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Eroi della Seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale ha mostrato quanto l’umanità potesse essere brutale e irrispettosa. Ma nel dilagare della violenza, molti uomini si sono distinti per umanità e hanno operato per il bene. In questo articolo vi invito a mettere gli occhi sul bene fatto, durante il terribile conflitto, da uomini “normali”.

Giorgio Perlasca

Giorgio Perlasca – Perlasca con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga il 30 giugno 1990

Giorgio Perlasca, tra il 1944 e il 1945 a Budapest riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ungheresi di religione ebraica spacciandosi per Console spagnolo: ma lui non era nè diplomatico nè tanto meno spagnolo.

Giorgio Perlasca nasce a Como il 31 gennaio 1910. Da giovanissimo coltiva una grande ammirazione per le idee e le imprese di Gabriele D’Annunzio e negli anni Venti aderisce con entusiasmo al fascismo.

Negli anni Trenta si arruola nell’esercito fascista e parte come volontario per l’Africa Orientale prima e per la Spagna poi. Qui si trova a combattere in un reggimento di artiglieria proprio al fianco del generale Franco.

Al termine della guerra civile spagnola rientra in Italia e inizia a mettere in discussione la sua appartenenza al fascismo. Non condivide alcune scelte del regime come l’alleanza con la Germania, nazione contro cui l’Italia aveva combattuto solo vent’anni prima e l’emanazione delle leggi razziali entrate in vigore nel 1938. La discriminazione degli ebrei italiani lo porta ad allontanarsi dal fascismo, senza però entrare nelle fila dei movimenti antifascisti.

Durante la seconda guerra mondiale viene inviato nell’Est europeo, con un incarico di tipo diplomatico, con lo scopo di acquistare carne per l’Esercito italiano.
Quando nel ’43 il nuovo governo italiano firma l’Armistizio con gli Alleati Giorgio Perlasca è a Budapest. Dal momento che egli si sente fedele al Re si rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Per questo viene internato, per alcuni mesi, in un castello riservato ai diplomatici, in Ungheria.

A metà ottobre del 1944, in accordo con i tedeschi, i nazisti ungheresi, iniziano le persecuzioni, le violenze e le deportazioni degli ebrei ungheresi.

Giorgio Perlasca è destinato ad essere internato in Germania, ma approfittando di un permesso a Budapest per visita medica riesce a scappare.

Grazie a un documento firmato da Francisco Franco in persona, ricevuto al momento del congedo in Spagna, Giorgio Perlasca trova rifugio presso l’Ambasciata spagnola. Quindi si dischiara cittadino spagnolo, ottiene un regolare passaporto intestato a Jorge Perlasca e inizia a collaborare con l’Ambasciatore spagnolo.

La Spagna, come altre potenze neutrali presenti in Ungheria quali Svezia, Portogallo, Svizzera e Città del Vaticano, può rilasciare salvacondotti per proteggere i cittadini ungheresi di religione ebraica.

Alla fine di novembre l’Ambasciatore spagnolo deve lasciare Budapest e l’Ungheria. Inoltre il Ministero degli Interni ungherese ordina di sgomberare le case protette dall’ambasciata spagnola perché é venuto a conoscenza della partenza dell’Ambasciatore Sanz Briz.

In quel momoneto Giorgio Jorge Perlasca prende in mano la situazione. Dichiara che Sanz Briz si è recato a Berna per questioni diplomatiche e che ha incaricato proprio lui Jorge Perlasca di sostituirlo. Quindi, su carta intestata e con timbri autentici, compila di suo pugno la sua nomina a rappresentante diplomatico spagnolo e la presenta al Ministero degli Esteri dove le sue credenziali vengono accolte senza riserve.

Inizia così a gestire l’Ambasciata spagnola, riuscendo non solo a proteggere, ma anche a salvare e a sfamare, giorno dopo giorno migliaia di ebrei ungheresi inserendoli in “case protette” lungo il Danubio.

Inizia un febbrile lavoro per recuperare i protetti sottraendoli alle autorità tedesche di occupazione, per rilasciare salvacondotti e così Giorgio Perlasca, riesce a portare in salvo 5218 ebrei ungheresi.

Dopo l’entrata in Budapest dell’Armata Rossa, Giorgio Perlasca viene prima fatto prigioniero, poi liberato; affronta quindi un lungo e avventuroso viaggio attravesro i Balcani e la Turchia prima di rientrare in Italia.

Il finto ambasciatore torna a casa e non racconta a nessuno, nemmeno in famiglia, la sua storia.

Solo negli anni Ottanta, alcune donne ebree ungheresi, ragazzine all’epoca delle persecuzioni, iniziano a cercare notizie del diplomatico spagnolo che durante la seconda guerra mondiale le aveva salvate. In quel momento la straordinaria storia di Giorgio Perlasca esce dal silenzio.

Non più giovane Giorgio Perlasca accetta di parlare, di farsi intervistare, di recarsi nelle scuole per raccontare la sua storia. Non lo fa per protagonismo, ma solo perché ritiene necessario affidare ai giovani l’incarico di non permettere più che tali follie non abbiano mai più a ripetersi.

Giorgio Perlasca muore il 15 agosto del 1992. È sepolto nel cimitero di Maserà vicino a Padova, sulla sua tomba la frase scritta in ebraico “Giusto tra le Nazioni”.

https://www.amazon.it/banalit%C3%A0-bene-Storia-Giorgio-Perlasca/dp/8807812339

A chi gli chiedeva perché lo aveva fatto, rispondeva semplicemente: “. . . ma lei, avendo la possibilità di fare qualcosa, cosa avrebbe fatto vedendo uomini, donne e bambini massacrati senza un motivo se non l’odio e la violenza?

Video su Giorgio Perlasca

Intervista a Perlasca
Lucarelli racconta la vita di Perlasca
Un eroe italiano

Il film “Perlasca un eroe italiano”

La ministerie televisiva con protagonista Luca Zingaretti per la regia di Alberto Negrin.

Parte 1

https://www.raiplay.it/video/2017/01/Perlasca—Un-eroe-italiano–Ep-1-bcab78e0-e4ad-40a8-93fd-3cef293bced0.html

Parte 2

https://www.raiplay.it/video/2017/01/Perlasca—Un-eroe-italiano-Ep-2-02c86c47-7504-4449-9894-d8effe60f6ae.html

Gino Bartali

Gino Bartali nasce a Ponte di Ema, un paesino vicino a Firenze nel 1914, dove trascorre la sua infanzia. Conosce da giovane Adriana e se ne innamora. Dal loro matrimonio nascono tre figli.

Appassionato di ciclismo da quando era poco più che un bambino, diventa professionista negli anni Trenta.  Dal 1935 Gino Bartali colleziona una vittoria dietro l’altra e nel 1936 vince il giro d’Italia.

Le numerosissime vittorie lo rendono famoso: diventa un eroe agli occhi degli italiani.

Purtroppo la guerra interrompe la sua carriera, ma gli permette di mostrare la sua straordinaria umanità.

Gino Bartali, durante la Seconda guerra mondiale, si adoperò contro la persecuzione degli ebrei. Infatti entrò a far parte dell’organizzazione clandestina DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei e collaborò con il rabbino e il vescovo di Firenze. Tra il 1943 e il 1944, con la scusa di allenarsi, trasportò documenti falsi destinati a famiglie ebraiche, da Firenze al convento francescano di Assisi.

Come fece? Li nascose nel telaio della sua bicicletta e così garantì a centinaia di ebrei una nuova identità ai perseguitati e gli permise di espatriare.

Per questo è insignito del titolo di Giusto tra le nazioni.

Paolo Conte dedica questa canzone al celebre ciclista – Bartali

Il film Bartali l’intramontabile

Il film narra la vita di Gino Bartali attraverso le sue vicende personali e sportive, dagli esordi fino alla fine della carriera avvenuta nel 1954. La regia è di Alberto Negrin e Bartali è interpretato da Pierfrancesco Favino.

https://www.raiplay.it/video/2019/07/Gino-Bartali-lIntramontabile-b3abbb2a-8b5f-42a9-be8e-45a0cca04d3d.html

Oskar Schindler

Oskar Schindler fu l’impreditore tedesco che salvò la vita a centinaia di ebrei con la scusa di farli lavorare nelle sue fabbriche.

Oskar Schindler e la sua fabbrica a Cracovia

Oskar Schindler nasce il 28 aprile del 1908 a Zwittau, in Moravia, una regione che a quel tempo faceva parte dell’impero austro-ungarico.

Giovane di intelligenza vivace, ma insofferente alle regole, Oskar Schindler frequenta la scuola dell’obbligo; quindi si iscrive a un istituto tecnico, da cui viene presto espulso per avere contraffatto il proprio libretto. Successivamente riesce comunque a diplomarsi, ma non sostiene gli esami necessari per andare all’università o al college. Impara diversi mestieri tra cui quello di parrucchiere. Lavora per tre anni per suo padre.

Con i primi soldi guadagnati acquista una moto, una Guzzi da competizione e comincia a gareggiare su percorsi di montagna.

Nel 1928 si sposa con Emilie Pelzl, figlia di un importante e benestante industriale. I due vivono per alcuni anni presso la casa dei genitori di Schindler, e qui vive per i sette anni seguenti.

Dopo il matrimonio Oskar Schindler lascia il lavoro con suo padre e si dedica a diverse mansioni: lavora per la Moravian Electrotechnic, per una scuola guida, per l’esercito ceco, dove raggiunge il grado di caporale.

Nel corso degli anni Trenta chiude sia la Moravian Electrotechnic che l’impresa di suo padre e così Oskar Schindler, dopo un periodo di disoccupazione viene assunto dalla Banca di Praga dove rimarrà per sette anni.

In quel periodo Oskar Schindler viene arrestato più volte per ubriachezza. Inoltre ha una relazione extraconiugale da cui ha due figli.

A metà degli anni Trenta Oskar Schindler si aggrega al Partito Tedesco dei Sudeti e pur essendo un cittadino della Cecoslovacchia, nel 1936 diventa una spia per l’Abwehr, i servizi segreti nazisti, scelta dettata, secondo quanto rivelato da lui successivamente, dal fatto di essere alcolizzato e pieno di debiti.

I suoi compiti prevedono che lui raccolga informazioni sulle ferrovie e sulle installazioni militari nel suo paese, sui movimenti delle truppe, sul reclutamento delle spie. In Cecoslovacchia infatti si teme un’invasione nazista.

Il 18 luglio del 1938, Schindler viene arrestato dal governo ceco per spionaggio e viene incarcerato. Ma viene ben presto rilasciato perchè la regione dei Sudeti viene annessa alla Germania il 1° ottobre 1938.

Nel 1939 Oskar Schindler entra ufficialmente nel partito nazista e viene trasferito con sua moglie sul confine tra la Repubblica Ceca e la Polonia. Qui viene coinvolto in affari di spionaggio e si fa aiutare dalla moglie a raccogliere e nascondere i documenti segreti nel suo appartamento. Il governo tedesco sta preparando l’invasione della Polonia.

Schindler continua a lavorare per l’Abwehr fino all’autunno del 1940 quando viene spedito in Turchia, per conto dei servizi segreti tedeschi, per indagare su presunti casi di corruzione.

Nel 1942 torna in Polonia dove assiste all’orrore della violenza nazista contro gli ebrei a Cracovia. Rimane sconcertato dalla mancanza di scrupoli dei soldati tedeschi nei confonti della popolazione civile inerme: chi cerca di scappare o di nascondersi viene ucciso barbaramente.

La vista della ferocia nazista trasforma il giovane scialacquatoree Oskar Schindler decide di dare il suo contributo a favore della popolazione ebrea.

Sfruttando le sue doti di diplomatico, Oskar Schindlerriesce ad ottenere che novecento ebrei vengano lasciati nel complesso industriale di sua proprietà; ufficialmente per avere forza lavoro gratuita (gli ebrei non avevano diritto ad un salario) ma con lo scopo reale di metterli al riparo dalla brutalità nazista. Questi sono gli uomini che vengono definiti i Schindlerjuden, cioè gli ebrei di Schindler:

Quando nel 1944 i tedeschi distruggono i campi di concentramento e uccidono le persone internate perchè la Polonia sta per essere liberata dall’Armata Rossa, Oskar Schindler riesce a trasferire più di mille ebrei in una fabbrica in Cecoslovacchia

Con la fine della guerra ‘uscita di scena di Hitler e del suo regime, conclusa la Seconda guerra mondiale, Schindler si trasferisce dapprima in Argentina poi ritorna in Germania. Non riesce però a riprendere la professione di imprenditore e si trova quasi in miseria.

Quando nel 1961 va in Israele, viene accolto con entusiasmo dai sopravvissuti all’Olocausto. Nel 1965 Oskar Schindler riceve la Croce al Merito di I Classe dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca.

Oskar Schindler muore nel 1974, la salma viene trasferita a Gerusalemme e sulla lapide viene incisa la scritta “Giusto tra i giusti”.

Il vero potere non è poter uccidere, ma avere tutti i diritti di farlo, e trattenersi.

Oskar Schindler

Su di lui è stato fatto, nel 1993, il film “Schindler’s List“, la lista di Schindler, film di Steven Spielberg che ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Il film si ispira al romanzo, “La lista di Schindler” scritto nel 1982 dall’australiano Thomas Keneally.

Video su Schindler

Chi è Oskar Schindler
La fabbrica di Schindler

Lucillo Merci

Lucillo merci – Il Perlaasca trentino – foto it.gariwo.net e www.altoadige.it
Lucillo merci ha falsificato più di 600 certificati attestanti la cittadinanza o la discendenza italiana: per salvare gli ebrei, non solo italiani, da Auschwitz e dalla morte.

Lucillo Merci nasce a Riva del Garda nel 1899. Dopo il diploma trova impiego come maestro elementare a Salorno.

Iscritto al partito fascista, nel 1923 è nominato direttore didattico a Malles Venosta. Qui diventa un punto di riferimento per le trecento maestre inviate da Mussolini con lo scopo di italianizzare gli altoatesini.

Lucillo Merci negli anni Trenta insegna alle scuole di Bronzolo e Malles, dove è anche nominato podestà. Nel 1938 è direttore alle “Rosmini” di Bolzano. Nel 1940 è chiamato alle armi: prima col grado di tenente sul fronte francese e poi viene assegnato, come capitano in Albania e Grecia, alla Divisione Aqui, quella divisione che sarà massacrata a Cefalonia.

Gli viene assegnato il grado di Capitano e combatte prima in Albania, poi in Grecia. 

Arrivato a Salonicco, nella zona greca occupata dai nazisti, il suo ottimo tedesco gli vale il distacco in qualità di interprete presso il Consolato. Salonicco era chiamata la Gerusalemme dei Balcani per l’alto numero di ebrei residenti, il 60 % circa della popolazione cittadina. Tra loro, migliaia sono gli italiani di fede ebraica.

Merci arriva nella città greca ai primi di ottobre del ’42, quando è già in corso l’occupazione tedesca. Il console italiano Guelfo Zamboni gli affida il compito di interprete e di ufficiale di collegamento con le autorità militari tedesche.

Entrambi sono fascisti, ma entrambi non hanno dubbi e non esitano a organizzare un piano per salvare gli ebrei, non solo italiani.

I nazisti a Salonicco vogliono ripulire la città dagli ebrei; per questo mandano temibili capitani delle SS Dieter Wisliceny e Alois Brunner, due fra i più terribili ed esperti organizzatori della “Soluzione finale”.

Merci scrive nel suo diario: “Abbiamo capito che sono stati mandati per liquidare definitivamente il problema degli ebrei”. Atene è sotto l’influenza italiana ed è un luogo sicuro per gli ebrei. E così Lucillo Merci e Consoli Guelfo Zamboni e Giuseppe Castruccio si adoperano per fornire documenti falsi che attestino la cittadinanza italiana agli ebrei destinati alla deportazione. Questi possono così salvarsi partendo per Atene o raggiungendo l’Italia. Lucillo Merci distribuisce personalmente i certificati all’interno dei campi di concentramento. 

Durante una licenza nel luglio 1943 Merci accompagna in Italia una quarantina di ebrei. Una ventina di questi riesce a salvarsi a Firenze; gli altri vengono scoperti e trucidati nella prima strage nazista di ebrei in Italia. Lucillo Merci grazie al suo perfetto tedesco e ad un carattere franco ed estroverso, riesce ad ammorbidire i tedeschi e se serve a tener testa agli ufficiali nazisti, che potrebbero punire con la morte l’aiuto che lui ha fornito agli ebrei. Dopo l’8 settembre viene arrestato dai tedeschi, ma il Console Castruccio riesce a farlo liberare. 

Nel settembre ’43,  dopo la chiusura del Consolato e la cessazione dei suoi incarichi ufficiali, Merci continua ad adoperarsi per salvare i perseguitati. In abiti borghesi, si impegna per i fuggiaschi italiani. Distribuisce cibo ai soldati prigionieri dei tedeschi per alleviarne i disagi e ne salva alcuni spacciandoli per insegnanti della comunità italiana di Salonicco. 

Dopo la guerra Lucillo Merci mantiene il più stretto riserbo sui suoi atti di salvataggio. Diventa ispettore scolastico nelle scuole in Alto Adige fino alla pensione nel 1964. Muore a Bolzano nel 1984. 

Brani tratti dal Diario di Lucillo Merci

Merci è autore di un diario i cui contenuti sono stati resi noti nel 2007 dallo storico Gianfranco Moscati e dagli studiosi dell’Archivio storico del Comune di Bolzano.

“Da circa due settimane prosegue la deportazione degli Ebrei greci in Polonia su treni formati da 40 carri bestiame, su ciascuno dei quali vengono pigiate 60 persone di ogni età. Ogni trasporto è di 2.400 persone.”
6 aprile 1943
“Continua in Consolato il rilascio di cittadinanza italiana agli Ebrei coniugi di cui uno di origine italiana che abbiano consanguinei, ascendenti, discendenti o collaterali (…) fra i quali ci sia o ci sia stato un congiunto di qualsiasi grado di parentela già italiano o con cognome italiano. Esempio specifico: quello dei coniugi Daniele e Bella Mentesch, contadini con tre figlioletti. Ignorano la lingua italiana. Tra gli ascendenti ci fu un cognome italiano”
7 maggio 1943
“Dal campo ‘Baron Hirsch’ sono stati liberati oggi 60 ebrei nati italiani o dichiarati italiani. Il 26 ne uscirono altri 5 e il 27 altri 4. Anche la famiglia di Rachele Modiano è stata liberata. Tutti insieme si sono dati appuntamento al nostro Consolato e fecero una grande dimostrazione di gratitudine al Signor Console e a me”.
25 – 28 maggio 1943
“Non nascondo che in taluni casi mi tremavano le vene e i polsi presentando taluni certificati agli Uffici tedeschi, indi, ogni volta l’elenco al Campo di concentramento per prendere in consegna gli ebrei liberati”.

Scrivere

Fonti

  • www.treccani.it/enciclopedia/giorgio-perlasca/
  • www.giorgioperlasca.it
  • https://biografieonline.it/biografia-oskar-schindler
  • https://it.gariwo.net/giusti/shoah-e-nazismo/lucillo-merci-1536.html
  • http://www.bolzano-scomparsa.it/lucillo_merci.html
  • https://www.giornaletrentino.it/cronaca/trento/lucillo-merci-il-perlasca-trentino-che-strapp%C3%B2-oltre-600-ebrei-alla-morte-1.2262176
  • https://biografieonline.it/biografia-gino-bartali
  • https://www.focus.it/cultura/storia/gino-bartali-doodle
  • https://www.elasticinterface.com/it/magazine/gino-bartali-shoah/
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Colonialismo Imperialismo Novecento Ottocento Settecento storia

Imperialismo

Cosa significa imperialismo

Con la parola imperialismo si intende la costruzione da parte delle potenze europee di imperi coloniali estesi alla maggior parte del pianeta. Si tratta del fenomeno più caratteristico del periodo compreso tra il 1870 e il 1914: questo periodo è definito l’età dell’imperialismo.

Carattere specifico dell’imperialismo fu la conquista militare e politica finalizzata al dominio di intere regioni rilevanti per il loro interesse strategico o commerciale.

Le cause dell’imperialismo

Diversi studiosi hanno cercato di individuare le cause di tale fenomeno. Hobson, che era un liberale, ritiene l’imperialismo una distorsione del sistema capitalistico. Il sistema capitalistico si è trovato ad affrontare una crisi derivata dalla debolezza della domanda interna e quindi ha cercato nuovi mercati che fossero protetti dalla concorrenza.

Questa motivazione quindi è accentrata sull’aspetto economico.

Lenin, il leader della rivoluzione russa del 1917, ritiene che la guerra, nello specifico parla della Prima Guerra mondiale, sia la massima espressione del conflitto Inter imperialistico. Lenin infatti considera l’imperialismo come l’esito estremo della concorrenza economico politica internazionale e della conflittualità tra le potenze.

Ritiene inoltre che questa conflittualità sia la premessa per il crollo dello stesso sistema capitalistico. A posteriori sappiamo che la sua previsione non si è realizzata.

Il pensiero intorno all’imperialismo

La storiografia di ispirazione marxista dà un’interpretazione economica dell’imperialismo, fu contestata nei decenni successivi da studiosi di impostazione liberale a cominciare da Schumpeter.

Schumpeter

Egli legge l’imperialismo non come manifestazione di razionalità economica ma come una un’eredità dell’Antico regime, come un irrazionale e antieconomica tendenza al dominio sopravvissuta nelle caste militari e aristocratiche dell’Europa.

Molti studiosi nel secondo dopoguerra sostennero che l’imperialismo non aveva motivazioni economiche.

Fieldhouse

Per Fieldhouse l’imperialismo è interpretabile come manifestazione dei più tradizionali conflitti di potenza inter europei. Secondo questo studioso l’imperialismo non rappresenta una novità rispetto al colonialismo precedente ma piuttosto una sua intensificazione, dovuta sia a ragioni di potenza e di prestigio politico, che al sorgere, nelle periferie asiatiche e africane, di situazioni di instabilità: Questa instabilità preoccupava i governi locali che spingevano i governi europei a intervenire per ripristinare una situazione di equilibrio.

Questa tesi è detta dell’imperialismo periferico ed è molto discussa e discutibile. La tesi ha avuto comunque il merito di spostare l’attenzione da una prospettiva esclusivamente euro centrica a una più attenta alle realtà delle periferie coloniali.

Wehler

Un’altra tesi è quella dell’imperialismo sociale elaborata da Wehler, uno storico tedesco.

Egli, partendo dallo studio della Germania a cavallo tra Ottocento e Novecento, considera l’espansione coloniale di fine Ottocento come una risposta delle classi dirigenti alle tensioni sociali innescate dai processi di modernizzazione industriale.

Alla luce di questa interpretazione, l’imperialismo diventa un capitolo di quell’opera di integrazione delle masse nei valori dello stato-nazione e di acquisizione del consenso che impegnò le classi dirigenti europei in quell’epoca.

Le cause dell’imperialismo

Non possiamo trovare spiegazione di questo fenomeno in una causa sola.

Non basta dire che la causa è di tipo economico per cui l’imperialismo è motivato solo dalla ricerca di materie prime e di mercati in cui investire i capitali in eccesso.

Questo è sicuramente vero per alcune aree.

Un esempio particolarmente eclatante è quella dello sfruttamento delle popolazioni del Congo belga per l’utilizzo del caucciù. Questo fenomeno sarebbe incomprensibile al di fuori del boom dell’Industria dei pneumatici per biciclette e automobili.

Video Leopoldo II e il Congo Belga

https://www.youtube.com/watch?v=VgRxPQ11xec

Ma oltre al fattore economico che sicuramente è importante individuiamo altri due elementi.

La competizione strategica tra le potenze che portava ad occupare un territorio prima che qualcun altro lo facesse.

La volontà dei diversi governi di dirottare all’esterno il conflitto sociale ottenendo nello stesso momento consenso popolare è legata ai concetti di potenza e di grandezza nazionale.

Tutto questo si inserisce perfettamente nel quadro culturale in cui il nazionalismo dell’800 era diventato un’ideologia che non serviva più per emancipare una nazione ma per aggredire e sopraffare.

La cronologia e la geografia del colonialismo

L’imperialismo si inserisce nella secolare tendenza all’espansione coloniale che accompagna la storia d’Europa.

  • Il 1415 l’anno in cui il Portogallo conquista Ceuta un’isola nordafricana di fronte a Gibilterra.
  • Il 1935 è l’anno della brutale conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia fascista.

Possiamo considerare queste due date come la prima e l’ultima manifestazione del colonialismo. Questi cinque secoli vedono la progressiva affermazione del dominio europeo sul mondo.

In questo fenomeno di lunga durata possiamo riconoscere alcune scansioni temporali fondamentali sia in senso geografico territoriale che dal punto di vista degli Stati che ne furono i protagonisti.

La prima tappa si colloca nel Cinquecento, l’età della conquista dell’America Meridionale da parte delle potenze della penisola iberica.

La seconda si colloca invece alla metà del 700 quando l’espansione coloniale si sposta dall’America verso l’Asia Per iniziativa dell’Inghilterra e della Francia.

La fase successiva la troviamo nel secondo decennio dell’Ottocento che vede la conquista dell’Indipendenza da parte delle colonie dell’America Latina.

Dopo il 1830 possiamo considerare un colonialismo in ritirata perché la perdita di immensi imperi latino americani non regge il confronto con l’ancora parziale incerto dominio Europeo in Asia.

Ma il colonialismo gode ancora di ottima salute.

Infatti l’Ottocento non vede solo il dilagare in Asia in Oceania della Gran Bretagna ma vede anche la completa spartizione dell’Africa in seguito a una vera e propria gara a cui parteciparono le nuove potenze coloniali come la Germania il Belgio e l’Italia.

A conclusione di questo processo, alla vigilia della Prima Guerra mondiale, l’Europa colonizzatrice controllava circa il settanta per cento delle terre emerse del pianeta.

Belle époque

L’Europa tra la fine dell’800 e lo scoppio della grande guerra vive un periodo di grande fiducia nel futuro, pace e relativa prosperità. Nell’esplosione della nuova vita mondana circolano sotterranei dei conflitti nascosti che esploderanno della violenza della Grande Guerra. 

In questo periodo chiamato della Belle époque molte sono state le scoperte scientifiche. Ricordiamo che la seconda rivoluzione industriale ha trasformato la vita di tutte le popolazioni del mondo legato all’Europa. 

Imperialismo in Asia

L’Asia era un continente che ospitava civiltà millenarie raffinate con complesse organizzazioni sociali e politiche.

Era un autentico gigante demografico e una rilevante potenza economica.

Pensiamo che nel 1820 produceva il 60% della ricchezza mondiale, il doppio dell’Europa.

Assoggettare l’Asia a un dominio territoriale e controllarne le masse di popolazione era fuori dalle possibilità anche dei più intraprendenti colonizzatori dell’Europa preindustriale.

Per questo inglesi, francesi, portoghesi e olandesi si erano limitati a conquistare la supremazia sui mari e a controllare piccole aree costiere.

Avevano costituito delle basi commerciali che servivano per i loro traffici.

L’unica eccezione di questo periodo è il dominio instaurato sulle isole di Giava e di Sumatra da parte degli olandesi. Gli olandesi avevano imposto agli indigeni la coltivazione di pepe, caffè, zucchero, tabacco e avevano obbligato gli indigeni a una forma di lavoro molto simile a quelle della schiavitù.

Solo con la metà dell’800 l’Inghilterra iniziò un potente e capillare movimento di espansione coloniale nel cuore del continente.

Inglesi e francesi disponevano ormai delle risorse economiche e tecnologiche militari necessarie ad instaurare domini territoriali diretti, imponendosi spesso con la forza su governi locali dispotici ma indeboliti da lotte tra fazioni o clan.

Questo processo di espansione vide scendere in campo, verso la fine del secolo anche gli Stati Uniti.

Il processo di espansione fu guidato da obiettivi strategici sia di tipo economico che di tipo geopolitico.

La ricca area asiatica divenne teatro di primaria importanza nella competizione tra le potenze.

La dominazione inglese in India

A partire dalla metà del 700, dopo la vittoria della guerra dei sette anni contro i francesi – a cui rimasero solo un paio di scali commerciali – la penetrazione inglese in India era proseguita senza soste a partire dal Bengala, area che costituisce il nucleo originario dell’amministrazione civile assegnata, dal Gran Moghul di Delhi, alla East India Company, la Compagnia delle Indie Orientali.

Nel 1784 Londra istituì la carica di governatore generale dell’India. Tale carica fu ricoperta da un funzionario che aveva il compito di affiancare controllare, a nome della corona britannica, l’operato della compagnia. 

Formalmente l’India era governata dall’imperatore Moghul, ma nella realtà era frantumata in una miriade di piccoli e grandi regni territoriali. Fu giocando su questa frammentazione che la compagnia riuscì ad estendere il suo controllo su gran parte del territorio. Ne risultò una geografia politica “a macchia di leopardo” che intrecciava aree sotto il governo inglese con principati indiani formalmente indipendenti ma, di fatto, controllati da Londra.

A metà dell’800 la Gran Bretagna controllava interamente il subcontinente indiano.

Il subcontinente indiano contava circa 130 milioni di abitanti ed era la regione più popolosa del mondo dopo la Cina. Lo strumento con cui la Gran Bretagna esercitava questo dominio era La compagnia delle Indie orientali che governava la regione affiancata da un governatore generale nominato da Londra.

Tasse e concorrenza

Questa fase del dominio britannico in India fu contrassegnata da un pesante sfruttamento sia per le pesanti tasse che venivano imposte alle popolazioni indiane sia per la concorrenza che le merci inglesi più competitive e più agevolate dal sistema doganale facevano all’industria tessile e all’artigianato indiani.

I prodotti indiani erano gestiti con criteri tecniche tradizionali e quindi raggiungevano costi più elevati. La fiorente manifattura indiana risultò pressoché annientata dalla manifattura inglese.

Alla metà dell’800 l’India da esportatrice era diventata importatrice di tessuti di cotone e si limitava ormai solo a fornire materie prime cioè te e cotone grezzo.

Lo sfruttamento economico, la dipendenza politica, la volontà degli inglesi di europeizzare l’India, introducendo l’insegnamento dell’inglese e un’amministrazione della giustizia sul modello britannico, provocarono tensioni e rivolte.

La rivolta dei sepoys 

La più importante di queste rivolte vide come protagonisti i soldati indigeni al servizio dell’esercito britannico, i sepoys. Questi soldati indigeni al servizio degli inglesi, si ammutinarono nel 1857. 

Diedero vita ad una sanguinosa ribellione che durò più di un anno. La ribellione, che si estese a gran parte del territorio indiano, fu repressa a fatica dagli inglesi. Gli inglesi ebbero la meglio anche grazie all’aiuto determinante della nuova linea telegrafica che collegava Delhi a Calcutta. 

India coloniale

Da questa rivolta gli inglesi appresero la lezione. Impararono che bisognava ricercare l’appoggio delle classi dirigenti locali. Compresero che era necessario modificare lo sfruttamento dell’India inserendo l’India nel sistema economico e commerciale britannico; si resero conto anche che era necessario avviare una politica di sviluppo del paese.

Per questo motivo Londra assunse direttamente il governo della penisola. La compagnia delle Indie orientali fu sciolta; l’India diventò nel 1858 colonia della corona sotto il comando di un viceré.

Nel 1876 la regina Vittoria venne proclamata imperatrice dell’India. 

Al tempo stesso fu avviata una politica di modernizzazione che comportò la realizzazione di grandi opere pubbliche come le ferrovie. Venne istituito un sistema scolastico efficace che si poneva l’obiettivo di creare una classe dirigente di origine indiana ma formata secondo i criteri della cultura occidentale.

Furono costruiti dei college anglo indiani in cui si formava un ceto colto di imprenditori, di proprietari terrieri, di professionisti, di intellettuali. I giovani formati in tali istituti costituiranno, in seguito, il primo nucleo del movimento nazionalista indiano.

Nel 1885 nacque a Bombay il Partito Del Congresso Nazionale Indiano al cui interno si confrontarono due linee politiche:

  • una più moderata e occidentalista che premeva per ottenere, dagli inglesi, concessioni e forme di autogoverno locale. 
  • l’altra, che si rifaceva alle tradizioni religiose culturali dell’induismo messe in pericolo dall’occidentalizzazione del paese, iniziò invece a formulare l’obiettivo dell’Indipendenza.

Queste due linee di pensiero continueranno ad animare il dibattito nazionalista indiano nel lungo percorso che porterà il paese all’indipendenza avvenuta nel 1947 sotto la guida del Mahatma Gandhi.

Video sulla figura di Gandhi

https://www.facebook.com/watch/?v=758221441626592

L’impero cinese nell’Ottocento

L’impero cinese contava circa 430 milioni di abitanti ed era, alla metà dell’Ottocento, lo stato più grande e più popolato del mondo.

La Cina era la principale potenza asiatica. Per questo motivo non era possibile neppure pensare di assoggettare l’Impero cinese né dal punto di vista militare né da quello politico.

Ma era risultata anche molto difficile la via della penetrazione commerciale perché la dinastia Imperiale imponeva una severa politica di isolamento del paese e impediva quindi tutti i contatti con l’occidente, sia quelli commerciali che quelli culturali.

La Cina si limitava ad esportare il tè, il rabarbaro e le cineserie, cioè porcellane, oggetti laccati, che dal Settecento erano diventati molto di moda presso i ricchi europei. Un solo porto cinese era aperto: quello di Canton.

Era proprio questa chiusura verso l’esterno che costituiva la forza dell’impero cinese, ma, allo stesso tempo, ne costituiva anche la sua debolezza.

La Cina era un paese estremamente potente, ma era pietrificato, arroccato culturalmente nel mito di una presunta superiorità, rispetto all’occidente ritenuto barbaro.

L’Impero cinese era governato dall’autorità assoluta di un imperatore che si proclamava figlio del cielo, era gestito da una casta di funzionari, i mandarini, che erano molto gelosi dei loro privilegi ed erano refrattari a qualsiasi innovazione.

Ma il 90% della popolazione, che costituiva la sterminata massa dei contadini, viveva in condizioni miserabili; le popolazioni erano estremamente povere ed erano tormentate spesso da carestie e da inondazioni.

I “trattati ineguali”

Fu proprio su queste debolezze che fecero leva le potenze commerciali, in particolare la Gran Bretagna, che erano interessate a forzare il secolare isolamento di tale impero. L’Impero cinese era particolarmente appetibile per due motivi:

– costituiva un enorme mercato potenziale, 

– era la chiave fondamentale, la porta per entrare in Asia.

Le guerre dell’oppio

L’oppio è una sostanza stupefacente che deriva dal papavero coltivato in Medio Oriente e in India. L’oppio veniva contrabbandato in Cina dai mercanti inglesi attraverso il porto di Canton, l’unico porto aperto verso occidente. Si trattava di un commercio molto vantaggioso per chi lo gestiva ma decisamente malvisto dallo stato cinese. 

L’oppio infatti provocava effetti negativi su diversi livelli:

  • danneggiava l’integrità fisica delle popolazioni,
  • alimentava le mafie locali, 
  • provocava la fuoriuscita di moneta dal paese.

Tra il 1800 e il 1838 la quantità di oppio importata in Cina era passata da 120 a 2400 tonnellate. 

