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letteratura italiana del Trecento

Petrarca poeta dell’amore

Francesco Petrarca il poeta che cantò l’amore

Pubblicato su Feltrino News Dicembre 2021

Francesco Petrarca è da tutti conosciuto come il padre della poesia amorosa: l’opera che l’ha reso immortale è il Canzoniere, una raccolta di 366 poesie quasi tutte dedicate a Laura.

Petrarca nasce nel 1304 ad Arezzo da una famiglia fiorentina in esilio per motivi politici. Nel Medioevo due erano i “partiti” che animavano la vita comunale, i ghibellini e guelfi: gli uni riconoscevano il potere all’Imperatore, mentre gli altri vedevano nel papa l’unica vera autorità.

A Firenze, una città ricca di attività e di cultura, tra il Duecento e il Trecento si sono alternati i governi dei guelfi e dei ghibellini. Allora succedeva che, quando un partito vinceva, a volte si limitava a cacciare gli esponenti dell’altra parte, altre li condannava a morte, requisiva i loro beni o faceva bruciare le loro case.

Nel 1260 i ghibellini avevano sconfitto i guelfi, ma nel 1267 i guelfi si erano ripresi Firenze. I fiorentini però erano un popolo rissoso; infatti non passò molto tempo che iniziarono a litigare tra loro e la città si trovò nuovamente divisa tra due fazioni: i guelfi bianchi e i guelfi neri.

I bianchi sostenevano che il papa non dovesse entrare nelle questioni politiche della città per interessarsi solo alle questioni spirituali, mentre i neri volevano mantenere i legami politici con il papato. E così le lotte a Firenze erano continuate, il contrasto tra le due fazioni sempre più lacerante. Nel 1301 i bianchi vennero cacciati e furono mandati in esilio; questa fu quindi la sorte del padre di Petrarca e anche di un altro famosissimo poeta, Dante Alighieri. 

Per questo motivo Francesco Petrarca nasce lontano dalla sua Firenze, sotto il segno dell’esilio. La condizione di esule lascerà in lui un segno indelebile, tanto che lui, durante tutta la vita, dichiarerà di sentirsi «straniero ovunque».

Quando Francesco ha 8 anni la sua famiglia si trasferisce ad Avignone, in Francia, perché il padre è chiamato a lavorare alla corte del papa; ricordiamo che nel corso del Trecento la sede papale, per una settantina d’anni circa, è spostata ad Avignone, sotto la tutela del sovrano francese.

Nel 1316, obbligato dal padre, Francesco inizia a studiare legge a Montpelier e quattro anni dopo prosegue gli studi a Bologna. Quando suo padre muore, Petrarca può finalmente abbandonare gli studi di legge, per dedicarsi alle amate lettere; si trova però di fronte alla necessità di trovare un sostegno economico.

Nel Trecento, nessuna attività, al di fuori del mondo clericale, permetteva di dedicarsi allo studio; per questo, a 22 anni Petrarca decide di abbracciare la carriera ecclesiastica, non per chiamata divina (lui è uomo di mondo, attratto sia dalla fama, che deriva dall’essere poeta, che dal gentil sesso) ma per seguire la sua vocazione letteraria e filosofica.

Il poeta trascorre gli anni successivi come cappellano della famiglia Colonna: una condizione che gli permette sia di viaggiare, che di cercare pace e isolamento per i suoi studi.

Il 6 aprile del 1327 accade un fatto che segnerà per sempre la vita del poeta. Francesco si trova ad Avignone, nella chiesa di santa Chiara, alla celebrazione del Venerdì Santo quando i suoi occhi incontrano quelli di una giovane donna. Lui rimane agganciato a quello sguardo, si innamora perdutamente di lei e, come dichiara in un sonetto, i suoi guai iniziano lì: mentre tutta la Chiesa soffre per la morte di Cristo, Francesco conosce le pene d’amore. Lui, uomo di chiesa e di lettere, si innamora di Laura, giovane donna bionda, con occhi luminosi e voce angelica.

Inizia così il dissidio che lacera l’anima del poeta per tutta la vita: da un lato la scelta religiosa, dall’altra la passione per le cose del mondo, l’amore e la gloria.

Sul fronte letterario moltissime sono le opere che gli danno notorietà. Convinto di ottenere fama e gloria attraverso le opere in latino, ci si dedica con passione e nel 1341 il suo impegno intellettuale viene premiato: è incoronato “poeta” in Campidoglio, dal re di Napoli.

Ma all’amore per le lettere, si affianca la sua passione per le donne: non solo è innamorato di Laura, alla quale dedica centinaia di poesie, ma ha anche due figli.

Queste due tensioni, che lo portano verso direzioni opposte, provocano una lacerazione nell’animo del poeta. Francesco si sente incoerente perché l’amore per Laura lo allontana da Dio, a cui, per scelta ha consacrato la vita, ma non riesce a fare diversamente.

E come ne esce?

Petrarca trova una straordinaria via d’uscita a questo suo dissidio: scrivere. 

