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Letteratura inglese

Eveline

Introduzione

Eveline è il quarto racconto della raccolta Gente di Dublino scritto nel 1914 da James Joyce. Con questo racconto l’autore inaugura la serie di racconti dedicati all’adolescenza.

Eveline ha diciannove anni ed ha avuta un’infanzia misera a triste: la morte del fratello, la pazzia prima e la morte della madre poi, la durezza del padre, la miseria le si è appiccicata addosso ... Adesso però ha la possibilità di scappare, le si apre una nuova prospettiva con un buon giovane. Ma Eveline non riesce.

La sua rinuncia la colloca all’interno di quel modello frequente nella letteratura del Novecento: quello dell’inetto, incapace di prendere in mano la sua vita.

Testo

Sedeva alla finestra osservando le ombre della sera che invadevano il viale.
Teneva la testa appoggiata alle tende e nelle narici aveva l’odore della tappezzeria polverosa. 
Era stanca.
Passava poca gente.
L’uomo dell’ultima casa passò diretto ad essa; lei udì i passi dell’uomo passi risuonare secchi sull’asfalto del marciapiede; poi sentì loscricchiolare dei suoi passi sulla cenere del sentiero davanti alle nuove case rosse.
Un tempo lì c’era un campo dove molti ragazzi giocavano tutte le sere. Poi un giorno,un tale di Belfast aveva comprato il campo e vi aveva costruito case, non come le loro che erano piccole e scure, ma case allegre case fatte di mattoni rossi e tetti lucenti. 
Tutti i bambini che abitavano in quel viale giocavano insieme in quel campo: i Devines, i Waters, i Dunns, il piccolo Keogh lo storpio, lei e i suoi fratelli e sorelle. 
Ernest no, lui non andava mai a giocare lì: era troppo grande. Suo padre spesso andava al prato e li cacciava via con il bastone di rovo; ma, di solito, il piccolo Keogh faceva la guardia e dava l’allarme quando vedeva suo padre venire.
Eppure a lei sembrava che fossero abbastanza feli­ci allora.
Suo padre non era tanto cattivo e sua madre era viva. Era passato tanto tempo da allora: lei, i suoi fratelli e le sue sorelle erano cresciu­ti e sua madre era morta.
Anche Tizzie Dunn era morta e i Waters erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia. 
Adesso anche lei stava per andare via come gli altri, stava per lasciare la sua casa.

La casa!
Eveline guardò in giro per la stanza, passando in rivista tutti gli ogget­ti familiari che aveva spolverato una volta alla settimana per tanti anni, si era sempre chiesta da dove mai venisse tutta quella polvere. Forse non avrebbe mai più rivisto gli oggetti familiari dai quali non aveva mai imma­ginato di separarsi.
Eppure durante tutti quegli anni non era mai riuscita a scoprire il nome del prete la cui fotografia ingiallita era appesa al muro, sopra l’armonium rotto, accanto alla stampa colorata della rivelazione della beata Margaret Mary Alacoque. 
Il prete era stato un amico di scuola di suo padre. Ogni volta che mostrava la fotografia a un ospite suo padre si limitava sempre a dire distrattamente:
« È a Melbourne adesso».

  Eveline aveva acconsentito ad andarsene, a lasciare la sua casa. Aveva fatto bene?
   Cercò di considerare la questione sotto tutti i punti di vista: 
A casa aveva comun­que tetto e cibo; aveva intorno gente che conosceva da quando era nata.
Certo che doveva lavorare sodo, sia a casa sia al negozio. E che cosa avrebbero detto di lei ai grandi magazzini quando avessero scoperto che lei era scappata con uno? Avrebbero detto che era una stupida, forse e avrebbero cercato qualcuno per rimpiazzarla. La signorina Gavan sarebbe stata ben contenta.
Ce l’aveva sempre avuta con lei, la punzecchiava ogni volta che c’era gente che ascoltava.
«Signorina Hill, non vede che quelle signore stanno aspettando?»
«Un po’ di energia, signorina Hill, per favore.»

