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Eroi della Seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale ha mostrato quanto l’umanità potesse essere brutale e irrispettosa. Ma nel dilagare della violenza, molti uomini si sono distinti per umanità e hanno operato per il bene. In questo articolo vi invito a mettere gli occhi sul bene fatto, durante il terribile conflitto, da uomini “normali”.

Giorgio Perlasca

Giorgio Perlasca – Perlasca con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga il 30 giugno 1990

Giorgio Perlasca, tra il 1944 e il 1945 a Budapest riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ungheresi di religione ebraica spacciandosi per Console spagnolo: ma lui non era nè diplomatico nè tanto meno spagnolo.

Giorgio Perlasca nasce a Como il 31 gennaio 1910. Da giovanissimo coltiva una grande ammirazione per le idee e le imprese di Gabriele D’Annunzio e negli anni Venti aderisce con entusiasmo al fascismo.

Negli anni Trenta si arruola nell’esercito fascista e parte come volontario per l’Africa Orientale prima e per la Spagna poi. Qui si trova a combattere in un reggimento di artiglieria proprio al fianco del generale Franco.

Al termine della guerra civile spagnola rientra in Italia e inizia a mettere in discussione la sua appartenenza al fascismo. Non condivide alcune scelte del regime come l’alleanza con la Germania, nazione contro cui l’Italia aveva combattuto solo vent’anni prima e l’emanazione delle leggi razziali entrate in vigore nel 1938. La discriminazione degli ebrei italiani lo porta ad allontanarsi dal fascismo, senza però entrare nelle fila dei movimenti antifascisti.

Durante la seconda guerra mondiale viene inviato nell’Est europeo, con un incarico di tipo diplomatico, con lo scopo di acquistare carne per l’Esercito italiano.
Quando nel ’43 il nuovo governo italiano firma l’Armistizio con gli Alleati Giorgio Perlasca è a Budapest. Dal momento che egli si sente fedele al Re si rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Per questo viene internato, per alcuni mesi, in un castello riservato ai diplomatici, in Ungheria.

A metà ottobre del 1944, in accordo con i tedeschi, i nazisti ungheresi, iniziano le persecuzioni, le violenze e le deportazioni degli ebrei ungheresi.

Giorgio Perlasca è destinato ad essere internato in Germania, ma approfittando di un permesso a Budapest per visita medica riesce a scappare.

Grazie a un documento firmato da Francisco Franco in persona, ricevuto al momento del congedo in Spagna, Giorgio Perlasca trova rifugio presso l’Ambasciata spagnola. Quindi si dischiara cittadino spagnolo, ottiene un regolare passaporto intestato a Jorge Perlasca e inizia a collaborare con l’Ambasciatore spagnolo.

La Spagna, come altre potenze neutrali presenti in Ungheria quali Svezia, Portogallo, Svizzera e Città del Vaticano, può rilasciare salvacondotti per proteggere i cittadini ungheresi di religione ebraica.

Alla fine di novembre l’Ambasciatore spagnolo deve lasciare Budapest e l’Ungheria. Inoltre il Ministero degli Interni ungherese ordina di sgomberare le case protette dall’ambasciata spagnola perché é venuto a conoscenza della partenza dell’Ambasciatore Sanz Briz.

In quel momoneto Giorgio Jorge Perlasca prende in mano la situazione. Dichiara che Sanz Briz si è recato a Berna per questioni diplomatiche e che ha incaricato proprio lui Jorge Perlasca di sostituirlo. Quindi, su carta intestata e con timbri autentici, compila di suo pugno la sua nomina a rappresentante diplomatico spagnolo e la presenta al Ministero degli Esteri dove le sue credenziali vengono accolte senza riserve.

Inizia così a gestire l’Ambasciata spagnola, riuscendo non solo a proteggere, ma anche a salvare e a sfamare, giorno dopo giorno migliaia di ebrei ungheresi inserendoli in “case protette” lungo il Danubio.

Inizia un febbrile lavoro per recuperare i protetti sottraendoli alle autorità tedesche di occupazione, per rilasciare salvacondotti e così Giorgio Perlasca, riesce a portare in salvo 5218 ebrei ungheresi.

Dopo l’entrata in Budapest dell’Armata Rossa, Giorgio Perlasca viene prima fatto prigioniero, poi liberato; affronta quindi un lungo e avventuroso viaggio attravesro i Balcani e la Turchia prima di rientrare in Italia.

Il finto ambasciatore torna a casa e non racconta a nessuno, nemmeno in famiglia, la sua storia.

Solo negli anni Ottanta, alcune donne ebree ungheresi, ragazzine all’epoca delle persecuzioni, iniziano a cercare notizie del diplomatico spagnolo che durante la seconda guerra mondiale le aveva salvate. In quel momento la straordinaria storia di Giorgio Perlasca esce dal silenzio.

Non più giovane Giorgio Perlasca accetta di parlare, di farsi intervistare, di recarsi nelle scuole per raccontare la sua storia. Non lo fa per protagonismo, ma solo perché ritiene necessario affidare ai giovani l’incarico di non permettere più che tali follie non abbiano mai più a ripetersi.

Giorgio Perlasca muore il 15 agosto del 1992. È sepolto nel cimitero di Maserà vicino a Padova, sulla sua tomba la frase scritta in ebraico “Giusto tra le Nazioni”.

https://www.amazon.it/banalit%C3%A0-bene-Storia-Giorgio-Perlasca/dp/8807812339

A chi gli chiedeva perché lo aveva fatto, rispondeva semplicemente: “. . . ma lei, avendo la possibilità di fare qualcosa, cosa avrebbe fatto vedendo uomini, donne e bambini massacrati senza un motivo se non l’odio e la violenza?

Video su Giorgio Perlasca

Intervista a Perlasca
Lucarelli racconta la vita di Perlasca
Un eroe italiano

Il film “Perlasca un eroe italiano”

La ministerie televisiva con protagonista Luca Zingaretti per la regia di Alberto Negrin.

Parte 1

https://www.raiplay.it/video/2017/01/Perlasca—Un-eroe-italiano–Ep-1-bcab78e0-e4ad-40a8-93fd-3cef293bced0.html

Parte 2

https://www.raiplay.it/video/2017/01/Perlasca—Un-eroe-italiano-Ep-2-02c86c47-7504-4449-9894-d8effe60f6ae.html

Gino Bartali

Gino Bartali nasce a Ponte di Ema, un paesino vicino a Firenze nel 1914, dove trascorre la sua infanzia. Conosce da giovane Adriana e se ne innamora. Dal loro matrimonio nascono tre figli.

Appassionato di ciclismo da quando era poco più che un bambino, diventa professionista negli anni Trenta.  Dal 1935 Gino Bartali colleziona una vittoria dietro l’altra e nel 1936 vince il giro d’Italia.

Le numerosissime vittorie lo rendono famoso: diventa un eroe agli occhi degli italiani.

Purtroppo la guerra interrompe la sua carriera, ma gli permette di mostrare la sua straordinaria umanità.

Gino Bartali, durante la Seconda guerra mondiale, si adoperò contro la persecuzione degli ebrei. Infatti entrò a far parte dell’organizzazione clandestina DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei e collaborò con il rabbino e il vescovo di Firenze. Tra il 1943 e il 1944, con la scusa di allenarsi, trasportò documenti falsi destinati a famiglie ebraiche, da Firenze al convento francescano di Assisi.

Come fece? Li nascose nel telaio della sua bicicletta e così garantì a centinaia di ebrei una nuova identità ai perseguitati e gli permise di espatriare.

Per questo è insignito del titolo di Giusto tra le nazioni.

Paolo Conte dedica questa canzone al celebre ciclista – Bartali

Il film Bartali l’intramontabile

Il film narra la vita di Gino Bartali attraverso le sue vicende personali e sportive, dagli esordi fino alla fine della carriera avvenuta nel 1954. La regia è di Alberto Negrin e Bartali è interpretato da Pierfrancesco Favino.

https://www.raiplay.it/video/2019/07/Gino-Bartali-lIntramontabile-b3abbb2a-8b5f-42a9-be8e-45a0cca04d3d.html

Oskar Schindler

Oskar Schindler fu l’impreditore tedesco che salvò la vita a centinaia di ebrei con la scusa di farli lavorare nelle sue fabbriche.

Oskar Schindler e la sua fabbrica a Cracovia

Oskar Schindler nasce il 28 aprile del 1908 a Zwittau, in Moravia, una regione che a quel tempo faceva parte dell’impero austro-ungarico.

Giovane di intelligenza vivace, ma insofferente alle regole, Oskar Schindler frequenta la scuola dell’obbligo; quindi si iscrive a un istituto tecnico, da cui viene presto espulso per avere contraffatto il proprio libretto. Successivamente riesce comunque a diplomarsi, ma non sostiene gli esami necessari per andare all’università o al college. Impara diversi mestieri tra cui quello di parrucchiere. Lavora per tre anni per suo padre.

Con i primi soldi guadagnati acquista una moto, una Guzzi da competizione e comincia a gareggiare su percorsi di montagna.

Nel 1928 si sposa con Emilie Pelzl, figlia di un importante e benestante industriale. I due vivono per alcuni anni presso la casa dei genitori di Schindler, e qui vive per i sette anni seguenti.

Dopo il matrimonio Oskar Schindler lascia il lavoro con suo padre e si dedica a diverse mansioni: lavora per la Moravian Electrotechnic, per una scuola guida, per l’esercito ceco, dove raggiunge il grado di caporale.

Nel corso degli anni Trenta chiude sia la Moravian Electrotechnic che l’impresa di suo padre e così Oskar Schindler, dopo un periodo di disoccupazione viene assunto dalla Banca di Praga dove rimarrà per sette anni.

In quel periodo Oskar Schindler viene arrestato più volte per ubriachezza. Inoltre ha una relazione extraconiugale da cui ha due figli.

A metà degli anni Trenta Oskar Schindler si aggrega al Partito Tedesco dei Sudeti e pur essendo un cittadino della Cecoslovacchia, nel 1936 diventa una spia per l’Abwehr, i servizi segreti nazisti, scelta dettata, secondo quanto rivelato da lui successivamente, dal fatto di essere alcolizzato e pieno di debiti.

I suoi compiti prevedono che lui raccolga informazioni sulle ferrovie e sulle installazioni militari nel suo paese, sui movimenti delle truppe, sul reclutamento delle spie. In Cecoslovacchia infatti si teme un’invasione nazista.

Il 18 luglio del 1938, Schindler viene arrestato dal governo ceco per spionaggio e viene incarcerato. Ma viene ben presto rilasciato perchè la regione dei Sudeti viene annessa alla Germania il 1° ottobre 1938.

Nel 1939 Oskar Schindler entra ufficialmente nel partito nazista e viene trasferito con sua moglie sul confine tra la Repubblica Ceca e la Polonia. Qui viene coinvolto in affari di spionaggio e si fa aiutare dalla moglie a raccogliere e nascondere i documenti segreti nel suo appartamento. Il governo tedesco sta preparando l’invasione della Polonia.

Schindler continua a lavorare per l’Abwehr fino all’autunno del 1940 quando viene spedito in Turchia, per conto dei servizi segreti tedeschi, per indagare su presunti casi di corruzione.

Nel 1942 torna in Polonia dove assiste all’orrore della violenza nazista contro gli ebrei a Cracovia. Rimane sconcertato dalla mancanza di scrupoli dei soldati tedeschi nei confonti della popolazione civile inerme: chi cerca di scappare o di nascondersi viene ucciso barbaramente.

La vista della ferocia nazista trasforma il giovane scialacquatoree Oskar Schindler decide di dare il suo contributo a favore della popolazione ebrea.

Sfruttando le sue doti di diplomatico, Oskar Schindlerriesce ad ottenere che novecento ebrei vengano lasciati nel complesso industriale di sua proprietà; ufficialmente per avere forza lavoro gratuita (gli ebrei non avevano diritto ad un salario) ma con lo scopo reale di metterli al riparo dalla brutalità nazista. Questi sono gli uomini che vengono definiti i Schindlerjuden, cioè gli ebrei di Schindler:

Quando nel 1944 i tedeschi distruggono i campi di concentramento e uccidono le persone internate perchè la Polonia sta per essere liberata dall’Armata Rossa, Oskar Schindler riesce a trasferire più di mille ebrei in una fabbrica in Cecoslovacchia

Con la fine della guerra ‘uscita di scena di Hitler e del suo regime, conclusa la Seconda guerra mondiale, Schindler si trasferisce dapprima in Argentina poi ritorna in Germania. Non riesce però a riprendere la professione di imprenditore e si trova quasi in miseria.

Quando nel 1961 va in Israele, viene accolto con entusiasmo dai sopravvissuti all’Olocausto. Nel 1965 Oskar Schindler riceve la Croce al Merito di I Classe dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca.

Oskar Schindler muore nel 1974, la salma viene trasferita a Gerusalemme e sulla lapide viene incisa la scritta “Giusto tra i giusti”.

Il vero potere non è poter uccidere, ma avere tutti i diritti di farlo, e trattenersi.

Oskar Schindler

Su di lui è stato fatto, nel 1993, il film “Schindler’s List“, la lista di Schindler, film di Steven Spielberg che ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Il film si ispira al romanzo, “La lista di Schindler” scritto nel 1982 dall’australiano Thomas Keneally.

Video su Schindler

Chi è Oskar Schindler
La fabbrica di Schindler

Lucillo Merci

Lucillo merci – Il Perlaasca trentino – foto it.gariwo.net e www.altoadige.it
Lucillo merci ha falsificato più di 600 certificati attestanti la cittadinanza o la discendenza italiana: per salvare gli ebrei, non solo italiani, da Auschwitz e dalla morte.

Lucillo Merci nasce a Riva del Garda nel 1899. Dopo il diploma trova impiego come maestro elementare a Salorno.

Iscritto al partito fascista, nel 1923 è nominato direttore didattico a Malles Venosta. Qui diventa un punto di riferimento per le trecento maestre inviate da Mussolini con lo scopo di italianizzare gli altoatesini.

Lucillo Merci negli anni Trenta insegna alle scuole di Bronzolo e Malles, dove è anche nominato podestà. Nel 1938 è direttore alle “Rosmini” di Bolzano. Nel 1940 è chiamato alle armi: prima col grado di tenente sul fronte francese e poi viene assegnato, come capitano in Albania e Grecia, alla Divisione Aqui, quella divisione che sarà massacrata a Cefalonia.

Gli viene assegnato il grado di Capitano e combatte prima in Albania, poi in Grecia. 

Arrivato a Salonicco, nella zona greca occupata dai nazisti, il suo ottimo tedesco gli vale il distacco in qualità di interprete presso il Consolato. Salonicco era chiamata la Gerusalemme dei Balcani per l’alto numero di ebrei residenti, il 60 % circa della popolazione cittadina. Tra loro, migliaia sono gli italiani di fede ebraica.

Merci arriva nella città greca ai primi di ottobre del ’42, quando è già in corso l’occupazione tedesca. Il console italiano Guelfo Zamboni gli affida il compito di interprete e di ufficiale di collegamento con le autorità militari tedesche.

Entrambi sono fascisti, ma entrambi non hanno dubbi e non esitano a organizzare un piano per salvare gli ebrei, non solo italiani.

I nazisti a Salonicco vogliono ripulire la città dagli ebrei; per questo mandano temibili capitani delle SS Dieter Wisliceny e Alois Brunner, due fra i più terribili ed esperti organizzatori della “Soluzione finale”.

Merci scrive nel suo diario: “Abbiamo capito che sono stati mandati per liquidare definitivamente il problema degli ebrei”. Atene è sotto l’influenza italiana ed è un luogo sicuro per gli ebrei. E così Lucillo Merci e Consoli Guelfo Zamboni e Giuseppe Castruccio si adoperano per fornire documenti falsi che attestino la cittadinanza italiana agli ebrei destinati alla deportazione. Questi possono così salvarsi partendo per Atene o raggiungendo l’Italia. Lucillo Merci distribuisce personalmente i certificati all’interno dei campi di concentramento. 

Durante una licenza nel luglio 1943 Merci accompagna in Italia una quarantina di ebrei. Una ventina di questi riesce a salvarsi a Firenze; gli altri vengono scoperti e trucidati nella prima strage nazista di ebrei in Italia. Lucillo Merci grazie al suo perfetto tedesco e ad un carattere franco ed estroverso, riesce ad ammorbidire i tedeschi e se serve a tener testa agli ufficiali nazisti, che potrebbero punire con la morte l’aiuto che lui ha fornito agli ebrei. Dopo l’8 settembre viene arrestato dai tedeschi, ma il Console Castruccio riesce a farlo liberare. 

Nel settembre ’43,  dopo la chiusura del Consolato e la cessazione dei suoi incarichi ufficiali, Merci continua ad adoperarsi per salvare i perseguitati. In abiti borghesi, si impegna per i fuggiaschi italiani. Distribuisce cibo ai soldati prigionieri dei tedeschi per alleviarne i disagi e ne salva alcuni spacciandoli per insegnanti della comunità italiana di Salonicco. 

Dopo la guerra Lucillo Merci mantiene il più stretto riserbo sui suoi atti di salvataggio. Diventa ispettore scolastico nelle scuole in Alto Adige fino alla pensione nel 1964. Muore a Bolzano nel 1984. 

Brani tratti dal Diario di Lucillo Merci

Merci è autore di un diario i cui contenuti sono stati resi noti nel 2007 dallo storico Gianfranco Moscati e dagli studiosi dell’Archivio storico del Comune di Bolzano.

“Da circa due settimane prosegue la deportazione degli Ebrei greci in Polonia su treni formati da 40 carri bestiame, su ciascuno dei quali vengono pigiate 60 persone di ogni età. Ogni trasporto è di 2.400 persone.”
6 aprile 1943
“Continua in Consolato il rilascio di cittadinanza italiana agli Ebrei coniugi di cui uno di origine italiana che abbiano consanguinei, ascendenti, discendenti o collaterali (…) fra i quali ci sia o ci sia stato un congiunto di qualsiasi grado di parentela già italiano o con cognome italiano. Esempio specifico: quello dei coniugi Daniele e Bella Mentesch, contadini con tre figlioletti. Ignorano la lingua italiana. Tra gli ascendenti ci fu un cognome italiano”
7 maggio 1943
“Dal campo ‘Baron Hirsch’ sono stati liberati oggi 60 ebrei nati italiani o dichiarati italiani. Il 26 ne uscirono altri 5 e il 27 altri 4. Anche la famiglia di Rachele Modiano è stata liberata. Tutti insieme si sono dati appuntamento al nostro Consolato e fecero una grande dimostrazione di gratitudine al Signor Console e a me”.
25 – 28 maggio 1943
“Non nascondo che in taluni casi mi tremavano le vene e i polsi presentando taluni certificati agli Uffici tedeschi, indi, ogni volta l’elenco al Campo di concentramento per prendere in consegna gli ebrei liberati”.

Scrivere

Fonti

  • www.treccani.it/enciclopedia/giorgio-perlasca/
  • www.giorgioperlasca.it
  • https://biografieonline.it/biografia-oskar-schindler
  • https://it.gariwo.net/giusti/shoah-e-nazismo/lucillo-merci-1536.html
  • http://www.bolzano-scomparsa.it/lucillo_merci.html
  • https://www.giornaletrentino.it/cronaca/trento/lucillo-merci-il-perlasca-trentino-che-strapp%C3%B2-oltre-600-ebrei-alla-morte-1.2262176
  • https://biografieonline.it/biografia-gino-bartali
  • https://www.focus.it/cultura/storia/gino-bartali-doodle
  • https://www.elasticinterface.com/it/magazine/gino-bartali-shoah/
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Totalitarismo

Il termine totalitarismo è stato coniato dagli antifascisti italiani nella prima metà degli anni ’20. Fu poi utilizzato dagli stessi fascisti per autodefinirsi e per definire la loro aspirazione: volevano l’identificazione totale tra Stato e società.

Il termine fu utilizzato anche da Hanna Arendt per definire le forme di governo antidemocratiche del ventesimo secolo.

Caratteri dei regimi totalitari

  • Ideologia ufficiale assoluta e indiscutibile
  • Potere assoluto del partito unico di massa
  • Partito con capo assoluto al vertice
  • Uso sistematico del terrore e della violenza
  • Monopolio dei mezzi di comunicazione di massa
  • Propaganda censura
  • Controllo della vita quotidiana del cittadino
  • Obiettivo di forgiare uomini nuovi

I regimi totalitari sono un fenomeno della società di massa in quanto è un tipo di regime che tende a:

  • mobilitare le masse,
  • a politicizzare le masse,
  • a creare un’idea di cittadinanza alternativa a quella liberale.

La cittadinanza totalitaria si fonda sul primato di identità totali

  • lo stato,
  • la razza,
  • la classe,
  • il partito.

Il potere totalitario si fonda:

  • sull’esercizio potenzialmente illimitato del potere,
  • sul tentativo di omogeneizzare il corpo sociale nel quadro di un’ideologia unica,
  • sul tentativo di costruire la cittadinanza totalitaria.

I fondamenti dei sistemi totalitari sono:

  • violenza,
  • terrore,
  • consenso popolare,
  • odio nei confronti del nemico,
  • odio nei confronti del diverso.

Il potere dei regimi totalitari è contrassegnato da:

  • la supremazia della classe dirigente sugli organi rappresentativi;
  • la lotta senza esclusione di colpi alla libertà di stampa, pensiero e associazione;
  • l’ossessionante sollecitazione ideologica delle masse come strumento di controllo della nazione ad uso e consumo di un leader, rappresentativo e carismatico,
  • la presenza di un partito unico;
  • la deresponsabilizzazione morale degli uomini nell’esecuzione di ordini e disposizioni del potere.

Il progetto politico dei regimi totalitari

  • Accentramento dei poteri nelle mani di un capo indiscusso,
  • Struttura gerarchica dello stato basata sul merito e sulla aderenza alla morale del regime,
  • Inquadramento forzato del popolo nelle organizzazioni di massa,
  • Censura e rigido controllo su riviste, quotidiani e giornali d’informazione, ma anche radio, cinema, manifestazioni pubbliche, scuola e cultura, tramite cui controllare la stessa popolazione,
  • Soppressione della libertà sindacali di scioperare e chiedere diritti,
  • Dirigismo economico: potenziamento delle manovre statali in campo economico.
Adunate oceaniche durante il fascismo

Reazioni della società ai totalitarismi

  • Le classi sociali intermedie, il ceto medio, aderirono con entusiasmo alle iniziative e alle associazioni dei governi totalitari.
  • Nelle classi popolari, provocò, uno scontento generale nei confronti dell’autoritarismo e dell’intromissione statale nella vita privata.
  • La borghesia si allineò ai cambiamenti per puro utilitarismo.

Se guardiamo la cartina dell’Europa vediamo che nel nord Europa troviamo le democrazie liberali: Irlanda, Regno Unito, Norvegia, Finlandia, Svezia, Belgio e Paesi Bassi, con Svizzera e Cecoslovacchia. Troviamo invece i regimi comunisti nell’URSS.

I regimi fascisti sono Germania e Italia. Ma possiamo vedere altri regimi autoritari e altri che hanno avuto un governo di fronte popolare come la Spagna e la Francia.

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Stalinismo

Per quanto riguarda il l’Unione sovietica abbiamo una situazione per certi versi simile per altri diversa.  L’URSS con Stalin vuole costruire un nuovo stato, una grande potenza industriale.

Per fare questo organizzerà un piano di industrializzazione a tappe forzate per piani quinquennali. Il primo piano quinquennale va dal 1928 al 1933 prevede l’industrializzazione massiccia e la collettivizzazione dell’agricoltura. Il processo di collettivizzazione dell’agricoltura si rivelerà ben presto disastroso. Stalin abbandonerà la NEP, la nuova politica economica inaugurata da Lenin dopo la guerra civile. E passerà all’economia pianificata.

In questo manifesto si inneggia al piano quinquennale varato nel 1528.

L’economia pianificata ottiene grandi risultati nel settore industriale mentre fallisce miseramente in quello agricolo. In ogni caso i costi umani e sociali di questa politica sono altissimi: sfruttamento, deportazioni, riduzione dei consumi e milioni di morti nella più grande carestia della storia causata dalla requisizione forzata dei cereali nelle aziende agricole. urss_piano_quinquennale_1928

La collettivizzazione forzata delle terre e di tutti i beni e le strutture di produzione agricola prevede anche l’eliminazione fisica, o la deportazione, dei kulaki cioè dei piccoli proprietari terrieri.

Anche nell’Unione sovietica il partito e la burocrazia detengono il potere assoluto.

Gli strumenti utilizzati dal partito comunista sono:

– il terrore

– la violenza

– l’eliminazione fisica degli avversari politici

– un controllo capillare della società

– un sistema ideologico basato sull’ideologia del partito comunista: tutti coloro che non sono d’accordo con il regime rischiano di finire nel gulag.

I gulag sono campi di concentramento dove i prigionieri sono obbligati ai lavori forzati.

L’Unione sovietica negli anni ‘30 non nasconde il sistema concentrazionario, come invece fa la Germania. L’Unione sovietica esibisce questi luoghi come luoghi di rieducazione attraverso il lavoro ma la realtà è un’altra. In questi campi di concentramento ci saranno milioni di morti, la vita viene vissuta in condizioni disumane.

Dal 1926 assistiamo alla deportazione di cittadini comuni che vengono accusati o sospettati di reati contro lo stato comunista.

L’industrializzazione forzata degli anni ‘30 porterà all’impiego dei prigionieri in grandi opere come ad esempio la costruzione di un canale navigabile tra il Baltico e il mare del Nord.

Tra il 1930 il 1932 assistiamo alla deportazione dei kulaki – piccoli proprietari terrieri che avevano avuto un buono sviluppo nel periodo della NEP.

Tra il ’36 e il ‘38 assistiamo alle purghe staliniane. Stalin elimina fisicamente tutte le persone di cui non si fida; arriverà ad eliminare anche molte persone che sono state molto vicine nell’organizzazione del sistema gerarchico comunista.

Arriverà ad eliminare anche molti ufficiali dell’esercito, tanto che, quando Hitler invaderà la Russia, l’esercito russo sarà in grande difficoltà a causa della mancanza dei vertici dell’esercito.

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Fascismo

I Fasci di combattimento

Nel 1919 Benito Mussolini, ex direttore dell’Avanti, giornale di ispirazione socialista fondò i Fasci di combattimento.

I Fasci nacquero come antipartito e proponevano il seguente programma.

FASCI ITALIANI DI COMBATTIMENTO – Comitato Centrale
MILANO – Via Paolo da Cannobbio, 37 – Telefono 7156

Italiani!
Ecco il programma nazionale di un movimento sanamente italiano.
Rivoluzionario, perchè antidogmatico e antidemagogico; fortemente innovatore perchè antipregiudizievole.
Noi poniamo la valorizzazione della guerra rivoluzionaria al di sopra di tutto e di tutti.
Gli altri problemi: burocrazia, amministrativi, giuridici, scolastici, coloniali, ecc. li tracceremo quando avremo creata la classe dirigente.

Per questo NOI VOGLIAMO:
Per il problema politico
a) — Suffragio universale a scrutinio di Lista regionale, con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne.
b) — Il minimo di età per gli elettori abbassato ai 18 anni; quello per i Deputati abbassato ai 25 anni.
c) — L’abolizione del Senato.
d) — La convocazione di una Assemblea Nazionale per la durata di tre anni, il cui primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato.
e) — La formazione di Consigli Nazionali tecnici del lavoro, dell’industria, dei trasporti, dell’igiene sociale, delle comunicazioni ecc. eletti dalle collettività professionali o di mestiere, con poteri legislativi, e col diritto di eleggere un Commissario Generale con poteri di Ministro.

Per il problema sociale:
NOI VOGLIAMO:
a) — La sollecita promulgazione di una Legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore di lavoro.
b) — I minimi di paga.
c) — La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria.
d) — L’affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici.
e) — La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.
f) — Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sull’invalidità e sulla vecchiaia, abbassando il limite di età, proposto attualmente a 65 anni, a 55 anni.

Per il problema militare:
NOI VOGLIAMO:
a) — L’istituzione di una milizia nazionale con brevi servizi di istruzione e compito esclusivamente difensivo.
b) — La nazionalizzazione di tutte le Fabbriche di Armi e di esplosivi.
c) — Una politica estera nazionale intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche della civiltà, la nazione italiana nel mondo.

Per il problema finanziario:
NOI VOGLIAMO:
a) — Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia la forma di vera ESPROPRIAZIONE PARZIALE di tutte le ricchezze.
b) — Il sequestro di tutti i beni delle Congregazioni religiose e l’abolizione di tutte le mense Vescovili, che costituiscono una enorme passività per la Nazione, e un privilegio di pochi.
c) — La revisione di tutti i contratti di forniture di guerra, ed il sequestro dell’85% dei profitti di guerra.
Dopo aver letto il programma dei Fasci di combattimento quale immagine di questo movimento emerge?

Il programma era repubblicano e ultrademocratico col diritto di voto per le donne, la giornata lavorativa di otto ore e la tassazione straordinaria dei capitali.

Queste proposte verranno poi dimenticate dal regime fascista. Si osservi che il programma proponeva anche il mito della violenza «rigeneratrice» elemento che invece rimarrà nei programmi del Duce.

La prima azione compiuta dai fasci di combattimento fu la distruzione della sede dell’Avanti, nell’aprile del 1919.

Nel 1914 – 1915 Mussolini era direttore dell’Avanti, testata giornalistica che sosteneva le idee socialiste.
In Italia era acceso il dibattito tra interventisti e neutralisti. Il partito socialista sosteneva in maniera decisa il neutralismo: l’Italia non avrebbe dovuto entrare in guerra.
Mussolini, nonostante l’orientamento del suo partito, abbracciava le proposte degli interventisti.
Sicuro di essere seguito dal partito egli chiede alla direzione nazionale del Partito Socialista Italiano di sostenere la sua nuova linea.
Non ascoltato Mussolini rassegnò le sue dimissioni.

Il fascismo arrivò al governo dopo un periodo di instabilità politica. Nel 1919 i Fasci contavano 31 sezioni e 870 iscritti e alle elezioni del 1919 i Fasci ottennero 4000 voti, ma nessun seggio.

In questa prima fase avevano un potere marginale, ma progressivamente divennero sempre più importanti.

Acquisirono infatti sempre più potere perché:

  • abbandonarono l’iniziale radicalismo,
  • si proposero come strumento di organizzazione politica della borghesia produttiva e dei ceti medi – questi non si riconoscevano nei partiti tradizionali e nello stato liberale,
  • fecero un uso “sapiente” della violenza politica.

Operazioni squadriste

Nel 1920 iniziarono le spedizioni delle squadre d’azione fasciste. Le squadre erano composte da:

  • giovani ex combattenti,
  • ufficiali appena congedati,
  • arditi,
  • studenti,
  • disoccupati al soldo degli agrari.

Spesso gli squadristi provenivano dal ceto piccolo borghese e dal ceto medio. Si muovevano rapidamente da un borgo all’altro a bordo di un camion, di notte.

L’obiettivo delle squadre era:

  • disarticolare il sistema sindacale,
  • intimidire l’avversario politico,
  • attirare nuovi proseliti.

Le squadre delle camicie nere, questa la divisa degli appartenenti ai fasci di combattimento, attaccavano simboli dei partiti comunisti e socialisti. Nelle aree agricole gli imprenditori agrari assoldavano le squadre di fascisti contro le conquiste ottenute dai movimenti contadini di matrice socialista o cattolica.

