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Il Risorgimento

Premesse

www.combattentiliberazione.it/guerra-dindipendenza-1848-1849

Il Risorgimento è il processo che ha portato all’unificazione nazionale e all’organizzazione dello Stato unitario.
Protagonisti del Risorgimento sono i patrioti, principalmente intellettuali e borghesi. Gli obiettivi del movimento risorgimentale sono:

  • l’indipendenza,
  • l’unità nazionale,
  • lo sviluppo sociale ed economico del Paese.

La prima fase del Risorgimento è quella della cospirazione clandestina contro i sovrani assoluti, che prende il via con al Restaurazione, dopo il 1815 con le società segrete e la divulgazione delle idee patriottiche.

Nella parola Risorgimento (ri-sorgere=nascere ancora) c’è innanzitutto la convinzione che sia esistita una unità culturale e politica italiana da far rinascere: da quella lontana dell’Italia romana a quella cristiana del Medioevo, a quella della civiltà rinascimentale.
Il concetto nuovo che riassume tutto il programma del Risorgimento è quello di patria, intesa come “casa comune” di tutto il popolo italiano, che da secoli viveva frazionato in tanti Stati separati e in parte sotto il
dominio straniero

La Prima Guerra d’Indipendenza


Durante i moti rivoluzionari del 1848 a Milano la popolazione insorge. Nelle cinque giornate di Milano i milanesi portano alla fuga l’esercito austriaco. I patrioti italiani esortano allora Carlo Alberto di Savoia, re del regno di Sardegna, a dichiarare guerra all’Austria.

Carlo Alberto, desideroso di estendere i confini del proprio Regno, decide così di dichiarare guerra all’Austria, anche perché sostenuto da numerosi volontari e altri sovrani italiani, che gli accordano il loro sostegno. Inizia così la Prima Guerra d’Indipendenza italiana.

Presto, però, dubbi e invidie verso i Savoia spingono gli altri sovrani a ritirare le loro truppe.

Rimasto quindi solo, Carlo Alberto è sconfitto a Custoza e rientra in Piemonte firmando un armistizio con l’Austria.
Il disimpegno dei monarchi italiani rafforza però il movimento dei rivoluzionari democratici. La guerra riprende l’anno successivo, ma l’esercito piemontese viene sconfitto a Novara. Carlo Alberto abdica allora in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che sarà quindi il re dell’unificazione dell’Italia. Viene trattata la resa con gli austriaci, ma viene mantenuto in vigore lo Statuto albertino, che rimarrà la carta costituzionale italiana per un secolo.

In Toscana e a Roma, l’iniziativa dei democratici porta, nel febbraio 1849, alla fuga di Leopoldo II e di Pio IX e alla proclamazione della repubblica. Il papa, però, ottiene l’appoggio di Luigi Napoleone Bonaparte e riesce
a riconquistare la città. Gli Austriaci inoltre pongono fine alla Repubblica toscana e sconfiggono la resistenza opposta da Venezia.

Anche i moti del ’48 quindi sembrano concludersi con un nulla di fatto. Ma ormai i tempi sono maturi, le idee di unità nazionale sono sempre più diffuse.

Camillo Benso conte di Cavour

Il processo di unificazione italiana prosegue soprattutto grazie all’azione diplomatica di Camillo Benso, conte di Cavour.

Cavour:

  • è a capo del governo del Regno di Sardegna dal 1852 fino al 1861;
  • fa del regno sabaudo lo Stato-guida del processo di unificazione dell’Italia;
  • dà vita a un’abile azione diplomatica finalizzata a suscitare l’attenzione delle grandi potenze europee nei confronti della questione italiana.
Camillo Benso conte di Cavour

http://www.ovovideo.com/cavour/

La guerra di Crimea

L’occasione per presentare alle potenze europee la questione italiana si presenta allo scoppio della Guerra di Crimea. Il Piemonte decide di parteciparvi con un contingente di soldati.

Nota 1 – La guerra di Crimea
La guerra di Crimea (all’epoca chiamata Guerra d’Oriente) viene combattuta dal 4 ottobre 1853 al 1 febbraio 1856 fra l’Impero russo da un lato e un’alleanza composta da Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna dall’altro. 

Il conflitto ha origine da una disputa fra Russia e Francia sul controllo dei luoghi santi della cristianità in territorio ottomano.
Entrambe, Russia e Francia, vogliono esercitare il loro controllo sui luoghi della cristianità. Quando la Turchia accetta le proposte francesi viene attaccata dalla Russia, luglio 1853. 
La Gran Bretagna, impegnata nei lavori al canale di Suez, è attenta a salvaguardare i suoi interessi economici. Temendo l’espansione russa verso il Mediterraneo, si unisce alla Francia.
Insieme si muovono per difendere la Turchia e dichiarano quindi guerra alla Russia nel marzo del 1854.
L’Austria appoggia politicamente le potenze occidentali.
Il Regno di Sardegna vede nell’Austria il suo più grande nemico, anche perché dopo il Congresso di Vienna il territorio italiano era governato in maniera più o meno diretta dagli Asburgo di Austria.
Nel timore che la Francia si legasse troppo all’Austria, nel gennaio 1855 il Regno di Sardegna invia un contingente militare al fianco dell’esercito anglo-francese dichiarando a sua volta guerra alla Russia.
Il conflitto si svolge soprattutto nella penisola russa di Crimea, dove le truppe alleate mettono sotto assedio la città di Sebastopoli, principale base navale russa del mar Nero.
Nella decisiva battaglia di Sebastopoli l’esercito sabaudo, cioè l’esercito piemontese, è determinante per il successo dell’intera guerra.
Grazie a questo intervento il regno di Sardegna può sedersi al tavolo dei vincitori al congresso di Parigi.

Se vuoi approfondire questo è il link di un video sulla guerra di Crimea.   https://www.youtube.com/watch?v=egZfRE9x0_I 

Per un ulteriore approfondimento sulla guerra di Crimea

https://library.weschool.com/lezione/guerra-crimea-1853-riassunto-sintesi-balaklava-risorgimento-17447.html

Il Congresso di Parigi del 1856 stabilisce le condizioni di pace dopo la guerra in Crimea e avvicina, politicamente, il Regno di Sardegna alla Francia. Questo favorisce la crescita di stima reciproca che porterà nel 1859 alla seconda guerra di indipendenza.

Al congresso Cavour espone il proprio punto di vista, facendo rilevare che solo sotto la guida del Regno di Sardegna il processo dell’indipendenza nazionale può essere compiuto, evitando pericolose rivoluzioni.

Accordi di Plombières

La Gran Bretagna non pone ostacoli e la Francia dichiara il proprio appoggio. L’abilità di Cavour porta Napoleone III a stipulare con il Piemonte un’alleanza difensiva: gli accordi di Plombières.

Gli accordi di Plombières vengono stipulati il 21 luglio 1858.
Con essi la Francia s’impegna ad intervenire in aiuto del Piemonte in caso di aggressione austriaca.
A partire dalle insurrezioni del 1848, il clima di insofferenza nei confronti delle monarchie regnanti sugli Stati dell’Italia, si fa sempre più accentuato.
In particolare nel Lombardo-Veneto la presenza austriaca è causa di forti tensioni. In Piemonte viene invece avviata dal presidente del Consiglio Cavour una politica che punta all’indipendenza e all’unità dell’Italia.
Secondo Cavour per ottenere l’unificazione è necessario che il Piemonte, dopo essere diventato il punto di riferimento dei movimenti liberali italiani, trovi un alleato che gli permetta di combattere contro l’Austria.
Il progetto di Cavour è quello di attirare l’attenzione degli Stati europei sulla condizione italiana per ottenere l’appoggio di uno di questi.
L’occasione si presenta nel 1856 con il Congresso di Parigi, alla fine della Guerra di Crimea, quando le potenze che hanno partecipato al conflitto si siedono al tavolo delle trattative per stabilire le condizioni di pace.
È in questa occasione che Cavour attira l’attenzione sulla questione italiana, caratterizzata dalle tensioni dovute alla presenza dell’Austria.
Nella stessa circostanza Cavour riesce ad ottenere anche il sostegno della Francia di Napoleone III.

http://www.ovovideo.com/accordi-plombieres/

Lettura lettera di Cavour sugli accordi di Plombières

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_04_01.html

La seconda guerra d’Indipendenza

Forte degli accordi di Plombières, Cavour fa di tutto per provocare un attacco da parte dell’Austria, e ci riesce. Così l’Austria dichiara guerra al
Piemonte.

Grazie agli accordi di Plombières la dichiarazione di guerra impone l’intervento della Francia a fianco del Regno di Sardegna. Fin da subito l’esercito franco-piemontese ottiene importanti vittorie contro gli Austriaci. Alla luce dei successi franco piemontesi alcuni Stati dell’Italia centrale chiedono l’annessione al regno sabaudo.

Il sogno di un’Italia unita era sempre più vicino alla realizzazione!

Ma la richiesta di annessione degli Stati dell’Italia centrale al Regno di Sardegna sconvolge i piani di Napoleone III.

Il sovrano francese è sottoposto a pressioni: da un lato teme l’allargamento del conflitto, dall’altro è consapevole che il suo esercito abbia subito perdite eccessive. Inoltre la campagna in Italia è molto criticata dall’opinione pubbilca francese.

La disapprovazione di Cavour non impedisce a Napoleone III di ritirarsi dal conflitto e concludere, con gli Austriaci l’armistizio, di Villafranca. La Seconda guerra di indipendenza si conclude con il passaggio della Lombardia al Regno di Sardegna.

Nel marzo del 1860, Toscana, Emilia, Romagna, Parma e Modena, attraverso un plebiscito, vengono annesse al Regno di Sardegna.

1860 Mappa dell’Impero Austriaco, Stati Italiani, Turchia in Europa e Grecia – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:1860_Map_Of_The_Austrian_Empire,_Italian_States,_Turkey_In_Europe_and_Greece.jpg

La spedizione dei Mille

Itinerario della spedizione garibaldina

Il 5 maggio 1860 Garibaldi parte da Quarto assieme a un migliaio di uomini: vengono chiamati i Mille. Sbarca a Marsala, dopo una tappa a Talamone. Libera la Sicilia dalle truppe borboniche. Non intende favorire alcuna lotta sociale, quindi reprime con durezza le rivolte popolari. Attraversa lo stretto di Messina, risale la penisola a strappa ai Borboni l’Italia meridionale. Quindi punta su Roma.

Cavour non vede di buon occhio l’impresa garibaldina. Teme:

  • che il generale crei una repubblica mazziniana nel Mezzogiorno,
  • che le truppe garibaldine arrivino a Roma e provochino l’intervento della Francia a favore del papa.

Per questo Cavour convince Vittorio Emanuele II ad assumere il controllo della situazione, recandosi nell’Italia centrale.

Il 26 ottobre 1860, a Teano, Garibaldi consegna le terre conquistate a Vittorio Emanuele II, re d’Italia.

Nell’arco di breve tempo, una serie di plebisciti sancisce l’annessione al Regno di Sardegna di tutta l’Italia meridionale, delle Marche e dell’Umbria.

Nel gennaio 1861 si svolgono le elezioni per il nuovo Parlamento, che ha sede a Torino. Il 17 marzo viene proclamato ufficialmente il Regno d’Italia.

Video sulla Seconda guerra di indipendenza, Battaglia di Solferino e San Martino e la fondazione della Croce Rossa

https://www.raicultura.it/articoli/2020/11/La-seconda-guerra-dIndipendenza-del-1859-aace1e75-8402-439f-bbc8-df80908a3cb0.html

La terza guerra d’Indipendenza

Nel 1866 all’Italia si presenta l’occasione propizia per conquistare il Veneto. La Prussia, stato che sta aumentando la sua forza, vuole spezzare il predominio austriaco sull’Europa. Propone quindi al nuovo regno italiano di intervenire nella guerra contro l’Austria. In cambio all’Italia viene promesso il Veneto.
L’Italia quindi entra in guerra a fianco della Prussia. L’esercito italiano registra molte sconfitte, ad eccezione dei Cacciatori delle Alpi, l’unità di volontari che operò al comando di Garibaldi nel Trentino sud-occidentale fra giugno e luglio 1866.

Il 9 agosto 1866 Garibaldi si trova nel piccolo centro trentino di Bezzecca dove, tre settimane prima, aveva respinto un contrattacco austriaco guadagnando l’unica vittoria italiana nella Terza guerra d’Indipendenza.
Con i suoi “Cacciatori delle Alpi” il generale si prepara a entrare nella regione che era parte dell’impero austro-ungarico: voleva liberare Trento.
Ma giunge la notizia dell’armistizio tra Italia e Austria e arriva l’ordine del generale La Marmora di sgomberare il Trentino entro 24 ore.
Allora Garibaldi impugnò la penna e, in risposta, scrive la famosa frase: Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco.
Il telegramma inviato da Garibaldi. Il celebre Obbedisco!

Pur subendo gravi sconfitte, l’Italia trae comunque vantaggio dalla vittoria finale della Prussia perché ottiene il promesso Veneto.

Per completare l’unificazione italiana mancano ancora Roma, il Lazio, il Trentino e Trieste.

Le tappe dell’unità di Italia

La questione romana

L’annessione del Lazio e di Roma è rimasto un obiettivo prioritario per i patrioti, ma il problema non è di facile soluzione. Infatti per antichissima tradizione che risale ancora a Carlo Magno e a suo padre Pipino il Breve tra corona francese e papato c’era un accordo, un accordo rinnovato più volte tanto che dal 1849 una guarnigione francese difendeva Roma da eventuali attacchi italiani. Cavour ha tentato senza successo una soluzione diplomatica del problema. Garibaldi, nel 1862 e nel 1867, tenta la conquista militare, ma si trova costretto a ritirarsi per la forte opposizione della Francia. Ma nel 1870 si presenta l’occasione per risolvere una volta per tutte le questione romana: la guerra franco – prussiana.

Guerra franco prussiana

Il conflitto viene combattuto nel 1870-71 tra Francia e Prussia. La Prussia, guidata dall’azione politico-diplomatica di Bismarck, vuole completare l’unità tedesca. È però necessario ottenere una vittoria militare sulla Francia. Bismarck approfitta di una questione politica per assumere un atteggiamento apertamente antifrancese che porta alla dichiarazione di guerra da parte della Francia il 19 luglio del 1870.

Ma la Francia, militarmente inferiore alla Prussia e agli altri Stati tedeschi, non è preparata al conflitto ed è senza alleati. Nessuno quindi interviene al suo fianco. Le armate tedesche conseguono immediatamente una serie di vittorie che culminano con la disfatta francese nella battaglia di Sedan. Alla notizia del disastro di Sedan, a Parigi scoppia la rivoluzione: viene proclamata la caduta dell’impero e un governo di difesa nazionale assumeva il potere. Parigi viene assediata dai Tedeschi.

VEDI RACCONTO I DUE AMICI

I francesi resistono eroicamente, ma all’inizio di gennaio del 1871 il comando tedesco bombarda Parigi. Il 28 gennaio viene firmato l’armistizio. La pace si conclude col trattato di Francoforte che comporta l’occupazione temporanea di una parte del territorio, la cessione dell’Alsazia e di una parte della Lorena, e anche la sfilata di una parte delle truppe vittoriose a Parigi, sugli Champs-Elysées.

Grazie alla guerra franco-prussiana, l’Italia approfitta del ritiro delle truppe francesi dallo Stato della Chiesa. Quindi occupa il Lazio e Roma.

Roma capitale del Regno d’Italia

Roma viene proclamata capitale d’Italia nel 1871. Il Parlamento italiano, per risarcire il pontefice della perdita del suo Stato, approva la Legge delle Guarentigie. Tale legge però viene rifiutata dal papa, il quale reagisce duramente scomunicando il governo italiano e promulgando il Non expedit.

Non éxpedit

Il Non éxpedit fu una disposizione della Santa Sede con la quale si dichiarava inaccettabile la partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni politiche del Regno d’Italia e, per estensione, alla vita politica nazionale italiana.
La disposizione fu revocata ufficialmente solo nel 1919 da Papa Benedetto XV.

De Rerum Novarum

L’atteggiamento intransigente della Santa Sede si ammorbidì progressivamente nei decenni successivi.

Infatti nel 1891 papa Leone XIII emanò l’enciclica De rerum novarum.

Enciclica: è una lettera apostolica scritta dal Papa.
Può essere indirizzata ai vescovi, ai fedeli di tutto il mondo o a quelli di una sola regione.
Può trattare argomenti riguardanti la dottrina cattolica o particolari situazioni religiose, politiche, sociali.
Viene chiamata con la citazione delle prime due o tre parole del testo che solitamente anticipano il tema dell’enciclica stessa.
“Rerum novarum” significa “delle cose nuove“.

Con la “Rerum novarum”  Chiesa cattolica affrontava per la prima volta la questione sociale e fondava la moderna dottrina sociale della Chiesa, dottrina necessaria per affrontare le problematiche della nuova società di massa. La “Rerum novarum” volle far sì che il Cattolicesimo non restasse escluso dal processo di trasformazione del nuovo stato italiano. Nel testo inoltre si parlò delle nuove pratiche economiche come le Casse rurali e le Leghe bianche, le organizzazioni sindacali cattoliche.

Punti essenziali
1. Si riconosceva che il conflitto di classe era legato allo sviluppo industriale, alla relazione tra padroni e operai e alla ricchezza accumulata in poche mani.
2. Si poneva contro il pensiero socialista che accresceva l’odio tra poveri e ricchi.
3. Si riconosceva e si difendeva la proprietà privata. Riconosceva il diritto dello stato nella difesa della proprietà privata.
4. Si poneva contro gli scioperi ma anche contro lo sfruttamento degli operai.
5. Sostevena che lo stato doveva garantire a tutti i lavoratori un salario minimo tale da consentire una vita dignitosa a tutti.
6. Inoltre affidava agli operai cristiani il compito di creare società ispirate ala dottrina sociale della chiesa.

Il rapporto tra stato e chiesa dall’Unità di Italia

https://www.facebook.com/watch/?v=314740975897035

La questione romana – Bignomi – Riccardo Rossi

https://www.youtube.com/watch?v=BXRpmfqyfas

La questione romana – prof. Ernesto Galli della Loggia

https://www.raiplay.it/video/2016/04/Il-tempo-e-la-Storia-Unit224-daposItalia-e-chiesa-La-questione-romana-Con-il-Prof-Ernesto-Galli-Della-Loggia-del-05042016-3438bb5d-0f16-4403-b929-def8e3913310.html

Pastor angelicus film

Roma e il papato dopo la seconda guerra

Video – la questione Stato – Chiesa

https://www.facebook.com/raistoria/videos/314740975897035

Fonti

  • © ISTITUTO ITALIANO EDIZIONI ATLAS
  • M. Fossati, G. Lupi, E Zanette, Parlare di storia, Pearson
  • www.treccani.it
  • www.focus.it
  • https://www.grin.com/document/55382
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Illuminismo Settecento storia

Il Settecento

Il secolo dell’Illuminismo, di Goldoni, dei fratelli Verri, dei primi giornali in Italia e in Europa.

