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Imperialismo

Cosa significa imperialismo

Con la parola imperialismo si intende la costruzione da parte delle potenze europee di imperi coloniali estesi alla maggior parte del pianeta. Si tratta del fenomeno più caratteristico del periodo compreso tra il 1870 e il 1914: questo periodo è definito l’età dell’imperialismo.

Carattere specifico dell’imperialismo fu la conquista militare e politica finalizzata al dominio di intere regioni rilevanti per il loro interesse strategico o commerciale.

Le cause dell’imperialismo

Diversi studiosi hanno cercato di individuare le cause di tale fenomeno. Hobson, che era un liberale, ritiene l’imperialismo una distorsione del sistema capitalistico. Il sistema capitalistico si è trovato ad affrontare una crisi derivata dalla debolezza della domanda interna e quindi ha cercato nuovi mercati che fossero protetti dalla concorrenza.

Questa motivazione quindi è accentrata sull’aspetto economico.

Lenin, il leader della rivoluzione russa del 1917, ritiene che la guerra, nello specifico parla della Prima Guerra mondiale, sia la massima espressione del conflitto Inter imperialistico. Lenin infatti considera l’imperialismo come l’esito estremo della concorrenza economico politica internazionale e della conflittualità tra le potenze.

Ritiene inoltre che questa conflittualità sia la premessa per il crollo dello stesso sistema capitalistico. A posteriori sappiamo che la sua previsione non si è realizzata.

Il pensiero intorno all’imperialismo

La storiografia di ispirazione marxista dà un’interpretazione economica dell’imperialismo, fu contestata nei decenni successivi da studiosi di impostazione liberale a cominciare da Schumpeter.

Schumpeter

Egli legge l’imperialismo non come manifestazione di razionalità economica ma come una un’eredità dell’Antico regime, come un irrazionale e antieconomica tendenza al dominio sopravvissuta nelle caste militari e aristocratiche dell’Europa.

Molti studiosi nel secondo dopoguerra sostennero che l’imperialismo non aveva motivazioni economiche.

Fieldhouse

Per Fieldhouse l’imperialismo è interpretabile come manifestazione dei più tradizionali conflitti di potenza inter europei. Secondo questo studioso l’imperialismo non rappresenta una novità rispetto al colonialismo precedente ma piuttosto una sua intensificazione, dovuta sia a ragioni di potenza e di prestigio politico, che al sorgere, nelle periferie asiatiche e africane, di situazioni di instabilità: Questa instabilità preoccupava i governi locali che spingevano i governi europei a intervenire per ripristinare una situazione di equilibrio.

Questa tesi è detta dell’imperialismo periferico ed è molto discussa e discutibile. La tesi ha avuto comunque il merito di spostare l’attenzione da una prospettiva esclusivamente euro centrica a una più attenta alle realtà delle periferie coloniali.

Wehler

Un’altra tesi è quella dell’imperialismo sociale elaborata da Wehler, uno storico tedesco.

Egli, partendo dallo studio della Germania a cavallo tra Ottocento e Novecento, considera l’espansione coloniale di fine Ottocento come una risposta delle classi dirigenti alle tensioni sociali innescate dai processi di modernizzazione industriale.

Alla luce di questa interpretazione, l’imperialismo diventa un capitolo di quell’opera di integrazione delle masse nei valori dello stato-nazione e di acquisizione del consenso che impegnò le classi dirigenti europei in quell’epoca.

Le cause dell’imperialismo

Non possiamo trovare spiegazione di questo fenomeno in una causa sola.

Non basta dire che la causa è di tipo economico per cui l’imperialismo è motivato solo dalla ricerca di materie prime e di mercati in cui investire i capitali in eccesso.

Questo è sicuramente vero per alcune aree.

Un esempio particolarmente eclatante è quella dello sfruttamento delle popolazioni del Congo belga per l’utilizzo del caucciù. Questo fenomeno sarebbe incomprensibile al di fuori del boom dell’Industria dei pneumatici per biciclette e automobili.

Video Leopoldo II e il Congo Belga

https://www.youtube.com/watch?v=VgRxPQ11xec

Ma oltre al fattore economico che sicuramente è importante individuiamo altri due elementi.

La competizione strategica tra le potenze che portava ad occupare un territorio prima che qualcun altro lo facesse.

La volontà dei diversi governi di dirottare all’esterno il conflitto sociale ottenendo nello stesso momento consenso popolare è legata ai concetti di potenza e di grandezza nazionale.

Tutto questo si inserisce perfettamente nel quadro culturale in cui il nazionalismo dell’800 era diventato un’ideologia che non serviva più per emancipare una nazione ma per aggredire e sopraffare.

La cronologia e la geografia del colonialismo

L’imperialismo si inserisce nella secolare tendenza all’espansione coloniale che accompagna la storia d’Europa.

  • Il 1415 l’anno in cui il Portogallo conquista Ceuta un’isola nordafricana di fronte a Gibilterra.
  • Il 1935 è l’anno della brutale conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia fascista.

Possiamo considerare queste due date come la prima e l’ultima manifestazione del colonialismo. Questi cinque secoli vedono la progressiva affermazione del dominio europeo sul mondo.

In questo fenomeno di lunga durata possiamo riconoscere alcune scansioni temporali fondamentali sia in senso geografico territoriale che dal punto di vista degli Stati che ne furono i protagonisti.

La prima tappa si colloca nel Cinquecento, l’età della conquista dell’America Meridionale da parte delle potenze della penisola iberica.

La seconda si colloca invece alla metà del 700 quando l’espansione coloniale si sposta dall’America verso l’Asia Per iniziativa dell’Inghilterra e della Francia.

La fase successiva la troviamo nel secondo decennio dell’Ottocento che vede la conquista dell’Indipendenza da parte delle colonie dell’America Latina.

Dopo il 1830 possiamo considerare un colonialismo in ritirata perché la perdita di immensi imperi latino americani non regge il confronto con l’ancora parziale incerto dominio Europeo in Asia.

Ma il colonialismo gode ancora di ottima salute.

Infatti l’Ottocento non vede solo il dilagare in Asia in Oceania della Gran Bretagna ma vede anche la completa spartizione dell’Africa in seguito a una vera e propria gara a cui parteciparono le nuove potenze coloniali come la Germania il Belgio e l’Italia.

A conclusione di questo processo, alla vigilia della Prima Guerra mondiale, l’Europa colonizzatrice controllava circa il settanta per cento delle terre emerse del pianeta.

Belle époque

L’Europa tra la fine dell’800 e lo scoppio della grande guerra vive un periodo di grande fiducia nel futuro, pace e relativa prosperità. Nell’esplosione della nuova vita mondana circolano sotterranei dei conflitti nascosti che esploderanno della violenza della Grande Guerra. 

In questo periodo chiamato della Belle époque molte sono state le scoperte scientifiche. Ricordiamo che la seconda rivoluzione industriale ha trasformato la vita di tutte le popolazioni del mondo legato all’Europa. 

Imperialismo in Asia

L’Asia era un continente che ospitava civiltà millenarie raffinate con complesse organizzazioni sociali e politiche.

Era un autentico gigante demografico e una rilevante potenza economica.

Pensiamo che nel 1820 produceva il 60% della ricchezza mondiale, il doppio dell’Europa.

Assoggettare l’Asia a un dominio territoriale e controllarne le masse di popolazione era fuori dalle possibilità anche dei più intraprendenti colonizzatori dell’Europa preindustriale.

Per questo inglesi, francesi, portoghesi e olandesi si erano limitati a conquistare la supremazia sui mari e a controllare piccole aree costiere.

Avevano costituito delle basi commerciali che servivano per i loro traffici.

L’unica eccezione di questo periodo è il dominio instaurato sulle isole di Giava e di Sumatra da parte degli olandesi. Gli olandesi avevano imposto agli indigeni la coltivazione di pepe, caffè, zucchero, tabacco e avevano obbligato gli indigeni a una forma di lavoro molto simile a quelle della schiavitù.

Solo con la metà dell’800 l’Inghilterra iniziò un potente e capillare movimento di espansione coloniale nel cuore del continente.

Inglesi e francesi disponevano ormai delle risorse economiche e tecnologiche militari necessarie ad instaurare domini territoriali diretti, imponendosi spesso con la forza su governi locali dispotici ma indeboliti da lotte tra fazioni o clan.

Questo processo di espansione vide scendere in campo, verso la fine del secolo anche gli Stati Uniti.

Il processo di espansione fu guidato da obiettivi strategici sia di tipo economico che di tipo geopolitico.

La ricca area asiatica divenne teatro di primaria importanza nella competizione tra le potenze.

La dominazione inglese in India

A partire dalla metà del 700, dopo la vittoria della guerra dei sette anni contro i francesi – a cui rimasero solo un paio di scali commerciali – la penetrazione inglese in India era proseguita senza soste a partire dal Bengala, area che costituisce il nucleo originario dell’amministrazione civile assegnata, dal Gran Moghul di Delhi, alla East India Company, la Compagnia delle Indie Orientali.

Nel 1784 Londra istituì la carica di governatore generale dell’India. Tale carica fu ricoperta da un funzionario che aveva il compito di affiancare controllare, a nome della corona britannica, l’operato della compagnia. 

Formalmente l’India era governata dall’imperatore Moghul, ma nella realtà era frantumata in una miriade di piccoli e grandi regni territoriali. Fu giocando su questa frammentazione che la compagnia riuscì ad estendere il suo controllo su gran parte del territorio. Ne risultò una geografia politica “a macchia di leopardo” che intrecciava aree sotto il governo inglese con principati indiani formalmente indipendenti ma, di fatto, controllati da Londra.

A metà dell’800 la Gran Bretagna controllava interamente il subcontinente indiano.

Il subcontinente indiano contava circa 130 milioni di abitanti ed era la regione più popolosa del mondo dopo la Cina. Lo strumento con cui la Gran Bretagna esercitava questo dominio era La compagnia delle Indie orientali che governava la regione affiancata da un governatore generale nominato da Londra.

Tasse e concorrenza

Questa fase del dominio britannico in India fu contrassegnata da un pesante sfruttamento sia per le pesanti tasse che venivano imposte alle popolazioni indiane sia per la concorrenza che le merci inglesi più competitive e più agevolate dal sistema doganale facevano all’industria tessile e all’artigianato indiani.

I prodotti indiani erano gestiti con criteri tecniche tradizionali e quindi raggiungevano costi più elevati. La fiorente manifattura indiana risultò pressoché annientata dalla manifattura inglese.

Alla metà dell’800 l’India da esportatrice era diventata importatrice di tessuti di cotone e si limitava ormai solo a fornire materie prime cioè te e cotone grezzo.

Lo sfruttamento economico, la dipendenza politica, la volontà degli inglesi di europeizzare l’India, introducendo l’insegnamento dell’inglese e un’amministrazione della giustizia sul modello britannico, provocarono tensioni e rivolte.

La rivolta dei sepoys 

La più importante di queste rivolte vide come protagonisti i soldati indigeni al servizio dell’esercito britannico, i sepoys. Questi soldati indigeni al servizio degli inglesi, si ammutinarono nel 1857. 

Diedero vita ad una sanguinosa ribellione che durò più di un anno. La ribellione, che si estese a gran parte del territorio indiano, fu repressa a fatica dagli inglesi. Gli inglesi ebbero la meglio anche grazie all’aiuto determinante della nuova linea telegrafica che collegava Delhi a Calcutta. 

India coloniale

Da questa rivolta gli inglesi appresero la lezione. Impararono che bisognava ricercare l’appoggio delle classi dirigenti locali. Compresero che era necessario modificare lo sfruttamento dell’India inserendo l’India nel sistema economico e commerciale britannico; si resero conto anche che era necessario avviare una politica di sviluppo del paese.

Per questo motivo Londra assunse direttamente il governo della penisola. La compagnia delle Indie orientali fu sciolta; l’India diventò nel 1858 colonia della corona sotto il comando di un viceré.

Nel 1876 la regina Vittoria venne proclamata imperatrice dell’India. 

Al tempo stesso fu avviata una politica di modernizzazione che comportò la realizzazione di grandi opere pubbliche come le ferrovie. Venne istituito un sistema scolastico efficace che si poneva l’obiettivo di creare una classe dirigente di origine indiana ma formata secondo i criteri della cultura occidentale.

Furono costruiti dei college anglo indiani in cui si formava un ceto colto di imprenditori, di proprietari terrieri, di professionisti, di intellettuali. I giovani formati in tali istituti costituiranno, in seguito, il primo nucleo del movimento nazionalista indiano.

Nel 1885 nacque a Bombay il Partito Del Congresso Nazionale Indiano al cui interno si confrontarono due linee politiche:

  • una più moderata e occidentalista che premeva per ottenere, dagli inglesi, concessioni e forme di autogoverno locale. 
  • l’altra, che si rifaceva alle tradizioni religiose culturali dell’induismo messe in pericolo dall’occidentalizzazione del paese, iniziò invece a formulare l’obiettivo dell’Indipendenza.

Queste due linee di pensiero continueranno ad animare il dibattito nazionalista indiano nel lungo percorso che porterà il paese all’indipendenza avvenuta nel 1947 sotto la guida del Mahatma Gandhi.

Video sulla figura di Gandhi

https://www.facebook.com/watch/?v=758221441626592

L’impero cinese nell’Ottocento

L’impero cinese contava circa 430 milioni di abitanti ed era, alla metà dell’Ottocento, lo stato più grande e più popolato del mondo.

La Cina era la principale potenza asiatica. Per questo motivo non era possibile neppure pensare di assoggettare l’Impero cinese né dal punto di vista militare né da quello politico.

Ma era risultata anche molto difficile la via della penetrazione commerciale perché la dinastia Imperiale imponeva una severa politica di isolamento del paese e impediva quindi tutti i contatti con l’occidente, sia quelli commerciali che quelli culturali.

La Cina si limitava ad esportare il tè, il rabarbaro e le cineserie, cioè porcellane, oggetti laccati, che dal Settecento erano diventati molto di moda presso i ricchi europei. Un solo porto cinese era aperto: quello di Canton.

Era proprio questa chiusura verso l’esterno che costituiva la forza dell’impero cinese, ma, allo stesso tempo, ne costituiva anche la sua debolezza.

La Cina era un paese estremamente potente, ma era pietrificato, arroccato culturalmente nel mito di una presunta superiorità, rispetto all’occidente ritenuto barbaro.

L’Impero cinese era governato dall’autorità assoluta di un imperatore che si proclamava figlio del cielo, era gestito da una casta di funzionari, i mandarini, che erano molto gelosi dei loro privilegi ed erano refrattari a qualsiasi innovazione.

Ma il 90% della popolazione, che costituiva la sterminata massa dei contadini, viveva in condizioni miserabili; le popolazioni erano estremamente povere ed erano tormentate spesso da carestie e da inondazioni.

I “trattati ineguali”

Fu proprio su queste debolezze che fecero leva le potenze commerciali, in particolare la Gran Bretagna, che erano interessate a forzare il secolare isolamento di tale impero. L’Impero cinese era particolarmente appetibile per due motivi:

– costituiva un enorme mercato potenziale, 

– era la chiave fondamentale, la porta per entrare in Asia.

Le guerre dell’oppio

L’oppio è una sostanza stupefacente che deriva dal papavero coltivato in Medio Oriente e in India. L’oppio veniva contrabbandato in Cina dai mercanti inglesi attraverso il porto di Canton, l’unico porto aperto verso occidente. Si trattava di un commercio molto vantaggioso per chi lo gestiva ma decisamente malvisto dallo stato cinese. 

L’oppio infatti provocava effetti negativi su diversi livelli:

  • danneggiava l’integrità fisica delle popolazioni,
  • alimentava le mafie locali, 
  • provocava la fuoriuscita di moneta dal paese.

Tra il 1800 e il 1838 la quantità di oppio importata in Cina era passata da 120 a 2400 tonnellate. 

La prima guerra dell’oppio

La prima guerra dell’oppio scoppiò nel 1839 quando il governo cinese distrusse un grosso carico di oppio nel porto di Canton. La Gran Bretagna dichiarò che si trattava di una violazione dei diritti internazionali del commercio e invio cannoniere e soldati. La superiorità inglese fu evidente e nel 1842 gli inglesi costrinsero l’imperatore a sottoscrivere il trattato di pace a Nanchino. 

Con il trattato di Nanchino la Cina fu costretta:

  • a pagare una forte indennità in argento, 
  • a cedere Hong Kong alla Gran Bretagna,
  • ad aprire cinque porti al commercio occidentale, 
  • a limitare al 5% (una cifra molto bassa) i dazi di importazione sulle merci inglesi.

La seconda guerra dell’oppio

Nel 1856 il governo Imperiale, cercando di riacquistare prestigio, attaccò una nave inglese che stava nel porto di Canton. In quel momento prese il via la seconda guerra dell’oppio che si concluderà nel 1860 e nella quale la superiorità militare occidentale inglese inflisse alle truppe cinesi una bruciante sconfitta, costringendo il governo cinese ad accettare nuove imposizioni.

La sconfitta nelle guerre dell’oppio fu un vero e proprio trauma per la Cina e rappresentò l’inizio di un progressivo declino del potere Imperiale.

Questo declino si concretizzerà in una serie di trattati ineguali che garantivano a inglesi, francesi, russi, tedeschi e americani crescenti privilegi economici giuridici. 

Tali paese ottennero la possibilità: 

  • di circolare liberamente nel paese, 
  • di acquistare proprietà, 
  • di non pagare imposte, 
  • di esercitare i diritti privati su parti del territorio cinese, come porti, ferrovie, miniere, cioè le cosiddette concessioni.

Nel 1894-95 anche i giapponesi inflissero all’Impero cinese una severa sconfitta. 

Dopo questa sconfitta l’impero della Cina, che era ancora formalmente indipendente, era in realtà diviso in zone di influenza tra Gran Bretagna Russia Francia Germania e Giappone.

Le ferrovie, i commerci, le dogane, i porti franchi cioè porti esenti da dogane, quindi gran parte dell’economia cinese, erano nelle mani degli stranieri.

Non si arrivò ad una spartizione anche politica della Cina a causa delle rivalità tra i diversi pretendenti e grazie all’opposizione degli Stati Uniti che, nel 1899, imposero la cosiddetta politica della porta aperta.

Con questa politica si concedeva a tutti i paesi uguale diritto di commerciare con la Cina.

In questo modo invece che diventare la colonia di una sola potenza, la Cina diventò una sorta di semi colonia di tutte le altre potenze.

La fine dell’Impero cinese

Le ingerenze straniere e la perdita di sovranità del paese provocarono una protesta nazionalista contro gli occidentali che culminò con una sanguinosa rivolta, la rivolta dei boxers nel 1900, una rivolta organizzata dai membri di una società segreta xenofoba di ispirazione religiosa.

I boxers presero di mira le ferrovie, le missioni cristiane, che erano state ammesse in Cina grazie ai trattati ineguali, e anche le ambasciate di Pechino. Le ambasciate furono assediate fino a quando l’intervento militare delle potenze occidentali non soffocò la rivolta.

L’intervento militare inflisse al governo cinese una nuova pesante umiliazione.

L’azione dei boxers era ispirata dall’odio contro gli stranieri il nome delle tradizioni millenarie della società cinese ed era appoggiata dai settori più conservatori della corte imperiale.

In questo movimento si univano sia rifiuto delle ingerenze straniere che le ostilità verso il cambiamento.

Negli stessi anni andò crescendo un movimento di intellettuali e di borghesi, che provenivano dalle città e che erano stati educati nella cultura occidentale, che ritenevano invece necessaria la modernizzazione del paese e la democratizzazione della sua vita politica.

Questo movimento repubblicano riteneva che l’abbattimento della dinastia agonizzante fosse la premessa indispensabile per attuare un cambiamento radicale.

Il suo leader più prestigioso era il medico Sun Yat-senne aveva fondato il partito del Popolo. Il partito del Popolo aveva un programma politico molto avanzato ed era basato su tre punti:

  • autonomia nazionale, 
  • democrazia politica, 
  • uguaglianza sociale da realizzarsi attraverso la distribuzione delle terre ai contadini.

Nel 1912 venne proclamata la prima repubblica della Cina. 

Sull’ultimo imperatore della dinastia Manchu è stato fatto un film intitolato proprio L’ultimo imperatore.

Il Giappone di fronte all’occidente

Il Giappone nell’Ottocento era caratterizzato ancora da una struttura sociale e politica di tipo feudale. Il potere era detenuto dall’imperatore, una figura che aveva però un valore esclusivamente simbolico e religioso, ma era esercitata in realtà dallo shogun, che era un governatore militare.

Lo shogun comandava sui daimyo, i grandi feudatari, che traevano le loro ricchezze dello sfruttamento dei contadini i quali pagavano i loro tributi in riso. 