   Non avrebbe versato molte lacrime nel lasciare i grandi magazzini.
Ma nella sua nuova casa, in un lontano paese ignoto, non sarebbe stato così.
Allora sarebbe stata un donna sposata: lei, Eveline. 
La gente l’avrebbe trat­tata con rispetto, non l’avrebbero trattata come era stata trattata sua madre.
Persino ora, sebbene avesse già diciannove anni passati, talvolta si sentiva ancora minacciata dalla violenza di suo padre.
Sapeva che era questo che il suo cuore batteva molto forte.
Quando erano piccoli il padre non se l’era mai presa con lei, come faceva con Harry ed Ernest, perché era una femmina.
Ma poi aveva cominciato a minacciarla e a dirlequello che le avrebbe fatto, se non avesse avuto riguardo di sua madre morta. 
Adesso non c’era più nessuno che la proteggesse, Ernest era morto e Harry, che lavorava come decoratore di chiese, era quasi sempre lontano, in qualche posto in cam­pagna.

Inoltre, tutti i sabati sera si ripeteva lo stesso battibecco per i soldi, questo aveva cominciato a sfinirla.
Dava sempre in casa tutto il suo salario di sette scellini e Harry mandava quello che poteva, ma il dramma era riuscire a farsi dare qualche soldo dal padre. 
Lui le diceva che lei era una spendacciona, che sperperava il denaro, che non aveva testa, che non le avrebbe dato i soldi faticosamente guadagnati da spendere e spandere per strada, e molto di più, perché di solito il sabato sera era piuttosto malridotto.
Alla fine le dava un po’ di soldi chiedendole se avesse intenzione o meno di comprare qualcosa per il pranzo domenicale.
Allora Eveline doveva precipitarsi fuori il più rapidamente possibile per andare al mercato, tenendo stretto in mano il borsellino di cuoio nero mentre si faceva strada a gomitate fra la folla e poi tornava a casa tardi carica di provviste. 
Era una bella fatica mandare avanti la casa e fare in modo che i due bambini che le erano rimasti af­fidati, andassero a scuola regolarmente e avessero pasti regolari. Era un duro lavoro, una vita grama, eppure ora che stava per lasciarla non le sembrava uan vita così terribile.
Con Frank stava per cominciare un’altra vita.
Frank era molto buono, virile e generoso. Doveva partire con lui sul piroscafo che partiva quella notte; si sarebbero sposati e sarebbero andati a vivere a Buenos Aires, dove lui aveva una casa che l’aspettava. 
Lei ricordava bene la prima volta che l’aveva visto; alloggiava in una pensione sulla strada principale dove lei andava a trovare dei conoscenti. Le pareva che fossero passate solo poche settimane.
Lui stava in piedi al cancello, con il berretto a visiera spinto indietro sulla testa e i capelli che gli ricadevano in avanti su un viso abbronzato.
Poi avevabno fatto conoscenza. Lui l’aspettava tutte le sere fuori dei grandi magazzini e l’accompagnava a casa.
L’aveva por­tata a vedere La ragazza di Boemia, un’operetta composta da un musicista irlandese, e lei si era tanto emozionata, mentre stava seduta vicino a lui, in quel teatro, in quei posti così insoliti per lei.
Lui amava molto la musica e se la cavava bene anche a cantare. La gente sapeva che le faceva la corte e, quando lui can­tava al canzone della ragazza che ama un marinaio, si sentiva sempre piacevolmente imbarazzata. 
Lui, per scherzo, la chiamava Papavero.
All’inizio, l’idea di avere un ragazzo l’aveva messa un po’ a disagio, ma poi questo aveva cominciato a piacerle davvero!
Lui le parlava di paesi lontani. Il ragazzo aveva cominciato a lavorare come mozzo,a una ster­lina al mese, su una nave della Allan Line, che viaggiava tra Irlanda e Canada. Le diceva i nomi delle navi su cui era stato e le raccontava le sue mansioni.
Aveva attraversato lo stretto di Magellano e le raccontava sto­rie sui selvaggi che abitano la Patagonia.
A Buenos Aires aveva fatto fortuna ed era tornato nella vecchia patria solo per una vacanza.
Naturalmente il padre di Eveline aveva scoperto la relazione e le aveva proibito di avere a che fare con lui.
«Li conosco questi marinai» aveva detto.
Un giorno suo padre aveva bisticciato con Frank, e così lei si era dovuta incontrare col fidanzato di nascosto.
La sera faceva sempre buoio sul v e il bianco di due lettere che lei teneva in grembo si fece indistinto.
Una lettera era per Harry; l’altra per suo padre. Lei aveva sempre preferito Ernest, ma voleva bene anche a Harry. 
Pensò a suo padre che stava invecchiando, e wsi rese conto che lei gli sarebbe mancata.
Qualche volta anche lui sapeva essere molto carino. Non molto tempo prima, infatti, un giorno in cui lei era stata male, lui le aveva letto ad alta voce una storia di spiriti e le aveva  ahbrustolito il pane sul fuoco.
Un’altra volta, quando sua madre era ancora viva, erano andati tutti a fare un picnic sul colle di Howth. Si ricordò che lui aveva indossato il cappello di sua madre per fare ridere i bambini.