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Illuminismo Neoclassicismo Ottocento Rivoluzione francese Romanticismo, Settecento

Tra Rivoluzione e Restaurazione

L’evoluzione del pensiero filosofico tra illuminismo e preromanticismo

Nel periodo a cavallo tra Settecento e Ottocento negli anni intensi degli avvenimenti che vanno dalla Rivoluzione Francese alla Restaurazione si intrecciano tendenze assai diverse tra loro nel panorama culturale europeo.

La maggior parte dei fenomeni di questo contesto trovano la loro origine nella cultura illuministica.

L’Illuminismo è stato un fenomeno a più facce.

Accanto alla fiducia della ragione e alle aspirazioni per la costruzione di una nuova società prendeva forma progressivamente la scoperta della sensibilità e del sentimento. Sul piano individuale la rivalutazione del sentimento assume un’importanza analoga all’influenza esercitata dalla ragione.

Sentimento e ragione erano i due strumenti attraverso cui la borghesia europea cercava di affrancarsi da una società chiusa, ancora controllata da un’aristocrazia che poneva l’orgoglio di casta e le differenze di nascita davanti a qualsiasi altra considerazione.

Nel corso del secolo si afferma sempre di più la teoria secondo cui l’esperienza e le sensazioni concorrono alla conoscenza assai più della ragione. A fianco ad essa si sviluppa l’idea che l’arte debba soddisfare contemporaneamente i principi di bellezza, verità e utilità. Si affianca inoltre un’attenzione crescente al concetto di piacere.

La progressiva attenzione al sentimento e alle passioni determina il successo dell’estetica del sublime, in base alla quale lo scopo dell’arte non è offrire un’esperienza gradevole ma suscitare emozioni violente, capaci di smuovere le parti più profonde della psiche.

Nel trattato “Inchiesta filosofica sulle nostre idee del sublime e del bello” del 1756, Edmund Burke dichiara che “tutto ciò che tratta di oggetti terribili, tutto ciò che agisce in maniera analoga al terrore, è una fonte di sublime, o, se si vuole, può suscitare la più forte sensazione che l’anima sia capace di sentire”.

All’artista quindi si richiedono fantasia e entusiasmo, estro e genialità, più che particolari abilità tecniche.

Proprio l’assimilazione tra artista e genio è una delle caratteristiche del periodo.

Il neoclassicismo

In un’età incerta e contraddittoria come quella tra Settecento e Ottocento, il classicismo rappresenta l’elemento dominante incontrastato delle esperienze letterarie e artistiche. Il tradizionale modello estetico greco-latino si arricchisce però di esperienze nuove contribuendo all’affermarsi di una corrente definita neoclassicismo a cui si rifanno sia gli scrittori direttamente reazionari, cioè che tentano in questo modo di arginare la cultura moderna, sia le tendenze ideologiche progressiste.

Per capire l’importanza del fenomeno occorre tener presente che, per un intellettuale di questi anni, il classicismo non è una forma d’arte tra le tante, ma rappresenta l’arte in assoluto, rappresenta l’unico patrimonio della cultura che sia in grado di organizzare formalmente la realtà, al di là delle differenze ideologiche e politiche.

Lo studio dell’arte classica riceve un grande impulso dagli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano. Si cerca il canone eterno e universale, il principio etico ed estetico che sia capace, di portare la natura umana al più alto grado di perfezione.

Il gusto neoclassico si presenta quindi come il gusto moderno, capace di assorbire una lunga tradizione di esperienze ideologiche e stilistiche e di tradurle in rappresentazioni semplici e nitide, di altissimo valore formale.

I fondamenti dell’estetica neoclassica si devono a un archeologo e storico dell’arte tedesca Johann Joachim Winckelmann, il quale pone la Grazia come supremo ideale estetico. Per Winckelmann la Grazia è piacevole, agisce nella semplicità e nella quiete dell’anima offuscata delle violente passioni. Il prodotto artistico che ne esce ha forme semplici e piacevoli, composte e perfette, in grado di rappresentare gli avvenimenti e i sentimenti del presente in modo armonico ed elevato.

Testo – La bellezza ideale dei Greci: il Laocoonte

L’artista deve essere libero. Non esiste un solo canone di bellezza. La creazione artistica non ammette regole. Ecco delle frasi che a noi sembrano ragionevoli, ma che chiunque si richiami all’estetica classica (chiunque abbracci, cioè, l’ideale neoclassico) non sottoscriverebbe mai. Lo si vede chiaramente nei Pensieri sull’imitazione delle opere greche, là dove, partendo appunto dallo studio delle opere della Grecia classica, Winckelmann cerca di dedurre alcune regole della creazione artistica che siano valide per tutti i tempi.
Benché si tratti di un breve opuscolo stampato nel 1755 in cinquanta copie a spese dell’autore, lo scritto di Winckelmann ebbe un successo enorme.

Nel brano che segue, egli affronta il tema centrale del suo saggio: come, attraverso l’imitazione degli antichi, gli artisti moderni possano raggiungere la perfezione.

L’unica via per noi per divenire grandi, anzi, se possibile, inimitabili, è l’imitazione degli antichi, e ciò che qualcuno ha detto di Omero, che impara ad ammirarlo chi imparò ad intenderlo, vale anche per le opere d’arte degli antichi, in particolare per i Greci.
Bisogna conoscerle come si conosce un amico per trovare il Laocoonte altrettanto inimitabile di Omero […].
L’imitazione del bello in natura o si riferisce ad un solo modello, o riunisce insieme le osservazioni sopra vari modelli singoli e li compone in un tutto.
Nel primo caso si fa una copia somigliante, un ritratto: è la strada che conduce alle forme e alle figure dei fiamminghi.
Nel secondo caso invece si prende la via per il bello universale e per le sue figure ideali: quest’ultima via presero i Greci.
La differenza tra loro e noi è però questa: i Greci avrebbero ottenuto queste immagini anche se non fossero state prese da corpi belli, in virtù d’una quotidiana osservazione del bello in natura, che a noi invece non si mostra ogni giorno, e raramente come lo desidera l’artista […].
Tale imitazione insegnerà a pensare e a creare con sicurezza giacché in essi si vedranno fissati gli estremi confini del bello umano, e nel contempo di quello divino.
Se l’artista si basa su queste fondamenta, e si lascia guidare la mano e il sentimento dalla regola greca della bellezza, è già sulla strada che lo condurrà sicuro all’imitazione della natura […].
Infine, il generale e principale contrassegno dei capolavori greci è una nobile semplicità e una quieta grandezza, sia nella posizione che nell’espressione. Così come la profondità del mare rimane sempre tranquilla, per quanto infuri la superficie, così l’espressione delle figure dei Greci mostra, in mezzo a tutte le passioni, un’anima grande e posata.
Quest’anima si mostra nel volto del Laocoonte, e non solo nel volto, nonostante la più atroce sofferenza.
Il dolore, che si scorge in ogni muscolo e in ogni tendine del corpo e che, al solo guardare quel ventre dolorosamente contratto, senza considerare né il viso né le altre parti, crediamo quasi di sentire noi stessi, quel dolore – io dico – non si esprime affatto con la rabbia nel volto o nell’intera postura […].
Il dolore del corpo e la grandezza dell’anima sono distribuiti in egual misura per tutta la composizione della figura e, per così dire, si equilibrano.
Laocoonte soffre […]: la sua rovina ci penetra l’anima; ma pure brameremmo poterla sopportare come questo grand’uomo.
L’espressione di un’anima così grande va ben oltre la creazione della bella natura. L’artista dovette sentire nel proprio intimo la forza dello spirito che impresse nel marmo.

ESTETICA ED ETICA Winckelmann sviluppa il suo ragionamento a partire dall’analisi di alcune statue antiche che egli ritiene risalire al V-IV secolo a.C., e cioè a quello che considera il periodo di maggior splendore dell’arte antica. In particolare, si concentra sul gruppo del Laocoonte e sulla statua dell’Apollo del Belvedere. In realtà, noi oggi sappiamo che si tratta di copie tardo-ellenistiche, o addirittura romane, di originali greci perduti.
Secondo Winckelmann, i Greci hanno raggiunto la perfezione nell’arte perché hanno saputo imitare la realtà in maniera tanto sapiente e raffinata da compiere una sintesi perfetta fra tutte le bellezze naturali, raggiungendo così il «bello universale». Tale perfezione si riscontra nella «nobile semplicità» e nella «quieta grandezza» che ispirano le opere d’arte greche: nel Laocoonte, per esempio, il realismo nella rappresentazione della sofferenza del personaggio (realismo che affiora nella tensione dei muscoli, dei tendini, del volto, e in generale in tutta l’espressione corporea) viene bilanciato dalla «grandezza dell’anima» del soggetto scolpito.
Si tratta di una lettura fortemente idealizzata della bellezza, una lettura che risente della filosofia di Platone. Nella concezione che Winckelmann ha dell’opera d’arte perfetta, l’estetica viene in certo modo a coincidere con l’etica, il bello con il buono. La bellezza che Winckelmann ha in mente è perfetta perché non è fine a se stessa ma si fa bellezza morale, e cioè presenta a chi la guarda un modello di comportamento virtuoso (in questo caso: affrontare il dolore con la stessa nobile compostezza con cui lo sta affrontando Laocoonte). Winckelmann vuole dirci insomma che, se vogliono raggiungere la stessa perfezione, gli artisti contemporanei non devono soltanto imitare la tecnica attraverso la quale gli artisti antichi hanno rappresentato il reale, ma anche imitare lo spirito con cui i Greci si sono avvicinati all’arte.

Laboratorio

COMPRENDERE
In che cosa e perché i contemporanei devono imitare gli antichi Greci?
In che cosa consiste l’ideale di bellezza professato da Winckelmann?
ANALIZZARE
L’autore descrive sia l’opera sia il suo significato spirituale e ideale: spiega come mette in relazione gli elementi concreti della scultura con i suoi significati astratti
CONTESTUALIZZARE
In che cosa si distingue il Neoclassicismo dalle altre epoche di rinascenza o riscoperta dei classici?
La parola classico è molto usata, non solo in ambito artistico, ma anche nell’uso quotidiano. Con l’aiuto del dizionario, raccogline i diversi significati

Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang Goethe nasce a Francoforte sul Meno nel 1749 e muore a Weimar nel 1832. Fu un poeta, un narratore, un filosofo e un insigne drammaturgo tedesco.

È considerato un genio fra i più grandi e della storia moderna. Lui espresse la libertà di sentimenti e di espressione e segnò un cambiamento radicale nella coscienza culturale tedesca ed europea. Tra le sue opere più famose troviamo il romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther” del 1774, il dramma poetico “Faust” e il romanzo “Le affinità elettive”.

La sua firma

Biografia

Johann Wolfgang von Goethe nacque a Francoforte sul Meno, primogenito di un avvocato Johann Caspar e Katherine la figlia del sindaco della città. Goethe ebbe un’infanzia agiata e fu influenzato da sua madre che lo indirizzò verso le sue aspirazioni letterarie.

Ricevette una formazione eterogenea. A 16 anni cominciò a studiare legge e pittura e nel 1774 pubblicò il suo primo romanzo “I dolori del giovane Werther”

Werther è il prototipo dell’eroe romantico. Vive una gioventù molto avventurosa. Dopo un viaggio in Svizzera, egli operò una rottura decisiva con il suo passato. Nel 1775 fu accolto dal duca Karl nella piccola corte di Weimar dove lavorò in diversi uffici governativi. Tra gli altri impegni e passioni, si dedicò anche allo studio delle scienze naturali. Scriveva testi che leggeva, occasionalmente, ad alta voce ad un gruppo selezionato di persone – fra loro il duca e le due duchesse.

Fonti

https://letteredidattica.deascuola.it/letteratura/risorse/biblioteca-01database-brani/la-bellezza-ideale-dei-greci-il-laocoonte/

Magri, Vittorini, Storia e testi della letteratura, Paravia.


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La rivoluzione americana

Il territorio del Nord America nel Cinque – Seicento

L’immenso territorio degli Stati Uniti al momento dell’inizio delle conquiste coloniali nel secolo XVI era abitato da tribù indiane che ammontavano complessivamente, a circa un milione di persone.

Tra esse, le principali erano gli irokesi, i muskhogee e gli algonchini, dediti alla caccia e alla pesca e solo secondariamente all’agricoltura.

La colonizzazione europea ebbe il carattere di una conquista progressiva dei territori degli indiani nordamericani da cui gli indiani stessi furono cacciati. Questo accadde perché, a differenza degli indios sudamericani, gli indiani d’America non si adattarono a un processo di integrazione nel sistema sociale dei bianchi.

L’immensa parte del Nord America divenuta poi gli Stati Uniti vide fra i secoli XVI e XVIII la penetrazione di quattro potenze: la Spagna, la Francia, l’Olanda e l’Inghilterra.

Spagna

Gli spagnoli, alla ricerca dell’oro che non trovarono e spinti dall’ansia di convertire alla fede gli indigeni, esplorarono una parte assai ampia del territorio – California, Arizona, Nuovo Messico, Virginia, Carolina, Florida – giungendo a penetrare a fine Settecento anche nel Michigan, dove vennero stabilite colonie e missioni.

Francia

La colonizzazione francese, iniziata nella prima metà del Cinquecento, si sviluppò fra Cinque e Seicento partendo dal Canada e penetrando nell’Acadia (poi Nuova Scozia), nella baia di Hudson, a Terranova, fino a comprendere l’immensa fascia a ovest del Mississippi – chiamata Louisiana in onore di Luigi XIV – che giungeva fino a Nuova Orléans.

L’impero coloniale francese nel territorio che poi divenne degli Stati Uniti fu tuttavia interamente perduto a favore dell’Inghilterra in seguito ai trattati del 1713 e del 1763 che posero fine, rispettivamente, alla guerra di Successione spagnola e alla guerra dei Sette anni.

Olanda

L’Olanda ebbe un ruolo minore ma non certo trascurabile nella regione. Ad essa fu dovuta la costituzione della Nuova Olanda, il cui primo nucleo fu formato da Nuova Amsterdam (dal 1664 New York), fondata nel 1624, che fu popolata anche da protestanti francesi, inglesi e tedeschi.

Nel 1667 i possedimenti olandesi, che si erano estesi agli insediamenti svedesi nel Delaware, vennero ceduti all’Inghilterra.

Inghilterra

L’impronta determinante alle zone della costa orientale che costituirono il nucleo iniziale degli Stati Uniti fu data dalla colonizzazione inglese.

La formazione dell’America anglosassone va fatta risalire a cavallo fra i secoli XVI e XVII, con la costituzione, definitivamente conclusa nel 1607, della colonia della Virginia. Poco dopo, nella parte settentrionale della costa atlantica, e cioè nella Nuova Inghilterra, l’arrivo nel 1620 di un centinaio di dissidenti puritani inglesi, i “padri pellegrini”, sbarcati dalla Mayflower nel Massachusetts con l’intento di fondare una società cristiana di eletti, segnò l’inizio di insediamenti che portarono alla creazione di altre colonie quali il New Hampshire, il Connecticut e il Rhode Island (fu in quest’ultima che vennero affermati i principi della libertà politica, della libertà di coscienza e della separazione fra stato e chiesa).

Nel 1634 sorse il Maryland. E l’estendersi della colonizzazione portò alla formazione della Carolina, poi divisa nel 1689 fra Carolina del Nord e Carolina del Sud.

Nel 1681 William Penn ottenne da Carlo II il territorio che poi prese da lui il nome di Pennsylvania.

Le tredici colonie

Alla metà del Settecento, le colonie apparivano divise in tre grandi regioni.

Nord – New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut

Il territorio agricolo era suddiviso in proprietà prevalentemente di media e piccola dimensione. Erano ben sviluppate la pesca e il commercio. La religione praticata era il puritanesimo. La popolazione era a grande maggioranza inglese.

Centro – New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware

L’attività economica prevalente era l’agricoltura e il primato sociale era saldamente tenuto dal ceto commerciale. Qui risultava maggioritaria la componente non inglese della popolazione (assai forti le componenti tedesca e olandese) e era prevalente lo spirito di tolleranza religiosa in relazione alla varietà delle sette protestanti.

Sud – Maryland, Virginia, Carolina del Nord e Carolina del Sud, Georgia

Sul territorio povero di centri urbani, predominava l’economia delle piantagioni: qui la popolazione bianca, anglicana, dominava sugli schiavi neri. La religione praticata negli stati del Sud era quella anglicana e vigeva un certo autoritarismo.

La religione nelle tredici colonie atlantiche

Nelle colonie inglesi vennero a incontrarsi e a scontrarsi diverse fedi religiose. A nord prevalevano i puritani e i quaccheri (i quali ultimi ebbero la loro roccaforte nel New Jersey); a sud gli anglicani. Una piccola minoranza erano i cattolici. Fu proprio il pluralismo religioso, l’assenza di una consolidata casta aristocratica, la necessità di regolare differenze religiose e culturali e di dare espressione agli interessi emergenti in un territorio aperto e nuovo a favorire il sorgere nelle colonie inglesi d’America di istituti di relativo autogoverno. Tali organi di autogoverno non vennero scossi neppure dopo che, a partire dalla fine del Seicento, la corona subordinò strettamente l’economia coloniale agli interessi di Londra, senza però imporre un controllo burocratico centralistico sulla loro vita politica e sociale.

Il sistema coloniale

Maggiore libertà religiosa, opportunità di riscatto e di lavoro, territori ampi e inesplorati: questi furono i motivi per cui le colonie erano meta di un costante flusso di immigrati alla ricerca di migliori condizioni di vita.

Lo sviluppo demografico era intenso, tanto che gli abitanti passarono da meno di 300.000 agli inizi del XVII secolo a 1.700.000 nel cinquantennio successivo. Nel 1790, conquistata l’indipendenza, sarebbero diventati 4 milioni.

Anche la popolazione nera, in virtù del commercio triangolare, aumentò passando da circa 20.000 a oltre 400.000 presenze

Nel Nuovo Mondo il potere sociale dominante non era quello dell’aristocrazia di sangue ma quello del denaro.

Il mondo intellettuale, pur mantenendo un forte legame con la cultura europea, era comunque ormai autonomo e originale. Uno dei suoi più tipici rappresentanti fu il grande Benjamin Franklin (1706-1790), uomo fattosi da sé, giornalista, inventore, imprenditore, uomo politico.

Per la propria formazione, l’élite poteva contare su college come Harvard, Yale, Princeton. Anche l’istruzione era assai diffusa nelle colonie settentrionali e centrali, in maniera superiore rispetto all’Europa.

Una caratteristica dominante della vita americana era la spinta verso ovest, alla conquista di nuove terre da occupare e coltivare. In questa corsa, i bianchi furono indotti a scontrarsi sistematicamente con gli indiani, i quali, in quanto popolazioni di nomadi e cacciatori, erano ostili all’insediamento nelle proprie terre di popolazioni estranee e sedentarie. Ci furono anche tentativi di stabilire accordi pacifici, ma i bianchi si sentivano superiori alle popolazioni indigene ed erano dotati di una maggiore forza materiale, e gli indiani rifiutavano ogni idea di integrazione nella società dei coloni. Per questo gli scontri tra bianchi e pellerossa furono improntati alla violenza.

