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Niccolò Machiavelli

Biografia

Nicolò Machiavelli, autore de Il principe, ha saputo guardare le modalità di gestione del potere con spregiudicatezza.  Nella sua opera racconta con schiettezza e lucidità quali siano i meccanismi che si muovono nelle stanze del potere.

Per questo Machiavelli è considerato il fondatore della moderna scienza politica

Nicolò Machiavelli nacque a Firenze nel 1469. La sua era una famiglia che apparteneva alla ricca borghesia. Il padre operava in ambito giuridico, ma era appassionato di letteratura. La madre coltivava la stessa passione del marito per le lettere tanto che quando Niccolò è un bambino lei scrive alcune laude sacre e le dedica proprio al figlioletto.  

La biblioteca paterna era molto fornita e qui Niccolò ebbe l’opportunità di conoscere molti testi della letteratura e della storiografia latina. Si appassionò soprattutto alle opere degli storici latini.

Firenze a quel tempo non era una città pacifica. Era stata governata fino al 1492 dalla sapiente mano di Lorenzo de’ Medici, ma alla morte del Magnifico la pace era finita.

Infatti nel 1494 Girolamo Savonarola guidò un’insurrezione popolare che portò all’allontanamento della famiglia Medici da Firenze. Venne così istituito un governo repubblicano.

L‘attività politica di Niccolò Machiavelli incominciò prima dei trent’anni. Infatti nel 1498 entrò al servizio della Repubblica Fiorentina come Segretario della Seconda Cancelleria. Il suo compito inizialmente era solo quello di redigere i documenti ufficiali, ma questo lo portò a incominciare a vedere come funzionava il sistema amministrativo fiorentino. Le cancellerie erano uffici molto importanti a quell’epoca poiché si occupavano della gestione amministrativa della città.

Le sue capacità lo portarono ben presto ad essere incaricato di svolgere attività diplomatica per conto della Repubblica fiorentina. Ben presto iniziò a girare al servizio di signori e sovrani, sia italiani che europei.

I viaggi di Niccolò Machiavelli:

  • 1500 – inviato presso la corte francese di Luigi XII;
  • 1502 – inviato presso Cesare Borgia, duca di Valentinois, detto il Valentino, un abile condottiero e politico ambizioso Che Machiavelli prese poi a modello come Principe;
  • 1503 – a Roma in occasione dell’elezione papale di Giulio II;
  • 1504 – inviato presso la corte francese di Luigi XII;
  • 1506 e 1507 – inviato nuovamente a Roma;
  • 1510 – – inviato presso la corte francese di Luigi XII;

Nel 1506 Niccolò Machiavelli venne investito del titolo di Cancelliere della milizia. Si trattava diun incarico che aveva come scopo la riorganizzazione dell’esercito della Repubblica Fiorentina. 

In questa sua veste ufficiale Machiavelli diventa il braccio destro del gonfaloniere (colui che porta il gonfalone) di Firenze. Pier Soderini era stato nominato gonfaloniere a vita ed era l’uomo politico più importante della Firenze repubblicana. Niccolò Machiavelli si trovò ad affiancare il gonfaloniere e ad essere quindi al corrente di ogni dettaglio della politica fiorentina.

La situazione politica della penisola era sempre instabile. Infatti nel 1512 la repubblica fiorentina venne attaccata e sconfitta dalle milizie pontificie e spagnole a Prato. Così la famiglia Medici poté riprendere il comando della città.

I Medici riorganizzarono la gestione politica della città e allontanarono tutti quelli che avevano collaborato col governo repubblicano.

Niccolò Macchiavelli si trovò quindi non solo ad essere estromesso dalle funzioni pubbliche, ma fu anche arrestato e torturato. I nuovi signori di Firenze non solo diffidavano del Machiavelli perché era stato Cancelliere, ma sospettavano anche che egli avesse partecipato ad una delle congiure che erano state ordite contro di loro.

Per Machiavelli quello fu un periodo davvero difficile e durissimo che lo spinse ad andarsene: scelse l’esilio e si ritirò in una villa di proprietà della sua famiglia vicino a San Casciano.

Come era stato per Dante, anche per Machiavelli l’allontanamento dall’amata Firenze costituì una svolta. Machiavelli attraversò una profonda crisi di cui resta traccia nelle lettere scritte all’amico Francesco Vettori, ambasciatore fiorentino presso la corte papale a Roma.

Ma la vita ritirata consentì anche al Machiavelli di dedicarsi alla scrittura.

Vennero scritte in questo periodo le sue opere più importanti come Il principe, I discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, La mandragola e la novella Belfagor arcidiavolo.

La sorte però periodicamente si volge e, a partire dal 1516, Machiavelli si sentì libero di rientrare un po’ alla volta in Firenze. Iniziò a frequentare un gruppo di giovani intellettuali che si riunivano nei giardini di palazzo Rucellai vicino a Santa Maria Novella. Questi giovani ammiravano Machiavelli e vedevano il lui un maestro, un modello.

Questa relazione con il gruppo infuse nuova fiducia nello scrittore. Infatti un po’ alla volta Niccolò Machiavelli si riavvicinò ai Medici e

  • venne assunto come storico ufficiale della città,
  • gli vennero affidati nuovi incarichi diplomatici,
  • fu incaricato di scrivere le Istorie fiorentine.

Ma l’instabilità politica che imperversava sulla penisola colpì nuovamente il comune toscano nel 1527: i Medici vennero nuovamente cacciati e venne restaurato di nuovo il regime repubblicano.

E la storia si ripeté ancora: Machiavelli, che era riuscito a riavvicinarsi faticosamente ai Medici venne considerato traditore della Repubblica e venne nuovamente allontanato.

Questa volta non ebbe più alcuna possibilità di rientrare e di mostrare le sue competenze. Morì esiliato, amareggiato e ammalato il 21 giugno del 1527.

Periodo storico e letterario

Niccolò Machiavelli nacque nel periodo della fioritura del Rinascimento e visse la fine dell’autonomia degli stati italiani e la frattura luterana che portò i cristiani a dividersi in Cattolici e Protestanti.

Il Quattrocento e il Cinquecento vedono rinascere la cultura e le arti nell’Umanesimo e nel Rinascimento.  

Gli uomini di quest’epoca operarono un cambiamento nel modo di vedere il mondo di cui furono ben consapevoli.

  • Se nel Medioevo il centro della vita umana era collocato nel Divino, con Umanesimo e Rinascimento il centro dell’uomo è l’uomo stesso, un uomo collocato nel mondo abitato dagli uomini: non più l’oltre, ma il presente, il qui ed ora.
  • Nel Medioevo si costruivano chiese, nel Rinascimento si costruiscono ancora chiese, ma anche palazzi e piazze.
  • Nel Medioevo si dipingevano soggetti sacri, ora si ritraggono sovrani e signori, ma anche soggetti mitologici ed eroici.
  • Si guarda al modo con occhio analitico e si scoprono le leggi della prospettiva.
  • Si leggono i testi del passato per comprendere il passato con occhio filologico.

Dal punto di vista politico l’epoca di Machiavelli fu un’epoca di transizione.

Fino al 1492 Lorenzo il Magnifico, carismatico esponente della famiglia Medici e Signore rispettato dai diversi stati della penisola italiana, aveva perseguito una politica volta a mantenere l’equilibrio tra le diverse signorie italiche.

La sua morte, avvenuta nel 1492 segnò la fine di un’epoca di stabilità. Nel 1494 i Medici persero il predominio su Firenze e nacque la Prima Repubblica Fiorentina.

Ma l’equilibrio garantito nella penisola dal Magnifico crollò e nel 1494 la penisola italica, divisa in molti principati autonomi, divenne terra di conquista da parte delle potenze straniere: la Spagna e Francia si contendevano il predominio della penisola.

Iniziarono così una serie di guerre che si giocarono sulla penisola italica tra i francesi e gli spagnoli.

Solo con la pace di Noyon del 1516 i conflitti si placarono: la Francia aveva il predominio del milanese e la Spagna governava il regno di Napoli.

Così finì l’autonomia degli stati italiani.

Nel 1517 Martin Lutero affisse sulle porte del duomo di Wittenberg le sue 95 tesi. Il monaco agostiniano protestava contro la corruzione della chiesa di Roma. Lo scontro tra Lutero, Carlo V, imperatore dell’Impero Asburgico e il papato fu lungo ed estenuante. La corruzione in cui versava la corte papale fece sì che le proteste luterane fossero accolte oltralpe e dilagassero rapidamente.

Carlo V e il papa fecero molti tentativi per convincere i protestanti a rinunciare alle loro proteste, ma non ci riuscirono.

In seguito a questo la chiesa di Roma si rinnovò grazie alle delibere del Concilio di Trento (1545 – 1563).

Le opere più importanti di Niccolò Macchiavelli

Le opere di Niccolò Machiavelli corono un periodo che va dagli ultimi anni del Quattrocento fino alla sua morte.

  • Le sue lettere furono raccolte dai posteri in un Epistolario. Le lettere non erano state destinate alla da Machiavelli. Gli argomenti trattati sono vari: da riflessioni politiche di alto livello a intime confessioni. Da segnalare la fitta corrispondenza intrattenuta dall’autore con l’amico ambasciatore Francesco Vettori durante il suo esilio volontario a San Casciano.
  • Discorsi sotto la sopra la prima Deca di Tito Livio vennero composti tra il 1513 e il 1520 va vennero resi pubblici solo nel 1531. Niccolò Machiavelli analizzò i primi dieci libri dell’opera dello storico latino Tito Livio convinto che l’analisi delle azioni politiche dell’antichità potesse essere utile per capire le leggi sottese alla gestione del potere politico.
  • La mandragola è una divertente commedia in cinque atti composta intorno al 1518. L’opera, che ancora oggi gode di un certo successo tanto da essere rappresentata regolarmente da diverse compagnie teatrali, è ambientata a Firenze nel 1500.

Qui il link per vederne il fimo realizzato nel 1965 da Alberto Lattuada.

  • Il protagonista della vicenda è Callimaco, affascinante giovane uomo, esponente della nobiltà fiorentina, che si è innamorato della bella Lucrezia. La giovane donna è sposata con Nicia, un anziano notabile. La ragazza è pudica e fedele, quindi inavvicinabile. Ma Nicia, il marito, ha una debolezza: è disposto a qualsiasi cosa pur di avere un figlio.
  • Il ruffiano Ligurio si offre di aiutare Callimaco a raggiungere la ragazza. I due mettono in scena un imbroglio grazie al quale il giovane innamorato raggiungerà la sua bella.
  • La vicenda è spassosa e il messaggio dell’autore si deve intuire sotto il sorriso: tutti i personaggi sono disposti a tutto pur di raggiungere i loro obiettivi. Solo Lucrezia onesta e pura sembra sottrarsi a questa regola, ma, alla fine della vicenda, anche lei sceglierà l’imbroglio!
  • Le istorie fiorentine, commissionate dai Medici raccontano le storie fiorentine tra il 1434, quando Cosimo il vecchio rientrò a Firenze, e il 1492, quando morì Lorenzo il Magnifico.
  • Dell’Arte della guerra è un trattato in cui Machiavelli immagina di dialogare con i giovani intellettuali che lo ammiravano e con i quali si incontrava nei giardini di palazzo Rucellai, vicino a Ponte Vecchio.
  • Clizia è una commedia in cinque atti, in prosa. Machiavelli trae ispirazione da una commedia del commediografo latino Plauto.

Il principe

Nel 1512 Niccolò Machiavelli decise di esiliarsi per sfuggire alla situazione spinosa che si era creata in Firenze col rientro dei Medici.

In quel periodo scrisse questo breve trattato, un testo asciutto, dedicato ai Medici e agli altri principi italiani in cui raccontare i segreti dell’arte di gestire lo stato che aveva individuato negli anni in cui lavorava come cancelliere a Firenze e nelle sue missioni diplomatiche.

L’opera venne resa pubblica solo postuma, nel 1532 e subì quindi il rimaneggiamento degli editori. 

L’autore dedicò l’opera a Lorenzo de’ Medici.

Nei primi 11 capitoli Niccolò Machiavelli spiegava le modalità con cui i principi possono acquisire e conservare uno stato. Ci sono infatti diversi tipi di Principato: quello acquisito per via ereditaria, quello conquistato e quello assegnato come privilegio ecclesiastico. 

Il modello di Principe a cui Machiavelli si ispirò fu Cesare Borgia, duca di Valentino. 

L’autori quindi analizzò come il duca di Valentino

  • riuscì ad avere il potere grazie alla fortuna e l’appoggio altrui,
  • seppe conservare tale potere con coraggio ingegno e virtù,
  • abbia usato sapientemente crudeltà e scelleratezze, due abilità che possono anche essere usate al servizio dello stato.

Inoltre Niccolò Machiavelli affronta alcuni temi politici.

Parlando di armi l’autore mostrò l’inaffidabilità delle truppe mercenarie; egli sosteneva infatti che un principe dovesse circondarsi di soldati a lui fedeli e non di truppe disposte a cambiare fazione in base al solo vantaggio economico.

Machiavelli analizzò le qualità dell’uomo di governo e mostrò che, negli uomini di governo, un comportamento immorale garantiva spesso il successo politico.

Questo perché, secondo Machiavelli, l’uomo è egoista e inaffidabile; infatti i rapporti tra uomini sono basati solo su violenza e prevaricazione.

Per questo il Principe che vuole mantenere il potere deve essere risoluto e spietato, furbo e scaltro, capace di usare l’imbroglio se necessario, forte e deciso. Deve farsi temere dai sudditi, non farsi amare!

Dedica

Desiderando io adunque offerirmi alla Vostra Magnificenza con
qualche testimone della servitù mia verso di quella, non ho trovato, tra
la mia suppellettile, cosa, quale io abbia più cara, o tanto stimi, quanto
la cognizione delle azioni degli uomini grandi, imparata da me con una
lunga sperienza delle cose moderne, ed una continova lezione delle
antiche, la quale avendo io con gran diligenza lungamente escogitata
ed esaminata, ed ora in uno piccolo volume ridotta, mando alla
Magnificenza Vostra.
(Il Principe, Dedica)

Il Principe, capitolo 18

Pertanto, a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e
l’uomo.
Questa parte è suta insegnata a’ principi copertamente dagli antichi scrittori; li quali scrivono come Achille e molti altri di quelli principi antichi furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi.
Il che non vuole dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura; e l’una sanza l’altra non è durabile
Sendo, dunque, uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si defende da’ lupi.
Bisogna, adunque, essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a bigottire e’ lupi.
Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano.
Non può, pertanto, uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere.
E se gli uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perché sono tristi, e non la osservarebbono a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro.
Né mai a uno principe mancorono cagioni legittime di colorire la inosservanzia
Et hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime
uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose
per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso
necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla
fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla
religione. E però bisogna che elli abbi uno animo disposto
a volgersi secondo ch’e’ venti e le variazioni della fortuna li
comandono, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene,
potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato.

Il principe capitolo 25

Concludo, adunque, che, variando la fortuna, e stando gli uomini ne’ loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e, come discordano, infelici.
Io iudico bene questo: che sia meglio essere impetuoso che respettivo; perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla.
E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano; e però sempre, come donna, è amica de’
giovani, perché sono meno respettivi, più feroci e con più audacia la comandano.
(Il Principe, capitolo 25)

Pensiero e poetica di Machiavelli

Nicolò Machiavelli è uomo razionale che scrive con lucidità e competenza. Il suo è l’atteggiamento tipico dell’uomo nuovo, l’Umanista, l’uomo del Rinascimento.

Lui non scrive per sentito dire, lui analizza la realtà che conosce, di cui ha esperienza. Aver lavorato presso la Cancelleria fiorentina e le varie missioni diplomatiche gli hanno permesso di toccare con mano i meccanismi del potere.

 È quindi per l’esperienza fatta che l’autore formula una sua teoria dello stato e individua i criteri dell’azione politica. Al centro del pensiero di Niccolò Machiavelli è la convinzione che si debba partire dalla realtà dei fatti e non da modelli astratti, non da idee etiche e morali che non hanno niente a che fare con la realtà.

Per poter governare in modo efficace secondo l’autore bisogna quindi saper osservare la realtà.

Non serve guardare alla realtà pensando a ciò che si vorrebbe e non a quello che c’è.

Bisogna guardare alla realtà e fare i conti con essa. E Machiavelli sceglie di osservare come hanno agito i governanti per capire cosa funziona e come funziona. E ce lo racconta nel suo principe. L’autore non dà mai giudizi morali: non dice si deve fare così perché è giusto. Dice per mantenere il potere si agisce in questo modo, no perché sia giusto, ma solo perché funziona così.

L’approccio di Machiavelli dunque è pratico e realistico, senza tirare in ballo idee morali o religiose; lui racconta la politica come accade nella realtà.

L’atteggiamento di Machiavelli lo porta a fare della politica una scienza autonoma.

Ma Machiavelli non si limita ad osservare l’agire dei principi della sua epoca, ma studia anche la storia degli antichi romani per trovare anche lì regole e prassi della politica e del potere.

Machiavelli osserva il comportamento dell’uomo e considera la malvagità della natura umana. Dam momento che la natura umana è malvagia, chi governa dev’essere capace anche di compiere il male. Questo non toglie che il principe deve conoscere il bene e tenere il bene come obiettivo centrale del suo agire.

Ma se il Principe si limita ad agire aspirando al bene, egli otterrà solo la rovina del suo stato. E siccome il fine di ogni governo è la conservazione dello stato, il Principe deve agire per la stabilità dello stato, indipendentemente dal suo contenuto morale.

Sull’opera di Machiavelli si è detto molto. Il famoso detto “Il fine giustifica i mezzi” è stato ingiustamente attribuito a lui. La chiesa ha scomunicato questo autore e la sua opera e ha inserito il Principe nell’indice dei libri proibiti. Eppure quella stessa Chiesa che lo ha scomunicato ha agito infinte volte senza etica e senza morale, usando forza e astuzia per mantenere il potere e sottomettere per secoli le popolazioni. Sembra che abbia imparato molto bene le indicazioni di Niccolò Machiavelli.



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Il barbiere di Siviglia

L’opera

Due sono le tendenze musicali che dividono il mondo nell’Ottocento:

  • da una parte abbiamo la musica strumentale di Beethoven, musicista che crea composizioni di altissimo livello talvolta difficili da comprendere.
  • dall’altra abbiamo l’opera italiana.

Il musicista che più di tutti impersona la l’opera italiana di inizio Ottocento fu Gioacchino Rossini, il compositore più noto nell’Europa della prima metà dell’Ottocento.

Il lavoro di un compositore di Opera non si limitava solo alla creazione di una partitura musicale. La musica era solo una parte dell’evento che il compositore doveva contribuire a creare.

Ogni allestimento era unico, ogni replica era un evento a cui collaboravano diverse figure professionali come il librettista, lo scenografo, i solisti, il coro e il regista

Ogni partitura era solo un progetto, che doveva trovare una realizzazione di volta in volta diversa a seconda delle circostanze e delle esigenze di ogni singolo allestimento.

Capitava spesso inoltre di dover adattare anche le parti scritte alle caratteristiche vocali dell’interprete. E questo non era considerato come una modifica dell’originale, ma come una delle tante infinite possibilità di rendere viva un’opera, di renderla fruibile.

Non si deve pensare che l’autore dell’opera ottocentesca lasciasse totale libertà i suoi esecutori, però, lo stesso maestro prevedeva che la sua partitura venisse modificata a discrezione delle esigenze degli interpreti.

Gioacchino Rossini

Gioacchino Rossini nasce nel 1792, a Pesaro, in una famiglia di musicisti.

La madre è una cantante lirica che si esibisce nei teatri provincia, il padre è un suonatore di corno e di tromba e Gioacchino suona già precocemente in orchestra diversi strumenti. Inizia da piccolo anche a comporre.

Il giovane Rossini mostra rapidamente il suo talento tanto che le sue composizioni strumentali più eseguite sono probabilmente composte quando lui ha solo 12 anni.

Intorno ai quindici anni compone un’opera che si intitola Demetrio e Polibio.

Le prime opere che gli danno la fama sono opere comiche.

La sua attività compositiva ha spaziato attraverso vari generi musicali ma viene ricordato principalmente per le opere:

  • Il barbiere di Siviglia,
  • Un italiano in Algeri,
  • La gazza ladra,
  • La Cenerentola,
  • Il turco in Italia,
  • Semiramide,
  • Guglielmo Tell.

Rossini compone la sua prima opera all’età di 14 anni e scrive 39 opere importanti in 19 anni. Poi nel 1829 abbandona completamente l’attività compositiva; affetto da una grave depressione muore nel 1868 nella campagna parigina dove si era ritirato a vivere.

Per la velocità della scrittura e per la precocità della sua capacità compositiva è soprannominato il Mozart italiano. Per la sua forza trascinante Gioacchino Rossini domina la scena dell’opera europea tanto che Stendhal lo definisce “il Napoleone di un epoca musicale” e Mazzini “un titano di potenza e di audacia”.

Caratteristiche dell’opera di Gioacchino Rossini

  • Secondo alcuni autori la carica della musica rossiniana risiede nel ritmo.
  • Secondo altri invece è la capacità di adattare le parole del testo per renderle nel modo più naturale possibile e trasformarle in musica.
  • Rossini ha la capacità di frammentare le parole di creare dei nonsense proprio nei momenti in cui i suoi personaggi sono in preda alla confusione e la confusione mentale si trasforma anche nella confusione del pensiero logico.
  • Ecco che quindi le voci umane si strumentalizzano e diventano funzionali alla musica.
  • Ma allo stesso tempo nelle opere di Rossini gli strumenti si umanizzano: la struttura fraseologica delle melodie che sono affidate all’orchestra soprattutto nelle parti introduttive è vocale, è parlante, è come se gli strumenti volessero preparare l’ascoltatore al ritmo della voce. Si crea quindi un dialogo vocale strumentale che caratterizza le opere di Rossini.

Nell’idea di Gioacchino Rossini la musica del teatro non deve rappresentare solo i singoli avvenimenti o le particolarità delle emozioni degli affetti dei personaggi; secondo lui per raggiungere questo bastano il testo e l’azione drammatica.

La musica secondo Rossini si propone un fine più elevato, più ampio e più astratto: la musica deve creare l’atmosfera morale che riempie il luogo in cui i personaggi rappresentano l’azione scenica.

La musica stessa esprime:

  • i desideri a cui aspirano i personaggi,
  • la speranza che anima i personaggi,
  • l’allegria che caratterizza i personaggi,
  • la felicità a cui i personaggi sono tesi,
  • anche l’abisso in cui i personaggi stanno per cadere.

La musica quindi veicola già l’emozione che viene raccontata dal testo e dal dramma.

Le opere serie rossiniane sono circa il doppio rispetto alle opere buffe e le opere serie sono più importanti dal punto di vista storico rispetto alle opere buffe.

Bisogna dire che, per quanto riguarda l’opera buffa, Rossini porta a compimento un genere musicale. Con lui l’opera buffa raggiunge l’apice di perfezione. Ma questo ne decreta però la successiva estinzione.

Mentre per quel che riguarda l’opera seria lui avvia nuove convenzioni che diventeranno stabili nell’opera italiana per tutto L’Ottocento.

Quali sono le novità formali codificate da Gioacchino Rossini?

  • Le arie sono divise in più sezioni di andamento contrastante.
    • Scena – recitativo spesso accompagnato dagli strumenti, coro.
    • Cantabile – la sezione lenta dell’aria.
    • Sezione intermedia dell’aria – qui avvengono le novità che introducono la cabaletta successiva.
    • Cabaletta – la sezione veloce dell’aria che scarica la tensione accumulata dal cantabile. La cabaletta viene ripetuta due volte e nella seconda ripetizione il cantante improvvisa delle fioriture virtuosistiche.
  • Impiego di un finale concertato cioè costituito da tre movimenti: un allegro, un largo di stupore o “concertato dell’imbarazzo” e una stretta.
  • L’incremento dei pezzi da assieme rispetto alle arie. Le arie, che venivano cantate dai solisti, diminuiscono sempre più di numero; sono sempre più pezzi in cui i solisti concertano.
  • Tendenza a costruire grandi scene unitarie, di ampio respiro, unificate talvolta dal ritorno della stessa melodia.
  • In ambito armonico si utilizzano modi paralleli: si utilizzano il modo maggiore e il modo minore costruiti sulla stessa tonica: il do maggiore viene considerato una sfumatura del do minore per cui si continua a transitare a modulare dal do maggiore al do minore, dal do minore si transita poi al mi bemolle Maggiore che è la sua scala corrispondente.
  • Viene data enorme importanza al ritmo. Questo comporta spesso l’utilizzo di melodie molto brevi, semplici, quasi rudimentali che possono essere ripetute in ostinato senza annoiare. Questa viene utilizzato soprattutto nei crescendo. Si utilizzano anche relazioni armoniche schematiche.
  • Viene abolito sempre di più il recitativo secco soprattutto nell’opera seria; il recitativo è accompagnato e sempre più drammatico.
  • Si introduce la scrittura per esteso delle fioriture. Solitamente il solista fiorisce, arricchisce, la melodia con i suoi virtuosismi. Rossini sceglie però di scrivere anche le fioriture perché tutta la sua musica era già ricca e fiorita che non poteva togliere le fioriture per lasciarle alla libertà dell’esecutore e lasciare una melodia scarna ed essenziale.
  • Un altro elemento importante risiede nella importanza del coro che in alcuni casi diventa un vero e proprio personaggio.

Queste tendenze sono più accentuate nelle opere che Gioacchino Rossini scrive per il pubblico parigino.

Ad esempio, nel Guglielmo Tell, Gioacchino Rossini inserisce elementi che anticipano già il Romanticismo. Troviamo infatti

  • il soggetto patriottico,
  • elementi musicali che tratti dal folklore popolare (si serve di canti popolari svizzeri di richiamo per le vacche),
  • riduzione delle arie solistiche,
  • grande importanza al coro che conferisce maggiore monumentalità all’insieme e sposta il baricentro dell’Opera, dalle vicende private, alla rappresentazione della vita e della lotta del popolo.
  • presenza della natura straordinaria, quasi fosse essa stessa un personaggio.

Il Guglielmo Tell costituisce uno dei primissimi esempi del principale genere operistico romantico francese il grand opéra.

Il barbiere di Siviglia

Il barbiere di Siviglia è una delle opere più famose di Gioacchino Rossini. Realizzata per il Carnevale del 1816, è un’opera buffa in due atti, su libretto di Cesare Sterbini tratto dalla commedia omonima di Beaumarchais.

Cesare Sterbini nasce a Roma nel 1783 nipote di un compositore poeta e librettista.

Giovanissimo ottiene una cattedra per insegnare greco. Conosce la letteratura drammatica greca, latina, italiana, francese e tedesca ed è un buon poeta teatrale.
Si guadagna da vivere come funzionario nell’amministrazione pontificia. Scrive Il Barbiere di Siviglia per Rossini: gli era stato chiesto un dramma per Carnevale e la scelta cade su questa opera buffa di Beaumarchais.

Il testo originale viene versificato e vengono introdotti i cori, indispensabili all’effetto musicale in un grande teatro.
Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais
Scrittore e drammaturgo francese, nasce a Parigi nel 1732.

Figlio di un orologiaio percorre per alcuni anni la via paterna. Inventa anche un nuovo sistema per regolare il movimento degli ingranaggi nell’orologio.
Questo sistema gli viene “rubato” da un orologiaio rivale. Lui pubblica la sua protesta e si rivolge anche all’Accademia delle scienze.

Ottiene giustizia e questo gli dà visibilità alla corte francese tanto che Beaumarchais si autonomina orologiaio del Re.

La sua vicinanza alla corte di Luigi XV gli consente addirittura ad acquisire un titolo nobiliare.
Riesce a diventare socio di un banchiere ed entra così nel mondo finanziario francese. Si trova coinvolto anche in un lungo processo.
Trascorre del tempo in prigione, ma grazie alla sua abilità e al suo “sense of humor” la sua innocenza viene riconosciuta e la sua popolarità accresciuta.   

Il suo legame con la corte lo porta a compiere missioni segrete sia per Luigi XV che per il suo successore Luigi XVI.
Inoltre, allo scoppio della rivoluzione americana si dà da fare per rifornire di armi gli insorti americani contro l’Inghilterra. La sua è una vita avventurosa e diverse volte finisce addirittura in carcere.

Più volte subisce gli incerti della sorte, con successivi tracolli finanziari, ma ogni volta, con astuzia, abilità e arte riesce a uscire dagli impicci e a risollevare le sue finanze.  

Sostenitore delle idee illuministe e dei philosophes si spende per il riconoscimento del diritto d’autore e nel 1783 avvia, a sue spese, la pubblicazione delle “Opere complete” di Voltaire.

Beaumarchais muore a Parigi nel 1799.  

Quello che ha reso il suo nome immortale però non sono state le sue avventure, ma la stesura di alcuni drammi teatrali comici tra cui Il barbiere di Siviglia e Le nozze di Figaro.
Figaro è un barbiere intelligente astuto e scaltro.
Nel delineare i tratti di Figaro, Beaumarchais traccia un ritratto di sé stesso: un intraprendente avventuriero, arguto, sagace allegro e un po’ filosofo, rappresentante della borghesia nella sua fase ascendente.

La sua opera è anche un monumento all’intraprendenza e alla mancanza di scrupoli della borghesia del Settecento, nei confronti della corrotta e decadente nobiltà.

Il personaggio di Figaro simboleggia una fase storica. Il suo spirito indipendente, la volontà e le risorse del suo ingegno finiscono per aver ragione dei potenti, i cui privilegi non corrispondono più a un effettivo ruolo sociale.  

È una caratteristica di molti scrittori di quest’epoca mescolare la realtà con la finzione, come succede ad esempio a Goethe e a Foscolo nei loro romanzi epistolari.  

Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis è spesso difficile delineare il confine tra le vicende e la personalità di Ugo, l’autore, e quelle di Jacopo il protagonista del romanzo. Ma anche la riforma del teatro di Goldoni mostra la grandezza di personaggi che erano tradizionalmente e socialmente relegati a ruoli di subordine: e infatti Colombina, servetta maliziosa, diventa La locandiera, padrona di una locanda che sa imporsi sulla tracotanza della nobiltà.    

L’originalità di Beaumarchais va ricercata non tanto nella trama e nella caratterizzazione dei personaggi, quanto nel modo personale con cui racconta le vicende: ritmo, gaiezza, piglio e un linguaggio spontaneo e autentico.  

Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais disse:

Mi affretto a ridere di tutto e di tutti, per la paura di essere costretto a piangerne

Un uomo potente ci fa del bene, se appena non ci fa del male

Riassunto dell’opera rossiniana

Atto I

Il conte d’Almaviva aveva visto la bella Rosina e se ne era innamorato. Dopo aver individuato la casa dove lei abitava tutte le notti le canta delle serenate con la speranza di incontrarla. L’opera, ambientata a Siviglia, inizia quando è ancora buio.

Vicino alla casa di Don Bartolo arriva il conte d’Almaviva con il suo servitore Fiorello e alcuni musicisti Piano, pianissimo per cantare la serenata alla sua amata Rosina (Ecco, ridente in cielo).

La giovane però non si affaccia alla finestra, e il conte diventa impaziente; congeda i musicisti, dopo averli pagati, e aspetta in silenzio che lei appaia.

Ma Rosina vive praticamente prigioniera in casa perché il suo tutore, l’anziano Don Bartolo, interessato alla sua ricca dote, intende sposarla.

La bella Rosina soffre questa clausura ed è attratta dal giovane che canta le serenate sotto il suo balcone.

Mentre il Conte d’Almaviva aspetta sotto la casa della fanciulla, incontra Figaro, il barbiere della città, un uomo scaltro e intraprendente, che oltre a sistemare barba baffi e parrucche, sa risolvere faccende di ogni genere: è il factotum della città. Largo al factotum

I due si conoscono da tempo e il conte ne approfitta per chiedergli qualche informazione su Rosina. Incontro tra i due

Figaro gli spiega che Don Bartolo non è il padre di Rosina, ma il suo tutore, e che ne è molto geloso.

Figaro è pronto ad aiutare i due innamorati facendo da ‘messaggero’ e dando consigli al conte.

Rosina si affaccia finalmente alla finestra, ma il suo tutore la sorveglia sempre e dopo poco la fa rientrare in casa.

La ragazza però si è accorta della presenza del conte e lascia cadere una lettera in cui dichiara di essere interessata a lui e di essere tenuta come prigioniera in casa.

Il conte, su suggerimento di Figaro, le dichiara il suo amore cantando una canzone in cui si presenta come Lindoro, un semplice studente.

Il conte teme che la ragazza possa essere attratta dal suo ricco patrimonio, quindi quando le dichiara il suo amore, nonostante la stretta sorveglianza di Don Bartolo, le cela la sua identità. Dichiara così di chiamarsi Lindoro e di essere uno studente. Se il mio nome saper voi bramate

Figaro e Lindoro Conte d’Almaviva pensano ad una strategia per arrivare alla ragazza. Duetto Che invenzione prelibata

Figaro è pronto a trovare delle idee, ma fa capire al conte che … tutto ha un prezzo. Naturalmente il conte lo pagherà bene per i suoi servigi. Così il barbiere, entusiasta al pensiero del denaro, si attiva a cercare l’idea giusta. VIDEO All’idea di quel metallo

Bisogna ricorrere a dei travestimenti.

Figaro consiglia al Conte di presentarsi a Rosina facendo finta di essere un soldato ubriaco in congedo, con un permesso di soggiorno proprio in casa di don Bartolo.

Intanto Don Bartolo si consulta con Don Basilio, il maestro di musica della ragazza. Don Basilio gli reca la notizia che in città è arrivato il Conte d’Almaviva. I due sanno che lui è il pretendente della giovane. Basilio propone di liberarsi del conte calunniandolo, ma Don Bartolo ha fretta, nessuna calunnia ma matrimonio imminente. La calunnia è un venticello

Figaro, introdottosi in casa, rivela a Rosina che Don Bartolo si appresta a sposarla, ma la rassicura perché il conte la aiuterà a scappare.

Lei è molto felice di questo Dunque io son… tu non m’inganni? e gli consegna un biglietto per l’amato.

Ma rientra Bartolo che, sempre molto sospettoso, la interroga su cosa le abbia detto Figaro. Lei tergiversa ma il tutore vede le mani di lei sporche di inchiostro e gliene chiede conto. La fanciulla farfuglia e inventa qualche scusa, ma Don Bartolo capisce che c’è qualcosa che non va e le dice che ci vuol altro per ingannare un dottore come lui A un dottor della mia sorte.

Cerca allora di capire cosa abbia fatto Figaro in casa, ma i servitori non sanno rispondere perché il barbiere ha somministrato loro dei farmaci e così a berta è venuto il raffreddore e Ambrogio si è addormentato.
Arriva intanto il Conte travestito da soldato; fa irruzione nella casa di don Bartolo fingendosi ubriaco; ha anche un falso permesso di soggiorno procuratogli da Figaro. Arrivo del conte

Don Bartolo pur non riconoscendo nel soldato il Conte di Almaviva, cerca di allontanare l’uomo; ne scaturisce una lite che richiama in casa i Gendarmi.

Nella confusione generale (nel frattempo è entrato in casa anche Figaro) il Conte riesce a passare un messaggio a Rosina.

Quando cercano di arrestarlo il conte si fa riconoscere dal comandante, il quale si scusa con lui e fa ritirare le truppe. Arrivo dei soldati Don Bartolo rimane di stucco (Fredda ed immobile).

ATTO II

Nella dimora di don Bartolo arriva don Alonso, insegnante di musica e sostituto di don Basilio; in realtà si tratta sempre del Conte di Almaviva con un nuovo travestimento. Pace e gioia sia con voi Dichiara che Don Basilio sia ammalato.

Don Bartolo dubita delle reali intenzioni di tal sostituto; don Alonso allora gli porge la lettera che Rosina aveva scritto al Conte d’Almaviva. Riesce così a conquistarsi la fiducia del tutore e può finalmente parlare con Rosina.

Rosina capisce che quello è il suo amato ed è felicissima di prendere lezione di musica da lui (Contro un cor che accende amore).

Figaro intanto si presenta per tagliare i capelli a Don Bartolo. Questo permette ai due innamorati di parlare un attimo in pace. I due si accordano di incontrarsi a mezzanotte. Figaro riesce anche a sottrarre le chiavi di casa a Don Bartolo.

Poco dopo però arriva Don Basilio in forma come sempre.

Il conte allunga una borsa di denaro a Don Basilio per convincerlo ad andare via (Don Basilio! Buona sera, mio signore). Questo però lascia di nuovo Don Bartolo molto stupito e allarmato.

Consapevoli che Don Bartolo voglia concludere il contratto di matrimonio in breve tempo, gli innamorati si danno appuntamento alla mezzanotte. Un attimo dopo l’inganno viene comunque scoperto e il Alonso, Conte di Almaviva in incognito, è cacciato di casa.

Bartolo allora, avendo capito che il conte si è presentato a Rosina con l’identità di Lindoro, decide di ricorrere alla calunnia come suggerito da Basilio precedentemente. Così riferisce alla giovane che il giovane Lindoro altri non era che il portavoce dello sconosciuto Conte di Almaviva che la intende sposare. Per convincerla le mostra la lettera che gli aveva consegnato Lindoro – Alonso.

La ragazza si sente delusa per l’inganno e amareggiata e indispettita, acconsente allora a sposare Don Bartolo.

Così Don Bartolo manda a chiamare il notaio per siglare le nozze.

Prima di uscire però, saputo che per quella sera era prevista una fuga, Don Bartolo fa sorvegliare la casa. Berta, la vecchia cameriera si lamenta che non c’è mai pace (Il vecchiotto cerca moglie).

Per raggiungere la ragazza il Conte mette una scala e si arrampica, assieme a Figaro nella stanza di Rosina. Così i due entrano dalla finestra.

Rosina mostra tutta la sua rabbia: dichiara di essersi innamorata di Lindoro e non del Conte che, secondo Bartolo, lui le vuole far sposare.

Il giovane allora svela tutti i suoi travestimenti, le spiega per qual motivo lui si sia presentato a lei col nome di Lindoro. Quindi le chiede di sposarla. La bella Rosina accetta la proposta del Conte. Ah! qual colpo inaspettato

Ma quando i tre stanno per fuggire, si accorgono che la scala fuori dalla finestra di Rosina, è stata tolta. Infatti don Bartolo aveva visto la scala, e sospettando la presenza di un estraneo in casa l’aveva tolta per andare poi a chiamare le autorità.

Infatti ricordando che in casa sua era arrivato un soldato ubriaco che era stato lasciato andare, non si fida della polizia. Corre quindi direttamente dal magistrato.

Nel frattempo, il notaio fatto chiamare da don Bartolo arriva in casa e viene accolto da Figaro e dal Conte.

Don Bartolo non si vede e i due, approfittando della prolungata assenza del padrone di casa, convincono il notaio che il matrimonio che era stato chiamato a redigere fosse quello tra il Conte e Rosina.

Così quando don Bartolo ritorna a casa il contratto di matrimonio è già stato siglato.

La rabbia del tutore viene però presto placata: il Conte decide di rinunciare alla dote portata da Rosina e la dote resta così a don Bartolo il quale, interessato solo al capitale, può anche benedire gli sposi.

Fonti

  • https://www.youtube.com/watch?v=bH01MQ2aqY4&t=4640s
  • http://www.nonsolobiografie.it/biografia_pierre_augustin_caro_beaumarchais.html
  • https://www.treccani.it/enciclopedia/pierre-augustin-caron-de-beaumarchais/
  • https://www.baroque.it/societa-barocco/pierre-augustin-caron-de-beaumarchais.html
  • http://www.cantarelopera.com/libretti-d-opera/il-barbiere-di-siviglia-di-gioacchino-rossini.php
  • M. Carrozzo, C. Cimagalli, Storia della musica occidentale, Armando editore, Roma 2006
Categorie
Basso Medioevo Dante Alighieri Divina commedia Inferno Letteratura italiana Medioevo Poesia

Inferno dal canto 21 al canto 34

Canto 21

Nel XXI canto si presentano le pene di chi si è macchiato di baratteria, di chi cioè ha curato i propri interessi mentre avrebbe divuto prendersi cura del bene comune.

Qui si incontrano dieci demoni che hanno il compito di gestire questa bolgia.

Così di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando3

restammo per veder l’altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.6

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,9

ché navicar non ponno – in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più vïaggi fece;12

chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa -:15

tal, non per foco ma per divin’arte,
bollia là giuso una pegola spessa,
che ’nviscava la ripa d’ogne parte.18

I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
mai che le bolle che ’l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.21

Mentr’io là giù fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo “Guarda, guarda!”,
mi trasse a sé del loco dov’io stava.24

Allor mi volsi come l’uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita sgagliarda,27

che, per veder, non indugia ’l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.30

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero!
e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
con l’ali aperte e sovra i piè leggero!33

L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l’anche,
e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.36

Del nostro ponte disse: “O Malebranche,
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche39

a quella terra, che n’è ben fornita:
ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita”.42

Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.45

Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: “Qui non ha loco il Santo Volto!48

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio”.51

Poi l’addentar con più di cento raffi,
disser: “Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi”.54

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché non galli.57

Lo buon maestro “Acciò che non si paia
che tu ci sia”, mi disse, “giù t’acquatta
dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;60

e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
perch’altra volta fui a tal baratta”.63

Poscia passò di là dal co del ponte;
e com’el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d’aver sicura fronte.66

Con quel furore e con quella tempesta
ch’escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove s’arresta,69

usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt’i runcigli;
ma el gridò: “Nessun di voi sia fello!72

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l’un di voi che m’oda,
e poi d’arruncigliarmi si consigli”.75

Tutti gridaron: “Vada Malacoda!”;
per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi –
e venne a lui dicendo: “Che li approda?”.78

“Credi tu, Malacoda, qui vedermi
esser venuto”, disse ’l mio maestro,
“sicuro già da tutti vostri schermi,81

sanza voler divino e fato destro?
Lascian’andar, ché nel cielo è voluto
ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro”.84

Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
e disse a li altri: “Omai non sia feruto”.87

E ’l duca mio a me: “O tu che siedi
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti riedi”.90

Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;93

così vid’ïo già temer li fanti
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.96

I’ m’accostai con tutta la persona
lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch’era non buona.99

Ei chinavan li raffi e “Vuo’ che ’l tocchi”,
diceva l’un con l’altro, “in sul groppone?”.
E rispondien: “Sì, fa che gliel’accocchi”.102

Ma quel demonio che tenea sermone
col duca mio, si volse tutto presto
e disse: “Posa, posa, Scarmiglione!”.105

Poi disse a noi: “Più oltre andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l’arco sesto.108

E se l’andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face.111

Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu rotta.114

Io mando verso là di questi miei
a riguardar s’alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei”.117

“Tra’ ti avante, Alichino, e Calcabrina”,
cominciò elli a dire, “e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.120

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.123

Cercate ’ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l’altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane”.126

“Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?”,
diss’io, “deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.129

Se tu se’ sì accorto come suoli,
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
e con le ciglia ne minaccian duoli?”.132

Ed elli a me: “Non vo’ che tu paventi;
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti”.135

Per l’argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;138

ed elli avea del cul fatto trombetta.

Canto 22

Nel XXII canto Dante e Virgilio proseguono il cammino attraverso la quinta bolgia, dei fraudolenti, accompagnati dai demoni guidati da Barbariccia.

I due assistono anche alla cattura di Ciampòlo, che riesce a sfuggire ai demoni rituffandosi nella pece, e al bagno di due diavoli nella pece bollente.

Io vidi già cavalier muover campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;3

corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;6

quando con trombe, e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;9

né già con sì diversa cennamella
cavalier vidi muover né pedoni,
né nave a segno di terra o di stella.12

Noi andavam con li diece demoni.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.15

Pur a la pegola era la mia ’ntesa,
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch’entro v’era incesa.18

Come i dalfini, quando fanno segno
a’ marinar con l’arco de la schiena
che s’argomentin di campar lor legno,21

talor così, ad alleggiar la pena,
mostrav’alcun de’ peccatori ’l dosso
e nascondea in men che non balena.24

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
sì che celano i piedi e l’altro grosso,27

sì stavan d’ogne parte i peccatori;
ma come s’appressava Barbariccia,
così si ritraén sotto i bollori.30

I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
uno aspettar così, com’elli ’ncontra
ch’una rana rimane e l’altra spiccia;33

e Graffiacan, che li era più di contra,
li arruncigliò le ’mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una lontra.

I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,
sì li notai quando fuorono eletti,
e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.39

“O Rubicante, fa che tu li metti
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!”,
gridavan tutti insieme i maladetti.42

E io: “Maestro mio, fa, se tu puoi,
che tu sappi chi è lo sciagurato
venuto a man de li avversari suoi”.45

Lo duca mio li s’accostò allato;
domandollo ond’ei fosse, e quei rispuose:
“I’ fui del regno di Navarra nato.48

Mia madre a servo d’un segnor mi puose,
che m’avea generato d’un ribaldo,
distruggitor di sé e di sue cose.51

Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
quivi mi misi a far baratteria,
di ch’io rendo ragione in questo caldo”.54

E Cirïatto, a cui di bocca uscia
d’ogne parte una sanna come a porco,
li fé sentir come l’una sdruscia.57

Tra male gatte era venuto ’l sorco;
ma Barbariccia il chiuse con le braccia
e disse: “State in là, mentr’io lo ’nforco”.60

E al maestro mio volse la faccia;
“Domanda”, disse, “ancor, se più disii
saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia”.63

Lo duca dunque: “Or dì: de li altri rii
conosci tu alcun che sia latino
sotto la pece?”. E quelli: “I’ mi partii,66

poco è, da un che fu di là vicino.
Così foss’io ancor con lui coperto,
ch’i’ non temerei unghia né uncino!”.69

E Libicocco “Troppo avem sofferto”,
disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
sì che, stracciando, ne portò un lacerto.72

Draghignazzo anco i volle dar di piglio
giuso a le gambe; onde ’l decurio loro
si volse intorno intorno con mal piglio.75

Quand’elli un poco rappaciati fuoro,
a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
domandò ’l duca mio sanza dimoro:78

“Chi fu colui da cui mala partita
di’ che facesti per venire a proda?”.
Ed ei rispuose: “Fu frate Gomita,81

quel di Gallura, vasel d’ogne froda,
ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se ne loda.84

Danar si tolse e lasciolli di piano,
sì com’e’ dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non picciol, ma sovrano.87

Usa con esso donno Michel Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono stanche.90

Omè, vedete l’altro che digrigna;
i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
non s’apparecchi a grattarmi la tigna”.93

E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello
che stralunava li occhi per fedire,
disse: “Fatti ’n costà, malvagio uccello!”.96

“Se voi volete vedere o udire”,
ricominciò lo spaürato appresso,
“Toschi o Lombardi, io ne farò venire;99

ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
sì ch’ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,102

per un ch’io son, ne farò venir sette
quand’io suffolerò, com’è nostro uso
di fare allor che fori alcun si mette”.105

Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,
crollando ’l capo, e disse: “Odi malizia
ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!”.108

Ond’ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,
rispuose: “Malizioso son io troppo,
quand’io procuro a’ mia maggior trestizia”.111

Alichin non si tenne e, di rintoppo
a li altri, disse a lui: “Se tu ti cali,
io non ti verrò dietro di gualoppo,114

ma batterò sovra la pece l’ali.
Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol più di noi vali”.117

O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
ciascun da l’altra costa li occhi volse,
quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.120

Lo Navarrese ben suo tempo colse;
fermò le piante a terra, e in un punto
saltò e dal proposto lor si sciolse.123

Di che ciascun di colpa fu compunto,
ma quei più che cagion fu del difetto;
però si mosse e gridò: “Tu se’ giunto!”.126

Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto
non potero avanzar; quelli andò sotto,
e quei drizzò volando suso il petto:129

non altrimenti l’anitra di botto,
quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
ed ei ritorna sù crucciato e rotto.132

Irato Calcabrina de la buffa,
volando dietro li tenne, invaghito
che quei campasse per aver la zuffa;135

e come ’l barattier fu disparito,
così volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.138

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.141

Lo caldo sghermitor sùbito fue;
ma però di levarsi era neente,
sì avieno inviscate l’ali sue.144

Barbariccia, con li altri suoi dolente,
quattro ne fé volar da l’altra costa
con tutt’i raffi, e assai prestamente147

di qua, di là discesero a la posta;
porser li uncini verso li ’mpaniati,
ch’eran già cotti dentro da la crosta.150

E noi lasciammo lor così ’mpacciati.

Canto 23

Nel XXIII canto Dante e Virgilio attraversano la sesta bolgia dove sono puniti gli ipocriti.

Questi sono obbligati a camminare sotto pesantissime cappe di piombo.