Alle dipendenze di questi feudatari stava la piccola nobiltà dei samurai, in origine erano guerrieri del signore ora ridotti al rango di funzionari e di amministratori stipendiati dal daimyo, il feudatario. 

Molti samurai avevano abbandonato i feudi e si erano recati in città dove avevano formato un ceto intellettuale.

In Giappone come in Cina c’erano anche i mercanti, che occupavano il livello più basso nella scala sociale. Tuttavia a differenza dalla Cina in Giappone si era sviluppato un centro di mercanti piuttosto potente che deteneva il controllo della moneta necessaria ai consumi dei ceti più ricchi. I feudatari riscuotevano ancora i tributi in riso.

Nel 1853 una squadra di cannonieri americani si è ancora nella baia giapponese di Uraga in accompagnamento alla richiesta del governo americano di avere libero accesso ai porti del sol Levante. 

Il governo giapponese accettò di sottoscrivere un trattato che apriva il paese ai commerci occidentali il Giappone che fino ad allora era stato chiuso, al mondo occidentale, in modo ancor più impenetrabile della Cina.

Questa apertura ebbe però delle conseguenze completamente diverse da quelle subite dalla Cina e costituì l’inizio, non di un declino, ma dell’avvio di un grande processo di sviluppo.

L’apertura verso occidente apri una grave crisi politica in Giappone culminò con l’abolizione dello shogunato ad opera dei daimyo e dei samurai.

Ma la classe dirigente giapponese seppe vedere in questo l’opportunità di riformare profondamente il paese. La classe dirigente giapponese comprese che il destino suo sarebbe stato segnato negativamente se non si fosse provveduto a svilupparlo in modo tale da renderlo capace di fronteggiare l’occidente.

Il perno di questa trasformazione fu la restituzione delle autorità alla figura dell’imperatore. Infatti nel 1867 ci fu l’ascesa al potere l’imperatore Mutsuhito. Con lui inizia un’epoca di governo illuminato. 

Mutsuhito, appoggiato da mercanti e intellettuali samurai realizzò un impressionante politica di riforme che trasformò completamente il volto della società giapponese.

Si ispirò al meglio della cultura e dell’organizzazione dei paesi occidentali più avanzati.

In campo giuridico e istituzionale venne proclamata: 

– l’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini, 

– l’abolizione del feudalesimo,

– la sostituzione dei governatori feudali a livello locale con funzionari pubblici,

– l’introduzione della scuola elementare obbligatoria,

– la formazione dei quadri superiori nelle università occidentali.

In campo economico venne favorita 

  • la modernizzazione attraverso la libera compravendita della terra  
  • l’industrializzazione del paese ad opera dello stato, 
  • la costruzione delle infrastrutture ferroviarie e di grandi fabbriche in alcuni settori strategici come la siderurgia i cantieri navali e le armi.

Grazie a questi provvedimenti il Giappone non solo evitò il destino della Cina, ma riuscì a trasformarsi in una potenza economica e militare di primo piano, in grado di aspirare alla conquista dell’egemonia nell’aria asiatica.

L’espansionismo degli Stati Uniti

L’Asia fu insieme all’America Latina uno dei teatri privilegiati dell’imperialismo statunitense, che mosse i suoi primi passi verso la fine dell’800.

Per tutto il secolo gli Stati Uniti erano stati impegnati nella colonizzazione interna, nel conflitto con gli indigeni, nello scontro tra stati del sud e stati del nord. Sul piano della politica estera questo aveva comportato un sostanziale isolazionismo, c’è la tendenza a non occuparsi degli affari internazionali se non quando questi incidevano direttamente sulle vicende del continente americano. Questo atteggiamento cambia gradualmente quando la crescita dell’economia americana mise in competizione gli Stati Uniti con le potenze europee.

L’espansionismo americano segui un modello originale. a differenza di quello europeo esso non mirò, in genere, al possesso diretto dei territori, quanto piuttosto alla penetrazione politica ed economica, come quella vista in Cina e in Giappone.

Gli Stati Uniti realizzarono anche interventi diretti di tipo militare come a Cuba e a Panama. Ma la grande forza espansiva del capitale americano si manifestò piuttosto nella cosiddetta diplomazia del dollaro, ovvero nell’uso della potenza economica per ottenere influenza politica: gli investimenti americani all’estero che ammontavano a 700 milioni di dollari nel 1897, raggiunsero i due miliardi e mezzo di dollari nel 1910

La penetrazione imperialistica in Asia, pur garantendo alle potenze occidentali l’egemonia economico-politica nell’area non fu totale. Più della metà del territorio asiatico non conobbe mai un dominio straniero diretto.

Scramble for Africa

blob:https://web.whatsapp.com/e14dd89a-85e8-4f41-851c-9f75f00ed98fL’Africa, all’inizio dell’Ottocento era per il 10% sotto il controllo europeo, ma alla vigilia della Prima Guerra mondiale era assoggettata per il 90%. Erano rimaste indipendenti solo la Liberia (uno stato dell’Africa occidentale fondato nel 1892 da una società filantropica americana per insediarvi gli ex schiavi neri liberati) e l’Etiopia che resistette come stato sovrano fino alla conquista fascista del 1935.

La rapidissima conquista coloniale dell’immenso continente africano viene solitamente indicata con l’espressione “scramble for Africa”. 

La parola scramble significa “strapazzare”, ma anche “corsa affannosa”. In questo senso quindi la parola scramble assume il significato di arrembaggio e sminuzzamento.

Tra i due concetti, espressi da questi due termini, si colloca la spartizione dell’Africa da parte delle potenze europee. Fino agli anni sessanta dell’Ottocento le presenze coloniali europee nel continente erano poche. Si trattava perlopiù di presìdi, piccoli porti, piccoli territori tenuti da olandesi, francesi, inglesi, portoghesi: ad esempio la colonia del Capo era stata assegnata agli inglesi dal congresso di Vienna.

L’Africa aveva interessato a lungo gli europei più come via di transito in direzione dell’Asia e come bacino per la tratta degli schiavi, che come obiettivo in sé.

Ricordiamo che la tratta degli schiavi era stata definitivamente soppressa nei primi dell’Ottocento. 

Il continente africano era per la maggior parte del territorio sconosciuto. il poco che si conosceva non era particolarmente appetibile: l’ambiente era ostile c’erano malattie tropicali e il territorio era popolato da selvaggi feroci e pagani.

Si trattava quindi di un territorio che poteva essere appetibile solo per esploratori coraggiosi e per missionari ferventi. E furono proprio questi a costituire le avanguardie della penetrazione coloniale in Africa che si dispiegò inarrestabile negli ultimi 30 anni del XIX secolo.

Perché in Africa?

Le motivazioni furono di ordini diversi.

  1. Economiche:

l’Europa era interessata all’oro e ai diamanti del Sudafrica, al caucciù e al rame del Congo, ma anche al controllo del canale di Suez.

  1. Ideologiche

gli europei erano intenzionati a civilizzare il continente nero.

  1. Geopolitiche:
  • i francesi volevano creare una continuità di dominio territoriale da est a ovest, dall’Algeria, conquistata nel 1830, al corno d’Africa; 
  • gli inglesi perseguivano lo stesso il progetto lungo l’asse sud-nord dalla colonia di popolamento intorno all’attuale Sudafrica fino all’Egitto assoggettato nel 1882; 
  • i belgi intendevano sfruttare a fondo l’area centrale intorno al fiume Congo, possesso personale del re Leopoldo II; 
  • i tedeschi non volevano rimanere tagliati fuori da questa divisione del bottino e puntavano quindi ad occupare tutti gli spazi liberi; 
  • gli italiani, con la conquista della Libia di parte del corno d’Africa, dell’Eritrea e della Somalia, sentivano di poter essere annoverati tra le grandi potenze internazionali.

Una folla di pretendenti, di vecchi colonizzatori, di nuovi arrivati che agiscono per ottenere il consenso delle rispettive opinioni pubbliche nazionali e per impedire un vantaggio dei rivali più che per ottenere un vantaggio proprio.

I caratteri del dominio coloniale in Africa

Prima dell’arrivo dei colonizzatori l’Africa non era vuota.

Questa sembra un’ovvietà ma non lo era per i colonizzatori che guardavano Il continente africano proprio come ad una terra vuota, e quindi disponibile poiché priva dei contrassegni di civiltà tipici della civiltà occidentale.

In realtà quello che non esisteva in Africa era un modello di stato come intendiamo noi, caratterizzato cioè da una sovranità centrale, esercitata attraverso istituzioni e burocrazie, entro confini ben delimitati.

Il panorama politico dell’Africa precoloniale comprendeva invece una miriade di entità territoriali, il riflesso di una elevata frammentazione etnica e tribale, che possiamo immaginare come una gradazione di variante tra due estremi.

Da un lato abbiamo stati che sono stati chiamati premoderni, cioè regni e principati caratterizzati da una forma di autorità centralizzata, dai confini incerti e mobili, spesso disposti uno dentro l’altro a macchia di leopardo.

Dall’altra parte abbiamo le cosiddette società senza stato, costruite su base tribale, in cui il potere si fonda essenzialmente su rapporti di rispetto e di deferenza verso l’anziano oppure verso il capo guerriero.

Su questa realtà complessa e multiforme gli europei calarono la griglia di una geografia politica che non rifletteva suddivisioni etniche storiche, ma rifletteva solo i limiti raggiunti dalla conquista di una determinata area.

Il risultato è quello che ancora oggi possiamo vedere sulla carta dell’Africa: una moltitudine di stati creati a tavolino, totalmente artificiali, senza alcun riguardo per i preesistenti radicamenti culturali, territoriali o etnici, che molto spesso venivano divisi e separati dai nuovi confini.

Gli stati africani di oggi non sono quindi il risultato di una lunga evoluzione storica, come quelli europei, ma di una rapida conquista e di una, altrettanto rapida, liberazione, cioè la decolonizzazione del continente africano, avvenuta negli anni sessanta e settanta del Novecento.

Conferenza di Berlino

Nel 1984 venne fatta la conferenza di Berlino, organizzata con la mediazione di Bismarck, per impedire che la gara coloniale in Africa desse luogo a scontri fra le potenze con costi e danni ben maggiori rispetto ai vantaggi che ciascuna potenza voleva perseguire.

La conferenza sancì il principio dell’occupazione di fatto, che obbligava le potenze coloniali a dichiarare ufficialmente l’acquisizione di nuovi territori sulla base di occupazioni effettivamente avvenute, per evitare discussioni create da spartizione operate sulla carta geografica. 

Si dava così il via ufficiale alla rapidissima gara di conquista: in poco più di 10 anni tutto era finito.

L’economia nelle colonie africane

Le colonie africane non furono colonie di popolamento come quelle dell’Australia dell’America Latina della Nuova Zelanda, caratterizzate dall’ insediamento stabile in massiccio di europei, ma furono colonie di sfruttamento. 

In Africa un gruppo di colonizzatori si stabiliva nel paese per garantire l’ordine e il controllo economico delle risorse locali. Solo in alcuni casi si ebbero forti investimenti del paese colonizzatore nella produzione e nelle infrastrutture. Più spesso nelle colonie si avviò la cosiddetta economia di tratta: la produzione rimaneva nelle mani degli indigeni che fornivano prodotti agricoli e minerari richiesti per l’esportazione. Gli europei, attraverso le grandi compagnie commerciali, monopolizzano sia i commerci di esportazione delle materie prime sia quelli di importazione dei manufatti. 

La conseguenza più rilevante grave di questa economia fu la tendenza alla specializzazione delle produzioni agricole, fino al caso estremo, ma purtroppo molto frequente, della monocultura in cui un territorio si specializzava in un solo prodotto. Questo tipo di agricoltura porta gli abitanti del luogo a perdere l’autosufficienza alimentare e a cadere in una posizione di totale dipendenza economica.

La violenza dei conquistatori

Le popolazioni indigene si trovarono di fronte alla scelta tra il negoziare e il combattere. Molte di loro scelsero la via del negoziato, consegnando il potere ai nuovi venuti, in seguito ad accordi più o meno vantaggiosi. 

In alcuni casi gli europei vennero utilizzati come alleati in guerre tribali, con analogo risultato. 

Ci furono però anche popoli che scelsero di combattere e di ribellarsi. Le ribellioni dei popoli africani diedero origine a vere e proprie azioni di sterminio.

D’altra parte gli europei disponevano di armi efficaci come la mitragliatrice, uno strumento che da solo riesce ad abbattere migliaia di guerrieri africani.

Domande 

  1. Che cosa fu l’imperialismo e in quale fase storia storica si colloca? 
  2. Quali furono le motivazioni dell’imperialismo? 
  3. Quali furono i principali teatri dell’imperialismo. 

Imperialismo in Asia

  1. Chi furono i protagonisti dell’espansione imperialista in Asia? 
  2. Come si caratterizzava la conquista coloniale in Asia prima della rivoluzione industriale? Per quale motivo?
  3. Quale fu l’unica eccezione di quel periodo storico?
  4. Come si sviluppò la dominazione inglese in India?
  5. Perché i prodotti inglesi fecero concorrenza a quelli indiani?
  6. Cosa fu la rivolta dei sepoys?
  7. Cosa comprese la Gran Bretagna dopo questa rivolta? Come agì quindi?
  8. Quali linee politiche animarono il dibattito politico in India?
  9. Come e perché gli inglesi modificarono il loro sistema di dominio nell’India dopo la metà dell’800? 

Cina

  1. Qual era la situazione della Cina precoloniale?
  2. Quale atteggiamento aveva l’Impero cinese nei confronti degli europei?
  3. Quali erano i suoi punti di forza e di debolezza?
  4. Cosa esportava la Cina?
  5. Chi governava in Cina?
  6. In quali condizioni viveva la maggior parte della popolazione?
  7. Quante furono le guerre dell’oppio?
  8. Per quali motivi il governo cinese è contrario al commercio di tale sostanza?
  9. Quali conseguenze ebbero sulla Cina?
  10. In cosa corrispondo i trattati ineguali?
  11. Quale potenza europea conquistò la Cina?
  12. Come fu che la Cina perse la propria indipendenza? 
  13. Quando e perché si giunse alla proclamazione della Repubblica in Cina? 

Giappone 

  1. Il Giappone ottocentesco aveva caratteri feudali: Che cosa consistevano? 
  2. Chi erano i mercanti e che ruolo sociale avevano?
  3. Cosa accade quando una squadra di cannonieri americani attracca nel porto di Uraga?
  4. Come reagisce il Giappone di fronte all’arrivo degli occidentali?
  5. Chi opera la trasformazione del Giappone?
  6. Quali le innovazioni in campo giuridico?
  7. Cosa accade in campo economico?
  8. Che cosa fu la riforma Meiji? 
  9. perché alla fine dell’Ottocento si avviò la conquista coloniale dell’Africa? Quali furono i principali Paesi colonizzatori dell’Africa? 
  10. Quale carattere ebbero le colonie europee in Africa?

Fonti 

  • Fossati, Luppi, Zanette, PARLARE DI STORIA, Pearson
  • www.wikipedia.org
  • www.treccani.it
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Novecento storia Storia d'Italia

L’Italia unita

I primi 40 anni della storia d’Italia

Nel 1861 l’Italia contava circa 22 milioni di abitanti. Il sistema economico era preindustriale e lo stato era caratterizzato da eterogeneità amministrativa, giuridica, culturale e linguistica: solo il 20% parla italiano e solo il 3% è alfabetizzato. Le condizioni di vita del popolo sono pessime perché caratterizzate da miseria diffusa, malattie infettive che solo in certe aree sono state debellate, mortalità infantile che ancora è del 20%.

La “Destra storica” al potere – 1861-1876

I primi quindici anni dell’Italia unita sono dominati da un governo di destra che viene definito “Destra storica”.

Il termine “destra” deriva dal fatto che gli uomini politici che appartenevano a questo governo erano dei moderati, eredi della tradizione di Cavour; l’attributo “storica” si riferisce al fatto che questo schieramento ebbe un ruolo storico nella formazione dello Stato italiano. Gli uomini della “Destra storica” provenivano prevalentemente dall’aristocrazia terriera.

Il primo governo dell’Italia era quindi costituito da rappresentanti di una ristretta élite, solo 1,9% degli italiani aveva il diritto di voto. Questi governanti non avevano idea della nuova realtà nazionale e si approcciano con paternalismo a autoritarismo ai movimenti popolari.

Sotto il loro governo:

  1. Venne completata l’unificazione italiana
    • venne combattuta la terza guerra di indipendenza
    • venne completata l’annessione del Lazio e di Roma, dopo la caduta di Napoleone III, che portò alla frattura tra laici e cattolici. In quel momento si aprì una lacerazione sta stato italiano e chiesa cattolica, passata alla storia con il nome di questione romana. La prima Legge che cercò di sanare la frattura fu la legge delle Guarentigie, con la quale vennero regolati i rapporti tra stato e chiesa. La frattura venne sanata però solo con la firma dei Patti lateranensi sottoscritti tra il Regno d’Italia e la Santa Sede l’11 febbraio 1929, che regolano ancora oggi le relazioni tra Stato e Chiesa.
    • venne dichiarata Roma capitale d’Italia.
  2. Venne operato un accentramento politico e amministrativo e fu estesa la legislazione sabauda senza considerare le differenze e le specificità della penisola.
  3. Venne esposta la fragile economia italiana alla spietata concorrenza internazionale, causando non pochi problemi alle fasce di popolazione più fragili.
  4. Venne potenzialo lo sviluppo delle infrastrutture solo al Nord e non al Sud
  5. Furono emanate leggi che misero in difficoltà la popolazione come
    • i tre anni di leva obbligatoria,
    • la tassa sul macinato.

Il sistema elettorale

In realtà sia la Destra che la Sinistra storiche erano espressione di una piccola parte del Paese.

Infatti la legge elettorale del Regno di Sardegna, che venne poi estesa a tutto il Regno d’Italia, prevedeva che avessero diritto al voto solo i cittadini che avessero i seguenti requisiti:

  • essere di sesso maschile;
  • avere compiuto 25 anni di età;
  • pagare almeno 40 lire di imposte annue: si parla quindi di suffragio censitario.

Con questi parametri risultava che:

  • gli aventi diritto al voto erano una percentuale assai ridotta della popolazione, circa il 2% del totale, e circa il 7% della popolazione maschile,
  • si recava alle urne, in media, solo il 50% degli aventi diritto,

Ci rendiamo conto che gli eletti alla Camera dei Deputati erano frutto della scelta di 200.000 cittadini su 22 milioni di abitanti. I membri del Senato erano invece nominati direttamente dal re.

La “piemontesizzazione” dell’Italia

Morto Cavour nel 1861, gli succedette il toscano Bettino Ricasoli.
Il primo problema che il suo governo dovette affrontare fu la scelta dell’assetto amministrativo da dare al Paese.

Venne scelto il modello di Stato accentrato: l’Italia venne divisa in province e il governo nominò per ogni provincia un suo rappresentante, il prefetto. Anche i sindaci dei comuni erano nominati dal governo e ad esso rispondevano: in questo modo i comuni non godevano di alcuna autonomia.

Lo Statuto albertino divenne la Costituzione del Regno d’Italia, così come a tutta Italia vennero estese la legislazione e la moneta piemontese: la lira.

Il brigantaggio

La caduta del Regno borbonico in seguito alla spedizione di Garibaldi aveva fatto nascere nelle masse meridionali la speranza di un rinnovamento non solo politico, ma anche sociale.

Questa speranza fu però ben presto delusa. Infatti il governo, per rientrare dalle spesa dell’unificazione, impose pesanti tasse ai cittadini italiani. Inolre venne imposto il servizio di leva obbligatorio, dapprima di 4 anni, poi di 3 quindi di due.

Questi provvedimenti scatenarono diverse rivolte, in qualche caso condotte anche in nome del papa e dei Borboni. Fu così che il nuovo stato italiano venne identificato come il “nemico”. Contro lo stato nemico si formarono bande di briganti che assaltavano le carceri o incendiavano gli archivi comunali per distruggere i registri di leva e quelli fiscali. Erano considerati nemici anche i ricchi possidenti locali, le cui fattorie venivano saccheggiate.

Questo fenomeno fu definito col termine brigantaggio.

Il brigantaggio fu una vera e propria attività di guerriglia che, nei cinque anni che vanno dal 1860 e il 1865 incendiò diverse zone del Meridione.

A costituire le bande di briganti, composte anche da 400 uomini, spesso erano ex soldati dell’esercito borbonico ormai discolto, disertori, contadini, ma anche criminali veri e propri.

Purtroppo lo stato italiano considerò le rivolte del Sud come un problema di sicurezza nazionale e non come la legittima protesta di ceti che non avevano nulla e non avevano nulla da perdere.

