Gabriele d’Annunzio è uno scrittore, poeta, drammaturgo, militare, politico, giornalista, pubblicitario italiano. È considerato uno dei simboli del decadentismo italiano. Ha combattuto la prima guerra mondiale e nel 1924 è stato insignito dal Re Vittorio Emanuele III del titolo di “Principe di Montenevoso

Perché è famoso?

  • Gabriele d’Annunzio ha saputo esprimere sia i miti che le contraddizioni della moderna società di massa. 
  • Nella sua vita e nelle sue opere ha dato voce a un sogno collettivo di un “vivere inimitabile”. 
  • Con le sue opere il Poeta fu interprete del sentimento della decadenza,  dell’ossessione della vita che fugge e del tempo che corrompe e distrugge ogni cosa.

Gabriele d’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863 da Francesco D’Annunzio e Luisa de Benedictis. Gabriele è il terzo di cinque fratelli. Fin dalla più tenera età emerge la sua grande intelligenza e la sua precocissima capacità amatoria.

Il giovane d’Annunzio

Frequenta il reale collegio Cicognini di Prato, un costoso convitto celebre per severità e rigore. Gabriele è un allievo irrequieto, ribelle e insofferente alle regole collegiali, ma è studioso e brillante, molto intelligente e deciso a primeggiare.

Nel 1879 pubblica, a spese del padre, la sua prima opera di poesie intitolata «Primo Vere». che ottenne un’entusiastica recensione critica sulla rivista romana Il Fanfulla della domenica.

Il successo ottenuto dal primo volume di liriche ha fatto di d’Annunzio l’esordiente più ammirato d’Italia. Ma dopo un anno è necessario mantenere tale successo. Il poeta lavora con estremo impegno alla revisione della raccolta ma trova anche un espediente molto efficace per promuovere la sua opera, rivelando già le sue doti di pubblicitario.

Il 13 novembre del 1880 sulla “Gazzetta della Domenica” di Firenze compare un trafiletto, che commuove l’Italia:

«Gabriele d’Annunzio, il giovane poeta già noto nella repubblica delle lettere, di cui si è parlato spesso nel nostro giornale, giorni addietro (5 novembre) sulla strada di Francavilla, cadendo da cavallo per improvviso mancamento di forze, restò morto sul colpo. Fra giorni doveva uscire la nuova edizione del suo “Primo vere”».

La notizia rimbalza dappertutto e le maggiori testate letterarie italiane piangono «quest’ultimogenito delle Muse», «gioia dei suoi genitori amore dei compagni, orgoglio dei maestri». Si tratta di lacrime inutili. Il poeta, infatti, firmandosi con il nome fasullo di G. Rutini, aveva fornito egli stesso con una cartolina la notizia della propria morte.

Mentre giungono da ogni parte a Pescara condoglianze sbigottite e decine di struggenti necrologi compaiono sulla stampa, d’Annunzio ricompare, come se nulla fosse successo, vivo e vegeto, qualche giorno dopo l’uscita della seconda edizione di Primo vere, che naturalmente, sull’onda dell’emozione, aveva riscosso un immediato successo.
Il colpo da maestro della pubblicità è riuscito perfettamente. 
Fonte: https://www.giuntitvp.it/blog/sguardi-al-cuore-della-letteratura/la-falsa-morte-di-un-poeta-promettente/

Al termine degli studi liceali consegue la licenza d’onore; ma prima di tornare a Pescara, si ferma a Firenze, da Giselda Zucconi, detta Lalla, il suo primo vero amore.

Il periodo romano

Nel novembre 1881 D’Annunzio si trasferisce a Roma per frequentare la facoltà di lettere e filosofia, ma si immerge con entusiasmo negli ambienti letterari e giornalistici della capitale, trascurando lo studio universitario. Non riuscirà a concludere l’università.

Qui collabora con alcune delle testate giornalistiche più in voga, specializzandosi in un genere che lo appassiona: la cronaca rosa ed il pettegolezzo. Teatro delle sue cronache erano tutti gli avvenimenti mondani, ricevimenti, feste dove dava sfoggio di sé alimentando l’immancabile gossip che rende più appetitosa ogni cronaca.

Il giovane Gabriele, che non era nobile di origine, entra nei prestigiosi salotti dell’aristocrazia romana, rendendosi famoso per le cronache quotidiane e gli articoli di giornali, articoli che attiravano la curiosità del pubblico e la soddisfazione di chi vi era descritto.

In uno di questi salotti conosce la duchessina Maria Altemps Hardouin di Gallese, figlia dei proprietari di palazzo Altemps. La ragazza era bellissima, bionda ed alta, orgoglio dei suoi genitori. Maria era senza dubbio il più bel partito di Roma. Quando la giovane incontra Gabriele d’Annunzio rimane affascinata. Lei sognava l’amore come lo aveva appreso dall’ambiente letterario ed artistico che con la madre condivideva e la penna e le parole del giovane scrittore fanno breccia nel cuore della fanciulla.

Maria Altemps Hardouin di Gallese https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Maria_Hardouin.jpg

Una fuga d’amore sancisce la loro unione. Il matrimonio, anche se osteggiato da entrambe le famiglie, viene celebrato. Dal matrimonio nascono tre figli.

Qualche anno dopo dirà:

“…a quel tempo amavo la poesia, ma avrei fatto bene a comprare un libro, che mi sarebbe costato assai meno.”

È da segnalare che già in quest’epoca D’Annunzio è perseguitato dai creditori, a causa del suo stile di vita eccessivamente dispendioso.

D’Annunzio si occupa sempre più di cronaca mondane e riacquista entusiasmo artistico e creativo quando incontra ad un concerto il grande amore, Barbara Leoni, ossia Elvira Natalia Fraternali.

La relazione con la Leoni crea molte difficoltà a D’Annunzio. In quel periodo Gabriele vuole dedicarsi alla sua nuova passione, il romanzo. Per allontanare dalla mente le difficoltà familiari, si ritira in un convento a Francavilla dove elabora in sei mesi uno dei suoi romanzi di maggior successo «Il Piacere».

Nel 1893 d’Annunzio deve affrontare un processo per adulterio, che fa aumentare negli ambienti aristocratici, le avversità nei confronti del poeta.

Anche le difficoltà economiche minano la serenità del poeta. Infatti oltre ai debiti da lui contratti si sommano quelli del padre deceduto il 5 giugno 1893. D’Annunzio intensifica il suo lavoro e, tornato alla solitudine del convento elabora il “Trionfo della morte”.

Eleonora Duse

Nel 1882 d’Annunzio aveva incontrato la fascinosa attrice Eleonora Duse. Lui aveva cercato di sedurla e lei lo aveva rifiutato

Nel 1888 la Duse, dopo aver recitato nei panni della “Signora delle camelie”, rientrando in camerino viene fermata da un giovanotto esile ed elegante

Il loro amore sboccia nel corso degli anni 90. Il legame che i due creano è fatto di amore e di lavoro ed è caratterizzato da periodi di vicinanza e collaborazione e altri di crisi e rotture.

Nel 1898 d’Annunzio affittò una villa trecentesca nei pressi di Firenze la Capponcina, per avvicinarsi a lei.

La rottura fu poi inevitabile, ma la Duse ispirò una parte molto importante dell’opera dannunziana, tale da essere la musa ispiratrice della raccolta poetica Alcyone, la più celebre delle raccolte poetiche dannunziane. Infatti, durante la loro relazione, d’Annunzio scriveva circa 6000 versi al mese.

Alessandra di Rudinì

Dopo la rottura con la Duse il poeta ospita alla Capponcina un’altra donna, Alessandra di Rudinì, vedova Carlotti, con la quale instaura un tenore di vita oltremodo lussuoso e mondano, trascurando l’impegno letterario.

Alessandra Carlotti di Rudinì – immagine di Marzamemi2014 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=64056088

Dopo la rottura con la Duse il poeta ospita alla Capponcina un’altra donna, Alessandra di Rudinì, vedova Carlotti, con la quale instaura un tenore di vita oltremodo lussuoso e mondano, trascurando l’impegno letterario.

Questa nuova relazione favorisce lo snobismo del poeta. Vivendo al di sopra delle sue possibilità d’Annunzio si trova sempre più indebitato al punto di dover fuggire per evitare i creditori.

La sua bella Nike, così era denominata Alessandra Di Rudinì, nel maggio del 1905 Alessandra si ammala gravemente, travolta dal vizio della morfina: D’Annunzio la assiste affettuosamente ma, dopo la sua guarigione, la abbandona. Lo choc per Nike è enorme, tanto che decide di ritirarsi a vita conventuale.

