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Imperialismo

Cosa significa imperialismo

Con la parola imperialismo si intende la costruzione da parte delle potenze europee di imperi coloniali estesi alla maggior parte del pianeta. Si tratta del fenomeno più caratteristico del periodo compreso tra il 1870 e il 1914: questo periodo è definito l’età dell’imperialismo.

Carattere specifico dell’imperialismo fu la conquista militare e politica finalizzata al dominio di intere regioni rilevanti per il loro interesse strategico o commerciale.

Le cause dell’imperialismo

Diversi studiosi hanno cercato di individuare le cause di tale fenomeno. Hobson, che era un liberale, ritiene l’imperialismo una distorsione del sistema capitalistico. Il sistema capitalistico si è trovato ad affrontare una crisi derivata dalla debolezza della domanda interna e quindi ha cercato nuovi mercati che fossero protetti dalla concorrenza.

Questa motivazione quindi è accentrata sull’aspetto economico.

Lenin, il leader della rivoluzione russa del 1917, ritiene che la guerra, nello specifico parla della Prima Guerra mondiale, sia la massima espressione del conflitto Inter imperialistico. Lenin infatti considera l’imperialismo come l’esito estremo della concorrenza economico politica internazionale e della conflittualità tra le potenze.

Ritiene inoltre che questa conflittualità sia la premessa per il crollo dello stesso sistema capitalistico. A posteriori sappiamo che la sua previsione non si è realizzata.

Il pensiero intorno all’imperialismo

La storiografia di ispirazione marxista dà un’interpretazione economica dell’imperialismo, fu contestata nei decenni successivi da studiosi di impostazione liberale a cominciare da Schumpeter.

Schumpeter

Egli legge l’imperialismo non come manifestazione di razionalità economica ma come una un’eredità dell’Antico regime, come un irrazionale e antieconomica tendenza al dominio sopravvissuta nelle caste militari e aristocratiche dell’Europa.

Molti studiosi nel secondo dopoguerra sostennero che l’imperialismo non aveva motivazioni economiche.

Fieldhouse

Per Fieldhouse l’imperialismo è interpretabile come manifestazione dei più tradizionali conflitti di potenza inter europei. Secondo questo studioso l’imperialismo non rappresenta una novità rispetto al colonialismo precedente ma piuttosto una sua intensificazione, dovuta sia a ragioni di potenza e di prestigio politico, che al sorgere, nelle periferie asiatiche e africane, di situazioni di instabilità: Questa instabilità preoccupava i governi locali che spingevano i governi europei a intervenire per ripristinare una situazione di equilibrio.

Questa tesi è detta dell’imperialismo periferico ed è molto discussa e discutibile. La tesi ha avuto comunque il merito di spostare l’attenzione da una prospettiva esclusivamente euro centrica a una più attenta alle realtà delle periferie coloniali.

Wehler

Un’altra tesi è quella dell’imperialismo sociale elaborata da Wehler, uno storico tedesco.

Egli, partendo dallo studio della Germania a cavallo tra Ottocento e Novecento, considera l’espansione coloniale di fine Ottocento come una risposta delle classi dirigenti alle tensioni sociali innescate dai processi di modernizzazione industriale.

Alla luce di questa interpretazione, l’imperialismo diventa un capitolo di quell’opera di integrazione delle masse nei valori dello stato-nazione e di acquisizione del consenso che impegnò le classi dirigenti europei in quell’epoca.

Le cause dell’imperialismo

Non possiamo trovare spiegazione di questo fenomeno in una causa sola.

Non basta dire che la causa è di tipo economico per cui l’imperialismo è motivato solo dalla ricerca di materie prime e di mercati in cui investire i capitali in eccesso.

Questo è sicuramente vero per alcune aree.

Un esempio particolarmente eclatante è quella dello sfruttamento delle popolazioni del Congo belga per l’utilizzo del caucciù. Questo fenomeno sarebbe incomprensibile al di fuori del boom dell’Industria dei pneumatici per biciclette e automobili.

Video Leopoldo II e il Congo Belga

https://www.youtube.com/watch?v=VgRxPQ11xec

Ma oltre al fattore economico che sicuramente è importante individuiamo altri due elementi.

La competizione strategica tra le potenze che portava ad occupare un territorio prima che qualcun altro lo facesse.

La volontà dei diversi governi di dirottare all’esterno il conflitto sociale ottenendo nello stesso momento consenso popolare è legata ai concetti di potenza e di grandezza nazionale.

Tutto questo si inserisce perfettamente nel quadro culturale in cui il nazionalismo dell’800 era diventato un’ideologia che non serviva più per emancipare una nazione ma per aggredire e sopraffare.

