contenti di ciò, perché si erano risparmiati metà della fatica, senza nessuna difficoltà entrarono nella camera di frate Cipolla, che era aperta.

Per prima cosa cercarono la bisaccia, in cui era la penna; apertala, trovarono una piccola cassettina avvolta in un gran telo di seta.

Nella cassettina trovarono una penna come quelle della coda di un pappagallo, che ritennero fosse quella che il frate aveva promesso di mostrare ai certaldesi.

Certamente egli poteva farlo credere perché le raffinatezze d’Egitto erano, allora, poco conosciute in Toscana, mentre, in seguito, sarebbero arrivate in grande abbondanza, corrompendo tutto.

E se erano poco conosciute nel resto dell’Italia, gli abitanti di quella contrada, che erano di antica razza onesta, non le conoscevano per niente e non avevano mai visti i pappagalli e non ne avevano neppure sentito parlare.

Tutti contenti i due giovani presero la penna e, per non lasciare la cassetta vuota, la riempirono con dei carboni, che avevano trovato in un angolo della camera.

Chiusero quindi la cassetta e sistemarono ogni cosa come l’avevano trovata, senza essere visti.

Poi se ne ritornarono indietro con la penna rubata e cominciarono ad aspettare ciò che il frate avrebbe detto, trovando i carboni al posto della penna.

Gli uomini e le donne di umili origini che erano in chiesa, dopo aver udito che verso le tre del pomeriggio, avrebbero visto la penna dell’angelo Gabriele, finita la messa se ne tornarono a casa.

Ognuno lo disse al suo vicino, una comare all’altra e così appena ebbero finito di pranzare, un gran numero di uomini e di femmine accorse al castello, tanti che a stento riuscirono ad entrare, tutti in attesa ansiosa di vedere la penna.

Frate Cipolla, dopo aver mangiato a sazietà e dopo aver dormito un po’, alzatosi poco dopo le tre e avendo sentito che era venuta una moltitudine di contadini col desiderio di vedere la penna, mandò a dire a Guccio Imbratta di portare su le campanelle e le bisacce.

Guccio intanto, strappato di mala voglia dalla cucina e dalla Nuta, faticosamente salì a portare le cose richieste.

Giunto sulla collina, ansimando perché il bere troppa acqua lo aveva fatto ingrassare, arrivato sulla porta della chiesa, su ordine del frate, cominciò a suonare con forza le campane.

Non appena tutto il popolo fu radunato, frate Cipolla cominciò la predica senza accorgersi che le sue cose erano state spostate. Lui iniziò a parlare avendo ben chiaro l’obiettivo della sua predica.

Dovendo mostrare la penna dell’angelo Gabriele, egli fece prima la confessione con grande solennità. Poi fece accendere due grosse candele e con delicatezza, aprendo il telo, dopo essersi tolto il cappuccio, ne tirò fuori la cassetta.

Disse prima alcune parole in lode dell’Angelo, aprì la cassetta.

Non appena vide che era piena di carboni, non sospettò che quella cosa fosse opera di Guccio Balena, perché sapeva che non era capace di tanto, ma non lo maledisse neppure perché non aveva controllato che altri non lo facessero.

Se la prese, quindi tacitamente, con sé stesso perché lo aveva messo a guardia delle sue cose, ben sapendo che era negligente, disobbediente, trascurato e smemorato.

Quindi, senza cambiare colore, alzate le mani, disse a voce alta per essere udito da tutti:

“O Iddio, sia sempre lodata la tua potenza”.

Poi, richiusa la cassetta, si rivolse al popolo dicendo:

“Signori e donne, dovete sapere che quando io ero ancora giovane, fui mandato dal mio superiore in Oriente, per cercarvi oggetti particolari che, anche se non costano niente, sono più utili agli altri che a noi.

Mi misi in cammino, partendo da Vinegia, poi, cavalcando per il reame del Garbo e per Baldacca, giunsi in Parione da dove, dopo un certo tempo, arrivai nella località di Sardigna.

Ma perché vi sto indicando tutti i paesi che visitai?

Giunsi, dopo aver passato il Braccio di San Giorgio, in Truffia e in Buffia, paesi molto popolosi, e di lì nella terra di Menzogna, dove trovai molti nostri frati ed altri, i quali tutti per amor di Dio, sfuggendo la povertà, inseguivano la loro utilità, poco curandosi delle fatiche altrui, spendendo niente altro che parole.

Poi passai in Abruzzo, dove gli uomini e le femmine vanno con gli zoccoli su per i monti, facendo le salsicce con le loro stesse budella.

Poco oltre trovai genti che portavano il pane sui bastoni e il vino negli otri.

Di lì giunsi alle montagne dei bachi, dove le acque scorrono all’ingiù.