Alla scrittura Francesco affida le pene del suo animo e crea delle liriche in cui mira alla perfezione della forma poetica.

Continua a lavorare alle sue poesie per tutta la vita, le lima fino a raggiungere una raffinatezza assoluta e, in quella perfezione, la lacerazione della sua anima si placa, l’istanza terrena e l’istanza spirituale trovano finalmente la pace.

Le liriche che compongono il Canzoniere sono per la maggior parte dedicate a Laura. Le poesie sono scritte tutte in volgare, la lingua che il popolo parlava nel Trecento. Petrarca non immaginava che l’opera che gli avrebbe dato l’immortalità sarebbe stata una delle due che aveva scritto in volgare, ma è andata proprio così; infatti oggi solo pochi ricordano le sue opere latine ma moltissimi di noi hanno letto almeno un suo sonetto.

Nelle sue liriche il poeta racconta le gioie dell’innamoramento, il dolore per la distanza da una donna che gli concede solo qualche sorriso, la speranza che si accende quando i loro sguardi si incrociano, il dolore per la morte di lei e la consolazione che gli deriva dal pensiero dell’amata.

Dopo una vita di viaggi, Petrarca muore a settant’anni, ad Arquà Petrarca.

Le sue poesie sono diventate il modello della poesia amorosa e da allora i poeti di tutti i tempi si sono misurati con le sue liriche.

Se volessimo oggi chiedergli un consiglio, io immagino che ci direbbe: “Scrivete, aprite la vostra anima, dedicatevi con amore alla scrittura e lì troverete pace.”

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Dante

Dante Alighieri il poeta che arrivò alle stelle

Pubblicato su Feltrino News gennaio 2022

Dante è il più importante autore della letteratura italiana e la Divina Commedia, può essere considerata una delle opere più autorevoli della cultura occidentale.

Dante Alighieri nasce a Firenze nel 1265. All’età di 9 anni incontra Beatrice, la fanciulla che segnerà indelebilmente la sua vita. La incontra di nuovo nove anni dopo, quando lei, per la prima volta, lo saluta. Questo cenno si imprime nel cuore del poeta, che se ne innamora, perdutamente.

La famiglia, come era consuetudine, gli aveva già destinato una moglie e a 20 anni, Dante sposa Gemma Donati, figlia di un importante esponente della nobiltà fiorentina.

In questi anni scrive alcune opere, la più importante delle quali è La vita nova. In essa il poeta celebra il suo amore per Beatrice, morta a 24 anni; conclude dichiarando che non scriverà più di lei fino a quando non potrà parlarne in maniera più degna.

La famiglia di Dante appartiene alla piccola nobiltà in un tempo in cui si contendono il potere nei comuni italiani i guelfi e i ghibellini: due partiti che si schierano l’uno dalla parte del papa e l’altra da quella dell’imperatore. Ma, quando i ghibellini vengono sconfitti, i guelfi fiorentini, non riuscendo comunque ad andare d’accordo, si dividono in Bianchi, che non vogliono l’ingerenza del papa nella politica di Firenze, e Neri, supportati dal papato. Dante si schiera dalla parte dei Bianchi.

Verso la fine del Duecento il poeta inizia una brillante carriera politica che lo porta ad essere prima nel Consiglio del Popolo e poi nel Consiglio dei Savi. Nel 1300 viene addirittura eletto, per un bimestre, all’alta carica di Priore.

La sua carriera folgorante però è destinata a concludersi presto. Infatti nel 1301 Dante viene inviato a Roma, assieme ad altri esponenti di parte bianca, per parlare col papa Bonifacio VIII, ma il pontefice fa il doppio gioco. Mentre a Roma il papa parla con i Bianchi, a Firenze i Neri prendono il potere con l’approvazione papale.

I rappresentanti dei Bianchi che erano a Roma vengono dichiarati fuorilegge, quelli che sono a Firenze vengono cacciati. Dante viene ingiustamente accusato di baratteria; non farà più ritorno nella sua amata patria!

Il nuovo secolo segna quindi per Dante l’inizio di una nuova vita all’insegna della scrittura nelle varie corti della penisola. Muore a Ravenna nel 1321 senza aver più rivisto Firenze.

Tra il 1301 e il 1306 inizia a scrivere le opere che lo consacrano padre della lingua italiana.

Il De vulgari eloquenza è un trattato scritto in latino. L’intenzione del poeta è quella di spiegare al pubblico colto, le potenzialità nella nuova lingua: il volgare è ormai una lingua matura al punto da poter affrontare qualsiasi argomento.

Anche il Convivio è trattato scritto invece in volgare. Il titolo rinvia all’idea della festa, della condivisione. Dante infatti si pone come un esperto padrone di casa che apre le porte del suo sapere e invita ognuno di noi alla tavola della conoscenza. Vuole che ogni cittadino possa nutrire la sua anima al banchetto della sapienza e della cultura.

Ma entrambe le opere rimangono incompiute forse perché intorno al 1306 inizia a scrivere la sua opera più importante, la Divina Commedia.

Il poeta racconta di aver viaggiato nei tre regni dell’oltretomba medievale: Inferno Purgatorio e Paradiso.