La cronologia e la geografia del colonialismo

L’imperialismo si inserisce nella secolare tendenza all’espansione coloniale che accompagna la storia d’Europa.

  • Il 1415 l’anno in cui il Portogallo conquista Ceuta un’isola nordafricana di fronte a Gibilterra.
  • Il 1935 è l’anno della brutale conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia fascista.

Possiamo considerare queste due date come la prima e l’ultima manifestazione del colonialismo. Questi cinque secoli vedono la progressiva affermazione del dominio europeo sul mondo.

In questo fenomeno di lunga durata possiamo riconoscere alcune scansioni temporali fondamentali sia in senso geografico territoriale che dal punto di vista degli Stati che ne furono i protagonisti.

La prima tappa si colloca nel Cinquecento, l’età della conquista dell’America Meridionale da parte delle potenze della penisola iberica.

La seconda si colloca invece alla metà del 700 quando l’espansione coloniale si sposta dall’America verso l’Asia Per iniziativa dell’Inghilterra e della Francia.

La fase successiva la troviamo nel secondo decennio dell’Ottocento che vede la conquista dell’Indipendenza da parte delle colonie dell’America Latina.

Dopo il 1830 possiamo considerare un colonialismo in ritirata perché la perdita di immensi imperi latino americani non regge il confronto con l’ancora parziale incerto dominio Europeo in Asia.

Ma il colonialismo gode ancora di ottima salute.

Infatti l’Ottocento non vede solo il dilagare in Asia in Oceania della Gran Bretagna ma vede anche la completa spartizione dell’Africa in seguito a una vera e propria gara a cui parteciparono le nuove potenze coloniali come la Germania il Belgio e l’Italia.

A conclusione di questo processo, alla vigilia della Prima Guerra mondiale, l’Europa colonizzatrice controllava circa il settanta per cento delle terre emerse del pianeta.

Belle époque

L’Europa tra la fine dell’800 e lo scoppio della grande guerra vive un periodo di grande fiducia nel futuro, pace e relativa prosperità. Nell’esplosione della nuova vita mondana circolano sotterranei dei conflitti nascosti che esploderanno della violenza della Grande Guerra. 

In questo periodo chiamato della Belle époque molte sono state le scoperte scientifiche. Ricordiamo che la seconda rivoluzione industriale ha trasformato la vita di tutte le popolazioni del mondo legato all’Europa. 

Imperialismo in Asia

L’Asia era un continente che ospitava civiltà millenarie raffinate con complesse organizzazioni sociali e politiche.

Era un autentico gigante demografico e una rilevante potenza economica.

Pensiamo che nel 1820 produceva il 60% della ricchezza mondiale, il doppio dell’Europa.

Assoggettare l’Asia a un dominio territoriale e controllarne le masse di popolazione era fuori dalle possibilità anche dei più intraprendenti colonizzatori dell’Europa preindustriale.

Per questo inglesi, francesi, portoghesi e olandesi si erano limitati a conquistare la supremazia sui mari e a controllare piccole aree costiere.

Avevano costituito delle basi commerciali che servivano per i loro traffici.

L’unica eccezione di questo periodo è il dominio instaurato sulle isole di Giava e di Sumatra da parte degli olandesi. Gli olandesi avevano imposto agli indigeni la coltivazione di pepe, caffè, zucchero, tabacco e avevano obbligato gli indigeni a una forma di lavoro molto simile a quelle della schiavitù.

Solo con la metà dell’800 l’Inghilterra iniziò un potente e capillare movimento di espansione coloniale nel cuore del continente.

Inglesi e francesi disponevano ormai delle risorse economiche e tecnologiche militari necessarie ad instaurare domini territoriali diretti, imponendosi spesso con la forza su governi locali dispotici ma indeboliti da lotte tra fazioni o clan.

Questo processo di espansione vide scendere in campo, verso la fine del secolo anche gli Stati Uniti.

Il processo di espansione fu guidato da obiettivi strategici sia di tipo economico che di tipo geopolitico.

La ricca area asiatica divenne teatro di primaria importanza nella competizione tra le potenze.

La dominazione inglese in India

A partire dalla metà del 700, dopo la vittoria della guerra dei sette anni contro i francesi – a cui rimasero solo un paio di scali commerciali – la penetrazione inglese in India era proseguita senza soste a partire dal Bengala, area che costituisce il nucleo originario dell’amministrazione civile assegnata, dal Gran Moghul di Delhi, alla East India Company, la Compagnia delle Indie Orientali.

