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Giornata III – Decameron

3.9 – Giletta di Narbona

Narbona è una città della Francia meridionale. Giletta guarisce il re di Francia da una fistola. In cambio chiede di sposare Beltramo di Rossiglione. Il matrimonio viene celebrato ma lui, avendola sposata contro la sua volontà, se ne va sdegnato a Firenze per sdegno. Come farà lei a conquinstare l’uomo di cui è innamorata?

Nel regno di Francia era vissuto un gentiluomo, chiamato Isnardo, conte di Rossiglione.
Poiché era spesso malato, Isnardo aveva sempre con sé un medico, di nome Gerardo di Narbona.
Il conte aveva un figlioletto di nome Beltramo, bellissimo e simpatico.
Con lui erano stati allevati altri fanciulli della sua età, tra cui Giletta, figlia del medico.
La fanciulla si era innamorata di Beltramo fin da piccola.
Quando il conte morì, affidò suo figlio Beltramo al re.
Il ragazzo, quindi, si trasferì a Parigi con il re e la fanciulla ne fu molto addolorata.

Qualche anno dopo morì anche il padre di Giletta.
La bambina era ormai diventata una donna, ricca, sola e in età da marito.
Decise allora che sarebbe andata a Parigi per rivedere Beltramo, che non aveva potuto dimenticare.
Un giorno la ragazza venne a sapere che il re di Francia non stava bene.
Aveva avuto un tumore al petto, era stato curato male e gli era rimasta una fistola che gli dava grande fastidio e preoccupazione.
Tutti i medici consultati non avevano saputo guarirlo, anzi il re era peggiorato. Era molto preoccupato.

Giletta, che aveva imparato molto da suo padre medico, pensò di avere un valido motivo per andare a Parigi.
Pensò che sarebbe riuscita a curare il re e sognava ancora di  avere Beltramo, come marito.
Preparò quindi una polvere fatta con erbe medicamentose per curare la fistola, come le aveva insegnato suo padre.
Quindi montò a cavallo e se ne andò a Parigi.
Appena arrivata lì prima vide Beltramo, poi si recò dal re.
Gli chiese di mostrarle la ferita e il re, vedendola bella e giovane, l’accontentò.

Vista la fistola, la giovane garantì al sovrano che l’avrebbe guarito in otto giorni.
Il re però era incredulo: era impossibile che una giovane donna potesse riuscire dove avevano fallito i più valenti medici!
Giletta rispose che l’avrebbe guarito con l’aiuto di Dio e grazie alla scienza di suo padre, il famoso medico Gerardo narbonese.
La giovane aggiunse che, se fosse riuscita a mantenere la promessa di guarirlo in otto giorni, avrebbe chiesto in premio un marito.
Il re promise.

La giovane, che sapeva il fatto suo, cominciò la cura e, prima della scadenza, lo guarì.
Quando il re fu guarito, fu pronto a darle il meritato premio.
La fanciulla, non chiese di sposare un figlio del re o un giovane appartenente alla casa reale, ma volle diventar moglie di Beltramo di Rossiglione, che amava immensamente, fin da bambina.
Il re non poteva rifiutare.
Fece quindi chiamare Beltramo e gli chiese di sposare la donna che lo aveva salvato con le sue medicine.
Beltramo, pur ritenendola bella, non voleva sposarla perché non era nobile.
Però non poteva respingere la richiesta del suo re.

Alla presenza del sovrano, con una grande festa, Beltramo sposò, quindi, suo malgrado Giletta, la damigella che lo amava più di sé stessa.
Ma al termine della festa il giovane prese commiato dal re.
Disse che sarebbe tornato nelle sue terre e lì avrebbe consumato il matrimonio.
La verità era ben diversa.
Beltramo se ne andò in Toscana, dove divenne capitano di ventura e combatté per un lungo periodo al servizio dei fiorentini contro i senesi.

La novella sposa, infelice, se ne andò a Rossiglione, dove fu accolta, come signora, da tutti.
Lì, molto saggiamente si mise a riordinare tutti i possedimenti del marito che erano rimasti senza guida per molto tempo.
In questo modo si guadagnò l’amore e la stima dei suoi sudditi, che biasimavano il conte per la sua lontananza.
Dopo che la donna ebbe riordinato tutto il paese, mandò due cavalieri dal marito.
Gli fece riferire che se egli non ritornava nelle sue terre per colpa della moglie, lei, per compiacerlo, se ne sarebbe andata via.
Beltramo rispose, molto duramente.
Lei poteva fare come voleva, lui sarebbe ritornato a casa solo a due condizioni: se la moglie avesse portato al dito un suo anello, un anello che egli non si toglieva mai dal dito e se lei gli avesse dato un figlio.
I cavalieri, ritennero l’impresa impossibile; ritornarono quindi dalla dama e riferirono la risposta.
Ella a lungo meditò su come poter ottenere le due cose.
Quindi chiamò i migliori uomini delle sue terre, raccontò loro ciò che aveva fatto per amore del conte.
Comunicò loro quindi che, siccome non voleva che il marito vivesse in perpetuo esilio, lei se ne sarebbe andata e avrebbe passato il resto della sua vita in pellegrinaggio e in opere di misericordia, pregando per la salvezza della sua anima.
La donna pregò loro di prendere il governo delle terre e di avvisare il conte che la moglie se ne andava per sempre da Rossiglione e gli lasciava il possesso delle terre.
Quindi, indossati gli abiti da pellegrino, accompagnata da un suo cugino e una cameriera, senza dire a nessuno dove andava, si mise in cammino portando con sé denaro e gioielli.

La donna non si fermò finché non giunse a Firenze; lì alloggiò in un alberghetto, tenuto da una vedova.
La mattina seguente vide passare davanti all’albergo Beltramo a cavallo con la sua compagnia e domandò all’albergatrice chi fosse.
La vedova rispose che quello era il conte Beltramo, un gentiluomo molto amato in città.
Le disse anche che l’uomo era innamorato di una sua vicina, una donna gentile, ma povera.
La fanciulla era onestissima, non si maritava perché era povera e viveva con sua madre, una donna saggia e onesta.

La contessa, udite quelle parole, prese la sua decisione.
Si recò a casa della donna amata dal conte e chiese di parlare con la madre della ragazza. La donna fu subito disponibile ad ascoltarla.
Giletta le raccontò tutta la sua storia, dal primo innamoramento fino a quel giorno.
Quindi promise una ricca dote per figlia, se l’avesse aiutata.
La madre promise il suo aiuto.
La contessa disse allora alla donna:
“E’ necessario che mandiate a dire a mio marito, da una persona di fiducia, che vostra figlia è pronta ad accontentarlo, ma vuole, come prova d’amore, l’anello che porta al dito.
Se ve lo manda, lo darete a me.
Successivamente gli manderete a dire che vostra figlia è disposta a concedersi a lui, e qui, di nascosto, farete venire me.
Io mi metterò a fianco di mio marito, sperando che Dio mi faccia la grazia di farmi rimanere incinta.
Se ciò avviene, con l’anello al dito e il figlio suo in braccio, lo riconquisterò e vivrò, grazie a voi, come una moglie deve vivere con il marito”.
La buona donna, temeva che la cosa potesse danneggiare la figlia; però ritenne giusto aiutare la contessa a riavere suo marito, quindi promise di aiutarla.
Dopo pochi giorni, secondo quanto avevano concordato, la donna ricevette l’anello e lo consegnò a Giletta.
Quindi mise la legittima moglie a giacere con il conte, al posto di sua figlia.

Dopo i primi accoppiamenti, per grazia di Dio, la donna rimase gravida di due figli maschi.
Più volte la contessa si accoppiò con il conte: lui era sempre convinto di essersi unito non con la moglie ma con la donna di cui era innamorato.
Lui le regalava molti gioielli e la contessa li conservava.
Quando si accorse di essere incinta, Giletta decise di sospendere gli incontri e di dare alla donna i denari che le aveva promessi.

La madre, spinta dalla necessità, rossa per la vergogna, chiese cento lire per maritare la figlia.
La contessa, grata alla donna per l’aiuto, gliene donò cinquecento.
E le donò anche gioielli che valevano altrettanto.
Subito dopo madre e figlia se ne andarono in campagna presso alcuni parenti.
Frattanto, Beltramo, sapendo che la moglie se ne era andata, ritornò nelle sue terre.
La contessa rimase invece a Firenze dove partorì due figli maschi, che assomigliavano moltissimo al padre.

Quando furono un po’ cresciuti, la donna si mise in cammino e giunse a Montpellier, dove rimase per alcuni giorni.
Avendo saputo che il giorno di tutti i Santi il marito faceva una gran festa a Rossiglione, si travestì da pellegrina e vi andò.
Quando tutti erano riuniti per il pranzo, nella sala del palazzo, Giletta si gettò ai piedi del conte con i due figlioletti in braccio.
Lei, piangendo, disse:
“Signor mio, sono la tua sventurata sposa. Per farti tornare nella tua terra, me ne sono andata, miseramente, in giro per il mondo per lungo tempo.
Ora ti chiedo di rispettare le condizioni che mi ponesti tramite i due cavalieri che ti mandai. Ho nelle braccia, non uno, ma due figli tuoi ed ecco qui il tuo anello.
E’ tempo, dunque, che io debba essere ricevuta come tua moglie, secondo la tua promessa”.
Il conte, riconoscendo l’anello e i figli, che erano simili a lui, quasi svenne, chiedendosi come era potuto accadere.
La contessa, con grande meraviglia di tutti, raccontò come era andata.
Il gentiluomo, colpito dalla perseveranza e dal senno della donna, vedendo i due bei figlioletti, depose la sua ostinazione.
Accolse la donna tra le sue braccia, la riconobbe come legittima moglie e la fece rivestire con abiti adatti a lei, con grande gioia dei suoi vassalli.
Da quel giorno la trattò come sua sposa, la onorò, l’amò e la tenne sommamente cara.

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Giornata VI – Novella II Cisti fornaio

Decameron di Giovanni Boccaccio

Durante il pontificato di papa Bonifacio VIII il papa mandò a Firenze alcuni suoi nobili ambasciatori per concludere degli affari. Siccome il papa stimava particolarmente messer Geri Spina, li inviò a casa sua. 
Durate la loro permanenza in casa di messer Geri, quasi ogni mattina, mentre parlavano dei loro affari, tutti insieme passavano davanti alla chiesa di Santa Maria Ughi, dove Cisti fornaio aveva il suo forno e dove esercitava personalmente la sua arte.
Egli la esercitava così bene che, sebbene la fortuna gli avesse dato un’arte così umile, era comunque diventato ricchissimo e, non volendo abbandonare il suo mestiere per nessun altro, viveva splendidamente, anche grazie al fatto che aveva anche i migliori vini che si potevano trovare in Firenze e nel contado.
Cisti vedeva passare ogni mattina davanti alla sua porta messer Geri e gli ambasciatori del papa.
Poiché faceva molto caldo, Cisti pensò che sarebbe stata cosa molto cortese dar loro da bere un buon bicchiere del suo vino bianco.
Ma considerando quanto fosse umile la sua condizione rispetto a quella di messer Geri, non osò invitarlo. Pensò però di fare in modo che il gentiluomo si invitasse da sé stesso.
Geri aveva sempre indosso un gilè bianchissimo e un grembiule sempre fresco di bucato, che lo facevano sembrare più un mugnaio che un fornaio. Egli, ogni mattina, più o meno all’ora in cui erano soliti passare messer Geri e gli ambasciatori, si poneva davanti alla sua porta.
Si faceva portare lì un secchio nuovo, pieno di acqua fresca, una piccola brocca, realizzata a Bologna, piena di buon vino bianco e due bicchieri che parevano d’argento, tanto erano lucidi.


Dopo essersi messo a sedere, quando essi passavano, cominciava a bere il suo vino, con tanto gusto che avrebbe fatto venir voglia di bere anche ai morti.
Avendo messer Geri visto questa scena per due mattine di seguito, alla terza chiese al fornaio:
–  Cosa state bevendo? È buono?
Cisti si alzò immediatamente in piedi e rispose:
–  Messere è buonissimo, ma non vi posso far capire quanto è buono, se voi non lo assaggiate.
Messer Geri, che aveva una gran sete, per la calura e per il desiderio di assaggiare il vino che Cisti beveva con tanto gusto, si rivolse agli ambasciatori e disse:

–  Signori, è bene che noi assaggiamo il vino che ci offre questo uomo di valore, questo vino dev’essere così buono che noi non ci pentiremo di averlo assaggiato.
Assieme agli ambasciatori messer Geri andò verso Cisti.
Egli, fatta portare fuori dal forno una bella panca, li pregò che si sedessero.
Poi disse ai suoi servitori che si erano avvicinati:
–  Tiratevi indietro e lasciate che sia io a servire questi ospiti. Infatti io so mescere il vino non meno bene di quanto io sappia fare il pane! E non pensate di assaggiare di questo vino prelibato! —
Così detto, dopo aver lavato egli stesso quattro bicchieri, si fece portare una piccola brocca di buon vino e lo versò da bere a messer Geri e ai compagni.

A tutta la compagnia il vino sembrò il migliore di quello che avevano bevuto da lungo tempo e, finché gli ambasciatori si trattennero in Firenze, ogni mattina messer Geri andò a berlo, insieme a loro.
Quando gli ambasciatori ebbero concluso i loro affari, prima che partissero, messer Geri fece un magnifico banchetto al quale invitò tutti i cittadini più onorevoli di Firenze e a cui invitò anche Cisti. Ma lui non volle assolutamente andarci.
Messer Geri ordinò, allora, ad un suo servo di andare da Cisti con un fiasco, per farsi dare un po’ di quel vino, per poter servire mezzo bicchiere ad ogni convitato, prima del pranzo.