Tra 1921-1922 le violenze aumentarono, arrivando ad occupare anche intere città come Bologna.

E cosa fecero le forze dell’ordine?

Nulla! Le forze dell’ordine e la magistratura non intervennero, ma tollerarono, senza cercare in alcun modo di reprimere tali movimenti violenti. E così il fascismo agì indisturbato, senza dover fare i conti con le forze dell’ordine.

GLI STRUMENTI DELLO SQUADRISMO
• Camicia nera
• Fascio littorio di origine etrusca – insegna del potere dei magistrati
• Manganello – Simbolo di forza e vitalità
• Olio di ricino somministrato con forza dopo l’uso dei manganelli

Lo squadrismo si rafforzò progressivamente; all’interno nel movimenti si designavano i capi del fascismo locale, i dirigenti del futuro Partito Fascista. Questi costruirono il loro potere attraverso la violenza e il terrore.

I simboli del fascismo:
FASCIO LITTORIO nell’antica Roma il fascio era il simbolo del potere dei magistrati
SALUTO ROMANO diventa simbolo ufficiale del regime, reso obbligatorio dal 1932 al posto della stretta di mano perché considerata segno di eccessiva familiarità e mollezza.
Quanto corrisponde l’immagine che emergeva dal programma dei Fasci con le azioni da loro compiute?

Governi italiani tra il 18 e il 22

Tra novembre 1918 e ottobre 1922 si susseguirono sei diversi governi. L’instabilità politica mostrava la fragilità dello Stato. I partiti al potere non riuscivano a trovare un accordo: liberali, socialisti e popolari non erano in grado di governare il paese.

Per questo la classe dirigente ipotizzò un’alleanza elettorale che comprendesse anche fascisti e nazionalisti; lo stesso Giolitti sostenne una maggioranza parlamentare con i fascisti. Il progetto di Giolitti era quello di «parlamentizzare» il movimento fascista, renderlo più moderato.

Mussolini aderì alla proposta: lui voleva la legittimazione politica e si presentava come «uomo d’ordine». La violenza dei fasci divenne quindi uno strumento politico: i manganelli e l’olio di ricino contro le proteste e le richieste sociali.

Elezioni del 1921

I fascisti si presentarono assieme al Partito Liberale e ad altri partiti di centro; si presentarono nei collegi del nord dove si presumeva una vittoria socialista. Le elezioni si svolsero a maggio dopo una campagna elettorale insanguinata: furono più di cento vittime di scontri nei 40 giorni prima delle consultazioni elettorali.

I risultati delle votazioni registrarono un lieve calo della sinistra, la tenuta dei liberali, un aumento dei popolari. Ai fascisti andarono 31 seggi.

Dalle elezioni emerse un Parlamento ancora più frazionato in cui le forze liberal-democratiche avevano la maggioranza solo con i deputati fascisti, tra cui Benito Mussolini. La conferma politica portò ad un aumento del potere dei fasci, ormai sempre più padroni delle piazze e sempre sostenuti dagli agrari.

PNF – Partito nazionale fascista

Nel novembre del 1921, dopo le elezioni, Mussolini trasformò il movimento dei Fasci nel Partito nazionale fascista PNF: il movimento fascista divenne quindi forza politica, un solido strumento di azione con i suoi 200.000 iscritti, con rappresentanza parlamentare e col radicamento sul territorio.

Programma del partito fascista

Il programma del partito fascista era ben diverso da quello dei fasci di combattimento, un programma di impronta conservatrice e nazionalista apprezzato da borghesia industriale, agraria e commerciale. Il programma prevedeva:

  • Stato forte,
  • Limitazione poteri del Parlamento,
  • Esaltazione della nazione e della competizione tra le nazioni,
  • Restituzione all’industria privata di servizi gestiti dallo stato (ferrovie e telefonia)
  • Divieto di sciopero.

Scissioni nei partiti di maggioranza

Mentre il partito fascista aumentava progressivamente il suo potere, gli altri partiti registravano delle lacerazioni interne.

Il movimento socialista e il partito comunista PCI

Il movimento socialista era

  • sempre più diviso tra Massimalisti e Riformisti,
  • indebolito nelle fabbriche per l’esito deludente delle lotte operaie,
  • inerme di fronte alla violenza squadrista

Nel gennaio del 1921, al congresso di Livorno, avvenne una scissione all’interno del Partito socialista. Nacque così il Partito Comunista d’Italia.

Bordiga, Gramsci, Togliatti e Terracini volevano costruire in Italia una prospettiva rivoluzionaria, che promuovesse la rivoluzione per arrivare, come in Russia, alla dittatura del proletariato.

Nell’ottobre del 1922 all’interno del movimento socialista si assistette ad una seconda scissione: si formò il Partito Socialista Unitario, che aveva come segretario Giacomo Matteotti. Il maggior partito italiano si era quindi diviso in tre parti; questo accadde alla vigilia della marcia su Roma.

Video su scissione partito socialista

https://www.ilsole24ore.com/art/pci-cento-anni-scissione-che-segno-destino-sinistra-italiana-ADXekCEB

Scissione partito popolare

Ma non solo il movimento socialista era lacerato al suo interno, anche il Partito Popolare, pur rimanendo unito, registrava al suo interno delle divisioni. C’erano tre orientamenti:

  • la Destra moderata
  • il Centro con don Luigi Sturzo e Alcide Degasperi
  • la Sinistra più vicina ai movimenti sindacali.

Film e video di approfondimento

Crollo delle istituzioni democratiche

Alla fine dell’estate del 1922 Mussolini ritenne che fosse giunto il momento di agire con forza. Iniziò quindi ad occupare diversi edifici pubblici nelle città dell’Italia settentrionale. Mussolini aveva organizzato le sue squadre, erano una vera e propria milizia fascista gestita direttamente dal vertice.

Marcia su Roma

Forte del controllo di molte città del Nord, nella notte tra il 27 e il 28 gli squadristi iniziarono ad affluire a Roma, sebbene la resistenza degli Arditi del popolo li bloccasse a Civitavecchia e l’esercito a Orte. Alle cinque del mattino del 28 ottobre il presidente del consiglio Facta decise di proclamare lo stato d’assedio, ma il re rifiutò di firmare il decreto. Facta si dimise. Le camicie nere di Mussolini entrarono dunque in Roma senza colpo ferire.

A quel punto il re Vittorio Emanuele III, dopo aver ipotizzato un governo Salandra-Mussolini, decise che «sola soluzione politica accettabile» era un governo Mussolini. Questi, partito da Milano la sera stessa, giunse a Roma il 30 mattina per ricevere formalmente l’incarico. E così il 30 ottobre Mussolini venne incaricato di formare un nuovo governo.

Il 16 novembre con la formazione del governo di Mussolini – di cui facevano parte, con i fascisti, esponenti liberali, popolari, democratici e nazionalisti – iniziava il lungo ventennio della dittatura fascista. Si segnò così la fine dello stato liberale.

La marcia su Roma – immagini di repertorio dell’Istituto LUCE
L’atto con cui Mussolini prese il potere fu un atto violento, anche se non era stata compiuta violenza, almeno in quel momento.
Dopo l’invasione della capitale da una moltitudine di camicie nere, Mussolini arrivò al potere grazie all’alleanza del partito fascista col partito liberale.

https://www.focus.it/cultura/storia/28-ottobre-1922-marcia-su-roma-che-cosa-e-successo

https://www.treccani.it/enciclopedia/marcia-su-roma_%28Dizionario-di-Storia%29/

Sintesi – Le tappe dello squadrismo

Primavera 1919 – estate 1920 – Squadrismo urbano matrice futurista e arditista,
Autunno 1920 – elezioni maggio 1921 – Squadrismo agrario con centro irradiatore Bologna,
Primavera – estate 1921 Crescono i numeri delle violenze squadriste: le spedizioni punitive allargano il loro raggio d’azione, si spostano da una regione all’altra.
Novembre 1921 – Viene fondato il PNF il Partito Nazionale Fascista. Si completa così la distruzione delle organizzazioni rosse, aumenta la violenza contro le organizzazioni bianche. Lo squadrismo è sempre più un movimento di massa.
Ottobre 1922 – Marcia su Roma

Video RAI STORIA dallo squadrismo al fascismo

https://www.facebook.com/watch/?v=1604074333100219

La fascistizzazione dello stato italiano

Tra l’ottobre del 1922 e il gennaio del 1925 l’Italia si trovava in una fase di transizione, che portò progressivamente verso il regime fascista, verso la dittatura fascista, verso il regime totalitario.

Furono costituiti:

  • Gran consiglio del fascismo composto dai massimi esponenti del partito. Questo era l’unico organo in cui esisteva un vero dibattito politico, unico organo che esercitava forte influenza sul governo. Sarà proprio il Gran consiglio del fascismo, nel ’43, a destituire Benito Mussolini.
  • Milizia volontaria per la sicurezza nazionale: un esercito parallelo agli ordini del capo del governo, Benito Mussolini.

Mussolini si sentiva minacciato dai partiti non fascisti, la stabilità di governo era minacciata da socialisti, comunisti e popolari. Ma le lacerazioni interne a tali partiti andarono a vantaggio della politica di Mussolini. Infatti anche i Popolari erano sempre più divisi: sia i moderati che il papa erano favorevoli a Mussolini, per questo don Sturzo si dimise.

Legge maggioritaria 1923

Per evitare che il parlamento potesse mettere in crisi il governo, Mussolini riuscì a far approvare una legge elettorale maggioritaria, la legge Acerbo, che assegnava i 2/3 dei seggi alla coalizione che avesse ottenuto più del 25% dei voti. Questa legge sarà poi applicata alle elezioni del 1924.

Listone

Nel 1924 il partito Fascista si presentò alle elezioni all’interno del «listone» assieme a nazionalisti, liberali, cattolici moderati. I partiti antifascisti invece, si presentano in ordine sparso: le idee antifasciste non compresero che l’unione fa la forza, mentre questo fu chiaro ai fascisti che non si presentarono mai alle elezioni da soli!

La campagna elettorale e le votazioni del 1924 si svolsero in un clima di intimidazioni e furono caratterizzate anche da brogli elettorali.

Alle elezioni il successo di Mussolini fu innegabile: il listone ottenne il 65% dei voti, mentre i Popolari e partiti di sinistra dimezzarono i loro seggi. Mussolini era stato ampiamente sostenuto dalla borghesia e dalla classe dirigente conservatrice a cui si era proposto come forza politica in grado di garantire stabilità politica e ordine sociale.

E così Mussolini si trovò in Parlamento 374 deputati su 535, di cui 275 erano fascisti. Questo strapotere fu permesso proprio grazie alla legge maggioritaria, fatta approvare dai fascisti nel 1923.

Delitto Matteotti

Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, dopo le elezioni, tenne un discorso alla Camera dei Deputati in cui denunciava i brogli e le violenze elettorali che avevano caratterizzato la campagna elettorale.

Testimonianza di Giorgio Amendola, presente quel giorno alla Camera
Testo del Discorso di Giacomo Matteotti alla Camera

Ma il 10 giugno del 1924, pochi giorni dopo il suo intervento, Giacomo Matteotti sparì misteriosamente. Venne rapito. A fine agosto fu ritrovato il suo cadavere, che era stato mal seppellito.

I responsabili, che appartenevano alle milizie fasciste, vennero ben presto individuati e arrestati. L’indignazione popolare nei confronti del fascismo crebbe. Al processo i magistrati dichiararono che le squadre fasciste avevano agito all’insaputa di Mussolini. I colpevoli furono condannati; ma poco dopo anche condonati!

Quello di Matteotti fu un delitto politico, venne eliminato un oppositore troppo scomodo per i programmi di Mussolini.

Film completo Il delitto Matteotti

Con il delitto Matteotti l’opinione pubblica rimane molto scossa tanto che si aprì una profonda crisi politica. Forse questo fu il momento in cui il potere di Mussolini sembrò davvero vacillare sotto il peso di una condanna generale.

Secessione Aventino

In seguito al delitto Matteotti, in segno di protesta, le opposizioni parlamentari decisero di non partecipare più ai lavori delle camere. Affermarono di non riconoscere la legittimità morale e politica a quel parlamento dominato dai fascisti. Perché la loro protesta fosse più efficace decisero di compiere un’azione molto forte: lasciare l’aula.

L’atto di protesta fu attuato a partire dal 26 giugno 1924 da 123 deputati del Regno d’Italia. L’intenzione era quella di astenersi dai lavori parlamentari fino a che i responsabili del rapimento Matteotti non fossero stati processati.

La protesta prese il nome del colle Aventino dove, secondo la storia romana, si ritiravano i plebei nei periodi di acuto conflitto con i patrizi romani.

La protesta non ebbe successo! Infatti l’abbandono dell’aula parlamentare lasciò campo libero al potere fascista. I deputati aventiniani speravano che il re avrebbe tolto l’incarico a Mussolini, vista la situazione. Invece il re non fece nulla, d’altra parte aveva permesso alle forze fasciste di invadere la capitale!!!

Mussolini riprese gradatamente il pugno della situazione. Il 3 gennaio 1925 tenne un discorso alla Camera in cui si assunse la responsabilità politica della violenza fascista e del delitto Matteotti. Iniziò così il percorso che portò l’Italia alla dittatura fascista.

Discorso del 3 gennaio 1925, tratto dal film Delitto Matteotti

Leggi fascistissime

Tra il ‘25 e il ‘26 Mussolini emana le leggi fascistissime che trasformano progressivamente l’Italia da un paese democratico a una dittatura. Mussolini è un grande leader capace di coinvolgere la popolazione, di farsi ubbidire. La struttura della dittatura fascista prevede che venga negato lo stato di diritto. Le leggi fascistissime rafforzano il potere esecutivo eliminando le libertà civili e libertà politiche.

  • Il capo del governo è responsabile solo di fronte al re e non al Parlamento. Il parlamento non può discutere leggi senza approvazione del governo, è solo un organo formale.
  • Viene soppressa libertà di associazione.
  • Sono soppressi partiti politici
  • Abolisce tutti i sindacati e ammette solo i contratti stipulati con sindacati socialisti. Ovviamente lo sciopero è proibito per legge. Al posto dei sindacati istituisce le corporazioni: ogni settore dell’economia è rappresentato all’interno dello stato. Ma il progetto non sarà mai attuato.
  • L’amministrazione dello stato è sottratta al parlamento.
  • Sono abolite le autonomie locali: il podestà sostituisce il sindaco.
  • Sono abolite le elezioni amministrative.
  • Vengono chiusi i giornali antifascisti e tutta la stampa è sottoposta a censura.
  • Si reintroduce la pena di morte.
  • Viene istituito un “Tribunale speciale per la difesa dello stato contro gli oppositori del regime”. Tra il 1926 e il 1943 sono stati mandati al confino 17.000 italiani e sono state inflitte condanne per 28.000 anni di carcere.

Le leggi fascistissime quindi :

  • aboliscono la libertà democratica,
  • aboliscono il dialettica politica,
  • reprimono il dissenso,
  • affidano il potere esecutivo al Duce.

Nel 1928, con la legge elettorale plebiscitaria, si conclude il processo di fascistizzazione dello stato italiano. I cittadini potevano approvare o respingere una lista di 400 candidati scelti dal fascismo. Da quel momento le elezioni furono senza valore perché effettuate senza alcuna libertà politica.

Dopo il 1925 non era stata più necessaria la violenza squadrista. Nel ’27 Mussolini fonda anche la polizia segreta con la quale si garantisce il pieno controllo delle forze dell’ordine. Mussolini ha quindi trasformato il partito in una struttura burocratica gerarchica controllata dal vertice. I gerarchi fascisti sono i dirigenti dello stato.

Si arriva all’identificazione tra partito e stato. Lo stato Italiano e il partito fascista sono la stessa cosa nel sogno di Mussolini: vuole che gli italiani possono essere identificati tutti con la parola fascista.

Dittatura o regime totalitario fascista

Come tutte le dittature totalitarie anche il fascismo ha un sistema di repressione molto forte e un controllo sociale molto elevato grazie a:

  • la milizia,
  • la polizia segreta,
  • il tribunale speciale.

Manipolazione del consenso

Un altro strumento di potere utilizzato dalle dittature è la manipolazione del consenso. Il consenso è uno strumento importante e prezioso per tutti i regimi totalitari: il consenso è necessario al dittatore.

Per ottenere il consenso il regime si attiva per manipolare il consenso attraverso la censura e il controllo dell’informazione. Si utilizza e si controlla:

  • la radio, EIAR,
  • la stampa,
  • il cinema, viene creato l’Istituto luce.

Si istituisce il Ministero della cultura popolare e si controllano tutti gli aspetti della cultura popolare. Si realizzano organizzazioni di massa per tutti.

Organizzazioni dell’infanzia fascista

Un sistema di organizzazione del consenso e quello di organizzazione della gioventù dai bambini agli adulti. Tutti sono coinvolti in attività di formazione sociale e culturale in linea con gli ideali del fascismo.

  • Gioventù italiana del Littorio,
  • Opera nazionale balilla,
  • Giovani fascisti,
  • Gruppi universitari fascisti.

Non solo i giovani, ma tutti gli uomini e le donne hanno attività organizzate per il tempo libero. Questo garantisce al regime un controllo capillare dei suoi cittadini.

  • Opera nazionale dopolavoro,
  • Federazione massaie rurali.

Video Balilla

Video – saggio ginnico Balilla

FONTE www. wikipedia.org
Immagini di repertorio Istituto Luce

Viene inoltre resa obbligatoria l’iscrizione al partito fascista: per dipendenti pubblici prima, per liberi professionisti poi.

Patti lateranensi

Con i Patti lateranensi Mussolini attua la conciliazione tra stato e chiesa e sana una ferita non era mai realmente chiusa dopo la Breccia di Porta Pia. I Patti Lateranensi riescono ad accrescere quindi in modo importante il consenso del popoli italiano. Sono costituiti da tre documenti.

  • Trattato: prevede il riconoscimento reciproco Roma capitale e sovranità pontificia sulla Stato del Vaticano
  • Convenzione finanziaria: lo stato versa al Vaticano una quota a titolo di indennità.
  • Concordato che regola i rapporti tra stato e chiesa. Si stabilisce, ad esempio che il matrimonio religioso ha effetti civili. In esso viene anche proclamata la religione cattolica come «fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica».

Video sul concordato

Il rapporto tra stato e chiesa dall’Unità di Italia

https://www.facebook.com/watch/?v=314740975897035

Video sulla Questione romana

https://www.raiplay.it/video/2016/04/Il-tempo-e-la-Storia-Unit224-daposItalia-e-chiesa-La-questione-romana-Con-il-Prof-Ernesto-Galli-Della-Loggia-del-05042016-3438bb5d-0f16-4403-b929-def8e3913310.html

La conciliazione tra Stato e Chiesa

https://www.archivioluce.com/2021/02/11/la-conciliazione-fra-litalia-e-il-vaticano/

Il Backstage dei Patti lateranensi

https://video.repubblica.it/vaticano/la-propaganda-dietro-i-patti-lateranensi-i-video-storici-in-un-webdoc-della-filmoteca-vaticana/348125/348711

Organizzazioni non fasciste

Lo stato riconosce l’autonomia di due associazioni legate alla Chiesa: lo Scoutismo e l’Azione Cattolica.

Riforma della scuola

Giovanni Gentile riforma la scuola italiana. Mussolini dirà che questa è la più fascista delle riforme perché è studiata per creare cittadini ubbidienti e pronti a servire la patria.

La scuola di Gentile prevedeva la formazione classica e umanistica come unico mezzo di istruzione per formare le future classi dirigenti fasciste. Al Liceo classico venne attribuita molta importanza, ricopriva un ruolo fondamentale quindi, nella formazione dirigenziale e amministrativa. Solo il Liceo Classico dava accesso a tutte le facoltà universitarie.

Giovanni Gentile è un intellettuale al servizio del regime. Lui scrisse il Manifesto degli intellettuali fascisti.

In risposta alla posizione di Gentile, un altro intellettuale, Benedetto Croce, filosofo, si pose a capo della cordata di intellettuali antifascisti. Anche Eugenio Montale fu tra i firmatari di questo documento.

Video La scuola nel fascismo

Politica economica

Tra 1922 e 1925 l’economia è di stampo liberista. Dal ’26 in poi il consolidamento del regime fascista porta a un crescente intervento dello stato.

Con l’aumento dell’inflazione Mussolini operò una rivalutazione della moneta e rafforzò l’industria siderurgica per il mercato interno. Questo rese i prodotti italiani meno competitivi all’estero ma diede forza alla grande industria interna. La crisi americana del ’29 ebbe conseguenze negative anche in Italia. Causò

  • una riduzione della produzione industriale,
  • riduzione del commercio estero,
  • aumento della disoccupazione.

La crisi internazionale portò il regime a intensificare il suo ruolo di direzione dell’economia.

Venne creato l’IRI, Istituto di Ricostruzione Industriale, che acquistava le aziende in crisi e le risanava. Lo stato divenne così proprietario di oltre il 20% del capitale azionario nazionale, divenne il maggior imprenditore italiano.

L’intreccio tra potere politico e grandi gruppi industriali aumentò nella seconda metà anni Trenta.

Video autarchia

Allevamento conigli

Lavorazione dal latte alla lana

La pesca

Lavorazione del baccalà

Enti pubblici

Furono creati

  • diversi enti pubblici economici come Iri, Imi, Agip;
  • enti assistenziali e pensionistici come Inps, Inail, Enpas. Si venne a creare quindi lo stato assistenziale.

Tutti i  settori della vita economica e sociale vennero interessati dalla creazione di enti con la sua estesissima burocrazia, una burocrazia che rimase come eredità pesante del secondo dopoguerra.

Strategie demografiche

Il regime incentivò una politica demografica espansiva. La crescita della popolazione portava a un aumento potenza nazione. D’altra parte uno stato aggressivo ha bisogno di carne da macello da giocare sui fronti in cui vuole combattere!

Quello della famiglia numerosa è rappresentato dalla propaganda del regime come un ideale morale e patriottico e venne sostenuto da specifici provvedimenti:

  • imposta sul celibato, una tassa che colpiva i maschi tra i 25 e i 65 anni,
  • assegni familiari e sgravi fiscali per le famiglie,
  • Opera Nazionale maternità e infanzia.

Inoltre nel 1930 qualsiasi pratica volta al controllo della natalità venne classificato come crimine contro l’integrità della stirpe. Questi provvedimenti non registrarono un reale aumento natalità ma favorirono la maturazione dell’ideologia totalitaria fascista.

Il regime inoltre, per ragioni di prestigio internazionale, proibì l’emigrazione.

Politica agricola

L’agricoltura assunse per il regime un ruolo centrale non solo economico, ma anche politico ideologico e propagandistico. Le campagne erano viste come l’ambito privilegiato per realizzare la crescita della popolazione e dell’occupazione, ma anche per affermare un modello di vita stabile, conservatore, centrata sulla famiglia patriarcale, lontano dalle inquietudini, dei conflitti, delle complessità della vita urbana.

Mussolini quindi fu un infaticabile propugnatore di ideologia ruralista. Questa ideologia si tradusse in diverse battaglie propagandate con grande forza del regime.

La Battaglia del grano

Si noti la metafora militare. 

La battaglia del grano fu lanciata nel 1926 con l’obiettivo di migliorare la bilancia dei pagamenti per raggiungere l’autosufficienza in campo agricolo. La campagna ebbe successo nell’ottenere l’aumento della produzione nazionale di grano, la diminuzione dell’importazione di grano dall’estero e la conseguente diminuzione del disavanzo della bilancia commerciale. Andò però a scapito di altre colture, come quelle di nicchia e quelle basilari per l’industria zootecnica e non tenne conto delle specificità del territorio italiano. La battaglia del grano incise negativamente sullo sviluppo dell’agricoltura nazionale.

Il Duce impegnato alla produzione del grano

La bonifica integrale

La bonifica integrale fu lanciata nel 1928 con un vasto progetto di bonifiche idrauliche e di risistemazione dei comparti agricoli. Era finalizzata ad aumentare l’occupazione nelle campagne. Tale opera fu propagandata con veemenza ma nella realtà le opere di bonifica attuate furono circa un decimo di quelle previste.

Solo nell’agro Pontino si realizzò un intervento di vaste dimensioni in cui furono prosciugati circa 60 km di palude e furono creati nuovi centri  come Sabaudia e Littoria. 

FONTE www.wikipedia.org

Politica coloniale

Premesse

Quando Mussolini arriva al potere l’Italia ha delle colonie in Africa:

  • Eritrea, prima regione a essere colonizzata dagli italiani, è colonia italiana dal 1890.
  • Somalia, dopo essere stata un protettorato italiano dal 1889, è colonia dal 1908.
  • Libia, colonizzata sotto il governo Giolitti nel 1911. L’Italia aveva dichiarato guerra alla Turchia per il possesso della Tripolitania (così si chiamava la Libia). Il governo italiano aveva ritenuto che le terre libiche fossero necessarie all’Italia per conquistarsi un “posto al sole” come le altre grandi potenze coloniali europee. L’occupazione integrale della colonia avvenne però solo nel 1934, dopo che Badoglio e Graziani ebbero stroncato la resistenza libica con i metodi più brutali.
  • Etiopia era oggetto delle mire europee sin dall’apertura del Canale di Suez nel 1869. Nel 1896 l’Italia aveva subito una pesante sconfitta ad Adua, durante la Guerra d’Abissinia, sotto il governo di Crispi.

Nel 1935, Mussolini riprende la politica coloniale lasciata incompiuta da Crispi e Giolitti e si lancia alla conquista dell’Etiopia.

Le motivazioni che mossero Mussolini erano diverse:

  • aumentare il suo prestigio internazionale,
  • stimolare la produzione industriale,
  • ridurre la disoccupazione in Italia,
  • aumentare il consenso interno al regime.

Mussolini era consapevole che Francia e Gran Bretagna non avrebbero approvato la sua politica coloniale. Infatti l’Etiopia era parte della Società delle nazioni e il suo gesto sarebbe stati considerato un’aggressione. Il Duce confidava nel fatto che nessuno avrebbe voluto entrare in conflitto con l’Italia.

«Anche prendendo in considerazione le esigenze politiche, strategiche e commerciali dell’epoca, non c’era un solo motivo valido perché un paese come l’Italia, che aveva raggiunto l’unità nazionale solo nel 1861 e aveva una miriade di problemi urgenti da risolvere, stornasse una parte cospicua delle sue già scarse risorse per partecipare alla spartizione dell’Africa, un’impresa di cui non si potevano valutare né gli esiti né i costi, né tantomeno i vantaggi». (Angelo Del Boca)
Angelo Del Boca è uno storico, giornalista e scrittore italiano; è considerato il maggiore storico del colonialismo italiano. È stato il primo studioso italiano ad occuparsi della ricostruzione critica e sistematica della storia politico-militare dell’espansione italiana in Africa orientale e in Libia, e fu il primo fra gli storici a denunciare i numerosi crimini di guerra compiuti dalle truppe italiane durante le guerre coloniali fasciste.

La conquista dell’Etiopia

Il 3 ottobre 1935 l’esercito italiano invase l’Etiopia. L’aggressione fu violenta, furono usati anche i Gas tossici che erano stati proibiti dopo 1918.

Il 5 maggio 1936  Badoglio entraòad Addis Abeba. Il negus, sovrano dell’Etiopia, riuscì a fuggire. Il paese passò così sotto il controllo dell’esercito fascista, ma le popolazioni continuarono delle azioni di guerriglia.

Il 9 maggio Mussolini annunciò la fondazione dell’Impero dell’Africa Orientale AOI: Vittorio Emanuele III è anche re di Etiopia.

La propaganda coloniale fascista

Nel 1937 ci fu un attentato contro il maresciallo Graziani. La reazione dell’esercito fu durissima: migliaia di persone vennero passate per le armi. Furono uccisi più di mille persone, tra monaci e studenti della città cristiano copta di Debrà Libanòs.

Le sanzioni all’Italia

Il regolamento della Società delle Nazioni, fondata nell’ambito della conferenza di pace di Parigi del 1919-1920, recitava così:

«se un membro della Lega ricorre alla guerra, infrangendo quanto stipulato negli articoli XII, XIII e XV, sarà giudicato [ … ] come se avesse commesso un atto di guerra contro tutti i membri della Lega, che qui prendono impegno di sottoporlo alla rottura immediata di tutte le relazioni commerciali e finanziarie, alla proibizione di relazioni tra i cittadini propri e quelli della nazione che infrange il patto, e all’astensione di ogni relazione finanziaria, commerciale o personale tra i cittadini della nazione violatrice del patto e i cittadini di qualsiasi altro paese, membro della Lega o no.»

Sia l’Italia che l’Etiopia erano membri della Società delle Nazioni.

Il 6 ottobre 1935, il Consiglio della Società della Nazioni condannò ufficialmente l’Italia, che fu punita con sanzioni economiche.

Le sanzioni, varate il 18 novembre, vietarono l’esportazione all’estero di prodotti italiani e proibirono di importare materiali utili per la causa bellica.. Le sanzioni però non riguardarono materie di vitale importanza, come ad esempio il petrolio e il carbone.

Le sanzioni non furono efficaci, ma scatenarono una forte reazione propagandistica da parte del regime. Per rispondere alle sanzioni l’Italia, sanzioni diede il via alla campagna “Oro alla Patria”. Il 18 dicembre fu proclamata la “Giornata della fede“, giorno in cui gli italiani furono chiamati a donare le proprie fedi nuziali d’oro per sostenere i costi della guerra e far fronte alle difficoltà delle sanzioni.

A Palermo la cerimonia fu organizzata nella Piazza Vittorio Veneto, proprio sotto la statua della Libertà e la gente accorse da tutta la provincia donando decine di migliaia di anelli che andarono ad aumentare le riserve auree nazionali. Altre manifestazioni simili avvennero, seppur in misura inferiore, anche in altre città siciliane.
https://www.palermoviva.it/la-giornata-della-fede-quando-palermo-dono-oro-alla-patria/

Guglielmo Marconi donò la propria medaglia da senatore, Luigi Pirandello la medaglia del Premio Nobel, Gabriele D’Annunzio la fede e una cassa d’oro.

L’autarchia

Le sanzioni imposte all’Italia furono una delle ragioni che portarono alla svolta autarchica. Con il discorso del 23 marzo 1936 Mussolini lanciò la parola d’ordine “autarchia”: una forma di protezionismo a oltranza che impose un enorme sforzo industriale per produrre le merci che prima venivano importate. Lo Stato era ora consumatore, produttore e finanziatore.

Conseguenze della politica coloniale

L’impresa etiope ottenne consenso al regime. Nel periodo delle sanzioni gli italiani donarono con grande entusiasmo e generosità i loro preziosi per sostenere l’Italia proletaria «strangolata dalle nazioni ricche». Dal punto di vista politico l’aggressione all’Etiopia portò l’allontanamento dell’Italia dalle potenze democratiche e un avvicinamento alla Germania nazista.

Ma l’accelerazione della tendenza all’autarchia proclamata nel 36 portò un raffreddamento del consenso. Infatti nel ’38 Mussolini lancia una violenta campagna antiborghese, nella quale accusava la borghesia italiana di scetticismo e di apatia.

L’invasione dell’Albania

L’Albania era già stata occupata da un corpo di spedizione italiano nel giugno 1917, durante la Grande Guerra, ed era stata sottoposta al protettorato italiano. Con il trattato di Tirana del 1920 però, Giolitti aveva rinunciato al protettorato sullo stato balcanico riconoscendone la piena indipendenza in cambio dell’isolotto di Saseno.