Nel 1784 Londra istituì la carica di governatore generale dell’India. Tale carica fu ricoperta da un funzionario che aveva il compito di affiancare controllare, a nome della corona britannica, l’operato della compagnia. 

Formalmente l’India era governata dall’imperatore Moghul, ma nella realtà era frantumata in una miriade di piccoli e grandi regni territoriali. Fu giocando su questa frammentazione che la compagnia riuscì ad estendere il suo controllo su gran parte del territorio. Ne risultò una geografia politica “a macchia di leopardo” che intrecciava aree sotto il governo inglese con principati indiani formalmente indipendenti ma, di fatto, controllati da Londra.

A metà dell’800 la Gran Bretagna controllava interamente il subcontinente indiano.

Il subcontinente indiano contava circa 130 milioni di abitanti ed era la regione più popolosa del mondo dopo la Cina. Lo strumento con cui la Gran Bretagna esercitava questo dominio era La compagnia delle Indie orientali che governava la regione affiancata da un governatore generale nominato da Londra.

Tasse e concorrenza

Questa fase del dominio britannico in India fu contrassegnata da un pesante sfruttamento sia per le pesanti tasse che venivano imposte alle popolazioni indiane sia per la concorrenza che le merci inglesi più competitive e più agevolate dal sistema doganale facevano all’industria tessile e all’artigianato indiani.

I prodotti indiani erano gestiti con criteri tecniche tradizionali e quindi raggiungevano costi più elevati. La fiorente manifattura indiana risultò pressoché annientata dalla manifattura inglese.

Alla metà dell’800 l’India da esportatrice era diventata importatrice di tessuti di cotone e si limitava ormai solo a fornire materie prime cioè te e cotone grezzo.

Lo sfruttamento economico, la dipendenza politica, la volontà degli inglesi di europeizzare l’India, introducendo l’insegnamento dell’inglese e un’amministrazione della giustizia sul modello britannico, provocarono tensioni e rivolte.

La rivolta dei sepoys 

La più importante di queste rivolte vide come protagonisti i soldati indigeni al servizio dell’esercito britannico, i sepoys. Questi soldati indigeni al servizio degli inglesi, si ammutinarono nel 1857. 

Diedero vita ad una sanguinosa ribellione che durò più di un anno. La ribellione, che si estese a gran parte del territorio indiano, fu repressa a fatica dagli inglesi. Gli inglesi ebbero la meglio anche grazie all’aiuto determinante della nuova linea telegrafica che collegava Delhi a Calcutta. 

India coloniale

Da questa rivolta gli inglesi appresero la lezione. Impararono che bisognava ricercare l’appoggio delle classi dirigenti locali. Compresero che era necessario modificare lo sfruttamento dell’India inserendo l’India nel sistema economico e commerciale britannico; si resero conto anche che era necessario avviare una politica di sviluppo del paese.

Per questo motivo Londra assunse direttamente il governo della penisola. La compagnia delle Indie orientali fu sciolta; l’India diventò nel 1858 colonia della corona sotto il comando di un viceré.

Nel 1876 la regina Vittoria venne proclamata imperatrice dell’India. 

Al tempo stesso fu avviata una politica di modernizzazione che comportò la realizzazione di grandi opere pubbliche come le ferrovie. Venne istituito un sistema scolastico efficace che si poneva l’obiettivo di creare una classe dirigente di origine indiana ma formata secondo i criteri della cultura occidentale.

Furono costruiti dei college anglo indiani in cui si formava un ceto colto di imprenditori, di proprietari terrieri, di professionisti, di intellettuali. I giovani formati in tali istituti costituiranno, in seguito, il primo nucleo del movimento nazionalista indiano.

Nel 1885 nacque a Bombay il Partito Del Congresso Nazionale Indiano al cui interno si confrontarono due linee politiche:

  • una più moderata e occidentalista che premeva per ottenere, dagli inglesi, concessioni e forme di autogoverno locale. 
  • l’altra, che si rifaceva alle tradizioni religiose culturali dell’induismo messe in pericolo dall’occidentalizzazione del paese, iniziò invece a formulare l’obiettivo dell’Indipendenza.

Queste due linee di pensiero continueranno ad animare il dibattito nazionalista indiano nel lungo percorso che porterà il paese all’indipendenza avvenuta nel 1947 sotto la guida del Mahatma Gandhi.

Video sulla figura di Gandhi

https://www.facebook.com/watch/?v=758221441626592

L’impero cinese nell’Ottocento

L’impero cinese contava circa 430 milioni di abitanti ed era, alla metà dell’Ottocento, lo stato più grande e più popolato del mondo.