Taciti, soli, sanza compagnia
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via.3

Vòlt’era in su la favola d’Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,
dov’el parlò de la rana e del topo;6

ché più non si pareggia ’mo’ e ’issa’
che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
principio e fine con la mente fissa.9

E come l’un pensier de l’altro scoppia,
così nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi fé doppia.12

Io pensava così: ’Questi per noi
sono scherniti con danno e con beffa
sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.15

Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,
ei ne verranno dietro più crudeli
che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.18

Già mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quand’io dissi: “Maestro, se non celi21

te e me tostamente, i’ ho pavento
d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
io li ’magino sì, che già li sento”.24

E quei: “S’i’ fossi di piombato vetro,
l’imagine di fuor tua non trarrei
più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.27

Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,
con simile atto e con simile faccia,
sì che d’intrambi un sol consiglio fei.30

S’elli è che sì la destra costa giaccia,
che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
noi fuggirem l’imaginata caccia”.33

Già non compié di tal consiglio rendere,
ch’io li vidi venir con l’ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.36

Lo duca mio di sùbito mi prese,
come la madre ch’al romore è desta
e vede presso a sé le fiamme accese,39

che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una camiscia vesta;42

e giù dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,
che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.45

Non corse mai sì tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand’ella più verso le pale approccia,48

come ’l maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra ’l suo petto,
come suo figlio, non come compagno.51

A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
sovresso noi; ma non lì era sospetto:54

ché l’alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs’indi a tutti tolle.57

Là giù trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.60

Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci fassi.63

Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.66

Oh in etterno faticoso manto!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
con loro insieme, intenti al tristo pianto;69

ma per lo peso quella gente stanca
venìa sì pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover d’anca.72

Per ch’io al duca mio: “Fa che tu trovi
alcun ch’al fatto o al nome si conosca,
e li occhi, sì andando, intorno movi”.75

E un che ’ntese la parola tosca,
di retro a noi gridò: “Tenete i piedi,
voi che correte sì per l’aura fosca!78

Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi”.
Onde ’l duca si volse e disse: “Aspetta,
e poi secondo il suo passo procedi”.81

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
de l’animo, col viso, d’esser meco;
ma tardavali ’l carco e la via stretta.84

Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco
mi rimiraron sanza far parola;
poi si volsero in sé, e dicean seco:87

“Costui par vivo a l’atto de la gola;
e s’e’ son morti, per qual privilegio
vanno scoperti de la grave stola?”.90

Poi disser me: “O Tosco, ch’al collegio
de l’ipocriti tristi se’ venuto,
dir chi tu se’ non avere in dispregio”.93

E io a loro: “I’ fui nato e cresciuto
sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,
e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.96

Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
quant’i’ veggio dolor giù per le guance?
e che pena è in voi che sì sfavilla?”.99

E l’un rispuose a me: “Le cappe rance
son di piombo sì grosse, che li pesi
fan così cigolar le lor bilance.102

Frati godenti fummo, e bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi105

come suole esser tolto un uom solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
ch’ancor si pare intorno dal Gardingo”.108

Io cominciai: “O frati, i vostri mali…”;
ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
un, crucifisso in terra con tre pali.111

Quando mi vide, tutto si distorse,
soffiando ne la barba con sospiri;
e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,114

mi disse: “Quel confitto che tu miri,
consigliò i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a’ martìri.117

Attraversato è, nudo, ne la via,
come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
qualunque passa, come pesa, pria.120

E a tal modo il socero si stenta
in questa fossa, e li altri dal concilio
che fu per li Giudei mala sementa”.123

Allor vid’io maravigliar Virgilio
sovra colui ch’era disteso in croce
tanto vilmente ne l’etterno essilio.126

Poscia drizzò al frate cotal voce:
“Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
s’a la man destra giace alcuna foce129

onde noi amendue possiamo uscirci,
sanza costrigner de li angeli neri
che vegnan d’esto fondo a dipartirci”.132

Rispuose adunque: “Più che tu non speri
s’appressa un sasso che da la gran cerchia
si move e varca tutt’i vallon feri,135

salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel fondo soperchia”.138

Lo duca stette un poco a testa china;
poi disse: “Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua uncina”.141

E ’l frate: “Io udi’ già dire a Bologna
del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’
ch’elli è bugiardo e padre di menzogna”.144

Appresso il duca a gran passi sen gì,
turbato un poco d’ira nel sembiante;
ond’io da li ’ncarcati mi parti’147

dietro a le poste de le care piante.

Canto 24

Nel XXIV canto Dante e Virgilio incontrano una serie di ladri. Dante lancia un’invettiva contro Pistoia città che ha dato i natali a molti di loro.

Vanni Pucci, un ladro pistoiese fa una profezia relativa all’avvicendamento tra guelfi bianchi e neri. E dice questo con la sola intenzione di ferire il poeta.

In quella parte del giovanetto anno
che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
e già le notti al mezzo dì sen vanno,3

quando la brina in su la terra assempra
l’imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,6

lo villanello a cui la roba manca,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond’ei si batte l’anca,9

ritorna in casa, e qua e là si lagna,
come ’l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,12

veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
in poco d’ora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer caccia.15

Così mi fece sbigottir lo mastro
quand’io li vidi sì turbar la fronte,
e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;18

ché, come noi venimmo al guasto ponte,
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch’io vidi prima a piè del monte.21

Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di piglio.24

E come quei ch’adopera ed estima,
che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
così, levando me sù ver’ la cima27

d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
dicendo: “Sovra quella poi t’aggrappa;
ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia”.30

Non era via da vestito di cappa,
ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam sù montar di chiappa in chiappa.33

E se non fosse che da quel precinto
più che da l’altro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei ben vinto.36

Ma perché Malebolge inver’ la porta
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle porta39

che l’una costa surge e l’altra scende;
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l’ultima pietra si scoscende.42

La lena m’era del polmon sì munta
quand’io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
anzi m’assisi ne la prima giunta.45

“Omai convien che tu così ti spoltre”,
disse ’l maestro; “ché, seggendo in piuma,
in fama non si vien, né sotto coltre;48

sanza la qual chi sua vita consuma,
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.51

E però leva sù; vinci l’ambascia
con l’animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s’accascia.54

Più lunga scala convien che si saglia;
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia”.57

Leva’ mi allor, mostrandomi fornito
meglio di lena ch’i’ non mi sentia,
e dissi: “Va, ch’i’ son forte e ardito”.60

Su per lo scoglio prendemmo la via,
ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
ed erto più assai che quel di pria.63

Parlando andava per non parer fievole;
onde una voce uscì de l’altro fosso,
a parole formar disconvenevole.66

Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso
fossi de l’arco già che varca quivi;
ma chi parlava ad ire parea mosso.69

Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per ch’io: “Maestro, fa che tu arrivi72

da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
ché, com’i’ odo quinci e non intendo,
così giù veggio e neente affiguro”.75

“Altra risposta”, disse, “non ti rendo
se non lo far; ché la dimanda onesta
si de’ seguir con l’opera tacendo”.78

Noi discendemmo il ponte da la testa
dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta:81

e vidivi entro terribile stipa
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.84

Più non si vanti Libia con sua rena;
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,87

né tante pestilenzie né sì ree
mostrò già mai con tutta l’Etïopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.90

Tra questa cruda e tristissima copia
corrëan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:93

con serpi le man dietro avean legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.96

Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
s’avventò un serpente che ’l trafisse
là dove ’l collo a le spalle s’annoda.99

Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com’el s’accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;102

e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa
e ’n quel medesmo ritornò di butto.105

Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;108

erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
e nardo e mirra son l’ultime fasce.111

E qual è quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo,114

quando si leva, che ’ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:117

tal era ’l peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quant’è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!120

Lo duca il domandò poi chi ello era;
per ch’ei rispuose: “Io piovvi di Toscana,
poco tempo è, in questa gola fiera.123

Vita bestial mi piacque e non umana,
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana”.126

E ïo al duca: “Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
ch’io ’l vidi omo di sangue e di crucci”.129

E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
e di trista vergogna si dipinse;132

poi disse: “Più mi duol che tu m’ hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l’altra vita tolto.135

Io non posso negar quel che tu chiedi;
in giù son messo tanto perch’io fui
ladro a la sagrestia d’i belli arredi,138

e falsamente già fu apposto altrui.
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,141

apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.144

Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch’è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetüosa e agra147

sovra Campo Picen fia combattuto;
ond’ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.150

E detto l’ ho perché doler ti debbia!”.

Canto 25

Nel XXV canto Dante e Virgilio sono sempre nell’ottavo cerchio. Qui incontrano diversi ladri e il centauro Caco, che è finito tra i ladri per aver rubato la mandria a Ercole. I ladri, collocati tra serpenti velenosi, subiscono orrende metamorfosi.

Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”.3

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch’una li s’avvolse allora al collo,
come dicesse ’Non vo’ che più diche’;6

e un’altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.9

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d’incenerarti sì che più non duri,
poi che ‘n mal fare il seme tuo avanzi?12

Per tutt’i cerchi de lo ’nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.15

El si fuggì che non parlò più verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: “Ov’è, ov’è l’acerbo?”.18

Maremma non cred’io che tante n’abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.21

Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l’ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s’intoppa.24

Lo mio maestro disse: “Questi è Caco,
che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte laco.27

Non va co’ suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch’elli ebbe a vicino;30

onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d’Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece”.33

Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
e tre spiriti venner sotto noi,
de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,36

se non quando gridar: “Chi siete voi?”;
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi poi.39

Io non li conoscea; ma ei seguette,
come suol seguitar per alcun caso,
che l’un nomar un altro convenette,42

dicendo: “Cianfa dove fia rimaso?”;
per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
mi puosi ’l dito su dal mento al naso.45

Se tu se’ or, lettore, a creder lento
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.48

Com’io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.51

Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l’una e l’altra guancia;54

li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra ’mbedue
e dietro per le ren sù la ritese.57

Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l’orribil fiera
per l’altrui membra avviticchiò le sue.60

Poi s’appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:63

come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.66

Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: “Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno”.69

Già eran li due capi un divenuti,
quando n’apparver due figure miste
in una faccia, ov’eran due perduti.72

Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
divenner membra che non fuor mai viste.75

Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l’imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.78

Come ‘l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,81

sì pareva, venendo verso l’epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;84

e quella parte onde prima è preso
nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.87

Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre l’assalisse.90

Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
l’un per la piaga e l’altro per la bocca
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.93

Taccia Lucano omai là dov’e’ tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch’or si scocca.96

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo ’nvidio;99

ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch’amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.102

Insieme si rispuosero a tai norme,
che ’l serpente la coda in forca fesse,
e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.105

Le gambe con le cosce seco stesse
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.108

Togliea la coda fessa la figura
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.111

Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.114

Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l’uom cela,
e ’l misero del suo n’avea due porti.117

Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
di color novo, e genera ’l pel suso
per l’una parte e da l’altra il dipela,120

l’un si levò e l’altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.123

Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
e di troppa matera ch’in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie;126

ciò che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne.129

Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;132

e la lingua, ch’avëa unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.135

L’anima ch’era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l’altro dietro a lui parlando sputa.138

Poscia li volse le novelle spalle,
e disse a l’altro: “I’ vo’ che Buoso corra,
com’ ho fatt’io, carpon per questo calle”.141

Così vid’io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novità se fior la penna abborra.144

E avvegna che li occhi miei confusi
fossero alquanto e l’animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,147

ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni
che venner prima, non era mutato;150

l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.

Canto 26

Nel canto XXVI, Dante incontra i consiglieri fraudolenti.

Qui incontra le due anime di Diogene e Ulisse.

L’eroe dell’Odissea racconta cosa è accaduto dopo il suo rientro a Itaca.

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ‘nferno tuo nome si spande!3

Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.6

Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.9

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’ più m’attempo.12

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;15

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.18

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,21

perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.24

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,27

come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:30

di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.33

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,36

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:39

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.42

Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’esser urto.45

E ’l duca, che mi vide tanto atteso,
disse: “Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso”.48

“Maestro mio”, rispuos’io, “per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:51

chi è ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?”.54

Rispuose a me: “Là dentro si martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;57

e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.60

Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta”.63

“S’ei posson dentro da quelle faville
parlar”, diss’io, “maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,66

che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!”.69

Ed elli a me: “La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.72

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto”.75

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:78

“O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco81

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi”.84

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;87

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: “Quando90

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,93

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,96

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;99

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.102

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.105

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi108

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.111

“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia114

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.117

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.120

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;123

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.126

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.129

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,132

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.135

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.138

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,141

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”.

Canto 27

Nel canto XXVII, Dante e Virgilio incontrano dei cattivi consiglieri, degli imbroglioni come il conte Guido da Montefeltro.

Già era dritta in sù la fiamma e queta
per non dir più, e già da noi sen gia
con la licenza del dolce poeta,3

quand’un’altra, che dietro a lei venìa,
ne fece volger li occhi a la sua cima
per un confuso suon che fuor n’uscia.6

Come ’l bue cicilian che mugghiò prima
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l’avea temperato con sua lima,9

mugghiava con la voce de l’afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto;12

così, per non aver via né forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertïan le parole grame.15

Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,18

udimmo dire: “O tu a cu’ io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,21

perch’io sia giunto forse alquanto tardo,
non t’incresca restare a parlar meco;
vedi che non incresce a me, e ardo!24

Se tu pur mo in questo mondo cieco
caduto se’ di quella dolce terra
latina ond’io mia colpa tutta reco,27

dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
ch’io fui d’i monti là intra Orbino
e ’l giogo di che Tever si diserra”.30

Io era in giuso ancora attento e chino,
quando il mio duca mi tentò di costa,
dicendo: “Parla tu; questi è latino”.33

E io, ch’avea già pronta la risposta,
sanza indugio a parlare incominciai:
“O anima che se’ là giù nascosta,36

Romagna tua non è, e non fu mai,
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
ma ’n palese nessuna or vi lasciai.39

Ravenna sta come stata è molt’anni:
l’aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.42

La terra che fé già la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.45

E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion fan d’i denti succhio.48

Le città di Lamone e di Santerno
conduce il lïoncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.51

E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
così com’ella sie’ tra ‘l piano e ‘l monte,
tra tirannia si vive e stato franco.54

Ora chi se’, ti priego che ne conte;
non esser duro più ch’altri sia stato,
se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte”.57

Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato
al modo suo, l’aguta punta mosse
di qua, di là, e poi diè cotal fiato:60

“S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse;63

ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo.66

Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio venìa intero,69

se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare, voglio che m’intenda.72

Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe
che la madre mi diè, l’opere mie
non furon leonine, ma di volpe.75

Li accorgimenti e le coperte vie
io seppi tutte, e sì menai lor arte,
ch’al fine de la terra il suono uscie.78

Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,81

ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.84

Lo principe d’i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,87

ché ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano,90

né sommo officio né ordini sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.93

Ma come Costantin chiese Silvestro
d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
così mi chiese questi per maestro96

a guerir de la sua superba febbre;
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre.99

E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.102

Lo ciel poss’io serrare e diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che ’l mio antecessor non ebbe care”.105

Allor mi pinser li argomenti gravi
là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
e dissi: “Padre, da che tu mi lavi108

di quel peccato ov’io mo cader deggio,
lunga promessa con l’attender corto
ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.111

Francesco venne poi, com’io fu’ morto,
per me; ma un d’i neri cherubini
li disse: “Non portar; non mi far torto.114

Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
perché diede ’l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini;117

ch’assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente”.120

Oh me dolente! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: “Forse
tu non pensavi ch’io löico fossi!”.123

A Minòs mi portò; e quelli attorse
otto volte la coda al dosso duro;
e poi che per gran rabbia la si morse,126

disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;
per ch’io là dove vedi son perduto,
e sì vestito, andando, mi rancuro”.129

Quand’elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo ’l corno aguto.132

Noi passamm’oltre, e io e ’l duca mio,
su per lo scoglio infino in su l’altr’arco
che cuopre ’l fosso in che si paga il fio135

a quei che scommettendo acquistan carco.

Canto 28

https://www.youtube.com/watch?v=f3CB8jheR88

Questo è uno dei canti più sanguinosi di tutto l’inferno. Dante e Virgilio sono nella nona bolgia e incontrano la nutrita schiera di coloro che provocarono scismi e discordie. Tra questi troviamo anche Maometto perché al tempo di Dante si credeva che Maometto fosse stato un vescovo che aveva provocato uno scisma per non esser stato eletto al soglio papale. 

Molti sono i dannati che vengono lacerati e mutilati dai demoni.

 
Chi poria mai pur con parole sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?3

Ogne lingua per certo verria meno
per lo nostro sermone e per la mente
c’ hanno a tanto comprender poco seno.6

S’el s’aunasse ancor tutta la gente
che già, in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente9

per li Troiani e per la lunga guerra
che de l’anella fé sì alte spoglie,
come Livïo scrive, che non erra,12

con quella che sentio di colpi doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie15

a Ceperan, là dove fu bugiardo
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo;18

e qual forato suo membro e qual mozzo
mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.21

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com’io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.24

Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ’l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.27

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi e con le man s’aperse il petto,
dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco!30

vedi come storpiato è Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.33

E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così.36

Un diavolo è qua dietro che n’accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma,39

quand’avem volta la dolente strada;
però che le ferite son richiuse
prima ch’altri dinanzi li rivada.42

Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,
forse per indugiar d’ire a la pena
ch’è giudicata in su le tue accuse?”.45

“Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena”,
rispuose ’l mio maestro, “a tormentarlo;
ma per dar lui esperïenza piena,48

a me, che morto son, convien menarlo
per lo ’nferno qua giù di giro in giro;
e quest’è ver così com’io ti parlo”.51

Più fuor di cento che, quando l’udiro,
s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
per maraviglia, oblïando il martiro.54

“Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,57

sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve”.60

Poi che l’un piè per girsene sospese,
Mäometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo distese.63

Un altro, che forata avea la gola
e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,
e non avea mai ch’una orecchia sola,66

ristato a riguardar per maraviglia
con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,69

e disse: “O tu cui colpa non condanna
e cu’ io vidi in su terra latina,
se troppa simiglianza non m’inganna,72

rimembriti di Pier da Medicina,
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina.75

E fa sapere a’ due miglior da Fano,
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se l’antiveder qui non è vano,78

gittati saran fuor di lor vasello
mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento d’un tiranno fello.81

Tra l’isola di Cipri e di Maiolica
non vide mai sì gran fallo Nettuno,
non da pirate, non da gente argolica.84

Quel traditor che vede pur con l’uno,
e tien la terra che tale qui meco
vorrebbe di vedere esser digiuno,87

farà venirli a parlamento seco;
poi farà sì, ch’al vento di Focara
non sarà lor mestier voto né preco”.90

E io a lui: “Dimostrami e dichiara,
se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,
chi è colui da la veduta amara”.93

Allor puose la mano a la mascella
d’un suo compagno e la bocca li aperse,
gridando: “Questi è desso, e non favella.96

Questi, scacciato, il dubitar sommerse
in Cesare, affermando che ’l fornito
sempre con danno l’attender sofferse”.99

Oh quanto mi pareva sbigottito
con la lingua tagliata ne la strozza
Curïo, ch’a dir fu così ardito!102

E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
levando i moncherin per l’aura fosca,
sì che ’l sangue facea la faccia sozza,105

gridò: “Ricordera’ ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, ’Capo ha cosa fatta’,
che fu mal seme per la gente tosca”.108

E io li aggiunsi: “E morte di tua schiatta”;
per ch’elli, accumulando duol con duolo,
sen gio come persona trista e matta.111

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
e vidi cosa ch’io avrei paura,
sanza più prova, di contarla solo;114

se non che coscïenza m’assicura,
la buona compagnia che l’uom francheggia
sotto l’asbergo del sentirsi pura.117

Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;120

e ’l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: “Oh me!”.123

Di sé facea a sé stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
com’esser può, quei sa che sì governa.126

Quando diritto al piè del ponte fue,
levò ’l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole sue,129

che fuoro: “Or vedi la pena molesta,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa.132

E perché tu di me novella porti,
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma’ conforti.135

Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;
Achitofèl non fé più d’Absalone
e di Davìd coi malvagi punzelli.138

Perch’io parti’ così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.141

Così s’osserva in me lo contrapasso”.

Canto 29

Canto XXIX, ove tratta de la decima bolgia, dove si puniscono i falsi fabricatori di qualunque opera, e isgrida e riprende l’autore i Sanesi.
 
La molta gente e le diverse piaghe
avean le luci mie sì inebrïate,
che de lo stare a piangere eran vaghe.3

Ma Virgilio mi disse: “Che pur guate?
perché la vista tua pur si soffolge
là giù tra l’ombre triste smozzicate?6

Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle volge.9

E già la luna è sotto i nostri piedi;
lo tempo è poco omai che n’è concesso,
e altro è da veder che tu non vedi”.12

“Se tu avessi”, rispuos’io appresso,
“atteso a la cagion per ch’io guardava,
forse m’avresti ancor lo star dimesso”.15

Parte sen giva, e io retro li andava,
lo duca, già faccendo la risposta,
e soggiugnendo: “Dentro a quella cava18

dov’io tenea or li occhi sì a posta,
credo ch’un spirto del mio sangue pianga
la colpa che là giù cotanto costa”.21

Allor disse ’l maestro: “Non si franga
lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello.
Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;24

ch’io vidi lui a piè del ponticello
mostrarti e minacciar forte col dito,
e udi’ ’l nominar Geri del Bello.27

Tu eri allor sì del tutto impedito
sovra colui che già tenne Altaforte,
che non guardasti in là, sì fu partito”.30

“O duca mio, la vïolenta morte
che non li è vendicata ancor”, diss’io,
“per alcun che de l’onta sia consorte,33

fece lui disdegnoso; ond’el sen gio
sanza parlarmi, sì com’ïo estimo:
e in ciò m’ ha el fatto a sé più pio”.36

Così parlammo infino al loco primo
che de lo scoglio l’altra valle mostra,
se più lume vi fosse, tutto ad imo.39

Quando noi fummo sor l’ultima chiostra
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere a la veduta nostra,42

lamenti saettaron me diversi,
che di pietà ferrati avean li strali;
ond’io li orecchi con le man copersi.45

Qual dolor fora, se de li spedali
di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali48

fossero in una fossa tutti ’nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre.51

Noi discendemmo in su l’ultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più viva54

giù ver’ lo fondo, là ’ve la ministra
de l’alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui registra.57

Non credo ch’a veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l’aere sì pien di malizia,60

che li animali, infino al picciol vermo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti hanno per fermo,63

si ristorar di seme di formiche;
ch’era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per diverse biche.66

Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle
l’un de l’altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.69

Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.72

Io vidi due sedere a sé poggiati,
com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze macolati;75

e non vidi già mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volontier vegghia,78

come ciascun menava spesso il morso
de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha più soccorso;81

e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.84

“O tu che con le dita ti dismaglie”,
cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
“e che fai d’esse talvolta tanaglie,87

dinne s’alcun Latino è tra costoro
che son quinc’entro, se l’unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro”.90

“Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
qui ambedue”, rispuose l’un piangendo;
“ma tu chi se’ che di noi dimandasti?”.93

E ’l duca disse: “I’ son un che discendo
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo ’nferno a lui intendo”.96

Allor si ruppe lo comun rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l’udiron di rimbalzo.99

Lo buon maestro a me tutto s’accolse,
dicendo: “Dì a lor ciò che tu vuoli”;
e io incominciai, poscia ch’ei volse:102

“Se la vostra memoria non s’imboli
nel primo mondo da l’umane menti,
ma s’ella viva sotto molti soli,105

ditemi chi voi siete e di che genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventi”.108

“Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena”,
rispuose l’un, “mi fé mettere al foco;
ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.111

Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:
“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,114

volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
perch’io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l’avea per figliuolo.117

Ma ne l’ultima bolgia de le diece
me per l’alchìmia che nel mondo usai
dannò Minòs, a cui fallar non lece”.120

E io dissi al poeta: “Or fu già mai
gente sì vana come la sanese?
Certo non la francesca sì d’assai!”.123

Onde l’altro lebbroso, che m’intese,
rispuose al detto mio: “Tra’ mene Stricca
che seppe far le temperate spese,126

e Niccolò che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
ne l’orto dove tal seme s’appicca;129

e tra’ ne la brigata in che disperse
Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
e l’Abbagliato suo senno proferse.132

Ma perché sappi chi sì ti seconda
contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
sì che la faccia mia ben ti risponda:135

sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
che falsai li metalli con l’alchìmia;
e te dee ricordar, se ben t’adocchio,138

com’io fui di natura buona scimia”.

Canto 30

anto XXX, ove tratta di quella medesima materia e gente.


 
Nel tempo che Iunone era crucciata
per Semelè contra ’l sangue tebano,
come mostrò una e altra fïata,3

Atamante divenne tanto insano,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna mano,6

gridò: “Tendiam le reti, sì ch’io pigli
la leonessa e ’ leoncini al varco”;
e poi distese i dispietati artigli,9

prendendo l’un ch’avea nome Learco,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
e quella s’annegò con l’altro carco.12

E quando la fortuna volse in basso
l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
sì che ’nsieme col regno il re fu casso,15

Ecuba trista, misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva18

del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latrò sì come cane;
tanto il dolor le fé la mente torta.21

Ma né di Tebe furie né troiane
si vider mäi in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonché membra umane,24

quant’io vidi in due ombre smorte e nude,
che mordendo correvan di quel modo
che ’l porco quando del porcil si schiude.27

L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo
del collo l’assannò, sì che, tirando,
grattar li fece il ventre al fondo sodo.30

E l’Aretin che rimase, tremando
mi disse: “Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando”.33

“Oh”, diss’io lui, “se l’altro non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi è, pria che di qui si spicchi”.36

Ed elli a me: “Quell’è l’anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica.39

Questa a peccar con esso così venne,
falsificando sé in altrui forma,
come l’altro che là sen va, sostenne,42

per guadagnar la donna de la torma,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma”.45

E poi che i due rabbiosi fuor passati
sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
rivolsilo a guardar li altri mal nati.48

Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,
pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.51

La grave idropesì, che sì dispaia
le membra con l’omor che mal converte,
che ’l viso non risponde a la ventraia,54

faceva lui tener le labbra aperte
come l’etico fa, che per la sete
l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.57

“O voi che sanz’alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo”,
diss’elli a noi, “guardate e attendete60

a la miseria del maestro Adamo;
io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.63

Li ruscelletti che d’i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,66

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ché l’imagine lor vie più m’asciuga
che ’l male ond’io nel volto mi discarno.69

La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov’io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.72

Ivi è Romena, là dov’io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai.75

Ma s’io vedessi qui l’anima trista
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.78

Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
ombre che vanno intorno dicon vero;
ma che mi val, c’ ho le membra legate?81

S’io fossi pur di tanto ancor leggero
ch’i’ potessi in cent’anni andare un’oncia,
io sarei messo già per lo sentiero,84

cercando lui tra questa gente sconcia,
con tutto ch’ella volge undici miglia,
e men d’un mezzo di traverso non ci ha.87

Io son per lor tra sì fatta famiglia;
e’ m’indussero a batter li fiorini
ch’avevan tre carati di mondiglia”.90

E io a lui: “Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate ’l verno,
giacendo stretti a’ tuoi destri confini?”.93

“Qui li trovai – e poi volta non dierno -“,
rispuose, “quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.96

L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
l’altr’è ’l falso Sinon greco di Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo”.99

E l’un di lor, che si recò a noia
forse d’esser nomato sì oscuro,
col pugno li percosse l’epa croia.102

Quella sonò come fosse un tamburo;
e mastro Adamo li percosse il volto
col braccio suo, che non parve men duro,105

dicendo a lui: “Ancor che mi sia tolto
lo muover per le membra che son gravi,
ho io il braccio a tal mestiere sciolto”.108

Ond’ei rispuose: “Quando tu andavi
al fuoco, non l’avei tu così presto;
ma sì e più l’avei quando coniavi”.111

E l’idropico: “Tu di’ ver di questo:
ma tu non fosti sì ver testimonio
là ’ve del ver fosti a Troia richesto”.114

“S’io dissi falso, e tu falsasti il conio”,
disse Sinon; “e son qui per un fallo,
e tu per più ch’alcun altro demonio!”.117

“Ricorditi, spergiuro, del cavallo”,
rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;
“e sieti reo che tutto il mondo sallo!”.120

“E te sia rea la sete onde ti crepa”,
disse ’l Greco, “la lingua, e l’acqua marcia
che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!”.123

Allora il monetier: “Così si squarcia
la bocca tua per tuo mal come suole;
ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,126

tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
non vorresti a ’nvitar molte parole”.129

Ad ascoltarli er’io del tutto fisso,
quando ’l maestro mi disse: “Or pur mira,
che per poco che teco non mi risso!”.132

Quand’io ’l senti’ a me parlar con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch’ancor per la memoria mi si gira.135

Qual è colui che suo dannaggio sogna,
che sognando desidera sognare,
sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,138

tal mi fec’io, non possendo parlare,
che disïava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.141

“Maggior difetto men vergogna lava”,
disse ’l maestro, “che ’l tuo non è stato;
però d’ogne trestizia ti disgrava.144

E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,
se più avvien che fortuna t’accoglia
dove sien genti in simigliante piato:147

ché voler ciò udire è bassa voglia”.

Canto 31

Canto XXXI, ove tratta de’ giganti che guardano il pozzo de l’inferno, ed è il nono cerchio.
 
Una medesma lingua pria mi morse,
sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
e poi la medicina mi riporse;3

così od’io che solea far la lancia
d’Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.6

Noi demmo il dosso al misero vallone
su per la ripa che ’l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun sermone.9

Quiv’era men che notte e men che giorno,
sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
ma io senti’ sonare un alto corno,12

tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
che, contra sé la sua via seguitando,
dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.15

Dopo la dolorosa rotta, quando
Carlo Magno perdé la santa gesta,
non sonò sì terribilmente Orlando.18

Poco portäi in là volta la testa,
che me parve veder molte alte torri;
ond’io: “Maestro, dì, che terra è questa?”.21

Ed elli a me: “Però che tu trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.24

Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
quanto ’l senso s’inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi”.27

Poi caramente mi prese per mano
e disse: “Pria che noi siam più avanti,
acciò che ’l fatto men ti paia strano,30

sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti”.33

Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,36

così forando l’aura grossa e scura,
più e più appressando ver’ la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura;39

però che, come su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
così la proda che ’l pozzo circonda42

torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona.45

E io scorgeva già d’alcun la faccia,
le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giù ambo le braccia.48

Natura certo, quando lasciò l’arte
di sì fatti animali, assai fé bene
per tòrre tali essecutori a Marte.51

E s’ella d’elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la ne tene;54

ché dove l’argomento de la mente
s’aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi può far la gente.57

La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l’altre ossa;60

sì che la ripa, ch’era perizoma
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma63

tre Frison s’averien dato mal vanto;
però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov’omo affibbia ’l manto.66

“Raphèl maì amècche zabì almi”,
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia più dolci salmi.69

E ’l duca mio ver’ lui: “Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand’ira o altra passïon ti tocca!72

Cércati al collo, e troverai la soga
che ’l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che ’l gran petto ti doga”.75

Poi disse a me: “Elli stessi s’accusa;
questi è Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s’usa.78

Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
ché così è a lui ciascun linguaggio
come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto”.81

Facemmo adunque più lungo vïaggio,
vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro
trovammo l’altro assai più fero e maggio.84

A cigner lui qual che fosse ’l maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro87

d’una catena che ’l tenea avvinto
dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
si ravvolgëa infino al giro quinto.90

“Questo superbo volle esser esperto
di sua potenza contra ’l sommo Giove”,
disse ’l mio duca, “ond’elli ha cotal merto.93

Fïalte ha nome, e fece le gran prove
quando i giganti fer paura a’ dèi;
le braccia ch’el menò, già mai non move”.96

E io a lui: “S’esser puote, io vorrei
che de lo smisurato Brïareo
esperïenza avesser li occhi mei”.99

Ond’ei rispuose: “Tu vedrai Anteo
presso di qui che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo d’ogne reo.102

Quel che tu vuo’ veder, più là è molto
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel volto”.105

Non fu tremoto già tanto rubesto,
che scotesse una torre così forte,
come Fïalte a scuotersi fu presto.108

Allor temett’io più che mai la morte,
e non v’era mestier più che la dotta,
s’io non avessi viste le ritorte.111

Noi procedemmo più avante allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia fuor de la grotta.114

“O tu che ne la fortunata valle
che fece Scipïon di gloria reda,
quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle,117

recasti già mille leon per preda,
e che, se fossi stato a l’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda120

ch’avrebber vinto i figli de la terra:
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.123

Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china e non torcer lo grifo.126

Ancor ti può nel mondo render fama,
ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama”.129

Così disse ’l maestro; e quelli in fretta
le man distese, e prese ’l duca mio,
ond’Ercule sentì già grande stretta.132

Virgilio, quando prender si sentio,
disse a me: “Fatti qua, sì ch’io ti prenda”;
poi fece sì ch’un fascio era elli e io.135

Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada
sovr’essa sì, ched ella incontro penda:138

tal parve Antëo a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.141

Ma lievemente al fondo che divora
Lucifero con Giuda, ci sposò;
né, sì chinato, lì fece dimora,144

e come albero in nave si levò.

Canto 32

Canto XXXII, nel quale tratta de’ traditori di loro schiatta e de’ traditori de la loro patria, che sono nel pozzo de l’inferno.


 
S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,
come si converrebbe al tristo buco
sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,3

io premerei di mio concetto il suco
più pienamente; ma perch’io non l’abbo,
non sanza tema a dicer mi conduco;6

ché non è impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l’universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.9

Ma quelle donne aiutino il mio verso
ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
sì che dal fatto il dir non sia diverso.12

Oh sovra tutte mal creata plebe
che stai nel loco onde parlare è duro,
mei foste state qui pecore o zebe!15

Come noi fummo giù nel pozzo scuro
sotto i piè del gigante assai più bassi,
e io mirava ancora a l’alto muro,18

dicere udi’ mi: “Guarda come passi:
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de’ fratei miseri lassi”.21

Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.24

Non fece al corso suo sì grosso velo
di verno la Danoia in Osterlicchi,
né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,27

com’era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l’orlo fatto cricchi.30

E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor de l’acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana,33

livide, insin là dove appar vergogna
eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.36

Ognuna in giù tenea volta la faccia;
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.39

Quand’io m’ebbi dintorno alquanto visto,
volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
che ’l pel del capo avieno insieme misto.42

“Ditemi, voi che sì strignete i petti”,
diss’io, “chi siete?”. E quei piegaro i colli;
e poi ch’ebber li visi a me eretti,45

li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli.48

Con legno legno spranga mai non cinse
forte così; ond’ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li vinse.51

E un ch’avea perduti ambo li orecchi
per la freddura, pur col viso in giùe,
disse: “Perché cotanto in noi ti specchi?54

Se vuoi saper chi son cotesti due,
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor fue.57

D’un corpo usciro; e tutta la Caina
potrai cercare, e non troverai ombra
degna più d’esser fitta in gelatina:60

non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra
con esso un colpo per la man d’Artù;
non Focaccia; non questi che m’ingombra63

col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,
e fu nomato Sassol Mascheroni;
se tosco se’, ben sai omai chi fu.66

E perché non mi metti in più sermoni,
sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scagioni”.69

Poscia vid’io mille visi cagnazzi
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verrà sempre, de’ gelati guazzi.72

E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo
al quale ogne gravezza si rauna,
e io tremava ne l’etterno rezzo;75

se voler fu o destino o fortuna,
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi ’l piè nel viso ad una.78

Piangendo mi sgridò: “Perché mi peste?
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perché mi moleste?”.81

E io: “Maestro mio, or qui m’aspetta,
sì ch’io esca d’un dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque vorrai, fretta”.84

Lo duca stette, e io dissi a colui
che bestemmiava duramente ancora:
“Qual se’ tu che così rampogni altrui?”.87

“Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,
percotendo”, rispuose, “altrui le gote,
sì che, se fossi vivo, troppo fora?”.90

“Vivo son io, e caro esser ti puote”,
fu mia risposta, “se dimandi fama,
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note”.93

Ed elli a me: “Del contrario ho io brama.
Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
ché mal sai lusingar per questa lama!”.96

Allor lo presi per la cuticagna
e dissi: “El converrà che tu ti nomi,
o che capel qui sù non ti rimagna”.99

Ond’elli a me: “Perché tu mi dischiomi,
né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti
se mille fiate in sul capo mi tomi”.102

Io avea già i capelli in mano avvolti,
e tratti glien’avea più d’una ciocca,
latrando lui con li occhi in giù raccolti,105

quando un altro gridò: “Che hai tu, Bocca?
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?”.108

“Omai”, diss’io, “non vo’ che più favelle,
malvagio traditor; ch’a la tua onta
io porterò di te vere novelle”.111

“Va via”, rispuose, “e ciò che tu vuoi conta;
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.114

El piange qui l’argento de’ Franceschi:
“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera
là dove i peccatori stanno freschi”.117

Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,
tu hai dallato quel di Beccheria
di cui segò Fiorenza la gorgiera.120

Gianni de’ Soldanier credo che sia
più là con Ganellone e Tebaldello,
ch’aprì Faenza quando si dormia”.123

Noi eravam partiti già da ello,
ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo a l’altro era cappello;126

e come ’l pan per fame si manduca,
così ’l sovran li denti a l’altro pose
là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:129

non altrimenti Tidëo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l’altre cose.132

“O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi ’l perché”, diss’io, “per tal convegno,135

che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,138

se quella con ch’io parlo non si secca”.

Canto 33

Canto XXXIII, ove tratta di quelli che tradirono coloro che in loro tutto si fidavano, e coloro da cui erano stati promossi a dignità e grande stato; e riprende qui i Pisani e i Genovesi.
 
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.3

Poi cominciò: “Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.6

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme.9

Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.12

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.15

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;18

però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ ha offeso.21

Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,24

m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.27

Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.30

Con cagne magre, studïose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.33

In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.36

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.39

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?42

Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;45

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.48

Io non piangëa, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.51

Perciò non lagrimai né rispuos’io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.54

Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,57

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi60

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.63

Queta’ mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?66

Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.69

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,72

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”.75

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.78

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ‘l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,81

muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!84

Che se ’l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.87

Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella.90

Noi passammo oltre, là ’ve la gelata
ruvidamente un’altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.93

Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l’ambascia;96

ché le lagrime prime fanno groppo,
e sì come visiere di cristallo,
rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.99

E avvegna che, sì come d’un callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,102

già mi parea sentire alquanto vento;
per ch’io: “Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore spento?”.105

Ond’elli a me: “Avaccio sarai dove
di ciò ti farà l’occhio la risposta,
veggendo la cagion che ’l fiato piove”.108

E un de’ tristi de la fredda crosta
gridò a noi: “O anime crudeli
tanto che data v’è l’ultima posta,111

levatemi dal viso i duri veli,
sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
un poco, pria che ’l pianto si raggeli”.114

Per ch’io a lui: “Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna”.117

Rispuose adunque: “I’ son frate Alberigo;
i’ son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo”.120

“Oh”, diss’io lui, “or se’ tu ancor morto?”.
Ed elli a me: “Come ’l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla scïenza porto.123

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l’anima ci cade
innanzi ch’Atropòs mossa le dea.126

E perché tu più volontier mi rade
le ’nvetrïate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l’anima trade129

come fec’ïo, il corpo suo l’è tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.132

Ella ruina in sì fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l’ombra che di qua dietro mi verna.135

Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso”.138

“Io credo”, diss’io lui, “che tu m’inganni;
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni”.141

“Nel fosso sù”, diss’el, “de’ Malebranche,
là dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel Zanche,144

che questi lasciò il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che ’l tradimento insieme con lui fece.147

Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi”. E io non gliel’apersi;
e cortesia fu lui esser villano.150

Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?153

Ché col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,156

e in corpo par vivo ancor di sopra.

Canto 34

Canto XXXIV e ultimo de la prima cantica di Dante Alleghieri di Fiorenza, nel qual canto tratta di Belzebù principe de’ dimoni e de’ traditori di loro signori, e narra come uscie de l’inferno.


 
“Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; però dinanzi mira”,
disse ’l maestro mio, “se tu ’l discerni”.3

Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che ’l vento gira,6

veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ché non lì era altra grotta.9

Già era, e con paura il metto in metro,
là dove l’ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.12

Altre sono a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte.15

Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,18

d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
“Ecco Dite”, dicendo, “ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t’armi”.21

Com’io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
però ch’ogne parlar sarebbe poco.24

Io non mori’ e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, s’ hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.27

Lo ’mperador del doloroso regno
da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,30

che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto
ch’a così fatta parte si confaccia.33

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,
e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere ogne lutto.36

Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand’io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;39

l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta:42

e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.45

Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’io mai cotali.48

Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:51

quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.54

Da ogne bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.57

A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.60

“Quell’anima là sù c’ ha maggior pena”,
disse ’l maestro, “è Giuda Scarïotto,
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.63

De li altri due c’ hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;66

e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto”.69

Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l’ali fuoro aperte assai,72

appigliò sé a le vellute coste;
di vello in vello giù discese poscia
tra ’l folto pelo e le gelate croste.75

Quando noi fummo là dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,78

volse la testa ov’elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com’om che sale,
sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.81

“Attienti ben, ché per cotali scale”,
disse ’l maestro, ansando com’uom lasso,
“conviensi dipartir da tanto male”.84

Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
e puose me in su l’orlo a sedere;
appresso porse a me l’accorto passo.87

Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com’io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;90

e s’io divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto ch’io avea passato.93

“Lèvati sù”, disse ’l maestro, “in piede:
la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
e già il sole a mezza terza riede”.96

Non era camminata di palagio
là ’v’eravam, ma natural burella
ch’avea mal suolo e di lume disagio.99

“Prima ch’io de l’abisso mi divella,
maestro mio”, diss’io quando fui dritto,
“a trarmi d’erro un poco mi favella:102

ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto
sì sottosopra? e come, in sì poc’ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?”.105

Ed elli a me: “Tu imagini ancora
d’esser di là dal centro, ov’io mi presi
al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.108

Di là fosti cotanto quant’io scesi;
quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto
al qual si traggon d’ogne parte i pesi.111

E se’ or sotto l’emisperio giunto
ch’è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto114

fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
tu haï i piedi in su picciola spera
che l’altra faccia fa de la Giudecca.117

Qui è da man, quando di là è sera;
e questi, che ne fé scala col pelo,
fitto è ancora sì come prim’era.120

Da questa parte cadde giù dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar velo,123

e venne a l’emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch’appar di qua, e sù ricorse”.126

Luogo è là giù da Belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto129

d’un ruscelletto che quivi discende
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.132

Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,135

salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.138

E quindi uscimmo a riveder le stelle.
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Novelle per un anno

Canta l’epistola

Tommasino Unzio è uscito dal seminario perché aveva perso la vocazione. Tommasino Unzio si è tolto la maschera, quella del suddiacono.

Ma senza la maschera chi è, cosa rimane di lui?

Il problema di Tommasino era che perdendo la vocazione lui perde anche l’eredità vincolata che uno zio prete gli aveva lasciato.

Infatti il denaro era vincolato al suo rimanere in seminario. Così Tommasino ritorna a casa e, tra la derisione dei compaesani e la rabbia del padre, cerca faticosamente la sua via d’uscita!

    – Avevate preso gli Ordini?
    – Tutti no. Fino al Suddiaconato.
    – Ah, suddiacono. E che fa il suddiacono?
    – Canta l’Epistola; regge il libro al diacono mentre canta il Vangelo; amministra i vasi della Messa; tiene la patena avvolta nel velo in tempo del Canone.
    – Ah, dunque voi cantavate il Vangelo?
    – Nossignore. Il Vangelo lo canta il diacono; il suddiacono canta l’Epistola.
    – E vi allora cantavate l’Epistola?
    – Io? proprio io? Il suddiacono.
    – Canta l’Epistola?
    – Canta l’Epistola.
Che c’era da ridere in tutto questo?
Eppure, nella piazza aerea del paese, tutta frusciante di foglie secche, che s’oscurava e rischiarava a una rapida vicenda di nuvole e di sole, il vecchio dottor Fanti, rivolgendo quelle domande a Tommasino Unzio uscito or ora dal seminario senza più tonaca per aver perduto la fede, aveva composto la faccia caprigna a una tale aria, che tutti gli sfaccendati del paese, seduti in giro innanzi alla Farmacia dell’Ospedale, parte storcendosi e parte turandosi la bocca, s’erano tenuti a stento di ridere.
Le risa erano prorotte squacquerate, appena andato via Tommasino inseguito da tutte quelle foglie secche, poi l’uno aveva preso a domandare all’altro:
    – Canta l’Epistola?
    E l’altro a rispondere:
    – Canta l’Epistola.

 E così a Tommasino Unzio, uscito suddiacono dal seminario senza più tonaca, per aver perduto la fede, era stato appiccicato il nomignolo di Canta l’Epistola.
La fede si può perdere per centomila ragioni; e, in generale, chi perde la fede è convinto, almeno nel primo momento, di aver fatto in cambio qualche guadagno; non foss’altro, quello della libertà di fare e dire certe cose che, prima, con la fede non riteneva compatibili.
Quando però cagione della perdita non sia la violenza di appetiti terreni, ma sete d’anima che non riesca più a saziarsi nel calice dell’altare e nel fonte dell’acqua benedetta, difficilmente chi perde la fede è convinto d’aver guadagnato in cambio qualche cosa.
Tutt’al più, lì per lì, non si lagna della perdita, in quanto riconosce d’aver perduto in fine una cosa che non aveva più per lui alcun valore.
Tommasino Unzio, con la fede, aveva poi perduto tutto, anche l’unico stato che il padre gli potesse dare, mercé un lascito condizionato d’un vecchio zio sacerdote.
Il padre, inoltre, non s’era tenuto di prenderlo a schiaffi, a calci, e di lasciarlo parecchi giorni a pane e acqua, e di scagliargli in faccia ogni sorta di ingiurie e di vituperii.
Ma Tommasino aveva sopportato tutto con dura e pallida fermezza, e aspettato che il padre si convincesse non esser quelli propriamente i mezzi più acconci per fargli ritornar la fede e la vocazione. Non gli aveva fatto tanto male la violenza, quanto la volgarità dell’atto così contrario alla ragione per cui s’era spogliato dell’abito sacerdotale.
    Ma d’altra parte aveva compreso che le sue guance, le sue spalle, il suo stomaco dovevano offrire uno sfogo al padre per il dolore che sentiva anche lui, cocentissimo, della sua vita irreparabilmente crollata e rimasta come un ingombro lì per casa.
 Volle però dimostrare a tutti che non s’era spretato per voglia di mettersi “a fare il porco” come il padre pulitamente era andato sbandendo per tutto il paese.
Si chiuse in sé, e non uscì più dalla sua cameretta, se non per qualche passeggiata solitaria o su per i boschi di castagni, fino al Pian della Britta, o giù per la carraia a valle, tra i campi, fino alla chiesetta abbandonata di Santa Maria di Loreto, sempre assorto in meditazioni e senza mai alzar gli occhi in volto a nessuno.
È vero intanto che il corpo, anche quando lo spirito si fissi in un dolore profondo o in una tenace ostinazione ambiziosa, spesso lascia lo spirito così fissato e, zitto zitto, senza dirgliene nulla, si mette a vivere per conto suo, a godere della buon’aria e dei cibi sani.
    Avvenne così a Tommasino di ritrovarsi in breve e quasi per ischerno, mentre lo spirito gli s’immalinconiva e s’assottigliava sempre più nelle disperate meditazioni, con un corpo ben pasciuto e florido, da padre abate.
Altro che Tommasino, adesso! Tommasone Canta l’Epistola.
Ciascuno, a guardarlo, avrebbe dato ragione al padre.
Ma si sapeva in paese come il povero giovine vivesse; e nessuna donna poteva dire d’essere stata guardata da lui, fosse pur di sfuggita.
***

Non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta; non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii, né memorie, né pensieri, senza più nulla che désse senso e valore alla propria vita.
Ecco: sdrajato lì su l’erba, con le mani intrecciate dietro la nuca, guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti, gonfie di sole; udire il vento che faceva nei castagni del bosco come un fragor di mare, e nella voce di quel vento e in quel fragore sentire, come da un’infinita lontananza, la vanità d’ogni cosa e il tedio angoscioso della vita.
Nuvole e vento.
Eh, ma era già tutto avvertire e riconoscere che quelle che veleggiavano luminose per la sterminata azzurra vacuità erano nuvole.
Sa forse d’essere la nuvola?
Né sapevan di lei l’albero e le pietre, che ignoravano anche se stessi.
E lui, avvertendo e riconoscendo le nuvole, poteva anche – perché no? – pensare alla vicenda dell’acqua, che divien nuvola per ridivenir poi acqua di nuovo.
E a spiegar questa vicenda bastava un povero professoruccio di fisica; ma a spiegare il perché del perché?
Su nel bosco dei castagni, picchi d’accetta; giù nella cava, picchi di piccone.
Mutilare la montagna; atterrare gli alberi, per costruire case.
Lì, in quel borgo montano, altre case.
Stenti, affanni, fatiche e pene d’ogni sorta, perché? per arrivare a un comignolo e per fare uscir poi da questo comignolo un po’ di fumo, subito disperso nella vanità dello spazio.
E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli uomini.
Ma davanti all’ampio spettacolo della natura, a quell’immenso piano verde di querci e d’ulivi e di castagni, digradante dalle falde del Cimino fino alla valle tiberina laggiù laggiù, sentiva a poco a poco rasserenarsi in una blanda smemorata mestizia.
Tutte le illusioni e tutti i disinganni e i dolori e le gioie e le speranze e i desiderii degli uomini gli apparivano vani e transitorii di fronte al sentimento che spirava dalle cose che restano e sopravanzano ad essi, impassibili.
Quasi vicende di nuvole gli apparivano nell’eternità della natura i singoli fatti degli uomini.
Bastava guardare quegli alti monti di là dalla valle tiberina, lontani lontani, sfumanti all’orizzonte, lievi e quasi aerei nel tramonto.
Oh ambizioni degli uomini! Che grida di vittoria, perché l’uomo s’era messo a volare come un uccellino!
Ma ecco qua un uccellino come vola: è la facilità più schietta e lieve, che s’accompagna spontanea a un trillo di gioia.
Pensare adesso al goffo apparecchio rombante, e allo sgomento, all’ansia, all’angoscia mortale dell’uomo che vuoi fare l’uccellino! Qua un frullo e un trillo; là un motore strepitoso e puzzolente, e la morte davanti. Il motore si guasta, il motore s’arresta; addio uccellino!
– Uomo, – diceva Tommasino Unzio lì sdraiato sull’erba, – lascia di volare. Perché vuoi volare? E quando hai volato?
 ***
D’un tratto, come una raffica, corse per tutto il paese una notizia che sbalordì tutti:
Tommasino Unzio, Canta l’Epistola, era stato prima schiaffeggiato e poi sfidato a duello dal tenente De Venera, comandante il distaccamento, perché, senza voler dare alcuna spiegazione, aveva confermato d’aver detto: – Stupida! – in faccia alla signorina Olga Fanelli, fidanzata del tenente, la sera avanti, lungo la via di campagna che conduce alla chiesetta di Santa Maria di Loreto.
Era uno sbalordimento misto d’ilarità, che pareva s’appigliasse a un’interrogazione su questo o quel dato della notizia, per non precipitare di botto nell’incredulità.
-Tommasino?
– Sfidato a duello?
– Stupida, alla signorina Fanelli?
– Confermato?
– Senza spiegazioni?
– E ha accettato la sfida?
-Eh, perdio, schiaffeggiato!
-E si batterà?
-Domani, alla pistola.
-Col tenente De Venera alla pistola?
– Alla pistola.