Ma, Galeazzo Ciano, ministro degli esteri Italiano, si rese conto che l’Albania, così vicina all’Italia e al tempo stesso così ricca, avrebbe potuto garantire lavoro a molte famiglie Italiane. Decise allora, in accordo col Duce, di invadere questa terra e di annetterla all’Italia. Non avrebbe però dovuto semobrare un’occupazione, ma un’unione.

Le tappe della conquista dell’Albania

  • Il 25 marzo 1939 fu presentato al re d’Albania una proposta di annessione all’Italia. Il re Zogu non diede alcuna risposta.
  • Il 2 aprile la proposta fu presentata di nuovo, ma questa volta sotto forma di ultimatum: era necessario dare una risposta entro il 6 aprile, 4 giorni dopo.
  • Il 5 Aprile il governo Albanese rese nota la sua opposizione e lo stesso fece il parlamento il giorno seguente. In quasi tutte le città albanesi il popolo chiedeva di essere armato per combattere il nemico che stava invadendo l’Albania.
  • La resistenza armata albanese si rivelò però insufficiente contro le forze armate italiane. Il re e il governo fuggirono in Grecia.
  • Gli invasori instaurarono un nuovo governo, un governo fantoccio, con una nuova Costituzione; l’Albania divenne colonia italiana. Il trono albanese fu assunto da Re Vittorio Emanuele III, che vi regnò fino all’armistizio dell’8 settembre 1943.

La fine dei successi coloniali fascisti

  • Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale.
  • Nel 1941 l’Italia perse l’AOI (Africa Orientale Italiana).
  • Nel 1943: scomparve la dominazione italiana in Africa. L’Italia perse la Libia.
  • Nel 1947 il Trattato di pace sancì la perdita delle colonie africane e dell’Albania.

Politica razziale

Nell’estate del 1938 viene pubblicato su “Il Giornale d’Italia” il «Manifesto degli scienziati razzisti» che anticipa di poche settimane la promulgazione della legislazione razziale fascista. Firmato da alcuni dei principali scienziati italiani, il Manifesto diviene la base ideologica e pseudo-scientifica della politica razzista dell’Italia fascista.

Vengono promulgate quindi delle leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei che prevedono:

  • divieto di matrimonio con ariani,
  • divieto degli ariani di lavorare per gli ebrei,
  • esclusione dei giovani dalla scuola pubblica,
  • esclusione dal servizio militare,
  • esclusione dalle cariche pubbliche,
  • limitazione nell’esercizio delle attività economiche.

Per la prima volta, nella storia dell’Italia, un gruppo sociale viene discriminato su base biologica. Si tratta di un gruppo sociale perfettamente integrato nel tessuto sociale italiano.

La legislazione razziale non va attribuita solo alla dipendenza di Mussolini da Hitler, ma va collegata alla mentalità antidemocratica che è stata carattere distintivo dell’ideologia fascista. Infatti si può osservare con quale violenza i soldati fascisti si sono rapportati con le popolazioni coloniali.

L’opposizione al fascismo

Per tutto il ventennio fascista fu attivo un movimento di opposizione al fascismo. Fu ovviamente ostacolato dal regime, ma nonostante le persecuzioni fasciste, mantenne vivi gli ideali che saranno alla base dell’Italia repubblicana.

… fino al 1926

Prima che il fascismo avesse in mano tutto il potere, l’opposizione fu a carattere spontaneo: operai, contadini, socialisti, comunisti, cattolici, tutti coloro che erano stati investiti dalla violenza dello squadrismo.

Molti italiani, non fascisti, non avevano chiaro dove sarebbe arrivato il fascismo e lo considerarono, in quegli anni, solo un estremismo politico. Si resero conto poi della triste realtà.

… dal 1926 in poi

Dopo l’attuazione delle leggi fascistissime molti dirigenti dell’opposizione fuggirono all’estero: comunisti, cattolici, socialisti, liberali. Il fenomeno è detto fuoriuscitismo.

Dall’estero i fuoriusciti fecero propaganda contro il fascismo; i comunisti mantennero una organizzazione clandestina in Italia, ma molti degli attivisti furono condannati dal tribunale speciale. La direzione del movimento comunista era tenuta a Parigi da Palmiro Togliatti.

Purtroppo le diverse forze politiche, che si opponevano al fascismo, rimasero separate fino al 1944, anno in cui comunisti e socialisti si unirono in un Patto di unità per la difesa della repubblica.

Tra i movimenti antifascisti si ricorda Giustizia e libertà, un movimento cospirativo antifascista attivo a Nord, a Milano e a Torino, che contribuì a far maturare l’opposizione antifascista.

Benedetto Croce

L’opposizione intellettuale al fascismo fu guidata da Benedetto Croce che redige il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” in opposizione al Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Giovanni Gentile. Il filosofo italiano critica con decisione la povertà culturale dell’ideologia di Mussolini. La sua opposizione fu legata solo al mondo intellettuale e il regime non prese provvedimenti nei suoi confronti, nonostante l’aperta critica, ma la tollerò. Il motivo di tale tolleranza fu legato al prestigio internazionale di cui godeva il filosofo.

Cattolici

Le forze cattoliche non attuarono un’opposizione organizzata. I patti lateranensi avevano accresciuto il consenso al regime.

Pochi quindi i cattolici che si opposero dopo i patti lateranensi. Tra le voci fuori dal coro ci fu Alcide De Gasperi, futuro fondatore della Democrazia Cristiana, che manifestò il suo dissenso. Per questo fu condannato a 4 anni di carcere. Due movimenti in seno alla chiesa, l’Azione cattolica e la Fuci, costituirono centri di autonomia culturale rispetto al regime e rimasero fuori dal controllo fascista.

Video di approfondimento

Cineforum

Concorrenza sleale

Concorrenza sleale è un film del 2001 diretto da Ettore Scola, interpretato da Diego Abatantuono e Sergio Castellitto.

Questo film è riconosciuto come d’interesse culturale nazionale dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo italiano.

Trama – La vicenda si svolge a Roma. Umberto Melchiorri e Leone Della Rocca sono due commercianti di stoffa che lavorano sulla stessa via. Il primo, originario di Milano, prepara abiti su misura mentre il secondo, un ebreo romano, vende capi confezionati. I due commercianti sono in concorrenza tra loro. Entrambi cercano di modificare le proprie strategie di vendita per attrarre i clienti nei propri negozi e spesso litigano per futili motivi. Il loro rapporto bellicoso subisce un cambiamento radicale dopo la promulgazione delle leggi razziali. Infatti le leggi razziali rendono sleale la concorrenza tra i due.

https://www.mediasetplay.mediaset.it/movie/concorrenzasleale/concorrenza-sleale_F010828301000101

De Gasperi – L’uomo della speranza

Miniserie – La vicenda umana e politica di Alcide De Gasperi, personaggio chiave della nascita della Repubblica e della Costituzione italiana, si intreccia con la storia d’Italia della prima metà del Novecento.

  • Regia: Liliana Cavani
  • Interpreti: Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, Stefano Scandaletti, Ana Caterina Morariu, Camilla Filippi

https://www.raiplay.it/programmi/degasperi-luomodellasperanza

Don Sturzo. Liberi e forti

Il 18 gennaio del 1919, un sacerdote siciliano, don Luigi Sturzo, con il suo “Appello ai liberi e forti” e la fondazione del Partito Popolare, dà vita al cattolicesimo politico italiano del Novecento. Allo Stato dell’epoca, centralista e autoritario, don Sturzo oppone una nuova idea di istituzione, basata sulle autonomie locali e sulla centralità della persona. Nell’Italia appena uscita dalla prima guerra mondiale, l’Appello ai liberi e forti è un manifesto rivoluzionario che segna l’impegno civile dei cattolici in una nuova chiave, laica e autonoma rispetto alle gerarchie ecclesiali. Il racconto di quella esperienza fa rivivere l’epopea del Paese uscito vincitore dalla Grande Guerra, ma piegato dagli altissimi prezzi umani e sociali pagati al lungo conflitto bellico. Il Partito popolare a sua volta si trova a combattere ben presto un’altra dura battaglia interna, quella col fascismo di Mussolini. Per Sturzo si apre la via di un lungo esilio durato 22 anni, che non piega il temperamento e la capacità di presenza di uno dei nostri maggiori intellettuali e difensori della democrazia del secolo scorso.

https://www.raiplay.it/video/2019/02/Italiani-con-Paolo-Mieli—Don-Sturzo-Liberi-e-forti-16c0db06-3de7-4475-9599-2721a185c159.html

Don Luigi Sturzo

https://www.raiplay.it/video/2018/01/Don-Luigi-Sturzo-S1E1-9651c453-7f8e-44ff-9a17-b44b40bf3416.html

“Don Luigi Sturzo” è una miniserie televisiva in 3 puntate andata in onda su Rai1 nel 1981. Lo sceneggiato raccontava la vita di uno dei più importanti protagonisti del cattolicesimo democratico del ‘900: Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare, antifascista, esule, ispiratore della Democrazia Cristiana. Interpretato da un convincente Flavio Bucci, la regia era di Giovanni Fago.
Regia: Giovanni Fago
Interpreti: Flavio Bucci, Rita Forzano, Enzo Spitaleri, Renato Scarpa

Il delitto Matteotti

Il delitto Matteotti è un film del 1973, diretto da Florestano Vancini.

Fonti

  • M. Fossati, G. Luppi, E. Zanette, PARLARE DI STORIA, Pearson
  • https://slideplayer.it/slide/12357444/
  • https://it.wikisource.org/wiki/Manifesto_dei_Fasci_italiani_di_combattimento,pubblicato_su%22Il_Popolo_d%27Italia%22_del_6_giugno_1919
  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html
  • https://www.focus.it
  • https://www.treccani.it/
  • https://www.anpi.it/storia/114/il-manifesto-della-razza-1938
  • Materiale didattico del prof. Isacco Tognon
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Gabriele D’Annunzio

Gabriele d’Annunzio è uno scrittore, poeta, drammaturgo, militare, politico, giornalista, pubblicitario italiano. È considerato uno dei simboli del decadentismo italiano. Ha combattuto la prima guerra mondiale e nel 1924 è stato insignito dal Re Vittorio Emanuele III del titolo di “Principe di Montenevoso

Perché è famoso?

  • Gabriele d’Annunzio ha saputo esprimere sia i miti che le contraddizioni della moderna società di massa. 
  • Nella sua vita e nelle sue opere ha dato voce a un sogno collettivo di un “vivere inimitabile”. 
  • Con le sue opere il Poeta fu interprete del sentimento della decadenza,  dell’ossessione della vita che fugge e del tempo che corrompe e distrugge ogni cosa.

Gabriele d’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863 da Francesco D’Annunzio e Luisa de Benedictis. Gabriele è il terzo di cinque fratelli. Fin dalla più tenera età emerge la sua grande intelligenza e la sua precocissima capacità amatoria.

Il giovane d’Annunzio

Frequenta il reale collegio Cicognini di Prato, un costoso convitto celebre per severità e rigore. Gabriele è un allievo irrequieto, ribelle e insofferente alle regole collegiali, ma è studioso e brillante, molto intelligente e deciso a primeggiare.

Nel 1879 pubblica, a spese del padre, la sua prima opera di poesie intitolata «Primo Vere». che ottenne un’entusiastica recensione critica sulla rivista romana Il Fanfulla della domenica.

Il successo ottenuto dal primo volume di liriche ha fatto di d’Annunzio l’esordiente più ammirato d’Italia. Ma dopo un anno è necessario mantenere tale successo. Il poeta lavora con estremo impegno alla revisione della raccolta ma trova anche un espediente molto efficace per promuovere la sua opera, rivelando già le sue doti di pubblicitario.

Il 13 novembre del 1880 sulla “Gazzetta della Domenica” di Firenze compare un trafiletto, che commuove l’Italia:

«Gabriele d’Annunzio, il giovane poeta già noto nella repubblica delle lettere, di cui si è parlato spesso nel nostro giornale, giorni addietro (5 novembre) sulla strada di Francavilla, cadendo da cavallo per improvviso mancamento di forze, restò morto sul colpo. Fra giorni doveva uscire la nuova edizione del suo “Primo vere”».

La notizia rimbalza dappertutto e le maggiori testate letterarie italiane piangono «quest’ultimogenito delle Muse», «gioia dei suoi genitori amore dei compagni, orgoglio dei maestri». Si tratta di lacrime inutili. Il poeta, infatti, firmandosi con il nome fasullo di G. Rutini, aveva fornito egli stesso con una cartolina la notizia della propria morte.

Mentre giungono da ogni parte a Pescara condoglianze sbigottite e decine di struggenti necrologi compaiono sulla stampa, d’Annunzio ricompare, come se nulla fosse successo, vivo e vegeto, qualche giorno dopo l’uscita della seconda edizione di Primo vere, che naturalmente, sull’onda dell’emozione, aveva riscosso un immediato successo.
Il colpo da maestro della pubblicità è riuscito perfettamente. 
Fonte: https://www.giuntitvp.it/blog/sguardi-al-cuore-della-letteratura/la-falsa-morte-di-un-poeta-promettente/

Al termine degli studi liceali consegue la licenza d’onore; ma prima di tornare a Pescara, si ferma a Firenze, da Giselda Zucconi, detta Lalla, il suo primo vero amore.

Il periodo romano

Nel novembre 1881 D’Annunzio si trasferisce a Roma per frequentare la facoltà di lettere e filosofia, ma si immerge con entusiasmo negli ambienti letterari e giornalistici della capitale, trascurando lo studio universitario. Non riuscirà a concludere l’università.

Qui collabora con alcune delle testate giornalistiche più in voga, specializzandosi in un genere che lo appassiona: la cronaca rosa ed il pettegolezzo. Teatro delle sue cronache erano tutti gli avvenimenti mondani, ricevimenti, feste dove dava sfoggio di sé alimentando l’immancabile gossip che rende più appetitosa ogni cronaca.

Il giovane Gabriele, che non era nobile di origine, entra nei prestigiosi salotti dell’aristocrazia romana, rendendosi famoso per le cronache quotidiane e gli articoli di giornali, articoli che attiravano la curiosità del pubblico e la soddisfazione di chi vi era descritto.

In uno di questi salotti conosce la duchessina Maria Altemps Hardouin di Gallese, figlia dei proprietari di palazzo Altemps. La ragazza era bellissima, bionda ed alta, orgoglio dei suoi genitori. Maria era senza dubbio il più bel partito di Roma. Quando la giovane incontra Gabriele d’Annunzio rimane affascinata. Lei sognava l’amore come lo aveva appreso dall’ambiente letterario ed artistico che con la madre condivideva e la penna e le parole del giovane scrittore fanno breccia nel cuore della fanciulla.

Maria Altemps Hardouin di Gallese https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Maria_Hardouin.jpg

Una fuga d’amore sancisce la loro unione. Il matrimonio, anche se osteggiato da entrambe le famiglie, viene celebrato. Dal matrimonio nascono tre figli.

Qualche anno dopo dirà:

“…a quel tempo amavo la poesia, ma avrei fatto bene a comprare un libro, che mi sarebbe costato assai meno.”

È da segnalare che già in quest’epoca D’Annunzio è perseguitato dai creditori, a causa del suo stile di vita eccessivamente dispendioso.

D’Annunzio si occupa sempre più di cronaca mondane e riacquista entusiasmo artistico e creativo quando incontra ad un concerto il grande amore, Barbara Leoni, ossia Elvira Natalia Fraternali.

La relazione con la Leoni crea molte difficoltà a D’Annunzio. In quel periodo Gabriele vuole dedicarsi alla sua nuova passione, il romanzo. Per allontanare dalla mente le difficoltà familiari, si ritira in un convento a Francavilla dove elabora in sei mesi uno dei suoi romanzi di maggior successo «Il Piacere».

Nel 1893 d’Annunzio deve affrontare un processo per adulterio, che fa aumentare negli ambienti aristocratici, le avversità nei confronti del poeta.

Anche le difficoltà economiche minano la serenità del poeta. Infatti oltre ai debiti da lui contratti si sommano quelli del padre deceduto il 5 giugno 1893. D’Annunzio intensifica il suo lavoro e, tornato alla solitudine del convento elabora il “Trionfo della morte”.

Eleonora Duse

Nel 1882 d’Annunzio aveva incontrato la fascinosa attrice Eleonora Duse. Lui aveva cercato di sedurla e lei lo aveva rifiutato

Nel 1888 la Duse, dopo aver recitato nei panni della “Signora delle camelie”, rientrando in camerino viene fermata da un giovanotto esile ed elegante

Il loro amore sboccia nel corso degli anni 90. Il legame che i due creano è fatto di amore e di lavoro ed è caratterizzato da periodi di vicinanza e collaborazione e altri di crisi e rotture.

Nel 1898 d’Annunzio affittò una villa trecentesca nei pressi di Firenze la Capponcina, per avvicinarsi a lei.

La rottura fu poi inevitabile, ma la Duse ispirò una parte molto importante dell’opera dannunziana, tale da essere la musa ispiratrice della raccolta poetica Alcyone, la più celebre delle raccolte poetiche dannunziane. Infatti, durante la loro relazione, d’Annunzio scriveva circa 6000 versi al mese.

Alessandra di Rudinì

Dopo la rottura con la Duse il poeta ospita alla Capponcina un’altra donna, Alessandra di Rudinì, vedova Carlotti, con la quale instaura un tenore di vita oltremodo lussuoso e mondano, trascurando l’impegno letterario.

Alessandra Carlotti di Rudinì – immagine di Marzamemi2014 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=64056088

Dopo la rottura con la Duse il poeta ospita alla Capponcina un’altra donna, Alessandra di Rudinì, vedova Carlotti, con la quale instaura un tenore di vita oltremodo lussuoso e mondano, trascurando l’impegno letterario.

Questa nuova relazione favorisce lo snobismo del poeta. Vivendo al di sopra delle sue possibilità d’Annunzio si trova sempre più indebitato al punto di dover fuggire per evitare i creditori.

La sua bella Nike, così era denominata Alessandra Di Rudinì, nel maggio del 1905 Alessandra si ammala gravemente, travolta dal vizio della morfina: D’Annunzio la assiste affettuosamente ma, dopo la sua guarigione, la abbandona. Lo choc per Nike è enorme, tanto che decide di ritirarsi a vita conventuale.

Viaggio in Francia

Le immense difficoltà economiche costringono D’Annunzio ad abbandonare l’Italia e a recarsi nel marzo 1910 in Francia. In Italia era assediato dai creditori, in Francia viene accolto con tutti gli onori dal mondo intellettuale francese. Anche sul fronte femminile d’Annunzio riscuote buoni successi: la giovane russa Natalia Victor de Goloubeff, la pittrice Romaine Brooks, la bellissima danzatrice statunitense Isadora Duncan, la danzatrice Ida Rubinstein, a cui dedica il dramma “Le martyre de Saint Sébastien”, musicato in seguito dal superbo genio di Debussy.

Anche se residente in Francia il poeta resta attivo in Italia: continua a collaborare con “Il Corriere della sera” di Luigi Albertini, dove fra l’altro sono state pubblicate le “Faville del maglio”.

L’esilio francese è stato artisticamente proficuo. Qui si dedica ad opere teatrali e anche cinematografiche.

Allo scoppio della prima guerra si conclude il suo soggiorno francese. La guerra è  considerata da D’Annunzio l’occasione perfetta per esprimere, attraverso l’azione, gli ideali superomistici ed estetizzanti, affidati, sino ad allora, alla produzione letteraria.

D’Annunzio in guerra

Il 14 maggio del 1915 Gabriele d’Annunzio rientra in Italia, inviato dal governo italiano a inaugurare il monumento dei Mille a Quarto, vicino a Genova. Il suo discorso di inaugurazione gli dà l’occasione per fare una orazione interventista e antigovernativa.

La sua voce si unisce quindi al coro urlante degli interventisti. Quando poi l’Italia dichiara guerra all’impero Austro-ungarico, d’Annunzio, non più giovane, vuole arruolarsi. Ma non è più giovane, ormai ha già 52 anni, e quindi si cerca d’impedirglielo, adducendo limiti d’età. la realtà è che l’imprevedibile d’Annunzio fa paura: si temono le sue iniziative. Della sua richiesta si interessa Antonio Salandra, il Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, e così Gabriele può rivestire la sua vecchia divisa di tenente di cavalleria. Viene assegnato al Quartier Generale del Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata; qui ha anche la possibilità di decidere le imprese in cui cimentarsi.

Le prime imprese

Gabriele D’Annunzio, a sinistra, si prepara al volo con il capitano Ermanno Beltramo (a destra) – https://espresso.repubblica.it/opinioni/dentro-e-fuori/2018/04/27/news/il-fante-ungaretticontro-d-annunzio-1.321089

Il volo su Trieste

Volare su Trieste con uno dei primi aerei di legno e tela diviene presto il suo pensiero dominante. Unitosi al tenente pilota Giuseppe Miraglia, a bordo di un apparecchio, il 7 agosto lancia sulla città manifestini tricolori rincuoranti le popolazioni in attesa: «Coraggio, fratelli! Coraggio e fede! Vi state avvicinando alla fine del vostro martirio».

Il volo su Trento

Il 20 settembre vola sopra la città di Trento e lancia dei volantini che proclamano: «Oggi il pugno bronzeo di Dante si stringe sul tuo capo chino, o popolo di Trento. Sorgi e leva lo sguardo… Il nostro amore, armato di tutto punto, avanza contro la compattezza delle tue rocce e dei tuoi ghiacciai…».

In seguito vola ripetutamente sul Trentino, sul Carso, sulla costa istriana, su Pola, insieme con piloti coraggiosi. In questo periodo inventa un grido che è destinato a diventare famoso in tutto il Paese nel periodo fascista: «Eja, eja, alalà»,

La morte in guerra è uno spettacolo comune, ma resta uno spettacolo a cui è difficile abituarsi. D’Annunzio soffre alla morte del suo pilota Giuseppe Miraglia e davanti alla sua salma, all’ospedale della Marina, a Venezia scrive questi passi.

Sopra un lettuccio a ruote è disteso il cadavere. La testa fasciata. La bocca serrata. L’occhio destro offeso, livido. La mascella destra spezzata… Il viso olivastro; una serenità insolita nell’espressione.

L’incidente aereo

La morte sfiora anche lo stesso Gabriele, nel gennaio del 1916. Si stava preparando a sorvolare Trieste assieme a Luigi Bologna. Il tempo è cattivo ed il motore dell’apparecchio non in perfetta efficienza. Ad un tratto, abbassatosi troppo, l’aereo finisce contro un banco di sabbia, nei pressi di Grado. Il poeta è sbalzato dal sedile, nella caduta va a battere l’occhio e la tempia destra contro la mitragliatrice di prua.

D’Annunzio sviene e viene portato in ospedale. per il suo carattere irruente vorrebbe rimettersi in azione senza sottoporsi alle cure opportune. Ma la vista peggiora e l’occhio destro è perduto. Per non perdere anche quello sinistro, deve stare in assoluto riposo.

L’immobilità imposta e l’oscurità che lo avvolge lo portano a creare un altro capolavoro letterario. In questo periodo compone il “Notturno, il Commentario delle tenebre“: scrive le sue riflessioni su striscioline di carta che gli premettono di scrivere alla cieca.

«Ho gli occhi bendati» scrive con mano malferma; «sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi… Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga.
Ho tra le dita un lapis scorrevole…
Sento in tutta la mia attitudine la rigidità di uno scriba egiziano scolpito nel basalto…
Sotto la benda il fondo del mio occhio ferito fiammeggia come il meriggio estivo di Bocca d’Arno…
Non ho difesa di palpebre né altro schermo.
Il tremendo ardore è sotto la mia fronte, inevitabile…
Il sudore salso mi cola fin nella bocca misto alle lacrime delle ciglia compresse.
Ho sete.
Domando un sorso d’acqua.
L’infermiera me lo nega, perché m’è vietato di bevere.
“Tu ti disseterai nel tuo sudore e nel tuo pianto”.
Il lenzuolo aderisce al mio corpo come quello che involge l’annegato stillante di sale, tratto alla riva e deposto su la sabbia sinché non venga qualcuno a riconoscerlo, a chiudergli le palpebre schiumose e a ululare sul suo silenzio…».
 

Bombardamento di Parenzo

Il processo di guarigione è lento; ma appena il poeta è in grado di uscire, ritorna all’azione. L’occhio destro è perso; nonostante questo il 13 settembre si getta al bombardamento aereo di Parenzo insieme al pilota Luigi Bologna. Lui è esperto e si muove sicuro anche in mezzo alla foschia.

D’Annunzio racconta che quando giungono a tiro ….
«tolsi le spine dalle mie bombe da gamba, e cercai di ridurre al silenzio il nemico e la mia sorte… Quando calammo nel canale di Sant’Andrea e rimontammo lo scivolo, mi parve che i miei giovani compagni aspettanti, nel sollevarmi sopra le loro spalle, mi esaltassero alla cima della loro gioventù e all’apice delle loro ali. Ero rinato».
Quest’impresa gli vale la citazione dal Ministero della Marina.

La vita in trincea

Da allora, fino all’estate del 1917, il poeta condivide con i fanti la vita di trincea: gli piace mettersi a contatto con gli umili, sentirne l’anima rude e semplice, specialmente se gli accade di incontrarsi con qualcuno della sua terra. Questo è uno dei suoi racconti.

«Una volta eravamo su per il Veliki, all’assalto. I fanti mordevano l’azzurro. Ma l’azzurro mi rosseggiava.
Mi pareva che tutti avessero il mio cuore per insegna vermiglia.
Ed ecco, odo alla mia sinistra un accento d’Abruzzo, un suono di terra natale.
Il linguaggio natale mi rifluisce alla gola, alle labbra.
Chiamo, grido, interrogo.
M’è risposto.
M’è dato il rude e fiero tu paesano e romano.
“E tu chi si’? E tu chi sei?”.
“I’ so’ d’Annunzio”.
“Tu si’ d’Annunzie? Gabbriele!”.
Lo stupore spalancava la bocca al piccolo fante.
“E chi st’ fa’ a ècche? Vàttene! Vàttene! Si i’ me more, n’n è niende. Ma si tu te muore, chi t’arrefà?».

Molte altre sono le battaglie in cui si distingue e le imprese che compie. Sarà promosso prima capitano e poi maggiore.

Le sue imprese sono viste in modi diversi: da un lato mostrano puro e disinteressato eroismo, dall’altro la bramosia di innalzare la propria personalità, la sua autocelebrazione. Bisogna ricordare che comunque d’Annunzio ha coraggio da vendere e la sfida lanciata al pericolo e alla morte non è retorica.

Questo non toglie che il poeta vuole che la gloria sia clamorosa e abbagliante, per ricavarne il massimo profitto d’immagine.

Dopo la disfatta di Caporetto d’Annunzio sente che tocca a lui infondere coraggio nei giovani della classe 1899, i diciottenni chiamati a vestire la divisa per fermare il nemico che sta invadendo il Veneto.

Bisogna tener duro, «non piegare d’un’ugna»; non basta versare il sangue, non basta offrirsi, non basta morire: bisogna «vivere e combattere, vivere e resistere, vivere e vincere».

La beffa di Buccari

Nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, Gabriele d’Annunzio compie la sua impresa più eroica la «Beffa di Buccari». Lo scopo dell’impresa è quello di infliggere un grave colpo alla Marina Austriaca, nei porti dell’Adriatico.

I protagonisti della beffa Buccari – Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3792426

A notte fonda, su tre piccole motosiluranti (i MAS 94, 95 e 96), gli ideatori dell’impresa, Gabriele d’Annunzio, Costanzo Ciano (padre di Galeazzo Ciano), Luigi Rizzo ed Andrea Ferrarini, si avventurano nelle acque nemiche penetrando nella piccola baia di Buccari, presso Pola.

Lì è stata segnalata la presenza di navi da guerra nemiche. È un rifugio che sembra inattaccabile perché è difeso da potenti artiglierie costiere ed è sbarrato da catene e reti subacquee. Solo un’azione di sorpresa, compiuta da uomini audaci, può raggiungere il successo.

È passata da poco la mezzanotte. Superata Pola, le tre piccole imbarcazioni penetrano nella baia di Buccari, in casa del nemico. Non ci sono navi militari, solo mercantili. I tre decidono di lanciare comunque la loro sfida scagliando i siluri contro quattro navi mercantili; le reti di protezione riducono i danni, ma un piroscafo rimane danneggiato. Per completare l’impresa, gli incursori portano tre bottiglie avvolte in nastri tricolori con dentro un cartello arrotolato. Questo il testo.

«In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile.
E un buon compagno, ben noto – il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro – è venuto con loro a beffarsi della taglia».

La batteria del porto s’illumina al loro passaggio, ma tace. Il nemico è disorientato: non crede possibile tanta temerarietà – le armi di d’Annunzio e dei suoi compagni non sono che due mitragliatrici a prua ed una a poppa.

D’improvviso, quando sono all’altezza di Prestenizze, da qualche posto di vedetta scoppia un tiro di fucileria. Non piegano il capo, rispondono agli spari solo con facezie e invece che accelerare l’andatura, la rallentano. Accendono addirittura il fanale di poppa, per esser visto da una delle tre siluranti, rimasta indietro. Ma non sanno dove sia, non lo vedono nella grande oscurità: allora decidono d’invertire la rotta per tornare indietro a cercarla.

Sprezzanti del pericolo passano nuovamente davanti a Prestenizze, si ricacciano nella morsa del nemico che tace ancora. Quando i siluranti tornano indietro, passando per la quarta volta gli sbarramenti, ridono delle sentinelle sbalordite.

«La nostra piccola bandiera quadrata si muove come una mano che faccia un cenno continuo.
Ha il rosso rivolto verso l’Italia, che mi par di rivedere in sogno, simile a un grappolo premuto o a un cuore pesto.
Ho l’amaro del sale in bocca, come quando nel buio la lacrimazione dell’occhio infiammato mi scendeva fino alla connessura delle labbra arse.
L’alba non è eguale per tutti.
Dall’Italia navighiamo verso l’Italia».

I danni procurati al nemico sono risibili, ma l’impresa di Buccari ha una grande risonanza in Italia, in una fase della guerra in cui gli aspetti psicologici sono sempre più importanti. L’Italia che si sta riorganizzando dopo il disastro di Caporetto, si rinvigorisce all’eco nell’impresa, si risolleva lo spirito della popolazione e dei soldati impegnati sul Piave.

Il volo su Vienna

Gabriele d’Annunzio ha pensato di fare un volo su Vienna già nel 1915. Non ha mai potuto effettuarlo sia perché i Comandi ritengono impossibile fare un volo di mille chilometri, di cui ottocento su territorio nemico, con velivoli che erano dotati di scarsa autonomia.

Ma il poeta non si arrende e il 4 settembre del 1917 d’Annunzio compie un volo di dieci ore senza particolari problemi. Dimostra così che l’impresa è possibile. Il 9 agosto 1918 otto ricognitori della squadriglia «La Serenissima», aerei veloci e con grande autonomia, partono alle 5:50 del mattino.

Nonostante le sfavorevoli condizioni atmosferiche, arrivano sopra Vienna, si abbassano a meno di ottocento metri e cominciano a lanciare centinaia di migliaia manifestini tricolori. Due erano i testi scritti sui volantini.