Il tempo passava, ma lei continuava a sedere accanto alla finestra, appoggiando la testa alla tenda, aspirando l’odore di cretonne polverosa.
Lontano nel viale si sentiva udiva un organetto suonare; lei conosceva quel otivetto.
Era strano che proprio quella sera lei si ricordasse della promessa fatta a sua madre, la promessa di mandare avanti la casa il più a lungo possibile.
Ricordò l’ultima notte della malattia di sua madre; era di nuovo nella buia stanza soffocante dall’altro lato dell’ingresso e fuo­ri sentiva suonare una malinconica canzone italiana.
Poi qualcuno aveva dato sei pence al suonatore d’organetto e lui se n’era andato.
Si ricordò d suo padre che era rientrato in casa dalla moglie malata e aveva esclamato:
«Maledetti italiani! Proprio qui devono venire! ».
Mentre fantasticava, sentiva dentro di sé, come un incantesimo, la penosa visione della vita della mamma, una vita fatta di sacrifici quotidiani e conclusa tristemente con la pazzia.
La ragazza tremava nel sentire ancora la voce della mamma che continuava a ripetere con delirante insistenza:
– Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!
(espressione intraducibile che sembra rivelare la pazzia della madre)
Subito la ragazza venne colta da un senso di terrore che la fece alzare in piedi. Sentì che doveva fuggire! Doveva scappare! Solo Frank l’avrebbe salvata. Lui le avrebbe dato una nuova vita e, forse, anche l’amore.
Ma quello che lei voleva era vivere. Lei aveva diritto di essere felice. Frank l’avrebbe presa tra le braccia e l’avrebbe stretta forte tra le sue
braccia. L’avrebbe salvata!

Eveline stava in mezzo alla folla ondeggiante nella stazione al North Wall. Lui le teneva la mano e lei sentiva che le stava parlando, che continuava a ripeterle qualcosa sulla traversata.
La stazione era piena di solda­ti con i loro zaini di tela scura. Attraverso le ampie porte dei capannoni intravede­va la mole nera della nave, ormeggiata accanto al muro del molo, con gli oblò illuminati.
Lei non rispondeva alle sue domande. Sentiva le sue guance pallide e fredde e, colta da una vertigine di angoscia, pregò Dio di guidarla, di indicarle quale fosse il suo dovere. 
La nave mandò un lungo fischio lugubre nella nebbia.
Se fosse partita il giorno dopo sarebbe stata sul mare con Frank, diretta a Buenos Aires.
I biglietti per la traversata erano già stati acquistati.
Poteva ancora tirarsi indietro dopo tutto quello che lui aveva fat­to per lei? L’angoscia le fece venire la nausea mentre continuava a muovere le labbra in silenziosa fervida preghiera.
Una campana le squillò nelcuore. Sentì che lui le afferrava la mano:
«Vieni!».
Tutti i mari del mondo le si rovesciarono intorno al cuore. E lui la stava attirando dentro di essi: lei sarebbe affogata.
la ragazza si aggrappò con entrambe le mani al parapetto di ferro.
«Vieni! »
No! No! No! Era impossibile. Le mani stringevano convulse e freneti­che la ringhiera. le sfuggì un grido disperato.
«Eveline! Evvy! »
Lui si precipitò oltre la cancellata e le gridò di seguirlo.
Altri gli urlarono di andare avanti, ma lui la chiamava ancora.
Lei si voltò verso di lui e lo guardò con lo sguardo pallido inerte, come un animale senza via di scampo. Non c’era amore, nei suoi occhi, non un addio, era come se non lo riconoscessero.
da J. Joyce, Gente di Dublino

Rispondi

  1. Chi è Eveline?
  2. In quale città vive?
  3. Com’è stata la sua infanzia?
  4. Che cosa la attende?
  5. Chi è Frank?
  6. Come si conclude il racconto?
  7. Fai un riassunto breve di massimo 5 righe.
  8. Delinea uno schema del racconto.
  9. Fai un riassunto più ampio, 20 – 30 righe.