Viaggio in Francia

Le immense difficoltà economiche costringono D’Annunzio ad abbandonare l’Italia e a recarsi nel marzo 1910 in Francia. In Italia era assediato dai creditori, in Francia viene accolto con tutti gli onori dal mondo intellettuale francese. Anche sul fronte femminile d’Annunzio riscuote buoni successi: la giovane russa Natalia Victor de Goloubeff, la pittrice Romaine Brooks, la bellissima danzatrice statunitense Isadora Duncan, la danzatrice Ida Rubinstein, a cui dedica il dramma “Le martyre de Saint Sébastien”, musicato in seguito dal superbo genio di Debussy.

Anche se residente in Francia il poeta resta attivo in Italia: continua a collaborare con “Il Corriere della sera” di Luigi Albertini, dove fra l’altro sono state pubblicate le “Faville del maglio”.

L’esilio francese è stato artisticamente proficuo. Qui si dedica ad opere teatrali e anche cinematografiche.

Allo scoppio della prima guerra si conclude il suo soggiorno francese. La guerra è  considerata da D’Annunzio l’occasione perfetta per esprimere, attraverso l’azione, gli ideali superomistici ed estetizzanti, affidati, sino ad allora, alla produzione letteraria.

D’Annunzio in guerra

Il 14 maggio del 1915 Gabriele d’Annunzio rientra in Italia, inviato dal governo italiano a inaugurare il monumento dei Mille a Quarto, vicino a Genova. Il suo discorso di inaugurazione gli dà l’occasione per fare una orazione interventista e antigovernativa.

La sua voce si unisce quindi al coro urlante degli interventisti. Quando poi l’Italia dichiara guerra all’impero Austro-ungarico, d’Annunzio, non più giovane, vuole arruolarsi. Ma non è più giovane, ormai ha già 52 anni, e quindi si cerca d’impedirglielo, adducendo limiti d’età. la realtà è che l’imprevedibile d’Annunzio fa paura: si temono le sue iniziative. Della sua richiesta si interessa Antonio Salandra, il Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, e così Gabriele può rivestire la sua vecchia divisa di tenente di cavalleria. Viene assegnato al Quartier Generale del Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata; qui ha anche la possibilità di decidere le imprese in cui cimentarsi.

Le prime imprese

Gabriele D’Annunzio, a sinistra, si prepara al volo con il capitano Ermanno Beltramo (a destra) – https://espresso.repubblica.it/opinioni/dentro-e-fuori/2018/04/27/news/il-fante-ungaretticontro-d-annunzio-1.321089

Il volo su Trieste

Volare su Trieste con uno dei primi aerei di legno e tela diviene presto il suo pensiero dominante. Unitosi al tenente pilota Giuseppe Miraglia, a bordo di un apparecchio, il 7 agosto lancia sulla città manifestini tricolori rincuoranti le popolazioni in attesa: «Coraggio, fratelli! Coraggio e fede! Vi state avvicinando alla fine del vostro martirio».

Il volo su Trento

Il 20 settembre vola sopra la città di Trento e lancia dei volantini che proclamano: «Oggi il pugno bronzeo di Dante si stringe sul tuo capo chino, o popolo di Trento. Sorgi e leva lo sguardo… Il nostro amore, armato di tutto punto, avanza contro la compattezza delle tue rocce e dei tuoi ghiacciai…».

In seguito vola ripetutamente sul Trentino, sul Carso, sulla costa istriana, su Pola, insieme con piloti coraggiosi. In questo periodo inventa un grido che è destinato a diventare famoso in tutto il Paese nel periodo fascista: «Eja, eja, alalà»,

La morte in guerra è uno spettacolo comune, ma resta uno spettacolo a cui è difficile abituarsi. D’Annunzio soffre alla morte del suo pilota Giuseppe Miraglia e davanti alla sua salma, all’ospedale della Marina, a Venezia scrive questi passi.

Sopra un lettuccio a ruote è disteso il cadavere. La testa fasciata. La bocca serrata. L’occhio destro offeso, livido. La mascella destra spezzata… Il viso olivastro; una serenità insolita nell’espressione.

L’incidente aereo

La morte sfiora anche lo stesso Gabriele, nel gennaio del 1916. Si stava preparando a sorvolare Trieste assieme a Luigi Bologna. Il tempo è cattivo ed il motore dell’apparecchio non in perfetta efficienza. Ad un tratto, abbassatosi troppo, l’aereo finisce contro un banco di sabbia, nei pressi di Grado. Il poeta è sbalzato dal sedile, nella caduta va a battere l’occhio e la tempia destra contro la mitragliatrice di prua.

D’Annunzio sviene e viene portato in ospedale. per il suo carattere irruente vorrebbe rimettersi in azione senza sottoporsi alle cure opportune. Ma la vista peggiora e l’occhio destro è perduto. Per non perdere anche quello sinistro, deve stare in assoluto riposo.

L’immobilità imposta e l’oscurità che lo avvolge lo portano a creare un altro capolavoro letterario. In questo periodo compone il “Notturno, il Commentario delle tenebre“: scrive le sue riflessioni su striscioline di carta che gli premettono di scrivere alla cieca.

«Ho gli occhi bendati» scrive con mano malferma; «sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi… Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga.
Ho tra le dita un lapis scorrevole…
Sento in tutta la mia attitudine la rigidità di uno scriba egiziano scolpito nel basalto…
Sotto la benda il fondo del mio occhio ferito fiammeggia come il meriggio estivo di Bocca d’Arno…
Non ho difesa di palpebre né altro schermo.
Il tremendo ardore è sotto la mia fronte, inevitabile…
Il sudore salso mi cola fin nella bocca misto alle lacrime delle ciglia compresse.
Ho sete.
Domando un sorso d’acqua.
L’infermiera me lo nega, perché m’è vietato di bevere.
“Tu ti disseterai nel tuo sudore e nel tuo pianto”.
Il lenzuolo aderisce al mio corpo come quello che involge l’annegato stillante di sale, tratto alla riva e deposto su la sabbia sinché non venga qualcuno a riconoscerlo, a chiudergli le palpebre schiumose e a ululare sul suo silenzio…».
 

Bombardamento di Parenzo

Il processo di guarigione è lento; ma appena il poeta è in grado di uscire, ritorna all’azione. L’occhio destro è perso; nonostante questo il 13 settembre si getta al bombardamento aereo di Parenzo insieme al pilota Luigi Bologna. Lui è esperto e si muove sicuro anche in mezzo alla foschia.

D’Annunzio racconta che quando giungono a tiro ….
«tolsi le spine dalle mie bombe da gamba, e cercai di ridurre al silenzio il nemico e la mia sorte… Quando calammo nel canale di Sant’Andrea e rimontammo lo scivolo, mi parve che i miei giovani compagni aspettanti, nel sollevarmi sopra le loro spalle, mi esaltassero alla cima della loro gioventù e all’apice delle loro ali. Ero rinato».
Quest’impresa gli vale la citazione dal Ministero della Marina.

La vita in trincea

Da allora, fino all’estate del 1917, il poeta condivide con i fanti la vita di trincea: gli piace mettersi a contatto con gli umili, sentirne l’anima rude e semplice, specialmente se gli accade di incontrarsi con qualcuno della sua terra. Questo è uno dei suoi racconti.

«Una volta eravamo su per il Veliki, all’assalto. I fanti mordevano l’azzurro. Ma l’azzurro mi rosseggiava.
Mi pareva che tutti avessero il mio cuore per insegna vermiglia.
Ed ecco, odo alla mia sinistra un accento d’Abruzzo, un suono di terra natale.
Il linguaggio natale mi rifluisce alla gola, alle labbra.
Chiamo, grido, interrogo.
M’è risposto.
M’è dato il rude e fiero tu paesano e romano.
“E tu chi si’? E tu chi sei?”.
“I’ so’ d’Annunzio”.
“Tu si’ d’Annunzie? Gabbriele!”.
Lo stupore spalancava la bocca al piccolo fante.
“E chi st’ fa’ a ècche? Vàttene! Vàttene! Si i’ me more, n’n è niende. Ma si tu te muore, chi t’arrefà?».

Molte altre sono le battaglie in cui si distingue e le imprese che compie. Sarà promosso prima capitano e poi maggiore.

Le sue imprese sono viste in modi diversi: da un lato mostrano puro e disinteressato eroismo, dall’altro la bramosia di innalzare la propria personalità, la sua autocelebrazione. Bisogna ricordare che comunque d’Annunzio ha coraggio da vendere e la sfida lanciata al pericolo e alla morte non è retorica.

Questo non toglie che il poeta vuole che la gloria sia clamorosa e abbagliante, per ricavarne il massimo profitto d’immagine.

Dopo la disfatta di Caporetto d’Annunzio sente che tocca a lui infondere coraggio nei giovani della classe 1899, i diciottenni chiamati a vestire la divisa per fermare il nemico che sta invadendo il Veneto.