La Cina era la principale potenza asiatica. Per questo motivo non era possibile neppure pensare di assoggettare l’Impero cinese né dal punto di vista militare né da quello politico.

Ma era risultata anche molto difficile la via della penetrazione commerciale perché la dinastia Imperiale imponeva una severa politica di isolamento del paese e impediva quindi tutti i contatti con l’occidente, sia quelli commerciali che quelli culturali.

La Cina si limitava ad esportare il tè, il rabarbaro e le cineserie, cioè porcellane, oggetti laccati, che dal Settecento erano diventati molto di moda presso i ricchi europei. Un solo porto cinese era aperto: quello di Canton.

Era proprio questa chiusura verso l’esterno che costituiva la forza dell’impero cinese, ma, allo stesso tempo, ne costituiva anche la sua debolezza.

La Cina era un paese estremamente potente, ma era pietrificato, arroccato culturalmente nel mito di una presunta superiorità, rispetto all’occidente ritenuto barbaro.

L’Impero cinese era governato dall’autorità assoluta di un imperatore che si proclamava figlio del cielo, era gestito da una casta di funzionari, i mandarini, che erano molto gelosi dei loro privilegi ed erano refrattari a qualsiasi innovazione.

Ma il 90% della popolazione, che costituiva la sterminata massa dei contadini, viveva in condizioni miserabili; le popolazioni erano estremamente povere ed erano tormentate spesso da carestie e da inondazioni.

I “trattati ineguali”

Fu proprio su queste debolezze che fecero leva le potenze commerciali, in particolare la Gran Bretagna, che erano interessate a forzare il secolare isolamento di tale impero. L’Impero cinese era particolarmente appetibile per due motivi:

– costituiva un enorme mercato potenziale, 

– era la chiave fondamentale, la porta per entrare in Asia.

Le guerre dell’oppio

L’oppio è una sostanza stupefacente che deriva dal papavero coltivato in Medio Oriente e in India. L’oppio veniva contrabbandato in Cina dai mercanti inglesi attraverso il porto di Canton, l’unico porto aperto verso occidente. Si trattava di un commercio molto vantaggioso per chi lo gestiva ma decisamente malvisto dallo stato cinese. 

L’oppio infatti provocava effetti negativi su diversi livelli:

  • danneggiava l’integrità fisica delle popolazioni,
  • alimentava le mafie locali, 
  • provocava la fuoriuscita di moneta dal paese.

Tra il 1800 e il 1838 la quantità di oppio importata in Cina era passata da 120 a 2400 tonnellate. 

La prima guerra dell’oppio

La prima guerra dell’oppio scoppiò nel 1839 quando il governo cinese distrusse un grosso carico di oppio nel porto di Canton. La Gran Bretagna dichiarò che si trattava di una violazione dei diritti internazionali del commercio e invio cannoniere e soldati. La superiorità inglese fu evidente e nel 1842 gli inglesi costrinsero l’imperatore a sottoscrivere il trattato di pace a Nanchino. 

Con il trattato di Nanchino la Cina fu costretta:

  • a pagare una forte indennità in argento, 
  • a cedere Hong Kong alla Gran Bretagna,
  • ad aprire cinque porti al commercio occidentale, 
  • a limitare al 5% (una cifra molto bassa) i dazi di importazione sulle merci inglesi.

La seconda guerra dell’oppio

Nel 1856 il governo Imperiale, cercando di riacquistare prestigio, attaccò una nave inglese che stava nel porto di Canton. In quel momento prese il via la seconda guerra dell’oppio che si concluderà nel 1860 e nella quale la superiorità militare occidentale inglese inflisse alle truppe cinesi una bruciante sconfitta, costringendo il governo cinese ad accettare nuove imposizioni.

La sconfitta nelle guerre dell’oppio fu un vero e proprio trauma per la Cina e rappresentò l’inizio di un progressivo declino del potere Imperiale.

Questo declino si concretizzerà in una serie di trattati ineguali che garantivano a inglesi, francesi, russi, tedeschi e americani crescenti privilegi economici giuridici. 

Tali paese ottennero la possibilità: 

  • di circolare liberamente nel paese, 
  • di acquistare proprietà, 
  • di non pagare imposte, 
  • di esercitare i diritti privati su parti del territorio cinese, come porti, ferrovie, miniere, cioè le cosiddette concessioni.

Nel 1894-95 anche i giapponesi inflissero all’Impero cinese una severa sconfitta. 

Dopo questa sconfitta l’impero della Cina, che era ancora formalmente indipendente, era in realtà diviso in zone di influenza tra Gran Bretagna Russia Francia Germania e Giappone.

