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Giornata III – Decameron

Nella terza giornata del Decameron. si narrano novelle in cui i protagonisti raggiungono l’obiettivo desiderato dopo varie peripezie.

3.9 – Giletta di Narbona

Narbona è una città della Francia meridionale. Giletta guarisce il re di Francia da una fistola. In cambio chiede di sposare Beltramo di Rossiglione. Il matrimonio viene celebrato ma lui, avendola sposata contro la sua volontà, se ne va sdegnato a Firenze per sdegno. Come farà lei a conquinstare l’uomo di cui è innamorata?

Nel regno di Francia era vissuto un gentiluomo, chiamato Isnardo, conte di Rossiglione.
Poiché era spesso malato, Isnardo aveva sempre con sé un medico, di nome Gerardo di Narbona.
Il conte aveva un figlioletto di nome Beltramo, bellissimo e simpatico.
Con lui erano stati allevati altri fanciulli della sua età, tra cui Giletta, figlia del medico.
La fanciulla si era innamorata di Beltramo fin da piccola.
Quando il conte morì, affidò suo figlio Beltramo al re.
Il ragazzo, quindi, si trasferì a Parigi con il re e la fanciulla ne fu molto addolorata.

Qualche anno dopo morì anche il padre di Giletta.
La bambina era ormai diventata una donna, ricca, sola e in età da marito.
Decise allora che sarebbe andata a Parigi per rivedere Beltramo, che non aveva potuto dimenticare.
Un giorno la ragazza venne a sapere che il re di Francia non stava bene.
Aveva avuto un tumore al petto, era stato curato male e gli era rimasta una fistola che gli dava grande fastidio e preoccupazione.
Tutti i medici consultati non avevano saputo guarirlo, anzi il re era peggiorato. Era molto preoccupato.

Giletta, che aveva imparato molto da suo padre medico, pensò di avere un valido motivo per andare a Parigi.
Pensò che sarebbe riuscita a curare il re e sognava ancora di  avere Beltramo, come marito.
Preparò quindi una polvere fatta con erbe medicamentose per curare la fistola, come le aveva insegnato suo padre.
Quindi montò a cavallo e se ne andò a Parigi.
Appena arrivata lì prima vide Beltramo, poi si recò dal re.
Gli chiese di mostrarle la ferita e il re, vedendola bella e giovane, l’accontentò.

Vista la fistola, la giovane garantì al sovrano che l’avrebbe guarito in otto giorni.
Il re però era incredulo: era impossibile che una giovane donna potesse riuscire dove avevano fallito i più valenti medici!
Giletta rispose che l’avrebbe guarito con l’aiuto di Dio e grazie alla scienza di suo padre, il famoso medico Gerardo narbonese.
La giovane aggiunse che, se fosse riuscita a mantenere la promessa di guarirlo in otto giorni, avrebbe chiesto in premio un marito.
Il re promise.

La giovane, che sapeva il fatto suo, cominciò la cura e, prima della scadenza, lo guarì.
Quando il re fu guarito, fu pronto a darle il meritato premio.
La fanciulla, non chiese di sposare un figlio del re o un giovane appartenente alla casa reale, ma volle diventar moglie di Beltramo di Rossiglione, che amava immensamente, fin da bambina.
Il re non poteva rifiutare.
Fece quindi chiamare Beltramo e gli chiese di sposare la donna che lo aveva salvato con le sue medicine.
Beltramo, pur ritenendola bella, non voleva sposarla perché non era nobile.
Però non poteva respingere la richiesta del suo re.

Alla presenza del sovrano, con una grande festa, Beltramo sposò, quindi, suo malgrado Giletta, la damigella che lo amava più di sé stessa.
Ma al termine della festa il giovane prese commiato dal re.
Disse che sarebbe tornato nelle sue terre e lì avrebbe consumato il matrimonio.
La verità era ben diversa.
Beltramo se ne andò in Toscana, dove divenne capitano di ventura e combatté per un lungo periodo al servizio dei fiorentini contro i senesi.

La novella sposa, infelice, se ne andò a Rossiglione, dove fu accolta, come signora, da tutti.
Lì, molto saggiamente si mise a riordinare tutti i possedimenti del marito che erano rimasti senza guida per molto tempo.
In questo modo si guadagnò l’amore e la stima dei suoi sudditi, che biasimavano il conte per la sua lontananza.
Dopo che la donna ebbe riordinato tutto il paese, mandò due cavalieri dal marito.
Gli fece riferire che se egli non ritornava nelle sue terre per colpa della moglie, lei, per compiacerlo, se ne sarebbe andata via.
Beltramo rispose, molto duramente.
Lei poteva fare come voleva, lui sarebbe ritornato a casa solo a due condizioni: se la moglie avesse portato al dito un suo anello, un anello che egli non si toglieva mai dal dito e se lei gli avesse dato un figlio.
I cavalieri, ritennero l’impresa impossibile; ritornarono quindi dalla dama e riferirono la risposta.
Ella a lungo meditò su come poter ottenere le due cose.
Quindi chiamò i migliori uomini delle sue terre, raccontò loro ciò che aveva fatto per amore del conte.
Comunicò loro quindi che, siccome non voleva che il marito vivesse in perpetuo esilio, lei se ne sarebbe andata e avrebbe passato il resto della sua vita in pellegrinaggio e in opere di misericordia, pregando per la salvezza della sua anima.
La donna pregò loro di prendere il governo delle terre e di avvisare il conte che la moglie se ne andava per sempre da Rossiglione e gli lasciava il possesso delle terre.
Quindi, indossati gli abiti da pellegrino, accompagnata da un suo cugino e una cameriera, senza dire a nessuno dove andava, si mise in cammino portando con sé denaro e gioielli.