La risposta dei governi della Destra fu quindi quella della repressione militare. Fu una vera guerra civile, italiani conntro italiani. Una guerra che costò migliaia di morti, tra briganti, militari e civili furono impiegati fino a
120.000 soldati.

Tra il 1° giu­gno 1861 e il 31 dicembre 1865, furono uccisi in combattimento 5.212 uomini, chiamati briganti, furono fu­cilati, furono arrestati 5.044 civili, di cui circa 2.000 vennero condannati. Con­tro le bande armate dei briganti del Sud, vengono mobilitate la Guardia Nazionale borghese, la polizia e l’esercito.
https://www.ilsudonline.it/quando-cerano-i-briganti-i-numeri-guerra-civile/

La generale incomprensione dei problemi del Sud da parte del nuovo Stato italiano favorirono anche il diffondersi di quei fenomeni, come la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta, che ancora oggi devastano il nostro paese.

Video sul brigantaggio

La situazione economica

Il neo-Stato italiano era caratterizzato da una pesante situazione di arretratezza:

  • la povertà era diffusa, soprattutto nelle campagne, accompagnata da fame, malattie, ignoranza;
  • la mortalità infantile raggiungeva il 20%;
  • il reddito pro-capite era la metà di quello francese e 2/3 di quello inglese;
  • la rete ferroviaria non superava i 2.000 km a fronte dei 10.000 di quella francese e dei 20.000 di quella inglese;
  • il deficit statale, anche a causa dei pesantissimi costi delle guerre d’Indipendenza era altissimo (ereditato soprattutto dal Regno di Sardegna).

Gli uomini della Destra erano convinti che fosse necessario uno sforzo per raggiungere il pareggio di bilancio, in modo da presentare l’Italia alla comunità internazionale come uno Stato affidabile e in modo da attrarre in Italia i capitali stranieri, indispensabili per lo sviluppo economico del Paese.

La ricerca del pareggio di bilancio venne perseguita soprattutto attraverso lo strumento fiscale. Fu così che il peso delle imposte crebbe rapidamente e suscitò diffuso malcontento tra le classi più povere.

D’altra parte le tasse indirette come la tassa sul macinato andava a gravare la già precaria situazione dei ceti meno abbienti, suscitando in pochi anni malcontento e rivolte. Fu soprattutto l’aumento delle imposte indirette (quelle che gravavano sui consumi di tutti i cittadini) a suscitare questo tipo di reazioni: nel 1868 la tassa sul macinato (in sostanza un’imposta sul pane, il principale alimento della popolazione) suscitò manifestazioni di piazza che furono represse con la violenza.

Il bilancio della repressione contò 257 morti, 1099 feriti e 3788 arrestati.

La tassa sul macinato

«Il mugnaio doveva pagare al fisco la tassa in ragione dei giri; ma a seconda della diversità tra mulino e mulino, anzi da macina a macina, il prodotto di un ugual numero di giri variava… si aggiunga che il mugnaio, tenuto a pagare la tassa in ragione dei giri, nel farsi rimborsare dal cliente… doveva e non poteva altrimenti che conteggiargli la tassa secondo il peso. E giri e peso non andavano mai d’accordo; e fisco, mugnai, clienti, ognuno si riteneva danneggiato e derubato e ingannato.»
Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli ed. Oscar Mondadori vol. 3 – pag. 85 – da https://it.wikipedia.org/wiki/Tassa_sul_macinato

La situazione finanziaria italiana, alla fine del 1866 e nel 1867, era molto grave e raggiungeva un deficit elevatissimo Era necessario garantire entrate straordinarie alle casse dello Stato. Per questo motivo il Ministro delle Finanze Ferrara suggerì l’istituzione della tassa sul macinato. La tassa sul macinato entrò in vigore il 1° gennaio del 1869.

L’Italia essenzialmente era basata su una economia di tipo agricolo e il gettito garantito da questo tipo d’imposizione fu rilevante, smentendo così alcune pessimistiche previsioni. Era un’imposta indiretta, e il relativo importo veniva calcolato in base alla quantità di cereale macinato. All’interno di ogni mulino era applicato un contatore meccanico che conteggiava i giri effettuati dalla ruota macinatrice. La tassa era così calcolata in proporzione al numero dei giri, che dovevano corrispondere alla quantità di cereale macinata. Il tributo doveva essere pagato in contanti, ma l’avventore poteva saldare anche con parte del prodotto che portava a macinare.

Il mugnaio aveva l’obbligo di pagare all’esattore nei modi e tempi stabiliti. Il contatore dei giri veniva installato a spese dello Stato. Alla fine del 1869 furono istallati centottantasei contatori su altrettanti mulini, nel 1870 trentamila e nel 1871 cinquantaduemila.

Politica di libero scambio

Convintamente liberisti i governi della Destra favorirono in tutti i modi il libero scambio:

  • sia all’interno del Paese, abolendo le dogane interne;
  • sia all’esterno del Paese, applicando a tutta l’Italia le tariffe doganali piemontesi, tra le più basse d’Europa.

Spremendo il Paese con la pressione fiscale, la Destra era riuscita nel suo intento di ottenere la parità di bilancio, garantendo credibilità e prestigio internazionale per l’Italia.

Tuttavia la sua azione economica aveva avuto anche pesanti risvolti negativi:

  • la costituzione di un unico mercato interno aveva messo in crisi l’economia meridionale, più debole di quella del Nord;
  • il libero scambio con le nazioni più avanzate aveva esposto la giovane industria italiana ai rischi della concorrenza straniera, con esiti negativi.

Le divisioni nate nello schieramento in seguito a questi risultati contraddittori portarono, nel 1876, alla crisi dell’ultimo governo della Destra storica, presieduto da Marco Minghetti.

1876-1896: La Sinistra storica al potere

La sinistra storica fu un raggruppamento composito e eterogeneo composto da forze imprenditoriali del Nord, dai ceti agrari del Sud, da conservatori e da progressisti. L’estrema eterogeneità del raggruppamento portò a cambiare le maggioranze in base agli interessi particolari dei vari gruppi politici. La Sinistra storica inaugurò il trasformismo, un fenomeno politico per il quale i parlamentari operano uno spostamento di posizione all’interno del Parlamento.

Durante il periodo della sinistra storica si fecero dei combiamento a favore del popolo italiano ma furono di più le parole che le iniziative realmente efficaci.

  • Venne esteso il diritto di voto dal 1,9% al 6,9%.
  • Venne introdotta la scolarità elementare con un biennio obbligatorio.
  • Venne abolita la tassa sul macinato, ma venne anche attivata una politica protezionistica dal 1887 che portò all’aumento dei prezzi del pane e al conseguente peggioramento condizioni di vita delle masse.
  • Venero commissionati diversi studi sulla realtà italiana e in particolare su quella del Sud. Purtroppo però tali studi sulla realtà italiana, sulle differenze tra Nord e Sud, sulla situazione culturale ed economica, dopo esser stati effettuati non vennero per nulla considerati. Il governo non ne tenne conto e non furono quindi attivate strategie di soluzione.
  • Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si assistette alla crescita di movimenti operai in difesa dei lavoratori dell’industria; nacquero le prime camere del lavoro e venne fondato il Partito Socialista Italiano, il primo partito di massa. Il governo però non guardava di buon grado queste iniziative e mantenne un approccio repressivo di fronte a richieste e scioperi dei cittadini.
  • Lo stato intervenne a sostegno dell’industria italiana e diede impulso al sistema bancario per favorire l’industria; ma mentre il Nord decollò, il Sud venne affossato sempre di più.
  • Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento circa 29 milioni di italiani emigrarono verso America Latina e gli Stati Uniti d’America. Non va dimenticato che, in quegli anni, un notevole aiuto al sistema economico italiano arrivò proprio dalle rimesse degli italiani all’estero.

Tra le altre iniziative della Sinistra storica troviamo:

  • la firma della Triplice alleanza nel 1882: l’Italia firma con Germania e Austria un patto di mutuo aiuto in funzione antifrancese.; tale patto venne poi rinnovato nel 1887;
  • l’nizio dell’espansione coloniale verso Corno d’Africa (su pressione delle gerarchie militari e degli armatori) con la conquista 1890 l’Eritrea e la pesante sconfitta ad Adua.

Depretis al governo

Caduto il governo Minghetti, nel marzo del 1876, il re affidò ad Agostino Depretis, capo dell’opposizione, l’incarico di formare un nuovo governo.
Pochi mesi dopo, quando si tennero le elezioni vinse la Sinistra storica, che governò il Paese per vent’anni.

Agostino Depretis – Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia

La Sinistra che salì allora al potere aveva molto ridimensionato la sua originaria visione democratica e comprendeva al suo interno molti esponenti moderati.

Depretis fu presidente del consiglio fino al 1887.

Le principali azioni del suo governo furono:

  • lotta all’analfabetismo,
  • l’abolizione della tassa sul macinato,
  • la riforma elettorale.

La lotta contro l’analfabetismo

Nel 1861 in Italia gli analfabeti erano il 78%.

La Lombardia era la regine col tasso di analfabetismo più basso, il 50%, mentre nel Mezzogiorno la percentuale di analfabeti sfiorava il 90% della popolazione. Nello stesso periodo in Francia era analfabeta il 40% della popolazione, in Gran Bretagna il 25% degli uomini e il 50% delle donne.

Nel 1859 era stata varata in Piemonte la legge Casati che prevedeva l’istruzione elementare gratuita con frequenza obbligatoria per i primi due anni. La legge Casati venne estesa poi all’Italia unita, ma la sua applicazione fu difficile a causa della mancanza di scuole e di insegnanti preparati.

Nel 1877 il governo Depretis elevava l’obbligo scolastico fino a 9 anni di età. Vennero inoltre creati asili d’infanzia e scuole serali per permettere agli adulti di leggere e scrivere.

Tuttavia in molta parte d’Italia continuavano a mancare scuole e maestri e, a causa della diffusa povertà, molti genitori rifiutavano di mandare i propri figli a scuola.

L’abolizione della tassa sul macinato

Molte furono le proteste relative alla tassa sul macinato che colpiva, come sempre le fasce più fragili della popolazione. La tassa fu definitivamente abolita dal governo della sinistra di Depretis a decorrere dal 1° gennaio 1884.

Al momento della sua abrogazione la tassa sul macinato garantiva un gettito di 80 milioni di lire l’anno, che rappresentava una cifra molto ragguardevole. Il bilancio dello Stato subì un duro contraccolpo a seguito della soppressione del tributo.

La riforma elettorale

Nel 1882 viene fatta una riforma elettorale per la quale

  • il suffragio è ancora censitario maschile, ma si dimezzano i requisiti legati al
    reddito – da 40 lire annue di imposte pagate a 20;
  • si abbassa l’età degli aventi diritto da 25 a 21 anni;
  • viene introdotto tra i requisiti richiesti quello di aver frequentato la scuola elementare.

In questo modo gli aventi diritto al voto passano dal 2% al 7% della popolazione pari al 25% dei maschi adulti.

Il trasformismo

Trasformismo: prassi di governo fondata sulla ricerca di una maggioranza mediante accordi e concessioni a gruppi politici eterogenei, e talvolta a singoli esponenti di un partito avverso, allo scopo di impedire il formarsi di una vera opposizione, con particolare riferimento a quella inaugurata dallo statista Agostino Depretis negli anni successivi al 1880.

Nel 1882 la Sinistra storica vince le elezioni, anche se la Destra ottiene un buon risultato; inoltre, per la prima volta viene eletto Andrea Costa un deputato socialista.

In seguito a questo risultato i leader degli schieramenti opposti, Depretis e Minghetti, si accordarono per costruire un’ampia formazione politica di centro che isolasse le “ali estreme” del Parlamento, da un lato i conservatori e reazionari di Destra, dall’altro la nuova Sinistra, definita
Estrema (quella socialista e radicale).

In realtà il trasformismo portò a costituire maggioranze diverse a seconda della legge da approvare, con scambi di favori, non sempre puliti, tra il governo e i parlamentari.

In una parola il trasformismo contribuì in maniera massiccia al dilagare della corruzione.

L’Economia

Negli anni ’70 sorsero le prime grandi industrie italiane (gli stabilimenti chimici Pirelli, le acciaierie Terni, le officine metallurgiche Breda…), anche se l’economia agricola rimaneva comunque prevalente.

Dagli anni ’80 si fecero sentire gli effetti della “grande depressione”. Agrari e industriali reagirono alla crisi chiedendo una protezione doganale alle merci italiane per arginare l’invasione dei prodotti stranieri.

Il governo della Sinistra che, come quello della Destra storica, era stato fino ad allora liberoscambista, accolse queste richieste, adottando alte tariffe doganali sul grano e su vari prodotti industriali.

Ovviamente i paesi stranieri reagirono alzando i dazi sui prodotti italiani.
Il protezionismo doganale ebbe effetti positivi sui prodotti della giovane industria italiana, ma con l’aumento del prezzo del grano (quindi del pane) determinò un grave peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari.


Per molti l’emigrazione (vedi approfiondimento su l’emigrazione italiana) fu una scelta obbligata. Tra il 1881 e il 1901 più di 2 milioni di persone abbandonarono per sempre l’Italia.

Inoltre il protezionismo ebbe effetti negativi sull’agricoltura del Sud, in quanto determinò la crisi dell’agricoltura specializzata (vino, olio, agrumi) che non trovò più sbocco in Europa a causa della ritorsione degli altri paesi.

La politica estera: la Triplice Alleanza e le prime avventure coloniali

L’Italia era alleata della Francia e ostile all’Austria fino dagli accordi di Plombieres.

La Sinistra storica operò una brusca svolta nei rapporti internazionali.

La causa fu l’occupazione francese della Tunisia (1881). Da tempo l’Italia guardava con interesse a quel paese, dove risiedeva una folta comunità di connazionali.

Il successo francese era stato favorito dall’isolamento internazionale dell’Italia. Per uscire da tale isolamento e per ripicca nei confronti della Francia, l’Italia stipulò nel 1882 un’alleanza con l’Austria e con la Germania: la Triplice Alleanza.

Cartolina postale tedesca inneggiante alla Triplice alleanza con i motti “Einigkeit macht stark” (l’unione fa la forza) e “Viribus unitis” (Forze unite). – FONTE https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Triple_Alliance_Einigkeit_macht_stark.jpg

Si trattava di un accordo di natura difensiva: Italia, Austria e Germania si impegnavano ad intervenire in aiuto reciproco solo in caso di aggressione da parte di altri paesi.

Questa alleanza suscitò un’ondata di proteste nell’opinione pubblica italiana. Infatti era chiaro che, stipulando un accordo con l’Austria, l’Italia rinunciava al Trentino e il Friuli Venezia Giulia, le “terre irredente”, che erano ancora sotto la dominazione austriaca.

L’alleanza fu molto vantaggiosa dal punto di vista economico: nuovi capitali tedeschi arrivarono in Ityalia e permisero

  • di finanziare l’industria italiana,
  • di aprire nuove banche come la Banca Commerciale e il Credito Italiano.

Imprese coloniali del governo Depretis

Sempre nel 1882 prese il via l’avventura coloniale italiana. L’esercito italiano occupò una stretta striscia di terra nei pressi della baia di Assab, sul Mar Rosso.

Da lì le truppe italiane partirono, nel 1885, alla conquista di Massaua in Eritrea.

Ma quando gli italiani cercarono di spingere le loro conquiste verso
l’interno del paese, provocarono la reazione del negus Menelik, imperatore d’Etiopia, detta anche allora Abissinia.

Nel gennaio 1887 un reparto di 500 italiani venne massacrato a Dogali
da 7.000 etiopi. L’avventura coloniale italiana cominciava con un disastro.

Il governo Crispi

Nel 1887 Depretis morì. Gli succedette Francesco Crispi, il primo uomo meridionale a diventare presidente del consiglio.

Francesco Crispi – Presidente del Consiglio dei ministri, ministro degli Esteri e ministro dell’Interno del Regno d’Italia

Agrigentino di nascita, Crispi era stato in gioventù fervente democratico e mazziniano; avevqa particpato alla rivolta siciliana del 1848 e alla spedizione dei Mille.

Dopo l’unificazione abbandonò le idee repubblicane e divenne sostenitore della monarchia. Rimase al potere quasi ininterrottamente tra il 1887 e il 1896. Fu grande ammiratore di Bismarck e sostenitore dello Stato autoritario.

Appoggiato dal nuovo re Umberto I accentrò su di sé le cariche di presidente del consiglio, ministro degli Interni e ministro degli
Esteri.

Mai nessuno nell’Italia postunitaria aveva concentrato nelle sue mani tanto potere. In politica estera il suo orientamento ostile alla Francia lo portò a consolidare l’alleanza con la Germania.

La Francia reagì introducendo una tariffa doganale molto pesante sui prodotti italiani, alla quale Crispi rispose innalzando del 50% le tariffe sui prodotti francesi.

Ebbe così inizio una “guerra doganale” che causò una diminuzione del 40% delle esportazioni italiane in Francia.

Poiché la Francia era il nostro primo partner commerciale e il principale acquirente dei prodotti agricoli del nostro Mezzogiorno, ad essere danneggiata fu soprattutto l’economia del Sud Italia.

Sotto il governo Crispi, nel 1889, venne promulgato un nuovo codice penale, il codice Zanardelli. Con esso veniva abolita la pena di morte,
ancora in vigore nei principali Stati europei; veniva inoltre riconosciuta una limitata libertà di sciopero.

Imprese coloniali di Crispi

Nel 1889 Crispi firmò con il negus Menelik, imperatore d’Etiopia, il
Trattato di Uccialli.

Tale trattato fu redatto in due lingue: ù

  • la versione italiana riconosceva i possedimenti italiani in Eritrea e il protettorato italiano su Etiopia e Somalia;
  • la versione in lingua locale, l’amarico, parlava di un semplice patto di amicizia e come tale fu interpretato il trattato da Menelik.

L’intenzione di Crispi era quella di riprendere l’espansione coloniale, ma questo progetto non fu accolto dal Parlamento e Crispi fu costretto alle dimissioni (1891).

Il primo governo Giolitti

Il successore di Crispi, Giovanni Giolitti, dovette subito affrontare un grave problema di ordine pubblico: lo scoppio in Sicilia del un moto di protesta popolare detto dei fasci siciliani.

I fasci siciliani
La puntata è dedicata alle condizioni disumane in cui vivevano i contadini siciliani, poverissimi, arretrati, ancora pienamente nella tradizione dei matrimoni combinati dai genitori e in balia dell’aumento dei prezzi e dell’instabilità dei salari. A questa difficile situazione i braccianti dell’isola risposero con la creazione dei fasci, associazioni spontanee di lavoratori nate con lo scopo di combattere i soprusi, progenitrici delle organizzazioni sindacali e delle lotte operaie.

https://www.raiplay.it/video/2016/11/Puntata-del-27111970-2fa669d7-fca5-4ae2-9744-89a4c3ede8f6.html

Il movimento comprendeva operai, artigiani, minatori e contadini che:

  • protestavano contro le pesanti tasse del governo e contro i latifondisti,
  • rivendicavano una più equa distribuzione delle terre.

Giolitti decise di affrontare la questione con prudenza, senza fare ricorso a misure repressive. Ciò lo fece apparire agli occhi di molti un presidente del Consiglio debole.

Lo scandalo della Banca Romana

Lo scandalo della Banca Romana fu il più grande scandalo politico e finanziario che abbia colpito l’Italia unita.

La Banca Romana era uno dei sei istituti autorizzati dallo Stato a battere moneta.

La legge assegnava a ciascuna banca un preciso numero di banconote da stampare e mettere in circolazione.
Negli anni ’80 si cominciarono a notare delle anomalie relative al numero di biglietti circolanti stampati dalla Banca Romana.

Nel 1889 un’indagine condotta dal senatore Alvisi, su iniziativa del ministro dell’agricoltura, industria e commercio, Luigi Miceli, portò alla luce un fatto gravissimo: esisteva una serie duplicata di banconote che la Banca Romana. aveva messo in circolazione. Questa moneta era stata utilizzata come fondi neri per finanziamenti occulti.

La truffa era stata ideata dal governatore della banca, Bernardo Tanlongo: ogni banconota era contrassegnata da una lettera e da un numero; stampando lo stesso numero su due biglietti diversi si era ottenuto il raddoppio della circolazione monetaria.

Il senatore Alvisi propose di discutere la sua relazione in Parlamento, ma il governo decise di porvi il segreto di Stato. Poco tempo dopo Alvisi morì improvvisamente e misteriosamente. Ma non solo, l’anno successivo Giolitti propose di nominare Tanlongo senatore.

Prima di morire Alvisi, prevedendo l’atteggiamento del governo, raccontò le sue scoperte ad alcuni conoscenti che le trasmisero al parlamentare Napoleone Colajanni. Quest’ultimo denunciò alla Camera la questione della falsificazione e dei finanziamenti occulti della Banca Romana. Solo allora venne avviaa una commissione d’inchiesta che portò all’arresto di Tanlongo.
In quell’occasione si assistette ad un duro scontro politico tra Crispi e Giolitti.