Le ferrovie, i commerci, le dogane, i porti franchi cioè porti esenti da dogane, quindi gran parte dell’economia cinese, erano nelle mani degli stranieri.

Non si arrivò ad una spartizione anche politica della Cina a causa delle rivalità tra i diversi pretendenti e grazie all’opposizione degli Stati Uniti che, nel 1899, imposero la cosiddetta politica della porta aperta.

Con questa politica si concedeva a tutti i paesi uguale diritto di commerciare con la Cina.

In questo modo invece che diventare la colonia di una sola potenza, la Cina diventò una sorta di semi colonia di tutte le altre potenze.

La fine dell’Impero cinese

Le ingerenze straniere e la perdita di sovranità del paese provocarono una protesta nazionalista contro gli occidentali che culminò con una sanguinosa rivolta, la rivolta dei boxers nel 1900, una rivolta organizzata dai membri di una società segreta xenofoba di ispirazione religiosa.

I boxers presero di mira le ferrovie, le missioni cristiane, che erano state ammesse in Cina grazie ai trattati ineguali, e anche le ambasciate di Pechino. Le ambasciate furono assediate fino a quando l’intervento militare delle potenze occidentali non soffocò la rivolta.

L’intervento militare inflisse al governo cinese una nuova pesante umiliazione.

L’azione dei boxers era ispirata dall’odio contro gli stranieri il nome delle tradizioni millenarie della società cinese ed era appoggiata dai settori più conservatori della corte imperiale.

In questo movimento si univano sia rifiuto delle ingerenze straniere che le ostilità verso il cambiamento.

Negli stessi anni andò crescendo un movimento di intellettuali e di borghesi, che provenivano dalle città e che erano stati educati nella cultura occidentale, che ritenevano invece necessaria la modernizzazione del paese e la democratizzazione della sua vita politica.

Questo movimento repubblicano riteneva che l’abbattimento della dinastia agonizzante fosse la premessa indispensabile per attuare un cambiamento radicale.

Il suo leader più prestigioso era il medico Sun Yat-senne aveva fondato il partito del Popolo. Il partito del Popolo aveva un programma politico molto avanzato ed era basato su tre punti:

  • autonomia nazionale, 
  • democrazia politica, 
  • uguaglianza sociale da realizzarsi attraverso la distribuzione delle terre ai contadini.

Nel 1912 venne proclamata la prima repubblica della Cina. 

Sull’ultimo imperatore della dinastia Manchu è stato fatto un film intitolato proprio L’ultimo imperatore.

Il Giappone di fronte all’occidente

Il Giappone nell’Ottocento era caratterizzato ancora da una struttura sociale e politica di tipo feudale. Il potere era detenuto dall’imperatore, una figura che aveva però un valore esclusivamente simbolico e religioso, ma era esercitata in realtà dallo shogun, che era un governatore militare.

Lo shogun comandava sui daimyo, i grandi feudatari, che traevano le loro ricchezze dello sfruttamento dei contadini i quali pagavano i loro tributi in riso. 

Alle dipendenze di questi feudatari stava la piccola nobiltà dei samurai, in origine erano guerrieri del signore ora ridotti al rango di funzionari e di amministratori stipendiati dal daimyo, il feudatario. 

Molti samurai avevano abbandonato i feudi e si erano recati in città dove avevano formato un ceto intellettuale.

In Giappone come in Cina c’erano anche i mercanti, che occupavano il livello più basso nella scala sociale. Tuttavia a differenza dalla Cina in Giappone si era sviluppato un centro di mercanti piuttosto potente che deteneva il controllo della moneta necessaria ai consumi dei ceti più ricchi. I feudatari riscuotevano ancora i tributi in riso.

Nel 1853 una squadra di cannonieri americani si è ancora nella baia giapponese di Uraga in accompagnamento alla richiesta del governo americano di avere libero accesso ai porti del sol Levante. 

Il governo giapponese accettò di sottoscrivere un trattato che apriva il paese ai commerci occidentali il Giappone che fino ad allora era stato chiuso, al mondo occidentale, in modo ancor più impenetrabile della Cina.

Questa apertura ebbe però delle conseguenze completamente diverse da quelle subite dalla Cina e costituì l’inizio, non di un declino, ma dell’avvio di un grande processo di sviluppo.

L’apertura verso occidente apri una grave crisi politica in Giappone culminò con l’abolizione dello shogunato ad opera dei daimyo e dei samurai.

Ma la classe dirigente giapponese seppe vedere in questo l’opportunità di riformare profondamente il paese. La classe dirigente giapponese comprese che il destino suo sarebbe stato segnato negativamente se non si fosse provveduto a svilupparlo in modo tale da renderlo capace di fronteggiare l’occidente.