E dunque il motivo doveva esser gravissimo.
Pareva a tutti non si potesse mettere in dubbio una furiosa passione tenuta finora segreta.
E forse le aveva gridato in faccia “Stupida!” perché ella, invece di lui, amava il tenente De Venera.
Era chiaro!
E veramente tutti in paese giudicavano che soltanto una stupida si potesse innamorare di quel ridicolissimo De Venera.
Ma non lo poteva credere lui, naturalmente, il De Venera; e perciò aveva preteso una spiegazione.
Dal canto suo, però, la signorina Olga Fanelli giurava e spergiurava con le lagrime agli occhi che non poteva esser quella la ragione dell’ingiuria, perché ella non aveva veduto se non due o tre volte quel giovine, il quale del resto non aveva mai neppure alzato gli occhi a guardarla; e mai e poi mai, neppure per un minimo segno, le aveva dato a vedere di covar per lei quella furiosa passione segreta, che tutti dicevano.
Ma che! no! non quella: qualche altra ragione doveva esserci sotto!
Ma quale?
Per niente non si grida: – Stupida! – in faccia a una signorina.
Se tutti, e in ispecie il padre e la madre, i due padrini, il De Venera e la signorina stessa si struggevano di saper la vera ragione dell’ingiuria; più di tutti si struggeva Tommasino di non poterla dire, sicuro com’era che, se l’avesse detta, nessuno la avrebbe creduta, e che anzi a tutti sarebbe sembrato che egli volesse aggiungere a un segreto inconfessabile l’irrisione.  
Chi avrebbe infatti creduto che lui, Tommasino Unzio, da qualche tempo in qua, nella crescente e sempre più profonda sua melanconia, si fosse preso d’una tenerissima pietà per tutte le cose che nascono alla vita e vi durano alcun poco, senza saper perché, in attesa del deperimento e della morte?
Quanto più labili e tenui e quasi inconsistenti le forme di vita, tanto più lo intenerivano, fino alle lagrime talvolta.
Oh! in quanti modi si nasceva, e per una volta sola, e in quella data forma, unica, perché mai due forme non erano uguali, e così per poco tempo, per un giorno solo talvolta, e in un piccolissimo spazio, avendo tutt’intorno, ignoto, l’enorme mondo, la vacuità enorme e impenetrabile del mistero dell’esistenza.
Formichetta, si nasceva, e moscerino, e filo d’erba. Una formichetta, nel mondo! nel mondo, un moscerino, un filo d’erba. Il filo d’erba nasceva, cresceva, fioriva, appassiva; e via per sempre; mai più, quello; mai più!
***
Ora, da circa un mese, egli aveva seguito giorno per giorno la breve storia d’un filo d’erba appunto: d’un filo d’erba tra due grigi macigni tigrati di mosco, dietro la chiesetta abbandonata di Santa Maria di Loreto.
Lo aveva seguito, quasi con tenerezza materna, nel crescer lento tra altri più bassi che gli stavano attorno, e lo aveva veduto sorgere dapprima timido, nella sua tremula esilità, oltre i due macigni ingrommati, quasi avesse paura e insieme curiosità d’ammirar lo spettacolo che si spalancava sotto, della verde, sconfinata pianura; poi, su, su, sempre più alto, ardito, baldanzoso, con un pennacchietto rossigno in cima, come una cresta di galletto.
E ogni giorno, per una o due ore, contemplandolo e vivendone la vita, aveva con esso tentennato a ogni più lieve alito d’aria; trepidando era accorso in qualche giorno di forte vento, o per paura di non arrivare a tempo a proteggerlo da una greggiola di capre, che ogni giorno, alla stess’ora, passava dietro la chiesetta e spesso s’indugiava un po’ a strappare tra i macigni qualche ciuffo d’erba.
Finora, così il vento come le capre avevano rispettato quel filo d’erba.
E la gioia di Tommasino nel ritrovarlo intatto lì, col suo spavaldo pennacchietto in cima, era ineffabile.
Lo carezzava, lo lisciava con due dita delicatissime, quasi lo custodiva con l’anima e col fiato; e, nel lasciarlo, la sera, lo affidava alle prime stelle che spuntavano nel cielo crepuscolare, perché con tutte le altre lo vegliassero durante la notte.
E proprio, con gli occhi della mente, da lontano, vedeva quel suo filo d’erba, tra i due macigni, sotto le stelle fitte fitte, sfavillanti nel cielo nero, che lo vegliavano.
Ebbene, quel giorno, venendo alla solita ora per vivere un’ora con quel suo filo d’erba, quand’era già a pochi passi dalla chiesetta, aveva scorto dietro a questa, seduta su uno di quei due macigni, la signorina Olga Fanelli, che forse stava lì a riposarsi un po’, prima di riprendere il cammino.
Si era fermato, non osando avvicinarsi, per aspettare ch’ella, riposatasi, gli lasciasse il posto.
E difatti, poco dopo, la signorina era sorta in piedi, forse seccata di vedersi spiata da lui: s’era guardata un po’ attorno: poi, distrattamente, allungando la mano, aveva strappato giusto quel filo d’erba e se l’era messo tra i denti col pennacchietto ciondolante.
Tommasino Unzio s’era sentito strappar l’anima, e irresistibilmente le aveva gridato:
– Stupida! – quand’ella gli era passata davanti, con quel gambo in bocca.
Ora, poteva egli confessare d’avere ingiuriato così quella signorina per un filo d’erba?
E il tenente De Venera lo aveva schiaffeggiato.
Tommasino era stanco dell’inutile vita, stanco dell’ingombro di quella sua stupida carne, stanco della baja che tutti gli davano e che sarebbe diventata più acerba e accanita se egli, dopo gli schiaffi, si fosse ricusato di battersi.
Accettò la sfida, ma a patto che le condizioni del duello fossero gravissime.
Sapeva che il tenente De Venera era un valentissimo tiratore.
Ne dava ogni mattina la prova, durante le istruzioni del Tiro a segno.
E volle battersi alla pistola, la mattina appresso, all’alba, proprio là, nel recinto del Tiro a segno.
***
Una palla in petto.
La ferita dapprima, non parve tanto grave; poi s’aggravò.
La palla aveva forato il polmone.
Una gran febbre; il delirio.
Quattro giorni e quattro notti di cure disperate.
La signora Unzio, religiosissima, quando i medici alla fine dichiararono che non c’era più nulla da fare, pregò, scongiurò il figliuolo che, almeno prima di morire, volesse ritornare in grazia di Dio.
E Tommasino, per contentar la mamma, si piegò a ricevere un confessore.
Quando questo, al letto di morte, gli chiese:
– Ma perché, figliuolo mio? perché?
Tommasino, con gli occhi socchiusi, con voce spenta, tra un sospiro ch’era anche sorriso dolcissimo, gli rispose semplicemente:
– Padre, per un filo d’erba.
E tutti credettero ch’egli fino all’ultimo seguitasse a delirare.

Il treno ha fischiato

Il treno ha fischiato è una novella tratta dalla raccolta Novelle per un anno di Luigi Pirandello.

Il signor Belluca è un impiegato obbediente, un contabile mansueto e preciso. Un bel giorno però inizia a comportarsi in modo insolito, al punto tale che i colleghi e il capoufficio, credendolo pazzo, lo fanno ricoverare in un ospedale psichiatrico. Neppure i dottori che lo hanno in cura riescono a comprendere il significato della frase che egli continua ostinatamente a ripetere. Sarà il vicino di casa a spiegare il senso di questa strana follia.

Questa è una delle novelle in cui Pirandello ci indica che esiste una via d’uscita, anche nelle situazioni più drammatiche.

Farneticava.
Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l’annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
– Frenesia, frenesia.
– Encefalite.
– Infiammazione della membrana.
– Febbre cerebrale.
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
– Morrà? Impazzirà?
– Mah!
– Morire, pare di no…
– Ma che dice? che dice?
– Sempre la stessa cosa. Farnetica…
– Povero Belluca!
E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tant’anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.
Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s’era fieramente ribellato al suo capoufficio, e che poi, all’aspra riprensione di questo, per poco non gli s’era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d’una vera e propria alienazione mentale
Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.
Circoscritto… sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio.
Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo.
Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.

Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente!
S’era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d’una improvvisa alienazione mentale.
Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capoufficio.
Già s’era presentato, la mattina, con un’aria insolita, nuova, e – cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d’una montagna – era venuto con più di mezz’ora di ritardo. Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato.
Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita.
Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
Così ilare, d’una ilarità vaga e piena di stordimento, s’era presentato all’ufficio.
E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capoufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
– E come mai? Che hai combinato tutt’oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un’aria d’impudenza, aprendo le mani.
– Che significa? – aveva allora esclamato il capoufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo.
– Ohé, Belluca!
– Niente, – aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra.
– Il treno, signor Cavaliere.
– Il treno? Che treno?
– Ha fischiato.
– Ma che diavolo dici?
– Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…
– Il treno?
– Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capoufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo ufficio – che quella sera doveva essere di malumore – urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s’era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all’ospizio dei matti.
Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno.
Ne imitava il fischio.
Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato.
E, subito dopo, soggiungeva:
– Si parte, si parte… Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi.
Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra.
Cose inaudite; espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria.
Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola.
Cose, ripeto, inaudite.

Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell’improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.
Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore.
Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:
– Belluca, signori, non è impazzito.
State sicuri che non è impazzito.
Qualche cosa dev’essergli accaduta; ma naturalissima.
Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest’uomo ha vissuto finora.
Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l’avrò veduto e avrò parlato con lui.

Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:
«A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita “impossibile”, la cosa più ovvia, l’incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell’uomo è “impossibile”.
Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara.
Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa.
Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro.
Una coda naturalissima».
Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.
Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; l’altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
Tutt’e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva.
Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l’una con quattro, l’altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche?
Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare.
E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt’e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch’esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.
Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.
Quando andai a trovarlo all’ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno.
Era, sì, ancora esaltato un po’, ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto.
Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
– Magari! – diceva – Magari!
Signori, Belluca s’era dimenticato da tanti e tanti anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignori, s’era dimenticato da anni e anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito.
E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.
S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.
C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava…
Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra.
Sì, sapeva la vita che vi si viveva!
La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!
E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino.
Non ci aveva pensato più!
Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria…
Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito.
L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari…
Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo.
C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita “impossibile”, tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente.
Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così… c’erano gli oceani… le foreste…
E, dunque, lui – ora che il mondo gli era rientrato nello spirito – poteva in qualche modo consolarsi!
Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma.
A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capoufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria.
Soltanto il capoufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo:
– Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…

Commento alla novella -Il treno ha fischiato

Il relativismo di Pirandello

Il racconto mostra i diversi punti di vista nella vicenda del contabile Belluca. Questa molteplicità di punti di vista esprime una problematica esistenziale:

  • da un lato come si è,
  • dall’altro come si appare.

Questo è un concetto che Pirandello affronta spesso: la realtà non è unica, né univoca, ma è sempre interpretabile in vari modi.
Per i suoi colleghi e per i medici Belluca è pazzo: infatti nell’ambiente di lavoro non si riesce a comprendere che i suoi gesti inattesi e la ribellione al capo.

Per Belluca è infatti indispensabile, ad un tratto liberarsi dalla
maschera impostagli dalla società. Tolta la maschera del “lavoratore da soma” i colleghi gli attribuiscono una nuova «forma», una nuova maschera,
quella del pazzo o del malato “Farneticava… frenesia… encefalite”. Indipendentemente da quale sia la maschera attribuitagli, la società lo esclude e lo isola.
Ma una voce fuori campo, fuori dal contesto di lavoro e fuori dalla famiglia, quella del vicino di casa racconta la realtà del povero Belluca.
Questi infatti conosce la sua situazione familiare e perciò ipotizza che l’improvvisa pazzia possa essere facilmente spiegata. Una volta
ricostruita la vicenda si può capire che la pazzia di Belluca è come
la coda di un mostro, ossia il risultato finale, cioè la coda, della sua esistenza alienata (paragonata ad un mostro.
La spiegazione di quanto è successo è fornita direttamente dal protagonista:

  • l’improvviso fischio notturno del treno ha messo in moto il suo viaggio liberatorio;
  • l’immensità dello spazio aperto, simbolo della «vita», irrompe nell’angustiosa «forma» d della sua vita fatta dello spazio chiuso della casa e dell’ufficio;
  • la fuga nella fantasia è occasione di riscatto dalle umiliazioni quotidiane, cui ora può ribellarsi ritrovando l’autenticità del proprio essere.

Ma Belluca non scappa davvero, vuole tornare al suo lavoro. Solo che ora, ora che il treno ha fischiato… egli sarà un uomo nuovo proprio perché, ogni tanto, potrà evadere dallo squallore della vita attraverso l’immaginazione.

Ha trovato la sua personale via d’uscita.

Vita e forma

Il racconto sviluppa il tema del contrasto:

  • tra realtà e apparenza,
  • tra come veramente siamo e quello che gli altri vedono di noi,
  • tra quello che siamo e quello che gli altri vogliono vedere in noi,
  • tra quello che vogliamo noi e quello che si aspettano gli altri.

Questo conflitto tra «vita» e «forma» si esprime, nelle novelle di Pirandello, attraverso situazioni paradossali come quella di Belluca. Gli altri vedono il protagonista in una dimensione “cristallizzata”, una forma, ma dietro questa forma fatta di abitudini e di lavoro, si nasconde un enorme disagio, una terribile sofferenza. Esplode quindi, all’improvviso in Belluca il desiderio di uscire da questa situazione, di ricercare la propria autenticità. Di qui nasce il dramma dell’incomunicabilità.

Belluca appare agli altri come un pazzo, ma lui non è pazzo e non si sente tale. Il fischio del treno arriva all’improvviso e gli rivela l’assurdità di quella sua esistenza non vissuta.

La voce narrante e il punto di vista

Come molte novelle di Pirandello, il lettore rimane sorpreso e stupito, interrogativo.

La novella si apre in medias res, cioè nel cuore della storia, con un racconto in terza persona. Gli elementi per la comprensione di quanto accaduto sono forniti, poi, in flashback.

A metà racconto la parola passa al narratore interno, il vicino di casa, che chiarisce al lettore i veri motivi del comportamento di Belluca.

In quel momento due visioni si contrappongono: quella dei colleghi, che lo vedono solo dal loro punti di vista, e quella del vicino che conosce la situazione di Belluca. La versione del vicino viene poi confermata e spiegata dal protagonista stesso.

Domande sul testo

1. Spiega per quale ragione l’episodio apparentemente banale
che dà il titolo alla novella, il fischio del treno, svolge un ruolo scatenante nella presunta follia di Belluca. Rispondi con opportuni riferimenti al testo.
2. Alcuni termini esprimono la condizione disumana di Belluca agli occhi dei colleghi: individuali e spiega che cosa significa la metafora del “vecchio somaro”.
3. A quale situazione vuole sottrarsi Belluca attraverso la fantasia?
4. Che tipo di vita conduce quando sente fi schiare il treno?
5. Dopo che il treno ha fischiato, come si manifesta il cambiamento di Belluca? Quali comportamenti assume?
6. Per quale ragione possiamo affermare che il protagonista della novella è un personaggio tragicomico?
7. Rileggi le riflessioni del narratore sulla possibile spiegazione
del gesto di Belluca e sulla sua apparente “mostruosità”; spiega la metafora della coda del mostro.
8. Descrivi il narratore ponendo attenzione ai seguenti aspetti:
• la sua identità;
• la sua interpretazione del gesto di Belluca, confrontata anche con quella dei colleghi e del capo-ufficio.
9. Quale significato assume la ribellione di Belluca in rapporto al tema del contrasto fra vita e forma?
10. Come riesce Pirandello a mostrarci la sua idea che la realtà è relativa?
11. Belluca ha trovato la sua personale via d’uscita. Quante volte, anche noi abbiamo bisogno di evasione, senza per questo voler rivoluzionare la nostra vita?
12. Quale nostra personale via d’uscita ci permette poi di indossare le nostre maschere quotidiane in serenità?

Altri commenti da consultare

https://library.weschool.com/lezione/luigi-pirandello-novella-il-treno-ha-fischiato-sintesi-trama-6272.html

L’eresia catara

Bernardino Lamis, docente di storia delle religioni alla Sapienza di Roma, si propone di controbattere con una memorabile lezione un collega tedesco che aveva contestato una sua pubblicazione sull’eresia dei catari.

Lamis, gravemente miope e afflitto da vari problemi familiari non è disposto a lasciar correre! Il professore sa che il suo corso è seguito solo da due studenti, ma è convinto che data l’importanza della lezione, i suoi due fedeli ascoltatori avrebbero convinto studenti a presenziare

In una giornata uggiosa, buia e tempestosa il professore, finalmente, tiene la sua Lectio, ma …

Bernardino Lamis, professore ordinario di storia delle religioni, socchiudendo gli occhi addogliati e, come soleva nelle piú gravi occasioni, prendendosi il capo inteschiato tra le gracili mani tremolanti che pareva avessero in punta, invece delle unghie, cinque rosee conchigliette lucenti, annunziò ai due soli alunni che seguivano con pertinace fedeltà il suo corso:
– Diremo, o signori, nella ventura lezione, dell’eresia catara.
Uno de’ due studenti, il Ciotta –  bruno ciociaretto di Guarcino, tozzo e solido –  digrignò i denti con fiera gioja e si diede una violenta fregatina alle mani. L’altro, il pallido Vannícoli, dai biondi capelli irti come fili di stoppia e dall’aria spirante, appuntí invece le labbra, rese piú dolente che mai lo sguardo dei chiari occhi languidi e stette col naso come in punto a annusar qualche odore sgradevole, per significare che era compreso della pena che al venerato maestro doveva certo costare la trattazione di quel tema, dopo quanto glien’aveva detto privatamente. (Perché il Vannícoli credeva che il professor Lamis quand’egli e il Ciotta, finita la lezione, lo accompagnavano per un lungo tratto di via verso casa, si rivolgesse unicamente a lui, solo capace d’intenderlo.)
E difatti il Vannícoli sapeva che da circa sei mesi era uscita in Germania (Halle a. S.) una mastodontica monografia di Hans von Grobler su l’Eresia Catara, messa dalla critica ai sette cieli, e che su lo stesso argomento, tre anni prima, Bernardino Lamis aveva scritto due poderosi volumi, di cui il von Grobler mostrava di non aver tenuto conto, se non solo una volta, e di passata, citando que’ due volumi, in una breve nota; per dirne male.
Bernardino Lamis n’era rimasto ferito proprio nel cuore; e piú s’era addolorato e indignato della critica italiana che, elogiando anch’essa a occhi chiusi il libro tedesco, non aveva minimamente ricordato i due volumi anteriori di lui, né speso una parola per rilevare l’indegno trattamento usato dallo scrittore tedesco a uno scrittor paesano.
Piú di due mesi aveva aspettato che qualcuno, almeno tra i suoi antichi scolari, si fosse mosso a difenderlo; poi, tuttoché –  secondo il suo modo di vedere –  non gli fosse parso ben fatto, s’era difeso da sé, notando in una lunga e minuziosa rassegna, condita di fine ironia, tutti gli errori piú o meno grossolani in cui il von Grobler era caduto, tutte le parti che costui s’era appropriate della sua opera senza farne menzione, e aveva infine raffermato con nuovi e inoppugnabili argomenti le proprie opinioni contro quelle discordanti dello storico tedesco.
Questa sua difesa, però, per la troppa lunghezza e per lo scarso interesse che avrebbe potuto destare nella maggioranza dei lettori, era stata rifiutata da due riviste; una terza se la teneva da piú d’un mese, e chi sa quanto tempo ancora se la sarebbe tenuta, a giudicare dalla risposta punto garbata che il Lamis, a una sua sollecitazione, aveva ricevuto dal direttore.
Sicché dunque davvero Bernardino Lamis aveva ragione, uscito dall’Università, di sfogarsi quel giorno amaramente coi due suoi fedeli giovani che lo accompagnavano al solito verso casa. E parlava loro della spudorata ciarlataneria che dal campo della politica era passata a sgambettare in quello della letteratura, prima, e ora, purtroppo, anche nei sacri e inviolabili dominii della scienza; parlava della servilità vigliacca radicata profondamente nell’indole del popolo italiano, per cui è gemma preziosa qualunque cosa venga d’oltralpe o d’oltremare e pietra falsa e vile tutto ciò che si produce da noi; accennava infine agli argomenti piú forti contro il suo avversario, da svolgere nella ventura lezione. E il Ciotta, pregustando il piacere che gli sarebbe venuto dall’estro ironico e bilioso del professore, tornava a fregarsi le mani, mentre il Vannícoli, afflitto, sospirava.
A un certo punto il professor Lamis tacque e prese un’aria astratta: segno, questo, per i due scolari, che il professore voleva esser lasciato solo.
Ogni volta, dopo la lezione, si faceva una giratina per sollievo giú per la piazza del Pantheon, poi su per quella della Minerva, attraversava Via dei Cestari e sboccava sul Corso Vittorio Emanuele. Giunto in prossimità di Piazza San Pantaleo, prendeva quell’aria astratta, perché solito –  prima di imboccare la Via del Governo Vecchio, ove abitava –  d’entrare (furtivamente, secondo la sua intenzione) in una pasticceria, donde poco dopo usciva con un cartoccio in mano. I due scolari sapevano che il professor Lamis non aveva da fare neppur le spese a un grillo, e non si potevano perciò capacitare della compera di quel cartoccio misterioso, tre volte la settimana.
Spinto dalla curiosità, il Ciotta era finanche entrato un giorno nella pasticceria a domandare che cosa il professore vi comperasse.
– Amaretti, schiumette e bocche di dama.
E per chi serviranno?
Il Vannícoli diceva per i nipotini. Ma il Ciotta avrebbe messo le mani sul fuoco che servivano proprio per lui, per il professore stesso; perché una volta lo aveva sorpreso per via nel mentre che si cacciava una mano in tasca per trarne fuori una di quelle schiumette e doveva già averne un’altra in bocca, di sicuro, la quale gli aveva impedito di rispondere a voce al saluto che lui gli aveva rivolto.
– Ebbene, e se mai, che c’è di male? Debolezze! – gli aveva detto, seccato, il Vannícoli, mentre da lontano seguiva con lo sguardo languido il vecchio professore, il quale se ne andava pian piano, molle molle, strusciando le scarpe.
Non solamente questo peccatuccio di gola, ma tante e tant’altre cose potevano essere perdonate a quell’uomo che, per la scienza, s’era ridotto con quelle spalle aggobbate che pareva gli volessero scivolare e fossero tenute su, penosamente, dal collo lungo, proteso come sotto un giogo. Tra il cappello e la nuca la calvizie del professor Lamis si scopriva come una mezza luna cuojacea; gli tremolava su la nuca una rada zazzeretta argentea, che gli accavallava di qua e di là gli orecchi e seguitava barba davanti –  su le gote e sotto il mento –  a collana.
Né il Ciotta né il Vannícoli avrebbero mai supposto che in quel cartoccio Bernardino Lamis si portava a casa tutto il suo pasto giornaliero.
Due anni addietro, gli era piombata addosso da Napoli la famiglia d’un suo fratello, morto colà improvvisamente: la cognata, furia d’inferno, con sette figliuoli, il maggiore dei quali aveva appena undici anni. Notare che il professor Lamis non aveva voluto prender moglie per non esser distratto in alcun modo dagli studii. Quando, senz’alcun preavviso, s’era veduto innanzi quell’esercito strillante, accampato sul pianerottolo della scala, davanti la porta, a cavallo d’innumerevoli fagotti e fagottini, era rimasto allibito. Non potendo per la scala, aveva pensato per un momento di scappare buttandosi dalla finestra.
Le quattro stanzette della sua modesta dimora erano state invase; la scoperta d’un giardinetto, unica e dolce cura dello zio, aveva suscitato un tripudio frenetico nei sette orfani sconsolati, come li chiamava la grassa cognata napoletana. Un mese dopo, non c’era piú un filo d’erba in quel giardinetto.
Il professor Lamis era diventato l’ombra di se stesso: s’aggirava per lo studio come uno che non stia piú in cervello, tenendosi pur nondimeno la testa tra le mani quasi per non farsela portar via anche materialmente da quegli strilli, da quei pianti, da quel pandemonio imperversante dalla mattina alla sera. Ed era durato un anno, per lui, questo supplizio, e chi sa quant’altro tempo ancora sarebbe durato, se un giorno non si fosse accorto che la cognata, non contenta dello stipendio che a ogni ventisette del mese egli le consegnava intero, ajutava dal giardinetto il maggiore dei figliuoli a inerpicarsi fino alla finestra dello studio, chiuso prudentemente a chiave, per fargli rubare i libri:
– Belli grossi, neh, Gennarie’, belli grossi e nuovi!
Mezza la sua biblioteca era andata a finire per pochi soldi sui muricciuoli.
Indignato, su le furie, quel giorno stesso, Bernardino Lamis con sei ceste di libri superstiti e tre rustiche scansie, un gran crocefisso di cartone, una cassa di biancheria, tre seggiole, un ampio seggiolone di cuojo, la scrivania alta e un lavamano, se n’era andato ad abitare –  solo –  in quelle due stanzette di via Governo Vecchio, dopo aver imposto alla cognata di non farsi vedere mai piú da lui.
Le mandava ora per mezzo d’un bidello dell’Università, puntualmente ogni mese, lo stipendio, di cui tratteneva soltanto lo stretto necessario per sé.
Non aveva voluto prendere neanche una serva a mezzo servizio, temendo che si mettesse d’accordo con la cognata. Del resto, non ne aveva bisogno. Non s’era portato nemmeno il letto, dormiva con uno scialletto su le spalle, avvoltolato in una coperta di lana, entro il seggiolone. Non cucinava. Seguace a modo suo della teoria del Fletcher, si nutriva con poco, masticando molto. Votava quel famoso cartoccio nelle due ampie tasche dei calzoni, metà qua, metà là, e mentre studiava o scriveva, in piedi com’era solito, mangiucchiava o un amaretto o una schiumetta o una bocca di dama. Se aveva sete, acqua. Dopo un anno di quell’inferno, si sentiva ora in paradiso.
Ma era venuto il von Grobler con quel suo libraccio su l’Eresia Catara a guastargli le feste.
 
Quel giorno, appena rincasato, Bernardino Lamis si rimise al lavoro, febbrilmente.
Aveva innanzi a sé due giorni per finir di stendere quella lezione che gli stava tanto a cuore. Voleva che fosse formidabile. Ogni parola doveva essere una frecciata per quel tedescaccio von Grobler.
Le sue lezioni egli soleva scriverle dalla prima parola fino all’ultima, in fogli di carta protocollo, di minutissimo carattere. Poi, all’Università, le leggeva con voce lenta e grave, reclinando indietro il capo, increspando la fronte e stendendo le pàlpebre per potere vedere attraverso le lenti insellate su la punta del naso, dalle cui narici uscivano due cespuglietti di ispidi peli grigi liberamente cresciuti. I due fidi scolari avevano tutto il tempo di scrivere quasi sotto dettatura. Il Lamis non montava mai in cattedra: sedeva umilmente davanti al tavolino sotto. I banchi, nell’aula, erano disposti in quattro ordini, ad anfiteatro. L’aula era buja, e il Ciotta e il Vannícoli all’ultimo ordine, uno di qua, l’altro di là, ai due estremi, per aver luce dai due occhi ferrati che si aprivano in alto. Il professore non li vedeva mai durante la lezione: udiva soltanto il raspío delle loro penne frettolose.
Là, in quell’aula, poiché nessuno s’era levato in sua difesa, lui si sarebbe vendicato della villania di quel tedescaccio, dettando una lezione memorabile.
Avrebbe prima esposto con succinta chiarezza l’origine, la ragione, l’essenza, l’importanza storica e le conseguenze dell’eresia catara, riassumendole dai suoi due volumi; si sarebbe poi lanciato nella parte polemica, avvalendosi dello studio critico che aveva già fatto sul libro del von Grobler. Padrone com’era della materia, e col lavoro già pronto, sotto mano, a una sola fatica sarebbe andato incontro: a quella di tenere a freno la penna. Con l’estro della bile, avrebbe scritto in due giorni, su quell’argomento, due altri volumi piú poderosi dei primi.
Doveva invece restringersi a una piana lettura di poco piú di un’ora: riempire cioè di quella sua minuta scrittura non piú di cinque o sei facciate di carta protocollo. Due le aveva già scritte. Le tre o quattro altre facciate dovevano servire per la parte polemica.
Prima d’accingervisi, volle rileggere la bozza del suo studio critico sul libro del von Grobler. La trasse fuori dal cassetto della scrivania, vi soffiò su per cacciar via la polvere, con le lenti già su la punta del naso, e andò a stendersi lungo lungo sul seggiolone.
A mano a mano, leggendo, se ne compiacque tanto, che per miracolo non si trovò ritto in piedi su quel seggiolone; e tutte, una dopo l’altra, in men d’un’ora, s’era mangiato inavvertitamente le schiumette che dovevano servirgli per due giorni. Mortificato, trasse fuori la tasca vuota, per scuoterne la sfarinatura.
Si mise senz’altro a scrivere, con l’intenzione di riassumere per sommi capi quello studio critico. A poco a poco però, scrivendo, si lasciò vincere dalla tentazione d’incorporarlo tutto quanto di filo nella lezione, parendogli che nulla vi fosse di superfluo, né un punto né una virgola. Come rinunziare, infatti, a certe espressioni d’una arguzia cosí spontanea e di tanta efficacia? a certi argomenti cosí calzanti e decisivi? E altri e altri ancora gliene venivano, scrivendo, piú lucidi, piú convincenti, a cui non era del pari possibile rinunziare.
Quando fu alla mattina del terzo giorno, che doveva dettar la lezione, Bernardino Lamis si trovò davanti, sulla scrivania ben quindici facciate fitte fitte, invece di sei.
Si smarrí.
Scrupolosissimo nel suo officio, soleva ogni anno, in principio, dettare il sommario di tutta la materia d’insegnamento che avrebbe svolto durante il corso, e a questo sommario si atteneva rigorosissimamente. Già aveva fatto, per quella malaugurata pubblicazione del libro del von Grobler, una prima concessione all’amor proprio offeso, entrando quell’anno a parlare quasi senza opportunità dell’eresia catara. Piú d’una lezione, dunque, non avrebbe potuto spenderci. Non voleva a nessun costo che si dicesse che per bizza o per sfogo il professor Lamis parlava fuor di proposito o piú del necessario su un argomento che non rientrava se non di lontano nella materia dell’annata.
Bisognava dunque, assolutamente, nelle poche ore che gli restavano, ridurre a otto, a nove facciate al massimo, le quindici che aveva scritte.
Questa riduzione gli costò un cosí intenso sforzo intellettuale, che non avvertí nemmeno alla grandine, ai lampi, ai tuoni d’un violentissimo uragano che s’era improvvisamente rovesciato su Roma. Quando fu su la soglia del portoncino di casa, col suo lungo rotoletto di carta sotto il braccio, pioveva a diluvio. Come fare? Mancavano appena dieci minuti all’ora fissata per la lezione. Rifece le scale, per munirsi d’ombrello, e si avviò sotto quell’acqua, riparando alla meglio il rotoletto di carta, la sua “formidabile” lezione.
Giunse all’Università in uno stato compassionevole: zuppo da capo a piedi. Lasciò l’ombrello nella bacheca del portinajo; si scosse un po’ la pioggia di dosso, pestando i piedi; s’asciugò la faccia e salí al loggiato.
L’aula – buja anche nei giorni sereni – pareva con quel tempo infernale una catacomba; ci si vedeva a mala pena. Non di meno, entrando, il professor Lamis, che non soleva mai alzare il capo, ebbe la consolazione d’intravedere in essa, cosí di sfuggita, un insolito affollamento, e ne lodò in cuor suo i due fidi scolari che evidentemente avevano sparso tra i compagni la voce del particolare impegno con cui il loro vecchio professore avrebbe svolto quella lezione che tanta e tanta fatica gli era costata e dove tanto tesoro di cognizioni era con sommo sforzo racchiuso e tanta arguzia imprigionata.
In preda a una viva emozione, posò il cappello e montò, quel giorno, insolitamente, in cattedra. Le gracili mani gli tremolavano talmente, che stentò non poco a inforcarsi le lenti sulla punta del naso. Nell’aula il silenzio era perfetto. E il professor Lamis, svolto il rotolo di carta, prese a leggere con voce alta e vibrante, di cui egli stesso restò meravigliato. A quali note sarebbe salito, allorché, finita la parte espositiva per cui non era acconcio quel tono di voce, si sarebbe lanciato nella polemica? Ma in quel momento il professor Lamis non era piú padrone di sé. Quasi morso dalle vipere del suo stile, sentiva di tratto in tratto le reni fènderglisi per lunghi brividi e alzava di punto in punto la voce e gestiva, gestiva. Il professor Bernardino Lamis, cosí rigido sempre, cosí contegnoso, quel giorno, gestiva! Troppa bile aveva accumulato in sei mesi, troppa indignazione gli avevano cagionato la servilità, il silenzio della critica italiana; e questo ora, ecco, era per lui il momento della rivincita! Tutti quei bravi giovani, che stavano ad ascoltarlo religiosamente, avrebbero parlato di questa sua lezione, avrebbero detto che egli era salito in cattedra quel giorno perché con maggior solennità partisse dall’Ateneo di Roma la sua sdegnosa risposta non al von Grobler soltanto, ma a tutta quanta la Germania.
Leggeva cosí da circa tre quarti d’ora, sempre piú acceso e vibrante, allorché lo studente Ciotta, che nel venire all’Università era stato sorpreso da un piú forte rovescio d’acqua e s’era riparato in un portone, s’affacciò quasi impaurito all’uscio dell’aula. Essendo in ritardo, aveva sperato che il professor Lamis con quel tempo da lupi non sarebbe venuto a far lezione. Giú, poi, nella bacheca del portinajo, aveva trovato un bigliettino del Vannícoli che lo pregava di scusarlo presso l’amato professore perché “essendogli la sera avanti smucciato un piede nell’uscir di casa, aveva ruzzolato la scala, s’era slogato un braccio e non poteva perciò, con suo sommo dolore, assistere alla lezione”.
A chi parlava, dunque, con tanto fervore il professor Bernardino Lamis?
Zitto zitto, in punta di piedi, il Ciotta varcò la soglia dell’aula e volse in giro lo sguardo. Con gli occhi un po’ abbagliati dalla luce di fuori, per quanto scarsa, intravide anche nell’aula numerosi studenti, e ne rimase stupito. Possibile? Si sforzò a guardar meglio.
Una ventina di soprabiti impermeabili, stesi qua e là a sgocciolare nella buja aula deserta, formavano quel giorno tutto l’uditorio del professor Bernardino Lamis.
Il Ciotta li guardò, sbigottito, sentí gelarsi il sangue, vedendo il professore leggere cosí infervorato a quei soprabiti la sua lezione, e si ritrasse quasi con paura.
Intanto, terminata l’ora, dall’aula vicina usciva rumorosamente una frotta di studenti di legge, ch’erano forse i proprietarii di quei soprabiti.
Subito il Ciotta, che non poteva ancora riprender fiato dall’emozione, stese le braccia e si piantò davanti all’uscio per impedire il passo.
– Per carità, non entrate! C’è dentro il professor Lamis.
– E che fa? – domandarono quelli, meravigliati dell’aria stravolta del Ciotta.
Questi si pose un dito sulla bocca, poi disse piano, con gli occhi sbarrati:
– Parla solo!
Scoppiò una clamorosa irrefrenabile risata.
Il Ciotta chiuse lesto lesto l’uscio dell’aula, scongiurando di nuovo:
– Zitti, per carità, zitti! Non gli date questa mortificazione, povero vecchio! Sta parlando dell’eresia catara!
Ma gli studenti, promettendo di far silenzio, vollero che l’uscio fosse riaperto, pian piano, per godersi dalla soglia lo spettacolo di quei loro poveri soprabiti che ascoltavano immobili, sgocciolanti neri nell’ombra, la formidabile lezione del professor Bernardino Lamis.
–  . ma il manicheismo, o signori, il manicheismo, in fondo, che cosa è? Ditelo voi! Ora, se i primi Albigesi, a detta del nostro illustre storico tedesco, signor Hans von Grobler .

La carriola

Un avvocato e professore di diritto, uomo saggio e rispettato, racconta, con fare molto misterioso, una mania che ha da qualche giorno e che lo tormenta segretamente.
Un giorno, mentre sta viaggiando in treno di ritorno da un viaggio di lavoro, pone il suo sguardo fuori dal finestrino.
Ma non vede nulla perché un pensiero gli si è affacciato alla mente …

Quand’ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d’addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto.
Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio atto non fosse scoperto.
Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile.
Sarei un uomo finito.
Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.

Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m’assedia dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza;
d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno piú serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d’avvocato.
Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero.
Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento piú sicuro.
Sono costernato e inquieto.
Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito.
Il valore dell’atto ch’io compio, può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un tratto s’è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile.
Mi proverò.
***
Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei piú gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m’opprime, il peso enorme di tutti i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama.
L’unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un’altra nuova.
M’ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare.
A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura.
Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla.
Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra.
Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m’occupava, senza che per questo, intanto, mi s’avvistasse di piú lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai piú a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida.
Ariosa.

Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza;
d’una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti;
con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce;
e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tutto intero e pieno si sarebbe ritrovato;
anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue.
Gli occhi a poco a poco mi si chiusero, senza che me n’accorgessi, e forse seguitai nel sonno il sogno di quella vita che non era nata.
Dico forse, perché, quando mi destai, tutto indolenzito e con la bocca amara, acre e arida, già prossimo all’arrivo, mi ritrovai d’un tratto in tutt’altro animo, con un senso d’atroce afa della vita, in un tetro, plumbeo attonimento, nel quale gli aspetti delle cose piú consuete m’apparvero come votati di ogni senso, eppure, per i miei occhi, d’una gravezza crudele, insopportabile.
Con quest’animo scesi alla stazione, montai sulla mia automobile che m’attendeva all’uscita, e m’avviai per ritornare a casa.

                                                        ***
Ebbene, fu nella scala della mia casa; fu sul pianerottolo innanzi alla mia porta.
Io vidi a un tratto, innanzi a quella porta scura, color di bronzo, con la targa ovale, d’ottone, su cui è inciso il mio nome, preceduto dai miei titoli e seguito da’ miei attributi scientifici e professionali, vidi a un tratto, come da fuori, me stesso e la mia vita, ma per non riconoscermi e per non riconoscerla come mia.
Spaventosamente d’un tratto mi s’impose la certezza, che l’uomo che stava davanti a quella porta, con la busta di cuojo sotto il braccio, l’uomo che abitava là in quella casa, non ero io, non ero stato mai io.
Conobbi d’un tratto d’essere stato sempre come assente da quella casa, dalla vita di quell’uomo, non solo, ma veramente e propriamente da ogni vita.
Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che potessi riconoscer mia, da me voluta e sentita come mia.
Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale adesso improvvisamente m’appariva, così vestita, così messa su, mi parve estranea a me; come se altri me l’avesse imposta e combinata, quella figura, per farmi muovere in una vita non mia, per farmi compiere in quella vita, da cui ero stato sempre assente, atti di presenza, nei quali ora, improvvisamente, il mio spirito s’accorgeva di non essersi mai trovato, mai, mai!
Chi lo aveva fatto così, quell’uomo che figurava me? chi lo aveva voluto così? chi così lo vestiva e lo calzava? chi lo faceva muovere e parlare così? chi gli aveva imposto tutti quei doveri uno piú gravoso e odioso dell’altro?
Commendatore, professore, avvocato, quell’uomo che tutti cercavano, che tutti rispettavano e ammiravano, di cui tutti volevan l’opera, il consiglio, l’assistenza, che tutti si disputavano senza mai dargli un momento di requie, un momento di respiro – ero io? io? propriamente? ma quando mai?
E che m’importava di tutte le brighe in cui quell’uomo stava affogato dalla mattina alla sera; di tutto il rispetto, di tutta la considerazione di cui godeva, commendatore, professore, avvocato, e della ricchezza e degli onori che gli erano venuti dall’assiduo scrupoloso adempimento di tutti quei doveri, dell’esercizio della sua professione?
Ed erano lì, dietro quella porta che recava su la targa ovale d’ottone il mio nome, erano lì una donna e quattro ragazzi, che vedevano tutti i giorni con un fastidio ch’era il mio stesso, ma che in loro non potevo tollerare, quell’uomo insoffribile che dovevo esser io, e nel quale io ora vedevo un estraneo a me, un nemico. Mia moglie? i miei figli?
Ma se non ero stato mai io, veramente, se veramente non ero io (e lo sentivo con spaventosa certezza) quell’uomo insoffribile che stava davanti alla porta; di chi era moglie quella donna, di chi erano figli quei quattro ragazzi?
Miei, no!
Di quell’uomo, di quell’uomo che il mio spirito, in quel momento, se avesse avuto un corpo, il suo vero corpo, la sua vera figura, avrebbe preso a calci o afferrato, dilacerato, distrutto, insieme con tutte quelle brighe, con tutti qua doveri e gli onori e il rispetto e la ricchezza, e anche la moglie, sì, fors’anche la moglie…
Ma i ragazzi?
Mi portai le mani alle tempie e me le strinsi forte.
No. Non li sentii miei.
Ma attraverso un sentimento strano, penoso, angoscioso, di loro, quali essi erano fuori di me, quali me li vedevo ogni giorno davanti, che avevano bisogno di me, delle mie cure, del mio consiglio, del mio lavoro; attraverso questo sentimento e col senso d’atroce afa col quale m’ero destato in treno, mi sentii rientrare in quell’uomo insoffribile che stava davanti alla porta.
Trassi di tasca il chiavino; aprii quella porta e rientrai anche in quella casa e nella vita di prima.
                                                        ***
Ora la mia tragedia è questa. Dico mia, ma chi sa di quanti!
Chi vive, quando vive, non si vede: vive… Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive piú: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina. Perché ogni forma è una morte.
Pochissimi lo sanno; i piú, quasi tutti, lottano, s’affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d’aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire.
Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi piú da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d’esser vivi.
Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato.
Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è piú in essa: perché se fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla.
E morremmo ogni giorno di piú in essa, che è già per sì una morte, senza conoscerla.
Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto.
Conoscersi è morire.
Il mio caso è anche peggiore.
Io vedo non ciò che di me è morto; vedo che non sono mai stato vivo, vedo la forma che gli altri, non io, mi hanno data, e sento che in questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c’è stata mai.
Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un’anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo.
E grido, l’anima mia grida dentro questa forma morta che mai non è stata mia: –
 Ma come? io, questo? io, così? ma quando mai? –
E ho nausea, orrore, odio di questo che non sono io, che non sono stato mai io; di questa forma morta, in cui sono prigioniero, e da cui non mi posso liberare.
Forma gravata di doveri, che non sento miei, oppressa da brighe di cui non m’importa nulla, fatta segno d’una considerazione di cui non so che farmi; forma che è questi doveri, queste brighe, questa considerazione, fuori di me, sopra di me: cose vuote, cose morte che mi pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano e non mi fanno piú respirare.

Liberarmi?
Ma nessuno può fare che il fatto sia come non fatto, e che la morte non sia, quando ci ha preso e ci tiene.
Ci sono i fatti.
Quando tu, comunque, hai agito, anche senza che ti sentissi e ti ritrovassi, dopo, negli atti compiuti; quello che hai fatto resta, come una prigione per te.
E come spire e tentacoli t’avviluppano le conseguenze delle tue azioni.
E ti grava attorno come un’aria densa, irrespirabile la responsabilità, che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non prevedute, ti sei assunta. E come puoi piú liberarti?
Come potrei io nella prigione di questa forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quali tutti mi conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e muovere una vita diversa, una mia vera vita? una vita in una forma: che sento morta, ma che deve sussistere per gli altri, per tutti quelli che l’hanno messa su e la vogliono così e non altrimenti?
Dev’essere questa, per forza.
Serve così, a mia moglie, ai miei figli, alla società, cioè ai signori studenti universitari della facoltà di legge, ai signori clienti che m’hanno affidato la vita, l’onore, la libertà, gli averi.
Serve così, e non posso mutarla, non posso prenderla a calci e levarmela dai piedi; ribellarmi, vendicarmi, se non per un attimo solo, ogni giorno, con l’atto che compio nel massimo segreto, cogliendo con trepidazione e circospezione infinita il momento opportuno, che nessuno mi veda.
Ecco.
Ho una vecchia cagna lupetta, da undici anni per casa, bianca e nera, grassa, bassa e pelosa, con gli occhi già appannati dalla vecchiaja.

Tra me e lei non c’erano mai stati buoni rapporti.
Forse, prima, essa non approvava la mia professione, che non permetteva si facessero rumori per casa; s’era messa però ad approvarla a poco a poco, con la vecchiaja; tanto che, per sfuggire alla tirannia capricciosa dei ragazzi, che vorrebbero ancora ruzzare con lei giú nel giardino, aveva preso da un pezzo il partito di rifugiarsi qua nel mio studio da mane a sera, a dormire sul tappeto col musetto aguzzo tra le zampe.
Tra tante carte e tanti libri, qua, si sentiva protetta e sicura. Di tratto in tratto schiudeva un occhio a guardarmi, come per dire:

«Bravo, sì, caro: lavora; non ti muovere di lì, perché è sicuro che, finché stai lì a lavorare, nessuno entrerà qui a disturbare il mio sonno.»
Così pensava certamente la povera bestia.
La tentazione di compiere su lei la mia vendetta mi sorse, quindici giorni or sono, all’improvviso, nel vedermi guardato così.
Non le faccio male; non le faccio nulla.
Appena posso, appena qualche cliente mi lascia libero un momento, mi alzo cauto, pian piano, dal mio seggiolone, perché nessuno s’accorga che la mia sapienza temuta e ambita, la mia sapienza formidabile di professore di diritto e d’avvocato, la mia austera dignità di marito, di padre, si siano per poco staccate dal trono di questo seggiolone;


e in punta di piedi mi reco all’uscio a spiare nel corridojo, se qualcuno non sopravvenga; chiudo l’uscio a chiave, per un momento solo;
gli occhi mi sfavillano di gioja, le mani mi ballano dalla voluttà che sto per concedermi, d’esser pazzo, d’esser pazzo per un attimo solo, d’uscire per un attimo solo dalla prigione di questa forma morta, di distruggere, d’annientare per un attimo solo, beffardamente, questa sapienza, questa dignità che mi soffoca e mi schiaccia;
corro a lei, alla cagnetta che dorme sul tappeto;
piano, con garbo, le prendo le due zampine di dietro e le faccio fare la carriola: le faccio muovere cioè otto o dieci passi, non piú, con le sole zampette davanti, reggendola per quelle di dietro.