Giolitti, che proteggeva Tanlongo, non aveva mai ricevuto finanziamenti dalla Banca Romana, mentre Crispi, la moglie e altri suoi familiari avevano beneficiato di finanziamenti della Banca Romana.

Giolitti quindi presentò al presidente della Camera dei documenti che provavano le responsabilità di Francesco Crispi, ma lui negò tutto con violenza.

Crispi era sostenuto dal re e grazie a questo sostegno egli tornò a guidare il
governo alla fine del 1893. Si sparse allora la voce che Crispi avrebbe fatto arrestare Giolitti con l’accusa di aver sottratto documenti all’indagine giudiziaria.

Giolitti allora fuggì a Berlino mentre dei giudici molto accomodanti assolsero Bernardo Tanlongo.

La conclusione di questa oscura vicenda fu che tutto il sistema bancario venne riformato e solo un unico istituto bancario, la neonata Banca d’Italia, fu autorizzata a emettere cartamoneta.

Film – Lo scandalo della Banca Romana

Puntata 1

https://www.raiplay.it/video/2017/02/Lo-scandalo-della-Banca-Romana—E1-548fc4b5-9c3e-4876-b0e7-252bc000018f.html

Puntata 2

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Il ritorno di Crispi

Tornato al potere, Crispi represse militarmente il movimento di protesta siciliano. Successivamente Crispi tornò a rivolgersi alla politica coloniale con la pretesa che l’Etiopia rispettasse la versione italiana del trattato di Uccialli.

Il rifiuto di Menelik portò all’invasione italiana del paese. Per l’Italia la spedizione militare si risolose in un completo disastro: sconfitti ad Amba Alagi (1895), poi a Maccalè (1896), nel marzo 1896 16.000 soldati italiani si scontrarono con 70.000 abissini nei pressi di Adua.

Fu una carneficina: 7.000 italiani rimasero uccisi, 3.00 furono fatti prigionieri. Travolto dalle critiche Crispi fu costretto a rassegnare le dimissioni e a ritirarsi per sempre dalla vita politica.

L’Italia fu allora costretta a firmare un nuovo trattato in cui, rinunciando ad ogni pretesa sull’Etiopia, accettava di limitare il proprio dominio coloniale a Somalia ed Eritrea.

La crisi di fine secolo

Alla fine del secolo in Italia come in Europa, si assistette all’aumento dei conflitti sociali e sindacali.

In Italia dilagava la crisi economica e il popolo era stanco di soffrire la fame. Nel 1898 un improvviso innalzamento de prezzo del pane provocò una’ondata di manifestazioni che percorse l’Italia intera.

La risposta politica fu autoritaria.

L’eccidio di Milano

Ai moti spontanei di rivolta popolare, quando il popolo affamato assalì forni e mulini, il 6 maggio 1898, a Milano il governo ordinò che si sparasse sulla folla.

Fu un grave episodio di violenza. Di fronte alla popolazione che manifestava e protestava contro la crisi economica e l’aumento del prezzo del pane, il generale Fiorenzo Bava Beccaris ordinò ai soldati di sparare, con i cannoni, sulla folla.

Ci furono più di un centinaio di morti e quasi 500 feriti.

Molti dirigenti dell’opposizione, soprattutto socialisti, furono arrestati,
la libertà di stampa fu decisamente limitata e il generale Bava Beccaris fu elogiato dal governo, e dal re Umberto I; il generale fu inoltre decorato, da Umberto stesso, con un’importante onorificenza militare.

Il nuovo capo del governo Luigi Pelloux tentò di far approvare una serie di norme che restringevano notevolmente le libertà di stampa e di riunione, ma il suo progetto fallì grazie alla decisa azione dell’opposizione.

Pelloux fu costretto a dimettersi e le elezioni del 1900 diedero buoni risultati per l’opposizione, in particolare per i socialisti.

Ma nel luglio del 1900 l’anarchico Gaetano Bresci, per vendicare i morti di Milano, uccise, a Monza, il re Umberto I.

A sinistra: Achille Beltrame, L’assassinio di Re Umberto I a Monza, “La Domenica del
Corriere”, 5 agosto 1900.
A destra un’immagine degli scontri a Milano fra i reparti del Generale Bava Beccaris e i dimostranti, 1898.

In questa drammatica situazione il nuovo re, Vittorio Emanuele III, decise di affidare il nuovo governo a Giuseppe Zanardelli, l’autore del nuovo codice penale. A fianco di Zanardelli, come ministro dell’Interno vi era Giovanni Giolitti.

La svolta autoritaria fu così bloccata dall’opposizione parlamentare della parte socialista che propose di aprire il dialogo e non le armi.

Svolta liberale

Dopo la crisi di fine secolo, non era facile governare l’Italia che si muoveva tra sviluppo industriale e mobilitazione classi popolari. L’Italia venne governata fino alla Prima Guerra Mondiale dai liberali.

Due erano gli orientamenti in quel periodo nel mondo liberale:

  • il Liberalismo conservatore di Sonnino che voleva il rafforzamento del potere esecutivo con una monarchia più forte e il parlamento sottomesso a potere monarchico;
  • il Liberalismo riformista di Giolitti che credeva nella centralità del parlamento e voleva l’integrazione di partiti socialisti e ceti popolari.

Dal 1901 al 1914 Giolitti esercitò un’influenza così notevole nella vita politica italiana che questo periodo viene conosciuto come età giolittiana – vedi capitolo Italia giolittiana

Fonti

  • http://www.ipsiameroni.it/files/Materiali_didattici/Storia/Galati/Italia%20post-unitaria.pdf
  • https://www.finanze.gov.it/it/il-dipartimento/fisco-e-storia/i-tributi-nella-storia-ditalia/1868-1884-tassa-sul-macinato/#:~:text=Alla%20fine%20del%201869%20furono,dal%201%C2%B0%20gennaio%201884.
Categorie
età moderna Europa scoperte geografiche storia

Alla scoperta di nuovi mondi

Ostile Mediterraneo

Tra il X e l’XI secolo era iniziata una migrazione di diverse popolazioni, oltre i confini dell’Asia centrale. Tra esse quella dei Turchi Selgiuchidi che divennero sempre più potenti. Così i turchi ampliarono i loro domini nei territori dell’attuale Iraq e dell’Iran, ma anche in Asia Minore e in tutto il Vicino Oriente. L’Impero turco si ampliò a danno dell’Impero bizantino.

Fra il XIII e il XIV secolo, un’altra tribù turca, quella degli Ottomani, aveva soppiantato i Selgiuchidi. Gli Ottomani avavano ampliato il loro territorio verso Occidente, dando l’estremo assalto all’Impero bizantino. Il potere ottomano danneggiò pesantemente il commercio europeo nel Mediterraneo, ormai sempre più dominato da navi turche.

Nel 1453 gli Ottomani arrivarono addirittura a conquistare Costantinopoli. La presenza dei Turchi Ottomani sulle sponde del Mediterraneo impediva i traffici commerciali tra paesi europei e Oriente. Attraverso il mare arrivavano dall’Asia in Europa oro, sete e pietre preziose, sostanze coloranti, nonché le spezie indispensabili per l’alimentazione e per l’arte farmaceutica come pepe, cannella, noce moscata, chiodi di garofano, zenzero e altro; queste merci erano commerciate sui mercati europei dai veneziani che avevano concluso accordi commerciali con i turchi.

I portoghesi e gli spagnoli mal sopportavano questo monopolio veneziano.

Inoltre l’aumento della popolazione e il conseguente aumento dei consumi, rendeva necessario l’incremento delle importazioni dall’Oriente in quantità maggiore rispetto al passato. Aumentarono anche le richieste di beni di lusso; in molti casi gli stessi prìncipi nazionali furono interessati ad accrescere la ricchezza dei propri sudditi non solo per ottenere un più convinto consenso alla loro politica, ma anche per poter aumentare le tasse.

Le tasse erano sempre più necessarie poiché crescevano le spese di gestione dei diversi Paesi: la burocrazia, l’esercito, gli edifici principeschi e le opere d’arte commissionate richiedevano molto denaro.

Grazie allo sviluppo dei mezzi di navigazione, verso la fine del Medioevo iniziarono nuove esplorazioni via mare: si cercava una nuova rotta navale per raggiungere l’Oriente senza dover passare attraverso il Mediterraneo.

Alcune delle spezie che venivano importate dall’Oriente; da sinistra pepe, chiodi di garofano, noce moscata, cannella.
Il pepe: re delle spezie
Il pepe è stato da sempre una delle merci più importanti negli scambi commerciali: era già apprezzato nella Roma antica e anche Plinio, il celebre storico latino, ne parla nella sua Historia Naturalis precisando che proviene dall’India.
Per secoli il commercio del pepe e delle spezie in genere fu in mano agli Arabi. Intorno all’anno Mille, i mercanti italiani, seguendo anche le imprese dei crociati aprirono nuovi varchi e scali di approdo, soppiantando i mercati arabi.
La preziosa spezia responsabile della grande spinta verso i commerci con l’Estremo Oriente, giunse sui mercati di Venezia, Firenze e Pisa attraverso due vie principali: quella interna, che percorreva l’antica via della seta, e quella dell’oceano indiano.
Quando, grazie alle esplorazioni dei navigatori del XV secolo e in particolare dello spagnolo Vasco da Gama, venne circumnavigata l’Africa, si aprì una nuova rotta commerciale. Altre città come Lisbona, da cui Vasco da Gama era partito nel 1497, e Anversa, dove si accumulavano riserve di rame e argento provenienti dalle miniere tedesche con cui veniva pagato il pepe, si imposero così nel controllo di questo mercato.

Nuovi strumenti per la navigazione

Astrolabio – permette di misurare l’altezza degli astri sull’orizzonte e di conoscere approssimativamente, la latitudine a cui l’osservatore si trova
sulla superficie terrestre. Può anche determinare l’ora locale se si conosce la latitudine, o viceversa.

Carte nautiche – fornivano indicazioni sulla forma delle coste, sulle correnti marine.

Portolani – carte nautiche che segnalano la presenza di porti. Il nome deriva dalla parola latina portus, porto. Si tratta di una carta per la navigazione costiera e portuale, costruita in base all’esperienza e all’osservazione. Contiene informazioni relative ai porti, ai punti d’approdo e altre informazioni relative ad un’area costiera. L’introduzione del portolano risale al XIII secolo, prima in Italia e successivamente in Spagna.

Portolano Europa

Bussola – permette di mantenere la rotta grazie all’indicazione del Nord; era già nota ai Cinesi dal secondo millennio a.C., fu utilizzata
dagli Amalfitani per primi nel Mediterraneo nel XIII secolo.

Scandaglio – è il primo e più rudimentale strumento per navigare. Può essere costituito o da una lunga pertica di legno per saggiare il fondo oppure da un peso di piombo attaccato a una pertica che avea nodi a distanza regolare in modo da stimare la profondità delle acque. In alcuni casi il piombo era cavo e aveva una colla o grasso spalmato all’interno, in modo da riuscire anche a prelevare del materiale dal fondo marino come sabbia o alghe.

Nave tonda a vela – lo scafo era fatto, non più con semplici tavole inchiodate fra loro, bensì con armature sostenute da costoloni di legno; le navi erano quindi più solide e maneggevoli e permettevano di superare distanze sempre più rilevanti; il timone venne portato a poppa e sia la poppa che la prua vennero rialzate per facilitare la navigazione anche in condizioni meteorologiche contrarie.

Caravella – Imbarcazione di piccole dimensioni, veloce e facilmente manovrabile; richiedeva un equipaggio ridotto e consentiva di imbarcare una maggiore quantità di provviste, per la lunga navigazione.

Caravella

Nuove vie per le Indie

I primi che cercarono di raggiungere l’Oriente via mare furono i fratelli genovesi Ugolino e Guido Vivaldi, che nel 1291 tentarono di raggiungere l’Oceano Indiano oltrepassando lo stretto di Gibilterra. Essi però non rientrarono mai dall’avventuroso viaggio.

Ebbero comunque il merito di avere iniziato le ricerche per scoprire la “via delle Indie”, la via cioè di quel luogo favoloso che gli uomini dell’Europa medievale consideravano il “Paese dell’oro”, dove si diceva che le ricchezze fossero sparse entro gli sfavillanti palazzi descritti da Marco Polo.

Le esplorazioni continuarono e molti altri navigatori impiegarono la loro vita a cercare rotte, porti e nuove terre.

Tra i più importanti navigatori ricordiamo:

  • il portoghese Bartolomeo Diaz (1450-1500), che nel 1488 raggiunse la punta estrema meridionale dell’Africa, detta Capo delle Tempeste e poi significativamente Capo di Buona Speranza.
  • un altro portoghese, Vasco da Gama (1469-1524), che alcuni anni dopo, nel 1498, circumnavigò l’Africa raggiungendo Càlicut (oggi Koshikode) nell’India meridionale.
L’Africa in una carta portoghese del XVI secolo.
Lungo le coste sono segnati gli empori commerciali con le bandiere delle nazioni di appartenenza.

Rispondi alle seguenti domande

1. Chi erano gli Ottomani e dove si stanziarono?
2. Quando avvennero i primi viaggi di esplorazione verso regioni sconosciute?
3. Quali strumenti permisero le esplorazioni?
4. Di chi fu il primo tentativo di raggiungere l’Oriente via mare e come si concluse?
5. Quali furono le cause che determinarono la ricerca di nuove vie per raggiungere l’Oriente?
6. Perché Spagna e Portogallo cercarono una nuova via per le Indie?

Cristoforo Colombo

Prima che Vasco da Gama circumnavigasse l’Africa e aprisse così la nuova via commerciale per l’Oriente, il genovese Cristoforo Colombo (1451-1506) attraversò l’oceano Atlantico e scoprì un nuovo continente.

La storia di Cristoforo Colombo

Colombo, per la verità, non cercava una nuova terra ma solo una nuova via per le Indie: voleva raggiungere i paesi d’Oriente puntando dritto verso Ovest invece che circumnavigando l’Africa. Il suo progetto si basava sul principio della sfericità della Terra e sui calcoli del matematico fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli (1397-1482). Si era però convinto che la circonferenza terrestre fosse molto inferiore alla realtà. Per questo Colombo riteneva che la traversata verso Occidente sarebbe stata relativamente breve. Il suo errore lo indusse ad affrontare un mare mai attraversato prima.

La lezione di Barbero

Il sostegno dei reali di Spagna

In un primo momento Colombo aveva illustrato i suoi progetti alla repubblica di Genova e al re del Portogallo, ma inutilmente. Si era quindi
recato in Spagna e aveva ottenuto dalla regina Isabella di Castiglia e dal re Ferdinando di Aragona tre piccole navi, la Pinta, la Niña e la Santa Maria, con 90 uomini d’equipaggio in tutto.

Grazie a questa missione, i sovrani di Spagna speravano di porre un freno alla potenza marittima portoghese.

Un viaggio straordinario

Colombo salpò il 3 agosto 1492 dal porto di Palos. Quella straordinaria avventura si protrasse per oltre due mesi, fra il crescente scoraggiamento
degli equipaggi.

Per risolvere il problema della navigazione nell’Atlantico era necessario conoscere il regime dei venti alisei che soffiano in modo regolare, da nord-est e da sud-est, nella zona fra i tropici e l’Equatore.
Per attraversare quella zona, come si doveva fare nel viaggio fra il Portogallo e le Indie, era necessario che le navi si lasciassero spingere verso occidente fino in vista della costa brasiliana prima di virare a est riavvicinandosi all’Africa all’altezza del capo di Buona Speranza. Anche nel viaggio di ritorno bisognava compiere una manovra analoga, ma più a nord, staccandosi dalla costa africana all’altezza di Capo Verde, dopo aver tagliato il golfo di Guinea.
La rotta classica fra il Portogallo e le Indie, andata e ritorno, disegnava così un grande otto: più panciuto nella parte bassa, dove andava a lambire le coste brasiliane, e più ristretto nella parte alta dove, prima di tornare verso la costa portoghese, le navi facevano generalmente scalo alle Azzorre.

Il viaggio si concluse il 12 ottobre 1492 quando i naviganti presero possesso di una piccola isola dell’arcipelago delle Bahamas nell’America settentrionale in nome dei sovrani spagnoli. L’isola fu ribattezzata da Colombo San Salvador. Quindi, proseguendo il viaggio, scoprì le isole di Cuba e di Haiti.

Ma Cristoforo Colombo era convinto di avere raggiunto l’Asia: ecco perché egli chiamò “Indie Occidentali” la nuova terra scoperta e “indiani” i suoi abitanti. Con le conquiste di Colombo iniziava la presa di possesso spagnola del continente americano.

Lo sbarco di Colombo sull’isola di San Salvador sotto lo sguardo stupito degli indigeni,
descritto in un’incisione del XVII secolo
Ricostruzione della Niña, la più piccola caravella impiegata nella prima
spedizione di Colombo. Era la preferita del genovese e, non a caso, l’unica a far
ritorno e ad avere in seguito una lunga vita operativa.
Lo spaccato della Niña mostra la distribuzione del carico di provviste alimentari.
Le dimensioni della nave erano ottimali, perché necessitava di un equipaggio ridotto, ed era abbastanza capiente da imbarcare acqua e provviste bastevoli per le lunghe traversate oceaniche.

Le altre spedizioni di Colombo

Colombo tornò nel nuovo continente per altre tre volte, scoprì le Antille e la costa nord dell’America meridionale, tra l’Honduras e le foci dell’Orinoco pensando di essere nelle Indie. Forse soltanto nell’ultimo viaggio ebbe il dubbio di trovarsi di fronte a un nuovo continente. Nel novembre del 1504 tornò definitivamente in Spagna, dove morì il 27 maggio 1506.

Vespucci dopo Colombo

Altri navigatori seguirono la via aperta da Colombo:

  • il veneziano Giovanni Caboto (1450-1498), al servizio dell’Inghilterra, scoprì tra il 1497 e il 1498 le coste di Terranova e del
    Canada;
  • il portoghese Pedro Alvares Cabral (1467- 1526), raggiunse nel 1500 le coste del Brasile;
  • il fiorentino Amerigo Vespucci (1454-1512) dopo due viaggi condotti tra il 1499 e il 1502 per conto del re del Portogallo, scrisse una documentata relazione sulle terre scoperte.

Sulla base di questa relazione un geografo tedesco chiamò le nuove regioni America terra o America, dal nome di colui che le aveva descritte per primo. Fu lo spagnolo Vasco Núñez de Balboa (1475-1517) a dare la conferma che si trattasse di un nuovo continente: infatti, nel 1513, superò l’istmo di Panama, scoprendo un oceano ancora ignoto e sterminato.

Ferdinando Magellano e la circumnavigazione del globo

Nel 1519, il navigatore portoghese Ferdinando Magellano (1480-1521), per conto della Spagna costeggiò, l’America meridionale. Quindi raggiunse
e superò lo stretto che ancora oggi reca il suo nome e si avventurò nel
nuovo oceano, che chiamò Pacifico per l’eccezionale tranquillità dimostrata
dalle acque in quella occasione.

Poi l’equipaggio, decimato dagli stenti e dalle malattie, raggiunse le isole Filippine, chiamate così in onore del re di Spagna Filippo II: lì Magellano fu ucciso dagli indigeni.

I pochi compagni sopravvissuti (18 su 234) continuarono la navigazione attraverso gli oceani Indiano e Atlantico e raggiunsero nel settembre del 1522 la costa spagnola.

Fra essi vi era il vicentino Antonio Pigafetta (1480-1534), divenuto poi famoso per aver scritto il diario del primo viaggio di circumnavigazione del globo. Va ricordata anche l’esplorazione dell’estuario del fiume San Lorenzo (America settentrionale) compiuta nel 1524 dal fiorentino Giovanni da Verrazzano (1485-1528).

La vera scoperta del XVI secolo non fu quella del continente americano, che ovviamente era già stato scoperto molto tempo prima dalle popolazioni che vi erano giunte dall’Asia e lo avevano abitato, ma quella degli europei che si accorsero di essere giunti non sulle coste dell’India ma in una terra a loro sconosciuta. Colombo non si liberò mai dal pregiudizio che gli faceva vedere Indie e indiani nelle isole dei Caraibi; Vespucci ebbe il merito di dichiarare per primo, pubblicamente, che quella al di là dell’Atlantico era una terra fino ad allora sconosciuta; ma fu Magellano a realizzare il viaggio che Colombo aveva pensato di compiere.
FONTE https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/cartografia/c03_04.html

Francia e Inghilterra nel Nuovo Mondo

I viaggi di esplorazione non terminarono. Fra il 1535 e il 1536 il navigatore francese Jacques Cartier (1491- 1557), in nome della Francia, scoprì il Québec, nell’America settentrionale. Poco più a Sud l’Inghilterra metteva piede sulla fascia della costa atlantica che sarebba divenuta il nucleo degli Stati Uniti d’America.