Bisogna tener duro, «non piegare d’un’ugna»; non basta versare il sangue, non basta offrirsi, non basta morire: bisogna «vivere e combattere, vivere e resistere, vivere e vincere».

La beffa di Buccari

Nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, Gabriele d’Annunzio compie la sua impresa più eroica la «Beffa di Buccari». Lo scopo dell’impresa è quello di infliggere un grave colpo alla Marina Austriaca, nei porti dell’Adriatico.

I protagonisti della beffa Buccari – Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3792426

A notte fonda, su tre piccole motosiluranti (i MAS 94, 95 e 96), gli ideatori dell’impresa, Gabriele d’Annunzio, Costanzo Ciano (padre di Galeazzo Ciano), Luigi Rizzo ed Andrea Ferrarini, si avventurano nelle acque nemiche penetrando nella piccola baia di Buccari, presso Pola.

Lì è stata segnalata la presenza di navi da guerra nemiche. È un rifugio che sembra inattaccabile perché è difeso da potenti artiglierie costiere ed è sbarrato da catene e reti subacquee. Solo un’azione di sorpresa, compiuta da uomini audaci, può raggiungere il successo.

È passata da poco la mezzanotte. Superata Pola, le tre piccole imbarcazioni penetrano nella baia di Buccari, in casa del nemico. Non ci sono navi militari, solo mercantili. I tre decidono di lanciare comunque la loro sfida scagliando i siluri contro quattro navi mercantili; le reti di protezione riducono i danni, ma un piroscafo rimane danneggiato. Per completare l’impresa, gli incursori portano tre bottiglie avvolte in nastri tricolori con dentro un cartello arrotolato. Questo il testo.

«In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile.
E un buon compagno, ben noto – il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro – è venuto con loro a beffarsi della taglia».

La batteria del porto s’illumina al loro passaggio, ma tace. Il nemico è disorientato: non crede possibile tanta temerarietà – le armi di d’Annunzio e dei suoi compagni non sono che due mitragliatrici a prua ed una a poppa.

D’improvviso, quando sono all’altezza di Prestenizze, da qualche posto di vedetta scoppia un tiro di fucileria. Non piegano il capo, rispondono agli spari solo con facezie e invece che accelerare l’andatura, la rallentano. Accendono addirittura il fanale di poppa, per esser visto da una delle tre siluranti, rimasta indietro. Ma non sanno dove sia, non lo vedono nella grande oscurità: allora decidono d’invertire la rotta per tornare indietro a cercarla.

Sprezzanti del pericolo passano nuovamente davanti a Prestenizze, si ricacciano nella morsa del nemico che tace ancora. Quando i siluranti tornano indietro, passando per la quarta volta gli sbarramenti, ridono delle sentinelle sbalordite.

«La nostra piccola bandiera quadrata si muove come una mano che faccia un cenno continuo.
Ha il rosso rivolto verso l’Italia, che mi par di rivedere in sogno, simile a un grappolo premuto o a un cuore pesto.
Ho l’amaro del sale in bocca, come quando nel buio la lacrimazione dell’occhio infiammato mi scendeva fino alla connessura delle labbra arse.
L’alba non è eguale per tutti.
Dall’Italia navighiamo verso l’Italia».

I danni procurati al nemico sono risibili, ma l’impresa di Buccari ha una grande risonanza in Italia, in una fase della guerra in cui gli aspetti psicologici sono sempre più importanti. L’Italia che si sta riorganizzando dopo il disastro di Caporetto, si rinvigorisce all’eco nell’impresa, si risolleva lo spirito della popolazione e dei soldati impegnati sul Piave.

Il volo su Vienna

Gabriele d’Annunzio ha pensato di fare un volo su Vienna già nel 1915. Non ha mai potuto effettuarlo sia perché i Comandi ritengono impossibile fare un volo di mille chilometri, di cui ottocento su territorio nemico, con velivoli che erano dotati di scarsa autonomia.

Ma il poeta non si arrende e il 4 settembre del 1917 d’Annunzio compie un volo di dieci ore senza particolari problemi. Dimostra così che l’impresa è possibile. Il 9 agosto 1918 otto ricognitori della squadriglia «La Serenissima», aerei veloci e con grande autonomia, partono alle 5:50 del mattino.

Nonostante le sfavorevoli condizioni atmosferiche, arrivano sopra Vienna, si abbassano a meno di ottocento metri e cominciano a lanciare centinaia di migliaia manifestini tricolori. Due erano i testi scritti sui volantini.

In questo mattino d’agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata e luminosamente incomincia l’anno della nostra piena potenza, l’ala tricolore vi apparisce all’improvviso come indizio del destino che si volge.
Il destino si volge.
Si volge verso di noi con una certezza di ferro.
È passata per sempre l’ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta.
La vostra ora è passata.
Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina e predominerà sino alla fine.
I combattenti vittoriosi del Piave, i combattenti vittoriosi della Marna lo sentono, lo sanno, con una ebbrezza che moltiplica l’impeto.
Ma, se l’impeto non bastasse, basterebbe il numero; e questo è detto per coloro che usano combattere dieci contro uno.
L’Atlantico è una via che già si chiude; ed è una via eroica, come dimostrano i nuovissimi inseguitori che hanno colorato l’Ourcq di sangue tedesco.
Sul vento di vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremmo osare e fare quando vorremo, nell’ora che sceglieremo.
Il rombo della giovane ala italiana non somiglia a quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino.
Tuttavia la lieta audacia sospende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o Viennesi.
Viva l’Italia!
Questo il testo scritto in italiano da Gabriele d’Annunzio. Il testo piuttosto prolisso e involuto era impossibile da tradurre in tedesco.
VIENNESI!
Imparate a conoscere gli Italiani.
Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate.
Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà.
Noi Italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne.
Noi facciamo la guerra al vostro Governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele Governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d’odio e d’illusioni.
VIENNESI!
Voi avete fama di essere intelligenti.
Ma perché vi siete messi l’uniforme prussiana?
Ormai, lo vedete, tutto il mondo s’è volto contro di voi.
Volete continuare la guerra?
Continuatela, è il vostro suicidio.
Che sperate?
La vittoria decisiva promessavi dai Generali Prussiani?
La loro vittoria decisiva è come il pane dell’Ucraina: si muore aspettandola.
POPOLO DI VIENNA, pensa ai tuoi casi. Svegliati!
VIVA LA LIBERTÀ!
VIVA L’ITALIA!
VIVA L’INTESA!».
Su altri volantini fu stampato questo testo, più semplice e immediato, di Ugo Ojetti, che fu tradotto in tedesco. Fonte https://www.ilpost.it/2018/08/09/volo-vienna-dannunzio/

Sono le 9.20 del mattino. Dagli aerei gli aviatori vedono con chiarezza la popolazione che si riunisce nelle strade, vede il suo fermento. Ma nessun colpo viene sparato dalla contraere. Due caccia austriaci che hanno avvistato la formazione si affrettano ad atterrare per avvertire il Comando, ma non vengono creduti.

I manifestini lanciati sulla città vengono conservati dai Viennesi, in un momento in cui la fame ha stremato anche i cittadini austriaci.

Nel viaggio di ritorno gli aerei volano su Wiener-Neustadt, Graz, Lubiana e Trieste. La pattuglia rientra al campo di aviazione alle 12,40; manca un velivolo, costretto ad atterrare per un guasto al motore.

Il volo diventa ben presto leggenda. Fa enorme impressione anche nemici, sia per l’audacia dell’azione, sia per lo spirito cavalleresco degli Italiani che hanno lanciato manifestini, anziché bombe, sulla popolazione inerme. Gli Austriaci avevano più volte bombardato città italiane, uccidendo dei civili.

A Vienna aspre critiche che giungono da ogni parte contro le autorità. La popolazione non era stata avvisata prima: cosa sarebbe accaduto ai viennesi se gli italiani avessero lanciato bombe invece che volantini?

Anche il volo su Vienna, come la Beffa Buccari, fu militarmente irrilevante. Produce però un’enorme impressione in Italia e nel mondo.

Il 3 novembre, le truppe italiane entrano in Trento e in Trieste; il giorno dopo, l’Austria firma l’armistizio. Nell’esultanza il poeta eleva un encomio altissimo al «Re Vittorioso», e invia alla «Gazzetta del Popolo» di Torino un telegramma.

[ … ] Non ho mai sentito tanto profondo l’orgoglio di essere italiano.
Fra tutte le nostre ore storiche, questa è veramente la più alta. [ … ] Solo oggi l’Italia è grande, perché solo oggi l’Italia è pura fra tante bassezze di odii, di baratti, di menzogne. [ … ]

L’impresa di Fiume

Premesse

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, l’Italia era ancora legata agli Imperi centrali dalla Triplice alleanza. Il trattato però aveva valore esclusivamente difensivo: l’impegno dei firmatari scattava solo in caso di aggressione ai danni di uno dei suoi contraenti da parte di un altro Stato.