Questo è tutto.
Non faccio altro.
Corro subito a riaprire l’uscio adagio adagio, senza il minimo cricchio, e mi rimetto in trono, sul seggiolone, pronto a ricevere un nuovo cliente, con l’austera dignità di prima, carico come un cannone di tutta la mia sapienza formidabile.

Ma, ecco, la bestia, da quindici giorni, rimane come basita a mirarmi, con quegli occhi appannati, sbarrati dal terrore.
Vorrei farle intendere – ripeto – che non è nulla; che stia tranquilla, che non mi guardi così.
Comprende, la bestia, la terribilità dell’atto che compio.
Non sarebbe nulla, se per scherzo glielo facesse uno dei miei ragazzi.
Ma sa ch’io non posso scherzare; non le è possibile ammettere che io scherzi, per un momento solo; e seguita maledettamente a guardarmi, atterrita.

La giara

La giara è una novella che Pirandello scrisse nel 1906 e da cui trasse un atto unico per il teatro nel 1916. La novella fu pubblicata nella raccolta Novelle per un anno nel 1917.

Don Lollò, ricco proprietario terriero, tirchio attaccabrighe acquista una giara enorme. Ma la giara misteriosamente viene trovata rotta. Viene allora chiamato un artigiano, zi Dima per aggiustarla, ma … i due non sono d’accordo sulle modalità.

Piena anche per gli olivi, quell’annata. Piante massaje, cariche l’anno avanti, avevano raffermato [confermato la loro solita produzione abbondante] tutte, a dispetto della nebbia che le aveva oppresse sul fiorire.
Lo Zirafa, che ne aveva un bel giro [una bella qualità] nel suo podere delle Quote a Primosole, prevedendo che le cinque giare vecchie di coccio smaltato che aveva in cantina non sarebbero bastate a contener tutto l’olio della nuova raccolta, ne aveva ordinata a tempo una sesta più capace [grande] a Santo Stefano di Camastra, dove si fabbricavano: alta a petto d’uomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa.
 Neanche a dirlo, aveva litigato anche col fornaciajo di là [padrone del forno in cui si cuoceva la terracotta] per questa giara.

E con chi non attaccava [briga] Don Lollò Zirafa?
Per ogni nonnulla, anche per una pietruzza caduta dal murello di cinta, anche per una festuca [filo] di paglia, gridava che gli sellassero la mula per correre in città a fare gli atti [la denuncia].
Così, a furia di carta bollata e di onorari agli avvocati, citando questo, citando quello e pagando sempre le spese per tutti, s’era mezzo rovinato.
Dicevano che il suo consulente legale, stanco di vederselo comparire davanti due o tre volte la settimana, per levarselo di torno, gli aveva regalato un libricino come quelli da messa: il codice, perché si scapasse [scervellasse] a cercare da sé il fondamento giuridico alle liti che voleva intentare.

Prima, tutti coloro con cui aveva da dire, per prenderlo in giro gli gridavano:
«Sellate la mula!»
Ora, invece:
«Consultate il calepino [codice]!»
E Don Lollò rispondeva:
«Sicuro, e vi fulmino tutti, figli d’un cane!»

Quella giara nuova, pagata quattr’onze [monete d’oro] ballanti e sonanti, in attesa del posto da trovarle in cantina, fu allogata [sistemata] provvisoriamente nel palmento [magazzino].

Quella giara nuova, pagata quattr’onze [monete d’oro] ballanti e sonanti, in attesa del posto da trovarle in cantina, fu allogata [sistemata] provvisoriamente nel palmento [magazzino].
Una giara così non s’era mai veduta.
Allogata in quell’antro intanfato [che puzzava] di mosto e di quell’odore acre e crudo che cova nei luoghi senz’aria e senza luce, faceva pena.

Da due giorni era cominciata l’abbacchiatura [battitura dei rami di ulivo] delle olive, e Don Lollò era su tutte le furie perché, tra gli abbacchiatori e i mulattieri venuti con le mule cariche di concime da depositare a mucchi su la costa per la favata [semina delle fave] della nuova stagione, non sapeva più come spartirsi, a chi badar prima.
E bestemmiava come un turco e minacciava di fulminare questi e quelli, se un’oliva, che fosse un’oliva, gli fosse mancata, quasi le avesse prima contate tutte a una a una su gli alberi; o se non fosse ogni mucchio di concime della stessa misura degli altri.

Col cappellaccio bianco, in maniche di camicia, spettorato [con la camicia aperta sul torace], affocato [arrossato] in volto e tutto sgocciolante di sudore, correva di qua e di là, girando gli occhi lupigni e stropicciandosi con rabbia le guance rase, su cui la barba prepotente rispuntava quasi sotto la raschiatura del rasojo.

Ora, alla fine della terza giornata, tre dei contadini che avevano abbacchiato, entrando nel palmento per deporvi le scale e le canne, restarono [esterrefatti alla] vista della bella giara nuova, spaccata in due, come se qualcuno, con un taglio netto, prendendo tutta l’ampiezza della pancia, ne avesse staccato tutto il lembo davanti.

«Guardate! guardate!»
«Chi sarà stato?»
«Oh mamma mia! E chi lo sente ora Don Lollò? La giara nuova, peccato!»

Il primo, più spaurito di tutti, propose di riaccostar subito la porta e andare via zitti zitti, lasciando fuori, appoggiate al muro, le scale e le canne.
Ma il secondo:
«Siete pazzi? Con Don Lollò? Sarebbe capace di credere che gliel’abbiamo rotta noi. Fermi qua tutti!»

Uscì davanti al palmento e, facendosi portavoce delle mani, chiamò:
«Don Lollò! Ah, Don Lollòooo!»

Eccolo là sotto la costa con gli scaricatori del concime: gesticolava al solito furiosamente, dandosi di tratto in tratto con ambo le mani una rincalcata al cappellaccio bianco.
Arrivava talvolta, a forza di quelle rincalcate, a non poterselo più strappare dalla nuca e dalla fronte.
Già nel cielo si spegnevano gli ultimi fuochi del crepuscolo, e tra la pace che scendeva su la campagna con le ombre della sera e la dolce frescura, avventavano i gesti di quell’uomo sempre infuriato.

«Don Lollò! Ah, Don Lollòoo!»

Quando venne su e vide lo scempio, parve volesse impazzire.

Si scagliò prima contro quei tre; ne afferrò uno per la gola e lo impiccò al muro, gridando:
«Sangue della Madonna, me la pagherete!»
Afferrato a sua volta dagli altri due, stravolti nelle facce terrigne e bestiali, rivolse contro sé stesso la rabbia furibonda, sbatacchiò a terra il cappellaccio, si percosse le guance, pestando i piedi e sbraitando a modo di quelli che piangono un parente morto:
«La giara nuova! Quattr’onze di giara! Non incignata [usata] ancora!»

Voleva sapere chi gliel’avesse rotta! Possibile che si fosse rotta da sé? Qualcuno per forza doveva averla rotta, per infamità o per invidia! Ma quando? Ma come? Non si vedeva segno di violenza! Che fosse arrivata rotta dalla fabbrica? Ma che! Sonava come una campana!

Appena i contadini videro che la prima furia gli era caduta, cominciarono a esortarlo a calmarsi.
La giara si poteva sanare. Non era poi rotta malamente. Un pezzo solo. Un bravo conciabrocche [artigiano che ripara le brocche e gli altri oggetti di terracotta] l’avrebbe rimessa su, nuova.
C’era giusto Zi’ Dima Licasi, che aveva scoperto un mastice miracoloso, di cui serbava gelosamente il segreto: un mastice, che neanche il martello ci poteva [poteva romperla], quando aveva fatto presa.

Ecco, se Don Lollò voleva, domani, alla punta dell’alba, Zi’ Dima Licasi sarebbe venuto lì e, in quattro e quattr’otto, [avrebbe aggiustato] la giara, meglio di prima.

Don Lollò diceva di no, a quelle esortazioni: ch’era tutto inutile; che non c’era più rimedio; ma alla fine si lasciò persuadere, e il giorno appresso, all’alba, puntuale, si presentò a Primosole Zi’ Dima Licasi con la cesta degli attrezzi dietro le spalle.

Era un vecchio sbilenco, dalle giunture storpie e nodose, come un ceppo antico d’olivo saraceno. Per cavargli una parola di bocca ci voleva l’uncino.

Mutria [malinconia], o tristezza radicate in quel suo corpo deforme; o anche sconfidenza [sfiducia] che nessuno potesse capire e apprezzare giustamente il suo merito d’inventore non ancora patentato.
Voleva che parlassero i fatti, Zi’ Dima Licasi.
Doveva poi guardarsi davanti e dietro, perché non gli rubassero il segreto.
«Fatemi vedere codesto mastice», gli disse per prima cosa Don Lollò, dopo averlo squadrato a lungo, con diffidenza.
Zi’ Dima negò col capo, pieno di dignità.
«[quando la giara sarà] All’opera si vede».
«Ma verrà bene?»

Zi’ Dima posò a terra la cesta; ne cavò un grosso fazzoletto di cotone rosso, logoro e tutto avvoltolato; prese a svolgerlo pian piano, tra l’attenzione e la curiosità di tutti, e quando alla fine venne fuori un pajo d’occhiali col sellino e le stanghe rotti e legati con lo spago, lui sospirò e gli altri risero.
Zi’ Dima non se ne curò; si pulì le dita prima di pigliare gli occhiali; se li inforcò; poi si mise a esaminare con molta gravità la giara tratta su l’aja [nel cortile della fattoria].
Disse:
«Verrà bene».
«Col mastice solo però», disse per patto lo Zirafa, «non mi fido. Ci voglio anche i punti».
«Me ne vado», rispose senz’altro Zi’ Dima, rizzandosi e rimettendosi la cesta dietro le spalle.
Don Lollò lo acchiappò per un braccio.

«Dove? Messere e porco, così trattate? Ma guarda un po’ che arie da Carlomagno! Scannato miserabile e pezzo d’asino, ci devo metter olio, io, là dentro, e l’olio trasuda! Un miglio di spaccatura, col mastice solo? Ci voglio i punti. Mastice e punti. Comando io».

Zi’ Dima chiuse gli occhi, strinse le labbra e scosse il capo.
Tutti così! Gli era negato il piacere di fare un lavoro pulito, filato coscienziosamente a regola d’arte e di dare una prova della virtù del suo mastice.

«Se la giara» disse «non suona di nuovo come una campana…»
«Non sento niente», lo interruppe Don Lollò.
«I punti! Pago mastice e punti. Quanto vi debbo dare?»
«Se col mastice solo…»
«Càzzica, che testa!» esclamò lo Zirafa.
«Come parlo? V’ho detto che ci voglio i punti. C’intenderemo a lavoro finito: non ho tempo da perdere con voi».

E se n’andò a badare ai suoi uomini.
Zi’ Dima si mise all’opera gonfio d’ira e di dispetto.
E l’ira e il dispetto gli crebbero a ogni foro che praticava col trapano nella giara e nel lembo staccato per farvi passare il fil di ferro della cucitura.
Accompagnava il frullo della saettella [il rumore del trapano] con grugniti a mano a mano più frequenti e più forti; e il viso gli diventava più verde dalla bile e gli occhi più aguzzi e accesi di stizza.

Finita quella prima operazione, scagliò con rabbia il trapano nella cesta; applicò il lembo staccato alla giara per provare se i fori erano a egual distanza e in corrispondenza tra loro, poi con le tenaglie fece del fil di ferro tanti pezzetti quant’erano i punti che doveva dare, e chiamò per ajuto uno dei contadini che abbacchiavano.

«Coraggio, Zi’ Dima!» gli disse quello, vedendogli la faccia alterata.
Zi’ Dima alzò la mano a un gesto rabbioso.

Aprì la scatola di latta che conteneva il mastice, e lo levò al cielo, scotendolo, come per offrirlo a Dio, visto che gli uomini non volevano riconoscerne la virtù: poi col dito cominciò a spalmarlo tutt’in giro al lembo staccato e lungo la spaccatura; prese le tenaglie e i pezzetti di fil di ferro preparati avanti [prima], e si cacciò dentro la pancia aperta della giara, ordinando al contadino d’applicare il lembo alla giara, così come aveva fatto lui poc’anzi.
Prima di cominciare a dare i punti:
«Tira!» disse dall’interno della giara al contadino.
«Tira con tutta la tua forza! Vedi se si stacca più? Malanno a chi non ci crede! Picchia, picchia! Suona, sì o no, come una campana, anche con me qua dentro? Va’, va’ a dirlo al tuo padrone!»
«Chi è sopra comanda, Zi’ Dima», sospirò il contadino, «e chi è sotto si danna! Date i punti, date i punti».

E Zi’ Dima si mise a far passare ogni pezzetto di fil di ferro attraverso i due fori accanto, l’uno di qua e l’altro di là dalla saldatura; e con le tenaglie ne attorceva i due capi.
Ci volle un’ora a passarli tutti.
I sudori, giù a fontana, dentro la giara.
Lavorando, si lagnava della sua mala sorte.
E il contadino, di fuori, a confortarlo.

«Ora ajutami a uscirne», disse alla fine Zi’ Dima.
Ma quanto larga di pancia, tanto quella giara era stretta di collo.
Zi’ Dima, nella rabbia, non ci aveva fatto caso.
Ora, prova e riprova, non trovava più modo a uscirne.
E il contadino, invece di dargli ajuto, eccolo là, si torceva dalle risa.
 Imprigionato, imprigionato nella giara da lui stesso sanata, e che ora «non c’era via di mezzo» per farlo uscire, doveva esser rotta daccapo e per sempre.

Alle risa, alle grida, sopravvenne Don Lollò.
Zi’ Dima, dentro la giara, era come un gatto inferocito.
«Fatemi uscire!» urlava. «Corpo di Dio, voglio uscire! Subito! Datemi ajuto!»
Don Lollò rimase dapprima come stordito. Non sapeva crederci.

«Ma come? Là dentro? s’è cucito là dentro?»

S’accostò alla giara e gridò al vecchio:
«Ajuto? E che ajuto posso darvi io? Vecchiaccio stolido [stolto], ma come? non dovevate prender prima le misure? Su, provate: fuori un braccio … così! e la testa … su … no, piano! Che! giù … aspettate! così no! giù, giù … Ma come avete fatto? E la giara, adesso? Calma! Calma! Calma!» Si mise a raccomandare tutt’intorno, come se la calma stessero per perderla gli altri e non lui.

«Mi fuma la testa! Calma! Questo è caso nuovo … La mula!»
Picchiò con le nocche delle dita su la giara.
Sonava davvero come una campana.
«Bella! Rimessa a nuovo … Aspettate!» disse al prigioniero.
«Va’ a sellarmi la mula!» ordinò al contadino; e, grattandosi con tutte le dita la fronte, seguitò a dire tra sé:
«Ma vedete un po’ che mi capita! Questa non è giara! Quest’è ordigno del diavolo! Fermo! Fermo lì! E accorse a regger la giara, in cui Zi’ Dima, furibondo, si dibatteva come una bestia in trappola.

«Caso nuovo, caro mio, che deve risolvere l’avvocato! Io non mi fido. La mula! La mula! Vado e torno, abbiate pazienza! Nell’interesse vostro … Intanto, piano! calma! Io mi guardo i miei.
E prima di tutto, per salvare il mio diritto, faccio il mio dovere. Ecco vi pago il lavoro, vi pago la giornata. Cinque lire. Vi bastano?»

«Non voglio nulla!» gridò Zi’ Dima. «Voglio uscire!»
«Uscirete. Ma io, intanto, vi pago. Qua, cinque lire.»
Le cavò dal taschino del panciotto e le buttò nella giara.
Poi domandò, premuroso: «Avete fatto colazione? Pane e companatico, subito! Non ne volete? Buttatelo ai cani! A me basta che ve l’abbia dato».
Ordinò che gli si desse; montò in sella, e via di galoppo per la città.
Chi lo vide, credette che andasse a chiudersi da sé al manicomio, tanto e in così strano modo gesticolava.

Per fortuna, non gli toccò di fare anticamera nello studio dell’avvocato; ma gli toccò d’attendere un bel po’, prima che questo finisse di ridere, quando gli ebbe esposto il caso.

Delle risa si stizzì:
«Che c’è da ridere, scusi? A vossignoria non brucia! La giara è mia!»

Ma quello seguitava a ridere e voleva che gli rinarrasse il caso, com’era stato, per farci su altre risate.
Dentro, eh? S’era, cucito dentro? E lui, Don Lollò, che pretendeva? Te … tene … tenerlo là dentro … ah ah ah … ohi ohi ohi … tenerlo là dentro per non perderci la giara?»

«Ce la devo perdere?» domandò lo Zirafa con le pugna serrate.
«Il danno e lo scorno [umiliazione]?»
«Ma sapete come si chiama questo?» gli disse in fine l’avvocato.
«Si chiama sequestro di persona!»
«Sequestro? E chi l’ha sequestrato?» esclamò lo Zirafa.
«S’è sequestrato lui da sé! Che colpa ne ho io?»

L’avvocato allora gli spiegò che erano due casi.
Da un canto, lui, Don Lollò, doveva subito liberare il prigioniero per non rispondere di sequestro di persona; dall’altro, il conciabrocche doveva rispondere del danno che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua storditaggine.

«Ah!» rifiatò lo Zirafa.
«Pagandomi la giara!»
«Piano!» osservò l’avvocato.
«Non come se fosse nuova, badiamo!»

«E perché?»
«Ma perché era rotta, oh bella!»
«Rotta? Nossignore. Ora è sana. Meglio che sana, lo dice lui stesso! E se ora torno a romperla, non potrò più farla risanare. Giara perduta, signor avvocato!»
L’avvocato gli assicurò che se ne sarebbe tenuto conto, facendogliela pagare per quanto valeva nello stato in cui era adesso.
«Anzi», gli consigliò, «fatela stimare avanti da lui stesso».
«Bacio le mani» disse Don Lollò, andando via di corsa.

Di ritorno, verso sera, trovò tutti i contadini in festa attorno alla giara abitata.
Partecipava alla festa anche il cane di guardia saltando e abbaiando.

Zi’ Dima s’era calmato, non solo, ma aveva preso gusto anche lui alla sua bizzarra avventura e ne rideva con la gajezza mala dei tristi.
Lo Zirafa scostò tutti e si sporse a guardare dentro la giara.
«Ah! Ci stai bene?»
«Benone. Al fresco» rispose quello.
«Meglio che a casa mia».
«Piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi costò quattr’onze, nuova.
Quanto credi che possa costare adesso?»

«Con me qua dentro?» domandò Zi’ Dima.
I villani risero.
«Silenzio!» gridò lo Zirafa.
«Delle due l’una: o il tuo mastice serve a qualche cosa, o non serve a nulla: se non serve a nulla, tu sei un imbroglione; se serve a qualche cosa, la giara, così com’è, deve avere il suo prezzo. Che prezzo? Stimala a tu».

Zi’ Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse:
«Rispondo. Se lei me l’avesse fatta conciare col mastice solo, com’io volevo, io, prima di tutto, non mi troverei qua dentro, e la giara avrebbe su per giù lo stesso prezzo di prima.
Così sconciata con questi puntacci, che ho dovuto darle per forza di qua dentro, che prezzo potrà avere? Un terzo di quanto valeva, sì e no».

«Un terzo?» domandò lo Zirafa.
«Un’onza e trentatré?»
«Meno sì, più no».
«Ebbene», disse Don Lollò.
«Passi la tua parola, e dammi un’onza e trentatré».
«Che?» fece Zi’ Dima, come se non avesse inteso.
«Rompo la giara per farti uscire», rispose Don Lollò, «e tu, dice l’avvocato, me la paghi per quanto l’hai stimata: un’onza e trentatré».

«Io pagare?» sghignazzò Zi’ Dima.
«Vossignoria scherza! Qua dentro ci faccio i vermi».

E tratta di tasca con qualche stento la pipetta intartarita, l’accese e si mise a fumare, cacciando il fumo per il collo della giara.

Don Lollò ci restò brutto [male]. Quest’altro caso, che Zi’ Dima ora non volesse più uscire dalla giara, né lui né l’avvocato l’avevano previsto. E come si risolveva adesso?

Fu lì lì per ordinare di nuovo: «La mula!», ma pensò ch’era già sera.
«Ah, sì» disse. «Ti vuoi domiciliare nella mia giara? Testimoni i tutti qua! Non vuole uscirne lui, per non pagarla; io sono pronto a romperla! Intanto, poiché vuole stare lì, domani io lo cito per alloggio abusivo e perché mi impedisce l’uso della giara».

Zi’ Dima cacciò prima fuori un’altra boccata di fumo, poi rispose, placido:
«Nossignore. Non voglio impedirle niente, io. Sto forse qua per piacere? Mi faccia uscire, e me ne vado volentieri. Pagare … neanche per scherzo, vossignoria!»

Don Lollò, in un impeto di rabbia, alzò un piede per avventare un calcio alla giara; ma si trattenne; la abbrancò invece con ambo le mani e la scrollò tutta, fremendo.
«Vede che mastice?» gli disse Zi’ Dima.
«Pezzo da galera!» ruggì allora lo Zirafa.
«Chi l’ha fatto il male, io o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame là dentro! Vedremo chi la vince!»
E se n’andò, non pensando alle cinque lire che gli aveva buttate la mattina dentro la giara.
Con esse, per cominciare, Zi’ Dima pensò di far festa quella sera insieme coi contadini che, avendo fatto tardi per quello strano accidente, rimanevano a passare la notte in campagna, all’aperto, su l’aja.
Uno andò a far le spese in una taverna lì presso.
A farlo apposta, c’era una luna che pareva fosse giorno.

A una cert’ora Don Lollò, andato a dormire, fu svegliato da un baccano d’inferno.
S’affacciò a un balcone della cascina e vide su l’aja, sotto la luna, tanti diavoli: i contadini ubriachi che, presisi per mano, ballavano attorno alla giara.
Zi’ Dima, là dentro, cantava a squarciagola.
Questa volta non poté più reggere, Don Lollò: si precipitò come un toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo, con uno spintone mandò a rotolare la giara giù per la costa.

Rotolando, accompagnata dalle risa degli ubriachi, la giara andò a spaccarsi contro un olivo.
E la vinse Zi’ Dima.

Se vuoi vedere la versione cinematografica, questa è tratta dal film Kaos dei fratelli Taviani. Buona visione.

https://www.raiplay.it/video/2016/11/Kaos-La-giara-2cfd67cb-0a9b-4471-823f-67a808e18ea5.html

Analisi del testo – La giara

La giara è un mitico oggetto di terracotta destinato a contenere una grande quantità di olio e a simboleggiare così l’abbondanza dell’annata. Attorno ad essa ruotano due mondi:

  • quello ridente e festante dei contadini, pur consapevoli del loro ruolo di persone sottomesse ai padroni,
  • quello dei due co-protagonisti, in perenne contrasto tra loro.

Si potrebbe dire che attraverso questi due personaggi Pirandello condensa il tema delle tante verità, dei tanti punti di vista attraverso i quali si svolgono gli eventi della vita.

Entrambi i personaggi, pur nella loro differente personalità, sono portavoce di un profondo disagio esistenziale:

  • Don Lollò lo esprime attraverso la perenne ricerca della giustizia, attraverso le parole del suo avvocato o attraverso il calepino che gli è stato donato.
  • Zi’ Dima, invece, è insoddisfatto della percezione che gli altri hanno di lui: mentre egli sa di aver inventato un mastice prodigioso, gli altri sembrano svalutare questo prodotto, non credendo alle sue proprietà.

Il riso che suscita il carattere petulante di Don Lollò di fronte all’assurda situazione di Zi’ Dima chiuso nella giara è solo un aspetto superficiale ed esteriore, che si collega al tema dell’umorismo di Pirandello.

La vicenda fa riflettere sul tema degli uomini perennemente alla ricerca di una logica degli eventi, che invece sfugge a qualsiasi analisi.

Alcuni critici hanno voluto identificare nella situazione di Zi’ Dima, prigioniero all’interno della giara, la condizione dell’uomo nella società, prigioniero di regole e leggi che lo soffocano. Altri ancora, nella costanza con cui egli sa attendere lo sviluppo degli eventi, provocando la stizza del suo antagonista, hanno voluto vedere la suprema libertà della vita, che supera qualsiasi regola astratta. La differenza delle interpretazioni ci riporta al ltema del relativismo pirandelliano.

Tecniche narrative – La giara

La novella ha uno sviluppo lineare; dopo un’introduzione che introduce alcuni elementi di contesto, come l’abbondanza dell’annata e alcune caratteristiche salienti della personalità di Don Lollò, il racconto si sviluppa dal tramonto di una giornata di lavoro fino alla notte del giorno successivo.

Molto spazio è dedicato alla rappresentazione dell’ambiente contadino siciliano nel momento dell’abbacchiatura delle olive, in autunno.

Ma molti particolari servono per mostrare le caratteristiche di uno dei due personaggi principali, Don Lollò Zirafa, iracondo e litigioso, sempre pronto a ricorrere al codice civile o all’avvocato per risolvere ogni problema.

A lui si contrappone il carattere chiuso, taciturno e cupo del conciabrocche, anch’egli per certi versi maniaco, torturato dalla scarsa fiducia che gli altri ripongono nel suo mastice.

Nella novella compare anche un personaggio corale, collettivo, quello dei contadini, che in questa novella sono rappresentati nella gioia dei momenti di festa, allietati da un bellissimo paesaggio. “A farlo apposta, c’era una luna che pareva fosse raggiornato“.

L’intreccio è vivace e svelto, giocato sulla sfida che si svolge tra Don Lollò e Zi’ Dima, una gara di intelligenza basata su un dialogo veloce e serrato, con un ritmo rapidissimo.

La lingua è ricca di aggettivi, molto varia, a tratti complessa, con aperture al registro giuridico e addirittura alla battuta scurrile.

Esercizi di scrittura – La giara

Rispondi a queste domande.

  1. Comprensione
  • Chi è Don Lollò e per quale ragione compera una giara nuova?
  • Che cosa succede alla giara nuova? Chi ne è il responsabile?
  • Come si comporta Don Lollò quando si rende conto che la sua giara è rotta?
  • Quale decisione viene presa?
  • Qual è la posizione di Don Lollò relativamente alla procedura da seguire per riparare la giara?
  • E qual è invece la posizione di Zi’ Dima?
  • Chi dei due contendenti vince questa prima battaglia?
  • Da chi si fa aiutare Zi’ Dima per mettere i punti alla giara?
  • Come procede?
  • Che cosa succede dopo?
  • Che cosa pensa di fare Don Lollò per risolvere il problema?
  • Come reagisce l’avvocato al racconto di Don Lollò e che cosa consiglia?
  • Che cosa succede invece?
  • Come si conclude la novella?

2. I personaggi di Don Lollò e Zi’ Dima sono diversi e perennemente in conflitto. Prova a descrivere le diverse caratteristiche di don Lollò e zì Dima ponendo l’attenzione ai caratteri fisici, agli atteggiamenti, al carattere, alla cultura e ai sentimenti e agli ideali che li muovono.

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3. Ricostruisci schematicamente le diverse fasi dello scontro tra i due personaggi, citando per ogni fase una frase significativa tratta dal testo.

4. Nella novella viene data particolare importanza all’ambiente. Se dovessi scrivere qualcosa su questo tema, da quali passi del testo prenderesti spunto?

5. Come potresti definire la voce narrante della novella? Come giustifichi la tua scelta?

6. Rivedi la scena finale del racconto, quando Don Lollò, svegliato dal trambusto, vede sotto la luna i contadini ubriachi che ballano attorno alla giara. A chi vengono paragonati i contadini? Per quale ragione, a tuo parere?

7. Confronta l’ambiente contadino descritto nella novella con la rappresentazione che ne viene fornita da Verga nella novella La roba.

8. Quale dei due protagonisti ti piace di più? Per quale motivo?

9. Quali temi tipici della poetica di Pirandello sono presenti in questa novella?

La patente

Quando Chiàrchiaro, onesto padre di famiglia, viene additato come jettatore, perde il lavoro.  la sua situazione è drammatica, la superstizione popolare sta mettendo in difficoltà la sua famiglia.  Lui cerca una soluzione, cerca una via d’uscita, in modo … creativo.

A volte capita che nella vita qualcuno ci appiccichi addosso un’etichetta. Non sempre questo ci è gradito. In questa novella Pirandello ci mostra, con la sua sapiente penna, la via d’uscita alla spiacevolissima situazione in cui il protagonista Chiàrchiaro si era trovato, a causa della superstizione popolare.


Con quale inflessione di voce e quale atteggiamento d’occhi e di mani, curvandosi, come chi regge rassegnatamente su le spalle un peso insopportabile, il magro giudice D’Andrea soleva ripetere:
«Ah, figlio caro!» a chiunque gli facesse qualche scherzosa osservazione per il suo strambo modo di vivere!
Non era ancor vecchio; poteva avere appena quarant’anni; ma cose stranissime e quasi inverosimili, mostruosi intrecci di razze, misteriosi travagli di secoli bisognava immaginare per giungere a una qualche approssimativa spiegazione di quel prodotto umano che si chiamava il giudice D’Andrea.
E pareva ch’egli, oltre che della sua povera, umile, comunissima storia familiare, avesse notizia certa di quei mostruosi intrecci di razze, donde al suo smunto sparuto viso di bianco eran potuti venire quei capelli crespi gremiti da negro; e fosse consapevole di quei misteriosi infiniti travagli di secoli, che su la vasta fronte protuberante gli avevano accumulato tutto quel groviglio di rughe e tolto quasi la vista ai piccoli occhi plumbei, e scontorto tutta la magra, misera personcina.
Così sbilenco, con una spalla più alta dell’altra, andava per via di traverso, come i cani.
Nessuno però, moralmente, sapeva rigar più diritto di lui.
Lo dicevano tutti.
Vedere, non aveva potuto vedere molte cose, il giudice D’Andrea; ma certo moltissime ne aveva pensate, e quando il pensare è più triste, cioè di notte.
Il giudice D’Andrea non poteva dormire.
Passava quasi tutte le notti alla finestra a spazzolarsi una mano a quei duri gremiti suoi capelli da negro, con gli occhi alle stelle, placide e chiare le une come polle di luce, guizzanti e pungenti le altre;
e metteva le più vive in rapporti ideali di figure geometriche, di triangoli e di quadrati, e, socchiudendo le palpebre dietro le lenti, pigliava tra i peli delle ciglia la luce d’una di quelle stelle, e tra l’occhio e la stella stabiliva il legame d’un sottilissimo filo luminoso, e vi avviava l’anima a passeggiare come un ragnetto smarrito.
Il pensare così di notte non conferisce molto alla salute.
L’arcana solennità che acquistano i pensieri produce quasi sempre, specie a certuni che hanno in sè una certezza su la quale non possono riposare, la certezza di non poter nulla sapere e nulla credere non sapendo, qualche seria costipazione.
Costipazione d’anima, s’intende.
E al giudice D’Andrea, quando si faceva giorno, pareva una cosa buffa e atroce nello stesso tempo, ch’egli dovesse recarsi al suo ufficio d’Istruzione ad amministrare – per quel tanto che a lui toccava – la giustizia ai piccoli poveri uomini feroci.
Come non dormiva lui, così sul suo tavolino nell’ufficio d’Istruzione non lasciava mai dormire nessun incartamento, anche a costo di ritardare di due o tre ore il desinare e di rinunziar la sera, prima di cena, alla solita passeggiata coi colleghi per il viale attorno alle mura del paese.
Questa puntualità, considerata da lui come dovere imprescindibile, gli accresceva terribilmente il supplizio.
Non solo d’amministrare la giustizia gli toccava; ma d’amministrarla così, su due piedi.
Per poter essere meno frettolosamente puntuale, credeva d’aiutarsi meditando la notte.
Ma, neanche a farlo apposta, la notte, spazzolando la mano a quei suoi capelli da negro e guardando le stelle, gli venivano tutti i pensieri contrarii a quelli che dovevano fare al caso per lui, data la sua qualità di giudice istruttore; così che, la mattina dopo, anziché aiutata, vedeva insidiata e ostacolata la sua puntualità da quei pensieri della notte e cresciuto enormemente lo stento di tenersi stretto a quell’odiosa sua qualità di giudice istruttore.
Eppure, per la prima volta, da circa una settimana, dormiva un incartamento sul tavolino del giudice D’Andrea.
E per quel processo che stava lì da tanti giorni in attesa, egli era in preda a un’irritazione smaniosa, a una tetraggine soffocante.
Si sprofondava tanto in questa tetraggine, che gli occhi aggrottati, a un certo punto, gli si chiudevano.
Con la penna in mano, dritto sul busto, il giudice D’Andrea si metteva allora a pisolare, prima raccorciandosi, poi attrappandosi come un baco infratito che non possa più fare il bozzolo.
Appena, o per qualche rumore o per un crollo più forte del capo, si ridestava e gli occhi gli andavano lì, a quell’angolo del tavolino dove giaceva l’incartamento, voltava la faccia e, serrando le labbra, tirava con le nari fischianti aria aria aria e la mandava dentro, quanto più dentro poteva, ad allargar le viscere contratte dall’esasperazione, poi la ributtava via spalancando la bocca con un versaccio di nausea, e subito si portava una mano sul naso adunco a regger le lenti che, per il sudore, gli scivolavano.
Era veramente iniquo quel processo là: iniquo perché includeva una spietata ingiustizia contro alla quale un pover’uomo tentava disperatamente di ribellarsi senza alcuna probabilità di scampo.
C’era in quel processo una vittima che non poteva prendersela con nessuno.
Aveva voluto prendersela con due, lì in quel processo, coi primi due che gli erano capitati sotto mano, e, sissignori, la giustizia doveva dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, l’iniquità di cui quel pover’uomo era vittima.
A passeggio cercava di parlarne coi colleghi, ma questi, appena egli faceva il nome del Chiàrchiaro, cioè di colui che aveva intentato il processo, si alteravano in viso e si ficcavano subito una mano in tasca a stringervi una chiave, o sotto sotto allungavano l’indice e il mignolo a far le corna, o s’afferravano sul panciotto i gobbetti d’argento, i chiodi, i corni di corallo pendenti dalla catena dell’orologio.
 Qualcuno, più francamente, prorompeva:
– Per la Madonna Santissima, ti vuoi star zitto?
Ma non poteva starsi zitto il magro giudice D’Andrea. Se n’era fatta proprio una fissazione, di quel processo.
Gira gira, ricascava per forza a parlarne.
Per avere un qualche lume dai colleghi – diceva – per discutere così in astratto il caso.
Perché, in verità, era un caso insolito e speciosissimo quello d’un jettatore che si querelava per diffamazione contro i primi due che gli erano caduti sotto gli occhi nell’atto di far gli scongiuri di rito al suo passaggio.
Diffamazione?
Ma che diffamazione, povero disgraziato, se già da qualche anno era diffusissima in tutto il paese la sua fama di jettatore? se innumerevoli testimonii potevano venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni aveva dato segno di conoscere quella sua fama, ribellandosi con proteste violente?
Come condannare, in coscienza, quei due giovanotti quali diffamatori per aver fatto al passaggio di lui il gesto che da tempo solevano fare apertamente tutti gli altri, e primi fra tutti – eccoli là – gli stessi giudici?
E il D’Andrea si struggeva; si struggeva di più incontrando per via gli avvocati, nelle cui mani si erano messi quei due giovanotti, l’esile e patitissimo avvocato Grigli, dal profilo di vecchio uccello di rapina, e il grasso Manin Baracca, il quale, portando in trionfo su la pancia un enorme corno comperato per l’occasione e ridendo con tutta la pallida carnaccia di biondo majale eloquente, prometteva ai concittadini che presto in tribunale sarebbe stata per tutti una magnifica festa.
Orbene, proprio per non dare al paese lo spettacolo di quella «magnifica festa» alle spalle d’un povero disgraziato, il giudice D’Andrea prese alla fine la risoluzione di mandare un usciere in casa del Chiàrchiaro per invitarlo a venire all’ufficio d’Istruzione.
Anche a costo di pagar lui le spese, voleva indurlo a desistere dalla querela, dimostrandogli quattro e quattr’otto che quei due giovanotti non potevano essere condannati, secondo giustizia, e che dalla loro assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui certamente maggior danno, una più crudele persecuzione.
Ahimè, è proprio vero che è molto più facile fare il male che il bene, non solo perché il male si può fare a tutti e il bene solo a quelli che ne hanno bisogno;
ma anche, anzi sopra tutto, perché questo bisogno di aver fatto il bene rende spesso così acerbi e irti gli animi di coloro che si vorrebbero beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo.
Se n’accorse bene quella volta il giudice D’Andrea, appena alzò gli occhi a guardar il Chiàrchiaro, che gli era entrato nella stanza, mentr’egli era intento a scrivere.
Ebbe uno scatto violentissimo e buttò all’aria le carte, balzando in piedi e gridandogli:
– Ma fatemi il piacere! Che storie son queste? Vergognatevi!
Il Chiàrchiaro s’era combinata una faccia da jettatore, ch’era una meraviglia a vedere.
S’era lasciata crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliata; si era insellato sul naso un paio di grossi occhiali cerchiati d’osso, che gli davano l’aspetto d’un barbagianni; aveva poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfiava da tutte le parti.
Allo scatto del giudice non si scompose.
Dilatò le nari, digrignò i denti gialli e disse sottovoce:
– Lei dunque non ci crede?
– Ma fatemi il piacere! – ripeté il giudice D’Andrea.
– Non facciamo scherzi, caro Chiàrchiaro! O siete impazzito? Via, via, sedete, sedete qua.
E gli s’accostò e fece per posargli una mano su la spalla.
Subito il Chiàrchiaro sfagliò come un mulo, fremendo:
– Signor giudice, non mi tocchi! Se ne guardi bene! O lei, com’è vero Dio, diventa cieco!
Il D’Andrea stette a guardarlo freddamente, poi disse:
– Quando sarete comodo… Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene. Là c’è una sedia, sedete.
Il Chiàrchiaro sedette e, facendo rotolar con le mani su le cosce la canna d’India a mo’ d’un matterello, si mise a tentennare il capo.
– Per il mio bene? Ah, lei si figura di fare il mio bene, signor giudice, dicendo di non credere alla jettatura?
Il D’Andrea sedette anche lui e disse:
– Volete che vi dica che ci credo? E vi dirò che ci credo! Va bene così?
– Nossignore, – negò recisamente il Chiàrchiaro, col tono di chi non ammette scherzi.
– Lei deve crederci sul serio, e deve anche dimostrarlo istruendo il processo!
– Questo sarà un po’ difficile, – sorrise mestamente il D’Andrea. – Ma vediamo di intenderci, caro Chiàrchiaro. Voglio dimostrarvi che la via che avete preso non è propriamente quella che possa condurvi a buon porto.
– Via? porto? Che porto e che via? – domandò, aggrondato, il Chiàrchiaro.
– Né questa d’adesso, – rispose il D’Andrea, – né quella là del processo. Già l’una e l’altra scusate, son tra loro così.
E il giudice D’Andrea infrontò gli indici delle mani per significare che le due vie gli parevano opposte.
Il Chiàrchiaro si chinò e tra i due indici così infrontati del giudice ne inserì uno suo, tozzo, peloso e non molto pulito. 

– Non è vero niente, signor giudice! – disse, agitando quel dito.
– Come no? – esclamò il D’Andrea.
– Là accusate come diffamatori due giovani perché vi credono jettatore, e ora qua voi stesso vi presentate innanzi a me in veste di jettatore e pretendete anzi ch’io creda alla vostra jettatura.
– Sissignore.
– E non vi pare che ci sia contraddizione?
Il Chiàrchiaro scosse più volte il capo con la bocca aperta a un muto ghigno di sdegnosa commiserazione.
– Mi pare piuttosto, signor giudice, – poi disse, – che lei non capisca niente.
Il D’Andrea lo guardò un pezzo, imbalordito.
– Dite pure, dite pure, caro Chiàrchiaro. Forse è una verità sacrosanta questa che vi è scappata dalla bocca. Ma abbiate la bontà di spiegarmi perché non capisco niente.
– Sissignore. Eccomi qua, – disse il Chiàrchiaro, accostando la seggiola.
– Non solo le farò vedere che lei non capisce niente; ma anche che lei è un mio mortale nemico. Lei, lei, sissignore. Lei che crede di fare il mio bene. Il mio più acerrimo nemico! Sa o non sa che i due imputati hanno chiesto il patrocinio dell’avvocato Manin Baracca?
– Sì. Questo lo so.
– Ebbene, all’avvocato Manin Baracca io, Rosario Chiàrchiaro, io stesso sono andato a fornire le prove del fatto: cioè, che non solo mi ero accorto da più d’un anno che tutti, vedendomi passare, facevano le corna, ma le prove anche, prove documentate e testimonianze irrepetibili dei fatti spaventosi su cui è edificata incrollabilmente, incrollabilmente, capisce, signor giudice? La mia fama di jettatore!
– Voi? Dal Baracca?
– Sissignore, io.
Il giudice lo guardò, più imbalordito che mai:
– Capisco anche meno di prima. Ma come? Per render più sicura l’assoluzione di quei giovanotti? E perché allora vi siete querelato?
Il Chiàrchiaro ebbe un prorompimento di stizza per la durezza di mente del giudice D’Andrea; si levò in piedi, gridando con le braccia per aria:
– Ma perché io voglio, signor giudice, un riconoscimento ufficiale della mia potenza, non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza spaventosa, che è ormai l’unico mio capitale!
E ansimando, protese il braccio, batté forte sul pavimento la canna d’India e rimase un pezzo impostato in quell’atteggiamento grottescamente imperioso.
Il giudice D’Andrea si curvò, si prese la testa tra le mani, commosso, e ripeté: Povero caro Chiàrchiaro mio, povero caro Chiàrchiaro mio, bel capitale! E che te ne fai? che te ne fai?
– Che me ne faccio? – rimbeccò pronto il Chiàrchiaro.
– Lei, padrone mio, per esercitare codesta professione di giudice, anche così male come la esercita, mi dica un po’, non ha dovuto prender la laurea?
– La laurea, sì.
– Ebbene, voglio anch’io la mia patente, signor giudice! La patente di jettatore. Col bollo. Con tanto di bollo legale! Jettatore patentato dal regio tribunale.
– E poi?
– E poi? Me lo metto come titolo nei biglietti da visita. Signor giudice, mi hanno assassinato.
Lavoravo. Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov’ero scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno più veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a una strada, con la moglie paralitica da tre anni e due ragazze nubili, di cui nessuno vorrà più sapere, perché sono figlie mie; viviamo del soccorso che ci manda da Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia anche lui, quattro bambini, e non può fare a lungo questo sacrifizio per noi.
Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione dello jettatore!
Mi sono parato così, con questi occhiali, con quest’abito; mi sono lasciato crescere la barba; e ora aspetto la patente per entrare in campo!
Lei mi domanda come? Me lo domanda perché, le ripeto, lei è un mio nemico!
– Io?
– Sissignore. Perché mostra di non credere alla mia potenza!
Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, tutti ci credono!
E ci son tante case da giuoco in questo paese! Basterà che io mi presenti; non ci sarà bisogno di dir nulla. Mi pagheranno per farmi andar via!
Mi metterò a ronzare attorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? io dico la tassa della salute!
Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!
Il giudice D’Andrea, ancora con la testa tra le mani, aspettò un pezzo che l’angoscia che gli serrava la gola desse adito alla voce.
Ma la voce non volle venir fuori; e allora egli, socchiudendo dietro le lenti i piccoli occhi plumbei, stese le mani e abbracciò il Chiàrchiaro a lungo, forte forte, a lungo.
Questi lo lasciò fare.
– Mi vuol bene davvero? – gli domandò – E allora istruisca subito il processo, e in modo da farmi avere al più presto quello che desidero.
– La patente?
Il Chiàrchiaro protese di nuovo il braccio, batté la canna d’India sul pavimento e, portandosi l’altra mano al petto, ripeté con tragica solennità:
– La patente.

Esercizi di scrittura – La patente

  • Delinea una descrizione del giudice D’Andrea.
  • Che cosa toglie il sonno al giudice D’Andrea?
  • Come lavora il giudice?
  • Per quale motivo il D’Andrea non riesce ad evadere la pratica Chiarchiaro?
  • Cosa pensa il giudice del Chiàrchiaro.
  • Delinea una descrizione di Rosario Chiarchiaro.
  • Che impressione ha fatto a te Chiarchiaro?
  • Cosa ti ha colpito di questa novella?
  • Quali temi tipici della poetica di Pirandello sono presenti in questa novella?

La signora Frola e il signor Ponza, suo genero

A Valdana si trasferiscono tre nuovi personaggi che improvvisamente catturano l’attenzione dell’intero paese. Il signor Ponza, sua moglie e la signora Frola, sua suocera, non vivono insieme, ma occupano due case diverse. Non solo, l’anziana signora non può accedere a casa del signor Ponza e per vedere sua figlia deve accontentarsi di lasciarle dei bigliettini in un paniere calato dalla ringhiera. Il narratore tenta di far chiarezza sul fatto, vissuto con inquietudine a Valdana, ricostruendo con attenzione le tre successive dichiarazioni rilasciate alle signore del paese da parte della signora Frola e del signor Ponza.