Benjamin Franklin – Di Da Joseph Duplessis – http://www.npg.si.edu/exh/brush/ben.htm, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=52076

Le relazioni commerciali tra Inghilterra e colonie

L’economia delle colonie doveva essere asservita a quella della madrepatria che aveva il monopolio su ogni prodotto: le colonie cioè potevano commerciare solo con l’Inghilterra.

Il sistema produttivo coloniale forniva alla madre patria prodotti agricoli, pellicce, indaco, materiali per i cantieri navali. Si pensi che il 40% della flotta inglese, a metà Settecento, proviene dai cantieri delle colonie.

In terra coloniale era proibito avviare attività manifatturiere e importare manufatti da altri paesi che non fosse l’Inghilterra.

In cambio l’Inghilterra forniva protezione e l’inserimento in un sistema commerciale dinamico come quello inglese. Inoltre il governo inglese tollerava il contrabbando degli americani con le vicine colonie francesi e olandesi

Dopo la guerra dei Sette anni (1756-63), conclusa con la sconfitta della Francia da parte dell’Inghilterra, le colonie furono liberate dalla presenza francese. I coloni inglesi, più sicuri di sé, sentirono sempre più acuta l’esigenza di rinegoziare i loro rapporti con la madrepatria, affermando il diritto di parità e chiedendo di essere rappresentati nel parlamento di Londra. Ma Londra, che aveva contratto grossi debiti durante la guerra dei sette anni, voleva ribadire la propria autorità per beneficiare dei vantaggi coloniali. Per questo tra il 1763 e il 1765 il governo inglese inasprì il carico fiscale e impose il mantenimento di un esercito stanziale di 10 mila uomini.

Stamp act

L’evento che il 22 marzo 1765 aprì il contenzioso fra i coloni americani e l’Inghilterra fu l’approvazione da parte del parlamento di Londra di una legge sul bollo “Stamp Act”. Questa legge introduceva una nuova tassa a carico degli americani imponendo una tassa su:

  • giornali,
  • carte da gioco,
  • dadi,
  • almanacchi e calendari
  • sulle licenze di vendita delle bevande alcoliche.

Venne inoltre imposta l’applicazione del bollo su un gran numero di documenti:

  • affitti,
  • testamenti, 
  • atti di compravendita,
  • gli atti notarili,
  • diplomi scolastici.
Marca da bollo da un penny (1765) – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:1765_one_penny_stamp.jpg

La legge precisava inoltre che le somme così raccolte sarebbero servite alle spese di difesa, protezione e sicurezza delle colonie. Queste novità ovviamente non vennero apprezzate dagli americani.

Alcuni mesi dopo si riunirono a New York alcuni delegati di nove colonie dichiararono di ritenere che il parlamento inglese non avesse il diritto di imporre tali tasse in virtù del principio “no taxation without representation”. Infatti le colonie americane, che già avevano grossi vincoli commerciali che con la madre patria, non erano rappresentati nel parlamento londinese. Secondo loro il parlamento non aveva il diritto di imporre tasse a fasce di cittadini che non erano rappresentati.

La fermezza delle prese di posizione non fece che crescere, inducendo il parlamento inglese a ritirare lo Stamp Act, ma senza far marcia indietro sulla vera questione di principio.ù

Documenti Stamp Act

Dichiarazione sullo Stamp Act

Appena la notizia dell’approvazione della legge sul bollo ebbe raggiunto le colonie americane, si riunirono assemblee di delegati che approvarono dichiarazioni di protesta contro quel provvedimento o ne dichiararono senz’altro l’illegittimità. L’assemblea tenuta a New York nell’ottobre 1765 poté quasi rivendicare di essere un congresso di tutti gli americani, perché vi parteciparono i delegati di nove colonie (quelle assenti erano New Hampshire, Virginia, North Carolina, Georgia).
 
[“Noi membri di questo congresso” formuliamo “le seguenti enunciazioni del nostro umile parere”:]
I. Che i sudditi di sua Maestà in questo colonie devono la stessa fedeltà alla Corona di Gran Bretagna che è dovuta dai suoi sudditi nati nel regno, ed ogni debita soggezione a quell’augusta assemblea che è il Parlamento di Gran Bretagna.
II. Che ai fedeli sudditi di sua Maestà in queste colonie spettano tutti i diritti innati e tutte le libertà dei sudditi nati naturalmente nel regno di Gran Bretagna.
III. Che è inseparabile dalla libertà di un popolo, e indiscusso diritto degli inglesi, che non siano imposte tasse senza il loro consenso, espresso direttamente o per mezzo dei loro rappresentanti.
IV. Che il popolo di queste colonie non è, e non può per le sue circostanze locali, essere rappresentato nella Camera dei Comuni in Gran Bretagna.
V. Che i soli rappresentanti del popolo di queste colonie, sono le persone ivi scelte da esse; che non sono mai state imposte tasse, né possono esserlo costituzionalmente, se non dalle loro rispettive assemblee legislative.
VI. Che poiché tutte le forniture inviate alla Corona sono libere donazioni del popolo, è irragionevole e incompatibile con i principi e lo spirito della costituzione britannica che il popolo di Gran Bretagna conceda a sua Maestà ciò che è proprietà dei coloni […].
X. Che, poiché i profitti del commercio di queste colonie si accumulano in ultima analisi in Gran Bretagna per il pagamento dei manufatti che sono obbligate ad acquistare da essa, le colonie di fatto concorrono in misura assai ampia ai contributi stanziati a favore della Corona.
XI. Che le restrizioni imposte da vari recenti provvedimenti del Parlamento sul commercio di queste colonie le metteranno nell’impossibilità di acquistare i manufatti della Gran Bretagna […].
XIII. Che è diritto dei sudditi di queste colonie di indirizzare petizioni al re o ad una delle due Camere del Parlamento.

La formazione degli Stati Uniti d’America, a c. di A. Aquarone, G. Negri, G. Scelba, Nistri Lischi, Pisa 1961, vol. I, pp. 257-259.
 
Quesito – Quale diritto tradizionale degli inglesi viene rivendicato dai coloni americani? A chi spetta il compito di rappresentare i coloni americani?
https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p07_01_01.html
Deliberazione sullo Stamp Act

Nei giorni che precedettero e seguirono il 1° novembre, data prevista per l’entrata in vigore della legge sul bollo, gruppi di manifestanti che si attribuivano il nome di “Figli della libertà” cominciarono a sollecitare energicamente le assemblee delle colonie perché proclamassero il totale boicottaggio delle merci inglesi. Il 31 ottobre i mercanti di New York stipularono fra di loro un patto per cessare di importare merci inglesi, qualora la legge sul bollo non fosse stata revocata. Dieci giorni dopo l’assemblea del Connecticut, anche per le forti pressioni dei “Figli della libertà”, approvò una dichiarazione assai più radicale di quella già adottata dai congressisti di New York.

I. Tutte le forme di governo legittimo derivano dal consenso del popolo.
II. I limiti posti dal popolo in tutte le costituzioni sono i soli limiti entro i quali i funzionari possono legalmente esercitare la loro autorità.
III. Ogni qualvolta vengano oltrepassati tali limiti, il popolo ha il diritto di riassumere direttamente l’esercizio di quell’autorità che aveva precedentemente delegato a determinati individui.
IV. Ogni tassa imposta su sudditi inglesi senza il loro consenso è contraria ai diritti naturali ed ai limiti prescritti dalla costituzione inglese.
V. Lo Stamp Act in particolare è una tassa imposta alla colonia senza il suo consenso.
VI. È dovere di ogni persona nelle colonie di opporsi con ogni mezzo legittimo all’esecuzione di queste leggi loro imposte e, ove non possa liberarsene altrimenti, di invocare i propri diritti naturali e l’autorità di cui le leggi di natura e di Dio li hanno investiti.

La formazione degli Stati Uniti d’America, a c. di A. Aquarone, G. Negri, G. Scelba, Nistri Lischi, Pisa 1961, vol. I, pp. 261-263.
 
Quesito – Quale diritto viene posto a fondamento dell’esercizio dell’autorità politica da parte dei funzionari a ciò preposti?

Tratto da https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p07_01_02.html

Le tappe della guerra di indipendenza

1773 – In risposta al continuo innalzamento delle tasse, promosse dal governo britannico, un gruppo di giovani americani, appartenenti al gruppo patriottico dei Figli della libertà – Sons of Liberty, travestiti da indiani Mohawk, si imbarcò a bordo delle navi inglesi ancorate nel porto di Boston. Una volta a bordo gettarono in mare le casse di tè destinate al mercato delle colonie. L’episodio divenne famoso col nome di “Boston tea party” e fu alle origini di una nuova dichiarazione degli americani, in cui si esprimevano sempre più intenzioni indipendentiste.

Il governo inglese reagì duramente imponendo nuove leggi restrittive – chiusura del porto di Boston, riduzione delle autonomie del Massachusetts con revoca del diritto di amministrare la giustizia – e accusando di alto tradimento alcuni cittadini delle colonie americane.

Il Tea Party fu considerato da molti come la scintilla della rivoluzione americana.

16/12/1763: “Boston tea party”.
I “Figli della libertà” distruggono un carico di tè inglese nel porto di Boston.

1774 – Il governo inglese attuò dei provvedimenti con cui furono sottratti alle colonie i poteri di governo e l’amministrazione della giustizia che furono riassegnati ai tribunali inglesi. I coloni reagirono convocando a Filadelfia il I Congresso continentale, che proclamò nulle le “leggi intollerabili”, organizzò il boicottaggio economico contro l’Inghilterra e diede vita a una Associazione continentale per la politica economica. Le assemblee coloniali incominciarono a costituirsi come poteri indipendenti.

I diritti delle colonie
Nell’ottobre 1774 si riunirono a Filadelfia, in Pennsylvania, i delegati di dodici delle colonie americane (erano assenti solo quelli della Georgia), in quello che fu chiamato “congresso continentale”. Scopo del congresso era stabilire l’atteggiamento comune da tenere nei confronti dei tre provvedimenti repressivi presi dal parlamento inglese contro la città di Boston e l’intera colonia del Massachusetts, accusate di aver tollerato il danneggiamento dei beni della East India Company: il porto di Boston veniva chiuso fino al risarcimento dei danni, i poteri dell’assemblea della colonia erano ridotti, i funzionari denunciati per i recenti disordini sarebbero stati giudicati in un’altra colonia o anche in Gran Bretagna. Il 14 ottobre il congresso approvò una dichiarazione dei diritti delle colonie con una portata politica che andava ben al di là della protesta antifiscale degli anni precedenti.
 
Premesso che dalla fine dell’ultima guerra in poi il parlamento britannico, rivendicando il diritto di vincolare i popoli d’America mediante leggi su qualsivoglia materia, ha, con alcuni suoi provvedimenti, espressamente imposto tributi su di essi, mentre con altri, sotto svariati pretesti, ma di fatto allo scopo di ricavare delle entrate, ha imposto dazi e diritti da pagarsi in queste colonie […]. Premesso che nel corso dell’ultima sessione del parlamento sono state approvate tre leggi […].
I delegati riuniti in piena e libera rappresentanza di queste colonie, avendo preso nella più seria considerazione i mezzi più idonei a conseguire i fini sopra menzionati, hanno deciso in primo luogo, come gli inglesi loro avi hanno solitamente fatto per affermare e sostenere i loro diritti e le loro libertà, di dichiarare, che gli abitanti delle colonie inglesi del Nord-America, in virtù delle immutabili leggi della natura, dei principi della costituzione inglese, e delle varie carte o pattuizioni, possiedono i seguenti diritti.
Risoluzione unanime 1
Che essi hanno diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà: e che non hanno mai ceduto ad alcun potere esterno il diritto di disporre di queste senza il loro consenso.
Risoluzione unanime 2
Che i nostri avi, i quali per primi si sono stabiliti in queste colonie, godevano, al tempo della loro emigrazione dalla madrepatria, di tutti i diritti, libertà ed immunità dei sudditi nati liberi nel regno d’Inghilterra.
Risoluzione unanime 3
Che in seguito a questa emigrazione essi non hanno in alcun modo ceduto, abbandonato o perduto quale che sia di questi diritti, ma essi avevano, ed i loro discendenti hanno presentemente, piena facoltà di esercitarli e goderne, così come è loro consentito di esercitarli e goderne dalle circostanze del luogo, ed altre.
Risoluzione unanime 4
Che il fondamento della libertà inglese, e di ogni governo libero, è il diritto del popolo di partecipare al proprio consesso legislativo; e siccome i coloni inglesi non sono rappresentati nel parlamento britannico, e per circostanze di luogo ed altre non vi possono convenientemente essere rappresentati, essi hanno diritto ad un pieno ed esclusivo potere di legislazione nelle loro rispettive assemblee legislative provinciali, nelle quali sole può essere salvaguardato il loro diritto di rappresentanza, in materia di tassazione e di politica interna, salvo soltanto il diritto di veto del loro sovrano, nei modi che sono stati fino ad ora consueti, ma, tenendo conto dell’imperio delle circostanze, ed in considerazione dell’interesse reciproco di entrambi i paesi, di buon grado acconsentiamo all’applicazione di quelle leggi del parlamento britannico che sono in buona fede limitate alla disciplina del nostro commercio esterno e che abbiano lo scopo di assicurare alla madrepatria i benefici commerciali di tutto l’impero, nonché il vantaggio commerciale dei rispettivi membri di questo; escluso però ogni concetto di tassazione interna od esterna, avente il fine di ricavare entrate dai sudditi d’America senza il loro consenso.
Risoluzione unanime 5
Che le singole colonie hanno diritto alla Common law inglese, e più particolarmente a quel grande e inestimabile privilegio di essere giudicati dai propri pari del luogo che è da essa garantito […].
Risoluzione unanime 8
Che essi hanno il diritto di riunirsi pacificamente, di deliberare sui torti subiti, e di inviare petizioni al re; e che tutti i procedimenti penali, i divieti e gli arresti a questo riguardo sono illegali.
Risoluzione unanime 9
Che il mantenere in tempo di pace un esercito stanziale in queste colonie, senza il consenso delle colonie nelle quali tale esercito è stanziato, è contro la legge.

La formazione degli Stati Uniti d’America, a c. di A. Aquarone, G. Negri, G. Scelba, Nistri Lischi, Pisa 1961, vol. I, pp. 354-358.
 
Quesito – Quali sono, secondo la dichiarazione, i contenuti fondamentali del diritto naturale? Quale diritto viene posto a fondamento della Costituzione inglese? 
https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p07_01_04.html

1775-1776 – Il sovrano Giorgio III fece valere in risposta una linea intransigente. La situazione precipitò con il confronto armato a Lexington nell’aprile del 1775. Il 10 maggio il Congresso continentale organizzò la resistenza armata, pur sperando ancora nella conciliazione con l’Inghilterra. Comandante dell’esercito americano fu nominato George Washington (1732-99). Re Giorgio fece proclamare gli americani “ribelli”.

 Nell’aprile 1776 il Congresso invitò le colonie a costituire governi indipendenti. Il 4 luglio del 1776, il secondo Congresso continentale di Filadelfia approva una “Dichiarazione d’indipendenza”, redatta da Thomas Jefferson (1743-1826).

Dichiarazione indipendenza americana

La Dichiarazione d’Indipendenza fu un documento rivoluzionario che ha un’importanza storica fondamentale.
Essa è interamente ispirata ai princìpi stabiliti dall’Illuminismo che hanno motivato un’azione politica completamente nuova, non più basata sui diritti dinastici di una famiglia reale, ma sui diritti naturali dell’uomo.
I principi a cui si ispira sono:
  – uguaglianza
  – libertà
  – ricerca della felicità
Queste parole entrano per la prima volta in un documento politico. Il re d’Inghilterra, Giorgio III, viene denunciato come un tiranno che vuole imporre alle colonie una norma ingiusta, mentre le Leggi di Dio e della natura danno diritto al popolo americano di proclamarsi indipendente e di decidere in autonomia il proprio destino.
 
“Tutti gli uomini sono creati uguali”
Noi riteniamo che tutti gli uomini sono creati uguali; che il Creatore ha donato loro certi inalienabili diritti; che tra questi diritti vi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. Ogni qualvolta un governo tende a negare questi fini, il popolo ha il diritto di mutarlo o di abolirlo e di istituire un nuovo governo nella forma che il popolo ritenga più adatta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità.       
                                  Dalla Dichiarazione di Indipendenza  del  1776
Confronto con l’Articolo 3 della Costituzione italiana.
 
Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

1777 – Washington, dopo molte difficoltà iniziali, ottenne un’importante vittoria a Saratoga nell’ottobre del 1777. Un aiuto determinante agli americani venne dall’intervento nella guerra della Francia nel febbraio del 1778, della Spagna nel 1779 e dell’battaglia di Olanda nel 1780.

1781 Con la battaglia di Yorktown in Virginia, la guerra si concluse con la vittoria delle forze congiunte franco-americane.

1783 – La pace di Parigi conclude la vittoriosa guerra dei coloni americani contro la Gran Bretagna, che riconosce l’indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Il nuovo stato americano

Il nuovo stato fu il primo stato “borghese” della storia moderna, senza gerarchie nobiliari, con un’idea dell’eguaglianza fondata sugli eguali diritti di tutti alla corsa al benessere, basato su istituzioni parlamentari, sulla subordinazione dei militari al potere civile e sulla separazione fra stato e chiese.

Il diritto di voto rimase limitato ai soli contribuenti.

Queste straordinarie innovazioni però sono in conflitto con un’eredità dei sistemi più tradizionali: l’istituto della schiavitù. Il sistema degli schiavi, la tratta dei negri, erano a fondamento dell’economia degli stati del sud. Il problema della schiavitù rimarrà una pesante eredità nella storia degli USA e troverà soluzione, se possiamo ora sostenere che davvero oggi sia risolto, solo nel corso del XX secolo.

1787 – Viene approvata la Costituzione degli Stati Uniti d’America, uno stato di tipo federale.

1789 – George Washington, un grande possidente divenuto capo militare dell’esercito indipendentista, viene eletto presidente della repubblica degli Stati Uniti d’America.

Stato federale o confederazione di stati?

Quando l’indipendenza fu riconosciuta, il nuovo stato dovette definire la propria identità. Si aprì un dibattito: bisognava decidere se diventare uno stato federale o una confederazione di stati.

La Confederazione di stati è un’associazione di stati sovrani che detengono la maggior parte del potere. Solo una parte dei poteri è ceduta ad organi confederali che non esercitano direttamente la sovranità sui cittadini. Tutti gli stati confederati mantengono la propria sovranità e quindi prevale autonomia dei singoli stati.