Il viaggio inizia nella paura: il poeta si è perso nella Selva oscura, un luogo da cui non è mai uscita anima viva. Quando sta per farsi cogliere dalla disperazione, arriva dall’alto un aiuto insperato. Tre donne, che stanno in Paradiso, si muovono in suo soccorso: la Madonna, santa Lucia e Beatrice. Ecco dunque che ritroviamo la donna amata, quella di cui aveva smesso di parlare nella Vita nova. Lei è in Paradiso. Ed è in virtù dell’amore per lei che Dante compie quel viaggio straordinario: è l’amore per Beatrice che lo porta a riconoscere i suoi errori, a purificarsi e così ad elevare il suo animo.

La Divina commedia ha avuto da subito un successo straordinario per diversi motivi.

Innanzitutto le parole di Dante sono “vere”, sono dotate di verità. Raccontano infatti di un viaggio che l’uomo Dante ha percorso, un cammino all’interno del suo Inferno personale, che è simile all’inferno che ogni uomo incontra in qualche fase della vita.

Il poeta è stato cacciato dalla sua terra, dalla sua gente. Quanti uomini e donne oggi hanno dovuto lasciare case e affetti? Dante ci racconta il suo sentire, tra le inevitabili paure che lo assalgono e le risorse di cui dispone: uno stato d’animo che è comune all’uomo di ieri e a quello di oggi.

Nell’Inferno e nel Purgatorio il poeta incontra i vizi e le virtù degli uomini, modelli negativi e modelli positivi. In questa alternanza tra bene e male, Dante ci mostra che ogni estremismo è sempre sbagliato. 

Nell’Inferno ci indica la cristallizzazione del male, i rischi di chi persevera nell’errore e non si assume la responsabilità dei propri sbagli. 

Nel Purgatorio invece insegna che qualsiasi colpa può essere espiata, quando si è disposti a farsi carico degli errori commessi, e, per aiutare i penitenti, la Somma Sapienza ha posto degli angeli virtuosi che indicano le virtù necessarie per uscire dal peccato. 

Il percorso di purificazione porta poi tutte le anime in Paradiso, nella pace, nella beatitudine suprema.

Ma un simile viaggio non si può compiere in solitudine. Nessun uomo potrà mai riuscire ad affrontare i propri demoni da solo: c’è bisogno di una guida, un buon padre, un maestro. Così il poeta è affiancato da Virgilio prima, da Beatrice e San Bernardo poi. Quando affrontiamo i nostri demoni abbiamo bisogno di aiuto, per non soccombere, per imparare, per voltar pagina. Il maestro è colui che sa dire la parola giusta al momento giusto, che indica la via da intraprendere, ma che lascia che il discepolo sbagli e acquisisca l’esperienza necessaria.

Tutto questo si può imparare attraverso il viaggio di Dante.

Il Sommo poeta inoltre ci sprona ad essere umili e a chiedere aiuto: quando da soli non ce la facciamo, con un Maestro possiamo arrivare fino al fondo buio del nostro personale inferno, per poi tornar su a riveder le stelle.

Nel viaggio Dante ci fa incontrare animi grandi, i magnanimi, ci mostra cioè la grandezza dell’animo umano. E in questo mostrarci la magnanimità altrui, ci mette in contatto con la nostra. Tutti noi abbiamo un animo grande, un animo forte e saggio. Basta solo che ce lo ricordiamo. Basta solo che noi prendiamo contatto con questa nostra dimensione, che lo ricerchiamo perché spesso è solo nascosto sotto le nostre piccole meschinità. 

Ma abbiamo bisogno solo di riappropriarcene per ritrovare in noi quella grandezza che sappiamo ammirare negli altri.

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Il Decameron

Il Decameron è la più importante delle opere di Giovanni Boccaccio. È una raccolta di cento novelle inquadrate in una cornice narrativa. L’opera viene scritta nel periodo terribile della peste a Firenze, tra il 1348 e il 1353. L’autore continua poi un lavoro di revisione fino al 1370 circa, epoca a cui risale la stesura definitiva autografa.

Il titolo deriva dalla lingua greca e significa Dieci giornate e si riferisce alla struttura narrativa del testo.

Il Decameron racconta che durante la peste del 1348, a Firenze, un’«onesta brigata» composta da sette ragazze e tre ragazzi decide di scappare dalla città e si rifugia in una villa presso Fiesole per sfuggire al contagio. Tra gli altri passatempi, i giovani raccontano per dieci giorni una novella a testa. Ogni giorno uno di loro stabilisce il tema delle novelle che verranno narrate; solo nella prima e ultima giornata il tema è libero.

Narratori e temi delle giornate

La struttura a cornice

Boccaccio introduce la sua opera presentando la situazione di Firenze. Quindi introduce la vicenda dei dieci giovani che decidono di fuggire; questa vicenda fa da cornice ai cento racconti narrati dai giovani.