In questo mattino d’agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata e luminosamente incomincia l’anno della nostra piena potenza, l’ala tricolore vi apparisce all’improvviso come indizio del destino che si volge.
Il destino si volge.
Si volge verso di noi con una certezza di ferro.
È passata per sempre l’ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta.
La vostra ora è passata.
Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina e predominerà sino alla fine.
I combattenti vittoriosi del Piave, i combattenti vittoriosi della Marna lo sentono, lo sanno, con una ebbrezza che moltiplica l’impeto.
Ma, se l’impeto non bastasse, basterebbe il numero; e questo è detto per coloro che usano combattere dieci contro uno.
L’Atlantico è una via che già si chiude; ed è una via eroica, come dimostrano i nuovissimi inseguitori che hanno colorato l’Ourcq di sangue tedesco.
Sul vento di vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremmo osare e fare quando vorremo, nell’ora che sceglieremo.
Il rombo della giovane ala italiana non somiglia a quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino.
Tuttavia la lieta audacia sospende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o Viennesi.
Viva l’Italia!
Questo il testo scritto in italiano da Gabriele d’Annunzio. Il testo piuttosto prolisso e involuto era impossibile da tradurre in tedesco.
VIENNESI!
Imparate a conoscere gli Italiani.
Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate.
Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà.
Noi Italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne.
Noi facciamo la guerra al vostro Governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele Governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d’odio e d’illusioni.
VIENNESI!
Voi avete fama di essere intelligenti.
Ma perché vi siete messi l’uniforme prussiana?
Ormai, lo vedete, tutto il mondo s’è volto contro di voi.
Volete continuare la guerra?
Continuatela, è il vostro suicidio.
Che sperate?
La vittoria decisiva promessavi dai Generali Prussiani?
La loro vittoria decisiva è come il pane dell’Ucraina: si muore aspettandola.
POPOLO DI VIENNA, pensa ai tuoi casi. Svegliati!
VIVA LA LIBERTÀ!
VIVA L’ITALIA!
VIVA L’INTESA!».
Su altri volantini fu stampato questo testo, più semplice e immediato, di Ugo Ojetti, che fu tradotto in tedesco. Fonte https://www.ilpost.it/2018/08/09/volo-vienna-dannunzio/

Sono le 9.20 del mattino. Dagli aerei gli aviatori vedono con chiarezza la popolazione che si riunisce nelle strade, vede il suo fermento. Ma nessun colpo viene sparato dalla contraere. Due caccia austriaci che hanno avvistato la formazione si affrettano ad atterrare per avvertire il Comando, ma non vengono creduti.

I manifestini lanciati sulla città vengono conservati dai Viennesi, in un momento in cui la fame ha stremato anche i cittadini austriaci.

Nel viaggio di ritorno gli aerei volano su Wiener-Neustadt, Graz, Lubiana e Trieste. La pattuglia rientra al campo di aviazione alle 12,40; manca un velivolo, costretto ad atterrare per un guasto al motore.

Il volo diventa ben presto leggenda. Fa enorme impressione anche nemici, sia per l’audacia dell’azione, sia per lo spirito cavalleresco degli Italiani che hanno lanciato manifestini, anziché bombe, sulla popolazione inerme. Gli Austriaci avevano più volte bombardato città italiane, uccidendo dei civili.

A Vienna aspre critiche che giungono da ogni parte contro le autorità. La popolazione non era stata avvisata prima: cosa sarebbe accaduto ai viennesi se gli italiani avessero lanciato bombe invece che volantini?

Anche il volo su Vienna, come la Beffa Buccari, fu militarmente irrilevante. Produce però un’enorme impressione in Italia e nel mondo.

Il 3 novembre, le truppe italiane entrano in Trento e in Trieste; il giorno dopo, l’Austria firma l’armistizio. Nell’esultanza il poeta eleva un encomio altissimo al «Re Vittorioso», e invia alla «Gazzetta del Popolo» di Torino un telegramma.

[ … ] Non ho mai sentito tanto profondo l’orgoglio di essere italiano.
Fra tutte le nostre ore storiche, questa è veramente la più alta. [ … ] Solo oggi l’Italia è grande, perché solo oggi l’Italia è pura fra tante bassezze di odii, di baratti, di menzogne. [ … ]

L’impresa di Fiume

Premesse

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, l’Italia era ancora legata agli Imperi centrali dalla Triplice alleanza. Il trattato però aveva valore esclusivamente difensivo: l’impegno dei firmatari scattava solo in caso di aggressione ai danni di uno dei suoi contraenti da parte di un altro Stato.

Allo scoppio della Grande guerra, l’Italia si era proclamata neutrale, ma nel 15, dopo trattative segrete con entrambe le parti, il 26 aprile 1915 fu firmato il trattato di Londra, all’insaputa del Parlamento. L’Italia si impegnò così a entrare in guerra, contro la Germania e l’Impero austroungarico, entro un mese. In cambio l’Italia avrebbe ottenuto:

  • il Trentino e l’Alto Adige,
  • l’Istria con l’esclusione di Fiume, che nel Patto di Londra l’Italia aveva concesso alla Croazia con una imperdonabile leggerezza
  • la Dalmazia,
  • Valona in Albania
  • le isole del Dodecaneso.

I croati, fin dal 1915, avevano costituito in Francia ed in Inghilterra i cosiddetti “Comitati jugoslavi”. Propagandarono la liberazione delle “Nazionalità oppresse dall’Austria” e svolsero un’abile azione presso le cancellerie di Londra, Parigi e poi anche a Washington, per convincere gli Alleati della necessità di creare quel futuro stato indipendente dei Serbi-Croati-Sloveni qualora l’Austria-Ungheria fosse stata sconfitta. Ma in questo nuovo stato sarebbe stata compresa anche l’intera Dalmazia: questo andava in contrasto con le aspettative dell’Italia, garantite dal Patto segreto di Londra!

Quando nel 1919 gli stati vincitori si trovarono a Versailles gli accordi presi con l’Italia non furono totalmente mantenuti. La responsabilità di questo cambiamento è da attribuire a cause diverse:

  • l’atteggiamento filo-slavo assunto dagli USA
  • la scarsa abilità della diplomazia italiana durante la Conferenza di Pace.

La Conferenza di Parigi si concluse con l’insoddisfazione italiana. Fu proprio d’Annunzio a formulare l’espressione “vittoria mutilata”, una vittoria che lasciava delle questioni sospese.

La nostra delegazione, guidata da Vittoria Emanuele Orlando, s’impegnò nel tentativo di aggiungere all’Istria anche il territorio della città di Fiume. La maggior parte degli abitanti di Fiume erano italiani e nel corso della storia avevano difeso sempre la loro italianità.

A Parigi la diplomazia italiana non ottenne ciò che si era prefissata; la delegazione chiese che i fiumani potessero esprimere il loro parere. Ma i delegati iugoslavi si opposero. Il governo italiano non seppe reagire con forza; Orlando fu sostituito da Nitti, il quale tornò alla Conferenza di Pace per rinunciare a Fiume, poiché l’Italia aveva bisogno degli aiuti internazionali per pagare i prestiti di guerra.

Questa rinuncia fu vista come un tradimento da parte di d’Annunzio e i suoi fedeli.

Mio caro compagno, Il dado è tratto.
Parto ora.

Domattina prenderò Fiume con le armi.
Il Dio d’Italia ci assista.
Mi levo dal letto febbricitante.
Ma non è possibile differire.
Ancora una volta lo spirito domerà la carne miserabile. 
Riassumete l’articolo !! che pubblicherà la Gazzetta del Popolo e date intera la fine !!. E sostenete la causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio- 11 Settembre 1919. – G.D’A.”.

E così il 12 settembre del 1919 Gabriele D’Annunzio, assieme ai suoi legionari, si mise in marcia alla volta di Fiume. Il governo Nitti fu informato dell’azione solo tramite il Giornale d’Italia.

D’Annunzio agì con determinazione senza essersi consultato con le autorità italiane. Non ottenne alcun sostegno dall’Italia, perché il governo italiano non poteva sostenere quella che era, a tutti gli effetti, un’aggressione.

Nitti, incaricò Badoglio di recarsi presso Fiume per riportare l’ordine, quindi sancì il blocco totale degli aiuti e d’Annunzio espresse da subito il rifiuto a qualsiasi negoziato con Nitti.

Il 16 settembre inviò una polemica lettera a Mussolini, fondatore dei fasci di combattimento, contestandogli lo scarso sostegno econimico:

«Mio caro Mussolini, mi stupisco di voi e del popolo italiano. Io ho rischiato tutto, ho fatto tutto, ho avuto tutto. […]
Io ho tutti soldati qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi. È un’impresa di regolari.
E non ci aiutate neppure con sottoscrizioni e collette. […] 
Non c’è proprio nulla da sperare?
E le vostre promesse?
Bucate almeno la pancia che vi opprime, e sgonfiatela.
Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere.
Ma non vi guarderò in faccia.»

D’Annunzio decise che Fiume doveva trasformarsi da stato di fatto a stato di diritto, per poterne rivendicare la sovranità.

La sera del 30 agosto, i cittadini furono convocati al teatro “La Fenice”, per leggere il nuovo statuto sul quale sarebbe stato fondato il nuovo stato: nasceva la Reggenza Italiana del Carnaro.

D’Annunzio e i suoi legionari

Il nuovo governo varò tra l’altro una nuova costituzione incredibilmente avanzata e moderna: “La Carta del Carnaro”.

Carta del Carnaro

È strutturata in 65 articoli divisi in venti capitoli.

La Carta stabiliva:

  • un salario minimo,
  • l’assistenza nell’infermità, nella disoccupazione, nella vecchiaia,
  • il risarcimento del danno in caso di errore giudiziario o di abuso di potere,
  • libertà di pensiero, di stampa, di associazione,
  • libertà per ogni culto, purché non fosse usato come alibi per non compiere i doveri della cittadinanza.

Veniva riconosciuta la proprietà privata, fondata sul lavoro e volta all’utilità sociale.

Il diritto di voto era garantito a tutti, sia uomini sia donne che avessero compiuto vent’anni.

Era previsto per entrambi i sessi, il servizio militare dai 17 ai 52 anni.

Fu istituito un collegio degli edili, scelto tra gli uomini che si distinguevano per gusto estetico, i quali avevano il compito di presiedere le costruzioni e di verificarne bellezza, decenza e sanità. Aveva anche il compito di studiare nuovi materiali quali il ferro, il vetro e le applicazioni artistiche nell’edilizia.

L’istruzione e l’educazione del popolo rappresentavano il dovere più alto della Repubblica. L’istruzione primaria era gratuita e obbligatoria, la scienza e l’arte potevano essere accessibili a tutti coloro che dimostravano capacità d’intenderle e, seguaci e non delle confessioni religiose potevano frequentare le scuole senza alcun pregiudizio.

La Carta Costituzionale, poteva essere riformata in ogni momento se richiesto da 1/3 dei cittadini aventi diritto al voto e tutte le leggi del Parlamento potevano essere sottoposte a Referendum.

Insomma si trattava di una Carta molto moderna, per certi versi molto più avanzata della nostra. Inoltre a Fiume si costituì una Lega che aveva come obiettivo di rappresentare i popoli oppressi e di dar voce alle nazioni coloniali più deboli.

La Carta del Carnaro costituì quindi anche uno dei primi esempi di solidarietà internazionale. Inoltre è importante ricordare che all’interno della città, durante l’occupazione, convivevano gli stessi popoli che al di là di quel confine erano ostili fra loro.

D’Annunzio e i suoi soldati a Fiume

Trattato di Rapallo

Gli stati europei non potevano permettere che l’azione di d’Annunzio proseguisse. Venivano infatti violati accordi internazionali stabiliti durante i trattati di Parigi. Il governo italiano non sapeva risolvere la questione. Fu richiamato Giovanni Giolitti, come presidente del consiglio, e il 12 novembre 1920 venne sottoscritto il Trattato di Rapallo. In esso si dichiarava che:

  • Fiume era stato libero;
  • la Dalmazia, ad eccezione di Zara, fu ceduta agli slavi.

D’Annunzio non accettò il trattato e non si mosse dalla città. Il governo Giolitti allora utilizzò le maniere forti.

Il Natale di sangue

Il 26 dicembre Fiume fu attaccata dall’esercito italiano. Il 27 fu dato l’ultimatum ovvero che se D’Annunzio e i suoi legionari non avessero accettato il trattato, la città sarebbe stata bombardata a tappeto.

Di fronte a questa situazione il poeta-soldato dovette rinunciare al suo progetto e si dimise il 28 dicembre. Il “Natale di sangue” come lo definì D’Annunzio, provocò la morte di 22 legionari, 25 soldati dell’esercito italiano e 7 civili.

Fiume sarà annessa all’Italia solo nel 1924 e, rimarrà italiana fino al 1947.

Effetti dei bombardamenti italiani del Natale 1920

Valore storico e culturale dell’impresa fiumana

L’esperienza fiumana va osservata, oltre che da un punto di vista storico, anche per il suo grande valore culturale. Essa infatti rappresentò un grande laboratorio politico, un momento di massima confluenza e sintesi di una polarità che caratterizzava la scena politica dell’Italia dell’epoca: la contrapposizione tra “destra-sinistra”.

Se guardiamo all’ideologia che emerge dalla carta del Carnaro ci rendiamo conto che si muovevano perseguendo valori come la solidarietà e la giustizia. Il messaggio che arriva a noi oggi è un messaggio di valore perché cerca di sintetizzare tradizione e innovazione, elementi utili anche nella nostra società di oggi.

D’Annunzio pubblicitario

La scrittura creativa dagli albori della Pubblicità ad oggi ha visto ricoprire il ruolo di creativi e pubblicitari moltissimi autori, nomi autorevoli della letteratura italiana e internazionale.

Pensiamo a Fernando Pessoa che scrisse uno slogan per Coca-Cola. Oscar Wilde, Paulo Coelho e Gabriel Garcia Marquez, Nobel per la letteratura, lavorarono per diversi anni come copywriter per l’agenzia pubblicitaria americana “J.Walter Thompson” una delle più famose agenzie pubblicitarie del mondo,.

Ma i letterati di casa nostra non furono da meno: Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Gabriele D’Annunzio collaborarono con diverse agenzie pubblicitarie.

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale d’Annunzio divenne simbolo di una vita elegante. Fu testimonial di molte aziende e di diversi prodotti, contribuendo alla fortuna di molte attività industriali e commerciali. Inventò i nomi di prodotti e imprese, ideò slogan che avrebbero fatto la storia della pubblicità in Italia.

L’automobile è femmina

Fu proprio D’Annunzio a stabilire nel 1926 che l’automobile è di genere femminile. Scrisse una lettera al senatore Giovanni Agnelli pubblicata sulla Rivista FIAT. Lettera che inciderà definitivamente nel settore automobilistico.

Ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice; ha, inoltre, una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza.
Ma, per contro, delle donne ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza.

Il Piave è maschile

Il caso di cambio di genere voluto da D’Annunzio per l’automobile non è unico. Infatti il Piave, fiume importantissimo per la storia italiana, era originariamente femminile: veniva chiamato “la Piave”. Durante al Grande guerra il fiume coincise per più di un anno con il fronte italiano. Qui si consumarono numerose battaglie. In seguito alla vittoria italiana durante la Grande Guerra, D’Annunzio decise di cambiare il genere con cui ci si riferiva al fiume. Per celebrarne la potenza e per consacrarlo “fiume sacro della Patria” da allora venne nominato il Piave.

Velivolo

Gabriele D’Annunzio, provetto aviatore, ideò la parola “velivolo” dal latino velivolus., intendendo un oggetto che sembra volare con le vele. D’Annunzio stesso spiegò la scelta di tale termine.

La parola è leggera, fluida, rapida; non imbroglia la lingua e non allega i denti; di facile pronunzia, avendo una certa somiglianza fònica col comune veicolo, può essere adottata dai colti e dagli incolti”.
D’Annunzio: in una conferenza sul Dominio dei cieli nel 1910

Tramezzino

La parola inglese sandwich viene tradotta in tramezzino (da consumare tra due pasti); la parola è stata inventata da lui ed è poi entrata nell’uso comune.

La Rinascente

Nel 1917 il senator Borletti rileva un grande magazzino che si trovava vicino al Duomo di Milano. Propose a d’Annunzio di trovare un nome adatto per riaprire questo grande magazzino di abbigliamento. Il poeta propone il nome Rinascente proprio per simboleggiare la rinascita del negozio. Il nome è suggerito dal mito dell’araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte. E questo magazzino sarà distrutto poi per ben due volte: la notte di Natale del 1918 venne completamente distrutto da un incendio e nel 1943 venne distrutto durante i bombardamenti.

Vigili del fuoco

In origine, dall’Ottocento, il nome con cui ci si riferiva ai Vigili del Fuoco era “pompieri“, che derivava dal francese sapeur-pompier. Durante il regime fascista, nel 1938, D’Annunzio suggerì di modificare il nome del Corpo Nazionale nato pochi anni prima in “Vigili del Fuoco“, ispirandosi ai vigiles dell’antica Roma.

Saiwa

Nel 1920 l’azienda di Pietro Marchese viene registrata come “S.A.I.W.A.” (Società Accomandita Industria Wafer e Affini). Il nome della società venne coniato da Gabriele d’Annunzio, che lavorò anche ad alcune campagne pubblicitarie. Era solo una piccola azienda genovese ma diventò una delle principali industrie dolciarie italiane.

Sangue Morlacco

Le distillerie Luxardo di Zara, chiesero a d’Annunzio di trovare un nome suggestivo per il loro cherry. Lui si ricordò che la Dalmazia, nel V e VI secolo era abitata dai Morlacchi. Comparvero così nei bar le bottiglie di Sangue Morlacco di un intenso rosso rubino.

Scudetto

Quel triangolino di tessuto tricolore che si applica alle maglie della squadra di calcio che vincono il Campionato si chiama “scudetto”. Il nome fu inventato da D’Annunzio. Il Poeta chiamò “scudetto” il primo triangolino, cucito, dietro sua indicazione, sulla divisa indossata dagli italiani in una partita di calcio organizzata durante l’occupazione di Fiume il 7 febbraio del 1920.

D’Annunzio scrittore e poeta

Adesione all’estetismo

D’Annunzio è uno dei maggiori esponenti del Decadentismo italiano e forse il maggior esponente italiano dell’estetismo, una corrente letteraria e filosofica che si afferma in Europa a metà Ottocento e che pone il culto della bellezza e dell’arte sopra ogni cosa, esaltando la forma più che la sostanza.

Il culto della bellezza formale è l’unico fine dell’arte e l’arte perde così il suo fine sociale e per diventare fine a sé stessa cioè l’arte per l’arte.

Sul piano dei comportamenti individuali gli artisti perseguono il gusto della raffinatezza e dell’eleganza, unite alla ricerca di esperienze e sensazioni straordinarie e inimitabili. Gli esponenti dell’estetismo fanno della propria vita un’opera d’arte.

L’esteta per eccellenza è il dandy. Attentissimo all’eleganza (degli abiti e dei gesti), il dandy è votato alla ricerca del bello e del piacere, disprezzando le regole della morale borghese, ritenuta ipocrita e castrante. D’Annunzio incarna il perfetto esempio di dandy. Un altro esempio autorevole si può trovare in Oscar Wilde.

Estetismo dannunziano 

D’Annunzio fa della propria vita un’opera d’arte. Sempre attento alla preziosità, alla raffinatezza e alla stravaganza. La parola è l’unico specchio in cui può riflettersi la genialità dell’intellettuale-poeta. La sua arte è estremamente raffinata: questo costituisce una garanzia di distinzione rispetto alla mediocrità del pubblico.

Lo scopo della sua vita fu legato quindi al culto del “bello”. Poesia e arte sono quindi concepite come creazione di bellezza fine a sé stessa. Si pone in netta contrapposizione al verismo.

Per d’Annunzio “la vita è arte” e deve essere quindi vissuta in assoluta libertà al di sopra di qualsiasi legge sociale e di ogni freno morale.

Il superuomo che lui incarna deve distinguersi dalla massa per vivere e godere di tutte le sensazioni e per aspirare ad un’esistenza eccezionale, al vivere inimitabile. Lui vuole fare della propria vita un ‘opera d’arte ed ha vissuto così, in modo inimitabile, mai nell’ombra.

Perseguendo questi principi lui collezionò innumerevoli amanti e moltissimi debiti, vivendo sempre al di sopra delle sue possibilità. Più volte fu costretto a scappare perché rincorso dai creditori.  

Nel suo vivere inimitabile egli vuole attirare a sé l’attenzione pubblica, perché vuole vendere i suoi prodotti letterari e la sua immagine. Per questo lusinga la massa e segue le leggi economiche dei borghesi, facendo cioè esattamente quello che lui diceva di rifiutare. 

Il simbolismo dannunziano

Il simbolo è lo strumento privilegiato per esprimere la visione interiore del poeta, quello che riesce a cogliere l’essenza nascosta della realtà. D’Annunzio aderisce parzialmente al simbolismo in quanto utilizza il simbolo ma ne garantisce sempre la leggibilità, i suoi simboli sono sempre interpretabili. il simbolismo dannunziano si riduce quindi solo:

  • nella ricerca della forza evocatrice della parola
  • nella creazione di atmosfere e suggestioni, 
  • nell’utilizzazione di metafore e similitudini inconsuete.

Un autore trasformista

Fedele all’affermazione, d’Annunzio nella sua vita si mise alla prova con ogni genere letterario. Una delle affermazioni a cui è rimasto fedele fu «rinnovarsi o morire». Lui amava stupire il pubblico con le sue continue metamorfosi e per questo talvolta il suo stile è apparso dilettantesco. Questo si spiega anche con il fatto che D’Annunzio, invece che cercare ispirazione nella vita, cerca la sua ispirazione nell’arte. Per questo lui lavora spesso “di seconda mano” ricamando sul già fatto, da lui o da altri, partendo da una suggestione. Questo anche a rischio di essere accusato di plagio.

Nonostante la sua produzione sia così variopinta e mutevole, emergono alcuni tratti dominanti nella sua arte.

I suoi personaggi sono forti, seguono «un’ideal forma di esistenza». Prendono però poi coscienza della loro inadeguatezza e sono quindi travolti da un profondo senso di sconforto.

Questo senso di sconforto si collega al tema del piacere, dell’estetismo e dell’edonismo. I suoi personaggi collezionano sensazioni brevi e intensamente assaporate; celebrano quindi l’attimo fuggente. Anche da questo deriva il carattere frammentario della produzione dannunziana. Dall’estetismo deriva anche l’ossessione del decadimento fisico e della perdita dello slancio vitale che caratterizzò la vita del poeta. Anche su di lui il trascorrere del tempo ebbe effetti rovinosi.

Da perfetto esteta D’Annunzio coltivò un culto fanatico per la bellezza, nella vita e nell’arte; raffinato artigiano della parola, continua ad ostentare il proprio virtuosismo, facendo dell’arte uno strumento di seduzione.

Il superomismo dannunziano

L’immagine di d’Annunzio è legata al culto del superuomo di Nietzsche anche se in realtà D’Annunzio ha veramente poco da spartire col pensiero del filosofo tedesco. .

Secondo Nietzsche, l’uomo vive immerso in un ciclo eterno, un tempo infinito in cui tutte le situazioni e gli eventi possono ripetersi infinite volte.
L’uomo è schiavo di questo eterno ritorno. Il mondo è popolato da milioni di persone che subiscono questo ciclo senza tentare di elevarsi, per rimanere rifugiati nelle sicurezze imposte dalla loro miopia.
Dal momento che sono incapaci di vivere di vera vita, queste persone, accettano di credere nella legge, nella religione, nella giustizia divina e vivono di orgoglio, umiltà, paure, virtù, senza mai tentare di uscire da questo inarrestabile ciclo.
La caduta dei paradigmi del passato apre la via ad una nuova umanità superiore. Il superuomo di Nietzsche può spezzare questo eterno ritorno.

Il superuomo deve diventare realmente se stesso, attraverso la consapevolezza di sé, dei propri impulsi. Egli è consapevole che in lui esistono anche forze oscure, ma le integra per produrre nuove virtù.
Il superuomo supera se stesso soltanto attraverso la creazione di nuovi valori per liberarsi dall’eterno ritorno. Però è consapevole che elevandosi, accetta il rischio di non venire più compreso dalla gente comune.
Il superuomo perciò non è una figura popolare, che diventa famoso e che è compreso e approvato dai più.
Egli cambia il mondo ma lo fa lontano dalla folla, distante dalle luci della ribalta.
Egli impara nella solitudine a parlare con una voce nuova, contraddice anche se stesso e crede in se stesso e nella propria forza creativa.
Per fare questo, il superuomo, deve ritornare ad essere un bambino che ascolta i propri impulsi al di la della ragione e della natura di essi, al di sopra della morale comune e delle regole imposte dal mondo.
Il bimbo vive come la foglia o come il fiore, perseguendo il proprio scopo al di la del bene e del male.

D’Annunzio fa una lettura semplificatrice del pensiero di Nietzsche. Infatti i suoi personaggi, che incarnano l’ideale del superuomo, sono solo individui che si distinguono dalla mediocrità della massa e che non si assoggettano alle leggi morali e civili comuni.

La teoria del superuomo servì a d’Annunzio per diffondere la sua arte. Egli si ritiene un poeta-vate: per lui l’opera d’arte è lo strumento più efficace per intervenire sulla realtà, per diffondere le sue idee a guida del popolo considerato inferiore, per poter così dominare sulle masse.

Stile

Due sono gli assi principali attorno ai quali si muove lo stile di Gabriele d’Annunzio.

Piano formale

Sul piano formale lo stile è sublime, il suo linguaggio è iperletterario lontano dal linguaggio comune. Il poeta rappresenta una realtà dominata dalla sensualità. Per questo la ricerca linguistica è caratterizzata da un amore sensuale della parola.

Piano del contenuto

Per D’Annunzio la vita è intrisa di una sensualità diffusa, nella quale la conoscenza è offerta ai sensi. Questo è un carattere tipico della poesia decadente e simbolista.

La parola è funzionale alla rappresentazione di aspetti della una realtà che fornisce costanti occasioni di vivere il piacere. La sensualità permea ogni aspetto della realtà. La sensualità è vissuta come panismo, cioè come l’aspirazione alla fusione totale dell’uomo con la natura e con il cosmo.

Opera – Il piacere

Il piacere è un romanzo che si collega all’estetismo, al simbolismo e al decadentismo. Ambientato in una Roma elegante e frivola propone un eroe contemporaneo, un esteta aristocratico, letterato e uomo di mondo,  Andrea Sperelli, alter ego di Gabriele D’Annunzio, un dandy intellettuale e uno straordinario poeta immerso nella vita mondana di Roma.

Andrea è diviso tra due relazioni amorose. Da una parte c’è Elena Muti, la sia bellissima ex amante, ricomparsa in città sposata con un Lord inglese; lei lo aveva abbandonato due anni prima, all’improvviso. Dall’altra la pura e spirituale Maria Ferres, moglie di un ministro del Guatemala (il tocco esotico va molto di moda).

L’attrazione di Andrea si dirige quindi verso due donne che sono l’antitesi l’una dell’altra. Elena, che ha il nome di Elena di Troia, rappresenta l’eros corrotto e fatale, mentre Maria, col nome che proviene dalla tradizione cristiana, è simbolo di amore puro, di dedizione, di nobiltà d’animo, di dolcezza.

Andrea realizza un triangolo amoroso in cui muove i fili di un perverso gioco mentale. Egli inganna entrambe le donne perché vuole intrecciare i due amori. Dall’intreccio dei due ne vuol creare un terzo, immaginario e perfetto. 

Una Roma aristocratica e snob costituisce il teatro della vicenda. Andrea alterna cinicamente le due relazioni. Ma al culmine di un incontro erotico con Maria, perdutamente innamorata di lui, ma costretta a lasciare Roma perché il marito è stato scoperto mentre barava al gioco, Andrea si sbaglia e la chiama inavvertitamente Elena. Lei così intuisce il perverso gioco dell’amante.  

Testo – Capitolo 1 – incipit

L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la Piazza Barberini, su la Piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorìo confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.
Le stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch’esalavan ne’ vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d’un giglio adamantino, a similitudine di quelle che sorgon dietro la Vergine nel tondo di Sandro Botticelli alla galleria Borghese. Nessuna altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta.
Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un’amante. Tutte le cose a torno rivelavano infatti una special cura d’amore. Il legno di ginepro ardeva nel caminetto e la piccola tavola del tè era pronta, con tazze e sottocoppe in majolica di Castel Durante ornate d’istoriette mitologiche da Luzio Dolci, antiche forme d’inimitabile grazia, ove sotto le figure erano scritti in carattere corsivo a zàffara nera esametri d’Ovidio. La luce entrava temperata dalle tende di broccatello rosso a melagrane d’argento riccio, a foglie e a motti. Come il sole pomeridiano feriva i vetri, la trama fiorita delle tendine di pizzo si disegnava sul tappeto.
L’orologio della Trinità de’ Monti suonò le tre e mezzo. Mancava mezz’ora. Andrea Sperelli si levò dal divano dov’era disteso e andò ad aprire una delle finestre; poi diede alcuni passi nell’appartamento; poi aprì un libro, ne lesse qualche riga, lo richiuse; poi cercò intorno qualche cosa, con lo sguardo dubitante. L’ansia dell’aspettazione lo pungeva così acutamente ch’egli aveva bisogno di muoversi, di operare, di distrarre la pena interna con un atto materiale. Si chinò verso il caminetto, prese le molle per ravvivare il fuoco, mise sul mucchio ardente un nuovo pezzo di ginepro. Il mucchio crollò; i carboni sfavillando rotolarono fin su la lamina di metallo che proteggeva il tappeto; la fiamma si divise in tante piccole lingue azzurrognole che sparivano e riapparivano; i tizzi fumigarono.
Allora sorse nello spirito dell’aspettante un ricordo. Proprio innanzi a quel caminetto Elena un tempo amava indugiare, prima di rivestirsi, dopo un’ora d’intimità. Ella aveva molt’arte nell’accumulare gran pezzi di legno su gli alari. Prendeva le molle pesanti con ambo le mani e rovesciava un po’ indietro il capo ad evitar le faville. Il suo corpo sul tappeto, nell’atto un po’ faticoso, per i movimenti de’ muscoli e per l’ondeggiar delle ombre pareva sorridere da tutte le giunture, e da tutte le pieghe, da tutti i cavi, soffuso d’un pallor d’ambra che richiamava al pensiero la Danae del Correggio. Ed ella aveva appunto le estremità un po’ correggesche, le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei come nelle statue di Dafne in sul principio primissimo della metamorfosi favoleggiata.
Appena ella aveva compiuta l’opera, le legna conflagravano e rendevano un sùbito bagliore. Nella stanza quel caldo lume rossastro e il gelato crepuscolo entrante pe’ vetri lottavano qualche tempo. L’odore del ginepro arso dava al capo uno stordimento leggero. Elena pareva presa da una specie di follia infantile, alla vista della vampa. Aveva l’abitudine, un po’ crudele, di sfogliar sul tappeto tutti i fiori ch’eran nei vasi, alla fine d’ogni convegno d’amore. Quando tornava nella stanza, dopo essersi vestita, mettendo i guanti o chiudendo un fermaglio sorrideva in mezzo a quella devastazione; e nulla eguagliava la grazia dell’atto che ogni volta ella faceva sollevando un poco la gonna ed avanzando prima un piede e poi l’altro perché l’amante chino legasse i nastri delle scarpe ancora disciolti.
Il luogo non era quasi in nulla mutato. Da tutte le cose che Elena aveva guardate o toccate sorgevano i ricordi in folla e le immagini del tempo lontano rivivevano tumultuariamente. Dopo circa due anni, Elena stava per rivarcar quella soglia. Tra mezz’ora, certo, ella sarebbe venuta, ella si sarebbe seduta in quella poltrona, togliendosi il velo di su la faccia, un poco ansante, come una volta; ed avrebbe parlato. Tutte le cose avrebbero riudito la voce di lei, forse anche il riso di lei, dopo due anni.
Il giorno del gran commiato fu a punto il venticinque di marzo del mille ottocento ottanta cinque, fuori della Porta Pia, in una carrozza. La data era rimasta incancellabile nella memoria di Andrea. Egli ora, aspettando, poteva evocare tutti gli avvenimenti di quel giorno, con una lucidezza infallibile. La visione del paesaggio nomentano gli si apriva d’innanzi ora in una luce ideale, come uno di quei paesaggi sognati in cui le cose paiono essere visibili da lontano per un irradiamento che si prolunga dalle loro forme.
La carrozza chiusa scorreva con un rumore eguale, al trotto: le muraglie delle antiche ville patrizie passavano d’innanzi agli sportelli, biancastre, quasi oscillanti, con un movimento continuo e dolce. Di tratto in tratto si presentava un gran cancello di ferro, a traverso il quale vedevasi un sentiere fiancheggiato di alti bussi, o un chiostro di verdura abitato da statue latine, o un lungo portico vegetale dove qua e là raggi di sole ridevano pallidamente.
Elena taceva, avvolta nell’ampio mantello di lontra, con un velo su la faccia, con le mani chiuse nel camoscio. Egli aspirava con delizia il sottile odore di eliotropio esalante dalla pelliccia preziosa, mentre sentiva contro il suo braccio la forma del braccio di lei. Ambedue si credevano lontani dalli altri, soli; ma d’improvviso passava la carrozza nera d’un prelato; o un buttero a cavallo, o una torma di chierici violacei, o una mandra di bestiame.
A mezzo chilometro dal ponte ella disse:
— Scendiamo.
Nella campagna la luce fredda e chiara pareva un’acqua sorgiva; e, come li alberi al vento ondeggiavano, pareva per un’illusion visuale che l’ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose.
Ella disse, stringendosi a lui e vacillando sul terreno aspro.
— Io parto stasera. Questa è l’ultima volta….