Le civiltà precolombiane

Qual era la situazione del “nuovo mondo” prima che Colombo vi giungesse?
Nelle regioni settentrionali la popolazione era assai scarsa e per lo più costituita da piccole comunità di cacciatori nomadi che verranno chiamati “Pellerossa”.
Nelle regioni centrali, invece, si erano sviluppate già molti secoli prima dell’arrivo degli Spagnoli due fiorenti civiltà:

  • quella dei Maya in quasi tutto l’attuale Guatemala e nella grande penisola dello Yucatán;
  • quella degli Aztechi sugli altopiani del Messico.

Nelle vaste regioni meridionali, in particolare lungo il versante marittimo
della catena delle Ande, nel territorio che oggi si estende dalla Colombia sino al Cile, fioriva invece fin dal XIII secolo un’altra civiltà, quella degli Incas, bene organizzata, evoluta e ricca di vaste riserve minerarie (oro e rame).

Distribuita su un territorio molto vasto, la popolazione americana aveva una densità ridotta ed era dedita a forme economiche primitive (caccia, raccolta, agricoltura nomade). Tuttavia nella penisola dello Yucatan, sull’altopiano messicano e lungo la cordigliera andina si erano sviluppate le civiltà agricole dei maya, degli aztechi e degli inca.

La civiltà Maya

I Maya, popolo di antichissima origine, erano suddivisi in piccole comunità
dedite soprattutto alla coltivazione del mais.

La loro vita ruotava attorno a città-santuari dove

  • risiedevano solo i sacerdoti,
  • si tenevano i mercati,
  • si amministrava la giustizia.

Avevano una profonda conoscenza delle scienze astronomiche, fisiche e matematiche. Sembra che avessero inventato l’uso dello zero ben settecento anni prima che in occidente. Utilizzavano un
sistema di scrittura geroglifica ancora oggi non del tutto decifrato.

Vissero il periodo di maggiore splendore all’epoca del cosiddetto Antico
Impero (III-X secolo), a cui subentrò un lento ma inesorabile declino
per cause ancora oggi non chiare. Un periodo di vera “rinascita” si ebbe all’epoca del Nuovo Impero, quando alcune tribù Maya riuscirono a riportare la prosperità nel Paese sino alla fine del XII secolo. Poi molte guerre civili segnarono il declino della civiltà dei Maya.

Alle guerre si aggiunsero le epidemie di vaiolo, la gravissima malattia importata dal 1511 dai colonizzatori.

Per questo fu facile per gli spagnoli, attratti dalle ricche miniere d’oro e d’argento della zona, conquistare quasi senza combattere anche gli ultimi centri di quel popolo. La conquista pagnola avvenne tra il 1524 e il 1546.

Immagini www.wikipedia.org

Gli Aztechi

Gli Aztechi arrivarono in Messico intorno alla metà del XIII secolo. Durante il XIV e il XV secolo avevano esteso il proprio dominio su quasi tutte le tribù del Messico centrale. La capitale del regno azteco era Tenochtitlán, l’attuale Città del Messico.

Gli Aztechi erano un popolo dalle spiccate tendenze militari, la società era
strutturata in clan. Gestiva la vita della comunità il consiglio di anziani, dalla distribuzione delle terre alle famiglie fino alle feste religiose. ùAl vertice dell’organizzazione statale vi era un re, eletto dal consiglio.

Tuttavia, col passare del tempo, finirono per dominare il paese alcune famiglie più ricche e più potenti di altre.

Un sacrificio umano degli Aztechi; da una copia spagnola del XVI
secolo di un antico codice azteco oggi perduto.

La religiosità di questo popolo ha colpito il mondo occidentale per la pratica cruenta dei sacrifici umani. Gli Aztechi erano convinti di fare così dono agli astri e in particolare al Dio-Sole di “giorno e della notte.

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L’Impero degli Incas

Nel XIII secolo, nel vasto territorio delle Ande che si estende dalla Colombia fino al Cile, era sorto l’unico vero Impero dell’America antica: quello comunemente detto “Impero degli Incas”. Giunto al massimo sviluppo tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, presentava al vertice dello Stato un re, considerato di origine divina: nelle sue mani era concentrato il potere politico unito alla potente classe sacerdotale.

Gli Incas si dimostrarono abili ingegneri costruendo fortezze e soprattutto una fitta rete stradale che partiva dalla capitale Cuzco, eretta a 3400 metri. La rete stradale favoriva i commerci basati sui prodotti artigianali e soprattutto su quelli agricoli, come la patata.

Gli Incas adoravano varie divinità, soprattutto gli astri e in particolare
Sole-Luna, principio di ogni forma di vita. Non mancavano i sacrifici cruenti, dove la vittima era di solito il lama, l’animale domestico più utile. Solo eccezionalmente venivano sacrificati bambini e vergini, considerati elementi puri e quindi sacri.

I conquistadóres nel Nuovo Continente

Inizialmente, per poter conoscere il “nuovo mondo” in tutti i suoi aspetti, i sovrani europei organizzarono spedizioni a scopo esplorativo.

Ben presto agli “esploratori” si affiancarono i conquistadóres, uomini violenti e senza scrupoli, che si recavano nelle nuove terre spinti dal desiderio di un rapido e facile arricchimento.

Il più famoso tra essi fu Hernán Cortés (1485-1547). Alla testa di poche centinaia di uomini dotati di armi da fuoco, tra il 1519 e il 1521, Cortés riuscì a occupare la vasta e ricca regione del Messico, abitata dagli Aztechi, sui quali regnava Montezuma II.

Lo spagnolo, che era convinto di doversi battere con dei selvaggi, capì ben presto di trovarsi di fronte a un popolo progredito e civile. Questo non gli impedì di sottomettere l’intera regione, attraverso la violenza e la perfidia.

Cortés ebbe gioco facile con gli Aztechi che rimasero sbigottiti di fronte all’uso di cani addestrati al combattimento e di cavalli, non avevano mai visto nulla si simile prima di allora.

Tra essi si diffuse inoltre la convinzione che gli “uomini barbuti”, venuti
dal mare e dotati di impenetrabili corazze di ferro e di armi da fuoco sterminatrici, fossero degli esseri di natura divina.

Pochi anni dopo (1531-1536) gli spagnoli Francisco Pizarro (1475-1541) e Diego de Almagro (1475-1538) abbatterono a loro volta il ricco e civilissimo impero degli Incas nel territorio delle Ande.

Quasi nello stesso tempo, tra il 1524 e il 1546, un identico destino nell’America centrale toccò ai Maya, i cui ultimi centri di resistenza vennero debellati dagli Spagnoli agli ordini di Francisco de Montejo (1479-1549 circa).

Le encomiendas

Alla conquista dei territori da parte dei conquistadóres seguì l’intervento della monarchia spagnola, che cercò di gestire sia i rapporti con gli indigeni sia i commerci d’oltremare.

Il re “concedeva” ai conquistatori estesi territori, le encomiendas,
che essi potevano sfruttare grazie al lavoro della manodopera locale. In cambio i conquistadores dovevano garantire la protezione degli
indigeni e la loro cristianizzazione.

Ben presto il colonialismo spagnolo assunse l’aspetto di un barbaro sfruttamento, il più barbaro sfruttamento che la storia dell’Occidente ricordi. Con il pretesto della diffusione del Cristianesimo, chi riceveva l’encomienda si considerava il padrone delle terre e si permetteva ogni sorta di sopruso e di violenza sulle popolazioni indigene.

Diffusione della schiavitù e sterminio degli Indios

Le condizioni di vita degli indigeni si aggravarono ulteriormente con:

  • la scoperta delle ricchissime miniere d’oro e d’argento, che vennero sfruttate in maniera selvaggia,
  • la coltivazione delle piantagioni di canna da zucchero prima e di caffè, cacao e tabacco dopo.

Queste attività richiedevano tanta manodopera. Per questo venne avviata un’altra terribile disumana pratica: il commercio degli schiavi africani. Tale commercio fu praticato dai Portoghesi fin dall’inizio del secolo XVI e si diffuse poi anche tra le altre potenze europee.

Le popolazioni indigene si erano ridotte notevolmente per diverse cause:

  • i lavori estremamente pesanti a cui erano sottoposti,
  • le malattie importate dagli Europei.

In pochi anni intere popolazioni arrivarono quasi a scomparire: ad esempio, gli Aztechi, in Messico, prima dell’arrivo degli spagnoli erano circa 25 milioni, un secolo dopo erano ridotti a poco più di un milione di individui.

Il ruolo dei missionari

Le cose non mutarono neanche in seguito alle denunce dei missionari spagnoli, fra i quali emerse il domenicano Bartolomeo de Las Casas (1474-1566).

Nel 1540 il sovrano di Spagna decise di creare due Vicereami allo copo
di amministrare meglio i territori conquistati:

  • quello della Nuova Spagna, attuale Messico,
  • quello del Perú nel 1542.

Per difendere gli indigeni contro lo sfruttamento, nel 1542 furono anche introdotte le cosiddette Nuove Leggi. Vennero anche fondati speciali
tribunali per punire ogni forma di abuso. Per quanto queste misure possano sembrare meritorie, esse erano necessarie alla monarchia per motivi politici: infatti la monarchia non poteva permettere che i nuovi territori sfuggissero al suo controllo, con il rischio di recare danni incalcolabili al proprio prestigio e alla propria economia.

Nonostante le leggi in difesa degli indigeni, le condizioni delle popolazioni non migliorarono perché le leggi in loro difesa non vennero rispettate.

Schiavi indios al lavoro nella miniera d’argento di Potosi in Bolivia; stampa del Cinquecento basata sul resoconto di un missionario.

Dopo la scoperta dell’America

La scoperta dell’America portò profonde trasformazioni economiche in Europa:

  • il traffico commerciale si spostò dal Mediterraneo all’Atlantico; questo comportò gravissimi danni all’economia dei Paesi mediterranei;
  • i paesi che si affacciavano sull’Oceano Atlantico, fino ad allora esclusi dalle rotte verso l’Oriente, si arricchirono notevolmente;
  • si svilupparono le marine mercantili;
  • arrivarono in Europa enormi quantità di oro e di argento che, trasformate in denaro, provocarono l’aumento dei prezzi;
  • la produzione agricola europea cambiò grazie all’arrivo nel vecchio continente di prodotti sino ad allora sconosciuti come mais, pomodoro, patata, tabacco;
  • furono trapiantate in America nuove coltivazioni di prodotti europei come la vite, il lino, la canapa, il caffè.


Dal punto di vista politico si formarono vasti imperi coloniali
che in tempi brevi si scontrarono fra loro per assicurarsi il
predominio sulle nuove terre. Dal punto di vista sociale i cambiamenti
riguardarono prima di tutto:
• la tendenza all’emigrazione, sia per cercare nuove terre e benessere,
sia per sfuggire alle persecuzioni politiche o religiose;
• la sempre maggiore importanza della ricca borghesia;
• l’estinzione di molte popolazioni dell’America centro-meridionale
e l’importazione in America di schiavi neri dall’Africa.

Il trattato di Tordesillas

Dopo il ritorno di Colombo dal suo primo viaggio, la Spagna e il Portogallo si disputarono sia i territori scoperti che quelli ancora da scoprire.

Per risolvere la questione firmarono, per volontà del Papato, il trattato
di Tordesillas (1494), che divideva il mondo in due emisferi.

Fonte www.wikipedia.org

La linea di demarcazione correva lungo il meridiano posto a circa 46°37’ di latitudine Ovest. Le terre scoperte a Ovest di tale linea sarebbero appartenute alla Spagna, quelle a Est al Portogallo. Ad ogni altra potenza europea era fatto divieto di occupare territori fuori dall’Europa.
Questo accordo non eliminò le controversie, anche perché a quel tempo non si sapeva calcolare con precisione la longitudine.

Si scatenò infatti una guerra di corsari da parte di Inghilterra, Francia e Olanda. Questi paesi inoltre intensificarono le loro conquiste in tutti i continenti.

Dopo circa 35 anni, Papato, Spagna e Portogallo furono costretti a
rinunciare a queste loro assurde pretese di divisione del mondo.

Approfondimento – Alla scoperta dell’altro

La scoperta del Nuovo Mondo costituisce una vera rivoluzione perché cambia per sempre la vita della cultura e della società occidentale. Infatti questa nuova scoperta estende tutti gli orizzonti dell’Europa. Tutto cambia, a partire dall’immagine del mondo che era stata elaborata dall’uomo occidentale. 

Dal Cinquecento il cambiamento è progressivo e interessa tutti gli aspetti della civiltà occidentale. 

In campo religioso e culturale la scoperta dell’America costringe a riflettere in modo nuovo sul problema dell’Altro, su colui che si presenta come totalmente diverso agli occhi degli europei. 

Si ritiene che solo in seguito alla scoperta dell’America l’uomo occidentale si sia effettivamente incontrato con l’Altro

Prima, la società europea non aveva conosciuto direttamente altre popolazioni. Infatti ad esempio, Indiani, Cinesi e Giapponesi erano popolazione lontane dall’Europa con cui non erano attivate molte relazioni. 

Per quanto riguarda le popolazioni arabe e turche invece, queste appartenevano alla cultura mediterranea, cultura condivisa dai popoli europei. Anche se con esse c’erano stati feroci scontri, tutti condividevano il monoteismo e la cultura del libro e intrattenevano costanti e proficue relazioni commerciali. Inoltre, sul piano culturale, dal mondo arabo erano arrivati contributi che l’Europa cristiana aveva fatto propri. Per quanto riguarda la cultura greca antica, ad esempio, molti testi erano arrivati in Occidente grazie alla mediazione degli Arabi. Ma anche sul piano artistico e scientifico la cultura araba aveva influenzato quella europea. 

L’esplorazione del Nuovo Mondo pone invece i conquistatori a confronto con comunità umane e tradizioni totalmente estranee alla civiltà europea. A queste novità la cultura europea risponde in due modi.

Da una parte, di fronte alle culture “altre”, vengono affermati:

  • l’eurocentrismo, 
  • l’idea della “superiorità” dell’uomo bianco,
  • l’idea della “superiorità” della civiltà occidentale. 

La cultura occidentale è considerata infatti l’unica vera civiltà; tutte le altre culture sono ritenute inferiori. Per questo motivo gli europei ritengono che queste popolazioni, ritenute selvagge, possano essere sottomesse e ridotte in schiavitù. 

Dall’altra parte un’esigua minoranza di pensatori,  che diverrà però via via più estesa, riconosce la pluralità culturale e afferma che tutte le culture abbiano la stessa dignità. Questa tendenza porta, nel Settecento, a idealizzare il “selvaggio”, considerandolo come espressione dell’uomo naturale da cui l’uomo civile si era via via allontanato. 

L’illuminista Rousseau critica la civiltà del Vecchio Continente e contrappone il mito del buon selvaggio alla cultura ipocrita e corrotta dell’Occidente. Da questo pensiero deriva una tendenza a mettere in discussione sia l’eurocentrismo che la validità di alcune “certezze” consolidate della cultura occidentale europea. 

Tra il Quattrocento e il Seicento la realtà delle popolazioni del Nuovo Mondo suscita interrogativi e reazioni di segno opposto fra teologi, missionari e letterati, mentre il pensiero filosofico non registra in quest’epoca particolari prese di posizione. 

Ci si pongono molte domande.

  • La natura degli indigeni è primitiva, rozza e malvagia, oppure essi possiedono qualità e virtù che gli Occidentali hanno perso? 
  • Il “selvaggio” è “buono” o “cattivo”? 
  • I “selvaggi” sono uomini oppure no? 
  • Hanno un’anima? 
  • Il messaggio cristiano riguarda anche loro?

Il concetto di Altro 

Nella filosofia contemporanea la nozione di Altro assume diversi significati come “Dio”, la “differenza” o il “prossimo”. Il concetto di “prossimo” assume – in alcuni pensatori – un contenuto etico, poiché afferma la differenza, la peculiarità dell’altro uomo rispetto a colui che ne parla e lo pensa. Questa alterità richiede di essere riconosciuta, rispettata, valorizzata.

Nel pensiero occidentale, per molto tempo, non si era considerata la diversità dell’Altro, le differenze erano state negate e l’Altro era stato inglobato nella visione del mondo europea. Ma progressivamente si è sviluppato un movimento di riconoscimento dell’Altro che ha portato al riconoscimento dell’altro come soggetto con cui instaurare un confronto, un dialogo alla pari per uno scambio interculturale.

Cosa dicono gli europei dell’epoca dei popoli incontrati?

Doc. 1 – Sono uomini intelligenti e buoni – De Las Casas

Tutta questa gente di ogni genere fu creata da Dio senza malvagità e senza doppiezze, obbedientissima ai suoi signori naturali e ai cristiani, ai quali prestano servizio; la gente più umile, più paziente, più pacifica e quieta che ci sia al mondo, senza alterchi né tumulti, senza risse, lamentazioni, rancori, odi, progetti di vendetta. 
Sono nello stesso tempo la gente più delicata, fiacca, debole di costituzione, che meno può sopportare le fatiche e che più facilmente muore di qualunque malattia. […] 
Sono anche gente poverissima, e che non possiede, né vuole possedere beni temporali; e per questo non è superba, né ambiziosa, né cupida. Il loro cibo è tale che quello dei santi padri nel deserto non pare essere stato più ridotto, né più spiacevole e povero. […] La loro intelligenza è limpida, sgombera e viva: sono molto capaci, e docili ad ogni buona dottrina, adattissimi a ricevere la nostra santa fede cattolica, e ad assumere costumi virtuosi; anzi, sono la gente più adatta a ciò che Dio creò nel mondo. 
E una volta che cominciano ad avere notizie delle cose della fede, diventano tanto impazienti di conoscerle, e praticare i sacramenti della Chiesa e il culto divino, che – dico la verità – per sopportarli i religiosi debbono essere dotati molto abbondantemente da Dio del dono della pazienza. […] Tra queste pecore mansuete, dotate dal loro pastore e creatore delle qualità suddette, entrarono improvvisamente gli spagnoli, e le affrontarono come lupi, tigri o leoni crudelissimi da molti giorni affamati. E altro non han fatto, da quarant’anni fino ad oggi, ed oggi ancora fanno, se non disprezzarle, ucciderle, angustiarle, affliggerle, tormentarle e distruggerle con forme di crudeltà strane, nuove, varie, mai viste prima d’ora, né lette, né udite, alcune delle quali saranno in seguito descritte, ma ben poche in confronto alla loro quantità. 
Brevisima relación de la destrucción de las Indias (1552)

Doc. 2 – A loro modo hanno l’uso della ragione – De Vitoria

In realtà non sono idioti, ma hanno, a loro modo, l’uso della ragione. È evidente che hanno città debitamente rette, matrimoni ben definiti, magistrati, signori, leggi, professori, attività, commercio, tutto ciò che richiede l’uso di ragione. Inoltre hanno anche una forma di religione, e non sbagliano neppure nelle cose che sono evidenti ad altri, il che è un indizio di uso di ragione. 
De la potestad civil

Doc. 3 – Non sono nè barbari nè selvaggi – Montaigne

Ora mi sembra […] che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio. Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo: laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall’ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. […] Essi dunque mi sembrano barbari in quanto sono stati in scarsa misura modellati dallo spirito umano, e sono ancora molto vicini alla loro semplicità originaria. Li governano sempre le leggi naturali, non ancora troppo imbastardite dalle nostre. […] Mi dispiace che Licurgo e Platone non ne abbiano avuto conoscenza, perché mi sembra che ciò che vediamo per esperienza in quelle popolazioni sorpassi non soltanto tutte le rappresentazioni con le quali la poesia ha abbellito l’età dell’oro e tutte le invenzioni atte ad immaginare una felice condizione degli uomini, ma anche la concezione e il desiderio stesso della filosofia.
 Essi non poterono immaginare una ingenuità così pura e semplice, come noi la vediamo per esperienza; né poterono credere che la nostra società potesse mantenersi con così pochi artifici e legami umani. 
Saggi, I, 31

Documento 4 – Chi sono i veri selvaggi? – Voltaire

Col nome “selvaggi” intendete designare uomini rustici che vivono in capanne con le femmine e qualche animale, esposti incessantemente a tutte le intemperie delle stagioni, che conoscono soltanto la terra che li nutre e il mercato dove vanno talvolta a vendere le loro derrate per acquistarvi qualche abito grossolano, che parlano un gergo che non viene compreso nelle città, che hanno poche idee e, di conseguenza, poche espressioni, sottomessi, senza che sappiano il perché, a un uomo di penna, al quale portano ogni anno la metà di ciò che hanno ricavato col sudore della loro fronte, che si radunano, certi giorni, in una specie di fienile per celebrarvi cerimonie di cui non comprendono nulla, ascoltando un uomo vestito diversamente da loro e che essi non capiscono, che talvolta, quando rulla il tamburo, abbandonano il loro focolare e si impegnano ad andare a farsi ammazzare in una terra straniera, e a uccidere dei loro simili, per un quarto di ciò che possono guadagnare a casa loro lavorando? 
Di questo genere di selvaggi è piena tutta l’Europa. 
Piuttosto bisogna convenire che i popoli del Canada e i Cafri, che abbiamo voluto chiamare selvaggi, sono infinitamente superiori ai nostri. L’Urone, l’Algonchino, l’abitante dell’Illinois, il Cafro, l’Ottentotto, posseggono l’arte di fabbricare da sé tutto ciò di cui hanno bisogno, e quest’arte manca ai nostri contadini. 
I popoli dell’America e dell’Africa sono liberi, e i nostri selvaggi non hanno neppure l’idea della libertà. I pretesi selvaggi dell’America sono sovrani che ricevono ambasciatori delle nostre colonie trapiantati presso di loro dall’avarizia e dalla leggerezza. Conoscono bene l’onore, di cui i nostri selvaggi d’Europa non hanno mai sentito parlare. Hanno una patria che amano e difendono, stipulano trattati, si battono con coraggio, e parlano spesso con eroica energia. C’è forse una risposta più bella, nei Grandi uomini di Plutarco, di quella di quel capo canadese a cui una nazione europea propose di cederle il suo patrimonio? “Noi siamo nati su questa terra, i nostri padri vi sono seppelliti; dovremmo dire noi alle ossa dei nostri padri levatevi, e venite con noi in una terra straniera?”
Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni

Doc. 5 – Il buon selvaggio – Rousseau

In realtà, nulla vi è di più dolce dell’uomo nel suo stato primitivo, allorché, posto dalla natura a uguale distanza dalla stupidità dei bruti e dai lumi funesti dell’uomo civile, e spinto unicamente, sia dall’istinto che dalla ragione, a difendersi dal male che lo minaccia, egli è trattenuto dal fare del male ad alcuno dalla pietà naturale e non vi è spinto da nulla, neppure dopo averne ricevuto. […] Finché gli uomini si sono accontentati delle loro rustiche capanne, finché si sono limitati a cucire i loro abiti fatti di pelli con spine o lische, ad adornarsi di piume e di conchiglie, a dipingersi il corpo di diversi colori, a perfezionare o abbellire i loro archi e le loro frecce, a costruire con pietre taglienti qualche canotto da pescatore o qualche rozzo strumento musicale; in breve, finché si sono applicati solo ad opere che un uomo poteva fare da solo, ad arti che non richiedevano il concorso di molte mani, essi sono vissuti liberi, sani, buoni e felici, nella misura in cui potevano esserlo secondo la loro natura, ed hanno continuato a godere tra loro delle dolcezze di un rapporto indipendente. 
Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini.