La prima guerra dell’oppio

La prima guerra dell’oppio scoppiò nel 1839 quando il governo cinese distrusse un grosso carico di oppio nel porto di Canton. La Gran Bretagna dichiarò che si trattava di una violazione dei diritti internazionali del commercio e invio cannoniere e soldati. La superiorità inglese fu evidente e nel 1842 gli inglesi costrinsero l’imperatore a sottoscrivere il trattato di pace a Nanchino. 

Con il trattato di Nanchino la Cina fu costretta:

  • a pagare una forte indennità in argento, 
  • a cedere Hong Kong alla Gran Bretagna,
  • ad aprire cinque porti al commercio occidentale, 
  • a limitare al 5% (una cifra molto bassa) i dazi di importazione sulle merci inglesi.

La seconda guerra dell’oppio

Nel 1856 il governo Imperiale, cercando di riacquistare prestigio, attaccò una nave inglese che stava nel porto di Canton. In quel momento prese il via la seconda guerra dell’oppio che si concluderà nel 1860 e nella quale la superiorità militare occidentale inglese inflisse alle truppe cinesi una bruciante sconfitta, costringendo il governo cinese ad accettare nuove imposizioni.

La sconfitta nelle guerre dell’oppio fu un vero e proprio trauma per la Cina e rappresentò l’inizio di un progressivo declino del potere Imperiale.

Questo declino si concretizzerà in una serie di trattati ineguali che garantivano a inglesi, francesi, russi, tedeschi e americani crescenti privilegi economici giuridici. 

Tali paese ottennero la possibilità: 

  • di circolare liberamente nel paese, 
  • di acquistare proprietà, 
  • di non pagare imposte, 
  • di esercitare i diritti privati su parti del territorio cinese, come porti, ferrovie, miniere, cioè le cosiddette concessioni.

Nel 1894-95 anche i giapponesi inflissero all’Impero cinese una severa sconfitta. 

Dopo questa sconfitta l’impero della Cina, che era ancora formalmente indipendente, era in realtà diviso in zone di influenza tra Gran Bretagna Russia Francia Germania e Giappone.

Le ferrovie, i commerci, le dogane, i porti franchi cioè porti esenti da dogane, quindi gran parte dell’economia cinese, erano nelle mani degli stranieri.

Non si arrivò ad una spartizione anche politica della Cina a causa delle rivalità tra i diversi pretendenti e grazie all’opposizione degli Stati Uniti che, nel 1899, imposero la cosiddetta politica della porta aperta.

Con questa politica si concedeva a tutti i paesi uguale diritto di commerciare con la Cina.

In questo modo invece che diventare la colonia di una sola potenza, la Cina diventò una sorta di semi colonia di tutte le altre potenze.

La fine dell’Impero cinese

Le ingerenze straniere e la perdita di sovranità del paese provocarono una protesta nazionalista contro gli occidentali che culminò con una sanguinosa rivolta, la rivolta dei boxers nel 1900, una rivolta organizzata dai membri di una società segreta xenofoba di ispirazione religiosa.

I boxers presero di mira le ferrovie, le missioni cristiane, che erano state ammesse in Cina grazie ai trattati ineguali, e anche le ambasciate di Pechino. Le ambasciate furono assediate fino a quando l’intervento militare delle potenze occidentali non soffocò la rivolta.

L’intervento militare inflisse al governo cinese una nuova pesante umiliazione.

L’azione dei boxers era ispirata dall’odio contro gli stranieri il nome delle tradizioni millenarie della società cinese ed era appoggiata dai settori più conservatori della corte imperiale.

In questo movimento si univano sia rifiuto delle ingerenze straniere che le ostilità verso il cambiamento.

Negli stessi anni andò crescendo un movimento di intellettuali e di borghesi, che provenivano dalle città e che erano stati educati nella cultura occidentale, che ritenevano invece necessaria la modernizzazione del paese e la democratizzazione della sua vita politica.

Questo movimento repubblicano riteneva che l’abbattimento della dinastia agonizzante fosse la premessa indispensabile per attuare un cambiamento radicale.

Il suo leader più prestigioso era il medico Sun Yat-senne aveva fondato il partito del Popolo. Il partito del Popolo aveva un programma politico molto avanzato ed era basato su tre punti:

  • autonomia nazionale, 
  • democrazia politica, 
  • uguaglianza sociale da realizzarsi attraverso la distribuzione delle terre ai contadini.

Nel 1912 venne proclamata la prima repubblica della Cina. 

Sull’ultimo imperatore della dinastia Manchu è stato fatto un film intitolato proprio L’ultimo imperatore.

Il Giappone di fronte all’occidente

Il Giappone nell’Ottocento era caratterizzato ancora da una struttura sociale e politica di tipo feudale. Il potere era detenuto dall’imperatore, una figura che aveva però un valore esclusivamente simbolico e religioso, ma era esercitata in realtà dallo shogun, che era un governatore militare.

Lo shogun comandava sui daimyo, i grandi feudatari, che traevano le loro ricchezze dello sfruttamento dei contadini i quali pagavano i loro tributi in riso. 

Alle dipendenze di questi feudatari stava la piccola nobiltà dei samurai, in origine erano guerrieri del signore ora ridotti al rango di funzionari e di amministratori stipendiati dal daimyo, il feudatario. 

Molti samurai avevano abbandonato i feudi e si erano recati in città dove avevano formato un ceto intellettuale.

In Giappone come in Cina c’erano anche i mercanti, che occupavano il livello più basso nella scala sociale. Tuttavia a differenza dalla Cina in Giappone si era sviluppato un centro di mercanti piuttosto potente che deteneva il controllo della moneta necessaria ai consumi dei ceti più ricchi. I feudatari riscuotevano ancora i tributi in riso.

Nel 1853 una squadra di cannonieri americani si è ancora nella baia giapponese di Uraga in accompagnamento alla richiesta del governo americano di avere libero accesso ai porti del sol Levante. 

Il governo giapponese accettò di sottoscrivere un trattato che apriva il paese ai commerci occidentali il Giappone che fino ad allora era stato chiuso, al mondo occidentale, in modo ancor più impenetrabile della Cina.

Questa apertura ebbe però delle conseguenze completamente diverse da quelle subite dalla Cina e costituì l’inizio, non di un declino, ma dell’avvio di un grande processo di sviluppo.

L’apertura verso occidente apri una grave crisi politica in Giappone culminò con l’abolizione dello shogunato ad opera dei daimyo e dei samurai.

Ma la classe dirigente giapponese seppe vedere in questo l’opportunità di riformare profondamente il paese. La classe dirigente giapponese comprese che il destino suo sarebbe stato segnato negativamente se non si fosse provveduto a svilupparlo in modo tale da renderlo capace di fronteggiare l’occidente.

Il perno di questa trasformazione fu la restituzione delle autorità alla figura dell’imperatore. Infatti nel 1867 ci fu l’ascesa al potere l’imperatore Mutsuhito. Con lui inizia un’epoca di governo illuminato. 

Mutsuhito, appoggiato da mercanti e intellettuali samurai realizzò un impressionante politica di riforme che trasformò completamente il volto della società giapponese.

Si ispirò al meglio della cultura e dell’organizzazione dei paesi occidentali più avanzati.

In campo giuridico e istituzionale venne proclamata: 

– l’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini, 

– l’abolizione del feudalesimo,

– la sostituzione dei governatori feudali a livello locale con funzionari pubblici,

– l’introduzione della scuola elementare obbligatoria,

– la formazione dei quadri superiori nelle università occidentali.

In campo economico venne favorita 

  • la modernizzazione attraverso la libera compravendita della terra  
  • l’industrializzazione del paese ad opera dello stato, 
  • la costruzione delle infrastrutture ferroviarie e di grandi fabbriche in alcuni settori strategici come la siderurgia i cantieri navali e le armi.

Grazie a questi provvedimenti il Giappone non solo evitò il destino della Cina, ma riuscì a trasformarsi in una potenza economica e militare di primo piano, in grado di aspirare alla conquista dell’egemonia nell’aria asiatica.

L’espansionismo degli Stati Uniti

L’Asia fu insieme all’America Latina uno dei teatri privilegiati dell’imperialismo statunitense, che mosse i suoi primi passi verso la fine dell’800.

Per tutto il secolo gli Stati Uniti erano stati impegnati nella colonizzazione interna, nel conflitto con gli indigeni, nello scontro tra stati del sud e stati del nord. Sul piano della politica estera questo aveva comportato un sostanziale isolazionismo, c’è la tendenza a non occuparsi degli affari internazionali se non quando questi incidevano direttamente sulle vicende del continente americano. Questo atteggiamento cambia gradualmente quando la crescita dell’economia americana mise in competizione gli Stati Uniti con le potenze europee.

L’espansionismo americano segui un modello originale. a differenza di quello europeo esso non mirò, in genere, al possesso diretto dei territori, quanto piuttosto alla penetrazione politica ed economica, come quella vista in Cina e in Giappone.

Gli Stati Uniti realizzarono anche interventi diretti di tipo militare come a Cuba e a Panama. Ma la grande forza espansiva del capitale americano si manifestò piuttosto nella cosiddetta diplomazia del dollaro, ovvero nell’uso della potenza economica per ottenere influenza politica: gli investimenti americani all’estero che ammontavano a 700 milioni di dollari nel 1897, raggiunsero i due miliardi e mezzo di dollari nel 1910

La penetrazione imperialistica in Asia, pur garantendo alle potenze occidentali l’egemonia economico-politica nell’area non fu totale. Più della metà del territorio asiatico non conobbe mai un dominio straniero diretto.

Scramble for Africa

blob:https://web.whatsapp.com/e14dd89a-85e8-4f41-851c-9f75f00ed98fL’Africa, all’inizio dell’Ottocento era per il 10% sotto il controllo europeo, ma alla vigilia della Prima Guerra mondiale era assoggettata per il 90%. Erano rimaste indipendenti solo la Liberia (uno stato dell’Africa occidentale fondato nel 1892 da una società filantropica americana per insediarvi gli ex schiavi neri liberati) e l’Etiopia che resistette come stato sovrano fino alla conquista fascista del 1935.

La rapidissima conquista coloniale dell’immenso continente africano viene solitamente indicata con l’espressione “scramble for Africa”. 

La parola scramble significa “strapazzare”, ma anche “corsa affannosa”. In questo senso quindi la parola scramble assume il significato di arrembaggio e sminuzzamento.

Tra i due concetti, espressi da questi due termini, si colloca la spartizione dell’Africa da parte delle potenze europee. Fino agli anni sessanta dell’Ottocento le presenze coloniali europee nel continente erano poche. Si trattava perlopiù di presìdi, piccoli porti, piccoli territori tenuti da olandesi, francesi, inglesi, portoghesi: ad esempio la colonia del Capo era stata assegnata agli inglesi dal congresso di Vienna.

L’Africa aveva interessato a lungo gli europei più come via di transito in direzione dell’Asia e come bacino per la tratta degli schiavi, che come obiettivo in sé.

Ricordiamo che la tratta degli schiavi era stata definitivamente soppressa nei primi dell’Ottocento. 

Il continente africano era per la maggior parte del territorio sconosciuto. il poco che si conosceva non era particolarmente appetibile: l’ambiente era ostile c’erano malattie tropicali e il territorio era popolato da selvaggi feroci e pagani.

Si trattava quindi di un territorio che poteva essere appetibile solo per esploratori coraggiosi e per missionari ferventi. E furono proprio questi a costituire le avanguardie della penetrazione coloniale in Africa che si dispiegò inarrestabile negli ultimi 30 anni del XIX secolo.

Perché in Africa?

Le motivazioni furono di ordini diversi.

  1. Economiche:

l’Europa era interessata all’oro e ai diamanti del Sudafrica, al caucciù e al rame del Congo, ma anche al controllo del canale di Suez.

  1. Ideologiche

gli europei erano intenzionati a civilizzare il continente nero.

  1. Geopolitiche:
  • i francesi volevano creare una continuità di dominio territoriale da est a ovest, dall’Algeria, conquistata nel 1830, al corno d’Africa; 
  • gli inglesi perseguivano lo stesso il progetto lungo l’asse sud-nord dalla colonia di popolamento intorno all’attuale Sudafrica fino all’Egitto assoggettato nel 1882; 
  • i belgi intendevano sfruttare a fondo l’area centrale intorno al fiume Congo, possesso personale del re Leopoldo II; 
  • i tedeschi non volevano rimanere tagliati fuori da questa divisione del bottino e puntavano quindi ad occupare tutti gli spazi liberi; 
  • gli italiani, con la conquista della Libia di parte del corno d’Africa, dell’Eritrea e della Somalia, sentivano di poter essere annoverati tra le grandi potenze internazionali.

Una folla di pretendenti, di vecchi colonizzatori, di nuovi arrivati che agiscono per ottenere il consenso delle rispettive opinioni pubbliche nazionali e per impedire un vantaggio dei rivali più che per ottenere un vantaggio proprio.

I caratteri del dominio coloniale in Africa

Prima dell’arrivo dei colonizzatori l’Africa non era vuota.

Questa sembra un’ovvietà ma non lo era per i colonizzatori che guardavano Il continente africano proprio come ad una terra vuota, e quindi disponibile poiché priva dei contrassegni di civiltà tipici della civiltà occidentale.

In realtà quello che non esisteva in Africa era un modello di stato come intendiamo noi, caratterizzato cioè da una sovranità centrale, esercitata attraverso istituzioni e burocrazie, entro confini ben delimitati.

Il panorama politico dell’Africa precoloniale comprendeva invece una miriade di entità territoriali, il riflesso di una elevata frammentazione etnica e tribale, che possiamo immaginare come una gradazione di variante tra due estremi.

Da un lato abbiamo stati che sono stati chiamati premoderni, cioè regni e principati caratterizzati da una forma di autorità centralizzata, dai confini incerti e mobili, spesso disposti uno dentro l’altro a macchia di leopardo.

Dall’altra parte abbiamo le cosiddette società senza stato, costruite su base tribale, in cui il potere si fonda essenzialmente su rapporti di rispetto e di deferenza verso l’anziano oppure verso il capo guerriero.

Su questa realtà complessa e multiforme gli europei calarono la griglia di una geografia politica che non rifletteva suddivisioni etniche storiche, ma rifletteva solo i limiti raggiunti dalla conquista di una determinata area.

Il risultato è quello che ancora oggi possiamo vedere sulla carta dell’Africa: una moltitudine di stati creati a tavolino, totalmente artificiali, senza alcun riguardo per i preesistenti radicamenti culturali, territoriali o etnici, che molto spesso venivano divisi e separati dai nuovi confini.

Gli stati africani di oggi non sono quindi il risultato di una lunga evoluzione storica, come quelli europei, ma di una rapida conquista e di una, altrettanto rapida, liberazione, cioè la decolonizzazione del continente africano, avvenuta negli anni sessanta e settanta del Novecento.

Conferenza di Berlino

Nel 1984 venne fatta la conferenza di Berlino, organizzata con la mediazione di Bismarck, per impedire che la gara coloniale in Africa desse luogo a scontri fra le potenze con costi e danni ben maggiori rispetto ai vantaggi che ciascuna potenza voleva perseguire.

La conferenza sancì il principio dell’occupazione di fatto, che obbligava le potenze coloniali a dichiarare ufficialmente l’acquisizione di nuovi territori sulla base di occupazioni effettivamente avvenute, per evitare discussioni create da spartizione operate sulla carta geografica. 

Si dava così il via ufficiale alla rapidissima gara di conquista: in poco più di 10 anni tutto era finito.

L’economia nelle colonie africane

Le colonie africane non furono colonie di popolamento come quelle dell’Australia dell’America Latina della Nuova Zelanda, caratterizzate dall’ insediamento stabile in massiccio di europei, ma furono colonie di sfruttamento. 

In Africa un gruppo di colonizzatori si stabiliva nel paese per garantire l’ordine e il controllo economico delle risorse locali. Solo in alcuni casi si ebbero forti investimenti del paese colonizzatore nella produzione e nelle infrastrutture. Più spesso nelle colonie si avviò la cosiddetta economia di tratta: la produzione rimaneva nelle mani degli indigeni che fornivano prodotti agricoli e minerari richiesti per l’esportazione. Gli europei, attraverso le grandi compagnie commerciali, monopolizzano sia i commerci di esportazione delle materie prime sia quelli di importazione dei manufatti. 

La conseguenza più rilevante grave di questa economia fu la tendenza alla specializzazione delle produzioni agricole, fino al caso estremo, ma purtroppo molto frequente, della monocultura in cui un territorio si specializzava in un solo prodotto. Questo tipo di agricoltura porta gli abitanti del luogo a perdere l’autosufficienza alimentare e a cadere in una posizione di totale dipendenza economica.

La violenza dei conquistatori

Le popolazioni indigene si trovarono di fronte alla scelta tra il negoziare e il combattere. Molte di loro scelsero la via del negoziato, consegnando il potere ai nuovi venuti, in seguito ad accordi più o meno vantaggiosi. 

In alcuni casi gli europei vennero utilizzati come alleati in guerre tribali, con analogo risultato. 

Ci furono però anche popoli che scelsero di combattere e di ribellarsi. Le ribellioni dei popoli africani diedero origine a vere e proprie azioni di sterminio.

D’altra parte gli europei disponevano di armi efficaci come la mitragliatrice, uno strumento che da solo riesce ad abbattere migliaia di guerrieri africani.

Domande 

  1. Che cosa fu l’imperialismo e in quale fase storia storica si colloca? 
  2. Quali furono le motivazioni dell’imperialismo? 
  3. Quali furono i principali teatri dell’imperialismo. 

Imperialismo in Asia

  1. Chi furono i protagonisti dell’espansione imperialista in Asia? 
  2. Come si caratterizzava la conquista coloniale in Asia prima della rivoluzione industriale? Per quale motivo?
  3. Quale fu l’unica eccezione di quel periodo storico?
  4. Come si sviluppò la dominazione inglese in India?
  5. Perché i prodotti inglesi fecero concorrenza a quelli indiani?
  6. Cosa fu la rivolta dei sepoys?
  7. Cosa comprese la Gran Bretagna dopo questa rivolta? Come agì quindi?
  8. Quali linee politiche animarono il dibattito politico in India?
  9. Come e perché gli inglesi modificarono il loro sistema di dominio nell’India dopo la metà dell’800? 

Cina

  1. Qual era la situazione della Cina precoloniale?
  2. Quale atteggiamento aveva l’Impero cinese nei confronti degli europei?
  3. Quali erano i suoi punti di forza e di debolezza?
  4. Cosa esportava la Cina?
  5. Chi governava in Cina?
  6. In quali condizioni viveva la maggior parte della popolazione?
  7. Quante furono le guerre dell’oppio?
  8. Per quali motivi il governo cinese è contrario al commercio di tale sostanza?
  9. Quali conseguenze ebbero sulla Cina?
  10. In cosa corrispondo i trattati ineguali?
  11. Quale potenza europea conquistò la Cina?
  12. Come fu che la Cina perse la propria indipendenza? 
  13. Quando e perché si giunse alla proclamazione della Repubblica in Cina? 

Giappone 

  1. Il Giappone ottocentesco aveva caratteri feudali: Che cosa consistevano? 
  2. Chi erano i mercanti e che ruolo sociale avevano?
  3. Cosa accade quando una squadra di cannonieri americani attracca nel porto di Uraga?
  4. Come reagisce il Giappone di fronte all’arrivo degli occidentali?
  5. Chi opera la trasformazione del Giappone?
  6. Quali le innovazioni in campo giuridico?
  7. Cosa accade in campo economico?
  8. Che cosa fu la riforma Meiji? 
  9. perché alla fine dell’Ottocento si avviò la conquista coloniale dell’Africa? Quali furono i principali Paesi colonizzatori dell’Africa? 
  10. Quale carattere ebbero le colonie europee in Africa?

Fonti 

  • Fossati, Luppi, Zanette, PARLARE DI STORIA, Pearson
  • www.wikipedia.org
  • www.treccani.it
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Novecento seconda guerra mondiale Storia d'Italia

La resistenza

La resistenza in Europa

La reazione al potere nazista in Europa assunse caratteri contrapposti: in alcuni casi fu configuarato come collaborazionismo, in altri divenne vera e propria resistenza.

Il collaborazionismo fu meno importante e meno diffuso. iIn alcuni casi fu vero e proprio collaborazionismo di Stato, una scelta operata ai vertici.

  • In Danimarca il Re decise subito di collaborare con l’invasore; la scelta fu mossa dal desiderio di salvare il popolo, di salvare il salvabile.
  • In Francia, la repubblica di Vichy scelse il collaborazionismo per affinità col dominatore.

Collaborazionismo ideologico politico fu alimentato da movimenti nazionalisti fascisti; il regime slovacco e quello croato furono attivi nella persecuzione degli ebrei.

La reazione più diffusa alla tracotanza tedesca fu la resistenza. Il movimento della resistenza si sviluppò in diversi movimenti e fu collegato con diverse ideologie. Il punto di contatto tra i vari movimenti fu dato dal nemico comune.

In Europa i movimenti di resistenza utilizzavano:

  • propaganda contro l’occupante,
  • sabotaggi,
  • sostegno delle forze alleate.

In alcuni casi si formarono veri e propri eserciti di liberazione.

I movimenti di resistenza europei dimostrarno che non si voleva cedere alla violenza nazista.

La resistenza in Italia

Sbarco alleato Sicilia

Il 10 luglio 1943 gli alleati anglo americani sbarcarono in Sicilia. L’arrivo sul suolo italiano di truppe nemiche portò alla destituzione di Mussolini. Venne costituito un nuovo governo presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio. Il 25 luglio Badoglio dichiarò che la guerra continuava, mentre segretamentetrattava la resa con gli alleati.

Le truppe tedesche allora iniziarono ad invadere l’Italia.

Le trattative segrete di Badoglio andarono a buon fine e l’8 settembre 1943 venne annunciato l’armistizio tra Italia e alleati anglo-americani.

Dopo l’8 settembre l’Italia era in guerra con la Germania e iniziò così il lungo periodo che ha preso il nome di guerra partigiana.

La resistenza in Italia

La reazione al nazifascismo diede origine in Italia ad un vasto e articolato movimento di resistenza che caratterizzò gli ultimi due anni di guerra. in questo movimento tre erano gli ordini di ideali che animavani i partigiani italiani.

C’era chi combatteva una guerra partiottica, voleva liberare l’Italia dai tedeschi, chi invece lottava contro l’ideologia fascista: combattevano quindi una guerra civile di italiani contro italiani, e chi invece, animato da ideologie di tipo socialista combatteva una lotta di classe, una rivoluzione sociale contro il nazifascismo.

Tutti coloro che entrarono nelle file dei partigiani, erano mossi da almeno una di queste istanze.

Partigiani

Chi erano i partigiani? Alla lotta partigaian aderirono migliaia di italiani di ogni estrazione sociale, di ogni sesso e di ogni età. Tutti erano spinti da una forte motivazione riconducibili alle diverse tipologie di guerra. Tutti avevano in comune in desideri di riscatto, di autonomia e di libertà.

L’8 settembre molti italiani sono convinti che la guerra sia finita, ma si sbagliavano. Inoltre in Italia non c’era più un’autorità a cui appoggiarsi, a cui riferirsi. Per questo gli italiani, civili e militari, devono agire, pensando, in autonomia.

Nel ’43 iniziano anche a riorganizzarsi i partiti antifascisti che erano stati dichiarati fuori legge dal regime.

Nasce il CLN, il Comitato di liberazione nazionale che organizza la resistenza e che in futuro riorganizzerà il paese. All’interno del CLN ci sono diversi orientamenti politici:

  • Liberali, che vogliono ricostruire l’Italia prefascista,
  • Comunisti e socialisti e partito d’azione che vogliono un’Italia fondata su idee socialiste o marxiste,
  • Democristiani, gli eredi del partito popolare di don Sturzo e di Degasperi.

 Lotta partigiana

A Nord gli italiani non fascisti si organizzarono per una guerra di Resistenza, una guerra di liberazione.

Nel 1944 si formò il CVL, Corpo Volontari Libertà, che fu riconosciuto dagli alleati. A Nord si combatteva per riscattarsi, per liberarsi dal giogo nazifascista.

I numeri della resistenza

  • Nel 1943 i partigiani erano solo poche decine di migliaia.
  • Nell’estate del 1944 si contano circa 80 mila partigiani.
  • Nel 1945 sono quasi 200 mila i partigiani italiani.

Organizzazioni partigiane

I partigiani sono organizzati in diversi gruppi, che hanno doversi orientamenti ideologici:

  • Brigate Garibaldi
  • Giustizia e libertà
  • Badogliani
  • Brigate Matteotti

Le attività partigiane sono di guerriglia, con imboscate e sabotaggi.

I nazisti reagiscono alle azioni partigiane con azioni di controguerriglia:

  • eccidi,
  • stragi,
  • violenza,
  • atti terroristici.

L’obiettivo tedesco era quello di spezzare il legame tra popolazione e partigiani.

Stragi

Fosse Ardeatine – Roma – 24 marzo 1944

335 italiani furono uccisi in seguito ad un attentato partigiano in cui persero la vita 32 tedeschi.

Le “Fosse Ardeatine”, sono antiche cave di pozzolana situate nei pressi della via Ardeatina. Furono scelte come luogo dell’esecuzione. Qui vennero occultati i cadaveri degli uccisi. Sono oggi visitabili e sono luogo di cerimonie pubbliche in memoria.

Marzabotto – Emilia

Furono uccisi 335 civili e 7000 ebrei furono deportati; di questi ben 6000 morirono nei campi di concentramento.

In Italia furono allestiti diversi campi di concentramento e uno di sterminio: Risiera San Sabba a Trieste.

Il sostegno alleato

Gli alleati sostennero i partigiani nelle retrovie. La liberazione dell’Italia fu raggiunta grazie al sacrificio di migliaia di partigiani con la collaborazione e il sostegno degli alleati, anche se bisogna dire che i rapporti tra alleati e partigiani non furono sempre sereni e distesi.

Nel giugno del 1944 gli alleati entrarono a Roma. Nell’agosto del 1944 Firenze insorse e si liberò del giogo tedesco. Progressivamente se crearono altre aree libere dai tedeschi e si crearono anche diverse Libere Repubbliche: nelle Langhe, nel Monserrato, a Montefiorino, nell’Ossola, nella valle di Lanzo, in Carnia.

http://www.resistenzaedemocrazia.it/archivi/242-le-repubbliche-partigiane

Il 24 aprile vennero liberate anche Genova, Torino e Milano.

Il 25 aprile il CLN assunse il potere in Italia. Il 25 aprile è ricordato come il giorno della LIBERAZIONE.

Furono 50 mila i partigiani uccisi in quei due anni.

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Novelle per un anno

Canta l’epistola

Tommasino Unzio è uscito dal seminario perché aveva perso la vocazione. Tommasino Unzio si è tolto la maschera, quella del suddiacono. Ma senza la maschera chi rimani? sì perchè con la vocazione ha perso anche l’eredità che uno zio prete gli aveva lasciato. Infatti il denaro era vincolato al suo rimanere in seminario. Così Tommasino ritorna a casa e, tra la derisione dei compaesani e la rabbia del padre, cerca faticosamente la sua via d’uscita!

    – Avevate preso gli Ordini?
    – Tutti no. Fino al Suddiaconato.
    – Ah, suddiacono. E che fa il suddiacono?
    – Canta l’Epistola; regge il libro al diacono mentre canta il Vangelo; amministra i vasi della Messa; tiene la patena avvolta nel velo in tempo del Canone.
    – Ah, dunque voi cantavate il Vangelo?
    – Nossignore. Il Vangelo lo canta il diacono; il suddiacono canta l’Epistola.
    – E vi allora cantavate l’Epistola?
    – Io? proprio io? Il suddiacono.
    – Canta l’Epistola?
    – Canta l’Epistola.
Che c’era da ridere in tutto questo?
Eppure, nella piazza aerea del paese, tutta frusciante di foglie secche, che s’oscurava e rischiarava a una rapida vicenda di nuvole e di sole, il vecchio dottor Fanti, rivolgendo quelle domande a Tommasino Unzio uscito or ora dal seminario senza più tonaca per aver perduto la fede, aveva composto la faccia caprigna a una tale aria, che tutti gli sfaccendati del paese, seduti in giro innanzi alla Farmacia dell’Ospedale, parte storcendosi e parte turandosi la bocca, s’erano tenuti a stento di ridere.
Le risa erano prorotte squacquerate, appena andato via Tommasino inseguito da tutte quelle foglie secche, poi l’uno aveva preso a domandare all’altro:
    – Canta l’Epistola?
    E l’altro a rispondere:
    – Canta l’Epistola.

 E così a Tommasino Unzio, uscito suddiacono dal seminario senza più tonaca, per aver perduto la fede, era stato appiccicato il nomignolo di Canta l’Epistola.
La fede si può perdere per centomila ragioni; e, in generale, chi perde la fede è convinto, almeno nel primo momento, di aver fatto in cambio qualche guadagno; non foss’altro, quello della libertà di fare e dire certe cose che, prima, con la fede non riteneva compatibili.
Quando però cagione della perdita non sia la violenza di appetiti terreni, ma sete d’anima che non riesca più a saziarsi nel calice dell’altare e nel fonte dell’acqua benedetta, difficilmente chi perde la fede è convinto d’aver guadagnato in cambio qualche cosa.
Tutt’al più, lì per lì, non si lagna della perdita, in quanto riconosce d’aver perduto in fine una cosa che non aveva più per lui alcun valore.
Tommasino Unzio, con la fede, aveva poi perduto tutto, anche l’unico stato che il padre gli potesse dare, mercé un lascito condizionato d’un vecchio zio sacerdote.
Il padre, inoltre, non s’era tenuto di prenderlo a schiaffi, a calci, e di lasciarlo parecchi giorni a pane e acqua, e di scagliargli in faccia ogni sorta di ingiurie e di vituperii.
Ma Tommasino aveva sopportato tutto con dura e pallida fermezza, e aspettato che il padre si convincesse non esser quelli propriamente i mezzi più acconci per fargli ritornar la fede e la vocazione. Non gli aveva fatto tanto male la violenza, quanto la volgarità dell’atto così contrario alla ragione per cui s’era spogliato dell’abito sacerdotale.
    Ma d’altra parte aveva compreso che le sue guance, le sue spalle, il suo stomaco dovevano offrire uno sfogo al padre per il dolore che sentiva anche lui, cocentissimo, della sua vita irreparabilmente crollata e rimasta come un ingombro lì per casa.
 Volle però dimostrare a tutti che non s’era spretato per voglia di mettersi “a fare il porco” come il padre pulitamente era andato sbandendo per tutto il paese.
Si chiuse in sé, e non uscì più dalla sua cameretta, se non per qualche passeggiata solitaria o su per i boschi di castagni, fino al Pian della Britta, o giù per la carraia a valle, tra i campi, fino alla chiesetta abbandonata di Santa Maria di Loreto, sempre assorto in meditazioni e senza mai alzar gli occhi in volto a nessuno.
È vero intanto che il corpo, anche quando lo spirito si fissi in un dolore profondo o in una tenace ostinazione ambiziosa, spesso lascia lo spirito così fissato e, zitto zitto, senza dirgliene nulla, si mette a vivere per conto suo, a godere della buon’aria e dei cibi sani.
    Avvenne così a Tommasino di ritrovarsi in breve e quasi per ischerno, mentre lo spirito gli s’immalinconiva e s’assottigliava sempre più nelle disperate meditazioni, con un corpo ben pasciuto e florido, da padre abate.
Altro che Tommasino, adesso! Tommasone Canta l’Epistola.
Ciascuno, a guardarlo, avrebbe dato ragione al padre.
Ma si sapeva in paese come il povero giovine vivesse; e nessuna donna poteva dire d’essere stata guardata da lui, fosse pur di sfuggita.
***

Non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta; non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii, né memorie, né pensieri, senza più nulla che désse senso e valore alla propria vita.
Ecco: sdrajato lì su l’erba, con le mani intrecciate dietro la nuca, guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti, gonfie di sole; udire il vento che faceva nei castagni del bosco come un fragor di mare, e nella voce di quel vento e in quel fragore sentire, come da un’infinita lontananza, la vanità d’ogni cosa e il tedio angoscioso della vita.
Nuvole e vento.
Eh, ma era già tutto avvertire e riconoscere che quelle che veleggiavano luminose per la sterminata azzurra vacuità erano nuvole.
Sa forse d’essere la nuvola?
Né sapevan di lei l’albero e le pietre, che ignoravano anche se stessi.
E lui, avvertendo e riconoscendo le nuvole, poteva anche – perché no? – pensare alla vicenda dell’acqua, che divien nuvola per ridivenir poi acqua di nuovo.
E a spiegar questa vicenda bastava un povero professoruccio di fisica; ma a spiegare il perché del perché?
Su nel bosco dei castagni, picchi d’accetta; giù nella cava, picchi di piccone.
Mutilare la montagna; atterrare gli alberi, per costruire case.
Lì, in quel borgo montano, altre case.
Stenti, affanni, fatiche e pene d’ogni sorta, perché? per arrivare a un comignolo e per fare uscir poi da questo comignolo un po’ di fumo, subito disperso nella vanità dello spazio.
E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli uomini.
Ma davanti all’ampio spettacolo della natura, a quell’immenso piano verde di querci e d’ulivi e di castagni, digradante dalle falde del Cimino fino alla valle tiberina laggiù laggiù, sentiva a poco a poco rasserenarsi in una blanda smemorata mestizia.
Tutte le illusioni e tutti i disinganni e i dolori e le gioie e le speranze e i desiderii degli uomini gli apparivano vani e transitorii di fronte al sentimento che spirava dalle cose che restano e sopravanzano ad essi, impassibili.
Quasi vicende di nuvole gli apparivano nell’eternità della natura i singoli fatti degli uomini.
Bastava guardare quegli alti monti di là dalla valle tiberina, lontani lontani, sfumanti all’orizzonte, lievi e quasi aerei nel tramonto.
Oh ambizioni degli uomini! Che grida di vittoria, perché l’uomo s’era messo a volare come un uccellino!
Ma ecco qua un uccellino come vola: è la facilità più schietta e lieve, che s’accompagna spontanea a un trillo di gioia.
Pensare adesso al goffo apparecchio rombante, e allo sgomento, all’ansia, all’angoscia mortale dell’uomo che vuoi fare l’uccellino! Qua un frullo e un trillo; là un motore strepitoso e puzzolente, e la morte davanti. Il motore si guasta, il motore s’arresta; addio uccellino!
– Uomo, – diceva Tommasino Unzio lì sdraiato sull’erba, – lascia di volare. Perché vuoi volare? E quando hai volato?
 ***
D’un tratto, come una raffica, corse per tutto il paese una notizia che sbalordì tutti:
Tommasino Unzio, Canta l’Epistola, era stato prima schiaffeggiato e poi sfidato a duello dal tenente De Venera, comandante il distaccamento, perché, senza voler dare alcuna spiegazione, aveva confermato d’aver detto: – Stupida! – in faccia alla signorina Olga Fanelli, fidanzata del tenente, la sera avanti, lungo la via di campagna che conduce alla chiesetta di Santa Maria di Loreto.
Era uno sbalordimento misto d’ilarità, che pareva s’appigliasse a un’interrogazione su questo o quel dato della notizia, per non precipitare di botto nell’incredulità.
-Tommasino?
– Sfidato a duello?
– Stupida, alla signorina Fanelli?
– Confermato?
– Senza spiegazioni?
– E ha accettato la sfida?
-Eh, perdio, schiaffeggiato!
-E si batterà?
-Domani, alla pistola.
-Col tenente De Venera alla pistola?
– Alla pistola.