Struttura del Decameron

I protagonisti dell’opera di Boccaccio, tramite la parola e il racconto, ricreano artisticamente un mondo nuovo da contrapporre a quello in cui vivono, devastato dalla pestilenza che incombe sulla città e su tutto il mondo in quegli anni.

Il novellare di Boccaccio

Boccaccio crea una struttura coerente sia da un punto di vista formale che di contenuto. Tra la prima e l’ultima novella, che rappresentano una il male e l’altra il bene, è ritratta una variopinta umanità che si colloca tra le due polarità.

Il male è rappresentato dalla figura di Ser Ciappelletto nella prima novella della prima giornata, il bene è rappresentato da Griselda, nell’ultima novella dell’ultima giornata. In questo modo Boccaccio realizza un percorso ascensionale, dal male al bene.

Nelle diverse novelle Boccaccio percorre diversi temi e presenta anche le sue riflessioni sulle finalità e sui modi del novellare.

Nelle novelle Boccaccio racconta l’intera gamma delle esperienze umane, presenta uno spaccato della varia umanità del Basso medioevo con un’attenzione particolare alla borghesia, classe sociale a cui anche lui appartiene. In essa egli alterna vari toni, diversi temi e variopinti personaggi.

I temi affrontati sono:

  • Fortuna
  • Intelligenza
  • Amore
  • Comicità

Fortuna

La fortuna è intesa come sorte capricciosa, perché è lei che determina il successo o il fallimento di ogni iniziativa; all’uomo non rimane che prenderne atto e mettere a frutto tutte le sue risorse cercando così di raggiungere gli obiettivi che si pone.

Nelle novelle emerge chiaro il pensiero che abbandonarsi irrazionalmente alle proprie passioni porta effetti negativi.

Intelligenza

Intelligenza, audacia e spirito di iniziativa sono le virtù a cui l’uomo deve affidarsi per poter interagire positivamente con la sorte. Anche se la fortuna rimane comunque arbitra ultima di ogni esito, arguzia impegno e coraggio aiutano a risolvere anche la malasorte. Si precisa che Boccaccio non cerca mai di proporre modelli di azione, ma si limita solo ad osservare, a catalogare le molteplici e contraddittorie sfaccettature delle vicende umane.

Amore

L’uomo per sua natura aspira alla felicità; tale felicità spesso si identifica con il possesso della persona amata. La sorte talvolta è favorevole e altre volte è contraria. L’amore accende sempre lo spirito di iniziativa, sia nell’uomo che nella donna. Anche se non sempre tali iniziative hanno esiti fortunati, l’intraprendenza è dote necessaria all’uomo per risolvere qualsiasi situazione.

Il tema della sessualità è spesso presente. L’autore però sottolinea come la sessualità sia solo uno degli aspetti della passione amorosa, il più basso e il più rozzo.

Anche Boccaccio come gli stilnovisti, mostra che l’amore è una forza che conduce l’uomo a raffinarsi e a innalzarsi moralmente al di sopra di sé stesso.

La comicità

Per Boccaccio la comicità, la risata, è uno degli ingredienti indispensabili ad una vita felice, importante quanto l’amore. Le giornate sesta settima e ottava offrono una serie di novelle, che mostrano le infinite sfaccettature del comico. La comicità assume spesso i tratti della beffa, beffa che viene ordita a volte per ottenere un vantaggio concreto, altre solo per mettere alla prova l’ingegno del beffatore di fronte all’ingenuità del beffato.

La società del Decameron

Col Decameron Boccaccio mette in scena la società del tempo in tutte le sue contraddittorie componenti economiche e sociali. Con grande sagacia Boccaccio ci mostra pregi e difetti dei vari ceti che popolano la sua epoca.

Nel suo osservare, Boccaccio sembra anche proporre un nuovo modello di civiltà, che si ponga in armonico equilibrio fra lo spirito pratico e scaltro della borghesia e quello liberale e magnanimo della nobiltà.

Non risparmia neppure il clero, del quale presenta abitudini e pratiche che si discostano dagli ideali spirituali a cui sarebbe chiamato.

Lo scopo dell’opera

Nel proemio Boccaccio dichiara il suo intento: vuole offrire al lettore sia distrazione e svago che consigli pratici su cosa utile evitare.

«diletto di sollazzevoli cose e utile consiglio su ciò che sia da fuggire e da seguitare»

Boccaccio, proemio Decameron

Il  pubblico del Decameron è identificato da Boccaccio nelle donne.

Dalle novelle il suo progetto educativo nel quale rinuncia a proporre rigide regole di comportamento per mostrare invece quanto sia necessario osservare lucidamente, e con spirito critico, questo mondo contraddittorio e mutevole in modo da trovare strategie e vie d’uscita.

La conclusione

L’opera si conclude con parole di ringraziamento.