E, in breve, tanto camminai che arrivai in India Pastinaca, là dove, vi giuro sull’abito che porto indosso, vidi volare i pennuti, cosa incredibile.

Infine trovai quel buffone di Maso del Saggio, gran mercante, che schiacciava noci e vendeva gusci.

Non avendo trovato quello che cercavo, poiché bisognava proseguire per mare, tornai indietro e arrivai in quelle terre sante, dove d’estate il pane freddo costa quattro denari e il caldo non costa niente.

Qui incontrai il venerabile padre messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degno patriarca di Gerusalemme.

Egli, per rispetto all’abito di Sant’Antonio, che io ho sempre portato, volle che vedessi tutte le sante reliquie che aveva con sé; erano veramente tante che non ve le potrei assolutamente descrivere tutte.

Solo per rallegrarvi, ve ne citerò alcune.

Dapprima mi mostrò il dito dello Spirito Santo, poi il ciuffetto del Serafino che apparve a San Francesco, poi una delle unghie dei cherubini, una delle costole del “Verbum” e una delle vesti della Santa Fede Cattolica.

E, ancora, mi fece vedere alcuni raggi della stella cometa che apparve ai tre Magi in Oriente e un’ampolla del sudore di San Michele, quando combatté col diavolo, e la mascella della Morte di San Lazzaro e molte altre.

Per questo io gli copiai alcuni passi di Monte Morello in volgare e alcuni capitoli del Crapezio, che aveva a lungo cercato.

Poi mi donò uno dei denti del Crocifisso e, in una piccola ampolla, il suono delle campane del tempio di Salomone e la penna dell’angelo Gabriele, della quale vi ho già parlato, e anche uno degli zoccoli di san Gherardo di Villamagna, reliquia che ho donato poco tempo fa a Gherardo di Bonsi.

Infine questi mi diede alcuni carboni con i quali fu arso il beatissimo martire San Lorenzo.

Ho conservato devotamente tutte queste cose e le ho ancora tutte.

Ma mio superiore non ha voluto che ve le mostrassi fino a che non fosse stato certificato che erano autentiche.

Ora, per certi miracoli che esse hanno fatto e per certe lettere ricevute dal Patriarca, il mio superiore è sicuro della loro autenticità, perciò ha acconsentito che ve le mostri.

E io le porto sempre con me, temendo di affidarle ad altri.

In verità porto sempre con me la penna dell’angelo Gabriele, perché non si guasti, in una cassetta, e i carboni con i quali fu arrostito San Lorenzo in un’altra.

Le due cassette si assomigliano molto, per cui spesso viene presa l’una per l’altra, come è avvenuto ora.

E infatti, credendo di aver preso la cassetta dov’era la penna, ho portato quella dov’erano i carboni.

Ma adesso io sono certo che non si tratti di un errore, ma della volontà di Dio.

Dio, infatti, pose nelle mie mani la cassetta con i carboni; io mi rendo conto solo adesso, che fra soli due giorni ci sarà la festa di San Lorenzo.

Dio vuole che io, mostrandovi i carboni con i quali il Santo fu arrostito, riaccenda in voi la devozione per San Lorenzo.

Per questo mi fece prendere, non la penna come volevo, ma i benedetti carboni spenti dal sangue del Santo.

Per questo, figliuoli benedetti, toglietevi i cappucci e avvicinatevi qui per vederli devotamente.

Ma voglio che sappiate che chiunque sarà toccato da questi carboni con il segno della croce può vivere sicuro che per tutto quest’anno non sarà bruciato dal fuoco, senza che se ne accorga”.

Dopo aver detto ciò, cantando una laude di San Lorenzo, aprì la cassetta e mostrò i carboni.

La folla dei fedeli, credulona, dopo averli visti, si accalcò tutta intorno a frate Cipolla, dando molte più offerte del solito, pregando che il frate li segnasse tutti.

Frate Cipolla, presi in mano i carboni, sopra i camicioni bianchi dei contadini, sopra i corpetti e sopra i veli delle donne cominciò a fare grandi croci, dicendo che sebbene i carboni si consumavano nel fare le croci, poi ricrescevano nella cassetta, così come egli aveva molte volte constatato.

In tal modo segnò con la croce tutti i certaldesi, con suo grandissimo vantaggio.

Con questo accorgimento fece rimanere beffati coloro che, togliendogli la penna, avevano creduto di beffare lui.

I due briganti, che erano stati presenti alla predica e avevano udito la soluzione da lui trovata e quanto da lontano era partito con le parole, si erano sganasciati dalle risate.

Dopo che il popolo si fu allontanato, andarono da lui, gli raccontarono, con grande allegria, ciò che avevano fatto e gli restituirono la sua penna, che egli utilizzò l’anno successivo con lo stesso profitto che, in quel giorno, gli avevano procurato i carboni.