E dunque il motivo doveva esser gravissimo.
Pareva a tutti non si potesse mettere in dubbio una furiosa passione tenuta finora segreta.
E forse le aveva gridato in faccia “Stupida!” perché ella, invece di lui, amava il tenente De Venera.
Era chiaro!
E veramente tutti in paese giudicavano che soltanto una stupida si potesse innamorare di quel ridicolissimo De Venera.
Ma non lo poteva credere lui, naturalmente, il De Venera; e perciò aveva preteso una spiegazione.
Dal canto suo, però, la signorina Olga Fanelli giurava e spergiurava con le lagrime agli occhi che non poteva esser quella la ragione dell’ingiuria, perché ella non aveva veduto se non due o tre volte quel giovine, il quale del resto non aveva mai neppure alzato gli occhi a guardarla; e mai e poi mai, neppure per un minimo segno, le aveva dato a vedere di covar per lei quella furiosa passione segreta, che tutti dicevano.
Ma che! no! non quella: qualche altra ragione doveva esserci sotto!
Ma quale?
Per niente non si grida: – Stupida! – in faccia a una signorina.
Se tutti, e in ispecie il padre e la madre, i due padrini, il De Venera e la signorina stessa si struggevano di saper la vera ragione dell’ingiuria; più di tutti si struggeva Tommasino di non poterla dire, sicuro com’era che, se l’avesse detta, nessuno la avrebbe creduta, e che anzi a tutti sarebbe sembrato che egli volesse aggiungere a un segreto inconfessabile l’irrisione.  
Chi avrebbe infatti creduto che lui, Tommasino Unzio, da qualche tempo in qua, nella crescente e sempre più profonda sua melanconia, si fosse preso d’una tenerissima pietà per tutte le cose che nascono alla vita e vi durano alcun poco, senza saper perché, in attesa del deperimento e della morte?
Quanto più labili e tenui e quasi inconsistenti le forme di vita, tanto più lo intenerivano, fino alle lagrime talvolta.
Oh! in quanti modi si nasceva, e per una volta sola, e in quella data forma, unica, perché mai due forme non erano uguali, e così per poco tempo, per un giorno solo talvolta, e in un piccolissimo spazio, avendo tutt’intorno, ignoto, l’enorme mondo, la vacuità enorme e impenetrabile del mistero dell’esistenza.
Formichetta, si nasceva, e moscerino, e filo d’erba. Una formichetta, nel mondo! nel mondo, un moscerino, un filo d’erba. Il filo d’erba nasceva, cresceva, fioriva, appassiva; e via per sempre; mai più, quello; mai più!
***
Ora, da circa un mese, egli aveva seguito giorno per giorno la breve storia d’un filo d’erba appunto: d’un filo d’erba tra due grigi macigni tigrati di mosco, dietro la chiesetta abbandonata di Santa Maria di Loreto.
Lo aveva seguito, quasi con tenerezza materna, nel crescer lento tra altri più bassi che gli stavano attorno, e lo aveva veduto sorgere dapprima timido, nella sua tremula esilità, oltre i due macigni ingrommati, quasi avesse paura e insieme curiosità d’ammirar lo spettacolo che si spalancava sotto, della verde, sconfinata pianura; poi, su, su, sempre più alto, ardito, baldanzoso, con un pennacchietto rossigno in cima, come una cresta di galletto.
E ogni giorno, per una o due ore, contemplandolo e vivendone la vita, aveva con esso tentennato a ogni più lieve alito d’aria; trepidando era accorso in qualche giorno di forte vento, o per paura di non arrivare a tempo a proteggerlo da una greggiola di capre, che ogni giorno, alla stess’ora, passava dietro la chiesetta e spesso s’indugiava un po’ a strappare tra i macigni qualche ciuffo d’erba.
Finora, così il vento come le capre avevano rispettato quel filo d’erba.
E la gioia di Tommasino nel ritrovarlo intatto lì, col suo spavaldo pennacchietto in cima, era ineffabile.
Lo carezzava, lo lisciava con due dita delicatissime, quasi lo custodiva con l’anima e col fiato; e, nel lasciarlo, la sera, lo affidava alle prime stelle che spuntavano nel cielo crepuscolare, perché con tutte le altre lo vegliassero durante la notte.
E proprio, con gli occhi della mente, da lontano, vedeva quel suo filo d’erba, tra i due macigni, sotto le stelle fitte fitte, sfavillanti nel cielo nero, che lo vegliavano.
Ebbene, quel giorno, venendo alla solita ora per vivere un’ora con quel suo filo d’erba, quand’era già a pochi passi dalla chiesetta, aveva scorto dietro a questa, seduta su uno di quei due macigni, la signorina Olga Fanelli, che forse stava lì a riposarsi un po’, prima di riprendere il cammino.
Si era fermato, non osando avvicinarsi, per aspettare ch’ella, riposatasi, gli lasciasse il posto.
E difatti, poco dopo, la signorina era sorta in piedi, forse seccata di vedersi spiata da lui: s’era guardata un po’ attorno: poi, distrattamente, allungando la mano, aveva strappato giusto quel filo d’erba e se l’era messo tra i denti col pennacchietto ciondolante.
Tommasino Unzio s’era sentito strappar l’anima, e irresistibilmente le aveva gridato:
– Stupida! – quand’ella gli era passata davanti, con quel gambo in bocca.
Ora, poteva egli confessare d’avere ingiuriato così quella signorina per un filo d’erba?
E il tenente De Venera lo aveva schiaffeggiato.
Tommasino era stanco dell’inutile vita, stanco dell’ingombro di quella sua stupida carne, stanco della baja che tutti gli davano e che sarebbe diventata più acerba e accanita se egli, dopo gli schiaffi, si fosse ricusato di battersi.
Accettò la sfida, ma a patto che le condizioni del duello fossero gravissime.
Sapeva che il tenente De Venera era un valentissimo tiratore.
Ne dava ogni mattina la prova, durante le istruzioni del Tiro a segno.
E volle battersi alla pistola, la mattina appresso, all’alba, proprio là, nel recinto del Tiro a segno.
***
Una palla in petto.
La ferita dapprima, non parve tanto grave; poi s’aggravò.
La palla aveva forato il polmone.
Una gran febbre; il delirio.
Quattro giorni e quattro notti di cure disperate.
La signora Unzio, religiosissima, quando i medici alla fine dichiararono che non c’era più nulla da fare, pregò, scongiurò il figliuolo che, almeno prima di morire, volesse ritornare in grazia di Dio.
E Tommasino, per contentar la mamma, si piegò a ricevere un confessore.
Quando questo, al letto di morte, gli chiese:
– Ma perché, figliuolo mio? perché?
Tommasino, con gli occhi socchiusi, con voce spenta, tra un sospiro ch’era anche sorriso dolcissimo, gli rispose semplicemente:
– Padre, per un filo d’erba.
E tutti credettero ch’egli fino all’ultimo seguitasse a delirare.

Il treno ha fischiato

Il treno ha fischiato è una novella tratta dalla raccolta Novelle per un anno di Luigi Pirandello. Il signor Belluca è un impiegato obbediente, un contabile mansueto e preciso. Un bel giorno però inizia a comportarsi in modo insolito, al punto tale che i colleghi e il capoufficio, credendolo pazzo, lo fanno ricoverare in un ospedale psichiatrico. Neppure i dottori che lo hanno in cura riescono a comprendere il significato della frase che egli continua ostinatamente a ripetere. Sarà il vicino di casa a spiegare il senso di questa strana follia.

Questa è una delle novelle in cui Pirandello ci indica che esiste una via d’uscita, anche nelle situazioni più drammatiche.


Il signor Belluca è un impiegato obbediente, un contabile mansueto e preciso.
Un bel giorno però inizia a comportarsi in modo insolito, al punto tale che i colleghi e il capoufficio, credendolo pazzo, lo fanno ricoverare in un ospedale psichiatrico.
Neppure i dottori che lo hanno in cura riescono a comprendere il significato della frase che egli continua ostinatamente a ripetere.
Sarà il vicino di casa a spiegare il senso di questa strana follia.

BUON ASCOLTO!!!

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Farneticava.
Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l’annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
– Frenesia, frenesia.
– Encefalite.
– Infiammazione della membrana.
– Febbre cerebrale.
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
– Morrà? Impazzirà?
– Mah!
– Morire, pare di no…
– Ma che dice? che dice?
– Sempre la stessa cosa. Farnetica…
– Povero Belluca!
E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tant’anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.
Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s’era fieramente ribellato al suo capoufficio, e che poi, all’aspra riprensione di questo, per poco non gli s’era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d’una vera e propria alienazione mentale
Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.
Circoscritto… sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio.
Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo.
Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.

Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente!
S’era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d’una improvvisa alienazione mentale.
Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capoufficio.
Già s’era presentato, la mattina, con un’aria insolita, nuova, e – cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d’una montagna – era venuto con più di mezz’ora di ritardo. Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato.
Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita.
Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
Così ilare, d’una ilarità vaga e piena di stordimento, s’era presentato all’ufficio.
E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capoufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
– E come mai? Che hai combinato tutt’oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un’aria d’impudenza, aprendo le mani.
– Che significa? – aveva allora esclamato il capoufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo.
– Ohé, Belluca!
– Niente, – aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra.
– Il treno, signor Cavaliere.
– Il treno? Che treno?
– Ha fischiato.
– Ma che diavolo dici?
– Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…
– Il treno?
– Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capoufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo ufficio – che quella sera doveva essere di malumore – urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s’era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all’ospizio dei matti.
Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno.
Ne imitava il fischio.
Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato.
E, subito dopo, soggiungeva:
– Si parte, si parte… Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi.
Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra.
Cose inaudite; espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria.
Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola.
Cose, ripeto, inaudite.
Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell’improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.
Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore.
Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:
– Belluca, signori, non è impazzito.
State sicuri che non è impazzito.
Qualche cosa dev’essergli accaduta; ma naturalissima.
Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest’uomo ha vissuto finora.
Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l’avrò veduto e avrò parlato con lui.
Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:
«A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita “impossibile”, la cosa più ovvia, l’incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell’uomo è “impossibile”.
Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara.
Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa.
Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro.
Una coda naturalissima».
Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.
Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; l’altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
Tutt’e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva.
Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l’una con quattro, l’altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche?
Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare.
E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt’e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch’esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.
Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.
Quando andai a trovarlo all’ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno.
Era, sì, ancora esaltato un po’, ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto.
Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
– Magari! – diceva – Magari!
Signori, Belluca s’era dimenticato da tanti e tanti anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignori, s’era dimenticato da anni e anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito.
E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.
S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.
C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava…
Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra.
Sì, sapeva la vita che vi si viveva!
La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!
E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino.
Non ci aveva pensato più!
Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria…
Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito.
L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari…
Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo.
C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita “impossibile”, tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente.
Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così… c’erano gli oceani… le foreste…
E, dunque, lui – ora che il mondo gli era rientrato nello spirito – poteva in qualche modo consolarsi!
Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma.
A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capoufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria.
Soltanto il capoufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo:
– Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…

Commento alla novella -Il treno ha fischiato

Il relativismo di Pirandello

Il racconto mostra i diversi punti di vista nella vicenda del contabile Belluca. Questa molteplicità di punti di vista esprime una problematica esistenziale:

  • da un lato come si è,
  • dall’altro come si appare.

Questo è un concetto che Pirandello affronta spesso: la realtà non è unica, né univoca, ma è sempre interpretabile in vari modi.
Per i suoi colleghi e per i medici Belluca è pazzo: infatti nell’ambiente di lavoro non si riesce a comprendere che i suoi gesti inattesi e la ribellione al capo.

Per Belluca è infatti indispensabile, ad un tratto liberarsi dalla
maschera impostagli dalla società. Tolta la maschera del “lavoratore da soma” i colleghi gli attribuiscono una nuova «forma», una nuova maschera,
quella del pazzo o del malato “Farneticava… frenesia… encefalite”. Indipendentemente da quale sia la maschera attribuitagli, la società lo esclude e lo isola.
Ma una voce fuori campo, fuori dal contesto di lavoro e fuori dalla famiglia, quella del vicino di casa racconta la realtà del povero Belluca.
Questi infatti conosce la sua situazione familiare e perciò ipotizza che l’improvvisa pazzia possa essere facilmente spiegata. Una volta
ricostruita la vicenda si può capire che la pazzia di Belluca è come
la coda di un mostro, ossia il risultato finale, cioè la coda, della sua esistenza alienata (paragonata ad un mostro.
La spiegazione di quanto è successo è fornita direttamente dal protagonista:

  • l’improvviso fischio notturno del treno ha messo in moto il suo viaggio liberatorio;
  • l’immensità dello spazio aperto, simbolo della «vita», irrompe nell’angustiosa «forma» d della sua vita fatta dello spazio chiuso della casa e dell’ufficio;
  • la fuga nella fantasia è occasione di riscatto dalle umiliazioni quotidiane, cui ora può ribellarsi ritrovando l’autenticità del proprio essere.

Ma Belluca non scappa davvero, vuole tornare al suo lavoro. Solo che ora, ora che il treno ha fischiato… egli sarà un uomo nuovo proprio perché, ogni tanto, potrà evadere dallo squallore della vita attraverso l’immaginazione.

Ha trovato la sua personale via d’uscita.

Vita e forma

Il racconto sviluppa il tema del contrasto:

  • tra realtà e apparenza,
  • tra come veramente siamo e quello che gli altri vedono di noi,
  • tra quello che siamo e quello che gli altri vogliono vedere in noi,
  • tra quello che vogliamo noi e quello che si aspettano gli altri.

Questo conflitto tra «vita» e «forma» si esprime, nelle novelle di Pirandello, attraverso situazioni paradossali come quella di Belluca. Gli altri vedono il protagonista in una dimensione “cristallizzata”, una forma, ma dietro questa forma fatta di abitudini e di lavoro, si nasconde un enorme disagio, una terribile sofferenza. Esplode quindi, all’improvviso in Belluca il desiderio di uscire da questa situazione, di ricercare la propria autenticità. Di qui nasce il dramma dell’incomunicabilità.

Belluca appare agli altri come un pazzo, ma lui non è pazzo e non si sente tale. Il fischio del treno arriva all’improvviso e gli rivela l’assurdità di quella sua esistenza non vissuta.

La voce narrante e il punto di vista

Come molte novelle di Pirandello, il lettore rimane sorpreso e stupito, interrogativo.

La novella si apre in medias res, cioè nel cuore della storia, con un racconto in terza persona. Gli elementi per la comprensione di quanto accaduto sono forniti, poi, in flashback.

A metà racconto la parola passa al narratore interno, il vicino di casa, che chiarisce al lettore i veri motivi del comportamento di Belluca.

In quel momento due visioni si contrappongono: quella dei colleghi, che lo vedono solo dal loro punti di vista, e quella del vicino che conosce la situazione di Belluca. La versione del vicino viene poi confermata e spiegata dal protagonista stesso.

Domande sul testo

1. Spiega per quale ragione l’episodio apparentemente banale
che dà il titolo alla novella, il fischio del treno, svolge un ruolo scatenante nella presunta follia di Belluca. Rispondi con opportuni riferimenti al testo.
2. Alcuni termini esprimono la condizione disumana di Belluca agli occhi dei colleghi: individuali e spiega che cosa significa la metafora del “vecchio somaro”.
3. A quale situazione vuole sottrarsi Belluca attraverso la fantasia?
4. Che tipo di vita conduce quando sente fi schiare il treno?
5. Dopo che il treno ha fischiato, come si manifesta il cambiamento di Belluca? Quali comportamenti assume?
6. Per quale ragione possiamo affermare che il protagonista della novella è un personaggio tragicomico?
7. Rileggi le riflessioni del narratore sulla possibile spiegazione
del gesto di Belluca e sulla sua apparente “mostruosità”; spiega la metafora della coda del mostro.
8. Descrivi il narratore ponendo attenzione ai seguenti aspetti:
• la sua identità;
• la sua interpretazione del gesto di Belluca, confrontata anche con quella dei colleghi e del capo-ufficio.
9. Quale significato assume la ribellione di Belluca in rapporto al tema del contrasto fra vita e forma?
10. Come riesce Pirandello a mostrarci la sua idea che la realtà è relativa?
11. Belluca ha trovato la sua personale via d’uscita. Quante volte, anche noi abbiamo bisogno di evasione, senza per questo voler rivoluzionare la nostra vita?
12. Quale nostra personale via d’uscita ci permette poi di indossare le nostre maschere quotidiane in serenità?

Altri commenti da consultare

https://library.weschool.com/lezione/luigi-pirandello-novella-il-treno-ha-fischiato-sintesi-trama-6272.html

L’eresia catara

Bernardino Lamis, docente di storia delle religioni alla Sapienza di Roma, si propone di controbattere con una memorabile lezione un collega tedesco che aveva contestato una sua pubblicazione sull’eresia dei catari.

Lamis, gravemente miope e afflitto da vari problemi familiari non è disposto a lasciar correre! Il professore sa che il suo corso è seguito solo da due studenti, ma è convinto che data l’importanza della lezione, i suoi due fedeli ascoltatori avrebbero convinto studenti a presenziare

In una giornata uggiosa, buia e tempestosa il professore, finalmente, tiene la sua Lectio, ma …

Bernardino Lamis, professore ordinario di storia delle religioni, socchiudendo gli occhi addogliati e, come soleva nelle piú gravi occasioni, prendendosi il capo inteschiato tra le gracili mani tremolanti che pareva avessero in punta, invece delle unghie, cinque rosee conchigliette lucenti, annunziò ai due soli alunni che seguivano con pertinace fedeltà il suo corso:
– Diremo, o signori, nella ventura lezione, dell’eresia catara.
Uno de’ due studenti, il Ciotta –  bruno ciociaretto di Guarcino, tozzo e solido –  digrignò i denti con fiera gioja e si diede una violenta fregatina alle mani. L’altro, il pallido Vannícoli, dai biondi capelli irti come fili di stoppia e dall’aria spirante, appuntí invece le labbra, rese piú dolente che mai lo sguardo dei chiari occhi languidi e stette col naso come in punto a annusar qualche odore sgradevole, per significare che era compreso della pena che al venerato maestro doveva certo costare la trattazione di quel tema, dopo quanto glien’aveva detto privatamente. (Perché il Vannícoli credeva che il professor Lamis quand’egli e il Ciotta, finita la lezione, lo accompagnavano per un lungo tratto di via verso casa, si rivolgesse unicamente a lui, solo capace d’intenderlo.)
E difatti il Vannícoli sapeva che da circa sei mesi era uscita in Germania (Halle a. S.) una mastodontica monografia di Hans von Grobler su l’Eresia Catara, messa dalla critica ai sette cieli, e che su lo stesso argomento, tre anni prima, Bernardino Lamis aveva scritto due poderosi volumi, di cui il von Grobler mostrava di non aver tenuto conto, se non solo una volta, e di passata, citando que’ due volumi, in una breve nota; per dirne male.
Bernardino Lamis n’era rimasto ferito proprio nel cuore; e piú s’era addolorato e indignato della critica italiana che, elogiando anch’essa a occhi chiusi il libro tedesco, non aveva minimamente ricordato i due volumi anteriori di lui, né speso una parola per rilevare l’indegno trattamento usato dallo scrittore tedesco a uno scrittor paesano.
Piú di due mesi aveva aspettato che qualcuno, almeno tra i suoi antichi scolari, si fosse mosso a difenderlo; poi, tuttoché –  secondo il suo modo di vedere –  non gli fosse parso ben fatto, s’era difeso da sé, notando in una lunga e minuziosa rassegna, condita di fine ironia, tutti gli errori piú o meno grossolani in cui il von Grobler era caduto, tutte le parti che costui s’era appropriate della sua opera senza farne menzione, e aveva infine raffermato con nuovi e inoppugnabili argomenti le proprie opinioni contro quelle discordanti dello storico tedesco.
Questa sua difesa, però, per la troppa lunghezza e per lo scarso interesse che avrebbe potuto destare nella maggioranza dei lettori, era stata rifiutata da due riviste; una terza se la teneva da piú d’un mese, e chi sa quanto tempo ancora se la sarebbe tenuta, a giudicare dalla risposta punto garbata che il Lamis, a una sua sollecitazione, aveva ricevuto dal direttore.
Sicché dunque davvero Bernardino Lamis aveva ragione, uscito dall’Università, di sfogarsi quel giorno amaramente coi due suoi fedeli giovani che lo accompagnavano al solito verso casa. E parlava loro della spudorata ciarlataneria che dal campo della politica era passata a sgambettare in quello della letteratura, prima, e ora, purtroppo, anche nei sacri e inviolabili dominii della scienza; parlava della servilità vigliacca radicata profondamente nell’indole del popolo italiano, per cui è gemma preziosa qualunque cosa venga d’oltralpe o d’oltremare e pietra falsa e vile tutto ciò che si produce da noi; accennava infine agli argomenti piú forti contro il suo avversario, da svolgere nella ventura lezione. E il Ciotta, pregustando il piacere che gli sarebbe venuto dall’estro ironico e bilioso del professore, tornava a fregarsi le mani, mentre il Vannícoli, afflitto, sospirava.
A un certo punto il professor Lamis tacque e prese un’aria astratta: segno, questo, per i due scolari, che il professore voleva esser lasciato solo.
Ogni volta, dopo la lezione, si faceva una giratina per sollievo giú per la piazza del Pantheon, poi su per quella della Minerva, attraversava Via dei Cestari e sboccava sul Corso Vittorio Emanuele. Giunto in prossimità di Piazza San Pantaleo, prendeva quell’aria astratta, perché solito –  prima di imboccare la Via del Governo Vecchio, ove abitava –  d’entrare (furtivamente, secondo la sua intenzione) in una pasticceria, donde poco dopo usciva con un cartoccio in mano. I due scolari sapevano che il professor Lamis non aveva da fare neppur le spese a un grillo, e non si potevano perciò capacitare della compera di quel cartoccio misterioso, tre volte la settimana.
Spinto dalla curiosità, il Ciotta era finanche entrato un giorno nella pasticceria a domandare che cosa il professore vi comperasse.
– Amaretti, schiumette e bocche di dama.
E per chi serviranno?
Il Vannícoli diceva per i nipotini. Ma il Ciotta avrebbe messo le mani sul fuoco che servivano proprio per lui, per il professore stesso; perché una volta lo aveva sorpreso per via nel mentre che si cacciava una mano in tasca per trarne fuori una di quelle schiumette e doveva già averne un’altra in bocca, di sicuro, la quale gli aveva impedito di rispondere a voce al saluto che lui gli aveva rivolto.
– Ebbene, e se mai, che c’è di male? Debolezze! – gli aveva detto, seccato, il Vannícoli, mentre da lontano seguiva con lo sguardo languido il vecchio professore, il quale se ne andava pian piano, molle molle, strusciando le scarpe.
Non solamente questo peccatuccio di gola, ma tante e tant’altre cose potevano essere perdonate a quell’uomo che, per la scienza, s’era ridotto con quelle spalle aggobbate che pareva gli volessero scivolare e fossero tenute su, penosamente, dal collo lungo, proteso come sotto un giogo. Tra il cappello e la nuca la calvizie del professor Lamis si scopriva come una mezza luna cuojacea; gli tremolava su la nuca una rada zazzeretta argentea, che gli accavallava di qua e di là gli orecchi e seguitava barba davanti –  su le gote e sotto il mento –  a collana.
Né il Ciotta né il Vannícoli avrebbero mai supposto che in quel cartoccio Bernardino Lamis si portava a casa tutto il suo pasto giornaliero.
Due anni addietro, gli era piombata addosso da Napoli la famiglia d’un suo fratello, morto colà improvvisamente: la cognata, furia d’inferno, con sette figliuoli, il maggiore dei quali aveva appena undici anni. Notare che il professor Lamis non aveva voluto prender moglie per non esser distratto in alcun modo dagli studii. Quando, senz’alcun preavviso, s’era veduto innanzi quell’esercito strillante, accampato sul pianerottolo della scala, davanti la porta, a cavallo d’innumerevoli fagotti e fagottini, era rimasto allibito. Non potendo per la scala, aveva pensato per un momento di scappare buttandosi dalla finestra.
Le quattro stanzette della sua modesta dimora erano state invase; la scoperta d’un giardinetto, unica e dolce cura dello zio, aveva suscitato un tripudio frenetico nei sette orfani sconsolati, come li chiamava la grassa cognata napoletana. Un mese dopo, non c’era piú un filo d’erba in quel giardinetto.
Il professor Lamis era diventato l’ombra di se stesso: s’aggirava per lo studio come uno che non stia piú in cervello, tenendosi pur nondimeno la testa tra le mani quasi per non farsela portar via anche materialmente da quegli strilli, da quei pianti, da quel pandemonio imperversante dalla mattina alla sera. Ed era durato un anno, per lui, questo supplizio, e chi sa quant’altro tempo ancora sarebbe durato, se un giorno non si fosse accorto che la cognata, non contenta dello stipendio che a ogni ventisette del mese egli le consegnava intero, ajutava dal giardinetto il maggiore dei figliuoli a inerpicarsi fino alla finestra dello studio, chiuso prudentemente a chiave, per fargli rubare i libri:
– Belli grossi, neh, Gennarie’, belli grossi e nuovi!
Mezza la sua biblioteca era andata a finire per pochi soldi sui muricciuoli.
Indignato, su le furie, quel giorno stesso, Bernardino Lamis con sei ceste di libri superstiti e tre rustiche scansie, un gran crocefisso di cartone, una cassa di biancheria, tre seggiole, un ampio seggiolone di cuojo, la scrivania alta e un lavamano, se n’era andato ad abitare –  solo –  in quelle due stanzette di via Governo Vecchio, dopo aver imposto alla cognata di non farsi vedere mai piú da lui.
Le mandava ora per mezzo d’un bidello dell’Università, puntualmente ogni mese, lo stipendio, di cui tratteneva soltanto lo stretto necessario per sé.
Non aveva voluto prendere neanche una serva a mezzo servizio, temendo che si mettesse d’accordo con la cognata. Del resto, non ne aveva bisogno. Non s’era portato nemmeno il letto, dormiva con uno scialletto su le spalle, avvoltolato in una coperta di lana, entro il seggiolone. Non cucinava. Seguace a modo suo della teoria del Fletcher, si nutriva con poco, masticando molto. Votava quel famoso cartoccio nelle due ampie tasche dei calzoni, metà qua, metà là, e mentre studiava o scriveva, in piedi com’era solito, mangiucchiava o un amaretto o una schiumetta o una bocca di dama. Se aveva sete, acqua. Dopo un anno di quell’inferno, si sentiva ora in paradiso.
Ma era venuto il von Grobler con quel suo libraccio su l’Eresia Catara a guastargli le feste.
 
Quel giorno, appena rincasato, Bernardino Lamis si rimise al lavoro, febbrilmente.
Aveva innanzi a sé due giorni per finir di stendere quella lezione che gli stava tanto a cuore. Voleva che fosse formidabile. Ogni parola doveva essere una frecciata per quel tedescaccio von Grobler.
Le sue lezioni egli soleva scriverle dalla prima parola fino all’ultima, in fogli di carta protocollo, di minutissimo carattere. Poi, all’Università, le leggeva con voce lenta e grave, reclinando indietro il capo, increspando la fronte e stendendo le pàlpebre per potere vedere attraverso le lenti insellate su la punta del naso, dalle cui narici uscivano due cespuglietti di ispidi peli grigi liberamente cresciuti. I due fidi scolari avevano tutto il tempo di scrivere quasi sotto dettatura. Il Lamis non montava mai in cattedra: sedeva umilmente davanti al tavolino sotto. I banchi, nell’aula, erano disposti in quattro ordini, ad anfiteatro. L’aula era buja, e il Ciotta e il Vannícoli all’ultimo ordine, uno di qua, l’altro di là, ai due estremi, per aver luce dai due occhi ferrati che si aprivano in alto. Il professore non li vedeva mai durante la lezione: udiva soltanto il raspío delle loro penne frettolose.
Là, in quell’aula, poiché nessuno s’era levato in sua difesa, lui si sarebbe vendicato della villania di quel tedescaccio, dettando una lezione memorabile.
Avrebbe prima esposto con succinta chiarezza l’origine, la ragione, l’essenza, l’importanza storica e le conseguenze dell’eresia catara, riassumendole dai suoi due volumi; si sarebbe poi lanciato nella parte polemica, avvalendosi dello studio critico che aveva già fatto sul libro del von Grobler. Padrone com’era della materia, e col lavoro già pronto, sotto mano, a una sola fatica sarebbe andato incontro: a quella di tenere a freno la penna. Con l’estro della bile, avrebbe scritto in due giorni, su quell’argomento, due altri volumi piú poderosi dei primi.
Doveva invece restringersi a una piana lettura di poco piú di un’ora: riempire cioè di quella sua minuta scrittura non piú di cinque o sei facciate di carta protocollo. Due le aveva già scritte. Le tre o quattro altre facciate dovevano servire per la parte polemica.
Prima d’accingervisi, volle rileggere la bozza del suo studio critico sul libro del von Grobler. La trasse fuori dal cassetto della scrivania, vi soffiò su per cacciar via la polvere, con le lenti già su la punta del naso, e andò a stendersi lungo lungo sul seggiolone.
A mano a mano, leggendo, se ne compiacque tanto, che per miracolo non si trovò ritto in piedi su quel seggiolone; e tutte, una dopo l’altra, in men d’un’ora, s’era mangiato inavvertitamente le schiumette che dovevano servirgli per due giorni. Mortificato, trasse fuori la tasca vuota, per scuoterne la sfarinatura.
Si mise senz’altro a scrivere, con l’intenzione di riassumere per sommi capi quello studio critico. A poco a poco però, scrivendo, si lasciò vincere dalla tentazione d’incorporarlo tutto quanto di filo nella lezione, parendogli che nulla vi fosse di superfluo, né un punto né una virgola. Come rinunziare, infatti, a certe espressioni d’una arguzia cosí spontanea e di tanta efficacia? a certi argomenti cosí calzanti e decisivi? E altri e altri ancora gliene venivano, scrivendo, piú lucidi, piú convincenti, a cui non era del pari possibile rinunziare.
Quando fu alla mattina del terzo giorno, che doveva dettar la lezione, Bernardino Lamis si trovò davanti, sulla scrivania ben quindici facciate fitte fitte, invece di sei.
Si smarrí.
Scrupolosissimo nel suo officio, soleva ogni anno, in principio, dettare il sommario di tutta la materia d’insegnamento che avrebbe svolto durante il corso, e a questo sommario si atteneva rigorosissimamente. Già aveva fatto, per quella malaugurata pubblicazione del libro del von Grobler, una prima concessione all’amor proprio offeso, entrando quell’anno a parlare quasi senza opportunità dell’eresia catara. Piú d’una lezione, dunque, non avrebbe potuto spenderci. Non voleva a nessun costo che si dicesse che per bizza o per sfogo il professor Lamis parlava fuor di proposito o piú del necessario su un argomento che non rientrava se non di lontano nella materia dell’annata.
Bisognava dunque, assolutamente, nelle poche ore che gli restavano, ridurre a otto, a nove facciate al massimo, le quindici che aveva scritte.
Questa riduzione gli costò un cosí intenso sforzo intellettuale, che non avvertí nemmeno alla grandine, ai lampi, ai tuoni d’un violentissimo uragano che s’era improvvisamente rovesciato su Roma. Quando fu su la soglia del portoncino di casa, col suo lungo rotoletto di carta sotto il braccio, pioveva a diluvio. Come fare? Mancavano appena dieci minuti all’ora fissata per la lezione. Rifece le scale, per munirsi d’ombrello, e si avviò sotto quell’acqua, riparando alla meglio il rotoletto di carta, la sua “formidabile” lezione.
Giunse all’Università in uno stato compassionevole: zuppo da capo a piedi. Lasciò l’ombrello nella bacheca del portinajo; si scosse un po’ la pioggia di dosso, pestando i piedi; s’asciugò la faccia e salí al loggiato.
L’aula – buja anche nei giorni sereni – pareva con quel tempo infernale una catacomba; ci si vedeva a mala pena. Non di meno, entrando, il professor Lamis, che non soleva mai alzare il capo, ebbe la consolazione d’intravedere in essa, cosí di sfuggita, un insolito affollamento, e ne lodò in cuor suo i due fidi scolari che evidentemente avevano sparso tra i compagni la voce del particolare impegno con cui il loro vecchio professore avrebbe svolto quella lezione che tanta e tanta fatica gli era costata e dove tanto tesoro di cognizioni era con sommo sforzo racchiuso e tanta arguzia imprigionata.
In preda a una viva emozione, posò il cappello e montò, quel giorno, insolitamente, in cattedra. Le gracili mani gli tremolavano talmente, che stentò non poco a inforcarsi le lenti sulla punta del naso. Nell’aula il silenzio era perfetto. E il professor Lamis, svolto il rotolo di carta, prese a leggere con voce alta e vibrante, di cui egli stesso restò meravigliato. A quali note sarebbe salito, allorché, finita la parte espositiva per cui non era acconcio quel tono di voce, si sarebbe lanciato nella polemica? Ma in quel momento il professor Lamis non era piú padrone di sé. Quasi morso dalle vipere del suo stile, sentiva di tratto in tratto le reni fènderglisi per lunghi brividi e alzava di punto in punto la voce e gestiva, gestiva. Il professor Bernardino Lamis, cosí rigido sempre, cosí contegnoso, quel giorno, gestiva! Troppa bile aveva accumulato in sei mesi, troppa indignazione gli avevano cagionato la servilità, il silenzio della critica italiana; e questo ora, ecco, era per lui il momento della rivincita! Tutti quei bravi giovani, che stavano ad ascoltarlo religiosamente, avrebbero parlato di questa sua lezione, avrebbero detto che egli era salito in cattedra quel giorno perché con maggior solennità partisse dall’Ateneo di Roma la sua sdegnosa risposta non al von Grobler soltanto, ma a tutta quanta la Germania.
Leggeva cosí da circa tre quarti d’ora, sempre piú acceso e vibrante, allorché lo studente Ciotta, che nel venire all’Università era stato sorpreso da un piú forte rovescio d’acqua e s’era riparato in un portone, s’affacciò quasi impaurito all’uscio dell’aula. Essendo in ritardo, aveva sperato che il professor Lamis con quel tempo da lupi non sarebbe venuto a far lezione. Giú, poi, nella bacheca del portinajo, aveva trovato un bigliettino del Vannícoli che lo pregava di scusarlo presso l’amato professore perché “essendogli la sera avanti smucciato un piede nell’uscir di casa, aveva ruzzolato la scala, s’era slogato un braccio e non poteva perciò, con suo sommo dolore, assistere alla lezione”.
A chi parlava, dunque, con tanto fervore il professor Bernardino Lamis?
Zitto zitto, in punta di piedi, il Ciotta varcò la soglia dell’aula e volse in giro lo sguardo. Con gli occhi un po’ abbagliati dalla luce di fuori, per quanto scarsa, intravide anche nell’aula numerosi studenti, e ne rimase stupito. Possibile? Si sforzò a guardar meglio.
Una ventina di soprabiti impermeabili, stesi qua e là a sgocciolare nella buja aula deserta, formavano quel giorno tutto l’uditorio del professor Bernardino Lamis.
Il Ciotta li guardò, sbigottito, sentí gelarsi il sangue, vedendo il professore leggere cosí infervorato a quei soprabiti la sua lezione, e si ritrasse quasi con paura.
Intanto, terminata l’ora, dall’aula vicina usciva rumorosamente una frotta di studenti di legge, ch’erano forse i proprietarii di quei soprabiti.
Subito il Ciotta, che non poteva ancora riprender fiato dall’emozione, stese le braccia e si piantò davanti all’uscio per impedire il passo.
– Per carità, non entrate! C’è dentro il professor Lamis.
– E che fa? – domandarono quelli, meravigliati dell’aria stravolta del Ciotta.
Questi si pose un dito sulla bocca, poi disse piano, con gli occhi sbarrati:
– Parla solo!
Scoppiò una clamorosa irrefrenabile risata.
Il Ciotta chiuse lesto lesto l’uscio dell’aula, scongiurando di nuovo:
– Zitti, per carità, zitti! Non gli date questa mortificazione, povero vecchio! Sta parlando dell’eresia catara!
Ma gli studenti, promettendo di far silenzio, vollero che l’uscio fosse riaperto, pian piano, per godersi dalla soglia lo spettacolo di quei loro poveri soprabiti che ascoltavano immobili, sgocciolanti neri nell’ombra, la formidabile lezione del professor Bernardino Lamis.
–  . ma il manicheismo, o signori, il manicheismo, in fondo, che cosa è? Ditelo voi! Ora, se i primi Albigesi, a detta del nostro illustre storico tedesco, signor Hans von Grobler .