Allo scoppio della Grande guerra, l’Italia si era proclamata neutrale, ma nel 15, dopo trattative segrete con entrambe le parti, il 26 aprile 1915 fu firmato il trattato di Londra, all’insaputa del Parlamento. L’Italia si impegnò così a entrare in guerra, contro la Germania e l’Impero austroungarico, entro un mese. In cambio l’Italia avrebbe ottenuto:

  • il Trentino e l’Alto Adige,
  • l’Istria con l’esclusione di Fiume, che nel Patto di Londra l’Italia aveva concesso alla Croazia con una imperdonabile leggerezza
  • la Dalmazia,
  • Valona in Albania
  • le isole del Dodecaneso.

I croati, fin dal 1915, avevano costituito in Francia ed in Inghilterra i cosiddetti “Comitati jugoslavi”. Propagandarono la liberazione delle “Nazionalità oppresse dall’Austria” e svolsero un’abile azione presso le cancellerie di Londra, Parigi e poi anche a Washington, per convincere gli Alleati della necessità di creare quel futuro stato indipendente dei Serbi-Croati-Sloveni qualora l’Austria-Ungheria fosse stata sconfitta. Ma in questo nuovo stato sarebbe stata compresa anche l’intera Dalmazia: questo andava in contrasto con le aspettative dell’Italia, garantite dal Patto segreto di Londra!

Quando nel 1919 gli stati vincitori si trovarono a Versailles gli accordi presi con l’Italia non furono totalmente mantenuti. La responsabilità di questo cambiamento è da attribuire a cause diverse:

  • l’atteggiamento filo-slavo assunto dagli USA
  • la scarsa abilità della diplomazia italiana durante la Conferenza di Pace.

La Conferenza di Parigi si concluse con l’insoddisfazione italiana. Fu proprio d’Annunzio a formulare l’espressione “vittoria mutilata”, una vittoria che lasciava delle questioni sospese.

La nostra delegazione, guidata da Vittoria Emanuele Orlando, s’impegnò nel tentativo di aggiungere all’Istria anche il territorio della città di Fiume. La maggior parte degli abitanti di Fiume erano italiani e nel corso della storia avevano difeso sempre la loro italianità.

A Parigi la diplomazia italiana non ottenne ciò che si era prefissata; la delegazione chiese che i fiumani potessero esprimere il loro parere. Ma i delegati iugoslavi si opposero. Il governo italiano non seppe reagire con forza; Orlando fu sostituito da Nitti, il quale tornò alla Conferenza di Pace per rinunciare a Fiume, poiché l’Italia aveva bisogno degli aiuti internazionali per pagare i prestiti di guerra.

Questa rinuncia fu vista come un tradimento da parte di d’Annunzio e i suoi fedeli.

Mio caro compagno, Il dado è tratto.
Parto ora.

Domattina prenderò Fiume con le armi.
Il Dio d’Italia ci assista.
Mi levo dal letto febbricitante.
Ma non è possibile differire.
Ancora una volta lo spirito domerà la carne miserabile. 
Riassumete l’articolo !! che pubblicherà la Gazzetta del Popolo e date intera la fine !!. E sostenete la causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio- 11 Settembre 1919. – G.D’A.”.

E così il 12 settembre del 1919 Gabriele D’Annunzio, assieme ai suoi legionari, si mise in marcia alla volta di Fiume. Il governo Nitti fu informato dell’azione solo tramite il Giornale d’Italia.

D’Annunzio agì con determinazione senza essersi consultato con le autorità italiane. Non ottenne alcun sostegno dall’Italia, perché il governo italiano non poteva sostenere quella che era, a tutti gli effetti, un’aggressione.

Nitti, incaricò Badoglio di recarsi presso Fiume per riportare l’ordine, quindi sancì il blocco totale degli aiuti e d’Annunzio espresse da subito il rifiuto a qualsiasi negoziato con Nitti.

Il 16 settembre inviò una polemica lettera a Mussolini, fondatore dei fasci di combattimento, contestandogli lo scarso sostegno econimico:

«Mio caro Mussolini, mi stupisco di voi e del popolo italiano. Io ho rischiato tutto, ho fatto tutto, ho avuto tutto. […]
Io ho tutti soldati qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi. È un’impresa di regolari.
E non ci aiutate neppure con sottoscrizioni e collette. […] 
Non c’è proprio nulla da sperare?
E le vostre promesse?
Bucate almeno la pancia che vi opprime, e sgonfiatela.
Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere.
Ma non vi guarderò in faccia.»

D’Annunzio decise che Fiume doveva trasformarsi da stato di fatto a stato di diritto, per poterne rivendicare la sovranità.

La sera del 30 agosto, i cittadini furono convocati al teatro “La Fenice”, per leggere il nuovo statuto sul quale sarebbe stato fondato il nuovo stato: nasceva la Reggenza Italiana del Carnaro.

D’Annunzio e i suoi legionari

Il nuovo governo varò tra l’altro una nuova costituzione incredibilmente avanzata e moderna: “La Carta del Carnaro”.

Carta del Carnaro

È strutturata in 65 articoli divisi in venti capitoli.

La Carta stabiliva:

  • un salario minimo,
  • l’assistenza nell’infermità, nella disoccupazione, nella vecchiaia,
  • il risarcimento del danno in caso di errore giudiziario o di abuso di potere,
  • libertà di pensiero, di stampa, di associazione,
  • libertà per ogni culto, purché non fosse usato come alibi per non compiere i doveri della cittadinanza.

Veniva riconosciuta la proprietà privata, fondata sul lavoro e volta all’utilità sociale.

Il diritto di voto era garantito a tutti, sia uomini sia donne che avessero compiuto vent’anni.

Era previsto per entrambi i sessi, il servizio militare dai 17 ai 52 anni.

Fu istituito un collegio degli edili, scelto tra gli uomini che si distinguevano per gusto estetico, i quali avevano il compito di presiedere le costruzioni e di verificarne bellezza, decenza e sanità. Aveva anche il compito di studiare nuovi materiali quali il ferro, il vetro e le applicazioni artistiche nell’edilizia.

L’istruzione e l’educazione del popolo rappresentavano il dovere più alto della Repubblica. L’istruzione primaria era gratuita e obbligatoria, la scienza e l’arte potevano essere accessibili a tutti coloro che dimostravano capacità d’intenderle e, seguaci e non delle confessioni religiose potevano frequentare le scuole senza alcun pregiudizio.

La Carta Costituzionale, poteva essere riformata in ogni momento se richiesto da 1/3 dei cittadini aventi diritto al voto e tutte le leggi del Parlamento potevano essere sottoposte a Referendum.

Insomma si trattava di una Carta molto moderna, per certi versi molto più avanzata della nostra. Inoltre a Fiume si costituì una Lega che aveva come obiettivo di rappresentare i popoli oppressi e di dar voce alle nazioni coloniali più deboli.

La Carta del Carnaro costituì quindi anche uno dei primi esempi di solidarietà internazionale. Inoltre è importante ricordare che all’interno della città, durante l’occupazione, convivevano gli stessi popoli che al di là di quel confine erano ostili fra loro.

D’Annunzio e i suoi soldati a Fiume

Trattato di Rapallo

Gli stati europei non potevano permettere che l’azione di d’Annunzio proseguisse. Venivano infatti violati accordi internazionali stabiliti durante i trattati di Parigi. Il governo italiano non sapeva risolvere la questione. Fu richiamato Giovanni Giolitti, come presidente del consiglio, e il 12 novembre 1920 venne sottoscritto il Trattato di Rapallo. In esso si dichiarava che:

  • Fiume era stato libero;
  • la Dalmazia, ad eccezione di Zara, fu ceduta agli slavi.

D’Annunzio non accettò il trattato e non si mosse dalla città. Il governo Giolitti allora utilizzò le maniere forti.

Il Natale di sangue

Il 26 dicembre Fiume fu attaccata dall’esercito italiano. Il 27 fu dato l’ultimatum ovvero che se D’Annunzio e i suoi legionari non avessero accettato il trattato, la città sarebbe stata bombardata a tappeto.

Di fronte a questa situazione il poeta-soldato dovette rinunciare al suo progetto e si dimise il 28 dicembre. Il “Natale di sangue” come lo definì D’Annunzio, provocò la morte di 22 legionari, 25 soldati dell’esercito italiano e 7 civili.

Fiume sarà annessa all’Italia solo nel 1924 e, rimarrà italiana fino al 1947.