Scrivi

Dopo aver letto i documenti:

  • fai un breve riassunto di ognuno dei contributi;
  • elabora una tua riflessione personale.

Fonti

  • Antonio Brancati Trebi Pagliarani; Tanti tempi, una storia; Edizionemista, La nuova Italia
  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html
  • www.wikipedia.org
  • Fossati Lupi Zanette, Parlare di storia, Pearson Edizioni scolastiche Bruno Mondadori
  • http://web.tiscali.it/freina/aztechi.htm
  • https://it.wikipedia.org
  • http://www.ilportaledelsud.org/bussola.htm
  • http://www.testisemplificati.com/scoperta-america.html
  • http://www.altrastoria.it/2018/04/10/scoperta-america-cristoforo-colombo-retrodatazione/
  • https://divulgazione.uai.it/index.php/Il_cielo_dei_navigatori_-_Alla_scoperta_del_Nuovo_Mondo
  • https://www.gqitalia.it/news/article/recuperato-piu-antico-astrolabio-del-mondo-vasco-de-gama •https://www.vitantica.net/2018/01/25/la-bussola-antica-dal-feng-shui-allepoca-delle-grandi-esplorazioni/
  • http://www.centroitaliavela.it/2012/03/il-sestante.html
  • https://www.galatamuseodelmare.it/gli-strumenti-nautici-ai-tempi-cristoforo-colombo/
  • https://biografieonline.it
  • https://www.nauticareport.it/dettnews/report/ferdinando_magellano_il_giro_del_mondo_in_2_anni_11_mesi_e_17_giorni-6-4590/
  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html

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Antico regime Documenti Educazione civica Età delle rivoluzioni Illuminismo Ottocento Romanticismo, storia

Il Risorgimento

Premesse

www.combattentiliberazione.it/guerra-dindipendenza-1848-1849

Il Risorgimento è il processo che ha portato all’unificazione nazionale e all’organizzazione dello Stato unitario.
Protagonisti del Risorgimento sono i patrioti, principalmente intellettuali e borghesi. Gli obiettivi del movimento risorgimentale sono:

  • l’indipendenza,
  • l’unità nazionale,
  • lo sviluppo sociale ed economico del Paese.

La prima fase del Risorgimento è quella della cospirazione clandestina contro i sovrani assoluti, che prende il via con al Restaurazione, dopo il 1815 con le società segrete e la divulgazione delle idee patriottiche.

Nella parola Risorgimento (ri-sorgere=nascere ancora) c’è innanzitutto la convinzione che sia esistita una unità culturale e politica italiana da far rinascere: da quella lontana dell’Italia romana a quella cristiana del Medioevo, a quella della civiltà rinascimentale.
Il concetto nuovo che riassume tutto il programma del Risorgimento è quello di patria, intesa come “casa comune” di tutto il popolo italiano, che da secoli viveva frazionato in tanti Stati separati e in parte sotto il
dominio straniero

La Prima Guerra d’Indipendenza


Durante i moti rivoluzionari del 1848 a Milano la popolazione insorge. Nelle cinque giornate di Milano i milanesi portano alla fuga l’esercito austriaco. I patrioti italiani esortano allora Carlo Alberto di Savoia, re del regno di Sardegna, a dichiarare guerra all’Austria.

Carlo Alberto, desideroso di estendere i confini del proprio Regno, decide così di dichiarare guerra all’Austria, anche perché sostenuto da numerosi volontari e altri sovrani italiani, che gli accordano il loro sostegno. Inizia così la Prima Guerra d’Indipendenza italiana.

Presto, però, dubbi e invidie verso i Savoia spingono gli altri sovrani a ritirare le loro truppe.

Rimasto quindi solo, Carlo Alberto è sconfitto a Custoza e rientra in Piemonte firmando un armistizio con l’Austria.
Il disimpegno dei monarchi italiani rafforza però il movimento dei rivoluzionari democratici. La guerra riprende l’anno successivo, ma l’esercito piemontese viene sconfitto a Novara. Carlo Alberto abdica allora in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che sarà quindi il re dell’unificazione dell’Italia. Viene trattata la resa con gli austriaci, ma viene mantenuto in vigore lo Statuto albertino, che rimarrà la carta costituzionale italiana per un secolo.

In Toscana e a Roma, l’iniziativa dei democratici porta, nel febbraio 1849, alla fuga di Leopoldo II e di Pio IX e alla proclamazione della repubblica. Il papa, però, ottiene l’appoggio di Luigi Napoleone Bonaparte e riesce
a riconquistare la città. Gli Austriaci inoltre pongono fine alla Repubblica toscana e sconfiggono la resistenza opposta da Venezia.

Anche i moti del ’48 quindi sembrano concludersi con un nulla di fatto. Ma ormai i tempi sono maturi, le idee di unità nazionale sono sempre più diffuse.

Camillo Benso conte di Cavour

Il processo di unificazione italiana prosegue soprattutto grazie all’azione diplomatica di Camillo Benso, conte di Cavour.

Cavour:

  • è a capo del governo del Regno di Sardegna dal 1852 fino al 1861;
  • fa del regno sabaudo lo Stato-guida del processo di unificazione dell’Italia;
  • dà vita a un’abile azione diplomatica finalizzata a suscitare l’attenzione delle grandi potenze europee nei confronti della questione italiana.
Camillo Benso conte di Cavour

http://www.ovovideo.com/cavour/

La guerra di Crimea

L’occasione per presentare alle potenze europee la questione italiana si presenta allo scoppio della Guerra di Crimea. Il Piemonte decide di parteciparvi con un contingente di soldati.

Nota 1 – La guerra di Crimea
La guerra di Crimea (all’epoca chiamata Guerra d’Oriente) viene combattuta dal 4 ottobre 1853 al 1 febbraio 1856 fra l’Impero russo da un lato e un’alleanza composta da Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna dall’altro. 

Il conflitto ha origine da una disputa fra Russia e Francia sul controllo dei luoghi santi della cristianità in territorio ottomano.
Entrambe, Russia e Francia, vogliono esercitare il loro controllo sui luoghi della cristianità. Quando la Turchia accetta le proposte francesi viene attaccata dalla Russia, luglio 1853. 
La Gran Bretagna, impegnata nei lavori al canale di Suez, è attenta a salvaguardare i suoi interessi economici. Temendo l’espansione russa verso il Mediterraneo, si unisce alla Francia.
Insieme si muovono per difendere la Turchia e dichiarano quindi guerra alla Russia nel marzo del 1854.
L’Austria appoggia politicamente le potenze occidentali.
Il Regno di Sardegna vede nell’Austria il suo più grande nemico, anche perché dopo il Congresso di Vienna il territorio italiano era governato in maniera più o meno diretta dagli Asburgo di Austria.
Nel timore che la Francia si legasse troppo all’Austria, nel gennaio 1855 il Regno di Sardegna invia un contingente militare al fianco dell’esercito anglo-francese dichiarando a sua volta guerra alla Russia.
Il conflitto si svolge soprattutto nella penisola russa di Crimea, dove le truppe alleate mettono sotto assedio la città di Sebastopoli, principale base navale russa del mar Nero.
Nella decisiva battaglia di Sebastopoli l’esercito sabaudo, cioè l’esercito piemontese, è determinante per il successo dell’intera guerra.
Grazie a questo intervento il regno di Sardegna può sedersi al tavolo dei vincitori al congresso di Parigi.

Se vuoi approfondire questo è il link di un video sulla guerra di Crimea.   https://www.youtube.com/watch?v=egZfRE9x0_I 

Per un ulteriore approfondimento sulla guerra di Crimea

https://library.weschool.com/lezione/guerra-crimea-1853-riassunto-sintesi-balaklava-risorgimento-17447.html

Il Congresso di Parigi del 1856 stabilisce le condizioni di pace dopo la guerra in Crimea e avvicina, politicamente, il Regno di Sardegna alla Francia. Questo favorisce la crescita di stima reciproca che porterà nel 1859 alla seconda guerra di indipendenza.

Al congresso Cavour espone il proprio punto di vista, facendo rilevare che solo sotto la guida del Regno di Sardegna il processo dell’indipendenza nazionale può essere compiuto, evitando pericolose rivoluzioni.

Accordi di Plombières

La Gran Bretagna non pone ostacoli e la Francia dichiara il proprio appoggio. L’abilità di Cavour porta Napoleone III a stipulare con il Piemonte un’alleanza difensiva: gli accordi di Plombières.

Gli accordi di Plombières vengono stipulati il 21 luglio 1858.
Con essi la Francia s’impegna ad intervenire in aiuto del Piemonte in caso di aggressione austriaca.
A partire dalle insurrezioni del 1848, il clima di insofferenza nei confronti delle monarchie regnanti sugli Stati dell’Italia, si fa sempre più accentuato.
In particolare nel Lombardo-Veneto la presenza austriaca è causa di forti tensioni. In Piemonte viene invece avviata dal presidente del Consiglio Cavour una politica che punta all’indipendenza e all’unità dell’Italia.
Secondo Cavour per ottenere l’unificazione è necessario che il Piemonte, dopo essere diventato il punto di riferimento dei movimenti liberali italiani, trovi un alleato che gli permetta di combattere contro l’Austria.
Il progetto di Cavour è quello di attirare l’attenzione degli Stati europei sulla condizione italiana per ottenere l’appoggio di uno di questi.
L’occasione si presenta nel 1856 con il Congresso di Parigi, alla fine della Guerra di Crimea, quando le potenze che hanno partecipato al conflitto si siedono al tavolo delle trattative per stabilire le condizioni di pace.
È in questa occasione che Cavour attira l’attenzione sulla questione italiana, caratterizzata dalle tensioni dovute alla presenza dell’Austria.
Nella stessa circostanza Cavour riesce ad ottenere anche il sostegno della Francia di Napoleone III.

http://www.ovovideo.com/accordi-plombieres/

Lettura lettera di Cavour sugli accordi di Plombières

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_04_01.html

La seconda guerra d’Indipendenza

Forte degli accordi di Plombières, Cavour fa di tutto per provocare un attacco da parte dell’Austria, e ci riesce. Così l’Austria dichiara guerra al
Piemonte.

Grazie agli accordi di Plombières la dichiarazione di guerra impone l’intervento della Francia a fianco del Regno di Sardegna. Fin da subito l’esercito franco-piemontese ottiene importanti vittorie contro gli Austriaci. Alla luce dei successi franco piemontesi alcuni Stati dell’Italia centrale chiedono l’annessione al regno sabaudo.

Il sogno di un’Italia unita era sempre più vicino alla realizzazione!

Ma la richiesta di annessione degli Stati dell’Italia centrale al Regno di Sardegna sconvolge i piani di Napoleone III.

Il sovrano francese è sottoposto a pressioni: da un lato teme l’allargamento del conflitto, dall’altro è consapevole che il suo esercito abbia subito perdite eccessive. Inoltre la campagna in Italia è molto criticata dall’opinione pubbilca francese.

La disapprovazione di Cavour non impedisce a Napoleone III di ritirarsi dal conflitto e concludere, con gli Austriaci l’armistizio, di Villafranca. La Seconda guerra di indipendenza si conclude con il passaggio della Lombardia al Regno di Sardegna.

Nel marzo del 1860, Toscana, Emilia, Romagna, Parma e Modena, attraverso un plebiscito, vengono annesse al Regno di Sardegna.

1860 Mappa dell’Impero Austriaco, Stati Italiani, Turchia in Europa e Grecia – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:1860_Map_Of_The_Austrian_Empire,_Italian_States,_Turkey_In_Europe_and_Greece.jpg

La spedizione dei Mille

Itinerario della spedizione garibaldina

Il 5 maggio 1860 Garibaldi parte da Quarto assieme a un migliaio di uomini: vengono chiamati i Mille. Sbarca a Marsala, dopo una tappa a Talamone. Libera la Sicilia dalle truppe borboniche. Non intende favorire alcuna lotta sociale, quindi reprime con durezza le rivolte popolari. Attraversa lo stretto di Messina, risale la penisola a strappa ai Borboni l’Italia meridionale. Quindi punta su Roma.

Cavour non vede di buon occhio l’impresa garibaldina. Teme:

  • che il generale crei una repubblica mazziniana nel Mezzogiorno,
  • che le truppe garibaldine arrivino a Roma e provochino l’intervento della Francia a favore del papa.

Per questo Cavour convince Vittorio Emanuele II ad assumere il controllo della situazione, recandosi nell’Italia centrale.

Il 26 ottobre 1860, a Teano, Garibaldi consegna le terre conquistate a Vittorio Emanuele II, re d’Italia.

Nell’arco di breve tempo, una serie di plebisciti sancisce l’annessione al Regno di Sardegna di tutta l’Italia meridionale, delle Marche e dell’Umbria.

Nel gennaio 1861 si svolgono le elezioni per il nuovo Parlamento, che ha sede a Torino. Il 17 marzo viene proclamato ufficialmente il Regno d’Italia.

Video sulla Seconda guerra di indipendenza, Battaglia di Solferino e San Martino e la fondazione della Croce Rossa

https://www.raicultura.it/articoli/2020/11/La-seconda-guerra-dIndipendenza-del-1859-aace1e75-8402-439f-bbc8-df80908a3cb0.html

La terza guerra d’Indipendenza

Nel 1866 all’Italia si presenta l’occasione propizia per conquistare il Veneto. La Prussia, stato che sta aumentando la sua forza, vuole spezzare il predominio austriaco sull’Europa. Propone quindi al nuovo regno italiano di intervenire nella guerra contro l’Austria. In cambio all’Italia viene promesso il Veneto.
L’Italia quindi entra in guerra a fianco della Prussia. L’esercito italiano registra molte sconfitte, ad eccezione dei Cacciatori delle Alpi, l’unità di volontari che operò al comando di Garibaldi nel Trentino sud-occidentale fra giugno e luglio 1866.

Il 9 agosto 1866 Garibaldi si trova nel piccolo centro trentino di Bezzecca dove, tre settimane prima, aveva respinto un contrattacco austriaco guadagnando l’unica vittoria italiana nella Terza guerra d’Indipendenza.
Con i suoi “Cacciatori delle Alpi” il generale si prepara a entrare nella regione che era parte dell’impero austro-ungarico: voleva liberare Trento.
Ma giunge la notizia dell’armistizio tra Italia e Austria e arriva l’ordine del generale La Marmora di sgomberare il Trentino entro 24 ore.
Allora Garibaldi impugnò la penna e, in risposta, scrive la famosa frase: Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco.
Il telegramma inviato da Garibaldi. Il celebre Obbedisco!

Pur subendo gravi sconfitte, l’Italia trae comunque vantaggio dalla vittoria finale della Prussia perché ottiene il promesso Veneto.

Per completare l’unificazione italiana mancano ancora Roma, il Lazio, il Trentino e Trieste.

Le tappe dell’unità di Italia

La questione romana

L’annessione del Lazio e di Roma è rimasto un obiettivo prioritario per i patrioti, ma il problema non è di facile soluzione. Infatti per antichissima tradizione che risale ancora a Carlo Magno e a suo padre Pipino il Breve tra corona francese e papato c’era un accordo, un accordo rinnovato più volte tanto che dal 1849 una guarnigione francese difendeva Roma da eventuali attacchi italiani. Cavour ha tentato senza successo una soluzione diplomatica del problema. Garibaldi, nel 1862 e nel 1867, tenta la conquista militare, ma si trova costretto a ritirarsi per la forte opposizione della Francia. Ma nel 1870 si presenta l’occasione per risolvere una volta per tutte le questione romana: la guerra franco – prussiana.

Guerra franco prussiana

Il conflitto viene combattuto nel 1870-71 tra Francia e Prussia. La Prussia, guidata dall’azione politico-diplomatica di Bismarck, vuole completare l’unità tedesca. È però necessario ottenere una vittoria militare sulla Francia. Bismarck approfitta di una questione politica per assumere un atteggiamento apertamente antifrancese che porta alla dichiarazione di guerra da parte della Francia il 19 luglio del 1870.

Ma la Francia, militarmente inferiore alla Prussia e agli altri Stati tedeschi, non è preparata al conflitto ed è senza alleati. Nessuno quindi interviene al suo fianco. Le armate tedesche conseguono immediatamente una serie di vittorie che culminano con la disfatta francese nella battaglia di Sedan. Alla notizia del disastro di Sedan, a Parigi scoppia la rivoluzione: viene proclamata la caduta dell’impero e un governo di difesa nazionale assumeva il potere. Parigi viene assediata dai Tedeschi.

VEDI RACCONTO I DUE AMICI

I francesi resistono eroicamente, ma all’inizio di gennaio del 1871 il comando tedesco bombarda Parigi. Il 28 gennaio viene firmato l’armistizio. La pace si conclude col trattato di Francoforte che comporta l’occupazione temporanea di una parte del territorio, la cessione dell’Alsazia e di una parte della Lorena, e anche la sfilata di una parte delle truppe vittoriose a Parigi, sugli Champs-Elysées.

Grazie alla guerra franco-prussiana, l’Italia approfitta del ritiro delle truppe francesi dallo Stato della Chiesa. Quindi occupa il Lazio e Roma.

Roma capitale del Regno d’Italia

Roma viene proclamata capitale d’Italia nel 1871. Il Parlamento italiano, per risarcire il pontefice della perdita del suo Stato, approva la Legge delle Guarentigie. Tale legge però viene rifiutata dal papa, il quale reagisce duramente scomunicando il governo italiano e promulgando il Non expedit.

Non éxpedit

Il Non éxpedit fu una disposizione della Santa Sede con la quale si dichiarava inaccettabile la partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni politiche del Regno d’Italia e, per estensione, alla vita politica nazionale italiana.
La disposizione fu revocata ufficialmente solo nel 1919 da Papa Benedetto XV.

De Rerum Novarum

L’atteggiamento intransigente della Santa Sede si ammorbidì progressivamente nei decenni successivi.

