Categorie
Educazione civica Illuminismo Letteratura italiana Settecento

Illuministi italiani

In Italia l’arretratezza economica e culturale, la mancanza di una borghesia imprenditoriale, la frammentazione politica della penisola in vari stati costituiscono altrettanti ostacoli alla diffusione del pensiero illuministico.

Tuttavia nella seconda metà del Settecento anche l’Italia partecipa a quel generale moto di rinnovamento che si diffonde in tutta Europa. Non si tratta però di un movimento di grandi proporzioni come quello francese: nella penisola italica gli intellettuali illuministi rappresentano una ristretta élite, sia rispetto alla massa della popolazione analfabeta, sia all’interno delle classi che detengono il potere: l’aristocrazia terriera e il clero.

Gli illuministi italiani restano generalmente su posizioni moderate, non mettono in discussione il potere ma tendono a collaborare con i sovrani illuminati appoggiando i loro tentativi di riforma. i principali centri dell’Illuminismo furono Milano e Firenze, ma un movimento intellettuale illuministico fu attivo anche a Napoli e a Venezia.

Il primo numero del “Caffè” – Pietro Verri

Quello che segue è l’articolo che apre il primo numero del giornale Milanese dei fratelli Verri. Servendosi di uno stile giornalistico del tutto inedito in Italia fino ad allora, sull’esempio del giornalismo inglese, gli autori simulano una sorta di intervista. In questo testo annunciano che il giornale conterrà argomenti di pubblica utilità, in qualunque stile che non annoi.

In pratica sul giornale verranno trascritti semplicemente i discorsi che si fanno in un caffè Milanese dove si può sorseggiare l’ottima bevanda, ma dove si possono anche leggere i giornali europei e discutere con uomini “ragionevoli” o “irragionevoli”.

Cos’è questo Caffè?
È un foglio di stampa, che si pubblicherà ogni dieci giorni.
Cosa conterrà questo foglio di stampa?
Cose varie, cose disparatissime, cose inedite, cose fatte da diversi Autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità.
Va bene: ma con quale stile saranno scritti questi fogli?
Con ogni stile, che non annoi.
E sin a quando fate voi conto di continuare quest’Opera?
Insin a tanto che avranno spaccio. Se il Pubblico si determina a leggerli, noi continueremo per un anno, e per più ancora, e in fine d’ogni anno dei trentasei fogli se ne farà un tomo di mole discreta: se poi il Pubblico non li legge, la nostra fatica sarebbe inutile, perciò ci fermeremo anche al quarto, anche al terzo foglio di stampa.
Qual fine vi ha fatto nascere un tal progetto?
Il fine d’una aggradevole occupazione per noi, il fine di far quel bene che possiamo alla nostra Patria, il fine di spargere delle utili cognizioni fra i nostri Cittadini, divertendoli, come già altrove fecero e Steel, e Swift, e Addison, e Pope ed altri.
Ma perché chiamate questi fogli il Caffè?
Ve lo dirò ma andiamo a capo.

Un Greco originario di Citera, isoletta riposta fra la Morea e Candia, mal soffrendo l’avvilimento, e la schiavitù, in cui i greci tutti vengon tenuti dacché gli Ottomani hanno conquistata quella Contrada, e conservando un animo antico malgrado l’educazione e gli esempi, son già tre anni che si risolvette d’abbandonare il suo paese: egli girò per diverse città commercianti, da noi dette le scale del Levante; egli vide le coste del Mar Rosso, e molto si trattenne in Mocha, dove cambiò parte delle sue merci in Caffè del più squisito che dare si possa al mondo.
Indi prese il partito di stabilirsi in Italia, e da Livorno sen venne in Milano, dove son già tre mesi ha aperta una bottega addobbata con richezza ed eleganza somma.
In essa bottega primieramente si beve un Caffè, che merita il nome veramente di Caffè: Caffè vero verissimo di Levante, e profumato col legno d’Aloe che chiunque lo prova, quand’anche fosse l’uomo il più grave, l’uomo il più plumbeo della terra, bisogna che per necessità si risvegli, e almeno per una mezz’ora diventi uomo ragionevole. In essa bottega vi sono comodi sedili, vi si respira un’aria sempre tepida, e profumata che consola; la notte è illuminata, cosicché brilla in ogni parte l’iride negli specchi e ne’ cristalli sospesi intorno le pareti, e in mezzo alla bottega; in essa bottega, chi vuol leggere, trova sempre i fogli di novelle politiche, e quei di Colonia, e quei di Sciaffusa, e quei di Lugano, e vari altri; in essa bottega, chi vuol leggere, trova per suo uso e il Giornale Enciclopedico, e l’Estratto della Letteratura Europea, e simili buone raccolte di Novelle interessanti, le quali fanno che gli uomini che in prima erano romani, fiorentini, genovesi, o lombardi, ora sieno tutti presso a poco Europei; in essa bottega v’è di più un buon Atlante, che decide le questioni che nascono nelle nuove politiche.
In essa bottega per fine si radunano alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiaciuto di registrare tutte le scene interessanti che vi vedo accadere, e tutti i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi; e siccome mi trovo d’averne già messi i ordine vari, così li do alle stampe col titolo Il Caffè, poiché appunto son nati in una bottega di Caffè.
Primo numero de “Il caffè” periodico milanese pubblicato a cura dei fratelli Verri