Il perno di questa trasformazione fu la restituzione delle autorità alla figura dell’imperatore. Infatti nel 1867 ci fu l’ascesa al potere l’imperatore Mutsuhito. Con lui inizia un’epoca di governo illuminato. 

Mutsuhito, appoggiato da mercanti e intellettuali samurai realizzò un impressionante politica di riforme che trasformò completamente il volto della società giapponese.

Si ispirò al meglio della cultura e dell’organizzazione dei paesi occidentali più avanzati.

In campo giuridico e istituzionale venne proclamata: 

– l’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini, 

– l’abolizione del feudalesimo,

– la sostituzione dei governatori feudali a livello locale con funzionari pubblici,

– l’introduzione della scuola elementare obbligatoria,

– la formazione dei quadri superiori nelle università occidentali.

In campo economico venne favorita 

  • la modernizzazione attraverso la libera compravendita della terra  
  • l’industrializzazione del paese ad opera dello stato, 
  • la costruzione delle infrastrutture ferroviarie e di grandi fabbriche in alcuni settori strategici come la siderurgia i cantieri navali e le armi.

Grazie a questi provvedimenti il Giappone non solo evitò il destino della Cina, ma riuscì a trasformarsi in una potenza economica e militare di primo piano, in grado di aspirare alla conquista dell’egemonia nell’aria asiatica.

L’espansionismo degli Stati Uniti

L’Asia fu insieme all’America Latina uno dei teatri privilegiati dell’imperialismo statunitense, che mosse i suoi primi passi verso la fine dell’800.

Per tutto il secolo gli Stati Uniti erano stati impegnati nella colonizzazione interna, nel conflitto con gli indigeni, nello scontro tra stati del sud e stati del nord. Sul piano della politica estera questo aveva comportato un sostanziale isolazionismo, c’è la tendenza a non occuparsi degli affari internazionali se non quando questi incidevano direttamente sulle vicende del continente americano. Questo atteggiamento cambia gradualmente quando la crescita dell’economia americana mise in competizione gli Stati Uniti con le potenze europee.

L’espansionismo americano segui un modello originale. a differenza di quello europeo esso non mirò, in genere, al possesso diretto dei territori, quanto piuttosto alla penetrazione politica ed economica, come quella vista in Cina e in Giappone.

Gli Stati Uniti realizzarono anche interventi diretti di tipo militare come a Cuba e a Panama. Ma la grande forza espansiva del capitale americano si manifestò piuttosto nella cosiddetta diplomazia del dollaro, ovvero nell’uso della potenza economica per ottenere influenza politica: gli investimenti americani all’estero che ammontavano a 700 milioni di dollari nel 1897, raggiunsero i due miliardi e mezzo di dollari nel 1910

La penetrazione imperialistica in Asia, pur garantendo alle potenze occidentali l’egemonia economico-politica nell’area non fu totale. Più della metà del territorio asiatico non conobbe mai un dominio straniero diretto.

Scramble for Africa

blob:https://web.whatsapp.com/e14dd89a-85e8-4f41-851c-9f75f00ed98fL’Africa, all’inizio dell’Ottocento era per il 10% sotto il controllo europeo, ma alla vigilia della Prima Guerra mondiale era assoggettata per il 90%. Erano rimaste indipendenti solo la Liberia (uno stato dell’Africa occidentale fondato nel 1892 da una società filantropica americana per insediarvi gli ex schiavi neri liberati) e l’Etiopia che resistette come stato sovrano fino alla conquista fascista del 1935.

La rapidissima conquista coloniale dell’immenso continente africano viene solitamente indicata con l’espressione “scramble for Africa”. 

La parola scramble significa “strapazzare”, ma anche “corsa affannosa”. In questo senso quindi la parola scramble assume il significato di arrembaggio e sminuzzamento.

Tra i due concetti, espressi da questi due termini, si colloca la spartizione dell’Africa da parte delle potenze europee. Fino agli anni sessanta dell’Ottocento le presenze coloniali europee nel continente erano poche. Si trattava perlopiù di presìdi, piccoli porti, piccoli territori tenuti da olandesi, francesi, inglesi, portoghesi: ad esempio la colonia del Capo era stata assegnata agli inglesi dal congresso di Vienna.

L’Africa aveva interessato a lungo gli europei più come via di transito in direzione dell’Asia e come bacino per la tratta degli schiavi, che come obiettivo in sé.

Ricordiamo che la tratta degli schiavi era stata definitivamente soppressa nei primi dell’Ottocento. 