Il servitore, forse sdegnato perché nei giorni precedenti non aveva potuto assaggiare il vino, prese un fiasco molto grande.
Appena Cisti lo vide disse:
– Figliolo, sicuramente messer Geri non ti manda da me.
Più volte il servitore ribadì che era stato inviato proprio da messer Geri, ma non ricevette da Cisti altra risposta.
A quel punto il servitore tornò da messer Geri e riferì quanto aveva detto il fornaio.

Sentita la risposta messer Geri inviò di nuovo il servitore da Cisti e disse:
–  Torna da lui e se egli ti risponde ancora così, chiedigli a chi io ti sto mandando.
Il servitore tornò dal fornaio e disse:
–  Cisti, è certo che messer Geri mi ha mandato da te.
Cisti guardò il servitore e rispose:
–  Sicuramente messer Geri non ti manda da me.
–  Dunque? rispose il servitore – a chi mi manda?
Rispose Cisti:
–  Messer Geri Spina ti manda all’Arno.

Quando il servitore ebbe riportato la risposta al suo padrone, a messer Geri si aprirono gli occhi dell’intelletto, capì e disse al servitore:
–  Lasciami vedere che fiasco tu hai portato con te!
E dopo aver visto il fiasco disse:
–  Ah Cisti dice il vero! Quello non è un fiasco per il buon vino!
Messer Geri quindi prima sgridò il servitore imbroglione, poi lo inviò nuovamente da Cisti, dopo aver controllato che portasse con sé un fiasco adeguato.
Quando Cisti vide il fiasco disse:
–  Ah, adesso sono certo che il tuo padrone ti volesse mandare proprio da me!
E glielo riempì con gioia.

Poi, lo stesso giorno, fece riempire una botte dello stesso vino e la inviò a casa di messer Geri. Quindi lo andò a trovare e gli disse:
–  Messere, Io non vorrei che voi credeste che il grande fiasco di stamattina mi abbia spaventato. Ma mi era sembrato che vi foste dimenticato che questo non è un vino da tutti i giorni, un vino comune. Ho rifiutato di riempivi quel grande fiasco per questo. Ma io sono onorato di potervi donare il mio vino, quindi ve l’ho fatto imbottigliare tutto. Fatene quello che vi piace.
Messer Geri ricevette con grande piacere questo dono da parte di Cisti, lo ringraziò moltissimo e da quel momento Messer Geri considerò sempre il fornaio Cisti come suo amico.
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Giornata II

Novella 4 Landolfo Rufolo

In questa novella si narra la vicenda di Landolfo Rufolo, mercante caduto in povertà, che prima diventa corsaro, poi viene catturato dai genovesi, quindi naufraga ancora ma si salva miracolosamente appoggiandosi ad una cassa. Ma le sorprese non sono finite …

La storia è ambientata nel litorale che va da Reggio Calabria a Gaeta.
Lungo di esso, nei pressi di Salerno, vi è la costiera amalfitana, che si affaccia sul mare, piena di piccole città, di giardini, di fontane e di uomini ricchi che vivevano di commerci.
Tra queste cittadine, ve ne era una, chiamata Ravello, dove abitava un uomo di nome Landolfo Rufolo che era ricchissimo.
Ma egli voleva raddoppiare la sua ricchezza e, per fare questo, corse il rischio di perdere la vita, insieme con le ricchezze.
Come era usanza dei mercanti, Landolfo fece i suoi conti, comprò una grandissima nave, la caricò di molte mercanzie, tutte comprate con i suoi soldi, la caricò anche di donne e partì per Cipro.
Ma quando fu arrivato lì, trovò molti altri mercanti, che provenivano da tutte le parti del mondo e che, come lui avevano molte merci da commerciare.
Landolfo Rufolo dovette quindi svendere le sue mercanzie, cedendole quasi per niente e, per questo, andò in rovina.
 Il mercante impoverito pensò quindi di avere solo due possibilità davanti a lui: morire o andare a rubare.
Dopo averci pensato un attimo si decise per la seconda opzione.
Cercò così un compratore a cui vendere la sua grande nave.
Con i soldi ottenuti, comprò una piccola nave da corsaro, agile e snella.
La armò in maniera adeguata e si diede alla vita di corsaro, derubando soprattutto i turchi.
In questa attività fu molto aiutato dalla fortuna, molto più di quanto lo avesse favorito nella sua attività precedente.
Dopo circa un anno aveva rubato e catturato tante navi ai turchi, che non solo aveva recuperato tutte le ricchezze perdute facendo il mercante, ma le aveva raddoppiate completamente.
Reso prudente dalla prima perdita e, misurando bene le sue sostanze, per evitare un secondo dissesto finanziario, decise che quello che aveva, gli doveva bastare.
Decise quindi di ritornarsene a casa.
Non voleva più investire i suoi denari in altre avventure.
Si imbarcò quindi sulla sua navicella, grazie alla quale aveva recuperato le sue ricchezze e riprese la via di casa.
Landolfo era già arrivato nell’Arcipelago Egeo, nelle isole del mar della Grecia, quando, una sera, si alzò un forte vento di scirocco, che, non solo gli impediva di navigare, ma rendeva così agitato il mare che la sua piccola nave non avrebbe potuto sopportarlo.
Si rifugiò, allora, in una insenatura del mare protetta da un’isoletta, decidendo di aspettare lì, il momento più propizio per riprendere il viaggio.
In questa insenatura, poco distante da lui, arrivarono anche due cocche, due navi da trasporto genovesi, che venivano da Costantinopoli.
Anche queste due imbarcazioni erano arrivate lì a fatica, per ripararsi dal vento, come aveva fatto Landolfo.
I naviganti di queste navi erano ladri molto avidi di denaro.
Vista la piccola nave bloccata nel porticciolo, udendo a chi apparteneva e sapendo, per fama, che il proprietario era ricchissimo, decisero di appropriarsi di essa.
Un gruppo di questi, armati di balestre ed altre armi, circondarono la navicella, in modo che nessuno potesse scendere, se non voleva essere colpito dalle frecce delle balestre.
Un altro gruppo di uomini armati, trasportato dalle scialuppe e aiutato dal mare, si accostò alla barchetta.
I ladri in breve tempo si appropriarono della piccola imbarcazione di Landolfo Rufolo e imprigionarono tutta la ciurma, senza colpo ferire.
Fecero salire Landolfo, vestito solo con il gilè, su una delle loro cocche, sfondarono la navicella e la affondarono.
Il giorno dopo, mutatosi il vento, le cocche fecero vela verso ponente e viaggiarono per tutta la giornata favorevolmente.
Sul far della sera però il vento cambiò, diventò fortissimo e gonfiando oltremodo il mare, divise le due navi.
La nave su cui si trovava il misero Landolfo fu sbattuta con grande violenza in una secca sull’isola di Cefalonia e, come un vetro che sbatteva contro un muro, si aprì tutta e si sgretolò.
Gli sventurati che si trovavano sulla cocca, come accade in questi casi, essendo già il mare pieno di mercanzie, di casse e di tavole, in una notte nerissima, con un mare agitatissimo, nuotando al meglio che potevano iniziarono ad aggrapparsi alle cose che, per loro fortuna, si trovavano davanti a loro.
Tra questi anche il povero Landolfo, che in altri momenti aveva più volte invocato la morte preferendo morire piuttosto che ritornare povero e malandato a casa, quando si vide la morte vicina, ne ebbe paura.
Così anche lui, come tutti gli altri, si aggrappò ad una tavola, ringraziando Dio che gliel’aveva mandata, per impedire che affogasse.
A cavallo di quella, come meglio poteva, spinto di qua e di là, si mantenne fino all’alba.
Guardandosi intorno, non vedeva altro che nuvole e mare ed una cassa che, con sua grande paura, gli si avvicinò, sospinta dalle onde.
Temendo che la cassa, avvicinandosi, lo potesse colpire, nonostante avesse poca forza, con la mano la allontanava.
Ma, sospinta da un improvviso colpo di vento, la tavola urtò la cassa, gettando il giovane in mare.
Landolfo allora finì sott’acqua e quando riemerse, non trovò più la sua tavola. Allora si appoggiò col petto al coperchio della cassa che gli era abbastanza vicina e cercava di tenerla dritta come meglio poteva.
In questo modo, senza mangiare ma bevendo acqua di mare molto più di quanto avrebbe voluto, senza sapere dove fosse e vedendo nient’altro che mare attorno a sè, trascorse tutto quel giorno e la notte seguente.
Il giorno dopo, come piacque a Dio e al vento, si sentiva quasi una spugna, attaccato com’era, con forza, ai bordi della cassa.
La fortuna volle che egli arrivasse alla spiaggia dell’isola di Corfù.
Qui c’era una povera donna che lavava i piatti con l’acqua salata e la sabbia.
Appena la donna vide qualcosa che si avvicinava, cominciò a gridare spaventata.
Ma lo sventurato non poteva parlare e vedeva poco, per cui non disse niente; man mano che si avvicinava, la donna riconobbe la cassa e, vedendo le braccia e la faccia dell’uomo, capì quello che era successo.
La donna ebbe compassione del naufrago e, entrata un po’ nel mare, che intanto, si era calmato, lo afferrò per i capelli e lo tirò a terra con tutta la cassa.
Diede quindi la cassa alla figlioletta che era con lei e lo portò al villaggio.
Lo portò a casa sua, gli fece un bel bagno caldo, come si fa ad un bambino, e, tanto lo massaggiò e lo lavò, che, ben presto, il naufrago ritrovò il calore e le forze perdute.
La donna lo trattò con grande cura, rifocillandolo con buon vino e dolciumi, e lo tenne in casa per alcuni giorni, fino a quando, recuperate le forze, Landolfo ricordò chi era e chiese dove si trovava.
La brava donna gli consegnò allora la cassa che ella aveva salvata dalle onde, insieme con lui, e gli disse che ormai poteva andare per la sua strada.
Il giovane, che non se ne ricordava per niente, prese la cassa, pensando che potesse valere qualcosa, ma visto che pesava poco, non ebbe molte speranze.
Attese di aprirla quando la donna non fosse stata in casa.
Quando la aprì trovò in essa un vero tesoro: vi erano molte pietre preziose, alcune montate su gioielli, altre sciolte: lui era un esperto di preziosi e comprese subito il valore di quelle pietre. 
In quel momento Landolfo provò un grande conforto e lodò molto Dio che non lo aveva voluto abbandonare.
Consapevole che per ben due volte in poco tempo la fortuna gli aveva girato le spalle, decise di agire con molta prudenza.
Pensò a come riuscire a portarsi a casa quei tesori.
Avvolte le pietre in alcuni stracci, come meglio poté, disse alla buona donna che non aveva più bisogno della cassa e che gliela donava in cambio di un sacco, se era possibile.
La donna lo accontentò volentieri.
Egli la ringraziò caldamente e messosi il sacco in spalla, partì.
Salito su una nave, arrivò a Brindisi e, di porto in porto, giunse fino a Trani, dove incontrò alcuni suoi concittadini, che commerciavano in stoffe, ai quali raccontò le sue vicissitudini, ma, prudentemente, non accennò alla cassa.
Costoro lo rivestirono, gli prestarono un cavallo e lo rimandarono a Ravello, dove diceva di voler tornare.
Giunto finalmente nel suo paese, si sentì al sicuro e ringraziò Iddio.
Quindi aprì il sacchetto e guardò, con più attenzione, le pietre che vi erano contenute.
Si rese conto che erano straordinariamente belle e preziose, sopra ogni sua aspettativa.
Calcolò che, vendendole anche a un prezzo inferiore al loro valore, sarebbe diventato ricco il doppio di quando era partito.
Vendute le pietre, mandò a Corfù una buona quantità di denaro alla donna che lo aveva salvato dalle acque del mare e lo stesso fece per coloro che a Trani lo avevano aiutato.
Si tenne il resto e, senza voler più fare il mercante, visse onorevolmente fino alla fine.

Novella 5 – Andreuccio da Perugia

Narra Fiammetta.

Andreuccio da Perugia, inesperto commerciante, andò a Napoli a comprar cavalli. Lì incappò in tre gravi incidenti, riuscì a scampare a tutti e tre e a tornare a casa con un preziosissimo rubino.