Ma insomma, ve lo figurate? C’è da ammattire sul serio tutti quanti a non poter sapere chi tra i due sia il pazzo, se questa signora Frola o questo signor Ponza, suo genero.
Cose che càpitano soltanto a Valdana, città disgraziata, calamìta di tutti i forestieri eccentrici! Pazza lei o pazzo lui; non c’è via di mezzo: uno dei due dev’esser pazzo per forza. Perché si tratta niente meno che di questo. 
Ma no, è meglio esporre prima con ordine.
Sono, vi giuro, seriamente costernato dell’angoscia in cui vivono da tre mesi gli abitanti di Valdana, e poco m’importa della signora Frola e del signor Ponza, suo genero. Perché, se è vero che una grave sciagura è loro toccata, non è men vero che uno dei due, almeno, ha avuto la fortuna d’impazzirne e l’altro l’ha aiutato, seguita ad aiutarlo così che non si riesce, ripeto, a sapere quale dei due veramente sia pazzo; e certo una consolazione meglio di questa non se la potevano dare. Ma dico di tenere così, sotto quest’incubo, un’intera cittadinanza, vi par poco? togliendole ogni sostegno al giudizio, per modo che non possa più distinguere tra fantasma e realtà. Un’angoscia, un perpetuo sgomento.
Ciascuno si vede davanti, ogni giorno, quei due; li guarda in faccia; sa che uno dei due è pazzo; li studia, li squadra, li spia e, niente! non poter scoprire quale dei due; dove sia il fantasma, dove la realtà. Naturalmente, nasce in ciascuno il sospetto pernicioso che tanto vale allora la realtà quanto il fantasma, e che ogni realtà può benissimo essere un fantasma e viceversa.
Vi par poco?
Nei panni del signor prefetto, io darei senz’altro, per la salute dell’anima degli abitanti di Valdana, lo sfratto alla signora Frola e al signor Ponza, suo genero. Ma procediamo con ordine.
Questo signor Ponza arrivò a Valdana or sono tre mesi, segretario di prefettura. Prese alloggio nel casolare nuovo all’uscita del paese, quello che chiamano “il Favo”. Lì. All’ultimo piano, un quartierino. Tre finestre che danno sulla campagna, alte, tristi (ché la facciata di là, all’aria di tramontana, su tutti quegli orti pallidi, chi sa perché, benché nuova, s’è tanto intristita) e tre finestre interne, di qua, sul cortile, ove gira la ringhiera del ballatoio diviso da tramezzi a grate. Pendono da quella ringhiera, lassù lassù, tanti panierini pronti a esser calati col cordino a un bisogno.
Nello stesso tempo, però, con meraviglia di tutti, il signor Ponza fissò nel centro della città, e propriamente in Via dei Santi n. 15, un altro quartierino ammobiliato di tre camere e cucina. Disse che doveva servire per la suocera, signora Frola. E difatti questa arrivò cinque o sei giorni dopo; e il signor Ponza si recò ad accoglierla, lui solo, alla stazione e la condusse e la lasciò lì, sola. Ora, via, si capisce che una figliuola, maritandosi, lasci la casa della madre per andare a convivere col marito, anche in un’altra città; ma che questa madre poi, non reggendo a star lontana dalla figliuola, lasci il suo paese, la sua casa, e la segua, e che nella città dove tanto la figliuola quanto lei sono forestiere vada ad abitare in una casa a parte, questo non si capisce più facilmente; o si deve ammettere tra suocera e genero una così forte incompatibilità da rendere proprio impossibile la convivenza, anche in queste condizioni.
Naturalmente a Valdana dapprima si pensò così. E certo chi scapitò per questo nell’opinione di tutti fu il signor Ponza. Della signora Frola, se qualcuno ammise che forse doveva averci anche lei un po’ di colpa, o per scarso compatimento o per qualche caparbietà o intolleranza, tutti considerarono l’amore materno che la traeva appresso alla figliuola, pur condannata a non poterle vivere accanto.
Gran parte ebbe in questa considerazione per la signora Frola e nel concetto che subito del signor Ponza s’impresse nell’animo di tutti, che fosse cioè duro, anzi crudele, anche l’aspetto dei due, bisogna dirlo. Tozzo, senza collo, nero come un africano, con folti capelli ispidi su la fronte bassa, dense e aspre sopracciglia giunte, grossi mustacchi lucidi da questurino, e negli occhi cupi, fissi, quasi senza bianco, un’intensità violenta, esasperata, a stento contenuta, non si sa se di doglia tetra o di dispetto della vista altrui, il signor Ponza non è fatto certamente per conciliarsi la simpatia o la confidenza.
Vecchina gracile, pallida, è invece la signora Frola, dai lineamenti fini, nobilissimi, e una aria malinconica, ma d’una malinconia senza peso, vaga e gentile, che non esclude l’affabilità con tutti.
Ora di questa affabilità, naturalissima in lei, la signora Frola ha dato subito prova in città, e subito per essa nell’animo di tutti è cresciuta l’avversione per il signor Ponza; giacché chiaramente è apparsa a ognuno l’indole di lei, non solo mite, remissiva, tollerante, ma anche piena d’indulgente compatimento per il male che il genero le fa; e anche perché s’è venuto a sapere che non basta al signor Ponza relegare in una casa a parte quella povera madre, ma spinge la crudeltà fino a vietarle anche la vista della figliuola.
Se non che, non crudeltà, protesta subito nelle sue visite alle signore di Valdana la signora Frola, ponendo le manine avanti, veramente afflitta che si possa pensare questo di suo genero. E s’affretta a decantarne tutte le virtù, a dirne tutto il bene possibile e immaginabile; quale amore, quante cure, quali attenzioni egli abbia per la figliuola, non solo, ma anche per lei, sì, sì, anche per lei; premuroso, disinteressato.  Ah, non crudele, no, per carità! C’è solo questo: che vuole tutta, tutta per sé la mogliettina, il signor Ponza, fino al punto che anche l’amore, che questa deve avere (e l’ammette, come no?) per la sua mamma, vuole che le arrivi non direttamente, ma attraverso lui, per mezzo di lui, ecco. Sì, può parere crudeltà, questa, ma non lo è; è un’altra cosa, un’altra cosa ch’ella, la signora Frola, intende benissimo e si strugge di non sapere esprimere. Natura, ecco.  ma no, forse una specie di malattia.  come dire? Mio Dio, basta guardarlo negli occhi. Fanno in prima una brutta impressione, forse, quegli occhi; ma dicono tutto a chi, come lei, sappia leggere in essi: la pienezza chiusa, dicono, di tutto un mondo d’amore in lui, nel quale la moglie deve vivere senza mai uscirne minimamente, e nel quale nessun altro, neppure la madre, deve entrare.
Gelosia? Sì, forse; ma a voler definire volgarmente questa totalità esclusiva d’amore.
Egoismo? Ma un egoismo che si dà tutto, come un mondo, alla propria donna! Egoismo, in fondo, sarebbe quello di lei a voler forzare questo mondo chiuso d’amore, a volervisi introdurre per forza, quand’ella sa che la figliuola è felice, così adorata. 
Questo a una madre può bastare!
Del resto, non è mica vero ch’ella non la veda, la sua figliuola. Due o tre volte al giorno la vede: entra nel cortile della casa; suona il campanello e subito la sua figliuola s’affaccia di lassù.
– Come stai Tildina?
– Benissimo, mamma. Tu?
– Come Dio vuole, figliuola mia. Giù, giù il panierino!
E nel panierino, sempre due parole di lettera, con le notizie della giornata. Ecco, le basta questo.
Dura ormai da quattr’anni questa vita, e ci s’è abituata la signora Frola. Rassegnata, sì. E quasi non ne soffre più.
Com’è facile intendere, questa rassegnazione della signora Frola, quest’abitudine ch’ella dice d’aver fatto al suo martirio, ridondano a carico del signor Ponza, suo genero, tanto più, quanto più ella col suo lungo discorso si affanna a scusarlo.
Con vera indignazione perciò, e anche dirò con paura, le signore di Valdana che hanno ricevuto la prima visita della signora Frola, accolgono il giorno dopo l’annunzio di un’altra visita inattesa, del signor Ponza, che le prega di concedergli due soli minuti d’udienza, per una “doverosa dichiarazione”, se non reca loro incomodo.
Affocato in volto, quasi congestionato, con gli occhi più duri e più tetri che mai, un fazzoletto in mano che stride per la sua bianchezza, insieme coi polsini e il colletto della camicia, sul nero della carnagione, del pelame e del vestito, il signor Ponza, asciugandosi di continuo il sudore che gli sgocciola dalla fronte bassa e dalle gote raschiose e violacee, non già per il caldo, ma per la violenza evidentissima dello sforzo che fa su se stesso e per cui anche le grosse mani dalle unghie lunghe gli tremano; in questo e in quel salotto, davanti a quelle signore che lo mirano quasi atterrite, domanda prima se la signora Frola, sua suocera, è stata a visita da loro il giorno avanti; poi, con pena, con sforzo, con agitazione di punto in punto crescenti, se ella ha parlato loro della figliuola e se ha detto che egli le vieta assolutamente di vederla e di salire in casa sua.
Le signore, nel vederlo così agitato, com’è facile immaginare, s’affrettano a rispondergli che la signora Frola, sì, è vero, ha detto loro di quella proibizione di vedere la figlia, ma anche tutto il bene possibile e immaginabile di lui, fino a scusarlo, non solo, ma anche a non dargli nessun’ombra di colpa per quella proibizione stessa. Se non che, invece di quietarsi, a questa risposta delle signore, il signor Ponza si agita di più; gli occhi gli diventano più duri, più fissi, più tetri; le grosse gocce di sudore più spesse; e alla fine, facendo uno sforzo ancor più violento su se stesso, viene alla sua “dichiarazione doverosa”.
La quale è questa, semplicemente: che la signora Frola, poveretta, non pare, ma è pazza. Pazza da quattro anni, sì. E la sua pazzia consiste appunto nel credere che egli non voglia farle vedere la figliuola.
Quale figliuola?
È morta, è morta da quattro anni la figliuola: e la signora Frola, appunto per il dolore di questa morte, è impazzita: per fortuna, impazzita, sì, giacché la pazzia è stata per lei lo scampo dal suo disperato dolore. Naturalmente non poteva scamparne, se non così, cioè credendo che non sia vero che la sua figliuola è morta e che sia lui, invece, suo genero, che non vuole più fargliela vedere.
Per puro dovere di carità verso un’infelice, egli, il signor Ponza, seconda da quattro anni, a costo di molti e gravi sacrifici, questa pietosa follia: tiene, con dispendio superiore alle sue forze, due case: una per sé, una per lei; e obbliga la sua seconda moglie, che per fortuna caritatevolmente si presta volentieri, a secondare anche lei questa follia.
Ma carità, dovere, ecco, fino a un certo punto: anche per la sua qualità di pubblico funzionario, il signor Ponza non può permettere che si creda di lui, in città, questa cosa crudele e inverosimile: ch’egli cioè, per gelosia o per altro, vieti a una povera madre di vedere la propria figliuola.
Dichiarato questo, il signor Ponza s’inchina innanzi allo sbalordimento delle signore, e va via. Ma questo sbalordimento delle signore non ha neppure il tempo di scemare un po’, che rieccoti la signora Frola con la sua aria dolce di vaga malinconia a domandare scusa se, per causa sua, le buone signore si sono prese qualche spavento per la visita del signor Ponza, suo genero.
E la signora Frola, con la maggior semplicità e naturalezza del mondo, dichiara a sua volta, ma in gran confidenza, per carità! poiché il signor Ponza è un pubblico funzionario, e appunto per questo ella la prima volta s’è astenuta dal dirlo, ma sì, perché questo potrebbe seriamente pregiudicarlo nella carriera; il signor Ponza, poveretto – ottimo, ottimo inappuntabile segretario alla prefettura, compìto, preciso in tutti i suoi atti, in tutti i suoi pensieri, pieno di tante buone qualità – il signor Ponza, poveretto, su quest’unico punto non.  non ragiona più, ecco; il pazzo è lui, poveretto; e la sua pazzia consiste appunto in questo: nel credere che sua moglie sia morta da quattro anni e nell’andar dicendo che la pazza è lei, la signora Frola che crede ancora viva la figliuola.
No, non lo fa per contestare in certo qual modo innanzi agli altri quella sua gelosia quasi maniaca e quella crudele proibizione a lei di vedere la figliuola, no; crede, crede sul serio il poveretto che sua moglie sia morta e che questa che ha con sé sia una seconda moglie.
Caso pietosissimo!
Perché veramente col suo troppo amore quest’uomo rischiò in prima di distruggere, d’uccidere la giovane mogliettina delicatina, tanto che si dovette sottrargliela di nascosto e chiuderla a insaputa di lui in una casa di salute.
Ebbene, il povero uomo, a cui già per quella frenesia d’amore s’era anche gravemente alterato il cervello, ne impazzì; credette che la moglie fosse morta davvero: e questa idea gli si fissò talmente nel cervello, che non ci fu più verso di levargliela, neppure quando, ritornata dopo circa un anno florida come prima, la mogliettina gli fu ripresentata. La credette un’altra; tanto che si dovette con l’aiuto di tutti, parenti e amici, simulare un secondo matrimonio, che gli ha ridato pienamente l’equilibrio delle facoltà mentali.
Ora la signora Frola crede d’aver qualche ragione di sospettare che da un pezzo suo genero sia del tutto rientrato in sé e ch’egli finga, finga soltanto di credere che sua moglie sia una seconda moglie, per tenersela così tutta per sé, senza contatto con nessuno, perché forse tuttavia di tanto in tanto gli balena la paura che di nuovo gli possa esser sottratta nascostamente.
Ma sì. Come spiegare, se no, tutte le cure, le premure che ha per lei, sua suocera, se veramente egli crede che è una seconda moglie quella che ha con sé? Non dovrebbe sentire l’obbligo di tanti riguardi per una che, di fatto, non sarebbe più sua suocera, è vero?
Questo, si badi, la signora Frola lo dice, non per dimostrare ancor meglio che il pazzo è lui; ma per provare anche a sé stessa che il suo sospetto è fondato.
– E intanto, – conclude con un sospiro che su le labbra le s’atteggia in un dolce mestissimo sorriso, – intanto la povera figliuola mia deve fingere di non esser lei, ma un’altra, e anch’io sono obbligata a fingermi pazza credendo che la mia figliuola sia ancora viva.
Mi costa poco, grazie a Dio, perché è là, la mia figliuola, sana e piena di vita; la vedo, le parlo; ma sono condannata a non poter convivere con lei, e anche a vederla e a parlarle da lontano, perché egli possa credere, o fingere di credere che la mia figliuola, Dio liberi, è morta e che questa che ha con sé è una seconda moglie.
Ma torno a dire, che importa se con questo siamo riusciti a ridare la pace a tutti e due? So che la mia figliuola è adorata, contenta; la vedo; le parlo; e mi rassegno per amore di lei e di lui a vivere così e a passare anche per pazza, signora mia, pazienza.  Dico, non vi sembra che a Valdana ci sia proprio da restare a bocca aperta, a guardarci tutti negli occhi, come insensati? A chi credere dei due? Chi è il pazzo? Dov’è la realtà? dove il fantasma? Lo potrebbe dire la moglie del signor Ponza.
Ma non c’è da fidarsi se, davanti a lui, costei dice d’esser seconda moglie; come non c’è da fidarsi se, davanti alla signora Frola, conferma d’esserne la figliuola. Si dovrebbe prenderla a parte e farle dire a quattr’occhi la verità. Non è possibile. Il signor Ponza – sia o no lui il pazzo – è realmente gelosissimo e non lascia vedere la moglie a nessuno.
La tiene lassù, come in prigione, sotto chiave; e questo fatto è senza dubbio in favore della signora Frola; ma il signor Ponza dice che è costretto a far così, e che sua moglie stessa anzi glielo impone, per paura che la signora Frola non le entri in casa all’improvviso. Può essere una scusa. Sta anche di fatto che il signor Ponza non tiene neanche una serva in casa. Dice che lo fa per risparmio, obbligato com’è a pagar l’affitto di due case; e si sobbarca intanto a farsi da sé la spesa giornaliera, e la moglie, che a suo dire non è la figlia della signora Frola, si sobbarca anche lei per pietà di questa, cioè d’una povera vecchia che fu suocera di suo marito, a badare a tutte le faccende di casa, anche alle più umili, privandosi dell’aiuto di una serva. Sembra a tutti un po’ troppo. Ma è anche vero che questo stato di cose, se non con la pietà, può spiegarsi con la gelosia di lui.
Intanto, il signor Prefetto di Valdana s’è contentato della dichiarazione del signor Ponza. Ma certo l’aspetto e in gran parte la condotta di costui non depongono in suo favore, almeno per le signore di Valdana più propense tutte quante a prestar fede alla signora Frola. Questa, difatti, viene premurosa a mostrar loro le letterine affettuose che le cala giù col panierino la figliuola, e anche tant’altri privati documenti, a cui però il signor Ponza toglie ogni credito, dicendo che le sono stati rilasciati per confortare il pietoso inganno.
Certo è questo, a ogni modo: che dimostrano tutt’e due, l’uno per l’altra, un meraviglioso spirito di sacrificio, commoventissimo; e che ciascuno ha per la presunta pazzia dell’altro la considerazione più squisitamente pietosa.
Ragionano tutt’e due a meraviglia; tanto che a Valdana non sarebbe mai venuto in mente a nessuno di dire che l’uno dei due era pazzo, se non l’avessero detto loro: il signor Ponza della signora Frola, e la signora Frola del signor Ponza.
La signora Frola va spesso a trovare il genero alla prefettura per aver da lui qualche consiglio, o lo aspetta all’uscita per farsi accompagnare in qualche compera: e spessissimo, dal canto suo, nelle ore libere e ogni sera il signor Ponza va a trovare la signora Frola nel quartierino ammobiliato; e ogni qual volta per caso l’uno s’imbatte nell’altra per via, subito con la massima cordialità si mettono insieme; egli le dà la destra e, se stanca, le porge il braccio, e vanno così, insieme, tra il dispetto aggrondato e lo stupore e la costernazione della gente che li studia, li squadra, li spia e, niente!, non riesce ancora in nessun modo a comprendere quale sia il pazzo dei due, dove sia il fantasma, dove la realtà.

Pensaci Giacomino!

C’è una realtà che sembra quello che non è …

La novella racconta le vicende dell’anziano professore di liceo, Agostino Toti, che ha ricevuto un’eredità da un lontano parente. L’uomo decide di sposare la giovane Maddalena, figlia del bidello della scuola. La donna ha una relazione con Giacomino Delisi, ex allievo del professore …

Da tre giorni il professore Agostino Toti non ha in casa quella pace, quel riso, a cui crede ormai di aver diritto.
Ha circa settant’anni, e dir che sia un bel vecchio, non si potrebbe neanche dire: piccoletto, con la testa grossa, calva, senza collo, il torso sproporzionato su due gambettine da uccello.
Sì, sì: il professor Toti lo sa bene, e non si fa la minima illusione, perciò, che Maddalena, la bella mogliettina, che non ha ancora ventisei anni, lo possa amare per se stesso.
È vero che egli se l’è presa povera e l’ha innalzata: figliuola del bidello del liceo, è diventata moglie d’un professore ordinario di scienze naturali, tra pochi mesi con diritto al massimo della pensione; non solo, ma ricco anche da due anni per una fortuna impensata, per una vera manna dal cielo: una eredità di quasi duecentomila lire, da parte d’un fratello spatriato da tanto tempo in Rumenia e morto celibe colà.
Non per tutto questo però il professor Toti crede d’aver diritto alla pace e al riso. Egli è filosofo: sa che tutto questo non può bastare a una moglie giovine e bella.
Se l’eredità fosse venuta prima del matrimonio, egli magari avrebbe potuto pretendere da Maddalenina un po’ di pazienza, che aspettasse cioè la morte di lui non lontana per rifarsi del sacrifizio d’aver sposato un vecchio.
Ma son venute troppo tardi, ahimè! quelle duecentomila lire, due anni dopo il matrimonio, quando già … quando già il professor Toti filosoficamente aveva riconosciuto, che non poteva bastare a compensare il sacrifizio della moglie la sola pensioncina ch’egli le avrebbe un giorno lasciata.
Avendo già concesso tutto prima, il professor Toti crede d’aver più che mai ragione di pretendere la pace e il riso ora, con l’aggiunta di quell’eredità vistosa.
Tanto più, poi, in quanto egli – uomo saggio veramente e dabbene – non si è contentato di beneficiar la moglie, ma ha voluto anche beneficiare … sì, lui, il suo buon Giacomino, già tra i più valenti alunni suoi al liceo, giovane timido, onesto, garbatissimo, biondo, bello e ricciuto come un angelo.
Ma sì, ma sì – ha fatto tutto, ha pensato a tutto il vecchio professore Agostino Toti.
Giacomino Delisi era sfaccendato, e l’ozio lo addolorava e lo avviliva; ebbene, lui, il professor Toti, gli ha trovato posto nella Banca Agricola, dove ha collocato le duecentomila lire dell’eredità.
C’è anche un bambino, ora, per casa, un angioletto di due anni e mezzo, a cui egli si è dedicato tutto, come uno schiavo innamorato.
Ogni giorno, non gli par l’ora che finiscano le lezioni al liceo per correre a casa, a soddisfare tutti i capriccetti del suo piccolo tiranno.
Veramente, dopo l’eredità, egli avrebbe potuto mettersi a riposo, rinunziando a quel massimo della pensione, per consacrare tutto il suo tempo al bambino.
Ma no! Sarebbe stato un peccato!
Dacché c’è, egli vuol portare fino all’ultimo quella sua croce, che gli è stata sempre tanto gravosa!
Se ha preso moglie proprio per questo, proprio perché recasse un beneficio a qualcuno ciò che per lui è stato un tormento tutta la vita!
Sposando con quest’unico intento, di beneficare una povera giovine, egli ha amato la moglie quasi paternamente soltanto.
E più che mai paternamente s’è messo ad amarla, da che è nato quel bambino, da cui quasi quasi gli piacerebbe più d’esser chiamato nonno, che papà.
Questa bugia incosciente sui puri labbruzzi del bambino ignaro gli fa pena; gli pare che anche il suo amore per lui ne resti offeso.
Ma come si fa?
Bisogna pure che si prenda con un bacio quell’appellativo dalla boccuccia di Ninì, quel «papà» che fa ridere tutti i maligni, i quali non sanno capire la tenerezza sua per quell’innocente, la sua felicità per il bene che ha fatto e che seguita a fare a una donna, a un buon giovinotto, al piccino, e anche a sé – sicuro! – anche a sé – la felicità di vivere quegli ultimi anni in lieta e dolce compagnia, camminando per la fossa così, con un angioletto per mano.
Ridano, ridano pure di lui tutti i maligni! Che risate facili! che risate sciocche! Perché non capiscono.
 Perché non si mettono al suo posto.
Avvertono soltanto il comico, anzi il grottesco, della sua situazione, senza saper penetrare nel suo sentimento!
Ebbene, che glie n’importa?
Egli è felice.
Se non che, da tre giorni …
Che sarà accaduto?
La moglie ha gli occhi gonfii e rossi di pianto; accusa un forte mal di capo; non vuole uscir di camera.
– Eh, gioventù! … gioventù! … – sospira il professor Toti, scrollando il capo con un risolino mesto e arguto negli occhi e sulle labbra.
– Qualche nuvola … qualche temporaletto …
E con Ninì s’aggira per casa, afflitto, inquieto, anche un po’ irritato, perché … via, proprio non si merita questo, lui, dalla moglie e da Giacomino.
I giovani non contano i giorni: ne hanno tanti ancora innanzi a sé .
Ma per un povero vecchio è grave perdita un giorno!
E sono ormai tre, che la moglie lo lascia così per casa, come una mosca senza capo, e non lo delizia più con quelle ariette e canzoncine cantate con la vocetta limpida e fervida, e non gli prodiga più quelle cure, a cui egli è ormai avvezzo.
Anche Ninì è serio serio, come se capisca che la mamma non ha testa da badare a lui.
Il professore se lo conduce da una stanza all’altra, e quasi non ha bisogno di chinarsi per dargli la mano, tant’è piccolino anche lui; lo porta innanzi al pianoforte, tocca qua e là qualche tasto, sbuffa, sbadiglia, poi siede, fa galoppare un po’ Ninì su le ginocchia, poi torna ad alzarsi: si sente tra le spine.
Cinque o sei volte ha tentato di forzar la mogliettina a parlare.
– Male, eh? ti senti proprio male?
Maddalenina seguita a non volergli dir nulla: piange; lo prega di accostar gli scuri del balcone e di portarsi Ninì di là: vuole star sola e al bujo.
– Il capo, eh?
Poverina, le fa tanto male il capo … Eh, la lite dev’essere stata grossa davvero!
Il professor Toti si reca in cucina e cerca d’abbordar la servetta, per avere qualche notizia da lei; ma fa larghi giri, perché sa che la servetta gli è nemica; sparla di lui, fuori, come tutti gli altri, e lo mette in berlina, brutta scema!
Non riesce a saper nulla neanche da lei.
E allora il professor Toti prende una risoluzione eroica: reca Ninì dalla mamma e la prega che glielo vesta per benino.
– Perché? – domanda ella.
– Lo porto a spassino, – risponde lui. – Oggi è festa … Qua s’annoja, povero bimbo!
La mamma non vorrebbe. Sa che la trista gente ride vedendo il vecchio professore col piccino per mano; sa che qualche malvagio insolente è arrivato finanche a dirgli:
– Ma quanto gli somiglia, professore, il suo figliuolo!
Il professor Toti però insiste.
– No, a spassino, a spassino …
E si reca col bimbo in casa di Giacomino Delisi.
Questi abita insieme con una sorella nubile, che gli ha fatto da madre.
Ignorando la ragione del beneficio, la signorina Agata era prima molto grata al professor Toti; ora invece – religiosissima com’è – lo tiene in conto d’un diavolo, né più ne meno, perché ha indotto il suo Giacomino in peccato mortale.
Il professor Toti deve aspettare un bel po’, col piccino, dietro la porta, dopo aver sonato.
La signorina Agata è venuta a guardar dalla spia ed è scappata.
Senza dubbio, è andata ad avvertire il fratello della visita, e ora tornerà a dire che Giacomino non è in casa.
Eccola. Vestita di nero, cerea, con le occhiaje livide, stecchita, arcigna, appena aperta la porta, investe, tutta vibrante, il professore.
– Ma come … scusi … viene a cercarlo pure in casa adesso? … E che vedo! anche col bambino? ha condotto anche il bambino?
Il professor Toti non s’aspetta una simile accoglienza; resta intronato; guarda la signorina Agata, guarda il piccino, sorride, balbetta:
– Per … perché? … che è? … non posso … non … posso venire a …
– Non c’è! – s’affretta a rispondere quella, asciutta e dura. – Giacomino non c’è.
– Va bene, – dice, chinando il capo, il professor Toti. – Ma lei, signorina … mi scusi … Lei mi tratta in un modo che … non so! Io non credo d’aver fatto né a suo fratello, né a lei …
– Ecco, professore, – lo interrompe, un po’ rabbonita, la signorina Agata. – Noi, creda pure, le siamo … le siamo riconoscentissimi; ma anche lei dovrebbe comprendere …
Il professor Toti socchiude gli occhi, torna a sorridere, alza una mano e poi si tocca parecchie volte con la punta delle dita il petto, per significarle che, quanto a comprendere, lasci fare a lui.
– Sono vecchio, signorina, – dice, – e comprendo … tante cose comprendo io! e guardi, prima di tutte, questa: che certe furie bisogna lasciarle svaporare, e che, quando nascono malintesi, la miglior cosa è chiarire … chiarire, signorina, chiarire francamente, senza sotterfugi, senza riscaldarsi … Non le pare?
– Certo, sì … – riconosce, almeno così in astratto, la signorina Agata.
– E dunque, – riprende il professor Toti, – mi lasci entrare e mi chiami Giacomino.
– Ma se non c’è!
– Vede? No, Non mi deve dire che non c’è. Giacomino è in casa, e lei me lo deve chiamare. Chiariremo tutto con calma … glielo dica: con calma! Io sono vecchio e comprendo tutto, perché sono stato anche giovane, signorina. Con calma, glielo dica. Mi lasci entrare.
Introdotto nel modesto salotto, il professor Toti siede con Ninì tra le gambe, rassegnato ad aspettare anche qua un bel pezzo, che la sorella persuada Giacomino.
– No, qua Ninì … buono! – dice di tratto in tratto al bimbo, che vorrebbe andare a una mensoletta, dove luccicano certi gingilli di porcellana; e intanto si scapa a pensare che diamine può essere accaduto di così grave in casa sua, senza ch’egli se ne sia accorto per nulla.
Maddalenina è così buona! Che male può ella aver fatto, da provocare un così aspro e forte risentimento, qua, anche nella sorella di Giacomino?
Il professor Toti, che ha creduto finora a una bizza passeggera, comincia a impensierirsi e a costernarsi sul serio.
Oh, ecco Giacomino finalmente! Dio, che viso alterato! che aria rabbuffata!
Eh come? Ah, questo no! Scansa freddamente il bambino che gli è corso incontro gridando con le manine tese:
– «Giamì! Giamì!».
– Giacomino! – esclama, ferito, con severità, il professor Toti.
– Che ha da dirmi, professore? – s’affretta a domandargli quello, schivando di guardarlo negli occhi.
– Io sto male … Ero a letto … Non sono in grado di parlare e neanche di sostener la vista d’alcuno …
– Ma il bambino?!
– Ecco, – dice Giacomino; e si china a baciare Ninì.
– Ti senti male? – riprende il professor Toti, un po’ racconsolato da quel bacio. – Lo supponevo. E son venuto per questo. Il capo, eh? Siedi, siedi … Discorriamo. Qua, Ninì … Senti che «Giamì» ha la bua? Sì, caro, la bua … qua, povero «Giami» … Sta’ bonino; ora andiamo via. Volevo domandarti – soggiunge, rivolgendosi a Giacomino, – se il direttore della Banca Agricola ti ha detto qualche cosa.
– No, perché? – fa Giacomino, turbandosi ancor più.
– Perché jeri gli ho parlato di te, – risponde con un risolino misterioso il professor Toti. Il tuo stipendio non è molto grasso, figliuol mio. E sai che una mia parolina …
Giacomino si torce su la sedia, stringe le pugna fino ad affondarsi le unghie nel palmo delle mani.
– Professore, io la ringrazio, – dice, – ma mi faccia il favore, la carità, di non incomodarsi più per me, ecco!
– Ah sì? – risponde il professor Toti con quel risolino ancora su la bocca. – Bravo! Non abbiamo più bisogno di nessuno, eh?
Ma se io volessi farlo per mio piacere? Caro mio, ma se non debbo più curarmi di te, di chi vuoi che mi curi io?
Sono vecchio, Giacomino! E ai vecchi – badiamo, che non siano egoisti! – ai vecchi, che hanno tanto stentato, come me, a prendere uno stato, piace di vedere i giovani, come te meritevoli, farsi avanti nella vita per loro mezzo; e godono della loro allegria, delle loro speranze, del posto ch’essi prendono man mano nella società.
Io poi per te … via, tu lo sai … ti considero come un figliuolo … Che cos’è? Piangi?
Giacomino ha nascosto infatti il volto tra le mani e sussulta come per un impeto di pianto che vorrebbe frenare.
Ninì lo guarda sbigottito, poi, rivolgendosi al professore, dice:
– «Giamì, bua» .
Il professore si alza e fa per posare una mano su la spalla di Giacomino; ma questi balza in piedi, quasi ne provi ribrezzo, mostra il viso scontraffatto come per una fiera risoluzione improvvisa, e gli grida esasperatamente:
– Non mi s’accosti! Professore, se ne vada, la scongiuro, se ne vada! Lei mi sta facendo soffrire una pena d’inferno! Io non merito codesto suo affetto e non lo voglio, non lo voglio . Per carità, se ne vada, si porti via il bambino e si scordi che io esisto!
Il professor Toti resta sbalordito; domanda:
– Ma perché?
– Glielo dico subito! – risponde Giacomino. – Io sono fidanzato, professore! Ha capito? Sono fidanzato!
Il professor Toti vacilla, come per una mazzata sul capo; alza le mani; balbetta:
– Tu? fi . fidanzato?
– Sissignore, – dice Giacomino. – E dunque, basta . basta per sempre! Capirà che non posso più … vederla qui …
– Mi cacci via? – domanda, quasi senza voce, il professor Toti.
– No! – s’affretta a rispondergli Giacomino, dolente. – Ma è bene che lei … che lei se ne vada, professore .
Andarsene? Il professore casca a sedere su la seggiola. Le gambe gli si sono come stroncate sotto. Si prende la testa tra le mani e geme:
– Oh Dio! Ah che rovina! Dunque per questo? Oh povero me! Oh povero me! Ma quando? come? senza dirne nulla? con chi ti sei fidanzato?
– Qua, professore … da un pezzo … – dice Giacomino. – con una povera orfana, come me … amica di mia sorella .
Il professor Toti lo guarda, inebetito, con gli occhi spenti, la bocca aperta, e non trova la voce per parlare.
– E … e … e si lascia tutto … così … e … e non si pensa più a … a nulla … non si … non si tien più conto di nulla .
Giacomino si sente rinfacciare con queste parole l’ingratitudine, e si ribella, fosco:
– Ma scusi! che mi voleva schiavo, lei?
– Io, schiavo? – prorompe, ora, con uno schianto nella voce, il professor Toti.
– Io? E lo puoi dire? Io che ti ho fatto padrone della mia casa?
Ah, questa, questa sì che è vera ingratitudine!
E che forse t’ho beneficato per me? che ne ho avuto io, se non il dileggio di tutti gli sciocchi che non sanno capire il sentimento mio?
Dunque non lo capisci, non lo hai capito neanche tu, il sentimento di questo povero vecchio, che sta per andarsene e che era tranquillo e contento di lasciar tutto a posto, una famigliuola bene avviata, in buone condizioni … felice?
Io ho settant’anni; io domani me ne vado, Giacomino! Che ti sei levato di cervello, figliuolo mio! Io vi lascio tutto, qua …
Che vai cercando?
Non so ancora, non voglio saper chi sia la tua fidanzata; se l’hai scelta tu, sarà magari un’onesta giovine, perché tu sei buono …; ma pensa che … pensa che … non è possibile che tu abbia trovato di meglio.
Giacomino, sotto tutti i riguardi … Non ti dico soltanto per l’agiatezza assicurata … Ma tu hai già la tua famigliuola, in cui non ci sono che io solo di più, ancora per poco … io che non conto per nulla … Che fastidio vi do io?
Io sono come il padre … Io posso anche, se volete … per la vostra pace …
Ma dimmi com’è stato? che è accaduto? come ti s’è voltata la testa, così tutt’a un tratto? Dimmelo! dimmelo …
E il professor Toti s’accosta a Giacomino e vuol prendergli un braccio e scuoterglielo; ma quegli si restringe tutto in sé, quasi rabbrividendo, e si schermisce.
– Professore! – grida. – Ma come non capisce, come non s’accorge che tutta codesta sua bontà …
– Ebbene?
– Mi lasci stare! non mi faccia dire! Come non capisce che certe cose si possono far solo di nascosto, e non son più possibili alla luce, con lei che sa, con tutta la gente che ride?
– Ah, per la gente? – esclama il professore. – E tu …
– Mi lasci stare! – ripete Giacomino, al colmo dell’orgasmo, scotendo in aria le braccia.
– Guardi! Ci sono tant’altri giovani che han bisogno d’ajuto, professore!
Il Toti si sente ferire fin nell’anima da queste parole, che sono un’offesa atroce e ingiusta per sua moglie; impallidisce, allividisce, e tutto tremante dice:
– Maddalenina è giovine, ma è onesta, perdio! e tu lo sai! Maddalenina ne può morire … perché è qui, è qui, il suo male, nel cuore … dove credi che sia? È qui, è qui, ingrato! Ah, la insulti, per giunta? E non ti vergogni? e non ne senti rimorso di fronte a me? Puoi dirmi questo in faccia? tu? Credi che ella possa passare, così, da uno all’altro, come niente? madre di questo piccino? Ma che dici? Come puoi parlar così?
Giacomino lo guarda trasecolato, allibito.
– Io? – dice. – Ma lei piuttosto, professore, scusi, lei, lei, come può parlare così? Ma dice sul serio?
Il professor Toti si stringe ambo le mani su la bocca, strizza gli occhi, squassa il capo e rompe in un pianto disperato. Ninì anche lui, allora, si mette a piangere. Il professore lo sente, corre a lui, lo abbraccia.
– Ah, povero Ninì mio . ah che sciagura, Ninì mio, che rovina! E che sarà della tua mamma ora? e che sarà di te, Ninì mio, con una mammina come la tua, inesperta, senza guida … Ah, che baratro!
Solleva il capo, e, guardando tra le lagrime Giacomino:
– Piango, – dice, – perché mio è il rimorso; io t’ho protetto, io t’ho accolto in casa, io le ho parlato sempre tanto bene di te, io . io le ho tolto ogni scrupolo d’amarti … e ora che ella ti amava sicura … madre di questo piccino … tu …
S’interrompe e, fiero, risoluto, convulso:
– Bada, Giacomino! – dice.
– Io son capace di presentarmi con questo piccino per mano in casa della tua fidanzata!
Giacomino, che suda freddo, pur su la brace ardente, nel sentirlo parlare e piangere così, a questa minaccia giunge le mani, gli si fa innanzi e scongiura:
– Professore, professore, ma lei vuol dunque proprio coprirsi di ridicolo?
– Di ridicolo? – grida il professore. – E che vuoi che me n’importi, quando vedo la rovina d’una povera donna, la rovina tua, la rovina d’una creatura innocente? Vieni, vieni, andiamo, su via, Ninì, andiamo!
Giacomino gli si para davanti:
– Professore, lei non lo farà!
– Io lo farò! – gli grida con viso fermo il professor Toti. – E per impedirti il matrimonio son anche capace di farti cacciare dalla Banca! Ti do tre giorni di tempo.
E, voltandosi su la soglia, col piccino per mano:
– Pensaci, Giacomino! Pensaci!

Fonti

  • M. Magri, V. Vittorini, Tre, Paravia.
  • B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI © Zanichelli 2011
  • www.libraryweschool.com

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Letteratura italiana Novecento Novelle Prosa

Grazia Deledda scrittrice

Biografia

Grazia Deledda è l’unica scrittrice italiana ad essere stata insignita del Premio Nobel per la Letteratura. Nonostante questo riconoscimento metta in evidenza l’indubbio valore delle opere della scrittrice, per i critici letterari italiani la Deledda non è abbastanza importante da essere inserita nei manuali di Storia della Letteratura. Infatti nei programmi scolastici raramente accade di incontrarla. Come mai?

Probabilmente fu solo una questione di genere. Ma prima di affrontare l’argomento scopriamo qualcosa di più sulla sua vita.

Grazia Deledda nasce a Nuoro il 28 settembre 1871 da una famiglia benestante, è la quinta di sette figli.

Grazia di nome e di fatto, la Deledda è ricordata come una donna gentile e piena di grazia, sia nella vita quotidiana che nei suoi numerosi scritti.

Frequenta le scuole elementari solo fino alla quarta elementare perché non era consuetudine che le ragazze frequentassero ulteriormente la scuola.

Fortunatamente in casa dispone di una ricca biblioteca a casa prosegue da autodidatta la sua formazione. Curiosa di natura costruisce quasi da sè il suo sapere. Per un certo periodo viene seguita negli studi da un docente di lettere che parlava diverse lingue e che le fa immaginari orizzonti più ampi di quelli della Barbagia. Lei nutre da giovane la passione per la scrittura e costruirà con determinazione la sua strada.

Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente.

Se continua minacciatelo di diseredarlo.

Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri.

Grazia Deledda

L’infanzia e la giovinezza di Grazia Deledda sono segnate da una serie di tragedie famigliari: il fratello più vecchio alcolizzato, il più giovane arrestato per furto, il padre e la sorella morti prematuramente.

Grazia Deledda ha però una passione e un dono: scrivere. Attraverso la narrazione trova una via d’uscita dalle fatiche della vita.

A soli 15 anni un giornale locale pubblica la sua prima novella. Questo le dà coraggio, invia i suoi scritti a intellettuali, scrittori e giornali e inizia a collaborare con alcune riviste: scrive novelle in cui racconta le vicende di uomini e donne sarde, cantando le tradizioni della sua terra e la natura della sua gente.

A Nuoro però non amano questi suoi scritti: non è consueto che una donna scriva e la disapprovazione dei suoi concittadini riverbera attorno a lei. Addirittura un giorno, durante la santa Messa, il sacerdote interrompe l’omelia per intimare a Grazia Deledda di smettere di scrivere.

La giovane è sempre più insofferente per quell’ambiente ostile in cui vive e sogna di trasferirsi a Roma. Ma per una giovane donna di buona famiglia l’unico modo per riuscire ad andare via dal paese è un matrimonio. Un giorno, ad una festa conosce un giovane mantovano Palmiro Madesani, un funzionario del Ministero delle Finanze. In pochissimo tempo lui le chiede la mano e in meno di due mesi i due sono sposati e trasferiti a Roma.

A Roma Grazia Deledda vive due vite in una: nella maggior parte della giornata è moglie fedele, madre affettuosa e padrona di casa accorta, ma nel pomeriggio tra le 15.30 e le 17.00 si richiude nel suo studio e scrive.

La Deledda è la prima scrittrice che fa solo la scrittrice, che vive e mantiene la famiglia grazie ai proventi dei suoi libri. Infatti anche il marito, che era funzionario pubblico, ad un certo punto lascia il suo lavoro per curare gli affari legati alle pubblicazioni della consorte.

A Roma conosce molti intellettuali e molte scrittrici e artiste dell’epoca: diventa amica di Eleonora Duse, la celebre attrice, di Matilde Serao e di Sibilla Aleramo, due importanti scrittrici italiane. Con loro si incontra regolarmente, assieme vivono una relazione di sorellanza umana e intellettuale; si scambiano anche numerose lettere dalle quali emerge che, pur essendo amiche, continuano a usare tra loro la forma di cortesia.

In quarant’anni di carriera Grazia Deledda pubblica 56 opere tra novelle romanzi e testi teatrali. Di alcune delle sue opere viene realizzata anche una versione cinematografica.

Nel 1927 le viene conferito il premio Nobel per la letteratura, prima e unica donna italiana ad essere insignita di tale riconoscimento.

Le motivazioni per cui le viene assegnato il premio sono queste.

«Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano».

Motivazioni lette alla consegna del Nobel nel 1927

In quel periodo la Deledda è malata, viene colpita da un tumore, viene operata e si ristabilisce abbastanza bene.

Grazia Deledda muore nell’agosto del 1936 a Roma. Viene sepolta nel Cimitero del Verano, ma nel 1959 la sue spoglie vengono traslate, su richiesta della famiglia, in una chiesetta ai piedi del Monte Ortobene, che lei aveva amato molto e che aveva decantato in una delle sue ultime opere.

Periodo storico e letterario

Grazia Deledda vive nel periodo della Belle époque durante la giovinezza, conosce la tragedia della Prima Guerra Mondiale e quella del regime totalitario fascista. Vive quindi i sogni e le illusioni di leggerezza del primo Novecento che vengono poi violentemente infrante dalla violenza della Grande Guerra e del regime di Mussolini.

Dal punto di vista letterario vive nell’epoca del Verismo e del Decadentismo. È consuetudine degli storici della letteratura inserire correnti letterarie e autori sotto facilitanti etichette. Si fa questo per facilitare la categorizzazione del sapere.

Quando Grazia Deledda si è presentata, col suo prepotente successo, sul panorama nazionale e internazionale gli storici della letteratura si sono limitati a tacerne. E anche ora, sui libri di testo, si trovano poche tracce del passaggio della Deledda. Come mai è accaduto questo?

Probabilmente i motivi sono due e possiamo entrambi definirli questioni di genere.

Infatti innanzitutto la Deledda è una donna e, nell’Italia maschilista e conservatrice, le donne sono viste bene solo ai fornelli.

Inoltre la Deledda ha davvero esagerato perché suo marito ha addirittura lasciato il suo lavoro, un lavoro di prestigio, per fare l’agente della moglie.

Nell’ambiente letterario italiano Grazia Deledda è più criticata che apprezzata: girano caricature che la rappresentano come una donna arcigna e i più gentili la ritengono una “casalinga prestata alla letteratura”. Si pensi che anche Luigi Pirandello, uomo di indiscussa levatura morale e di sottile intelligenza, scrive un romanzo intitolato “Suo marito” in cui parla di un uomo che lascia il lavoro per essere lo zerbino della moglie scrittrice. Però, l’editore a cui Pirandello si rivolge, si rifiuta di pubblicarlo!

Gli intellettuali italiani non sono abituati a misurarsi con una donna di straordinario successo, straordinario perché lei è forse la prima che fa solo la scrittrice. Tutti gli altri suoi colleghi fanno gli insegnanti, o i giornalisti, o si dedicano ad attività commerciali. Lei è donna e scrittrice e vive e mantiene la famiglia. C’è di che essere invidiosi!

Ma per quanto riguarda il genere va fatto anche un secondo ragionamento: i critici letterari leggono le sue opere e cercano di collocarla sotto le etichette dell’epoca, ma le opere di Grazia Deledda sfuggono alle categorizzazioni: non risulta né verista né esponente del Decadentismo. E allora? Se non le si riesce ad appiccicare un genere tanto vale cancellarla dalla storia della letteratura. E così viene fatto.

Ma se i critici non la considerano, il pubblico la ama, tanto che le sue opere vengono tradotte in molte lingue e vengono amate da generazioni di lettori.

Le opere più importanti di Grazia Deledda

Moltissime sono le opere di Grazia Deledda.

Il romanzo forse più famoso è Canne al vento, pubblicato nel 1913. I protagonisti di questo romanzo sono due: la amata Sardegna e la sua gente, un popolo reso duro dalle fatiche e dai cambiamenti che arrivano con la modernità. La metafora dell’uomo come una fragile canna era già stato utilizzato dal filosofo Blaise Pascal che aveva definito l’uomo una “canna pensante”.

“Siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.”

Grazia Deledda

Il romanzo è stato tradotto in inglese ed ha avuto un incredibile successo anche all’estero.

Il romanzo Cenere è stato pubblicato a puntate a partire dal 1903 a Firenze. Viene edito in unico volume solo l’anno successivo. Narra la vicenda di Oli, giovane donna che, innamoratasi di un uomo sposato, si trova incinta e sola. Ma quando il bambino giunge all’età di sette anni Oli decide di abbandonarlo sulla porta della casa paterna. Il romanzo incarna l’idea che gli errori dei genitori ricadano sui figli, perché quando il figlio diventa adulto e rintraccia la madre, viene investito dal disonore materno e, per questo, viene lasciato dalla fidanzata.

Questo romanzo trova poi anche una libera versione cinematografica con la celebre Eleonora Duse.

Il romanzo Edera viene pubblicato nel 1907 in lingua tedesca e solo l’anno successivo in Italia. Viene tradotto poi in diverse lingue anche di Edera viene realizzata la versione cinematografica nel 1950.

È ambientato in Sardegna e racconta la decadenza di una famiglia che ha molti poderi ma anche moltissimi debiti. Sullo sfondo di una situazione familiare complessa si snodano le vicende amorose di Paulu, uno dei componenti della nobile famiglia.

Moltissime sono le novelle scritte da Grazia Deledda. Di seguito alcune novelle in versione originale.

Il pensiero e la poetica di Grazia Deledda

Grazia Deledda racconta le storie di terre, di popoli e di esseri umani.

Lei fugge dai ristretti orizzonti sardi ma ama profondamente la sua Sardegna e racconta le tradizioni delle popolazioni sarde, con i loro riti e le loro tradizioni.

Racconta storie d’amore e di passione, parla di sofferenza e di morte, di gelosie e di vendette. Molti dei suoi personaggi sono statici, alcuni invece sono dinamici, cioè evolvono, ma solo quando scelgono di affrontare i loro limiti.

I suoi sono i personaggi di un’epoca di grandi cambiamenti che devono affrontare la decadenza di un mondo e le novità del nuovo che avanza.

Nelle novelle Il dono di Natale e Pasqua si raccontano sia costumi e tradizioni sarde che alcuni meccanismi dell’animo umano.

Testi in versione integrale

Il dono di Natale

“Dedicato a chi ama i regali di Natale ed è curioso di sapere qual è il dono fatto a Lia e anche quello fatto a Felle. A chi ama le storie che ricordano le nostre tradizioni. A chi ama mangiare cose buone, soprattutto i dolci. A tutti i bambini e a chi ha il cuore bambino”.

I cinque fratelli Lobina, tutti pastori, tornavano dai loro ovili, per passare la notte di Natale in famiglia.

Era una festa eccezionale, per loro, quell’anno, perché si fidanzava la loro unica sorella, con un giovane molto ricco.

Come si usa dunque in Sardegna, il fidanzato doveva mandare un regalo alla sua promessa sposa, e poi andare anche lui a passare la festa con la famiglia di lei.

E i cinque fratelli volevano far corona alla sorella, anche per dimostrare al futuro cognato che se non erano ricchi come lui, in cambio erano forti, sani, uniti fra di loro come un gruppo di guerrieri.

Avevano mandato avanti il fratello più piccolo, Felle, un bel ragazzo di undici anni, dai grandi occhi dolci, vestito di pelli lanose come un piccolo San Giovanni Battista; portava sulle spalle una bisaccia, e dentro la bisaccia un maialetto appena ucciso che doveva servire per la cena.

Il piccolo paese era coperto di neve; le casette nere, addossate al monte, parevano disegnate su di un cartone bianco, e la chiesa, sopra un terrapieno sostenuto da macigni, circondata d’alberi carichi di neve e di ghiacciuoli, appariva come uno di quegli edifizi fantastici che disegnano le nuvole.

Tutto era silenzio: gli abitanti sembravano sepolti sotto la neve.

Nella strada che conduceva a casa sua, Felle trovò solo, sulla neve, le impronte di un piede di donna, e si divertì a camminarci sopra. Le impronte cessavano appunto davanti al rozzo cancello di legno del cortile che la sua famiglia possedeva in comune con un’altra famiglia pure di pastori ancora più poveri di loro. Le due casupole, una per parte del cortile, si rassomigliavano come due sorelle; dai comignoli usciva il fumo, dalle porticine trasparivano fili di luce.

Felle fischiò, per annunziare il suo arrivo: e subito, alla porta del vicino si affacciò una ragazzina col viso rosso dal freddo e gli occhi scintillanti di gioia.

– Ben tornato, Felle.

– Oh, Lia! – egli gridò per ricambiarle il saluto, e si avvicinò alla porticina dalla quale, adesso, con la luce usciva anche il fumo di un grande fuoco acceso nel focolare in mezzo alla cucina.

Intorno al focolare stavano sedute le sorelline di Lia, per tenerle buone la maggiore di esse, cioè quella che veniva dopo l’amica di Felle, distribuiva loro qualche chicco di uva passa e cantava una canzoncina d’occasione, cioè una ninnananna per Gesù Bambino.

– Che ci hai, qui? – domandò Lia, toccando la bisaccia di Felle. – Ah, il porchetto. Anche la serva del fidanzato di tua sorella ha già portato il regalo. Farete grande festa voi, – aggiunse con una certa invidia; ma poi si riprese e annunziò con gioia maliziosa: – e anche noi!

Invano Felle le domandò che festa era: Lia gli chiuse la porta in faccia, ed egli attraversò il cortile per entrare in casa sua.

In casa sua si sentiva davvero odore di festa: odore di torta di miele cotta al forno, e di dolci confezionati con buccie di arance e mandorle tostate. Tanto che Felle cominciò a digrignare i denti, sembrandogli di sgretolare già tutte quelle cose buone ma ancora nascoste.

La sorella, alta e sottile, era già vestita a festa; col corsetto di broccato verde e la gonna nera e rossa: intorno al viso pallido aveva un fazzoletto di seta a fiori; ed anche le sue scarpette erano ricamate e col fiocco: pareva insomma una giovane fata, mentre la mamma, tutta vestita di nero per la sua recente vedovanza, pallida anche lei ma scura in viso e con un’aria di superbia, avrebbe potuto ricordare la figura di una strega, senza la grande dolcezza degli occhi che rassomigliavano a quelli di Felle.