Lo stato federale prevede la realizzazione di uno stato unitario, in cui i cittadini siano soggetti sia a poteri federali che a quelli dei singoli stati. La sovranità singoli stati è limitata perché prevalgono i poteri stato federale. Solo lo stato centrale, cioè federale, è soggetto al diritto internazionale e esercita la politica estera. Prevale quindi la sovranità dello stato federale su autonomia singoli stati.

Il dibattito fu acceso. Gli stati del Nord optavano per una federazione di stati, mentre il Sud preferiva le libertà concesse dalla confederazione.

La Costituzione degli Stati Uniti

I crescenti dubbi sulla prima Costituzione americana (gli Articoli di confederazione del 1781) condussero alla Convenzione di Filadelfia, l’assemblea incaricata di stendere un nuovo testo e composta da 55 delegati di dodici stati (non volle partecipare il Rhode Island). La Convenzione svolse i suoi lavori dal 25 maggio 1787 e il 17 settembre approvò i sette articoli della Costituzione federale, sottoposta poi alla ratifica da parte dei singoli stati e completata nel 1791 (seguendo la procedura stabilita dall’articolo V) da dieci emendamenti.


Preambolo
Noi, popolo degli Stati Uniti, allo scopo di perfezionare ancor più la nostra Unione, di garantire la giustizia, di assicurare la tranquillità all’interno, di provvedere alla comune difesa, di promuovere il benessere generale e di salvaguardare per noi stessi e per i nostri posteri il dono della libertà, decretiamo e stabiliamo questa Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Articolo 1
Sezione 1. Tutti i poteri legislativi conferiti col presente atto sono delegati a un Congresso degli Stati Uniti, composto di un Senato e di una Camera dei rappresentanti.
Sezione 2. 1. La Camera dei Rappresentanti sarà composta di membri eletti ogni due anni dal popolo dei vari stati […].
3. I Rappresentanti […] saranno ripartiti fra i diversi Stati che facciano parte dell’Unione secondo il numero degli abitanti; numero che verrà determinato aggiungendo al totale degli uomini liberi – compresi quelli sottoposti a prestazioni di servizio per un periodo limitato ed esclusi gli indiani non soggetti a imposte – tre quinti del rimanente della popolazione. Il censimento deve essere fatto entro tre anni dalla prima riunione del Congresso e successivamente ogni dieci anni […].
Sezione 3 1. Il Senato degli Stati Uniti sarà composto da due senatori per ogni Stato, eletti dalla Legislatura locale per un periodo di sei anni […].
Sezione 8 Il Congresso avrà facoltà di […] dichiarare la guerra; di reclutare e mantenere eserciti: nessuna somma, però, potrà essere stanziata a questo scopo per più di due anni; di creare e mantenere una marina militare […].
Sezione 10 1. Nessuno Stato potrà concludere trattati, alleanze o patti confederali […]; battere moneta o emettere titoli di credito o consentire che il pagamento dei debiti avvenga in altra forma che mediante monete d’oro o d’argento; approvare alcun decreto di limitazione dei diritti del cittadino o alcuna legge penale retroattiva […].

Articolo 2
Sezione 1 1. Il Presidente degli Stati Uniti d’America sarà investito del potere esecutivo. Rimarrà in carica per il periodo di quattro anni […].
Sezione 2 2. Avrà il potere, su parere e con il consenso del Senato, di concludere trattati, purché vi sia l’approvazione di due terzi dei senatori presenti.

Emendamento 1. Il Congresso non potrà fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione o per proibirne il libero culto; o per limitare la libertà di parola o di stampa, o il diritto che hanno i cittadini di riunirsi in forma pacifica e di inoltrare petizioni al Governo per la riparazione di torti subiti.
Emendamento 2. Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben ordinata milizia, il diritto dei cittadini di tenere e portare armi non potrà essere violato.
Emendamento 10. I poteri non delegati dalla Costituzione degli Stati Uniti, o da essa non vietati agli Stati, sono riservati ai rispettivi Stati, ovvero al popolo.

R. Hofstadter, Le grandi controversie della storia americana, Opere Nuove, Roma 1966, pp. 110-126.
Quesito – Come vengono ripartiti i poteri fra Congresso e presidente? Come vengono regolate le competenze del governo federale e degli stati membri?
https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p07_01_05.html

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Le riforme dell’Illuminismo

La cultura dei lumi, diede alla politica una dimensione ideale, per la prima volta al di fuori del pensiero religioso. Senza l’illuminismo gli europei non avrebbero mai preso coscienza di quello che stavano facendo con la tratta negriera, non si sarebbero mai posti alcun problema sui diritti dell’uomo, non avrebbero inventato la democrazia, non avrebbero mai immaginato la di rovesciare le gerarchie della sovranità, fondandola sul popolo e non sulla legittimità divina. Paolo Viola – storico

Dispotismo illuminato

Il dispotismo illuminato è una forma di governo in cui il sovrano si avvale del proprio potere per operare riforme volte a promuovere il bene e la felicità del suo popolo. Il sovrano illuminato si avvale dei consigli di uno dei philosophes, che, con le idee illuministe, lo aiuta a “illuminare” il suo operato. Le riforme del dispotismo illuminato sono quindi calate dall’alto.

Non stupisca il fatto che improvvisamente i sovrani europei si preoccupassero di migliorare le condizioni di vita dei propri sudditi. Quello che li mosse fu il desiderio di riaffermare la propria autorità, di riportare il potere nelle loro mani e ridurre parte dei privilegi di cui godevano nobiltà e clero.

Per attuare tali riforme i sovrani illuminati avevano bisogno di reperire nuove risorse economiche e di creare nuove strutture con cui esercitare il proprio potere.

Non volendo aumentare la pressione fiscale sul terzo stato, divenne necessario incidere sui privilegi che l’Antico Regime concedeva ai due ceti privilegiati. Questo fu ovviamente causa tensioni tra i gruppi sociali che beneficiavano di tali privilegi tanto che non in tutti i paesi europei i sovrani riuscirono ad attuare tali riforme.

Per realizzare le riforme i sovrani illuminati ebbero bisogno di operare su doversi fronti.

  • Razionalizzare il sistema fiscale
    • Riduzione di immunità e esenzioni
    • Accertamento dei redditi attraverso l’organizzazione di catasti
    • Organizzazione di efficiente sistema di riscossioni
  • Riorganizzare il sistema giudiziario

Riorganizzazione sistema fiscale

La chiesa e i vari enti ecclesiastici erano titolari di ingenti patrimoni sui quali godevano di immunità reale, su cui cioè non pagavano le tasse per privilegi conseguiti. Sono quindi refrattari all’istituzione di imposte sui loro patrimoni. In questo periodo si sviluppa una corrente di pensiero chiamata giurisdizionalismo che vuole affermare l’autorità della giurisdizione laica su quella ecclesiastica. Questa corrente di pensiero, nell’assolutismo illuminato, diventa un atteggiamento politico che porterà alla revoca di immunità e privilegi di cui gli enti religiosi avevano fino allora beneficiato.

Il catasto

Il catasto è un complesso di documenti (atti, registri, elementi grafici, disegni) che descrivono tutti i beni immobili (terreni e fabbricati) situati in un determinato territorio allo scopo di ripartire il carico fiscale. Nell’antichità il catasto era costituito da descrizioni generiche, senza alcuna uniformità. Sebbene sia stato pensato per perseguire obiettivi generali, l’importanza del catasto era apprezzata, fin dal Medioevo, soprattutto ai fini fiscali.

Nel XVIII secolo si rese necessario un lavoro di perfezionamento e rifacimento del sistema catastale per la necessità di abbandonare criteri di tassazione esclusivamente personali, che determinavano particolarismi e privilegi, e approntare una tassazione ancorata alle caratteristiche oggettive dei beni immobili. La formazione del catasto è quindi collegata all’imposizione delle tasse in base alla ricchezza fondiaria.

Riorganizzazione della giustizia

Il sistema giuridico nell’antico regime era arbitrario e inumano. Ma era anche estremamente caotico perché caratterizzato da una selva di tribunali e di giurisdizioni particolari. Si rendeva necessaria quindi una riforma sulla giustizia che desse al cittadino la certezza del diritto. Ed è proprio l’ambito del diritto quello in cui il riformismo del Settecento diede i migliori risultati.

Dobbiamo però qui ricordare che il concetto di uguaglianza giuridica è ancora molto lontano dalla sensibilità dell’epoca e anche dalle possibilità dei sovrani stessi. Portare a fondo le riforme avrebbe significato rivoluzionare completamente la società. È importante però notare che le riforme che alcuni sovrani sono riusciti a realizzare sono state passi importanti nella direzione della realizzazione dello stato di diritto in cui oggi viviamo.

Riformismo asburgico

L’impero asburgico fu retto nel XVIII secolo da due sovrani illuminati: Maria Teresa d’Austria che governò ila paese per quarant’anni, dal 1740 al 1780, e suo figlio Giuseppe II che resse l’impero tra il 1780 e il 1790. Cinquant’anni di governo coerente portarono gli Asburgo a realizzare importanti riforme.

  1. Riorganizzazione sistema fiscale

Grazie all’introduzione del catasto viene introdotta una imposta fondiaria alla nobiltà. Tramite il catasto, viene fatto il censimento di tutte le proprietà fondiarie. La rilevazione, fatta con estrema precisione, determinava con accuratezza le caratteristiche di ogni proprietà e permetteva di fissare l’imponibile fiscale con precisione. L’imposta veniva stabilita in base alle caratteristiche del fondo e rimaneva invariata indipendentemente dalla produzione che ne veniva realizzata. Questo si rivelò essere un buon incentivo allo sviluppo economico in quanto l’imposta rimaneva uguale; era quindi premiato l’aumento di produttività.

Viene inoltre centralizzato il prelievo fiscale e viene affidato a funzionari che dipendevano direttamente dal sovrano.

  • Riduzione dei privilegi

I sovrani asburgici perseguono una politica che mira al controllo dello stato sulla chiesa e applicano il giurisdizionalismo con l’intento di ridurre i privilegi del clero. Gli Asburgo sopprimono 700 conventi e sciolgono la compagnia del Gesù ritenuta troppo influente e troppo legata al papato.

  • Introduzione istruzione popolare

Con i proventi della vendita dei beni del clero organizzò l’istruzione pubblica, impose l’obbligo scolastico, tolse la scuola al monopolio religioso con l’avvio di scuole periferiche popolari. Con la fine del Settecento in tutto il territorio asburgico era in vigore un sistema di istruzione capillare che permise l’alfabetizzazione di tutta la popolazione. Inoltre fonda il Theresianum, una scuola superiore e pone sotto il suo controllo l’Università di Vienna

  • Emanazione Nuovo codice penale

La presenza di un nuovo codice penale garantisce pene uguali per tutti. Inoltre viene abolita la tortura e la pena di morte può essere inflitta solo dal sovrano.

  • Diritti dei cittadini                         

Viene abolita la servitù della gleba, anche se non si riuscì ad abolire le corvée. Le corvée erano serie di prestazioni personali, giornate di lavoro, dovute dai vassalli al signore nel diritto feudale.

Riformismo prussiano

In Prussia l’opera di riforma venne attuata dall’imperatore Federico II tra il 1740 e il 1786.

«È dunque la giustizia, si sarebbe detto, che deve rappresentare lo scopo principale di un sovrano, è dunque il bene dei popoli che governa che egli deve anteporre a qualsiasi altro interesse. A cosa portano allora tutte quelle idee di interesse, di grandezza, di ambizione e di despotismo? Possiamo concludere che il sovrano, ben lungi dall’essere il padrone assoluto dei popoli che sono sotto il suo dominio, per quel che lo concerne non ne è che il primo servitore.» (Federico II, Anti-Machiavel, Capitolo I) Nel 1739 l’imperatore Federico II scrisse l’Anti-Machiavel, un’opera nella quale contestava il cosiddetto machiavellismo in politica in difesa del diritto naturale, della pace e di una politica umana retta e giusta. L’opera fu positivamente recensita da Voltaire. «La storia dovrebbe eternare solo il nome dei principi buoni e far cadere nell’oblio quello dei malvagi, con la loro indolenza, i loro delitti e le loro ingiustizie.» (Federico II, L’Anti-Machiavel)

Grazie alla vicinanza di Voltaire, che risiedette alla corte prussiana, Federico II operò alcune riforme importanti:

  • favorì colonizzazione di nuove terre,
  • diede impulso a commerci e manifatture,
  • organizzò un sistema di istruzione pubblico e nel 1763 sancì l’obbligo scolastico,
  • favorì la diffusione della cultura e, oltre a Voltaire, invitò altri illuministi a Berlino,
  • teorizzò e praticò la tolleranza religiosa,
  • riformò il sistema giudiziario e rese più umana la giustizia.

Nel suo vasto programma di riforme non mise mai in discussione i privilegi della nobiltà e dell’esercito, non abolì la servitù della gleba, ma regolamentò le corvée e venne proibita la vendita di servi.

Riformismo russo

La sovrana Caterina II, zarina di tutte le Russie, coltivò idee illuministe. Ma l’arretratezza del sistema sociale russo e la forza dell’aristocrazia, non le permisero di realizzare le riforme desiderate. Realizzò riforme parziali nel campo della giustizia introducendo nuove garanzie per gli imputati, ma non riuscì ad imporsi ai nobili perché aveva bisogno di suo appoggio dopo la rivolta contadina del 1773-74.

Riformismo francese

Fallì.

Riformismo inglese

L’Inghilterra era un paese all’avanguardia. Governato da una monarchia costituzionale, vede nel corso del Settecento aumentare l’importanza del parlamento a scapito del potere del sovrano.

Inoltre ricordiamo che la società inglese è una delle società più tolleranti perché garantisce maggiore libertà individuali e la libertà religiosa.

Situazione in Italia

La penisola italiana è arretrata e frammentata. Nei diversi regni la realtà è molto diversa. Le riforme asburgiche arrivano solo in Lombardia dove si attua una politica giurisdizionalistica, che riduce l’influenza della chiesa sulla società lombarda. Viene abolito il tribunale dell’inquisizione, il diritto di asilo e il foro ecclesiastico. Viene affermata la tolleranza religiosa con la concessione diritto di lavoro agli ebrei. Anche in Lombardia, come ovviamente in Trentino terra asburgica, si realizza il catasto teresiano. Si pensi che in Trentino il catasto teresiano viene sostituito completamente solo in tempi recenti.

La modernizzazione dello stato lombardo favorì la formazione di un ceto di funzionari borghesi, anche se accentramento e autoritarismo crearono insoddisfazione nel patriziato e nella borghesia milanese. Si assiste a un acceso dibattito ad opera degli illuministi italiani Verri e Beccaria.

Viene fondata l’Accademia dei pugni, che si riuniva in casa di Pietro Verri. L’accademia deve il curioso nome proprio all’animosità delle discussioni che vi si svolgevano; metaforicamente venivano descritte “come se si facesse a pugni” e l’animosità era l’espressione di contrasti di tipo ideologico metodologico, politico religioso e sociologico. Il fine delle loro discussioni era quello di trovare un sistema politico pacifico per sostituire quello del violento dispotismo.

In seno all’accademia fu fondata la rivista Il Caffè nel 1764, il giornale che dava voce alle nuove idee illuministe.

Riforme in Toscana

Sull’onda del successo dell’opera do Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, il Granducato di Toscana fu il primo ad abolire la pena di morte il 30 novembre 1786.

Inoltre venne liberalizzato il commercio interno libero da imposizioni fiscali.

Riforme nel resto d’Italia

Nei ducati di Parma e di Modena vengono ridotti i privilegi ecclesiastici, viene riformato codice penale e viene abolita la tortura.

Nello Stato pontificio, a Genova, a Venezia, i poteri contrali forti impediscono opere di rinnovamento, anche se le idee illuministe accendono un dibattito vivace. Il Sud Italia è arretrato e il sistema sociale è anacronistico e il governo è incapace di riforme. Nel 1764 in cui ci fu una terribile carestia, ci furono 40 mila vittime solo nella città di Napoli e 200 mila nelle province circostanti. Nonostante anche a Napoli ci fosse grande vivacità intellettuale, il dibattito non riesce a tradursi in un pensiero politico. Infatti lo stato riduce solo in parte il potere della chiesa, non intacca il potere dei baroni, non realizza il catasto come nel Nord e il sistema fiscale ricorre sempre alle imposte sui consumi, colpendo così la massa e non i ceti abbienti.

Definizioni

Fisiocrazia: Teoria economico-sociale del sec. XVIII che, in opposizione al mercantilismo, attribuiva ai beni e ai prodotti della terra un’importanza più grande che a quelli del commercio e dell’industria.

L’economia politica è la scienza sociale che si occupa dei metodi con cui l’uomo usa razionalmente poche risorse per soddisfare molte esigenze.

Mercantilismo: Dottrina economica (corrispondente alla prassi seguita dalle grandi monarchie assolute del Settecento) fondata sul principio che la ricchezza di un paese si identifica con la quantità di moneta posseduta (oro e argento), e quindi sostenitrice di una politica protezionistica da parte dello stato nei confronti delle importazioni e incentivante nei confronti delle esportazioni.

Documenti

Le riforme dell’assolutismo illuminato

I rapporti fra stato e chiesa
Alla fine del 1765 il governo austriaco istituì in Lombardia un nuovo organo denominato Giunta economale e chiamato a volte anche Giunta per le materie ecclesiastiche e miste. Essa aveva il compito di promuovere le riforme in materia ecclesiastica e regolamentare i rapporti fra stato e chiesa e, due anni dopo, fu dotata anche di poteri analoghi a quelli di un tribunale. Nel 1768 il primo ministro austriaco Anton Kaunitz inviò a Karl Firmian, plenipotenziario imperiale a Milano, alcune istruzioni (destinate a restare segrete) sulle competenze della Giunta e sui criteri che dovevano regolare i confini fra il potere temporale e quello spirituale.

La Giunta Economale, stabilita per invigilare con imparzialità e parità di attenzione all’indennità dei legittimi diritti del clero nulla meno che a quella della suprema potestà del principato, non perderà mai di vista in tutte le contingenze de’ casi compresi nella di lei incombenza, e dovrà essere eziandio regola assoluta e costante di tutte le sue operazioni:
Che tutto quello, che non è d’istituzione divina di privativa competenza del sacerdozio, è oggetto della suprema potestà legislativa ed esecutrice del principato.
Che d’istituzione divina non può dirsi che quello che da Gesù Cristo medesimo è stato attribuito ai suoi apostoli.
Che a questi dal divino nostro redentore non si sono attribuite che le sole incombenze spirituali, della predicazione dell’Evangelo, della dottrina cristiana, del culto divino, della amministrazione dei sagramenti, e della disciplina interna degli ecclesiastici.
Che, ciò stante, a questi oggetti soli si riducono le incombenze e l’autorità del clero.