Viveva a Perugia un giovane chiamato Andreuccio di Pietro che commerciava in cavalli.
Un giorno venne a sapere che a Napoli si vendevano degli ottimi cavalli. Decise così di partire da Perugia con altri mercanti e portò con sé 500 fiorini d’oro nella borsa.
Era la prima volta che usciva dalla sua città.
Giunse a Napoli una domenica sera, dopo il vespro. Venne a sapere dall’albergatore che l’indomani, a piazza Mercato, ci sarebbe stata la vendita dei cavalli.
Al mercato vide esemplari molto belli, che gli piacquero e iniziò le trattative. Per mostrare che era in grado di pagare, Andreuccio, da persona poco esperta, più volte, mostrò a destra e a manca, ad altri mercanti la borsa piena di fiorini che aveva con sé.
Mentre discuteva con un mercante, passò di lì una bellissima giovane siciliana.
Si trattava di una donna molto scaltra che per poco denaro era disposta a compiacere a qualsiasi uomo.
Lei, senza essere vista, adocchiò la borsa e pensò:
“Chi starebbe meglio di me se quei denari fossero miei?”
Era con lei una vecchia anch’essa siciliana, la quale, non appena vide Andreuccio, lasciò andare la giovane donna, corse incontro ad Andreuccio e lo abbracciò affettuosamente.
La giovane notò tutto ma rimase in silenzio.
Andreuccio fece una gran festa a questa donna e la invitò al suo albergo; quindi se ne tornò a mercanteggiare; ma quella mattina non comperò nulla. 
La ragazza che aveva seguito tutta la scena, pensando ad un piano per impadronirsi del denaro, si avvicinò alla vecchia e, cautamente, cominciò a prendere informazioni sul giovane, chi fosse, da dove venisse, che cosa facesse a Napoli e come lo avesse conosciuto.
La vecchia raccontò molte cose di Andreuccio; spiegò che era stata a lungo in Sicilia col padre di lui e che poi aveva vissuto a Perugia.
Le raccontò anche da dove venisse il giovane e per quale motivo fosse arrivato a Napoli.
La giovane, informata sia delle parentele del giovane che dei nomi dei parenti suoi, fece un piano per realizzare il suo malizioso progetto. 
Innanzitutto tornò a casa e diede tanto da fare alla vecchia, la occupò per l’intera giornata, affinché non riuscisse ad andare a trovare il mercante.
Chiamò poi una servetta molto sveglia, che lei aveva educato, e la mandò all’albergo dove Andreuccio risiedeva.
Quando lui rientrò in albergo trovò sulla porta la servetta che chiedeva di conferire con Andreuccio da Perugia.
Il giovane rispose di essere egli stesso Andreuccio.
La ragazza disse allora che una gentildonna di Perugia avrebbe volentieri parlato con lui.
Il giovane, lusingato dall’invito, si guardò allo specchio.
Ritendo di essere un bel ragazzo, pensò che la donna si fosse innamorata di lui, come se a Napoli non ci fossero bei ragazzi.
Andreuccio chiese quando sarebbe dovuto andare da lei.
Quando più vi piaccia, messere – rispose la fanciulla – ella vi attende a casa sua.”
Il giovane, senza dir nulla in albergo disse alla ragazza:
Vai, che ti seguo!”
La servetta condusse il giovane alla casa della donna, la quale abitava in una contrada chiamata “Malpertugio”, e quanto questa sia una contrada malfamata, lo indica già il nome. 
Ma il giovane, non sospettando nulla, lo ritenne un posto tranquillo e entrò nella casa della donna.
Appena arrivati alla casa, la fanciulla gridò:
Ecco Andreuccio”.
La donna era sulla scala ad aspettarlo, era giovane, alta, con un viso bellissimo, con abiti molto eleganti.
Lei gli corse incontro scendendo le scale, con le braccia aperte.
Gli mise le braccia al collo e rimase un po’ senza parlare come se fosse impedita dalla commozione; quindi, piangendo, gli baciò la fronte e, con voce rotta dall’emozione, disse:
Andreuccio mio, tu sei il benvenuto!”
Egli, molto sorpreso per la tenera accoglienza rispose:
Ben trovata a Voi Madonna!”
La donna gli prese la mano e lo condusse prima in sala e poi nella sua camera, piena di fiori, profumata, con un letto di lusso, molti abiti e ricchi arredi.
Per quello che vide il giovane ingenuo credette di trovarsi alla presenza di una gran dama.
Lei, postasi a sedere su una cassa, vicino al letto, tra lacrime e carezze cominciò a parlare.
“Andreuccio caro, io sono sicura che tu sia stupito delle carezze che io ti faccio.
Capisco il tuo stupore perché non mi conosci e probabilmente non hai mai sentito parlare di me.
Ma adesso sentirai una cosa che ti farà forse meravigliare di più: Io sono tua sorella.
Poiché Dio mi ha fatto la grazia di poter vedere uno dei miei fratelli prima di morire, per quanto io desideri di vedervi tutti, io ora potrei morire consolata.
E se tu forse non hai mai udito questo Io te lo dico ora.
Pietro, mio e tuo padre, come penso che tu sappia, ha vissuto a lungo a Palermo.
Per la sua bontà e per la sua gentilezza è stato amato molto da tutti quelli che lo hanno conosciuto.
Ma tra le persone che lo amarono molto ci fu mia madre, una gentildonna vedova che lo amò più di tutti. Pensa che lei non si preoccupò neppure di quello che avrebbe potuto dire suo padre, né dei suoi fratelli, né del suo onore: io nacqui dal loro amore.
Come puoi vedere io sono qui.
Poi Pietro tuo padre fu costretto a partire da Palermo e tornare a Perugia.
Lui mi lasciò che ero ancora una fanciulla assieme a mia madre e, per quel che ne so, lui non si ricordò più né di me, né di lei.
Purtroppo se non fosse stato mio padre, sarei arrabbiata per l’ingratitudine che lui ha mostrato a mia madre, senza pensare all’amore che avrebbe dovuto dare anche a me, che ero sua figlia.
Ma non è il caso di pensare alle cose del passato; è andata così!
Lui mi lasciò fanciulla a Palermo dove crebbi assieme a mia madre.
Lei era una donna molto ricca e mi diede in moglie a un gentiluomo di Agrigento che, per amore di me e di mia madre tornò a stare a Palermo.
Egli era guelfo, cominciò a trattare con il re di Napoli Carlo d’Angiò.
Questo venne alle orecchie di Federico, re di Sicilia e noi fummo costretti a fuggire in fretta dalla Sicilia.
Io ero una bravissima cavallerizza, prendemmo poche delle cose che avevamo e fuggimmo a Napoli.
Qui re Carlo ci accolse e ci donò dei beni, ricchezze e proprietà, dal momento che, a causa della fedeltà nei suoi confronti, avevamo dovuto lasciare i nostri in Sicilia.
E il re continua tuttora a dare ricchezze a mio marito e vostro cognato.
Ecco tu mi vedi qui, come ha voluto Iddio.”
Detto questo lo abbracciò di nuovo e gli baciò la fronte.
 Andreuccio, dopo aver sentito questa storia raccontata da lei in modo molto sicuro e deciso, sapendo che suo padre era stato davvero a Palermo per diverso tempo, consapevole del fatto che i giovani cedono volentieri le passioni durante la giovinezza, e vedendo le tenere lacrime e gli onesti baci di questa donna, credette a tutte le parole di lei.
E quando lei tacque, le rispose:
“Mia signora non stupitevi del mio stupore.
Non stupitevi del fatto che mio padre non mi abbia parlato né di vostra madre, né di voi.
Magari ne ha anche parlato, ma io non ne sapevo nulla.
Io non sapevo niente di voi nè di vostra madre.
E per questo mi rende particolarmente felice scoprire di avere una sorella, anche perché io sono solo e non speravo in una così bella notizia.
Inoltre io non conosco nessun uomo così ricco al quale voi non dovreste essere cara; figuratevi quanto questa notizia possa fare piacere a me, che sono un piccolo mercante.
Ma ditemi una cosa: come avete saputo che io ero arrivato qui?”
La donna rispose prontamente:
Me lo disse questa mattina una donna che è molto spesso con me e che era stata per lungo tempo con nostro padre sia a Palermo che a Perugia.
E se non mi fosse sembrato più opportuno che tu venissi da me in casa mia, piuttosto che io venire da te in una casa che non era la tua, sarei venuta subito da te”.
Dopo aver detto queste parole, lei cominciò a chiedere informazioni di tutti i suoi parenti, chiamandoli per nome.
Andreuccio rispose a tutte le domande sempre più convinto che la donna avesse detto la verità.
I due rimasero a chiacchiere per molto tempo, e poi lei fece portare qualcosa da mangiare e da bere.
Dal momento che si era fatto tardi Andreuccio fece per andarsene dicendo che era ora di cena, ma lei lo trattenne, lo abbracciò e disse:
Ah povera me, è evidente che io ti sono poco cara.
Adesso che hai scoperto di avere una sorella che non avevi mai conosciuto, te ne vuoi andare a cenare in albergo?
Io vorrei che tu cenassi con me, e anche se mio marito questa sera non c’è, il che mi dispiace molto, ti garantisco che comunque io ti saprò fare onore”.
A queste parole Andreuccio rispose:
“Voi mi siete molto cara come sorella, ma se io non vado in albergo sarò aspettato tutta la sera e questa mi sembra una villania”.
A quel punto lei rispose:
“Figurati se io non ho in casa un giovane da mandare al tuo albergo a dire che ti fermi qui da me.
Tu faresti davvero una gran bella cosa se volessi invitare a cena a casa mia anche i tuoi compagni di viaggio.
Poi potreste andare via assieme”.
Il giovane rispose che non gli interessava stare a cena con i suoi compagni e che sarebbe rimasto, come lei voleva.
La donna finse allora di mandare a dire all’albergo che lui si tratteneva fuori.
Poi cenarono assieme e chiacchierarono, furono serviti di vivande molto gustose e la cena durò fino a notte fonda.
Quando si furono alzati da tavola e Andreuccio fece per partire, lei disse che non era opportuno girare da soli di notte a Napoli, soprattutto per un forestiero.
Aggiunse che aveva mandato a dire tramite il garzone che Andreuccio non sarebbe rientrato in albergo né per cenare né per dormire.
Il giovane credette alle parole della donna e non immaginò, neanche per un attimo, di essere stato ingannato.
Quindi rimase a casa della donna.
Continuarono a chiacchierare ancora e solo a notte fonda lei lasciò Andreuccio a dormire nella sua camera.
Fece rimanere anche un ragazzino a dormire nella stanza: a lui avrebbe potuto chiedere qualsiasi cosa.
Quindi si ritirò nell’altra stanza con la servitù.
Quella notte era molto caldo, per questo Andreuccio si spogliò e pose i vestiti al capo del letto.
Dovendo andare in bagno, chiese al ragazzo dove si trovava il gabinetto.
Il fanciullo gli mostrò una porta in un angolo della stanza.
Andreuccio entrò con passo sicuro.
Il bagno era costituito da due assi, dove sedeva la gente che doveva defecare, assi sospese sopra un buco profondo.
L’asse sopra cui Andreuccio si pose però era stata manomessa, staccata dal suo sostegno.
Quindi nel momento in cui Andreuccio pose il suo peso su questa, essa si capovolse e lui finì giù, dove si raccoglievano i liquami delle feci.
Sicuramente Dio lo benedisse perché nonostante la grande caduta il giovane non si fece assolutamente nulla.
Era però immerso nel sudiciume!
Ritrovandosi dunque laggiù nel fondo di quella latrina, cominciò a chiamare lo scugnizzo, il quale però, dopo averlo sentito cadere aveva chiamato subito la donna.
Lei era corsa nella sua camera, aveva cercato nei suoi panni e aveva trovato i denari che aveva visto nelle mani del giovane quella mattina.
Quindi, non preoccupandosi più di lui, andò a chiudere la porticina della quale lui era uscito prima di cadere.
Dal momento che il fanciullo non gli rispondeva, Andreuccio iniziò a chiamare sempre più forte, ma non successe nulla.
Dopo un po’ cominciò a sospettare, ormai un po’ troppo tardi, di essere stato imbrogliato.
Visto che nessuno lo aiutava, cercò di arrampicarsi sopra il muretto che racchiudeva la latrina e riuscì ad uscire nella strada.
Andò allora alla porta della casa di colei che si era presentata come sua sorella e cominciò a bussare con forza.
E mentre bussava si lamentava piangendo:
Oh povero me, in un tempo piccolissimo ho perduto 500 Fiorini e una sorella!”
Quindi continuava a bussare forte e a gridare.
Fece così tanto rumore che molti vicini si svegliarono e si alzarono. Una donna dall’aspetto addormentato, si affacciò alla finestra.
“Chi picchia laggiù?” disse in tono imperioso.
Il giovane rispose:
“Sono Andreuccio, sono il fratello di Madonna Fiordaliso”.
Lei gli rispose:
Mi sa che tu hai bevuto troppo giovane vai dormi tornerai domani mattina. Io non so chi tu sia e non conosco neanche questa Fiordaliso di cui parli. Vai e lasciaci dormire!”
Come?” disse Andreuccio, “non sai chi sono io?
Certo che lo sai!
Ma se sono fatti così i parenti della Sicilia che dimenticano tutto in un attimo, restituiscimi almeno i panni che ti ho lasciato a casa e io me ne andrò.
La donna rispose ridendo:
“Buon uomo, mi pare che tu stia sognando!”
E, detto questo, tornò dentro e richiuse la finestra.
A quel punto Andreuccio si rese conto di essere stato imbrogliato e il dolore si tramutò in rabbia.
Poi però si disse che avrebbe voluto riavere indietro quello che non riusciva ad ottenere a parole.
Quindi prese una gran pietra e cominciò percuotere la porta con maggior forza di prima.
A quel punto molti altri vicini che si erano già svegliati, credendo che lui volesse insidiare una giovane donna, andarono alla finestra e cominciarono a urlargli addosso, allo stesso modo dei cani di una contrada che abbaiano addosso ad un cane forestiero.
Venire a quest’ora in casa delle buone femmine, dire queste cose, è una vera villania!  Vai con Dio buon uomo e lasciaci dormire! Vai a casa e lasciaci dormire; e se hai qualcosa da fare con lei, torna domani, ma non scocciarci questa notte.”
Sentendo queste parole, un uomo che era nella casa e che era amico della femmina, ma che Andreuccio non aveva né visto né sentito, si affacciò alla finestra e con voce grossa e orribile disse:
“Chi è laggiù?”
Andreuccio, a quella voce, alzò la testa e vide un uomo nerboruto, con gran barba nera e folta in volto, che sembrava essersi appena alzato dal letto, che sbadigliava e si stropicciava gli occhi.
A questi, non senza paura, così rispose:
Io sono il fratello di quella donna là dentro.”
Ma l’uomo non aspettò neppure che Andreuccio finisse la risposta che aggiunse:
Non so che cosa mi trattenga dal venir giù a darti tante bastonate fino a quando io non ti veda muovere, o asino fastidioso e ubriaco che sei; tu che questa notte non lasci dormire nessuno.”
E chiusa la finestra, se ne tornò dentro.
Alcuni dei vicini che conoscevano quest’uomo dissero ad Andreuccio:
Buon uomo, vai via! Fai n modo da non essere ucciso così stanotte, vattene!”
 A quel punto Andreuccio, che si era spaventato dalla voce e dalla vista di costui, spinto anche dalle sollecitazioni dei vicini che gli sembravano mossi da carità, per quanto disperato per i suoi denari, tornò indietro, cercando la strada per tornare all’albergo.
Sentendo un gran puzzo provenire da sé stesso, desideroso di gettarsi in mare per lavarsi, girò a sinistra e andò per la via Catalana.
Ad un tratto si trovò davanti due persone che venivano verso di lui con una lanterna in mano. Temendo che i due venissero della contrada Malpertugio, o che fossero dei malviventi, per evitarli si nascose in un casolare.
Ma costoro, come se fossero stati invitati proprio in quel luogo, entrarono nello stesso casolare.
Uno si tolse di dosso alcuni attrezzi che teneva sulle spalle e guardandosi intorno disse:
Da dove viene questo terribile puzzo?”
Detto questo, alzata la lanterna, vide subito Andreuccio e, stupefatto, gli domandò chi fosse e cosa facesse lì, conciato in quel modo.
A quel punto Andreuccio raccontò tutto quello che gli era accaduto
Immediatamente i due capirono che si trattava di Buttafuoco, lo scarafaggio e dissero:
“Buon uomo, nonostante tu abbia perduto i tuoi denari, devi lodare Dio, che ti ha portato a cadere in quella latrina.
Se così non fosse stato, se ti fossi addormentato, saresti stato ammazzato da quel furfante di Buttafuoco.
Insieme ai denari avresti perso anche la vita. Ma che ti giova ormai piangere?”
Poi, dopo essersi consigliati tra loro gli dissero:
Noi abbiamo compassione di te. Se vuoi potresti unirti a noi per aiutarci a fare una cosa. Da questo potrai ottenere più di quanto tu non abbia perduto.”
Il giovane accettò.
In quel giorno era stato seppellito nel Duomo di Napoli, l’arcivescovo Filippo Minutolo.
Il prelato era stato sepolto con ricchissimi ornamenti e con al dito un preziosissimo anello, che valeva molto più dei suoi 500 fiorini.
Quell’anello con rubino era ciò che i due malandrini volevano rubare.
Rivelarono il loro piano ad Andreuccio e lo convinsero a collaborare.
Poiché il giovane puzzava molto, per lavarlo lo portarono presso un pozzo vicino al Duomo.
Giunti al pozzo, poiché mancava il secchio per tirar su l’acqua, lo legarono alla fune e lo calarono giù, accordandosi che, una volta lavato, desse uno strattone alla fune, per farsi tirare su.
Mentre Andreuccio era in fondo, alcune guardie si avvicinarono al pozzo per bere.
I ladri, vedendo che le guardie si avvicinavano, fuggirono a gambe levate, lasciando il giovane nel fondo.
Intanto Andreuccio, che si era lavato, diede uno strattone alla fune.
Le guardie, che avevano appoggiato a terra le loro armi, pensando che il secchio fosse riempito tirarono su.
Non appena il giovane toccò il bordo del pozzo, i gendarmi spaventati, lasciarono andare la corda e scapparono via.
Andreuccio non capiva cosa gli fosse accaduto e rimase stupito nel non trovare i due compari, ma nel vedere le armi abbandonate a terra.
Si incamminò nuovamente senza sapere dove andare quando incontrò i due compari.
I due raccontarono al giovane mercante il motivo della loro fuga e risero assieme.
A mezzanotte, di soppiatto, andarono al Duomo, entrarono facilmente e si avvicinarono al grande sepolcro di marmo.
Sollevarono il coperchio che era pesantissimo, in modo che vi potesse entrare un uomo, e lo puntellarono.
Bisognava che uno di loro entrasse nell’arca.
Chi entra ora?”  Chiese uno dei due.
«Io no» disse un brigante.
«Neppure io» disse l’altro.
«Neanch’io!» concluse Andreuccio.
Ma i due lo guardarono e dissero.
“Come? Non entrerai? Se tu non entri, com’è vero Dio ti diamo tante bastonate fino a ucciderti!”
E così Andreuccio fu costretto ad entrarvi.
Mentre era dentro pensava:
«Costoro mi ci fanno entrare per ingannarmi e quando io avrò passato a loro ogni cosa, mentre io faticherò ad uscire dall’arca, se n’andranno ed io rimarrò senza niente.»
Per questo Andreuccio decise di pensare prima a sé e, ricordandosi del prezioso anello, lo sfilò dal dito del religioso e lo infilò al suo.
Quindi spogliò il morto completamente e dette ai due tutto il resto, dicendo che non c’era più niente.
I ladroni insistevano perché cercasse l’anello, ma lui continuava a sostenere che non c’era altro; allora tirarono via il puntello e lo chiusero nell’arca.
Povero Andreuccio, chiuso in un sepolcro di pietra! Egli cercò, in tutti i modi, col capo e con le spalle, di alzare il coperchio, senza riuscirvi.
Vinto da un gran dolore, cadde come morto sul corpo del prelato.
Dopo un po’ cominciò a piangere pensando alla morte orribile che lo attendeva.
Mentre si disperava, sentì molte voci di gente che veniva a fare quello che aveva già fatto lui con i suoi compagni.
Anche costoro, una volta aperta e puntellata la tomba, cominciarono a discutere su chi dovesse entrare.
Un prete che faceva parte del gruppo decise di risolvere la questione e disse:
E che paura avete dei morti? Credete che vi mangino? I morti non mangiano gli uomini, entro io!”
 Detto questo il prete pose il petto sopra l’orlo dell’arca e infilò dentro le gambe per potersi calare giù.
Andreuccio, dall’interno del sepolcro, si levò in piedi, prese il prete per una delle gambe e cercò di tirarlo giù.
Il prete sentendosi preso per una gamba strillò e si gettò fuori.
Tutti fuggirono spaventati lasciando l’arca aperta, come se fossero stati inseguiti da centomila diavoli.
Andreuccio, felice più di quanto non immaginasse, si gettò fuori e uscì dalla chiesa.
Al mattino, con quell’anello al dito, arrivò al suo albergo.
Qui trovò i suoi compagni che erano stati in pena per lui.
Dopo aver ascoltato le sue avventure l’oste consigliò a Andreuccio di tornarsene a casa.
Così il giovane mercante tornò a Perugia e raccontò che a Napoli aveva investito il suo denaro in quell’anello invece che nei cavalli.
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Giornata IX – Novella II La badessa e le brache del prete