Effetti dei bombardamenti italiani del Natale 1920

Valore storico e culturale dell’impresa fiumana

L’esperienza fiumana va osservata, oltre che da un punto di vista storico, anche per il suo grande valore culturale. Essa infatti rappresentò un grande laboratorio politico, un momento di massima confluenza e sintesi di una polarità che caratterizzava la scena politica dell’Italia dell’epoca: la contrapposizione tra “destra-sinistra”.

Se guardiamo all’ideologia che emerge dalla carta del Carnaro ci rendiamo conto che si muovevano perseguendo valori come la solidarietà e la giustizia. Il messaggio che arriva a noi oggi è un messaggio di valore perché cerca di sintetizzare tradizione e innovazione, elementi utili anche nella nostra società di oggi.

D’Annunzio pubblicitario

La scrittura creativa dagli albori della Pubblicità ad oggi ha visto ricoprire il ruolo di creativi e pubblicitari moltissimi autori, nomi autorevoli della letteratura italiana e internazionale.

Pensiamo a Fernando Pessoa che scrisse uno slogan per Coca-Cola. Oscar Wilde, Paulo Coelho e Gabriel Garcia Marquez, Nobel per la letteratura, lavorarono per diversi anni come copywriter per l’agenzia pubblicitaria americana “J.Walter Thompson” una delle più famose agenzie pubblicitarie del mondo,.

Ma i letterati di casa nostra non furono da meno: Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Gabriele D’Annunzio collaborarono con diverse agenzie pubblicitarie.

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale d’Annunzio divenne simbolo di una vita elegante. Fu testimonial di molte aziende e di diversi prodotti, contribuendo alla fortuna di molte attività industriali e commerciali. Inventò i nomi di prodotti e imprese, ideò slogan che avrebbero fatto la storia della pubblicità in Italia.

L’automobile è femmina

Fu proprio D’Annunzio a stabilire nel 1926 che l’automobile è di genere femminile. Scrisse una lettera al senatore Giovanni Agnelli pubblicata sulla Rivista FIAT. Lettera che inciderà definitivamente nel settore automobilistico.

Ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice; ha, inoltre, una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza.
Ma, per contro, delle donne ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza.

Il Piave è maschile

Il caso di cambio di genere voluto da D’Annunzio per l’automobile non è unico. Infatti il Piave, fiume importantissimo per la storia italiana, era originariamente femminile: veniva chiamato “la Piave”. Durante al Grande guerra il fiume coincise per più di un anno con il fronte italiano. Qui si consumarono numerose battaglie. In seguito alla vittoria italiana durante la Grande Guerra, D’Annunzio decise di cambiare il genere con cui ci si riferiva al fiume. Per celebrarne la potenza e per consacrarlo “fiume sacro della Patria” da allora venne nominato il Piave.

Velivolo

Gabriele D’Annunzio, provetto aviatore, ideò la parola “velivolo” dal latino velivolus., intendendo un oggetto che sembra volare con le vele. D’Annunzio stesso spiegò la scelta di tale termine.

La parola è leggera, fluida, rapida; non imbroglia la lingua e non allega i denti; di facile pronunzia, avendo una certa somiglianza fònica col comune veicolo, può essere adottata dai colti e dagli incolti”.
D’Annunzio: in una conferenza sul Dominio dei cieli nel 1910

Tramezzino

La parola inglese sandwich viene tradotta in tramezzino (da consumare tra due pasti); la parola è stata inventata da lui ed è poi entrata nell’uso comune.

La Rinascente

Nel 1917 il senator Borletti rileva un grande magazzino che si trovava vicino al Duomo di Milano. Propose a d’Annunzio di trovare un nome adatto per riaprire questo grande magazzino di abbigliamento. Il poeta propone il nome Rinascente proprio per simboleggiare la rinascita del negozio. Il nome è suggerito dal mito dell’araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte. E questo magazzino sarà distrutto poi per ben due volte: la notte di Natale del 1918 venne completamente distrutto da un incendio e nel 1943 venne distrutto durante i bombardamenti.

Vigili del fuoco

In origine, dall’Ottocento, il nome con cui ci si riferiva ai Vigili del Fuoco era “pompieri“, che derivava dal francese sapeur-pompier. Durante il regime fascista, nel 1938, D’Annunzio suggerì di modificare il nome del Corpo Nazionale nato pochi anni prima in “Vigili del Fuoco“, ispirandosi ai vigiles dell’antica Roma.

Saiwa

Nel 1920 l’azienda di Pietro Marchese viene registrata come “S.A.I.W.A.” (Società Accomandita Industria Wafer e Affini). Il nome della società venne coniato da Gabriele d’Annunzio, che lavorò anche ad alcune campagne pubblicitarie. Era solo una piccola azienda genovese ma diventò una delle principali industrie dolciarie italiane.

Sangue Morlacco

Le distillerie Luxardo di Zara, chiesero a d’Annunzio di trovare un nome suggestivo per il loro cherry. Lui si ricordò che la Dalmazia, nel V e VI secolo era abitata dai Morlacchi. Comparvero così nei bar le bottiglie di Sangue Morlacco di un intenso rosso rubino.

Scudetto

Quel triangolino di tessuto tricolore che si applica alle maglie della squadra di calcio che vincono il Campionato si chiama “scudetto”. Il nome fu inventato da D’Annunzio. Il Poeta chiamò “scudetto” il primo triangolino, cucito, dietro sua indicazione, sulla divisa indossata dagli italiani in una partita di calcio organizzata durante l’occupazione di Fiume il 7 febbraio del 1920.

D’Annunzio scrittore e poeta

Adesione all’estetismo

D’Annunzio è uno dei maggiori esponenti del Decadentismo italiano e forse il maggior esponente italiano dell’estetismo, una corrente letteraria e filosofica che si afferma in Europa a metà Ottocento e che pone il culto della bellezza e dell’arte sopra ogni cosa, esaltando la forma più che la sostanza.

Il culto della bellezza formale è l’unico fine dell’arte e l’arte perde così il suo fine sociale e per diventare fine a sé stessa cioè l’arte per l’arte.

Sul piano dei comportamenti individuali gli artisti perseguono il gusto della raffinatezza e dell’eleganza, unite alla ricerca di esperienze e sensazioni straordinarie e inimitabili. Gli esponenti dell’estetismo fanno della propria vita un’opera d’arte.

L’esteta per eccellenza è il dandy. Attentissimo all’eleganza (degli abiti e dei gesti), il dandy è votato alla ricerca del bello e del piacere, disprezzando le regole della morale borghese, ritenuta ipocrita e castrante.

D’Annunzio incarna il perfetto esempio di dandy. Un altro esempio autorevole si può trovare in Oscar Wilde.

Estetismo dannunziano 

D’Annunzio fa della propria vita un’opera d’arte. Sempre attento alla preziosità, alla raffinatezza e alla stravaganza.

La parola è l’unico specchio in cui può riflettersi la genialità dell’intellettuale-poeta.

La sua arte è estremamente raffinata: questo costituisce una garanzia di distinzione rispetto alla mediocrità del pubblico.

Lo scopo della sua vita fu legato quindi al culto del “bello”. Poesia e arte sono quindi concepite come creazione di bellezza fine a sé stessa.

Si pone in netta contrapposizione al verismo.

Per d’Annunzio “la vita è arte” e deve essere quindi vissuta in assoluta libertà al di sopra di qualsiasi legge sociale e di ogni freno morale.

Il superuomo che lui incarna deve distinguersi dalla massa per vivere e godere di tutte le sensazioni e per aspirare ad un’esistenza eccezionale, al vivere inimitabile.

Lui vuole fare della propria vita un’opera d’arte ed ha vissuto così, in modo inimitabile, mai nell’ombra.

Perseguendo questi principi lui collezionò innumerevoli amanti e moltissimi debiti, vivendo sempre al di sopra delle sue possibilità. Più volte fu costretto a scappare perché rincorso dai creditori.  

Nel suo vivere inimitabile egli vuole attirare a sé l’attenzione pubblica, perché vuole vendere i suoi prodotti letterari e la sua immagine. Per questo lusinga la massa e segue le leggi economiche dei borghesi, facendo cioè esattamente quello che lui diceva di rifiutare

Il simbolismo dannunziano

Il simbolo è lo strumento privilegiato per esprimere la visione interiore del poeta, quello che riesce a cogliere l’essenza nascosta della realtà.

D’Annunzio aderisce parzialmente al simbolismo in quanto utilizza il simbolo ma ne garantisce sempre la leggibilità.

I suoi simboli sono sempre interpretabili.

Il simbolismo dannunziano si riduce quindi solo:

  • nella ricerca della forza evocatrice della parola
  • nella creazione di atmosfere e suggestioni, 
  • nell’utilizzazione di metafore e similitudini inconsuete.