Fonti

  • © Istituto Italiano Edizioni Atlas – Gente di Dublino, James Joyce
  • https://digilander.libero.it/mgtund/eveline%20it%20def.htm
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La nascita del teatro moderno

Teatro nell’antica Grecia

Nell’antica Grecia due erano i generi teatrali che venivano praticati: la commedia e la tragedia.

La commedia è il genere teatrale caratterizzato da un registro leggero e da lieto fine. I temi trattati venivano sempre mutuati dalla realtà quotidiana. Le commedie avevano come scopo quello di divertire e di intrattenere.

La tragedia invece è un genere teatrale caratterizzato da tono molto elevato e grave. Nelle tragedie si presentano eventi luttuosi o estremamente violenti. La tragedia nasce per consentire all’uomo di rielaborare i propri conflitti, tanto che la visione delle tragedie ha effetto catartico, purificatorio: la visione delle tragedie agisce sullo spirito degli spettatori. Le vicende narrate diventano accettabili solo perché proiettate nella dimensione del mito.

Sia la tragedia che la commedia dovevano rispettare tre parametri:

  • unità di tempo – l’azione narrata doveva svolgersi in un’unica giornata dall’alba al tramonto
  • unità di luogo – l’azione narrata doveva svolgersi in un luogo unico, nel quale i personaggi agissero o raccontassero le vicende accadute. Nella tragedia greca spesso le azioni non vengono agite, ma soltanto riferite o raccontate sulla scena.
  • unità di azione: il dramma doveva comprendere un’unica azione, con l’esclusione quindi di trame secondarie o successivi sviluppi della stessa vicenda.

Teatro nell’antica Roma

Roma invece preferisce la spettacolarità di massa, organizza giochi circensi con i gladiatori (che furono aboliti nel 404 d. C.), battaglie di navi e corse di carri, venationes cioè battute di caccia (anche queste abolite nel 523 d. C.).

Il teatro medievale  

La cultura medievale, permeata di religiosità, considera lo spettacolo teatrale come l’espressione del teatro pagano, una pratica da estirpare. Utilizza quindi il teatro solo per rappresentare i momenti sacri. Una di queste rappresentazioni mette in scena la passione e la morte di Cristo. Questo avvenne prima nelle chiese, poi sul sagrato e quindi nelle piazze. Un’altra manifestazione del teatro medievale sono i drammi sacri, le narrazioni bibliche e le Via Crucis.

Se guardiamo al teatro profano troviamo le atellane che sono rappresentazioni di matrice latina, a tema agreste, di carattere comico, carnale, talvolta brutale. Vengono rappresentati aspetti del mondo contadino e vengono messe in scena risse, truffe, effetti di ingordigia e di fame atavica, fantasmagoriche prestazioni sessuali, tutto al fine di suscitare la comicità anche attraverso la rappresentazione di oscenità.

Un altro tipo di teatro è costituito dal mimo, una rappresentazione nella quale non si fa uso delle parole, in cui la comunicazione viene lasciata solo ai movimenti del corpo. Il mimo è affidato a mimi, addestratori di animali, danzatori e acrobati, ad istrioni. Uno dei grandi istrioni del nostro tempo è stato Dario Fo, che ha portato a noi le eredità del teatro medievale.

Dario Fò

Opera buffa, versione integrale https://www.youtube.com/watch?v=9EdIFECzTVE

Bonifacio VIII  https://www.youtube.com/watch?v=ckvKmLhMsUw

Resurrezione di Lazzaro  https://www.youtube.com/watch?v=gKdKu8h-NXg

Il teatro moderno

Il teatro moderno si sviluppa in Europa a partire dal Cinquecento. Nel corso del secolo si riaffermano le tre unità aristoteliche assunte come canoni della perfezione dell’arte drammaturgica: l’unità di luogo, di tempo e di azione.