In Lombardia vi era un famosissimo monastero, nel quale si trovavano alcune monache.

Tra queste ce n’era una di sangue nobile e di meravigliosa bellezza, che si chiamava Isabetta.

La giovane donna un giorno si era affacciata alla grata per vedere un suo parente. L’uomo era accompagnato da un bellissimo giovane e Isabetta s’innamorò di lui.

Anche il giovane rimase colpito dalla bellezza della giovane monaca; tra i due si accese quindi il desiderio, ma per molto tempo i due si consumarono d’amore separatamente.

Un giorno al giovane venne in mente di cercare una via per poter andare, di nascosto, dalla monaca di cui era innamorato.

Interpellata, anche lei fu d’accordo e fu così che il giovane andò a trovare la sua innamorata molte molte volte. I due erano molto felici di aver trovato il modo di vivere il loro amore.

I due continuavano a vedersi, ma una notte il giovane fu visto da una delle monache, senza che né lui né Isabetta se ne accorgessero.

La monaca riferì tutto ad alcune compagne.

Le consorelle decisero che era necessario riferire l’accaduto alla badessa, che si chiamava madonna Usimbalda, donna buona e santa, apprezzata sia dalle monache che da tutti quelli che la conoscevano.

Le monache ritennero opportuno che la badessa sorprendesse la giovane mentre era con l’uomo, in modo da non poter negare l’evidenza.

Per questo aspettarono, si divisero le veglie e le guardie, per coglierla sul fatto.

Isabetta, non sospettava nulla.

In una delle notti seguenti lei si accordò con l’amante e le consorelle, che la stavano spiando, si accorsero quando il giovane entrò nella stanza.

Nera notte fonda quando sembrò loro giunto il momento più adatto.

Per questo si divisero in due gruppi: uno si mise a guardia dell’uscio della cella di Isabetta, l’altro andò, correndo, alla camera della badessa.

Bussarono dicendo:

«Su, madonna, alzatevi subito, perché abbiamo trovato che Isabetta si intrattiene con un giovane uomo nella cella».

Ma in quella notte, anche la badessa era in compagnia di un uomo, un prete che, spesso, faceva andare da lei nascosto in una cassa.

Ella, sentendo le parole delle monache e temendo che esse aprissero la porta, immediatamente si alzò e si vestì al buio, come meglio potè.

Credendo di prendere il velo piegato che le monache portavano sul capo, chiamato il saltero, prese invece le brache del prete.

Aveva così tanta fretta che se le gettò sul capo ed uscì fuori, chiudendo rapidamente l’uscio dietro di sé, dicendo:

«Dov’è questa maledetta da Dio?».

Le monache, tutte infervorate e attente a scoprire in fallo Isabetta non guardarono che cosa avesse in testa la badessa.

Usimbalda giunse all’uscio della cella e, aiutata dalle altre, l’aprì.

I due amanti vennero sorpresi abbracciati e rimasero lì immobili, stupiti, non sapendo cosa fare.

Isabetta fu subito presa dalle altre monache e condotta nella sala comune, per ordine della badessa.

Il giovane rimase lì, si vestì aspettando di vedere come sarebbe andata a finire quella vicenda. Era pronto a colpire quante più monache potesse, per liberare e condurre con sé la sua innamorata.

La badessa si mise a sedere al centro dell’assemblea, alla presenza di tutte le monache.

Tutte avevano gli occhi puntati sulla colpevole.

Suor Usimbalda cominciò ad ingiuriarla con violente accuse: le chiese come ella avesse potuto infangare la santità, l’onestà, la buona fama del monastero con le sue opere sconce e biasimevoli, le disse che il discredito sarebbe caduto sul monastero se si fosse saputa la cosa. E aggiunse anche delle minacce gravissime alle ingiurie.

La giovane, vergognosa e timida, sapendosi colpevole, teneva la testa bassa e stava in silenzio, suscitando la compassione delle altre.

Ma con l’aumentare delle minacce della badessa, la giovane alzò il viso.

Vide così quello che la badessa aveva sul capo e notò i lacci che pendevano ai due lati.

Subito si rese conto comprese di che si trattasse.

La giovane allora, rinfrancata, disse:

«Madonna, che Dio vi aiuti, annodatevi la cuffia e poi ditemi ciò che volete».

La badessa, che non comprendeva della colpevole, rispose:

«Che cuffia, svergognata? con che coraggio osi scherzare? Ti sembra di aver fatto cosa su cui si possa scherzare?».

Isabetta le disse nuovamente:

«Madonna, vi prego, annodatevi la cuffia, e poi ditemi tutto ciò che volete».

A quel punto gli sguardi delle monache si voltarono verso la badessa nel momento in cui lei poneva le mani suol suo copricapo: tutte si accorsero del perché Isabetta dicesse così.

In quel momento anche la badessa, si rese conto del proprio errore.

Consapevole di essere quindi stata scoperta a sua volta, Usimbalda combiò repentinamente il tono del discorso.

Cominciò col dire che non era possibile difendersi dagli stimoli della carne e proseguì dicendo che, come era stato fatto fino a quel momento, era importante che ciascuna di loro si concedesse dei momenti di «svago» non appena ne avesse avuto la possibilità, a patto che tutto ciò fosse fatto con prudenza.

E fu così che Usimbalda se ne tornò a dormire col suo prete e Lisabetta venne liberata e potè tornare dal suo amante, il quale, poi, tornò da lei molte volte, a dispetto di quelle che la invidiavano.

Le altre, che erano ancora senza amante, cercarono di arrangiarsi come meglio potevano.

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Giornata VII – Novella IV Tofano e Ghita

Vi era, in Arezzo un ricco uomo, chiamato Tofano. A costui fu data per moglie una bellissima donna, il cui nome era Ghita.

Egli divenne, senza motivo, follemente geloso di lei.

Questa gelosia del marito la turbava moltissimo. La donna decise quindi di farlo soffrire proprio del male di cui egli aveva paura, senza ragione, decise cioè di ingelosirlo davvero.