Comprensione del testo

Nel pomeriggio dell’ultimo giorno dell’anno Andrea Sperelli aspetta nel suo appartamento romano l’arrivo della bellissima Elena Muti. Lei era stata la sua amante ma la loro relazione si era interrotta due anni prima quando lei aveva deciso di sposarsi.

Lui l’attende in un ambiente elegante e prezioso tra rose e profumate, coppe di cristallo e vasi preziosi. Mentre Andrea aspetta, pensieri e ricordi gli tengono compagnia, l’attesa si fa lunga, Elena ritarda.

Ricorda la sua Elena in quella stanza durante i loro incontri passati e da questo ricordo emerge con la fiducia che questo suo nuovo incontro potrà essere solo il primo di tanti altri.

Analisi

Il culto della bellezza. La dettagliata descrizione della casa di Andrea Sperelli fornisce al lettore una serie di informazioni sul protagonista. La stanza è colma di oggetti raffinati, gli oggetti sono disposti ad arte e con ostentazione, sono frequenti i riferimenti a dipinti come la Vergine del Botticelli e opere letterarie come i versi di Ovidio.

Anche la figura di Elena nel ricordo del protagonista è una donna seducente elegante raffinata, paragonata ad opere d’arte da Andrea che è fedele al culto dell’estetismo.

L’ambiente e i pensieri rivelano il desiderio di bellezza, l’attenzione alla sensualità e la tendenza a trasformare la realtà in arte. Anche Andrea Sperelli, come Gabriele D’Annunzio, intendono fare della propria vita un’opera d’arte.

La raffinatezza dell’ambiente del protagonista si rispecchia anche nella preziosità dello stile linguistico. Le scelte lessicali sono decisamente ricercate, gli aggettivi sottolineano la sensualità delle immagini con una grande attenzione all’aspetto cromatico (broccatello rosso, lingue azzurrognole)

Sono frequenti le metafore (l’anno moriva) è ancora più frequenti le sinestesie tipiche della poesia del decadentismo (tepor velato mollissimo aureo…)

Sono anche frequenti i paragoni introdotti da espressioni come “in guisa di a similitudine di..” l’intenzione del poeta è quella di paragonare gli elementi dell’arredo opere d’arte materiali preziosi.

Domande sul cap. 1

1. In quale giorno dell’anno si svolge l’episodio che apre il romanzo?
2. In quale città ci troviamo?
3. Chi sta aspettando Andrea Sperelli?
4. Come si sente?
5. Nella seconda parte del brano sono presenti due flashback: individuali e riassumili.
6. Individua nel testo tutti i riferimenti diretti o indiretti a opere d’arte.
Qual è la loro funzione secondo te?
– Sottolineare l’ampia cultura del protagonista?
– Evidenziare l’amore di Andrea per la bellezza?
– Suggerire la tendenza a trasfigurare la realtà?
7. Come viene caratterizzata la figura di Elena Muti? Sulla base delle informazioni del testo fanne un breve ritratto fisico e psicologico.
8. Analizza il variare del tempo narrativo:
– Quali parti del testo si riferiscono al presente?
– Quali parti del testo si riferiscono al passato?
– Quali parti del testo si riferiscono al futuro?
9. Osserva il narratore: la sua attenzione si concentra più sugli avvenimenti o sui pensieri del protagonista?
Esercizio di scrittura
Prova a riscrivere il brano ambientandolo ai giorni nostri; nella stanza di una persona che ha più o meno la tua età e che sta aspettando di incontrare un suo ex, una sua ex.

Testo – dal capitolo 2 – Chi è Andrea Sperelli

Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta, unico erede, proseguiva la tradizion familiare.
Egli era, in verità, l’ideal tipo del giovine signore italiano del XIX secolo, il legittimo campione d’una stirpe di gentiluomini e di artisti eleganti, ultimo discendente d’una razza intellettuale.
Egli era, per così dire, tutto impregnato di arte.
La sua adolescenza, nutrita di studii varii e profondi, parve prodigiosa. Egli alternò, fino a’venti anni, le lunghe letture coi lunghi viaggi in compagnia del padre e potè compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura paterna, senza restrizioni e costrizioni di pedagoghi.
Dal padre a punto ebbe il gusto delle cose d’arte, il culto passionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizii, l’avidità del piacere.
Questo padre, cresciuto in mezzo alli estremi splendori della corte borbonica, sapeva largamente vivere; aveva una scienza profonda della vita voluttuaria e insieme una certa inclinazione byroniana al romanticismo fantastico.
Lo stesso suo matrimonio era avvenuto in circostanze quasi tragiche, dopo una furiosa passione.
Quindi egli aveva turbata e travagliata in tutti i modi la pace coniugale. Finalmente s’era diviso dalla moglie ed aveva sempre tenuto seco il figliuolo, viaggiando con lui per tutta l’Europa.
L’educazione d’Andrea era dunque, per così dire, viva, cioè fatta non tanto su i libri quanto in conspetto delle realità umane.
Lo spirito di lui non era soltanto corrotto dall’alta cultura ma anche dall’esperimento; e in lui la curiosità diveniva più acuta come più si allargava la conoscenza.
Fin dal principio egli fu prodigo di sè; poichè la grande forza sensitiva, ond’egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l’espansion di quella sua forza era la distruzione in lui di un’altra forza, della forza morale che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed egli non si accorgeva che la sua vita era la riduzion progressiva delle sue facoltà, delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli si restringeva sempre più d’intorno, inesorabilmente se ben con lentezza.
Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: “Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.
Anche, il padre ammoniva:
“Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza. La regola dell’uomo d’intelletto, eccola: ― Habere, non haberi.
Anche, diceva:
“Il rimpianto è il vano pascolo d’uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove imaginazioni.
Ma queste massime volontarie, che per l’ambiguità loro potevano anche essere interpretate come alti criteri morali, cadevano appunto in una natura involontaria, in un uomo, cioè, la cui potenza volitiva era debolissima.
Un altro seme paterno aveva perfidamente fruttificato nell’animo di Andrea: il seme del sofisma.
“Il sofisma„ diceva quell’incauto educatore “è in fondo ad ogni piacere e ad ogni dolore umano. Acuire e moltiplicare i sofismi equivale dunque ad acuire e moltiplicare il proprio piacere o il proprio dolore. Forse, la scienza della vita sta nell’oscurare la verità. La parola è una cosa profonda, in cui per l’uomo d’intelletto son nascoste inesauribili ricchezze. I Greci, artefici della parola, sono in fatti i più squisiti goditori dell’antichità. I sofismi fioriscono in maggior numero al secolo di Pericle, al secolo gaudioso.
Un tal seme trovò nell’ingegno malsano del giovine un terreno propizio.
A poco a poco, in Andrea la menzogna, non tanto verso li altri quanto verso sè stesso, divenne un abito così aderente alla conscienza ch’egli giunse a non poter mai essere interamente sincero e a non poter mai riprendere su sè stesso il libero dominio.
Dopo la morte immatura del padre, egli si trovò solo, a ventun anno, signore d’una fortuna considerevole, distaccato dalla madre, in balìa delle sue passioni e de’ suoi gusti.
Rimase quindici mesi in Inghilterra.
La madre passò in seconde nozze, con un amante antico.
Ed egli venne a Roma, per predilezione.    

Comprensione

Il brano presenta un ritratto psicologico del protagonista del romanzo. Andrea Sperelli è l’unico erede di una prestigiosa famiglia, una dinastia di aristocratici dediti all’arte e alle lettere. Nello sviluppo della sua personalità fondamentale è il ruolo del padre che lo fa viaggiare per l’Europa e fa in modo che la sua formazione sia il risultato di nozioni teoriche e di esperienze pratiche. Grazie a una grande sensibilità e curiosità intellettuale il ragazzo si mostra aperto a tutte le forme di conoscenza. Purtroppo però a causa del proprio cinismo, il padre trascura volutamente le implicazioni etiche legate alla sua crescita. E così, libero da ogni preoccupazione morale, Andrea si abitua così ad una vita di menzogne e falsità.

Analisi e interpretazione

Il culto della bellezza

Nella presentazione della personalità di Andrea Sperelli l’autore insiste in modo particolare sul suo rapporto con l’arte. Egli è stato così immerso nell’arte che eredita dal padre la passione per l’arte e per la bellezza.

Un principio paterno riassume in sé il senso dell’estetismo di D’Annunzio: “Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte”. Con queste parole si afferma con decisione l’eccezionalità dell’esperienza estetica fondata sul culto della bellezza. Solo all’arte quindi deve conformarsi la vita di Andrea, senza pensare né all’etica né alla morale.

La debolezza di Sperelli

Il brano mette a confronto la personalità curiosa di Andrea con quella cinica di suo padre. Gli insegnamenti del padre incidono sul figlio il quale, essendo privo di sua forza di volontà, assorbe passivamente questi principi spregiudicati e immorali. Sperelli quindi non sceglie autonomamente la propria condotta di vita, rinuncia a una sua libera scelta e finisce col rimanere vittima delle sue abitudini perverse.

L’atteggiamento del narratore

Il narratore assume un atteggiamento ambiguo nei confronti del protagonista: da un lato sembra condannare la sua condotta di vita, ma dall’altro resta chiaramente affascinato dal suo anticonformismo in cui si riflette la personalità del giovane D’Annunzio.

Lo stile elaborato

La raffinatezza del protagonista si rispecchia

  • nello stile elevato e letterario
  • nella sintassi
  • nel lessico.

Anche in questo testo, come in tutta la prosa di D’Annunzio, è frequente il ricorso a termini rari e ricercati, ad aggettivi che hanno solo lo scopo di abbellire la pagina, a formule arcaiche e di origine latina. Inoltre utilizza frequentemente anche figure retoriche, come analogie, metafore, e ripetizioni, con l’obiettivo di innalzare lo stile del testo.

Domande sul capitolo 2

1. Sintetizza le informazioni che vengono fornite nel brano su Andrea Sperelli:
– la condizione sociale
– le passioni
– gli interessi
– il carattere
– la psicologia
– le aspirazioni

2. Riassumi le fasi dell’educazione di Andrea Sperelli.
3. Dove si trasferisce il poeta alla morte del padre?
4. Il padre del protagonista sintetizza i principi della sua educazione in alcune massime; spiegane con le tue parole il significato:
Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte,
– Habere non haberi.

5. Per quali aspetti è possibile affermare che Sperelli è un alter ego di D’Annunzio stesso?
6. Individua nel testo i punti in cui viene sottolineata la debolezza psicologica del protagonista.
7. L’atteggiamento del narratore nei confronti del protagonista è, secondo te:
– neutro … spiega perché.
– malevolo … spiega perché.
– benevolo … spiega perché.
– ambivalente … spiega perché.

Opera – La pioggia nel pineto

La poesia è stata composta nell’estate del 1902 . La sua musa ispiratrice era in quel periodo la bellissima Eleonora Duse, forse il più grande tra i tanti amori del poeta. La poesia appartiene alla sezione centrale di Alcyone, raccolta di liriche composte tra il 1899 e il 1903 e pubblicata nel 1903.

In questo componimento poetico l’uomo entra in simbiosi con la natura tra naturalizzazione e antropomorfizzazione.

Il poeta e la sua compagna entrano in empatia con la natura e arrivano a condividerne la sua anima segreta: D’Annunzio contempla la metamorfosi delle cose e osserva la trasformazione della sua Ermione in fiore, pianta, frutto, mentre la pioggia cade nel pineto in cui si sono addentrati.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove 5
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici 10
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini, 15
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri vólti 20
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri, 25
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri 30
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura 35
con un crepitìo che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde 40
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino. 45
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi 50
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi; 55
e il tuo vólto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come 60
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo 65
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce; 70
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco 75
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare. 80
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia 85
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia 90
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia, 95
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente, 100
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta, 105
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta, 110
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove! 115
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti 120
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella 125
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
Lapide ai suoi amati cani, Vittoriale degli italiani – Gardone BS

Ultimi anni della sua vita

Dopo l’impresa fiumana si ritirò in un dorato esilio sul lago di Garda. Qui trasformò villa Cargnacco nel “Vittoriale degli Italiani”, un monumento agli eroi della patria, ma anche il proprio mausoleo personale. D’Annunzio morì al Vittoriale nel 1938, a 75 anni.

Vittoriale degli italiani, Gardone BS
Il lago di Garda visto dal Vittoriale

Video su Gabriele D’Annunzio

Film su D’Annunzio

Opere

Fonti

G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, Pearson Italia Spa.

Homepage

La Carta del Carnaro

https://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=88&biografia=Gabriele+D%27Annunzio

http://www.storico.org/belle_epoque/gabriele_dannunzio.html

https://www.mandarinoadv.com/notizie/dannunzio-pubblicita-promozione-marchi/

https://www.abruzzolive.tv/cultura-spettacoli/il-mare-di-gabriele-docufilm-su-d-annunzio-e-la-sua-passione-per-barbara-leoni-quell-estate-a-san-vito.html

http://www.instoria.it/home/fiume_carta_carnaro.htm

La Carta del Carnaro

9+1 parole inventate da Gabriele D’Annunzio: lo sapevi?

Progetto Manuzio, Il Piacere, Gabriele D’Annunzio

Ronconi, Cappellini, Dendi, Sada, Tribolato, LE PORTE DELLA LETTERATURA, Mondadori Education

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L’emigrazione italiana

Ostilità contro lo straniero

In molti periodi storici, nelle diverse culture, è emerso un aspetto dell’uomo: l’ostilità nei confronti dello straniero.  si tratta di una verità che riscontriamo quotidianamente: gli emigranti sono indesiderati e l’integrazione degli stessi avviene, ma è un processo faticoso e spesso doloroso.

Gli esempi sono infiniti. In questo articolo puntiamo l’attenzione sulla migrazione degli italiani dalla seconda rivoluzione industriale. 

Italiani “emigranti indesiderati” 

Gli emigranti – di Raffaello Gambogi – http://holvi.artstudio.fi/didrichsen, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57824950

Così erano definiti gli emigranti italiani negli Stati Uniti  alla fine dell’800.  gli italiani si imbarcavano alla ricerca di fortuna nel nuovo mondo. Lì erano considerati contadini arretrati e venivano sfruttati come manodopera a basso costo.  La fama degli italiani era quella di essere delinquenti, sporchi, ignoranti, mafiosi. Erano considerati una razza inferiore e spesso per questo vennero rifiutati.

Le testate giornalistiche straniere, per scoraggiare nuovi arrivi, pubblicavano periodicamente invettive contro gli emigranti italiani.

Il 18 aprile del 1880, il New York Times intitolava il suo editoriale proprio “Emigranti indesiderati”  in cui si diceva che gli italiani erano una popolazione promiscua, freccia sporca, pigra, criminale.

Il 17 aprile del 1921 un altro articolo sullo stesso quotidiano  lamentava il crescente numero di immigrati italiani.

«Lo straniero che cammina attraverso una città come Napoli può facilmente rendersi conto del problema con cui il governo ha a che fare: le strade secondarie sono letteralmente brulicanti di bambini che scorrazzano per le vie e sui marciapiedi sporchi e felici. La periferia di Napoli brulica di bambini che, per numero, può essere paragonato solo a quelli che si trovano a Delphi, Agra e in altre città delle Indie orientali».

L’emigrazione italiana

Tra il 1861 e il 1985 gli italiani emigrati all’estero sono stati circa 29 milioni: come se l’intera popolazione italiana di inizio Novecento se ne fosse andata in blocco. Di questi, circa 10 milioni sono successivamente tornati in Italia, mentre 18 milioni circa si sono definitivamente stabiliti all’estero.

Nave carica di emigranti italiani giunta in Brasile (1907)
http://www.scielo.br/img/revistas/ea/v16n46/46a15f4.gif, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3549730

Gli italiani iniziarono a emigrare dopo la metà dell’Ottocento. I flussi migratori possono essere divisi in tre fasi:

  • la “grande emigrazione” (1876-1915) successiva all’Unità di Italia,
  • l’emigrazione dopo la prima guerra mondiale (1918 – 1940)
  • la “migrazione europea” (1945-1970)
L’emigrazione italiana regione per regione
Origine: Fonte: Rielaborazione dati Istat in Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976, Roma, Cser, 1978, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17260686

Oggi si assiste a quella che è stata definita la ‘fuga dei cervelli’, ma che interessa anche migliaia di giovani e meno giovani che, ancora oggi cercano fortuna al di fuori dei confini. 

Le cause dell’emigrazione

La principale causa dell’emigrazione italiana, soprattutto nell’Italia meridionale, è stata la povertà. La mancanza di lavoro e di terra da lavorare è stato uno dei fattori determinanti. Ma gli italiani emigrarono anche per problemi politici, in particolare durante il ventennio fascista: fuggirono comunisti, anarchici ed ebrei.

Un altro motivo che spinse gli italiani del Sud a fuggire era la prepotenza della criminalità organizzata.

Gli emigranti italiani della Grande emigrazione

Tra il 1870 e il 1914 lasciarono l’Italia soprattutto uomini senza una specializzazione lavorativa definita; prima del 1896, la metà dei migranti era formata da contadini. 

I flussi migratori degli italiani all’estero aumentarono con la crescita delle loro rimesse, cioè del denaro che gli italiani emigrati all’estero inviavano in Italia ai famigliari rimasti. 

Proprio come accade per gli sbarchi odierni, i primi emigranti italiani, uomini o ragazzi che partivano da soli, spedivano a parenti o amici rimasti in Italia, il denaro necessario per comprare i biglietti e raggiungerli. Il flusso costante di denaro dagli Stati Uniti all’Italia costituì un capitolo importante dell’economia italiana e diede sollievo non solo alle famiglie dei migranti, ma anche al bilancio dello stato. Si calcola che le rimesse dei migranti costituirono circa il 5 per cento del Pil italiano.

Emigrati italiani impiegati nella costruzione di una ferrovia negli Stati Uniti (1918) – Fonte: https://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages/14738489896/

Chi partiva dalle regioni settentrionali si imbarcava a Genova o a Le Havre in Francia, mentre dal Sud a Napoli. Chi viaggiava in terza classe doveva accontentarsi di un sacco imbottito di paglia e un orinatoio ogni 100 persone, per tragitti che potevano durare anche un mese.

I primi viaggi transoceanici

Negli ultimi decenni dell’Ottocento il viaggio per nave, verso il continente americano durava anche più di un mese e si svolgeva in condizioni pietose. 

Fino all’approvazione della legge 31 gennaio 1901, non esisteva una disciplina degli aspetti sanitari dell’emigrazione. Un medico scrive nel 1900:”L’igiene e la pulizia sono costantemente in contrasto con la speculazione. Manca lo spazio, manca l’aria”.

Le cuccette degli emigranti venivano ricavate in due o tre corridoi e ricevevano aria attraverso i boccaporti. L’altezza dei corridoi era tra il metro e sessanta e il metro e novanta per il secondo. 

Nei dormitori così allestiti era frequente l’insorgere di malattie bronchiali e dell’apparato respiratorio. Mancavano le più elementari norme igieniche: si pensi che l’acqua potabile veniva tenuta in casse di ferro rivestite di cemento. A causa del rollio della nave il cemento tendeva a sgretolarsi intorbidando l’acqua che, venuta a contatto con il ferro ossidato, assumeva un colore rosso e veniva consumata così dagli emigranti.

I pasti erano a base di riso o di pasta e la razione viveri giornaliera risultava comunque più ricca di elementi proteici rispetto all’alimentazione abituale dei migranti.

La salute dei migranti 

Sono state fatte delle analisi per capire quali fossero le condizioni di salute dei migranti. Dalle analisi fatte, relativamente al periodo 1903-1925, emerge la presenza di alcune malattie come la pellagra, la malaria, il morbillo, la scabbia e la tubercolosi. 

Se si guarda al flusso migratorio verso gli Stati Uniti, si può notare che era composto prevalentemente da persone in buone condizioni fisiche e nella fascia di età di maggior efficienza fisica. Questo è causato da due fattori: 

  1. emigravano le persone forti e in salute, perché sapevano di dover lavorare duramente una volta sbarcati;
  2. i migranti sapevano che negli Stati Uniti sarebbero dovuti passare attraverso i rigidi controlli sanitari attivati dagli Stati uniti nei confronti dell’emigrazione europea.

La statua della libertà

La Statua della libertà è sempre stata chiamata Miss Liberty. Fu donata dalla Francia agli Stati Uniti in segno d’amicizia e divenne un simbolo per i migranti dopo che furono incisi sul suo basamento i versi di Emma Lazarus:

“Tenetevi, antiche terre, i fasti della vostra storia… Datemi coloro che sono esausti, i poveri, le folle accalcate che bramano di respirare libere, i miseri rifiuti delle vostre coste brulicanti: mandatemi coloro che non hanno una casa, che accorrano a me, a me che innalzo la mia fiaccola accanto alla porta d’oro”.

Quella signora che sembrava grande come l’America, come i sogni degli emigranti.

Invece, all’arrivo nel porto di New York, dopo aver contemplato la maestosa signora, gli emigranti venivano sbarcati a Ellis island. Qui dovevano essere sottoposti a una serie di controlli che ne operavano una drastica selezione.

Molti di loro venivano respinti: per malattia, per indigenza, per età giovanile o troppo avanzata, per stato civile (donne e orfani che non avevano nel paese chi li soccorresse e li aiutasse a trovar lavoro).

Gli scafisti

Nei primi anni dopo l’Unità d’Italia l’emigrazione era fuori dal controllo dello Stato: gli emigranti passavano per le mani di agenti di emigrazione, chiamati “padroni”, il cui unico obiettivo era ricavare il massimo profitto dalla loro povertà assoluta.

Nel 1888 in Italia fu approvata la prima legge finalizzata a contrastare gli abusi dei “padroni”. Nel 1901 fu creato il commissariato dell’emigrazione, con il compito di assegnare licenze alle imbarcazioni idonee al trasporto dei migranti. Palermo, Napoli e Genova: i porti di imbarco destinati agli emigranti.

Il commissariato stabiliva i costi dei biglietti, cercava di mantenere l’ordine nei porti di imbarco, ispezionava gli emigranti in partenza, individuava ostelli e strutture di accoglienza e stipulava accordi con i Paesi di destinazione del flusso migratorio per aiutare coloro che arrivano.

Ma gli abusi e i viaggi clandestini continuarono e continuano. Su questo tema, Leonardo Sciascia ha scritto una novella “Il lungo viaggio” che racconta di un gruppo di poveri contadini siciliani che, decisi a emigrare negli anni Cinquanta del secolo scorso si imbarcano su un’imbarcazione clandestina alla volta dell’America.   

Gli italiani negli Stati Uniti

Gli Stati Uniti erano fra le mete più ambite dagli emigranti italiani, ma non erano di certo a loro volta ben voluti. 

Nel 1912 venne presentata una relazione sugli immigrati italiani negli USA all’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano; questo un estratto del testo.

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. 
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.
Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano, pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Anche allora si diffusero teorie complottiste, c’era chi temeva che l’invasione degli immigrati si sostituisse alla forza lavoro americana.

Nel 1924 il presidente del Museo americano di storia naturale, Henry Fairfield Osborn, durante una conferenza nazionale sull’immigrazione si espresse così a proposito degli italiani:

«Questi immigrati stanno facendo degli Stati Uniti una discarica per cittadini indesiderabili»

Tra il 1924 e il 1965 rimase in vigore la riforma americana sull’immigrazione, che esprimeva una «profonda irritazione nei confronti di persone che parlano una lingua straniera e vivono una vita straniera». Gli stranieri vennero classificati: i nord europei erano i preferiti, mentre gli altri, in particolare gli italiani, erano indesiderati.

Fotografia di emigranti in partenza. Archivio della Fondazione Paolo Cresci, Lucca. Fonte http://www.museoemigrazioneitaliana.org/approfondimenti/l-emigrazione-tra-arte-e-letteratura-sull-oceano-di-edmondo-de-amicis-illustrato-da-arnaldo-ferraguti/

Il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, intercettato durante una conversazione nello Studio Ovale il 13 febbraio 1973 disse queste parole.

Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Dopotutto non si possono rimproverare. Oh, no. Non si può. Non hanno mai avuto quello che abbiamo avuto noi. Il guaio è…. che non ne riesci a trovare uno che sia onesto”

Minatori in Lussemburgo e Belgio

I primi italiani in Lussemburgo arrivarono nel 1892, ma intorno al 1910 la comunità italiana era già salita a 10.000 persone. Nel 2018, gli italiani presenti nel paese erano circa 22 mila, il 3,6 per cento della popolazione totale.

Gli emigranti italiani hanno lavorato soprattutto nelle industrie siderurgiche e nelle miniere di ferro di Esch-sur-Alzette, di Dudelange, Rumelange e Differdange.

I quotidiani italiani, negli anni ‘70, riportavano le condizioni di vita degli emigranti italiani, ritraendo scenari tristi, denunciandone il degrado: alloggi sovraffollati con scarse condizioni igieniche, affitti elevati e l’impossibilità per i ragazzi di studiare in scuole italiane.

Riccardo Ceccarelli, uno dei tanti emigranti indesiderati in Lussemburgo, racconta al Corriere della Sera la sua storia e quella di altre decine di migliaia di emigrati italiani.

«La fame deve essere una brutta bestia se chi è nato in posti così belli ha poi deciso di andarsene a lavorare dentro un buco profondo duecento metri».

Il buco è la miniera lussemburghese di Esch-sur-Alzette, il posto tanto bello che si è dovuto lasciare è l’Italia, per la precisione la Romagna.

Gli italiani venivano considerati comunità di “mangiaspaghetti, orsi selvatici e anche delinquenti”, ma capaci di lavorare instancabilmente nelle miniere.

Le ondate migratorie più massicce, in Belgio, si registrano nel primo dopoguerra, quando il paese aveva la necessità di ricostruirsi. Iniziarono ad arrivare operai italiani nelle miniere di carbone, nelle cave di pietre e marmi e nei cantieri di costruzione.

Nei primi cinque anni arrivarono in Belgio 20.000 italiani. Negli anni ’60, il 44 per cento della popolazione straniera del paese era italiana.

Dopo la Seconda guerra Mondiale, il governo italiano strinse un accordo con quello belga, per regolare lo scambio di forza-lavoro italiana con il carbone del Belgio: 50 mila operai italiani sotto i 35 anni, per 12 mesi di lavoro, in cambio di 200 chili di carbone giornaliero.

A. Tommasi, Emigranti, 1896. Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. http://www.museoemigrazioneitaliana.org/approfondimenti/l-emigrazione-tra-arte-e-letteratura-sull-oceano-di-edmondo-de-amicis-illustrato-da-arnaldo-ferraguti/

La manodopera a basso costo in Germania e Svizzera

Il governo italiano sottoscrisse lo stesso accordo anche con la Germania, chiedendo di occupare i lavoratori stagionali italiani, a causa della diminuzione delle esportazioni italiane in Germania.

ILavoratore italiano in una miniera nei pressi di Duisburg, in Germania, nel 1962 – https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c8/Bundesarchiv_B_145_Bild-F013069-0004%2C_Walsum%2C_Kohlebergbau%2C_Gastarbeiter.jpg

In Svizzera gli italiani migrarono in tre ondate: dopo la metà dell’Ottocento e dopo le due guerre. Ancora oggi gli italiani costituiscono la comunità straniera più numerosa in Svizzera. Malgrado questo l’integrazione non fu per niente facile per gli italiani.

Moltissimi italiani scelsero la Svizzera, perché il suo sistema produttivo era uscito indenne dalla guerra e gli imprenditori svizzeri decisero di rivolgersi ai lavoratori stranieri a basso costo, provenienti soprattutto dall’Italia per far fronte di una crescente domanda produttiva.

Dalla fine della guerra agli anni ’60 a emigrare in Svizzera furono soprattutto abitanti del Nord Italia.

I testimoni di quei viaggi raccontano tristi scenari.

Maria Paris, originaria di un villaggio nei pressi di Bergamo, che il 20 agosto 1946, andò in treno da Milano a Losanna. Lei racconta che arrivati alla stazione di Briga, tutti gli emigranti italiani furono fatti completamente spogliare in due tristi capannoni, furono obbligati a farsi una doccia prima di essere cosparsi di DDT e passare la visita medica. C’era anche una donna incinta: lei si rifiutò di svestirsi. Fu rispedita alla frontiera immediatamente.

“Oggi, a differenza di un tempo, i bagni, le lavature, le strigliature sono sempre più frequenti, le visite più severe, le indagini più accurate e il servizio procede più preciso, ma la nave di Lazzaro è sempre lì con l’apparenza negriera e gli occhi miserabili che attendono sono sempre in massima parte spauriti per quanto già rassegnati all’ignoto”.
Giovanni Preziosi, 1907.

L’emigrazione italiana oggi

https://www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf
https://www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf

Sono 816 mila gli italiani che si sono trasferiti all’estero negli ultimi 10 anni. Oltre il 73% ha 25 anni e più; di questi, quasi tre su quattro hanno un livello di istruzione medio-alto.

Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila, mentre i rimpatri sono stati 380 mila: 48 mila quindi gli italiani rimasti all’estero.

Dal 2009 al 2018 sono stati 816 mila gli italiani che sono espatriati e 333 mila quelli che sono rientrati. Dal 2015, gli italiani all’estero sono stati circa 70 mila all’anno.