Egli intanto traeva dalla bisaccia il porchetto, tutto rosso perché gli avevano tinto la cotenna col suo stesso sangue: e dopo averlo consegnato alla madre volle vedere quello mandato in dono dal fidanzato. Sì, era più grosso quello del fidanzato: quasi un maiale; ma questo portato da lui, più tenero e senza grasso, doveva essere più saporito.

– Ma che festa possono fare i nostri vicini, se essi non hanno che un po’ di uva passa, mentre noi abbiamo questi due animaloni in casa? E la torta, e i dolci? – pensò Felle con disprezzo, ancora indispettito perché Lia, dopo averlo quasi chiamato, gli aveva chiuso la porta in faccia.

Poi arrivarono gli altri fratelli, portando nella cucina, prima tutta in ordine e pulita, le impronte dei loro scarponi pieni di neve, e il loro odore di selvatico. Erano tutti forti, belli, con gli occhi neri, la barba nera, il corpetto stretto come una corazza e, sopra, la mastrucca [1].

Quando entrò il fidanzato si alzarono tutti in piedi, accanto alla sorella, come per far davvero una specie di corpo di guardia intorno all’esile e delicata figura di lei; e non tanto per riguardo al giovine, che era quasi ancora un ragazzo, buono e timido, quanto per l’uomo che lo accompagnava. Quest’uomo era il nonno del fidanzato. Vecchio di oltre ottanta anni, ma ancora dritto e robusto, vestito di panno e di velluto come un gentiluomo medioevale, con le uose di lana sulle gambe forti, questo nonno, che in gioventù aveva combattuto per l’indipendenza d’Italia, fece ai cinque fratelli il saluto militare e parve poi passarli in rivista.

E rimasero tutti scambievolmente contenti.

Al vecchio fu assegnato il posto migliore, accanto al fuoco; e allora sul suo petto, fra i bottoni scintillanti del suo giubbone, si vide anche risplendere come un piccolo astro la sua antica medaglia al valore militare. La fidanzata gli versò da bere, poi versò da bere al fidanzato e questi, nel prendere il bicchiere, le mise in mano, di nascosto, una moneta d’oro.

Ella lo ringraziò con gli occhi, poi, di nascosto pure lei, andò a far vedere la moneta alla madre ed a tutti i fratelli, in ordine di età, mentre portava loro il bicchiere colmo.

L’ultimo fu Felle: e Felle tentò di prenderle la moneta, per scherzo e curiosità, s’intende: ma ella chiuse il pugno minacciosa: avrebbe meglio ceduto un occhio.

Il vecchio sollevò il bicchiere, augurando salute e gioia a tutti; e tutti risposero in coro.

Poi si misero a discutere in un modo originale: vale a dire cantando. Il vecchio era un bravo poeta estemporaneo, improvvisava cioè canzoni; ed anche il fratello maggiore della fidanzata sapeva fare altrettanto.

Fra loro due quindi intonarono una gara di ottave, su allegri argomenti d’occasione; e gli altri ascoltavano, facevano coro e applaudivano.

Fuori le campane suonarono, annunziando la messa.

Era tempo di cominciare a preparare la cena. La madre, aiutata da Felle, staccò le cosce ai due porchetti e le infilò in tre lunghi spiedi dei quali teneva il manico fermo a terra.

– La quarta la porterai in regalo ai nostri vicini – disse a Felle: – anch’essi hanno diritto di godersi la festa.

Tutto contento, Felle prese per la zampa la coscia bella e grassa e uscì nel cortile.

La notte era gelida ma calma, e d’un tratto pareva che il paese tutto si fosse destato, in quel chiarore fantastico di neve, perché, oltre al suono delle campane, si sentivano canti e grida.

Nella casetta del vicino, invece, adesso, tutti tacevano: anche le bambine ancora accovacciate intorno al focolare pareva si fossero addormentate aspettando però ancora, in sogno, un dono meraviglioso.

All’entrata di Felle si scossero, guardarono la coscia del porchetto che egli scuoteva di qua e di là come un incensiere, ma non parlarono: no, non era quello il regalo che aspettavano. Intanto Lia era scesa di corsa dalla cameretta di sopra: prese senza fare complimenti il dono, e alle domande di Felle rispose con impazienza:

– La mamma si sente male: ed il babbo è andato a comprare una bella cosa. Vattene.

Egli rientrò pensieroso a casa sua. Là non c’erano misteri né dolori: tutto era vita, movimento e gioia. Mai un Natale era stato così bello, neppure quando viveva ancora il padre: Felle però si sentiva in fondo un po’ triste, pensando alla festa strana della casa dei vicini.

Al terzo tocco della messa, il nonno del fidanzato batté il suo bastone sulla pietra del focolare.

– Oh, ragazzi, su, in fila.

E tutti si alzarono per andare alla messa. In casa rimase solo la madre, per badare agli spiedi che girava lentamente accanto al fuoco per far bene arrostire la carne del porchetto.

I figli, dunque, i fidanzati e il nonno, che pareva guidasse la compagnia, andavano in chiesa. La neve attutiva i loro passi: figure imbacuccate sbucavano da tutte le parti, con lanterne in mano, destando intorno ombre e chiarori fantastici. Si scambiavano saluti, si batteva alle porte chiuse, per chiamare tutti alla messa.

Felle camminava come in sogno; e non aveva freddo; anzi gli alberi bianchi, intorno alla chiesa, gli sembravano mandorli fioriti. Si sentiva insomma, sotto le sue vesti lanose, caldo e felice come un agnellino al sole di maggio: i suoi capelli, freschi di quell’aria di neve, gli sembravano fatti di erba. Pensava alle cose buone che avrebbe mangiato al ritorno dalla messa, nella sua casa riscaldata, e ricordando che Gesù invece doveva nascere in una fredda stalla, nudo e digiuno, gli veniva voglia di piangere, di coprirlo con le sue vesti, di portarselo a casa sua.

Dentro la chiesa continuava l’illusione della primavera: l’altare era tutto adorno di rami di corbezzolo coi frutti rossi, di mirto e di alloro: i ceri brillavano tra le fronde e l’ombra di queste si disegnavano sulle pareti come sui muri di un giardino.

In una cappella sorgeva il presepio, con una montagna fatta di sughero e rivestita di musco: i Re Magi scendevano cauti da un sentiero erto, e una cometa d’oro illuminava loro la via.

Tutto era bello, tutto era luce e gioia. I Re potenti scendevano dai loro troni per portare in dono il loro amore e le loro ricchezze al figlio dei poveri, a Gesù nato in una stalla; gli astri li guidavano; il sangue di Cristo, morto poi per la felicità degli uomini, pioveva sui cespugli e faceva sbocciare le rose; pioveva sugli alberi per far maturare i frutti.

Così la madre aveva insegnato a Felle e così era.

– Gloria, gloria – cantavano i preti sull’altare: e il popolo rispondeva:

– Gloria a Dio nel più alto dei cieli.

E pace in terra agli uomini di buona volontà.

Felle cantava anche lui, e sentiva che questa gioia che gli riempiva il cuore era il più bel dono che Gesù gli mandava.

All’uscita di chiesa sentì un po’ freddo, perché era stato sempre inginocchiato sul pavimento nudo: ma la sua gioia non diminuiva; anzi aumentava. Nel sentire l’odore d’arrosto che usciva dalle case, apriva le narici come un cagnolino affamato; e si mise a correre per arrivare in tempo per aiutare la mamma ad apparecchiare per la cena. Ma già tutto era pronto. La madre aveva steso una tovaglia di lino, per terra, su una stuoia di giunco, e altre stuoie attorno. E, secondo l’uso antico, aveva messo fuori, sotto la tettoia del cortile, un piatto di carne e un vaso di vino cotto dove galleggiavano fette di buccia d’arancio, perché l’anima del marito, se mai tornava in questo mondo, avesse da sfamarsi.

Felle andò a vedere: collocò il piatto ed il vaso più in alto, sopra un’asse della tettoia, perché i cani randagi non li toccassero; poi guardò ancora verso la casa dei vicini. Si vedeva sempre luce alla finestra, ma tutto era silenzio; il padre non doveva essere ancora tornato col suo regalo misterioso.

Felle rientrò in casa, e prese parte attiva alla cena.

In mezzo alla mensa sorgeva una piccola torre di focacce tonde e lucide che parevano d’avorio: ciascuno dei commensali ogni tanto si sporgeva in avanti e ne tirava una a sé: anche l’arrosto, tagliato a grosse fette, stava in certi larghi vassoi di legno e di creta: e ognuno si serviva da sé, a sua volontà.

Felle, seduto accanto alla madre, aveva tirato davanti a sé tutto un vassoio per conto suo, e mangiava senza badare più a nulla: attraverso lo scricchiolìo della cotenna abbrustolita del porchetto, i discorsi dei grandi gli parevano lontani, e non lo interessavano più.

Quando poi venne in tavola la torta gialla e calda come il sole, e intorno apparvero i dolci in forma di cuori, di uccelli, di frutta e di fiori, egli si sentì svenire: chiuse gli occhi e si piegò sulla spalla della madre. Ella credette che egli piangesse: invece rideva per il piacere.

Ma quando fu sazio e sentì bisogno di muoversi, ripensò ai suoi vicini di casa: che mai accadeva da loro? E il padre era tornato col dono?

Una curiosità invincibile lo spinse ad uscire ancora nel cortile, ad avvicinarsi e spiare. Del resto la porticina era socchiusa: dentro la cucina le bambine stavano ancora intorno al focolare ed il padre, arrivato tardi ma sempre in tempo, arrostiva allo spiedo la coscia del porchetto donato dai vicini di casa.

Ma il regalo comprato da lui, dal padre, dov’era?

– Vieni avanti, e va su a vedere – gli disse l’uomo, indovinando il pensiero di lui.

Felle entrò, salì la scaletta di legno, e nella cameretta su, vide la madre di Lia assopita nel letto di legno, e Lia inginocchiata davanti ad un canestro.

E dentro il canestro, fra pannolini caldi, stava un bambino appena nato, un bel bambino rosso, con due riccioli sulle tempie e gli occhi già aperti.

– È il nostro primo fratellino – mormorò Lia. – Mio padre l’ha comprato a mezzanotte precisa, mentre le campane suonavano il “Gloria”. Le sue ossa, quindi, non si disgiungeranno mai, ed egli le ritroverà intatte, il giorno del Giudizio Universale. Ecco il dono che Gesù ci ha fatto questa notte.

Pasqua

In questa novella Grazia Deledda ci racconta la tradizione pasquale nella sua Sardegna in un racconto che ha come tema centrale il perdono.

La mattina del Sabato Santo, Apollonia Fara balzò dal suo gran letto di legno a baldacchino, quando l’alba cominciava a mettere un glauco riflesso sull’unico vetro del finestruolo. Unico vetro grossolano, ma stupendo per il piccolo quadro che ci si vedeva; un paesaggio che nella freschezza chiara e quasi sbiadita dell’incipiente primavera pareva dipinto dal Poussin: una falda di collina, un ruscello azzurro e tortuoso e alberi radi pittoreschi, i cui rami, verdi di musco, cominciavano ad ornarsi di foglioline tenere: ed erba, erba dappertutto, bassa erbetta chiara che dava una impressione di purezza e d’innocenza a chi guardava.

Mentre indossava il suo costume giallo e rosso, Apollonia osservò il cielo attraverso il vetro, poi andò a guardare entro una corba intessuta d’asfodelo, colma di farina lievitata fin dalla sera prima, e sulla quale ella aveva segnato col dito la santa croce. La farina s’era un po’ sollevata intorno a questo, segno di buon augurio.

La giovine donna prese la corba sulle braccia bianche robuste e la portò nell’attigua cucina: impasto la farina, poi accese il forno e preparò il caffè. A misura che il giorno schiarivasi roseo e tiepido, Apollonia pensava con trepidanza:

— Egli verrà alle otto, forse alle nove, forse più tardi, forse domani. O Gesù mio, piccolo Gesù Cristo mio! Bene, non ci voglio neppur pensare, venga quando vuole.

Ma suo malgrado ricadeva nel solito pensiero.

La persona di cui ella aspettava e temeva la venuta era il giovine Vicario, che doveva visitar le case del paese, per la benedizione pasquale. Il giovine Vicario era stato, qualche anno prima, fidanzato con Apollonia, ma ella lo aveva abbandonato per sposarsi con un ricco pastore. Il giovine, pazzamente innamorato di lei, aveva tentato suicidarsi, sparandosi una revolverata al fianco; salvato a stento, egli, poi, s’era fatto prete.

Da poco tempo era tornato in paese col titolo di Vicario, ed ogni volta che vedova Apollonia diventava un po’ pallido. Ella lo guardava con indifferenza; quella mattina però sentiva un certo fastidio nel pensare che egli sarebbe entrato nella sua casa per benedire il suo pane ed il suo letto ancora infecondo: e quando spalancò il finestrino per guardare la processione che passava salmodiando, e vide il viso magro e spaventato del Vicario, si turbò.

Rimase tuttavia a guardare: precedeva la processione una Madonna bruna con sette spade confitte nel cuore, che andava in cerca del Figliuolo morto; seguiva lo stendardo di broccato verde venivano poi i musicisti paesani e le donne vestite a lutto.

Quando tutto sparì in fondo alla strada campestre, Apollonia ritornò al suo forno ed alla sua farina impastata, della quale fece mirabilmente il pane per la Pasqua, pane bianchissimo, tutto intagliato e traforato; le casadinas, focacce di pasta e di formaggio fresco ingiallito con lo zafferano e certe figurine in forma di bimbi fasciati, di mummie, di uccelli, che per testa avevano un grosso uovo cotto.

Nella casetta deserta e nella campagna soleggiata regnava un profondo silenzio; le campane tacevano, legate per la morte di Nostro Signore, e tutte le cose partecipavano a questo silenzio, in attesa di un arcano avvenimento; solo qualche uccello cominciava a cantare fra le siepi, ma tosto taceva, quasi impaurito dal silenzio che interrompeva.

Le ore passarono ed il Vicario non venne.

Verso le dieci Apollonia sentì come un brivido passare per l’aria; anch’ella ebbe un sussulto e sollevò la testa, ascoltando. Le campane suonarono. E attraverso il loro primo squillo risuonò uno sparo, poi un altro, poi altri tre, poi dieci, poi cento.

Grida e voci di letizia quasi folle accompagnavano il suono delle campane e lo scoppio delle fucilate ripetuto dall’eco della collina.

Frotte di bambini passarono cantando per il villaggio:

Bibu er Deu Pro su dispettu ’e su Zudeu [Vivo è Dio Per dispetto del Giudeo]

Lagrime di gioia mistica velarono gli occhi di Apollonia. Ella finì di cuocere il suo pane, le sue focaccie, i suoi dolci pasquali; e nel pomeriggio ricevette da vicini parenti ed amici, e ricambiò regali di pane, dolci, carne. Ad ogni nuovo regalo ella si compiaceva di confrontare il pane ricevuto con quello fatto da lei, ed era felice di trovare il suo, più bianco e più ben fatto.

Verso sera tornò dall’ovile il marito; tornò sul suo forte cavallo bianco, con una bisaccia colma di latticini, e con due agnelli, uno bianco e l’altro nero, che dovevano servire per il banchetto pasquale. Era ricco, il marito di Apollonia, ma come tutti i mariti ricchi che hanno sposato ragazze povere, era brutto e vecchiotto: nel suo viso giallognolo solo il naso e un po’ della fronte e un po’ delle guance, emergevano fra una nuvola nera, di barba e di capelli arruffati.

Il sabato sera cominciarono le feste pasquali: il ricco pastore invitò a casa sua parenti, amici, vicini, e tutti cantarono, improvvisando canzoni di gioia in onore di Nostro Signore Risorto. Intanto mangiavano le focacce e bevevano vino, assenzio ed acquavite. Manco a dirlo, tutti si ubriacarono, per far dispetto ai Giudei che avevano crocifisso Gesù Nostro.

Anche l’indomani mattina Apollonia s’alzò all’alba, perchè doveva per mezzodì preparare il pranzo pasquale. Man mano che il sole saliva sopra la collina, la giovine donna si turbava nuovamente pensando alla visita del Vicario.

– Ah! oggi verrà, verrà certamente.

Apollonia sa che anch’egli si è alzato all’alba, e, vestito degli abiti sacri, seguito da un uomo con una bisaccia sulle spalle e da un fanciullo con una secchia di acqua benedetta, fa le visite alle quali non ha potuto accudire ieri.

In ogni casa le donne gettano entro la bisaccia pane, focacce, frutta secca e, nella secchia, uova e monete.

Davanti alla casa di Apollonia egli arrivò verso le nove; l’uomo della bisaccia si curvava sotto il peso dei regali avuti, e il fanciullo, con la secchia quasi colma di uova e di monete, pareva avesse attinto ad un pozzo miracoloso.

Il sacerdote entrò senza chieder permesso nella casa di Apollonia, e per la prima volta dacchè rivedeva la giovine donna, non impallidi, mentre impallidiva lei.

“Avrebbe egli benedetto o maledetto la casa dove viveva felice colei che lo aveva condotto fin sul limitare della morte?”

Ella si faceva questa domanda con una specie di terrore, giacché nei piccoli paesi sardi si crede che i sacerdoti possano, per mezzo del libri sacri, scomunicare e maledire con molta efficacia. Ma bastò che Apollonia guardasse il viso inspirato del sacerdote ed il gesto soave col quale egli prese l’aspersorio lucente e sparse l’acqua santa di qua, di là, di su, di sotto, perché ella si convincesse che anche in cuor suo egli benediceva.

Allora ella apri l’uscio che chiudeva la stanza delle provviste; egli benedisse il pane, le focacce, il frumento, i legumi, il formaggio.

Apollonia sopraccaricò la bisaccia con due grandi pani, cinque focacce, una corona di fichi secchi: poi rientrò col sacerdote in cucina, e timidamente apri l’uscio che dava nella camera da letto.

Dal finestruolo penetrava una vivissima luce d’oro.

Col respiro sospeso, muta e pallida, Apollonia guardò il prete.

Ah! anch’egli s’era fatto un po’ bianco in viso; ma la sua mano soave versava la benedizione sul letto nuziale, augurando fecondità.

Allora Apollonia gettò la sua offerta nella secchia e una lagrima cadde sull’acqua santa, formando un piccolo cerchio nel gran cerchio fatto dalla moneta.

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Racconti di Guareschi

Don Camillo e Peppone

Don Camillo e Peppone sono due personaggi usciti dalla penna di Giovannino Guareschi, scrittore e giornalista italiano. Le vicende di Peppone e don Camillo sono state raccontate in diversi film.

I film su don Camillo

Don Camillo

https://www.youtube.com/watch?v=xLrc948nMtE

Il ritorno di don Camillo

Don Camillo e l’onorevole Peppone

Il compagno don Camillo

https://www.facebook.com/watch/?v=695381457798423

Libro – Gente così Mondo piccolo

di Giovannino Guareschi. BUR Rizzoli Milano 1980

Gente così – Mondo piccolo è una raccolta di racconti di Guareschi. I racconti sono stati scritti tra il 1948 e il 1953 e pubblicati postumi nel 1980.

I racconti sono ambientati in un non ben definto piccolo centro della bassa padana. I racconti narrano le vicende di don Camillo, parroco di campagna, e Peppone, Giuseppe Bottazzi, meccanico del paese, comunista e sindaco. I racconti narrano le vicende verosimili dei due personaggi, entrambi dotati di carattere forte, che portano due istanze opposte e in perenne conflitto: il mondo cattolico e quello comunista.

Audio – Un caso di coscienza

Il militante comunista Stràziami restituisce la tessera del partito dopo esser stato umiliato da uno dei suoi. Gli avevano consegnato un pacco di viveri arrivati grazie al sostegno degli USA. Il pacco era stato strappato dalle mani di suo figlio e lui era stato addirittura schiaffeggiato.

Audio – Gli irregolari

Lo Smilzo convive con la Moretta; i due non si vogliono sposare. In paese al gente mormora. Quando poi nasce una bambina sia Peppone che don Camillo si mobilitano. Come andrà a finire?

Audio – Le due strade

Da quando il Sant’Uffizio ha scomunicato i comunisti, Peppone e i suoi compagni hannpo smesso di andare in chiesa. Don Camillo allora, dopo un acceso dibattito con il Crocifisso, decide di far visita a Peppone.

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Giornata VI – Novella II Cisti fornaio

Decameron di Giovanni Boccaccio

Durante il pontificato di papa Bonifacio VIII il papa mandò a Firenze alcuni suoi nobili ambasciatori per concludere degli affari. Siccome il papa stimava particolarmente messer Geri Spina, li inviò a casa sua. 
Durate la loro permanenza in casa di messer Geri, quasi ogni mattina, mentre parlavano dei loro affari, tutti insieme passavano davanti alla chiesa di Santa Maria Ughi, dove Cisti fornaio aveva il suo forno e dove esercitava personalmente la sua arte.
Egli la esercitava così bene che, sebbene la fortuna gli avesse dato un’arte così umile, era comunque diventato ricchissimo e, non volendo abbandonare il suo mestiere per nessun altro, viveva splendidamente, anche grazie al fatto che aveva anche i migliori vini che si potevano trovare in Firenze e nel contado.
Cisti vedeva passare ogni mattina davanti alla sua porta messer Geri e gli ambasciatori del papa.
Poiché faceva molto caldo, Cisti pensò che sarebbe stata cosa molto cortese dar loro da bere un buon bicchiere del suo vino bianco.
Ma considerando quanto fosse umile la sua condizione rispetto a quella di messer Geri, non osò invitarlo. Pensò però di fare in modo che il gentiluomo si invitasse da sé stesso.
Geri aveva sempre indosso un gilè bianchissimo e un grembiule sempre fresco di bucato, che lo facevano sembrare più un mugnaio che un fornaio. Egli, ogni mattina, più o meno all’ora in cui erano soliti passare messer Geri e gli ambasciatori, si poneva davanti alla sua porta.
Si faceva portare lì un secchio nuovo, pieno di acqua fresca, una piccola brocca, realizzata a Bologna, piena di buon vino bianco e due bicchieri che parevano d’argento, tanto erano lucidi.


Dopo essersi messo a sedere, quando essi passavano, cominciava a bere il suo vino, con tanto gusto che avrebbe fatto venir voglia di bere anche ai morti.
Avendo messer Geri visto questa scena per due mattine di seguito, alla terza chiese al fornaio:
–  Cosa state bevendo? È buono?
Cisti si alzò immediatamente in piedi e rispose:
–  Messere è buonissimo, ma non vi posso far capire quanto è buono, se voi non lo assaggiate.
Messer Geri, che aveva una gran sete, per la calura e per il desiderio di assaggiare il vino che Cisti beveva con tanto gusto, si rivolse agli ambasciatori e disse:

–  Signori, è bene che noi assaggiamo il vino che ci offre questo uomo di valore, questo vino dev’essere così buono che noi non ci pentiremo di averlo assaggiato.
Assieme agli ambasciatori messer Geri andò verso Cisti.
Egli, fatta portare fuori dal forno una bella panca, li pregò che si sedessero.
Poi disse ai suoi servitori che si erano avvicinati:
–  Tiratevi indietro e lasciate che sia io a servire questi ospiti. Infatti io so mescere il vino non meno bene di quanto io sappia fare il pane! E non pensate di assaggiare di questo vino prelibato! —
Così detto, dopo aver lavato egli stesso quattro bicchieri, si fece portare una piccola brocca di buon vino e lo versò da bere a messer Geri e ai compagni.

A tutta la compagnia il vino sembrò il migliore di quello che avevano bevuto da lungo tempo e, finché gli ambasciatori si trattennero in Firenze, ogni mattina messer Geri andò a berlo, insieme a loro.
Quando gli ambasciatori ebbero concluso i loro affari, prima che partissero, messer Geri fece un magnifico banchetto al quale invitò tutti i cittadini più onorevoli di Firenze e a cui invitò anche Cisti. Ma lui non volle assolutamente andarci.
Messer Geri ordinò, allora, ad un suo servo di andare da Cisti con un fiasco, per farsi dare un po’ di quel vino, per poter servire mezzo bicchiere ad ogni convitato, prima del pranzo.

Il servitore, forse sdegnato perché nei giorni precedenti non aveva potuto assaggiare il vino, prese un fiasco molto grande.
Appena Cisti lo vide disse:
– Figliolo, sicuramente messer Geri non ti manda da me.
Più volte il servitore ribadì che era stato inviato proprio da messer Geri, ma non ricevette da Cisti altra risposta.
A quel punto il servitore tornò da messer Geri e riferì quanto aveva detto il fornaio.

Sentita la risposta messer Geri inviò di nuovo il servitore da Cisti e disse:
–  Torna da lui e se egli ti risponde ancora così, chiedigli a chi io ti sto mandando.
Il servitore tornò dal fornaio e disse:
–  Cisti, è certo che messer Geri mi ha mandato da te.
Cisti guardò il servitore e rispose:
–  Sicuramente messer Geri non ti manda da me.
–  Dunque? rispose il servitore – a chi mi manda?
Rispose Cisti:
–  Messer Geri Spina ti manda all’Arno.

Quando il servitore ebbe riportato la risposta al suo padrone, a messer Geri si aprirono gli occhi dell’intelletto, capì e disse al servitore:
–  Lasciami vedere che fiasco tu hai portato con te!
E dopo aver visto il fiasco disse:
–  Ah Cisti dice il vero! Quello non è un fiasco per il buon vino!
Messer Geri quindi prima sgridò il servitore imbroglione, poi lo inviò nuovamente da Cisti, dopo aver controllato che portasse con sé un fiasco adeguato.
Quando Cisti vide il fiasco disse:
–  Ah, adesso sono certo che il tuo padrone ti volesse mandare proprio da me!
E glielo riempì con gioia.

Poi, lo stesso giorno, fece riempire una botte dello stesso vino e la inviò a casa di messer Geri. Quindi lo andò a trovare e gli disse:
–  Messere, Io non vorrei che voi credeste che il grande fiasco di stamattina mi abbia spaventato. Ma mi era sembrato che vi foste dimenticato che questo non è un vino da tutti i giorni, un vino comune. Ho rifiutato di riempivi quel grande fiasco per questo. Ma io sono onorato di potervi donare il mio vino, quindi ve l’ho fatto imbottigliare tutto. Fatene quello che vi piace.
Messer Geri ricevette con grande piacere questo dono da parte di Cisti, lo ringraziò moltissimo e da quel momento Messer Geri considerò sempre il fornaio Cisti come suo amico.
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Inferno di Dante Alighieri dal canto 11 al canto 20

Undicesimo canto

Nell’undicesimo canto Dante e Virgilio si fermano: devono aspettare che i loro nasi si abituino al terribile puzzo che sale dai gironi inferiori.
Approfittano della sosta per parlare e Virgilio spiega a Dante com’è la situazione nella parte dell’inferno in cui stanno entrando.

In su l’estremità d’un’alta ripa
che facevan gran pietre rotte in cerchio,
venimmo sopra più crudele stipa; 3

e quivi, per l’orribile soperchio
del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio 6

d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta
che dicea: ’Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta’. 9

“Lo nostro scender conviene esser tardo,
sì che s’ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo”. 12

Così ’l maestro; e io “Alcun compenso”,
dissi lui, “trova che ’l tempo non passi
perduto”. Ed elli: “Vedi ch’a ciò penso”. 15

“Figliuol mio, dentro da cotesti sassi”,
cominciò poi a dir, “son tre cerchietti
di grado in grado, come que’ che lassi. 18

Tutti son pien di spirti maladetti;
ma perché poi ti basti pur la vista,
intendi come e perché son costretti. 21

D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
ingiuria è ‘l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con frode altrui contrista. 24

Ma perché frode è de l’uom proprio male,
più spiace a Dio; e però stan di sotto
li frodolenti, e più dolor li assale. 27

Di vïolenti il primo cerchio è tutto;
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e costrutto. 30

A Dio, a sé, al prossimo si pòne
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta ragione. 33

Morte per forza e ferute dogliose
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette dannose; 36

onde omicide e ciascun che mal fiere,
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse schiere. 39

Puote omo avere in sé man vïolenta
e ne’ suoi beni; e però nel secondo
giron convien che sanza pro si penta 42

qualunque priva sé del vostro mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange là dov’esser de’ giocondo. 45

Puossi far forza ne la deïtade,
col cor negando e bestemmiando quella,
e spregiando natura e sua bontade; 48

e però lo minor giron suggella
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor, favella. 51

La frode, ond’ogne coscïenza è morsa,
può l’omo usare in colui che ‘n lui fida
e in quel che fidanza non imborsa. 54

Questo modo di retro par ch’incida
pur lo vinco d’amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo s’annida 57

ipocresia, lusinghe e chi affattura,
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura. 60

Per l’altro modo quell’amor s’oblia
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
di che la fede spezïal si cria; 63

onde nel cerchio minore, ov’è ’l punto
de l’universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno è consunto”.66

E io: “Maestro, assai chiara procede
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede. 69

Ma dimmi: quei de la palude pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s’incontran con sì aspre lingue, 72

perché non dentro da la città roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a tal foggia?”. 75

Ed elli a me “Perché tanto delira”,
disse, “lo ’ngegno tuo da quel che sòle?
o ver la mente dove altrove mira? 78

Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che ’l ciel non vole, 81

incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta? 84.

Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon penitenza, 87

tu vedrai ben perché da questi felli
sien dipartiti, e perché men crucciata
la divina vendetta li martelli”. 90

“O sol che sani ogne vista turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata. 93

Ancora in dietro un poco ti rivolvi”,
diss’io, “là dove di’ ch’usura offende
la divina bontade, e ’l groppo solvi”.96

“Filosofia”, mi disse, “a chi la ’ntende,
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende 99

dal divino ’ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte, 102

che l’arte vostra quella, quanto pote,
segue, come ’l maestro fa ’l discente;
sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote.105

Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente; 108

e perché l’usuriere altra via tene,
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch’in altro pon la spene. 111

Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace;
ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace, 114

e ’l balzo via là oltra si dismonta”.

Dodicesimo canto

Nel dodicesimo canto Dante e Virgilio, dopo essersi fermati a chiacchiere per abituare il naso al puzzo infernale, scendono nel settimo cerchio dell’inferno. Qui scontano i loro peccati i tiranni, che sono immersi nel sangue del Flegetonte. Sono controllati da alcuni centauri.
Proprio un centauro aiuterà Dante ad attraversare il Flegetonte.


Era lo loco ov’a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco,
tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva. 3

Qual è quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco, 6

che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse: 9

cotal di quel burrato era la scesa;
e ’n su la punta de la rotta lacca
l’infamïa di Creti era distesa 12

che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l’ira dentro fiacca. 15

Lo savio mio inver’ lui gridò: “Forse
tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
che sù nel mondo la morte ti porse? 18

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene”. 21

Qual è quel toro che si slaccia in quella
c’ ha ricevuto già ’l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella, 24

vid’io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto gridò: “Corri al varco;
mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale”. 27

Così prendemmo via giù per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco. 30

Io gia pensando; e quei disse: “Tu pensi
forse a questa ruina, ch’è guardata
da quell’ira bestial ch’i’ ora spensi. 33

Or vo’ che sappi che l’altra fïata
ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata. 36

Ma certo poco pria, se ben discerno,
che venisse colui che la gran preda
levò a Dite del cerchio superno, 39

da tutte parti l’alta valle feda
tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
sentisse amor, per lo qual è chi creda 42

più volte il mondo in caòsso converso;
e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece riverso. 45

Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per vïolenza in altrui noccia”. 48

Oh cieca cupidigia e ira folle,
che sì ci sproni ne la vita corta,
e ne l’etterna poi sì mal c’immolle! 51

Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto ’l piano abbraccia,
secondo ch’avea detto la mia scorta; 54

e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia. 57

Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette; 60

e l’un gridò da lungi: “A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l’arco tiro”. 63

Lo mio maestro disse: “La risposta
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta”. 66

Poi mi tentò, e disse: “Quelli è Nesso,
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli stesso. 69

E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell’altro è Folo, che fu sì pien d’ira. 72

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa sortille”. 75

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle. 78

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
disse a’ compagni: “Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch’el tocca? 81

Così non soglion far li piè d’i morti”.
E ’l mio buon duca, che già li er’al petto,
dove le due nature son consorti, 84

rispuose: “Ben è vivo, e sì soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità ’l ci ’nduce, e non diletto. 87

Tal si partì da cantare alleluia
che mi commise quest’officio novo:
non è ladron, né io anima fuia. 90

Ma per quella virtù per cu’ io movo
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo, 93

e che ne mostri là dove si guada,
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l’aere vada”. 96

Chirón si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: “Torna, e sì li guida,
e fa cansar s’altra schiera v’intoppa”. 99

Or ci movemmo con la scorta fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida. 102

Io vidi gente sotto infino al ciglio;
e ’l gran centauro disse: “E’ son tiranni
che dier nel sangue e ne l’aver di piglio. 105

Quivi si piangon li spietati danni;
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che fé Cicilia aver dolorosi anni. 108

E quella fronte c’ ha ’l pel così nero,
è Azzolino; e quell’altro ch’è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero 111

fu spento dal figliastro sù nel mondo”.
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
“Questi ti sia or primo, e io secondo”. 114

Poco più oltre il centauro s’affisse
sovr’una gente che ’nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse. 117

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
dicendo: “Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola”. 120

Poi vidi gente che di fuor del rio
tenean la testa e ancor tutto ’l casso;
e di costoro assai riconobb’io. 123

Così a più a più si facea basso
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo. 126

“Sì come tu da questa parte vedi
lo bulicame che sempre si scema”,
disse ’l centauro, “voglio che tu credi 129

che da quest’altra a più a più giù prema
lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema. 132

La divina giustizia di qua punge
quell’Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in etterno munge 135

le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra”. 138

Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.

Tredicesimo canto

Nel canto XIII Dante ci presenta le anime di coloro che sono stati violenti contro sé stessi. Qui Dante affronta con delicatezza e rispetto il tema del suicidio attraverso la figura di Pier della Vigna, che era stato consigliere dell’Imperatore Federico II di Svevia.

Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato. 3

Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. 6

Non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. 9

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno. 12

Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani. 15

E ’l buon maestro “Prima che più entre,
sappi che se’ nel secondo girone”,
mi cominciò a dire, “e sarai mentre 18

che tu verrai ne l’orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone”. 21

Io sentia d’ogne parte trarre guai
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai. 24

Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse. 27

Però disse ’l maestro: “Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’ hai si faran tutti monchi”. 30

Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”. 33

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno? 36

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi”. 39

Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via, 42

sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme. 45

“S’elli avesse potuto creder prima”,
rispuose ’l savio mio, “anima lesa,
ciò c’ ha veduto pur con la mia rima, 48

non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa. 51

Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece”. 54

E ’l tronco: “Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’ïo un poco a ragionar m’inveschi. 57

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi, 60

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi. 63

La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio, 66

infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti. 69

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto. 72

Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno. 75

E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede”. 78

Un poco attese, e poi “Da ch’el si tace”,
disse ’l poeta a me, “non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace”. 81

Ond’ïo a lui: “Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora”. 84

Perciò ricominciò: “Se l’om ti faccia
liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia 87

di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega”. 90

Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
“Brievemente sarà risposto a voi. 93

Quando si parte l’anima feroce
dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce. 96

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta. 99

Surge in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra. 102

Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie. 105

Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta”. 108

Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi, 111

similemente a colui che venire
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire. 114

Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta. 117

Quel dinanzi: “Or accorri, accorri, morte!”.
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: “Lano, sì non furo accorte 120

le gambe tue a le giostre dal Toppo!”.
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo. 123

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena. 126

In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti. 129

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano. 132

“O Iacopo”, dicea, “da Santo Andrea,
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?”. 135

Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo,
disse: “Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?”. 138

Ed elli a noi: “O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c’ ha le mie fronde sì da me disgiunte, 141

raccoglietele al piè del tristo cesto.
I’ fui de la città che nel Batista
mutò ’l primo padrone; ond’ei per questo 144

sempre con l’arte sua la farà trista;
e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista, 147

que’ cittadin che poi la rifondarno
sovra ’l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno. 150

Io fei gibetto a me de le mie case”.

Quattordicesimo canto

Nel terzo girone del settimo cerchio sono puniti i violenti contro Dio e contro la natura. Questi si trovano su un sabbione infuocato sotto una pioggia di fuoco. In questo girone incontra l’arrogante Capaneo, terribile bestemmiatore che per la sua arroganza fu fulminato da Giove.

Poi che la carità del natio loco
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende’ le a colui, ch’era già fioco. 3

Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte. 6

A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove. 9

La dolorosa selva l’è ghirlanda
intorno, come ’l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a randa a randa. 12

Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d’altra foggia fatta che colei
che fu da’ piè di Caton già soppressa. 15

O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi mei! 18

D’anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge. 21

Supin giacea in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continüamente. 24

Quella che giva ’ntorno era più molta,
e quella men che giacëa al tormento,
ma più al duolo avea la lingua sciolta. 27

Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento. 30

Quali Alessandro in quelle parti calde
d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde, 33

per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre ch’era solo: 36

tale scendeva l’etternale ardore;
onde la rena s’accendea, com’esca
sotto focile, a doppiar lo dolore. 39

Sanza riposo mai era la tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da sé l’arsura fresca. 42

I’ cominciai: “Maestro, tu che vinci
tutte le cose, fuor che ’ demon duri
ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci, 45

chi è quel grande che non par che curi
lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che ’l marturi?”. 48

E quel medesmo, che si fu accorto
ch’io domandava il mio duca di lui,
gridò: “Qual io fui vivo, tal son morto. 51

Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l’ultimo dì percosso fui; 54

o s’elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”, 57

sì com’el fece a la pugna di Flegra,
e me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta allegra”. 60

Allora il duca mio parlò di forza
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
“O Capaneo, in ciò che non s’ammorza 63

la tua superbia, se’ tu più punito;
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito”. 66

Poi si rivolse a me con miglior labbia,
dicendo: “Quei fu l’un d’i sette regi
ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia 69

Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;
ma, com’io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi. 72

Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti”. 75

Tacendo divenimmo là ’ve spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia. 78

Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello. 81

Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt’era ’n pietra, e ’ margini dallato;
per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici. 84

“Tra tutto l’altro ch’i’ t’ ho dimostrato,
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno è negato, 87

cosa non fu da li tuoi occhi scorta
notabile com’è ’l presente rio,
che sovra sé tutte fiammelle ammorta”. 90

Queste parole fuor del duca mio;
per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto
di cui largito m’avëa il disio. 93

“In mezzo mar siede un paese guasto”,
diss’elli allora, “che s’appella Creta,
sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto. 96

Una montagna v’è che già fu lieta
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta. 99

Rëa la scelse già per cuna fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida. 102

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver’ Dammiata
e Roma guarda come süo speglio. 105

La sua testa è di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e ’l petto,
poi è di rame infino a la forcata; 108

da indi in giuso è tutto ferro eletto,
salvo che ’l destro piede è terra cotta;
e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto. 111

Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
d’una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fóran quella grotta. 114

Lor corso in questa valle si diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia, 117

infin, là ove più non si dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta”. 120

E io a lui: “Se ’l presente rigagno
si diriva così dal nostro mondo,
perché ci appar pur a questo vivagno?”. 123

Ed elli a me: “Tu sai che ’l loco è tondo;
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giù calando al fondo, 126

non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto;
per che, se cosa n’apparisce nova,
non de’ addur maraviglia al tuo volto”. 129

E io ancor: “Maestro, ove si trova
Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
e l’altro di’ che si fa d’esta piova”. 132

“In tutte tue question certo mi piaci”,
rispuose, “ma ’l bollor de l’acqua rossa
dovea ben solver l’una che tu faci. 135

Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
là dove vanno l’anime a lavarsi
quando la colpa pentuta è rimossa”. 138

Poi disse: “Omai è tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi, 141

e sopra loro ogne vapor si spegne”.

Quindicesimo canto

Nel canto XV Dante e Virgilio sono ancora sul bordo del sabbione ardente. Mentre guardano alla schiera che corre sotto la pioggia di fuoco un’anima si rivolge a Dante. Si tratta del suo maestro Brunetto Latini, autore del Tesoretto, un importante testo medievale. Brunetto ha avuto un ruolo importante nella formazione di Dante e il discepolo prova grande riconoscenza in confronto di “Ser Brunetto”.

Ora cen porta l’un de’ duri margini;
e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva l’acqua e li argini. 3

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; 6

e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta: 9

a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro félli. 12

Già eravam da la selva rimossi
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era,
perch’io in dietro rivolto mi fossi, 15

quando incontrammo d’anime una schiera
che venian lungo l’argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera 18

guardare uno altro sotto nuova luna;
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna. 21

Così adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: “Qual maraviglia!”. 24

E io, quando ’l suo braccio a me distese,
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
sì che ’l viso abbrusciato non difese 27

la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: “Siete voi qui, ser Brunetto?”. 30

E quelli: “O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia”. 33

I’ dissi lui: “Quanto posso, ven preco;
e se volete che con voi m’asseggia,
faròl, se piace a costui che vo seco”. 36

“O figliuol”, disse, “qual di questa greggia
s’arresta punto, giace poi cent’anni
sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia. 39

Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni”. 42

Io non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma ’l capo chino
tenea com’uom che reverente vada. 45

El cominciò: “Qual fortuna o destino
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ’l cammino?”. 48

“Là sù di sopra, in la vita serena”,
rispuos’io lui, “mi smarri’ in una valle,
avanti che l’età mia fosse piena.51

Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m’apparve, tornand’ïo in quella,
e reducemi a ca per questo calle”.54

Ed elli a me: “Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella;57

e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei a l’opera conforto.60

Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,63

ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.66

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.69

La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.72

Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancora in lor letame,75

in cui riviva la sementa santa
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta”.78

“Se fosse tutto pieno il mio dimando”,
rispuos’io lui, “voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando;81

ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora84

m’insegnavate come l’uom s’etterna:
e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.87

Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo.90

Tanto vogl’io che vi sia manifesto,
pur che mia coscïenza non mi garra,
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.93

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ’l villan la sua marra”.96

Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro e riguardommi;
poi disse: “Bene ascolta chi la nota”.99

Né per tanto di men parlando vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni più noti e più sommi.102

Ed elli a me: “Saper d’alcuno è buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ché ’l tempo saria corto a tanto suono.105

In somma sappi che tutti fur cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d’un peccato medesmo al mondo lerci.108

Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
s’avessi avuto di tal tigna brama,111

colui potei che dal servo de’ servi
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.114

Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
là surger nuovo fummo del sabbione.117

Gente vien con la quale esser non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro,
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio”.120

Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro123

quelli che vince, non colui che perde.

Sedicesimo canto

Il sedicesimo canto può essere diviso in due parti. Si trovano ancora nel girone dei sodomiti quando vendono fermati da tre fiorentini che si staccano da un’altra schera di anime che corrono lungo il sabbione infernale. Nella seconda parte i due pellegrini si avviano verso il successivo cerchio a cui arriveranno tramite un altro terribile custode infernale: Gerione.

Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo
de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
simile a quel che l’arnie fanno rombo, 3

quando tre ombre insieme si partiro,
correndo, d’una torma che passava
sotto la pioggia de l’aspro martiro. 6

Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:
“Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
essere alcun di nostra terra prava”. 9

Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri. 12

A le lor grida il mio dottor s’attese;
volse ’l viso ver’ me, e “Or aspetta”,
disse, “a costor si vuole esser cortese. 15

E se non fosse il foco che saetta
la natura del loco, i’ dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta”. 18

Ricominciar, come noi restammo, ei
l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei. 21

Qual sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti, 24

così rotando, ciascuno il visaggio
drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
faceva ai piè continüo vïaggio. 27

E “Se miseria d’esto loco sollo
rende in dispetto noi e nostri prieghi”,
cominciò l’uno, “e ’l tinto aspetto e brollo, 30

la fama nostra il tuo animo pieghi
a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
così sicuro per lo ’nferno freghi. 33

Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi: 36

nepote fu de la buona Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada. 39

L’altro, ch’appresso me la rena trita,
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo sù dovria esser gradita. 42

E io, che posto son con loro in croce,
Iacopo Rusticucci fui, e certo
la fiera moglie più ch’altro mi nuoce”. 45

S’i’ fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che ’l dottor l’avria sofferto; 48

ma perch’io mi sarei brusciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto. 51

Poi cominciai: “Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia, 54

tosto che questo mio segnor mi disse
parole per le quali i’ mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse. 57

Di vostra terra sono, e sempre mai
l’ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai. 60

Lascio lo fele e vo per dolci pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi”. 63

“Se lungamente l’anima conduca
le membra tue”, rispuose quelli ancora,
“e se la fama tua dopo te luca, 66

cortesia e valor dì se dimora
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n’è gita fora; 69

ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole”.72

“La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni”.75

Così gridai con la faccia levata;
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l’un l’altro com’al ver si guata.78

“Se l’altre volte sì poco ti costa”,
rispuoser tutti, “il satisfare altrui,
felice te se sì parli a tua posta!81

Però, se campi d’esti luoghi bui
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere “I’ fui”,84

fa che di noi a la gente favelle”.
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle.87

Un amen non saria possuto dirsi
tosto così com’e’ fuoro spariti;
per ch’al maestro parve di partirsi.90

Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.93

Come quel fiume c’ ha proprio cammino
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino,96

che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,99

rimbomba là sovra San Benedetto
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;102

così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’acqua tinta,
sì che ’n poc’ora avria l’orecchia offesa.105

Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.108

Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
sì come ’l duca m’avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.111

Ond’ei si volse inver’ lo destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell’alto burrato.114

’E’ pur convien che novità risponda’,
dicea fra me medesmo, ’al novo cenno
che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.117

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l’ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!120

El disse a me: “Tosto verrà di sovra
ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
tosto convien ch’al tuo viso si scovra”.123

Sempre a quel ver c’ ha faccia di menzogna
de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
però che sanza colpa fa vergogna;126

ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s’elle non sien di lunga grazia vòte,129

ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,132

sì come torna colui che va giuso
talora a solver l’àncora ch’aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso,135

che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.

Diciassettesimo canto

Questo canto è diviso in tre parti. Nella prima incontriamo Gerione, l’orribile bestia, che porterà Dante e Virgilio nel cerchio successivo.
 Mentre Virgilio prende accordi con Gerione per scendere nell’ ottavo cerchio de l’inferno, Dante va a parlare con l’ultima schiera dei violenti, gli usurai. Quindi Dante torna a Virgilio e si accinge a fare un incredibile volo verso l’ottavo cerchio, sul dorso di Gerione.

“Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!”.3

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin d’i passeggiati marmi.6

E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
ma ’n su la riva non trasse la coda.9

La faccia sua era faccia d’uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto;12

due branche avea pilose insin l’ascelle;
lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.15

Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte.18

Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi21

lo bivero s’assetta a far sua guerra,
così la fiera pessima si stava
su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.24

Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
ch’a guisa di scorpion la punta armava.27

Lo duca disse: “Or convien che si torca
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che colà si corca”.30

Però scendemmo a la destra mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.33

E quando noi a lei venuti semo,
poco più oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco scemo.36

Quivi ’l maestro “Acciò che tutta piena
esperïenza d’esto giron porti”,
mi disse, “va, e vedi la lor mena.39

Li tuoi ragionamenti sian là corti;
mentre che torni, parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti”.42

Così ancor su per la strema testa
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente mesta.45

Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
di qua, di là soccorrien con le mani
quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:48

non altrimenti fan di state i cani
or col ceffo or col piè, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da tafani.51

Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
ne’ quali ’l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi54

che dal collo a ciascun pendea una tasca
ch’avea certo colore e certo segno,
e quindi par che ’l loro occhio si pasca.57

E com’io riguardando tra lor vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro
che d’un leone avea faccia e contegno.60

Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
vidine un’altra come sangue rossa,
mostrando un’oca bianca più che burro.63

E un che d’una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: “Che fai tu in questa fossa?66

Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
sappi che ’l mio vicin Vitalïano
sederà qui dal mio sinistro fianco.69

Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fïate mi ’ntronan li orecchi
gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,72

che recherà la tasca con tre becchi!””.
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che ’l naso lecchi.75

E io, temendo no ’l più star crucciasse
lui che di poco star m’avea ’mmonito,
torna’ mi in dietro da l’anime lasse.78

Trova’ il duca mio ch’era salito
già su la groppa del fiero animale,
e disse a me: “Or sie forte e ardito.81

Omai si scende per sì fatte scale;
monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
sì che la coda non possa far male”.84

Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo
de la quartana, c’ ha già l’unghie smorte,
e triema tutto pur guardando ’l rezzo,87

tal divenn’io a le parole porte;
ma vergogna mi fé le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa servo forte.90

I’ m’assettai in su quelle spallacce;
sì volli dir, ma la voce non venne
com’io credetti: ’Fa che tu m’abbracce’.93

Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch’i’ montai
con le braccia m’avvinse e mi sostenne;96

e disse: “Gerïon, moviti omai:
le rote larghe, e lo scender sia poco;
pensa la nova soma che tu hai”.99

Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi ch’al tutto si sentì a gioco,102

là ’v’era ’l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l’aere a sé raccolse.105

Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandonò li freni,
per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;108

né quando Icaro misero le reni
sentì spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui “Mala via tieni!”,111

che fu la mia, quando vidi ch’i’ era
ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la fera.114

Ella sen va notando lenta lenta;
rota e discende, ma non me n’accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta.117

Io sentia già da la man destra il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.120

Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
ond’io tremando tutto mi raccoscio.123

E vidi poi, ché nol vedea davanti,
lo scendere e ’l girar per li gran mali
che s’appressavan da diversi canti.126

Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere “Omè, tu cali!”,129

discende lasso onde si move isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;132

così ne puose al fondo Gerïone
al piè al piè de la stagliata rocca,
e, discarcate le nostre persone,135

si dileguò come da corda cocca.