Un autore trasformista

Fedele all’affermazione, d’Annunzio nella sua vita si mise alla prova con ogni genere letterario.

Una delle affermazioni a cui è rimasto fedele fu «rinnovarsi o morire».

Lui amava stupire il pubblico con le sue continue metamorfosi e per questo talvolta il suo stile è apparso dilettantesco.

Questo si spiega anche con il fatto che D’Annunzio, invece che cercare ispirazione nella vita, cerca la sua ispirazione nell’arte. Per questo lui lavora spesso “di seconda mano” ricamando sul già fatto, da lui o da altri, partendo da una suggestione. Questo anche a rischio di essere accusato di plagio.

Nonostante la sua produzione sia così variopinta e mutevole, emergono alcuni tratti dominanti nella sua arte.

I suoi personaggi sono forti, seguono «un’ideal forma di esistenza». Prendono però poi coscienza della loro inadeguatezza e sono quindi travolti da un profondo senso di sconforto.

Questo senso di sconforto si collega al tema del piacere, dell’estetismo e dell’edonismo. I suoi personaggi collezionano sensazioni brevi e intensamente assaporate; celebrano quindi l’attimo fuggente.

Anche da questo deriva il carattere frammentario della produzione dannunziana.

Dall’estetismo deriva anche l’ossessione del decadimento fisico e della perdita dello slancio vitale che caratterizzò la vita del poeta.

Anche su di lui il trascorrere del tempo ebbe effetti rovinosi.

Da perfetto esteta D’Annunzio coltivò un culto fanatico per la bellezza, nella vita e nell’arte; raffinato artigiano della parola, continua ad ostentare il proprio virtuosismo, facendo dell’arte uno strumento di seduzione.

Il superomismo dannunziano

L’immagine di d’Annunzio è legata al culto del superuomo di Nietzsche anche se in realtà D’Annunzio ha veramente poco da spartire col pensiero del filosofo tedesco.

Secondo Nietzsche, l’uomo vive immerso in un ciclo eterno, un tempo infinito in cui tutte le situazioni e gli eventi possono ripetersi infinite volte.
L’uomo è schiavo di questo eterno ritorno.
Il mondo è popolato da milioni di persone che subiscono questo ciclo senza tentare di elevarsi, per rimanere rifugiati nelle sicurezze imposte dalla loro miopia.
Dal momento che sono incapaci di vivere di vera vita, queste persone, accettano di credere nella legge, nella religione, nella giustizia divina e vivono di orgoglio, umiltà, paure, virtù, senza mai tentare di uscire da questo inarrestabile ciclo.
La caduta dei paradigmi del passato apre la via ad una nuova umanità superiore.
Il superuomo di Nietzsche può spezzare questo eterno ritorno.

Il superuomo deve diventare realmente se stesso, attraverso la consapevolezza di sé, dei propri impulsi.
Egli è consapevole che in lui esistono anche forze oscure, ma le integra per produrre nuove virtù.
Il superuomo supera se stesso soltanto attraverso la creazione di nuovi valori per liberarsi dall’eterno ritorno. Però è consapevole che elevandosi, accetta il rischio di non venire più compreso dalla gente comune.
Il superuomo perciò non è una figura popolare, che diventa famoso e che è compreso e approvato dai più.
Egli cambia il mondo ma lo fa lontano dalla folla, distante dalle luci della ribalta.
Egli impara nella solitudine a parlare con una voce nuova, contraddice anche se stesso e crede in se stesso e nella propria forza creativa.

Per fare questo, il superuomo, deve ritornare ad essere un bambino che ascolta i propri impulsi al di la della ragione e della natura di essi, al di sopra della morale comune e delle regole imposte dal mondo.
Il bimbo vive come la foglia o come il fiore, perseguendo il proprio scopo al di la del bene e del male.

D’Annunzio fa una lettura semplificatrice del pensiero di Nietzsche.

Infatti i suoi personaggi, che incarnano l’ideale del superuomo, sono solo individui che si distinguono dalla mediocrità della massa e che non si assoggettano alle leggi morali e civili comuni.

La teoria del superuomo servì a D’Annunzio per diffondere la sua arte. Egli si ritiene un poeta-vate: per lui l’opera d’arte è lo strumento più efficace per intervenire sulla realtà, per diffondere le sue idee a guida del popolo considerato inferiore, per poter così dominare sulle masse.

Stile

Due sono gli assi principali attorno ai quali si muove lo stile di Gabriele D’Annunzio.

Piano formale

Sul piano formale lo stile è sublime, il suo linguaggio è iperletterario lontano dal linguaggio comune.

Il poeta rappresenta una realtà dominata dalla sensualità. Per questo la ricerca linguistica è caratterizzata da un amore sensuale della parola.

Piano del contenuto

Per D’Annunzio la vita è intrisa di una sensualità diffusa, nella quale la conoscenza è offerta ai sensi. Questo è un carattere tipico della poesia decadente e simbolista.

La parola è funzionale alla rappresentazione di aspetti della una realtà che fornisce costanti occasioni di vivere il piacere.

La sensualità permea ogni aspetto della realtà. La sensualità è vissuta come panismo, cioè come l’aspirazione alla fusione totale dell’uomo con la natura e con il cosmo.

Opera – Il piacere

Il piacere è un romanzo che si collega all’estetismo, al simbolismo e al decadentismo. Ambientato in una Roma elegante e frivola propone un eroe contemporaneo, un esteta aristocratico, letterato e uomo di mondo,  Andrea Sperelli, alter ego di Gabriele D’Annunzio, un dandy intellettuale e uno straordinario poeta immerso nella vita mondana di Roma.

Andrea è diviso tra due relazioni amorose. Da una parte c’è Elena Muti, la sia bellissima ex amante, ricomparsa in città sposata con un Lord inglese; lei lo aveva abbandonato due anni prima, all’improvviso. Dall’altra la pura e spirituale Maria Ferres, moglie di un ministro del Guatemala (il tocco esotico va molto di moda).

L’attrazione di Andrea si dirige quindi verso due donne che sono l’antitesi l’una dell’altra. Elena, che ha il nome di Elena di Troia, rappresenta l’eros corrotto e fatale, mentre Maria, col nome che proviene dalla tradizione cristiana, è simbolo di amore puro, di dedizione, di nobiltà d’animo, di dolcezza.

Andrea realizza un triangolo amoroso in cui muove i fili di un perverso gioco mentale. Egli inganna entrambe le donne perché vuole intrecciare i due amori. Dall’intreccio dei due ne vuol creare un terzo, immaginario e perfetto. 

Una Roma aristocratica e snob costituisce il teatro della vicenda. Andrea alterna cinicamente le due relazioni. Ma al culmine di un incontro erotico con Maria, perdutamente innamorata di lui, ma costretta a lasciare Roma perché il marito è stato scoperto mentre barava al gioco, Andrea si sbaglia e la chiama inavvertitamente Elena. Lei così intuisce il perverso gioco dell’amante.  