Commento

La rivista letteraria “Il Caffè” è il risultato di un processo intellettuale e culturale che nei secoli successivi alla sua pubblicazione influenzerà fortemente la storia culturale d’Italia e d’Europa.

La particolarità del “Caffè” è che concettualmente nasce sia come rivista periodica che come progetto unitario. I fogli vengono infatti pubblicati ogni dieci giorni, ma è fin da principio intenzione degli autori rilegarli a fine anno in un unico tomo. L’avventura del periodico però fu breve e terminò alla fine della seconda annata di pubblicazione nel 1766.

Autori entusiasti della rivista sono gli uomini dell’Accademia dei Pugni, tra i quali si distinguono le voci dei fratelli Pietro e Alessandro Verri e quella di Cesare Beccaria.

Nell’introduzione gli autori rispondono alle domande fittizie dei lettori indicando che il Caffè è una rivista pubblicata ogni dieci giorni contenente testi che toccano argomenti diversi tra loro ma attuali e di pubblica utilità.

Viene inoltre scelto uno stile “che non annoi”. L’idea è quella di pubblicare i fogli periodici fino a quando avranno mercato “avranno spaccio”, e arrivati a trentasei fogli di farne “un tomo di mole discreta”, quindi di rilegarli.

Gli autori si impongono inoltre di sospendere la pubblicazione dei fogli nel caso in cui la pubblicazione non incontrasse più il gusto dei lettori. Informano inoltre il pubblico sul fine del progetto: fare qualcosa di piacevole per gli autori e di utile per la patria “spargere delle utili cognizioni fra i nostri cittadini divertendoli, come altrove fecero Steele e Swift e Addisson e Pope.

Dopo questa breve ma esaustiva motivazione del progetto gli autori, spiegando il titolo della rivista, introducono il lettore nella cornice fittizia della bottega del caffè. Attraverso la descrizione della bottega del caffettiere greco Demetrio, il lettore viene informato sul titolo del periodico “Il Caffè”, “poiché [i fogli] appunto son nati in una bottega di caffè”.  

La cornice fittizia della bottega del caffè

Nell’introduzione viene descritta la bottega del caffè del caffettiere greco Demetrio, che “sen venne in Milano dove son già tre mesi che ha aperta una bottega addobbata con ricchezza ed eleganza somma. In essa bottega primieramente si beve un caffè che merita il nome veramente di caffè”. La particolarità della bottega di Demetrio non è solo la possibilità di consumare un ottimo caffè, ma anche quella di immergersi in un ambiente di grande cultura.

Le numerose possibilità per ampliare la propria conoscenza personale vengono pure elencate nell’introduzione, nella quale viene detto che “in essa bottega chi vuole leggere trova sempre i fogli di novelle politiche […], trova per suo uso e il Giornale enciclopedico e l’Estratto delle letteratura europea e simil buone raccolte di novelle interessanti […] v’è di più un buon atlante, che decide le questioni che nascono nelle nuove politiche”.

 Oltre alle molte opere di consultazione disponibili nella bottega, essa svolge la funzione di luogo-centro nel quale hanno luogo le discussioni e nel quale confluiscono le informazioni utili alla stesura dei fogli periodici. Viene infatti detto che “in essa bottega per finire si radunano alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiaciuto di registrare tutte le scene interessanti che vi vedo accadere e tutt’i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi”.

Nella descrizione dell’autore il concetto di bottega come luogo di scambio di opinioni si trova alla fine della descrizione. Questa posizione di rilievo nel testo sottolinea l’importanza della funzione di luogo di scambio nel quale convergono tutte le idee inserite nella rivista.

Questo luogo-centro permette la finzione di un dialogo tra autori e pubblico. Infatti la scelta di usare una cornice allo stesso tempo mondana e leggera, permette ai suoi ideatori di discutere argomenti seri lontano dai luoghi canonici della cultura e di avvicinarsi ai loro lettori.

La cornice svolge anche la funzione di schermo protettivo per gli autori che “registrano” le scene e le riportano nel periodico senza doversi esporre personalmente.