Che ogni altra autorità, qualunque sia, è restata privativamente appoggiata alla suprema potestà civile, siccome lo era dalla prima origine delle società e dei principati per tutti i secoli, che hanno preceduto il successivo stabilimento della nostra santa religione.
Che al di là dei capi sopraccennati non v’è prerogativa, non v’è ingerenza veruna degli ecclesiastici nel temporale, che possa richiamarsi come legittima, se non deriva dal consenso o dalla volontaria concessione de’ principi.
Che qualunque cosa dal principe conceduta o stabilita, che da esso a bene placito avrebbe potuto non concedersi o non stabilirsi, è mutabile ed eziandio affatto revocabile al pari di ogni altra legge o concessione del legislatore, il quale non solamente può, ma anzi deve appropriare ai tempi ed alle circostanze le sue leggi, le sue concessioni, e tutti i stabilimenti fatti o da farsi.
Che sono nell’istesso caso tutte le disposizioni de’ concili e de’ canoni, non risguardanti oggetti puramente spirituali […]. E finalmente, che non è neanche arbitraria ed indipendente affatto l’autorità del sacerdozio risguardo al dogma ed alla disciplina; poiché troppo importa al principe che conforme all’Evangelo si mantenga il dogma, ed alle circostanze del bene pubblico la disciplina degli ecclesiastici ed il culto divino, perché possa egli abbandonare a chi che sia di arbitrare senza il suo concorso sopra oggetti di tanta conseguenza.

Secondo quanto emerge dal testo proposto, quali prerogative sono di competenza dello stato e quali invece riguardano la sfera del clero? (max 8 righe)

Sulla libertà di culto

Nel 1781 l’imperatore Giuseppe II emanò il documento noto come “patente di tolleranza” con il quale veniva concessa ai cristiani non cattolici la libertà di praticare in privato il loro culto religioso. La patente aveva immediata applicazione in tutti gli stati soggetti alla diretta sovranità asburgica, compresi il Belgio e la Lombardia. Essa fu accolta con una forte ostilità dal papato e dai cattolici conservatori, mentre ebbe il pieno consenso degli illuministi e di quella parte del mondo cattolico conquistato alle idee di riforma religiosa.

Persuasa S.M. da una parte del danno, che cagiona la coazione delle coscienze, e dall’altra del grande profitto, che risulta per la religione e per lo Stato da una vera tolleranza cristiana, ha graziosamente stabilito e prescritto a chi appartiene le seguenti regole direttrici per la puntuale ed inalterabile loro osservanza:
I. Sarà permesso agli acattolici, cioè alli consorti delle confessioni augustana ed elvetica, come pure a’ Greci non uniti alla Chiesa Romana ne’ luoghi ove essi si trovino in sufficiente numero, ed ove in proporzione delle loro facoltà sarà praticabile, l’esercizio privato della loro religione da per tutto, e senza abbadare se in passato tale culto vi sia stato mai praticato o no.
II. Con questo esercizio privato di religione non s’intende accordato a’ Protestanti e non uniti di aver campane, e campanili, alle loro chiese o agli oratori, né di farvi tale forma d’ingresso che dia loro l’apparenza di chiesa; potranno però del resto fabbricarli ove loro piacerà, e dovranno avere una piena libertà nell’esercizio del culto della loro religione, tanto nel recinto di tali chiese o oratori che fuora de’ medesimi, e presso gli ammalati, ovunque questi si trovino […].
V. Non saranno essi mai astretti ad altra formula di giuramento, se non a quella che è conforme ai princìpi della loro religione, né obbligati ad intervenire alle processioni o funzioni della religione dominante, quando essi medesimi non volessero assistervi.
VI. Nelle elezioni e concessioni d’impieghi non vi sarà alcun riguardo alla diversità della religione, ma come nello stato militare è praticato con tanto frutto, e senza il minimo inconveniente, si prenderà unicamente in considerazione l’onoratezza, l’abilità e la cristiana e morale condotta de’ concorrenti.

M. Rosa, Politica e religione nel ’700 europeo, Sansoni, Firenze 1974, pp. 108-110.

Quali limitazioni furono mantenute per i praticanti dei culti non cattolici? (max 6 righe)

L’istituzione del libero commercio dei grani in Toscana

Fra i primi provvedimenti adottati da Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena, dopo il suo insediamento a Firenze, vi fu, nel 1767, quello che introduceva la piena libertà nel commercio dei cereali all’interno del granducato di Toscana. Il commercio con altri paesi, consentito nel 1767 solo a determinate condizioni, divenne anch’esso libero dal 1775.

Essendoci noto quanto siano pregiudiciali e gravose al pubblico le tasse e privative imposte sopra la fabbricazione e vendita del pane e volendo provvedere al sollievo dei nostri amatissimi sudditi, ci siamo determinati a concedere diverse facilità e esenzioni non solo sopra la fabbricazione, vendita e trasporto del pane, ma ancora sopra la vendita, trasporto e commercio dei grani, biade e farine che desideriamo con tutti gli espedienti possibili di favorire e di animare a benefizio della coltivazione dei nostri stati […].
XVII. Per incoraggiare sempre più l’agricoltura e il commercio dei grani e biade vogliamo che nell’interiore dei nostri stati sia libero a tutti il comprare e vendere questi generi, derogando a tutte le leggi proibitive dell’incetta e permettendo che possa farsi in questa materia ogni lecita contrattazione; siccome che i detti grani e biade possano in qualunque luogo conservarsi in fosse o magazzini per tutto quel tempo che quelli che hanno la disposizione di tali generi stimeranno di loro interesse […].
XVIII. Permettiamo altresì che i grani, biade e loro farine possano trasportarsi liberamente da un territorio all’altro del nostro granducato […].
XIX. E per maggiore facilità di detti trasporti abolischiamo qualsiasi gabella, tanto regia che comunicativa, o di sortita o di introduzione da un territorio all’altro e di transito sopra i detti grani, biade e loro farine, eccettuando le solite gabelle dove sono stabilite alle porte delle città.
XX. Abolischiamo similmente ogni gabella di sortita dai nostri stati d’ogni genere di grani, biade e farine nei tempi che sarà permessa la loro estrazione […].
XXI. Abolischiamo in oltre ogni gabella d’introduzione di grani, biade forestiere, ogni qual volta il grano del paese passi il prezzo di lire 15 il sacco, a dichiarazione del magistrato sopraintendente all’annona […]. Ma quando i prezzi del grano del paese saranno sotto il detto limite di lire 15 vogliamo che i grani e biade forestiere tanto per la parte di terra che di mare sieno sottoposti alle gabelle d’introduzione e paghino i grani trenta soldi il sacco, e le biade 20 soldi il sacco, col qual pagamento potranno inoltrarsi per tutto lo stato […].
XXII. L’estrazione dei grani e biade e loro farine dai nostri stati sarà permessa tanto per terra che per mare, sino a tanto che il prezzo del grano non arriverà […] a lire 14 il sacco.

Legislazione toscana raccolta e annotata da Lorenzo Cantini, Stamperia Albizziana, Firenze 1807, vol. XXIX, pp. 46 e 55.

Quali misure sono previste dalla legge sui grani per incoraggiare il commercio, tutelando però gli interessi dei produttori locali? (max 6 righe)

La legge sul diritto penale

Pietro Leopoldo occupò il trono di Firenze nel 1765 e subito tenne conto del dibattito sul diritto penale suscitato dal trattato di Cesare Beccaria sospendendo le pene di morte, la tortura e le pene «immoderate». Ciò fu fatto in vista della più organica riforma del diritto penale che giunse a compimento con l’emanazione della legge del 30 novembre 1786. Di questa riportiamo il preambolo e alcuni articoli, in particolare quello che illustra le finalità della pena.

Fino al nostro avvenimento al trono di Toscana riguardammo come uno dei nostri principali doveri l’esame e riforma della legislazione criminale, ed avendola ben presto riconosciuta troppo severa, e derivata da massime stabilite nei tempi meno felici dell’Impero Romano, o nelle turbolenze dell’anarchia dei bassi tempi, e specialmente non adatta al dolce e mansueto carattere della nazione, procurammo provvisionalmente temperarne il rigore con istruzioni ed ordini ai nostri tribunali, e con particolari editti con i quali vennero abolite le pene di morte, la tortura, e le pene immoderate e non proporzionate alle trasgressioni ed alle contravvenzioni alle leggi fiscali finché non ci fossimo posti in grado, mediante un serio e maturo esame, e col soccorso dell’esperimento di tali nuove disposizioni di riformare intieramente la detta legislazione. Con la più grande soddisfazione del nostro paterno cuore abbiamo finalmente riconosciuto che la mitigazione delle pene, congiunta con la più esatta vigilanza per prevenire le ree azioni, e mediante la celere spedizione dei processi, e la prontezza e sicurezza della pena dei veri delinquenti, invece di accrescere il numero dei delitti ha considerevolmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci, e quindi siamo venuti nella determinazione di non più lungamente differire la riforma della legislazione criminale con la quale, abolita per massima costante la pena di morte, come non necessaria per il fine propostosi dalla società nella punizione dei rei, eliminato affatto l’uso della tortura, la confiscazione dei beni dei delinquenti come tendente per la massima parte al danno delle loro innocenti famiglie che non hanno complicità nel delitto, e sbandita dalla legislazione la moltiplicazione dei delitti impropriamente detti di lesa maestà, con raffinamento di crudeltà inventate in tempi perversi, e fissando le pene proporzionate ai delitti, ma inevitabili nei rispettivi casi, ci siamo determinati a ordinare con la pienezza della nostra suprema autorità quanto appresso […].
XXIX. Incarichiamo i giudici e gli attuarii criminali ad usare tutta l’attenzione e premura per la sollecita ultimazione dei processi, e massimamente dei carcerati, preferendo la spedizione dei medesimi a qualunque altro affare che avessero avanti di loro, con l’avvertenza sempre presente, oltre quella di esaminare subito il reo venuto che sia nelle forze, che la carcere la quale soffrono i rei mentre pende il processo, non è che per semplice loro custodia onde esige che ne venga ad essi alleggerito l’incomodo, non solo con la minor durata possibile, ma ancora per ogni altro mezzo compatibile con lo stato di rei, nel quale si trovano […].

XXXIII. Conferiamo colla nostra sovrana autorità e con speciale determinazione l’abolizione della tortura […].
L. In tutte le cause criminali dovrà deputarsi un difensore all’imputato povero o miserabile in quei luoghi dove non sia stabilmente destinato l’avvocato dei poveri rei, e quando lo stesso imputato manchi del suo particolar difensore; ed al detto difensore si dovrà comunicare la copia degli atti, e darglisi comodo di conferire col medesimo imputato ancorché sia carcerato, onde possa rilevare i lumi per la di lui difesa […].
LI. Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata legislazione era decretata la pena di morte per delitti ancor non gravi, ed avendo considerato che l’oggetto della pena deve essere la soddisfazione al privato ed al pubblico danno, la correzione del reo, figlio anche esso della società e dello Stato, della cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza, nei rei dei più gravi ed atroci delitti, che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il pubblico esempio che il governo nella punizione dei delitti, e nel servire agli oggetti ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al reo, che tale efficacia, e moderazione insieme si ottiene più che con la pena di morte, con la pena dei lavori pubblici, i quali servono di un esempio continuato, e non di un momentaneo terrore che spesso degenera in compassione, e tolgono la possibilità di commettere nuovi delitti, e con la possibile speranza di veder tornare alla società un cittadino utile e corretto; avendo altresì considerato che una ben diversa legislazione potesse più convenire alla maggior dolcezza, e docilità di costumi del presente secolo, e specialmente nel popolo toscano, siamo venuti nella determinazione di abolire come abbiamo abolito con la presente legge per sempre la pena di morte contro qualunque reo, sia presente, sia contumace, ed ancorché confesso e convinto di qualsivoglia delitto dichiarato capitale dalle leggi fin qui promulgate, le quali tutte vogliamo in questa parte cessate ed abolite […].

Riforma della legislazione criminale toscana, in appendice a C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, a c. di F. Venturi, Einaudi, Torino 1994, pp. 258, 266-267 e 273-274.

Con quali motivazioni, nel Codice leopoldino, alla pena di morte viene preferita la condanna ai lavori forzati? (max 5 righe)

I princìpi del diritto penale: prontezza e certezza della pena

Il codice di Pietro Leopoldo costituì un momento importante nella discussione che in quegli anni si stava svolgendo in tutta Europa sulla riforma del diritto penale e che aveva ruotato in gran parte attorno all’opera di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene. In quest’opera la condanna della tortura e della pena di morte costituivano un aspetto, sia pur fondamentale, di una nuova concezione della pena: la sua legittimità non stava nella vendetta esercitata sul delinquente, ma nella sua capacità di prevenire il reato.

Prontezza della pena
Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso, essa sarà tanto più giusta e tanto più utile. Dico più giusta, perché risparmia al reo gl’inutili e fieri tormenti dell’incertezza, che crescono col vigore dell’immaginazione, e col sentimento della propria debolezza; più giusta, perché la privazione della libertà essendo una pena, essa non può precedere la sentenza, se non quanto la necessità lo chiede. La carcere è dunque la semplice custodia di un cittadino, finché sia giudicato reo; e questa custodia, essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile, e dev’essere meno dura che si possa. Il minor tempo dev’esser misurato e dalla necessaria durazione del processo, e dall’anzianità di chi prima ha un diritto di esser giudicato. La strettezza della carcere non può essere che la necessaria, o per impedire la fuga, o per non occultare le prove de’ delitti. Il processo medesimo dev’essere finito nel più breve tempo possibile. Qual più crudele contrasto, che l’indolenza di un giudice e le angosce d’un reo? i comodi e i piaceri di un insensibile magistrato da una parte, e dall’altra le lagrime, lo squallore di un prigioniero? In generale il peso della pena e la conseguenza di un delitto dev’essere la più efficace per gli altri, e la meno dura che sia possibile per chi la soffre; perché non si può chiamare legittima società quella, dove non sia principio infallibile, che gli uomini si siano voluti assoggettare ai minori mali possibili.
Ho detto che la prontezza delle pene è più utile, perché quanto è minore la distanza del tempo che passa tra la pena ed il misfatto, tanto è più forte e più durevole nell’animo umano l’associazione di queste due idee, delitto e pena; talché insensibilmente si considerano, una come cagione, e l’altra come effetto necessario immancabile […].

Certezza delle pene – Grazie
Uno dei più grandi freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma la infallibilità di esse, e per conseguenza la vigilanza dei magistrati, e quella severità di un giudice inesorabile, che, per essere un’utile virtù, dev’essere accompagnata da una dolce legislazione. La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione, che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza della impunità; perché i mali anche minimi, quando sono certi, spaventano sempre gli animi umani, e la speranza, dono celeste che sovente ci tien luogo di tutto, ne allontana sempre l’idea dei maggiori, massimamente quando l’impunità, che l’avarizia e la debolezza spesso accordano, ne aumenti la forza. […]
A misura che le pene divengono più dolci, la clemenza ed il perdono diventano meno necessari. Felice la nazione nella quale sarebbero funesti! La clemenza dunque, quella virtù che è stata talvolta per un sovrano il supplemento di tutti i doveri del trono, dovrebbe essere esclusa in una perfetta legislazione, dove le pene fossero dolci, ed il metodo di giudicare regolare e spedito. Questa verità sembrerà dura a chi vive nel disordine del sistema criminale, dove il perdono e le grazie sono necessarie in proporzione dell’assurdità delle leggi, e dell’atrocità delle condanne. […] Ma si consideri che la clemenza è la virtù del legislatore, e non dell’esecutor delle leggi; che deve risplendere nel codice, non già nei giudizii particolari; che il far vedere agli uomini che si possono perdonare i delitti, o che la pena non n’è la necessaria conseguenza, è un fomentare la lusinga dell’impunità, è un far credere che potendosi perdonare, le condanne non perdonate sian piuttosto violenze della forza, che emanazioni della giustizia. Che dirassi poi, quando il principe dona le grazie, cioè la pubblica sicurezza ad un particolare, e che con un atto privato di non illuminata beneficenza forma un pubblico decreto d’impunità? Siano dunque inesorabili le leggi, inesorabili gli esecutori di esse nei casi particolari; ma sia dolce, indulgente, umano il legislatore.

C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, a c. di F. Venturi, Einaudi, Torino 1994, pp. 47-48, 59-60 e 102-103.

Quali sono i limiti principali che Beccaria attribuisce ai sistemi giudiziari del suo tempo, secondo quanto emerge dal testo proposto? (max 6 righe)

Esercitazioni

Dopo aver riletto attentamente il documento 4 e il documento 5, mettili a confronto indicando in un breve testo quali delle tesi sostenute da Beccaria nella sua opera Dei delitti e delle pene vengono accolte nel testo della legge sul diritto penale promulgata da Pietro Leopoldo. (max 20 righe)

Immagina di dover intervistare Cesare Beccaria all’indomani della pubblicazione del suo libro Dei delitti e delle pene. Dall’intervista devono emergere con chiarezza sia le sue posizioni teoriche sull’argomento, sia le motivazioni di ordine pratico che l’hanno portato a formulare le soluzioni da lui proposte. Ricorda che le tue domande devono essere pertinenti e adeguate al contesto storico. Il numero massimo di domande è sei e il testo prodotto non deve superare le 60 righe (circa due pagine).

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Gli assolutismi nell’Europa del XVIII secolo

Due sono le forme di governo che troviamo nell’Europa tra XVII e XVIII secolo: assolutismo e monarchia costituzionale.

L’assolutismo è un sistema di governo in cui il potere è accentrato nelle mani del sovrano. Negli stati europei si sono sviluppati diversi tipi di assolutismo e la forza di questo accentramento era diversa nelle diverse realtà statali.

La monarchia costituzionale è un sistema di governo in cui il potere del sovrano è limitato dalla presenza di una costituzione e di un parlamento, che ha il compito di controllare il sovrano. L’unica monarchia costituzionale in Europa è l’Inghilterra.

Guardiamo ora nello specifico ai diversi assolutismi europei.

Polonia – Lituania

In Polonia il re viene eletto da una dieta, cioè un’assemblea, un parlamento, costituito dalla nobiltà polacca. In tale dieta le decisioni devono essere prese solo all’unanimità. Per questo spesso il parlamento si trova paralizzato da contrasti di fazioni.

Purtroppo se non è facile riuscire a prendere decisioni all’unanimità nella gestione dello stato, lo è ancora di meno quando si tratta di designare il futuro sovrano tra i nobili polacchi. La nobiltà infatti non riesce mai a trovare un accordo e finisce sempre un principe straniero come sovrano della Polonia.

Il primo effetto negativo di questa situazione è legato al fatto che un principe eletto all’estero non garantisce nessuna continuità dinastica, il secondo è un tale sovrano non ha alcuna forza. Infatti, nella Polonia del Settecento, la dieta polacca ha un potere molto forte sul Re.  

Infatti la dieta aveva potere decisionale su diverse questioni:

  • decise in merito alla imposizione fiscale,
  • sovrintende alla chiamata delle armi dei nobili,
  • controlla gli atti della pubblica amministrazione
  • può addirittura esigere, dal re eletto, di provvedere con fondi propri ai bisogni dello stato,
  • il suo parere è determinante nelle questioni di politica estera
  • poteva rifiutarsi di obbedire al re nel caso in cui egli non rispettasse i privilegi dei nobili polacchi.