La donna non si fermò finché non giunse a Firenze; lì alloggiò in un alberghetto, tenuto da una vedova.
La mattina seguente vide passare davanti all’albergo Beltramo a cavallo con la sua compagnia e domandò all’albergatrice chi fosse.
La vedova rispose che quello era il conte Beltramo, un gentiluomo molto amato in città.
Le disse anche che l’uomo era innamorato di una sua vicina, una donna gentile, ma povera.
La fanciulla era onestissima, non si maritava perché era povera e viveva con sua madre, una donna saggia e onesta.

La contessa, udite quelle parole, prese la sua decisione.
Si recò a casa della donna amata dal conte e chiese di parlare con la madre della ragazza. La donna fu subito disponibile ad ascoltarla.
Giletta le raccontò tutta la sua storia, dal primo innamoramento fino a quel giorno.
Quindi promise una ricca dote per figlia, se l’avesse aiutata.
La madre promise il suo aiuto.
La contessa disse allora alla donna:
“E’ necessario che mandiate a dire a mio marito, da una persona di fiducia, che vostra figlia è pronta ad accontentarlo, ma vuole, come prova d’amore, l’anello che porta al dito.
Se ve lo manda, lo darete a me.
Successivamente gli manderete a dire che vostra figlia è disposta a concedersi a lui, e qui, di nascosto, farete venire me.
Io mi metterò a fianco di mio marito, sperando che Dio mi faccia la grazia di farmi rimanere incinta.
Se ciò avviene, con l’anello al dito e il figlio suo in braccio, lo riconquisterò e vivrò, grazie a voi, come una moglie deve vivere con il marito”.
La buona donna, temeva che la cosa potesse danneggiare la figlia; però ritenne giusto aiutare la contessa a riavere suo marito, quindi promise di aiutarla.
Dopo pochi giorni, secondo quanto avevano concordato, la donna ricevette l’anello e lo consegnò a Giletta.
Quindi mise la legittima moglie a giacere con il conte, al posto di sua figlia.

Dopo i primi accoppiamenti, per grazia di Dio, la donna rimase gravida di due figli maschi.
Più volte la contessa si accoppiò con il conte: lui era sempre convinto di essersi unito non con la moglie ma con la donna di cui era innamorato.
Lui le regalava molti gioielli e la contessa li conservava.
Quando si accorse di essere incinta, Giletta decise di sospendere gli incontri e di dare alla donna i denari che le aveva promessi.

La madre, spinta dalla necessità, rossa per la vergogna, chiese cento lire per maritare la figlia.
La contessa, grata alla donna per l’aiuto, gliene donò cinquecento.
E le donò anche gioielli che valevano altrettanto.
Subito dopo madre e figlia se ne andarono in campagna presso alcuni parenti.
Frattanto, Beltramo, sapendo che la moglie se ne era andata, ritornò nelle sue terre.
La contessa rimase invece a Firenze dove partorì due figli maschi, che assomigliavano moltissimo al padre.

Quando furono un po’ cresciuti, la donna si mise in cammino e giunse a Montpellier, dove rimase per alcuni giorni.
Avendo saputo che il giorno di tutti i Santi il marito faceva una gran festa a Rossiglione, si travestì da pellegrina e vi andò.
Quando tutti erano riuniti per il pranzo, nella sala del palazzo, Giletta si gettò ai piedi del conte con i due figlioletti in braccio.
Lei, piangendo, disse:
“Signor mio, sono la tua sventurata sposa. Per farti tornare nella tua terra, me ne sono andata, miseramente, in giro per il mondo per lungo tempo.
Ora ti chiedo di rispettare le condizioni che mi ponesti tramite i due cavalieri che ti mandai. Ho nelle braccia, non uno, ma due figli tuoi ed ecco qui il tuo anello.
E’ tempo, dunque, che io debba essere ricevuta come tua moglie, secondo la tua promessa”.
Il conte, riconoscendo l’anello e i figli, che erano simili a lui, quasi svenne, chiedendosi come era potuto accadere.
La contessa, con grande meraviglia di tutti, raccontò come era andata.
Il gentiluomo, colpito dalla perseveranza e dal senno della donna, vedendo i due bei figlioletti, depose la sua ostinazione.
Accolse la donna tra le sue braccia, la riconobbe come legittima moglie e la fece rivestire con abiti adatti a lei, con grande gioia dei suoi vassalli.
Da quel giorno la trattò come sua sposa, la onorò, l’amò e la tenne sommamente cara.