La carriola

Un avvocato e professore di diritto, uomo saggio e rispettato, racconta, con fare molto misterioso, una mania che ha da qualche giorno e che lo tormenta segretamente.
Un giorno, mentre sta viaggiando in treno di ritorno da un viaggio di lavoro, pone il suo sguardo fuori dal finestrino.
Ma non vede nulla perché un pensiero gli si è affacciato alla mente …


Quand’ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d’addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto.
Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio atto non fosse scoperto.
Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile.
Sarei un uomo finito.
Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.

Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m’assedia dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza;
d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno piú serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d’avvocato.
Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero.
Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento piú sicuro.
Sono costernato e inquieto.
Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito.
Il valore dell’atto ch’io compio, può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un tratto s’è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile.
Mi proverò.
***


Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei piú gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m’opprime, il peso enorme di tutti i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama.
L’unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un’altra nuova.
M’ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare.
A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura.
Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla.
Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra.
Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m’occupava, senza che per questo, intanto, mi s’avvistasse di piú lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai piú a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida.
Ariosa.

Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza;
d’una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti;
con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce;
e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tutto intero e pieno si sarebbe ritrovato;
anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue.
Gli occhi a poco a poco mi si chiusero, senza che me n’accorgessi, e forse seguitai nel sonno il sogno di quella vita che non era nata.
Dico forse, perché, quando mi destai, tutto indolenzito e con la bocca amara, acre e arida, già prossimo all’arrivo, mi ritrovai d’un tratto in tutt’altro animo, con un senso d’atroce afa della vita, in un tetro, plumbeo attonimento, nel quale gli aspetti delle cose piú consuete m’apparvero come votati di ogni senso, eppure, per i miei occhi, d’una gravezza crudele, insopportabile.
Con quest’animo scesi alla stazione, montai sulla mia automobile che m’attendeva all’uscita, e m’avviai per ritornare a casa.

                                                        ***
Ebbene, fu nella scala della mia casa; fu sul pianerottolo innanzi alla mia porta.
Io vidi a un tratto, innanzi a quella porta scura, color di bronzo, con la targa ovale, d’ottone, su cui è inciso il mio nome, preceduto dai miei titoli e seguito da’ miei attributi scientifici e professionali, vidi a un tratto, come da fuori, me stesso e la mia vita, ma per non riconoscermi e per non riconoscerla come mia.
Spaventosamente d’un tratto mi s’impose la certezza, che l’uomo che stava davanti a quella porta, con la busta di cuojo sotto il braccio, l’uomo che abitava là in quella casa, non ero io, non ero stato mai io.
Conobbi d’un tratto d’essere stato sempre come assente da quella casa, dalla vita di quell’uomo, non solo, ma veramente e propriamente da ogni vita.
Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che potessi riconoscer mia, da me voluta e sentita come mia.
Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale adesso improvvisamente m’appariva, così vestita, così messa su, mi parve estranea a me; come se altri me l’avesse imposta e combinata, quella figura, per farmi muovere in una vita non mia, per farmi compiere in quella vita, da cui ero stato sempre assente, atti di presenza, nei quali ora, improvvisamente, il mio spirito s’accorgeva di non essersi mai trovato, mai, mai!
Chi lo aveva fatto così, quell’uomo che figurava me? chi lo aveva voluto così? chi così lo vestiva e lo calzava? chi lo faceva muovere e parlare così? chi gli aveva imposto tutti quei doveri uno piú gravoso e odioso dell’altro?
Commendatore, professore, avvocato, quell’uomo che tutti cercavano, che tutti rispettavano e ammiravano, di cui tutti volevan l’opera, il consiglio, l’assistenza, che tutti si disputavano senza mai dargli un momento di requie, un momento di respiro – ero io? io? propriamente? ma quando mai?
E che m’importava di tutte le brighe in cui quell’uomo stava affogato dalla mattina alla sera; di tutto il rispetto, di tutta la considerazione di cui godeva, commendatore, professore, avvocato, e della ricchezza e degli onori che gli erano venuti dall’assiduo scrupoloso adempimento di tutti quei doveri, dell’esercizio della sua professione?
Ed erano lì, dietro quella porta che recava su la targa ovale d’ottone il mio nome, erano lì una donna e quattro ragazzi, che vedevano tutti i giorni con un fastidio ch’era il mio stesso, ma che in loro non potevo tollerare, quell’uomo insoffribile che dovevo esser io, e nel quale io ora vedevo un estraneo a me, un nemico. Mia moglie? i miei figli?
Ma se non ero stato mai io, veramente, se veramente non ero io (e lo sentivo con spaventosa certezza) quell’uomo insoffribile che stava davanti alla porta; di chi era moglie quella donna, di chi erano figli quei quattro ragazzi?
Miei, no!
Di quell’uomo, di quell’uomo che il mio spirito, in quel momento, se avesse avuto un corpo, il suo vero corpo, la sua vera figura, avrebbe preso a calci o afferrato, dilacerato, distrutto, insieme con tutte quelle brighe, con tutti qua doveri e gli onori e il rispetto e la ricchezza, e anche la moglie, sì, fors’anche la moglie…
Ma i ragazzi?
Mi portai le mani alle tempie e me le strinsi forte.
No. Non li sentii miei.
Ma attraverso un sentimento strano, penoso, angoscioso, di loro, quali essi erano fuori di me, quali me li vedevo ogni giorno davanti, che avevano bisogno di me, delle mie cure, del mio consiglio, del mio lavoro; attraverso questo sentimento e col senso d’atroce afa col quale m’ero destato in treno, mi sentii rientrare in quell’uomo insoffribile che stava davanti alla porta.
Trassi di tasca il chiavino; aprii quella porta e rientrai anche in quella casa e nella vita di prima.
                                                        ***
Ora la mia tragedia è questa. Dico mia, ma chi sa di quanti!
Chi vive, quando vive, non si vede: vive… Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive piú: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina. Perché ogni forma è una morte.
Pochissimi lo sanno; i piú, quasi tutti, lottano, s’affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d’aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire.
Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi piú da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d’esser vivi.
Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato.
Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è piú in essa: perché se fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla.
E morremmo ogni giorno di piú in essa, che è già per sì una morte, senza conoscerla.
Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto.
Conoscersi è morire.
Il mio caso è anche peggiore.
Io vedo non ciò che di me è morto; vedo che non sono mai stato vivo, vedo la forma che gli altri, non io, mi hanno data, e sento che in questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c’è stata mai.
Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un’anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo.
E grido, l’anima mia grida dentro questa forma morta che mai non è stata mia: –
 Ma come? io, questo? io, così? ma quando mai? –
E ho nausea, orrore, odio di questo che non sono io, che non sono stato mai io; di questa forma morta, in cui sono prigioniero, e da cui non mi posso liberare.
Forma gravata di doveri, che non sento miei, oppressa da brighe di cui non m’importa nulla, fatta segno d’una considerazione di cui non so che farmi; forma che è questi doveri, queste brighe, questa considerazione, fuori di me, sopra di me: cose vuote, cose morte che mi pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano e non mi fanno piú respirare.

Liberarmi?
Ma nessuno può fare che il fatto sia come non fatto, e che la morte non sia, quando ci ha preso e ci tiene.
Ci sono i fatti.
Quando tu, comunque, hai agito, anche senza che ti sentissi e ti ritrovassi, dopo, negli atti compiuti; quello che hai fatto resta, come una prigione per te.
E come spire e tentacoli t’avviluppano le conseguenze delle tue azioni.
E ti grava attorno come un’aria densa, irrespirabile la responsabilità, che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non prevedute, ti sei assunta. E come puoi piú liberarti?
Come potrei io nella prigione di questa forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quali tutti mi conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e muovere una vita diversa, una mia vera vita? una vita in una forma: che sento morta, ma che deve sussistere per gli altri, per tutti quelli che l’hanno messa su e la vogliono così e non altrimenti?
Dev’essere questa, per forza.
Serve così, a mia moglie, ai miei figli, alla società, cioè ai signori studenti universitari della facoltà di legge, ai signori clienti che m’hanno affidato la vita, l’onore, la libertà, gli averi.
Serve così, e non posso mutarla, non posso prenderla a calci e levarmela dai piedi; ribellarmi, vendicarmi, se non per un attimo solo, ogni giorno, con l’atto che compio nel massimo segreto, cogliendo con trepidazione e circospezione infinita il momento opportuno, che nessuno mi veda.
Ecco.
Ho una vecchia cagna lupetta, da undici anni per casa, bianca e nera, grassa, bassa e pelosa, con gli occhi già appannati dalla vecchiaja.

Tra me e lei non c’erano mai stati buoni rapporti.
Forse, prima, essa non approvava la mia professione, che non permetteva si facessero rumori per casa; s’era messa però ad approvarla a poco a poco, con la vecchiaja; tanto che, per sfuggire alla tirannia capricciosa dei ragazzi, che vorrebbero ancora ruzzare con lei giú nel giardino, aveva preso da un pezzo il partito di rifugiarsi qua nel mio studio da mane a sera, a dormire sul tappeto col musetto aguzzo tra le zampe.
Tra tante carte e tanti libri, qua, si sentiva protetta e sicura. Di tratto in tratto schiudeva un occhio a guardarmi, come per dire:

«Bravo, sì, caro: lavora; non ti muovere di lì, perché è sicuro che, finché stai lì a lavorare, nessuno entrerà qui a disturbare il mio sonno.»
Così pensava certamente la povera bestia.
La tentazione di compiere su lei la mia vendetta mi sorse, quindici giorni or sono, all’improvviso, nel vedermi guardato così.
Non le faccio male; non le faccio nulla.
Appena posso, appena qualche cliente mi lascia libero un momento, mi alzo cauto, pian piano, dal mio seggiolone, perché nessuno s’accorga che la mia sapienza temuta e ambita, la mia sapienza formidabile di professore di diritto e d’avvocato, la mia austera dignità di marito, di padre, si siano per poco staccate dal trono di questo seggiolone;


e in punta di piedi mi reco all’uscio a spiare nel corridojo, se qualcuno non sopravvenga; chiudo l’uscio a chiave, per un momento solo;
gli occhi mi sfavillano di gioja, le mani mi ballano dalla voluttà che sto per concedermi, d’esser pazzo, d’esser pazzo per un attimo solo, d’uscire per un attimo solo dalla prigione di questa forma morta, di distruggere, d’annientare per un attimo solo, beffardamente, questa sapienza, questa dignità che mi soffoca e mi schiaccia;
corro a lei, alla cagnetta che dorme sul tappeto;
piano, con garbo, le prendo le due zampine di dietro e le faccio fare la carriola: le faccio muovere cioè otto o dieci passi, non piú, con le sole zampette davanti, reggendola per quelle di dietro.

Questo è tutto.
Non faccio altro.
Corro subito a riaprire l’uscio adagio adagio, senza il minimo cricchio, e mi rimetto in trono, sul seggiolone, pronto a ricevere un nuovo cliente, con l’austera dignità di prima, carico come un cannone di tutta la mia sapienza formidabile.

Ma, ecco, la bestia, da quindici giorni, rimane come basita a mirarmi, con quegli occhi appannati, sbarrati dal terrore.
Vorrei farle intendere – ripeto – che non è nulla; che stia tranquilla, che non mi guardi così.
Comprende, la bestia, la terribilità dell’atto che compio.
Non sarebbe nulla, se per scherzo glielo facesse uno dei miei ragazzi.
Ma sa ch’io non posso scherzare; non le è possibile ammettere che io scherzi, per un momento solo; e seguita maledettamente a guardarmi, atterrita.

La giara

La giara è una novella che Pirandello scrisse nel 1906 e da cui trasse un atto unico per il teatro nel 1916. La novella fu pubblicata nella raccolta Novelle per un anno nel 1917.

Don Lollò, ricco proprietario terriero, tirchio attaccabrighe acquista una giara enorme. Ma la giara misteriosamente viene trovata rotta. Viene allora chiamato un artigiano, zi Dima per aggiustarla, ma … i due non sono d’accordo sulle modalità.



Piena anche per gli olivi, quell’annata. Piante massaje, cariche l’anno avanti, avevano raffermato [confermato la loro solita produzione abbondante] tutte, a dispetto della nebbia che le aveva oppresse sul fiorire.
Lo Zirafa, che ne aveva un bel giro [una bella qualità] nel suo podere delle Quote a Primosole, prevedendo che le cinque giare vecchie di coccio smaltato che aveva in cantina non sarebbero bastate a contener tutto l’olio della nuova raccolta, ne aveva ordinata a tempo una sesta più capace [grande] a Santo Stefano di Camastra, dove si fabbricavano: alta a petto d’uomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa.
  Neanche a dirlo,
aveva litigato anche col fornaciajo di là 
[padrone del forno in cui si cuoceva la terracotta]
per questa giara.

E con chi non attaccava [briga] Don Lollò Zirafa?
Per ogni nonnulla, anche per una pietruzza caduta dal murello di cinta, anche per una festuca [filo] di paglia, gridava che gli sellassero la mula per correre in città a fare gli atti [la denuncia].
Così, a furia di carta bollata e di onorari agli avvocati, citando questo, citando quello e pagando sempre le spese per tutti, s’era mezzo rovinato.
Dicevano che il suo consulente legale, stanco di vederselo comparire davanti due o tre volte la settimana, per levarselo di torno, gli aveva regalato un libricino come quelli da messa: il codice, perché si scapasse [scervellasse] a cercare da sé il fondamento giuridico alle liti che voleva intentare.

Prima, tutti coloro con cui aveva da dire, per prenderlo in giro gli gridavano:
«Sellate la mula!»
Ora, invece:
«Consultate il calepino [codice]!»
E Don Lollò rispondeva:
«Sicuro, e vi fulmino tutti, figli d’un cane!»

Quella giara nuova, pagata quattr’onze [monete d’oro] ballanti e sonanti, in attesa del posto da trovarle in cantina, fu allogata [sistemata] provvisoriamente nel palmento [magazzino].


Quella giara nuova, pagata quattr’onze [monete d’oro] ballanti e sonanti, in attesa del posto da trovarle in cantina, fu allogata [sistemata] provvisoriamente nel palmento [magazzino].
Una giara così non s’era mai veduta.
Allogata in quell’antro intanfato [che puzzava] di mosto e di quell’odore acre e crudo che cova nei luoghi senz’aria e senza luce, faceva pena.

Da due giorni era cominciata l’abbacchiatura [battitura dei rami di ulivo] delle olive, e Don Lollò era su tutte le furie perché, tra gli abbacchiatori e i mulattieri venuti con le mule cariche di concime da depositare a mucchi su la costa per la favata [semina delle fave] della nuova stagione, non sapeva più come spartirsi, a chi badar prima.
E bestemmiava come un turco e minacciava di fulminare questi e quelli, se un’oliva, che fosse un’oliva, gli fosse mancata, quasi le avesse prima contate tutte a una a una su gli alberi; o se non fosse ogni mucchio di concime della stessa misura degli altri.
Col cappellaccio bianco, in maniche di camicia, spettorato [con la camicia aperta sul torace], affocato [arrossato] in volto e tutto sgocciolante di sudore, correva di qua e di là, girando gli occhi lupigni e stropicciandosi con rabbia le guance rase, su cui la barba prepotente rispuntava quasi sotto la raschiatura del rasojo.

Ora, alla fine della terza giornata, tre dei contadini che avevano abbacchiato, entrando nel palmento per deporvi le scale e le canne, restarono [esterrefatti alla] vista della bella giara nuova, spaccata in due, come se qualcuno, con un taglio netto, prendendo tutta l’ampiezza della pancia, ne avesse staccato tutto il lembo davanti.

«Guardate! guardate!»
«Chi sarà stato?»
«Oh mamma mia! E chi lo sente ora Don Lollò? La giara nuova, peccato!»
Il primo, più spaurito di tutti, propose di riaccostar subito la porta e andare via zitti zitti, lasciando fuori, appoggiate al muro, le scale e le canne.
Ma il secondo:
«Siete pazzi? Con Don Lollò? Sarebbe capace di credere che gliel’abbiamo rotta noi. Fermi qua tutti!»

Uscì davanti al palmento e, facendosi portavoce delle mani, chiamò:
«Don Lollò! Ah, Don Lollòooo!»
Eccolo là sotto la costa con gli scaricatori del concime: gesticolava al solito furiosamente, dandosi di tratto in tratto con ambo le mani una rincalcata al cappellaccio bianco.
Arrivava talvolta, a forza di quelle rincalcate, a non poterselo più strappare dalla nuca e dalla fronte.
Già nel cielo si spegnevano gli ultimi fuochi del crepuscolo, e tra la pace che scendeva su la campagna con le ombre della sera e la dolce frescura, avventavano i gesti di quell’uomo sempre infuriato.
«Don Lollò! Ah, Don Lollòoo!»
Quando venne su e vide lo scempio, parve volesse impazzire.

Si scagliò prima contro quei tre; ne afferrò uno per la gola e lo impiccò al muro, gridando:
«Sangue della Madonna, me la pagherete!»
Afferrato a sua volta dagli altri due, stravolti nelle facce terrigne e bestiali, rivolse contro sé stesso la rabbia furibonda, sbatacchiò a terra il cappellaccio, si percosse le guance, pestando i piedi e sbraitando a modo di quelli che piangono un parente morto:
«La giara nuova! Quattr’onze di giara! Non incignata [usata] ancora!»
Voleva sapere chi gliel’avesse rotta! Possibile che si fosse rotta da sé? Qualcuno per forza doveva averla rotta, per infamità o per invidia! Ma quando? ma come? Non si vedeva segno di violenza! Che fosse arrivata rotta dalla fabbrica? Ma che! Sonava come una campana!

Appena i contadini videro che la prima furia gli era caduta, cominciarono a esortarlo a calmarsi. La giara si poteva sanare. Non era poi rotta malamente. Un pezzo solo. Un bravo conciabrocche [artigiano che ripara le brocche e gli altri oggetti di terracotta] l’avrebbe rimessa su, nuova.
C’era giusto Zi’ Dima Licasi, che aveva scoperto un mastice miracoloso, di cui serbava gelosamente il segreto: un mastice, che neanche il martello ci poteva [poteva romperla], quando aveva fatto presa.
Ecco, se Don Lollò voleva, domani, alla punta dell’alba, Zi’ Dima Licasi sarebbe venuto lì e, in quattro e quattr’otto, [avrebbe aggiustato] la giara, meglio di prima.
Don Lollò diceva di no, a quelle esortazioni: ch’era tutto inutile; che non c’era più rimedio; ma alla fine si lasciò persuadere, e il giorno appresso, all’alba, puntuale, si presentò a Primosole Zi’ Dima Licasi con la cesta degli attrezzi dietro le spalle.

Era un vecchio sbilenco, dalle giunture storpie e nodose, come un ceppo antico d’olivo saraceno. Per cavargli una parola di bocca ci voleva l’uncino.
Mutria [malinconia], o tristezza radicate in quel suo corpo deforme; o anche sconfidenza [sfiducia] che nessuno potesse capire e apprezzare giustamente il suo merito d’inventore non ancora patentato.
Voleva che parlassero i fatti, Zi’ Dima Licasi.
Doveva poi guardarsi davanti e dietro, perché non gli rubassero il segreto.
«Fatemi vedere codesto mastice», gli disse per prima cosa Don Lollò, dopo averlo squadrato a lungo, con diffidenza.
Zi’ Dima negò col capo, pieno di dignità.
«[quando la giara sarà]All’opera si vede».
«Ma verrà bene?»

Zi’ Dima posò a terra la cesta; ne cavò un grosso fazzoletto di cotone rosso, logoro e tutto avvoltolato; prese a svolgerlo pian piano, tra l’attenzione e la curiosità di tutti, e quando alla fine venne fuori un pajo d’occhiali col sellino e le stanghe rotti e legati con lo spago, lui sospirò e gli altri risero.
Zi’ Dima non se ne curò; si pulì le dita prima di pigliare gli occhiali; se li inforcò; poi si mise a esaminare con molta gravità la giara tratta su l’aja [nel cortile della fattoria].
Disse:
«Verrà bene».
«Col mastice solo però», disse per patto lo Zirafa, «non mi fido. Ci voglio anche i punti».
«Me ne vado», rispose senz’altro Zi’ Dima, rizzandosi e rimettendosi la cesta dietro le spalle.
Don Lollò lo acchiappò per un braccio.

«Dove? Messere e porco, così trattate? Ma guarda un po’ che arie da Carlomagno! Scannato miserabile e pezzo d’asino, ci devo metter olio, io, là dentro, e l’olio trasuda! Un miglio di spaccatura, col mastice solo? Ci voglio i punti. Mastice e punti. Comando io».
Zi’ Dima chiuse gli occhi, strinse le labbra e scosse il capo.
Tutti così! Gli era negato il piacere di fare un lavoro pulito, filato coscienziosamente a regola d’arte e di dare una prova della virtù del suo mastice.
«Se la giara» disse «non suona di nuovo come una campana…»
«Non sento niente», lo interruppe Don Lollò.
«I punti! Pago mastice e punti. Quanto vi debbo dare?»
«Se col mastice solo…»
«Càzzica, che testa!» esclamò lo Zirafa.
«Come parlo? V’ho detto che ci voglio i punti. C’intenderemo a lavoro finito: non ho tempo da perdere con voi».

E se n’andò a badare ai suoi uomini.
Zi’ Dima si mise all’opera gonfio d’ira e di dispetto.
E l’ira e il dispetto gli crebbero a ogni foro che praticava col trapano nella giara e nel lembo staccato per farvi passare il fil di ferro della cucitura.
Accompagnava il frullo della saettella [il rumore del trapano] con grugniti a mano a mano più frequenti e più forti; e il viso gli diventava più verde dalla bile e gli occhi più aguzzi e accesi di stizza.
Finita quella prima operazione, scagliò con rabbia il trapano nella cesta; applicò il lembo staccato alla giara per provare se i fori erano a egual distanza e in corrispondenza tra loro, poi con le tenaglie fece del fil di ferro tanti pezzetti quant’erano i punti che doveva dare, e chiamò per ajuto uno dei contadini che abbacchiavano.
«Coraggio, Zi’ Dima!» gli disse quello, vedendogli la faccia alterata.
Zi’ Dima alzò la mano a un gesto rabbioso.

Aprì la scatola di latta che conteneva il mastice, e lo levò al cielo, scotendolo, come per offrirlo a Dio, visto che gli uomini non volevano riconoscerne la virtù: poi col dito cominciò a spalmarlo tutt’in giro al lembo staccato e lungo la spaccatura; prese le tenaglie e i pezzetti di fil di ferro preparati avanti [prima], e si cacciò dentro la pancia aperta della giara, ordinando al contadino d’applicare il lembo alla giara, così come aveva fatto lui poc’anzi.
Prima di cominciare a dare i punti:
«Tira!» disse dall’interno della giara al contadino.
«Tira con tutta la tua forza! Vedi se si stacca più? Malanno a chi non ci crede! Picchia, picchia! Suona, sì o no, come una campana, anche con me qua dentro? Va’, va’ a dirlo al tuo padrone!»
«Chi è sopra comanda, Zi’ Dima», sospirò il contadino, «e chi è sotto si danna! Date i punti, date i punti».

E Zi’ Dima si mise a far passare ogni pezzetto di fil di ferro attraverso i due fori accanto, l’uno di qua e l’altro di là dalla saldatura; e con le tenaglie ne attorceva i due capi.
Ci volle un’ora a passarli tutti. I sudori, giù a fontana, dentro la giara.
Lavorando, si lagnava della sua mala sorte. E il contadino, di fuori, a confortarlo.
«Ora ajutami a uscirne», disse alla fine Zi’ Dima.
Ma quanto larga di pancia, tanto quella giara era stretta di collo.
Zi’ Dima, nella rabbia, non ci aveva fatto caso.
Ora, prova e riprova, non trovava più modo a uscirne.
E il contadino, invece di dargli ajuto, eccolo là, si torceva dalle risa.
 Imprigionato, imprigionato nella giara da lui stesso sanata, e che ora «non c’era via di mezzo» per farlo uscire, doveva esser rotta daccapo e per sempre.

Alle risa, alle grida, sopravvenne Don Lollò.
Zi’ Dima, dentro la giara, era come un gatto inferocito.
«Fatemi uscire!» urlava. «Corpo di Dio, voglio uscire! Subito! Datemi ajuto!»
Don Lollò rimase dapprima come stordito. Non sapeva crederci.
«Ma come? Là dentro? s’è cucito là dentro?»
S’accostò alla giara e gridò al vecchio:
«Ajuto? E che ajuto posso darvi io? Vecchiaccio stolido [stolto], ma come? non dovevate prender prima le misure? Su, provate: fuori un braccio… così! e la testa… su… no, piano! Che! giù… aspettate! così no! giù, giù… Ma come avete fatto? E la giara, adesso? Calma! Calma! Calma!» si mise a raccomandare tutt’intorno, come se la calma stessero per perderla gli altri e non lui.

«Mi fuma la testa! Calma! Questo è caso nuovo… La mula!»
Picchiò con le nocche delle dita su la giara.
Sonava davvero come una campana.
«Bella! Rimessa a nuovo… Aspettate!» disse al prigioniero.
«Va’ a sellarmi la mula!» ordinò al contadino; e, grattandosi con tutte le dita la fronte, seguitò a dire tra sé:
«Ma vedete un po’ che mi capita! Questa non è giara! quest’è ordigno del diavolo! Fermo! Fermo lì! E accorse a regger la giara, in cui Zi’ Dima, furibondo, si dibatteva come una bestia in trappola.
«Caso nuovo, caro mio, che deve risolvere l’avvocato! Io non mi fido. La mula! La mula! Vado e torno, abbiate pazienza! Nell’interesse vostro… Intanto, piano! calma! Io mi guardo i miei. E prima di tutto, per salvare il mio diritto, faccio il mio dovere. Ecco vi pago il lavoro, vi pago la giornata. Cinque lire. Vi bastano?»

«Non voglio nulla!» gridò Zi’ Dima.
«Voglio uscire!»
«Uscirete. Ma io, intanto, vi pago. Qua, cinque lire.»
Le cavò dal taschino del panciotto e le buttò nella giara.
Poi domandò, premuroso: «Avete fatto colazione? Pane e companatico, subito! Non ne volete? Buttatelo ai cani! A me basta che ve l’abbia dato».
Ordinò che gli si désse; montò in sella, e via di galoppo per la città.
Chi lo vide, credette che andasse a chiudersi da sé al manicomio, tanto e in così strano modo gesticolava.
Per fortuna, non gli toccò di fare anticamera nello studio dell’avvocato; ma gli toccò d’attendere un bel po’, prima che questo finisse di ridere, quando gli ebbe esposto il caso.
Delle risa si stizzì:
«Che c’è da ridere, scusi? A vossignoria non brucia! La giara è mia!»
Ma quello seguitava a ridere e voleva che gli rinarrasse il caso, com’era stato, per farci su altre risate.
Dentro, eh? S’era, cucito dentro? E lui, Don Lollò, che pretendeva? Te… tene… tenerlo là dentro… ah ah ah… ohi ohi ohi… tenerlo là dentro per non perderci la giara?»
«Ce la devo perdere?» domandò lo Zirafa con le pugna serrate.
«Il danno e lo scorno [umiliazione]?»
 

«Ma sapete come si chiama questo?» gli disse in fine l’avvocato.
«Si chiama sequestro di persona!»
«Sequestro? E chi l’ha sequestrato?» esclamò lo Zirafa.
«S’è sequestrato lui da sé! Che colpa ne ho io?»
L’avvocato allora gli spiegò che erano due casi.
Da un canto, lui, Don Lollò, doveva subito liberare il prigioniero per non rispondere di sequestro di persona; dall’altro, il conciabrocche doveva rispondere del danno che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua storditaggine.
«Ah!» rifiatò lo Zirafa.
«Pagandomi la giara!»
«Piano!» osservò l’avvocato.
«Non come se fosse nuova, badiamo!»

«E perché?»
«Ma perché era rotta, oh bella!»
«Rotta? Nossignore. Ora è sana. Meglio che sana, lo dice lui stesso! E se ora torno a romperla, non potrò più farla risanare. Giara perduta, signor avvocato!»
L’avvocato gli assicurò che se ne sarebbe tenuto conto, facendogliela pagare per quanto valeva nello stato in cui era adesso.
«Anzi», gli consigliò, «fatela stimare avanti da lui stesso».
«Bacio le mani» disse Don Lollò, andando via di corsa.

Di ritorno, verso sera, trovò tutti i contadini in festa attorno alla giara abitata.
Partecipava alla festa anche il cane di guardia saltando e abbaiando.
Zi’ Dima s’era calmato, non solo, ma aveva preso gusto anche lui alla sua bizzarra avventura e ne rideva con la gajezza mala dei tristi.
Lo Zirafa scostò tutti e si sporse a guardare dentro la giara.
«Ah! Ci stai bene?»
«Benone. Al fresco» rispose quello.
«Meglio che a casa mia».
«Piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi costò quattr’onze, nuova.
Quanto credi che possa costare adesso?»

«Con me qua dentro?» domandò Zi’ Dima.
I villani risero.
«Silenzio!» gridò lo Zirafa.
«Delle due l’una: o il tuo mastice serve a qualche cosa, o non serve a nulla: se non serve a nulla, tu sei un imbroglione; se serve a qualche cosa, la giara, così com’è, deve avere il suo prezzo. Che prezzo? Stimala a tu».
Zi’ Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse:
«Rispondo. Se lei me l’avesse fatta conciare col mastice solo, com’io volevo, io, prima di tutto, non mi troverei qua dentro, e la giara avrebbe su per giù lo stesso prezzo di prima. Così sconciata con questi puntacci, che ho dovuto darle per forza di qua dentro, che prezzo potrà avere? Un terzo di quanto valeva, sì e no».

«Un terzo?» domandò lo Zirafa.
«Un’onza e trentatré?»
«Meno sì, più no».
«Ebbene», disse Don Lollò.
«Passi la tua parola, e dammi un’onza e trentatré».
«Che?» fece Zi’ Dima, come se non avesse inteso.
«Rompo la giara per farti uscire», rispose Don Lollò, «e tu, dice l’avvocato, me la paghi per quanto l’hai stimata: un’onza e trentatré».

«Io pagare?» sghignazzò Zi’ Dima.
«Vossignoria scherza! Qua dentro ci faccio i vermi».
E tratta di tasca con qualche stento la pipetta intartarita, l’accese e si mise a fumare, cacciando il fumo per il collo della giara.
Don Lollò ci restò brutto [male]. Quest’altro caso, che Zi’ Dima ora non volesse più uscire dalla giara, né lui né l’avvocato l’avevano previsto. E come si risolveva adesso?
Fu lì lì per ordinare di nuovo: «La mula!», ma pensò ch’era già sera.
«Ah, sì» disse. «Ti vuoi domiciliare nella mia giara? Testimoni i tutti qua! Non vuole uscirne lui, per non pagarla; io sono pronto a romperla! Intanto, poiché vuole stare lì, domani io lo cito per alloggio abusivo e perché mi impedisce l’uso della giara».
Zi’ Dima cacciò prima fuori un’altra boccata di fumo, poi rispose, placido:
«Nossignore. Non voglio impedirle niente, io. Sto forse qua per piacere? Mi faccia uscire, e me ne vado volentieri. Pagare… neanche per ischerzo, vossignoria!»

Don Lollò, in un impeto di rabbia, alzò un piede per avventare un calcio alla giara; ma si trattenne; la abbrancò invece con ambo le mani e la scrollò tutta, fremendo.
«Vede che mastice?» gli disse Zi’ Dima.
«Pezzo da galera!» ruggì allora lo Zirafa.
«Chi l’ha fatto il male, io o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame là dentro! Vedremo chi la vince!»
E se n’andò, non pensando alle cinque lire che gli aveva buttate la mattina dentro la giara.
Con esse, per cominciare, Zi’ Dima pensò di far festa quella sera insieme coi contadini che, avendo fatto tardi per quello strano accidente, rimanevano a passare la notte in campagna, all’aperto, su l’aja.
Uno andò a far le spese in una taverna lì presso.
A farlo apposta, c’era una luna che pareva fosse giorno.

A una cert’ora Don Lollò, andato a dormire, fu svegliato da un baccano d’inferno.
S’affacciò a un balcone della cascina e vide su l’aja, sotto la luna, tanti diavoli: i contadini ubriachi che, presisi per mano, ballavano attorno alla giara.
Zi’ Dima, là dentro, cantava a squarciagola.
Questa volta non poté più reggere, Don Lollò: si precipitò come un toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo, con uno spintone mandò a rotolare la giara giù per la costa.
Rotolando, accompagnata dalle risa degli ubriachi, la giara andò a spaccarsi contro un olivo.
E la vinse Zi’ Dima.

Se vuoi vedere la versione cinematografica, questa è tratta dal film Kaos dei fratelli Taviani. Buona visione.

https://www.raiplay.it/video/2016/11/Kaos-La-giara-2cfd67cb-0a9b-4471-823f-67a808e18ea5.html

Analisi del testo – La giara

La giara è un mitico oggetto di terracotta destinato a contenere una grande quantità di olio e a simboleggiare così l’abbondanza dell’annata. Attorno ad essa ruotano due mondi:

  • quello ridente e festante dei contadini, pur consapevoli del loro ruolo di persone sottomesse ai padroni,
  • quello dei due co-protagonisti, in perenne contrasto tra loro.

Si potrebbe dire che attraverso questi due personaggi Pirandello condensa il tema delle tante verità, dei tanti punti di vista attraverso i quali si svolgono gli eventi della vita.

Entrambi i personaggi, pur nella loro differente personalità, sono portavoce di un profondo disagio esistenziale:

  • Don Lollò lo esprime attraverso la perenne ricerca della giustizia, attraverso le parole del suo avvocato o attraverso il calepino che gli è stato donato.
  • Zi’ Dima, invece, è insoddisfatto della percezione che gli altri hanno di lui: mentre egli sa di aver inventato un mastice prodigioso, gli altri sembrano svalutare questo prodotto, non credendo alle sue proprietà.