Nobilissime giovani, a consolazion delle quali io a cosí lunga fatica messo mi sono, io mi credo, aiutantemi la divina grazia, sí come io avviso, per li vostri pietosi prieghi, non giá per li miei meriti, quello compiutamente aver fornito che io nel principio della presente opera promisi di dover fare; per la qual cosa, Iddio primieramente ed appresso voi ringraziando, è da dare alla penna ed alla man faticata riposo. 
Io , Giovanni Boccaccio, concludo il mio lavoro rivolgendomi a voi,  nobilissime  giovani, dicendo che ho scritto per voi, con l’aiuto della grazia divina,  un’opera che mi è costata una grande fatica.
Sicuramente mi hanno giovato, nel portare a termine un lavoro così impegnativo, le vostre preghiere.
Ringrazio, quindi, prima di tutto Dio e poi tutte voi, prima di dar riposo alla penna e alla mano.

Decameron – Proemio

Il testo è parafrasato e talvolta semplificato per essere accessibile a tutti.

Comincia il libro chiamato Decameron, nel quale sono raccolte cento novelle narrate in dieci giorni da sette donne e da tre giovani uomini.

È caratteristica degli esseri umani avere pietà degli afflitti: soprattutto di coloro che nella vita hanno, a loro volta, ricevuto conforto e compassione da alcuni. Io, Giovanni Boccaccio, sono uno di quelli.

Infatti, da quando ero molto giovane ad oggi sono stato innamorato di una donna di stirpe reale, Maria d’Aquino o Fiammetta. Io mi sono innamorato di lei nonostante io sia di umile origine: infatti sono figlio di un mercante.

Questa situazione ha fatto nascere in me una continua ansia, che non mi dava mai tregua, non per crudeltà della donna amata, ma per un’angoscia che tormentava la mia mente. Mi hanno dato sollievo i ragionamenti e le consolazioni di alcuni amici, che mi hanno impedito di morire.

Ma dal momento che tutte le cose del mondo sono destinate a finire, come piace a Dio, il mio immenso amore, pian piano, diminuì da solo. E fu così che nella mia mente il dolore sparì e rimase solo il piacere e la dolcezza di questo amore.

Ma, cessata la pena, mi rimane ancora il ricordo del sostegno ricevuto dagli amici e del sollievo che mi procurarono. Questo ricordo rimane in me e non passerà mai. Di questo sono ancora molto grato a loro e io donerò questa mia gratitudine alle donne leggiadre, più che agli uomini.

Infatti le donne, tengono spesso nascoste, nei loro cuori delicati, le fiamme dell’amore. Inoltre, spesso obbligate dalla volontà dei padri, delle madri, dei fratelli e dei mariti, trascorrono gran parte del tempo nello spazio limitato delle loro piccole camere, stando sedute quasi oziose, sole con i loro pensieri, che non sempre sono allegri.

E quando la loro mente è intristita da qualche malinconia d’amore, questa tristezza vi rimane a lungo, se non viene rimossa da nuovi pensieri.

Lo stesso invece non avviene negli uomini innamorati. Infatti essi hanno molti modi di alleggerire i pensieri e le malinconie d’amore: possono andare a caccia, pescare, cavalcare, giocare, dedicarsi al commercio. Tutte queste sono occupazioni che li distraggono dal noioso pensiero dell’amore, fino a quando esso non diminuisce naturalmente come è accaduto a me.

Per questo io voglio narrare queste mie cento novelle, per porre riparo al torto che la sorte fa alle donne. Le cento novelle sono raccontate in dieci giorni da una allegra brigata composta da dieci giovani, sette donne e tre uomini. I racconti sono stati fatti durante la pestilenza che ha provocato tante morti. Non ci sono solo le novelle ma si trovano qui anche alcune canzoni, cantate dalle donne per divertimento.

In queste novelle sono raccontate diverse storie casi d’amore, ambientate sia nei tempi moderni che in quelli antichi.

Le donne, leggendo queste novelle, potranno divertirsi, distrarsi e ricavarne qualche utile consiglio su cosa sia meglio fuggire, finché non si placano le pene d’amore. E, se questo accadrà, invito le donne a ringraziare Amore, che liberandomi dalla sofferenza, ha permesso che mi dedicassi ai loro piaceri.

Introduzione

Versione semplificata, sintetizzata e parafrasata per essere comprensibile a tutti.

Situazione di Firenze

Dico, dunque, era l’anno 1348, quando nella città di Firenze e nelle altre bellissime città d’Italia, giunse la terribile pestilenza, che, per opera degli astri celesti o per la giusta ira di Dio, fu mandata come punizione sui mortali a causa delle nostre opere inique. Incominciata alcuni anni prima in Oriente, senza fermarsi, la pestilenza si spostò, ampliandosi, verso Occidente.

A nulla valsero la prudenza e i provvedimenti presi per motivi sanitari,: fu pulita dalle immondizie tutta la città, ad opera di ufficiali all’uopo comandati e agli ammalati fu proibito di entrare in città. A nulla valsero neppure le preghiere rivolte a Dio da persone devote, né servirono le processioni.

All’inizio della primavera la pestilenza cominciò a dimostrare i suoi terribili effetti. [ … ] Solo pochissimi guarivano, anzi, quasi tutti al terzo giorno dalla comparsa dei sintomi, morivano.