I generi del teatro sono:

  • commedia,
  • tragedia (recitazione musica canto e danza),
  • melodramma (recitazione e canto – tema mitologico o epico),
  • opera buffa,
  • tragicommedia (sviluppo tragico e lieto fine),
  • dramma pastorale (intrecci romanzeschi di ambientazione bucolica).

La committenza in Italia

I Principati, le corti sono i centri propulsivi dell’innovazione culturale italiana. Le famiglie potenti, nel corso dell’età moderna, vogliono mostrare la loro grandezza e il loro potere anche attraverso l’arte e la cultura. Gli Este a Ferrara, i Gonzaga a Mantova, i Montefeltro e il Papato si circondano di intellettuali e artisti e commissionano opere teatrali che vengono rappresentate nei cortili o nelle sale dei palazzi. Le scenografie creano città finte, ideali, dipinte. Un esempio su tutte è la Mandragola, commedia di Machiavelli.

Visione film Mandragola

La commedia dell’arte

Il 25 febbraio 1525 a Padova un gruppo di attori e attrici costituiscono la Fraternal compagnia con l’obiettivo di “recitar commedie di loco in loco per guadagnar denaro”. A questo atto si fa risalire la nascita della commedia dell’arte.

Origine del nome

La parola commedia designa una vicenda a lieto fine, a tema comico, quindi un’opera buffa. La parola arte ha il significato di professione, mestiere, lavoro; si tratta quindi di un’opera di ingegno. Il termine designa l’insieme di quanti esercitano tale professione. Quindi Commedia dell’arte significa Commedia di professionisti.

La loro arte è quindi un lavoro e questi attori sono dei professionisti. Recitano senza il sostegno di un Principe, cercano lavoro in giro, attraggono il pubblico, devono incuriosirlo, conquistarlo e convincerlo a pagare il biglietto. Hanno bisogno di trovare consenso e devono avere abilità teatrale, vocale e fisica. Gli spettacoli che organizzavano avevano una durata di circa tre ore.

La commedia dell’arte è una rappresentazione basata su canovacci detti anche scenari e non quindi su testi scritti.

Canovaccio: è costituito dalla traccia dell’intreccio che va rappresentato, registra gli elementi di base della trama e ne determina, in maniera generica, lo svolgimento. Ma non entra nel dettaglio delle singole scene. Il canovaccio fornisce solo la traccia sulla quale gli attori improvvisavano. Funge quindi solo da promemoria.

Viene realizzata all’aperto, con scenografia fatta di pochi oggetti. Le compagnie sono formate una decina di persone, in cui solitamente ci sono otto uomini e due donne. La presenza delle donne sul palcoscenico è una novità, infatti le donne non erano mai salite su un palcoscenico fino ad allora. Ogni ruolo veniva interpretato dagli uomini.

Le compagne dell’arte dispongono solitamente di un vasto bagaglio di canovacci, adatti alle loro potenzialità. Gli attori improvvisano i loro lazzi e realizzano dialoghi e scenette comiche, atti o motti buffoneschi, spesso sguaiati di carattere mimico. Si tratta di scenette ben collaudate che fanno parte del personale repertorio degli attori, predisposte per interrompere la monotonia del dialogo.

Lazzi: breve scena di carattere mimico, predisposta nel canovaccio, per interrompere la monotonia del dialogo.

Questa commedia all’estero era conosciuta come “Commedia italiana”.

Le maschere della commedia dell’arte

Arlecchino

È un servo furbo e sciocco, un ladruncolo, bugiardo e imbroglione, in perenne conflitto col padrone. È costantemente preoccupato di racimolare il denaro anche perché è sempre insaziabilmente affamato. La maschera è di origine bergamasca. Il suo costume prima prevedeva una calzamaglia rattoppata, poi un abito multicolore, con motivo a losanghe.

Di Maurice Sand – SAND Maurice. Masques et bouffons (Comedie Italienne). Paris, Michel Levy Freres, 1860 – from de:wikipedia de:user:Eisenacher at 02:23, 11. Mär 2006, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1188819

Pulcinella

È una maschera che proviene dalla tradizione meridionale che nasce nel Seicento. Il suo abito è costituito da un ampio camicione bianco, con cintura nera tenuta bassa e i calzoni cadenti. La maschera è nera, glabra, con occhi piccoli e naso adunco. La voce ha una caratteristica tonalità stridula. Pulcinella è un servo sciocco e insensato, anche se talvolta può essere arguto e di buon senso. È vitale, inquieto, triste, pronto a stupirsi delle cose del mondo.