Testo – Capitolo 1 – incipit

L’anno moriva, assai dolcemente.
Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la Piazza Barberini, su la Piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorìo confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.
Le stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch’esalavan ne’ vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d’un giglio adamantino, a similitudine di quelle che sorgon dietro la Vergine nel tondo di Sandro Botticelli alla galleria Borghese. Nessuna altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta.
Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un’amante. Tutte le cose a torno rivelavano infatti una special cura d’amore. Il legno di ginepro ardeva nel caminetto e la piccola tavola del tè era pronta, con tazze e sottocoppe in majolica di Castel Durante ornate d’istoriette mitologiche da Luzio Dolci, antiche forme d’inimitabile grazia, ove sotto le figure erano scritti in carattere corsivo a zàffara nera esametri d’Ovidio. La luce entrava temperata dalle tende di broccatello rosso a melagrane d’argento riccio, a foglie e a motti. Come il sole pomeridiano feriva i vetri, la trama fiorita delle tendine di pizzo si disegnava sul tappeto.
L’orologio della Trinità de’ Monti suonò le tre e mezzo. Mancava mezz’ora. Andrea Sperelli si levò dal divano dov’era disteso e andò ad aprire una delle finestre; poi diede alcuni passi nell’appartamento; poi aprì un libro, ne lesse qualche riga, lo richiuse; poi cercò intorno qualche cosa, con lo sguardo dubitante.
L’ansia dell’aspettazione lo pungeva così acutamente ch’egli aveva bisogno di muoversi, di operare, di distrarre la pena interna con un atto materiale. Si chinò verso il caminetto, prese le molle per ravvivare il fuoco, mise sul mucchio ardente un nuovo pezzo di ginepro. Il mucchio crollò; i carboni sfavillando rotolarono fin su la lamina di metallo che proteggeva il tappeto; la fiamma si divise in tante piccole lingue azzurrognole che sparivano e riapparivano; i tizzi fumigarono.
Allora sorse nello spirito dell’aspettante un ricordo.
Proprio innanzi a quel caminetto Elena un tempo amava indugiare, prima di rivestirsi, dopo un’ora d’intimità. Ella aveva molt’arte nell’accumulare gran pezzi di legno su gli alari. Prendeva le molle pesanti con ambo le mani e rovesciava un po’ indietro il capo ad evitar le faville. Il suo corpo sul tappeto, nell’atto un po’ faticoso, per i movimenti de’ muscoli e per l’ondeggiar delle ombre pareva sorridere da tutte le giunture, e da tutte le pieghe, da tutti i cavi, soffuso d’un pallor d’ambra che richiamava al pensiero la Danae del Correggio. Ed ella aveva appunto le estremità un po’ correggesche, le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei come nelle statue di Dafne in sul principio primissimo della metamorfosi favoleggiata.
Appena ella aveva compiuta l’opera, le legna conflagravano e rendevano un sùbito bagliore. Nella stanza quel caldo lume rossastro e il gelato crepuscolo entrante pe’ vetri lottavano qualche tempo. L’odore del ginepro arso dava al capo uno stordimento leggero. Elena pareva presa da una specie di follia infantile, alla vista della vampa. Aveva l’abitudine, un po’ crudele, di sfogliar sul tappeto tutti i fiori ch’eran nei vasi, alla fine d’ogni convegno d’amore. Quando tornava nella stanza, dopo essersi vestita, mettendo i guanti o chiudendo un fermaglio sorrideva in mezzo a quella devastazione; e nulla eguagliava la grazia dell’atto che ogni volta ella faceva sollevando un poco la gonna ed avanzando prima un piede e poi l’altro perché l’amante chino legasse i nastri delle scarpe ancora disciolti.
Il luogo non era quasi in nulla mutato. Da tutte le cose che Elena aveva guardate o toccate sorgevano i ricordi in folla e le immagini del tempo lontano rivivevano tumultuariamente. Dopo circa due anni, Elena stava per rivarcar quella soglia. Tra mezz’ora, certo, ella sarebbe venuta, ella si sarebbe seduta in quella poltrona, togliendosi il velo di su la faccia, un poco ansante, come una volta; ed avrebbe parlato. Tutte le cose avrebbero riudito la voce di lei, forse anche il riso di lei, dopo due anni.
Il giorno del gran commiato fu a punto il venticinque di marzo del mille ottocento ottanta cinque, fuori della Porta Pia, in una carrozza. La data era rimasta incancellabile nella memoria di Andrea. Egli ora, aspettando, poteva evocare tutti gli avvenimenti di quel giorno, con una lucidezza infallibile. La visione del paesaggio nomentano gli si apriva d’innanzi ora in una luce ideale, come uno di quei paesaggi sognati in cui le cose paiono essere visibili da lontano per un irradiamento che si prolunga dalle loro forme.
La carrozza chiusa scorreva con un rumore eguale, al trotto: le muraglie delle antiche ville patrizie passavano d’innanzi agli sportelli, biancastre, quasi oscillanti, con un movimento continuo e dolce. Di tratto in tratto si presentava un gran cancello di ferro, a traverso il quale vedevasi un sentiere fiancheggiato di alti bussi, o un chiostro di verdura abitato da statue latine, o un lungo portico vegetale dove qua e là raggi di sole ridevano pallidamente.
Elena taceva, avvolta nell’ampio mantello di lontra, con un velo su la faccia, con le mani chiuse nel camoscio. Egli aspirava con delizia il sottile odore di eliotropio esalante dalla pelliccia preziosa, mentre sentiva contro il suo braccio la forma del braccio di lei. Ambedue si credevano lontani dalli altri, soli; ma d’improvviso passava la carrozza nera d’un prelato; o un buttero a cavallo, o una torma di chierici violacei, o una mandra di bestiame.
A mezzo chilometro dal ponte ella disse:
— Scendiamo.
Nella campagna la luce fredda e chiara pareva un’acqua sorgiva; e, come li alberi al vento ondeggiavano, pareva per un’illusion visuale che l’ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose.
Ella disse, stringendosi a lui e vacillando sul terreno aspro.
— Io parto stasera. Questa è l’ultima volta….

Comprensione del testo

Nel pomeriggio dell’ultimo giorno dell’anno Andrea Sperelli aspetta nel suo appartamento romano l’arrivo della bellissima Elena Muti. Lei era stata la sua amante ma la loro relazione si era interrotta due anni prima quando lei aveva deciso di sposarsi.

Lui l’attende in un ambiente elegante e prezioso tra rose e profumate, coppe di cristallo e vasi preziosi. Mentre Andrea aspetta, pensieri e ricordi gli tengono compagnia, l’attesa si fa lunga, Elena ritarda.

Ricorda la sua Elena in quella stanza durante i loro incontri passati e da questo ricordo emerge con la fiducia che questo suo nuovo incontro potrà essere solo il primo di tanti altri.

Analisi

Il culto della bellezza. La dettagliata descrizione della casa di Andrea Sperelli fornisce al lettore una serie di informazioni sul protagonista. La stanza è colma di oggetti raffinati, gli oggetti sono disposti ad arte e con ostentazione, sono frequenti i riferimenti a dipinti come la Vergine del Botticelli e opere letterarie come i versi di Ovidio.

Anche la figura di Elena nel ricordo del protagonista è una donna seducente elegante raffinata, paragonata ad opere d’arte da Andrea che è fedele al culto dell’estetismo.

L’ambiente e i pensieri rivelano il desiderio di bellezza, l’attenzione alla sensualità e la tendenza a trasformare la realtà in arte. Anche Andrea Sperelli, come Gabriele D’Annunzio, intendono fare della propria vita un’opera d’arte.

La raffinatezza dell’ambiente del protagonista si rispecchia anche nella preziosità dello stile linguistico. Le scelte lessicali sono decisamente ricercate, gli aggettivi sottolineano la sensualità delle immagini con una grande attenzione all’aspetto cromatico (broccatello rosso, lingue azzurrognole)

Sono frequenti le metafore (l’anno moriva) è ancora più frequenti le sinestesie tipiche della poesia del decadentismo (tepor velato mollissimo aureo…)

Sono anche frequenti i paragoni introdotti da espressioni come “in guisa di a similitudine di..” l’intenzione del poeta è quella di paragonare gli elementi dell’arredo opere d’arte materiali preziosi.

Domande sul cap. 1

1. In quale giorno dell’anno si svolge l’episodio che apre il romanzo?
2. In quale città ci troviamo?
3. Chi sta aspettando Andrea Sperelli?
4. Come si sente?
5. Nella seconda parte del brano sono presenti due flashback: individuali e riassumili.
6. Individua nel testo tutti i riferimenti diretti o indiretti a opere d’arte.
Qual è la loro funzione secondo te?
– Sottolineare l’ampia cultura del protagonista?
– Evidenziare l’amore di Andrea per la bellezza?
– Suggerire la tendenza a trasfigurare la realtà?
7. Come viene caratterizzata la figura di Elena Muti? Sulla base delle informazioni del testo fanne un breve ritratto fisico e psicologico.
8. Analizza il variare del tempo narrativo:
– Quali parti del testo si riferiscono al presente?
– Quali parti del testo si riferiscono al passato?
– Quali parti del testo si riferiscono al futuro?
9. Osserva il narratore: la sua attenzione si concentra più sugli avvenimenti o sui pensieri del protagonista?
Esercizio di scrittura
Prova a riscrivere il brano ambientandolo ai giorni nostri; nella stanza di una persona che ha più o meno la tua età e che sta aspettando di incontrare un suo ex, una sua ex.