La peste passava dagli infermi ai sani, come fa il fuoco con le cose secche. Il contagio si diffondeva non solo se si parlava o si stava vicino agli infermi, ma anche se si toccavano i panni o qualsiasi cosa che era stata da loro usata.

E accadde un’altra cosa imprevedibile in questa pestilenza: essa attaccava non solo gli uomini tra loro, ma passava anche agli animali, uccidendoli in brevissimo tempo. Un giorno vidi con i miei occhi che erano stati gettati in mezzo alla strada gli stracci di un pover’uomo morto di peste. Due maiali li afferrarono e vi si avvolsero. Dopo appena un’ora i porci caddero a terra morti. Per questo i vivi pensarono bene di evitare gli infermi e le loro cose, sperando, in tal modo, di acquistare salute.

Alcuni ritenevano che vivere con moderazione, senza cose superflue, li avrebbe protetti dalla peste. Si riunivano in gruppetti e vivevano isolati nelle case in cui non c’era alcun malato, mangiando cibi e bevendo vini leggeri e delicati, evitando ogni lussuria e non parlando né di morti, né di infermi.

Altri, al contrario preferivano bere molto e godere, mangiare smodatamente, beffandosi di ogni cura e medicina, andando in giro per taverne, facendo solo ciò che arrecasse loro piacere. Certi che non sarebbero vissuti a lungo, abbandonavano le loro case. Per questo molte case erano state abbandonate ed occupate da estranei e da ammalati.

In tanta miseria, nella città le leggi non avevano più autorità perché i ministri o gli esecutori di esse o erano morti o erano malati. Per questo non potevano attendere ai propri doveri. E tutti facevano quello che volevano, senza alcun rispetto delle leggi.

Altri, ancora, seguivano una via di mezzo tra i due estremi.

Bevevano e mangiavano moderatamente, usavano le cose, senza rinchiudersi, andavano in giro portando nelle mani fiori e spezie odorose, avvicinandole continuamente al naso, per vincere il puzzo dei morti, dei malati e delle medicine.

Altri, ancora, ritenevano che la cosa migliore fosse abbandonare la propria città ed andare in campagna, in periferia, pensando che la peste colpisse solo chi abitava in città.

Ormai ogni cittadino evitava l’altro e non ci si prendeva più cura dei parenti, uomini e donne. Un fratello abbandonava suo fratello, la moglie abbandonava il marito, i padri e le madri, cosa terribile, abbandonavano i figli, quasi come se non fossero propri, e si rifiutavano di accudirli. Per questo chi si ammalava non aveva alcun aiuto. Restava solo la carità degli amici, in verità molto pochi, e l’avidità dei servitori. Questi non facevano altro che porgere agli ammalati alcune cose da loro richieste e stare a guardare quando morivano. Spesso poi questi perdevano anche sé stessi insieme con il guadagno, perché morivano per il contagio.

Per l’abbandono da parte dei parenti e degli amici, si diffuse una consuetudine mai udita prima. Quando una donna, anche se molto bella, si ammalava, prendeva a suo servizio un uomo. A lui si affidava per tutte le cure e le incombenze, anche le più intime, che la sua malattia richiedeva. Questo comportamento portò le donne sopravvissute ad acquisire comportamenti di discutibile moralità.

E siccome morirono tantissime persone, quelle che sopravvissero, fecero cose contrarie agli onesti costumi di prima. Era usanza che i parenti e i vicini di casa del morto si riunissero e piangessero. Era solito venire anche un rappresentante del clero che portava il morto in chiesa. Man mano che la pestilenza divenne più feroce, queste usanze cambiarono. Molti morivano da soli, senza alcun conforto e non potevano essere trasportati nella chiesa che avevano scelto. Venivano, invece, prelevati da persone pagate, chiamate “beccamorti”, che li portavano nella chiesa più vicina. Lì, senza solenni rituali i cadaveri venivano seppelliti in qualche tomba ancora vuota.

La gente umile stava ancora peggio. Poiché non aveva potuto lasciare la propria casa abitata da molte persone, venivano contagiati rapidamente, non avevano alcun aiuto e tutti morivano.

I vicini, temendo per sé, gettavano i corpi dei morti o degli infermi nella strada. I vicini tiravano fuori i morti, li ponevano davanti agli usci e facevano venire le bare. Ben presto le bare furono insufficienti e allora misero molti cadaveri in una sola bara. Nei cimiteri venivano messi anche
sei o otto morti sotto una stessa croce, senza che essi fossero onorati da alcuna lacrima, senza candele, senza conforto. I morti venivano trattati come capre.

Man mano che la moltitudine dei cadaveri aumentava, non fu possibile seppellirli in terra sacra, nelle chiese e quindi si scavarono delle grandissime fosse comuni dove si misero i morti a centinaia.

Anche nella periferia della città le cose non andarono meglio: i poveri, con le loro famiglie, morivano come bestie, abbandonando i sani costumi antichi, lasciando i loro animali, buoi, asini, pecore, capre, porci, polli e cani. Gli animali andavano in giro per la campagna, nutrendosi a sazietà, senza controllo, e, a sera, ritornavano a casa spontaneamente.