Diciottesimo canto

I due pellegrini vengono lasciati sul bordo dell’ottavo girone che raccoglie le anime dei frudolenti.

La varietà dei peccatori è tale che il girone è diviso in dieci bolge, una per ogni tipo di frode.

  • 1.seduttori
  • 2.adulatori
  • 3.simoniaci
  • 4.indovini
  • 5.barattieri
  • 6.ipocriti
  • 7.ladri
  • 8.mali consiglieri
  • 9.seminatori di discordie
  • 10.falsari e alchimisti

Nel canto XVIII vediamo le prime due malebolge, quelle dei seduttori e degli adulatori.

Luogo è in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.3

Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicerò l’ordigno.

Quel cinghio che rimane adunque è tondo
tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,
e ha distinto in dieci valli il fondo.

Quale, dove per guardia de le mura
più e più fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende figura,12

tale imagine quivi facean quelli;
e come a tai fortezze da’ lor sogli
a la ripa di fuor son ponticelli,15

così da imo de la roccia scogli
movien che ricidien li argini e ’ fossi
infino al pozzo che i tronca e raccogli.18

In questo luogo, de la schiena scossi
di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta
tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.21

A la man destra vidi nova pieta,
novo tormento e novi frustatori,
di che la prima bolgia era repleta.24

Nel fondo erano ignudi i peccatori;
dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,
di là con noi, ma con passi maggiori,27

come i Roman per l’essercito molto,
l’anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,30

che da l’un lato tutti hanno la fronte
verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,
da l’altra sponda vanno verso ’l monte.33

Di qua, di là, su per lo sasso tetro
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di retro.36

Ahi come facean lor levar le berze
a le prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le terze.39

Mentr’io andava, li occhi miei in uno
furo scontrati; e io sì tosto dissi:
“Già di veder costui non son digiuno”.42

Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;
e ’l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch’alquanto in dietro gissi.45

E quel frustato celar si credette
bassando ’l viso; ma poco li valse,
ch’io dissi: “O tu che l’occhio a terra gette,48

se le fazion che porti non son false,
Venedico se’ tu Caccianemico.
Ma che ti mena a sì pungenti salse?”.51

Ed elli a me: “Mal volontier lo dico;
ma sforzami la tua chiara favella,
che mi fa sovvenir del mondo antico.54

I’ fui colui che la Ghisolabella
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la sconcia novella.57

E non pur io qui piango bolognese;
anzi n’è questo loco tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese60

a dicer ’sipa’ tra Sàvena e Reno;
e se di ciò vuoi fede o testimonio,
rècati a mente il nostro avaro seno”.63

Così parlando il percosse un demonio
de la sua scurïada, e disse: “Via,
ruffian! qui non son femmine da conio”.66

I’ mi raggiunsi con la scorta mia;
poscia con pochi passi divenimmo
là ’v’uno scoglio de la ripa uscia.69

Assai leggeramente quel salimmo;
e vòlti a destra su per la sua scheggia,
da quelle cerchie etterne ci partimmo.72

Quando noi fummo là dov’el vaneggia
di sotto per dar passo a li sferzati,
lo duca disse: “Attienti, e fa che feggia75

lo viso in te di quest’altri mal nati,
ai quali ancor non vedesti la faccia
però che son con noi insieme andati”.78

Del vecchio ponte guardavam la traccia
che venìa verso noi da l’altra banda,
e che la ferza similmente scaccia.81

E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,
mi disse: “Guarda quel grande che vene,
e per dolor non par lagrime spanda:84

quanto aspetto reale ancor ritene!
Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
li Colchi del monton privati féne.87

Ello passò per l’isola di Lenno
poi che l’ardite femmine spietate
tutti li maschi loro a morte dienno.90

Ivi con segni e con parole ornate
Isifile ingannò, la giovinetta
che prima avea tutte l’altre ingannate.93

Lasciolla quivi, gravida, soletta;
tal colpa a tal martiro lui condanna;
e anche di Medea si fa vendetta.96

Con lui sen va chi da tal parte inganna;
e questo basti de la prima valle
sapere e di color che ’n sé assanna”.99

Già eravam là ’ve lo stretto calle
con l’argine secondo s’incrocicchia,
e fa di quello ad un altr’arco spalle.102

Quindi sentimmo gente che si nicchia
ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,
e sé medesma con le palme picchia.105

Le ripe eran grommate d’una muffa,
per l’alito di giù che vi s’appasta,
che con li occhi e col naso facea zuffa.108

Lo fondo è cupo sì, che non ci basta
loco a veder sanza montare al dosso
de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.111

Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
vidi gente attuffata in uno sterco
che da li uman privadi parea mosso.114

E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,
vidi un col capo sì di merda lordo,
che non parëa s’era laico o cherco.117

Quei mi sgridò: “Perché se’ tu sì gordo
di riguardar più me che li altri brutti?”.
E io a lui: “Perché, se ben ricordo,120

già t’ ho veduto coi capelli asciutti,
e se’ Alessio Interminei da Lucca:
però t’adocchio più che li altri tutti”.123

Ed elli allor, battendosi la zucca:
“Qua giù m’ hanno sommerso le lusinghe
ond’io non ebbi mai la lingua stucca”.126

Appresso ciò lo duca “Fa che pinghe”,
mi disse, “il viso un poco più avante,
sì che la faccia ben con l’occhio attinghe129

di quella sozza e scapigliata fante
che là si graffia con l’unghie merdose,
e or s’accoscia e ora è in piedi stante.132

Taïde è, la puttana che rispuose
al drudo suo quando disse “Ho io grazie
grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.135

E quinci sian le nostre viste sazie”.

Diciannovesimo canto

In questo canto Dante inveisce contro i simoniaci, religiosi che hanno venduto e comprato con il denaro le cose sacre, i beni spirituali e gli uffici ecclesiastici.

Molti papi si trovano qui in questa terza bolgia

O Simon mago, o miseri seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci3

per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state.6

Già eravamo, a la seguente tomba,
montati de lo scoglio in quella parte
ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.9

O somma sapïenza, quanta è l’arte
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
e quanto giusto tua virtù comparte!12

Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fóri,
d’un largo tutti e ciascun era tondo.15

Non mi parean men ampi né maggiori
che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per loco d’i battezzatori;18

l’un de li quali, ancor non è molt’anni,
rupp’io per un che dentro v’annegava:
e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.21

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
d’un peccator li piedi e de le gambe
infino al grosso, e l’altro dentro stava.24

Le piante erano a tutti accese intrambe;
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averien ritorte e strambe.27

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era lì dai calcagni a le punte.30

“Chi è colui, maestro, che si cruccia
guizzando più che li altri suoi consorti”,
diss’io, “e cui più roggia fiamma succia?”.33

Ed elli a me: “Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
là giù per quella ripa che più giace,
da lui saprai di sé e de’ suoi torti”.36

E io: “Tanto m’è bel, quanto a te piace:
tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace”.39

Allor venimmo in su l’argine quarto;
volgemmo e discendemmo a mano stanca
là giù nel fondo foracchiato e arto.42

Lo buon maestro ancor de la sua anca
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
di quel che si piangeva con la zanca.45

“O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,
anima trista come pal commessa”,
comincia’ io a dir, “se puoi, fa motto”.48

Io stava come ’l frate che confessa
lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
richiama lui per che la morte cessa.51

Ed el gridò: “Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.54

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?”.57

Tal mi fec’io, quai son color che stanno,
per non intender ciò ch’è lor risposto,
quasi scornati, e risponder non sanno.60

Allor Virgilio disse: “Dilli tosto:
“Non son colui, non son colui che credi””;
e io rispuosi come a me fu imposto.63

Per che lo spirto tutti storse i piedi;
poi, sospirando e con voce di pianto,
mi disse: “Dunque che a me richiedi?66

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;69

e veramente fui figliuol de l’orsa,
cupido sì per avanzar li orsatti,
che sù l’avere e qui me misi in borsa.72

Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.75

Là giù cascherò io altresì quando
verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,
allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.78

Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
e ch’i’ son stato così sottosopra,
ch’el non starà piantato coi piè rossi:81

ché dopo lui verrà di più laida opra,
di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.84

Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi Francia regge”.87

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
“Deh, or mi dì: quanto tesoro volle90

Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non “Viemmi retro”.93

Né Pier né li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l’anima ria.96

Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch’esser ti fece contra Carlo ardito.99

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
la reverenza de le somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,102

io userei parole ancor più gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.105

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;108

quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.111

Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;
e che altro è da voi a l’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?114

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!”.117

E mentr’io li cantava cotai note,
o ira o coscïenza che ’l mordesse,
forte spingava con ambo le piote.120

I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,
con sì contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse.123

Però con ambo le braccia mi prese;
e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese.126

Né si stancò d’avermi a sé distretto,
sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
che dal quarto al quinto argine è tragetto.129

Quivi soavemente spuose il carco,
soave per lo scoglio sconcio ed erto
che sarebbe a le capre duro varco.132

Indi un altro vallon mi fu scoperto.

Ventesimo canto

Nel ventesimo canto Dante e Virgilio attraversano nella quarta bolgia dell’ottavo cerchio dove sono puniti gli indovini. Questi sono obbligati a camminare a ritroso con la testa girata all’indietro. In questo canto poi Virgilio racconta a Dante quali sono le origini della città di Mantova.

Di nova pena mi conven far versi
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.3

Io era già disposto tutto quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d’angoscioso pianto;6

e vidi gente per lo vallon tondo
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo mondo.9

Come ’l viso mi scese in lor più basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,12

ché da le reni era tornato ’l volto,
e in dietro venir li convenia,
perché ’l veder dinanzi era lor tolto.15

Forse per forza già di parlasia
si travolse così alcun del tutto;
ma io nol vidi, né credo che sia.18

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com’io potea tener lo viso asciutto,21

quando la nostra imagine di presso
vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.24

Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
del duro scoglio, sì che la mia scorta
mi disse: “Ancor se’ tu de li altri sciocchi?27

Qui vive la pietà quand’è ben morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?30

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,33

Anfïarao? perché lasci la guerra?”.
E non restò di ruinare a valle
fino a Minòs che ciascheduno afferra.36

Mira c’ ha fatto petto de le spalle;
perché volse veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.39

Vedi Tiresia, che mutò sembiante
quando di maschio femmina divenne,
cangiandosi le membra tutte quante;42

e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che rïavesse le maschili penne.45

Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,
che ne’ monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto alberga,48

ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e ’l mar non li era la veduta tronca.51

E quella che ricuopre le mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di là ogne pilosa pelle,54

Manto fu, che cercò per terre molte;
poscia si puose là dove nacqu’ io;
onde un poco mi piace che m’ascolte.57

Poscia che ’l padre suo di vita uscìo
e venne serva la città di Baco,
questa gran tempo per lo mondo gio.60

Suso in Italia bella giace un laco,
a piè de l’Alpe che serra Lamagna
sovra Tiralli, c’ ha nome Benaco.63

Per mille fonti, credo, e più si bagna
tra Garda e Val Camonica e Pennino
de l’acqua che nel detto laco stagna.66

Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
pastore e quel di Brescia e ’l veronese
segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.69

Siede Peschiera, bello e forte arnese
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
ove la riva ’ntorno più discese.72

Ivi convien che tutto quanto caschi
ciò che ’n grembo a Benaco star non può,
e fassi fiume giù per verdi paschi.75

Tosto che l’acqua a correr mette co,
non più Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.78

Non molto ha corso, ch’el trova una lama,
ne la qual si distende e la ’mpaluda;
e suol di state talor esser grama.81

Quindi passando la vergine cruda
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d’abitanti nuda.84

Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo corpo vano.87

Li uomini poi che ’ntorno erano sparti
s’accolsero a quel loco, ch’era forte
per lo pantan ch’avea da tutte parti.90

Fer la città sovra quell’ossa morte;
e per colei che ’l loco prima elesse,
Mantüa l’appellar sanz’altra sorte.93

Già fuor le genti sue dentro più spesse,
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno ricevesse.96

Però t’assenno che, se tu mai odi
originar la mia terra altrimenti,
la verità nulla menzogna frodi”.99

E io: “Maestro, i tuoi ragionamenti
mi son sì certi e prendon sì mia fede,
che li altri mi sarien carboni spenti.102

Ma dimmi, de la gente che procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
ché solo a ciò la mia mente rifiede”.105

Allor mi disse: “Quel che da la gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu – quando Grecia fu di maschi vòta,108

sì ch’a pena rimaser per le cune –
augure, e diede ’l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.111

Euripilo ebbe nome, e così ’l canta
l’alta mia tragedìa in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.114

Quell’altro che ne’ fianchi è così poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe ’l gioco.117

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.120

Vedi le triste che lasciaron l’ago,
la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;
fecer malie con erbe e con imago.123

Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine
d’amendue li emisperi e tocca l’onda
sotto Sobilia Caino e le spine;126

e già iernotte fu la luna tonda:
ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda”.129

Sì mi parlava, e andavamo introcque.
PARAFRASI DISCORSIVA
Il poeta si rivolge a noi lettori e dice che nel ventesimo canto della prima cantica gli tocca raccontare con i suoi versi la nuova pena a cui sono sottoposti i dannati che qui sono raccolti.
Dante afferma di essere stato molto concentrato nel guardare giù nel fondo della bolgia del vallone; qui vide che il fondo del vallone era bagnato dalle lacrime dei dannati che piangevano angosciati.
Dante riferisce di aver visto venire gente verso di lui, lungo questo vallone tondo; questi venivano camminando in silenzio e piangendo; si muovevano con passi lenti come quelli che si fanno durante le processioni religiose. [1 – 9]
Non appena Dante guardò i corpi di quelli che camminavano, cioè spostò il suo sguardo dal loro viso al loro corpo, rimase incredibilmente stupito: infatti queste anime che procedevano avevano la testa girata, cioè il corpo di queste anime era girato tra il capo e il petto così che il loro volto era rivolto verso la schiena; i dannati erano quindi obbligati a camminare indietro perché non potevano guardare avanti.
Qui Dante fa una riflessione e dice che, forse a causa di una paralisi, è successo ancora che sulla terra qualcuno si sia trovato così, con la testa rivolta completamente indietro, ma, prosegue, dicendo ci non aver mai visto nulla di simile ed è convinto che sulla terra questo non sia mai accaduto. [10 – 18]
In questa terzina il poeta si rivolge a noi e dice: “Lettore, che Dio ti possa concedere di trarre un insegnamento dalla lettura di questo testo; ma adesso rifletti bene, secondo te avrei io potuto evitare di piangere dal momento che vidi da vicino l’immagine dell’uomo storpiata così tanto: infatti le lacrime che scendevano dagli occhi dei dannati andavano a bagnare le natiche dei dannati scendendo lungo il filo della schiena. [19 – 24]
Infatti anch’io piangevo appoggiato a una di quelle sporgenze della dura roccia quando Virgilio mi guardò e mi disse: “Ma piangi anche tu, come tutti quegli sciocchi? Vedi Dante, la pietà verso questi dannati è morta perchè non ci può essere una persona più ingiusta di quella che si permette di valutare giudizio di Dio ascoltando le proprie passioni. Alza la testa Dante e guarda bene il primo dannato; è Anfiarao l’indovino sotto il quale si aprì la terra sotto la vista dei tebani; questi gli gridavano: “Dove precipiti Anfiarao, perché abbandoni la guerra?”
Ma Anfiarao non smise di precipitare di abisso in abisso finché non raggiunse Minosse che prende chiunque. [28 – 36]
Anfiarao era stato re di Argo un guerriero un indovino che aveva previsto la sua stessa morte.
Dante osserva che ora Anfiarao ha le spalle al posto del petto perché da vivo ha voluto guardare troppo avanti nel futuro e adesso, in virtù della legge del contrappasso, guarda dietro di sé e cammina anche all’indietro [37 – 39]
Poi vedono Tiresia cbhe aveva cambiato il suo aspetto, da uomo era diventatao donna e poi, per riavere el sue sembianze aveva colpito con un bastone due serpenti che erano attorcigliati. Anche Tiresia era un famoso indovino. [40 – 45]
Il terzo indovino che incontrano è Arunte, un mago che dimorava in Lunigiana sopra la città di Carrara; Arunte si era fatto una grotta tra i marmi bianchi delle Alpi apuane da cui poteva guardare le stelle e poteva guardare anche il mare la vista delle stelle del mare non gli era impedita da niente [46 – 51]
Arriava quindi l’anima di una donna, l’indovina che copre il suo seno con le lunghe trecce sciolte che si chiamava Manto.
Questa donna aveva vagato per molte terre e si era fermata a Mantova nella terra dove Virgilio era nato.
Il poeta racconta allora la storia della fondazione della città.
Qui Virgilio racconta che dopo che Tiresia, il padre di Manto era morto la città di Tebe era caduta in schiavitù.
La bella Manto fu obbligata a vagare per lungo tempo nel mondo [52 – 60]
Qui Virglio ci fa una lezione di geografia e dice che nel Nord dell’Italia si trova un lago ai piedi delle Alpi che dividono la penisola italica dalla Germania il Benaco o Lago di Garda. Il lago è alimentato da mille e più fonti d’acqua. il lago si trova tra le aree di influenza del vescovo di Trento di quello di Verona e di quello di Brescia.
In fondo al lago, dove le colline moreniche arrivano alla pianura, sorge la città di Peschiera, una città bella e robusta con una fortezza solida in grado di tenere testa ai Bresciani e Bergamaschi. [61 – 72]
Da quel punto defluisce tutta l’acqua che non può essere contenuta nel lago di Garda, e quindi a Peschiera esce il Mincio, che scorre attraverso i verdi pascoli. il fiume mantiene questo nome fino a Governolo dove sfocia nel fiume Po. [73 – 78]
Il Mincio scorre per un tratto relativamente breve prima di incontrare un avvallamento un’area che si allaga e che diventa quindi una palude, con l’acqua stagnante che durante la stagione estiva può essere anche malsana.
Passando da quella palude la bella Manto vide in mezzo a tutto quel pantano, un pezzo di terra che non era coltivato e su quale non c’era traccia di abitante. E così, proprio per sfuggire ad ogni società umana, lì si fermò la bella Manto con il suo seguito di servi con l’intenzione di dedicarsi alla magia di restare in pace e rimase lì fino alla morte. [79 – 87]
In seguito altri uomini si raccolsero in quel luogo che era diventato una fortezza naturale proprio in virtù di tutto quel pantano che lo circondava. Proprio lì quindi venne edificata una città sopra le ossa della maga Manto e in onore a lei, che per prima aveva scelto quel luogo come sua dimora, quella città venne chiamata Mantova.
Virgilio poi racconta che gli abitanti di Mantova furono in passato molto più numerosi prima che la stoltezza del signore di Mantova, Alberto da Casalodi, si lasciasse ingannare da Pinamonte dei Bonacolsi.
Dante infatti racconta che Alberto da Casalodi si fosse fatto convincere da Pinamonte dei Bonacolsi ad esiliare gli esponenti di spicco di molte famiglie in vista della città di Mantova. E furono proprio questi provvedimenti ad attirare intorno al Conte Alberto molti nemici tanto che si ritrovò senza sostegno.
Ecco che qui Dante ritiene che proprio questo Pinamonte fosse particolarmente abile nell’inganno. [88 – 96]
Virgilio ha voluto raccontare la storia di Mantova e quindi conclude dicendo: “Mi auguro che se tu sentirai mai raccontare una storia diversa sull’origine della mia città tu non gli dia credito, nessuna menzogna potrà sostituire la verità che è questa che hai sentito da me.”
Dante rassicura il maestro e garantisce che i suoi ragionamenti sono così chiari che ottengono da lui tutta la fiducia che meritano; in confronto le parole di ogni altro non gli farebberio alcun effetto. [97 – 102]
Dante quindi chiede di sapere chi sianole anime che stanno arrivando, chiede se ci sia qualcuno degno di nota.
Allora Virgilio mostra l’anima di quel dannato dalle cui guance scende una barba lunga e scura fino alle spalle; egli fu Euripilo, un greco, un augure, un indovino; lui insieme con Calcante indicò il momento favorevole per far partire i re greci alla volta di Troia. Virgilio dice di aver scritto questo nella sua Eneide ed è sicuro che Dante se ne ricordi, perchè ha letto tutta la sua opera. [103 – 114]
Poi mostra l’anima di Michele Scotto, un astrologo e filosofo che era stato attivo nella corte di Federico II di Svevia. Secondo Dante costui aveva utilizzato la magia solo per ingannare.
Poi mostra Guido Bonatti, un astrologo di Forlì, molto famoso nel medioevo, esponente di spicco della parte ghibellina.
Quindi indica Asdente. Questo è il soprannome attribuito a di Mastro Benvenuto, un calzolaio di Parma calzolaio che era vissuto nella seconda metà del secolo XIII che, secondo Virgilio, nella vita avrebbe meglio a dedicarsi solo al cuoio e all’ago, avrebbe quindi dovuto attendere al mestiere di ciabattino, invece che dedicarsi alla magia e poi finire all’inferno; ma ovviamente ormai è troppo tardi per pentirsi. [115 – 120]
Poi indica delle donne infelici che hanno abbandonato l’ago, la spola e il fuso e si sono dedicate anch’esse a fare le indovine e hanno fatto mille magie. [121 – 123]
Ma Virgilio poi sollecita Dante, lo invita a procedere visto che ormai sono le sette del mattino e il loro viaggio deve continuare.

Fonti

  • https://library.weschool.com/lezione/dante-alighieri-commedia-inferno
  • https://parafrasidivinacommedia.jimdofree.com/inferno/
  • https://www.orlandofurioso.com/divina-commedia/inferno/parafrasi-dellinferno
  • http://www.parafrasando.it/dante/inferno
  • https://it.wikisource.org/wiki/Divina_Commedia/Inferno
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Inferno di Dante Alighieri – dal canto 1 al canto 10

Divina Commedia, prima cantica, Inferno – Dante Alighieri

Primo canto

Nel primo canto dell’Inferno, Dante si trova nella paurosa “selva oscura”, simbolo di una profonda crisi esistenziale e spirituale. La crisi è così grave che Dante rischia addirittura la morte.

Il personaggio Dante scorge, ad un tratto, un colle rischiarato dalla luce mattutina. La luce infonde fiducia al pellegrino, è certo che quella luce lo accompagnerà verso l’uscita da questa crisi, verso la salvezza. Ma non appena Dante si incammina verso l’uscita di quella valle oscura, tre belve feroci, tre fiere gli impediscono di procedere. Una lonza, un leone, e una lupa lo spingono indietro e lo risospingono verso la selva oscura da cui nessun anima viva è mai uscita. Ma prima che Dante si lasci cogliere dalla disperazione, gli appare l’anima di Virgilio, il grande poeta latino che sarà la sua prima guida nel viaggio lungo i tre regni dell’oltretomba.

1.                Nel mezzo del cammin di nostra vita
2.                mi ritrovai per una selva oscura,
3.                ché la diritta via era smarrita.
 
4.                Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
5.                esta selva selvaggia e aspra e forte
6.                che nel pensier rinova la paura!
 
7.                Tant’è amara che poco è più morte;
8.                ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
9.                dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

10.             Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
11.             tant’era pien di sonno a quel punto
12.             che la verace via abbandonai.
 
13.             Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
14.             là dove terminava quella valle
15.             che m’avea di paura il cor compunto,
 
16.             guardai in alto, e vidi le sue spalle
17.             vestite già de’ raggi del pianeta
18.             che mena dritto altrui per ogne calle.
 
19.             Allor fu la paura un poco queta,
20.             che nel lago del cor m’era durata
21.             la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
 
22.             E come quei che con lena affannata,
23.             uscito fuor del pelago a la riva,
24.             si volge a l’acqua perigliosa e guata,

25.             così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
26.             si volse a retro a rimirar lo passo
27.             che non lasciò già mai persona viva.
 
28.             Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
29.             ripresi via per la piaggia diserta,
30.             sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.
 
31.             Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
32.             una lonza leggera e presta molto,
33.             che di pel macolato era coverta;
 
34.             e non mi si partia dinanzi al volto,
35.             anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,
36.             ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
 
37.             Temp’era dal principio del mattino,
38.             e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
39.             ch’eran con lui quando l’amor divino
 
40.             mosse di prima quelle cose belle;
41.             sì ch’a bene sperar m’era cagione
42.             di quella fiera a la gaetta pelle
 
43.             l’ora del tempo e la dolce stagione;
44.             ma non sì che paura non mi desse
45.             la vista che m’apparve d’un leone.
 
46.             Questi parea che contra me venisse
47.             con la test’alta e con rabbiosa fame,
48.             sì che parea che l’aere ne tremesse.
 
49.             Ed una lupa, che di tutte brame
50.             sembiava carca ne la sua magrezza,
51.             e molte genti fé già viver grame,
 
52.             questa mi porse tanto di gravezza
53.             con la paura ch’uscia di sua vista,
54.             ch’io perdei la speranza de l’altezza.
 
55.             E qual è quei che volontieri acquista,
56.             e giugne ‘l tempo che perder lo face,
57.             che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
 
58.             tal mi fece la bestia sanza pace,
59.             che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco
60.             mi ripigneva là dove ‘l sol tace.
 
61.             Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
62.             dinanzi a li occhi mi si fu offerto
63.             chi per lungo silenzio parea fioco.
 
64.             Quando vidi costui nel gran diserto,
65.             “Miserere di me”, gridai a lui,
66.             “qual che tu sii, od ombra od omo certo!”
 
67.             Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,
68.             e li parenti miei furon lombardi,
69.             mantoani per patrïa ambedui.
 
70.             Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
71.             e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto
72.             nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
 
73.             Poeta fui, e cantai di quel giusto
74.             figliuol d’Anchise che venne di Troia,
75.             poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto.

76.             Ma tu perché ritorni a tanta noia?
77.             perché non sali il dilettoso monte
78.             ch’è principio e cagion di tutta gioia?”
 
79.             “Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
80.             che spandi di parlar sì largo fiume?”,
81.             rispuos’io lui con vergognosa fronte.
 
82.             “O de li altri poeti onore e lume,
83.             vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
84.             che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
 
85.             Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,
86.             tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
87.             lo bello stilo che m’ha fatto onore.
 
88.             Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
89.             aiutami da lei, famoso saggio,
90.             ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”.
 
91.             “A te convien tenere altro vïaggio”,
92.             rispuose, poi che lagrimar mi vide,
93.             “se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
 
94.             ché questa bestia, per la qual tu gride,
95.             non lascia altrui passar per la sua via,
96.             ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;
 
97.             e ha natura sì malvagia e ria,
98.             che mai non empie la bramosa voglia,
99.             e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.
 
100.         Molti son li animali a cui s’ammoglia,
101.         e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
102.         verrà, che la farà morir con doglia.
 
103.         Questi non ciberà terra né peltro,
104.         ma sapïenza, amore e virtute,
105.         e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
 
106.         Di quella umile Italia fia salute
107.         per cui morì la vergine Cammilla,
108.         Eurialo e Turno e Niso di ferute.
 
109.         Questi la caccerà per ogne villa,
110.         fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,
111.         là onde ‘nvidia prima dipartilla.
 
112.         Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
113.         che tu mi segui, e io sarò tua guida,
114.         e trarrotti di qui per loco etterno;

115.         ove udirai le disperate strida,
116.         vedrai li antichi spiriti dolenti,
117.         ch’a la seconda morte ciascun grida;
 
118.         e vederai color che son contenti
119.         nel foco, perché speran di venire
120.         quando che sia a le beate genti.
 
121.         A le quai poi se tu vorrai salire,
122.         anima fia a ciò più di me degna:
123.         con lei ti lascerò nel mio partire;
 
124.         ché quello imperador che là sù regna,
125.         perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
126.         non vuol che ‘n sua città per me si vegna.
 
127.         In tutte parti impera e quivi regge;
128.         quivi è la sua città e l’alto seggio:
129.         oh felice colui cu’ ivi elegge!”.
 
130.         E io a lui: “Poeta, io ti richeggio
131.         per quello Dio che tu non conoscesti,
132.         acciò ch’io fugga questo male e peggio,
 
133.         che tu mi meni là dov’or dicesti,
134.         sì ch’io veggia la porta di san Pietro
135.         e color cui tu fai cotanto mesti”.
 
136.         Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Secondo canto

Dante, pronto per iniziare il suo viaggio, chiede aiuto alle Muse affinché sostengano il suo ingegno nel difficile compito di descrivere quello che lui ha visto.

Ormai è giunto il tramonto e l’animo di Dante è di nuovo in preda ai dubbi: sarà all’altezza dell’impresa che finora è stata compiuta solo da personaggi molto più importanti di lui come Enea e San Paolo?

Il poeta espone i suoi dubbi a Virgilio: Enea è stato scelto da Dio perché fondatore di Roma, capitale dell’Impero e futura sede del papato e a San Paolo è stato affidato l’incarico di diffondere la fede in Cristo. Ma Dante, per quali meriti può accedere ai regni dell’oltretomba? Chi lo autorizza a fare un simile viaggio e per quale scopo?

 Virgilio guarda la fragilità di Dante e usa un’espressione bellissima; dice “Vedo che il tuo animo è offeso dalla viltà”. Il maestro mette in luce lo stato d’animo del poeta con delicatezza, senza infierire su di lui.

Virgilio quindi racconta a Dante in quale modo egli abbia avuto l’incarico di guidarlo. Era nel Limbo quando Beatrice, inviata da Santa Lucia, su ordine della Vergine Maria, lo aveva mandato in soccorso a Dante che si era smarrito. 

Quando Virgilio riceve la visita di Beatrice, rimane stupito e, ai versi 82 – 84, le chiede: dimmi come mai non hai paura a scendere all’Inferno? Lei risponde con una frase di una semplicità disarmante:

Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose. vv. 88 – 90

Quindi Virgilio invita Dante a lasciar andare ogni timore e ad avere fiducia nelle tre donne benedette che in cielo si prendono cura di lui. Rinfrancato da queste parole il poeta è pronto per iniziare il suo viaggio.

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno 3

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra. 6

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate. 9

Io cominciai: “Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. 12

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente. 15

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale 18

non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto: 21

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero. 24

Per quest’andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto. 27

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione. 30

Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede. 33

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono”. 36

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle, 39

tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta. 42

“S’i’ ho ben la parola tua intesa”,
rispuose del magnanimo quell’ombra,
“l’anima tua è da viltade offesa; 45

la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra. 48

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve. 51

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi. 54

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella: 57

“O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana, 60

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’è per paura; 63

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. 66

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata. 69

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare. 72

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui”.
Tacette allora, e poi comincia’ io: 75

“O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui, 78

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. 81

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”. 84

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente”, mi rispuose,
“perch’i’ non temo di venir qua entro. 87

Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose. 90

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. 93

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange. 96

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -. 99

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele. 102

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera? 105

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -. 108

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte, 111

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno”. 114

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto. 117

E venni a te così com’ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse. 120

Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai, 123

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?”. 126

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo, 129

tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca: 132

“Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse! 135

Tu m’ hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto. 138

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro”.
Così li dissi; e poi che mosso fue, 141

intrai per lo cammino alto e silvestro.

Terzo canto

In questo canto Dante racconta la sua entrata nell’Inferno.

Qui incontra la schiera degli ignavi, coloro che nella vita non hanno mai preso posizione. Dante fa dire a Virgilio la famosa frase: “non ragioniam di lor ma guarda e passa“.

I due poi incontreranno le schiere dei dannati che aspettano Caronte sulle rive dell’Acheronte, il primo fiume infernale.

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.3

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore.6

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. 9

Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”.12

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.15

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’ hanno perduto il ben de l’intelletto”.18

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.21

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.24

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle27

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.30

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.33

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.36

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.39

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.42

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve.45

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.48

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.51

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;54

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.57

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.60

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.63

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.66

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.69

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: “Maestro, or mi concedi72

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume”.75

Ed elli a me: “Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte”.78

Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.81

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!84

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.87

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,90

disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”.93

E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.96

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.99

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.102

Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.105

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.108

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.111

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,114

similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.117

Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna.120

“Figliuol mio”, disse ‘l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese;123

e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.126

Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona”.129

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.132

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;135

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

Quarto canto

Nel quarto canto Dante giunge nel Limbo, collocato nel primo cerchio dell’inferno. In questo cerchio sono accolte le anime di coloro che non sono state battezzate e le anime dei grandi uomini della storia che non hanno conosciuto il messaggio di Cristo, perché nati prima della nascita di Gesù o perché appartenenti ad altre culture.

Anche Virgilio proviene da questo cerchio. Qui le anime vivono serene, sono turbate da un unico pensiero: non potranno mai vedere Dio.

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;3

e l’occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’io fossi.6

Vero è che ’n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.9

Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.12

“Or discendiam qua giù nel cieco mondo”,
cominciò il poeta tutto smorto.
“Io sarò primo, e tu sarai secondo”.15

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: “Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?”.18

Ed elli a me: “L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.21

Andiam, ché la via lunga ne sospigne”.
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne.24

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare;27

ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri.30

Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,33

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi;36

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.39

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio”.42

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.45

“Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore”,
comincia’ io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore:48

“uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?”.
E quei che ’ntese il mio parlar coverto,51

rispuose: “Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.54

Trasseci l’ombra del primo parente,
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente;57

Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé,60

e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati”.63

Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.66

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand’io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia.69

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.72

“O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’ hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?”.75

E quelli a me: “L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza”.78

Intanto voce fu per me udita:
“Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita”.81

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ombre a noi venire:
sembianz’avevan né trista né lieta.84

Lo buon maestro cominciò a dire:
“Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:87

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.90

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene”.93

Così vid’i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’aquila vola.96

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto;99

e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.102

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che ’l tacere è bello,
sì com’era ’l parlar colà dov’era.105

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.108

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.111

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.114

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.117

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.120

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.123

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’altra parte vidi ’l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.126

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ’l Saladino.129

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.132

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ïo Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;135

Democrito che ’l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;138

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;141

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs che ’l gran comento feo.144

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.147

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema.150

E vegno in parte ove non è che luca.

Quinto canto

Nel canto quinto, Dante scende nel secondo cerchio de l’inferno, qui si trovano i peccatori che nella vita sono stati travolti e dalla lussuria.

Qui troviamo anche due amanti, Paolo e Francesca, che erano stati molto famosi all’epoca di Dante, per esser stati uccisi in modo orribile dal marito di lei.

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.3

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.6

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata9

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.12

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.15

“O tu che vieni al doloroso ospizio”,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,18
 
“guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!”.
E ’l duca mio a lui: “Perché pur gride?21
 
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.24

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.27

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.30

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.33

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.36

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.39

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali42

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.45

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,48

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?”.51

“La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper”, mi disse quelli allotta,
“fu imperadrice di molte favelle.54

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.57

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.60

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.63

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.66

Vedi Parìs, Tristano”; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.69

Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.72
 
I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”.75
 
Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”.78

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”.81

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.87

“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,90

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.93

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.96

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.99
 

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.105
 

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte.108

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”.111

Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”.114
 
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.117

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”.120

E quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.123

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.126

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.129 

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.132

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,135

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.138

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.141

E caddi come corpo morto cade.
PARAFRASI
1. Così dal primo cerchio discesi giù nel secondo, che abbraccia uno spazio più piccolo, ma che cinge un dolore tanto più grave, che ferisce le anime e le porta a lamentarsi .
 
4. Qui stava Minosse, il terribile giudice che incute terrore e che digrigna i denti. Lui esamina le colpe delle anime nell’entrata dell’inferno, stabilisce la pena e le manda nel cerchio che indica avvolgendo la coda.

7.Quando l’anima dannata gli vien davanti, confessa tutti i suoi peccati al giudice infernale ed egli

10. vede quale luogo dell’inferno le spetta e cinge la coda tante volte quanti cerchi vuol che questi scenda. Ad esempio se Minosse avvolge la coda tre volte, l’anima dannata viene inviata al terzo cerchio.

13. Davanti a lui ci sono sempre molte anime che vanno una dopo l’altra a farsi giudicare; essi confessano i peccati, ascoltano la condanna e precipitano giù.
 
16. «O tu che vieni in questo luogo di dolore» disse Minosse quando mi vide, interrompendo il suo terribile compito,
  
19. «guarda il modo in cui tu entri e guardati dall’anima a cui ti affidi: non lasciarti ingannare dall’ampiezza dell’entrata!»
 E la mia guida a lui: «Perché gridi?
 
22. Non cercar d’impedire il suo viaggio, che è stabilito dall’alto: si vuole così lassù, nell’alto dei cieli, dove si può ciò che si vuole, e più non domandare!». Virgilio mette a tacere Minosse con le stesse parole con cui aveva risposto a Caronte.

25. Ora incominciano a farsi sentire le voci di dolore; ora sono arrivato in un luogo in cui un terribile pianto mi sconvolge. 
 
28. Io arrivai in un luogo buio, privo di qualsiasi lume, dove si sente un terribile frastuono, sembra il mare in tempesta, quando è colpito da venti contrari.
 
31. La bufera infernale, che mai si arresta, travolge gli spiriti con la sua violenza: li rivolta, li percuote, li molesta.
 
34. Quando giungono davanti al precipizio, i dannati fanno sentire le loro urla, il loro pianto, il loro lamento; e bestemmiano il potere divino.
 
37. in quel momento compresi che erano condannati a quel tormento i peccatori carnali, coloro che sottomettono la ragione all’istinto.
 
40. E, come le ali portano gli stornelli durante l’inverno in larga e fitta schiera, così quel vento trascina quegli spiriti malvagi
 
43. di qua, di là, di giù, di su. Non possono sperare né che il vento si plachi, né che la loro pena possa essere ridotta. 
  
46. E, come le gru van cantando i loro lamenti, creando ne cielo una lunga fila, così vidi venire verso di noi, delle ombre che si lamentavano.
 
49. Le ombre erano trascinate dal soffio impetuoso del vento. Perciò dissi: «O maestro, chi sono quelle genti che l’aria nera castiga in un modo così terribile?».
 
52. «La prima di quelle anime, di cui vuoi aver notizia» mi disse allora, «fu imperatrice di molte nazioni. Si tratta della regina Semiramide, regina di Babilonia
 
55. Lei fu così dedita al vizio della lussuria fu così rotta, che fece una legge nel suo regno, per la quale era lecito fare tutto ciò che piaceva a lei. Fece questo per liberarsi del biasimo in cui era caduta.

58. È Semiramide, di cui si legge che succedette a Nino e che fu sua sposa: governò le terre, che ora son dominate dal sultano.
 
61. L’altra è Didone, che si uccise per amore e che ruppe il giuramento [di fedeltà] alle ceneri di Sichèo il suo primo marito a cui aveva giurato fedeltà. La terza è la lussuriosa Cleopatra.

64. poi vedi Elena, che fu causa di una lunga e sanguinosa guerra: la guerra di Troia; Vedi anche il grande Achille, che secondo una leggenda era innamorato della sorella di Paride da cui poi fu ucciso.

67. Vedi Paride, Tristano» e più di mille ombre mi mostrò e mi nominò con il dito, che morirono a causa dell’amore.
 
70. Dopo che ebbi udito il mio maestro nominare le donne antiche e i cavalieri, provai una  compassione per la quale per poco non svenni.

73. Io cominciai: «O poeta, volentieri parlerei a quei due che vanno insieme e che non sembrano opporre resistenza al vento». I due erano Francesca da Polenta e Paolo Malatesta.
I due erano stati al centro di una vicenda terribile che aveva sconvolto i contemporanei di Dante. Francesca era stata data in sposa a Gianciotto il fratello brutto storpio e anziano di Paolo. Il matrimonio era frutto di un accordo politico tra le due famiglie. Mentre il marito è un uomo rozzo, Paolo è un giovane che legge, dote rara nel Trecento. I due si innamorano, ma il marito li scopre e li uccide barbaramente.

76. Ed egli a me: «Li vedrai quando saranno più vicini a noi. Allora prègali in nome di quell’amore che li tiene legati ed essi verranno».
  
 79. Non appena il vento li spinse verso di noi,io gridai: «O anime tormentate, venite a parlare con noi, se altri non lo nega! Cioè se Dio lo permette».
 
82. Come colombe, chiamate dal desiderio, con le ali aperte e ferme al loro dolce nido vengono attraverso l’aria portate dalla loro volontà;
 
85. così uscirono dalla schiera dov’è Didone, venendo a noi per l’aria infernale, tanto forte fu il richiamo che io feci loro, che era carico di affetto.
 
88. «O essere vivente cortese e benigno, che per l’aria tenebrosa vieni a visitare noi, anime che abbiamo insanguinato il mondo con il nostro sangue,
 
91. se fosse amico nostro il re dell’universo, noi lo pregheremmo affinché ti concedesse la pace, perché mostri di avere compassione della nostra terribile condizione.
 
94. Dicci quello che vuoi da noi, se vuoi che noi parliamo o che ascoltiamo, noi ascolteremo parleremo a voi, mentre il vento tace come in questo momento.
 
97. Francesca sta parlando e continua. Sono nata a Ravenna, vicino alla foce del Po.
Queste che seguono sono tre terzine che iniziano con la parola AMOR. Si tratta di versi molto famosi e ricchi di significato.
 
100. L’amore, che vibra velocemente e ardentemente in un cuore gentile, travolse Paolo e lo fece innamorare della mia persona. Lui si innamorò di me, che fui uccisa in modo violento, questa violenza ancora mi turba.
 
103. L’amore, che spinge chi è amato da qualcuno a ricambiare tale amore, mi fece innamorare di Paolo, mi travolse con la sua bellezza. Come puoi vedere io sono ancora innamorata di lui, l’amore per lui ancora non mi abbandona.
 
106. L’amore condusse noi ad una stessa morte. Caina la zona più profonda dell’inferno, dove sono gli assassini, attende Gianciotto, mio marito che ci ha uccisi.» Essi ci dissero queste parole.

109. Quando io compresi quelle anime così disperate, provai una gran pietà e chinai il viso e lo tenni basso. Ma Virgilio mi disse: «Cosa pensi?».
 
112. Dante pensa un attimo e poi risponde al suo maestro «Ohimè, ma quali dolci pensieri, quale desiderio ha condotto costoro a quella morte così dolorosa!».
 
115. Poi si rivolse a loro per parlare, e cominciai: «O Francesca, le tue sofferenze mi addolorano e m’impietosiscono fino alle lacrime.
 
118. Ma dimmi: al tempo dei dolci sospiri, al tempo dell’innamoramento, come accadde che l’amore vi fece conoscere i vostri desideri quando ancora erano inespressi?».
 
121. E quella a me: «Non c’è alcun dolore più grande che ricordarsi del tempo felice nella infelicità, come sa bene il tuo maestro.
 
124. Ma, se vuoi proprio conoscere il primo inizio del nostro amore, parlerò anche se magari mentre parlo mi commuovo.
 
127. Noi leggevamo un giorno per diletto le vicende di Lancillotto e Ginevra, amanti alla corte di re Artù. Stavamo leggendo il passo in cui Ginevra si innamora di Lancillotto: noi eravamo soli e non avevamo alcun sospetto, alcun timore. 
 
130. Per più volte quella lettura ci spinse a guardarci negli occhi e ci fece impallidire; ma fu soltanto un punto quello in cui l’amore ci vinse.
 
133. Quando leggemmo che la bocca sorridente di lei fu baciata dal suo amante, questi, Paolo, che non sarà mai da me diviso,
 
136. mi baciò la bocca tutto tremante. La colpa fu del libro e di chi la aveva scritto. Quel giorno non proseguimmo più la lettura».
 
139. Mentre uno spirito parlava, l’altro piangeva. E per la grande commozione e il turbamento io svenni, caddi, come se morissi.
 
142. E caddi come un corpo morto cade.

Sesto canto

Nel sesto canto Dante incontra coloro che si son macchiati del peccato della gola. Qui incontra Ciacco, un fiorentino famoso per la sua ingordigia. Sarà proprio Ciacco a preannunciare a Dante la sconfitta dei Bianchi per mano dei Neri. Dante fa pronunciare delle profezie ai suoi personaggi, profezie che hanno il potere della verità. Infatti Dante ambienta la sua Commedia nel 1300 ma lui scrive dopo il 1306. Può quindi trasformare in profezie i accaduti in quegli anni.

In questo canto si trova la prima invettiva contro Firenze e contro i vizi dei suoi cittadini.

1.                 Al tornar de la mente, che si chiuse
2.                 dinanzi a la pietà d’i due cognati
3.                 che di trestizia tutto mi confuse,
 
4.                 novi tormenti e novi tormentati
5.                 mi veggio intorno, come ch’io mi mova
6.                 e ch’io mi volga, e come che io guati.
 
7.                 Io sono al terzo cerchio, de la piova
8.                 etterna, maladetta, fredda e greve;
9.                 regola e qualità mai non l’è nova.
 
10.              Grandine grossa, acqua tinta e neve
11.              per l’aere tenebroso si riversa;
12.              pute la terra che questo riceve.
 
13.              Cerbero, fiera crudele e diversa,
14.              con tre gole caninamente latra
15.              sovra la gente che quivi è sommersa.
 
16.              Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
17.              e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
18.              graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
 
19.              Urlar li fa la pioggia come cani;
20.              de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
21.              volgonsi spesso i miseri profani.
 
22.              Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
23.              le bocche aperse e mostrocci le sanne;
24.              non avea membro che tenesse fermo.
 
25.              E ’l duca mio distese le sue spanne,
26.              prese la terra, e con piene le pugna
27.              la gittò dentro a le bramose canne.
 
28.              Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
29.              e si racqueta poi che ’l pasto morde,
30.              ché solo a divorarlo intende e pugna,
 
31.              cotai si fecer quelle facce lorde
32.              de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
33.              l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
 
34.              Noi passavam su per l’ombre che adona
35.              la greve pioggia, e ponavam le piante
36.              sovra lor vanità che par persona.
 
37.              Elle giacean per terra tutte quante,
38.              fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
39.              ch’ella ci vide passarsi davante.
 
40.              “O tu che se’ per questo ’nferno tratto”,
41.              mi disse, “riconoscimi, se sai:
42.              tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.
 
43.              E io a lui: “L’angoscia che tu hai
44.              forse ti tira fuor de la mia mente,
45.              sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
 
46.              Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
47.              loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
48.              che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente”.
 
49.              Ed elli a me: “La tua città, ch’è piena
50.              d’invidia sì che già trabocca il sacco,
51.              seco mi tenne in la vita serena.
.
52.              Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
53.              per la dannosa colpa de la gola,
54.              come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
 
55.              E io anima trista non son sola,
56.              ché tutte queste a simil pena stanno
57.              per simil colpa”. E più non fé parola.
 
 
58.              Io li rispuosi: “Ciacco, il tuo affanno
59.              mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
60.              ma dimmi, se tu sai, a che verranno
 
61.              li cittadin de la città partita;
62.              s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
63.              per che l’ha tanta discordia assalita “.
 
64.              E quelli a me: “Dopo lunga tencione
65.              verranno al sangue, e la parte selvaggia
66.              caccerà l’altra con molta offensione.
 
67.              Poi appresso convien che questa caggia
68.              infra tre soli, e che l’altra sormonti
69.              con la forza di tal che testé piaggia.
 
70.              Alte terrà lungo tempo le fronti,
71.              tenendo l’altra sotto gravi pesi,
72.              come che di ciò pianga o che n’aonti.
 
73.              Giusti son due, e non vi sono intesi;
74.              superbia, invidia e avarizia sono
75.              le tre faville c’ hanno i cuori accesi”.
 
76.              Qui puose fine al lagrimabil suono.
77.              E io a lui: “Ancor vo’ che mi ’nsegni
78.              e che di più parlar mi facci dono.
 
79.              Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
80.              Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
81.              e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
 
82.              dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
83.              ché gran disio mi stringe di savere
84.              se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca”.
 
85.              E quelli: “Ei son tra l’anime più nere;
86.              diverse colpe giù li grava al fondo:
87.              se tanto scendi, là i potrai vedere.
 
88.              Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
89.              priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
90.              più non ti dico e più non ti rispondo”.
 
91.              Li diritti occhi torse allora in biechi;
92.              guardommi un poco e poi chinò la testa:
93.              cadde con essa a par de li altri ciechi.
 