Da tutto questo è facile capire quanto fosse fragile il governo polacco e quanto fosse vulnerabile la compagine territoriale polacca.

Fu proprio per questo che, nel corso del Settecento, il regno polacco vedrà la propria disgregazione.

La Russia di Pietro il Grande Romanov

Pietro il Grande Romanov (1672 – 1725)

Tra il XVII e XVIII secolo la Russia vive un periodo di grande splendore sotto il regno di Pietro il Grande della dinastia Romanov.

Pietro il Grande attiva la sua forma di assolutismo di tipo dispotico. Lui governa un paese arretrato in cui non esistono attività industriali e in cui l’agricoltura è gestita dal latifondo. Inoltre a quell’epoca la Russia è isolata intellettualmente.

Pietro il Grande inaugura una politica culturale di grande apertura verso l’occidente e si attiva per modernizzare il paese e lavora per rafforzare l’autorità dello zar sia nella politica estera che nella politica interna.

Per aumentare il suo prestigio e la sua fama decide di stabilire delle ambasciate russe nei diversi stati europei.

Per aumentare il suo potere in Russia opera una riforma della Duma. La Duma è l’assemblea dei boiari, gli aristocratici russi. Lui sostituisce questa assemblea con un Senato costituito da pochi membri nominati dallo stesso zar.

Per migliorare la gestione dello stato favorisce l’accesso ai più alti gradi della burocrazia statale solo a individui competenti, a cui concede dei titoli nobiliari, come ricompensa. È in questo periodo che si sviluppa anche in Russia la nobiltà di toga.

Per quanto riguarda il sistema di difesa del suo immenso regno, Pietro Romanov riorganizza l’esercito, ristruttura gli armamenti e la flotta.

Opera delle riforme anche nella Chiesa: abolisce il patriarcato di Mosca e lo sostituisce con un Santo Sinodo a nomina regia.

L’espansione territoriale russa, iniziata con Ivan il terribile con Michele Romanov continua con Pietro il Grande che aggiunge al già enorme impero Russo altri territori, quelli colorati in giallo nella carta, sia nelle nell’Europa settentrionale che nell’asia centrale è nell’estremo Oriente. La carta rappresenta la situazione fino alla fine dell’800 e permette di comprendere come l’espansionismo sia stato anche in seguito una scelta di fondo della politica estera russa.

Per favorire lo sviluppo culturale e la formazione della gioventù aristocratica russa, invita a Mosca esponenti di diverse religioni.

Per quanto riguarda la politica economica chiama dall’estero dei tecnici che gli permettano di riorganizzare le attività produttive. Inoltre centralizza nelle sue mani il controllo di tutte le attività produttive, anche di quelle gestite dai privati allo scopo di garantirne competitività e qualità. Il disegno di modernizzazione della grande Russia prevede anche la fondazione di una nuova capitale che prende il nome di San Pietroburgo.

San Pietroburgo, una città costruita nello stile occidentale, sulle coste del mar Baltico
La cattedrale di San Pietro e Paolo a San Pietroburgo

 San Pietroburgo è una città elegante e raffinata che viene costruita sul gusto occidentale per diventare la vetrina della nuova Russia moderna.

La Russia di Pietro il Grande è quindi pronta per giocare un ruolo da protagonista nello scenario europeo.

Il teatro Mariinsky https://it.wikipedia.org/wiki/San_Pietroburgo#/media/File:Mariinsky_Theatre001.jpg

Ma non basta: nonostante le riforme dello zar la grande Russia mantiene ancora elementi di grande arretratezza che non le permetteranno di fare il salto di qualità a cui aspira Pietro il Grande. Infatti l’aristocrazia, che conserva dei privilegi che Pietro non riesce a smantellare, mantiene un predominio indiscusso nel panorama economico e politico. Inoltre le plebi vivono in condizione di grande arretratezza anche grazie al fatto che l’istituto giuridico della servitù della gleba è ancora in vigore e quindi le popolazioni rurali non hanno alcuna possibilità di migliorare la loro condizione.

Il fiume Neva Di Panther – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5910576

Prussia

La Prussia è governata dalla dinastia degli Hohenzollern il suo territorio è unito a quello del Brandeburgo. Tra il 1640 il 1688, Federico Guglielmo di Brandeburgo intraprende un programma  assolutistico con cui opera l’accentramento del potere e la riorganizzazione dello stato. Per operare tale programma il sovrano deve fare accordi con i gruppi sociali più influenti. Infatti la sua opera di riforma non piace ai parlamenti cittadini che lo osteggiano.

Federico Guglielmo di Brandeburgo.
Di Govert Flinck – Scan from 1620-1688 Der Große Kurfürst, Sammler – Bauherr – Mäzen, Ausstellung 1988 Neues Palais Sanssouci p.18, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48027912

Federico Guglielmo però riesce a farsi sostenere dalla grande aristocrazia terriera degli Junker (il nome deriva da Jung Herr, che significa giovane signore). Grazie all’accordo con la nobiltà terriera riesce quindi ad imporre il suo potere; gli Junker, in cambio, ottengono libertà nei rapporti con i contadini, autonomia nella gestione delle proprietà signorili e si assicurano privilegi fiscali.

Il successore è Federico l (1688-1713), che continua il programma assolutistico di Federico Guglielmo e che rinsalda l’alleanza con la burocrazia, l’esercito, l’aristocrazia e gli Junker, perno dell’assolutismo prussiano.

Federico I
Di Friedrich Wilhelm Weidemann – Cropped from File:Frederick I of Prussia.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=28505299

L’Austria degli Asburgo

Fra il Seicento e il Settecento l’Austria amplia il suo territorio: i suoi possedimenti vanno dall’Europa centro-orientale ai Balcani, con l’Ungheria, la Croazia, la Serbia, la Lombardia e le Fiandre.

Il territorio da governare è ampio ed è soprattutto complesso dal punto di vista culturale. La varietà e la grande dimensione rendono questo impero impossibile da governare con un sistema centralizzato. Diventa quindi necessario che il sovrano responsabilizzi le aristocrazie dominanti nei vari paesi, legandole agli Asburgo e riconoscendo loro prerogative e autonomie.

Per favorire la coesione dell’Impero, la casa d’Austria attiva programmi di ri-cattolicizzazione verso le popolazioni protestanti consolidando così i legami con la cristianità. Due grandi ordini monastici, i gesuiti e i cappuccini, sostengono con forza la causa austriaca e la dinastia degli Asburgo.

Spagna

Nella seconda metà del Seicento la Spagna ha ormai perso quasi tutti i possedimenti che aveva sul continente europeo e deve quindi rinunciare alle sue ambizioni egemoniche. La Spagna è un paese in decadenza, il sistema produttivo spagnolo è arretrato e i privilegi dell’aristocrazia bruciano le risorse che vengono dalle colonie. Nella prima metà del Settecento il sovrano Filippo V cerca di avviare delle riforme, ma non riesce ad invertire il corso della ormai inevitabile decadenza.

La Francia dopo il Re Sole

La Francia è il paese più popoloso d’Europa; il potere in Francia è accentrato nelle mani del re e della nobiltà e la Francia è una potenza economica e militare importante.

Però in Francia ci sono anche molti problemi: innanzitutto il clero e l’aristocrazia, che possiedono ampi territori, godono di privilegi e di immunità tali per cui la loro ricchezza non va a rimpinguare le casse dello stato.

Le classi popolari vivono in miseria e la borghesia lamenta il fatto di dover pagare un sacco di tasse ma non aver nessun riconoscimento politico.

Frequentemente esplodono delle ribellioni popolari che vengono sempre represse nel sangue.

Il bilancio dello stato è in passivo, il debito pubblico aumenta costantemente e il governo non riesce a limitare questa tendenza. Purtroppo i regnanti non hanno la forza di attuare le riforme necessarie per modernizzare il paese e alla fine del Settecento la Francia sarà protagonista di uno dei moti rivoluzionari più sanguinosi e violenti di tutta la storia d’Europa.

Inghilterra

All’inizio del 1700 il regno inglese e il regno scozzese vengono unificati. Il governo è gestito da una monarchia parlamentare e il potere del Parlamento è progressivamente in aumento.

Il Parlamento è diviso in Camera dei Lord e Camera dei Comuni.

La Camera dei Lord, detta anche camera alta o camera dei pari, che è costituita dalla nobiltà. Le cariche all’interno della camera sono ereditarie.

La Camera dei Comuni, detta anche camera bassa, ha carica elettiva ed è costituita da grandi proprietari terrieri, cioè da esponenti della borghesia inglese.

Nella prima parte del Settecento si succedono al trono monarchi, con poca leadership, la loro funzione è svolta quindi solo in modo formale; per questo il potere viene gestito esclusivamente dal parlamento. Tra il 1720 e il 1743 la scena politica è dominata dai whig e il loro leader Robert Walpole favorisce il processo di rinnovamento capitalistico dell’economia inglese.

Con la denominazione di tory, nella vita politica e parlamentare dell’Inghilterra si distingue la corrente dei partigiani del re, della chiesa anglicana, delle tradizioni della proprietà fondiaria e del ceto rurale. La corrente contrapposta ad essa è quella dei whig che rappresenta la resistenza al sovrano, il principio di tolleranza religiosa, gli interessi della borghesia londinese, le ambizioni e gli interessi di carattere commerciale, marittimo e coloniale.  

In Inghilterra vige un clima di libertà civile e di tolleranza religiosa come abbiamo letto nelle Lettere filosofiche di Voltaire.

L’impero Ottomano

L’immenso impero Ottomano nel corso del Settecento vede il suo progressivo sfaldamento. Infatti nel 1683 aveva raggiunto il momento di massima espansione: quello era l’anno in cui era arrivato fino ad assediare Vienna senza però riuscire nel suo intento.

Il declino dell’Impero ottomano

Infatti, nel 1699 perde la Transilvania e l’Ungheria che vanno all’Austria, poi perde una parte della Romania che va anche questa all’Austria, quindi anche la Serbia e Belgrado passano agli Asburgo mentre il mar d’Azov e la Crimea vengono assorbiti dall’impero Russo.

Le cause di questo sfaldamento sono da individuarsi nell’economia arretrata nelle istituzioni arcaiche, nell’inefficiente agricoltura dominata dal latifondo, dalla burocrazia inefficace e dal potere centrale, troppo debole per gestire un impero così vasto e così articolato.

Le guerre del Settecento

Nel corso del Settecento in Europa si combattono alcune guerre che vengono combattute per definire gli equilibri tra le diverse potenze. Gli stati coinvolti sono la Francia l’Austria la Russia la Prussia la Gran Bretagna e le guerre sono:

  • la guerra di successione spagnola (1702-14);
  • la guerra di successione polacca (1733-48);
  • la guerra di successione austriaca (1740-48);
  • la guerra dei sette anni (1756-63).

Questi quattro conflitti hanno alcuni elementi che le accomunano:

  • tutte le guerre sono accompagnate da un’intensa attività diplomatica:
  • sono finalizzate a guadagnare posizioni di forza all’interno dell’Europa o nelle aree a dominio europeo:
  • son guerre costose sia sul piano umano che economico;
  • sono prive di fanatismo;
  • vengono combattute da eserciti regolari, da eserciti statali, più disciplinati dagli eserciti mercenari del Seicento;
  • cominciano ad investire le aree coloniali.

Senza entrare nel merito delle singole guerre, sintetizziamo gli esiti di questi conflitti:

  • la Spagna, il Portogallo e le province unite hanno imboccato una via di inesorabile declino;
  • la Polonia vive una grave crisi che la porterà alla disgregazione;
  • la Svezia vede ridotto il suo territorio;
  • la Prussia è uno stato in ascesa:
  • il potere asburgico è in progressivo ampliamento;
  • la Russia è in espansione;
  • le politiche egemoniche francesi falliscono;
  • la Gran Bretagna si prepara ad essere la maggiore potenza internazionale.

Fonti

https://www.treccani.it/

www.wikipedia.org

Fossati, Luppi, Zanette, Parlare di storia, Pearson.

Gianni Gentile – Luigi Ronga, Storia & Geostoria, vol. IV: Dalla metà dei Seicento alla fine dell’Ottocento, La Scuola, Brescia 2005, pp. 64-71

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Educazione civica Illuminismo Letteratura italiana Settecento

Illuministi italiani

In Italia l’arretratezza economica e culturale, la mancanza di una borghesia imprenditoriale, la frammentazione politica della penisola in vari stati costituiscono altrettanti ostacoli alla diffusione del pensiero illuministico.

Tuttavia nella seconda metà del Settecento anche l’Italia partecipa a quel generale moto di rinnovamento che si diffonde in tutta Europa. Non si tratta però di un movimento di grandi proporzioni come quello francese: nella penisola italica gli intellettuali illuministi rappresentano una ristretta élite, sia rispetto alla massa della popolazione analfabeta, sia all’interno delle classi che detengono il potere: l’aristocrazia terriera e il clero.

Gli illuministi italiani restano generalmente su posizioni moderate, non mettono in discussione il potere ma tendono a collaborare con i sovrani illuminati appoggiando i loro tentativi di riforma. i principali centri dell’Illuminismo furono Milano e Firenze, ma un movimento intellettuale illuministico fu attivo anche a Napoli e a Venezia.

Il primo numero del “Caffè” – Pietro Verri

Quello che segue è l’articolo che apre il primo numero del giornale Milanese dei fratelli Verri. Servendosi di uno stile giornalistico del tutto inedito in Italia fino ad allora, sull’esempio del giornalismo inglese, gli autori simulano una sorta di intervista. In questo testo annunciano che il giornale conterrà argomenti di pubblica utilità, in qualunque stile che non annoi.

In pratica sul giornale verranno trascritti semplicemente i discorsi che si fanno in un caffè Milanese dove si può sorseggiare l’ottima bevanda, ma dove si possono anche leggere i giornali europei e discutere con uomini “ragionevoli” o “irragionevoli”.

Cos’è questo Caffè?
È un foglio di stampa, che si pubblicherà ogni dieci giorni.
Cosa conterrà questo foglio di stampa?
Cose varie, cose disparatissime, cose inedite, cose fatte da diversi Autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità.
Va bene: ma con quale stile saranno scritti questi fogli?
Con ogni stile, che non annoi.
E sin a quando fate voi conto di continuare quest’Opera?
Insin a tanto che avranno spaccio. Se il Pubblico si determina a leggerli, noi continueremo per un anno, e per più ancora, e in fine d’ogni anno dei trentasei fogli se ne farà un tomo di mole discreta: se poi il Pubblico non li legge, la nostra fatica sarebbe inutile, perciò ci fermeremo anche al quarto, anche al terzo foglio di stampa.
Qual fine vi ha fatto nascere un tal progetto?
Il fine d’una aggradevole occupazione per noi, il fine di far quel bene che possiamo alla nostra Patria, il fine di spargere delle utili cognizioni fra i nostri Cittadini, divertendoli, come già altrove fecero e Steel, e Swift, e Addison, e Pope ed altri.
Ma perché chiamate questi fogli il Caffè?
Ve lo dirò ma andiamo a capo.

Un Greco originario di Citera, isoletta riposta fra la Morea e Candia, mal soffrendo l’avvilimento, e la schiavitù, in cui i greci tutti vengon tenuti dacché gli Ottomani hanno conquistata quella Contrada, e conservando un animo antico malgrado l’educazione e gli esempi, son già tre anni che si risolvette d’abbandonare il suo paese: egli girò per diverse città commercianti, da noi dette le scale del Levante; egli vide le coste del Mar Rosso, e molto si trattenne in Mocha, dove cambiò parte delle sue merci in Caffè del più squisito che dare si possa al mondo.
Indi prese il partito di stabilirsi in Italia, e da Livorno sen venne in Milano, dove son già tre mesi ha aperta una bottega addobbata con richezza ed eleganza somma.
In essa bottega primieramente si beve un Caffè, che merita il nome veramente di Caffè: Caffè vero verissimo di Levante, e profumato col legno d’Aloe che chiunque lo prova, quand’anche fosse l’uomo il più grave, l’uomo il più plumbeo della terra, bisogna che per necessità si risvegli, e almeno per una mezz’ora diventi uomo ragionevole. In essa bottega vi sono comodi sedili, vi si respira un’aria sempre tepida, e profumata che consola; la notte è illuminata, cosicché brilla in ogni parte l’iride negli specchi e ne’ cristalli sospesi intorno le pareti, e in mezzo alla bottega; in essa bottega, chi vuol leggere, trova sempre i fogli di novelle politiche, e quei di Colonia, e quei di Sciaffusa, e quei di Lugano, e vari altri; in essa bottega, chi vuol leggere, trova per suo uso e il Giornale Enciclopedico, e l’Estratto della Letteratura Europea, e simili buone raccolte di Novelle interessanti, le quali fanno che gli uomini che in prima erano romani, fiorentini, genovesi, o lombardi, ora sieno tutti presso a poco Europei; in essa bottega v’è di più un buon Atlante, che decide le questioni che nascono nelle nuove politiche.
In essa bottega per fine si radunano alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiaciuto di registrare tutte le scene interessanti che vi vedo accadere, e tutti i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi; e siccome mi trovo d’averne già messi i ordine vari, così li do alle stampe col titolo Il Caffè, poiché appunto son nati in una bottega di Caffè.
Primo numero de “Il caffè” periodico milanese pubblicato a cura dei fratelli Verri

Commento

La rivista letteraria “Il Caffè” è il risultato di un processo intellettuale e culturale che nei secoli successivi alla sua pubblicazione influenzerà fortemente la storia culturale d’Italia e d’Europa.

La particolarità del “Caffè” è che concettualmente nasce sia come rivista periodica che come progetto unitario. I fogli vengono infatti pubblicati ogni dieci giorni, ma è fin da principio intenzione degli autori rilegarli a fine anno in un unico tomo. L’avventura del periodico però fu breve e terminò alla fine della seconda annata di pubblicazione nel 1766.

Autori entusiasti della rivista sono gli uomini dell’Accademia dei Pugni, tra i quali si distinguono le voci dei fratelli Pietro e Alessandro Verri e quella di Cesare Beccaria.

Nell’introduzione gli autori rispondono alle domande fittizie dei lettori indicando che il Caffè è una rivista pubblicata ogni dieci giorni contenente testi che toccano argomenti diversi tra loro ma attuali e di pubblica utilità.

Viene inoltre scelto uno stile “che non annoi”. L’idea è quella di pubblicare i fogli periodici fino a quando avranno mercato “avranno spaccio”, e arrivati a trentasei fogli di farne “un tomo di mole discreta”, quindi di rilegarli.

Gli autori si impongono inoltre di sospendere la pubblicazione dei fogli nel caso in cui la pubblicazione non incontrasse più il gusto dei lettori. Informano inoltre il pubblico sul fine del progetto: fare qualcosa di piacevole per gli autori e di utile per la patria “spargere delle utili cognizioni fra i nostri cittadini divertendoli, come altrove fecero Steele e Swift e Addisson e Pope.