Il riso che suscita il carattere petulante di Don Lollò di fronte all’assurda situazione di Zi’ Dima chiuso nella giara è solo un aspetto superficiale ed esteriore, che si collega al tema dell’umorismo di Pirandello.

La vicenda fa riflettere sul tema degli uomini perennemente alla ricerca di una logica degli eventi, che invece sfugge a qualsiasi analisi.

Alcuni critici hanno voluto identificare nella situazione di Zi’ Dima, prigioniero all’interno della giara, la condizione dell’uomo nella società, prigioniero di regole e leggi che lo soffocano. Altri ancora, nella costanza con cui egli sa attendere lo sviluppo degli eventi, provocando la stizza del suo antagonista, hanno voluto vedere la suprema libertà della vita, che supera qualsiasi regola astratta. La differenza delle interpretazioni ci riporta al ltema del relativismo pirandelliano.

Tecniche narrative – La giara

La novella ha uno sviluppo lineare; dopo un’introduzione che introduce alcuni elementi di contesto, come l’abbondanza dell’annata e alcune caratteristiche salienti della personalità di Don Lollò, il racconto si sviluppa dal tramonto di una giornata di lavoro fino alla notte del giorno successivo.

Molto spazio è dedicato alla rappresentazione dell’ambiente contadino siciliano nel momento dell’abbacchiatura delle olive, in autunno.

Ma molti particolari servono per mostrare le caratteristiche di uno dei due personaggi principali, Don Lollò Zirafa, iracondo e litigioso, sempre pronto a ricorrere al codice civile o all’avvocato per risolvere ogni problema.

A lui si contrappone il carattere chiuso, taciturno e cupo del conciabrocche, anch’egli per certi versi maniaco, torturato dalla scarsa fiducia che gli altri ripongono nel suo mastice.

Nella novella compare anche un personaggio corale, collettivo, quello dei contadini, che in questa novella sono rappresentati nella gioia dei momenti di festa, allietati da un bellissimo paesaggio. “A farlo apposta, c’era una luna che pareva fosse raggiornato“.

L’intreccio è vivace e svelto, giocato sulla sfida che si svolge tra Don Lollò e Zi’ Dima, una gara di intelligenza basata su un dialogo veloce e serrato, con un ritmo rapidissimo.

La lingua è ricca di aggettivi, molto varia, a tratti complessa, con aperture al registro giuridico e addirittura alla battuta scurrile.

Esercizi di scrittura – La giara

Rispondi a queste domande.

  1. Comprensione
  • Chi è Don Lollò e per quale ragione compera una giara nuova?
  • Che cosa succede alla giara nuova? Chi ne è il responsabile?
  • Come si comporta Don Lollò quando si rende conto che la sua giara è rotta?
  • Quale decisione viene presa?
  • Qual è la posizione di Don Lollò relativamente alla procedura da seguire per riparare la giara?
  • E qual è invece la posizione di Zi’ Dima?
  • Chi dei due contendenti vince questa prima battaglia?
  • Da chi si fa aiutare Zi’ Dima per mettere i punti alla giara?
  • Come procede?
  • Che cosa succede dopo?
  • Che cosa pensa di fare Don Lollò per risolvere il problema?
  • Come reagisce l’avvocato al racconto di Don Lollò e che cosa consiglia?
  • Che cosa succede invece?
  • Come si conclude la novella?

2. I personaggi di Don Lollò e Zi’ Dima sono diversi e perennemente in conflitto. Prova a descrivere le diverse caratteristiche di don Lollò e zì Dima ponendo l’attenzione ai caratteri fisici, agli atteggiamenti, al carattere, alla cultura e ai sentimenti e agli ideali che li muovono.

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3. Ricostruisci schematicamente le diverse fasi dello scontro tra i due personaggi, citando per ogni fase una frase significativa tratta dal testo.

4. Nella novella viene data particolare importanza all’ambiente. Se dovessi scrivere qualcosa su questo tema, da quali passi del testo prenderesti spunto?

5. Come potresti definire la voce narrante della novella? Come giustifichi la tua scelta?

6. Rivedi la scena finale del racconto, quando Don Lollò, svegliato dal trambusto, vede sotto la luna i contadini ubriachi che ballano attorno alla giara. A chi vengono paragonati i contadini? Per quale ragione, a tuo parere?

7. Confronta l’ambiente contadino descritto nella novella con la rappresentazione che ne viene fornita da Verga nella novella La roba.

8. Quale dei due protagonisti ti piace di più? Per quale motivo?

9. Quali temi tipici della poetica di Pirandello sono presenti in questa novella?

La patente

Quando Chiàrchiaro, onesto padre di famiglia, viene additato come jettatore, perde il lavoro.  la sua situazione è drammatica, la superstizione popolare sta mettendo in difficoltà la sua famiglia.  Lui cerca una soluzione, cerca una via d’uscita, in modo … creativo.

A volte capita che nella vita qualcuno ci appiccichi addosso un’etichetta. Non sempre questo ci è gradito. In questa novella Pirandello ci mostra, con la sua sapiente penna, la via d’uscita alla spiacevolissima situazione in cui il protagonista Chiàrchiaro si era trovato, a causa della superstizione popolare.


Con quale inflessione di voce e quale atteggiamento d’occhi e di mani, curvandosi, come chi regge rassegnatamente su le spalle un peso insopportabile, il magro giudice D’Andrea soleva ripetere:
«Ah, figlio caro!» a chiunque gli facesse qualche scherzosa osservazione per il suo strambo modo di vivere!
Non era ancor vecchio; poteva avere appena quarant’anni; ma cose stranissime e quasi inverosimili, mostruosi intrecci di razze, misteriosi travagli di secoli bisognava immaginare per giungere a una qualche approssimativa spiegazione di quel prodotto umano che si chiamava il giudice D’Andrea.
E pareva ch’egli, oltre che della sua povera, umile, comunissima storia familiare, avesse notizia certa di quei mostruosi intrecci di razze, donde al suo smunto sparuto viso di bianco eran potuti venire quei capelli crespi gremiti da negro; e fosse consapevole di quei misteriosi infiniti travagli di secoli, che su la vasta fronte protuberante gli avevano accumulato tutto quel groviglio di rughe e tolto quasi la vista ai piccoli occhi plumbei, e scontorto tutta la magra, misera personcina.
Così sbilenco, con una spalla più alta dell’altra, andava per via di traverso, come i cani.
Nessuno però, moralmente, sapeva rigar più diritto di lui.
Lo dicevano tutti.
Vedere, non aveva potuto vedere molte cose, il giudice D’Andrea; ma certo moltissime ne aveva pensate, e quando il pensare è più triste, cioè di notte.
Il giudice D’Andrea non poteva dormire.
Passava quasi tutte le notti alla finestra a spazzolarsi una mano a quei duri gremiti suoi capelli da negro, con gli occhi alle stelle, placide e chiare le une come polle di luce, guizzanti e pungenti le altre;
e metteva le più vive in rapporti ideali di figure geometriche, di triangoli e di quadrati, e, socchiudendo le palpebre dietro le lenti, pigliava tra i peli delle ciglia la luce d’una di quelle stelle, e tra l’occhio e la stella stabiliva il legame d’un sottilissimo filo luminoso, e vi avviava l’anima a passeggiare come un ragnetto smarrito.
Il pensare così di notte non conferisce molto alla salute.
L’arcana solennità che acquistano i pensieri produce quasi sempre, specie a certuni che hanno in sè una certezza su la quale non possono riposare, la certezza di non poter nulla sapere e nulla credere non sapendo, qualche seria costipazione.
Costipazione d’anima, s’intende.
E al giudice D’Andrea, quando si faceva giorno, pareva una cosa buffa e atroce nello stesso tempo, ch’egli dovesse recarsi al suo ufficio d’Istruzione ad amministrare – per quel tanto che a lui toccava – la giustizia ai piccoli poveri uomini feroci.
Come non dormiva lui, così sul suo tavolino nell’ufficio d’Istruzione non lasciava mai dormire nessun incartamento, anche a costo di ritardare di due o tre ore il desinare e di rinunziar la sera, prima di cena, alla solita passeggiata coi colleghi per il viale attorno alle mura del paese.
Questa puntualità, considerata da lui come dovere imprescindibile, gli accresceva terribilmente il supplizio.
Non solo d’amministrare la giustizia gli toccava; ma d’amministrarla così, su due piedi.
Per poter essere meno frettolosamente puntuale, credeva d’aiutarsi meditando la notte.
Ma, neanche a farlo apposta, la notte, spazzolando la mano a quei suoi capelli da negro e guardando le stelle, gli venivano tutti i pensieri contrarii a quelli che dovevano fare al caso per lui, data la sua qualità di giudice istruttore; così che, la mattina dopo, anziché aiutata, vedeva insidiata e ostacolata la sua puntualità da quei pensieri della notte e cresciuto enormemente lo stento di tenersi stretto a quell’odiosa sua qualità di giudice istruttore.
Eppure, per la prima volta, da circa una settimana, dormiva un incartamento sul tavolino del giudice D’Andrea.
E per quel processo che stava lì da tanti giorni in attesa, egli era in preda a un’irritazione smaniosa, a una tetraggine soffocante.
Si sprofondava tanto in questa tetraggine, che gli occhi aggrottati, a un certo punto, gli si chiudevano.
Con la penna in mano, dritto sul busto, il giudice D’Andrea si metteva allora a pisolare, prima raccorciandosi, poi attrappandosi come un baco infratito che non possa più fare il bozzolo.
Appena, o per qualche rumore o per un crollo più forte del capo, si ridestava e gli occhi gli andavano lì, a quell’angolo del tavolino dove giaceva l’incartamento, voltava la faccia e, serrando le labbra, tirava con le nari fischianti aria aria aria e la mandava dentro, quanto più dentro poteva, ad allargar le viscere contratte dall’esasperazione, poi la ributtava via spalancando la bocca con un versaccio di nausea, e subito si portava una mano sul naso adunco a regger le lenti che, per il sudore, gli scivolavano.
Era veramente iniquo quel processo là: iniquo perché includeva una spietata ingiustizia contro alla quale un pover’uomo tentava disperatamente di ribellarsi senza alcuna probabilità di scampo.
C’era in quel processo una vittima che non poteva prendersela con nessuno.
Aveva voluto prendersela con due, lì in quel processo, coi primi due che gli erano capitati sotto mano, e, sissignori, la giustizia doveva dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, l’iniquità di cui quel pover’uomo era vittima.
A passeggio cercava di parlarne coi colleghi, ma questi, appena egli faceva il nome del Chiàrchiaro, cioè di colui che aveva intentato il processo, si alteravano in viso e si ficcavano subito una mano in tasca a stringervi una chiave, o sotto sotto allungavano l’indice e il mignolo a far le corna, o s’afferravano sul panciotto i gobbetti d’argento, i chiodi, i corni di corallo pendenti dalla catena dell’orologio.
 Qualcuno, più francamente, prorompeva:
– Per la Madonna Santissima, ti vuoi star zitto?
Ma non poteva starsi zitto il magro giudice D’Andrea. Se n’era fatta proprio una fissazione, di quel processo.
Gira gira, ricascava per forza a parlarne.
Per avere un qualche lume dai colleghi – diceva – per discutere così in astratto il caso.
Perché, in verità, era un caso insolito e speciosissimo quello d’un jettatore che si querelava per diffamazione contro i primi due che gli erano caduti sotto gli occhi nell’atto di far gli scongiuri di rito al suo passaggio.
Diffamazione?
Ma che diffamazione, povero disgraziato, se già da qualche anno era diffusissima in tutto il paese la sua fama di jettatore? se innumerevoli testimonii potevano venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni aveva dato segno di conoscere quella sua fama, ribellandosi con proteste violente?
Come condannare, in coscienza, quei due giovanotti quali diffamatori per aver fatto al passaggio di lui il gesto che da tempo solevano fare apertamente tutti gli altri, e primi fra tutti – eccoli là – gli stessi giudici?
E il D’Andrea si struggeva; si struggeva di più incontrando per via gli avvocati, nelle cui mani si erano messi quei due giovanotti, l’esile e patitissimo avvocato Grigli, dal profilo di vecchio uccello di rapina, e il grasso Manin Baracca, il quale, portando in trionfo su la pancia un enorme corno comperato per l’occasione e ridendo con tutta la pallida carnaccia di biondo majale eloquente, prometteva ai concittadini che presto in tribunale sarebbe stata per tutti una magnifica festa.
Orbene, proprio per non dare al paese lo spettacolo di quella «magnifica festa» alle spalle d’un povero disgraziato, il giudice D’Andrea prese alla fine la risoluzione di mandare un usciere in casa del Chiàrchiaro per invitarlo a venire all’ufficio d’Istruzione.
Anche a costo di pagar lui le spese, voleva indurlo a desistere dalla querela, dimostrandogli quattro e quattr’otto che quei due giovanotti non potevano essere condannati, secondo giustizia, e che dalla loro assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui certamente maggior danno, una più crudele persecuzione.
Ahimè, è proprio vero che è molto più facile fare il male che il bene, non solo perché il male si può fare a tutti e il bene solo a quelli che ne hanno bisogno;
ma anche, anzi sopra tutto, perché questo bisogno di aver fatto il bene rende spesso così acerbi e irti gli animi di coloro che si vorrebbero beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo.
Se n’accorse bene quella volta il giudice D’Andrea, appena alzò gli occhi a guardar il Chiàrchiaro, che gli era entrato nella stanza, mentr’egli era intento a scrivere.
Ebbe uno scatto violentissimo e buttò all’aria le carte, balzando in piedi e gridandogli:
– Ma fatemi il piacere! Che storie son queste? Vergognatevi!
Il Chiàrchiaro s’era combinata una faccia da jettatore, ch’era una meraviglia a vedere.
S’era lasciata crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliata; si era insellato sul naso un paio di grossi occhiali cerchiati d’osso, che gli davano l’aspetto d’un barbagianni; aveva poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfiava da tutte le parti.
Allo scatto del giudice non si scompose.
Dilatò le nari, digrignò i denti gialli e disse sottovoce:
– Lei dunque non ci crede?
– Ma fatemi il piacere! – ripeté il giudice D’Andrea.
– Non facciamo scherzi, caro Chiàrchiaro! O siete impazzito? Via, via, sedete, sedete qua.
E gli s’accostò e fece per posargli una mano su la spalla.
Subito il Chiàrchiaro sfagliò come un mulo, fremendo:
– Signor giudice, non mi tocchi! Se ne guardi bene! O lei, com’è vero Dio, diventa cieco!
Il D’Andrea stette a guardarlo freddamente, poi disse:
– Quando sarete comodo… Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene. Là c’è una sedia, sedete.
Il Chiàrchiaro sedette e, facendo rotolar con le mani su le cosce la canna d’India a mo’ d’un matterello, si mise a tentennare il capo.
– Per il mio bene? Ah, lei si figura di fare il mio bene, signor giudice, dicendo di non credere alla jettatura?
Il D’Andrea sedette anche lui e disse:
– Volete che vi dica che ci credo? E vi dirò che ci credo! Va bene così?
– Nossignore, – negò recisamente il Chiàrchiaro, col tono di chi non ammette scherzi.
– Lei deve crederci sul serio, e deve anche dimostrarlo istruendo il processo!
– Questo sarà un po’ difficile, – sorrise mestamente il D’Andrea. – Ma vediamo di intenderci, caro Chiàrchiaro. Voglio dimostrarvi che la via che avete preso non è propriamente quella che possa condurvi a buon porto.
– Via? porto? Che porto e che via? – domandò, aggrondato, il Chiàrchiaro.
– Né questa d’adesso, – rispose il D’Andrea, – né quella là del processo. Già l’una e l’altra scusate, son tra loro così.
E il giudice D’Andrea infrontò gli indici delle mani per significare che le due vie gli parevano opposte.
Il Chiàrchiaro si chinò e tra i due indici così infrontati del giudice ne inserì uno suo, tozzo, peloso e non molto pulito. 

– Non è vero niente, signor giudice! – disse, agitando quel dito.
– Come no? – esclamò il D’Andrea.
– Là accusate come diffamatori due giovani perché vi credono jettatore, e ora qua voi stesso vi presentate innanzi a me in veste di jettatore e pretendete anzi ch’io creda alla vostra jettatura.
– Sissignore.
– E non vi pare che ci sia contraddizione?
Il Chiàrchiaro scosse più volte il capo con la bocca aperta a un muto ghigno di sdegnosa commiserazione.
– Mi pare piuttosto, signor giudice, – poi disse, – che lei non capisca niente.
Il D’Andrea lo guardò un pezzo, imbalordito.
– Dite pure, dite pure, caro Chiàrchiaro. Forse è una verità sacrosanta questa che vi è scappata dalla bocca. Ma abbiate la bontà di spiegarmi perché non capisco niente.
– Sissignore. Eccomi qua, – disse il Chiàrchiaro, accostando la seggiola.
– Non solo le farò vedere che lei non capisce niente; ma anche che lei è un mio mortale nemico. Lei, lei, sissignore. Lei che crede di fare il mio bene. Il mio più acerrimo nemico! Sa o non sa che i due imputati hanno chiesto il patrocinio dell’avvocato Manin Baracca?
– Sì. Questo lo so.
– Ebbene, all’avvocato Manin Baracca io, Rosario Chiàrchiaro, io stesso sono andato a fornire le prove del fatto: cioè, che non solo mi ero accorto da più d’un anno che tutti, vedendomi passare, facevano le corna, ma le prove anche, prove documentate e testimonianze irrepetibili dei fatti spaventosi su cui è edificata incrollabilmente, incrollabilmente, capisce, signor giudice? La mia fama di jettatore!
– Voi? Dal Baracca?
– Sissignore, io.
Il giudice lo guardò, più imbalordito che mai:
– Capisco anche meno di prima. Ma come? Per render più sicura l’assoluzione di quei giovanotti? E perché allora vi siete querelato?
Il Chiàrchiaro ebbe un prorompimento di stizza per la durezza di mente del giudice D’Andrea; si levò in piedi, gridando con le braccia per aria:
– Ma perché io voglio, signor giudice, un riconoscimento ufficiale della mia potenza, non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza spaventosa, che è ormai l’unico mio capitale!
E ansimando, protese il braccio, batté forte sul pavimento la canna d’India e rimase un pezzo impostato in quell’atteggiamento grottescamente imperioso.
Il giudice D’Andrea si curvò, si prese la testa tra le mani, commosso, e ripeté: Povero caro Chiàrchiaro mio, povero caro Chiàrchiaro mio, bel capitale! E che te ne fai? che te ne fai?
– Che me ne faccio? – rimbeccò pronto il Chiàrchiaro.
– Lei, padrone mio, per esercitare codesta professione di giudice, anche così male come la esercita, mi dica un po’, non ha dovuto prender la laurea?
– La laurea, sì.
– Ebbene, voglio anch’io la mia patente, signor giudice! La patente di jettatore. Col bollo. Con tanto di bollo legale! Jettatore patentato dal regio tribunale.
– E poi?
– E poi? Me lo metto come titolo nei biglietti da visita. Signor giudice, mi hanno assassinato.
Lavoravo. Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov’ero scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno più veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a una strada, con la moglie paralitica da tre anni e due ragazze nubili, di cui nessuno vorrà più sapere, perché sono figlie mie; viviamo del soccorso che ci manda da Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia anche lui, quattro bambini, e non può fare a lungo questo sacrifizio per noi.
Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione dello jettatore!
Mi sono parato così, con questi occhiali, con quest’abito; mi sono lasciato crescere la barba; e ora aspetto la patente per entrare in campo!
Lei mi domanda come? Me lo domanda perché, le ripeto, lei è un mio nemico!
– Io?
– Sissignore. Perché mostra di non credere alla mia potenza!
Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, tutti ci credono!
E ci son tante case da giuoco in questo paese! Basterà che io mi presenti; non ci sarà bisogno di dir nulla. Mi pagheranno per farmi andar via!
Mi metterò a ronzare attorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? io dico la tassa della salute!
Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!
Il giudice D’Andrea, ancora con la testa tra le mani, aspettò un pezzo che l’angoscia che gli serrava la gola desse adito alla voce.
Ma la voce non volle venir fuori; e allora egli, socchiudendo dietro le lenti i piccoli occhi plumbei, stese le mani e abbracciò il Chiàrchiaro a lungo, forte forte, a lungo.
Questi lo lasciò fare.
– Mi vuol bene davvero? – gli domandò – E allora istruisca subito il processo, e in modo da farmi avere al più presto quello che desidero.
– La patente?
Il Chiàrchiaro protese di nuovo il braccio, batté la canna d’India sul pavimento e, portandosi l’altra mano al petto, ripeté con tragica solennità:
– La patente.

Esercizi di scrittura – La patente

  • Delinea una descrizione del giudice D’Andrea.
  • Che cosa toglie il sonno al giudice D’Andrea?
  • Come lavora il giudice?
  • Per quale motivo il D’Andrea non riesce ad evadere la pratica Chiarchiaro?
  • Cosa pensa il giudice del Chiàrchiaro.
  • Delinea una descrizione di Rosario Chiarchiaro.
  • Che impressione ha fatto a te Chiarchiaro?
  • Cosa ti ha colpito di questa novella?
  • Quali temi tipici della poetica di Pirandello sono presenti in questa novella?

La signora Frola e il signor Ponza, suo genero

A Valdana si trasferiscono tre nuovi personaggi che improvvisamente catturano l’attenzione dell’intero paese. Il signor Ponza, sua moglie e la signora Frola, sua suocera, non vivono insieme, ma occupano due case diverse. Non solo, l’anziana signora non può accedere a casa del signor Ponza e per vedere sua figlia deve accontentarsi di lasciarle dei bigliettini in un paniere calato dalla ringhiera. Il narratore tenta di far chiarezza sul fatto, vissuto con inquietudine a Valdana, ricostruendo con attenzione le tre successive dichiarazioni rilasciate alle signore del paese da parte della signora Frola e del signor Ponza.

Ma insomma, ve lo figurate? C’è da ammattire sul serio tutti quanti a non poter sapere chi tra i due sia il pazzo, se questa signora Frola o questo signor Ponza, suo genero.
Cose che càpitano soltanto a Valdana, città disgraziata, calamìta di tutti i forestieri eccentrici! Pazza lei o pazzo lui; non c’è via di mezzo: uno dei due dev’esser pazzo per forza. Perché si tratta niente meno che di questo. 
Ma no, è meglio esporre prima con ordine.
Sono, vi giuro, seriamente costernato dell’angoscia in cui vivono da tre mesi gli abitanti di Valdana, e poco m’importa della signora Frola e del signor Ponza, suo genero. Perché, se è vero che una grave sciagura è loro toccata, non è men vero che uno dei due, almeno, ha avuto la fortuna d’impazzirne e l’altro l’ha aiutato, seguita ad aiutarlo così che non si riesce, ripeto, a sapere quale dei due veramente sia pazzo; e certo una consolazione meglio di questa non se la potevano dare. Ma dico di tenere così, sotto quest’incubo, un’intera cittadinanza, vi par poco? togliendole ogni sostegno al giudizio, per modo che non possa più distinguere tra fantasma e realtà. Un’angoscia, un perpetuo sgomento.
Ciascuno si vede davanti, ogni giorno, quei due; li guarda in faccia; sa che uno dei due è pazzo; li studia, li squadra, li spia e, niente! non poter scoprire quale dei due; dove sia il fantasma, dove la realtà. Naturalmente, nasce in ciascuno il sospetto pernicioso che tanto vale allora la realtà quanto il fantasma, e che ogni realtà può benissimo essere un fantasma e viceversa.
Vi par poco?
Nei panni del signor prefetto, io darei senz’altro, per la salute dell’anima degli abitanti di Valdana, lo sfratto alla signora Frola e al signor Ponza, suo genero. Ma procediamo con ordine.
Questo signor Ponza arrivò a Valdana or sono tre mesi, segretario di prefettura. Prese alloggio nel casolare nuovo all’uscita del paese, quello che chiamano “il Favo”. Lì. All’ultimo piano, un quartierino. Tre finestre che danno sulla campagna, alte, tristi (ché la facciata di là, all’aria di tramontana, su tutti quegli orti pallidi, chi sa perché, benché nuova, s’è tanto intristita) e tre finestre interne, di qua, sul cortile, ove gira la ringhiera del ballatoio diviso da tramezzi a grate. Pendono da quella ringhiera, lassù lassù, tanti panierini pronti a esser calati col cordino a un bisogno.
Nello stesso tempo, però, con meraviglia di tutti, il signor Ponza fissò nel centro della città, e propriamente in Via dei Santi n. 15, un altro quartierino ammobiliato di tre camere e cucina. Disse che doveva servire per la suocera, signora Frola. E difatti questa arrivò cinque o sei giorni dopo; e il signor Ponza si recò ad accoglierla, lui solo, alla stazione e la condusse e la lasciò lì, sola. Ora, via, si capisce che una figliuola, maritandosi, lasci la casa della madre per andare a convivere col marito, anche in un’altra città; ma che questa madre poi, non reggendo a star lontana dalla figliuola, lasci il suo paese, la sua casa, e la segua, e che nella città dove tanto la figliuola quanto lei sono forestiere vada ad abitare in una casa a parte, questo non si capisce più facilmente; o si deve ammettere tra suocera e genero una così forte incompatibilità da rendere proprio impossibile la convivenza, anche in queste condizioni.
Naturalmente a Valdana dapprima si pensò così. E certo chi scapitò per questo nell’opinione di tutti fu il signor Ponza. Della signora Frola, se qualcuno ammise che forse doveva averci anche lei un po’ di colpa, o per scarso compatimento o per qualche caparbietà o intolleranza, tutti considerarono l’amore materno che la traeva appresso alla figliuola, pur condannata a non poterle vivere accanto.
Gran parte ebbe in questa considerazione per la signora Frola e nel concetto che subito del signor Ponza s’impresse nell’animo di tutti, che fosse cioè duro, anzi crudele, anche l’aspetto dei due, bisogna dirlo. Tozzo, senza collo, nero come un africano, con folti capelli ispidi su la fronte bassa, dense e aspre sopracciglia giunte, grossi mustacchi lucidi da questurino, e negli occhi cupi, fissi, quasi senza bianco, un’intensità violenta, esasperata, a stento contenuta, non si sa se di doglia tetra o di dispetto della vista altrui, il signor Ponza non è fatto certamente per conciliarsi la simpatia o la confidenza.
Vecchina gracile, pallida, è invece la signora Frola, dai lineamenti fini, nobilissimi, e una aria malinconica, ma d’una malinconia senza peso, vaga e gentile, che non esclude l’affabilità con tutti.
Ora di questa affabilità, naturalissima in lei, la signora Frola ha dato subito prova in città, e subito per essa nell’animo di tutti è cresciuta l’avversione per il signor Ponza; giacché chiaramente è apparsa a ognuno l’indole di lei, non solo mite, remissiva, tollerante, ma anche piena d’indulgente compatimento per il male che il genero le fa; e anche perché s’è venuto a sapere che non basta al signor Ponza relegare in una casa a parte quella povera madre, ma spinge la crudeltà fino a vietarle anche la vista della figliuola.
Se non che, non crudeltà, protesta subito nelle sue visite alle signore di Valdana la signora Frola, ponendo le manine avanti, veramente afflitta che si possa pensare questo di suo genero. E s’affretta a decantarne tutte le virtù, a dirne tutto il bene possibile e immaginabile; quale amore, quante cure, quali attenzioni egli abbia per la figliuola, non solo, ma anche per lei, sì, sì, anche per lei; premuroso, disinteressato.  Ah, non crudele, no, per carità! C’è solo questo: che vuole tutta, tutta per sé la mogliettina, il signor Ponza, fino al punto che anche l’amore, che questa deve avere (e l’ammette, come no?) per la sua mamma, vuole che le arrivi non direttamente, ma attraverso lui, per mezzo di lui, ecco. Sì, può parere crudeltà, questa, ma non lo è; è un’altra cosa, un’altra cosa ch’ella, la signora Frola, intende benissimo e si strugge di non sapere esprimere. Natura, ecco.  ma no, forse una specie di malattia.  come dire? Mio Dio, basta guardarlo negli occhi. Fanno in prima una brutta impressione, forse, quegli occhi; ma dicono tutto a chi, come lei, sappia leggere in essi: la pienezza chiusa, dicono, di tutto un mondo d’amore in lui, nel quale la moglie deve vivere senza mai uscirne minimamente, e nel quale nessun altro, neppure la madre, deve entrare.
Gelosia? Sì, forse; ma a voler definire volgarmente questa totalità esclusiva d’amore.
Egoismo? Ma un egoismo che si dà tutto, come un mondo, alla propria donna! Egoismo, in fondo, sarebbe quello di lei a voler forzare questo mondo chiuso d’amore, a volervisi introdurre per forza, quand’ella sa che la figliuola è felice, così adorata. 
Questo a una madre può bastare!
Del resto, non è mica vero ch’ella non la veda, la sua figliuola. Due o tre volte al giorno la vede: entra nel cortile della casa; suona il campanello e subito la sua figliuola s’affaccia di lassù.
– Come stai Tildina?
– Benissimo, mamma. Tu?
– Come Dio vuole, figliuola mia. Giù, giù il panierino!
E nel panierino, sempre due parole di lettera, con le notizie della giornata. Ecco, le basta questo.
Dura ormai da quattr’anni questa vita, e ci s’è abituata la signora Frola. Rassegnata, sì. E quasi non ne soffre più.
Com’è facile intendere, questa rassegnazione della signora Frola, quest’abitudine ch’ella dice d’aver fatto al suo martirio, ridondano a carico del signor Ponza, suo genero, tanto più, quanto più ella col suo lungo discorso si affanna a scusarlo.
Con vera indignazione perciò, e anche dirò con paura, le signore di Valdana che hanno ricevuto la prima visita della signora Frola, accolgono il giorno dopo l’annunzio di un’altra visita inattesa, del signor Ponza, che le prega di concedergli due soli minuti d’udienza, per una “doverosa dichiarazione”, se non reca loro incomodo.
Affocato in volto, quasi congestionato, con gli occhi più duri e più tetri che mai, un fazzoletto in mano che stride per la sua bianchezza, insieme coi polsini e il colletto della camicia, sul nero della carnagione, del pelame e del vestito, il signor Ponza, asciugandosi di continuo il sudore che gli sgocciola dalla fronte bassa e dalle gote raschiose e violacee, non già per il caldo, ma per la violenza evidentissima dello sforzo che fa su se stesso e per cui anche le grosse mani dalle unghie lunghe gli tremano; in questo e in quel salotto, davanti a quelle signore che lo mirano quasi atterrite, domanda prima se la signora Frola, sua suocera, è stata a visita da loro il giorno avanti; poi, con pena, con sforzo, con agitazione di punto in punto crescenti, se ella ha parlato loro della figliuola e se ha detto che egli le vieta assolutamente di vederla e di salire in casa sua.
Le signore, nel vederlo così agitato, com’è facile immaginare, s’affrettano a rispondergli che la signora Frola, sì, è vero, ha detto loro di quella proibizione di vedere la figlia, ma anche tutto il bene possibile e immaginabile di lui, fino a scusarlo, non solo, ma anche a non dargli nessun’ombra di colpa per quella proibizione stessa. Se non che, invece di quietarsi, a questa risposta delle signore, il signor Ponza si agita di più; gli occhi gli diventano più duri, più fissi, più tetri; le grosse gocce di sudore più spesse; e alla fine, facendo uno sforzo ancor più violento su se stesso, viene alla sua “dichiarazione doverosa”.
La quale è questa, semplicemente: che la signora Frola, poveretta, non pare, ma è pazza. Pazza da quattro anni, sì. E la sua pazzia consiste appunto nel credere che egli non voglia farle vedere la figliuola.
Quale figliuola?
È morta, è morta da quattro anni la figliuola: e la signora Frola, appunto per il dolore di questa morte, è impazzita: per fortuna, impazzita, sì, giacché la pazzia è stata per lei lo scampo dal suo disperato dolore. Naturalmente non poteva scamparne, se non così, cioè credendo che non sia vero che la sua figliuola è morta e che sia lui, invece, suo genero, che non vuole più fargliela vedere.
Per puro dovere di carità verso un’infelice, egli, il signor Ponza, seconda da quattro anni, a costo di molti e gravi sacrifici, questa pietosa follia: tiene, con dispendio superiore alle sue forze, due case: una per sé, una per lei; e obbliga la sua seconda moglie, che per fortuna caritatevolmente si presta volentieri, a secondare anche lei questa follia.
Ma carità, dovere, ecco, fino a un certo punto: anche per la sua qualità di pubblico funzionario, il signor Ponza non può permettere che si creda di lui, in città, questa cosa crudele e inverosimile: ch’egli cioè, per gelosia o per altro, vieti a una povera madre di vedere la propria figliuola.
Dichiarato questo, il signor Ponza s’inchina innanzi allo sbalordimento delle signore, e va via. Ma questo sbalordimento delle signore non ha neppure il tempo di scemare un po’, che rieccoti la signora Frola con la sua aria dolce di vaga malinconia a domandare scusa se, per causa sua, le buone signore si sono prese qualche spavento per la visita del signor Ponza, suo genero.
E la signora Frola, con la maggior semplicità e naturalezza del mondo, dichiara a sua volta, ma in gran confidenza, per carità! poiché il signor Ponza è un pubblico funzionario, e appunto per questo ella la prima volta s’è astenuta dal dirlo, ma sì, perché questo potrebbe seriamente pregiudicarlo nella carriera; il signor Ponza, poveretto – ottimo, ottimo inappuntabile segretario alla prefettura, compìto, preciso in tutti i suoi atti, in tutti i suoi pensieri, pieno di tante buone qualità – il signor Ponza, poveretto, su quest’unico punto non.  non ragiona più, ecco; il pazzo è lui, poveretto; e la sua pazzia consiste appunto in questo: nel credere che sua moglie sia morta da quattro anni e nell’andar dicendo che la pazza è lei, la signora Frola che crede ancora viva la figliuola.
No, non lo fa per contestare in certo qual modo innanzi agli altri quella sua gelosia quasi maniaca e quella crudele proibizione a lei di vedere la figliuola, no; crede, crede sul serio il poveretto che sua moglie sia morta e che questa che ha con sé sia una seconda moglie.
Caso pietosissimo!
Perché veramente col suo troppo amore quest’uomo rischiò in prima di distruggere, d’uccidere la giovane mogliettina delicatina, tanto che si dovette sottrargliela di nascosto e chiuderla a insaputa di lui in una casa di salute.
Ebbene, il povero uomo, a cui già per quella frenesia d’amore s’era anche gravemente alterato il cervello, ne impazzì; credette che la moglie fosse morta davvero: e questa idea gli si fissò talmente nel cervello, che non ci fu più verso di levargliela, neppure quando, ritornata dopo circa un anno florida come prima, la mogliettina gli fu ripresentata. La credette un’altra; tanto che si dovette con l’aiuto di tutti, parenti e amici, simulare un secondo matrimonio, che gli ha ridato pienamente l’equilibrio delle facoltà mentali.
Ora la signora Frola crede d’aver qualche ragione di sospettare che da un pezzo suo genero sia del tutto rientrato in sé e ch’egli finga, finga soltanto di credere che sua moglie sia una seconda moglie, per tenersela così tutta per sé, senza contatto con nessuno, perché forse tuttavia di tanto in tanto gli balena la paura che di nuovo gli possa esser sottratta nascostamente.
Ma sì. Come spiegare, se no, tutte le cure, le premure che ha per lei, sua suocera, se veramente egli crede che è una seconda moglie quella che ha con sé? Non dovrebbe sentire l’obbligo di tanti riguardi per una che, di fatto, non sarebbe più sua suocera, è vero?
Questo, si badi, la signora Frola lo dice, non per dimostrare ancor meglio che il pazzo è lui; ma per provare anche a sé stessa che il suo sospetto è fondato.
– E intanto, – conclude con un sospiro che su le labbra le s’atteggia in un dolce mestissimo sorriso, – intanto la povera figliuola mia deve fingere di non esser lei, ma un’altra, e anch’io sono obbligata a fingermi pazza credendo che la mia figliuola sia ancora viva.
Mi costa poco, grazie a Dio, perché è là, la mia figliuola, sana e piena di vita; la vedo, le parlo; ma sono condannata a non poter convivere con lei, e anche a vederla e a parlarle da lontano, perché egli possa credere, o fingere di credere che la mia figliuola, Dio liberi, è morta e che questa che ha con sé è una seconda moglie.
Ma torno a dire, che importa se con questo siamo riusciti a ridare la pace a tutti e due? So che la mia figliuola è adorata, contenta; la vedo; le parlo; e mi rassegno per amore di lei e di lui a vivere così e a passare anche per pazza, signora mia, pazienza.  Dico, non vi sembra che a Valdana ci sia proprio da restare a bocca aperta, a guardarci tutti negli occhi, come insensati? A chi credere dei due? Chi è il pazzo? Dov’è la realtà? dove il fantasma? Lo potrebbe dire la moglie del signor Ponza.
Ma non c’è da fidarsi se, davanti a lui, costei dice d’esser seconda moglie; come non c’è da fidarsi se, davanti alla signora Frola, conferma d’esserne la figliuola. Si dovrebbe prenderla a parte e farle dire a quattr’occhi la verità. Non è possibile. Il signor Ponza – sia o no lui il pazzo – è realmente gelosissimo e non lascia vedere la moglie a nessuno.
La tiene lassù, come in prigione, sotto chiave; e questo fatto è senza dubbio in favore della signora Frola; ma il signor Ponza dice che è costretto a far così, e che sua moglie stessa anzi glielo impone, per paura che la signora Frola non le entri in casa all’improvviso. Può essere una scusa. Sta anche di fatto che il signor Ponza non tiene neanche una serva in casa. Dice che lo fa per risparmio, obbligato com’è a pagar l’affitto di due case; e si sobbarca intanto a farsi da sé la spesa giornaliera, e la moglie, che a suo dire non è la figlia della signora Frola, si sobbarca anche lei per pietà di questa, cioè d’una povera vecchia che fu suocera di suo marito, a badare a tutte le faccende di casa, anche alle più umili, privandosi dell’aiuto di una serva. Sembra a tutti un po’ troppo. Ma è anche vero che questo stato di cose, se non con la pietà, può spiegarsi con la gelosia di lui.
Intanto, il signor Prefetto di Valdana s’è contentato della dichiarazione del signor Ponza. Ma certo l’aspetto e in gran parte la condotta di costui non depongono in suo favore, almeno per le signore di Valdana più propense tutte quante a prestar fede alla signora Frola. Questa, difatti, viene premurosa a mostrar loro le letterine affettuose che le cala giù col panierino la figliuola, e anche tant’altri privati documenti, a cui però il signor Ponza toglie ogni credito, dicendo che le sono stati rilasciati per confortare il pietoso inganno.
Certo è questo, a ogni modo: che dimostrano tutt’e due, l’uno per l’altra, un meraviglioso spirito di sacrificio, commoventissimo; e che ciascuno ha per la presunta pazzia dell’altro la considerazione più squisitamente pietosa.
Ragionano tutt’e due a meraviglia; tanto che a Valdana non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di dire che l’uno dei due era pazzo, se non l’avessero detto loro: il signor Ponza della signora Frola, e la signora Frola del signor Ponza.
La signora Frola va spesso a trovare il genero alla prefettura per aver da lui qualche consiglio, o lo aspetta all’uscita per farsi accompagnare in qualche compera: e spessissimo, dal canto suo, nelle ore libere e ogni sera il signor Ponza va a trovare la signora Frola nel quartierino ammobiliato; e ogni qual volta per caso l’uno s’imbatte nell’altra per via, subito con la massima cordialità si mettono insieme; egli le dà la destra e, se stanca, le porge il braccio, e vanno così, insieme, tra il dispetto aggrondato e lo stupore e la costernazione della gente che li studia, li squadra, li spia e, niente!, non riesce ancora in nessun modo a comprendere quale sia il pazzo dei due, dove sia il fantasma, dove la realtà.