Infatti nel 1891 papa Leone XIII emanò l’enciclica De rerum novarum.

Enciclica: è una lettera apostolica scritta dal Papa.
Può essere indirizzata ai vescovi, ai fedeli di tutto il mondo o a quelli di una sola regione.
Può trattare argomenti riguardanti la dottrina cattolica o particolari situazioni religiose, politiche, sociali.
Viene chiamata con la citazione delle prime due o tre parole del testo che solitamente anticipano il tema dell’enciclica stessa.
“Rerum novarum” significa “delle cose nuove“.

Con la “Rerum novarum”  Chiesa cattolica affrontava per la prima volta la questione sociale e fondava la moderna dottrina sociale della Chiesa, dottrina necessaria per affrontare le problematiche della nuova società di massa. La “Rerum novarum” volle far sì che il Cattolicesimo non restasse escluso dal processo di trasformazione del nuovo stato italiano. Nel testo inoltre si parlò delle nuove pratiche economiche come le Casse rurali e le Leghe bianche, le organizzazioni sindacali cattoliche.

Punti essenziali
1. Si riconosceva che il conflitto di classe era legato allo sviluppo industriale, alla relazione tra padroni e operai e alla ricchezza accumulata in poche mani.
2. Si poneva contro il pensiero socialista che accresceva l’odio tra poveri e ricchi.
3. Si riconosceva e si difendeva la proprietà privata. Riconosceva il diritto dello stato nella difesa della proprietà privata.
4. Si poneva contro gli scioperi ma anche contro lo sfruttamento degli operai.
5. Sostevena che lo stato doveva garantire a tutti i lavoratori un salario minimo tale da consentire una vita dignitosa a tutti.
6. Inoltre affidava agli operai cristiani il compito di creare società ispirate ala dottrina sociale della chiesa.

Il rapporto tra stato e chiesa dall’Unità di Italia

https://www.facebook.com/watch/?v=314740975897035

La questione romana – Bignomi – Riccardo Rossi

https://www.youtube.com/watch?v=BXRpmfqyfas

La questione romana – prof. Ernesto Galli della Loggia

https://www.raiplay.it/video/2016/04/Il-tempo-e-la-Storia-Unit224-daposItalia-e-chiesa-La-questione-romana-Con-il-Prof-Ernesto-Galli-Della-Loggia-del-05042016-3438bb5d-0f16-4403-b929-def8e3913310.html

Pastor angelicus film

Roma e il papato dopo la seconda guerra

Video – la questione Stato – Chiesa

https://www.facebook.com/raistoria/videos/314740975897035

Fonti

  • © ISTITUTO ITALIANO EDIZIONI ATLAS
  • M. Fossati, G. Lupi, E Zanette, Parlare di storia, Pearson
  • www.treccani.it
  • www.focus.it
  • https://www.grin.com/document/55382
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Attualità Novecento regimi totalitari storia

La crisi del ’29

Gli Stati Uniti erano l’unico paese che, pur avendo combattuto la prima guerra mondiale, non aveva registrato un deficit economico al termine del conflitto. Infatti gli Stati Uniti erano i maggiori creditori di tutti i paesi d’Europa tanto che nel corso del primo dopoguerra si trovarono a recuperare progressivamente il denaro prestato ai paesi belligeranti oltreoceano. Ma forse proprio quell’ingente flusso di denaro che contribuì a far esplodere la più grande crisi economica del Novecento, una crisi destinata ad avere ripercussioni sull’economia mondiale.

Per comprendere le cause della crisi occorre considerare l’andamento dell’economia statunitense negli anni Venti. 

Quello vissuto dagli USA era stato un boom economico senza precedenti: tra il 1922 e il 1929 il reddito nazionale era cresciuto in modo importante:

Reddito nazionale+ 4% all’anno
Produzione+ 64%
Profitti+ 76%
Produttività del lavoro + 43%
Salari + 30%

Nel marzo del 1929, poco prima del grande crollo, il presidente repubblicano Calvin Coolidge aveva affermato: 

“Noi in America siamo più vicini al trionfo finale sulla miseria di quanto lo siamo mai stati nella storia di questa terra.
Quella che si prospetta al mondo di oggi è la più grande epoca di espansione commerciale della storia.”

Queste  parole però furono disilluse pochi mesi dopo quando con il 24 ottobre 1929 inizia una recessione destinata a concludersi solo con la Seconda Guerra Mondiale. 

Le cause della crisi

Nel cercare di comprendere gli eventi che hanno provocato questa crisi gli storici individuano tre grandi cause:  

  • la debolezza della domanda causata dalla sovrapproduzione,
  • la crisi agricola, 
  • le speculazioni e i facili guadagni. 

Primo: la debolezza della domanda

In tutto il decennio precedente, la crescita di produzione e dei profitti era aumentato molto; il potere d’acquisto della popolazione era aumentato sì, ma in misura decisamente minore. Quindi la popolazione non poteva acquistare tutto quello che l’aumento di produzione aveva messo sul mercato.

Questo provocò alla lunga un indebolimento della domanda: il mercato, dopo una lunga fase di espansione favorita dal sistema delle vendite rateali entrò in una condizione vicina alla saturazione.

Anche se i consumi dei ceti alti e medio alti continuavano a crescere in modo importante, questo non fu sufficiente per mantenere costantemente alto il potere d’acquisto complessivo dell’economia. Il potere d’acquisto infatti dipende soprattutto dal livello dei salari.  

Secondo: la crisi agricola 

Nel corso della seconda metà degli anni Venti emersero delle difficoltà nel settore agricolo.

Durante la Grande guerra l’agricoltura statunitense (assieme a quella argentina, australiana e canadese) aveva accresciuto la propria produzione e innalzato il livello di rendimento dei suoli per sostenere la richiesta europea. 

Per i paesi produttori di cereali la guerra era stata un buon affare: la riduzione della produzione interna europea aveva garantito un mercato più ampio e prezzi crescenti. Questo aveva indotto i coltivatori americani ad effettuare grossi investimenti mettendo a coltura nuove terre e intensificando la meccanizzazione delle lavorazioni agricole. Furono impiegati, ad esempio, su larga scala i trattori. Ma per fare questo le aziende agricole si erano fortemente indebitate con le banche.

Negli anni Venti la ripresa dell’agricoltura europea fece venir meno queste condizioni favorevoli: i coltivatori statunitensi che esportavano il 30% della loro produzione si trovarono di fronte a:

  • riduzione dei prezzi,
  • diminuzione dei guadagni,
  • conseguente difficoltà o addirittura impossibilità di restituire i prestiti.

Questa situazione provocò, nel corso degli anni Venti, il fallimento di parecchie piccole banche.

Terzo: speculazioni e guadagni facili

Nella seconda metà degli anni Venti, molto denaro girava nel mercato americano. Si incominciò quindi ad investire buona parte dei profitti industriali in operazioni finanziarie. Le banche facevano da intermediarie tra l’industria e la Borsa: una enorme massa di denaro vi veniva investita.

Il termine borsa deriva dal nome di una famiglia fiamminga di mercanti, i Van der Burse, che nel Trecento riunivano altri mercanti per scambiare merci e stabilirne assieme il prezzo. 

In quella fase i finanzieri, inebriati dall’ingente quantità di denaro disponibile, avviarono un gioco di speculazione borsistica al rialzo: si compravano azioni in modo da farne crescere il prezzo, in base al principio della domanda e dell’offerta, per poi rivenderle guadagnando la differenza.

La borsa funziona in questo modo: se la quantità di denaro investita è grande, cioè se ci sono molti acquisti, l’indice della Borsa si mantiene in ascesa (si pensi che l’indice della borsa di Wall Street ha più che raddoppiato il suo valore tra il 1924 e il 1929).

Se l’indice della borsa rimane a lungo in crescita, nei compratori di titoli si genera fiducia. Così accade che molte persone pensano che convenga investire in questo modo il proprio denaro per ottenere un immediato guadagno.

E negli USA, negli anni Venti accadde proprio questo. Si diffuse la convinzione che la borsa garantisse un rapido arricchimento a tutti. Questa convinzione generò euforia. L’euforia coinvolse non solo i ceti più abbienti ma anche una grande quantità di piccoli risparmiatori che preferirono giocare in borsa il proprio denaro piuttosto che risparmiarlo o destinarlo ai consumi. 

Era infatti sufficiente pagare tra il 10 e il 50% del costo iniziale delle azioni per acquistarle e entrare nel gioco del guadagno. Si prevedeva poi di rimborsare quanto non versato nella prima fase a vendita avvenuta. Si consideri che questa corsa al rialzo fu accelerata proprio dal fatto che gli ingenti capitali europee si erano resi disponibili dalla ripresa economica dopo la guerra. Tali capitali presero la via di Wall Street, perché tutti erano attirati dalle fruttuose speculazioni che da anni vi si realizzavano. 

Tutti erano convinti che questa tendenza fosse inarrestabile. Ogni tanto si sentiva qualche voce fuori dal coro come quella di Al Capone che dichiarava: “In borsa sono tutti dei delinquenti”. Oppure quella di chi preannunciava che sarebbe accaduto un crack, ma nessuno li ascoltò. 

Piccoli e grandi investitori furono travolti dal gioco della speculazione finanziaria:  operatori finanziari e uomini dello spettacolo, imprenditori e casalinghe, politici e semplici salariati,  tutti furono illusi da quella bolla speculativa. 

La bolla speculativa

Il valore finanziario dell’economia si gonfiava a dismisura senza una corrispondente crescita dell’economia reale. A questa enorme crescita del mercato dei titoli azionari, non corrispondeva un aumento della ricchezza prodotta e consumata. Il valore delle aziende aumentava virtualmente, ma non aumentava il valore reale delle aziende.

Il 24 ottobre 1929 l’indice di Wall Street iniziò a scendere. Come mai? Bastò pochissimo, una piccola flessione causata dal fatto che venivano offerte alla vendita più azioni di quante ne venissero richieste. Questo cambio di tendenza, causò un cambio di comportamento: risparmiatori e speculatori iniziarono a vendere per timore di subire perdite. Si diffuse il panico. Più si vendeva più diminuiva il valore delle azioni. Più diminuiva, più gli azionisti tentavano di sbarazzarsi delle azioni, prima che il loro valore fosse inferiore rispetto al valore che avevano quando loro avevano acquistato. Questo determinò una nuova ondata di vendite, una spirale negativa, un vortice impossibile da fermare.

E così accadde che il crollo fu progressivo e inarrestabile. Tutti i tentativi compiuti dalle autorità monetarie e dalle banche per tentare di invertire la tendenza, di arginare il crollo risultarono inutili.

L’indice della borsa iniziò a cadere verticalmente il 24 ottobre 1929, il giovedì nero, e nel 1932 raggiunse la sua quota minima.

Nel ’29 oltre 16 milioni di azioni furono vendute in pochi giorni. Prese quindi l’avvio una spirale di caduta dell’economia che durò ben 4 anni, prima che si avessero i primi segni di ripresa.

Dalla Borsa la crisi si allargò a macchia d’olio fino a coinvolgere tutto il sistema economico. 

Inoltre quelli che avevano affidato i loro risparmi alle banche, per timore di perdere i loro risparmi, presi dal panico, si precipitarono a ritirare i loro depositi. Ma quando le banche avevano esaurito la liquidità erano costrette a chiudere. Una catena di fallimenti investì le banche coinvolte nelle speculazioni. Oltre 5000 banche chiuse i battenti e quasi 2300 chiusero nel 1931. 

La recessione nell’economia

Le banche che non avevano chiuso i battenti cambiarono comunque i loro protocolli.

  • Le banche ridussero drasticamente i finanziamenti sia alle imprese per investimenti sia ai privati (per esempio i mutui per l’acquisto della casa).
  • Tutto il sistema entrò in una grave crisi di liquidità: mancava cioè il denaro per finanziare le attività economiche. 
  • La domanda di beni di consumo, che si stava già indebolendo, diminuì ulteriormente. Le industrie quindi dovettero ridurre la produzione, licenziare e chiudere. Lo stesso fecero anche le imprese edili.
  • Si avviò quindi una sempre più accelerata recessione dell’economia

La crisi fu lunga e profonda tutti gli indicatori economici registrarono tra il 1929 e il 1933 una grave flessione. In quattro anni gli Stati Uniti persero metà della loro ricchezza, 13 milioni di persone rimasero senza lavoro, un quarto della forza lavoro era disoccupata.

La dimensione internazionale della crisi 

Sul piano internazionale le conseguenze della crisi di Wall Street furono gravissime a causa della percentuale di produzione mondiale detenuta dagli Stati Uniti e dei legami finanziari con l’Europa e l’America Latina. Si pensi che gli Stati Uniti detenevano circa il 45%  della produzione mondiale.

Con la crisi le importazioni statunitensi diminuire drasticamente.

Tra il ’29 e il ’32 il 70% delle importazioni statunitensi fu sospeso. Si interruppe. Inoltre si interruppe il flusso di capitali statunitensi verso l’Europa. Questo provocò una recessione economica in tutti i paesi industrializzati. Causò:

  • aumento della disoccupazione,
  • caduta dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime.

Penalizzò massicciamente i paesi esportatori dell’America Latina.

In Europa la crisi fu particolarmente grave in Germania e in Austria che stavano lavorando alla ricostruzione dopo la Grande guerra grazie ai capitali statunitensi.

L’interruzione degli aiuti USA causò una violenta crisi. La Germania che si stava faticosamente risollevando ripiombò nel baratro della crisi e questo costituì un terreno fertile alla rapida ascesa del nazismo.

Riduzione dei commerci e protezionismo

Per effetto della crisi, il commercio internazionale cominciò a ridursi. Questo comportò non solo un rallentamento nell’attività economica a livello mondiale, ma anche una minore apertura nei rapporti tra i diversi paesi. La crisi fu infatti un fattore di grave instabilità internazionale sia economica che politica perché spinse tutti gli stati a rinchiudersi economicamente. Furono adottate politiche protezionistiche da tutti gli Stati per cercare una via d’uscita dalla difficile situazione e venne accentuata la concorrenza con gli altri paesi.

Fonti

  • M. Fossati, G. Luppi, E. Zanette, PARLARE DI STORIA, Pearson
  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html
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Novecento storia

Gli Stati Uniti del New Deal

La storia degli Stati Uniti d’America degli anni trenta è caratterizzata dall’innovazione e dalla sperimentazione sociale che sono state realizzate dal presidente Franklin Delano Roosevelt in due presidenze successive, come risposta alla crisi del 1929. 

Il crollo della Borsa di Wall Street aveva messo in evidenza quanto fosse fragile e contraddittoria la prosperità americana degli anni Venti. 

Tutti i risparmi dei ceti medi furono bruciati nella speculazione borsistica, la crisi industriale creò centinaia di migliaia di disoccupati e il settore agricolo dovette prima fronteggiare le conseguenze della crisi economica poi quelle della siccità che travolse il Midwest alla metà del decennio. 

Nel 1933 milioni di americani erano disoccupati, le file per il pane erano un’immagine comune nella maggior parte delle città. In migliaia giravano per le strade degli Stati Uniti alla ricerca di cibo, di lavoro e di rifugio.

Roosevelt mise al centro della sua compagna elettorale una serie di interventi sia per ridare fiducia agli americani che per far fronte alla situazione economica, a partire dall’analisi delle debolezze dell’economia americana. Chiamò il suo progetto New Deal, nuovo corso e dopo la sua elezione si avviò concretamente in nuovo corso che in pochi anni vide l’approvazione e l’attuazione di provvedimenti diretti a:

  • risolvere la crisi bancaria, 
  • alleviare la disoccupazione, 
  • sostenere l’agricoltura. 

Uno dei provvedimenti più significativi fu il Social Security Act, che introdusse una serie di misure di sicurezza sociale e di aiuti a coloro che si trovavano in condizioni di difficoltà.

Nel 1936 Roosevelt venne rieletto e avviò la seconda fase del New Deal, basata sulla creazione di nuovi posti di lavoro attraverso la realizzazione di opere di utilità sociale. 

Venne costituita una specifica agenzia governativa, che gestì la costruzione di edifici, strade, scuole e aeroporti. 

Nel progetto dell’amministrazione Roosevelt vennero coinvolti anche gli intellettuali: attori, scrittori, pittori che, con le loro opere, ci hanno lasciato una straordinaria documentazione di quegli anni. 

Grande importanza ebbe poi il programma di cui furono protagonisti i fotografi, incaricati dal governo di realizzare specifici reportage sulle condizioni di vita dei cittadini americani e sugli interventi promossi dall’amministrazione.

Documenti

Le contraddizioni della prosperità economica americana

Nel 1933, Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) raccolse e rielaborò in un testo dal titolo significativo, Guardare avanti (Looking forward), alcuni dei principali discorsi che lo avevano condotto alla vittoria elettorale. Nel testo che segue Roosevelt esamina le cause della crisi e sottolinea le debolezze dell’economia americana e il carattere illusorio della sua prosperità.

Già nel 1928 risultava evidente che la produzione forzata delle nostre industrie era di molto superiore al consumo del mercato interno. Questo fatto suggerì ai capi del governo nazionale un consiglio audace e fatale.
Dovevamo vendere «la eccedenza in crescente aumento» all’estero. Ma come si poteva fare ciò quando le finanze di tutto il mondo erano ridotte in condizioni pietose? […]
Le vecchie norme di economia politica erano andate in disuso; chi avesse obiettato che la produzione in massa e la meccanizzazione del lavoro avrebbero, alla fine, soppiantato la prestazione d’opera, si sarebbe sentito rispondere che la sua idea non era altro che una ripetizione stucchevole di ciò che era stato detto cent’anni fa.
E così la giovinetta economia politica dell’era nuova continuava allegramente la sua strada.
Si manifestavano già i primi movimenti per la istituzione di più alti dazi di protezione.
Si desiderava avere un mercato americano blindato e sigillato dalle più alte tariffe doganali del mondo.
L’industria americana, spinta ad una velocità mai raggiunta prima di allora, si trovò improvvisamente coi freni stretti su un terreno sdrucciolevole.
La legge di gravità compì l’opera.
Già da alcuni anni la caduta dei prezzi dei prodotti del suolo aveva prostrato l’agricoltura, e non si faceva nulla per alleviare il malanno.
Nell’industria, i più importanti gruppi, i consorzi, le grandi società fiduciarie cominciarono a denunciare favolosi profitti nominali, tuttavia il numero di società il cui bilancio attestasse un reddito netto diminuiva continuamente.
Nelle banche, Paolo Warburg, personalità molto autorevole nel mondo delle finanze, il quale aveva speso interi anni di vita per ideare e mettere in esecuzione il Federal Reserve System, già agli inizi del 1929 ammonì pubblicamente la nazione che bisognava porre un freno alla febbre di speculazione che aveva invaso il popolo, altrimenti il paese l’avrebbe scontata a caro prezzo.
A dispetto dell’apparente prosperità, la disoccupazione continuava ad aumentare.
Già da mesi la Federazione americana del lavoro aveva dato l’allarme sul rapido diminuire delle possibilità di lavoro.
Anche il Federal Reserve Board vide i nuvoloni ma fece poco o nulla.
Si è detto che al popolo americano era stata, evidentemente, imposta la parte di Alice nel Paese delle Meraviglie; ed io dico che la nostra Alice si rimirava nello specchio della nuova economia.
Innumerevoli illusi facevano grandi piani di vendite illimitate sui mercati esteri e ipotecavano il futuro di dieci anni.
L’ospizio di carità sarebbe svanito come il «Gatto del Cheshire».
Un «Cappellaio» invitava tutti quanti a «prendere ancora un po’ di utili», benché utili non ve ne fossero se non sulla carta.
Una Alice stupita ed un po’ scettica, arrischiava alcune semplici domande:
«La emissione e vendita di nuove azioni ed obbligazioni, la erezione di nuove fabbriche, e l’aumento di produzione non metteranno sul mercato più merce di quella che si possa acquistare?
«No! – strillava Don Chiacchiera – aumentando la produzione, si aumenta il potere d’acquisto.
«E se produciamo in eccesso? «Beh, venderemo l’eccedenza ai compratori esteri.
«Come faranno per comprarla, i forestieri?
«Come? Impresteremo loro il denaro.
«Ho capito, – dice Alice. – Essi compreranno quello che cresce a noi col nostro proprio denaro. Naturalmente questi forestieri ci ripagheranno mandandoci delle merci!
«Ma nient’affatto, – dice Humpty-Dumpty. – Noi stiamo seduti sul muro alto alto della Tariffa Doganale Hawley-Smoot.
«Come farà allora l’estero per rifondere questi prestiti?
«Quest’è facilissimo: hai mai sentito parlare di una moratoria?»
Per sciocca che possa parere questa conversazione essa è, tuttavia, il succo della formula magica del 1928.
Questa teoria dell’«aiutati col tirante dei tuoi stivali per alzarti in piedi» fu creduta: pareva che desse dei buoni risultati.
Dominato dall’incanto di quella favola, il popolo sacrificò sull’altare della speculazione di borsa i faticati risparmi di una laboriosa esistenza.
Gli uomini d’affari credevano in buona fede di aver ricevuto consigli di esperti e compromettevano la loro solvibilità con un nuovo sforzo di espansione.
I banchieri finanziavano, non con avvedutezza, ma con eccessiva larghezza. Il buon senso era ammutolito di fronte al sortilegio operato da quella scienza economica da negromanti.
Era l’agosto del 1928 e la fine dello stesso anno il pallone borsistico si innalzò del 30%.
Ma non si fermò là.
Salì, su, su, sempre più su durante molti fantastici mesi finché, finalmente, si trovò dell’80% più alto dell’anno precedente.
Quelle erano cifre di sogno.
Ormai il pallone aveva raggiunto la stratosfera economica, più su dell’aria, là dove non c’è più vita.
Ed ecco: si afflosciò.
Il valore nominale delle azioni svanì da un giorno all’altro; i risparmi, investiti quando il mercato era fiorente, si ridussero a zero, solo la fredda realtà rimase. I debiti erano reali.
Essi erano l’unica realtà tangibile nella gelida alba della deflazione, fra un nebbioso turbinare di buoni adorni di magnifiche incisioni, i quali non avevano neppure il valore delle artistiche stampe che li decoravano.
Il New Deal. Teorie e politica, a c. di F. Villari, Editori Riuniti, Roma 1977, pp. 190-193

Domande

  1. Quale fu, secondo l’analisi di Roosevelt, il meccanismo economico che portò alla crisi del 1929?

2. Perché Roosevelt afferma che al popolo americano era stata affidata «la parte di Alice nel Paese delle Meraviglie»?

Le misure del welfare

Nel 1935 furono varate dal Congresso americano, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, una serie di misure previdenziali a favore di categorie sociali fragili. Queste figure previdenziali erano sostenute da una forma di tassazione sui guadagni dei lavoratori e dei datori di lavoro.