Dopo questa breve ma esaustiva motivazione del progetto gli autori, spiegando il titolo della rivista, introducono il lettore nella cornice fittizia della bottega del caffè. Attraverso la descrizione della bottega del caffettiere greco Demetrio, il lettore viene informato sul titolo del periodico “Il Caffè”, “poiché [i fogli] appunto son nati in una bottega di caffè”.  

La cornice fittizia della bottega del caffè

Nell’introduzione viene descritta la bottega del caffè del caffettiere greco Demetrio, che “sen venne in Milano dove son già tre mesi che ha aperta una bottega addobbata con ricchezza ed eleganza somma. In essa bottega primieramente si beve un caffè che merita il nome veramente di caffè”. La particolarità della bottega di Demetrio non è solo la possibilità di consumare un ottimo caffè, ma anche quella di immergersi in un ambiente di grande cultura.

Le numerose possibilità per ampliare la propria conoscenza personale vengono pure elencate nell’introduzione, nella quale viene detto che “in essa bottega chi vuole leggere trova sempre i fogli di novelle politiche […], trova per suo uso e il Giornale enciclopedico e l’Estratto delle letteratura europea e simil buone raccolte di novelle interessanti […] v’è di più un buon atlante, che decide le questioni che nascono nelle nuove politiche”.

 Oltre alle molte opere di consultazione disponibili nella bottega, essa svolge la funzione di luogo-centro nel quale hanno luogo le discussioni e nel quale confluiscono le informazioni utili alla stesura dei fogli periodici. Viene infatti detto che “in essa bottega per finire si radunano alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiaciuto di registrare tutte le scene interessanti che vi vedo accadere e tutt’i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi”.

Nella descrizione dell’autore il concetto di bottega come luogo di scambio di opinioni si trova alla fine della descrizione. Questa posizione di rilievo nel testo sottolinea l’importanza della funzione di luogo di scambio nel quale convergono tutte le idee inserite nella rivista.

Questo luogo-centro permette la finzione di un dialogo tra autori e pubblico. Infatti la scelta di usare una cornice allo stesso tempo mondana e leggera, permette ai suoi ideatori di discutere argomenti seri lontano dai luoghi canonici della cultura e di avvicinarsi ai loro lettori.

La cornice svolge anche la funzione di schermo protettivo per gli autori che “registrano” le scene e le riportano nel periodico senza doversi esporre personalmente.

Essa rende infatti possibile una “zona di relativa immunità, di lieve declinazione di responsabilità”. Inoltre la cornice permette agli autori, in particolare a Pietro Verri, attraverso le lettere fittizie dei lettori di introdurre e affrontare temi di natura diversa. Altro elemento interessante di quest’ultima descrizione è rappresentato dall’emergere di un “io” che afferma di limitarsi alla registrazione delle discussioni che avvengono nella bottega, senza partecipare attivamente a esse.

Questa voce appartiene a Pietro Verri che si incarica di introdurre e di commentare molti dei testi pubblicati nel periodo 1764-1765. La presenza di questo “io” rappresenta, in particolare durante la stesura dei primi fogli, la voce della “redazione virtuale” che si occupa della rivista e che mantiene viva la finzione letteraria nella quale sono inseriti i testi.

Contro la pena di morte – Cesare Beccaria

Cesare Beccaria scrive Dei delitti e delle pene, un saggio dedicato alla pena di morte. Qui di seguito riportiamo un estratto dal capitolo più noto del libro, il più discusso e quello di maggiore effetto. Il lavoro di Beccaria fu presto tradotto e diffuso in tutta Europa. Esso influenzò le scelte politiche di alcuni sovrani.

  • Il progetto di costituzione russa, elaborato dalla zarina Caterina II tra il 1765 e il 1767, prevedeva l’eliminazione della pena di morte e le sue argomentazioni erano ricavate letteralmente dal testo di Beccaria.
  • La Riforma della legislazione criminale introdotta nel 1786 dal granduca di Toscana, Pietro Leopoldo (1765-1790), prevede che venga abolita la pena di morte. Si tratta della prima volta in Europa. Nell’articolo 51 la pena di morta veniva definita non necessaria, meno efficace della pena perpetua con argomenti derivati, anche in questo caso, direttamente da Beccaria.

Per onor di cronaca dobbiamo ricordare che il progetto di Caterina II poi non si concretizzò e in Toscana la pena di morte fu poi reintrodotta nel 1790. Ma questo non toglie valore al contributo lavoro di Cesare Beccaria.

Nei passi che proponiamo Beccaria prima dimostra che la pena di morte non può mai essere considerata giusta, perché nessuno, sottoscrivendo il contratto con cui si è costituita la società, può avere ceduto il diritto alla vita, che è un diritto inalienabile, come aveva insegnato Locke.

Quindi la pena di morte non si configura come un atto di giustizia, ma come «una guerra della nazione con un cittadino».

Il testo di Beccaria è ancora oggi un modello per tutti coloro che ancora oggi lottano contro la tortura e la pena capitale.

Estratto dal cap. XXVIII – Dei Delitti e delle pene

Questa inutile prodigalità di supplicii [generosità nell’infliggere torture], che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili?
Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Le leggi non sono altro che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; le leggi rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari.
Chi è mai l’uomo che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo?
Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere il desiderio di sacrificare il più importante tra tutti i beni dell’uomo, cioè la sua vita?
E se ciò è stato fatto, come si accorda questo principio con quello che dice che l’uomo non è padrone di uccidersi?
Ma doveva essere padrone di togliersi la vita se ha potuto dare ad altri questo diritto e se lo ha dato addirittura alla società intera.
La pena di morte dunque non è un diritto dello stato, ho dimostrato che non può essere tale, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere.
Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.
La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi.
Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita.
La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi.
Ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse più efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non vedo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.
Nel caso in cui non bastassero secoli di storia, in cui l’ultimo supplicio [la pena capitale] non ha mai distolto gli uomini che erano decisi a compiere atti violenti nei confronti della propria società, quando non bastasse l’esempio dei cittadini romani [che ricorrevano alla pena capitale sono in casi di estrema gravità] e non bastasse neppure la scelta dell’imperatrice Elisabetta di Moscovia [che abolì la pena di morte nel 1753] che diede ai padri dei popoli [agli altri sovrani] quest’illustre esempio, che equivale almeno a molte conquiste comprate col sangue dei figli della patria, nel caso in cui questi esempi non persuadessero gli uomini, che sospettano del linguaggio della ragione e rispettano solo quello dell’autorità, in questo caso basta comunque osservare la natura dell’uomo per sentire la verità della mia asserzione.
Non è l’intensione [intensità] della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione [la durata nel tempo] di essa; perché la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento.
L’impero dell’abitudine è universale sopra ogni essere che sente, e come l’uomo parla e cammina e soddisfa i suoi bisogni con l’aiuto dell’abitudine, allo stesso modo le idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed iterate percosse [ripetute sollecitazioni].
Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa: questo è il freno più forte contro i delitti. Quell’efficace pensiero, perché spessissimo viene ripetuto dalle persone tra sé e sé, “io stesso sarò ridotto a così lunga e misera condizione se commetterò simili misfatti” è assai più possente che non l’idea della morte, che gli uomini vedono sempre in una oscura lontananza.
La pena di morte fa un’impressione che per quanto forte, non riesce a superare il potere della dimenticanza, che è naturale nell’uomo anche per le cose più essenziali, ma che è accelerata quando l’emozione è forte.
La regola generale è questa: le passioni violente sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo. Per questo sono adatte a fare quelle rivoluzioni che trasformano uomini comuni in guerrieri.
Ma in una situazione di pace, durante un tranquillo governo, le impressioni debbono essere più frequenti che forti.
La pena di morte diventa uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; entrambi questi sentimenti occupano l’animo degli spettatori molto di più di quel terrore che la legge pretende di ispirare.
Ma nelle pene moderate e continue il sentimento dominante è il terrore perché è il solo sentimento.  
Il limite al rigore delle pene che dovrebbe fissar il legislatore dovrebbe consistere proprio nel potere di suscitare il sentimento di compassione.
Perché una pena sia giusta deve avere quel grado di intensità che funzioni come deterrente. Non c’è nessuno che, riflettendoci, sceglierebbe la totale e perpetua perdita della propria libertà per quanto vantaggioso possa apparirgli un delitto. Dunque l’intensità della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte basta per rimuovere qualunque animo determinato a compiere un reato.
E aggiungo che ha più vantaggi: moltissimi riguardano in faccia alla morte con viso tranquillo e fermo, chi per fanatismo, chi per vanità, che quasi sempre accompagna l’uomo al di là dalla tomba, chi per un ultimo e disperato tentativo o di non vivere o di sortir di miseria; ma né il fanatismo né la vanità stanno fra i ceppi o le catene, sotto il bastone, sotto il giogo, in una gabbia di ferro, perché il disperato non finisce i suoi mali, ma li comincia. L’animo nostro resiste più alla violenza ed agli estremi ma passeggieri dolori che al tempo ed all’incessante noia; perché egli può concentrare tutto se stesso per un momento per respinger i primi, ma la vigorosa elasticità di lui non basta a resistere alla lunga e ripetuta azione dei secondi.

Cesare Beccaria in questo testo ci pone innanzitutto una domanda cruciale: che diritto abbiamo di uccidere un uomo? Lui sostiene che con il contratto sociale gli uomini si affidano a chi li governa e in cambio del governo cedono loro alcuni diritti, alcune libertà, ma gli uomini non hanno ceduto il diritto alla vita. La vita è un bene inalienabile e quindi non può essere ceduto ad altri. La pena di morte invece costituisce una violazione del più importante diritto dell’uomo: quello del diritto alla vita. La pena di morte è quindi la guerra della nazione contro un cittadino. Per questo la pena di morte non è ammissibile in uno stato civile.

Beccaria ravvisa solo due eccezioni nelle quali lo stato può decidere di ricorrere a questa risoluzione e può ricorrervi solo come estrema ratio, quando non vi siano altre soluzioni.

  1. Quando una persona, anche se privata della sua libertà, abbia ancora tale potere da minacciare la sicurezza nazionale e quindi quando l’intera nazione è in pericolo.
  2. Quando la morte di una persona dissuade altri dal compiere altri delitti.

In nessun altro caso si deve ricorrere alla pena di morte. Infatti la storia dimostra che la pena di morte non dissuade dal compiere delitti, perché un’emozione forte come quella che si prova nel vedere una pubblica esecuzione non basta come deterrente: non è l’intensità della pena, ad impressionare gli uomini, ma la sua durata nel tempo. Il freno più forte ai delitti non è la pena di morte, ma una lunga e dura detenzione. Gli uomini dimenticano in fretta anche le impressioni più violente, l’esecuzione suscita non solo il terrore, ma in tanti casi suscita anche la pena, la compassione in chi assiste al truce spettacolo. Invece nelle pene moderate, ma continue, prevale il terrore. Nessun crimine è vantaggioso se si rischia l’ergastolo, mentre talvolta motivazioni forti spingono a sfidare la morte. Per l’uomo, secondo Beccaria è molto più penoso il pensiero della galera a vita rispetto a quello di una morte violenta.

Domande

Domande

1) Perché la pena di morte lede un diritto inalienabile?

2) Come definisce la pena di morte Beccaria?

3) Quali sono i due motivi per cui si potrebbe credere che la pena di morte sia utile e necessaria?

4) A quali argomenti ricorre Beccaria per contestare l’efficacia della pena di morte come deterrente?

5) In che senso l’ergastolo può essere considerato anche più doloroso della morte?

6) Ricostruisci il ragionamento con cui Beccaria sostiene che gli uomini temono maggiormente l’estensione che l’intensità della pena.

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Carlo Goldoni e la riforma del teatro comico

Carlo Goldoni (1707-1793) è stato un letterato e un commediografo italiano. È considerato uno dei principali innovatori del teatro moderno, e uno dei padri della commedia. Nelle sue opere ha veicolato i valori dell’illuminismo.

Le sue opere sono apprezzate anche oggi tanto che nelle stagioni teatrale sono spesso presenti testi di Goldoni. Le sue opere sono apprezzate perché i personaggi delle sue commedie mostrano, sotto un’apparente semplicità, una gamma molto complessa di atteggiamenti e svelano i risvolti più profondi dei caratteri umani. Le sue opere mettono in scena inoltre la quotidiana conflittualità che regola i rapporti tra gli uomini.

Cenni sulla biografia

Carlo Goldoni nasce il 25 febbraio 1707 a Venezia da una famiglia borghese che attraversa notevoli difficoltà economiche. Gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza sono allora itineranti per Carlo che, insieme alla madre, raggiunge il genitore a Perugia nel 1719: qui Carlo studia prima presso i Gesuiti poi a Rimini dai Domenicani.

Il ragazzo è insofferente nei confronti dell’insegnamento tradizionale, mentre mostra una spiccata passione per il teatro.

Ben presto si aggrega alla compagnia comica di Florindo de’ Maccheroni, diretta a Chioggia, città nei pressi di Venezia dove viveva la madre.

Testo 1 – Fuga da Rimini

Il brano è tratto dai Memoires di Carlo Goldoni, cap. IV – V

Il giovane Goldoni, tredicenne, si trova a Rimini, dove frequenta le lezioni di filosofia e di logica alla scuola dei domenicani. La madre, il padre e il fratello Giovanni si trovano invece a Chioggia (dove il padre lavora come medico). A Rimini arriva la compagnia di comici del napoletano Paolo Antonio Foresi, e il piccolo Goldoni va a vederla a teatro e resta folgorato (soprattutto dal fatto che nella compagnia sono presenti delle donne, mentre spesso, nel teatro di quei tempi, le parti femminili erano sostenute da maschi adolescenti).

I primi giorni andavo a teatro, molto modestamente, in platea; vedevo qualche giovane come me tra le quinte: tentai allora di spingermi fin là e non trovai ostacolo alcuno; guardavo con la coda dell’occhio quelle signorine ed esse mi fissavano assai arditamente. A poco a poco mi familiarizzai con loro; di discorso in discorso, di domanda in domanda, vennero a sapere che ero veneziano. Erano tutte mie compatriote, mi fecero coccole e gentilezze senza fine; lo stesso capo-comico mi colmò di cortesie: mi invitò a cena a casa sua, vi andai e non vidi più il reverendo Candini[1].
I comici stavano ormai per concludere il loro impegno e dovevano andarsene; la loro partenza mi procurava sincero dispiacere. Un venerdì, giorno di riposo per tutta l’Italia[2], tranne che per lo stato di Venezia, facemmo una scampagnata; c’era tutta la compagnia, il capocomico annunciò la partenza entro gli otto giorni seguenti; aveva già fissato la barca che li avrebbe condotti a Chioggia… A Chioggia! Esclamai con un grido di sorpresa.
– Sissignore, dobbiamo andare a Venezia, ma ci fermeremo quindici o venti giorni a Chioggia per darvi qualche rappresentazione di passaggio.
– Ah, Dio mio! Mia madre è a Chioggia e la vedrei con vero piacere.
– Venite con noi.
– Sì, sì (gridano tutti l’uno dopo l’altro) con noi, con noi, sulla nostra barca; vi troverete bene, non vi costerà nulla; si gioca, si ride, si canta, ci si diverte, ecc.
Come resistere a una tentazione così grande? Perché perdere un’occasione così bella? Accetto, mi impegno e faccio i miei preparativi.
Comincio con il parlarne al mio ospite[3], egli vi si oppone con forza: io insisto ed egli riferisce il fatto al conte Rinalducci; eran tutti contro di me.
di cedere, me ne sto tranquillo; il giorno fissato per la partenza infilo in tasca due camicie e un berretto da notte; mi reco al porto, salgo sulla barca per primo, mi nascondo ben bene sotto prua; avevo con me il calamaio da tasca, scrivo al signor Battaglini, gli presento le mie scuse: è la voglia di rivedere mia madre che mi trascina; lo prego di donare tutta la mia roba alla governante che mi aveva curato durante la malattia e gli annuncio che sto ormai per partire. Ho commesso una mancanza, lo riconosco; ne ho commesse altre, lo riconoscerò parimenti.
Arrivano i comici.
– Dov’è Goldoni?
– Ecco Goldoni che esce dalla sua tana; tutti scoppiano a ridere; mi fanno festa, mi vezzeggiano, si fa vela. Addio Rimini.



I comici non eran certo quelli di Scarron[4]; eppure l’insieme della compagnia sulla barca formava un quadro divertente.
Dodici persone, fra attori e attrici, un suggeritore, un macchinista, un trovarobe[5], otto domestici, quattro cameriere, due balie e, inoltre, bambini di ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, uccelli, piccioni, persino un agnello: l’arca di Noè.
La barca era molto ampia, c’erano numerosi compartimenti: le donne avevano ognuna una nicchia con tende; per me, invece, era stato preparato un buon letto accanto al capo-comico; eravamo tutti ben sistemati.
L’intendente generale del viaggio, che era a un tempo il cuoco e il credenziere[6], suonò una campanella che era il segnale della colazione; ci si riunì allora in una specie di sala allestita al centro della barca, sopra le casse, i bagagli e i pacchi; su una tavola ovale c’erano caffè, tè, latte, pane tostato, acque e vino.
La prima Amorosa[7]chiese un brodo: non ce n’era. Essa andò su tutte le furie; non senza fatica si riuscì a calmarla con una tazza di cioccolata; ella era la più brutta e la più difficile[8].Dopo la colazione venne proposta una partita in attesa del pranzo. Io sapevo giocare a tressette: era il gioco preferito di mia madre, che me l’aveva insegnato.
Stavamo per cominciare un tressette e un picchetto[9], quando un tavolo di faraone[10], che nel frattempo era stato preparato sul ponte, attirò l’attenzione di noi tutti; il banco annunciava più divertimento che interesse: il capocomico non avrebbe altrimenti dato il permesso.
Si giocava, si rideva, si scherzava, ci si burlava vicendevolmente; la campanella annuncia il pranzo: ci andiamo.
Maccheroni! Tutti vi si gettano sopra: ne vengono divorate ben tre zuppiere. Carne di manzo cucinata come si usava allora, pollo freddo, lombo di vitello, dessert e buon vino; ah, che pranzo squisito! Non v’è cibo migliore dell’appetito!
Restammo a tavola quattro ore. Poi i comici suonarono diversi strumenti, cantammo a lungo; la Servetta cantava assai bene; io la guardavo attentamente: mi dava una strana sensazione.
Ma, ahimè, un imprevisto venne a interrompere l’allegria della brigata; un gatto fuggì dalla gabbia: si trattava del micetto della prima Amorosa. La poveretta invocò l’aiuto di tutti, noi lo rincorremmo; il gatto, che era schizzinoso proprio come la sua padrona, strisciava, saltava, si nascondeva dappertutto; vedendosi inseguito, si arrampicò sull’albero: la signora Claricefu colpita da un malore. Un marinaio sale sull’albero per acchiappare il gatto, ma quello si butta in mare e vi resta. Ecco la padrona disperata: vuole uccidere tutti gli animali che vede, vuole gettare la sua cameriera nella tomba dell’amato gattino. Tutti prendono le difese della cameriera e il litigio diventa generale. Arriva il capo-comico, fa mille moine all’afflitta: finisce per ridere anch’essa; ed ecco il gatto dimenticato.
Ma ora basta, penso; sarebbe abusare troppo del lettore l’intrattenerlo oltre con simili fatterelli, che sono da nulla.
Il vento non era favorevole: restammo in mare tre giorni; sempre gli stessi passatempi, gli stessi piaceri, lo stesso appetito; il quarto giorno arrivammo a Chioggia.
 