Pensaci Giacomino!

C’è una realtà che sembra quello che non è …

La novella racconta le vicende dell’anziano professore di liceo, Agostino Toti, che ha ricevuto un’eredità da un lontano parente. L’uomo decide di sposare la giovane Maddalena, figlia del bidello della scuola. La donna ha una relazione con Giacomino Delisi, ex allievo del professore …

Da tre giorni il professore Agostino Toti non ha in casa quella pace, quel riso, a cui crede ormai di aver diritto.
Ha circa settant’anni, e dir che sia un bel vecchio, non si potrebbe neanche dire: piccoletto, con la testa grossa, calva, senza collo, il torso sproporzionato su due gambettine da uccello.
Sì, sì: il professor Toti lo sa bene, e non si fa la minima illusione, perciò, che Maddalena, la bella mogliettina, che non ha ancora ventisei anni, lo possa amare per se stesso.
È vero che egli se l’è presa povera e l’ha innalzata: figliuola del bidello del liceo, è diventata moglie d’un professore ordinario di scienze naturali, tra pochi mesi con diritto al massimo della pensione; non solo, ma ricco anche da due anni per una fortuna impensata, per una vera manna dal cielo: una eredità di quasi duecentomila lire, da parte d’un fratello spatriato da tanto tempo in Rumenia e morto celibe colà.
Non per tutto questo però il professor Toti crede d’aver diritto alla pace e al riso. Egli è filosofo: sa che tutto questo non può bastare a una moglie giovine e bella.
Se l’eredità fosse venuta prima del matrimonio, egli magari avrebbe potuto pretendere da Maddalenina un po’ di pazienza, che aspettasse cioè la morte di lui non lontana per rifarsi del sacrifizio d’aver sposato un vecchio.
Ma son venute troppo tardi, ahimè! quelle duecentomila lire, due anni dopo il matrimonio, quando già … quando già il professor Toti filosoficamente aveva riconosciuto, che non poteva bastare a compensare il sacrifizio della moglie la sola pensioncina ch’egli le avrebbe un giorno lasciata.
Avendo già concesso tutto prima, il professor Toti crede d’aver più che mai ragione di pretendere la pace e il riso ora, con l’aggiunta di quell’eredità vistosa.
Tanto più, poi, in quanto egli – uomo saggio veramente e dabbene – non si è contentato di beneficiar la moglie, ma ha voluto anche beneficiare … sì, lui, il suo buon Giacomino, già tra i più valenti alunni suoi al liceo, giovane timido, onesto, garbatissimo, biondo, bello e ricciuto come un angelo.
Ma sì, ma sì – ha fatto tutto, ha pensato a tutto il vecchio professore Agostino Toti.
Giacomino Delisi era sfaccendato, e l’ozio lo addolorava e lo avviliva; ebbene, lui, il professor Toti, gli ha trovato posto nella Banca Agricola, dove ha collocato le duecentomila lire dell’eredità.
C’è anche un bambino, ora, per casa, un angioletto di due anni e mezzo, a cui egli si è dedicato tutto, come uno schiavo innamorato.
Ogni giorno, non gli par l’ora che finiscano le lezioni al liceo per correre a casa, a soddisfare tutti i capriccetti del suo piccolo tiranno.
Veramente, dopo l’eredità, egli avrebbe potuto mettersi a riposo, rinunziando a quel massimo della pensione, per consacrare tutto il suo tempo al bambino.
Ma no! Sarebbe stato un peccato!
Dacché c’è, egli vuol portare fino all’ultimo quella sua croce, che gli è stata sempre tanto gravosa!
Se ha preso moglie proprio per questo, proprio perché recasse un beneficio a qualcuno ciò che per lui è stato un tormento tutta la vita!
Sposando con quest’unico intento, di beneficare una povera giovine, egli ha amato la moglie quasi paternamente soltanto.
E più che mai paternamente s’è messo ad amarla, da che è nato quel bambino, da cui quasi quasi gli piacerebbe più d’esser chiamato nonno, che papà.
Questa bugia incosciente sui puri labbruzzi del bambino ignaro gli fa pena; gli pare che anche il suo amore per lui ne resti offeso.
Ma come si fa?
Bisogna pure che si prenda con un bacio quell’appellativo dalla boccuccia di Ninì, quel «papà» che fa ridere tutti i maligni, i quali non sanno capire la tenerezza sua per quell’innocente, la sua felicità per il bene che ha fatto e che seguita a fare a una donna, a un buon giovinotto, al piccino, e anche a sé – sicuro! – anche a sé – la felicità di vivere quegli ultimi anni in lieta e dolce compagnia, camminando per la fossa così, con un angioletto per mano.
Ridano, ridano pure di lui tutti i maligni! Che risate facili! che risate sciocche! Perché non capiscono.
 Perché non si mettono al suo posto.
Avvertono soltanto il comico, anzi il grottesco, della sua situazione, senza saper penetrare nel suo sentimento!
Ebbene, che glie n’importa?
Egli è felice.
Se non che, da tre giorni …
Che sarà accaduto?
La moglie ha gli occhi gonfii e rossi di pianto; accusa un forte mal di capo; non vuole uscir di camera.
– Eh, gioventù! … gioventù! … – sospira il professor Toti, scrollando il capo con un risolino mesto e arguto negli occhi e sulle labbra.
– Qualche nuvola … qualche temporaletto …
E con Ninì s’aggira per casa, afflitto, inquieto, anche un po’ irritato, perché … via, proprio non si merita questo, lui, dalla moglie e da Giacomino.
I giovani non contano i giorni: ne hanno tanti ancora innanzi a sé .
Ma per un povero vecchio è grave perdita un giorno!
E sono ormai tre, che la moglie lo lascia così per casa, come una mosca senza capo, e non lo delizia più con quelle ariette e canzoncine cantate con la vocetta limpida e fervida, e non gli prodiga più quelle cure, a cui egli è ormai avvezzo.
Anche Ninì è serio serio, come se capisca che la mamma non ha testa da badare a lui.
Il professore se lo conduce da una stanza all’altra, e quasi non ha bisogno di chinarsi per dargli la mano, tant’è piccolino anche lui; lo porta innanzi al pianoforte, tocca qua e là qualche tasto, sbuffa, sbadiglia, poi siede, fa galoppare un po’ Ninì su le ginocchia, poi torna ad alzarsi: si sente tra le spine.
Cinque o sei volte ha tentato di forzar la mogliettina a parlare.
– Male, eh? ti senti proprio male?
Maddalenina seguita a non volergli dir nulla: piange; lo prega di accostar gli scuri del balcone e di portarsi Ninì di là: vuole star sola e al bujo.
– Il capo, eh?
Poverina, le fa tanto male il capo … Eh, la lite dev’essere stata grossa davvero!
Il professor Toti si reca in cucina e cerca d’abbordar la servetta, per avere qualche notizia da lei; ma fa larghi giri, perché sa che la servetta gli è nemica; sparla di lui, fuori, come tutti gli altri, e lo mette in berlina, brutta scema!
Non riesce a saper nulla neanche da lei.
E allora il professor Toti prende una risoluzione eroica: reca Ninì dalla mamma e la prega che glielo vesta per benino.
– Perché? – domanda ella.
– Lo porto a spassino, – risponde lui. – Oggi è festa … Qua s’annoja, povero bimbo!
La mamma non vorrebbe. Sa che la trista gente ride vedendo il vecchio professore col piccino per mano; sa che qualche malvagio insolente è arrivato finanche a dirgli:
– Ma quanto gli somiglia, professore, il suo figliuolo!
Il professor Toti però insiste.
– No, a spassino, a spassino …
E si reca col bimbo in casa di Giacomino Delisi.
Questi abita insieme con una sorella nubile, che gli ha fatto da madre.
Ignorando la ragione del beneficio, la signorina Agata era prima molto grata al professor Toti; ora invece – religiosissima com’è – lo tiene in conto d’un diavolo, né più ne meno, perché ha indotto il suo Giacomino in peccato mortale.
Il professor Toti deve aspettare un bel po’, col piccino, dietro la porta, dopo aver sonato.
La signorina Agata è venuta a guardar dalla spia ed è scappata.
Senza dubbio, è andata ad avvertire il fratello della visita, e ora tornerà a dire che Giacomino non è in casa.
Eccola. Vestita di nero, cerea, con le occhiaje livide, stecchita, arcigna, appena aperta la porta, investe, tutta vibrante, il professore.
– Ma come … scusi … viene a cercarlo pure in casa adesso? … E che vedo! anche col bambino? ha condotto anche il bambino?
Il professor Toti non s’aspetta una simile accoglienza; resta intronato; guarda la signorina Agata, guarda il piccino, sorride, balbetta:
– Per … perché? … che è? … non posso … non … posso venire a …
– Non c’è! – s’affretta a rispondere quella, asciutta e dura. – Giacomino non c’è.
– Va bene, – dice, chinando il capo, il professor Toti. – Ma lei, signorina … mi scusi … Lei mi tratta in un modo che … non so! Io non credo d’aver fatto né a suo fratello, né a lei …
– Ecco, professore, – lo interrompe, un po’ rabbonita, la signorina Agata. – Noi, creda pure, le siamo … le siamo riconoscentissimi; ma anche lei dovrebbe comprendere …
Il professor Toti socchiude gli occhi, torna a sorridere, alza una mano e poi si tocca parecchie volte con la punta delle dita il petto, per significarle che, quanto a comprendere, lasci fare a lui.
– Sono vecchio, signorina, – dice, – e comprendo … tante cose comprendo io! e guardi, prima di tutte, questa: che certe furie bisogna lasciarle svaporare, e che, quando nascono malintesi, la miglior cosa è chiarire … chiarire, signorina, chiarire francamente, senza sotterfugi, senza riscaldarsi … Non le pare?
– Certo, sì … – riconosce, almeno così in astratto, la signorina Agata.
– E dunque, – riprende il professor Toti, – mi lasci entrare e mi chiami Giacomino.
– Ma se non c’è!
– Vede? No, Non mi deve dire che non c’è. Giacomino è in casa, e lei me lo deve chiamare. Chiariremo tutto con calma … glielo dica: con calma! Io sono vecchio e comprendo tutto, perché sono stato anche giovane, signorina. Con calma, glielo dica. Mi lasci entrare.
Introdotto nel modesto salotto, il professor Toti siede con Ninì tra le gambe, rassegnato ad aspettare anche qua un bel pezzo, che la sorella persuada Giacomino.
– No, qua Ninì … buono! – dice di tratto in tratto al bimbo, che vorrebbe andare a una mensoletta, dove luccicano certi gingilli di porcellana; e intanto si scapa a pensare che diamine può essere accaduto di così grave in casa sua, senza ch’egli se ne sia accorto per nulla.
Maddalenina è così buona! Che male può ella aver fatto, da provocare un così aspro e forte risentimento, qua, anche nella sorella di Giacomino?
Il professor Toti, che ha creduto finora a una bizza passeggera, comincia a impensierirsi e a costernarsi sul serio.
Oh, ecco Giacomino finalmente! Dio, che viso alterato! che aria rabbuffata!
Eh come? Ah, questo no! Scansa freddamente il bambino che gli è corso incontro gridando con le manine tese:
– «Giamì! Giamì!».
– Giacomino! – esclama, ferito, con severità, il professor Toti.
– Che ha da dirmi, professore? – s’affretta a domandargli quello, schivando di guardarlo negli occhi.
– Io sto male … Ero a letto … Non sono in grado di parlare e neanche di sostener la vista d’alcuno …
– Ma il bambino?!
– Ecco, – dice Giacomino; e si china a baciare Ninì.
– Ti senti male? – riprende il professor Toti, un po’ racconsolato da quel bacio. – Lo supponevo. E son venuto per questo. Il capo, eh? Siedi, siedi … Discorriamo. Qua, Ninì … Senti che «Giamì» ha la bua? Sì, caro, la bua … qua, povero «Giami» … Sta’ bonino; ora andiamo via. Volevo domandarti – soggiunge, rivolgendosi a Giacomino, – se il direttore della Banca Agricola ti ha detto qualche cosa.
– No, perché? – fa Giacomino, turbandosi ancor più.
– Perché jeri gli ho parlato di te, – risponde con un risolino misterioso il professor Toti. Il tuo stipendio non è molto grasso, figliuol mio. E sai che una mia parolina …
Giacomino si torce su la sedia, stringe le pugna fino ad affondarsi le unghie nel palmo delle mani.
– Professore, io la ringrazio, – dice, – ma mi faccia il favore, la carità, di non incomodarsi più per me, ecco!
– Ah sì? – risponde il professor Toti con quel risolino ancora su la bocca. – Bravo! Non abbiamo più bisogno di nessuno, eh?
Ma se io volessi farlo per mio piacere? Caro mio, ma se non debbo più curarmi di te, di chi vuoi che mi curi io?
Sono vecchio, Giacomino! E ai vecchi – badiamo, che non siano egoisti! – ai vecchi, che hanno tanto stentato, come me, a prendere uno stato, piace di vedere i giovani, come te meritevoli, farsi avanti nella vita per loro mezzo; e godono della loro allegria, delle loro speranze, del posto ch’essi prendono man mano nella società.
Io poi per te … via, tu lo sai … ti considero come un figliuolo … Che cos’è? Piangi?
Giacomino ha nascosto infatti il volto tra le mani e sussulta come per un impeto di pianto che vorrebbe frenare.
Ninì lo guarda sbigottito, poi, rivolgendosi al professore, dice:
– «Giamì, bua» .
Il professore si alza e fa per posare una mano su la spalla di Giacomino; ma questi balza in piedi, quasi ne provi ribrezzo, mostra il viso scontraffatto come per una fiera risoluzione improvvisa, e gli grida esasperatamente:
– Non mi s’accosti! Professore, se ne vada, la scongiuro, se ne vada! Lei mi sta facendo soffrire una pena d’inferno! Io non merito codesto suo affetto e non lo voglio, non lo voglio . Per carità, se ne vada, si porti via il bambino e si scordi che io esisto!
Il professor Toti resta sbalordito; domanda:
– Ma perché?
– Glielo dico subito! – risponde Giacomino. – Io sono fidanzato, professore! Ha capito? Sono fidanzato!
Il professor Toti vacilla, come per una mazzata sul capo; alza le mani; balbetta:
– Tu? fi . fidanzato?
– Sissignore, – dice Giacomino. – E dunque, basta . basta per sempre! Capirà che non posso più … vederla qui …
– Mi cacci via? – domanda, quasi senza voce, il professor Toti.
– No! – s’affretta a rispondergli Giacomino, dolente. – Ma è bene che lei … che lei se ne vada, professore .
Andarsene? Il professore casca a sedere su la seggiola. Le gambe gli si sono come stroncate sotto. Si prende la testa tra le mani e geme:
– Oh Dio! Ah che rovina! Dunque per questo? Oh povero me! Oh povero me! Ma quando? come? senza dirne nulla? con chi ti sei fidanzato?
– Qua, professore … da un pezzo … – dice Giacomino. – con una povera orfana, come me … amica di mia sorella .
Il professor Toti lo guarda, inebetito, con gli occhi spenti, la bocca aperta, e non trova la voce per parlare.
– E … e … e si lascia tutto … così … e … e non si pensa più a … a nulla … non si … non si tien più conto di nulla .
Giacomino si sente rinfacciare con queste parole l’ingratitudine, e si ribella, fosco:
– Ma scusi! che mi voleva schiavo, lei?
– Io, schiavo? – prorompe, ora, con uno schianto nella voce, il professor Toti.
– Io? E lo puoi dire? Io che ti ho fatto padrone della mia casa?
Ah, questa, questa sì che è vera ingratitudine!
E che forse t’ho beneficato per me? che ne ho avuto io, se non il dileggio di tutti gli sciocchi che non sanno capire il sentimento mio?
Dunque non lo capisci, non lo hai capito neanche tu, il sentimento di questo povero vecchio, che sta per andarsene e che era tranquillo e contento di lasciar tutto a posto, una famigliuola bene avviata, in buone condizioni … felice?
Io ho settant’anni; io domani me ne vado, Giacomino! Che ti sei levato di cervello, figliuolo mio! Io vi lascio tutto, qua …
Che vai cercando?
Non so ancora, non voglio saper chi sia la tua fidanzata; se l’hai scelta tu, sarà magari un’onesta giovine, perché tu sei buono …; ma pensa che … pensa che … non è possibile che tu abbia trovato di meglio.
Giacomino, sotto tutti i riguardi … Non ti dico soltanto per l’agiatezza assicurata … Ma tu hai già la tua famigliuola, in cui non ci sono che io solo di più, ancora per poco … io che non conto per nulla … Che fastidio vi do io?
Io sono come il padre … Io posso anche, se volete … per la vostra pace …
Ma dimmi com’è stato? che è accaduto? come ti s’è voltata la testa, così tutt’a un tratto? Dimmelo! dimmelo …
E il professor Toti s’accosta a Giacomino e vuol prendergli un braccio e scuoterglielo; ma quegli si restringe tutto in sé, quasi rabbrividendo, e si schermisce.
– Professore! – grida. – Ma come non capisce, come non s’accorge che tutta codesta sua bontà …
– Ebbene?
– Mi lasci stare! non mi faccia dire! Come non capisce che certe cose si possono far solo di nascosto, e non son più possibili alla luce, con lei che sa, con tutta la gente che ride?
– Ah, per la gente? – esclama il professore. – E tu …
– Mi lasci stare! – ripete Giacomino, al colmo dell’orgasmo, scotendo in aria le braccia.
– Guardi! Ci sono tant’altri giovani che han bisogno d’ajuto, professore!
Il Toti si sente ferire fin nell’anima da queste parole, che sono un’offesa atroce e ingiusta per sua moglie; impallidisce, allividisce, e tutto tremante dice:
– Maddalenina è giovine, ma è onesta, perdio! e tu lo sai! Maddalenina ne può morire … perché è qui, è qui, il suo male, nel cuore … dove credi che sia? È qui, è qui, ingrato! Ah, la insulti, per giunta? E non ti vergogni? e non ne senti rimorso di fronte a me? Puoi dirmi questo in faccia? tu? Credi che ella possa passare, così, da uno all’altro, come niente? madre di questo piccino? Ma che dici? Come puoi parlar così?
Giacomino lo guarda trasecolato, allibito.
– Io? – dice. – Ma lei piuttosto, professore, scusi, lei, lei, come può parlare così? Ma dice sul serio?
Il professor Toti si stringe ambo le mani su la bocca, strizza gli occhi, squassa il capo e rompe in un pianto disperato. Ninì anche lui, allora, si mette a piangere. Il professore lo sente, corre a lui, lo abbraccia.
– Ah, povero Ninì mio . ah che sciagura, Ninì mio, che rovina! E che sarà della tua mamma ora? e che sarà di te, Ninì mio, con una mammina come la tua, inesperta, senza guida … Ah, che baratro!
Solleva il capo, e, guardando tra le lagrime Giacomino:
– Piango, – dice, – perché mio è il rimorso; io t’ho protetto, io t’ho accolto in casa, io le ho parlato sempre tanto bene di te, io . io le ho tolto ogni scrupolo d’amarti … e ora che ella ti amava sicura … madre di questo piccino … tu …
S’interrompe e, fiero, risoluto, convulso:
– Bada, Giacomino! – dice.
– Io son capace di presentarmi con questo piccino per mano in casa della tua fidanzata!
Giacomino, che suda freddo, pur su la brace ardente, nel sentirlo parlare e piangere così, a questa minaccia giunge le mani, gli si fa innanzi e scongiura:
– Professore, professore, ma lei vuol dunque proprio coprirsi di ridicolo?
– Di ridicolo? – grida il professore. – E che vuoi che me n’importi, quando vedo la rovina d’una povera donna, la rovina tua, la rovina d’una creatura innocente? Vieni, vieni, andiamo, su via, Ninì, andiamo!
Giacomino gli si para davanti:
– Professore, lei non lo farà!
– Io lo farò! – gli grida con viso fermo il professor Toti. – E per impedirti il matrimonio son anche capace di farti cacciare dalla Banca! Ti do tre giorni di tempo.
E, voltandosi su la soglia, col piccino per mano:
– Pensaci, Giacomino! Pensaci!

Fonti

  • M. Magri, V. Vittorini, Tre, Paravia.
  • B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI © Zanichelli 2011
  • www.libraryweschool.com

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Letteratura italiana Novecento Novelle Prosa

Pasqua – racconto di Grazia Deledda

La Pasqua in Sardegna raccontata da Grazia Deledda

Le usanze e le ricorrenze tipiche della Pasqua nella tradizione sarda sono descritte in varie opere di Grazia Deledda, scrittrice nuorese Premio Nobel per la Letteratura.

La mattina del Sabato Santo, Apollonia Fara balzò dal suo gran letto di legno a baldacchino, quando l’alba cominciava a mettere un glauco riflesso sull’unico vetro del finestruolo. Unico vetro grossolano, ma stupendo per il piccolo quadro che ci si vedeva; un paesaggio che nella freschezza chiara e quasi sbiadita dell’incipiente primavera pareva dipinto dal Poussin: una falda di collina, un ruscello azzurro e tortuoso e alberi radi pittoreschi, i cui rami, verdi di musco, cominciavano ad ornarsi di foglioline tenere: ed erba, erba dappertutto, bassa erbetta chiara che dava una impressione di purezza e d’innocenza a chi guardava.

Mentre indossava il suo costume giallo e rosso, Apollonia osservò il cielo attraverso il vetro, poi andò a guardare entro una corba intessuta d’asfodelo, colma di farina lievitata fin dalla sera prima, e sulla quale ella aveva segnato col dito la santa croce. La farina s’era un po’ sollevata intorno a questo, segno di buon augurio.

La giovine donna prese la corba sulle braccia bianche robuste e la portò nell’attigua cucina: impasto la farina, poi accese il forno e preparò il caffè. A misura che il giorno schiarivasi roseo e tiepido, Apollonia pensava con trepidanza:

— Egli verrà alle otto, forse alle nove, forse più tardi, forse domani. O Gesù mio, piccolo Gesù Cristo mio! Bene, non ci voglio neppur pensare, venga quando vuole.

Ma suo malgrado ricadeva nel solito pensiero.

La persona di cui ella aspettava e temeva la venuta era il giovine Vicario, che doveva visitar le case del paese, per la benedizione pasquale. Il giovine Vicario era stato, qualche anno prima, fidanzato con Apollonia, ma ella lo aveva abbandonato per sposarsi con un ricco pastore. Il giovine, pazzamente innamorato di lei, aveva tentato suicidarsi, sparandosi una revolverata al fianco; salvato a stento, egli, poi, s’era fatto prete.

Da poco tempo era tornato in paese col titolo di Vicario, ed ogni volta che vedova Apollonia diventava un po’ pallido. Ella lo guardava con indifferenza; quella mattina però sentiva un certo fastidio nel pensare che egli sarebbe entrato nella sua casa per benedire il suo pane ed il suo letto ancora infecondo: e quando spalancò il finestrino per guardare la processione che passava salmodiando, e vide il viso magro e spaventato del Vicario, si turbò.

Rimase tuttavia a guardare: precedeva la processione una Madonna bruna con sette spade confitte nel cuore, che andava in cerca del Figliuolo morto; seguiva lo stendardo di broccato verde venivano poi i musicisti paesani e le donne vestite a lutto.

Quando tutto sparì in fondo alla strada campestre, Apollonia ritornò al suo forno ed alla sua farina impastata, della quale fece mirabilmente il pane per la Pasqua, pane bianchissimo, tutto intagliato e traforato; le casadinas, focacce di pasta e di formaggio fresco ingiallito con lo zafferano e certe figurine in forma di bimbi fasciati, di mummie, di uccelli, che per testa avevano un grosso uovo cotto.

Nella casetta deserta e nella campagna soleggiata regnava un profondo silenzio; le campane tacevano, legate per la morte di Nostro Signore, e tutte le cose partecipavano a questo silenzio, in attesa di un arcano avvenimento; solo qualche uccello cominciava a cantare fra le siepi, ma tosto taceva, quasi impaurito dal silenzio che interrompeva.

Le ore passarono ed il Vicario non venne.

Verso le dieci Apollonia sentì come un brivido passare per l’aria; anch’ella ebbe un sussulto e sollevò la testa, ascoltando. Le campane suonarono. E attraverso il loro primo squillo risuonò uno sparo, poi un altro, poi altri tre, poi dieci, poi cento.

Grida e voci di letizia quasi folle accompagnavano il suono delle campane e lo scoppio delle fucilate ripetuto dall’eco della collina.

Frotte di bambini passarono cantando per il villaggio:

Bibu er Deu Pro su dispettu ’e su Zudeu [Vivo è Dio Per dispetto del Giudeo]

Lagrime di gioia mistica velarono gli occhi di Apollonia. Ella finì di cuocere il suo pane, le sue focaccie, i suoi dolci pasquali; e nel pomeriggio ricevette da vicini parenti ed amici, e ricambiò regali di pane, dolci, carne. Ad ogni nuovo regalo ella si compiaceva di confrontare il pane ricevuto con quello fatto da lei, ed era felice di trovare il suo, più bianco e più ben fatto.

Verso sera tornò dall’ovile il marito; tornò sul suo forte cavallo bianco, con una bisaccia colma di latticini, e con due agnelli, uno bianco e l’altro nero, che dovevano servire per il banchetto pasquale. Era ricco, il marito di Apollonia, ma come tutti i mariti ricchi che hanno sposato ragazze povere, era brutto e vecchiotto: nel suo viso giallognolo solo il naso e un po’ della fronte e un po’ delle guance, emergevano fra una nuvola nera, di barba e di capelli arruffati.

Il sabato sera cominciarono le feste pasquali: il ricco pastore invitò a casa sua parenti, amici, vicini, e tutti cantarono, improvvisando canzoni di gioia in onore di Nostro Signore Risorto. Intanto mangiavano le focacce e bevevano vino, assenzio ed acquavite. Manco a dirlo, tutti si ubriacarono, per far dispetto ai Giudei che avevano crocifisso Gesù Nostro.

Anche l’indomani mattina Apollonia s’alzò all’alba, perchè doveva per mezzodì preparare il pranzo pasquale. Man mano che il sole saliva sopra la collina, la giovine donna si turbava nuovamente pensando alla visita del Vicario.

– Ah! oggi verrà, verrà certamente.

Apollonia sa che anch’egli si è alzato all’alba, e, vestito degli abiti sacri, seguito da un uomo con una bisaccia sulle spalle e da un fanciullo con una secchia di acqua benedetta, fa le visite alle quali non ha potuto accudire ieri.

In ogni casa le donne gettano entro la bisaccia pane, focacce, frutta secca e, nella secchia, uova e monete.

Davanti alla casa di Apollonia egli arrivò verso le nove; l’uomo della bisaccia si curvava sotto il peso dei regali avuti, e il fanciullo, con la secchia quasi colma di uova e di monete, pareva avesse attinto ad un pozzo miracoloso.

Il sacerdote entrò senza chieder permesso nella casa di Apollonia, e per la prima volta dacchè rivedeva la giovine donna, non impallidi, mentre impallidiva lei.

“Avrebbe egli benedetto o maledetto la casa dove viveva felice colei che lo aveva condotto fin sul limitare della morte?”

Ella si faceva questa domanda con una specie di terrore, giacché nei piccoli paesi sardi si crede che i sacerdoti possano, per mezzo del libri sacri, scomunicare e maledire con molta efficacia. Ma bastò che Apollonia guardasse il viso inspirato del sacerdote ed il gesto soave col quale egli prese l’aspersorio lucente e sparse l’acqua santa di qua, di là, di su, di sotto, perché ella si convincesse che anche in cuor suo egli benediceva.

Allora ella apri l’uscio che chiudeva la stanza delle provviste; egli benedisse il pane, le focacce, il frumento, i legumi, il formaggio.

Apollonia sopraccaricò la bisaccia con due grandi pani, cinque focacce, una corona di fichi secchi: poi rientrò col sacerdote in cucina, e timidamente apri l’uscio che dava nella camera da letto.

Dal finestruolo penetrava una vivissima luce d’oro.

Col respiro sospeso, muta e pallida, Apollonia guardò il prete.

Ah! anch’egli s’era fatto un po’ bianco in viso; ma la sua mano soave versava la benedizione sul letto nuziale, augurando fecondità.

Allora Apollonia gettò la sua offerta nella secchia e una lagrima cadde sull’acqua santa, formando un piccolo cerchio nel gran cerchio fatto dalla moneta.

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Novecento storia Storia d'Italia

L’Italia unita

I primi 40 anni della storia d’Italia

Nel 1861 l’Italia contava circa 22 milioni di abitanti. Il sistema economico era preindustriale e lo stato era caratterizzato da eterogeneità amministrativa, giuridica, culturale e linguistica: solo il 20% parla italiano e solo il 3% è alfabetizzato. Le condizioni di vita del popolo sono pessime perché caratterizzate da miseria diffusa, malattie infettive che solo in certe aree sono state debellate, mortalità infantile che ancora è del 20%.

La “Destra storica” al potere – 1861-1876

I primi quindici anni dell’Italia unita sono dominati da un governo di destra che viene definito “Destra storica”.

Il termine “destra” deriva dal fatto che gli uomini politici che appartenevano a questo governo erano dei moderati, eredi della tradizione di Cavour; l’attributo “storica” si riferisce al fatto che questo schieramento ebbe un ruolo storico nella formazione dello Stato italiano. Gli uomini della “Destra storica” provenivano prevalentemente dall’aristocrazia terriera.

Il primo governo dell’Italia era quindi costituito da rappresentanti di una ristretta élite, solo 1,9% degli italiani aveva il diritto di voto. Questi governanti non avevano idea della nuova realtà nazionale e si approcciano con paternalismo a autoritarismo ai movimenti popolari.

Sotto il loro governo:

  1. Venne completata l’unificazione italiana
    • venne combattuta la terza guerra di indipendenza
    • venne completata l’annessione del Lazio e di Roma, dopo la caduta di Napoleone III, che portò alla frattura tra laici e cattolici. In quel momento si aprì una lacerazione sta stato italiano e chiesa cattolica, passata alla storia con il nome di questione romana. La prima Legge che cercò di sanare la frattura fu la legge delle Guarentigie, con la quale vennero regolati i rapporti tra stato e chiesa. La frattura venne sanata però solo con la firma dei Patti lateranensi sottoscritti tra il Regno d’Italia e la Santa Sede l’11 febbraio 1929, che regolano ancora oggi le relazioni tra Stato e Chiesa.
    • venne dichiarata Roma capitale d’Italia.
  2. Venne operato un accentramento politico e amministrativo e fu estesa la legislazione sabauda senza considerare le differenze e le specificità della penisola.
  3. Venne esposta la fragile economia italiana alla spietata concorrenza internazionale, causando non pochi problemi alle fasce di popolazione più fragili.
  4. Venne potenzialo lo sviluppo delle infrastrutture solo al Nord e non al Sud
  5. Furono emanate leggi che misero in difficoltà la popolazione come
    • i tre anni di leva obbligatoria,
    • la tassa sul macinato.