Dunque, ritornando alla città di Firenze, si può dire che, tra il marzo e il luglio del 1348, morirono più di centomila creature umane. Quanti palazzi e belle case, in precedenza pieni di nobili famiglie, rimasero vuoti!

Introduzione alla narrazione

Un martedì mattina, [ … ] nella Chiesa di Santa Maria Novella [ … ]si ritrovarono sette donne di età compresa tra i diciotto e i ventotto anni. Queste giovani donne erano unite da amicizia o da parentela; erano tutte di sangue nobile, molto belle ed oneste. Non posso dire i loro nomi perché le cose da loro raccontate, potrebbero metterle in difficoltà e attirare loro delle critiche. Però, per poter comprendere chi racconterà le novelle nei vari giorni, darò loro un nome di fantasia.

Chiamerò la prima Pampinea, che è la più grande di età, la seconda Fiammetta, la terza Filomena, la quarta Emilia, la quinta Lauretta, la sesta Neifile, la settima, a ragione, Elissa.

Le fanciulle sono sette come i giorni della settimana, come i pianeti, come le virtù teologali e cardinali, come le Arti Liberali e sono le nuove Muse, ispiratrici di poesia. Le sette fanciulle, trovatesi lì per caso, dopo aver pregato a lungo, cominciarono a ragionare.

Iniziò a parlare Pampinea e disse:

“Donne mie care non offendiamo nessuno se troviamo un sistema che ci permetta di sopravvivere in questa difficile situazione. Ogni volta che penso a come viviamo, sto male. Infatti trascorriamo le giornate ascoltando i nomi di chi è morto o di chi sta per morire e pensando ai parenti che soffrono. Quando torniamo alle nostre case, vediamo solo ombre dei nostri cari defunti. A mio avviso è inutile continuare a stare qui, a piangere i morti e a correre il rischio di morire noi stesse per contagio. Penso invece che sarebbe opportuno che noi lasciassimo la città e ce ne andassimo a stare in campagna. Lì potremmo vivere in allegria, vivendo tutto il piacere possibile, in onestà. In campagna si sentono gli uccelli cantare, si vedono le verdi colline e le pianure, i campi ondeggiare come il mare e alberi di vario genere; si vede il cielo aperto, un paesaggio molto più bello rispetto a quello che vediamo se stiamo a guardare dalle mura vuote della nostra città. In campagna c’è un’aria più fresca e muoiono meno persone che in città, perché ci sono meno case e meno abitanti. Qui noi non lasciamo nessuno, perché i nostri sono tutti morti. Perciò credo che sia una buona idea quella di prendere le nostre cose e spostarci oggi in un luogo, domani in un altro, dove poter vivere in allegria e in festa, prendendo quello che questo tempo lugubre può offrire, prima che sopraggiunga la morte”.

Le altre donne approvarono l’idea di Pampinea e, desiderose di attuarlo, si misero a discutere. Filomena prudentemente disse:

“Donne, ricordatevi che siamo tutte femmine e le femmine, senza l’aiuto e il consiglio di un uomo, non sanno regolarsi. Siamo volubili, litigiose, sospettose, paurose, per cui temo che, se non ci procuriamo qualche altra guida, la nostra compagnia si scioglierà presto. Per questo è opportuno organizzarci, prima di cominciare”.

Elissa, allora, disse:

“È vero che gli uomini sono a guida delle donne. Senza di loro raramente le opere femminili giungono a buon fine. Ma come possiamo avere noi questi uomini? I nostri sono morti o sono sparsi qua e là, è impossibile ritrovarli. Prendere uomini sconosciuti non è opportuno sia per la nostra salute che per lo scandalo che ne seguirebbe”.

Mentre le donne così ragionavano, entrarono nella chiesa tre giovani belli e garbati, il più giovane dei quali non aveva meno di venticinque anni. I tre si chiamavano Panfilo, Filostrato e Dioneo.

Essi erano i fidanzati di tre delle sette donne che stavano lì discutendo e provarono una grande consolazione nel vedere che le loro amate stavano bene. Tra loro c’erano anche alcune che erano loro parenti.

Appena le donne li videro, Pampinea, sorridendo, disse “Ecco che la fortuna è favorevole ai nostri progetti e ci pone davanti giovani onesti e valorosi, che, se vorranno, ci faranno da guida”.

Neifile, arrossì fortemente, perché era una delle tre fanciulle amata da uno dei giovani; quindi disse:

“Pampinea, dobbiamo stare attente perché, dal momento che questi tre giovani sono innamorati di alcune di noi, anche se non facciamo niente di male, questo potrebbe provocare tensioni e malintesi tra noi”.

Disse allora Filomena:

“Io credo che se viviamo assieme onestamente, non abbiamo niente da rimproverarci. Se essi fossero disposti a venire, come ha detto Pampinea, sarebbe un colpo di fortuna“.

Le altre fanciulle, alle parole di Filomena tacquero e assentirono. Tutte d’accordo, decisero quindi di chiamare i giovani e di chiedere se volevano partecipare con loro a quell’impresa.