Io non avevo l’indirizzo dell’appartamento di mia madre, ma non impiegai troppo tempo a cercarlo. La signora Goldoni e sua sorella portavano la cuffia[11]: appartenevano alla classe dei ricchi, tutti le conoscevano.
Pregai il capocomico di accompagnarmi; vi si prestò con piacere, venne con me: si fece annunciare; io restai in anticamera.
– Signora, disse a mia madre, vengo da Rimini, vi porto notizie del signorino vostro figlio.
– Come sta mio figlio?
– Benissimo, signora.
– È contento del suo stato?
– Non troppo, signora; soffre molto.
– Di che cosa?
– Di essere lontano dalla sua tenera madre.
– Povero figliuolo! Vorrei davvero averlo qui con me. (Io sentivo tutto, e mi batteva forte il cuore.)
– Signora, continuò il comico, io gli avevo proposto di portarlo con me.
– E perché non l’avete fatto?
– E voi sareste stata d’accordo?
– Certamente.
– Ma, e i suoi studi?
– I suoi studi! Che cosa gli avrebbe impedito di tornare là? E poi, maestri ce ne sono dappertutto.
– Lo vedreste dunque con piacere?
– Con immensa gioia.
– Signora, eccolo qui.
Apre la porta, io entro, mi getto alle ginocchia di mia madre; ella mi abbraccia: le lacrime ci impediscono di parlare.

[1] Il professore di logica e filosofia da cui Goldoni andava a lezione.
[2] Nei teatri italiani, le compagnie riposavano di solito il venerdì
[3] si tratta del signor Battaglini, la persona di fiducia alla quale il piccolo Goldoni è stato affidato durante il suo soggiorno a Rimini.
[4] Paul Scarron (1610 – 1660), uno dei maggiori commediografi francesi. Qui l’espressione vuol dire che si trattava di una compagnia un po’ scalcagnata.
[5] Trovarobe: chi, in una compagnia teatrale, è incaricato di trovare il materiale che dovrà essere usato in scena
[6] Credenziere: chi si occupa delle vivande.
[7] La prima amorosa: l’attrice che, nella commedia, recita la parte dell’innamorata.
[8] La più difficile: la più capricciosa, la più difficile da accontentare.
 
[9] picchetto: gioco di carte di origine francese.
[10] faraone: gioco di carte d’azzardo (Goldoni era un amante dei giochi di carte: di qui il puntiglio con cui ne ricorda i nomi).
[11] portavano la cuffia: cuffie e cappellini erano indossati, di solito, dalle persone benestanti: portare la cuffia qui dunque vuol dire “essere persone distinte”.

Il giovane Goldoni inizia quindi a seguire la sua passione, il teatro, ma prosegue anche gli studi in giurisprudenza.

Sono anni di spostamenti e di studi interrotti. Da Milano (1722), a Pavia (1723) dove verrà espulso dal collegio dei gesuiti per una piccante satira sui costumi delle donne della città, poi Udine, Gorizia, Modena, Vipacco, ancora Chioggia, Feltre.

Nonostante questo si laurea in legge a Padova e, dopo la morte del padre, svolge per un breve periodo la professione di avvocato per aiutare economicamente la madre. Cerca di conciliare lo studio con la passione per il teatro, come attore ed autore teatrale.

La sua vera passione però lo induce ben presto a lasciare il mondo giuridico per dedicare tutta la sua vita al teatro.  Il suo impegno e la sua dedizione nel mondo delle maschere lo portano a rivoluzionare la concezione teatrale del suo tempo, che era ancora legata alla tradizione delle maschere e della Commedia dell’arte e ad operare una vera e propria riforma del teatro.

Molte sono le opere che lui ha scritto, tra le più note, “La donna di garbo”, “La bottega del caffè”, “La locandiera”, “I rusteghi”, “La trilogia della villeggiatura”, il “Sior Todero brontolon”, “Le baruffe chiozzotte e “Il ventaglio”.

Ma il suo lavoro non è sempre apprezzato e nel 1762 Goldoni si trasferisce a Parigi, su invito della Comédie Italienne e nella speranza di trovare un clima e un pubblico più favorevoli al suo teatro. Lì deve ricominciare il suo faticoso lavoro di riforma. In quegli anni e si dedica alla stesura della sua autobiografia, i Mémoires. La sua fine è molto triste, malato e in miseria, Carlo Goldoni si spegne nel febbraio del 1793.

Per approfondimenti sulla vita di Carlo Goldoni:

https://biografieonline.it/biografia-carlo-goldoni

http://www.italialibri.net/autori/goldonic.html

La riforma del teatro comico

Ai tempi di Goldoni il teatro comico era monopolizzato dalla Commedia dell’arte, che era basata sull’improvvisazione a partire da un semplice canovaccio. La commedia dell’arte aveva portato alla fissità delle parti e dei ruoli e alla ripetitività delle battute; si ovviava alla noia ricorrendo a volgarità e oscenità.

Goldoni considerava questo teatro corrotto e cattivo, perché le opere erano scritte male, erano costruite peggio e recitate in modo pessimo. Inoltre egli riteneva che la commedia avesse una funzione pedagogica ed etica che ormai non apparteneva più alla commedia dell’arte. Infatti, secondo Goldoni, la commedia dell’arte nel Settecento, fomentava il vizio anziché correggerlo.

Goldoni era un esponente della borghesia e il suo pensiero era influenzato dalle idee illuministe e dalla nuova sensibilità borghese. A Venezia nel Settecento giungono le idee dell’illuminismo più moderno e innovatore, grazie ai commerci della città.

Goldoni elabora le nuove idee illuministe che risultano spesso una rielaborazione della mentalità diffusa dai ceti medi.

Statua bronzea di Goldoni a Venezia

Motivi illuministi nelle opere di Goldoni

Nelle sue opere Goldoni veicola idee dell’illuminismo, infatti egli:

  • aderisce alla vita mondana estranea ad ogni forma di trascendente,
  • esalta la filosofia pratica basata sul buon senso,
  • è attento ad ogni sentimento di socialità,
  • rispetta i valori del mondo borghese e mercantile come la sincerità, l’onestà e la fedeltà agli impegni,
  • prova antipatia per i nobili e per la dissolutezza dei loro costumi,
  • apprezza l’uguaglianza fra gli uomini e la tranquilla convivenza tra i ceti nelle loro diverse funzioni,
  • ammira Inghilterra e Olanda, patrie di civiltà laboriose e pacifiche.
  • critica l’autoritarismo dei padri sui figli,
  • accarezza nuovi ideali di sviluppo naturale nella ragione,
  • è consapevole che il denaro sia importante ma sa che il denaro non basta.

La sua riforma della commedia viene fatta in modo graduale.

Goldoni parte dal rifiuto della commedia dell’arte, dalle sue improvvisazioni, dalla volgarità e dalla rigidezza delle figure rappresentate dalle maschere. I personaggi che lui mette in scena non sono più quindi maschere fisse, ma individui concreti e non falsati dalla maschera, personaggi a tutto tondo, che imparano dalle esperienze della vita e che testimoniano i valori in cui Goldoni crede. I personaggi inoltre sono strettamente legati all’ambiente sociale in cui si muovono.

Goldoni sostituisce le vicende inverosimili con intrecci ispirati dalle storie reali e razionali.

Lui dichiara che il mondo reale è la sua fonte di ispirazione, il suo teatro è borghese, concreto e reale e la sua visione del mondo è lontana dall’astrattezza classica e rinascimentale.

Con Goldoni le maschere della commedia dell’arte diventano personaggi reali, per cui, ad esempio, la servetta Colombina diventa una donna di garbo, il vecchio Pantalone, da mercante vizioso, diventa un vecchio assennato e saggio. I suoi personaggi hanno caratteri psicologicamente delineati a tutto tondo, sono caratteri umani.

Nel concreto Goldoni scrive tutto il testo che deve essere recitato e inserisce anche indicazioni tecniche per gli attori. Colloca le sue vicende in un contesto realistico nella Venezia mercantile, nelle piazze e nelle calli veneziane, al tempo di Carnevale.

Il significato del teatro goldoniano è quello di celebrare le virtù borghesi del buon senso, del garbo, della gentilezza, della ragionevolezza. In virtù del pensiero illuminista fa sì che anche i servi veicolino il buon senso.

Mondo e teatro

L’attore doveva restituire il primo posto all’autore dei testi teatrali, autore che aveva il compito di porsi a mediatore tra il mondo reale e la finzione teatrale.

Goldoni diceva che il Mondo e il Teatro erano i due “libri” a cui si ispirava.

Le sue opere infatti traevano spunto dal Mondo, raccontando la ricca varietà di situazioni, di vicende e di personaggi che popolano la vita quotidiana.

Goldoni utilizzava gli strumenti del Teatro per mettere in scena tutto questo in modo naturale e coinvolgente, mantenendo la sua originaria funzione pedagogica e etica.

Calli a Venezia

Testo “Mondo e teatro”

Tratta dalla prefazione alla racconta di commedie pubblicate nel 1750

In questa prefazione Goldoni presenta la sua riforma della commedia dell’arte. Nel brano dice che i libri su cui ha più studiato sono “il Mondo e il Teatro”. Il libro del Mondo è quello da cui trae ispirazione per i personaggi e gli argomenti delle sue commedie. Il libro del Teatro è quello su cui studia come rappresentare sulla scena “i caratteri, le passioni, gli avvenimenti” per piacere al pubblico. Il teatro deve essere una “copia” di quanto accade nel mondo, lo scrittore di commedie deve tenere in considerazione solo il gusto dei suoi spettatori.

[…] i due libri su’ quali ho più meditato, e di cui non mi pentirò mai di essermi servito, furono il Mondo e il Teatro.
Il primo [il Mondo] mi mostra tanti e poi tanti vari carat­teri di persone, me li dipinge così al naturale, che paion [sembrano] fatti apposta per somministrarmi abbondantissimi argo­menti di graziose ed istruttive Commedie: mi rappresenta i segni, la forza, gli effetti di tutte le umane passioni: mi provvede di avvenimenti curiosi: m’informa de’ correnti costumi: m’intruisce de’ vizi e de’ difetti che son più co­muni del nostro secolo e della nostra Nazione, i quali me­ritano la disapprovazione o la derisione de’ Saggi; e nel tempo stesso mi addita in qualche virtuosa Persona i mezzi coi quali la Virtù a codeste corruttele resiste, ond’io da questo libro raccolgo, rivolgendolo sempre, o meditando­vi, in qualunque circostanza od azione della vita mi trovi, quanto è assolutamente necessario che si sappia da chi vuole con qualche lode esercitare questa mia professione.
Il secondo poi, cioè il libro del Teatro, mentre io lo vo ma­neggiando, mi fa conoscere con quali colori si debban rappresentar sulle Scene i caratteri, le passioni, gli avvenimenti, che nel libro del Mondo si leggono; come si debba ombreggiarli per dar loro il maggiore rilievo, e quali sien quelle tinte, che più li rendon grati agli occhi dilicati degli spettatori.
Imparo in somma dal Teatro a distinguere ciò ch’è più atto a far impressione sugli animi, a destar la maraviglia, o il riso, o quel tal dilettevole solletico nell’uman cuore, che nasce principalmente dal trovar nella Commedia che ascoltasi, effigiati al naturale, e posti con buon garbo nel loro punto di vista, i difetti e ‘l ridicolo che trovasi in chi continuamente si pratica, in modo però che non urti troppo offendendo.
Ho appreso pur dal Teatro, e lo apprendo tuttavia al­l’occasione delle mie stesse Commedie, il gusto particolare della nostra Nazione, per cui precisamente io debbo scrivere, diverso in ben molte cose da quello dell’altre.
Ho osservato alle volte riscuotere grandissimi encomi [onori, lodi] alcune coserelle da me prima avute in niun conto, altre riportarne pochissima lode, e talvolta eziandio qualche critica, dalle quali non ordinario applauso io avea sperato; per la qual cosa ho imparato, volendo render utili le mie Commedie, a regolar talvolta il mio gusto su quello dell’universale, a cui deggio principalmente servire, senza darmi pensiero delle dicerie di alcuni o ignoranti, o indiscreti e difficili […]
Fonte – http://www.letteraturaitalia.it/3-autori-e-opere-seicento-settecento/carlo-goldoni-la-riforma-del-teatro-mondo-e-teatro/

La locandiera

La locandiera è una commedia in tre atti di Carlo Goldoni composta nel 1751 ed è considerata uno degli esempi più riusciti della “commedia di carattere” goldoniana, nonché il testo in cui la riforma del teatro è compiuta.

La trama verte attorno al personaggio della locandiera Mirandolina, che, aiutata dal cameriere Fabrizio, si trova a doversi difendere dalle proposte amorose dei clienti dell’albergo, da loro gestito, nei pressi di Firenze. Un giorno arriva alla locanda l’altezzoso cavaliere di Ripafratta, misogino dichiarato. L’arroganza del cavaliere e il suo odio verso le donne spingono Mirandolina a cercar di sedurlo. Mirandolina è una locandiera capace e smaliziata che, oltre a far prosperare la sua attività commerciale saprà mettere in scacco l’altezzoso cavaliere di Ripafratta.  

Differenze tra la Locandiera e la Commedia dell’arte

In questa commedia spariscono completamente le maschere, i personaggi sono veri e unici, non sono più stereotipati. Il copione è scritto interamente per tutti gli attori e non c’è più spazio per le improvvisazioni. L’intento è moralistico ma è accompagnato dal divertimento perché, secondo Goldoni il teatro deve far ragionare. Si tratta di un’opera di buongusto che narra una vicenda lineare, verosimile, collocata in un’ambientazione realistica.

Riassunto

Nel primo atto Mirandolina, una giovane ed affascinante locandiera abituata a ricevere attenzioni e lusinghe dai clienti, viene corteggiata da due ospiti: il Marchese di Forlipopoli, un nobile decaduto, e il Conte di Albafiorita, un mercante arricchito che ha comprato il titolo nobiliare grazie ai suoi commerci. Anche nel corteggiamento i due si comportano in modo conforme al proprio ruolo sociale: il Marchese è convinto che basti il prestigio del suo titolo per conquistare l’amore di Mirandolina, mentre il Conte crede di poterla comprare per mezzo di regali e doni. Arriva però alla locanda un terzo ospite, il Cavaliere di Ripafratta, burbero e misogino, che si prende gioco di loro perché insistono a dimostrare interesse per una donna, per giunta popolana. Egli invece preferisce di gran lunga la libertà del celibato e non si abbasserebbe mai alla condizione dell’innamorato.

Mirandolina, offesa e stimolata dal comportamento del Cavaliere, spiega in un monologo di voler minare le convinzioni del cavaliere, facendolo innamorare di lei.

Durante uno screzio tra lei e il conte sulla biancheria dell’albergo Mirandolina adotta la sua strategia. Lamenta il fastidio che le procurano i corteggiatori, dichiara di apprezzare un uomo come il cavaliere per la sua schiettezza. Lui rimane colpito dalle dichiarazioni della donna anche perché entrambi ribadiscono di preferire la libertà piuttosto che il matrimonio.

Il secondo atto vede quindi Mirandolina mettere in atto i suoi propositi. Durante un pranzo in cui si siedono alternativamente a tavola tutti gli ospiti nelle rispettive camere, Mirandolina fa sfoggio del proprio carattere indipendente e sincero.

Mirandolina gioca tutte le carte di una perfetta seduttrice, la solidarietà, la timidezza, l’onestà, le lacrime e l’immancabile svenimento.

Il Cavaliere cade nel tranello della protagonista e si innamora di lei.

Nel terzo atto acquista visibilità il cameriere Fabrizio a cui il padre di Mirandolina, in punto di morte, aveva affidato la figlia.

Il Cavaliere, ormai innamorato, dona a Mirandolina una preziosa boccetta d’oro e si dichiara. Lei rifiuta sdegnosamente l’uomo.

La passione del Cavaliere, la gelosia di Fabrizio e degli altri nobili complicano la situazione. La tensione sale anche se è sempre mitigata dal sorriso con cui Goldoni condisce tutta la scena.

Mirandolina, soddisfatta per aver realizzato il suo piano, annuncia che sposerà il cameriere Fabrizio e promette al futuro sposo di smetterla di sedurre gli uomini per divertimento. Gli altri ospiti quindi lasciano la locanda.

Mirandolina, nel monologo finale, mette in guardia il pubblico dalle abilità di una donna e dalle sue lusinghe.

Analisi e commento

La locandiera è una delle opere di Goldoni che hanno goduto di maggior fortuna critica e di pubblico e una di quelle che meglio riassume le caratteristiche del teatro goldoniano.

Si nota innanzitutto la riuscita caratterizzazione dei personaggi che, in maniera opposta a quanto succede con le “maschere” fisse della Commedia dell’arte, sono definiti ciascuno in modo individuale e peculiare.

A svettare su tutti è ovviamente la figura di Mirandolina, evoluzione della servetta Colombina della commedia dell’arte.

Lei è intelligente e determinata, bella e consapevole di sé. La “locandiera” gestisce la locanda che gli ha lasciato il padre in eredità e ha come primo interesse il profitto della sua attività. Sa quindi sia disimpegnarsi con stile dai mediocri tentativi di seduzione del Conte e del Marchese, sia tener testa all’orgoglio borioso del Cavaliere, facendolo infine capitolare.

Mirandolina è così regista e attrice dell’azione scenica, tanto da rivolgersi spesso al pubblico coinvolgendolo nella sua finzione e spiegando in dettaglio come agirà per battere il “nemico”.

La locandiera si sdoppia infatti tra l’azione e la premeditazione delle battute in controscena. Attraverso di lei, Goldoni da un lato stabilisce un dialogo diretto con il suo pubblico e dall’altro pone in rilievo l’arma con cui Mirandolina trionfa, ovvero l’intelligenza, caratteristica decisamente illuminista.

È del resto questa, insieme con l’intraprendenza e il senso del dovere, la dote della nuova classe borghese, che nella Venezia di metà Settecento è in piena ascesa. Molto diverso è invece per Goldoni il ruolo dei nobili boriosi e parassiti, improduttivi, arroccati sul superato concetto del prestigio e del rispetto del titolo.

La conclusione della commedia è comunque nel segno dell’ordine: Mirandolina, pur vincente, ammette d’aver esagerato e rientra nei ranghi con il matrimonio con Fabrizio, come le era stato consigliato dal padre morente. E questo è in linea con la finalità etica che, con un pizzico d’ironia,