Il sistema elettorale

In realtà sia la Destra che la Sinistra storiche erano espressione di una piccola parte del Paese.

Infatti la legge elettorale del Regno di Sardegna, che venne poi estesa a tutto il Regno d’Italia, prevedeva che avessero diritto al voto solo i cittadini che avessero i seguenti requisiti:

  • essere di sesso maschile;
  • avere compiuto 25 anni di età;
  • pagare almeno 40 lire di imposte annue: si parla quindi di suffragio censitario.

Con questi parametri risultava che:

  • gli aventi diritto al voto erano una percentuale assai ridotta della popolazione, circa il 2% del totale, e circa il 7% della popolazione maschile,
  • si recava alle urne, in media, solo il 50% degli aventi diritto,

Ci rendiamo conto che gli eletti alla Camera dei Deputati erano frutto della scelta di 200.000 cittadini su 22 milioni di abitanti. I membri del Senato erano invece nominati direttamente dal re.

La “piemontesizzazione” dell’Italia

Morto Cavour nel 1861, gli succedette il toscano Bettino Ricasoli.
Il primo problema che il suo governo dovette affrontare fu la scelta dell’assetto amministrativo da dare al Paese.

Venne scelto il modello di Stato accentrato: l’Italia venne divisa in province e il governo nominò per ogni provincia un suo rappresentante, il prefetto. Anche i sindaci dei comuni erano nominati dal governo e ad esso rispondevano: in questo modo i comuni non godevano di alcuna autonomia.

Lo Statuto albertino divenne la Costituzione del Regno d’Italia, così come a tutta Italia vennero estese la legislazione e la moneta piemontese: la lira.

Il brigantaggio

La caduta del Regno borbonico in seguito alla spedizione di Garibaldi aveva fatto nascere nelle masse meridionali la speranza di un rinnovamento non solo politico, ma anche sociale.

Questa speranza fu però ben presto delusa. Infatti il governo, per rientrare dalle spesa dell’unificazione, impose pesanti tasse ai cittadini italiani. Inolre venne imposto il servizio di leva obbligatorio, dapprima di 4 anni, poi di 3 quindi di due.

Questi provvedimenti scatenarono diverse rivolte, in qualche caso condotte anche in nome del papa e dei Borboni. Fu così che il nuovo stato italiano venne identificato come il “nemico”. Contro lo stato nemico si formarono bande di briganti che assaltavano le carceri o incendiavano gli archivi comunali per distruggere i registri di leva e quelli fiscali. Erano considerati nemici anche i ricchi possidenti locali, le cui fattorie venivano saccheggiate.

Questo fenomeno fu definito col termine brigantaggio.

Il brigantaggio fu una vera e propria attività di guerriglia che, nei cinque anni che vanno dal 1860 e il 1865 incendiò diverse zone del Meridione.

A costituire le bande di briganti, composte anche da 400 uomini, spesso erano ex soldati dell’esercito borbonico ormai discolto, disertori, contadini, ma anche criminali veri e propri.

Purtroppo lo stato italiano considerò le rivolte del Sud come un problema di sicurezza nazionale e non come la legittima protesta di ceti che non avevano nulla e non avevano nulla da perdere.

La risposta dei governi della Destra fu quindi quella della repressione militare. Fu una vera guerra civile, italiani conntro italiani. Una guerra che costò migliaia di morti, tra briganti, militari e civili furono impiegati fino a
120.000 soldati.

Tra il 1° giu­gno 1861 e il 31 dicembre 1865, furono uccisi in combattimento 5.212 uomini, chiamati briganti, furono fu­cilati, furono arrestati 5.044 civili, di cui circa 2.000 vennero condannati. Con­tro le bande armate dei briganti del Sud, vengono mobilitate la Guardia Nazionale borghese, la polizia e l’esercito.
https://www.ilsudonline.it/quando-cerano-i-briganti-i-numeri-guerra-civile/

La generale incomprensione dei problemi del Sud da parte del nuovo Stato italiano favorirono anche il diffondersi di quei fenomeni, come la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta, che ancora oggi devastano il nostro paese.

Video sul brigantaggio

La situazione economica

Il neo-Stato italiano era caratterizzato da una pesante situazione di arretratezza:

  • la povertà era diffusa, soprattutto nelle campagne, accompagnata da fame, malattie, ignoranza;
  • la mortalità infantile raggiungeva il 20%;
  • il reddito pro-capite era la metà di quello francese e 2/3 di quello inglese;
  • la rete ferroviaria non superava i 2.000 km a fronte dei 10.000 di quella francese e dei 20.000 di quella inglese;
  • il deficit statale, anche a causa dei pesantissimi costi delle guerre d’Indipendenza era altissimo (ereditato soprattutto dal Regno di Sardegna).

Gli uomini della Destra erano convinti che fosse necessario uno sforzo per raggiungere il pareggio di bilancio, in modo da presentare l’Italia alla comunità internazionale come uno Stato affidabile e in modo da attrarre in Italia i capitali stranieri, indispensabili per lo sviluppo economico del Paese.

La ricerca del pareggio di bilancio venne perseguita soprattutto attraverso lo strumento fiscale. Fu così che il peso delle imposte crebbe rapidamente e suscitò diffuso malcontento tra le classi più povere.

D’altra parte le tasse indirette come la tassa sul macinato andava a gravare la già precaria situazione dei ceti meno abbienti, suscitando in pochi anni malcontento e rivolte. Fu soprattutto l’aumento delle imposte indirette (quelle che gravavano sui consumi di tutti i cittadini) a suscitare questo tipo di reazioni: nel 1868 la tassa sul macinato (in sostanza un’imposta sul pane, il principale alimento della popolazione) suscitò manifestazioni di piazza che furono represse con la violenza.

Il bilancio della repressione contò 257 morti, 1099 feriti e 3788 arrestati.

La tassa sul macinato

«Il mugnaio doveva pagare al fisco la tassa in ragione dei giri; ma a seconda della diversità tra mulino e mulino, anzi da macina a macina, il prodotto di un ugual numero di giri variava… si aggiunga che il mugnaio, tenuto a pagare la tassa in ragione dei giri, nel farsi rimborsare dal cliente… doveva e non poteva altrimenti che conteggiargli la tassa secondo il peso. E giri e peso non andavano mai d’accordo; e fisco, mugnai, clienti, ognuno si riteneva danneggiato e derubato e ingannato.»
Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli ed. Oscar Mondadori vol. 3 – pag. 85 – da https://it.wikipedia.org/wiki/Tassa_sul_macinato

La situazione finanziaria italiana, alla fine del 1866 e nel 1867, era molto grave e raggiungeva un deficit elevatissimo Era necessario garantire entrate straordinarie alle casse dello Stato. Per questo motivo il Ministro delle Finanze Ferrara suggerì l’istituzione della tassa sul macinato. La tassa sul macinato entrò in vigore il 1° gennaio del 1869.

L’Italia essenzialmente era basata su una economia di tipo agricolo e il gettito garantito da questo tipo d’imposizione fu rilevante, smentendo così alcune pessimistiche previsioni. Era un’imposta indiretta, e il relativo importo veniva calcolato in base alla quantità di cereale macinato. All’interno di ogni mulino era applicato un contatore meccanico che conteggiava i giri effettuati dalla ruota macinatrice. La tassa era così calcolata in proporzione al numero dei giri, che dovevano corrispondere alla quantità di cereale macinata. Il tributo doveva essere pagato in contanti, ma l’avventore poteva saldare anche con parte del prodotto che portava a macinare.

Il mugnaio aveva l’obbligo di pagare all’esattore nei modi e tempi stabiliti. Il contatore dei giri veniva installato a spese dello Stato. Alla fine del 1869 furono istallati centottantasei contatori su altrettanti mulini, nel 1870 trentamila e nel 1871 cinquantaduemila.

Politica di libero scambio

Convintamente liberisti i governi della Destra favorirono in tutti i modi il libero scambio:

  • sia all’interno del Paese, abolendo le dogane interne;
  • sia all’esterno del Paese, applicando a tutta l’Italia le tariffe doganali piemontesi, tra le più basse d’Europa.

Spremendo il Paese con la pressione fiscale, la Destra era riuscita nel suo intento di ottenere la parità di bilancio, garantendo credibilità e prestigio internazionale per l’Italia.

Tuttavia la sua azione economica aveva avuto anche pesanti risvolti negativi:

  • la costituzione di un unico mercato interno aveva messo in crisi l’economia meridionale, più debole di quella del Nord;
  • il libero scambio con le nazioni più avanzate aveva esposto la giovane industria italiana ai rischi della concorrenza straniera, con esiti negativi.

Le divisioni nate nello schieramento in seguito a questi risultati contraddittori portarono, nel 1876, alla crisi dell’ultimo governo della Destra storica, presieduto da Marco Minghetti.

1876-1896: La Sinistra storica al potere

La sinistra storica fu un raggruppamento composito e eterogeneo composto da forze imprenditoriali del Nord, dai ceti agrari del Sud, da conservatori e da progressisti. L’estrema eterogeneità del raggruppamento portò a cambiare le maggioranze in base agli interessi particolari dei vari gruppi politici. La Sinistra storica inaugurò il trasformismo, un fenomeno politico per il quale i parlamentari operano uno spostamento di posizione all’interno del Parlamento.

Durante il periodo della sinistra storica si fecero dei combiamento a favore del popolo italiano ma furono di più le parole che le iniziative realmente efficaci.

  • Venne esteso il diritto di voto dal 1,9% al 6,9%.
  • Venne introdotta la scolarità elementare con un biennio obbligatorio.
  • Venne abolita la tassa sul macinato, ma venne anche attivata una politica protezionistica dal 1887 che portò all’aumento dei prezzi del pane e al conseguente peggioramento condizioni di vita delle masse.
  • Venero commissionati diversi studi sulla realtà italiana e in particolare su quella del Sud. Purtroppo però tali studi sulla realtà italiana, sulle differenze tra Nord e Sud, sulla situazione culturale ed economica, dopo esser stati effettuati non vennero per nulla considerati. Il governo non ne tenne conto e non furono quindi attivate strategie di soluzione.
  • Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si assistette alla crescita di movimenti operai in difesa dei lavoratori dell’industria; nacquero le prime camere del lavoro e venne fondato il Partito Socialista Italiano, il primo partito di massa. Il governo però non guardava di buon grado queste iniziative e mantenne un approccio repressivo di fronte a richieste e scioperi dei cittadini.
  • Lo stato intervenne a sostegno dell’industria italiana e diede impulso al sistema bancario per favorire l’industria; ma mentre il Nord decollò, il Sud venne affossato sempre di più.
  • Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento circa 29 milioni di italiani emigrarono verso America Latina e gli Stati Uniti d’America. Non va dimenticato che, in quegli anni, un notevole aiuto al sistema economico italiano arrivò proprio dalle rimesse degli italiani all’estero.

Tra le altre iniziative della Sinistra storica troviamo:

  • la firma della Triplice alleanza nel 1882: l’Italia firma con Germania e Austria un patto di mutuo aiuto in funzione antifrancese.; tale patto venne poi rinnovato nel 1887;
  • l’nizio dell’espansione coloniale verso Corno d’Africa (su pressione delle gerarchie militari e degli armatori) con la conquista 1890 l’Eritrea e la pesante sconfitta ad Adua.

Depretis al governo

Caduto il governo Minghetti, nel marzo del 1876, il re affidò ad Agostino Depretis, capo dell’opposizione, l’incarico di formare un nuovo governo.
Pochi mesi dopo, quando si tennero le elezioni vinse la Sinistra storica, che governò il Paese per vent’anni.

Agostino Depretis – Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia

La Sinistra che salì allora al potere aveva molto ridimensionato la sua originaria visione democratica e comprendeva al suo interno molti esponenti moderati.

Depretis fu presidente del consiglio fino al 1887.

Le principali azioni del suo governo furono:

  • lotta all’analfabetismo,
  • l’abolizione della tassa sul macinato,
  • la riforma elettorale.

La lotta contro l’analfabetismo

Nel 1861 in Italia gli analfabeti erano il 78%.

La Lombardia era la regine col tasso di analfabetismo più basso, il 50%, mentre nel Mezzogiorno la percentuale di analfabeti sfiorava il 90% della popolazione. Nello stesso periodo in Francia era analfabeta il 40% della popolazione, in Gran Bretagna il 25% degli uomini e il 50% delle donne.

Nel 1859 era stata varata in Piemonte la legge Casati che prevedeva l’istruzione elementare gratuita con frequenza obbligatoria per i primi due anni. La legge Casati venne estesa poi all’Italia unita, ma la sua applicazione fu difficile a causa della mancanza di scuole e di insegnanti preparati.

Nel 1877 il governo Depretis elevava l’obbligo scolastico fino a 9 anni di età. Vennero inoltre creati asili d’infanzia e scuole serali per permettere agli adulti di leggere e scrivere.

Tuttavia in molta parte d’Italia continuavano a mancare scuole e maestri e, a causa della diffusa povertà, molti genitori rifiutavano di mandare i propri figli a scuola.

L’abolizione della tassa sul macinato

Molte furono le proteste relative alla tassa sul macinato che colpiva, come sempre le fasce più fragili della popolazione. La tassa fu definitivamente abolita dal governo della sinistra di Depretis a decorrere dal 1° gennaio 1884.

Al momento della sua abrogazione la tassa sul macinato garantiva un gettito di 80 milioni di lire l’anno, che rappresentava una cifra molto ragguardevole. Il bilancio dello Stato subì un duro contraccolpo a seguito della soppressione del tributo.

La riforma elettorale

Nel 1882 viene fatta una riforma elettorale per la quale

  • il suffragio è ancora censitario maschile, ma si dimezzano i requisiti legati al
    reddito – da 40 lire annue di imposte pagate a 20;
  • si abbassa l’età degli aventi diritto da 25 a 21 anni;
  • viene introdotto tra i requisiti richiesti quello di aver frequentato la scuola elementare.

In questo modo gli aventi diritto al voto passano dal 2% al 7% della popolazione pari al 25% dei maschi adulti.

Il trasformismo

Trasformismo: prassi di governo fondata sulla ricerca di una maggioranza mediante accordi e concessioni a gruppi politici eterogenei, e talvolta a singoli esponenti di un partito avverso, allo scopo di impedire il formarsi di una vera opposizione, con particolare riferimento a quella inaugurata dallo statista Agostino Depretis negli anni successivi al 1880.

Nel 1882 la Sinistra storica vince le elezioni, anche se la Destra ottiene un buon risultato; inoltre, per la prima volta viene eletto Andrea Costa un deputato socialista.

In seguito a questo risultato i leader degli schieramenti opposti, Depretis e Minghetti, si accordarono per costruire un’ampia formazione politica di centro che isolasse le “ali estreme” del Parlamento, da un lato i conservatori e reazionari di Destra, dall’altro la nuova Sinistra, definita
Estrema (quella socialista e radicale).

In realtà il trasformismo portò a costituire maggioranze diverse a seconda della legge da approvare, con scambi di favori, non sempre puliti, tra il governo e i parlamentari.

In una parola il trasformismo contribuì in maniera massiccia al dilagare della corruzione.

L’Economia

Negli anni ’70 sorsero le prime grandi industrie italiane (gli stabilimenti chimici Pirelli, le acciaierie Terni, le officine metallurgiche Breda…), anche se l’economia agricola rimaneva comunque prevalente.

Dagli anni ’80 si fecero sentire gli effetti della “grande depressione”. Agrari e industriali reagirono alla crisi chiedendo una protezione doganale alle merci italiane per arginare l’invasione dei prodotti stranieri.

Il governo della Sinistra che, come quello della Destra storica, era stato fino ad allora liberoscambista, accolse queste richieste, adottando alte tariffe doganali sul grano e su vari prodotti industriali.

Ovviamente i paesi stranieri reagirono alzando i dazi sui prodotti italiani.
Il protezionismo doganale ebbe effetti positivi sui prodotti della giovane industria italiana, ma con l’aumento del prezzo del grano (quindi del pane) determinò un grave peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari.


Per molti l’emigrazione (vedi approfiondimento su l’emigrazione italiana) fu una scelta obbligata. Tra il 1881 e il 1901 più di 2 milioni di persone abbandonarono per sempre l’Italia.

Inoltre il protezionismo ebbe effetti negativi sull’agricoltura del Sud, in quanto determinò la crisi dell’agricoltura specializzata (vino, olio, agrumi) che non trovò più sbocco in Europa a causa della ritorsione degli altri paesi.

La politica estera: la Triplice Alleanza e le prime avventure coloniali

L’Italia era alleata della Francia e ostile all’Austria fino dagli accordi di Plombieres.

La Sinistra storica operò una brusca svolta nei rapporti internazionali.

La causa fu l’occupazione francese della Tunisia (1881). Da tempo l’Italia guardava con interesse a quel paese, dove risiedeva una folta comunità di connazionali.

Il successo francese era stato favorito dall’isolamento internazionale dell’Italia. Per uscire da tale isolamento e per ripicca nei confronti della Francia, l’Italia stipulò nel 1882 un’alleanza con l’Austria e con la Germania: la Triplice Alleanza.

Cartolina postale tedesca inneggiante alla Triplice alleanza con i motti “Einigkeit macht stark” (l’unione fa la forza) e “Viribus unitis” (Forze unite). – FONTE https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Triple_Alliance_Einigkeit_macht_stark.jpg

Si trattava di un accordo di natura difensiva: Italia, Austria e Germania si impegnavano ad intervenire in aiuto reciproco solo in caso di aggressione da parte di altri paesi.

Questa alleanza suscitò un’ondata di proteste nell’opinione pubblica italiana. Infatti era chiaro che, stipulando un accordo con l’Austria, l’Italia rinunciava al Trentino e il Friuli Venezia Giulia, le “terre irredente”, che erano ancora sotto la dominazione austriaca.

L’alleanza fu molto vantaggiosa dal punto di vista economico: nuovi capitali tedeschi arrivarono in Ityalia e permisero

  • di finanziare l’industria italiana,
  • di aprire nuove banche come la Banca Commerciale e il Credito Italiano.

Imprese coloniali del governo Depretis

Sempre nel 1882 prese il via l’avventura coloniale italiana. L’esercito italiano occupò una stretta striscia di terra nei pressi della baia di Assab, sul Mar Rosso.

Da lì le truppe italiane partirono, nel 1885, alla conquista di Massaua in Eritrea.

Ma quando gli italiani cercarono di spingere le loro conquiste verso
l’interno del paese, provocarono la reazione del negus Menelik, imperatore d’Etiopia, detta anche allora Abissinia.

Nel gennaio 1887 un reparto di 500 italiani venne massacrato a Dogali
da 7.000 etiopi. L’avventura coloniale italiana cominciava con un disastro.

Il governo Crispi

Nel 1887 Depretis morì. Gli succedette Francesco Crispi, il primo uomo meridionale a diventare presidente del consiglio.

Francesco Crispi – Presidente del Consiglio dei ministri, ministro degli Esteri e ministro dell’Interno del Regno d’Italia

Agrigentino di nascita, Crispi era stato in gioventù fervente democratico e mazziniano; avevqa particpato alla rivolta siciliana del 1848 e alla spedizione dei Mille.

Dopo l’unificazione abbandonò le idee repubblicane e divenne sostenitore della monarchia. Rimase al potere quasi ininterrottamente tra il 1887 e il 1896. Fu grande ammiratore di Bismarck e sostenitore dello Stato autoritario.

Appoggiato dal nuovo re Umberto I accentrò su di sé le cariche di presidente del consiglio, ministro degli Interni e ministro degli
Esteri.

Mai nessuno nell’Italia postunitaria aveva concentrato nelle sue mani tanto potere. In politica estera il suo orientamento ostile alla Francia lo portò a consolidare l’alleanza con la Germania.

La Francia reagì introducendo una tariffa doganale molto pesante sui prodotti italiani, alla quale Crispi rispose innalzando del 50% le tariffe sui prodotti francesi.

Ebbe così inizio una “guerra doganale” che causò una diminuzione del 40% delle esportazioni italiane in Francia.

Poiché la Francia era il nostro primo partner commerciale e il principale acquirente dei prodotti agricoli del nostro Mezzogiorno, ad essere danneggiata fu soprattutto l’economia del Sud Italia.

Sotto il governo Crispi, nel 1889, venne promulgato un nuovo codice penale, il codice Zanardelli. Con esso veniva abolita la pena di morte,
ancora in vigore nei principali Stati europei; veniva inoltre riconosciuta una limitata libertà di sciopero.

Imprese coloniali di Crispi

Nel 1889 Crispi firmò con il negus Menelik, imperatore d’Etiopia, il
Trattato di Uccialli.

Tale trattato fu redatto in due lingue: ù

  • la versione italiana riconosceva i possedimenti italiani in Eritrea e il protettorato italiano su Etiopia e Somalia;
  • la versione in lingua locale, l’amarico, parlava di un semplice patto di amicizia e come tale fu interpretato il trattato da Menelik.

L’intenzione di Crispi era quella di riprendere l’espansione coloniale, ma questo progetto non fu accolto dal Parlamento e Crispi fu costretto alle dimissioni (1891).

Il primo governo Giolitti

Il successore di Crispi, Giovanni Giolitti, dovette subito affrontare un grave problema di ordine pubblico: lo scoppio in Sicilia del un moto di protesta popolare detto dei fasci siciliani.

I fasci siciliani
La puntata è dedicata alle condizioni disumane in cui vivevano i contadini siciliani, poverissimi, arretrati, ancora pienamente nella tradizione dei matrimoni combinati dai genitori e in balia dell’aumento dei prezzi e dell’instabilità dei salari. A questa difficile situazione i braccianti dell’isola risposero con la creazione dei fasci, associazioni spontanee di lavoratori nate con lo scopo di combattere i soprusi, progenitrici delle organizzazioni sindacali e delle lotte operaie.

https://www.raiplay.it/video/2016/11/Puntata-del-27111970-2fa669d7-fca5-4ae2-9744-89a4c3ede8f6.html

Il movimento comprendeva operai, artigiani, minatori e contadini che:

  • protestavano contro le pesanti tasse del governo e contro i latifondisti,
  • rivendicavano una più equa distribuzione delle terre.

Giolitti decise di affrontare la questione con prudenza, senza fare ricorso a misure repressive. Ciò lo fece apparire agli occhi di molti un presidente del Consiglio debole.

Lo scandalo della Banca Romana

Lo scandalo della Banca Romana fu il più grande scandalo politico e finanziario che abbia colpito l’Italia unita.

La Banca Romana era uno dei sei istituti autorizzati dallo Stato a battere moneta.

La legge assegnava a ciascuna banca un preciso numero di banconote da stampare e mettere in circolazione.
Negli anni ’80 si cominciarono a notare delle anomalie relative al numero di biglietti circolanti stampati dalla Banca Romana.

Nel 1889 un’indagine condotta dal senatore Alvisi, su iniziativa del ministro dell’agricoltura, industria e commercio, Luigi Miceli, portò alla luce un fatto gravissimo: esisteva una serie duplicata di banconote che la Banca Romana. aveva messo in circolazione. Questa moneta era stata utilizzata come fondi neri per finanziamenti occulti.

La truffa era stata ideata dal governatore della banca, Bernardo Tanlongo: ogni banconota era contrassegnata da una lettera e da un numero; stampando lo stesso numero su due biglietti diversi si era ottenuto il raddoppio della circolazione monetaria.

Il senatore Alvisi propose di discutere la sua relazione in Parlamento, ma il governo decise di porvi il segreto di Stato. Poco tempo dopo Alvisi morì improvvisamente e misteriosamente. Ma non solo, l’anno successivo Giolitti propose di nominare Tanlongo senatore.

Prima di morire Alvisi, prevedendo l’atteggiamento del governo, raccontò le sue scoperte ad alcuni conoscenti che le trasmisero al parlamentare Napoleone Colajanni. Quest’ultimo denunciò alla Camera la questione della falsificazione e dei finanziamenti occulti della Banca Romana. Solo allora venne avviaa una commissione d’inchiesta che portò all’arresto di Tanlongo.
In quell’occasione si assistette ad un duro scontro politico tra Crispi e Giolitti.

Giolitti, che proteggeva Tanlongo, non aveva mai ricevuto finanziamenti dalla Banca Romana, mentre Crispi, la moglie e altri suoi familiari avevano beneficiato di finanziamenti della Banca Romana.

Giolitti quindi presentò al presidente della Camera dei documenti che provavano le responsabilità di Francesco Crispi, ma lui negò tutto con violenza.

Crispi era sostenuto dal re e grazie a questo sostegno egli tornò a guidare il
governo alla fine del 1893. Si sparse allora la voce che Crispi avrebbe fatto arrestare Giolitti con l’accusa di aver sottratto documenti all’indagine giudiziaria.

Giolitti allora fuggì a Berlino mentre dei giudici molto accomodanti assolsero Bernardo Tanlongo.

La conclusione di questa oscura vicenda fu che tutto il sistema bancario venne riformato e solo un unico istituto bancario, la neonata Banca d’Italia, fu autorizzata a emettere cartamoneta.

Film – Lo scandalo della Banca Romana

Puntata 1

https://www.raiplay.it/video/2017/02/Lo-scandalo-della-Banca-Romana—E1-548fc4b5-9c3e-4876-b0e7-252bc000018f.html

Puntata 2

https://www.raiplay.it/video/2017/02/Lo-scandalo-della-Banca-Romana—E2-018a6e52-4280-40ea-9353-d3a585908cee.html

Il ritorno di Crispi

Tornato al potere, Crispi represse militarmente il movimento di protesta siciliano. Successivamente Crispi tornò a rivolgersi alla politica coloniale con la pretesa che l’Etiopia rispettasse la versione italiana del trattato di Uccialli.

Il rifiuto di Menelik portò all’invasione italiana del paese. Per l’Italia la spedizione militare si risolose in un completo disastro: sconfitti ad Amba Alagi (1895), poi a Maccalè (1896), nel marzo 1896 16.000 soldati italiani si scontrarono con 70.000 abissini nei pressi di Adua.

Fu una carneficina: 7.000 italiani rimasero uccisi, 3.00 furono fatti prigionieri. Travolto dalle critiche Crispi fu costretto a rassegnare le dimissioni e a ritirarsi per sempre dalla vita politica.

L’Italia fu allora costretta a firmare un nuovo trattato in cui, rinunciando ad ogni pretesa sull’Etiopia, accettava di limitare il proprio dominio coloniale a Somalia ed Eritrea.

La crisi di fine secolo

Alla fine del secolo in Italia come in Europa, si assistette all’aumento dei conflitti sociali e sindacali.

In Italia dilagava la crisi economica e il popolo era stanco di soffrire la fame. Nel 1898 un improvviso innalzamento de prezzo del pane provocò una’ondata di manifestazioni che percorse l’Italia intera.

La risposta politica fu autoritaria.

L’eccidio di Milano

Ai moti spontanei di rivolta popolare, quando il popolo affamato assalì forni e mulini, il 6 maggio 1898, a Milano il governo ordinò che si sparasse sulla folla.

Fu un grave episodio di violenza. Di fronte alla popolazione che manifestava e protestava contro la crisi economica e l’aumento del prezzo del pane, il generale Fiorenzo Bava Beccaris ordinò ai soldati di sparare, con i cannoni, sulla folla.

Ci furono più di un centinaio di morti e quasi 500 feriti.

Molti dirigenti dell’opposizione, soprattutto socialisti, furono arrestati,
la libertà di stampa fu decisamente limitata e il generale Bava Beccaris fu elogiato dal governo, e dal re Umberto I; il generale fu inoltre decorato, da Umberto stesso, con un’importante onorificenza militare.

Il nuovo capo del governo Luigi Pelloux tentò di far approvare una serie di norme che restringevano notevolmente le libertà di stampa e di riunione, ma il suo progetto fallì grazie alla decisa azione dell’opposizione.

Pelloux fu costretto a dimettersi e le elezioni del 1900 diedero buoni risultati per l’opposizione, in particolare per i socialisti.

Ma nel luglio del 1900 l’anarchico Gaetano Bresci, per vendicare i morti di Milano, uccise, a Monza, il re Umberto I.

A sinistra: Achille Beltrame, L’assassinio di Re Umberto I a Monza, “La Domenica del
Corriere”, 5 agosto 1900.
A destra un’immagine degli scontri a Milano fra i reparti del Generale Bava Beccaris e i dimostranti, 1898.

In questa drammatica situazione il nuovo re, Vittorio Emanuele III, decise di affidare il nuovo governo a Giuseppe Zanardelli, l’autore del nuovo codice penale. A fianco di Zanardelli, come ministro dell’Interno vi era Giovanni Giolitti.

La svolta autoritaria fu così bloccata dall’opposizione parlamentare della parte socialista che propose di aprire il dialogo e non le armi.

Svolta liberale

Dopo la crisi di fine secolo, non era facile governare l’Italia che si muoveva tra sviluppo industriale e mobilitazione classi popolari. L’Italia venne governata fino alla Prima Guerra Mondiale dai liberali.

Due erano gli orientamenti in quel periodo nel mondo liberale:

  • il Liberalismo conservatore di Sonnino che voleva il rafforzamento del potere esecutivo con una monarchia più forte e il parlamento sottomesso a potere monarchico;
  • il Liberalismo riformista di Giolitti che credeva nella centralità del parlamento e voleva l’integrazione di partiti socialisti e ceti popolari.

Dal 1901 al 1914 Giolitti esercitò un’influenza così notevole nella vita politica italiana che questo periodo viene conosciuto come età giolittiana – vedi capitolo Italia giolittiana

Fonti

  • http://www.ipsiameroni.it/files/Materiali_didattici/Storia/Galati/Italia%20post-unitaria.pdf
  • https://www.finanze.gov.it/it/il-dipartimento/fisco-e-storia/i-tributi-nella-storia-ditalia/1868-1884-tassa-sul-macinato/#:~:text=Alla%20fine%20del%201869%20furono,dal%201%C2%B0%20gennaio%201884.
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Letteratura italiana Novecento Novelle Racconto stalinismo Storia d'Italia

Racconti del dopoguerra

Giovannino Guareschi – Don Camillo e Peppone

Don Camillo e Peppone sono due personaggi usciti dalla penna di Giovannino Guareschi, scrittore e giornalista italiano. Le vicende di Peppone e don Camillo sono state raccontate in diversi film.

I film su don Camillo

Don Camillo

Il ritorno di don Camillo

Don Camillo e l’onorevole Peppone

Il compagno don Camillo

https://www.facebook.com/watch/?v=695381457798423

Libro – Gente così Mondo piccolo

di Giovannino Guareschi. BUR Rizzoli Milano 1980

Gente così – Mondo piccolo è una raccolta di racconti di Guareschi. I racconti sono stati scritti tra il 1948 e il 1953 e pubblicati postumi nel 1980.

I racconti sono ambientati in un non ben definto piccolo centro della bassa padana. I racconti narrano le vicende di don Camillo, parroco di campagna, e Peppone, Giuseppe Bottazzi, meccanico del paese, comunista e sindaco. I racconti narrano le vicende verosimili dei due personaggi, entrambi dotati di carattere forte, che portano due istanze opposte e in perenne conflitto: il mondo cattolico e quello comunista.

Audio – Un caso di coscienza

Il militante comunista Stràziami restituisce la tessera del partito dopo esser stato umiliato da uno dei suoi. Gli avevano consegnato un pacco di viveri arrivati grazie al sostegno degli USA. Il pacco era stato strappato dalle mani di suo figlio e lui era stato addirittura schiaffeggiato.

Audio – Gli irregolari

Lo Smilzo convive con la Moretta; i due non si vogliono sposare. In paese al gente mormora. Quando poi nasce una bambina sia Peppone che don Camillo si mobilitano. Come andrà a finire?

Audio – Le due strade

Da quando il Sant’Uffizio ha scomunicato i comunisti, Peppone e i suoi compagni hannpo smesso di andare in chiesa. Don Camillo allora, dopo un acceso dibattito con il Crocifisso, decide di far visita a Peppone.

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Novecento Poesia

Vincenzo Cardarelli

Vincenzo Cardarelli, pseudonimo di Nazareno Caldarelli, nasce nel 1887 a Corneto Tarquinia in provincia di Viterbo). Rimasto prestissimo orfano della madre, perde all’età di tre anni anche una matrigna a cui era molto legato.

Trascorre infanzia e giovinezza tra continui trasferimenti da una famiglia di parenti a un’altra; a 17 anni perde anche il padre e se ne va definitivamente da casa.

Accetta lavori di ogni tipo, fino a quando riesce ad affermarsi in ambito letterario con la fondazione della rivista «La Ronda». Molte sono le sue opere di poesia e le prose liriche.
Il suo stile è allo stesso tempo solenne e discorsivo. Nei suoi scritti Cardarelli procede per successivi accostamenti di idee o d’immagini.

Gli argomenti trattati appartengono alla tradizione della letteratura alta: le sofferenze d’amore, la malinconia generata dal passare delle stagioni, le riflessioni sull’amicizia, sulla vita e sulla morte.

Nonostante un certo successo letterario Cardarelli vive tutta la la sua esistenza in condizioni economiche piuttosto precarie; muore a
Roma nel 1959.

Sera di Gavinana

La sera in un paese dell’Appennino toscano produce un senso di tranquillità e di serenità: luci e colori, ombre e rumori trovano spazio nel
quadro tratteggiato dal poeta toscano. La sera cala rasserenante sul borgo appenninico di Gavinana, borgo medievale in provincia di Pistoia.

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Novecento Ottocento sfruttamento minorile

Il lavoro minorile tra storia e letteratura

Con l’espressione sfruttamento minorile si intende una qualsiasi attività lavorativa che priva l’infanzia dei sui diritti quali la dignità, la libertà e la formazione e impedisce quindi negativamente sullo sviluppo psico-fisico dei bambini.

In questo articolo si trovano documenti storici e testi della letteratura che affrontano questa tematica.

Documenti

Le conseguenze del lavoro minorile

Questo documento è tratto da un’inchiesta parlamentare inglese del 1833. I commissari di questo rapporto dimostrano una notevole capacità di analisi sociale, fatto che rende i loro risultati quanto mai significativi. A questa inchiesta ufficiale seguì il Factory Act del 1833, che istituì ispettori impiegati a tempo pieno per verificare il rispetto dei regolamenti e compiere regolari rapporti. Nel 1844 il governo inglese limitò lo sfruttamento delle donne, introdusse il sistema del tempo parziale per i giovani e prese le prime misure per disciplinare gli incidenti sul lavoro. Il brano proposto mostra l’attenta indagine dei commissari, che non nascondono la gravità della condizione infantile.