Il continente africano era per la maggior parte del territorio sconosciuto. il poco che si conosceva non era particolarmente appetibile: l’ambiente era ostile c’erano malattie tropicali e il territorio era popolato da selvaggi feroci e pagani.

Si trattava quindi di un territorio che poteva essere appetibile solo per esploratori coraggiosi e per missionari ferventi. E furono proprio questi a costituire le avanguardie della penetrazione coloniale in Africa che si dispiegò inarrestabile negli ultimi 30 anni del XIX secolo.

Perché in Africa?

Le motivazioni furono di ordini diversi.

  1. Economiche:

l’Europa era interessata all’oro e ai diamanti del Sudafrica, al caucciù e al rame del Congo, ma anche al controllo del canale di Suez.

  1. Ideologiche

gli europei erano intenzionati a civilizzare il continente nero.

  1. Geopolitiche:
  • i francesi volevano creare una continuità di dominio territoriale da est a ovest, dall’Algeria, conquistata nel 1830, al corno d’Africa; 
  • gli inglesi perseguivano lo stesso il progetto lungo l’asse sud-nord dalla colonia di popolamento intorno all’attuale Sudafrica fino all’Egitto assoggettato nel 1882; 
  • i belgi intendevano sfruttare a fondo l’area centrale intorno al fiume Congo, possesso personale del re Leopoldo II; 
  • i tedeschi non volevano rimanere tagliati fuori da questa divisione del bottino e puntavano quindi ad occupare tutti gli spazi liberi; 
  • gli italiani, con la conquista della Libia di parte del corno d’Africa, dell’Eritrea e della Somalia, sentivano di poter essere annoverati tra le grandi potenze internazionali.

Una folla di pretendenti, di vecchi colonizzatori, di nuovi arrivati che agiscono per ottenere il consenso delle rispettive opinioni pubbliche nazionali e per impedire un vantaggio dei rivali più che per ottenere un vantaggio proprio.

I caratteri del dominio coloniale in Africa

Prima dell’arrivo dei colonizzatori l’Africa non era vuota.

Questa sembra un’ovvietà ma non lo era per i colonizzatori che guardavano Il continente africano proprio come ad una terra vuota, e quindi disponibile poiché priva dei contrassegni di civiltà tipici della civiltà occidentale.

In realtà quello che non esisteva in Africa era un modello di stato come intendiamo noi, caratterizzato cioè da una sovranità centrale, esercitata attraverso istituzioni e burocrazie, entro confini ben delimitati.

Il panorama politico dell’Africa precoloniale comprendeva invece una miriade di entità territoriali, il riflesso di una elevata frammentazione etnica e tribale, che possiamo immaginare come una gradazione di variante tra due estremi.

Da un lato abbiamo stati che sono stati chiamati premoderni, cioè regni e principati caratterizzati da una forma di autorità centralizzata, dai confini incerti e mobili, spesso disposti uno dentro l’altro a macchia di leopardo.

Dall’altra parte abbiamo le cosiddette società senza stato, costruite su base tribale, in cui il potere si fonda essenzialmente su rapporti di rispetto e di deferenza verso l’anziano oppure verso il capo guerriero.

Su questa realtà complessa e multiforme gli europei calarono la griglia di una geografia politica che non rifletteva suddivisioni etniche storiche, ma rifletteva solo i limiti raggiunti dalla conquista di una determinata area.

Il risultato è quello che ancora oggi possiamo vedere sulla carta dell’Africa: una moltitudine di stati creati a tavolino, totalmente artificiali, senza alcun riguardo per i preesistenti radicamenti culturali, territoriali o etnici, che molto spesso venivano divisi e separati dai nuovi confini.

Gli stati africani di oggi non sono quindi il risultato di una lunga evoluzione storica, come quelli europei, ma di una rapida conquista e di una, altrettanto rapida, liberazione, cioè la decolonizzazione del continente africano, avvenuta negli anni sessanta e settanta del Novecento.

Conferenza di Berlino

Nel 1984 venne fatta la conferenza di Berlino, organizzata con la mediazione di Bismarck, per impedire che la gara coloniale in Africa desse luogo a scontri fra le potenze con costi e danni ben maggiori rispetto ai vantaggi che ciascuna potenza voleva perseguire.

La conferenza sancì il principio dell’occupazione di fatto, che obbligava le potenze coloniali a dichiarare ufficialmente l’acquisizione di nuovi territori sulla base di occupazioni effettivamente avvenute, per evitare discussioni create da spartizione operate sulla carta geografica. 

Si dava così il via ufficiale alla rapidissima gara di conquista: in poco più di 10 anni tutto era finito.