Essa rende infatti possibile una “zona di relativa immunità, di lieve declinazione di responsabilità”. Inoltre la cornice permette agli autori, in particolare a Pietro Verri, attraverso le lettere fittizie dei lettori di introdurre e affrontare temi di natura diversa. Altro elemento interessante di quest’ultima descrizione è rappresentato dall’emergere di un “io” che afferma di limitarsi alla registrazione delle discussioni che avvengono nella bottega, senza partecipare attivamente a esse.

Questa voce appartiene a Pietro Verri che si incarica di introdurre e di commentare molti dei testi pubblicati nel periodo 1764-1765. La presenza di questo “io” rappresenta, in particolare durante la stesura dei primi fogli, la voce della “redazione virtuale” che si occupa della rivista e che mantiene viva la finzione letteraria nella quale sono inseriti i testi.

Contro la pena di morte – Cesare Beccaria

Cesare Beccaria scrive Dei delitti e delle pene, un saggio dedicato alla pena di morte. Qui di seguito riportiamo un estratto dal capitolo più noto del libro, il più discusso e quello di maggiore effetto. Il lavoro di Beccaria fu presto tradotto e diffuso in tutta Europa. Esso influenzò le scelte politiche di alcuni sovrani.

  • Il progetto di costituzione russa, elaborato dalla zarina Caterina II tra il 1765 e il 1767, prevedeva l’eliminazione della pena di morte e le sue argomentazioni erano ricavate letteralmente dal testo di Beccaria.
  • La Riforma della legislazione criminale introdotta nel 1786 dal granduca di Toscana, Pietro Leopoldo (1765-1790), prevede che venga abolita la pena di morte. Si tratta della prima volta in Europa. Nell’articolo 51 la pena di morta veniva definita non necessaria, meno efficace della pena perpetua con argomenti derivati, anche in questo caso, direttamente da Beccaria.

Per onor di cronaca dobbiamo ricordare che il progetto di Caterina II poi non si concretizzò e in Toscana la pena di morte fu poi reintrodotta nel 1790. Ma questo non toglie valore al contributo lavoro di Cesare Beccaria.

Nei passi che proponiamo Beccaria prima dimostra che la pena di morte non può mai essere considerata giusta, perché nessuno, sottoscrivendo il contratto con cui si è costituita la società, può avere ceduto il diritto alla vita, che è un diritto inalienabile, come aveva insegnato Locke.

Quindi la pena di morte non si configura come un atto di giustizia, ma come «una guerra della nazione con un cittadino».

Il testo di Beccaria è ancora oggi un modello per tutti coloro che ancora oggi lottano contro la tortura e la pena capitale.