In che cosa si differenzia la nuova emigrazione?

Innanzitutto dalla provenienza: quasi il 70% dei nuovi migranti italiani proviene da regioni del Nord o del Centro. Nel 2007 il Centro-Nord ha “sorpassato” il Sud come saldo migratorio negativo. Ma la situazione è precipitata dal 2011, come effetto della crisi internazionale del 2008.

MOVIMENTO MIGRATORIO CON L’ESTERO DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE,
PER CITTADINANZA ITALIANA – www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf
Riccardo Giacconi, fisico italiano naturalizzato statunitense, vincitore del premio Nobel per la fisica nel 2002. È emigrato negli Stati Uniti nel 1956Di Cropped from http://www.nationalmedals.org/2003photos/giacconi/20050314_RKM_Medals_9316.JPG, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2143158

Letteratura e migrazione

Il lungo viaggio – Leonardo Sciascia

Pascoli – La grande proletaria si è mossa

Pascoli – Poemetto Italy

Testo tratto da Macaronì – Romanzo di santi e delinquenti – di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli

Un romanzo giallo, ambientato nell’Appennino Tosco-Emiliano, in un villaggio circondato da monti che impediscono al sole di penetrare.

Era il lontano 1885. Alcuni ragazzini italiani arrivano illegalmente nel sud della Francia dopo un viaggio disumano, nascosti nella stiva di una nave: sono clandestini, privi dei documenti di soggiorno. Sono scappati dal loro paese d’origine per sottrarsi a un destino di miseria e sono alla ricerca disperata di un lavoro. Della loro condizione di clandestini approfittano innanzitutto gli stessi connazionali, gente senza scrupoli che arriva a sottrarre loro la paga con false promesse. Impiegati nelle vetrerie e costretti a lavorare fino a dieci-dodici ore al
giorno, i ragazzi sono maltrattati anche dagli operai francesi, che li chiamano in modo sprezzante “macaronì”. E di soli maccheroni scotti, sconditi, è il loro pasto giornaliero. Molti di questi ragazzi sono destinati a morire prima di diventare adulti, di fame, di fatica, di freddo o di malattia.

Per i padroni delle vetrerie, i ragazzi italiani erano una garanzia. Bastava dividerli sul lavoro: uno qua e l’altro là, in modo che non potessero parlare fra loro. E dal momento che non sapevano una parola di francese, lavoravano.
Dieci, dodici ore al giorno.
In silenzio.
Il lavoro nelle vetrerie era uno dei più faticosi e pericolosi: bruciature quando il vetro debordava dal cannello nel quale scorreva dopo la fusione; dolorose fitte dentro, forse ai polmoni; maltrattamenti
degli operai francesi che scaricavano su quei ragazzi la loro stanchezza.
E poco da mangiare.
Ne morivano molti, specie fra i più piccoli. Di undici, dodici anni.
Si ritrovavano, durante la sosta per il pranzo, nell’angolo più buio della vetreria perché i francesi non li volevano fra i piedi.
Ma almeno stavano al caldo.
E se lo godevano quel caldo, accumulandolo per la sera, per quando tornati al capannone trovavano un freddo che gelava l’acqua da bere nel secchio.
D’estate era l’inferno. In vetreria e nel capannone.
Prima di aprire il tegame che il caporione consegnava alla partenza, i ragazzi già sapevano cosa ci avrebbero trovato dentro: maccheroni, sempre.
Neppure la gioia della sorpresa.
Maccheroni poco o niente conditi e stracotti e impastati fra loro.
Se mangiavano in fretta restava un po’ di tempo per chiacchierare. Per
risentire la loro voce e una parlata comprensibile. Poco tempo e poi:
«Allez, allez, macaronis! Au travail, vite, vite [Andiamo, andiamo, “maccheroni”. Al lavoro, svelti, svelti!].»
Non sapevano che significasse, ma, sapevano che il tempo delle chiacchiere era finito e si doveva tornare ai forni.
Appena ritirati, i soldi della paga andavano consegnati al caporione che si teneva la sua parte per vitto, alloggio e vestiti.
Poco e male di tutto.
Il resto lo metteva da parte.
Sempre lui, il caporione.

Fonti

www.2duerighe.com/attualita/103652-italiani-emigranti-indesiderati.html

www.museoemigrazioneitaliana.org

AUGUSTA MOLINARI, Le navi di Lazzaro. Aspetti sanitari dell’emigrazione transoceanica italiana: il viaggio per mare, Milano 1988, pp.139-142. 

www.repubblica.it/cronaca/2019/12/16/news/il_rapporto_istat_sulle_migrazioni_piu_italiani_emigrati_meno_arrivi_dall_africa_-243613030/

Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli – Macaronis. Romanzo di santi e delinquenti. – Mondadori, Milano, 2007.

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Le rivoluzioni russe

Il 1917 fu un anno di svolta per l’intera storia mondiale. In quell’anno infatti, con la Grande Guerra che impazzava nel cuore dell’Europa, si verificarono due eventi che avrebbero cambiato il destino della politica internazionale per tutto il XX secolo.

  • Il primo fu l’ingresso nel conflitto da parte degli Stati Uniti i quali, schieratisi al fianco di Inghilterra, Francia e Italia, prepararono il terreno per diventare la nuova guida del mondo occidentale.
  • Il secondo invece avvenne molto più a est e sancì la nascita della super-potenza che avrebbe conteso proprio agli USA il ruolo di leader mondiale: la rivoluzione russa.

Andiamo a guardare cosa era accaduto prima.

La Russia del XIX secolo

Per tutto l’Ottocento la Russia fu uno Stato estremamente arretrato dal punto di vista economico e politico.

Gli zar esercitavano un potere assoluto senza il controllo di nessun parlamento.

L’élite della società era composta dall’aristocrazia, dagli ufficiali dell’esercito, dai vertici della Chiesa ortodossa e dalla burocrazia imperiale. Questi costituivano il 5% della popolazione.

La borghesia mercantile e imprenditoriale era presente quasi solo a Mosca e nei porti del Baltico, ma non aveva nessun reale potere politico ed economico.

Almeno fino al 1860 nel Paese non venne tollerato nessun tipo di opposizione.

La Russia era uno Stato multinazionale. I russi non erano più del 45% della popolazione. Molte erano le problematiche che attraversavano il paese.

  • Finlandesi, polacchi, georgiani, lettoni, estoni, …, tutte le minoranze chiedevano autonomia e indipendenza.
  • Il 90% della terra apparteneva a chiese, monasteri e a poche famiglie aristocratiche.
  • Le campagne, nelle quali viveva la stragrande maggioranza della popolazione, erano profondamente arretrate.
  • I contadini erano ancora sottoposti alla servitù della gleba e disponevano a malapena del necessario per vivere.

Questa situazione sfociò in innumerevoli rivolte (350 tra il 1840 e il 1855) sempre represse nel sangue.

Nel 1855 salì al trono lo zar Alessandro II che tentò una cauta politica di riforme.

Abolizione servitù della gleba

Il provvedimento più importante fu, nel 1861, l’abolizione della servitù della gleba.

In realtà la riforma non migliorò le condizioni di vita della massa dei contadini. Infatti i braccianti per poter continuare a lavorare la terra su cui erano stati servi dovevano versare un riscatto al padrone; dal momento che pochissimi erano in grado di farlo, la situazione rimase praticamente immutata, ma il malcontento aumentò.

Arretratezza industriale

Dal punto di vista industriale l’arretratezza della Russia era ancora più evidente: il Paese esportava materie prime e cereali importando macchinari e prodotti industriali.

Solo a partire dal 1870 si può dire che iniziò il processo di industrializzazione russo, appoggiato da capitali stranieri e da finanziamenti statali.

Verso la fine del secolo la produzione industriale crebbe del 400% concentrata nelle maggiori realtà urbane: Mosca (tessile), la capitale San Pietroburgo (metallurgia) e Baku (petrolio).

Il dibattito politico

L’intellighenzia, la classe intellettuale russa di quest’epoca, era divisa sostanzialmente in due orientamenti occidentalisti e slavofili.

Gli occidentalisti ritenevano che per svilupparsi la Russia dovesse imitare il modello occidentale, accogliendo l’economia capitalista e la democrazia.

Gli slavofili sostenevano che la Russia dovesse approfittare del suo “ritardo” di sviluppo per non commettere gli errori commessi dall’Occidente, evitando i guasti della Rivoluzione Industriale e del capitalismo. Gli slavofili ritenevano che fosse necessario promuovere lo sviluppo sociale e politico a partire dalle campagne:

  • bisognava alfabetizzare i contadini e renderli coscienti della loro condizione;
  • bisognava abbattere lo Stato e sostituirlo con un insieme di comunità agricole.

Questo movimento prese il nome di movimento social rivoluzionario.

Lo sviluppo industriale e le sue conseguenze sociali spinsero alcuni intellettuali russi ad avvicinarsi al marxismo. I marxisti, a differenza dei social rivoluzionari, vedevano nel proletariato urbano e non nei contadini la classe che avrebbe potuto guidare la rivoluzione.

Nel 1898 i socialisti fondarono il Partito Operaio Socialdemocratico Russo che già nel 1903 si divise in due correnti contrapposte:

1. bolscevichi (“maggioranza”) capeggiati da LENIN – sostenevano che una ristretta élite di intellettuali doveva guidare operai e lavoratori alla presa rivoluzionaria del potere per giungere all’abolizione della proprietà privata e alla messa in comune dei mezzi di produzione (comunismo)

2. menscevichi (“minoranza”) capeggiati da Martov – sostenevano che bisognava realizzare riforme politiche e sociali alleandosi con la borghesia e utilizzando le elezioni politiche per arrivare al potere.

Le tre rivoluzioni russe

La rivoluzione del 1905

Nel 1905 la Russia uscì clamorosamente sconfitta da una guerra con il Giappone.

La guerra aggravò le già misere condizioni di vita del proletariato e dei contadini, senza che essi avessero nessun mezzo legale per esprimersi.

Il 9 gennaio del 1905 ben 140.000 persone sfilarono a San Pietrobugo in una manifestazione pacifica verso il Palazzo d’Inverno, la residenza dello zar, per invocarne l’aiuto e la protezione.

L’esercito aprì il fuoco sulla folla provocando un migliaio di morti. Questa giornata venne definita la domenica di sangue e provocò in tutto il Paese scioperi e rivolte nelle fabbriche e nelle campagne.

Persino l’esercito, tradizionalmente fedele alla monarchia, si ribellò.

In giugno si ribellò la corazzata Potëmkin e gli equipaggi mandati a reprimere la rivolta si rifiutarono di sparare sui rivoltosi.

Questa la locandina del film “La corazzata Potëmkin”, film del regista russo Sergej Eizenstein, dedicato alla rivoluzione del 1905.

La vicenda che è diventata una leggenda

L’incrociatore corazzato Potëmkin era una delle più belle unità della flotta russa del mar Nero: 12 000 tonnellate di stazza, più di 700 uomini di equipaggio.
Il 26 giugno 1905, mentre la nave si stava dirigendo verso il porto di Odessa, alcuni marinai si rifiutarono di consumare il rancio in segno di protesta: era stata servita a mensa carne avariata.
Il comandante, per evitare che una tale protesta potesse aver seguito, impartì l’ordine di fucilare alcuni uomini.
A quel punto la protesta si trasformò in vero e proprio ammutinamento.
L’ordine fu rifiutato e un marinaio venne ucciso per mano di un ufficiale.
Gli ammutinati quindi si impadronirono della nave, uccisero il capitano e gran parte degli ufficiali.

Sull’incrociatore venne issata la bandiera rossa e continuò la sua rotta.
Il giorno seguente giunse davanti al porto di Odessa. La città era da tempo in preda ai disordini. Anche lì, nella notte, il generale Khokanov aveva risposto agli scioperi degli operai e alle manifestazioni della popolazione con le cariche dei cosacchi.
I cosacchi avevano sparato sulla folla provocando centinaia di morti.

L’arrivo della nave fu salutato con entusiasmo dai manifestanti, che speravano di ricevere aiuto nella lotta contro le forze governative.
La presenza della cannoniera, però, non fu sufficiente per rovesciare la situazione, anzi, alcuni colpi di cannone sparati dalla nave rischiarono di colpire la popolazione civile.
Quando, pochi giorni dopo, giunse la notizia che tre corazzate della marina zarista si stavano avvicinando al porto, al Potëmkin non rimase che prendere il largo.
La nave però era a corto di rifornimenti, di viveri e di carbone. Si pensò quindi di cercare asilo in un porto straniero.
Dapprima la corazzata approdò nel porto di Teodosia, in Crimea, dove i marinai tentarono vanamente di convincere la popolazione a unirsi alla causa rivoluzionaria, poi si diresse verso la costa rumena e il 7 luglio attraccò al porto di Costanza.
In base a un accordo con le autorità locali, la maggior parte dei marinai ottenne asilo in Romania, alcuni chiesero di essere reintegrati nella marina dello zar, dopo aver dichiarato di essere stati costretti con la forza ad aderire alla ribellione, altri ebbero un passaporto per l’America.
Il Potëmkin infine fu restituito dai rumeni alla marina russa.

Si è discusso a lungo se l’ammutinamento dell’incrociatore sia stato frutto di una rivolta spontanea o sia stato preparato e guidato in modo consapevole.
In effetti episodi di insubordinazione si verificarono in quelle settimane anche su altre navi che incrociavano nel mar Nero. Inoltre, in base alle memorie di alcuni capi bolscevichi, si sa che alcune cellule rivoluzionarie erano presenti fra gli equipaggi della flotta russa e che, per il mese di luglio, in occasione delle grandi manovre navali, era stata progettata un’azione.
Diversi anni più tardi Lenin, a proposito dell’ammutinamento, dichiarò: «Il passaggio del Potëmkin dalla parte dell’insurrezione fu il primo passo verso la trasformazione della rivoluzione in una forza internazionale».
L’incrociatore Potëmkin

Per placare la rivolta lo zar Nicola II promise libertà politiche e l’elezione di un Parlamento, la Duma (dal verbo russo dumat’ = pensare).

In realtà le Dume elette tra il 1906 e il 1917 non ebbero alcun potere effettivo: vennero infatti sciolte ogniqualvolta assumevano posizioni critiche nei confronti dello zarismo.

Sia l’inutilità effettiva della Duma che l’incapacità del governo di risolvere i problemi delle masse più povere accrebbe le tensioni interne al Paese e rafforzò i socialisti, in particolare i menscevichi.

La rivoluzione di febbraio 1917

Nel 1917 la Russia era un Paese ancora arretrato e sull’orlo del collasso. Era rimasta una monarchia dai tratti medievali:

  • sistemi amministrativi e giudiziari antiquati
  • industria quasi assente
  • Parlamento (chiamato Duma) privo di poteri effettivi 
  • popolazione numerosa, estremamente povera, legata quasi esclusivamente all’attività agricola.

La partecipazione della Russia alla Prima Guerra Mondiale fece precipitare la già drammatica situazione.  

Dal punto di vista militare la Russia aveva subito pesanti sconfitte; questo incideva sul morale dei civili e dei soldati.

Lo stato faticava a sostenere il numeroso esercito, mal equipaggiato e mal addestrato.

La produzione del grano scendeva e i prezzi schizzavano alle stelle. Sia i civili che gli eserciti erano stremati dalla fame.

L’esasperazione del popolo cresceva, la guerra era sempre più impopolare e le tensioni sfociarono in un’ondata di scioperi.

A febbraio gli operai di Pietrogrado insorsero in massa.

Lo zar ordinò di disperdere i manifestanti, ma le truppe rifiutarono di ubbidire: iniziava così la rivoluzione di febbraio che presto si estese anche a Mosca.

Le parole d’ordine erano:

  • equa distribuzione della terra ai contadini  
  • democrazia.

Incapace di controllare la situazione lo zar Nicola II si vide costretto ad abdicare.

Nel marzo del 1917 venne instaurata la REPUBBLICA.

Venne formato un governo provvisorio detentore del potere legittimo.

Nel 1917, in tutta la Russia furono distrutte le immagini degli zar, come questa statua dello zar Alessandro III, padre dello zar Nicola appena destituito

Principi che orientano i lavori del governo provvisorio

  • Amnistia per i reati di natura politica e religiosa
  • Libertà di parola, stampa e riunione, di associazione e di sciopero
  • Abolizione di tutte le restrizioni legati al rango sociale
  • L’immediata convocazione di un’Assemblea Costituente a suffragio universale e diretto a scrutinio segreto
  • La sostituzione della polizia con la milizia popolare
  • Tutte le forze militari che prendono parte alla rivoluzione non saranno disarmate
  • Tutti i soldati in servizio saranno esonerati da ogni restrizione che impedisca loro di usufruire dei diritti politici di libero cittadino.

Nel frattempo però si era andato a costituire il SOVIET DI PIETROGRADO, cioè il “consiglio di deputati operai e soldati” formato da rappresentanti eletti nelle fabbriche e nell’esercito. Tale organismo più andava prendendo funzioni di direzione politica.

Nel soviet avevano un ruolo dominante esponenti social rivoluzionari e menscevichi.

Con la caduta dello zarismo si diffuse una maggior libertà di espressione e di associazione: i lavoratori delle fabbriche cominciarono a riunirsi in “consigli” (o soviet) e a portare avanti le loro rivendicazioni:

  • condizioni di lavoro più umane,
  • salario più adeguato,

riduzione della giornata lavorativa a 8 ore.

Anche i soldati incominciarono a inviare le loro rivendicazioni al soviet di Pietrogrado, l’unico organismo che permetteva loro di esprimersi:

  • si lamentavano dell’autoritarismo degli ufficiali,
  • chiedevano un miglioramento della paga e garanzie di sostegno per le famiglie qualora le ferite di guerra li avessero resi inabili al lavoro.

Nell’estate del 1917 il governo costituì un Comitato Centrale Terriero che diede risposta alle richieste formulate da generazioni dai contadini:

  • la terra doveva appartenere a chi la lavorava,
  • doveva essere distribuita gratuitamente alle famiglie di ogni villaggio,
  • nessun indennizzo era dovuto a chi possedeva più terra del consentito.

Il ritorno di Lenin

Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin

Intanto nell’aprile del 1917, dalla Svizzera in cui si trovava in esilio, giunse a Pietrogrado Lenin, il leader della corrente bolscevica.

Lenin era un carismatico intellettuale che aveva fatto proprie le idee di Karl Marx e che dunque professava l’avvento di un nuovo ordine comunista, in cui tutto il potere sarebbe andato al popolo e a i lavoratori, e non più a pochi ricchi e nobili.

Esiliato per le sue idee sovversive, Lenin era un punto di riferimento per coloro che lottavano per maggiori riforme sociali, specialmente i bolscevichi, i quali infatti prepararono il suo ritorno non appena la situazione divenne propizia. La stessa Germania contribuì al rientro di Lenin in patria.

Lenin presentò ai suoi compagni di partito le cosiddette Tesi di aprile, un programma politico che esplicitava gli immediati compiti da svolgere:

  • abbattere il governo provvisorio, costituito da borghesi “parassiti”
  • affidare tutto il potere ai soviet
  • porre fine immediatamente alla guerra con la Germania
  • confiscare le terre e distribuirle ai contadini (iniziativa che era già stata avviata dal governo provvisorio).

In questo decalogo Lenin introdusse anche l’aggettivo “comunista” per definire il nuovo partito che si sarebbe venuto a creare.

Intanto la guerra continuava in maniera sempre più disastrosa: in giugno le truppe mandate all’assalto senza che l’azione fosse stata adeguatamente preparata si rifiutarono di combattere.

Il luglio 1917 però fu l’occasione per nuovi tumulti. Contadini, operai e soldati chiedevano a gran voce l’uscita dalla Grande Guerra. Sedato il focolaio di rivolta, il governo provvisorio esiliò nuovamente Lenin, ritenuto ormai troppo pericoloso. Alcuni capi bolscevichi furono arrestati e Lenin dovette fuggire.

In agosto però ci fu un tentativo di colpo di Stato da parte del generale Kornilov, che voleva far tornare i conservatori al potere e isolare i bolscevichi.

Il colpo di mano fallì, ma la debolezza del governo provvisorio era ormai evidente mentre i bolscevichi apparivano sempre più forti.

A settembre un tentativo di colpo di stato volto ad abbattere il governo repubblicano fu sventato grazie all’appoggio di contadini, operai e bolscevichi.

Questo accrebbe la popolarità degli stessi bolscevichi che conquistarono la maggioranza nel soviet di Pietrogrado.

La rivoluzione di ottobre 1917

La disfatta militare, la disoccupazione e la miseria dilaganti e l’appoggio delle masse spinsero i bolscevichi alla decisione di rovesciare con la forza il governo provvisorio.

A questo scopo venne creato un apparato militare, la Guardia Rossa.

Il 24 ottobre 1917, senza spargimento di sangue, le guardie rosse occuparono i punti strategici della capitale.

Da quel momento in avanti si sarebbero eseguiti gli ordini del soviet.

La rivoluzione bolscevica ebbe successo anche grazie all’appoggio della guarnigione militare di Pietrogrado che si dichiarò neutrale.

Il 25 ottobre i bolscevichi conquistarono il Palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio.

Immediatamente venne aperto il Congresso pan russo dei soviet che, come primi atti, votò:

– il decreto sulla pace: le potenze belligeranti erano invitate a una pace immediata senza annessioni territoriali

– il decreto sulla terra: abolizione della proprietà privata e confisca delle grandi proprietà

Un nuovo governo rivoluzionario, il Consiglio dei commissari del popolo, composto da soli bolscevichi, venne presieduto da Lenin.

Le fabbriche vennero consegnate alla gestione degli operai.

In novembre si tennero le elezioni per l’Assemblea Costituente in cui i bolscevichi conquistarono solo il 25% a fronte del 58% dei social rivoluzionari.

Colpo di stato bolscevico

I lavori dell’assemblea durarono solo un giorno perché, constatatane l’ostilità, il governo bolscevico la sciolse immediatamente.

Con questo atto si concluse l’unico periodo in cui in Russia ci fu un acceso dibattito politico. Con l’avvento del bolscevismo si sperimentò un nuovo tipo di dittatura.

In seguito a questo nuovo atto di forza il partito bolscevico concentrò nelle sue mani tutto il potere, ridimensionando fortemente il ruolo degli stessi soviet.

Questo atto alienò ai bolscevichi le simpatie di vasti strati popolari, tanto che moltissimi aristocratici ed intellettuali abbandonarono la Russia (1 milione di emigrati tra il 1918 e il 1926).

Lenin costituì quindi un nuovo governo rivoluzionario Bolscevico e cominciò a porre le basi del nuovo ordine nazionalizzando le banche, le fabbriche e le proprietà agricole (che divennero proprietà dello Stato).

Parallelamente vennero arrestati tutti gli oppositori del nuovo regime e si diede inizio ad una serie di colloqui diplomatici per porre fine alla guerra.

La pace di Brest-Litovsk, una pace separata

Nel marzo del 1918 il governo bolscevico affrontò il problema della pace: – a Brest-Litovsk venne siglata con i tedeschi una pace durissima che imponeva alla Russia di rinunciare a terre fertili, popolose e ricche di risorse minerarie: Ucraina, Polonia, Finlandia, Estonia, Lettonia e altri vasti territori uscivano dall’orbita russa.

A questo punto le stesse potenze dell’Intesa (ex-alleati della Russia) decisero di intervenire contro lo Stato bolscevico per due motivi:

– ricostruire una repubblica democratica che continuasse la guerra contro gli Imperi Centrali

– eliminare un pericoloso esempio di governo rivoluzionario che avrebbe potuto alimentare l’opposizione socialista e operaia negli stessi Stati occidentali.

La Russia dopo la pace di Brest-Litovsk (1918) – https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale

Le truppe dell’Intesa invasero quindi il territorio russo affiancandosi alle armate bianche costituite dalle forze che si opponevano ai bolscevichi (truppe fedeli al regime zarista, piccoli proprietari, etc.).

Le Armate Bianche, nome tratto dal colore della divisa delle ex truppe zariste, si opposero all’Armata Rossa, l’esercito bolscevico.

Russi contro russi: la guerra civile

 La guerra civile durò fino al 1920 e costò 3 milioni di morti. Anche lo zar e la sua famiglia vennero giustiziati perché si temeva che potessero essere liberati dai controrivoluzionari.

Dopo due anni di lotte acerrime che devastarono il territorio russo e la sua popolazione la guerra fu vita dai bolscevichi.

Le sorti della guerra furono favorite dall’appoggio dei contadini che temevano, in caso di vittoria dei bianchi, di perdere quel poco che avevano ottenuto: tra il ritorno alla schiavitù del regime zarista e la proposta bolscevica, alla fine prevalse quest’ultima.

Il triumvirato dei rivoluzionari. Da destra verso sinistra: Stalin, Lenin e Kalinin

La nascita dell’URSS

Dopo la vittoria bolscevica nella guerra civile nacque un nuovo Stato federale: l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

I bolscevichi accentuarono i tratti autoritari del loro governo:

  • tutti gli oppositori, compresi menscevichi e social rivoluzionari, vennero dichiarati fuorilegge
  • fu reintrodotta la pena di morte che era stata abolita dopo la rivoluzione d’ottobre
  • venne creata la Ceka, una polizia politica tristemente famosa per i suoi metodi violenti e arbitrari.

Quando uscì dal conflitto mondiale, la Russia avrà pagato il prezzo della guerra con oltre 3 milioni e mezzo di morti, tra militari e popolazione civile.

Il triumvirato dei rivoluzionari. Da destra verso sinistra: Stalin, Lenin e Kalinin

La falce e martello, simboli delle classi dei lavoratori, è il il simbolo del comunismo e identificherà la futura Unione Sovietica.

Un nuovo ordine era nato e la Russia, che dal 1922 si chiamerà Unione Sovietica, sarebbe cambiata per sempre.

FONTI: 

www.focusjunior.it

www.treccani.it

http://laspada.altervista.org/la-rivoluzione-russa/

https://it.wikipedia.org

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Prima guerra mondiale

Cause profonde

Nel 1914 nulla poteva evitare la guerra.

A causa di un eccezionale sviluppo industriale erano a disposizione di quasi tutte le nazioni europee grandissime quantità di armi micidiali e di flotte militari sempre più agguerrite.

Francia e Inghilterra guardavano con estrema diffidenza la Germania. Volevano bloccare l’espansionismo tedesco e la sua crescente, inarrestabile egemonia industriale e scientifica.

La Francia voleva la rivincita dopo l’umiliante sconfitta di Sedan nel 1870, durante la guerra franco – prussiana e voleva riprendersi l’Alsazia e la Lorena.

L’Austria e la Russia speravano di risolvere le loro difficoltà, legate ai loro imperi multinazionali, troppo ampi e troppo poco coesi, con una politica estera particolarmente aggressiva ed espansionistica.

Il “casus belli” – l’attentato di Sarajevo

La scintilla della guerra scoccò il 28 giugno 1914, a Sarajevo, la capitale della Bosnia. In un attentato, di matrice estremistica, persero la vita il granduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, e la consorte.

Il responsabile dell’attentato fu Gavrilo Princip, un anarchico serbo. L’Austria decise di considerare la Serbia responsabile dell’attentato perché dava rifugio agli indipendentisti slavi.

La potenza asburgica decise di dare un segnale forte, severo, a tutti i popoli dell’impero e di porre termine ai numerosi moti rivoluzionari e sovversivi della penisola balcanica. Voleva ridurre al silenzio la Serbia che, dopo le due guerre balcaniche, aveva mire espansionistiche che cozzavano con gli interessi degli Asburgo. I generali Austriaci però avevano previsto una rapida e semplice campagna militare priva di ostacoli significativi.

La Germania sognava la formazione di un grande stato formato da tutte le nazioni di lingua tedesca.

L’impero Russo, a sua volta, ambiva a riunire sotto di sé tutti i popoli di lingua slava. Per questo scese in campo in aiuto della Serbia ordinando la mobilitazione del proprio esercito.

Appena l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, si mise in moto l’automatismo delle alleanze e delle mobilitazioni: in pochi giorni ebbero luogo le dichiarazioni di guerra.

  • A fianco di Germania e Austria si schierarono Turchia e Bulgaria.
  • Giappone e la Romania si schierarono a fianco della Triplice Intesa.

Socialisti e cattolici si schierarono decisamente per la pace, ma non furono presi in considerazione. Non fu presa in considerazione neanche la durissima condanna pronunciata dal papa Benedetto XV, che definì la guerra come il risultato dell’egoismo, del materialismo e della mancanza di grandi valori morali e spirituali.

Soltanto l’Italia di Giolitti mantenne la calma.

La Triplice Alleanza infatti era un patto difensivo. Dal momento che Austria e Germania non erano state aggredite, ma avevano dichiarato guerra per prime, e dal momento che né l’una né l’altra avevano coinvolto l’Italia nella decisione di dichiarare guerra, il governo italiano sentì di non avere alcun obbligo di schierarsi al loro fianco e si ritenne autorizzato a rimanere neutrale.

Piani di invasione

Da molti anni gli stati maggiori di Francia e Germania si stavano preparando a una guerra che tutti ritenevano inevitabile. Il Piano Schlieffen, il piano che prevedeva l’invasione della Francia da parte della Germania era stato concepito dallo Stato Maggiore tedesco, già nel 1905 e la Francia aveva fortificato il confine con la Germania.

Appena dichiarata la guerra e iniziata la mobilitazione, il grosso delle truppe francesi furono ammassate lungo il confine tedesco.

La parola “mobilitazione” si riferisce a quell’insieme di provvedimenti che uno stato attiva quando si prepara ad una guerra o quando vuol esercitare pressione psicologica o politica sui rivali.
Prevede che:
– vengano richiamati i cittadini al servizio militare,
– ci siano spostamenti di truppe,
– che venga anche organizzato l’arruolamento volontario.
Quando si parla di Mobilitazione generale, i provvedimenti riguardano tutta la popolazione

La mobilitazione delle forze russe avveniva molto lentamente a causa della scarsezza di mezzi di trasporto e l’insufficienza di strade e ferrovie.

La Germania decise così di riversare tutte le sue forze armate contro la Francia. Era sicura di sconfiggerla rapidamente, come era successo a Sedan nel 1870. Forte di questa vittoria avrebbe poi attaccato con maggior vigore la Russia.

Le cose però non andranno secondo le previsioni tedesche.

Per poter realizzare questo progetto strategico, la Germania doveva aggirare le potenti fortificazioni francesi costruite sul confine.

Per questo motivo l’esercito tedesco scelse di invadere il neutrale Belgio, per sorprendere le truppe francesi alle spalle. I francesi ovviamente non si aspettavano l’ingresso delle truppe tedesche dal Belgio; ebbero quindi di ristrutturare il loro piano di difesa per respingere il nemico.

Dopo un mese di aspri combattimenti, le truppe tedesche giunsero fino a soli quaranta chilometri da Parigi, ma sul fiume Marna vennero bloccati e respinti.

Da quel momento gli eserciti si arrestano su un fronte che prenderà il nome di fronte occidentale e la prevista guerra lampo si tramuterà in una logorante guerra di posizione.

Il fronte occidentale

La guerra di trincea

Per guerra di trincea s’intende un tipo di guerra di posizione nella quale la linea del fronte consiste in una serie di trincee.
Una sentinella in trincea nel luglio del 1916
Di John Warwick Brooke – This is photograph Q 3990 from the collections of the Imperial War Museums (collection no. 1900-13), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=116369

La trincea è un tipo di fortificazione militare difensiva costituita, nella sua forma più semplice, da un fosso lineare scavato nel terreno per ospitare al suo interno le truppe, che si trovano così protette dal tiro delle armi nemiche.