Queste misure riguardavano, in particolare, le pensioni, l’assicurazione per le persone disoccupate, aiuti ai bambini e alle madri e a persone colpite da handicap.

In questo testo si riporta la premessa seguita da alcuni articoli di questa legge, entrata in vigore il 14 agosto di quell’anno.

Per provvedere al benessere generale attraverso la realizzazione di un sistema Federale di benefici per la vecchiaia e attraverso il sostegno agli Stati per rendere più adeguate le provvidenze per gli anziani, i ciechi, i bambini, il benessere delle madri e dei bambini, la salute pubblica e per l’amministrazione delle misure compensative per la disoccupazione […] è stato emanato [un decreto] dal Senato e dalla camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America riuniti in Congresso.

Titolo I – Acquisizione di sovvenzioni agli Stati per l’assistenza alla vecchiaia.
Sezione I. Con la finalità di rendere ogni Stato capace di fornire assistenza finanziaria […] agli individui anziani bisognosi, è con il presente decreto autorizzata l’acquisizione, per l’anno fiscale che termina il 30 giugno 1936, la somma di 49 750 000 dollari ed inoltre è autorizzata per ogni anno fiscale successivo una somma sufficiente per assolvere gli obbiettivi relativi a questo titolo. […]

Titolo III – Acquisizione di sovvenzioni agli Stati per l’amministrazione di misure compensative della disoccupazione.

Parte 1 – Servizi per la salute delle madri e dei bambini.

Sezione 501. Con la finalità di rendere ciascuno Stato in grado di estendere e migliorare […] i servizi per la promozione della salute delle madri e dei bambini, soprattutto nelle aree rurali e nelle aree colpite dalla grave crisi economica, è con il presente decreto autorizzata l’acquisizione per ogni anno fiscale, a partire dall’anno che termina il 30 giugno 1936, della somma di 3 800 000 dollari.
Transcript of Social Security Act, www.Ourdocuments.gov., novembre 2003.

Domande

Quali erano le finalità del Social Security Act?

Dopo aver spiegato il significato dell’espressione welfare state, indica come negli Stati Uniti degli anni trenta questo strumento venne utilizzato. (max 10 righe)

Immagina di dover intervistare alcuni cittadini americani che hanno usufruito degli aiuti stanziati dal governo di Roosevelt per far fronte alla crisi economica e occupazionale. Ricorda che le tue domande devono essere pertinenti e adeguate al contesto storico e le risposte verosimili.

Fonti

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p11_01_es.html

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Conflitti del Novecento Europa fascismo Novecento stalinismo storia

Stalinismo

Per quanto riguarda il l’Unione sovietica abbiamo una situazione per certi versi simile per altri diversa.  L’URSS con Stalin vuole costruire un nuovo stato, una grande potenza industriale.

Per fare questo organizzerà un piano di industrializzazione a tappe forzate per piani quinquennali. Il primo piano quinquennale va dal 1928 al 1933 prevede l’industrializzazione massiccia e la collettivizzazione dell’agricoltura. Il processo di collettivizzazione dell’agricoltura si rivelerà ben presto disastroso. Stalin abbandonerà la NEP, la nuova politica economica inaugurata da Lenin dopo la guerra civile. E passerà all’economia pianificata.

In questo manifesto si inneggia al piano quinquennale varato nel 1528.

L’economia pianificata ottiene grandi risultati nel settore industriale mentre fallisce miseramente in quello agricolo. In ogni caso i costi umani e sociali di questa politica sono altissimi: sfruttamento, deportazioni, riduzione dei consumi e milioni di morti nella più grande carestia della storia causata dalla requisizione forzata dei cereali nelle aziende agricole. urss_piano_quinquennale_1928

La collettivizzazione forzata delle terre e di tutti i beni e le strutture di produzione agricola prevede anche l’eliminazione fisica, o la deportazione, dei kulaki cioè dei piccoli proprietari terrieri.

Anche nell’Unione sovietica il partito e la burocrazia detengono il potere assoluto.

Gli strumenti utilizzati dal partito comunista sono:

– il terrore

– la violenza

– l’eliminazione fisica degli avversari politici

– un controllo capillare della società

– un sistema ideologico basato sull’ideologia del partito comunista: tutti coloro che non sono d’accordo con il regime rischiano di finire nel gulag.

I gulag sono campi di concentramento dove i prigionieri sono obbligati ai lavori forzati.

L’Unione sovietica negli anni ‘30 non nasconde il sistema concentrazionario, come invece fa la Germania. L’Unione sovietica esibisce questi luoghi come luoghi di rieducazione attraverso il lavoro ma la realtà è un’altra. In questi campi di concentramento ci saranno milioni di morti, la vita viene vissuta in condizioni disumane.

Dal 1926 assistiamo alla deportazione di cittadini comuni che vengono accusati o sospettati di reati contro lo stato comunista.

L’industrializzazione forzata degli anni ‘30 porterà all’impiego dei prigionieri in grandi opere come ad esempio la costruzione di un canale navigabile tra il Baltico e il mare del Nord.

Tra il 1930 il 1932 assistiamo alla deportazione dei kulaki – piccoli proprietari terrieri che avevano avuto un buono sviluppo nel periodo della NEP.

Tra il ’36 e il ‘38 assistiamo alle purghe staliniane. Stalin elimina fisicamente tutte le persone di cui non si fida; arriverà ad eliminare anche molte persone che sono state molto vicine nell’organizzazione del sistema gerarchico comunista.

Arriverà ad eliminare anche molti ufficiali dell’esercito, tanto che, quando Hitler invaderà la Russia, l’esercito russo sarà in grande difficoltà a causa della mancanza dei vertici dell’esercito.

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Europa fascismo la Grande Guerra nazismo Novecento regimi totalitari seconda guerra mondiale stalinismo storia

Nazismo

Lo stato nazista si costituisce dopo il 1933. Tra il 1919 e il 1933 il potere è in mano alla Repubblica di Weimar. Hitler comincia a cercare di arrivare al potere già dagli anni 20.

Ammira Benito Mussolini, lo considera il suo modello e cerca di imitarlo.

Dopo la crisi del 1929 Hitler cavalca il malcontento; la sua popolarità aumenta progressivamente. Nel 1933 Hitler diventa cancelliere e nel ’34, alla morte del presidente Hindenburg assume su di sé anche i poteri del capo di Stato diventando dittatore.

La Germania di Hitler è un paese nel quale avviene l’identificazione tra il partito e lo stato. Hitler non cambia le leggi lentamente come fa Mussolini, ma improvvisamente impone la sua volontà, assume su di sé tutti i poteri, annulla lo stato di diritto, annulla le autonomie degli organi istituzionali e crea la dittatura.

Lo stato nazista si costituisce subito dopo l’incendio del Reichstag, sede del parlamento tedesco. Hitler accusa i comunisti del rogo, arresta gli esponenti del partito comunista e ne approfitta per assumere i pieni poteri e per instaurare la sua dittatura. Il 20 marzo del 1933 avviene l’apertura del primo lager a Dachau, il primo campo di concentramento nel quale dovevano andare tutti gli esponenti dell’opposizione. La scusa per realizzare tali luoghi era quella di rieducare chi non era in linea con il pensiero nazista.

Il 14 luglio del 1933 vengono sciolti tutti i partiti e il 30 giugno del 1934 si ricorda la Notte dei lunghi coltelli, la notte nella quale vengono assassinati tutti i dirigenti delle SA le squadre d’assalto.  In questo modo lui assume il potere totale e assoluto dopo aver eliminato chiunque avrebbe limitare o controllare la sua attività.

Quali sono gli elementi del totalitarismo nazista?

  1. L’ideologia della propaganda delle organizzazioni di massa, come il fascismo, con l’obiettivo di costruire il consenso;
  2. Uno dei principi su cui si basa il potere nazista è quello del razzismo. Le leggi di Norimberga dichiarano l’intenzione di annientare la diversità di ogni di ogni tipo. In Germania si usa violenza contro tutte le forme di diversità: si sterilizzano prima e si uccidono poi malati psichiatrici, anziani, disabili, omosessuali, Rom. Gli ebrei poi saranno l’obiettivo della violenza di Hitler.
  3. Il terrore è uno degli strumenti di controllo sociale. Le SS, la Gestapo e i lager sono strumenti di repressione del dissenso.
  4. Il Fuhrer ha il controllo assoluto sull’economia. L’economia viene organizzata direttamente dall’alto. L’economia tedesca è funzionale alla guerra. L’obiettivo è quello di aumentare lo spazio vitale (Lebensraum) in cui permettere lo sviluppo della società tedesca. Si vuole garantire la piena occupazione dei tedeschi. Si creano grandi opere pubbliche e si investe tantissimo nelle spese militari.

In questa immagine possiamo vedere come sono cambiate le spese nel bilancio dello stato germanico dalla Repubblica di Weimar al regime nazista, tra il 1928 e il 1938. Come potete notare c’è stato un incremento degli investimenti nell’ambito dei trasporti e un incremento decisamente considerevole per quanto riguarda le spese per gli armamenti.

Vie di comunicazione e armamenti sono funzionali alla guerra. Questo ci chiarisce in modo inequivocabile quali fossero le intenzioni del dittatore.

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Tra le due guerre

La situazione economica

Il  primo conflitto mondiale ebbe un altissimo costo economico. 

Il dopoguerra vide tutti i paesi belligeranti, ad esclusione degli Stati Uniti , alle prese con gravi problemi 

  • di inflazione,
  • di deficit di bilancio pubblico,
  • di riconversione alla produzione di pace. 

Ma l’impatto della guerra sulle economie del mondo occidentale non si riduce solo a questi effetti negativi: Al contrario nel medio periodo Essa si rivelò un potente fattore propulsivo dello sviluppo economico.

Sotto la pressione delle esigenze belliche infatti in tutte le economie industriali si manifestarono tendenze destinate a segnare anche il dopoguerra:

  • Lo sviluppo della concentrazione industriale, con la crescita di grandi imprese capaci di realizzare enormi investimenti per la produzione bellica,  prendo neanche lauti profitti;
  •  l’accelerata innovazione tecnologica  e organizzativa delle grandi imprese industriali che le portò ad effettuare il grande balzo verso la produzione di massa;
  • dell’intervento dello Stato nell’economia, per la necessità di orientare la produzione sia militare che civile agli obiettivi della guerra.

L’insieme di questi fattori spiega perché non appena superate le difficoltà del primo dopoguerra nei principali paesi capitalistici si avviò una fase di intensa crescita e trasformazione economica in tutto il mondo occidentale.

Caratteristiche fondamentali di tale andamento furono:

  • l’aumento della domanda collegata con l’ampliamento dei consumi;
  • L’aumento dell’offerta con lo sviluppo di una  produzione di massa collegata con la diminuzione dei prezzi.

Questi due fattori sono in correlazione reciproca: Infatti i consumi privati si possono espandere fino a diventare di massa solo se i  Ben mercato a accessibili punto.it accessibili su realizzabili solo se le industrie riescono ad aumentare la produttività cioè a produrre un maggior numero di beni per unità di lavoro e di capitale. Questo permette di ridurre i costi E quindi i prezzi anche mantenendo o innalzando i profitti. Dall’altra parte l’esistenza di un mercato potenziale di consumatori è necessario per avviare produzione su larga scala la, produzione di serie in modo da aumentare la produttività.

La nuova organizzazione del lavoro 

Nell’età  tra le due guerre iniziò ad affermarsi l’idea che fosse necessario migliorare il rapporto tra tecnologia e lavoro umano:  non era infatti possibile costringere  gli operai a lavorare di più era necessario innovare il sistema produttivo. l’organizzazione scientifica del lavoro teorizzata da Taylor messa in pratica un grande successo negli stabilimenti  di Henry Ford.  consisteva nella scomposizione delle mansioni di lavoro in unità minime e nella fissazione rigida dei tempi necessari a svolgere ogni mansione. questi tempi nelle officine di Ford venivano dettati dalla catena di montaggio. In sostanza si trattava di uno sviluppo dell’originaria induzione di Adam Smith che metteva la divisione del Lavoro come elemento centrale nella produzione della ricchezza. 

L’intuizione di Taylor vedi Ford si realizzò nella produzione delle automobili, il bene simbolo della seconda rivoluzione industriale. l’industria automobilistica si avviò a svolgere un ruolo economico di importanza centrale sia come bene in sé sia per l’indotto di produzioni che stimolò come pneumatici, batterie, fanali, vernici, tappezzeria, cristalli. 

L’automobile: il simbolo della modernità
Il modello T: la prima utilitaria, immagine-simbolo del consumo di massa
La Ford T, fu progettata per il consumo di massa. Ford voleva che ognuno dei suoi operai potesse acquistare la sua macchina.
In tabella si vede l’anno dal quale è iniziata la produzione sulla catena di montaggio.

Accanto all’automobile nel corso degli anni Venti e trenta si sviluppò anche un altro bene particolarmente importante: la radio. L’innovazione che portò questo apparecchio prima che economica fu culturale e politica, perché assieme al Cinematografo con senti un immediatezza un’estensione e una capillarità di informazione di propaganda molto superiori a quelle consentite dai giornali. 

In questa situazione alla fine degli anni ’20 negli USA esplose una crisi che ebbe ripercussioni a livello globale. La crisi del 29 fu la più grave crisi mai conosciuta dal sistema capitalistico industriale: fu un fenomeno che ebbe enormi conseguenze sia sul piano economico-sociale che sul piano politico. Vedi articolo La crisi del 29

Tre tipologie di governi in Europa

I regimi politici in Europa tra le due guerre sono fondamentalmente di tre tipi:

  1. i regimi totalitari che si ispirano a un’ideologia di destra: fascismo italiano e nazismo germanico.
  2. la dittatura totalitaria di Stalin che si ispira ad un’ideologia di sinistra
  3. le democrazie

Il primo dopoguerra

Tutta l’Europa porta con sé un’eredità molto pesante che è quella della Prima Guerra Mondiale. Si è trattato di una guerra totale che ha reso ancora più profondo l’odio per il nemico. La Prima Guerra mondiale era stata una guerra di tutti contro tutti e alla conclusione le tensioni tra i vari paesi europei non erano placate, anzi! La fine della guerra aveva acceso nuove tensioni: infatti i trattati di Pace della Prima Guerra Mondiale sono da considerare tra le cause principali dello scoppio della seconda Guerra Mondiale.

Nel corso del ventennio in tutta Europa si assiste alla restrizione delle libertà democratiche, si assiste all’aumento di intolleranza e dell’autoritarismo che si manifestano progressivamente in diversi stati europei.

Dopo la prima guerra mondiale con il crollo degli imperi centrali e la disillusione dei movimenti nazionalistici aumenta l’adesione ai partiti di ispirazione marxista.

In Ungheria si instaura una repubblica sovietica, si creano movimenti di tipo filo marxisti sia a Vienna che a Berlino. In Italia si assiste a quello che viene definito il biennio rosso in cui le masse si lasciano ispirare e coinvolgere dalle idee socialiste.

In Russia scoppia la rivoluzione bolscevica. Il partito bolscevico prende il potere nell’URSS dopo la guerra civile.

Lenin riteneva che il nuovo regime sovietico avrebbe costituito un modello per tutti gli altri paesi d’Europa. Lui prevedeva che la rivoluzione bolscevica sarebbe dilagata negli altri paesi. La storia dimostrerà che le sue previsioni erano errate.

In quel periodo comunque la frase “fare come la Russia” diventa il motto di tutti i partiti marxisti che sognano la rivoluzione marxista.

Ma se per i partiti marxisti la rivoluzione bolscevica è un sogno, per gli altri partiti invece è un incubo. Gli altri partiti temono l’aumento del potere dei partiti socialisti e la società capitalista si sente minacciata dall’ideologia comunista.

In Italia durante il biennio rosso si assiste alle richieste del popolo tramite sollevazioni popolari, ma le sollevazioni popolari si verificano in molti paesi e la reazione non si lascia attendere.

In risposta alle richieste dei partiti proletari vengono organizzati partiti e formazioni paramilitari con l’obiettivo di bloccare i movimenti popolari e di realizzare regimi autoritari che allontanino la minaccia di una rivoluzione comunista.

In Austria si sviluppano dei gruppi paramilitari. In Ungheria poco dopo la realizzazione della Repubblica sovietica si assiste all’instaurazione di un regime autoritario. In Germania nasce la Repubblica di Weimar, una repubblica che manifesta subito la sua debolezza e la sua fragilità. Nelle crepe di questa struttura si insinua la polemica che favorirà l’instaurarsi della dittatura nazista.

In Italia le istituzioni sono fragili; il potere non è in grado di gestire le sollevazioni popolari e in poco tempo il fascismo prende il potere.

Dalle democrazie ai totalitarismi

Tra le due guerre mondiali la crisi dei sistemi liberali e democratici comportò quindi l’affermazione di regimi autoritari dittatoriali, come il Fascismo in Italia, il Nazismo in Germania, il Comunismo detto anche Stalinismo in URSS. Il fascismo e il nazismo sono ispirate a un’ideologia di destra mentre la dittatura di Stalin è ispirata un’ideologia di sinistra. Questi tre regimi totalitari diventeranno il modello di altri regimi che diventeranno a loro volta totalitarismi.

I paesi democratici

In questa situazione in cui regimi totalitari imperversano in Europa, alcuni paesi cercano di rafforzare la democrazia.

Inghilterra

L’Inghilterra nel corso della prima guerra mondiale ha perso la centralità economica mondiale che deteneva dal XVII secolo. Attiverà una coalizione politica per l’unità nazionale. Il parlamento cercherà di ottenere il consenso anche attraverso una nuova politica economica. Lo stato entrò nel sistema economico del paese per favorire la ripresa economica dopo la prima guerra mondiale.

Francia

In Francia il fronte popolare funzionerà da arbitro nei conflitti sociali. La Francia e rimane un paese democratico fino all’invasione di Hitler

USA

Negli Stati Uniti la crisi del ‘29 metterà in scacco l’economia. Dopo 3 anni di crisi viene eletto il presidente Roosevelt. Egli inaugura il New Deal il nuovo corso. Attiverà delle misure di controllo del capitalismo, favorirà il sostegno della domanda con grandi opere pubbliche, farà un grande investimento nella spesa pubblica per favorire l’occupazione, attiverà delle misure di controllo del sistema finanziario.

Le riforme attuate da Roosevelt saranno funzionali alla ripresa economica e sociale. Tutte le manovre economiche del presidente vengono potenziate da un’efficace propaganda.

In questo modo Roosevelt ottiene il consenso che manterrà tanto da essere rieletto per tre legislature.

Barbero – Confronto tra fascismo nazismo e comunismo

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Il Settecento

Il secolo dell’Illuminismo, di Goldoni, dei fratelli Verri, dei primi giornali in Italia e in Europa.