L’economia nelle colonie africane

Le colonie africane non furono colonie di popolamento come quelle dell’Australia dell’America Latina della Nuova Zelanda, caratterizzate dall’ insediamento stabile in massiccio di europei, ma furono colonie di sfruttamento. 

In Africa un gruppo di colonizzatori si stabiliva nel paese per garantire l’ordine e il controllo economico delle risorse locali. Solo in alcuni casi si ebbero forti investimenti del paese colonizzatore nella produzione e nelle infrastrutture. Più spesso nelle colonie si avviò la cosiddetta economia di tratta: la produzione rimaneva nelle mani degli indigeni che fornivano prodotti agricoli e minerari richiesti per l’esportazione. Gli europei, attraverso le grandi compagnie commerciali, monopolizzano sia i commerci di esportazione delle materie prime sia quelli di importazione dei manufatti. 

La conseguenza più rilevante grave di questa economia fu la tendenza alla specializzazione delle produzioni agricole, fino al caso estremo, ma purtroppo molto frequente, della monocultura in cui un territorio si specializzava in un solo prodotto. Questo tipo di agricoltura porta gli abitanti del luogo a perdere l’autosufficienza alimentare e a cadere in una posizione di totale dipendenza economica.

La violenza dei conquistatori

Le popolazioni indigene si trovarono di fronte alla scelta tra il negoziare e il combattere. Molte di loro scelsero la via del negoziato, consegnando il potere ai nuovi venuti, in seguito ad accordi più o meno vantaggiosi. 

In alcuni casi gli europei vennero utilizzati come alleati in guerre tribali, con analogo risultato. 

Ci furono però anche popoli che scelsero di combattere e di ribellarsi. Le ribellioni dei popoli africani diedero origine a vere e proprie azioni di sterminio.

D’altra parte gli europei disponevano di armi efficaci come la mitragliatrice, uno strumento che da solo riesce ad abbattere migliaia di guerrieri africani.

Domande 

  1. Che cosa fu l’imperialismo e in quale fase storia storica si colloca? 
  2. Quali furono le motivazioni dell’imperialismo? 
  3. Quali furono i principali teatri dell’imperialismo. 

Imperialismo in Asia

  1. Chi furono i protagonisti dell’espansione imperialista in Asia? 
  2. Come si caratterizzava la conquista coloniale in Asia prima della rivoluzione industriale? Per quale motivo?
  3. Quale fu l’unica eccezione di quel periodo storico?
  4. Come si sviluppò la dominazione inglese in India?
  5. Perché i prodotti inglesi fecero concorrenza a quelli indiani?
  6. Cosa fu la rivolta dei sepoys?
  7. Cosa comprese la Gran Bretagna dopo questa rivolta? Come agì quindi?
  8. Quali linee politiche animarono il dibattito politico in India?
  9. Come e perché gli inglesi modificarono il loro sistema di dominio nell’India dopo la metà dell’800? 

Cina

  1. Qual era la situazione della Cina precoloniale?
  2. Quale atteggiamento aveva l’Impero cinese nei confronti degli europei?
  3. Quali erano i suoi punti di forza e di debolezza?
  4. Cosa esportava la Cina?
  5. Chi governava in Cina?
  6. In quali condizioni viveva la maggior parte della popolazione?
  7. Quante furono le guerre dell’oppio?
  8. Per quali motivi il governo cinese è contrario al commercio di tale sostanza?
  9. Quali conseguenze ebbero sulla Cina?
  10. In cosa corrispondo i trattati ineguali?
  11. Quale potenza europea conquistò la Cina?
  12. Come fu che la Cina perse la propria indipendenza? 
  13. Quando e perché si giunse alla proclamazione della Repubblica in Cina? 

Giappone 

  1. Il Giappone ottocentesco aveva caratteri feudali: Che cosa consistevano? 
  2. Chi erano i mercanti e che ruolo sociale avevano?
  3. Cosa accade quando una squadra di cannonieri americani attracca nel porto di Uraga?
  4. Come reagisce il Giappone di fronte all’arrivo degli occidentali?
  5. Chi opera la trasformazione del Giappone?
  6. Quali le innovazioni in campo giuridico?
  7. Cosa accade in campo economico?
  8. Che cosa fu la riforma Meiji? 
  9. perché alla fine dell’Ottocento si avviò la conquista coloniale dell’Africa? Quali furono i principali Paesi colonizzatori dell’Africa? 
  10. Quale carattere ebbero le colonie europee in Africa?

Fonti 

  • Fossati, Luppi, Zanette, PARLARE DI STORIA, Pearson
  • www.wikipedia.org
  • www.treccani.it

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