Pampinea quindi si avvicinò con un sorriso, spiegò il programma e chiese loro di accompagnarle con animo puro e fraterno.

I giovani inizialmente credettero che si trattasse di uno scherzo, poi, vedendo che la donna parlava sul serio, risposero, lieti, di essere pronti per la partenza.

Preparata, dunque, ogni cosa, il giorno seguente, le donne, con alcune delle loro domestiche, e i tre giovani, con i tre servi, si allontanarono dalla città per circa due miglia e giunsero al luogo prescelto.

Questo luogo era su una collinetta sul colle di Fiesole, sembra fosse la casa abitata da Giovanni Boccaccio. Lontano dalle strade, tra piante e alberelli, sulla cima del colle vi era un palazzo con un grande cortile nel mezzo, con logge, sale e camere, tutte bellissime. Le stanze erano ornate di dipinti che raffiguravano prati e giardini, fonti di acqua. Inoltre vi erano cantine piene di vini preziosi, che si addicevano più ad esperti bevitori che a sobrie ed oneste fanciulle.

La casa era pulita, con i letti fatti, ed era piena di fiori di stagione.

Dopo essersi accomodati, Dioneo, giovane pieno di spirito, disse:

“Donne, che, con tanto senno, ci avete guidati qui, non conoscendo le vostre intenzioni, vi dico subito le mie. Io voglio scherzare, ridere e cantare insieme con voi. Ma se non siete d’accordo io me ne torno nella città piena di tribolazioni”.

Pampinea, lieta, rispose:

“Dioneo, parli bene, noi qui vogliamo vivere festosamente, per questo siamo fuggiti dalle tristezze della città. Ma, poiché le cose senza ordine non possono durare, io ritengo necessario che venga designato un capo a cui noi tutti obbediamo. E affinché ciascuno provi il peso della responsabilità e affinché non vi sia nessuno che provi invidia, propongo questo: a ciascuno di noi si attribuisca, per un giorno, il comando della brigata. Propongo inoltre che tutti noi eleggiamo chi comanderà per primo. Il Capo dei giorni che seguiranno, sarà scelto ogni giorno, al tramonto, da colui che ha comandato in quella giornata”.

Queste parole piacquero molto a tutti, ed essi, ad una voce, elessero regina Pampinea. Filomena corse a raccogliere un ramo di alloro, ne fece una ghirlanda che pose in testa a Pampinea. La corona quindi rimase ad indicare chi deteneva il comando nelle varie giornate.

Pampinea, incoronata regina, comandò che tutti tacessero, poi assegnò alla servitù i vari incarichi.

[ … ]

Quando tornarono all’ora stabilita e si sistemarono nello spazio assegnato dalla Regina, trovarono che Parmeno aveva organizzato il pranzo.

Furono portate delicatissime vivande e vini finissimi e silenziosamente i tre servi servirono le tavole. Tutti mangiarono lietamente, scambiandosi piacevoli discorsi.

Finito il pranzo, la regina ordinò che fossero portati gli strumenti per suonare, ritenendo che le donne sapessero cantare ed anche gli uomini sapessero suonare e cantare.

Dioneo prese un liuto e Fiammetta una viola e cominciarono a suonare una musica, la Regina con le altre donne e i giovani, mandati i servi a mangiare, scelse una canzone e, con passo lento, cominciò a cantare.

Si continuò così fino all’ora di andare a dormire.

Allora, per ordine di Pampinea, i tre giovani si ritirarono nelle loro stanze, separate da quelle delle donne, e tutti si addormentarono in stanze piene di fiori.

Era appena passata l’ora nona (circa le diciotto) che la regina, svegliatasi, fece svegliare tutti dicendo che era nocivo il dormire troppo, di giorno.

Così se ne andarono in un praticello al riparo dal sole, mentre spirava un soave venticello. Come ordinò la regina. Si posero a sedere in circolo.

Pampinea, allora, disse:

“Come vedete, qui è bello stare e fare qualsiasi gioco, perché ci sono tavolette per giocare a dama o a scacchi … Ma io vi propongo di non giocare, perché nel gioco c’è chi gioca e chi sta a guardare, annoiandosi. Vi propongo invece di raccontare novelle. Questo può essere più gradito a tutta la compagnia, in quanto uno racconta e tutti gli altri ascoltano. In questo modo trascorreremo la parte più calda della giornata. Quando tutti avremo finito di raccontare la nostra novella, il sole sarà vicino al tramonto, il caldo sarà diminuito e noi potremo andare dove più desideriamo.

Se il programma vi piace, realizziamolo, altrimenti … che ciascuno faccia ciò che vuole”. Tutti, uomini e donne, approvarono “il novellare”.
La regina, allora, stabilì che, nella prima giornata il tema delle novelle da raccontare fosse libero. E, rivolta a Panfilo, gli dette il comando di narrare lui la prima novella.

Fonti

https://decameronapuntate.blogspot.com/

https://it.wikisource.org/wiki/Decameron/

https://library.weschool.com/

https://letteritaliana.weebly.com/