Essendosi accorta che un giovane, a suo giudizio, molto per bene, la desiderava, lei cominciò ad intendersi con lui, con discrezione.

Si erano già scambiati molte parole e le cose erano tanto avanti che bisognava soltanto passare dalle parole ai fatti; la donna pensò a come fare.

Sapendo che al marito piaceva bere, astutamente lo sollecitò a farlo molto più spesso.

Ogni volta che le piaceva lo spingeva a bere, fino ad ubriacarlo; quando lo vedeva ben ubriaco, lo metteva a dormire e si incontrava con il suo amante.

Aveva tanta fiducia nell’ebbrezza del marito che, non solo aveva l’ardire di portarsi l’amante in casa, ma, addirittura, alcune volte se ne andava a dormire nella casa di lui, che non era molto lontana.

Le cose andarono avanti così per un certo tempo.

Un giorno però, il marito malvagio si accorse che sua moglie, nello spingere lui a bere, non beveva mai.

Sospettò, perciò, che la donna lo facesse ubriacare per poter fare il suo comodo, mentre era addormentato. 

Decise di verificare se ciò che pensava fosse vero.

Trascorse quindi tutta la giornata senza bere neppure un goccio, ma la sera finse di essere l’uomo più ubriaco che fosse possibile, sia nel parlare che nei modi.

La donna, vedendo ciò, ritenendo che non fosse il caso di farlo bere di più, lo mise subito a dormire.

Fatto ciò, come era solita fare, uscì di casa, se ne andò alla casa del suo amante e vi rimase fino a mezzanotte.

Non appena Tofano non sentì più la donna, si alzò, andò alla porta, la chiuse dall’interno e si mise alla finestra, per attendere il ritorno di lei.

Voleva mostrarle che si era accorto delle sue macchinazioni.

Aspettò pazientemente il ritorno della donna.

Quando lei volle rientrare a casa, trovò la porta chiusa. Fu molto sorpresa e dispiaciuta e cercò di aprire la porta con decisione.

Dopo aver aspettato un po’ di tempo, Tofano disse:

“Donna, ti affatichi inutilmente, perché non potrai più tornare qui dentro.

Torna dove sei stata fino ad ora e ti garantisco che non tornerai qui finché non ti avrò svergognata davanti ai tuoi parenti e ai vicini”.

La donna cominciò a pregare il marito affinché le aprisse la porta, per amor di Dio.

Le disse che lei non veniva da dove lui pensava ma che era andata da una sua vicina che doveva trascorrere la notte vegliando. Dal momento che le notti erano lunghe, la donna aveva bisogno di sostegno, non volendo rimanere in casa da sola a vegliare.

Ma le preghiere non servivano a nulla perché quella bestia di uomo voleva che tutti gli aretini conoscessero la loro vergogna, che nessuno ancora conosceva.

La donna, vedendo che le sue preghiere non servivano a nulla, cominciò a minacciarlo dicendo:

“Se non mi apri io ti trasformerò nell’uomo più sventurato tra i viventi!”

E Tofano rispose: 

“E cosa puoi farmi tu?”

 La donna alla quale Amore aveva aguzzato l’ingegno disse: 

“Prima che io debba subire la vergogna di cui tu mi vuoi coprire, io mi butterò nel pozzo che è qui vicino. Quando poi verrò trovata morta, tutti penseranno che tu mi abbia buttata giù mentre eri ubriaco.

Per questo o ti toccherà scappare e perderai tutto quello che hai, oppure sarai messo al bando, oppure ti sarà tagliata la testa per avermi uccisa.” 

Ma le parole della moglie non scalfirono Tofano e quindi la donna disse:

“Io non posso più soffrire questo tuo atteggiamento, che Dio mi perdoni, farai seppellire questo mio corpo che lascio qui.”

Prese quindi una grandissima pietra che era vicino al pozzo e gridando “Iddio Perdonami!” la lasciò cadere dentro il pozzo.

La pietra, cadendo nell’acqua, fece un grandissimo rumore.

Udendo questo tonfo, Tofano credette veramente che la moglie si fosse gettata nel pozzo.

Prese subito un secchio con una fune e, uscito di casa, corse al pozzo per aiutarla.

La donna, che invece si era nascosta vicino alla porta di casa, appena lo vide correre al pozzo, entrò in casa e vi si chiuse dentro.

Andò quindi alla finestra e cominciò a dire:

“Solitamente il vino si annacqua quando qualcuno lo beve e non dopo!”

Tofano, comprendendo di essere stato giocato, tornò all’uscio e, non potendo entrare, disse alla moglie di aprire la porta. 

Lei, smettendo di parlare piano come aveva fatto fino a quel momento, ma alzando il volume della voce, quasi gridando, cominciò a dire:

“Per la croce di Dio, tu non entrerai in questa casa stanotte.

Io non posso più soffrire questi tuoi modi da ubriacone.

Ma è necessario che faccia vedere a tutti che razza di uomo tu sei, e a che ora torni a casa la notte.”

Tofano allora cominciò a dire delle volgarità e a gridare, svegliando per il rumore tutti i vicini, che si alzarono e si affacciarono alle finestre per vedere che cosa fosse accaduto.

La donna, piangendo, disse:

“Questo uomo è colpevole, torna a casa ubriaco la sera, o si addormenta nelle taverne e dopo torna a casa a quest’ora.

Io sono stufa di questa sofferenza, ho sofferto anche troppo, non volendo più soffrire io ho voluto chiuderlo fuori dalla porta per vedere se egli si pentirà dei suoi comportamenti.”

Tofano bestia intanto continuava, gridando, a minacciarla e raccontava l’accaduto.

La donna, da parte sua, diceva ai suoi vicini:

“Vedete che razza di uomo è.

Che direste voi se io fossi nella strada ed egli in casa, come me ora?

Credereste che egli dica il vero?

Egli dice che io ho fatto quello che credo che egli abbia fatto.

Ha creduto di spaventarmi gettando non so che cosa nel pozzo, ma volesse Iddio che ci si fosse gettato per davvero e affogato, finché il vino, che ha bevuto in eccesso si fosse ben bene annacquato.”

I vicini, sia gli uomini che le donne, cominciarono a rimproverare Tofano e a dare la colpa a lui di ciò che diceva contro la donna.

La notizia, in breve, andò di bocca in bocca finché non giunse ai parenti della donna, i quali presero Tofano e gli dettero tante botte che lo ammaccarono tutto.

Poi, andati nella casa di Tofano, presero le cose della donna e con lei ritornarono a casa loro, minacciando il malcapitato.

Tofano, vedendosi mal ridotto, considerando dove l’aveva portato la gelosia, siccome voleva molto bene alla sua donna, mise alcuni amici come mediatori.

Tanto fece che riebbe a casa sua la moglie, alla quale promise che non sarebbe stato geloso mai più.

Le diede, inoltre, il permesso di fare tutto ciò che volesse, ma con prudenza, in modo che egli non se ne accorgesse.

E fu così che il villano matto, dopo il danno, fece il patto.

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Giornata VIII – Novella VIII Le mogli in comune

In questa novella si narra la vicenda di due amici che avevano due mogli piacenti. Un giorno uno dei due si rende conto che l’amico se la intende con sua moglie.

Vivevano a Siena, in passato, due giovani benestanti che appartenevano a due buone famiglie popolane. Uno si chiamava Spinelloccio Tavena e l’altro Zeppa di Mino; i due giovani erano vicini di casa e vivevano in contrada Camollia.

I due giovani stavano sempre insieme e si volevano bene come fratelli. Ciascuno di loro aveva per moglie una donna assai bella.

Spinelloccio, frequentava spesso la casa di Zeppa, anche quando l’amico non c’era. Egli divenne intimo della moglie di Zeppa e cominciò a giacere con lei. I due continuarono la loro relazione per molto tempo, senza che nessuno se ne accorgesse.

Dopo un lungo periodo, un giorno che il Zeppa era in casa senza che la moglie lo sapesse, Spinelloccio andò a chiamare il suo amico Zeppa.

La donna gli disse che il marito non era in casa. Lui allora, salì da lei, e trovandola sola, cominciò ad abbracciarla e a baciarla e fu da lei ricambiato.

Il Zeppa, che era in casa all’insaputa della moglie, aveva visto tutto.

Non disse però una parola, ma se ne stette nascosto, per vedere come andava a finire quel gioco.

Dopo poco vide che i due se ne andavano, abbracciati, in camera da letto e vi si chiudevano dentro.

Il Zeppa rimase molto turbato di questo.

Considerò però che se avesse gridato o se avesse fatto delle scenate, la sua offesa non sarebbe dimuinuita, ma ne sarebbe aumentata la vergogna.

Meditò, invece, su come vendicare l’ingiuria subita, senza che si sapesse intorno, ma in modo che il suo animo ne rimanesse soddisfatto.

Dopo aver pensato a lungo, gli sembrò di aver trovato il modo.

Rimase nascosto fino a che l’amico non se ne fu andato, poi entrò nella camera da letto, dove la donna stava ancora aggiustandosi sul capo i veli che Spinelloccio le aveva fatto cadere.

Zeppa chiese alla moglie:

– Donna che fai tu?

La donna, non potendo negare l’evidenza, rispose:

– Non lo vedi?

Il marito le rispose:

– Sì e ho visto anche altro che non avrei voluto vedere.

E le disse che cosa aveva visto.

La donna, che non poteva negare, cominciò a piangere e a chiedere perdono.

Zeppa le disse:

– Vedi, donna, tu hai sbagliato, ma se vuoi che io ti perdoni, devi fare tutto quello che ti dirò.

Voglio che tu dica a Spinelloccio che domani mattina, verso le undici, egli cerchi di trovare qualche scusa per lasciare me per venire qui da te.

Quando egli sarà qui con te, io tornerò.

Appena tu mi avrai sentito, lo farai entrare in questa cassa e lo chiuderai dentro.

Quando avrai fatto questo ti dirò quello che dovrai fare.

Ma non devi aver paura di niente, perché ti prometto che non gli farò alcun male.

La donna promise e fece come le era stato detto.

L’indomani Zeppa e Spinelloccio trascorsero la mattinata assieme.

Intorno alle undici, Spinelloccio, che aveva promesso alla donna di andare da lei a quell’ora, salutò l’amico dicendogli che doveva andare a pranzo da un amico.

Il Zeppa replicò:

– Ma non è ora di andare a pranzo.

– Devo andare a parlare con lui per una questione che mi riguarda, quindi mi conviene essere lì presto; non voglio farlo aspettare.

Spinelloccio partì dal Zeppa e, dopo aver fatto un bel giro, arrivò in casa della moglie dell’amico, quindi entrò nella camera di lei.

Dopo poco ritornò il Zeppa.

La donna, fingendosi spaventata, fece entrare l’amante nella cassa, come aveva detto il marito, lo chiuse dentro ed uscì dalla camera.

Zeppa, salito in camera, disse alla donna che intendeva pranzare.

Lei rispose che avrebbe preparato subito il pranzo.

Il marito allora disse:

– Spinelloccio oggi è andato a pranzo da un suo amico e ha lasciato sola la moglie. Vai alla finestra, chiamala e dì che venga a pranzo con noi.

La donna, temeva per sé stessa e quindi, obbediente, fece ciò che il marito le aveva imposto.

La moglie di Spinelloccio accettò l’invito, sentendo che suo marito non sarebbe tornato a pranzo. 

Quando la donna arrivò, il Zeppa le fece molte carezze e la prese confidenzialmente per mano.

Quindi ordinò alla moglie di andarsene in cucina, condusse l’altra in camera e chiuse la porta da dentro.

Quando la donna vide serrare la porta da dentro disse:

– Ohimè Zeppa, che cosa vuol dire questo?

Dunque mi avete fatta venire voi, per questo?

Ma è questo l’amore che voi portare a Spinelloccio?

È questa la leale compagnia che voi gli fate?

Udito ciò, il Zeppa si accostò alla cassa dov’era chiuso il marito di lei e le disse:

– Donna, prima di rammaricarti, ascolta ciò che ti sto per dire.

Ho amato ed amo Spinelloccio come un fratello. Ma ieri, nonostante la fiducia che io ponevo in lui, l’ho trovato che giaceva con mia moglie, come giace con te.

Ora, poiché gli voglio bene, non voglio prendere da lui altra vendetta se non quella che è pari all’offesa che ho subito: lui ha avuto la mia donna e io voglio avere te.

Se però tu non vorrai, aspetterò di coglierlo sul fatto e, poiché non intendo lasciare questa offesa impunita, gli farò un servizio che non farà piacere né a te, né a lui.

La donna, dopo aver ascoltato le parole del Zeppa, disse:

– Zeppa mio, poiché sopra me deve ricadere questa vendetta, io sono disposta ad assecondarti, se dopo aver fatto questo, tu resti in pace con la tua donna,così  anch’io rimarrò in pace con lei.

A queste parole il Zeppa rispose:

– Certamente io poi sarò in pace e conserverò l’amicizia con Spinelloccio; ma oltre a questo ti farò un bel regalo, ti regalerò un gioiello molto prezioso.

Detto questo, l’uomo cominciò a baciarla e la distese sopra la cassa nella quale era rinchiuso il marito di lei.

Proprio lì sopra, lui si divertì con lei e lei con lui, finché piacque ad entrambi.

Spinelloccio, che stava nella cassa, udì prima le parole del Zeppa e la risposta della moglie, e poi sentì l’allegra danza che i due facevano sulla cassa.