Nelle trincee si aspetta l’attacco del nemico.

Gli assalti sono effettuati da fanti armati di fucile che si scagliano contro le mitragliatrici nemiche sistemate sui bordi della trincea o dietro un riparo ben munito.

Il fronte occidentale era lungo circa 800 km e andava dalla Manica alla Svizzera. I soldati furono costretti a vivere dentro trincee lunghe centinaia di chilometri, nella sporcizia e sotto le intemperie.

Dal film Uomini contro – di Francesco Rosi – tratto dal romanzo “Un anno sull’altipiano”
Dal film Uomini contro – di Francesco Rosi – tratto dal romanzo “Un anno sull’altipiano”

La Germania attacca sul fronte orientale

Nel frattempo, sul fronte orientale, l’esercito tedesco riuscì a occupare la Polonia dopo due vittorie ottenute presso i laghi Masuri e Tannenberg. Il fronte austro-russo, a sud, si estendeva per centinaia di chilometri, senza alcun avanzamento da parte dei contendenti.
Gli stati europei si gettarono nell’avventura della guerra sottovalutandone completamente i costi economici ed umani. Essi la affrontarono quasi con leggerezza poiché pensavano che, grazie alle nuove armi, avrebbero concluso questa guerra in breve tempo. il modello di guerra a cui erano abituati era come quelle che si erano combattute nell’Ottocento. Erroneamente gli stati maggiori e le autorità politiche ritenevano che la potenza delle nuove armi avrebbe accelerato i tempi della conclusione, ma la realtà fu ben diversa: le micidiali armi di cui tutti disponevano rese solo più cruenta e più lunga quella inutile carneficina.

Un altro errore di prospettiva fu quello di pensare che la supremazia in Europa avrebbe avuto come conseguenza il dominio sul mondo. Questo ragionamento non considerava però il peso crescente delle due nuove potenze che si stavano affacciando all’orizzonte. Gli USA e il Giappone uscirono decisamente rafforzate dal conflitto, mentre l’Europa ne uscì gravemente indebolita sia per le perdite umane che per i costi economici.

Nessuno aveva immaginato che questa guerra avrebbe avuto dei costi così alti sia economici che umani e nessuno aveva immaginato che i vincitori avrebbero comunque perso potere, territori e mercati, tanto quanto gli sconfitti.

La tregua di Natale 1914

https://www.corriere.it/cultura/speciali/2014/prima-guerra-mondiale/notizie/miracolo-25-dicembre-1914-cento-anni-fa-tregua-natale-f4a5d08a-8b6b-11e4-9698-e98982c0cb34.shtml?refresh_ce-cp

Si racconta che nella notte di Natale del 1914 un soldato britannico sia uscito dalla trincea a mani alzate. Si racconta che un canto “Stille nacht” sia riecheggiato tra le trincee. Si racconta che in molte zone del fronte i soldati abbiano deposto le armi per una tregua durata 48 ore.

Mito o realtà?

Il racconto è suffragato da molte testimonianze in cui i soldati raccontano l’accaduto alle famiglie lontane.

«È stato il Natale più meraviglioso che io abbia mai passato. Eravamo in trincea la vigilia di Natale e verso le otto e mezzo di sera il fuoco era quasi cessato.
Poi i tedeschi hanno cominciato a urlarci gli auguri di Buon Natale e a mettere sui parapetti delle trincee un sacco di alberi di Natale con centinaia di candele.
Alcuni dei nostri si sono incontrati con loro a metà strada e gli ufficiali hanno concordato una tregua fino alla mezzanotte di Natale.
Invece poi la tregua è andata avanti fino alla mezzanotte del 26, siamo tutti usciti dai ricoveri, ci siamo incontrati con i tedeschi nella terra di nessuno e ci siamo scambiati souvenir, bottoni, tabacco e sigarette. Parecchi di loro parlavano inglese.
Grandi falò sono rimasti accesi tutta la notte e abbiamo cantato le carole.
È stato un momento meraviglioso e il tempo era splendido, sia la vigilia che il giorno di Natale, freddo e con le notti brillanti per la luna e le stelle».  
Leon Harris – tredicesimo battaglione del London Regiment
 www.christmastruce.co.uk 

Gli ufficiali di ogni settore concordano 48 ore di tregua e subito la voce si sparge tra le trincee. Benché nessun accordo ufficiale tra i belligeranti fosse stato pattuito, nel corso del Natale del 1914 circa 100.000 soldati britannici, francesi, belgi e tedeschi furono coinvolti in un certo numero di tregue spontanee lungo i rispettivi settori di fronte nelle Fiandre.

Tra gli zaini degli inglesi spunta improvvisamente fuori un pallone. In un attimo, porte fatte da cappotti fanno da scenario ad una vera e propria partita di calcio per la pace. Come dire, non uno contro l’altro ma uno insieme all’altro testimoniando i valori dello sport.

“I tedeschi si sono fatti vedere, e, per farla breve, è finita che ci siamo incontrati a metà strada, per darci la mano e scambiare sigarette e piccole cose, e ci siamo salutati come migliori amici.
Uno mi ha lasciato il suo indirizzo per scrivergli, dopo la guerra.
Erano proprio dei bravi ragazzi, davvero.
Immagino che possa sembrare una storia incredibile ma è andata proprio così.
Sono certo che se la decisione stesse agli uomini, non ci sarebbe nessuna guerra.”
Parole sono state scritte da un ragazzo di Gateshead a un amico e pubblicate sul Newcastle Daily Journal di giovedì 31 dicembre 1914.

Da questa storia è stato tratto il film Joyeux Noël – Una verità dimenticata dalla storia. La pellicola è uscita nel 2005 ed è diretta da Christian Carion. Questo il trailer.

Gli anni della guerra – 1915

Interventismo e Neutralismo Italiano

La maggior parte degli italiani non era favorevole all’entrata in guerra. Gli Austriaci occupavano ancora i territori di Trento e Trieste. Inoltre gli italiani non volevano esser coinvolti in un conflitto, quindi predominava Italia il partito dei neutralisti.

Gli interventisti invece erano una minoranza, ma avevano grande forza, alzavano la voce, sapevano usare la retorica ed erano intenzionati a cambiare alleanza per schierarsi quindi contro l’Austria.

Chi era per la neutralità

  • Parte dei cattolici, liberali e socialisti erano contro la guerra.
  • I socialisti sostenevano che la guerra era un affare tra capitalisti che lottavano per il predominio imperialista dell’Europa, ritenevano che mentre i proletari di tutto il mondo dovessero sentirsi tutti fratelli.
  • Giolitti, che poco tempo prima aveva lasciato la presidenza del consiglio, si era impegnato per mantenere la neutralità italiana. Era sicuro che gran parte del territorio italiano ancora occupato dall’Austria, potesse essere ottenuto mediante trattative diplomatiche. Riteneva che si potesse negoziare anche la neutralità.

Chi voleva intervenire

Le forze interne che spingevano l’Italia verso la guerra erano molto forti.

  • In Italia la grande industria vedeva nella guerra un’occasione unica e grandiosa di espansione economica grazie alle forniture per l’esercito.
  • I maggiori quotidiani italiani cavalcavano le tesi dei nazionalisti e attaccavano in maniera violenta i neutralisti fino a definire traditore Giolitti.
  • I liberali Salandra e Sonnino, antigiolittiani, si posero in contrapposizione alle idee di Giolitti e quindi a favore dell’intervento.

Molte manifestazioni di piazza si svolgevano a favore della guerra e molti interventisti, tra cui Gabriele D’Annunzio, vi pronunciavano infuocati discorsi patriottici.

Anche dall’estero le spinte non mancavano: l’Italia importava il 90% del suo carbone dall’Inghilterra e dipendeva da Inghilterra e Francia anche per altre importanti materie prime. Questo era un formidabile strumento di pressione nelle mani dell’Intesa.

Italia in guerra

Nel 1914 l’Italia non era entrata nel conflitto per diversi motivi.

La Triplice alleanza era un patto di mutuo soccorso, non offensivo. L’accordo non prevedeva quindi un affiancamento negli schieramenti nel momento in cui uno dei paesi dell’alleanza avesse dichiarato guerra, ma solo nel caso in cui fosse stato attaccato. L’Italia non era stata consultata da Austria e Germania quando avevano deciso di attaccare i Balcani. Pertanto il governo italiano si sentiva libero di fare nuove alleanze. Inoltre era evidente a tutti l’impreparazione dell’esercito italiano; la guerra di Libia ne aveva messo in evidenza le fragilità.

Ma anche se la maggior parte degli italiani erano contraria alla guerra, il governo era deciso ad intervenire. Avviò quindi trattative segrete sia con l’Intesa che con l’Alleanza:

  • con l’Intesa trattava per intervenire al suo fianco,
  • con l’Alleanza si trattava in cambio della neutralità italiana al conflitto.

In entrambi i casi contrattava per avere concessioni territoriali, cioè le terre irredente: il Trentino e il Friuli.

Nel mese di aprile 1915 il governo italiano firmò a Londra un patto segreto nel quale l’Italia s’impegnava ad entrare in guerra entro un mese con Francia e Inghilterra in cambio di concessioni territoriali. Tutti sottovalutarono i costi e le conseguenze della guerra.

Il 9 maggio 320 parlamentari erano a favore del neutralismo con Giolitti. Ma il re era decisamente favorevole alla guerra, come i vertici dell’esercito.

Salandra, che aveva firmato il patto con l’Intesa, minacciò di dare le proprie dimissioni se il parlamento non avesse votato l’ingresso in guerra. Era infatti necessario il voto del parlamento! Quelli furono i giorni in cui si scatenò la veemenza degli interventisti: discorsi infuocati vennero urlati nelle piazze e Giolitti fu chiamato traditore della patria. I discorsi di retorica nazionalistica vengono pronunciati con linguaggio violento ma terribilmente efficace.

Giolitti, spaventato dalla violenza dilagante, si ritirò. Chi aveva fatto la voce grossa ebbe la meglio e il 20 maggio il parlamento votò l’entrata in guerra con 407 voti favorevoli e 74 contrari.

Il Parlamento, anche se contrario, fu praticamente obbligato ad approvare il patto di Londra e il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa.

E in tutto questo fervore il neutralismo tace e non riesce a trasformare il suo pensiero in forza politica.

Fu un colpo di stato?

In questa situazione emerse la fragilità del sistema parlamentare che non rappresentò la comunità nazionale. Infatti dalle Prefetture era stato comunicato che gli italiani non volevano la guerra. Ma prese il potere chi urlava in piazza con forza e prepotenza, anticipando la violenza che caratterizzerà la situazione italiana del primo dopoguerra.

Il primo anno sul fronte italiano

Il fronte italiano costituiva una linea che congiungeva il lago di Garda con Gorizia attraversando l’altopiano di Asiago, i monti del Cadore e della Carnia fino all’altopiano della Bainsizza e ai monti Sabotino e San Michele.
Anche se non mancavano i volontari la grandissima maggioranza dei militari fu costituita dai richiamati provenienti soprattutto dalle regioni meridionali.

LEGENDA :
______ RIGA NERA confini al 24 maggio 1915
. . . . . . RIGA ROSSA linea del fronte ottobre 1917
______ RIGA ROSSA linea del fronte dicembre 1917

Anche gli Italiani furono bloccati in una guerra di trincea contrassegnata da lunghe pause alternate ad assalti ferocissimi e inutili che comportavano ogni volta migliaia di vittime.

Come si viveva in trincea? Vedi novella La paura di Federico De Roberto.


Furono anni di battaglie massacranti, inutili carneficine. Nel solo primo anno di guerra gli Italiani persero 250.000 uomini tra morti, feriti e dispersi.

Nel mese di agosto 1916 gli italiani conquistarono Gorizia, dopo aver respinto la cosiddetta “spedizione punitiva” (Strafeexpedition) degli Austriaci sull’altipiano di Asiago.

Gli anni della guerra – 1916

La guerra di trincea rendeva obbligatori fronti lunghi migliaia di chilometri che occupavano milioni di combattenti. Tutti gli stati belligeranti furono costretti ad adottare l’arruolamento obbligatorio.

Milioni di donne furono impiegate nelle fabbriche addette alla produzione di materiale militare.

Le due grandi e sanguinosissime battaglie combattute in Francia intorno alla fortezza di Verdun e sulla Somme non servirono a far avanzare di un metro le linee dei contendenti.

La battaglia della Somme
La battaglia della Somme fu una delle più grandi battaglie della Prima Guerra mondiale.
Venne combattuta tra il primo luglio e il 18 novembre del 1916 vicino al fiume Somme nella Francia settentrionale.
Questa battaglia contrappose l’esercito anglo-francese a quello tedesco. In campo erano schierate 51 divisioni inglesi, 48 francesi 50 tedesche.
Alla fine del primo giorno gli inglesi contavano già 57 mila perdite e alla fine gli inglesi lasciarono sul campo più di 400 mila uomini. I francesi persero circa duecentomila uomini e i tedeschi più di 500 mila uomini.

Ma le stime ufficiali delle vittime non sono mai state definite con certezza.

La battaglia si concluse con un lieve vantaggio territoriale per gli anglo-francesi, ma sul pantano francese giacevano più di un milione tra morti, mutilati e dispersi e gli esiti della guerra non vennero per nulla influenzati da questa carneficina.
I soldati erano inermi di fronte all’utilizzo delle armi più recenti mitragliatrici mortai e Mine e furono mandati letteralmente al macello il nome di nazioni desiderosi di dominio e di conquista  

In questa terribile guerra avvenne l’esordio di nuove armi come gli aerei, i carri armati, i gas e i lanciafiamme. Queste terribili armi, pur portando morte e distruzione non furono decisive per gli esiti della guerra. Resero però la guerra terribilmente crudele e cruenta, come mai si era visto nelle guerre del passato.

Battaglia di Verdun
I numeri della battaglia della Somme – https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_della_Somme
Bacino idrografico del fiume Somme
Le battaglie sugli altipiani

Sul mare

Gli inglesi, con la loro lotta, bloccavano i porti tedeschi per impedire i rifornimenti. Una sola battaglia navale fu combattuta nel 1916 tra la flotta inglese e quella tedesca. Gli Inglesi persero 3 corazzate e 3 incrociatori, i tedeschi persero 2 corazzate e 4 incrociatori.

Alla fine della battaglia la flotta tedesca rientrò nei porti di partenza. Entrambi i contendenti si dichiararono vincitori, ma il controllo dei mari continuò a rimanere nelle mani degli Inglesi. I tedeschi furono pesantemente danneggiati dal blocco navale inglese. Dopo la battaglia dello Jutland i tedeschi combatterono la guerra sui mari solo con i sottomarini e con le navi corsare. Vittime di questi sottomarini furono le navi di rifornimenti provenienti dagli USA e destinati all’Inghilterra. Questo sarà uno dei motivi provocherà l’intervento diretto degli Stati Uniti nella guerra.

A Trento

Esecuzione di Cesare Battisti. Impiccato e fotografato a Trento
nella fossa dei Martiri dietro al Castello del Buonconsiglio. In alto vediamo, con viso estremamente soddisfatto il boia Josef Lang con i suoi aiutanti e i militari presenti all’esecuzione.

Gli anni della guerra – 1917

Il 1917 fu l’anno cardine della prima guerra, l’anno in cui tre eventi cambiarono le sorti del conflitto:

  • la crisi degli eserciti,
  • il ritiro della Russia,
  • l’entrata nel conflitto degli USA.

1917 – La crisi degli eserciti

  • Nel 1917 l’orrendo macello era ormai sotto gli occhi di tutti e non si vedevano sbocchi. Niente poteva giustificare tante stragi e sofferenze.
  • Papa Benedetto XV continuava a lanciare appelli per la pace e per far finire la guerra, definita una vergogna dell’Umanità.
  • La popolazione europea era stanca per la fame e le sofferenze, inoltre aveva visto le migliaia di profughi tornato a casa orrendamente mutilati.
  • Mancavano i contadini nei campi e gli operai nelle fabbriche, le donne, i vecchi e i bambini dovevano occuparsi di tutto. Non c’era una famiglia che non lamentasse qualche vittima della guerra.
  • Mancavano quasi del tutto lo zucchero, il burro, la carne. Il pane, la pasta, la verdura vennero razionati.
  • Al malcontento dei familiari dei soldati si univa il morale bassissimo di questi ultimi che trascorrevano il tempo nell’attesa di sanguinosi assalti di cui non si scorgeva lo scopo visto che non ottenevano alcun risultato.
  • Numerosi furono gli episodi di diserzione, di automutilazione e di ammutinamento, molti giovani richiamati si rendevano colpevoli di renitenza alla leva.
  • Numerosi furono i processi e le fucilazioni di militari.

1917 – La Russia si ritira

In Russia, nella primavera del 1917 scoppiarono diverse rivolte che costrinsero lo Zar Nicola II all’abdicazione.

L’esercito stanco e sfiduciato si sfaldava, i soldati, a milioni, tornavano a casa. Il partito bolscevico di Lenin prese il potere e nel dicembre del 1917 Lenin firmò l’armistizio di Brest-Litovsk e il trattato di pace con la Germania. La Russia uscì così dal conflitto perdendo Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia.

Vedi rivoluzioni russe.

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/196/la-russia-dopo-la-pace-di-brest-litovsk-1918

Con la pace di Brest-Litovsk, stipulata il 3 marzo del 1918, venne riconosciuta l’indipendenza dell’Ucraina, la cessione dei territori polacchi della Lettonia e dell’Estonia della Finlandia alla Germania.

Rispetto al vecchio impero zarista la Russia perse

  • 800.000 km quadrati,
  • il 26% della popolazione,
  • il 32% della produzione agricola,
  • il 23% della produzione industriale,
  • il 75% del carbone e del ferro.

1917 – Ingresso degli USA in guerra

Il ritiro della Russia sembrava aver dato un duro colpo alle speranze di vittoria del fronte dell’Intesa. Infatti Germania e Austria riversarono contro il fronte francese e quello italiano le truppe rese libere dalla Russia.

A questo punto avvenne l’ingresso decisivo nel conflitto degli Stati Uniti d’America.

Gli Americani erano rimasti molto colpiti dagli affondamenti delle navi civili operate dai tedeschi e in particolare dall’affondamento del transatlantico Lusitania che aveva provocato la morte di 124 cittadini americani. Ma gli USA volevano che questa guerra terminasse per poter riaprire i commerci internazionali, bloccati dal conflitto europeo. Inoltre temevano per gli ingenti capitali che avevano fornito all’Intesa: una sconfitta avrebbe messo in dubbio il rientro del denaro in USA.

Nel mese di aprile del 1917 il governo statunitense dichiarò guerra alla Germania. Questo comportò l’arrivo in Europa non solo di truppe fresche, ma di viveri, materiali, prestiti.

1917 Disfatta di Caporetto

L’esercito italiano era logorato dopo 12 inutili assalti sul fiume Isonzo quando il comando Austriaco scagliò contro gli Italiani le truppe che tornavano dal fronte orientale.

L’attacco sfondò lo schieramento italiano a Caporetto tra il 24 e il 30 ottobre 1917.

Tutto il fronte italiano dovette ritirarsi per evitare che parte delle truppe rimanessero accerchiate o isolate. Tale ritirata, non essendo stata programmata, si trasformò in una disfatta.

Furono perse intere divisioni e una quantità ingente di materiali. Migliaia furono i profughi civili costretti ad abbandonare le loro case.

L’ora di Caporetto nel diario di guerra di un combattente

di Carlo Emilio Gadda

II 25 ottobre 1917 verso le tre antimeridiane giunse, dal Comando della Brigata Genova, al comando della 470 Compagnia Mitraglieri, Tenente Cola comandante e Tenente Gadda vicecomandante, l’ordine di ritirarsi «il più presto possibile» dalla posizione del Monte Nero, conquistata dagli Alpini ad altissimo prezzo e tenacemente mantenuta con due anni di sacrifici e di sangue. Verso le quattro si iniziò la discesa verso l’Isonzo. Correva voce che i tedeschi, dopo aver sfondato a Plesi e a Tolmano, erano giunti a Caporetto. Il ponte di Caporetto saltò alle 16 del 24, il ponte di Ternova alle 22 dello stesso giorno. Si tentò il passaggio sulla destra dell’Isonzo su di una passerella improvvisata, ma senza successo. Alle 13, 20 del giorno 25 la Compagnia di Cola e Gadda distruggeva le proprie armi e innalzava bandiera bianca: era la resa.

 Questa la cronologia degli avvenimenti, la cui distesa narrazione «scrupolosamente veridica» si legge nel taccuino di Gadda rimasto inedito lunghi anni per volontà dello scrittore e comparso il 1° ottobre 1987 su «La Repubblica». In queste pagine lo scrittore racconta l’ultimo suo giorno di combattente. Caporetto fu definito dagli alti comandi militari «l’ora dei vili».

In realtà Caporetto fu molto più di una gran crisi militare: fu il punto di rottura, l’effetto ultimo del malessere sociale serpeggiante nel paese e tra le truppe, delle privazioni, della fame.

«Era una folla, non indisciplinata, ma soprattutto incosciente, dimentica del passato non curante dell’avvenire, che con lo sguardo atono moveva per le grandi strade, senza sapere né dove andasse né perché, invano si cercava in quegli occhi un lampo di vita, invano un sintomo di coscienza, fosse pure quella del ribelle».

Non l’ora dei «vili», ma l’ora del supremo scoramento delle masse deluse e non più capaci di reagire; per non parlare qui delle gravi responsabilità, degli errori degli alti comandi militari, della propaganda pacifista e talora disfattista dei socialisti, della «Nota» di pace di Benedetto XV.

Notte del 24 sul 25 ottobre
[…]
Mandai Sassella a prendere il secondo sacco a pelo, che m’aveva portato giù la sera con la corvée del rancio e che aveva lasciato in caverna di Cola.
Poco dopo egli tornò con un altro, recandomi l’ordine di ritirarmi dalla posizione il più presto possibile.
Quest’ordine mi fulminò, mi stordì: ricordo che la mia mente fu percossa da un’idea come una scena e riempita da un lampo.
«Lasciare il Monte Nero!», questa mitica rupe, costata tanto, e presso di lei il Vrata, il Vrsic, lasciare, ritirarsi; dopo due anni di sangue.
Attraversai un momento di stupore demenziale, di accoramento che m’annientò.
Ma Sassella incalzava:
«Signor tenente, bisogna far presto, ha detto il tenente Cola di far presto» e incitò poi per conto suo gli altri soldati.
Mi riscossi: credo di non esser stato dissimile dai cadaveri che la notte sola copriva.
Diedi l’ordine a Remondino, il vecchio alpino piemontese (classe 90 o 91) che rimase pure percosso, addolorato.
«Ma qui c’è qualche tradimento» esclamò, «ma non è possibile».
Poi andai nell’altra caverna e pur là diedi l’ordine.
Meticoloso come sono, volli curare che tutto fosse raccolto e portato via: e in ciò persi del tempo: la caverna era stretta e buia, il materiale (fucili, invogli, cassette coi pezzi di ricambio) la ingombrava; i fucili, i cappotti, le maschere, gli elmetti, tascapane, giberne, borraccia ingombrano estremamente il nostro soldato, i fucili col mirino s’attaccano alle sporgenze rocciose; nella fretta nasce sempre un po’ di confusione.
Ero attonito: i soldati erano pure costernati.
Come potei raccolsi tutta la sezione, e a uno a uno li feci partire: Sassella chiamava. Io mi misi in coda, col cuore spezzato, la mente fulminata dall’orribile pensiero della ritirata, e andammo…
Gli artiglieri dell’8° batteria s’eran già ritirati, dopo aver guastato alla peggio i loro pezzi, credo togliendo gli otturatori.
Cola in testa, io in coda, tutti a uno a uno, prendemmo la strada d’arroccamento con l’intenzione di raggiungere Jezerca-Magozo e poi Ternova.
L’ordine di ritirata fu trasmesso all’8° battaglione dal Comando della Brigata Genova oltre la mezzanotte perché lo comunicasse anche alle compagnie mitragliatrici.
Noi lo ricevemmo verso le tre e solo verso le quattro del mattino del 25 potemmo partire.
Nella notte silenzio: bagliori in fondo valle e talora grandi esplosioni: i nostri incendiavano ritirandosi tutto ciò che potevano.
Poco sotto trovammo il battaglione Val Chisone, che si ritirava ordinato; invece il… fanteria si ritirava a gruppi, ufficiali separati da soldati.
Noi eravamo ordinatissimi e nonostante i nostri soldati recassero sulle spalle le pesanti mitragliatrici, sorpassammo gli altri.
Cola e la 3° sezione in testa, poi la 1° sezione, per esser sottomano a me, io ultimo in coda, feroce sorvegliante che nessuno rimanesse.
Il cuore era spezzato.
L’orrore e l’angoscia di quei terribili momenti dovevano esser superati.
Verso l’alba il tempo si rasserenò.
Scritto fino al 21 novembre, con memoria freschissima dei particolari)
 
25 ottobre, tra le 11 e le 13,30
[…]
Mi raccolsi, nell’amarezza, e misurai la situazione: un migliaio circa di fuggiaschi disordinati e privi d’armi, cioè totalmente liberi da ogni peso, si pigiavano a rischio di precipitare nel fiume verso la passerella. [Una passerella improvvisata, larga una sola tavola, che permetteva il passaggio di un solo uomo per volta, in circa 2 minuti, ndr].
Il fiume non poteva guadarsi in alcun modo; l’Isonzo, sopra Tolmino e anche ad Auzza, Canale ecc. ha un letto stretto (20 metri circa) e rive precipiti e profonde (5-6 e più metri).
Il fondo non è visibile, ma l’azzurro cupo testimonia della profondità: la corrente è velocissima, torrentizia.
Insomma esso ha un carattere affatto diverso dagli altri fiumi della pianura veneta, larghi, ghiaiosi, lenti.
Un tal fiume, in tal punto, non è guadabile in nessun modo, neppure a un nuotatore; tanto meno poi vestito o con armi. […]
D’altra parte il tempo stringeva e l’affanno cresceva.
Sentivo ormai a poco a poco delinearsi il pericolo.
Non in linea, non in posizione, dove avremmo potuto batterci con onore e infliggere anche a un nemico preponderante terribili perdite; ma dispersi in ritirata, fra una folla di soldati sbandati!
Come la sorte s’era atrocemente giocata di me!
Non l’onore del combattimento e della lotta, ma l’umiliazione della ritirata, l’abbandono di tanta roba, e ora questo maledetto Isonzo!
Questi ponti saltati. […]
Cominciammo a scendere, quando non so chi mi assicurò che Cola era ritornato e nuovamente che il ponte di Ternova era distrutto.
Allora decisi di tornare alla passerella, unica speranza che ancor rimanesse.
I soldati mi seguirono istupiditi, con le mitragliatrici, stanchi, forse ormai certi della nostra sorte.
Io volevo sperare ancora, non dico speravo.
La necessità delle decisioni, la responsabilità di condotta, mi tolse in quei momenti di soffrire troppo del vicino pericolo.
Riprendemmo ancora una volta il ciglio del fiume, nel bel sole meridiano che la stanchezza e il dolore ci impedivano di benedire, se bene ci riscaldasse dopo le lunghe piogge e la tormenta della notte.
Cosi marciando avvistammo sul bellissimo stradale della sponda opposta una fila di soldati neri, che provenivano da Caporetto, preceduti da alcuni a cavallo; il cuore mi s’allargò pensando che fossero nostri rincalzi, e al momento quell’uniforme nera mi fece pensare (che stupido) ai bersaglieri; non pensavo che questi in combattenti hanno l’uniforme grigio verde.
Al dubbio espresso da alcuni gridai: «Ma sono nostri rincalzi, che prendono posizione sull’altra riva del fiume!» e la cosa era logica, poiché, essendo saltato il ponte di Caporetto, io immaginavo che i tedeschi fossero innanzi a Caporetto, ma sempre sulla sinistra idrografica dell’Isonzo!
Mai più immaginavo la strada che fecero.
Poco dopo, il crepitio d’una mitragliatrice e qualche colpo di fucile: cominciai allora a temere e intravedere la verità:
«i Tedeschi saliti dal Tolmino! Stanno per circondarci» e pensavo che i colpi di mitragliatrice segnassero una fazione, un combattimento tra avanguardie salenti da Tolmino e nostre retroguardie dirette verso Nord Ovest.
Invece la mitragliatrice, come m’accorsi poi, crepitava né più né meno contro i fuggiaschi della passerella. […]
Intravidi ormai il pericolo della prigionia, e affrettai il passo, per raggiungere Cola, la passerella, non so che. L’ansia diveniva spasmodica.
Disperavo di trovar Cola, quando ci sentimmo chiamare, da poco sotto il ciglione!
Oh, finalmente si trovano i compagni.
Scendemmo qualche decina di metri e difatti trovammo Cola, con gli altri, seduti lì, sull’erba.
«Gadda!»
«Cola».
«Eh?»
«Siamo qui».
Mi ricordo esattamente che appena lo vidi gli chiesi, e gli occhi mi luccicarono di pianto:
«Sono loro? Ma è possibile?» e non seppi dir altro, né far altro che piangere.
«Ah! è orribile, è orribile» esclamò Cola (parole precise).
«Più che se fosse morto mio padre. Siamo finiti».
[…]
I nostri passavano il fiume arrendendosi: non c’era altro da fare.
Allora decidemmo: di star lì fino a notte, di guastare le armi, e di vedere di salvarci nell’oscurità.
Ma l’ostacolo del terribile, insuperabile Isonzo ci sorgeva nella mente come uno spettro.
Dove, come passarlo?
Intanto ci radunammo e ci riposammo; i 2 cucinieri che mi avevano seguito divisero l’ultima volta il formaggio fra i presenti.
Consigliammo ai soldati di consumare i viveri, poiché nella probabilità, ormai grande, di cader prigionieri, non li dovessero dare ai tedeschi.
Io mangiai un po’ dì marmellata, offertami da Cola.
Ero sfinito, ma senza fame.
Guardai ancora l’orribile fila dei tedeschi; la strada non ne era più occupata, era ormai sgombra.
Solo qualche gruppo, qua e là.
Cola strillò perché temeva mi mostrassi e ci sparassero: ma purtroppo non spararono, si curavano poco di noi.
Se avessero voluto avrebbero potuto aprire il fuoco quando marciavamo in fila indiana sul ciglio nudo e prativo, parallelamente e contrariamente a loro. Poi mi sdraiai «come giumento che più non vuol trarre le some» sull’erba, accasciato; le lacrime s’erano inaridite e un istupidimento brutale mi teneva.
Nel fondo dell’anima l’angoscia della prigionia e una speranza ultima di salvarci la notte; ancora non guastavamo le armi.
La cosa ci pesava; non so in che speravamo.
Vicino a me i miei migliori soldati: Raineri Andrea, del ’95, (venuto dall’America, di Menaggio) e Sassella Stefano, di Grosio, il mio attendente, del ’97.
Erano essi pure costernati: già uomini, sebbene giovanissimi, e intelligentissimi entrambi; sebbene Sassella fosse un contadino, avevano la netta visione della sciagura nazionale e personale.
Non imprecavano a nulla, a nessuno, oppressi dalla realtà presente.
Sassella, con la sua inquietudine nella notte, e con la sua tristezza, era stato presago: egli sarebbe stato all’Ospedale se (per devozione a me non lo fece) avesse marcato visita a Clodig.
Invece mi seguì, sebbene malato di febbre reumatica e brutto di cera, e fu preso!
Poveretto.
Gli altri soldati tutti erano angosciati; tutti rispettosi, ancora, nessuno disapprovò l’invito nostro di attendere la notte.
Solo alcuni, più paurosi, avrebbero voluto darsi prigionieri subito.
Il nostro animo era in uno stato di dubbio angoscioso; il quale andava a mano a mano tramutandosi nella certezza orribile della prigionia.
Il fischietto degli ufficiali tedeschi che ordinavano l’avanzata ai loro, verso i monti di là dal fiume ci giungeva distinto.
Ancora si fece sentire qualche colpo di fucile, qualche breve scarica di mitragliatrice, credo contro qualche tentativo di fuga.
Noi eravamo di qui d’un fiume invalicabile, senza ponti: i tedeschi, avendo sfondato a Plezzo e Tolmino, s’erano già tra loro allacciati di là dal fiume: a Caporetto c’erano; a Drezenca c’erano già, scesi dal Mrzli.
Noi eravamo esausti di forze e d’animo, accasciati, quasi digiuni.
Ma sopra tutto l’impossibilità di passare l’Isonzo. Io e Cola pensammo quindi ormai inutile il prolungare le nostre speranze, sarebbe stato puerile.
De Candido usci con un fazzoletto bianco, mentre io e Raineri guastavamo le armi della mia sezione, asportandone e disperdendone la culatta mobile, il percussore e altri pezzi.
Che dolore, che umiliazione, che pianto nell’anima anche in quest’atto ormai inevitabile.
L’ufficiale che a Torino aveva fatto il possibile per assicurare all’esercito il funzionamento di un ottimo reparto, dover gettare cosi le sue armi, lasciarle lì, negli arbusti!
Io gettai anche la mia rivoltella e tutti lasciarono i fucili, lì dov’erano; poi in fila indiana, in ordine, dopo De Candido, Cola, poi tutti i soldati, io ultimo, in coda, scendemmo per la boscaglia alla passerella: nessuno più vi si trovava: tutto era deserto, lì tutti ormai avevano già fatto l’inevitabile passo.
Ai piedi della passerella il flutto travolgente, brutale dell’Isonzo lambiva un mucchio di fucili, mitragliatrici Fiat, nastri, roba, ecc. lasciata nella resa.
Di là la sentinella tedesca ci guardava passare, osservando che non avessimo armi.
Altre sentinelle armate custodivano i prigionieri, raccolti nel prato soprastante, il prato dell’adunata delle 13,20 del 25 ottobre.
La passerella fu passata uno a uno; reggendo i primi il cavo metallico che a sinistra serviva di ringhiera.
Tutti passavano lentamente, con gran precauzione per non scivolare nel fiume; il ponticello arcuato mi costrinse a sedermi, poiché gli scarponi chiodati scivolavano sull’asse.
Giunto a metà, mi levai e proseguii ritto.
Passai di là col viso accigliato; assorto e istupidito più che altro.
Tra il branco adunato avanti le sentinelle tedesche qualcuno non dissimulava la tranquillità per lo scampato pericolo. – Io guardai la sentinella, che non offerse nulla di notevole alla mia curiosità: ritta, seria, quasi accigliata.
Nel prato, sopra un sasso, una scatoletta di carne che qualche prigioniero aveva offerto a un tedesco per propiziarselo: appena questo tedesco si voltò io gli feci sparire la scatoletta, e me la mangiai con molta fame e con una gioia satanica.
Erano le 13,20 del 25 ottobre 1917; le sentinelle tedesche tutte armate, con baionetta; facciamo sul prato l’ultima adunata, l’ultima chiamata.
Poi ci venne ordinato a me e Cola, di incamminarci con gli attendenti, verso Caporetto, lasciando i soldati.
Col pianto negli occhi e nel cuore mi congedai da ciascuno, stringendo a tutti la mano. […]
A un nuovo bivio, dove un ramo della strada prosegue per Tolmino, l’altro per Cividale, ebbimo l’ultimo desiderio e tentativo di fuga.
Ci fermammo un momento e io feci la proposta: dobbiamo prendere per Cividale?
I compagni non la trovarono attuabile: la tema delle sevizie tedesche contro noi quattro inermi valse pure a farci desistere.
E poi la sentinella sopraggiungeva.
Avanti, allora, verso Tolmino.
Io, Cola, Sassella, De Candido.
Finiva così la nostra vita di soldati e di bravi soldati, finivano i sogni più belli le speranze più generose dell’adolescenza: con la visione della patria straziata, con la nostra vergogna di vinti iniziammo il calvario della dura prigionia, della fame, dei maltrattamenti, della miseria, del sudiciume.
Ma ciò far parte di un altro capitolo della mia povera vita, e questo martirio non ha alcun interesse per gli altri.
Finito di scrivere il 10 dicembre 1917 in Rastatt
 