Di Internet Archive Book Images – https://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages/14783341015/Source book page: https://archive.org/stream/ofitalyhumour00wernrich/ofitalyhumour00wernrich#page/n84/mode/1up, No restrictions, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43551963

Pantalone

È una maschera veneziana; il suo costume prevede lunghi pantaloni neri attillati, una giubba rossa, una lunga zimarra nera, le pantofole. Sul viso porta una maschera dal lungo naso a becco. Al fianco sono appesi un corto spadino e una borsa per i denari. Di carattere vitale e sensuale è la caricatura del mercante veneziano, mediamente anziano sempre attratto dalle grazie delle giovani donne. Per questo si trova spesso in conflitto con i giovani.

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c3/SAND_Maurice_Masques_et_bouffons_06.jpg

Colombina

È la più famosa fra le servette; il suo costume è costituito da un semplice abito cittadino, di colore chiaro, un grembiule colorato e una cuffietta portata di traverso. Il carattere è quello di una giovane arguta, dalla parola facile e maliziosa, mai protagonista nella commedia, ma parte importante nell’economia dello spettacolo perché si rivela abile a risolvere con destrezza situazioni intricate.

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/40/SAND_Maurice_Masques_et_bouffons_03.jpg

Maggiori esponenti del teatro in Europa

William Shakespeare e il teatro nell’età elisabettiana

William Shakespeare è il più importante commediografo e poeta dell’età di Elisabella I. Lui scrive commedie e tragedie nelle quali trascura le regole aristoteliche, quelle che esigevano l’unità di tempo, di luogo e di azione. Il suo lavoro ottiene grande consenso di pubblico ma anche attacchi da moralisti «puritani».

Tratti biografici

William Shakespeare è un poeta e drammaturgo inglese. Nasce a Stratford-upon-Avon nel 1564. È considerato dalla critica come una delle più grandi personalità della letteratura di ogni tempo e di ogni paese ed è uno degli esponenti principali del rinascimento inglese. Sulla vita di Shakespeare si sa ben poco. Oltre a mancare dati certi sulla sua vita, circolano innumerevoli aneddoti intorno alla sua figura, che sono senza fondamento. Poche dunque le notizie certe a cui sono giunti gli storici.

La sua famiglia apparteneva alla classe benestante inglese. Il padre era una un facoltoso mercante mentre la madre apparteneva alla piccola nobiltà terriera. Nel 1582 lo scrittore sposa Anne Hathaway, bella ragazza di umili origini, proveniente da una famiglia contadina. Anne darà al drammaturgo ben tre figli di cui gli ultimi due gemelli. William dedica anima a corpo all’attività di attore, ne scrive anche i testi, tanto che dopo qualche anno può già vantare una cospicua produzione. Trasferitosi a Londra, nel giro di qualche tempo si conquista una discreta fama.

Le sue opere teatrali sono inizialmente poco apprezzate dal pubblico, mentre i suoi sonetti godono di grande considerazione. La sua fama è oggi legata soprattutto alle 38 opere teatrali da lui composte nell’arco della sua fulgida carriera. Conquistato un certo benessere, a partire dal 1608 Shakespeare diminuì dunque il suo impegno teatrale; sembra che trascorresse periodi sempre più lunghi a Stratford, dove acquistò un’imponente casa, New Place, e divenne un cittadino rispettato della comunità. Morì il 23 aprile 1616 e fu sepolto nella chiesa di Stratford.

Opere di Shakespeare

Tra le opere più famose:

Il teatro nel quale vengono rappresentate le sue opere è il Golden Globe Theatre.

https://www.google.com/url?sa=i&url=https%3A%2F%2Fen.wikipedia.org%2Fwiki%2FShakespeare%2527s_Globe&psig=AOvVaw28I2dmo15NId3bKqeVCD0f&ust=1602242654991000&source=images&cd=vfe&ved=0CAIQjRxqFwoTCIifl57xpOwCFQAAAAAdAAAAABAD
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/9/91/The_Globe_Theatre%2C_Panorama_Innenraum%2C_London.jpg/660px-The_Globe_Theatre%2C_Panorama_Innenraum%2C_London.jpg

Video sulla vita di Shakespeare

In Francia – Molière e il trionfo della commedia

Molière è stato il commediografo che ha rinnovato il teatro popolare francese.