In quel momento provò un tal dolore che gli sembrò di morire.

Se egli non avesse avuto timore del Zeppa, avrebbe rivolto molte ingiurie a sua moglie.

Poi, ripensando che era stato lui ad iniziare, pensò che il Zeppa aveva ragione a fare ciò che aveva fatto: in fondo si era comportato come un amico.

Mentre era nella cassa pensava tra sé che avrebbe voluto essere ancora amico del Zeppa, qualora il Zeppa lo avesse voluto.

Il Zeppa, quando fu soddisfatto, scese dalla cassa.

Quando la donna gli chiese il gioiello che lui le aveva promesso, il Zeppa aprì la porta della camera e fece entrare la moglie.

La donna non disse altro che:

– Caspita, voi mi avete reso pan per focaccia – ma lo disse ridendo.

Quindi il Zeppa ordinò alla moglie di aprire la cassa e lei lo fece.

Dalla cassa il Zeppa fece uscire il suo amico Spinelloccio.

Non si poteva dire chi si vergognò di più, se Spinelloccio, vedendo il Zeppa e sapendo che egli sapeva tutto ciò che aveva fatto, o la donna, vedendo il marito ed essendo consapevole che egli aveva udito tutto ciò che lei aveva fatto sopra il suo capo.

Il Zeppa, rivolgendosi alla donna disse:

– Ecco, ti dono il gioiello che ti avevo promesso.

Spinelloccio, uscito dalla cassa, senza troppe storie, disse:

– Zeppa, siamo pari e questo è cosa buona.

Come tu dicevi prima alla mia donna, noi siamo amici come eravamo prima.

Ma se prima l’unica cosa che ci divideva erano le mogli, adesso … abbiamo in comune anche quelle.

Il Zeppa fu contento e, tutti felici e in pace, pranzarono insieme.

Da quel momento in poi ciascuna delle due donne ebbe due mariti e ciascuno di loro due mogli, senza che sorgesse mai una questione.

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Giornata V – Novella II Gostanza e Martuccio

Vicino alla Sicilia c’era un’isoletta chiamata Lipari, dove, non molto tempo prima, viveva una bellissima giovane, di nome Gostanza, nata da una famiglia nobile dell’isola.

Di lei si innamorò un bel giovane valoroso, nativo dell’isola, chiamato Martuccio Gomito.

Anch’ella amava con uguale passione Martuccio e si sentiva bene solo quando lo vedeva.

Il giovane, desiderando sposarla, la fece chiedere in moglie. Ma il padre di lei gliela rifiutò perché Martuccio era povero.

Martuccio, sdegnato per il rifiuto, giurò che non sarebbe mai più ritornato a Lipari, se non quando fosse diventato ricco.

Partì, dunque, da Lipari, divenne corsaro e, costeggiando la Tunisia, derubò i naviganti più deboli.

La Fortuna gli fu favorevole, se solo avesse saputo accontentarsi!

Egli e i suoi compagni, non contenti delle ricchezze accumulate, mentre cercavano di diventare straricchi, furono catturati e derubati da alcune navi saracene. Molti di loro furono uccisi e la loro nave fu affondata.

Martuccio fu condotto a Tunisi, fu imprigionato e viveva in grande miseria.

A Lipari giunse la notizia che tutti quelli che erano sulla nave con Martuccio erano stati annegati.

La giovane, avuta la triste notizia, pensando che il suo amore fosse annegato, decise di morire, ma scelse una modalità alquanto insolita.

Uscita di notte dalla casa del padre, trovò, per caso, una navicella di pescatori fornita di remi e di vela. Salita su di essa, si spinse in mare con i remi: era abbastanza esperta della navigazione, come lo erano tutte le donne dell’isola. Poi gettò via i remi e il timone e si abbandonò al vento.

Sicura di sfracellarsi contro uno scoglio e di morire si sdraiò sul fondo della barca e si coprì il capo con un mantello.

Ma le cose andarono diversamente.

Il giorno seguente, alla sera, grazie al vento e a correnti favorevoli, la barca la portò sulla costa dell’Africa, a cento miglia da Tunisi, in una spiaggia vicina alla città di Susa.

La giovane non si accorse di nulla e rimase sul fondo della barca, col capo coperto, pensando di essere morta.

Per caso, quando la barca urtò contro la spiaggia, vi era una giovane donna di umili origini, che levava dal sole le reti dei pescatori. La donna si meravigliò che una barca fosse giunta a terra con le vele spiegate. Pensò che i marinai si fossero addormentati; si avvicinò quindi alla barca e vide soltanto la giovane che dormiva profondamente.

La chiamò più volte, per farla svegliare. Ben presto capì che la ragazza era cristiana perché parlava italiano. Le chiese come fosse arrivata fin lì, sola soletta.

Gostanza, sentendo parlare italiano, credette di essere ritornata a Lipari, ma, non riconoscendo le strade, domandò alla donna dove ella fosse. La giovane rispose che era a Susa, in Tunisia.

Gostanza, addolorata per non essere morta, si sedette, piangendo, vicino alla barca.

Solo dopo molte insistenze la buona donna riuscì a farsi raccontare tutta la storia e a farle mangiare un po’ di cibo, dato che era digiuna. Gostanza, rifocillatasi, le chiese il suo nome e come mai lei sapesse parlare italiano.

La donna rispose che veniva da Trapani e il suo nome era Carapresa. Il nome udito sembrò a Gostanza di buon auspicio e, scomparso il suo desiderio di morte, senza dare informazioni su di sé, pregò la donna di darle consigli per sapere come dovesse comportarsi una ragazza in quel paese che non era il suo.

Carapresa, messe a posto le reti, coperta Gostanza col mantello, la condusse a Susa, da una buona donna saracena all’antica e di buona indole, sicura che questa l’avrebbe accolta come una figlia. Lì si sarebbe potuta trattenere fino a quando Dio non le avesse mandato una sorte migliore.

L’anziana saracena si commosse per il triste racconto; prese Gostanza per mano e la condusse nella sua casa, dove viveva con diverse donne, senza alcun uomo.

Le donne facevano, con le proprie mani, diversi lavori di seta, di palma, di cuoio. La giovane imparò rapidamente e cominciò a lavorare insieme a loro. Gostanza fu trattata con grande affetto dalla padrona di casa e dalle altre donne che, in breve, apprese anche il loro linguaggio.

Frattanto a Lipari Gostanza era creduta morta.

Il re di Tunisi si chiamava Meriabdela.

Ma un giovane di Granada, potente e nobile, diceva che il reame di Tunisi apparteneva a lui. Quindi questo giovane saraceno di Granada attaccò il re di Tunisi per cacciarlo dal suo regno.

Martuccio Gomito, in prigione, udì queste cose e disse ai suoi compagni che, se avesse potuto parlare con il re, gli avrebbe dato un consiglio che gli avrebbe fatto vincere quella guerra.

La guardia riferì immediatamente la cosa al re che fece chiamare Martuccio per sentire il suo consiglio.

Martuccio ben conosceva il modo di combattere dei saraceni: essi conducevano le battaglie utilizzando soprattutto gli arcieri.

Perciò spiegò al re che bisognava fare in modo che agli avversari mancassero le frecce, mentre i suoi arcieri avrebbero dovuto averne in abbondanza. In questo modo si sarebbe vinta la battaglia.

Martuccio continuò dicendo che bisognava modificare gli archi degli arcieri, preparando corde più sottili di quelle che comunemente si usavano, con le cocche adatte soltanto alle corde sottili. Ma consigliò di fare tutto questo segretamente.

Che cosa sarebbe accaduto? Dopo il lancio degli arcieri nemici e quello dei propri, al momento di raccogliere le frecce, i nemici non avrebbero potuto utilizzare le frecce degli arcieri del re, perché non si adattavano ai loro archi, mentre i soldati del re di Tunisi avrebbero avuto saette abbondanti.

Al re il consiglio di Martuccio piacque molto, lo seguì e vinse la guerra.

Fu così molto grato al giovane che gli rese onori e ricchezze.

La notizia di questi avvenimenti giunse a Gostanza. Lei, che per lungo tempo aveva creduto morto Martuccio Gomito, gioì.

Ella comunicò alla buona donna che la ospitava di voler andare a Tunisi per vedere, con i propri occhi, come stavano le cose.

La donna, imbarcatasi con la giovane, come se fosse stata sua madre, andò a Tunisi a casa di una parente, dove fu ricevuta onorevolmente.

Subito Gostanza mandò Carapresa, che era andata con loro, da Martuccio e gli disse che con lei a Tunisi era venuta anche la sua Gostanza.

Il giovane, lieto per la buona notizia, si recò con lei alla casa dove era ospitata la sua amata.

La fanciulla, come lo vide, quasi morì per la gioia; gli corse incontro, gli buttò le braccia al collo e, senza parole, cominciò a piangere.

Martuccio, sorpreso, rimase un po’ in silenzio, poi, sospirando, disse

“Gostanza mia, sei viva? Per molto tempo ti ho creduta morta e anche a casa tua non si sapeva niente di te”.

Poi l’abbracciò e la baciò teneramente. Gostanza gli raccontò le sue avventure e l’onore che aveva ricevuto dalla gentildonna, che l’aveva accolta nella sua casa.

Martuccio, allontanatosi, andò dal suo signore, gli raccontò tutto e gli chiese il permesso di sposarla secondo la religione cristiana. Il re fece portare molti doni per i due innamorati e li lasciò liberi di fare ciò che volevano.

Martuccio compensò con molti doni la gentildonna che aveva accolto Gostanza. Poco dopo la donna partì, salutata dalla giovane in lacrime. Poi, con il permesso del re, saliti sopra una navicella, portando con loro Carapresa, se ne ritornarono a Lipari, dove furono accolti con grandi feste.

A Lipari il giovane sposò la sua donna con grandi nozze e da quel giorno vissero insieme in pace, godendo del loro amore.

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Giornata VI – novella X Frate Cipolla

A Certaldo c’era il castello di Valdelsa, nella campagna fiorentina, che, sebbene piccolo, fu abitato da uomini nobili e ricchi.

Poiché da quel castello si ricavavano buone offerte, uno dei frati di Sant’Antonio, vi si recava, una volta all’anno, per raccogliere le elemosine fatte dagli ingenui abitanti.

Il nome di questo frate era frate Cipolla, perché in quel terreno produceva cipolle famose in tutta la Toscana.

Frate Cipolla era piccolo di persona, con i capelli rossi, sorridente, era il miglior brigante del mondo.

Oltretutto, pur essendo ignorante, era un grande e arguto parlatore, tanto che chi l’avesse conosciuto avrebbe pensato che fosse Cicerone stesso o Quintiliano.

Era compare di quasi tutti gli abitanti della contrada.

Secondo la sua abitudine, nel mese di agosto, il frate andò a Certaldo una domenica mattina, quando tutti gli uomini e le donne del circondario si erano recati nella canonica a sentir messa.

Quando gli sembrò opportuno, si fece avanti e ricordò ai parrocchiani che era loro usanza ogni anno mandare ai poveri di Sant’Antonio offerte di grano e di biade, chi poco e chi molto, secondo la grandezza della proprietà e della devozione; offrivano tanto perché Sant’Antonio custodisse i buoi, gli asini, i porci e le pecore di questi contadini.

Oltre a ciò, ricordò che essi pagavano, una volta all’anno, una piccola somma in denaro, soprattutto gli iscritti alla Compagnia di Sant’Antonio.

Egli era stato incaricato dall’Abate della riscossione di tali contributi.

Per questo, intorno alle tre del pomeriggio, quando avessero sentito suonare le campane, tutti sarebbero usciti nella strada dove, come al solito, egli avrebbe fatto una predica e avrebbe fatto baciare loro la Croce.

Inoltre, poiché sapeva che erano devotissimi di Sant’Antonio, per concessione speciale, avrebbe mostrato loro una santissima reliquia, che aveva portato con sé dall’Oriente.

La reliquia era una delle penne dell’Angelo Gabriele, che era rimasta nella camera di Maria Vergine, quando l’angelo era andato a Nazareth per l’Annunciazione.

Detto ciò il frate tacque e ritornò a celebrare la Messa.

Quando frate Cipolla diceva queste cose vi erano in chiesa, insieme agli altri, due giovani molto astuti, l’uno chiamato Giovanni del Bragoniera e l’altro Biagio Pizzini.

Essi, dopo aver riso un po’ della storia della reliquia, sebbene fossero suoi amici, decisero di fargli un brutto scherzo.

Avendo saputo che il frate la mattina pranzava al castello con un suo amico, non appena sentirono che egli era a tavola, scesero in strada ed andarono all’albergo dove il frate era alloggiato.

Biagio doveva intrattenere il servitore di frate Cipolla, mentre Giovanni doveva cercare tra le cose del frate la famosa penna e sottrargliela; volevano vedere che cosa poi egli avrebbe detto al popolo.

Frate Cipolla aveva un servo, da alcuni chiamato Guccio Balena, da altri Guccio Imbratta e da altri ancora Guccio Porco, che era così stupido che nemmeno Lippo Topo, che era così stupido, ne aveva combinate tante.

Spesso frate Cipolla, con la sua brigata, lo prendeva in giro dicendo che quel suo servo aveva in sé nove cose, che se una sola di esse l’avesse avuta Salomone o Aristotele o Seneca, avrebbe guastato ogni loro virtù, ogni loro giudizio, ogni loro moralità.