Domande su L’ora di Caporetto

  1. Quali sono le sensazioni, lo stato d’animo di Gadda quando riceve l’ordine di lasciare la sua postazione?
  2. Perché?
  3. Perché Gadda dice di aver più paura durante la ritirata che non in combattimento?
  4. Qual è il significato di questa espressione: “Io volevo sperare ancora, non dico speravo”?
  5. L’ultima parte del racconto di Gadda, dal momento in cui insieme ai compagni decidono di arrendersi ai tedeschi, è un continuo mutare di stati d’animo e avvicendarsi di sentimenti diversi e perfino contrastanti tra loro. Dì quali sono, descrivine le caratteristiche e prova a spiegarne i motivi che ne determinano il nascere.
  6. Suggestioni: Le sensazioni di pericolo e precarietà pervadono tutto il racconto di Gadda; seppure con le auspicabili differenze racconta di un episodio in cui hai avvertito fortemente il pericolo incombere su di te.
  7. Scrivi un commento al testo

Dopo Caporetto

Per fortuna, quando tutto sembrava perduto, il paese seppe reagire con fermezza.

Il generale Armando Diaz sostituì il generale Cadorna, a Roma fu costituito un governo di solidarietà nazionale presieduto da Vittorio Emanuele Orlando. L’intero parlamento appoggiò questo governo, l’esercito fu riorganizzato rapidamente, l’avanzata austriaca fu bloccata sul Piave, sull’altipiano Asiago e sul Monte Grappa. Ormai per l’Austria e la Germania non c’erano più speranze.

Il fronte occidentale

Gli anni della guerra – 1918

L’appello di Papa Benedetto XV contro la guerra, l’inutile strage.

1918 Collasso economico di Austria e Germania

Dal punto di vista esclusivamente militare le cose per Austria e Germania non andavano male: le truppe austriache erano avanzate fino al Piave, la Russia si era ritirata con gravi perdete territoriali, il fronte occidentale era fermo.

Ma era dal punto di vista delle risorse che Austria e Germania non ce la facevano più: le campagne erano state abbandonate, le materie prime mancavano, il razionamento alimentare aveva colpito anche le truppe. Senza viveri e rifornimenti austriaci e tedeschi furono costretti alla resa.

La conclusione del conflitto

Nella primavera del 1918 gli imperi centrali fecero un ultimo, disperato tentativo di rovesciare il destino della guerra. In Francia l’esercito tedesco riuscì a raggiungere nuovamente la Marna, ma i soldati furono respinti definitivamente dalle truppe francesi e americane oltre che da cannoni, carri armati, aerei.

L’esercito italiano respinse gli attacchi austriaci e ottenne la vittoria decisiva a Vittorio Veneto.

Proseguirono verso Trento e Trieste dove entrarono il 3 novembre. Il 4 Novembre fu firmato l’armistizio con l’Austria.

In Germania la popolazione era stremata, i civili in sciopero. Ottocentomila i morti solo nel 1918. La Germania in rivolta indusse l’imperatore Guglielmo II alla fuga e il 9 novembre venne proclamata la repubblica.

L’11 Novembre la Germania chiese la pace. L’imperatore tedesco e quello austriaco furono costretti ad abdicare.

Tragico bilancio

  • Caduti italiani: 600.000,
  • caduti francesi: 1.400.000,
  • caduti tedeschi: 1.800.000,
  • caduti austro-ungarici: 1.300.000,
  • caduti russi 1.600.000.

Nel primo conflitto mondiale a maggior parte dei caduti furono tra i combattenti: la seconda guerra mondiale sarà invece caratterizzata anche dall’enorme numero di vittime civili.

Purtroppo la fine della Grande Guerra lasciò irrisolti gravissimi problemi che saranno alla radice della Seconda Guerra Mondiale.

La fine del conflitto in Italia

In Italia dopo la disfatta di Caporetto il generale Cadorna era stato sollevato dal suo incarico ed era stato sostituito dal generale Armando Diaz. L’Italia aveva subito una terribile sconfitta ma doveva fare un ulteriore sforzo per superare la crisi e per resistere alla pressione dell’esercito tedesco.

Il governo presieduto da Vittorio Emanuele Orlando attivò delle nuove strategie per accrescere il consenso. Fu riorganizzato l’esercito e si chiamarono a combattere anche i ragazzi del 1899. Le truppe vennero trattate in modo più attento e umano e furono promesse ai soldati premi e vantaggi economici per il dopoguerra. Si promise anche una distribuzione di terre che sarebbe avvenuta alla fine della guerra, in concomitanza con l’agognata vittoria. Le promesse di terre erano molto sentite dai contadini che costituivano la massa dei soldati. Purtroppo tali promesse non furono poi mantenute.

Molte organizzazioni pubbliche e private moltiplicarono gli sforzi per dare appoggio e assistenza ai combattenti alle loro famiglie. Vennero aperti degli uffici di propaganda a cui parteciparono intellettuali e pedagogisti per attivare patriottismo e solidarietà nazionale.

Questi sforzi dietro i loro frutti tanto che nel giugno del 18 venne bloccata l’avanzata degli austriaci sul Piave.

Il 24 ottobre del 1918 l’esercito italiano iniziò il contrattacco, sbaragliò gli austriaci a Vittorio Veneto e il 4 novembre del 1918 fu firmato l’armistizio con l’Austria Ungheria.

Ma come hanno fatto a resistere?

Nell’insieme, nonostante la terribile situazione vissuta dai soldati, nonostante fame e epidemie che provocarono in Francia, Italia e Germania scioperi e sommosse, gli eserciti tennero.

Nel mondo civile crescevano le voci che chiedevano la fine del conflitto:

  • i socialisti iniziarono una massiccia propaganda a favore della pace: conferenza di Zimmerwald;
  • papa Benedetto XV, che si era prodigato per evitare l’ingresso dell’Italia in guerra, chiese la fine dell’inutile strage.

La censura e la repressione di ogni atteggiamento di critica impedirono il dilagare di manifestazioni di rifiuto mentre la propaganda governativa favorì lo sviluppo di un patriottismo nazionale.

Venne sostenuta la convinzione che si stava combattendo una guerra giusta contro un nemico terribile. Questo fece sì che alla solidarietà per i compatrioti di mescolasse l’odio per il barbaro, per l’altro, diverso da noi. E in tutti i paesi rimase la convinzione che si stesse combattendo una sorta di guerra sacra in cui “Dio è con noi”.

Documenti

Leggi e analizza i documenti

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p10_01_00.html

Le eredità della guerra

La grande guerra rappresenta una frattura nella storia del mondo contemporaneo. L’epoca che si era aperta con l’Illuminismo, caratterizzata dalla fiducia nel progresso, si chiude drammaticamente. La belle époque, con i suoi sogni e le sue aspirazioni si chiude bruscamente.

La guerra porta trasformazioni profonde a tutti i livelli: politico, economico e sociale.

Conseguenze politiche

Le conseguenze si registrano in tutto il mondo.

Innanzitutto si assiste alla fine egemonia europea. L’economia mondiale, che dal Settecento ruotava intorno all’Europa in generale e all’Inghilterra in particolare cambia assetto. L’Inghilterra che aveva dominato sui commerci planetari perde definitivamente il suo primato.

Gli Stati Uniti diventano il nuovo cardine dell’economia internazionale.

La produzione industriale negli Stati Uniti è aumentata in maniera esponenziale. Si pensi che negli anni venti, negli USA, si realizza la metà della produzione mondiale.

Infatti gli USA, che avevano aiutato l’Europa durante il conflitto, sia nella prima fase in cui avevano finanziato i diversi stati europei, sia nella seconda in cui erano entrati nel conflitto, avevano acquisito crediti tali da diventare i maggiori creditori mondiali.

Conseguenze sociali

La guerra ebbe un costo umano elevatissimo. L’umanità non si aspettava di registrare un tale carneficina: la grande guerra fu il primo conflitto totale con:

  • 8 milioni e mezzo di soldati caduti, migliaia di militari dispersi,
  • 21 milioni di soldati feriti,
  • un gran numero dei quali rimase invalido nel corpo.

Non dimentichiamo poi gli effetti che la permanenza in trincea, sotto il fuoco nemico, accanto ai cadaveri dei compagni, ebbe sulla psiche dei soldati. – vedi articolo “Scemi di guerra”.

Tutte le popolazioni che abitavano presso le linee del fronte registrarono distruzioni e eccidi diffusi.

Pensate che Il 50 % della popolazione maschile tra 18 e 50 anni venne arruolata e quelli che tornavano portavano cicatrici profondissime.

Tabelle relative ai costi umani della guerra

 L’epidemia di spagnola 1918

Alla fine del primo conflitto mondiale un’altra piaga incise profondamente sulle popolazioni: l’epidemia di Spagnola.

La terribile influenza colpì un terzo della popolazione mondiale e portò alla morte più di 50 milioni di persone nel mondo.

Consideriamo che alla fine del primo conflitto mondiale la popolazione mondiale contava poco più di un miliardo e mezzo di persone e che la spagnola arrivò ad infettare circa 500 milioni di persone.

Conseguenze economiche

I paesi europei, nel corso del quinquennio 1914 – 1919 spesero, in media, quattro volte il valore del loro PIL del 1913. La lunghezza del conflitto e le armi impiegate resero la guerra molto impegnativa, da sostenere, anche economicamente.

Ma in guerra bisognava far fronte a tali spese e gli stati trovarono strategie economiche diversificate per poter affrontare l’emergenza.

Nei vari paesi quindi:

  • venne emessa cartamoneta in eccesso
  • vennero aumentate le imposte
  • venne fatto ricorso a prestiti di guerra sia dai cittadini che dagli USA, per quanto riguarda i paesi dell’Intesa.

La guerra totale è una tipologia di guerra legata al sistema industriale e alla società di massa; il sistema agricolo non avrebbe sopportato tale carico e mai prima d’ora percentuali così alte di popolazione furono coinvolte in un conflitto. Quando la guerra iniziò, nel 1914, tutti erano convinti che si sarebbe trattato di una guerra di breve corso. I governi sapevano che una guerra totale non avrebbe dovuto durare a lungo in quanto il sistema economico ne avrebbe sofferto in modo eccessivo. Ma le cose non andarono così e, al termine del conflitto, i governi dovettero affrontare una serie di problemi economici:

  • l’inflazione causata da eccessiva emissione di moneta,
  • l’indebitamento pubblico,
  • la necessità di riconvertire il sistema dell’industria bellica in civile,
  • la disoccupazione,
  • la necessità del reinserimento sociale e professionale dei reduci di guerra.

Conseguenze istituzionali

La guerra lasciò in eredità una generalizzata crisi di legittimazione delle istituzioni liberali. Prima della guerra i governi rappresentavano gli interessi delle ristrette élite dirigenti, ma il conflitto aveva comportato la maturazione di una coscienza collettiva. Gli uomini che Avevano combattuto per la patria e le donne che avevano garantito la produzione a livello industriale e agricolo, lavorando dove prima della guerra c’erano solo uomini, divennero consapevoli del loro ruolo sociale.

Le donne, entrate in massa nel mondo del lavoro a sostituire gli uomini in guerra, avevano acquisito autonomia e indipendenza economica.

Vedi le donne e la Grande Guerra

La crisi del ceto medio

Il disagio sociale ed economico che dilagava portò ad un progressivo rafforzamento del sistema operaio che sfociava spesso in intensi conflitti e in decise rivendicazioni sindacali.

Il gruppo sociale che si trovava nella situazione più critica era il ceto medio. Senza sicurezze economiche e senza più un ruolo sociale riconosciuto, senza rappresentazione e organizzazione politica covava un forte risentimento. Gli esponenti del ceto medio, impiegati, studenti, intellettuali, che durante la guerra erano stati ufficiali o sottoufficiali, erano tornati a casa e oltre a non avere talvolta un lavoro, non avevano più nessun ruolo sociale. Inoltre i loro stipendi subivano gli svantaggi della crescente inflazione. Il risentimento dei ceti medi era indirizzato sia verso gli operai che verso gli imprenditori.

Infatti da un lato gli operai, fortemente sindacalizzati, ottenevano concessioni dai governi e dagli imprenditori, dall’altro i finanzieri e gli speculatori si erano arricchiti con la guerra. Essi invece non avevano alcuna possibilità di ottenere alcun riconoscimento sociale ed economico.

In questa fase di tensione crescente si diffondono ideologie nazionalistiche che contestano la capacità delle vecchie istituzioni liberali di rappresentare gli interessi collettivi e che rifiutano una politica basata sulla mediazione e sul compromesso. Si sviluppano sia movimenti nazionalistici radicali sia movimenti sindacali e socialisti rivoluzionari.

Il clima culturale e politico aveva esaltato lo spirito di Crociata e la demonizzazione del nemico. Non dobbiamo dimenticare che durante la prima guerra si affinano gli strumenti di comunicazione nella società di massa. Durante la guerra erano state perfezionate tecniche di manipolazione e di controllo dell’opinione pubblica che saranno sempre più utilizzate nel corso del secolo.

Risonanza bolscevica

Nel 1917 la Russia era uscita dalla guerra e una rivoluzione stava trasformando radicalmente la terra degli zar. In Europa si guarda con estrema diffidenza ai movimenti bolscevichi, ma il movimento operaio invece vede in tale rivoluzione la praticabilità di un sistema rivoluzionario socialista.

Lenin vuole unificare le organizzazioni rivoluzionarie europee in vista dell’estensione della rivoluzione bolscevica. Inizialmente comprende diversi orientamenti (socialisti, comunisti anarchici, sindacalisti rivoluzionari) ma col 1920 diventa organizzazione internazionale partiti comunisti, un’organizzazione centralizzata subordinata al partito comunista dell’URSS.

La Russia diventa ben presto il mito politico per il mondo socialista. Tra il 1919 il 1921 la Russia diventò un «mito politico» e portò lo spauracchio della rivoluzione bolscevica in tutti i paesi europei.

Ora noi sappiamo che il pericolo di una rivoluzione bolscevica europea non era reale, ma allora la paura dilagava e il mito della Russia bolscevica incise pesantemente sulle scelte politiche dei diversi paesi europei.

Come evolvette la crisi in Europa?

Gli stati dove erano radicate le politiche liberali (Francia e Inghilterra) conservano istituzioni liberali, mentre gli stati più fragili o di recente formazione percorreranno soluzioni autoritarie.

Impossibile pace

Anche se la guerra si era conclusa, la pace fu impossibile. La posta in gioco della Grande Guerra era stata altissima perché ognuno voleva la vittoria totale sul nemico. Questa non fu una guerra di conquista, fu una guerra di potere in cui ognuno voleva che l’altro soccombesse, anche per questo possiamo dire che fu una guerra totale.

Era stata una guerra totale, che aveva coinvolto le masse e aveva costruito al cultura del nemico. La mentalità europea era pervasa da fantasmi, paure, odi, alimentati durante la guerra e che ora dominavano le menti di tutti.

Un tale atteggiamento non è sicuramente favorevole per riallacciare la relazioni tra i diversi stati europei. Inoltre possiamo affermare che non poteva avere una soddisfacente conclusione sul piano diplomatico perché le trattative di pace furono condotte dai vincitori secondo un’ottica nazionalistica.

I quattordici punti di Wilson

Gli Usa sono realmente l’unica nazione vincitrice, l’unica nazione che no ha avuto grosse perdite, ma che ha avuto incredibili vantaggi dal conflitto europeo. Inoltre gli Usa si pongono con un atteggiamento evidentemente più costruttivo e pacifico rispetto alla rissosa Europa. Nel gennaio del 1918 il presidente americano illustra al Congresso americano il suo programma di pace in 14 punti per evitare il ripetersi di altri massacri. Wilson dà al suo intervento una connotazione politico morale

1 – Pubblici trattati di pace, stabiliti pubblicamente e dopo i quali non vi siano più intese internazionali particolari di alcun genere, ma solo una democrazia che proceda sempre francamente e in piena pubblicità.

2 – Assoluta libertà di navigazione per mare, fuori delle acque territoriali, così in pace come in guerra, eccetto i casi nei quali i mari saranno chiusi in tutto o in parte da un’azione internazionale, diretta ad imporre il rispetto delle convenzioni internazionali.

3 – Soppressione, per quanto è possibile, di tutte le barriere economiche ed eguaglianza di trattamento in materia commerciale per tutte le nazioni che consentano alla pace, e si associno per mantenerla.

4 – Scambio di efficaci garanzie che gli armamenti dei singoli stati saranno ridotti al minimo compatibile con la sicurezza interna.

5 – Regolamento liberamente dibattuto con spirito largo e assolutamente imparziale di tutte le rivendicazioni coloniali, fondato sulla stretta osservanza del principio che nel risolvere il problema della sovranità gli interessi delle popolazioni in causa abbiano lo stesso peso delle ragionevoli richieste dei governi, i cui titoli debbono essere stabiliti.

6 – Evacuazione di tutti i territori russi e regolamento di tutte le questioni che riguardano la Russia… Il trattamento accordato alla Russia dalle nazioni sorelle nel corso dei prossimi mesi sarà anche la pietra di paragone della buona volontà, della comprensione dei bisogni della Russia, eccezion fatta dai propri interessi, la prova della loro simpatia intelligente e generosa.

7 – Il Belgio dovrà essere evacuato e restaurato, senza alcun tentativo per limitarne l’indipendenza di cui gode al pari delle altre nazioni libere.

8- Il territorio della Francia dovrà essere completamente liberato e le parti invase restaurate. Il torto fatto alla Francia dalla Prussia nel 1871, a proposito dell’Alsazia–Lorena, torto che ha compromesso la pace del mondo per quasi 50 anni, deve essere riparato affinché la pace possa essere assicurata di nuovo nell’interesse di tutti.

9 – Una rettifica delle frontiere italiane dovrà essere fatta secondo le linee di demarcazione chiaramente riconoscibili tra le due nazionalità.

10 – Ai popoli dell’Austria–Ungheria, alla quale noi desideriamo di assicurare un posto tra le nazioni, deve essere accordata la più ampia autonomia.

11 – La Romania, la Serbia ed il Montenegro dovranno essere evacuati, i territori occupati dovranno essere restaurati; alla Serbia sarà accordato un libero e sicuro accesso al mare, e le relazioni specifiche di alcuni stati balcani dovranno essere stabilite da un amichevole scambio di vedute, tenendo conto delle somiglianze e delle differenze di nazionalità che la storia ha creato, e dovranno essere fissate garanzie internazionali dell’indipendenza politica ed economica e dell’integrità territoriale di alcuni stati balcanici.

12 – Alle regioni turche dell’attuale impero ottomano dovrà essere assicurata una sovranità non contestata, ma alle altre nazionalità, che ora sono sotto il giogo turco, si dovranno garantire un’assoluta sicurezza d’esistenza e la piena possibilità di uno sviluppo autonomo e senza ostacoli. I Dardanelli dovranno rimanere aperti al libero passaggio delle navi mercantili di tutte le nazioni sotto la protezione di garanzie internazionali.

13 – Dovrà essere creato uno stato indipendente polacco, che si estenderà sui territori abitati da popolazioni indiscutibilmente polacche; gli dovrà essere assicurato un libero e indipendente accesso al mare, e la sua indipendenza politica ed economica, la sua integrità dovranno essere garantite da convenzioni internazionali.

14 – Dovrà essere creata un’associazione delle nazioni, in virtù di convenzioni formali, allo scopo di promuovere a tutti gli stati, grandi e piccoli indistintamente, mutue garanzie d’indipendenza e di integrità territoriale.

La proposta di Wilson era decisamente innovativa, ma difficile da applicare a causa della presenza di stati multietnici, a causa degli egoismi nazionali e degli ingenti possedimenti coloniali europei.

I Trattati di Versailles

trattato di Versailles, anche detto patto di Versailles, è uno dei trattati di pace che pose ufficialmente fine alla prima guerra mondiale. Fu stipulato nell’ambito della conferenza di pace di Parigi del 1919 e firmato da 44 Stati il 28 giugno 1919 a Versailles, in Francia.

È suddiviso in 16 parti e composto da 440 articoli. 

Per volontà della Francia, immemore di quanto accaduto un secolo prima, furono ammessi a definire i trattati di pace solamente Usa, Francia, Inghilterra, Italia con un ruolo secondario. Germania, Austria ed Ungheria non furono ammessi alla “conferenza”, ma si limitarono a firmare il trattato finale il 28 giugno, dopo le minacce, da parte dei vincitori, di una ripresa della guerra se non lo avessero fatto.

Venne fondata una Società delle Nazioni, ma non vi aderirono né gli USA, perché il nuovo presidente non aderì, né Giappone, Russia, Germania. Divenne quindi uno strumento che curava solo gli interessi anglofrancesi.

Gli Stati Uniti d’America non ratificarono mai il trattato.

Le elezioni del 1918 avevano visto la vittoria del Partito Repubblicano, che prese il controllo del Senato e bloccò due volte la ratifica (la seconda volta il 19 marzo 1920), alcuni favorivano l’isolazionismo e avversavano la Società delle Nazioni.

Ne conseguì che gli USA non si unirono mai alla Società delle Nazioni e in seguito negoziarono una pace separata con la Germania.

L’obiettivo dei trattati di pace era quello di ridisegnare carta politica d’Europa dopo il crollo dell’impero ottomano, dell’impero russo, dell’impero austroungarico e della neonata Germania.

Il ridimensionamento dell’Austria. In rosso il tratteggio dei confini dell’Impero asburgico nel 1914.

Al posto dei vecchi imperi russo, tedesco e austroungarico, si crearono nuovi stati multietnici.

Punizione della Germania

L’umiliazione che la Francia aveva subito durante la guerra franco prussiana, la pesante sconfitta a Sedan, la perdita di Alsazia e Lorena si fecero sentire ancora, nonostante fossero passati più di cinquant’anni. Fu così che la Germania venne punita pesantemente sia in termini territoriali che economici.

Molte delle terre furono cedute:

La cessione alla Francia dei bacini della Saar era temporanea, come temporanea era l’occupazione alleata di Renania e Palatinato. Inoltre la Germania fu costretta a smilitarizzare la riva sinistra del Reno, a ridurre l’esercito a soli 100.000 uomini. Le colonie germaniche vennero spartite tra i vincitori.

Ma se questo non bastava alla Germania fu imposto un risarcimento dei danni di guerra calcolato in 132 miliardi di marchi d’oro, una cifra spropositata che sarà pagata solo in parte.

Con questi trattati la Germania perde:

  • 13% del territorio,
  • 10% della popolazione,
  • 75% dei giacimenti di ferro,
  • I centri industriali di Alsazia, Lorena e Slesia.
L’assetto europeo dopo la grande guerra

Gli altri paesi europei

  • L’Austria divenne un piccolo stato con circa sei milioni di abitanti, con una grande capitale, Vienna. All’Austria fu impedito di unirsi alla Germania
  • L’Ungheria rimase indipendente e cedette la Transilvania alla Romania.
  • La nuova Cecoslovacchia unisce la Boemia, area industrializzata, alla Slovacchia, terra a vocazione agricola. Inoltre incorpora i Sudeti, una regione di lingua tedesca su cui presto Hitler indirizzerà i suoi interessi.
  • La Jugoslavia è un regno serbo-croato-sloveno. Il nome significa “slavi del Sud” è un nuovo regno multietnico.
  • L’Italia annette Trento, Bolzano, Trieste, Istria. La città di Fiume però non è italiana e in questa città si giocherà, l’anno successivo l’avventura di Gabriele D’Annunzio, definita l’Impresa fiumana.
  • L’Impero ottomano è ridotto pesantemente al solo territorio della Turchia.
  • La Finlandia e le repubbliche baltiche sono indipendenti.
  • La Romania è ampliata.
  • La Polonia viene ricreata come grande stato sovrano multietnico che avrà breve corso, sempre per le mire espansionistiche di Hitler.

Minoranze

In seguito alla risistemazione geopolitica 10.000.000 di persone si trovarono sradicate, espulse, esuli, profughi, apolidi (esseri umani sprovvisti di cittadinanza e protezione)

  • Tedeschi – espulsi dai territori dell’Ex impero tedesco
  • Ungheresi – dovettero lasciare Cecoslovacchia, Romania, Jugoslavia
  • Polacchi – trasferiti nel nuovo stato polacco
  • Armeni – scampati dal genocidio del 1915 lasciano la Turchia
  • Russi e Ucraini scappano dalla guerra civile
  • Greci ortodossi espulsi dalla Turchia
  • Turchi espulsi dalla Grecia

Domande

Rispondi alle seguenti domande. Quali furono le conseguenze della guerra

  • per l’Europa in generale
  • Per la Gran Bretagna
  • Per gli USA
  • Per la popolazione europea
  • Per la Germania
  • Per la Polonia
  • Quali furono le proposte di Wilson? Cosa avrebbero favorito? Perché non furono accettate?
  • Quale atteggiamento assunsero Francia e Gran Bretagna durante le trattative di pace?

Scemi di guerra

Sindrome da shock post – traumatico

Filmografia

Uomini contro è un film del 1970 diretto da Francesco Rosi, liberamente ispirato al romanzo di Emilio Lussu “Un anno sull’Altipiano”. 

La grande guerra – è un film del 1959 diretto da Mario Monicelli, prodotto da Dino De Laurentiis e interpretato da Alberto Sordi e Vittorio Gassman.

Torneranno i prati è un film del 2014, l’ultimo scritto e diretto da Ermanno Olmi. In concomitanza con le celebrazioni del centenario della prima guerra mondiale Olmi decise di realizzare un film ambientato nelle trincee sull’Altopiano di Asiago, luogo teatro di sanguinose battaglie e località ove il regista viveva. Il film è liberamente ispirato al racconto La paura (1921) di Federico De Roberto.

Joyeux Noël – Una verità dimenticata dalla storia è un film del 2005 diretto da Christian Carion. Pellicola con soggetto e sceneggiatura ad opera dello stesso regista Carion, incentrata sulla tregua di Natale del 1914, durante la prima guerra mondiale, fra soldati di trincea tedeschi, francesi e britannici.

Fonti

http://www.grandeguerra.rai.it/articoli/la-rai-per-il-centenario-della-prima-guerra-mondiale/22698/default.aspx

http://www.maxplanck.it/ipertesti/SVILUPPO%20TECNICO-SCIENTIFICO%20E%20GUERRE%20NEL%20’900%20/dedalus900/mappe/guerra/tabelle/costoumano.htm

https://www.epicentro.iss.it/passi/storiePandemia

https://it.wikipedia.org/wiki/Influenza_spagnola

https://www.lightquiz.com/images/Mappa-dell-Europa-nel-1923-620.jpg

Fossati, Luppi, Zanette, Parlare di Storia, Mondadori

Calvani, Una storia per il futuro, Mondadori scuola