Drammaturgo e attore teatrale francese, il vero nome di Molière è Jean-Baptiste Poquelin. Nasce a Parigi il 15 gennaio 1622, suo padre Jean era un tappezziere, artigiano di classe agiata, sua madre morì quando lui aveva solamente dieci anni.

La sua infanzia è segnata da lutti ed inquietudini. Da ragazzo entra in contatto col mondo teatrale grazie alla passione trasmessagli dal nonno materno. Frequenta scuole di prestigio, studia presso i gesuiti dove impara la filosofia, il latino e l’uso della retorica. Nel 1641 diviene avvocato ma la sua passione per il teatro lo porta ad entrare in una compagnia teatrale. Così inizia a girare la Francia, conosce i copioni della tradizione e li rielabora per scrivere le sue commedie. Torna a Parigi e recita davanti alla corte. Ottiene protezione del fratello del Re e la possibilità di usare la sala di un antico albergo parigino collocato a fianco del Louvre, successivamente ottiene l’utilizzo di una sala del Palazzo reale. Qui mette in scena alcuni dei suoi più grandi successi.

Molière accosta vivacità intrecci a dialoghi brillanti, disegna caratteri realistici, complessi e moderni e fa satira sociale. Infatti mostra i vizi del tempo e assume atteggiamento anticonformistico. Nelle sue opere cerca il realismo tanto che il teatro diventa lo specchio della società.

Molière muore di tubercolosi il 17 febbraio 1673 mentre recita “Il malato immaginario”; prima di morire aveva recitato a fatica, coprendosi la tosse – si dice – con una risata forzata. Da questa circostanza pare sia nata la superstizione di non indossare il giallo in scena, in quanto Molière indossava un abito proprio dello stesso colore.

Mentre era in vita l’Accademia di Francia non accettò mai Molière tra gli immortali, perché il commediante, ancora definito guitto, attore, quindi era considerato culturalmente inferiore. L’Accademia avrebbe riparato in seguito dedicandogli una statua con l’iscrizione “Nulla mancò alla sua gloria, Egli mancò alla nostra”.

Molière può essere considerato a tutti gli effetti il precursore di quel rinnovamento teatrale che comincerà ad esprimersi compiutamente solo un secolo dopo, con Carlo Goldoni, fino a raggiungere la piena maturità nel teatro di Anton Cechov. Anche l’italiano Dario Fo indicherà Molière tra i suoi maestri e modelli.

Opere di Molière

La scuola delle mogli – Si tratta di una commedia in cui si discute sull’educazione da impartire alle fanciulle per renderle mogli fedeli, che gli attira tantissime polemiche-

Tartufo – in cui si fa beffe dell’ipocrisia religiosa. La commedia viene interdetta dal re e l’arcivescovo proibisce ai francesi di leggerla

L’avaro – racconta la vicenda di un padre avaro e delle sue manovre per non dare nulla i figli. Film bianco e nero – www.youtube.com/watch?v=l07vdzk4JQk. Opera teatrale – www.youtube.com/watch?v=gNgEDDx1e6E

Il malato immaginario – Protagonista un autoritario ipocondriaco       www.youtube.com/watch?v=0uxModwxM6E

Molière morirà proprio durante l’interpretazione di questo dramma il 17 febbraio 1673

I comici dell’arte al tempo di Goldoni

La commedia dell’arte, ai tempi di Goldoni è, a suo avviso degenerata. Si tratta di attori professionisti che recitano nelle commedie dell’arte. Ma nel corso del tempo sono diventati sempre più volgari e sono quindi sempre meno adatti alla sensibilità borghese.

Fonti

https://biografieonline.it/biografia-shakespeare

https://biografieonline.it/biografia-moliere

http://www.treccani.it/enciclopedia/

https://library.weschool.com/

Magri, Vittorini, Tre, Storia e testi della letteratura, Paravia