Estratto dal cap. XXVIII – Dei Delitti e delle pene

Questa inutile prodigalità di supplicii [generosità nell’infliggere torture], che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili?
Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Le leggi non sono altro che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; le leggi rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari.
Chi è mai l’uomo che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo?
Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere il desiderio di sacrificare il più importante tra tutti i beni dell’uomo, cioè la sua vita?
E se ciò è stato fatto, come si accorda questo principio con quello che dice che l’uomo non è padrone di uccidersi?
Ma doveva essere padrone di togliersi la vita se ha potuto dare ad altri questo diritto e se lo ha dato addirittura alla società intera.
La pena di morte dunque non è un diritto dello stato, ho dimostrato che non può essere tale, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere.
Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.
La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi.
Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita.
La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi.
Ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse più efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non vedo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.
Nel caso in cui non bastassero secoli di storia, in cui l’ultimo supplicio [la pena capitale] non ha mai distolto gli uomini che erano decisi a compiere atti violenti nei confronti della propria società, quando non bastasse l’esempio dei cittadini romani [che ricorrevano alla pena capitale sono in casi di estrema gravità] e non bastasse neppure la scelta dell’imperatrice Elisabetta di Moscovia [che abolì la pena di morte nel 1753] che diede ai padri dei popoli [agli altri sovrani] quest’illustre esempio, che equivale almeno a molte conquiste comprate col sangue dei figli della patria, nel caso in cui questi esempi non persuadessero gli uomini, che sospettano del linguaggio della ragione e rispettano solo quello dell’autorità, in questo caso basta comunque osservare la natura dell’uomo per sentire la verità della mia asserzione.
Non è l’intensione [intensità] della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione [la durata nel tempo] di essa; perché la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento.
L’impero dell’abitudine è universale sopra ogni essere che sente, e come l’uomo parla e cammina e soddisfa i suoi bisogni con l’aiuto dell’abitudine, allo stesso modo le idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed iterate percosse [ripetute sollecitazioni].
Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa: questo è il freno più forte contro i delitti. Quell’efficace pensiero, perché spessissimo viene ripetuto dalle persone tra sé e sé, “io stesso sarò ridotto a così lunga e misera condizione se commetterò simili misfatti” è assai più possente che non l’idea della morte, che gli uomini vedono sempre in una oscura lontananza.
La pena di morte fa un’impressione che per quanto forte, non riesce a superare il potere della dimenticanza, che è naturale nell’uomo anche per le cose più essenziali, ma che è accelerata quando l’emozione è forte.
La regola generale è questa: le passioni violente sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo. Per questo sono adatte a fare quelle rivoluzioni che trasformano uomini comuni in guerrieri.
Ma in una situazione di pace, durante un tranquillo governo, le impressioni debbono essere più frequenti che forti.
La pena di morte diventa uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; entrambi questi sentimenti occupano l’animo degli spettatori molto di più di quel terrore che la legge pretende di ispirare.
Ma nelle pene moderate e continue il sentimento dominante è il terrore perché è il solo sentimento.  
Il limite al rigore delle pene che dovrebbe fissar il legislatore dovrebbe consistere proprio nel potere di suscitare il sentimento di compassione.
Perché una pena sia giusta deve avere quel grado di intensità che funzioni come deterrente. Non c’è nessuno che, riflettendoci, sceglierebbe la totale e perpetua perdita della propria libertà per quanto vantaggioso possa apparirgli un delitto. Dunque l’intensità della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte basta per rimuovere qualunque animo determinato a compiere un reato.
E aggiungo che ha più vantaggi: moltissimi riguardano in faccia alla morte con viso tranquillo e fermo, chi per fanatismo, chi per vanità, che quasi sempre accompagna l’uomo al di là dalla tomba, chi per un ultimo e disperato tentativo o di non vivere o di sortir di miseria; ma né il fanatismo né la vanità stanno fra i ceppi o le catene, sotto il bastone, sotto il giogo, in una gabbia di ferro, perché il disperato non finisce i suoi mali, ma li comincia. L’animo nostro resiste più alla violenza ed agli estremi ma passeggieri dolori che al tempo ed all’incessante noia; perché egli può concentrare tutto se stesso per un momento per respinger i primi, ma la vigorosa elasticità di lui non basta a resistere alla lunga e ripetuta azione dei secondi.

Cesare Beccaria in questo testo ci pone innanzitutto una domanda cruciale: che diritto abbiamo di uccidere un uomo? Lui sostiene che con il contratto sociale gli uomini si affidano a chi li governa e in cambio del governo cedono loro alcuni diritti, alcune libertà, ma gli uomini non hanno ceduto il diritto alla vita. La vita è un bene inalienabile e quindi non può essere ceduto ad altri. La pena di morte invece costituisce una violazione del più importante diritto dell’uomo: quello del diritto alla vita. La pena di morte è quindi la guerra della nazione contro un cittadino. Per questo la pena di morte non è ammissibile in uno stato civile.

Beccaria ravvisa solo due eccezioni nelle quali lo stato può decidere di ricorrere a questa risoluzione e può ricorrervi solo come estrema ratio, quando non vi siano altre soluzioni.

  1. Quando una persona, anche se privata della sua libertà, abbia ancora tale potere da minacciare la sicurezza nazionale e quindi quando l’intera nazione è in pericolo.
  2. Quando la morte di una persona dissuade altri dal compiere altri delitti.

In nessun altro caso si deve ricorrere alla pena di morte. Infatti la storia dimostra che la pena di morte non dissuade dal compiere delitti, perché un’emozione forte come quella che si prova nel vedere una pubblica esecuzione non basta come deterrente: non è l’intensità della pena, ad impressionare gli uomini, ma la sua durata nel tempo. Il freno più forte ai delitti non è la pena di morte, ma una lunga e dura detenzione. Gli uomini dimenticano in fretta anche le impressioni più violente, l’esecuzione suscita non solo il terrore, ma in tanti casi suscita anche la pena, la compassione in chi assiste al truce spettacolo. Invece nelle pene moderate, ma continue, prevale il terrore. Nessun crimine è vantaggioso se si rischia l’ergastolo, mentre talvolta motivazioni forti spingono a sfidare la morte. Per l’uomo, secondo Beccaria è molto più penoso il pensiero della galera a vita rispetto a quello di una morte violenta.

Domande

Domande

1) Perché la pena di morte lede un diritto inalienabile?

2) Come definisce la pena di morte Beccaria?

3) Quali sono i due motivi per cui si potrebbe credere che la pena di morte sia utile e necessaria?

4) A quali argomenti ricorre Beccaria per contestare l’efficacia della pena di morte come deterrente?

5) In che senso l’ergastolo può essere considerato anche più doloroso della morte?

6) Ricostruisci il ragionamento con cui Beccaria sostiene che gli uomini temono maggiormente l’estensione che l’intensità della pena.