Testo – dal capitolo 2 – Chi è Andrea Sperelli

Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta, unico erede, proseguiva la tradizion familiare.
Egli era, in verità, l’ideal tipo del giovine signore italiano del XIX secolo, il legittimo campione d’una stirpe di gentiluomini e di artisti eleganti, ultimo discendente d’una razza intellettuale.
Egli era, per così dire, tutto impregnato di arte.
La sua adolescenza, nutrita di studii varii e profondi, parve prodigiosa. Egli alternò, fino a’venti anni, le lunghe letture coi lunghi viaggi in compagnia del padre e potè compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura paterna, senza restrizioni e costrizioni di pedagoghi.
Dal padre a punto ebbe il gusto delle cose d’arte, il culto passionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizii, l’avidità del piacere.
Questo padre, cresciuto in mezzo alli estremi splendori della corte borbonica, sapeva largamente vivere; aveva una scienza profonda della vita voluttuaria e insieme una certa inclinazione byroniana al romanticismo fantastico.
Lo stesso suo matrimonio era avvenuto in circostanze quasi tragiche, dopo una furiosa passione.
Quindi egli aveva turbata e travagliata in tutti i modi la pace coniugale. Finalmente s’era diviso dalla moglie ed aveva sempre tenuto seco il figliuolo, viaggiando con lui per tutta l’Europa.
L’educazione d’Andrea era dunque, per così dire, viva, cioè fatta non tanto su i libri quanto in conspetto delle realità umane.
Lo spirito di lui non era soltanto corrotto dall’alta cultura ma anche dall’esperimento; e in lui la curiosità diveniva più acuta come più si allargava la conoscenza.
Fin dal principio egli fu prodigo di sè; poichè la grande forza sensitiva, ond’egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l’espansion di quella sua forza era la distruzione in lui di un’altra forza, della forza morale che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed egli non si accorgeva che la sua vita era la riduzion progressiva delle sue facoltà, delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli si restringeva sempre più d’intorno, inesorabilmente se ben con lentezza.
Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: “Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.
Anche, il padre ammoniva:
“Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza. La regola dell’uomo d’intelletto, eccola: ― Habere, non haberi.
Anche, diceva:
“Il rimpianto è il vano pascolo d’uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove imaginazioni.
Ma queste massime volontarie, che per l’ambiguità loro potevano anche essere interpretate come alti criteri morali, cadevano appunto in una natura involontaria, in un uomo, cioè, la cui potenza volitiva era debolissima.
Un altro seme paterno aveva perfidamente fruttificato nell’animo di Andrea: il seme del sofisma.
“Il sofisma„ diceva quell’incauto educatore “è in fondo ad ogni piacere e ad ogni dolore umano. Acuire e moltiplicare i sofismi equivale dunque ad acuire e moltiplicare il proprio piacere o il proprio dolore. Forse, la scienza della vita sta nell’oscurare la verità. La parola è una cosa profonda, in cui per l’uomo d’intelletto son nascoste inesauribili ricchezze. I Greci, artefici della parola, sono in fatti i più squisiti goditori dell’antichità. I sofismi fioriscono in maggior numero al secolo di Pericle, al secolo gaudioso.
Un tal seme trovò nell’ingegno malsano del giovine un terreno propizio.
A poco a poco, in Andrea la menzogna, non tanto verso li altri quanto verso sè stesso, divenne un abito così aderente alla conscienza ch’egli giunse a non poter mai essere interamente sincero e a non poter mai riprendere su sè stesso il libero dominio.
Dopo la morte immatura del padre, egli si trovò solo, a ventun anno, signore d’una fortuna considerevole, distaccato dalla madre, in balìa delle sue passioni e de’ suoi gusti.
Rimase quindici mesi in Inghilterra.
La madre passò in seconde nozze, con un amante antico.
Ed egli venne a Roma, per predilezione.    

Comprensione

Il brano presenta un ritratto psicologico del protagonista del romanzo. Andrea Sperelli è l’unico erede di una prestigiosa famiglia, una dinastia di aristocratici dediti all’arte e alle lettere. Nello sviluppo della sua personalità fondamentale è il ruolo del padre che lo fa viaggiare per l’Europa e fa in modo che la sua formazione sia il risultato di nozioni teoriche e di esperienze pratiche. Grazie a una grande sensibilità e curiosità intellettuale il ragazzo si mostra aperto a tutte le forme di conoscenza. Purtroppo però a causa del proprio cinismo, il padre trascura volutamente le implicazioni etiche legate alla sua crescita. E così, libero da ogni preoccupazione morale, Andrea si abitua così ad una vita di menzogne e falsità.

Analisi e interpretazione

Il culto della bellezza

Nella presentazione della personalità di Andrea Sperelli l’autore insiste in modo particolare sul suo rapporto con l’arte. Egli è stato così immerso nell’arte che eredita dal padre la passione per l’arte e per la bellezza.

Un principio paterno riassume in sé il senso dell’estetismo di D’Annunzio: “Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte”. Con queste parole si afferma con decisione l’eccezionalità dell’esperienza estetica fondata sul culto della bellezza. Solo all’arte quindi deve conformarsi la vita di Andrea, senza pensare né all’etica né alla morale.

La debolezza di Sperelli

Il brano mette a confronto la personalità curiosa di Andrea con quella cinica di suo padre. Gli insegnamenti del padre incidono sul figlio il quale, essendo privo di sua forza di volontà, assorbe passivamente questi principi spregiudicati e immorali. Sperelli quindi non sceglie autonomamente la propria condotta di vita, rinuncia a una sua libera scelta e finisce col rimanere vittima delle sue abitudini perverse.

L’atteggiamento del narratore

Il narratore assume un atteggiamento ambiguo nei confronti del protagonista: da un lato sembra condannare la sua condotta di vita, ma dall’altro resta chiaramente affascinato dal suo anticonformismo in cui si riflette la personalità del giovane D’Annunzio.

Lo stile elaborato

La raffinatezza del protagonista si rispecchia

  • nello stile elevato e letterario
  • nella sintassi
  • nel lessico.

Anche in questo testo, come in tutta la prosa di D’Annunzio, è frequente il ricorso a termini rari e ricercati, ad aggettivi che hanno solo lo scopo di abbellire la pagina, a formule arcaiche e di origine latina. Inoltre utilizza frequentemente anche figure retoriche, come analogie, metafore, e ripetizioni, con l’obiettivo di innalzare lo stile del testo.

Domande sul capitolo 2

1. Sintetizza le informazioni che vengono fornite nel brano su Andrea Sperelli:
– la condizione sociale
– le passioni
– gli interessi
– il carattere
– la psicologia
– le aspirazioni

2. Riassumi le fasi dell’educazione di Andrea Sperelli.
3. Dove si trasferisce il poeta alla morte del padre?
4. Il padre del protagonista sintetizza i principi della sua educazione in alcune massime; spiegane con le tue parole il significato:
Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte,
– Habere non haberi.

5. Per quali aspetti è possibile affermare che Sperelli è un alter ego di D’Annunzio stesso?
6. Individua nel testo i punti in cui viene sottolineata la debolezza psicologica del protagonista.
7. L’atteggiamento del narratore nei confronti del protagonista è, secondo te:
– neutro … spiega perché.
– malevolo … spiega perché.
– benevolo … spiega perché.
– ambivalente … spiega perché.

Opera – La pioggia nel pineto

La poesia è stata composta nell’estate del 1902 . La sua musa ispiratrice era in quel periodo la bellissima Eleonora Duse, forse il più grande tra i tanti amori del poeta. La poesia appartiene alla sezione centrale di Alcyone, raccolta di liriche composte tra il 1899 e il 1903 e pubblicata nel 1903.

In questo componimento poetico l’uomo entra in simbiosi con la natura tra naturalizzazione e antropomorfizzazione.

Il poeta e la sua compagna entrano in empatia con la natura e arrivano a condividerne la sua anima segreta: D’Annunzio contempla la metamorfosi delle cose e osserva la trasformazione della sua Ermione in fiore, pianta, frutto, mentre la pioggia cade nel pineto in cui si sono addentrati.

Video Lettura poesia La pioggia nel pineto

Video Spiegazione La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove 5
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici 10
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini, 15
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri vólti 20
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri, 25
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri 30
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura 35
con un crepitìo che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde 40
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino. 45
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi 50
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi; 55
e il tuo vólto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come 60
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo 65
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce; 70
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco 75
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare. 80
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia 85
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia 90
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia, 95
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente, 100
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta, 105
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta, 110
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove! 115
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti 120
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella 125
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
Lapide ai suoi amati cani, Vittoriale degli italiani – Gardone BS

Ultimi anni della sua vita

Dopo l’impresa fiumana si ritirò in un dorato esilio sul lago di Garda. Qui trasformò villa Cargnacco nel “Vittoriale degli Italiani”, un monumento agli eroi della patria, ma anche il proprio mausoleo personale. D’Annunzio morì al Vittoriale nel 1938, a 75 anni.

Vittoriale degli italiani, Gardone BS
Il lago di Garda visto dal Vittoriale

Video su Gabriele D’Annunzio

BIGnomi video si D’Annunzio

D’Annunzio Film con Stefania Sandrelli e Robert Powell video

Opere

Fonti

G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, Pearson Italia Spa.

Home

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https://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=88&biografia=Gabriele+D%27Annunzio

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https://www.edizionibignami.it/91-parole-inventate-da-dannunzio-lo-sapevi/

Progetto Manuzio, Il Piacere, Gabriele D’Annunzio

Ronconi, Cappellini, Dendi, Sada, Tribolato, LE PORTE DELLA LETTERATURA, Mondadori Education

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