94.              E ’l duca disse a me: “Più non si desta
95.              di qua dal suon de l’angelica tromba,
96.              quando verrà la nimica podesta:
 
97.              ciascun rivederà la trista tomba,
98.              ripiglierà sua carne e sua figura,
99.              udirà quel ch’in etterno rimbomba”.
 
100.           Sì trapassammo per sozza mistura
101.           de l’ombre e de la pioggia a passi lenti,
102.           toccando un poco la vita futura;
 
103.           per ch’io dissi: “Maestro, esti tormenti
104.           crescerann’ei dopo la gran sentenza,
105.           o fier minori, o saran sì cocenti?”.
 
106.           Ed elli a me: “Ritorna a tua scïenza,
107.           che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
108.           più senta il bene, e così la doglienza.
 
109.           Tutto che questa gente maladetta
110.           in vera perfezion già mai non vada,
111.           di là più che di qua essere aspetta”.
 
112.           Noi aggirammo a tondo quella strada,
113.           parlando più assai ch’i’ non ridico;
114.           venimmo al punto dove si digrada:
 
115.           quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
PARAFRASI
Quando ripresi coscienza, dopo esser svenuto per la compassione e il dolore che avevo provato per la sorte di Paolo e Francesca
  
vidi introno a me nuove pene e nuovi dannati, ovunque io mi giri, da qualunque parte io guardi.
 
Io e Virgilio siamo scesi nel terzo cerchio, quello dell’eterna pioggia, maledetta, gelida e pesante; che non cambia mai né di intensità né di natura .
 
Una grandine spessa, acqua nera e neve, si riversano  nell’aria oscura e il terreno, che accoglie queste precipitazioni, puzza.
 
Qui incontriamo il terribile demonio Cerbero, una belva spietata ed orribile, che ha tre teste con cui abbaia come un cane sulle anime che sono sprofondate qui.
 
Cerbero ha gli occhi rossi, la barba unta e nera, e la pancia enorme, ha unghie sulle dita e con queste unghie colpisce gli spiriti, li spella e li fa a pezzi.
 
La pioggia li fa ululare come [se fossero] dei cani; con un lato del loro corpo riparano l’altro; si girano e si rigirano in questa fanghiglia disgustosa questi miserabili peccatori.
 
Quando Cerbero ci vide, quel grande verme, egli aprì le bocche e ci mostrò le zanne; era impressionante perché non teneva ferma nessuna parte del corpo, tutto era in movimento.
 
Virgilio allora allungò le sue mani, raccolse la terra, e con i pugni pieni, ve la gettò dentro le gole affamate.
 
Come quel cane che abbaiando chiede cibo, e che si calma dopo che azzanna il pasto, poiché aspettava solo questo e quindi si dedica solo ad esso,
 
così si calmarono quei tre musi sozzi, sporchi, i tre musi di Cerbero, il mostro infernale Cerbero, che latra così forte che le anime lì raccolte vorrebbero essere sorde.
 
Noi procedevamo camminando su quegli spiriti sfiniti, prostrati dalla pesante pioggia infernale e calpestavamo le loro immagini inconsistenti. Sono anime e per questo evanescenti.
 
Le anime giacevano tutte in terra, ad eccezione di una che si si tirò su, si mise a sedere appena ci vide passarle davanti.
 
Disse «O tu che sei condotto per questo inferno, riconoscimi, se ci riesci; tu sei nato prima che io morissi. ».
 
Dante guarda quest’ombra ma non la riconosce. Dice quindi: «la sofferenza che provi rende forse il tuo viso diverso da come io me lo ricordo, tanto che mi sembra di non conoscerti, di non averti mai visto.
 
Ma dimmi chi sei, che sei stato messo in un luogo così doloroso, in cui sconti una pena, così spiacevole».
 
Ed egli mi disse: «La tua città, Firenze, che trabocca di invidia” Dante non perde occasione di inveire contro la sua Firenze dalla quale era stato mandato in esilio e condannato a morte “mi ebbe con sé durante la vita terrena.” Cioè io sono fiorentino come te.
Voi di Firenze mi chiamaste Ciacco. Ciacco è un soprannome, che ha due significati: il diminutivo di Giacomo o Jacopo e l’appellativo porco, maiale. Ciacco probabilmente era un uomo particolarmente ingordo tanto che era diventato famoso nella Firenze del XIII secolo. Anche Boccaccio lo cita nelle sue novelle.
Ciacco dichiara di essere finito in questo cerchio a causa della sua eccessiva gola, ingordigia.
Ed io, anima dannata, non sono sola, perché tutte queste stanno in questa stessa pena per la stessa colpa». Poi non disse più nulla.
 
Io gli risposi: «Ciacco, la tua angoscia mi addolora, mi commuove; ma raccontami, se lo sai, il futuro dei cittadini di Firenze;
  
dimmi se c’è rimasto qualche uomo giusto; e spiegami la ragione
per cui tanto odio l’ha colpita».
  
E quello mi disse: «Dopo una lunga battaglia arriveranno al sangue, e la fazione dei Bianchi butterà fuori quella dei Neri, e li umilierà pesantemente.
 
Ma dopo anche questa è destinata a cadere nell’arco di tre anni. Così l’altra parte, quella dei neri avrà la meglio, grazie al sostegno del papa Bonifacio VIII, il papa responsabile dell’esilio di Dante.
 
A lungo la fazione dei neri manterrà il potere sulla città, e assoggetterà l’altra fazione con gravi violenze, senza considerare i lamenti di questa.
 
A Firenze – continua a parlare Ciacco – ci sono solo due cittadini giusti, ma non sono ascoltati! Tre sono le fiamme che ardono nel petto dei fiorentini e sono l’ambizione, la rivalità e la cupidigia, la bramosia.
A questo punto Ciacco smise di parlare. E Dante allora gli chiese: «Vorrei che tu ancora mi parlassi, oltre a ciò che mi hai già detto. Farinata e il Tegghiaio, che furono uomini così degni [di rispetto], Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca e gli altri che si impegnarono a far bene per la vita civile], raccontami dove sono e dimmi qual è la loro sorte; perché ho un gran desiderio di sapere se il Cielo li addolcisce o se l’Inferno li sfinisce». Dante qui chiede informazioni su personaggi che erano stati famosi nella Firenze comunale. Si tratta di personaggi che Dante ha conosciuto e delle cui sorti è curioso.
  
Ciacco rispose: «Essi sono tra anime più colpevoli; per questo sono spinti giù in fondo da altre colpe: se scenderai ancora, lì potrai incontrarli.
 
Ma quando poi sarai di nuovo nel mondo dei vivi, ti prego di ricordarmi agli uomini: ora non ti dirò e non ti spiegherò più nulla».
  
A quel punto torse i suoi occhi, prima li teneva dritti, poi li torse da sotto in su, mi guardò per un attimo, infine rovesciò il capo e cadde all’ingiù con gli altri dannati.
 
Virgilio mi disse: «Non rinverrà più fino al suono della tromba angelica, quando arriverà il potere divino che è loro nemico …
  
ognuno rivedrà la sua triste tomba, riprenderà su di sé la sua carne e le sue sembianze, e ascolterà la sua condanna per l’eternità. Qui Virgilio dice che il giorno del giudizio universale verrà proclamata la loro condanna eterna.

Così oltrepassammo quel miscuglio disgustoso e sporco di dannati e di fango, avanzando lentamente, parlando un po’ della vita nell’aldilà;
 
Dante chiede a l maestro: «Virgilio, questi loro tormenti aumenteranno in seguito al Giudizio Universale, o diminuiranno, o resteranno così come li abbiamo visti?».
 
E Virgilio maestro invita Dante a pensare dicendo ricordati di quello che dice Aristotele, ricordati il suo insegnamento. Secondo il pensiero aristotelico quanto più una cosa è perfetta, tanto più si percepisce sia il bene che la sofferenza.
 
Sebbene questi dannati non procedano verso la perfezione, essi non vorrebbero tuttavia restare in questa condizione imperfetta».
 
Noi percorremmo in tondo quel tragitto, parlando molto più di quanto io riferisca; e arrivammo nel luogo in cui si scende:
 
qui incontrammo Pluto, il grande nemico

Settimo canto

Nel settimo canto Dante incontra coloro che non hanno saputo gestire con equilibrio i beni materiali: gli avari e li scialacquatori. Sono divisi in due schiere e continuano a spingere dei massi.

Quindi Virgilio spiega a Dante perché sulla terra le sorti degli uomini sono regolate dalla dea bendata, la Fortuna. Poi i due arrivano alla palude dello Stige dove sono immersi gli iracondi.

Testo «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,         3

disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia».       6  

Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
e disse: «Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.       9  

Non è sanza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo».      12  

Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.            15

Così scendemmo ne la quarta lacca
pigliando più de la dolente ripa
che ’l mal de l’universo tutto insacca.        18  

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant’io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?            21  

Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi.        24    

Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa,
e d’una parte e d’altra, con grand’urli,
voltando pesi per forza di poppa.              27

Percoteansi ’ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
ridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?». 30          

Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;     33  

poi si volgea ciascun, quand’era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
E io, ch’avea lo cor quasi compunto,       36  

dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra».         39    

Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.             42  

Assai la voce lor chiaro l’abbaia
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.                45  

Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio».         48  

E io: «Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali».           51  

Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi
ad ogne conoscenza or li fa bruni.              54  

In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.    57

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.             60  

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d’i ben che son commessi a la fortuna,
per che l’umana gente si rabbuffa;             63  

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
e che già fu, di quest’anime stanche
non poterebbe farne posare una».         66  

«Maestro mio», diss’io, «or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».     69

E quelli a me: «Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.        72

Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì ch’ogne parte ad ogne parte splende,  75  

distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce          78  

che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;        81  

per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.       84  

Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.          87

Le sue permutazion non hanno triegue;
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.         90  

Quest’è colei ch’è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;         93  

ma ella s’è beata e ciò non ode:
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.        96  

Or discendiamo omai a maggior pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand’io mi mossi, e ’l troppo star si vieta». 99  

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.             102  

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.            105  

In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè de le maligne piagge grige.     108  

E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.          111  

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.      114  

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi       117

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.     120  

Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidioso fummo:         123  

or ci attristiam ne la belletta negra”.
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».    126  

Così girammo de la lorda pozza
grand’arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.   129

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.  

Ottavo canto

Dante attraversa la palude dello Stige, in questa palude scontano la loro pena gli iracondi. Qui incontra Filippo Argenti, fiorentino arrogante e prepotente, con cui lui stesso si era scontrato più volte.

Ma qui finalmente il poeta avrà la sua rivincita.

Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima3

per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.6

E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
dissi: “Questo che dice? e che risponde
quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?”.9

Ed elli a me: “Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s’aspetta,
se ’l fummo del pantan nol ti nasconde”.12

Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l’aere snella,
com’io vidi una nave piccioletta15

venir per l’acqua verso noi in quella,
sotto ’l governo d’un sol galeoto,
che gridava: “Or se’ giunta, anima fella!”.18

“Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto”,
disse lo mio segnore, “a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto”.21

Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.24

Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’io fui dentro parve carca.27

Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui.30

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”.33

E io a lui: “S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?”.
Rispuose: “Vedi che son un che piango”.36

E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto”.39

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via costà con li altri cani!”.42

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ’l volto e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse!45

Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.48

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!”.51

E io: “Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago”.54

Ed elli a me: “Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda”.57

Dopo ciò poco vid’io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.60

Tutti gridavano: “A Filippo Argenti!”;
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti.63

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro.66

Lo buon maestro disse: “Omai, figliuolo,
s’appressa la città c’ ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo”.69

E io: “Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite72

fossero”. Ed ei mi disse: “Il foco etterno
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno”.75

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.78

Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
“Usciteci”, gridò: “qui è l’intrata”.81

Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: “Chi è costui che sanza morte84

va per lo regno de la morta gente?”.
E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.87

Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: “Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno.90

Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada”.93

Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai.96

“O caro duca mio, che più di sette
volte m’ hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette,99

non mi lasciar”, diss’io, “così disfatto;
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto”.102

E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: “Non temer; ché ’l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.105

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso”.108

Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.111

Udir non potti quello ch’a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.114

Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari.117

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
“Chi m’ ha negate le dolenti case!”.120

E a me disse: “Tu, perch’io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri.123

Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.126

Sovr’essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta,129

tal che per lui ne fia la terra aperta”.

Capareza ha scritto una canzone ispirata all’iracondo Filippo Argenti.

Nono canto

Nel nono canto Dante e Virgilio devono attendere l’arrivo di un messo divino che apra loro la porta della città di Dite. Virgilio racconta di esser già stato nell’inferno richiamato da Eritone.
Quando finalmente possono entrare entrano nella campagna in cui sono sepolti gli eretici. Le loro tombe sono tutte aperte e tra una tomba e l’altra ardono dei fuochi. L’aria è scura ma Dante sente i lamenti delle anime di qui raccolte.

Quel color che viltà di fuor mi pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo ristrinse.3  

Attento si fermò com’uom ch’ascolta;
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.6  

“Pur a noi converrà vincer la punga”,
cominciò el, “se non … Tal ne s’offerse.
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!”.9  

I’ vidi ben sì com’ei ricoperse
lo cominciar con l’altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;12  

ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch’io traeva la parola tronca forse
a peggior sentenzia che non tenne.15  

“In questo fondo de la trista conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?”.18  

Questa question fec’io; e quei “Di rado
incontra”, mi rispuose, “che di noi faccia
il cammino alcun per qual io vado.21  

Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l’ombre a’ corpi sui.24  

Di poco era di me la carne nuda,
ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.27  

Quell’è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.30  

Questa palude che ’l gran puzzo spira
cigne dintorno la città dolente,
u’ non potemo intrare omai sanz’ira”.33  

E altro disse, ma non l’ ho a mente;
però che l’occhio m’avea tutto tratto
ver’ l’alta torre a la cima rovente,36  

dove in un punto furon dritte ratto
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,39  

e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.42  

E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l’etterno pianto,
“Guarda”, mi disse, “le feroci Erine.45  

Quest’è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo”; e tacque a tanto.48  

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.51  

“Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto”,
dicevan tutte riguardando in giuso;
“mal non vengiammo in Tesëo l’assalto”.54
 
“Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso”.57  

Così disse ’l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.60  

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ‘l velame de li versi strani.63  

E già venìa su per le torbide onde
un fracasso d’un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,66  

non altrimenti fatto che d’un vento
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz’alcun rattento69  

li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.72  

Li occhi mi sciolse e disse: “Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo”.75  

Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,78  

vid’io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passoù
passava Stige con le piante asciutte.81  

Dal volto rimovea quell’aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’angoscia parea lasso.84  

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.87  

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.90  

“O cacciati del ciel, gente dispetta”,
cominciò elli in su l’orribil soglia,
“ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?93  

Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ ha cresciuta doglia?96  

Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”.99  

Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d’omo cui altra cura stringa e morda102
 
che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante.105  

Dentro li ’ntrammo sanz’alcuna guerra;
e io, ch’avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,108  

com’io fui dentro, l’occhio intorno invio:
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di tormento rio.111  

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com’a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna,114  

fanno i sepulcri tutt’il loco varo,
così facevan quivi d’ogne parte,
salvo che ’l modo v’era più amaro;117  

ché tra li avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede verun’arte.120  

Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi.123  

E io: “Maestro, quai son quelle genti che,
seppellite dentro da quell’arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?”.126  

E quelli a me: “Qui son li eresïarche
con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
più che non credi son le tombe carche.129  

Simile qui con simile è sepolto,
e i monimenti son più e men caldi”.
E poi ch’a la man destra si fu vòlto,132  

passammo tra i martìri e li alti spaldi.

Decimo canto

Nel decimo canto Dante racconta cosa trova nel sesto cerchio dell’inferno
dove sono puniti gli eretici

Dante incontra qui Farinata degli Uberti, ghibellino fiorentino che aveva salvato Firenze dalla distruzione.

 Qui Dante incontra anche il padre del suo amico Guido Cavalcanti

Ora sen va per un secreto calle,
tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.3

“O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi”, cominciai, “com’a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.6

La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face”.9

E quelli a me: “Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.12

Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.15

Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci”.18

E io: “Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’ hai non pur mo a ciò disposto”.21

“O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.24

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto”.27

Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.30

Ed el mi disse: “Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai”.33

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto.36
E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: “Le parole tue sien conte”.39

Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: “Chi fuor li maggior tui?”.42

Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
ond’ei levò le ciglia un poco in suso;45

poi disse: “Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi”.48
“S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte”,
rispuos’io lui, “l’una e l’altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell’arte”.51

Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.54

Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,57

piangendo disse: “Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?”.60
E io a lui: “Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.63

Le sue parole e ’l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.66

Di sùbito drizzato gridò: “Come?
dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?”.69

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.72
Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;75

e sé continüando al primo detto,
“S’elli han quell’arte”, disse, “male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.78

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.81

E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?”.84
Ond’io a lui: “Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio”.87

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
“A ciò non fu’ io sol”, disse, “né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.90

Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto”.93

“Deh, se riposi mai vostra semenza”,
prega’ io lui, “solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza.96
El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo”.99

“Noi veggiam, come quei c’ ha mala luce,
le cose”, disse, “che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.102

Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.105

Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta”.108

Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: “Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;111

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto”.114

E già ’l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava.117

Dissemi: “Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ’l secondo Federico
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio”.120
Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.123

Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: “Perché se’ tu sì smarrito?”.
E io li sodisfeci al suo dimando.126

“La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te”, mi comandò quel saggio;
“e ora attendi qui”, e drizzò ’l dito:129

“quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio”.132

Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,135

che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

Fonti

  • https://library.weschool.com/lezione/dante-alighieri-commedia-inferno
  • https://parafrasidivinacommedia.jimdofree.com/inferno/
  • https://www.orlandofurioso.com/divina-commedia/inferno/parafrasi-dellinferno
  • http://www.parafrasando.it/dante/inferno
  • https://it.wikisource.org/wiki/Divina_Commedia/Inferno
Categorie
Basso Medioevo Decameron Letteratura italiana Medioevo Trecento

Giornata II

Novella 4 Landolfo Rufolo

In questa novella si narra la vicenda di Landolfo Rufolo, mercante caduto in povertà, che prima diventa corsaro, poi viene catturato dai genovesi, quindi naufraga ancora ma si salva miracolosamente appoggiandosi ad una cassa. Ma le sorprese non sono finite …

La storia è ambientata nel litorale che va da Reggio Calabria a Gaeta.
Lungo di esso, nei pressi di Salerno, vi è la costiera amalfitana, che si affaccia sul mare, piena di piccole città, di giardini, di fontane e di uomini ricchi che vivevano di commerci.
Tra queste cittadine, ve ne era una, chiamata Ravello, dove abitava un uomo di nome Landolfo Rufolo che era ricchissimo.
Ma egli voleva raddoppiare la sua ricchezza e, per fare questo, corse il rischio di perdere la vita, insieme con le ricchezze.
Come era usanza dei mercanti, Landolfo fece i suoi conti, comprò una grandissima nave, la caricò di molte mercanzie, tutte comprate con i suoi soldi, la caricò anche di donne e partì per Cipro.
Ma quando fu arrivato lì, trovò molti altri mercanti, che provenivano da tutte le parti del mondo e che, come lui avevano molte merci da commerciare.
Landolfo Rufolo dovette quindi svendere le sue mercanzie, cedendole quasi per niente e, per questo, andò in rovina.
 Il mercante impoverito pensò quindi di avere solo due possibilità davanti a lui: morire o andare a rubare.
Dopo averci pensato un attimo si decise per la seconda opzione.
Cercò così un compratore a cui vendere la sua grande nave.
Con i soldi ottenuti, comprò una piccola nave da corsaro, agile e snella.
La armò in maniera adeguata e si diede alla vita di corsaro, derubando soprattutto i turchi.
In questa attività fu molto aiutato dalla fortuna, molto più di quanto lo avesse favorito nella sua attività precedente.
Dopo circa un anno aveva rubato e catturato tante navi ai turchi, che non solo aveva recuperato tutte le ricchezze perdute facendo il mercante, ma le aveva raddoppiate completamente.
Reso prudente dalla prima perdita e, misurando bene le sue sostanze, per evitare un secondo dissesto finanziario, decise che quello che aveva, gli doveva bastare.
Decise quindi di ritornarsene a casa.
Non voleva più investire i suoi denari in altre avventure.
Si imbarcò quindi sulla sua navicella, grazie alla quale aveva recuperato le sue ricchezze e riprese la via di casa.
Landolfo era già arrivato nell’Arcipelago Egeo, nelle isole del mar della Grecia, quando, una sera, si alzò un forte vento di scirocco, che, non solo gli impediva di navigare, ma rendeva così agitato il mare che la sua piccola nave non avrebbe potuto sopportarlo.
Si rifugiò, allora, in una insenatura del mare protetta da un’isoletta, decidendo di aspettare lì, il momento più propizio per riprendere il viaggio.
In questa insenatura, poco distante da lui, arrivarono anche due cocche, due navi da trasporto genovesi, che venivano da Costantinopoli.
Anche queste due imbarcazioni erano arrivate lì a fatica, per ripararsi dal vento, come aveva fatto Landolfo.
I naviganti di queste navi erano ladri molto avidi di denaro.
Vista la piccola nave bloccata nel porticciolo, udendo a chi apparteneva e sapendo, per fama, che il proprietario era ricchissimo, decisero di appropriarsi di essa.
Un gruppo di questi, armati di balestre ed altre armi, circondarono la navicella, in modo che nessuno potesse scendere, se non voleva essere colpito dalle frecce delle balestre.
Un altro gruppo di uomini armati, trasportato dalle scialuppe e aiutato dal mare, si accostò alla barchetta.
I ladri in breve tempo si appropriarono della piccola imbarcazione di Landolfo Rufolo e imprigionarono tutta la ciurma, senza colpo ferire.
Fecero salire Landolfo, vestito solo con il gilè, su una delle loro cocche, sfondarono la navicella e la affondarono.
Il giorno dopo, mutatosi il vento, le cocche fecero vela verso ponente e viaggiarono per tutta la giornata favorevolmente.
Sul far della sera però il vento cambiò, diventò fortissimo e gonfiando oltremodo il mare, divise le due navi.
La nave su cui si trovava il misero Landolfo fu sbattuta con grande violenza in una secca sull’isola di Cefalonia e, come un vetro che sbatteva contro un muro, si aprì tutta e si sgretolò.
Gli sventurati che si trovavano sulla cocca, come accade in questi casi, essendo già il mare pieno di mercanzie, di casse e di tavole, in una notte nerissima, con un mare agitatissimo, nuotando al meglio che potevano iniziarono ad aggrapparsi alle cose che, per loro fortuna, si trovavano davanti a loro.
Tra questi anche il povero Landolfo, che in altri momenti aveva più volte invocato la morte preferendo morire piuttosto che ritornare povero e malandato a casa, quando si vide la morte vicina, ne ebbe paura.
Così anche lui, come tutti gli altri, si aggrappò ad una tavola, ringraziando Dio che gliel’aveva mandata, per impedire che affogasse.
A cavallo di quella, come meglio poteva, spinto di qua e di là, si mantenne fino all’alba.
Guardandosi intorno, non vedeva altro che nuvole e mare ed una cassa che, con sua grande paura, gli si avvicinò, sospinta dalle onde.
Temendo che la cassa, avvicinandosi, lo potesse colpire, nonostante avesse poca forza, con la mano la allontanava.
Ma, sospinta da un improvviso colpo di vento, la tavola urtò la cassa, gettando il giovane in mare.
Landolfo allora finì sott’acqua e quando riemerse, non trovò più la sua tavola. Allora si appoggiò col petto al coperchio della cassa che gli era abbastanza vicina e cercava di tenerla dritta come meglio poteva.
In questo modo, senza mangiare ma bevendo acqua di mare molto più di quanto avrebbe voluto, senza sapere dove fosse e vedendo nient’altro che mare attorno a sè, trascorse tutto quel giorno e la notte seguente.
Il giorno dopo, come piacque a Dio e al vento, si sentiva quasi una spugna, attaccato com’era, con forza, ai bordi della cassa.
La fortuna volle che egli arrivasse alla spiaggia dell’isola di Corfù.
Qui c’era una povera donna che lavava i piatti con l’acqua salata e la sabbia.
Appena la donna vide qualcosa che si avvicinava, cominciò a gridare spaventata.
Ma lo sventurato non poteva parlare e vedeva poco, per cui non disse niente; man mano che si avvicinava, la donna riconobbe la cassa e, vedendo le braccia e la faccia dell’uomo, capì quello che era successo.
La donna ebbe compassione del naufrago e, entrata un po’ nel mare, che intanto, si era calmato, lo afferrò per i capelli e lo tirò a terra con tutta la cassa.
Diede quindi la cassa alla figlioletta che era con lei e lo portò al villaggio.
Lo portò a casa sua, gli fece un bel bagno caldo, come si fa ad un bambino, e, tanto lo massaggiò e lo lavò, che, ben presto, il naufrago ritrovò il calore e le forze perdute.
La donna lo trattò con grande cura, rifocillandolo con buon vino e dolciumi, e lo tenne in casa per alcuni giorni, fino a quando, recuperate le forze, Landolfo ricordò chi era e chiese dove si trovava.
La brava donna gli consegnò allora la cassa che ella aveva salvata dalle onde, insieme con lui, e gli disse che ormai poteva andare per la sua strada.
Il giovane, che non se ne ricordava per niente, prese la cassa, pensando che potesse valere qualcosa, ma visto che pesava poco, non ebbe molte speranze.
Attese di aprirla quando la donna non fosse stata in casa.
Quando la aprì trovò in essa un vero tesoro: vi erano molte pietre preziose, alcune montate su gioielli, altre sciolte: lui era un esperto di preziosi e comprese subito il valore di quelle pietre. 
In quel momento Landolfo provò un grande conforto e lodò molto Dio che non lo aveva voluto abbandonare.
Consapevole che per ben due volte in poco tempo la fortuna gli aveva girato le spalle, decise di agire con molta prudenza.
Pensò a come riuscire a portarsi a casa quei tesori.
Avvolte le pietre in alcuni stracci, come meglio poté, disse alla buona donna che non aveva più bisogno della cassa e che gliela donava in cambio di un sacco, se era possibile.
La donna lo accontentò volentieri.
Egli la ringraziò caldamente e messosi il sacco in spalla, partì.
Salito su una nave, arrivò a Brindisi e, di porto in porto, giunse fino a Trani, dove incontrò alcuni suoi concittadini, che commerciavano in stoffe, ai quali raccontò le sue vicissitudini, ma, prudentemente, non accennò alla cassa.
Costoro lo rivestirono, gli prestarono un cavallo e lo rimandarono a Ravello, dove diceva di voler tornare.
Giunto finalmente nel suo paese, si sentì al sicuro e ringraziò Iddio.
Quindi aprì il sacchetto e guardò, con più attenzione, le pietre che vi erano contenute.
Si rese conto che erano straordinariamente belle e preziose, sopra ogni sua aspettativa.
Calcolò che, vendendole anche a un prezzo inferiore al loro valore, sarebbe diventato ricco il doppio di quando era partito.
Vendute le pietre, mandò a Corfù una buona quantità di denaro alla donna che lo aveva salvato dalle acque del mare e lo stesso fece per coloro che a Trani lo avevano aiutato.
Si tenne il resto e, senza voler più fare il mercante, visse onorevolmente fino alla fine.

Novella 5 – Andreuccio da Perugia

Narra Fiammetta.

Andreuccio da Perugia, inesperto commerciante, andò a Napoli a comprar cavalli. Lì incappò in tre gravi incidenti, riuscì a scampare a tutti e tre e a tornare a casa con un preziosissimo rubino.

Viveva a Perugia un giovane chiamato Andreuccio di Pietro che commerciava in cavalli.
Un giorno venne a sapere che a Napoli si vendevano degli ottimi cavalli. Decise così di partire da Perugia con altri mercanti e portò con sé 500 fiorini d’oro nella borsa.
Era la prima volta che usciva dalla sua città.
Giunse a Napoli una domenica sera, dopo il vespro. Venne a sapere dall’albergatore che l’indomani, a piazza Mercato, ci sarebbe stata la vendita dei cavalli.
Al mercato vide esemplari molto belli, che gli piacquero e iniziò le trattative. Per mostrare che era in grado di pagare, Andreuccio, da persona poco esperta, più volte, mostrò a destra e a manca, ad altri mercanti la borsa piena di fiorini che aveva con sé.
Mentre discuteva con un mercante, passò di lì una bellissima giovane siciliana.
Si trattava di una donna molto scaltra che per poco denaro era disposta a compiacere a qualsiasi uomo.
Lei, senza essere vista, adocchiò la borsa e pensò:
“Chi starebbe meglio di me se quei denari fossero miei?”
Era con lei una vecchia anch’essa siciliana, la quale, non appena vide Andreuccio, lasciò andare la giovane donna, corse incontro ad Andreuccio e lo abbracciò affettuosamente.
La giovane notò tutto ma rimase in silenzio.
Andreuccio fece una gran festa a questa donna e la invitò al suo albergo; quindi se ne tornò a mercanteggiare; ma quella mattina non comperò nulla. 
La ragazza che aveva seguito tutta la scena, pensando ad un piano per impadronirsi del denaro, si avvicinò alla vecchia e, cautamente, cominciò a prendere informazioni sul giovane, chi fosse, da dove venisse, che cosa facesse a Napoli e come lo avesse conosciuto.
La vecchia raccontò molte cose di Andreuccio; spiegò che era stata a lungo in Sicilia col padre di lui e che poi aveva vissuto a Perugia.
Le raccontò anche da dove venisse il giovane e per quale motivo fosse arrivato a Napoli.
La giovane, informata sia delle parentele del giovane che dei nomi dei parenti suoi, fece un piano per realizzare il suo malizioso progetto. 
Innanzitutto tornò a casa e diede tanto da fare alla vecchia, la occupò per l’intera giornata, affinché non riuscisse ad andare a trovare il mercante.
Chiamò poi una servetta molto sveglia, che lei aveva educato, e la mandò all’albergo dove Andreuccio risiedeva.
Quando lui rientrò in albergo trovò sulla porta la servetta che chiedeva di conferire con Andreuccio da Perugia.
Il giovane rispose di essere egli stesso Andreuccio.
La ragazza disse allora che una gentildonna di Perugia avrebbe volentieri parlato con lui.
Il giovane, lusingato dall’invito, si guardò allo specchio.
Ritendo di essere un bel ragazzo, pensò che la donna si fosse innamorata di lui, come se a Napoli non ci fossero bei ragazzi.
Andreuccio chiese quando sarebbe dovuto andare da lei.
Quando più vi piaccia, messere – rispose la fanciulla – ella vi attende a casa sua.”
Il giovane, senza dir nulla in albergo disse alla ragazza:
Vai, che ti seguo!”
La servetta condusse il giovane alla casa della donna, la quale abitava in una contrada chiamata “Malpertugio”, e quanto questa sia una contrada malfamata, lo indica già il nome. 
Ma il giovane, non sospettando nulla, lo ritenne un posto tranquillo e entrò nella casa della donna.
Appena arrivati alla casa, la fanciulla gridò:
Ecco Andreuccio”.
La donna era sulla scala ad aspettarlo, era giovane, alta, con un viso bellissimo, con abiti molto eleganti.
Lei gli corse incontro scendendo le scale, con le braccia aperte.
Gli mise le braccia al collo e rimase un po’ senza parlare come se fosse impedita dalla commozione; quindi, piangendo, gli baciò la fronte e, con voce rotta dall’emozione, disse:
Andreuccio mio, tu sei il benvenuto!”
Egli, molto sorpreso per la tenera accoglienza rispose:
Ben trovata a Voi Madonna!”
La donna gli prese la mano e lo condusse prima in sala e poi nella sua camera, piena di fiori, profumata, con un letto di lusso, molti abiti e ricchi arredi.
Per quello che vide il giovane ingenuo credette di trovarsi alla presenza di una gran dama.
Lei, postasi a sedere su una cassa, vicino al letto, tra lacrime e carezze cominciò a parlare.
“Andreuccio caro, io sono sicura che tu sia stupito delle carezze che io ti faccio.
Capisco il tuo stupore perché non mi conosci e probabilmente non hai mai sentito parlare di me.
Ma adesso sentirai una cosa che ti farà forse meravigliare di più: Io sono tua sorella.
Poiché Dio mi ha fatto la grazia di poter vedere uno dei miei fratelli prima di morire, per quanto io desideri di vedervi tutti, io ora potrei morire consolata.
E se tu forse non hai mai udito questo Io te lo dico ora.
Pietro, mio e tuo padre, come penso che tu sappia, ha vissuto a lungo a Palermo.
Per la sua bontà e per la sua gentilezza è stato amato molto da tutti quelli che lo hanno conosciuto.
Ma tra le persone che lo amarono molto ci fu mia madre, una gentildonna vedova che lo amò più di tutti. Pensa che lei non si preoccupò neppure di quello che avrebbe potuto dire suo padre, né dei suoi fratelli, né del suo onore: io nacqui dal loro amore.
Come puoi vedere io sono qui.
Poi Pietro tuo padre fu costretto a partire da Palermo e tornare a Perugia.
Lui mi lasciò che ero ancora una fanciulla assieme a mia madre e, per quel che ne so, lui non si ricordò più né di me, né di lei.
Purtroppo se non fosse stato mio padre, sarei arrabbiata per l’ingratitudine che lui ha mostrato a mia madre, senza pensare all’amore che avrebbe dovuto dare anche a me, che ero sua figlia.
Ma non è il caso di pensare alle cose del passato; è andata così!
Lui mi lasciò fanciulla a Palermo dove crebbi assieme a mia madre.
Lei era una donna molto ricca e mi diede in moglie a un gentiluomo di Agrigento che, per amore di me e di mia madre tornò a stare a Palermo.
Egli era guelfo, cominciò a trattare con il re di Napoli Carlo d’Angiò.
Questo venne alle orecchie di Federico, re di Sicilia e noi fummo costretti a fuggire in fretta dalla Sicilia.
Io ero una bravissima cavallerizza, prendemmo poche delle cose che avevamo e fuggimmo a Napoli.
Qui re Carlo ci accolse e ci donò dei beni, ricchezze e proprietà, dal momento che, a causa della fedeltà nei suoi confronti, avevamo dovuto lasciare i nostri in Sicilia.
E il re continua tuttora a dare ricchezze a mio marito e vostro cognato.
Ecco tu mi vedi qui, come ha voluto Iddio.”
Detto questo lo abbracciò di nuovo e gli baciò la fronte.
 Andreuccio, dopo aver sentito questa storia raccontata da lei in modo molto sicuro e deciso, sapendo che suo padre era stato davvero a Palermo per diverso tempo, consapevole del fatto che i giovani cedono volentieri le passioni durante la giovinezza, e vedendo le tenere lacrime e gli onesti baci di questa donna, credette a tutte le parole di lei.
E quando lei tacque, le rispose:
“Mia signora non stupitevi del mio stupore.
Non stupitevi del fatto che mio padre non mi abbia parlato né di vostra madre, né di voi.
Magari ne ha anche parlato, ma io non ne sapevo nulla.
Io non sapevo niente di voi nè di vostra madre.
E per questo mi rende particolarmente felice scoprire di avere una sorella, anche perché io sono solo e non speravo in una così bella notizia.
Inoltre io non conosco nessun uomo così ricco al quale voi non dovreste essere cara; figuratevi quanto questa notizia possa fare piacere a me, che sono un piccolo mercante.
Ma ditemi una cosa: come avete saputo che io ero arrivato qui?”
La donna rispose prontamente:
Me lo disse questa mattina una donna che è molto spesso con me e che era stata per lungo tempo con nostro padre sia a Palermo che a Perugia.
E se non mi fosse sembrato più opportuno che tu venissi da me in casa mia, piuttosto che io venire da te in una casa che non era la tua, sarei venuta subito da te”.
Dopo aver detto queste parole, lei cominciò a chiedere informazioni di tutti i suoi parenti, chiamandoli per nome.
Andreuccio rispose a tutte le domande sempre più convinto che la donna avesse detto la verità.
I due rimasero a chiacchiere per molto tempo, e poi lei fece portare qualcosa da mangiare e da bere.
Dal momento che si era fatto tardi Andreuccio fece per andarsene dicendo che era ora di cena, ma lei lo trattenne, lo abbracciò e disse:
Ah povera me, è evidente che io ti sono poco cara.
Adesso che hai scoperto di avere una sorella che non avevi mai conosciuto, te ne vuoi andare a cenare in albergo?
Io vorrei che tu cenassi con me, e anche se mio marito questa sera non c’è, il che mi dispiace molto, ti garantisco che comunque io ti saprò fare onore”.
A queste parole Andreuccio rispose:
“Voi mi siete molto cara come sorella, ma se io non vado in albergo sarò aspettato tutta la sera e questa mi sembra una villania”.
A quel punto lei rispose:
“Figurati se io non ho in casa un giovane da mandare al tuo albergo a dire che ti fermi qui da me.
Tu faresti davvero una gran bella cosa se volessi invitare a cena a casa mia anche i tuoi compagni di viaggio.
Poi potreste andare via assieme”.
Il giovane rispose che non gli interessava stare a cena con i suoi compagni e che sarebbe rimasto, come lei voleva.
La donna finse allora di mandare a dire all’albergo che lui si tratteneva fuori.
Poi cenarono assieme e chiacchierarono, furono serviti di vivande molto gustose e la cena durò fino a notte fonda.
Quando si furono alzati da tavola e Andreuccio fece per partire, lei disse che non era opportuno girare da soli di notte a Napoli, soprattutto per un forestiero.
Aggiunse che aveva mandato a dire tramite il garzone che Andreuccio non sarebbe rientrato in albergo né per cenare né per dormire.
Il giovane credette alle parole della donna e non immaginò, neanche per un attimo, di essere stato ingannato.
Quindi rimase a casa della donna.
Continuarono a chiacchierare ancora e solo a notte fonda lei lasciò Andreuccio a dormire nella sua camera.
Fece rimanere anche un ragazzino a dormire nella stanza: a lui avrebbe potuto chiedere qualsiasi cosa.
Quindi si ritirò nell’altra stanza con la servitù.
Quella notte era molto caldo, per questo Andreuccio si spogliò e pose i vestiti al capo del letto.
Dovendo andare in bagno, chiese al ragazzo dove si trovava il gabinetto.
Il fanciullo gli mostrò una porta in un angolo della stanza.
Andreuccio entrò con passo sicuro.
Il bagno era costituito da due assi, dove sedeva la gente che doveva defecare, assi sospese sopra un buco profondo.
L’asse sopra cui Andreuccio si pose però era stata manomessa, staccata dal suo sostegno.
Quindi nel momento in cui Andreuccio pose il suo peso su questa, essa si capovolse e lui finì giù, dove si raccoglievano i liquami delle feci.
Sicuramente Dio lo benedisse perché nonostante la grande caduta il giovane non si fece assolutamente nulla.
Era però immerso nel sudiciume!
Ritrovandosi dunque laggiù nel fondo di quella latrina, cominciò a chiamare lo scugnizzo, il quale però, dopo averlo sentito cadere aveva chiamato subito la donna.
Lei era corsa nella sua camera, aveva cercato nei suoi panni e aveva trovato i denari che aveva visto nelle mani del giovane quella mattina.
Quindi, non preoccupandosi più di lui, andò a chiudere la porticina della quale lui era uscito prima di cadere.
Dal momento che il fanciullo non gli rispondeva, Andreuccio iniziò a chiamare sempre più forte, ma non successe nulla.
Dopo un po’ cominciò a sospettare, ormai un po’ troppo tardi, di essere stato imbrogliato.
Visto che nessuno lo aiutava, cercò di arrampicarsi sopra il muretto che racchiudeva la latrina e riuscì ad uscire nella strada.
Andò allora alla porta della casa di colei che si era presentata come sua sorella e cominciò a bussare con forza.
E mentre bussava si lamentava piangendo:
Oh povero me, in un tempo piccolissimo ho perduto 500 Fiorini e una sorella!”
Quindi continuava a bussare forte e a gridare.
Fece così tanto rumore che molti vicini si svegliarono e si alzarono. Una donna dall’aspetto addormentato, si affacciò alla finestra.
“Chi picchia laggiù?” disse in tono imperioso.
Il giovane rispose:
“Sono Andreuccio, sono il fratello di Madonna Fiordaliso”.
Lei gli rispose:
Mi sa che tu hai bevuto troppo giovane vai dormi tornerai domani mattina. Io non so chi tu sia e non conosco neanche questa Fiordaliso di cui parli. Vai e lasciaci dormire!”
Come?” disse Andreuccio, “non sai chi sono io?
Certo che lo sai!
Ma se sono fatti così i parenti della Sicilia che dimenticano tutto in un attimo, restituiscimi almeno i panni che ti ho lasciato a casa e io me ne andrò.
La donna rispose ridendo:
“Buon uomo, mi pare che tu stia sognando!”
E, detto questo, tornò dentro e richiuse la finestra.
A quel punto Andreuccio si rese conto di essere stato imbrogliato e il dolore si tramutò in rabbia.
Poi però si disse che avrebbe voluto riavere indietro quello che non riusciva ad ottenere a parole.
Quindi prese una gran pietra e cominciò percuotere la porta con maggior forza di prima.
A quel punto molti altri vicini che si erano già svegliati, credendo che lui volesse insidiare una giovane donna, andarono alla finestra e cominciarono a urlargli addosso, allo stesso modo dei cani di una contrada che abbaiano addosso ad un cane forestiero.
Venire a quest’ora in casa delle buone femmine, dire queste cose, è una vera villania!  Vai con Dio buon uomo e lasciaci dormire! Vai a casa e lasciaci dormire; e se hai qualcosa da fare con lei, torna domani, ma non scocciarci questa notte.”
Sentendo queste parole, un uomo che era nella casa e che era amico della femmina, ma che Andreuccio non aveva né visto né sentito, si affacciò alla finestra e con voce grossa e orribile disse:
“Chi è laggiù?”
Andreuccio, a quella voce, alzò la testa e vide un uomo nerboruto, con gran barba nera e folta in volto, che sembrava essersi appena alzato dal letto, che sbadigliava e si stropicciava gli occhi.
A questi, non senza paura, così rispose:
Io sono il fratello di quella donna là dentro.”
Ma l’uomo non aspettò neppure che Andreuccio finisse la risposta che aggiunse:
Non so che cosa mi trattenga dal venir giù a darti tante bastonate fino a quando io non ti veda muovere, o asino fastidioso e ubriaco che sei; tu che questa notte non lasci dormire nessuno.”
E chiusa la finestra, se ne tornò dentro.
Alcuni dei vicini che conoscevano quest’uomo dissero ad Andreuccio:
Buon uomo, vai via! Fai n modo da non essere ucciso così stanotte, vattene!”
 A quel punto Andreuccio, che si era spaventato dalla voce e dalla vista di costui, spinto anche dalle sollecitazioni dei vicini che gli sembravano mossi da carità, per quanto disperato per i suoi denari, tornò indietro, cercando la strada per tornare all’albergo.
Sentendo un gran puzzo provenire da sé stesso, desideroso di gettarsi in mare per lavarsi, girò a sinistra e andò per la via Catalana.
Ad un tratto si trovò davanti due persone che venivano verso di lui con una lanterna in mano. Temendo che i due venissero della contrada Malpertugio, o che fossero dei malviventi, per evitarli si nascose in un casolare.
Ma costoro, come se fossero stati invitati proprio in quel luogo, entrarono nello stesso casolare.
Uno si tolse di dosso alcuni attrezzi che teneva sulle spalle e guardandosi intorno disse:
Da dove viene questo terribile puzzo?”
Detto questo, alzata la lanterna, vide subito Andreuccio e, stupefatto, gli domandò chi fosse e cosa facesse lì, conciato in quel modo.
A quel punto Andreuccio raccontò tutto quello che gli era accaduto
Immediatamente i due capirono che si trattava di Buttafuoco, lo scarafaggio e dissero:
“Buon uomo, nonostante tu abbia perduto i tuoi denari, devi lodare Dio, che ti ha portato a cadere in quella latrina.
Se così non fosse stato, se ti fossi addormentato, saresti stato ammazzato da quel furfante di Buttafuoco.
Insieme ai denari avresti perso anche la vita. Ma che ti giova ormai piangere?”
Poi, dopo essersi consigliati tra loro gli dissero:
Noi abbiamo compassione di te. Se vuoi potresti unirti a noi per aiutarci a fare una cosa. Da questo potrai ottenere più di quanto tu non abbia perduto.”
Il giovane accettò.
In quel giorno era stato seppellito nel Duomo di Napoli, l’arcivescovo Filippo Minutolo.
Il prelato era stato sepolto con ricchissimi ornamenti e con al dito un preziosissimo anello, che valeva molto più dei suoi 500 fiorini.
Quell’anello con rubino era ciò che i due malandrini volevano rubare.
Rivelarono il loro piano ad Andreuccio e lo convinsero a collaborare.
Poiché il giovane puzzava molto, per lavarlo lo portarono presso un pozzo vicino al Duomo.
Giunti al pozzo, poiché mancava il secchio per tirar su l’acqua, lo legarono alla fune e lo calarono giù, accordandosi che, una volta lavato, desse uno strattone alla fune, per farsi tirare su.
Mentre Andreuccio era in fondo, alcune guardie si avvicinarono al pozzo per bere.
I ladri, vedendo che le guardie si avvicinavano, fuggirono a gambe levate, lasciando il giovane nel fondo.
Intanto Andreuccio, che si era lavato, diede uno strattone alla fune.
Le guardie, che avevano appoggiato a terra le loro armi, pensando che il secchio fosse riempito tirarono su.
Non appena il giovane toccò il bordo del pozzo, i gendarmi spaventati, lasciarono andare la corda e scapparono via.
Andreuccio non capiva cosa gli fosse accaduto e rimase stupito nel non trovare i due compari, ma nel vedere le armi abbandonate a terra.
Si incamminò nuovamente senza sapere dove andare quando incontrò i due compari.
I due raccontarono al giovane mercante il motivo della loro fuga e risero assieme.
A mezzanotte, di soppiatto, andarono al Duomo, entrarono facilmente e si avvicinarono al grande sepolcro di marmo.
Sollevarono il coperchio che era pesantissimo, in modo che vi potesse entrare un uomo, e lo puntellarono.
Bisognava che uno di loro entrasse nell’arca.
Chi entra ora?”  Chiese uno dei due.
«Io no» disse un brigante.
«Neppure io» disse l’altro.
«Neanch’io!» concluse Andreuccio.
Ma i due lo guardarono e dissero.
“Come? Non entrerai? Se tu non entri, com’è vero Dio ti diamo tante bastonate fino a ucciderti!”
E così Andreuccio fu costretto ad entrarvi.
Mentre era dentro pensava:
«Costoro mi ci fanno entrare per ingannarmi e quando io avrò passato a loro ogni cosa, mentre io faticherò ad uscire dall’arca, se n’andranno ed io rimarrò senza niente.»
Per questo Andreuccio decise di pensare prima a sé e, ricordandosi del prezioso anello, lo sfilò dal dito del religioso e lo infilò al suo.
Quindi spogliò il morto completamente e dette ai due tutto il resto, dicendo che non c’era più niente.
I ladroni insistevano perché cercasse l’anello, ma lui continuava a sostenere che non c’era altro; allora tirarono via il puntello e lo chiusero nell’arca.
Povero Andreuccio, chiuso in un sepolcro di pietra! Egli cercò, in tutti i modi, col capo e con le spalle, di alzare il coperchio, senza riuscirvi.
Vinto da un gran dolore, cadde come morto sul corpo del prelato.
Dopo un po’ cominciò a piangere pensando alla morte orribile che lo attendeva.
Mentre si disperava, sentì molte voci di gente che veniva a fare quello che aveva già fatto lui con i suoi compagni.
Anche costoro, una volta aperta e puntellata la tomba, cominciarono a discutere su chi dovesse entrare.
Un prete che faceva parte del gruppo decise di risolvere la questione e disse:
E che paura avete dei morti? Credete che vi mangino? I morti non mangiano gli uomini, entro io!”
 Detto questo il prete pose il petto sopra l’orlo dell’arca e infilò dentro le gambe per potersi calare giù.
Andreuccio, dall’interno del sepolcro, si levò in piedi, prese il prete per una delle gambe e cercò di tirarlo giù.
Il prete sentendosi preso per una gamba strillò e si gettò fuori.
Tutti fuggirono spaventati lasciando l’arca aperta, come se fossero stati inseguiti da centomila diavoli.
Andreuccio, felice più di quanto non immaginasse, si gettò fuori e uscì dalla chiesa.
Al mattino, con quell’anello al dito, arrivò al suo albergo.
Qui trovò i suoi compagni che erano stati in pena per lui.
Dopo aver ascoltato le sue avventure l’oste consigliò a Andreuccio di tornarsene a casa.
Così il giovane mercante tornò a Perugia e raccontò che a Napoli aveva investito il suo denaro in quell’anello invece che nei cavalli.