Avendogli più volte domandato quali fossero queste nove cose, messele in rima, rispondeva:

“Egli è lento, sporco e bugiardo;

negligente, disobbediente e maldicente;

trascurato, smemorato e scostumato.

Inoltre ha altri piccoli difettucci che è meglio tacere.

Infine c’è una cosa che fa ridere ancora di più: lui vuole, a tutti i costi, prender moglie e prender casa con lei. 

Poiché ha una barba grande, nera e unta, si sente tanto bello e gradevole tanto  che pensa che tutte le donne che lo vedono, si innamorino di lui. Se poi lui viene lasciato, lui corre loro dietro a tutte, perdendo anche la cintura.

In verità però lui mi è di grande aiuto perché, se c’è qualcuno che mi vuol parlare in segreto, egli vuol sentire tutto.

Se sono interrogato su qualche cosa, ha tanta paura che io non sappia rispondere, che subito risponde lui, come gli sembra più opportuno”.

Il frate aveva lasciato il servo in albergo e gli aveva raccomandato di controllare che nessuno toccasse le sue cose, soprattutto, le bisacce, dove erano le cose sacre.

Ma Guccio Imbratta desiderava stare in cucina più che l’usignolo sui verdi rami, specialmente se c’era una serva.

Nella cucina dell’oste ne aveva vista una grossa, piccola e sgraziata, con un paio di poppe che parevano due cestoni per il letame, con un viso bruttissimo come quelli dei Baronci, tutta sudata e unta, che puzzava di fumo.

Subito, come un avvoltoio che si getta su una carogna, il servo aveva lasciato aperta la camera di frate Cipolla, e senza preoccuparsi per le sue cose abbandonate, aveva inseguito la serva.

Quindi, sebbene fosse agosto, si era seduto accanto al fuoco e aveva cominciato a chiacchierare con quella, che si chiamava Nuta.

Le disse che era un gentiluomo, che aveva un sacco di fiorini, esclusi quelli che aveva prestato, che erano più o meno tanti, e che sapeva fare e dire tante cose, quante il suo padrone.

Non tenne conto del suo cappuccio, che era così unto che avrebbe potuto condire il pentolone della minestra d’Altopascio, del suo giubbetto rotto e rappezzato intorno al collo e sotto le ascelle, tutto sporco con più macchie e più colori delle stoffe tartare e turche, delle scarpette tutte rotte, delle calze bucate.

E continuò dicendo, come se fosse stato il re di Castiglione, che voleva rivestirla, rimetterla in forma e toglierla da quella sventura di stare a servire presso altri, senza alcuna ricchezza.

Voleva, infine, darle la speranza di una vita più fortunata e tante altre cose.

Tutto ciò, sebbene fosse stato detto con grande affetto, si trasformava in niente, come se fosse stato vento.

I due giovani, dunque, trovarono Guccio Porco occupato a far la corte a Nuta.

Contenti di ciò, perché si erano risparmiati metà della fatica, senza nessuna difficoltà entrarono nella camera di frate Cipolla, che era aperta.

Per prima cosa cercarono la bisaccia, in cui era la penna; apertala, trovarono una piccola cassettina avvolta in un gran telo di seta.

Nella cassettina trovarono una penna come quelle della coda di un pappagallo, che ritennero fosse quella che il frate aveva promesso di mostrare ai certaldesi.

Certamente egli poteva farlo credere perché le raffinatezze d’Egitto erano, allora, poco conosciute in Toscana, mentre, in seguito, sarebbero arrivate in grande abbondanza, corrompendo tutto.

E se erano poco conosciute nel resto dell’Italia, gli abitanti di quella contrada, che erano di antica razza onesta, non le conoscevano per niente e non avevano mai visti i pappagalli e non ne avevano neppure sentito parlare.

Tutti contenti i due giovani presero la penna e, per non lasciare la cassetta vuota, la riempirono con dei carboni, che avevano trovato in un angolo della camera.

Chiusero quindi la cassetta e sistemarono ogni cosa come l’avevano trovata, senza essere visti.

Poi se ne ritornarono indietro con la penna rubata e cominciarono ad aspettare ciò che il frate avrebbe detto, trovando i carboni al posto della penna.

Gli uomini e le donne di umili origini che erano in chiesa, dopo aver udito che verso le tre del pomeriggio, avrebbero visto la penna dell’angelo Gabriele, finita la messa se ne tornarono a casa.

Ognuno lo disse al suo vicino, una comare all’altra e così appena ebbero finito di pranzare, un gran numero di uomini e di femmine accorse al castello, tanti che a stento riuscirono ad entrare, tutti in attesa ansiosa di vedere la penna.

Frate Cipolla, dopo aver mangiato a sazietà e dopo aver dormito un po’, alzatosi poco dopo le tre e avendo sentito che era venuta una moltitudine di contadini col desiderio di vedere la penna, mandò a dire a Guccio Imbratta di portare su le campanelle e le bisacce.

Guccio intanto, strappato di mala voglia dalla cucina e dalla Nuta, faticosamente salì a portare le cose richieste.

Giunto sulla collina, ansimando perché il bere troppa acqua lo aveva fatto ingrassare, arrivato sulla porta della chiesa, su ordine del frate, cominciò a suonare con forza le campane.

Non appena tutto il popolo fu radunato, frate Cipolla cominciò la predica senza accorgersi che le sue cose erano state spostate. Lui iniziò a parlare avendo ben chiaro l’obiettivo della sua predica.

Dovendo mostrare la penna dell’angelo Gabriele, egli fece prima la confessione con grande solennità. Poi fece accendere due grosse candele e con delicatezza, aprendo il telo, dopo essersi tolto il cappuccio, ne tirò fuori la cassetta.

Disse prima alcune parole in lode dell’Angelo, aprì la cassetta.

Non appena vide che era piena di carboni, non sospettò che quella cosa fosse opera di Guccio Balena, perché sapeva che non era capace di tanto, ma non lo maledisse neppure perché non aveva controllato che altri non lo facessero.

Se la prese, quindi tacitamente, con sé stesso perché lo aveva messo a guardia delle sue cose, ben sapendo che era negligente, disobbediente, trascurato e smemorato.

Quindi, senza cambiare colore, alzate le mani, disse a voce alta per essere udito da tutti:

“O Iddio, sia sempre lodata la tua potenza”.

Poi, richiusa la cassetta, si rivolse al popolo dicendo:

“Signori e donne, dovete sapere che quando io ero ancora giovane, fui mandato dal mio superiore in Oriente, per cercarvi oggetti particolari che, anche se non costano niente, sono più utili agli altri che a noi.

Mi misi in cammino, partendo da Vinegia, poi, cavalcando per il reame del Garbo e per Baldacca, giunsi in Parione da dove, dopo un certo tempo, arrivai nella località di Sardigna.

Ma perché vi sto indicando tutti i paesi che visitai?

Giunsi, dopo aver passato il Braccio di San Giorgio, in Truffia e in Buffia, paesi molto popolosi, e di lì nella terra di Menzogna, dove trovai molti nostri frati ed altri, i quali tutti per amor di Dio, sfuggendo la povertà, inseguivano la loro utilità, poco curandosi delle fatiche altrui, spendendo niente altro che parole.

Poi passai in Abruzzo, dove gli uomini e le femmine vanno con gli zoccoli su per i monti, facendo le salsicce con le loro stesse budella.

Poco oltre trovai genti che portavano il pane sui bastoni e il vino negli otri.

Di lì giunsi alle montagne dei bachi, dove le acque scorrono all’ingiù.

E, in breve, tanto camminai che arrivai in India Pastinaca, là dove, vi giuro sull’abito che porto indosso, vidi volare i pennuti, cosa incredibile.

Infine trovai quel buffone di Maso del Saggio, gran mercante, che schiacciava noci e vendeva gusci.

Non avendo trovato quello che cercavo, poiché bisognava proseguire per mare, tornai indietro e arrivai in quelle terre sante, dove d’estate il pane freddo costa quattro denari e il caldo non costa niente.

Qui incontrai il venerabile padre messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degno patriarca di Gerusalemme.

Egli, per rispetto all’abito di Sant’Antonio, che io ho sempre portato, volle che vedessi tutte le sante reliquie che aveva con sé; erano veramente tante che non ve le potrei assolutamente descrivere tutte.

Solo per rallegrarvi, ve ne citerò alcune.

Dapprima mi mostrò il dito dello Spirito Santo, poi il ciuffetto del Serafino che apparve a San Francesco, poi una delle unghie dei cherubini, una delle costole del “Verbum” e una delle vesti della Santa Fede Cattolica.

E, ancora, mi fece vedere alcuni raggi della stella cometa che apparve ai tre Magi in Oriente e un’ampolla del sudore di San Michele, quando combatté col diavolo, e la mascella della Morte di San Lazzaro e molte altre.

Per questo io gli copiai alcuni passi di Monte Morello in volgare e alcuni capitoli del Crapezio, che aveva a lungo cercato.

Poi mi donò uno dei denti del Crocifisso e, in una piccola ampolla, il suono delle campane del tempio di Salomone e la penna dell’angelo Gabriele, della quale vi ho già parlato, e anche uno degli zoccoli di san Gherardo di Villamagna, reliquia che ho donato poco tempo fa a Gherardo di Bonsi.

Infine questi mi diede alcuni carboni con i quali fu arso il beatissimo martire San Lorenzo.

Ho conservato devotamente tutte queste cose e le ho ancora tutte.

Ma mio superiore non ha voluto che ve le mostrassi fino a che non fosse stato certificato che erano autentiche.

Ora, per certi miracoli che esse hanno fatto e per certe lettere ricevute dal Patriarca, il mio superiore è sicuro della loro autenticità, perciò ha acconsentito che ve le mostri.

E io le porto sempre con me, temendo di affidarle ad altri.

In verità porto sempre con me la penna dell’angelo Gabriele, perché non si guasti, in una cassetta, e i carboni con i quali fu arrostito San Lorenzo in un’altra.

Le due cassette si assomigliano molto, per cui spesso viene presa l’una per l’altra, come è avvenuto ora.

E infatti, credendo di aver preso la cassetta dov’era la penna, ho portato quella dov’erano i carboni.

Ma adesso io sono certo che non si tratti di un errore, ma della volontà di Dio.

Dio, infatti, pose nelle mie mani la cassetta con i carboni; io mi rendo conto solo adesso, che fra soli due giorni ci sarà la festa di San Lorenzo.

Dio vuole che io, mostrandovi i carboni con i quali il Santo fu arrostito, riaccenda in voi la devozione per San Lorenzo.

Per questo mi fece prendere, non la penna come volevo, ma i benedetti carboni spenti dal sangue del Santo.

Per questo, figliuoli benedetti, toglietevi i cappucci e avvicinatevi qui per vederli devotamente.

Ma voglio che sappiate che chiunque sarà toccato da questi carboni con il segno della croce può vivere sicuro che per tutto quest’anno non sarà bruciato dal fuoco, senza che se ne accorga”.

Dopo aver detto ciò, cantando una laude di San Lorenzo, aprì la cassetta e mostrò i carboni.

La folla dei fedeli, credulona, dopo averli visti, si accalcò tutta intorno a frate Cipolla, dando molte più offerte del solito, pregando che il frate li segnasse tutti.

Frate Cipolla, presi in mano i carboni, sopra i camicioni bianchi dei contadini, sopra i corpetti e sopra i veli delle donne cominciò a fare grandi croci, dicendo che sebbene i carboni si consumavano nel fare le croci, poi ricrescevano nella cassetta, così come egli aveva molte volte constatato.

In tal modo segnò con la croce tutti i certaldesi, con suo grandissimo vantaggio.

Con questo accorgimento fece rimanere beffati coloro che, togliendogli la penna, avevano creduto di beffare lui.

I due briganti, che erano stati presenti alla predica e avevano udito la soluzione da lui trovata e quanto da lontano era partito con le parole, si erano sganasciati dalle risate.

Dopo che il popolo si fu allontanato, andarono da lui, gli raccontarono, con grande allegria, ciò che avevano fatto e gli restituirono la sua penna, che egli utilizzò l’anno successivo con lo stesso profitto che, in quel giorno, gli avevano procurato i carboni.

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Giornata VI – Novella IV Chichibio cuoco

Testo parafrasato e semplificato

La novella è tratta dalla sesta giornata in cui si raccontano situazioni spinose che si sono risolte grazie a una battuta di spirito. Il protagonista di questa novella è il cuoco di Currado Gianfigliazzi, Chichibio in quale, per compiacere una donna che gli piaceva, si era messo in una situazione davvero pericolosa!

Neifile, la narratrice di questa novella, esordì dicendo che a volte l’ingegno pronto offriva parole belle e utili a chi parlava, e altre volte la fortuna, aiutava i paurosi e offriva loro parole che essi non avrebbero mai potuto trovare in situazioni tranquille. Voleva dimostrare questo con la sua novella.

Currado Gianfigliazzi era stato un cittadino importante di Firenze, generoso e nobile, che si dilettava a fare vita cavalleresca e andava continuamente a caccia con i suoi cani, trascurando altri suoi impegni.

Un giorno egli, con un suo falcone, aveva ammazzato una gru, presso Peretola. Visto che la gru era bella grassa e giovane, la mandò al suo cuoco veneziano, che si chiamava Chichibio, dicendogli che la arrostisse ben bene per la cena. Chichibio, cuoco abile ma che sembrava un sempliciotto, preparò la gru, la mise sul fuoco e, prontamente, la cominciò a cuocere.