Dall’insieme delle testimonianze giacenti di fronte a noi, di cui ci siamo sforzati di indicare i punti essenziali, troviamo:

1. Che i bambini sono impiegati in tutte le principali branche della manifattura da un capo all’altro del Regno per lo stesso numero di ore degli adulti.
2. Che gli effetti del lavoro per tali ore sono, in un gran numero di casi: deterioramento permanente della costituzione fisica; produzione di malattie spesso del tutto incurabili; esclusione parziale o totale (in ragione della fatica eccessiva) dai mezzi per ottenere un’educazione adeguata e acquisire abitudini utili, o per approfittare di quei mezzi, quando siano offerti.
3. Che all’età in cui i bambini subiscono questi danni dal lavoro, essi sono sottoposti, non sono agenti liberi, ma sono privati del salario; delle paghe che guadagnano si appropriano i loro genitori e tutori. Siamo perciò dell’avviso che un caso è sorto per l’interferenza della Legislazione a favore dei bambini impiegati nelle fabbriche.
4. Riguardo alla moralità, troviamo che, sebbene affermazioni e deposizioni di differenti testimoni che sono stati esaminati siano in contrasto fino a un grado considerevole, tuttavia non c’è nessuna prova capace di mostrare che vizio e immoralità sono diffusi fra questa gente; considerata come classe, più che fra altre parti della comunità nella stessa posizione, e con gli stessi limitati mezzi di informazione. Distinta dalle altre classi per lo stare riuniti insieme (entrambi i sessi, giovani e vecchi) in grandi quantità, il linguaggio e il comportamento comuni alla gente incolta, in tali circostanze, appare essere controllato in grado non inconsiderevole dalla presenza di padri, madri e fratelli; per ogni male di questa specie che può nondimeno esistere, il rimedio più proprio sembra essere un’educazione più generale e accurata dei giovani.
5. Riguardo alla questione “per quali aspetti le leggi fatte per la protezione di questi bambini sono state trovate insufficienti rispetto al loro proposito”, troviamo che nelle situazioni del paese la legge esistente è osservata raramente o mai, che in diverse fra le principali città manifatturiere è apertamente inosservata, che in altre la sua messa in opera è estremamente parziale e incompleta, e che perfino a Manchester, dove le industrie principali provavano interesse a porre l’atto in esecuzione contro le evasioni praticate dai piccoli proprietari di fabbriche, il tentativo di imporre i suoi provvedimenti attraverso l’azione di un comitato di padroni è stato per qualche tempo abbandonato. Nell’insieme troviamo che la legge presente è stata quasi interamente inoperativa per i legittimi obiettivi contemplati in essa, e ha solo avuto la sembianza di efficienza in circostanze in cui si è conformata allo stato delle cose già esistenti, o in cui quella parte dei suoi provvedimenti che è adottata da qualche parte sarebbe stata ugualmente adottata senza intervento legislativo, come c’è ragione di presumere se volgiamo attenzione al fatto che tali provvedimenti sono stati realmente adottati nel corso del progresso in altre branche della manifattura non regolamentate per legge. D’altro lato, le classi numerose dei lavoratori, che rientrano nei provvedimenti del recente come dei più vecchi Atti, hanno preso familiarità col disprezzo per la legge, e con la pratica della frode, dell’evasione, dello spergiuro.

Report of Commissioners on the employment of children in factories (1832), British Parliamentary Papers (1833/XX), in English historical documents, a c. di D.C. Douglas, Eyre and Spottiswoode, Londra 1956, pp. 940-941.
Fonte https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_02.html

Domande

  • Chi trae beneficio dall’impiego dei bambini nelle manifatture?
  • Quali sono le conseguenze morali sui bambini di un precoce avviamento al lavoro?

Testi della letteratura

Rosso Malpelo – Giovanni Verga

Lettura della novella, testo integrale alla pagina di Giovanni Verga.

Da “Inchiesta in Sicilia” di Franchetti e Sonnino – Il lavoro dei carusi

Vedi testo sfruttamento nelle miniere nella pagina di Giovanni Verga

Ciaula e la luna Luigi Pirandello

Testo tratto da Macaronì – Romanzo di santi e delinquenti – di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli

Fonti

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_02.html

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Novecento Ottocento

Società e idee dell’Ottocento

Le nuove povertà

Il processo di industrializzazione avviato dalla rivoluzione industriale ha provocato delle profonde trasformazioni sociali. Alla base dei mutamenti sociali dell’Ottocento sta innanzitutto il forte incremento demografico.

Nel corso dell’Ottocento l’Europa passa da 193 milioni dell’inizio del secolo ai 400 milioni di abitanti alla fine secolo. Non si tratta solo di un dato quantitativo in quanto nel corso dell’Ottocento avvenne una vera rivoluzione nel regime demografico europeo.

Fino a quel momento l’andamento della popolazione europea era caratterizzato da alta natalità e da alta mortalità come in tutte le società agricole tradizionali. Ogni fase di crescita demografica veniva prima o poi bilanciata da altre fasi di mortalità causate da carestie e da epidemie. Questo era causato dal fatto che si creava uno squilibrio tra la popolazione in crescita e le risorse a disposizione.

Nel corso dell’800 invece:

  • il tasso di natalità si mantenne alto,
  • il tasso di mortalità si ridusse,
  • quindi la popolazione eurpoe aumentò.

Questo accadde grazie:

  • all’arricchimento dell’alimentazione,
  • al miglioramento delle condizioni igieniche abitative,
  • ai progressi della medicina,
  • ai progressi nella cura delle malattie infettive.

Con l’affermazione del sistema industriale, per la prima volta nella storia dell’uomo, le risorse iniziarono a crescere. Questo accadde nei paesi sviluppati in cui le risorse iniziarono a crescere in misura proporzionale rispetto alla popolazione.

E fu così che l’ultima grande carestia europea si abbattè sull’Irlanda nel 1847 – 48 a seguito di una grande malattia della patata.

OGGI
Per comprendere bene la novità di questo fenomeno è importante ricordare che, per secoli, riuscire a sopravvivere da un anno all’altro era stato davvero il problema principale degli europei.
Dobbiamo pensare che la vita media degli Europei fino al 700 era di 30 anni, mentre oggi la vita media del paese occidentali raggiunge gli 80 anni.
Lo spettro della fame, delle carestie e delle epidemie è scomparso nei paesi sviluppati ma è ancora drammaticamente attuale in gran parte del mondo non sviluppato.

Dai ceti alle classi

La società dell’Europa industriale dell’Ottocento era molto più popolata di quella dei secoli precedenti. Ma era anche molto più articolata più dinamica. 

La società dell’Antico regime era costruita sulla stabilità e sulla tradizione, mentre la nuova società industriale si costruiva sull’intraprendenza e sul successo personale.

Nella nuova società industriale infatti c’era mobilità sociale. La possibilità di modificare la propria condizione all’interno della gerarchia sociale aumentò decisamente nel corso dell’Ottocento fino a diventare una delle caratteristiche fondamentali delle società sviluppate.

Nonostante l’evoluzione sociale, l’aristocrazia mantenne per tutto il secolo:

  • grande influenza,
  • grande potere,
  • grande prestigio.

I contadini continuavano a costituire la base di una società che, anche se si era industrializzata, si basava ancora sull’agricoltura. E questo accadeva soprattutto quanto più ci si allontanava dal centro dell’Europa industriale e dalle grandi città industriali. Ma non c’è dubbio che la grande novità dell’Ottocento è l’emergere sulla scena di due classi sociali: la borghesia e il proletariato.

Borghesia e proletariato diventarono così il cardine della società moderna. Più si sviluppava l’industria, più aumentavano le fabbriche, più importanti diventavano borghesia e proletariato.

La borghesia investiva i capitali nell’iniziativa economica per ottenere profitto.

Il proletariato vendeva la propria capacità lavorativa, vendeva la propria forza lavoro in cambio di un salario.

Proprio nella prima metà dell’Ottocento si iniziò a utilizzare il termine classe per indicare le stratificazioni interne alla società.

La classe indica un insieme di individui accomunati da:

  • funzione produttiva,
  • ruolo sociale,
  • condivisione di interessi,
  • condivisione di stili di vita,
  • valori.

La distinzione in classi sociali si riferisce quindi elementi economici e culturali non giuridici. Mentre la distinzione in ordini nell’antico regime era regolata da un sistema giuridico, la nuova divisione in classi sociali invece si basava su elementi di tipo economico e culturale.

Per quanto riguarda la società industriale moderna, le disuguaglianze di classe riguardano non più la posizione giuridica, ma:

  • la ricchezza,
  • l’istruzione,
  • la cultura,
  • quindi le opportunità.

La borghesia

Il concetto di borghesia accomuna realtà e figure sociali anche molto diverse tra loro. Intorno alla metà dell’Ottocento si potevano definire Borghesi i proprietari di grandi aziende agrarie, i banchieri, gli imprenditori industriali grossi commercianti, ma anche i professionisti, i funzionari pubblici e privati, gli intellettuali, gli artigiani, ma ancora i fittavoli agricoli e anche i negozianti.

Per comodità possiamo utilizzare la distinzione tra alta media e piccola borghesia, allo scopo di indicare le differenze di reddito e di posizione produttiva che esistono all’interno di questa classe.

Tuttavia, al di là di queste classificazioni di carattere sociologico, possiamo individuare nella borghesia capitalistica la nuova forza sociale più dinamica; la borghesia capitalistica è la vera protagonista del processo di industrializzazione.

Cosa si intende per borghesia capitalistica? Intendiamo quella classe sociale che è proprietaria dei mezzi di produzione, terre e fabbriche, e che investe i propri capitali per ottenere profitto.

Il proletariato

Si definiva proletario nell’Ottocento chi, non disponendo altro che della propria capacità di lavorare, trovava occupazione come bracciante nelle campagne (in questo caso parliamo di proletariato agricolo) oppure come operaio nelle fabbriche (in questo caso parliamo di proletariato industriale).

Come il termine borghese, anche il termine proletario, nella società ottocentesca indica figure sociali molto diverse tra loro.

Erano proletari:

  • gli ex artigiani che erano stati costretti dalla concorrenza delle industrie a chiudere la sua bottega e a entrare nella fabbrica,
  • i contadini espulsi dalle campagne a causa delle trasformazioni dell’agricoltura,
  • gli immigrati,
  • le donne e i bambini che venivano risucchiati dal sistema industriale.

Nella fabbrica, questa diversa provenienza dava luogo a una gerarchia con grande differenza di condizioni. Il salario e la stabilità occupazionale dell’operaio che era specializzato, come il carpentiere o il tipografo, erano decisamente maggiori rispetto a quelli del manovale comune, come il minatore o l’operaia tessile senza qualifica.

La condizione operaia

Pur con le differenze sopra esposte, la classe operaia visse, nei primi decenni dell’industrializzazione, una comune condizione di miseria e di sfruttamento. La situazione era tanto più grave per i lavoratori non specializzati per le donne e per i bambini. I salari erano bassissimi, al limite della sopravvivenza. Si lavorava sei giorni alla settimana fino a 15 ore al giorno. I ritmi di lavoro erano massacranti, l’ambiente era malsano e pericoloso, e non c’era alcuna prevenzione.

Inoltre in fabbrica vigeva una ferrea disciplina con orari obblighi e punizioni. Tale disciplina era pesante da sopportare soprattutto per chi aveva da poco lasciato la vita della campagna. In campagna, per quanto la vita fosse altrettanto faticosa, era legata al ritmo naturale della giornata e delle stagioni e quindi più vicina ai ritmi dell’uomo e non era legata al ritmo artificiale delle macchine.

Quando arrivava una malattia, quando capitava un infortunio, non c’era alcuna sicurezza. Questo significava la fame, perché non esistevano alcune forme di indennità o di assicurazione sociale.

Un altro elemento che accomunava tutti gli operai era lo spettro della vecchiaia: chi non lavorava più e non poteva essere accolto in casa dai figli, non aveva altra prospettiva che l’ospizio o la pubblica carità.

Le prime forme di pensione vennero introdotte infatti in alcuni paesi come la Germania e l’Inghilterra solo verso la fine dell’800.

Inoltre c’era una grande differenza tra la condizione del contadino e quella dell’operaio.

  • Il contadino, anche se povero, si trovava pur sempre in un ambiente in cui era possibile qualche forma di solidarietà da parte della comunità. La famiglia contadina solitamente era una famiglia ampia, composta da genitori, figli, nonni e altri parenti.
  • L’operaio viveva invece in una condizione di forte isolamento e la famiglia operaia viveva spesso sradicata dal suo contesto di origine. Inoltre era generalmente composta dai soli genitori e figli. 

Gli operai dovettero dunque costruirsi da sé forme nuove di comunità e di solidarietà. Nacquero quindi delle società di mutuo soccorso, leghe, sindacati; organizzazioni e associazioni nate nella fabbrica e dalla lotta per migliorare le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia.

Una nuova povertà

I costi umani e sociali dell’industrializzazione erano altissimi. Di questo si rendevano conto sia l’opinione pubblica borghese che le autorità cittadine che i legislatori. 

La povertà non era certo una novità per l’Europa, che conosceva benissimo la povertà legata all’agricoltura. Infatti in tutto il mondo occidentale si conoscevano situazioni legate all’insufficiente produzione di risorse e ai cicli ricorrenti di carestie e di epidemie. 

Ma con l’avvento del sistema industriale nacque una nuova forma di povertà che era legata alle trasformazioni economico-sociali e alle condizioni del lavoro operaio.

Una povertà nuova questa che richiedeva un’attenzione nuova, perché si produceva nel cuore stesso di un sistema economico nuovo. Il mondo era in cammino verso il progresso, un progresso che però dava origine a questa povertà. Risulta quindi chiaramente comprensibile che di conseguenza si svilupparono nuove forme di protesta e di rivendicazione sociale.

Documenti sulla condizione operaia

Introduzione

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_00.html

Vecchi e nuovi edifici industriali

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_01.html

Le conseguenze dal lavoro minorile

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_02.html

La miseria estrema degli operai a domicilio

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_03.html

Il colera del 1848 in Inghilterra

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_04.html

La questione sociale

Di fronte a questo problema all’interno delle classi dirigenti europee si manifestarono due tendenze. 

Da un lato c’era chi voleva eliminare ogni legislazione di assistenza ai poveri. Questa idea era legata al credo liberista che imponeva la massima libertà possibile sul mercato del lavoro.

Ma d’altra parte, altri compresero che il sorgere di una questione sociale e operaia proprio nel cuore della nuova società industriale della nuova e dinamica società industriale, costituiva una minaccia per la vita collettiva. Questa minaccia andava innanzitutto conosciuta.

Per questo gli stessi governi ordinarono inchieste ed ispezioni all’interno dei luoghi di lavoro. Poi si ritenne importante affrontare la situazione con adeguati provvedimenti legislativi. Medici, intellettuali, filantropi e membri di commissioni di inchiesta governative denunciarono più volte i danni fisici e psicologici provocati agli operai dal lavoro in fabbrica e in miniera.

In particolare furono messe in evidenza i danni fisici e psicologici causati a donne e bambini.

Inoltre la degradazione nella vita urbana delle città industriali era oggetto di inchiesta. Generalmente fu messo l’accento sulle conseguenze morali e sociali di questa situazione. La crisi della famiglia, la crisi dei valori della moralità, l’esplodere della delinquenza, della prostituzione, dell’alcolismo.

In seguito a queste inchieste iniziarono dei movimenti di riforma come ad esempio in Inghilterra i vari Factory act leggi sulle fabbriche che regolavano il lavoro femminile e minorile in Francia nel 1841 venne emanata una legge che proibiva il lavoro minorile al di sotto degli 8 anni e limitava a 58 ore alla settimana l’orario di lavoro delle donne e dei bambini.

Il luddismo

La percezione del rischio sociale connesse alla condizione operaia la percezione che poteva esplodere un conflitto, fu rafforzata dal manifestarsi di forme di ribellione nei confronti del nuovo sistema produttivo 

Uno dei movimenti che portò alla ribalta questo tema fu il movimento del luddismo.

Il termine luddismo, deriva dal nome del capo di tale movimento operaio, Ned Ludd. Cosa accadde? Un gruppo di artigiani iniziò a distruggere le macchine con le quali lavoravano. I luddisti erano artigiani che erano diventati i proletari. Si trattava di operai specializzati che vedevano nel diffondersi delle macchine tessili una minaccia non solo alla loro professionalità ma anche alla loro stessa sopravvivenza.

La distruzione delle macchine dell’industria tessile

La macchina quindi permetteva all’imprenditore di assumere manodopera a basso costo, soprattutto donne e bambini, per svolgere operazioni che in precedenza richiedevano abilità artigianali di alto livello. 

La repressione del luddismo fu decisamente violenta tanto che si arrivò a punire con la morte la distruzione delle macchine. Ma questo fenomeno aiuto comunque ad aprire gli occhi sulla situazione della condizione degli operai.

L’organizzazione: caratteristica specifica del movimento operaio

Gli operai capirono ben presto che era necessario organizzarsi per difendere i loro diritti. L’organizzazione fu proprio la caratteristica del conflitto operaio. L’organizzazione fu un prodotto del sistema industriale e fu anche una novità dal punto di vista storico.

Nel mondo contadino infatti erano esplose nel corso dei secoli ribellioni violentissime nelle quali si assaltavano le case dei padroni, il municipio, i forni, ma non si erano mai create delle organizzazioni. Questo dipendeva dalla condizione sociale del contadino, che era servo o schiavo ed era giuridicamente soggetto al suo padrone. Non era libero ed era legato al suo pezzo di terra. Si trovava quindi in una condizione di isolamento.

Con l’industrializzazione invece si crea una situazione nuova. Infatti gruppi di lavoratori sempre più grossi vengono riuniti all’interno delle fabbriche.

Questo dà loro la consapevolezza

  • di vivere una condizione comune,
  • di avere gli stessi obiettivi di lotta,
  • di avere gli stessi interessi economici e politici,
  • di avere gli stessi valori,
  • di avere anche la consapevolezza di potersi organizzare,
  • di poter così accrescere la propria forza.

Prime lotte e conquiste

In quegli anni nacquero quindi le prime forme di organizzazione operaia. Non dobbiamo pensare ai grandi sindacati come quelli che esistono oggi, che rappresentano milioni di lavoratori di una determinata categoria, oppure quelli che rappresentano addirittura tutti i lavoratori in generale. In quel periodo si trattava di piccoli organismi, in genere su base territoriale locale. C’erano, ad esempio, le società di mutuo soccorso: organizzazioni quasi filantropiche che assistevano i lavoratori bisognosi. A queste organizzazioni aderivano spesso anche esponenti dell’aristocrazia e della borghesia.

C’erano poi i sindacati di mestiere, come quello dei tipografi o dei tessitori di determinate zone.

Con il tempo si vennero creando organizzazioni più stabili e più rappresentative: le Trade unions cioè sindacati di mestiere britannici. Le trade unions tennero il loro primo congresso nel 1833. 

Nella seconda metà dell’800 si formarono infine organizzazioni sindacali su base nazionale. Gli obiettivi delle prime lotte operaie erano innanzitutto l’aumento dei salari e la riduzione della giornata lavorativa, ma anche il diritto di associazione, cioè il diritto di unirsi per difendere i propri interessi. Fu proprio questa la battaglia più dura: imprenditori e governanti infatti erano concordi nel temere le associazioni operaie: le ritenevano pericolose per il sistema industriale. Per questo in quel periodo costituire un sindacato era illegale, come era illegale lo sciopero, l’arma di lotta principale degli operai.

Contro gli scioperanti intervenivano gli imprenditori con licenziamenti, punizioni, riduzione di paga. Interveniva anche la forza pubblica con repressioni, spesso sanguinose.

Scioperare era anche difficile per le condizioni del mercato del lavoro nella prima metà dell’Ottocento.

Infatti l’aumento della popolazione, i molti contadini che lasciavano le campagne e gli immigrati, fornivano abbondante forza lavoro.

Con l’eccezione degli operai specializzati, tutti i lavoratori erano facili da sostituire, qualora non avessero accettato le condizioni imposte dagli imprenditori.

Nonostante queste difficoltà, il movimento operaio riuscì ad ottenere, nel corso dell’Ottocento, importanti conquiste.

Per quanto riguarda i salari degli operai questi aumentarono complessivamente pur rimanendo sempre soggetti alla variazione della situazione economica: i salari erano più alti nei momenti di sviluppo e si abbassavano nei momenti di crisi.

La condizione operaia andò comunque migliorando nel corso del secolo soprattutto negli ultimi anni

Documento – L’emancipazione delle classi lavoratrici – Il mondo alla rovescia

Claude-Henri Saint-Simon (1760-1825) fu uno dei precursori più significativi del socialismo e del positivismo. Tra il 1816 e il 1820 fondò due riviste, “L’Industria” e “L’Organizzatore”, che suscitarono una vasta eco culturale e raccolsero intorno ad esse un nutrito gruppo di collaboratori: L’obiettivo di queste iniziative consisteva nel promuovere un programma di riforma sociale.

Nel 1819, sulle pagine de “L’Organizzatore” Saint-Simon pubblicò uno tra i suoi scritti più famosi, la celebre Parabola, in cui veniva esaltato il valore delle classi produttive contro l’inutilità dell’aristocrazia.

Leggi il documento qui

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Rispondi alle seguenti domande

1. A cosa deve la sua prosperità la Francia?
2. Chi invece blocca l’avanzamento della Francia stessa? Per quale motivo?
3. Come giudica l’autore l’organizzazione sociale francese?
4. Che cosa fanno, a suo avviso, gli amministratori degli affari pubblici?
5. Per quale motivo l’autore dice che “la società attuale è davvero il mondo alla rovescia”?
6. L’autore sostiene che nella società francese ci sono uomini ignoranti e superstiziosi e altri invece capaci e laboriosi.
7. Quali attività svolgono nella società francese?
8. Perchè secondo Saint-Simon il corpo politico è ammalato?

Dopo aver risposto alle domande prova a fare un piccolo testo in cui rispondi alle seguenti domande.

Quali sono per Saint-Simon i fattori che contribuiscono alla prosperità di una nazione? Quali quelli che testimoniano l’arretratezza del suo assetto politico? 

Fra economia e politica

Le lotte del movimento sindacale e operaio ebbero, fino dall’inizio, questa duplice natura: economica e politica. Questo accade perché, nella visione del leader del movimento, la classe operaia non si batteva solo per i propri interessi, ma per l’avanzamento dell’intera società.

Una delle grandi rivendicazioni del movimento operaio dell’Ottocento fu infatti quella dell’estensione del diritto di voto.

In tutti i paesi anche nei paesi più moderni liberali come l’Inghilterra, il diritto di voto era limitato in base alla proprietà o al censo, al reddito; era limitato dunque a una fascia molto ristretta della popolazione. Non bisogna dimenticare questo elemento, senza il quale non si può comprendere la storia della società industriale.

Ce ne dà prova il cartismo un movimento a base operaia – che però non comprendeva solo operai – che si sviluppò in Inghilterra nel corso degli anni trenta. I cartisti rivendicavano:

  • migliori condizioni di lavoro,
  • provvedimenti di assistenza ai poveri,
  • riforme politiche contenute nella carta del Popolo, da cui movimento prese il nome.

La carta del popolo

La carta del popolo fu una petizione sottoscritta da oltre un milione di persone che fu presentata al parlamento inglese nel 1838.

Le richieste erano:

  • Suffragio universale,
  • Elezione annuale del Parlamento,
  • Segretezza del voto,
  • Corresponsione ai parlamentari di uno stipendio per contrastare la corruzione,
  • Abolizione dei limiti di censo per i candidati,
  • Conseguente estensione del suffragio universale anche l’elettorato passivo.

Questo avrebbe permesso potenzialmente a tutti di essere eletti in Parlamento.

La petizione dei cartisti fu respinta ma queste richieste dimostrano che esisteva ormai in Inghilterra un vasto movimento operaio e popolare che era deciso a dire la propria all’interno della vita politica.

Pensate che il giornale dei cartisti il Northernstar raggiunse, nel 1839, le 48000 copie quando il Times, che era il maggior quotidiano inglese, non superava le 5000.

Rispondi alle seguenti domande

1. Quale andamento demografico si ebbe nell’Ottocento?
2. Perché questo rappresentò una novità assoluta rispetto al passato?
3. Quali fattori consentirono la crescita demografica ottocentesca?
4. Quali classi sociali portò alla ribalta?
5. Quali principali elementi caratterizzavano la condizione operaia nella prima metà dell’Ottocento?
6. Quale fondamentale caratteristica distinse fin dall’inizio le lotte operaie?
7. Quali furono gli obiettivi e i risultati principali delle lotte sindacali dell’Ottocento?
8. Che cosa fu il cartismo?
9. Che cosa ci dice questo movimento circa il carattere economico e politico delle rivendicazioni operaie?

L’idea socialista

La rivoluzione industriale aprì alla riflessione di una nuova questione: la questione sociale. La questione sociale venne affrontata in maniera diversa dalle diverse correnti di pensiero: il pensiero liberale, il pensiero democratico e il pensiero socialista.

Il pensiero liberale è basato sui principi di: 

  • Libertà individuale 
  • Intervento minimo dello stato 

I liberali vogliono ampliare il mercato per poter accrescere e diffondere la ricchezza sociale.

Il pensiero democratico sostiene: 

  • Suffragio universale
  • Intervento statale a favore di maggiore giustizia sociale

I democratici ritengono che la povertà e i conflitti vadano in qualche modo governati dal potere politico. Quindi i democratici ritengono che sia necessario intervenire con delle riforme per organizzare l’assistenza ai più deboli.

Il pensiero socialista ritiene che sia necessario puntare a

  • Uguaglianza sostanziale
  • Abolizione dello sfruttamento 

Il pensiero socialista ritiene insolubile il problema della povertà e dello sfruttamento nella società poiché è basata sulla proprietà privata. Questa corrente di pensiero ritiene che la proprietà privata non debba essere il fondamento della vita economica e sociale di una società; ritiene invece che la proprietà privata sia la fonte di un sistema che è profondamente ingiusto e irrazionale. Infatti, questo sistema è incapace di assicurare il benessere alla maggioranza della popolazione. 

Il socialismo inoltre muove una critica al liberalismo. Sostiene infatti che l’esaltazione della libertà dell’individuo e del mercato, in realtà nasconda solo sfruttamento e oppressione per la maggior parte dei componenti della società.

Il pensiero sociale ritiene infatti che le garanzie e le libertà, tanto esaltate dal liberalismo, siano tutt’altro che universali; appartengono semplicemente a una ristretta minoranza che detiene, non solo il potere economico e quello potere politico, ma monopolizza anche la cultura.

Il socialismo dichiara che, in una società divisa in classi, il valore fondamentale non deve essere la libertà dell’individuo ma la giustizia sociale. Per ottenere questo, nella concezione socialista, è necessario limitare le libertà individuali e subordinarle all’interesse dell’intera società. 

Il socialismo ritiene che solo eliminando le diseguaglianze economiche e sociali si può davvero garantire la libertà per tutti.

Uguaglianza sostanziale

Anche il pensiero socialista, come il pensiero democratico, mette al centro l’uguaglianza, ma ritiene che non basti rivendicare il suffragio universale. Il suffragio universale garantisce solo l’uguaglianza formale. 

Ma all’uguaglianza formale, che riguarda i diritti civili e politici, era necessario, secondo i socialisti, affiancare l’uguaglianza sostanziale, cioè l’uguaglianza delle condizioni e delle opportunità di vita.

Documento – Il diritto di proprietà deve essere abolito

La prima opera di Pierre-Joseph Proudhon (1809-65), Che cos’è la proprietà?, fu pubblicata nel 1840 e fece immediatamente scandalo. Garantì però all’auutore fama e successo del suo autore, tanto che egli divenne uno degli intellettuali socialisti più influenti d’Europa.

In questo scritto Proudhon concepiva una società utopistica fondata su quattro princìpi:

  • l’eguaglianza dei mezzi,
  • l’indipendenza reciproca degli individui,
  • la giustizia,
  • la proporzionalità delle leggi.

L’obiettivo era la creazione di una società libera, in cui la convivenza sarebbe stata garantita da una forma di “anarchia positiva” che non riconosceva la legittimità di alcun potere. Per l’autore il termine “libertà” diventava così un sinonimo di “anarchia”.

Nel documento che segue Proudhon condanna il concetto di “proprietà”.

Leggi il documento https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_03_02.html

Rispondi alle domande

1. Che cosa si ottiene, secondo l’autore, nel sopprimere la proprietà e conservare il possesso?
2. Che differenza c’è tra proprietà e possesso?
3. La capacità lavorativa è privata o sociale, secondo l’autore?
4. Per quale motivo i salari devono essere uguali per tutti i lavoratori?
5. Attraverso quale condizione negli scambi fra gli uomini, secondo Proudhon, la proprietà cessa di formarsi e si estingue?
6. Quali forme di associazione saranno alla base della società del futuro?

Molti sono i teorici del socialismo noi andiamo a conoscere per il pensiero di Marx.

Il pensiero di Karl Marx

La più complessa e organica teoria politica del socialismo dell’800 è quella formulata dal filosofo tedesco Karl Marx (1818 – 1883) e dal suo amico e collaboratore Friedrich Engels (1820 –  1895).

La loro teoria politica del socialismo è espressa in diversi celebri scritti. I più importanti sono il Manifesto del partito comunista del 1848 e Il capitale, che è una vasta opera di analisi economica pubblicata da Karl Marx negli anni sessanta e settanta del XIX secolo.

La critica della società capitalistica

Quello che rende particolare il marxismo e lo distingue dalle teorie socialiste e comuniste, che si erano sviluppate nel corso dell’800, è il tentativo di elaborare una critica della società capitalistica industriale e la capacità di elaborare una teoria rivoluzionaria basata su un’analisi delle contraddizioni interne della società capitalistica. Il motore fondamentale del cambiamento storico è, secondo Marx, la lotta di classe.

La lotta di classe 

La lotta di classe corrisponde al conflitto tra la classe che tiene il potere economico e politico e quella che aspira conquistarlo.

Marx ritiene che il passaggio dalla società agricola feudale a quella industriale borghese, cioè quella attuale, sia stato determinato dalla secolare lotta condotta dalla borghesia contro l’aristocrazia feudale. Il momento culminante di questo conflitto è stato la rivoluzione francese. Secondo Karl Marx, la borghesia ha svolto una grande funzione storica. Infatti è grazie alla borghesia che si è sviluppata una società molto più articolata e ricca di quella feudale aristocratica.

Tuttavia, secondo Marx, anche la società borghese è destinata venire superata da una forma più evoluta di organizzazione sociale; la società borghese è destinata a venir superata da una forma più evoluta di organizzazione sociale a causa di un conflitto insanabile che la attraversa. 

Questo conflitto insanabile è quello che si crea tra la borghesia capitalistica, che è proprietaria dei mezzi di produzione e la classe operaia, che possiede solo la forza lavoro.

Mezzi di produzione

Cosa si intende per mezzi di produzione? Per mezzi di produzione, nel linguaggio marxista, si intendono:

  • i capitali,
  • le macchine,
  • i terreni,
  • ma anche le conoscenze tecniche che sono necessarie per rendere produttivi capitali, macchine e terreni.

Le contraddizioni del capitalismo

Come funziona il capitalismo?

Il capitalista ottiene il suo profitto attraverso lo sfruttamento del lavoro operaio. Infatti il capitalista paga sì il lavoro dell’operaio, ma ad un valore inferiore rispetto al valore reale di quello che egli produce con il suo lavoro.

Da questo nasce un plusvalore, cioè un valore aggiuntivo, che viene acquisito dal capitale, nel corso del processo di produzione. Accade così quindi che, mentre una piccola parte della società, la borghesia, si arricchisce sempre di più, ce n’è un’altra molto più ampia, cioè la classe popolare, la classe operaia, che viene mantenuta in condizioni molto vicine alla miseria.

Marx ritiene che l’operaio non solo diventa sempre più povero, ma il suo lavoro diventa sempre più alienante, perché il lavoro dell’operaio consiste nella ripetizione meccanica di operazioni ad una macchina.

Il termine alienazione deriva dal verbo alienare che significa cedere ad altri. In senso sociologico il termine alienazione è stato utilizzato nel significato di perdita di sé, a vantaggio di qualcosa o di qualcuno di esterno.  

L’operaio vive quindi una serie di svantaggi. Oltre alla miseria e all’alienazione, si trova in una condizione di subordinazione, in una condizione quindi di sofferenza non solo materiale, ma anche spirituale e morale.

Immagini tratte dal film “Tempi moderni” di Charlie Chaplin

Questo è il motivo per cui Marx ritiene che sia inevitabile che il conflitto tra il capitale e il lavoro, tra la borghesia e la classe operaia diventi sempre più profondo. È inevitabile che la spaccatura tra queste due classi sociali sia sempre più ampia.

Quanto più il sistema di produzione capitalistico si generalizza, espandendosi nella società e anche a livello internazionale, tanto più si ingrandisce la classe operaria. Il proletariato industriale quindi è destinato prima a crescere di dimensione, poi a unificarsi, a diventare sempre più forte. A quel punto diventa evidente la contraddizione tra la produzione della ricchezza, che è garantita dal lavoro del popolo e chi invece ne detiene i profitti, i capitalisti.

Marx ritiene che sia inevitabile l’esplosione di un conflitto. Infatti la classe operaia è destinata a diventare sempre più importante e potente in ogni nazione industriale. Questo porterà la classe operaia ad abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e a realizzare quindi una società senza classi.

Il sogno di Marx, questa società utopistica, prevede che sia definitivamente eliminato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’obiettivo ultimo che si pone Marx è quello di permettere ad ogni persona di raggiungere la felicità.

Il pensiero di Marx nel tempo

Il pensiero di Marx aperto un’ampia discussione. All’interno del movimento operaio socialista le teorie di Marx hanno animato il dibattito per molti decenni. Questo dibattito ha aperto una divisione tra due posizioni.

La prima è sostenuta da coloro che interpretano Marx in senso rivoluzionario; ritengono cioè che sia necessario che il proletariato faccia esplodere una rivoluzione, finalizzata a togliere, in maniera decisa, i mezzi di produzione alla classe borghese; dopo di questo è necessario iniziare la gestione proletaria dei mezzi di produzione.

L‘altra interpretazione considera il pensiero di Marx alla luce dei mutamenti economici e sociali e fornisce un’interpretazione in chiave riformista. L’obiettivo di questo secondo orientamento è quello di raggiungere gli obiettivi che si pone Karl Marx, non attraverso un movimento rivoluzionario, ma attraverso un movimento di riforme.

Domande 

  • Quali sono i tre orientamenti di pensiero che si sviluppano in seguito all’irrompere della questione sociale?
  • Che cosa differenzia le tre posizioni?
  • Chi è Karl Marx?
  • Illustra in breve i concetti fondamentali del pensiero di Karl Marx.
  • Quali due linee di pensiero di sviluppano dal pensiero di Marx?

Documento – Proletariato e lotta di classe


Nell’autunno del 1847, a Karl Marx e Friedrich Engels fu affidato l’incarico di stendere il testo programmatico per una federazione internazionale rivoluzionaria.

Nacque così il Manifesto del partito comunista, reso pubblico nel 1848 e destinato a diventare uno dei libri che maggiormente hanno segnato la storia del mondo contemporaneo: infatti le idee contenute hanno alimentato tutto lo sviluppo del successivo movimento operaio internazionale, fino a costituire il riferimento teorico e politico delle importanti rivoluzioni del Novecento, quella russa e quella cinese.

Qui presentiamo un brano relativo alla definizione del programma comunista.

Leggi il documento https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_03_03.html

Film

Tempi moderni è un film statunitense del 1936 scritto, diretto e interpretato da Charlie Chaplin.

Scene tratte da Tempi moderni

Fonti

  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html
  • M. Fossati, G. Luppi, E. Zanette, PARLARE DI STORIA, Pearson