Quando la gru fu quasi cotta e mandava un ottimo profumo, una fanciulla della zona, di nome Brunetta, di cui Chichibio era molto innamorato, entrò in cucina. Sentendo l’odore della gru e vedendola, pregò dolcemente e insistentemente Chichibio di dargliene una coscia.

Chichibio le rispose, cantando e disse:

“Voi non l’avrete da me, Brunetta, voi non l’avrete da me”.

A quel punto donna Brunetta, molto turbata, gli rispose:

“In fede di Dio, se tu non mi dai una coscia della gru, io non datò mai a te quello che tu vorresti da me’’.  

Queste parole di Brunetta mossero … l’animo di Chichibio, il quale per non indispettire la sua donna, staccò una coscia alla gru e la diede a Brunetta. Quindi Chichibio servì, a cena, a Currado e al suo ospite, la gru, senza una coscia. Currado, meravigliatosi di ciò, fece chiamare il cuoco e gli domandò dove fosse finita l’altra coscia della gru. Il veneziano, bugiardo, rispose scaltramente:

“Signor mio, le gru hanno solo una coscia ed una gamba».

Currado allora, alterato, disse:

“Cosa diavolo vuol dire che le gru hanno solo una coscia e una gamba? Ti pare che io non abbia mai visto altre gru oltre a questa?’’

Ma Chichibio continuò:

“Vi garantisco signore che la verità è questa. E quando vorrete vi mostrerò che quello che sto dicendo è vero”.

Currado, per rispetto dell’amico che era a tavola con lui, non volle continuare la discussione, ma disse:

“Poiché tu dici che puoi dimostrare quello che dici nella realtà, dal momento che io non ho mai né visto né udito quello che tu stai dicendo, io voglio aver la prova già domattina. Così sarò contento. Ma ti giuro, sul corpo di Cristo che, se le cose non stanno come tu dici, io ti farò conciare in maniera, che te lo ricorderai per lungo tempo. Ti ricorderai di me per tutta la vita.”

Quella sera il discorso venne quindi interrotto. La mattina seguente al sorgere del sole, Currado si alzò. Nonostante avesse dormito, l’ira causata dal comportamento di Chichibio non era cessata. Pertanto si alzò e comandò che i cavalli gli fossero preparati. Fece salire il cuoco sopra un ronzino e insieme si diressero verso il fiume sulla riva del quale solitamente al mattino si vedevano le gru. Mentre camminava Currado disse a Chichibio:

“Adesso vedremo chi ha mentito ieri sera: se io o tu!”

Chichibio, vedendo che la rabbia di Currado durava ancora e che gli conveniva dimostrare di aver detto la verità, ma non sapendo come fare, cavalcava vicino a Currado con gran paura. Se avesse potuto sarebbe fuggito. Ma non potendo fuggire guardava ora davanti, ora indietro, ora di lato: e quello che gli sembrava di vedere erano tutte gru su due piedi.

Ma quando furono arrivati vicino al fiume, prima che le ebbe viste Currado, Chichibio vide dodici gru, le quali stavano tutte su di una gamba.

È così che sono solite fare le gru quando dormono. Per questo egli, mostrandole rapidamente a Currado disse:  

«Potete ben vedere messere, potete ben vedere che ieri sera vi ho detto il vero. Infatti le gru hanno solo una coscia e un piede. Potete vedere benissimo come stanno quelle là.”

Currado, vedendole disse:

“Aspetta un attimo che ti mostro se di gambe ne hanno due”.

E avvicinatosi a quelle gridò: “Ho ho!”

Al sentire quel grido le gru, dopo aver messo l’altro piede in giù, fecero tutte qualche passo ei cominciarono a fuggire.

Currado dunque si rivolse a Chichibio e disse:

“Che ne dici furbacchione? Ti pare che esse abbiano due gambe?”

E Chichibio, mostrandosi quasi sbigottito, non sapendo egli da dove venisse l’idea rispose:

«Ma messere sì, avete ragione; ma voi ieri sera non gridaste Ho ho! a quella gru. Se voi aveste gridato così ella avrebbe mandato fuori l’altro piede, come hanno fatto queste».

Currado rimase incredibilmente stupido da questa risposta, gli piacque così tanto che la sua rabbia si trasformò in una sonora risata.

“Hai ragione tu” disse “Chichibio hai proprio ragione, avrei dovuto farlo!!

Ed ecco dunque che con la sua pronta e gioiosa risposta la sventura di Chichibio svanì e lui fece pace col suo signore.

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Giovanni Boccaccio

Perché si studia ancora Boccaccio?

  • Perché la sua opera si colloca tra Medioevo e Umanesimo.
  • Perché lui porta le istanze sia dell’aristocrazia cortese che quelle del ceto mercantile emergente.
  • Perché la sua opera, pervasa da un profondo sentimento religioso proietta l’esistenza dell’uomo verso un destino ultraterreno.
  • Perché esprime una curiosità insaziabile verso tutti gli aspetti della
    realtà terrena.
  • Perché il suo Decameron racconta la società trecentesca, con i suoi stili di vita e il suo sistema di valori e disvalori.
  • Perché ha dato un contributo importante al genere della novella.
  • Perché ha saputo offrire una visione realistica e disincantata della realtà.
  • Perché la sua opera è pervasa di moralità.
  • Perché la sua ironia è pungente.
  • Perché ha presentato una ricca umanità e ha saputo ironizzare su essa.

Biografia – 1313-1375

Giovanni Boccaccio nasce a Firenze o a Certaldo tra giugno e luglio del 1313, figlio illegittimo di Boccaccio di Chellino, un ricco uomo d’affari; l’identità della madre è sconosciuta. Nel 1327 si trasferisce a Napoli con il padre, che è stato eletto consigliere e ciambellano del re Roberto d’Angiò.

A Napoli Giovanni viene introdotto nel mondo della finanza dal padre, che lo spinge agli studi di giurisprudenza; il giovane Boccaccio vive un’appassionata storia d’amore con Fiammetta, pseudonimo di una donna la cui identità è nascosta. Boccacci frequenta la corte angioina, frequenta la biblioteca reale e l’università, entra in contatto con gli intellettuali del tempo. Scopre così che il suo mondo non è quello della giurisprudenza, ma quello delle arti letterarie.

In questo periodo compone alcune opere:

  • Caccia di Diana (1334),
  • Filocolo (1336-1338),
  • Filostrato (1335 o 1339),
  • Teseida (1339-1340).

Nel 1340 la famiglia si trova in serie difficoltà finanziarie. Per questo è costretta a rientrare a Firenze. Firenze è una città dilaniata dai confitti politici e sociali che sono resi ancora più feroci dalla crisi economica. Siamo al culmine della crisi del Trecento.

A questi anni risalgono le opere:

  • Comedia delle ninfe fiorentine (1341-1342),
  • Amorosa visione (1342-1343),
  • Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344),
  • Ninfale fiesolano (1344-1346).

Nel 1348 Firenze viene colpita da una terribile epidemia di peste e Giovanni perde il padre e altri familiari. Divenuto capofamiglia, si impegna nella vita civile e politica, svolge missioni diplomatiche in Italia e Europa, in Romagna, a Napoli, in Tirolo e ad Avignone.

Nel periodo della pestilenza lui decide di scrivere il Decameron, un’opera ambientata proprio nel periodo della peste di Firenze; conclude il Decameron intorno al 1353.

Boccaccio conosce personalmente Francesco Petrarca a Firenze nel 1350, mentre è in viaggio per Roma per il giubileo. L’anno successivo Boccaccio lo raggiunge a Padova inviato dal comune di Firenze: gli offre una cattedra nello Studio fiorentino che Petrarca non accetta.

In quel periodo, forse anche proprio grazie all’incontro con Petrarca, inizia a comporre opere in latino:

  • Genealogie deorum gentilium,
  • De casibus virorum illustrium,
  • De mulieribus claris.

In volgare scrive:

  • il Corbaccio,
  • il Trattatello in laude di Dante.

Dal 1360 Boccaccio ospita Leonzio Pilato, un maestro calabrese chiamato a Firenze per insegnare il greco antico e per tradurre in latino le opere di Omero e Platone. Sempre nel 1360 prende gli ordini ecclesiastici minori per poter continuare serenamente i propri studi. Dopo un breve allontanamento da Firenze, riprende l’attività diplomatica come
ambasciatore ad Avignone, Roma e Napoli.

Dal 1371 si trasferisce a Certaldo, dove si dedica agli studi e alla meditazione.

Nel 1373, su incarico del comune di Firenze, inizia a leggere e commentare in pubblico la Commedia di Dante. Purtroppo, giunto al canto XVII dell’Inferno, deve interrompere le sue lezioni per le cattive condizioni di salute. Muore a Certaldo il 21 dicembre del 1375.

Caratteristiche comuni delle sue opere

Giovanni Boccaccio si è formato da autodidatta.

Personalità ricca e sfaccettata

Egli ha vissuto in ambienti diversi tanto che si sente a proprio agio sia nel mondo della finanza che circoli universitari e nell’aristocratica società di
corte. I diversi ambienti frequentati lo portano a essere

  • profondamente legato alla tradizione medievale,
  • conoscitore esperto del mondo mercantile,
  • aperto alle istanze preumanistiche,
  • ammiratore appassionato di Dante,
  • amico fraterno di Petrarca.

La sua è quindi una personalità decisamente sfaccettata tanto da sembrare, a tratti quasi contraddittoria.

Valore della poesia

Boccaccio ama la creazione letteraria, tanto da farne la sua ragione di vita. Egli ritiene che la «nobile poesia» abbia valenza estetica, consolatoria ed educativa.
Il valore della letteratura appare metaforicamente illustrato nella rappresentazione simbolica di un gruppo di giovani riuniti a dialogare amabilmente nello spazio circoscritto di un giardino.

Negli ultimi anni la letteratura è considerata sempre più da Boccaccio un dono di Dio, una forma di conoscenza che può essere paragonata alla teologia.

Una scrittura con molti significati

Tutte le opere di Boccaccio si propongono di offrire insegnamenti. Verità filosofiche e morali sono nascoste sotto una scrittura leggera e brillante, oppure volgare e oscena. Ad una lettura superficiale la sua scrittura può apparire destinata solo ad un divertimento giocoso. Ma il lettore attento può trovare messaggi profondi, nascosti abilmente sotto la superficie del testo.

Lo sperimentalismo

Boccaccio, uomo curioso e attento alle varie sfumature della varia umanità, continua a sperimentare. Infatti la mentalità mercantile lo porta a guardare gli uomini con spietato realismo, mentre la sua cultura letteraria lo invita ad andare oltre la superficie delle cose, oltre le apparenze, per ricercare il significato più profondo della realtà. E così Boccaccio pratica diversi generi letterari come il romanzo, il poema epico, la satira, il genere pastorale e, naturalmente, la novellistica.

Opere

La Caccia di Diana [1334]

La Caccia di Diana è un poema allegorico. Costituito da diciotto canti scritti in terzine dantesche. L’argomento trattato è quello di una battuta di caccia che coinvolge alcune nobildonne napoletane.

Queste si ribellano alla dea Diana, divinità vergine, per seguire Venere, dea dell’amore. Per questo sono premiate da Venere che trasforma gli animali catturati in giovani amanti.

Work in progress

Il Filocolo [1336-1338]

Il Filocolo è un romanzo in prosa in cinque libri. Nella cornice del romanzo appare Fiammetta, ovvero Maria d’Aquino, figlia di re Roberto d’Angiò, la donna amata dal Boccaccio. Fiammetta prega Giovanni Boccaccio di narrare la vicenda di Florio, un principe di stirpe regale, e Biancifiore, un’orfana.

La storia ha origine orientale ed è già diffusa in Francia e in Italia in numerose versioni. L’amore tra i due giovani è ostacolato dai genitori del ragazzo per ragioni di convenienza sociale. Quando Biancifiore viene venduta a dei mercanti, Florio cambia il proprio nome in Filocolo e si mette alla ricerca della sua amata. Dopo averla ritrovata, scopre che anche lei è di nobili natali e può dunque, finalmente sposarla.

Tre sono i messaggi principali dell’opera:

l’amore nasce dalla nobiltà dell’animo e non è vincolato da situazioni economiche o sociali;

la fedeltà è la sostanza del vero amore;

la concupiscenza e la lussuria sono da condannare;

il vero amore non solo supera ogni ostacolo, ma cresce e si rafforza nelle prove e nelle difficoltà.

Il Filostrato [1335 o 1339]

Poema epico in nove canti, in ottave, il Filostrato è ispirato a un episodio della guerra di Troia. Racconta dell’amore fra Troilo, figlio di Priamo, re di Troia, e Criseida. Lui ha un temperamento introspettivo e sentimentale, lei invece appare più spigliata e disinvolta. Quando lei lo tradisce con il
greco Diomede, Troilo si getta in battaglia cercando vendetta e muore per mano di Achille.

Boccaccio, in quest’opera, parla della lontananza in amore. Lui ritiene che il distacco e la lontananza possano incrinare anche l’amore più felice. L’amore ha bisogno del contatto fisico, non può sopravvivere in una dimensione puramente spirituale. In quest’opera venne introdotta
forse per la prima volta l’ottava, strofa composta da otto endecasillabi, i primi sei a rima alternata e gli ultimi
due a rima baciata, soluzione metrica che nel Quattro e
Cinquecento diverrà canonica nel poema cavalleresco

Fonti

G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori