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Imperialismo

Cosa significa imperialismo

Con la parola imperialismo si intende la costruzione da parte delle potenze europee di imperi coloniali estesi alla maggior parte del pianeta. Si tratta del fenomeno più caratteristico del periodo compreso tra il 1870 e il 1914: questo periodo è definito l’età dell’imperialismo.

Carattere specifico dell’imperialismo fu la conquista militare e politica finalizzata al dominio di intere regioni rilevanti per il loro interesse strategico o commerciale.

Le cause dell’imperialismo

Diversi studiosi hanno cercato di individuare le cause di tale fenomeno. Hobson, che era un liberale, ritiene l’imperialismo una distorsione del sistema capitalistico. Il sistema capitalistico si è trovato ad affrontare una crisi derivata dalla debolezza della domanda interna e quindi ha cercato nuovi mercati che fossero protetti dalla concorrenza.

Questa motivazione quindi è accentrata sull’aspetto economico.

Lenin, il leader della rivoluzione russa del 1917, ritiene che la guerra, nello specifico parla della Prima Guerra mondiale, sia la massima espressione del conflitto Inter imperialistico. Lenin infatti considera l’imperialismo come l’esito estremo della concorrenza economico politica internazionale e della conflittualità tra le potenze.

Ritiene inoltre che questa conflittualità sia la premessa per il crollo dello stesso sistema capitalistico. A posteriori sappiamo che la sua previsione non si è realizzata.

Il pensiero intorno all’imperialismo

La storiografia di ispirazione marxista dà un’interpretazione economica dell’imperialismo, fu contestata nei decenni successivi da studiosi di impostazione liberale a cominciare da Schumpeter.

Schumpeter

Egli legge l’imperialismo non come manifestazione di razionalità economica ma come una un’eredità dell’Antico regime, come un irrazionale e antieconomica tendenza al dominio sopravvissuta nelle caste militari e aristocratiche dell’Europa.

Molti studiosi nel secondo dopoguerra sostennero che l’imperialismo non aveva motivazioni economiche.

Fieldhouse

Per Fieldhouse l’imperialismo è interpretabile come manifestazione dei più tradizionali conflitti di potenza inter europei. Secondo questo studioso l’imperialismo non rappresenta una novità rispetto al colonialismo precedente ma piuttosto una sua intensificazione, dovuta sia a ragioni di potenza e di prestigio politico, che al sorgere, nelle periferie asiatiche e africane, di situazioni di instabilità: Questa instabilità preoccupava i governi locali che spingevano i governi europei a intervenire per ripristinare una situazione di equilibrio.

Questa tesi è detta dell’imperialismo periferico ed è molto discussa e discutibile. La tesi ha avuto comunque il merito di spostare l’attenzione da una prospettiva esclusivamente euro centrica a una più attenta alle realtà delle periferie coloniali.

Wehler

Un’altra tesi è quella dell’imperialismo sociale elaborata da Wehler, uno storico tedesco.

Egli, partendo dallo studio della Germania a cavallo tra Ottocento e Novecento, considera l’espansione coloniale di fine Ottocento come una risposta delle classi dirigenti alle tensioni sociali innescate dai processi di modernizzazione industriale.

Alla luce di questa interpretazione, l’imperialismo diventa un capitolo di quell’opera di integrazione delle masse nei valori dello stato-nazione e di acquisizione del consenso che impegnò le classi dirigenti europei in quell’epoca.

Le cause dell’imperialismo

Non possiamo trovare spiegazione di questo fenomeno in una causa sola.

Non basta dire che la causa è di tipo economico per cui l’imperialismo è motivato solo dalla ricerca di materie prime e di mercati in cui investire i capitali in eccesso.

Questo è sicuramente vero per alcune aree.

Un esempio particolarmente eclatante è quella dello sfruttamento delle popolazioni del Congo belga per l’utilizzo del caucciù. Questo fenomeno sarebbe incomprensibile al di fuori del boom dell’Industria dei pneumatici per biciclette e automobili.

Video Leopoldo II e il Congo Belga

https://www.youtube.com/watch?v=VgRxPQ11xec

Ma oltre al fattore economico che sicuramente è importante individuiamo altri due elementi.

La competizione strategica tra le potenze che portava ad occupare un territorio prima che qualcun altro lo facesse.

La volontà dei diversi governi di dirottare all’esterno il conflitto sociale ottenendo nello stesso momento consenso popolare è legata ai concetti di potenza e di grandezza nazionale.

Tutto questo si inserisce perfettamente nel quadro culturale in cui il nazionalismo dell’800 era diventato un’ideologia che non serviva più per emancipare una nazione ma per aggredire e sopraffare.

La cronologia e la geografia del colonialismo

L’imperialismo si inserisce nella secolare tendenza all’espansione coloniale che accompagna la storia d’Europa.

  • Il 1415 l’anno in cui il Portogallo conquista Ceuta un’isola nordafricana di fronte a Gibilterra.
  • Il 1935 è l’anno della brutale conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia fascista.

Possiamo considerare queste due date come la prima e l’ultima manifestazione del colonialismo. Questi cinque secoli vedono la progressiva affermazione del dominio europeo sul mondo.

In questo fenomeno di lunga durata possiamo riconoscere alcune scansioni temporali fondamentali sia in senso geografico territoriale che dal punto di vista degli Stati che ne furono i protagonisti.

La prima tappa si colloca nel Cinquecento, l’età della conquista dell’America Meridionale da parte delle potenze della penisola iberica.

La seconda si colloca invece alla metà del 700 quando l’espansione coloniale si sposta dall’America verso l’Asia Per iniziativa dell’Inghilterra e della Francia.

La fase successiva la troviamo nel secondo decennio dell’Ottocento che vede la conquista dell’Indipendenza da parte delle colonie dell’America Latina.

Dopo il 1830 possiamo considerare un colonialismo in ritirata perché la perdita di immensi imperi latino americani non regge il confronto con l’ancora parziale incerto dominio Europeo in Asia.

Ma il colonialismo gode ancora di ottima salute.

Infatti l’Ottocento non vede solo il dilagare in Asia in Oceania della Gran Bretagna ma vede anche la completa spartizione dell’Africa in seguito a una vera e propria gara a cui parteciparono le nuove potenze coloniali come la Germania il Belgio e l’Italia.

A conclusione di questo processo, alla vigilia della Prima Guerra mondiale, l’Europa colonizzatrice controllava circa il settanta per cento delle terre emerse del pianeta.

Belle époque

L’Europa tra la fine dell’800 e lo scoppio della grande guerra vive un periodo di grande fiducia nel futuro, pace e relativa prosperità. Nell’esplosione della nuova vita mondana circolano sotterranei dei conflitti nascosti che esploderanno della violenza della Grande Guerra. 

In questo periodo chiamato della Belle époque molte sono state le scoperte scientifiche. Ricordiamo che la seconda rivoluzione industriale ha trasformato la vita di tutte le popolazioni del mondo legato all’Europa. 

Imperialismo in Asia

L’Asia era un continente che ospitava civiltà millenarie raffinate con complesse organizzazioni sociali e politiche.

Era un autentico gigante demografico e una rilevante potenza economica.

Pensiamo che nel 1820 produceva il 60% della ricchezza mondiale, il doppio dell’Europa.

Assoggettare l’Asia a un dominio territoriale e controllarne le masse di popolazione era fuori dalle possibilità anche dei più intraprendenti colonizzatori dell’Europa preindustriale.

Per questo inglesi, francesi, portoghesi e olandesi si erano limitati a conquistare la supremazia sui mari e a controllare piccole aree costiere.

Avevano costituito delle basi commerciali che servivano per i loro traffici.

L’unica eccezione di questo periodo è il dominio instaurato sulle isole di Giava e di Sumatra da parte degli olandesi. Gli olandesi avevano imposto agli indigeni la coltivazione di pepe, caffè, zucchero, tabacco e avevano obbligato gli indigeni a una forma di lavoro molto simile a quelle della schiavitù.

Solo con la metà dell’800 l’Inghilterra iniziò un potente e capillare movimento di espansione coloniale nel cuore del continente.

Inglesi e francesi disponevano ormai delle risorse economiche e tecnologiche militari necessarie ad instaurare domini territoriali diretti, imponendosi spesso con la forza su governi locali dispotici ma indeboliti da lotte tra fazioni o clan.

Questo processo di espansione vide scendere in campo, verso la fine del secolo anche gli Stati Uniti.

Il processo di espansione fu guidato da obiettivi strategici sia di tipo economico che di tipo geopolitico.

La ricca area asiatica divenne teatro di primaria importanza nella competizione tra le potenze.

La dominazione inglese in India

A partire dalla metà del 700, dopo la vittoria della guerra dei sette anni contro i francesi – a cui rimasero solo un paio di scali commerciali – la penetrazione inglese in India era proseguita senza soste a partire dal Bengala, area che costituisce il nucleo originario dell’amministrazione civile assegnata, dal Gran Moghul di Delhi, alla East India Company, la Compagnia delle Indie Orientali.

Nel 1784 Londra istituì la carica di governatore generale dell’India. Tale carica fu ricoperta da un funzionario che aveva il compito di affiancare controllare, a nome della corona britannica, l’operato della compagnia. 

Formalmente l’India era governata dall’imperatore Moghul, ma nella realtà era frantumata in una miriade di piccoli e grandi regni territoriali. Fu giocando su questa frammentazione che la compagnia riuscì ad estendere il suo controllo su gran parte del territorio. Ne risultò una geografia politica “a macchia di leopardo” che intrecciava aree sotto il governo inglese con principati indiani formalmente indipendenti ma, di fatto, controllati da Londra.

A metà dell’800 la Gran Bretagna controllava interamente il subcontinente indiano.

Il subcontinente indiano contava circa 130 milioni di abitanti ed era la regione più popolosa del mondo dopo la Cina. Lo strumento con cui la Gran Bretagna esercitava questo dominio era La compagnia delle Indie orientali che governava la regione affiancata da un governatore generale nominato da Londra.

Tasse e concorrenza

Questa fase del dominio britannico in India fu contrassegnata da un pesante sfruttamento sia per le pesanti tasse che venivano imposte alle popolazioni indiane sia per la concorrenza che le merci inglesi più competitive e più agevolate dal sistema doganale facevano all’industria tessile e all’artigianato indiani.

I prodotti indiani erano gestiti con criteri tecniche tradizionali e quindi raggiungevano costi più elevati. La fiorente manifattura indiana risultò pressoché annientata dalla manifattura inglese.

Alla metà dell’800 l’India da esportatrice era diventata importatrice di tessuti di cotone e si limitava ormai solo a fornire materie prime cioè te e cotone grezzo.

Lo sfruttamento economico, la dipendenza politica, la volontà degli inglesi di europeizzare l’India, introducendo l’insegnamento dell’inglese e un’amministrazione della giustizia sul modello britannico, provocarono tensioni e rivolte.

La rivolta dei sepoys 

La più importante di queste rivolte vide come protagonisti i soldati indigeni al servizio dell’esercito britannico, i sepoys. Questi soldati indigeni al servizio degli inglesi, si ammutinarono nel 1857. 

Diedero vita ad una sanguinosa ribellione che durò più di un anno. La ribellione, che si estese a gran parte del territorio indiano, fu repressa a fatica dagli inglesi. Gli inglesi ebbero la meglio anche grazie all’aiuto determinante della nuova linea telegrafica che collegava Delhi a Calcutta. 

India coloniale

Da questa rivolta gli inglesi appresero la lezione. Impararono che bisognava ricercare l’appoggio delle classi dirigenti locali. Compresero che era necessario modificare lo sfruttamento dell’India inserendo l’India nel sistema economico e commerciale britannico; si resero conto anche che era necessario avviare una politica di sviluppo del paese.

Per questo motivo Londra assunse direttamente il governo della penisola. La compagnia delle Indie orientali fu sciolta; l’India diventò nel 1858 colonia della corona sotto il comando di un viceré.

Nel 1876 la regina Vittoria venne proclamata imperatrice dell’India. 

Al tempo stesso fu avviata una politica di modernizzazione che comportò la realizzazione di grandi opere pubbliche come le ferrovie. Venne istituito un sistema scolastico efficace che si poneva l’obiettivo di creare una classe dirigente di origine indiana ma formata secondo i criteri della cultura occidentale.

Furono costruiti dei college anglo indiani in cui si formava un ceto colto di imprenditori, di proprietari terrieri, di professionisti, di intellettuali. I giovani formati in tali istituti costituiranno, in seguito, il primo nucleo del movimento nazionalista indiano.

Nel 1885 nacque a Bombay il Partito Del Congresso Nazionale Indiano al cui interno si confrontarono due linee politiche:

  • una più moderata e occidentalista che premeva per ottenere, dagli inglesi, concessioni e forme di autogoverno locale. 
  • l’altra, che si rifaceva alle tradizioni religiose culturali dell’induismo messe in pericolo dall’occidentalizzazione del paese, iniziò invece a formulare l’obiettivo dell’Indipendenza.

Queste due linee di pensiero continueranno ad animare il dibattito nazionalista indiano nel lungo percorso che porterà il paese all’indipendenza avvenuta nel 1947 sotto la guida del Mahatma Gandhi.

Video sulla figura di Gandhi

https://www.facebook.com/watch/?v=758221441626592

L’impero cinese nell’Ottocento

L’impero cinese contava circa 430 milioni di abitanti ed era, alla metà dell’Ottocento, lo stato più grande e più popolato del mondo.

La Cina era la principale potenza asiatica. Per questo motivo non era possibile neppure pensare di assoggettare l’Impero cinese né dal punto di vista militare né da quello politico.

Ma era risultata anche molto difficile la via della penetrazione commerciale perché la dinastia Imperiale imponeva una severa politica di isolamento del paese e impediva quindi tutti i contatti con l’occidente, sia quelli commerciali che quelli culturali.

La Cina si limitava ad esportare il tè, il rabarbaro e le cineserie, cioè porcellane, oggetti laccati, che dal Settecento erano diventati molto di moda presso i ricchi europei. Un solo porto cinese era aperto: quello di Canton.

Era proprio questa chiusura verso l’esterno che costituiva la forza dell’impero cinese, ma, allo stesso tempo, ne costituiva anche la sua debolezza.

La Cina era un paese estremamente potente, ma era pietrificato, arroccato culturalmente nel mito di una presunta superiorità, rispetto all’occidente ritenuto barbaro.

L’Impero cinese era governato dall’autorità assoluta di un imperatore che si proclamava figlio del cielo, era gestito da una casta di funzionari, i mandarini, che erano molto gelosi dei loro privilegi ed erano refrattari a qualsiasi innovazione.

Ma il 90% della popolazione, che costituiva la sterminata massa dei contadini, viveva in condizioni miserabili; le popolazioni erano estremamente povere ed erano tormentate spesso da carestie e da inondazioni.

I “trattati ineguali”

Fu proprio su queste debolezze che fecero leva le potenze commerciali, in particolare la Gran Bretagna, che erano interessate a forzare il secolare isolamento di tale impero. L’Impero cinese era particolarmente appetibile per due motivi:

– costituiva un enorme mercato potenziale, 

– era la chiave fondamentale, la porta per entrare in Asia.

Le guerre dell’oppio

L’oppio è una sostanza stupefacente che deriva dal papavero coltivato in Medio Oriente e in India. L’oppio veniva contrabbandato in Cina dai mercanti inglesi attraverso il porto di Canton, l’unico porto aperto verso occidente. Si trattava di un commercio molto vantaggioso per chi lo gestiva ma decisamente malvisto dallo stato cinese. 

L’oppio infatti provocava effetti negativi su diversi livelli:

  • danneggiava l’integrità fisica delle popolazioni,
  • alimentava le mafie locali, 
  • provocava la fuoriuscita di moneta dal paese.

Tra il 1800 e il 1838 la quantità di oppio importata in Cina era passata da 120 a 2400 tonnellate. 

La prima guerra dell’oppio

La prima guerra dell’oppio scoppiò nel 1839 quando il governo cinese distrusse un grosso carico di oppio nel porto di Canton. La Gran Bretagna dichiarò che si trattava di una violazione dei diritti internazionali del commercio e invio cannoniere e soldati. La superiorità inglese fu evidente e nel 1842 gli inglesi costrinsero l’imperatore a sottoscrivere il trattato di pace a Nanchino. 

Con il trattato di Nanchino la Cina fu costretta:

  • a pagare una forte indennità in argento, 
  • a cedere Hong Kong alla Gran Bretagna,
  • ad aprire cinque porti al commercio occidentale, 
  • a limitare al 5% (una cifra molto bassa) i dazi di importazione sulle merci inglesi.

La seconda guerra dell’oppio

Nel 1856 il governo Imperiale, cercando di riacquistare prestigio, attaccò una nave inglese che stava nel porto di Canton. In quel momento prese il via la seconda guerra dell’oppio che si concluderà nel 1860 e nella quale la superiorità militare occidentale inglese inflisse alle truppe cinesi una bruciante sconfitta, costringendo il governo cinese ad accettare nuove imposizioni.

La sconfitta nelle guerre dell’oppio fu un vero e proprio trauma per la Cina e rappresentò l’inizio di un progressivo declino del potere Imperiale.

Questo declino si concretizzerà in una serie di trattati ineguali che garantivano a inglesi, francesi, russi, tedeschi e americani crescenti privilegi economici giuridici. 

Tali paese ottennero la possibilità: 

  • di circolare liberamente nel paese, 
  • di acquistare proprietà, 
  • di non pagare imposte, 
  • di esercitare i diritti privati su parti del territorio cinese, come porti, ferrovie, miniere, cioè le cosiddette concessioni.

Nel 1894-95 anche i giapponesi inflissero all’Impero cinese una severa sconfitta. 

Dopo questa sconfitta l’impero della Cina, che era ancora formalmente indipendente, era in realtà diviso in zone di influenza tra Gran Bretagna Russia Francia Germania e Giappone.

Le ferrovie, i commerci, le dogane, i porti franchi cioè porti esenti da dogane, quindi gran parte dell’economia cinese, erano nelle mani degli stranieri.

Non si arrivò ad una spartizione anche politica della Cina a causa delle rivalità tra i diversi pretendenti e grazie all’opposizione degli Stati Uniti che, nel 1899, imposero la cosiddetta politica della porta aperta.

Con questa politica si concedeva a tutti i paesi uguale diritto di commerciare con la Cina.

In questo modo invece che diventare la colonia di una sola potenza, la Cina diventò una sorta di semi colonia di tutte le altre potenze.

La fine dell’Impero cinese

Le ingerenze straniere e la perdita di sovranità del paese provocarono una protesta nazionalista contro gli occidentali che culminò con una sanguinosa rivolta, la rivolta dei boxers nel 1900, una rivolta organizzata dai membri di una società segreta xenofoba di ispirazione religiosa.

I boxers presero di mira le ferrovie, le missioni cristiane, che erano state ammesse in Cina grazie ai trattati ineguali, e anche le ambasciate di Pechino. Le ambasciate furono assediate fino a quando l’intervento militare delle potenze occidentali non soffocò la rivolta.

L’intervento militare inflisse al governo cinese una nuova pesante umiliazione.

L’azione dei boxers era ispirata dall’odio contro gli stranieri il nome delle tradizioni millenarie della società cinese ed era appoggiata dai settori più conservatori della corte imperiale.

In questo movimento si univano sia rifiuto delle ingerenze straniere che le ostilità verso il cambiamento.

Negli stessi anni andò crescendo un movimento di intellettuali e di borghesi, che provenivano dalle città e che erano stati educati nella cultura occidentale, che ritenevano invece necessaria la modernizzazione del paese e la democratizzazione della sua vita politica.

Questo movimento repubblicano riteneva che l’abbattimento della dinastia agonizzante fosse la premessa indispensabile per attuare un cambiamento radicale.

Il suo leader più prestigioso era il medico Sun Yat-senne aveva fondato il partito del Popolo. Il partito del Popolo aveva un programma politico molto avanzato ed era basato su tre punti:

  • autonomia nazionale, 
  • democrazia politica, 
  • uguaglianza sociale da realizzarsi attraverso la distribuzione delle terre ai contadini.

Nel 1912 venne proclamata la prima repubblica della Cina. 

Sull’ultimo imperatore della dinastia Manchu è stato fatto un film intitolato proprio L’ultimo imperatore.

Il Giappone di fronte all’occidente

Il Giappone nell’Ottocento era caratterizzato ancora da una struttura sociale e politica di tipo feudale. Il potere era detenuto dall’imperatore, una figura che aveva però un valore esclusivamente simbolico e religioso, ma era esercitata in realtà dallo shogun, che era un governatore militare.

Lo shogun comandava sui daimyo, i grandi feudatari, che traevano le loro ricchezze dello sfruttamento dei contadini i quali pagavano i loro tributi in riso. 

Alle dipendenze di questi feudatari stava la piccola nobiltà dei samurai, in origine erano guerrieri del signore ora ridotti al rango di funzionari e di amministratori stipendiati dal daimyo, il feudatario. 

Molti samurai avevano abbandonato i feudi e si erano recati in città dove avevano formato un ceto intellettuale.

In Giappone come in Cina c’erano anche i mercanti, che occupavano il livello più basso nella scala sociale. Tuttavia a differenza dalla Cina in Giappone si era sviluppato un centro di mercanti piuttosto potente che deteneva il controllo della moneta necessaria ai consumi dei ceti più ricchi. I feudatari riscuotevano ancora i tributi in riso.

Nel 1853 una squadra di cannonieri americani si è ancora nella baia giapponese di Uraga in accompagnamento alla richiesta del governo americano di avere libero accesso ai porti del sol Levante. 

Il governo giapponese accettò di sottoscrivere un trattato che apriva il paese ai commerci occidentali il Giappone che fino ad allora era stato chiuso, al mondo occidentale, in modo ancor più impenetrabile della Cina.

Questa apertura ebbe però delle conseguenze completamente diverse da quelle subite dalla Cina e costituì l’inizio, non di un declino, ma dell’avvio di un grande processo di sviluppo.

L’apertura verso occidente apri una grave crisi politica in Giappone culminò con l’abolizione dello shogunato ad opera dei daimyo e dei samurai.

Ma la classe dirigente giapponese seppe vedere in questo l’opportunità di riformare profondamente il paese. La classe dirigente giapponese comprese che il destino suo sarebbe stato segnato negativamente se non si fosse provveduto a svilupparlo in modo tale da renderlo capace di fronteggiare l’occidente.

Il perno di questa trasformazione fu la restituzione delle autorità alla figura dell’imperatore. Infatti nel 1867 ci fu l’ascesa al potere l’imperatore Mutsuhito. Con lui inizia un’epoca di governo illuminato. 

Mutsuhito, appoggiato da mercanti e intellettuali samurai realizzò un impressionante politica di riforme che trasformò completamente il volto della società giapponese.

Si ispirò al meglio della cultura e dell’organizzazione dei paesi occidentali più avanzati.

In campo giuridico e istituzionale venne proclamata: 

– l’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini, 

– l’abolizione del feudalesimo,

– la sostituzione dei governatori feudali a livello locale con funzionari pubblici,

– l’introduzione della scuola elementare obbligatoria,

– la formazione dei quadri superiori nelle università occidentali.

In campo economico venne favorita 

  • la modernizzazione attraverso la libera compravendita della terra  
  • l’industrializzazione del paese ad opera dello stato, 
  • la costruzione delle infrastrutture ferroviarie e di grandi fabbriche in alcuni settori strategici come la siderurgia i cantieri navali e le armi.

Grazie a questi provvedimenti il Giappone non solo evitò il destino della Cina, ma riuscì a trasformarsi in una potenza economica e militare di primo piano, in grado di aspirare alla conquista dell’egemonia nell’aria asiatica.

L’espansionismo degli Stati Uniti

L’Asia fu insieme all’America Latina uno dei teatri privilegiati dell’imperialismo statunitense, che mosse i suoi primi passi verso la fine dell’800.

Per tutto il secolo gli Stati Uniti erano stati impegnati nella colonizzazione interna, nel conflitto con gli indigeni, nello scontro tra stati del sud e stati del nord. Sul piano della politica estera questo aveva comportato un sostanziale isolazionismo, c’è la tendenza a non occuparsi degli affari internazionali se non quando questi incidevano direttamente sulle vicende del continente americano. Questo atteggiamento cambia gradualmente quando la crescita dell’economia americana mise in competizione gli Stati Uniti con le potenze europee.

L’espansionismo americano segui un modello originale. a differenza di quello europeo esso non mirò, in genere, al possesso diretto dei territori, quanto piuttosto alla penetrazione politica ed economica, come quella vista in Cina e in Giappone.

Gli Stati Uniti realizzarono anche interventi diretti di tipo militare come a Cuba e a Panama. Ma la grande forza espansiva del capitale americano si manifestò piuttosto nella cosiddetta diplomazia del dollaro, ovvero nell’uso della potenza economica per ottenere influenza politica: gli investimenti americani all’estero che ammontavano a 700 milioni di dollari nel 1897, raggiunsero i due miliardi e mezzo di dollari nel 1910

La penetrazione imperialistica in Asia, pur garantendo alle potenze occidentali l’egemonia economico-politica nell’area non fu totale. Più della metà del territorio asiatico non conobbe mai un dominio straniero diretto.

Scramble for Africa

blob:https://web.whatsapp.com/e14dd89a-85e8-4f41-851c-9f75f00ed98fL’Africa, all’inizio dell’Ottocento era per il 10% sotto il controllo europeo, ma alla vigilia della Prima Guerra mondiale era assoggettata per il 90%. Erano rimaste indipendenti solo la Liberia (uno stato dell’Africa occidentale fondato nel 1892 da una società filantropica americana per insediarvi gli ex schiavi neri liberati) e l’Etiopia che resistette come stato sovrano fino alla conquista fascista del 1935.

La rapidissima conquista coloniale dell’immenso continente africano viene solitamente indicata con l’espressione “scramble for Africa”. 

La parola scramble significa “strapazzare”, ma anche “corsa affannosa”. In questo senso quindi la parola scramble assume il significato di arrembaggio e sminuzzamento.

Tra i due concetti, espressi da questi due termini, si colloca la spartizione dell’Africa da parte delle potenze europee. Fino agli anni sessanta dell’Ottocento le presenze coloniali europee nel continente erano poche. Si trattava perlopiù di presìdi, piccoli porti, piccoli territori tenuti da olandesi, francesi, inglesi, portoghesi: ad esempio la colonia del Capo era stata assegnata agli inglesi dal congresso di Vienna.

L’Africa aveva interessato a lungo gli europei più come via di transito in direzione dell’Asia e come bacino per la tratta degli schiavi, che come obiettivo in sé.

Ricordiamo che la tratta degli schiavi era stata definitivamente soppressa nei primi dell’Ottocento. 

Il continente africano era per la maggior parte del territorio sconosciuto. il poco che si conosceva non era particolarmente appetibile: l’ambiente era ostile c’erano malattie tropicali e il territorio era popolato da selvaggi feroci e pagani.

Si trattava quindi di un territorio che poteva essere appetibile solo per esploratori coraggiosi e per missionari ferventi. E furono proprio questi a costituire le avanguardie della penetrazione coloniale in Africa che si dispiegò inarrestabile negli ultimi 30 anni del XIX secolo.

Perché in Africa?

Le motivazioni furono di ordini diversi.

  1. Economiche:

l’Europa era interessata all’oro e ai diamanti del Sudafrica, al caucciù e al rame del Congo, ma anche al controllo del canale di Suez.

  1. Ideologiche

gli europei erano intenzionati a civilizzare il continente nero.

  1. Geopolitiche:
  • i francesi volevano creare una continuità di dominio territoriale da est a ovest, dall’Algeria, conquistata nel 1830, al corno d’Africa; 
  • gli inglesi perseguivano lo stesso il progetto lungo l’asse sud-nord dalla colonia di popolamento intorno all’attuale Sudafrica fino all’Egitto assoggettato nel 1882; 
  • i belgi intendevano sfruttare a fondo l’area centrale intorno al fiume Congo, possesso personale del re Leopoldo II; 
  • i tedeschi non volevano rimanere tagliati fuori da questa divisione del bottino e puntavano quindi ad occupare tutti gli spazi liberi; 
  • gli italiani, con la conquista della Libia di parte del corno d’Africa, dell’Eritrea e della Somalia, sentivano di poter essere annoverati tra le grandi potenze internazionali.

Una folla di pretendenti, di vecchi colonizzatori, di nuovi arrivati che agiscono per ottenere il consenso delle rispettive opinioni pubbliche nazionali e per impedire un vantaggio dei rivali più che per ottenere un vantaggio proprio.

I caratteri del dominio coloniale in Africa

Prima dell’arrivo dei colonizzatori l’Africa non era vuota.

Questa sembra un’ovvietà ma non lo era per i colonizzatori che guardavano Il continente africano proprio come ad una terra vuota, e quindi disponibile poiché priva dei contrassegni di civiltà tipici della civiltà occidentale.

In realtà quello che non esisteva in Africa era un modello di stato come intendiamo noi, caratterizzato cioè da una sovranità centrale, esercitata attraverso istituzioni e burocrazie, entro confini ben delimitati.

Il panorama politico dell’Africa precoloniale comprendeva invece una miriade di entità territoriali, il riflesso di una elevata frammentazione etnica e tribale, che possiamo immaginare come una gradazione di variante tra due estremi.

Da un lato abbiamo stati che sono stati chiamati premoderni, cioè regni e principati caratterizzati da una forma di autorità centralizzata, dai confini incerti e mobili, spesso disposti uno dentro l’altro a macchia di leopardo.

Dall’altra parte abbiamo le cosiddette società senza stato, costruite su base tribale, in cui il potere si fonda essenzialmente su rapporti di rispetto e di deferenza verso l’anziano oppure verso il capo guerriero.

Su questa realtà complessa e multiforme gli europei calarono la griglia di una geografia politica che non rifletteva suddivisioni etniche storiche, ma rifletteva solo i limiti raggiunti dalla conquista di una determinata area.

Il risultato è quello che ancora oggi possiamo vedere sulla carta dell’Africa: una moltitudine di stati creati a tavolino, totalmente artificiali, senza alcun riguardo per i preesistenti radicamenti culturali, territoriali o etnici, che molto spesso venivano divisi e separati dai nuovi confini.

Gli stati africani di oggi non sono quindi il risultato di una lunga evoluzione storica, come quelli europei, ma di una rapida conquista e di una, altrettanto rapida, liberazione, cioè la decolonizzazione del continente africano, avvenuta negli anni sessanta e settanta del Novecento.

Conferenza di Berlino

Nel 1984 venne fatta la conferenza di Berlino, organizzata con la mediazione di Bismarck, per impedire che la gara coloniale in Africa desse luogo a scontri fra le potenze con costi e danni ben maggiori rispetto ai vantaggi che ciascuna potenza voleva perseguire.

La conferenza sancì il principio dell’occupazione di fatto, che obbligava le potenze coloniali a dichiarare ufficialmente l’acquisizione di nuovi territori sulla base di occupazioni effettivamente avvenute, per evitare discussioni create da spartizione operate sulla carta geografica. 

Si dava così il via ufficiale alla rapidissima gara di conquista: in poco più di 10 anni tutto era finito.

L’economia nelle colonie africane

Le colonie africane non furono colonie di popolamento come quelle dell’Australia dell’America Latina della Nuova Zelanda, caratterizzate dall’ insediamento stabile in massiccio di europei, ma furono colonie di sfruttamento. 

In Africa un gruppo di colonizzatori si stabiliva nel paese per garantire l’ordine e il controllo economico delle risorse locali. Solo in alcuni casi si ebbero forti investimenti del paese colonizzatore nella produzione e nelle infrastrutture. Più spesso nelle colonie si avviò la cosiddetta economia di tratta: la produzione rimaneva nelle mani degli indigeni che fornivano prodotti agricoli e minerari richiesti per l’esportazione. Gli europei, attraverso le grandi compagnie commerciali, monopolizzano sia i commerci di esportazione delle materie prime sia quelli di importazione dei manufatti. 

La conseguenza più rilevante grave di questa economia fu la tendenza alla specializzazione delle produzioni agricole, fino al caso estremo, ma purtroppo molto frequente, della monocultura in cui un territorio si specializzava in un solo prodotto. Questo tipo di agricoltura porta gli abitanti del luogo a perdere l’autosufficienza alimentare e a cadere in una posizione di totale dipendenza economica.

La violenza dei conquistatori

Le popolazioni indigene si trovarono di fronte alla scelta tra il negoziare e il combattere. Molte di loro scelsero la via del negoziato, consegnando il potere ai nuovi venuti, in seguito ad accordi più o meno vantaggiosi. 

In alcuni casi gli europei vennero utilizzati come alleati in guerre tribali, con analogo risultato. 

Ci furono però anche popoli che scelsero di combattere e di ribellarsi. Le ribellioni dei popoli africani diedero origine a vere e proprie azioni di sterminio.

D’altra parte gli europei disponevano di armi efficaci come la mitragliatrice, uno strumento che da solo riesce ad abbattere migliaia di guerrieri africani.

Domande 

  1. Che cosa fu l’imperialismo e in quale fase storia storica si colloca? 
  2. Quali furono le motivazioni dell’imperialismo? 
  3. Quali furono i principali teatri dell’imperialismo. 

Imperialismo in Asia

  1. Chi furono i protagonisti dell’espansione imperialista in Asia? 
  2. Come si caratterizzava la conquista coloniale in Asia prima della rivoluzione industriale? Per quale motivo?
  3. Quale fu l’unica eccezione di quel periodo storico?
  4. Come si sviluppò la dominazione inglese in India?
  5. Perché i prodotti inglesi fecero concorrenza a quelli indiani?
  6. Cosa fu la rivolta dei sepoys?
  7. Cosa comprese la Gran Bretagna dopo questa rivolta? Come agì quindi?
  8. Quali linee politiche animarono il dibattito politico in India?
  9. Come e perché gli inglesi modificarono il loro sistema di dominio nell’India dopo la metà dell’800? 

Cina

  1. Qual era la situazione della Cina precoloniale?
  2. Quale atteggiamento aveva l’Impero cinese nei confronti degli europei?
  3. Quali erano i suoi punti di forza e di debolezza?
  4. Cosa esportava la Cina?
  5. Chi governava in Cina?
  6. In quali condizioni viveva la maggior parte della popolazione?
  7. Quante furono le guerre dell’oppio?
  8. Per quali motivi il governo cinese è contrario al commercio di tale sostanza?
  9. Quali conseguenze ebbero sulla Cina?
  10. In cosa corrispondo i trattati ineguali?
  11. Quale potenza europea conquistò la Cina?
  12. Come fu che la Cina perse la propria indipendenza? 
  13. Quando e perché si giunse alla proclamazione della Repubblica in Cina? 

Giappone 

  1. Il Giappone ottocentesco aveva caratteri feudali: Che cosa consistevano? 
  2. Chi erano i mercanti e che ruolo sociale avevano?
  3. Cosa accade quando una squadra di cannonieri americani attracca nel porto di Uraga?
  4. Come reagisce il Giappone di fronte all’arrivo degli occidentali?
  5. Chi opera la trasformazione del Giappone?
  6. Quali le innovazioni in campo giuridico?
  7. Cosa accade in campo economico?
  8. Che cosa fu la riforma Meiji? 
  9. perché alla fine dell’Ottocento si avviò la conquista coloniale dell’Africa? Quali furono i principali Paesi colonizzatori dell’Africa? 
  10. Quale carattere ebbero le colonie europee in Africa?

Fonti 

  • Fossati, Luppi, Zanette, PARLARE DI STORIA, Pearson
  • www.wikipedia.org
  • www.treccani.it
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Letteratura russa Novelle Ottocento Racconto

La morte dell’impiegato

Novella di di Anton Čechov

Uscito nel 1883, questo breve racconto umoristico di Anton Pavlovič Čechov voleva essere una sferzata al sistema gerarchico russo e agli individui che lo subivano, incastrati al suo interno, soprattutto quelli schiacciati dall’aura autoritaria dei poteri superiori. È anche una messa in scena di tutto ciò che un uomo mal sopporta di vedere: attraverso una narrazione limitata in terza persona assistiamo al flusso di coscienza di Ivàn Dmitric’ Cerviakòv, impiegato reo di uno starnuto, in un crescendo di paranoia e psicosi ossessiva che porta all’amaro finale. È Lervjakòv ben lontano dal provocare nel lettore una empatia o un rammarico finale: con sollievo anche noi ci liberiamo di questo individuo che inceppa le dinamiche comuni, che asfissia con le sue scuse balbettanti, che infastidisce con la sua debolezza di carattere, la temibile mancanza di una misura, la pericolosa tendenza ad attribuire significati a gesti e subirli come tali, l’assenza di una coscienza di sé. Eppure un pregio lo si trova in questo impiegato che non lascia traccia: la perseveranza.

Una magnifica sera un non meno magnifico usciere, Ivàn Dmitric’ Cerviakòv, era seduto nella seconda fila di poltrone e seguiva col binocolo Le campane di Corneville.
Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine, ma a un tratto il suo viso fece una smorfia, gli occhi si stralunarono, il respiro gli si fermò… egli scostò dagli occhi il binocolo, si chinò e starnutì.
Starnutire non è vietato ad alcuno e in nessun posto. Starnutiscono i contadini, i capi di polizia e a volte perfino i consiglieri. Tutti starnutiscono.
Cerviakòv non si confuse per nulla, s’asciugò col fazzolettino e, da persona garbata, guardò intorno a sé per vedere se non aveva disturbato qualcuno col suo starnuto.
Ma qui, sì, gli toccò confondersi.
Vide che un vecchietto, seduto davanti a lui, nella prima fila di poltrone, stava asciugandosi accuratamente la calvizie e il collo col guanto e borbottava qualcosa.
Nel vecchietto Cerviakòv riconobbe il generale civile Brizzalov, in servizio al dicastero delle comunicazioni.
«L’ho spruzzato!», pensò Cerviakòv. ‘Non è il mio superiore, è un estraneo, ma tuttavia è seccante. Bisogna scusarsi».
Cerviakòv tossì, si sporse col busto in avanti e bisbigliò all’orecchio del generale:
– Scusate, eccellenza, vi ho spruzzato involontariamente…
– Non è nulla, non è nulla…
– Per amor di Dio, scusatemi. Io… non lo volevo!
– Ah, sedete, vi prego! Lasciatemi ascoltare!
Cerviakòv rimase impacciato, sorrise scioccamente e riprese a guardare la scena. Guardava, ma ormai la beatitudine era scomparsa. Cominciò a tormentarlo l’inquietudine. Nell’intervallo egli s’avvicinò a Brizzalov, passeggiò un poco accanto a lui e, vinta la timidezza, mormorò:
– Vi ho spruzzato, eccellenza… perdonate… io vedete… non che volessi…
– Ah, smettetela… Io ho già dimenticato, e voi ci tornate sempre su! – disse il generale che mosse con impazienza il labbro inferiore.
«Ha dimenticato, e intanto ha la malignità negli occhi», pensò Cerviakòv, gettando occhiate sospettose al generale. «Non vuol nemmeno parlare. Bisognerebbe spiegargli che non desideravo affatto… che questa è una legge di natura, se no penserà ch’io volessi sputare. Se non lo penserà adesso, lo penserà poi! …
Giunto a casa, Cerviakòv riferì alla moglie il suo atto di inciviltà.
A lui parve che sua moglie prendesse l’accaduto con troppa leggerezza; ella si spaventò soltanto un po’, ma poi, quando apprese che Brizzalov non era un diretto superiore del marito, si tranquillizzò.
– Ma forse è meglio che tu vada comunque a scusarti – disse – altrimenti penserà che tu non sappia comportarti in pubblico!
– Ecco, è proprio così! Io mi sono scusato, ma lui si è comportato in un modo strano… una sola parola sensata non l’ha detta. È vero però che non c’è stato tempo per discorrere.
Il giorno dopo Cerviakòv indossò la divisa di servizio nuova, si fece tagliare i capelli e andò da Brizzalov a spiegare. Entrato nella sala di ricevimento del generale, vide numerosi postulanti e in mezzo ad essi il generale in persona, che già aveva cominciato ad ascoltarli. Dopo aver ascoltato alcuni visitatori, il generale alzò gli occhi e vide anche Cerviakòv.
– Ieri all’arcadia, se rammentate, eccellenza, – prese a esporre l’usciere, – io starnutii e … involontariamente vi spruzzai… mi vorrei scusare…
– Che sciocchezze! Ditemi che cosa desiderate? – domandò il generale rivolgendosi al postulante successivo.
«Non vuole parlare!», pensò Cerviakòv, impallidendo. ‘É arrabbiato dunque… No, non posso permetterlo… gli spiegherò, devo rimediare all’accaduto …’
Quando il generale finì di conversare con l’ultimo postulante e stava per dirigersi verso gli appartamenti interni, Cerviakòv gli andò dietro e disse:
– Eccellenza! Se mi permetto di disturbarvi è per un sentimento di rimorso, di pentimento! … Non lo feci apposta … voi stesso dovete capire!”
Il generale lo guardò con un’espressione di sdegno e un gesto di diniego con la mano.
– Ma voi vi burlate di me, signore! – disse, scomparendo dietro la porta.
«Che burla è mai questa?», pensò Cerviakòv. «Qui non c’è proprio nessuna burla! É un generale, ma non capisce! Quand’è così, non starò più a scusarmi con questo fanfarone! Vada al diavolo! Gli scriverò una lettera e non ci andrò più! Com’è vero Dio, non ci andrò più!
Così pensava Cerviakòv andando a casa. La lettera al generale non la scrisse. Pensò, pensò, ma in nessuna maniera riuscì a scrivere tale lettera.
Decise allora di andare il giorno successivo a spiegarsi di persona.
– Sono venuto ieri a incomodare vostra eccellenza – si mise a borbottare, quando il generale alzò su di lui due occhi interrogativi, – non già per burlarmi, come vi piacque dire. Io mi scusai perché, starnutendo, vi avevo spruzzato… ma non pensavo di burlarmi. Come potrei? Se noi ci burlassimo, vorrebbe dire allora che non c’è più alcun rispetto… per le persone…
– Vattene! – urlò il generale, fattosi d’un tratto livido e tremante.
– Come dite? – domandò con un bisbiglio Cerviakòv, venendo meno dallo sgomento.
– Vattene! – ripeté il generale, pestando i piedi.
Nel ventre di Cerviakòv qualcosa si lacerò. Senza veder nulla, senza udir nulla, egli indietreggiò verso la porta, uscì in strada e si trascinò via. Arrivato macchinalmente a casa, senza togliersi la divisa di servizio, si coricò sul divano e … morì.

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Antico regime Documenti Educazione civica Età delle rivoluzioni Illuminismo Ottocento Romanticismo, storia

Il Risorgimento

Premesse

www.combattentiliberazione.it/guerra-dindipendenza-1848-1849

Il Risorgimento è il processo che ha portato all’unificazione nazionale e all’organizzazione dello Stato unitario.
Protagonisti del Risorgimento sono i patrioti, principalmente intellettuali e borghesi. Gli obiettivi del movimento risorgimentale sono:

  • l’indipendenza,
  • l’unità nazionale,
  • lo sviluppo sociale ed economico del Paese.

La prima fase del Risorgimento è quella della cospirazione clandestina contro i sovrani assoluti, che prende il via con al Restaurazione, dopo il 1815 con le società segrete e la divulgazione delle idee patriottiche.

Nella parola Risorgimento (ri-sorgere=nascere ancora) c’è innanzitutto la convinzione che sia esistita una unità culturale e politica italiana da far rinascere: da quella lontana dell’Italia romana a quella cristiana del Medioevo, a quella della civiltà rinascimentale.
Il concetto nuovo che riassume tutto il programma del Risorgimento è quello di patria, intesa come “casa comune” di tutto il popolo italiano, che da secoli viveva frazionato in tanti Stati separati e in parte sotto il
dominio straniero

La Prima Guerra d’Indipendenza


Durante i moti rivoluzionari del 1848 a Milano la popolazione insorge. Nelle cinque giornate di Milano i milanesi portano alla fuga l’esercito austriaco. I patrioti italiani esortano allora Carlo Alberto di Savoia, re del regno di Sardegna, a dichiarare guerra all’Austria.

Carlo Alberto, desideroso di estendere i confini del proprio Regno, decide così di dichiarare guerra all’Austria, anche perché sostenuto da numerosi volontari e altri sovrani italiani, che gli accordano il loro sostegno. Inizia così la Prima Guerra d’Indipendenza italiana.

Presto, però, dubbi e invidie verso i Savoia spingono gli altri sovrani a ritirare le loro truppe.

Rimasto quindi solo, Carlo Alberto è sconfitto a Custoza e rientra in Piemonte firmando un armistizio con l’Austria.
Il disimpegno dei monarchi italiani rafforza però il movimento dei rivoluzionari democratici. La guerra riprende l’anno successivo, ma l’esercito piemontese viene sconfitto a Novara. Carlo Alberto abdica allora in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che sarà quindi il re dell’unificazione dell’Italia. Viene trattata la resa con gli austriaci, ma viene mantenuto in vigore lo Statuto albertino, che rimarrà la carta costituzionale italiana per un secolo.

In Toscana e a Roma, l’iniziativa dei democratici porta, nel febbraio 1849, alla fuga di Leopoldo II e di Pio IX e alla proclamazione della repubblica. Il papa, però, ottiene l’appoggio di Luigi Napoleone Bonaparte e riesce
a riconquistare la città. Gli Austriaci inoltre pongono fine alla Repubblica toscana e sconfiggono la resistenza opposta da Venezia.

Anche i moti del ’48 quindi sembrano concludersi con un nulla di fatto. Ma ormai i tempi sono maturi, le idee di unità nazionale sono sempre più diffuse.

Camillo Benso conte di Cavour

Il processo di unificazione italiana prosegue soprattutto grazie all’azione diplomatica di Camillo Benso, conte di Cavour.

Cavour:

  • è a capo del governo del Regno di Sardegna dal 1852 fino al 1861;
  • fa del regno sabaudo lo Stato-guida del processo di unificazione dell’Italia;
  • dà vita a un’abile azione diplomatica finalizzata a suscitare l’attenzione delle grandi potenze europee nei confronti della questione italiana.
Camillo Benso conte di Cavour

http://www.ovovideo.com/cavour/

La guerra di Crimea

L’occasione per presentare alle potenze europee la questione italiana si presenta allo scoppio della Guerra di Crimea. Il Piemonte decide di parteciparvi con un contingente di soldati.

Nota 1 – La guerra di Crimea
La guerra di Crimea (all’epoca chiamata Guerra d’Oriente) viene combattuta dal 4 ottobre 1853 al 1 febbraio 1856 fra l’Impero russo da un lato e un’alleanza composta da Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna dall’altro. 

Il conflitto ha origine da una disputa fra Russia e Francia sul controllo dei luoghi santi della cristianità in territorio ottomano.
Entrambe, Russia e Francia, vogliono esercitare il loro controllo sui luoghi della cristianità. Quando la Turchia accetta le proposte francesi viene attaccata dalla Russia, luglio 1853. 
La Gran Bretagna, impegnata nei lavori al canale di Suez, è attenta a salvaguardare i suoi interessi economici. Temendo l’espansione russa verso il Mediterraneo, si unisce alla Francia.
Insieme si muovono per difendere la Turchia e dichiarano quindi guerra alla Russia nel marzo del 1854.
L’Austria appoggia politicamente le potenze occidentali.
Il Regno di Sardegna vede nell’Austria il suo più grande nemico, anche perché dopo il Congresso di Vienna il territorio italiano era governato in maniera più o meno diretta dagli Asburgo di Austria.
Nel timore che la Francia si legasse troppo all’Austria, nel gennaio 1855 il Regno di Sardegna invia un contingente militare al fianco dell’esercito anglo-francese dichiarando a sua volta guerra alla Russia.
Il conflitto si svolge soprattutto nella penisola russa di Crimea, dove le truppe alleate mettono sotto assedio la città di Sebastopoli, principale base navale russa del mar Nero.
Nella decisiva battaglia di Sebastopoli l’esercito sabaudo, cioè l’esercito piemontese, è determinante per il successo dell’intera guerra.
Grazie a questo intervento il regno di Sardegna può sedersi al tavolo dei vincitori al congresso di Parigi.

Se vuoi approfondire questo è il link di un video sulla guerra di Crimea.   https://www.youtube.com/watch?v=egZfRE9x0_I 

Per un ulteriore approfondimento sulla guerra di Crimea

https://library.weschool.com/lezione/guerra-crimea-1853-riassunto-sintesi-balaklava-risorgimento-17447.html

Il Congresso di Parigi del 1856 stabilisce le condizioni di pace dopo la guerra in Crimea e avvicina, politicamente, il Regno di Sardegna alla Francia. Questo favorisce la crescita di stima reciproca che porterà nel 1859 alla seconda guerra di indipendenza.

Al congresso Cavour espone il proprio punto di vista, facendo rilevare che solo sotto la guida del Regno di Sardegna il processo dell’indipendenza nazionale può essere compiuto, evitando pericolose rivoluzioni.

Accordi di Plombières

La Gran Bretagna non pone ostacoli e la Francia dichiara il proprio appoggio. L’abilità di Cavour porta Napoleone III a stipulare con il Piemonte un’alleanza difensiva: gli accordi di Plombières.

Gli accordi di Plombières vengono stipulati il 21 luglio 1858.
Con essi la Francia s’impegna ad intervenire in aiuto del Piemonte in caso di aggressione austriaca.
A partire dalle insurrezioni del 1848, il clima di insofferenza nei confronti delle monarchie regnanti sugli Stati dell’Italia, si fa sempre più accentuato.
In particolare nel Lombardo-Veneto la presenza austriaca è causa di forti tensioni. In Piemonte viene invece avviata dal presidente del Consiglio Cavour una politica che punta all’indipendenza e all’unità dell’Italia.
Secondo Cavour per ottenere l’unificazione è necessario che il Piemonte, dopo essere diventato il punto di riferimento dei movimenti liberali italiani, trovi un alleato che gli permetta di combattere contro l’Austria.
Il progetto di Cavour è quello di attirare l’attenzione degli Stati europei sulla condizione italiana per ottenere l’appoggio di uno di questi.
L’occasione si presenta nel 1856 con il Congresso di Parigi, alla fine della Guerra di Crimea, quando le potenze che hanno partecipato al conflitto si siedono al tavolo delle trattative per stabilire le condizioni di pace.
È in questa occasione che Cavour attira l’attenzione sulla questione italiana, caratterizzata dalle tensioni dovute alla presenza dell’Austria.
Nella stessa circostanza Cavour riesce ad ottenere anche il sostegno della Francia di Napoleone III.

http://www.ovovideo.com/accordi-plombieres/

Lettura lettera di Cavour sugli accordi di Plombières

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_04_01.html

La seconda guerra d’Indipendenza

Forte degli accordi di Plombières, Cavour fa di tutto per provocare un attacco da parte dell’Austria, e ci riesce. Così l’Austria dichiara guerra al
Piemonte.

Grazie agli accordi di Plombières la dichiarazione di guerra impone l’intervento della Francia a fianco del Regno di Sardegna. Fin da subito l’esercito franco-piemontese ottiene importanti vittorie contro gli Austriaci. Alla luce dei successi franco piemontesi alcuni Stati dell’Italia centrale chiedono l’annessione al regno sabaudo.

Il sogno di un’Italia unita era sempre più vicino alla realizzazione!

Ma la richiesta di annessione degli Stati dell’Italia centrale al Regno di Sardegna sconvolge i piani di Napoleone III.

Il sovrano francese è sottoposto a pressioni: da un lato teme l’allargamento del conflitto, dall’altro è consapevole che il suo esercito abbia subito perdite eccessive. Inoltre la campagna in Italia è molto criticata dall’opinione pubbilca francese.

La disapprovazione di Cavour non impedisce a Napoleone III di ritirarsi dal conflitto e concludere, con gli Austriaci l’armistizio, di Villafranca. La Seconda guerra di indipendenza si conclude con il passaggio della Lombardia al Regno di Sardegna.

Nel marzo del 1860, Toscana, Emilia, Romagna, Parma e Modena, attraverso un plebiscito, vengono annesse al Regno di Sardegna.

1860 Mappa dell’Impero Austriaco, Stati Italiani, Turchia in Europa e Grecia – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:1860_Map_Of_The_Austrian_Empire,_Italian_States,_Turkey_In_Europe_and_Greece.jpg

La spedizione dei Mille

Itinerario della spedizione garibaldina

Il 5 maggio 1860 Garibaldi parte da Quarto assieme a un migliaio di uomini: vengono chiamati i Mille. Sbarca a Marsala, dopo una tappa a Talamone. Libera la Sicilia dalle truppe borboniche. Non intende favorire alcuna lotta sociale, quindi reprime con durezza le rivolte popolari. Attraversa lo stretto di Messina, risale la penisola a strappa ai Borboni l’Italia meridionale. Quindi punta su Roma.

Cavour non vede di buon occhio l’impresa garibaldina. Teme:

  • che il generale crei una repubblica mazziniana nel Mezzogiorno,
  • che le truppe garibaldine arrivino a Roma e provochino l’intervento della Francia a favore del papa.

Per questo Cavour convince Vittorio Emanuele II ad assumere il controllo della situazione, recandosi nell’Italia centrale.

Il 26 ottobre 1860, a Teano, Garibaldi consegna le terre conquistate a Vittorio Emanuele II, re d’Italia.

Nell’arco di breve tempo, una serie di plebisciti sancisce l’annessione al Regno di Sardegna di tutta l’Italia meridionale, delle Marche e dell’Umbria.

Nel gennaio 1861 si svolgono le elezioni per il nuovo Parlamento, che ha sede a Torino. Il 17 marzo viene proclamato ufficialmente il Regno d’Italia.

Video sulla Seconda guerra di indipendenza, Battaglia di Solferino e San Martino e la fondazione della Croce Rossa

https://www.raicultura.it/articoli/2020/11/La-seconda-guerra-dIndipendenza-del-1859-aace1e75-8402-439f-bbc8-df80908a3cb0.html

La terza guerra d’Indipendenza

Nel 1866 all’Italia si presenta l’occasione propizia per conquistare il Veneto. La Prussia, stato che sta aumentando la sua forza, vuole spezzare il predominio austriaco sull’Europa. Propone quindi al nuovo regno italiano di intervenire nella guerra contro l’Austria. In cambio all’Italia viene promesso il Veneto.
L’Italia quindi entra in guerra a fianco della Prussia. L’esercito italiano registra molte sconfitte, ad eccezione dei Cacciatori delle Alpi, l’unità di volontari che operò al comando di Garibaldi nel Trentino sud-occidentale fra giugno e luglio 1866.

Il 9 agosto 1866 Garibaldi si trova nel piccolo centro trentino di Bezzecca dove, tre settimane prima, aveva respinto un contrattacco austriaco guadagnando l’unica vittoria italiana nella Terza guerra d’Indipendenza.
Con i suoi “Cacciatori delle Alpi” il generale si prepara a entrare nella regione che era parte dell’impero austro-ungarico: voleva liberare Trento.
Ma giunge la notizia dell’armistizio tra Italia e Austria e arriva l’ordine del generale La Marmora di sgomberare il Trentino entro 24 ore.
Allora Garibaldi impugnò la penna e, in risposta, scrive la famosa frase: Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco.
Il telegramma inviato da Garibaldi. Il celebre Obbedisco!

Pur subendo gravi sconfitte, l’Italia trae comunque vantaggio dalla vittoria finale della Prussia perché ottiene il promesso Veneto.

Per completare l’unificazione italiana mancano ancora Roma, il Lazio, il Trentino e Trieste.

Le tappe dell’unità di Italia

La questione romana

L’annessione del Lazio e di Roma è rimasto un obiettivo prioritario per i patrioti, ma il problema non è di facile soluzione. Infatti per antichissima tradizione che risale ancora a Carlo Magno e a suo padre Pipino il Breve tra corona francese e papato c’era un accordo, un accordo rinnovato più volte tanto che dal 1849 una guarnigione francese difendeva Roma da eventuali attacchi italiani. Cavour ha tentato senza successo una soluzione diplomatica del problema. Garibaldi, nel 1862 e nel 1867, tenta la conquista militare, ma si trova costretto a ritirarsi per la forte opposizione della Francia. Ma nel 1870 si presenta l’occasione per risolvere una volta per tutte le questione romana: la guerra franco – prussiana.

Guerra franco prussiana

Il conflitto viene combattuto nel 1870-71 tra Francia e Prussia. La Prussia, guidata dall’azione politico-diplomatica di Bismarck, vuole completare l’unità tedesca. È però necessario ottenere una vittoria militare sulla Francia. Bismarck approfitta di una questione politica per assumere un atteggiamento apertamente antifrancese che porta alla dichiarazione di guerra da parte della Francia il 19 luglio del 1870.

Ma la Francia, militarmente inferiore alla Prussia e agli altri Stati tedeschi, non è preparata al conflitto ed è senza alleati. Nessuno quindi interviene al suo fianco. Le armate tedesche conseguono immediatamente una serie di vittorie che culminano con la disfatta francese nella battaglia di Sedan. Alla notizia del disastro di Sedan, a Parigi scoppia la rivoluzione: viene proclamata la caduta dell’impero e un governo di difesa nazionale assumeva il potere. Parigi viene assediata dai Tedeschi.

VEDI RACCONTO I DUE AMICI

I francesi resistono eroicamente, ma all’inizio di gennaio del 1871 il comando tedesco bombarda Parigi. Il 28 gennaio viene firmato l’armistizio. La pace si conclude col trattato di Francoforte che comporta l’occupazione temporanea di una parte del territorio, la cessione dell’Alsazia e di una parte della Lorena, e anche la sfilata di una parte delle truppe vittoriose a Parigi, sugli Champs-Elysées.

Grazie alla guerra franco-prussiana, l’Italia approfitta del ritiro delle truppe francesi dallo Stato della Chiesa. Quindi occupa il Lazio e Roma.

Roma capitale del Regno d’Italia

Roma viene proclamata capitale d’Italia nel 1871. Il Parlamento italiano, per risarcire il pontefice della perdita del suo Stato, approva la Legge delle Guarentigie. Tale legge però viene rifiutata dal papa, il quale reagisce duramente scomunicando il governo italiano e promulgando il Non expedit.

Non éxpedit

Il Non éxpedit fu una disposizione della Santa Sede con la quale si dichiarava inaccettabile la partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni politiche del Regno d’Italia e, per estensione, alla vita politica nazionale italiana.
La disposizione fu revocata ufficialmente solo nel 1919 da Papa Benedetto XV.

De Rerum Novarum

L’atteggiamento intransigente della Santa Sede si ammorbidì progressivamente nei decenni successivi.

Infatti nel 1891 papa Leone XIII emanò l’enciclica De rerum novarum.

Enciclica: è una lettera apostolica scritta dal Papa.
Può essere indirizzata ai vescovi, ai fedeli di tutto il mondo o a quelli di una sola regione.
Può trattare argomenti riguardanti la dottrina cattolica o particolari situazioni religiose, politiche, sociali.
Viene chiamata con la citazione delle prime due o tre parole del testo che solitamente anticipano il tema dell’enciclica stessa.
“Rerum novarum” significa “delle cose nuove“.

Con la “Rerum novarum”  Chiesa cattolica affrontava per la prima volta la questione sociale e fondava la moderna dottrina sociale della Chiesa, dottrina necessaria per affrontare le problematiche della nuova società di massa. La “Rerum novarum” volle far sì che il Cattolicesimo non restasse escluso dal processo di trasformazione del nuovo stato italiano. Nel testo inoltre si parlò delle nuove pratiche economiche come le Casse rurali e le Leghe bianche, le organizzazioni sindacali cattoliche.

Punti essenziali
1. Si riconosceva che il conflitto di classe era legato allo sviluppo industriale, alla relazione tra padroni e operai e alla ricchezza accumulata in poche mani.
2. Si poneva contro il pensiero socialista che accresceva l’odio tra poveri e ricchi.
3. Si riconosceva e si difendeva la proprietà privata. Riconosceva il diritto dello stato nella difesa della proprietà privata.
4. Si poneva contro gli scioperi ma anche contro lo sfruttamento degli operai.
5. Sostevena che lo stato doveva garantire a tutti i lavoratori un salario minimo tale da consentire una vita dignitosa a tutti.
6. Inoltre affidava agli operai cristiani il compito di creare società ispirate ala dottrina sociale della chiesa.

Il rapporto tra stato e chiesa dall’Unità di Italia

https://www.facebook.com/watch/?v=314740975897035

La questione romana – Bignomi – Riccardo Rossi

https://www.youtube.com/watch?v=BXRpmfqyfas

La questione romana – prof. Ernesto Galli della Loggia

https://www.raiplay.it/video/2016/04/Il-tempo-e-la-Storia-Unit224-daposItalia-e-chiesa-La-questione-romana-Con-il-Prof-Ernesto-Galli-Della-Loggia-del-05042016-3438bb5d-0f16-4403-b929-def8e3913310.html

Pastor angelicus film

Roma e il papato dopo la seconda guerra

Video – la questione Stato – Chiesa

https://www.facebook.com/raistoria/videos/314740975897035

Fonti

  • © ISTITUTO ITALIANO EDIZIONI ATLAS
  • M. Fossati, G. Lupi, E Zanette, Parlare di storia, Pearson
  • www.treccani.it
  • www.focus.it
  • https://www.grin.com/document/55382
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Età delle rivoluzioni Europa Ottocento

L’età della Restaurazione

Il periodo storico che va dal Congresso di Vienna del 1814-15 ai moti rivoluzionari del 1948 è detto comunemente età della Restaurazione.

Il congresso di Vienna

Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia in Francia viene restaurata la monarchia borbonica: sale al trono l’anziano e malato Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI. Tutte le potenze che avevano sconfitto Napoleone vogliono riportare al situazione dei loro stati a quella che c’era prima della rivoluzione francese. Di questa idea si fa portavoce il principe Klemens von Metternich. Questi propone alle quattro potenze che si erano opposte vittoriosamente a Napoleone, Austria, Prussia, Russia e Inghilterra, di convocare a Vienna un congresso al quale avrebbero partecipato tutti gli Stati europei, compresa la Francia.

Lo scopo era quello di determinare un nuovo e più duraturo assetto del continente, accordando le grandi potenze, per impedire che in futuro potessero esplodere altri conflitti di grande portata come quello insorto a seguito della rivoluzione francese.  

Il Congresso di Vienna si apre il 4 ottobre del 1814. Viene temporaneamente sospeso durante i Cento giorni del ritorno di Napoleone.

I cento giorni di Napoleone

Nel febbraio del 1815 Bonaparte riesce a fuggire dall’isola d’Elba e in marzo approda in Francia. Arriva a Parigi e, senza colpo ferire, si impadronisce della città, acclamato dai parigini.

Riesce a riorganizzare l’esercito, e si scontra in un’epica battaglia a Waterloo, dove viene definitivamente sconfitto da inglesi e prussiani il 18 giugno 1815. Successivamente viene esiliato nella lontana isoletta atlantica di S. Elena, dove muore il 5 maggio del 1821.

I capi di stato europei dovevano avere grande timore di Napoleone per esiliarlo in un luogo tanto lontano!

Gli atti finali del Congresso di Vienna

L’Atto finale del Congresso risale al 9 giugno 1815.

Con esso si di chiara universalmente l’abolizione della tratta degli schiavi.

Anche se ad esso partecipano tutti gli stati europei, le decisioni finali sono adottate dalle maggiori potenze vincitrici del conflitto contro Napoleone: Inghilterra, Russia, Austria e Prussia. 

Un ruolo notevole è svolto anche dalla Francia. Infatti, grazie all’abilità del rappresentante di Luigi XVIII, il visconte di Talleyrand, riesce a sfruttare a suo vantaggio i contrasti diplomatici sorti tra le potenze vincitrici. Ottiene quindi:

  • il ritorno dei Borboni in Francia,
  • evitare le perdite territoriali della Francia,
  • mantenere il prestigio della Francia come potenza europea.

I principi del congresso di Vienna

Le decisioni scaturite dai lavori del congresso sono ispirate a quattro principi.

Il principio di legittimità

I sovrani che sono stati provati dei loro troni dalle armate rivoluzionarie devono essere ripristinati.

Il principio dei compensi

Si deve garantire un adeguato compenso territoriale a quegli Stati che, per motivi politici, sono stati costretti a rinunciare a parti del loro territorio sotto la pressione di Napoleone. Tali compensi però non avrebbero dovuto alterare l’equilibrio europeo

Il principio dell’equilibrio

Concepito per favorire le grandi potenze, questo principio vuole creare attorno alla Francia una serie di Stati-cuscinetto con lo scopo al fine di bloccare eventuali nuove intensioni espansionistiche.  

Il principio di solidarietà

Le grandi dinastie europee, ad esclusione della Gran Bretagna, si impegnano a prestarsi reciproco soccorso in caso di nuovi tentativi di sconvolgimento dell’assetto europeo concordato a Vienna. 

La Santa Alleanza

La Santa Alleanza nasce nel settembre del 1815 per iniziativa dello zar Alessandro I e viene sottoscritta da Austria, Prussia e Russia. 

Non vi aderiscono Inghilterra e Stato Pontificio.

L’Inghilterra considera l’accordo come uno strumento attuato per accrescere l’influenza russa in Europa. Lo stato Pontificio è diffidente verso lo strano legame istituito tra sovrani che professano diverse religioni:

  • l’imperatore austriaco è cattolico
  • il re di Prussia è protestante,
  • lo Zar è ortodosso.

Con la Santa Alleanza si afferma, per la prima volta il principio di intervento in base al quale gli Stati aderenti si impegnavano:

  • a prestarsi vicendevolmente aiuto,
  • ad intervenire per sedare qualsiasi sommossa che minacciasse l’assetto politico stabilito dal Congresso viennese.
FONTE: https://ilpretedelpopoloveneto.altervista.org/il-trattato-della-santa-alleanza-del-1815/

Quadruplice Alleanza

Una maggiore influenza sulle vicende politiche europee di quegli anni ebbe la Quadruplice Alleanza, sottoscritta da Austria, Gran Bretagna, Russia e Prussia nel novembre del 1815.

Essa prevedeva che le quattro grandi potenze si riunissero regolarmente in congressi per dibattere i vari problemi dell’ordine europeo.

l primo di questi incontri avvenne ad Aquisgrana nel 1818 per valutare l’adempimento da parte francese delle condizioni imposte dal trattato di pace. 

Questi accordi sottolineano che i paesi dell’Europa hanno maturato la consapevolezza che sia necessario istituire un sistema di rapporti internazionali in cui le stesse potenze potessero intervenire in tutta Europa con lo scopo di mantenere l’ordine europeo. Di conseguenza anche la politica interna di ciascun paese ne viene condizionata. Infatti se uno stato decideva di adottare istituzioni liberali, che andavano in contrasto con lo spirito conservatore del Congresso, doveva essere considerata una minaccia all’ordine restaurato.

Assetto europeo dopo il Congresso di Vienna

La sistemazione politica europea può essere così descritta: 

  • Austria controlla tutta l’Europa centro-orientale e parte dell’Italia;
  • Russia è saldamente attestata ad Oriente ed aperta all’Occidente con l’acquisto della Polonia, la Bessarabia e la Finlandia. 
  • Inghilterra, non ha interessi territoriali sul continente, ma è interessata al mantenimento della situazione e alla difesa dei propri interessi economici e coloniali oltre oceano; 
  • Francia, nonostante il ridimensionamento territoriale, rimane una forza militare, politica ed economica del nuovo ordine europeo. 
Mappa dell’Europa nel 1815. Situazione politica dopo il Congresso di Vienna nel giugno 1815. https://it.wikipedia.org/wiki/Congresso_di_Vienna#/media/File:Europe_1815_map_en.png


Il nuovo assetto europeo

  • Austria riacquista tutti gli antichi possedimenti e anche la Repubblica di Venezia. Il Belgio viene ceduto all’Olanda. L’imperatore d’Austria presiede anche Confederazione germanica. Raccoglie quindi l’eredità del Sacro Romano Impero dichiarato decaduto da Napoleone. Gli stati tedeschi, dopo un importante operazione di accorpamento vengono ridotti a 39 stati.  
  • Inghilterra non avanza rivendicazioni territoriali in Europa, ad esclusione di Malta e delle isole Ionie. Conserva le conquiste coloniali ottenute con le guerre napoleoniche, cioè il Sud Africa e Ceylon, ex colonie olandesi. 
  • Prussia si ingrandisce a spese della Sassonia e di altri territori sulle rive del Reno, il nuovo confine con la Francia. 
  • Russia ottiene gran parte della Polonia, la Finlandia e la Bessarabia. 
  • Francia, ricostituita in regno sotto Luigi XVIII, ritorna ai confini precedenti il 1789.
  • Olanda viene incorporata al Belgio e assume il nome di regno dei Paesi Bassi sotto la corona di Guglielmo d’Orange.
  • Svezia perde la Finlandia ottiene in cambio la Norvegia.
  • Danimarca, il cui re è rimasto troppo a lungo fedele a Napoleone, perde la Norvegia, ma riceve la Pomerania.
  • Svizzera viene riorganizzata in confederazione e gli altri Stati si impegnano a garantirne la neutralità. 

 L’assetto dell’Italia 

Dopo il 1815 l’assetto della penisola italica ritorna sostanzialmente, sotto le precedenti dinastie:

  • il Lombardo-Veneto con Venezia torna all’Austria e viene amministrato da un viceré; 
  • il regno di Sardegna è assegnato a Vittorio Emanuele I di Savoia e acquisisce i territori dell’ex repubblica di Genova in funzione anti-francese; 
  • il granducato di Toscana è assegnato a Ferdinando III d’Asburgo-Lorena; 
  • il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla è attribuito a Maria Luisa d’Austria, moglie di Napoleone; 
  • il ducato di Modena e Reggio è assegnato a Francesco IV d’Este;
  • la repubblica di San Marino vede riconosciuta la sua secolare indipendenza; 
  • lo Stato Pontificio rimane sotto il controllo del papato (con Pio VII);
  • il regno delle due Sicilie continua a essere retto da un Borbone, Ferdinando I. 

Conclusioni 

Il Congresso di Vienna va interpretato da diversi punti di vista.

Da un lato non si può negare che:

  • ha ripristinato l’Antico regime;
  • ha avuto carattere conservatore e antiliberale;
  • non ha tenuto conto del nuovo ruolo assunto dalla borghesia;
  • non ha considerato le aspirazioni nazionali dei popoli.

Non si può però negare che:

  • ha cercato di armonizzare i vecchi ordinamenti con le nuove istanze politiche, sociali e giuridiche;
  • ha mantenuto quasi ovunque il codice civile napoleonico che garantiva la tutela di principi di libertà ed eguaglianza;
  • ha cercato di garantire la pace in Europa.

Non bisogna dimenticare che l’assetto europeo stabilito al Congresso di Vienna fu duraturo tanto da garantire un secolo di pace nei rapporti tra gli Stati europei. Infatti nessuno dei conflitti che si verificarono tra il 1815 e il 1914 provocò gli sconvolgimenti politici, sociali e territoriali come l’età napoleonica. 

Ma è evidente che il carattere conservatore delle decisioni prese al congresso e il ripristino dell’arretrato antico regime rappresentarono un elemento di instabilità nei rapporti tra i sovrani e il popolo. Infatti la rivoluzione francese e lo stesso Napoleone avevano permesso di vivere un’esperienza politica molto più avanzata. Si erano accarezzati infatti alcuni principi molto moderni:

  • il principio democratico della sovranità del popolo;
  • il principio del rispetto della libertà e della dignità di ogni individuo.

Questo portò nel corso della prima metà dell’Ottocento all’esplosione di diffusi violenti moti rivoluzionari dove le rivendicazioni nazionali erano più forti.

Dopo il Congresso di Vienna

Francia

In Francia Luigi XVIII svolge un’azione moderatrice:

  • non revoca le confische rivoluzionarie ai danni della nobiltà e del clero, ma compensa i nobili delle confische subite durante la rivoluzione,
  • non abroga il Codice napoleonico,
  • il re rimane sovrano assoluto,
  • viene istituita una Camera rappresentativa, eletta da un elettorato scelto tra i ceti più elevati.

Il regime di Luigi XVIII si scontra costantemente con le spinte fortemente restauratrici dei sostenitori della monarchia più del re stesso. Dopo la seconda definitiva sconfitta di Napoleone si scatenano in Francia un’ondata di persecuzioni e di terrore (il cosiddetto terrore bianco). Questo consente loro di conquistare, in un primo momento, un’ampia maggioranza in parlamento. Ma il sovrano, per scongiurare altri moti rivoluzionari, scioglie le Camere e riesce a far eleggere un parlamento più moderato. 

Austria

In Austria la repressione è più aspra. Metternich si serve dell’apparato burocratico e poliziesco per ripristinare l’autorità assoluta dell’imperatore e schiacciare ogni desiderio autonomistico delle diverse etnie dell’impero. 

Confederazione germanica

Nella Confederazione germanica e in Prussia vengono aboliti tutti gli ordinamenti costituzionali introdotti precedentemente sui modelli francesi.

Russia

Nonostante le speranze di riforma, in breve tempo lo zar ritorna ai metodi dispotici. Alessandro I, infatti, figura tra i principali sostenitori della politica di intervento contro i successivi moti rivoluzionari scoppiati in Europa. 

Gran Bretagna 

Tra il 1815 e il 1830 l’Inghilterra è governata dal partito dei conservatori tories, partito composto prevalentemente da rappresentanti dell’aristocrazia terriera. L’altro maggiore partito, quello dei whigs, pur avendo la stessa base sociale, è più aperto ad istanze liberali. 

Le esigenze di rinnovamento di una nazione che stava attraversando profondi mutamenti economico-sociali erano interpretate dai radicali, che però, non avevano, in questo periodo, voce in parlamento ed erano considerati pericolosi demagoghi dagli altri schieramenti maggiori. 

Anche l’Inghilterra in questo periodo è percorsa da una ventata repressiva, al punto che, per fronteggiare le lotte operaie enfatizzata anche dalla grande carestia di quegli anni.

Le società segrete e i moti rivoluzionari

Le società segrete

Nelle monarchie restaurate il sistema repressivo della Santa Alleanza non permette alcuna forma di dissenso e proibisce ogni tipo di organizzazione politica che possa mettere in pericolo l’ordine e l’autorità costituita. 

Per questo gli oppositori del regime politico devono trovare un’alternativa, dal momento. Infatti, nonostante le repressione, le nuove idee diffuse dall’illuminismo e dalla rivoluzione continuano a girare.

Se la idee non possono girare liberamente, continuano quindi a girare nella clandestinità: iniziano quindi a formarsi le società segrete. 

I motivi ispiratori e gli obiettivi delle società segrete sono diversi, ma tutte le società segrete sono accomunante da caratteri comuni:

  • l’importanza attribuita al problema nazionale,
  • l’insofferenza nei confronti della dominazione straniera. 

Gli obiettivi fondamentali delle società segrete sono:

  • l’emanazione di carte costituzionali scritte;
  • la creazione di assemblee rappresentative, di parlamenti;
  • la libertà dei cittadini;
  • la fine dei regimi assolutistici.

Le società segrete sono espressione della piccola e media borghesia, ceti che aspirano all’affermazione sociale. Gli esponenti di queste classi sociali, che erano stati valorizzati da Napoleone, sono ora mortificati dai regimi restaurati. Infatti Napoleone aveva premiato il talento e le competenze dei cittadini e aveva aperto a tutti gli uomini capaci, la possibilità di fare carriera. 

Chi sono i membri delle società segrete

Gli affiliati delle sette sono soprattutto giovani borghesi e militari, ma ci sono anche esponenti della nobiltà, aperti alle nuove problematiche.

La più importante società segreta italiana, diffusa anche in Francia, è la Carboneria, così denominata perché deriva i propri rituali e le cerimonie di iniziazione dal mestiere dei carbonari.

Segue la Giovine Italia, fondata da Giuseppe Mazzini che, pur tenendo segreti i nomi degli adepti, proclama apertamente il suo fine primario: liberare l’Italia dal giogo straniero

Struttura delle società segrete

Per garantire la sicurezza dei membri ed evitare così delazioni e arresti di massa, tutta l’organizzazione carbonara è improntata alla massima segretezza. Chi aderisce alla setta:

  • non conosce i nomi dei capi,
  • non conosce il nome degli altri membri,
  • non conosce la linea di condotta politica della società.

Questo fa sì che arrivino a confluire nella Carboneria esponenti di opposte fedi politiche. Tutta questa segretezza è necessaria per proteggere la società, ma non favorisce la diffusione delle idee. Le sette segrete hanno un ruolo predominante nello scoppio dei moti del 1820-21 e del 1830-31.

I moti insurrezionali del 1820-1821

Pochi anni dopo il Congresso di Vienna, nel 1820-1821, l’Europa è interessata da diffusi movimenti rivoluzionari che vengono tutti repressi con le forze armate della Santa Alleanza.

I moti rivoluzionari del 1920 – 21

In concomitanza con le insurrezioni degli altri Paesi europei, anche in Italia scoppiano i primi moti.

  • Nel Regno delle Due Sicilie, il re Ferdinando I è costretto a concedere la Costituzione; a Palermo la popolazione si ribella all’esercito borbonico e viene proclamata l’indipendenza della Sicilia. Il nuovo Parlamento eletto
    a Napoli, però, non riconosce l’indipendenza dell’isola e invia un esercito con il compito di sconfiggere le forze ribelli. L’intervento della Santa Alleanza in aiuto dei Borboni porta al ripristino della monarchia
    assoluta.
  • Nel Regno di Sardegna anche l’erede al trono Carlo Alberto mostra simpatia per le idee liberali. I liberali moderati, riuniti nella società segreta dei Federati, mirano a ottenere una Costituzione e a dar vita a un Regno dell’Alta Italia. Nel marzo del 1821 scoppia l’insurrezione in Piemonte, guidata da Santorre di Santarosa. Vittorio Emanuele
    I abdica in favore del fratello Carlo Felice, mentre il reggente Carlo Alberto concede una Costituzione. Carlo Felice, però, si rifiuta di riconoscere la Costituzione e chiede aiuto all’Austria. Anche qui le forze della Santa Alleanza ripristinano il potere. Viene quindi instaurato un regime oppressivo.

Solo la Grecia, ribellatasi al giogo ottomano, riesce a conquistare una sua indipendenza dall’Impero Turco, anche grazie ai volontari giunti da tutta Europa.

I moti del 1830 – 31

Dieci anni dopo un’altra ondata rivoluzionaria interessa l’Europa.

I moti rivoluzionari del 1830 – 1831

In Italia i nuovi moti scoppiano nel 1831, soprattutto nelle regioni centrali della penisola, dove erano attivi alcuni gruppi di Carbonari, forti del sostegno di Francesco IV, duca di Modena e Reggio, duca di Massa e principe di Carrara. Alla fine però il principe fece mancare il proprio appoggio. Così le rivolte vengono nuovamente represse con l’aiuto dell’esercito austriaco.

Fallimento delle società segrete

I moti spinti dalle società segrete falliscono i loro obiettivi, sia per la mancanza di un organico programma politico che per l’inesistenza di un saldo apparato organizzativo. Il fallimento dei moti carbonari segna quindi una battuta d’arresto nel fenomeno delle associazioni segrete, ma si sviluppano nuove forme di attività politica. 

Il fallimento dei moti del 1820-1821 e del 1830-1831 dimostra la necessità di un cambiamento di strategie da parte del movimento di indipendenza nazionale.

Nuove idee in Italia

In quel momento si fanno strada quattro diversi progetti politici.

Mazzini e la Giovine Italia

Giuseppe Mazzini nel 1831 fonda la Giovine Italia, un’associazione patriottica con i seguenti obiettivi politici:

  • l’indipendenza nazionale,
  • l’unità politica dell’Italia,
  • la repubblica.

Secondo Mazzini tali obiettivi vanno conseguiti tramite insurrezioni popolari. Lui ritiene che la popolazione vada preparata attraverso un’adeguata opera di propaganda. Tra il 1833 e il 1844 tutti i tentativi insurrezionali dei mazziniani falliscono.

Gioberti

In ambito cattolico ottiene molti consensi il progetto neoguelfo di Vincenzo Gioberti, che ipotizza la creazione di una confederazione degli Stati italiani guidata dal papa.

Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio

I liberali moderati, tra cui Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio, come Gioberti respingono l’idea mazziniana di una rivoluzione popolare, democratica, repubblicana e ritengono impraticabile l’ipotesi dell’unificazione politica della penisola in un unico Stato. A loro sembra più realistica l’idea di una federazione di Stati, sotto la guida della monarchia dei Savoia, la monarchia che guida il Regno di Sardegna.

Federalismo democratico

La corrente politica del federalismo democratico sostiene la necessità di dar vita a uno Stato federale che unisca tutti i diversi regni della penisola e che garantisca la loro autonomia. Carlo Cattaneo è tra i maggiori esponenti di questo progetto politico. Lui propone una soluzione federalista anche per l’Europa. (La sua era decisamente una visione molto moderna!!!)

Altri invece vogliono affrontare diversi problemi: da un lato l’obiettivo dell’indipendenza nazionale, dall’altro la soluzione dei gravi problemi di natura sociale ed economica.

Chi sono i patrioti

Anche se i moti rivoluzionari non riescono a realizzare quanto sperato, le idee dilagano e coinvolgono un numero crescente di patrioti. Ma chi sono questi patrioti? Sono uomini e donne di ogni estrazione sociale, che provengono principalmente dalle città, dove è più facile la circolazione del pensiero. Vogliono mutare assetto geopolitico della penisola e sono animati dalla produzione culturale che trasmette valori nazionali.

Documenti

Le società segrete secondo Buonarroti

Buonarroti concepiva la società segreta come un organismo rigidamente accentrato e diretto da un piccolo nucleo, dove era esclusa ogni iniziativa dal basso verso l’alto. La negazione della forma democratica all’interno della “setta” derivava dalla sua natura di «esercito segreto di liberatori», ma trovava fondamento nella teoria della “dittatura” di Buonarroti, il quale riteneva che soltanto un nucleo direttivo con poteri assoluti avrebbe potuto condurre a buon fine la lotta del movimento rivoluzionario. Influenzato dalle esperienze francesi, egli riteneva che, all’inizio di una fase di emancipazione e di rivolgimenti, un popolo diseducato da secoli di dispotismo e di corruzione non fosse in grado di scegliere i propri capi. Perciò risultava necessaria la creazione di un’autorità straordinaria e transitoria, al fine di indebolire il sostegno da parte delle masse al regime vigente, anche attraverso l’istituzione di misure coercitive.

È utile, è giusto stabilire una società segreta?
È utile perché è solo attraverso una società segreta bene organizzata che si possono riunire le forze e acquistare la potenza necessaria per distruggere il male che pesa su tutta l’Europa. […]
Il destino subito dalla maggior parte delle società segrete create nel nostro tempo e soprattutto da quelle che si erano formate in Francia ci avverte che l’impresa presenta delle difficoltà e mostra che occorre una grande sagacia per evitare fin dagli inizi gli errori nei quali erano caduti i fondatori di questi corpi. […]
Il carbonarismo napoletano […] ci offre a un tempo il quadro del bene che può produrre una società segreta e dei vizi di fondazione che ne distruggono in tutto o in parte la felice influenza.
Io pongo tra i difetti che si possono rimproverare alla Carboneria l’indeterminatezza delle sue dottrine, la leggerezza nella scelta dei candidati, il numero troppo grande dei suoi membri, il difetto del segreto, l’assenza di un potere legislativo e direttivo esclusivo e obbedito. […] Tale assenza ha prodotto l’insubordinazione, l’insufficienza e l’incrocio delle misure così come l’impossibilità di ottenere l’unità dei piani e il concorso di tutte le forze nell’esecuzione. Mi sembra che per creare una società segreta veramente utile all’umanità sia necessario fin dall’inizio stabilire un corpo poco numeroso dotato di dottrine precise, pure e comuni a tutti i suoi membri; esso si costituirà capo unico e legislatore assoluto dell’istituzione, e determinerà le regole in base alle quali si perpetuerà aggiungendosi successivamente gli uomini che giudicherà degni di dividere i suoi lavori. […]
Non è dalla massa degli iniziati che questo corpo deve avere la sua esistenza, ma è da questo corpo creatore e legislatore che gli iniziati devono essere chiamati a concorrere ai suoi disegni secondo le regole che esso deve determinare e dettare. […]
La società segreta di cui qui si tratta è un’istituzione democratica per i suoi principi e per lo scopo al quale tende; ma le sue forme e la sua organizzazione non possono essere quelle della democrazia.
Sotto l’aspetto delle dottrine, che si suppongono pure nei capi, esse saranno meglio conservate e trasmesse dai capi che dalla folla degli iniziati, le cui opinioni per quanto si faccia non saranno mai né fisse né uniformi. Per quanto riguarda l’azione sia preparatoria che definitiva bisogna assolutamente che l’impulso parta dall’alto e che tutto il resto obbedisca. Questa società non è che un esercito segreto destinato a combattere un nemico potente e armato di tutto punto; e come potrebbe preparare e dirigere efficacemente i suoi attacchi se si dovesse consultare ogni volta ognuno dei suoi membri e rischiare così di rendere pubblico ciò che esige il più grande segreto?

A. Saitta, Filippo Buonarroti, vol. I, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1950, pp. 82-84

Domande
Quali sono i punti deboli della Carboneria a detta di Buonarroti?

La nazione, «plebiscito* di tutti i giorni»

A sentire certi teorici della politica, una nazione è innanzitutto una dinastia, alle cui spalle sta un’antica conquista, prima accettata, poi dimenticata dalla massa del popolo. Secondo i politici ai quali mi riferisco, l’accorpamento di province realizzato da una dinastia, dalle sue guerre, dai suoi matrimoni, dai suoi trattati, termina con la dinastia che l’ha costruita. […]
Tuttavia tale legge non è assoluta. La Svizzera e gli Stati Uniti, che si sono formati come agglomerazioni di aggiunte successive, non hanno alcuna base dinastica. Non discuterò la questione per quanto riguarda la Francia; bisognerebbe possedere il segreto dell’avvenire. Diciamo solo che questa grande monarchia francese era stata così profondamente nazionale che, all’indomani della sua caduta, la nazione ha potuto reggersi senza di essa. […]
Bisogna dunque ammettere che una nazione può esistere senza principio dinastico, e persino che nazioni formate da dinastie possono separarsene senza perciò cessare di esistere. Il vecchio principio che tiene conto solo del diritto dei prìncipi non può più essere mantenuto; oltre al diritto dinastico, c’è il principio nazionale.
Su quale criterio dunque si deve fondare questo diritto nazionale? da quali segni riconoscerlo? da quale fatto tangibile farlo derivare?
 
1. Dalla razza, sostengono alcuni con sicurezza. Le divisioni artificiali, frutto del feudalesimo, dei matrimoni dinastici, dei congressi diplomatici, sono effimere. Quello che resta solido e stabile, è la razza delle popolazioni. Ecco ciò che costituisce, sul piano giuridico, titolo di legittimità. […]
A guardare la realtà possiamo dire che l’elemento etnico non ha avuto alcun ruolo nella costituzione delle nazioni moderne:
–        la Francia è celtica, iberica, germanica;
–        la Germania è germanica, celtica e slava: tutto il Sud è stato gallico. Tutto l’Est, a partire dall’Elba, è slavo, e le parti che si pretende siano realmente pure, lo sono veramente?
–        l’Italia è il paese nel quale la situazione, dal punto di vista etnico, è più confusa. Galli, Etruschi, Pelasgi, Greci, senza parlare di molti altri elementi, si incrociano in un miscuglio indecifrabile;
–        le isole britanniche, nel loro insieme, offrono una mescolanza di sangue celtico e germanico le cui proporzioni sono particolarmente difficili da definire.
La verità è che non esiste la razza pura e che basare la politica sull’analisi etnica significa fondarla su una chimera**. I paesi più nobili, l’Inghilterra, la Francia, l’Italia sono quelli il cui sangue è misto in misura maggiore. E anche la Germania non costituisce un’eccezione sotto quest’aspetto.
Siamo qui di fronte a uno dei problemi su cui è assolutamente necessario avere idee chiare e prevenire i fraintendimenti. […]
2. Ciò che abbiamo appena detto a proposito della razza, bisogna dirlo anche per la lingua. La lingua invita, ma non forza, a unirsi.
Gli Stati Uniti e l’Inghilterra, l’America Latina e la Spagna parlano la stessa lingua ma non formano un’unica nazione. Al contrario, la Svizzera, così ben fatta, poiché si è costituita sulla base del consenso delle sue varie parti, conta tre o quattro lingue.
 
C’è però nell’uomo qualcosa di superiore alla lingua: è la volontà. La volontà della Svizzera di essere unita, malgrado la varietà dei suoi idiomi, è un fatto assai più importante di una identità ottenuta con la violenza. […]

3. Neanche la religione può offrire una base sufficiente per la costituzione di una moderna nazionalità.
In origine, la religione era strettamente collegata all’esistenza stessa del gruppo sociale. Il gruppo sociale era un’estensione della famiglia. La religione, i riti, erano riti della famiglia. La religione di Atene, era il culto della stessa Atene, dei suoi mitici fondatori, delle sue leggi, dei suoi costumi, non implicava nessuna teologia dogmatica.
Questa religione era, nel pieno senso del termine, una religione di stato. […]
 
Oggi ciascuno crede e pratica a modo suo, quello che può, quello che vuole. Non c’è più religione di Stato; si può essere Francese, Inglese, Tedesco, ed essere cattolico, protestante, israelita, o non praticare nessun culto.
La religione è diventata una questione personale; riguarda la coscienza di ciascuno. Non esiste più la divisione delle nazioni in cattoliche e protestanti. La religione che, cinquantadue anni fa, era un elemento così rilevante nella formazione del Belgio, conserva tutta la sua importanza nell’interiorità di ciascuno; ma è uscita quasi del tutto dalle ragioni che tracciano i confini tra i popoli. […]
Abbiamo appena visto ciò che non basta a creare un tale principio spirituale: la razza, la lingua, gli interessi, l’affinità religiosa, la geografia, le necessità militari.
Cos’altro è dunque necessario? Per quanto è stato detto in precedenza, ormai non dovrò trattenere a lungo la vostra attenzione.
 
Una nazione è un’anima, un principio spirituale. Due cose, che in realtà sono una cosa sola, costituiscono quest’anima e questo principio spirituale; una è nel passato, l’altra nel presente.
Una è il comune possesso di una ricca eredità di ricordi; l’altra è il consenso attuale, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare a far valere l’eredità ricevuta indivisa.
L’uomo, signori, non s’improvvisa. La nazione, come l’individuo, è il punto d’arrivo di un lungo passato di sforzi, di sacrifici e di dedizione.
Il culto degli antenati è fra tutti il più legittimo; gli antenati ci hanno fatti ciò che siamo. […]
La nazione è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme.
L’esistenza di una nazione è (mi si perdoni la metafora) un plebiscito di tutti i giorni, come l’esistenza dell’individuo è una affermazione perpetua di vita.

NOTE:
* Plebiscito: ogni diretta manifestazione di volontà del popolo riguardo a questioni relative alla struttura dello stato o alla sovranità territoriale. In questo caso inteso come chiara volontà di popolo.
 

**Chimera: idea senza fondamento, sogno vano, fantasticheria strana, utopia
E. Renan, Che cos’è una nazione, Donzelli, Roma 1993, pp. 9-13 e 15-20.

Ernest Renan, tra i maggiori esponenti del Positivismo, scrittore, orientalista e storico del cristianesimo, insegnò ebraico al Collège de France e, nel 1878, fu nominato accademico di Francia.
Celebre fu la sua Vita di Gesù (1863), prima parte della Storia delle origini del cristianesimo (1863-1881). Tra le altre sue opere Storia generale delle lingue semitiche (1855), Ricordi di infanzia e giovinezza (1883).

Rispondi:

  • Quali sono, secondo Renan, i fattori essenziali per la costruzione di una nazione?
  • Come è stata realizzata, in Europa, l’unità delle moderne nazioni?
  • Qual è il ruolo dell’oblio (la dimenticanza) nella fondazione di una nazione?  
  • E tu cosa ne pensi?

Il programma del giornale Il Conciliatore

Il programma del giornale, redatto da Pietro Borsieri, testimoniava dei progressi compiuti negli ultimi decenni dalla società italiana e sosteneva la necessità di un rinnovamento anche culturale del paese. Borsieri si proponeva di affrontare problemi di rilevanza civile, ampliando la discussione fino a quel momento ristretta tra le fazioni politiche. Attraverso argomenti come l’agricoltura, la statistica, il diritto, l’arte ecc. egli intendeva poi contribuire alla formazione di una maggiore capacità critica dei cittadini.

Già da tempo, il vero sapere era proprietà riservata ad alcuni pochi che di tanto in tanto ne facevano parte ai meno dotti di loro. Più spesso la minuziosa erudizione e la grave pedanteria occupavano il campo della vera filologia, della critica filosofica, della schietta ed elegante letteratura. I dotti e i letterati di professione sparsi ne’ chiostri e ne’ licei applaudivano fra di loro alle opere dei loro colleghi, o le biasimavano; ed al Pubblico non curante ne giungeva appena una debole voce. Insomma non v’era, trent’anni addietro, in Italia, tale e tanto numero di lettori giudiziosi, che bastassero a costituire un pubblico giudicante, indipendentemente dalle opinioni di scuola, o da quelle divulgate dalle sette letterarie e dalle accademie.
Quella non curanza, che era nata fra noi dal lungo sonno della pace e dalla poca comunicazione delle varie genti d’Italia, è ora sparita per opera delle contrarie cagioni. Tanti solenni avvenimenti della nostra età, tante lezioni della sventura, tante funeste esperienze di mutamenti sociali, hanno svegliato gli uomini col pungolo del dolore; e riscosso una volta il sentimento, hanno essi per necessaria conseguenza imparato a pensare.
Le gare arcadiche, le dispute meramente grammaticali, infine la letteratura delle nude parole, annoja ora la dio mercè gran numero di persone che non professano gli studj, ma che cercano però nella coltura dell’animo una urbanità, un fiore di eleganza veramente degno dell’uomo, e l’obblivione ad un tempo di molti affanni di questa sfuggevole vita.
Pare a noi (sia detto senza arroganza, e senza detrarre a que’ dotti che si occupano esclusivamente di scienze esatte e positive), pare a noi che una sì felice disposizione degli animi non venga bastantemente consultata e messa a profitto dai nostri scrittori di cose morali e letterarie.
Mossi da simili considerazioni, alcuni uomini di lettere dimoranti in questa città, hanno deliberato di offrire al Pubblico Italiano un nuovo giornale che avrà per titolo «Il Conciliatore», e in cui si propongono di cimentare coll’esperienza giornaliera la verità dei principj che abbiamo pur ora accennato. […]
L’Italia e la Lombardia in particolare è un paese agricolo e commerciale. Le proprietà sono molto divise fra i cittadini, e la ricchezza circola equabilmente per dir così in tutte le vene dello Stato. Reso accorto da questa verità di fatto «Il Conciliatore» ha detto a sé stesso: io parlerò dei buoni metodi di agricoltura, delle invenzioni di nuove macchine, della divisione del lavoro, dell’arte insomma di moltiplicare le ricchezze; arte che torna in profitto dello Stato ma che in gran parte è abbandonata di sua natura all’ingegno e alla attività dei privati. […]
Ma non basta far conoscere universalmente i nuovi principj della scienza economica per agevolarne l’applicazione. L’industria guida i suoi movimenti sulla linea dei bisogni, che o si minorano, o si moltiplicano, o cangiano oggetto a seconda delle abitudini morali e delle costumanze dei popoli. E noi dunque procacceremo per quanto ne sarà possibile di raccogliere e far conoscere a quando a quando le vicende di queste abitudini e di queste costumanze, per fornire ai nostri lettori altrettante basi di fatto sulle quali possano appoggiare le loro conghietture e le nostre teoriche. Questa sarà la parte statistica e scientifica del Giornale, che presa sotto sì ampio punto di vista aprirà il campo a variatissime e importanti osservazioni. […]
Se non che la severità di questi oggetti renderebbe troppo grave il nostro Giornale, ove non ci avvisassimo di temperarla perpetuamente, […], coi ridenti studj della bella letteratura. Parleremo di versi, parleremo di prose, di opere forestiere, di opere nazionali, di spettacoli, di declamazione, di belle arti, di antichi e di moderni, di poetiche e di precetti… di tutto in somma che ecciti l’attenzione del bel mondo senza stancarla.
“Il Conciliatore”, a c. di V. Branca, vol. I, Le Monnier, Firenze 1947, pp. 33-34.

Necessità dell’indipendenza nazionale

Come si può leggere nel brano che segue, nella visione di Santarosa, dagli accesi toni antiaustriaci, indipendenza e libertà erano obiettivi inscindibili e complementari, dato che le libertà costituzionali sarebbero state impossibili sotto il dominio asburgico. Per la conquista dell’indipendenza gli italiani avrebbero dovuto fare affidamento soltanto sulle proprie forze, respingendo la tentazione di cedere alle lusinghe francesi e puntando, invece, sulla conciliazione tra i vari ceti, sull’intesa tra la chiesa e gli stati e sull’accordo tra principi e popoli. Riguardo al futuro assetto costituzionale, Santarosa caldeggiava una soluzione federale, perché riteneva irrealistica l’idea di fare dell’Italia una monarchia unitaria come la Francia o una repubblica federale come gli Stati Uniti o la Svizzera. Per questo, egli prospettava la creazione di una confederazione di stati monarchici retti da «governi liberali e temperati», con il Piemonte ingrandito dall’annessione di Lombardia e Veneto, un forte regno di Napoli a sud, gli stati del centro “bilanciati” tra Torino e Napoli e il papa «mantenitore di pace e rispettato arbitro d’Europa». La visione precorre, quindi, le tesi “neoguelfe” del successivo periodo del movimento liberale moderato italiano.

Lo scopo della guerra d’indipendenza è chiaro; è che niuna provincia d’Italia sia provincia di Principe forestiero.
E ne nasce una seconda cosa, che i Governi Italiani siano tutti stretti in confederazione a conservazione della pace e a difesa della comune patria. E siccome dall’indipendenza nasce questo grandissimo bene di poter governare le cose nostre secondo l’utile e il desiderio dell’universale ne seguirà che i Governi Italiani saranno tutti governi liberali e temperati.
E da tutto questo gli Italiani potenti, ricchi, e nel commercio interno e esterno, e più costumati, più felici, e nelle lettere grandi.
Se tutti i Principi Italiani faranno questa guerra, conserveranno i loro stati. E solamente rimarrà la Lombardia sgombra d’austriaci, senza Principi. I Lombardi nel rivendicarsi in libertà chiameranno quel Principe che a loro parrà: ma io credo che i Lombardi e i Piemontesi conoscano che la loro unione esser salute d’Italia essendovi allora 7 milioni d’Italiani, ricchi, forti e atti a torre a Francia e Austria il pensiero di venirci a travagliare: Regno che con Venezia e Genova toccando i due mari d’Italia sarà grande col commercio, come grande e fiorente nelle ricchezze territoriali per la bontà della terra, come grande nelle armi per la prodezza e la robustezza degli uomini. E questa riunione sarà tanto più naturale se i Principi di Savoia compiendo alla fine l’opera dai loro avi incominciata siccome lo squadrone di Savoia liberò dai venturieri Lombardia e Milano ora Milano strappi agli Austriaci e liberi tutto il piano Lombardo.
Gli altri Stati d’Italia bilanciati in mezzo a Napoli e Lombardia d’ugual forza vivranno col nome d’Italiani sicuri e liberissimi, e il papa dando a questa confederazione alcuna cosa di sacro sarà mantenitore di pace e rispettato arbitro d’Europa. […]
Che sia allora per accadere niuno lo sa. Ma dovranno i popoli Italiani istituire reggimenti fermi e forti e savi a [un] tempo, o unirsi al principe fedele alla causa Italiana.
Chi può prevedere quello che seguirebbe dal ripudiarsi l’Italia dai principi presenti?
Checché ne avvenga l’indipendenza nazionale è la prima cosa, il primo scopo. L’essere governati temperatamente il secondo e indivisibile dal primo. Il modo del Governo tengo cosa meno importante: sebbene sia molto da desiderare che la saviezza dei Principi Italiani non dia luogo ad un sovvertimento di cose pericoloso.
Il far l’Italia Repubblica federativa come Svizzera, e America settentrionale, o Stato unico dipendente da un Re solo e rappresentato da un Parlamento solo sono cose tanto lontane dai presenti ordini di cose che piuttosto sogno che altro son da considerare, principalmente il primo che supporrebbe tutti i Principi Italiani traditori della causa d’Italia, e il secondo che supporrebbe tale o il Re Napoletano, o il Re del Piemonte, cose orribili a pensarci non che a dirsi. Se la nostra infelicità portasse le cose a questo punto gli Italiani adunati in congresso determinerebbero. Non andiamo ora inoltrandoci in vane immaginazioni. Quello che importa è di cacciare gli Austriaci. […]
Sia nel cuore di Principi, Poeti, Soldati, Scolaresca, Popolo, Montanari, tutti.
L’imperatore Austriaco via. L’Italia è oggimai guelfa, pontefice Romano, è guelfa. Stringila, è tua se vuoi, ma se per un orribile sovvertimento di cose tu ti facesti ghibellino. Solo ghibellino in Italia. Io già m’arretro… La nave di S. Pietro non può affondare, ma il successore di Pietro potrebbe tornare alle reti.  –
Tratto da S. di Santarosa, Delle speranze degli italiani, Casa edizione Risorgimento, Milano 1920, pp. 58-59

Tratto da: https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/dossier/d08_01_01.html

Il 1948, la primavera dei popoli

Prima di parlare del 48 è utili ricordare che tra 1845-47 in Europa si sono registrate alcune cattive annate agricole. Questo va a incrementare l’inquietudine diffusa in Europa e sfocia in una serie di movimenti rivoluzionari che interessano tutta l’Europa.

I moti rivoluzionari del 1847 – 1848

Nel 1846, l’elezione di Pio IX al soglio pontificio alimentano le speranze dei liberali; infatti lui sembra sensibile alle idee libertarie e riformiste.
Il 12 gennaio 1948 scoppiano a Palermo; il 29 gennaio viene promessa costituzione che viene concessa il 10 febbraio. Da qui inizia l’effetto domino.

A febbraio e a marzo vengono concesse diverse carte costituzionali:

  • il Re di Sardegna concede lo Statuto Albertino che rimarrà in vigore fino al 1 gennaio 1948,
  • il Granduca di Toscana concede una carta costituzionale,
  • Papa Pio X concede una carta costituzionale
Lo Statuto albertino è un testo costituzionale promulgato da Carlo Alberto (per questo detto “albertino”) il 4 marzo 1848. Il termine statuto indica come questa Costituzione fosse una concessione del re e non l’opera di una assemblea eletta dal popolo.
Tra le novità più importanti introdotte dallo Statuto vi sono
– l’adozione della religione cattolica come religione di Stato (pur riconoscendo il diritto a professare culti diversi da quello cattolico);
– il privilegio del re di gestire, da solo, il potere esecutivo;
– il potere legislativo veniva, invece, esercitato dal re e dai due rami del Parlamento (Camera e Senato).
Nello Statuto vengono anche enunciate le libertà e le garanzie fondamentali del cittadino.

Queste concessioni sono accompagnate da grandi manifestazioni di entusiasmo da parte dei cittadini e dei patrioti italiani.  Ma i movimenti rivoluzionari non si limitano all’Italia, ma interessano tutta l’Europa.

  • In Francia la popolazione insorge, provocando la fuga del re; viene quindi instaurato un Governo provvisorio 
  • In Austria il popolo protesta nelle strade di Vienna per chiedere delle riforme. L’Imperatore promette quindi una costituzione. Ci sono insurrezioni a Budapest, a Venezia e a Milano. A Milano la popolazione insorge in quelle che sono ricordate come le Cinque giornate di Milano che daranno l’avvio alla prima guerra di indipendenza. Durante le “Cinque giornate”, il popolo costringe gli Austriaci a fuggire. Anche a Venezia viene proclamata la Repubblica.
  • Si segnano insurrezioni anche in Prussia e in Polonia.
Approfondimenti sulle Cinque giornate di Milano

https://storiadimilano.altervista.org/le-cinque-giornate-di-milano/

https://www.treccani.it/enciclopedia/cinque-giornate-di-milano_%28Dizionario-di-Storia%29/
https://www.raiplay.it/video/2018/03/Passato-e-presente—LE-5-GIORNATE-DI-MILANO-55910864-2c0e-4d0c-9a2c-c109d38e8208.html

https://youtu.be/EwPB7XVjkIw

Anche queste insurrezioni vengono represse nel sangue grazie alle forze della Santa Alleanza, una forza di polizia sovranazionale europea.

Ma, nonostante la repressione armata, le idee continuano a diffondersi.  

Barricate durante le cinque giornate di Milano in una stampa dell’epoca

Approfondimento – Forme di sociabilità nell’Ottocento francese e italiano

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/dossier/d08_02_00.html

Fonti

  • https://ilpretedelpopoloveneto.altervista.org/il-trattato-della-santa-alleanza-del-1815/
  • www.treccani.it
  • © ISTITUTO ITALIANO EDIZIONI ATLAS
  • M. Fossati, G. Lupi, E Zanette, Parlare di storia, Pearson
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Novecento Ottocento sfruttamento minorile

Il lavoro minorile tra storia e letteratura

Con l’espressione sfruttamento minorile si intende una qualsiasi attività lavorativa che priva l’infanzia dei sui diritti quali la dignità, la libertà e la formazione e impedisce quindi negativamente sullo sviluppo psico-fisico dei bambini.

In questo articolo si trovano documenti storici e testi della letteratura che affrontano questa tematica.

Documenti

Le conseguenze del lavoro minorile

Questo documento è tratto da un’inchiesta parlamentare inglese del 1833. I commissari di questo rapporto dimostrano una notevole capacità di analisi sociale, fatto che rende i loro risultati quanto mai significativi. A questa inchiesta ufficiale seguì il Factory Act del 1833, che istituì ispettori impiegati a tempo pieno per verificare il rispetto dei regolamenti e compiere regolari rapporti. Nel 1844 il governo inglese limitò lo sfruttamento delle donne, introdusse il sistema del tempo parziale per i giovani e prese le prime misure per disciplinare gli incidenti sul lavoro. Il brano proposto mostra l’attenta indagine dei commissari, che non nascondono la gravità della condizione infantile.

Dall’insieme delle testimonianze giacenti di fronte a noi, di cui ci siamo sforzati di indicare i punti essenziali, troviamo:

1. Che i bambini sono impiegati in tutte le principali branche della manifattura da un capo all’altro del Regno per lo stesso numero di ore degli adulti.
2. Che gli effetti del lavoro per tali ore sono, in un gran numero di casi: deterioramento permanente della costituzione fisica; produzione di malattie spesso del tutto incurabili; esclusione parziale o totale (in ragione della fatica eccessiva) dai mezzi per ottenere un’educazione adeguata e acquisire abitudini utili, o per approfittare di quei mezzi, quando siano offerti.
3. Che all’età in cui i bambini subiscono questi danni dal lavoro, essi sono sottoposti, non sono agenti liberi, ma sono privati del salario; delle paghe che guadagnano si appropriano i loro genitori e tutori. Siamo perciò dell’avviso che un caso è sorto per l’interferenza della Legislazione a favore dei bambini impiegati nelle fabbriche.
4. Riguardo alla moralità, troviamo che, sebbene affermazioni e deposizioni di differenti testimoni che sono stati esaminati siano in contrasto fino a un grado considerevole, tuttavia non c’è nessuna prova capace di mostrare che vizio e immoralità sono diffusi fra questa gente; considerata come classe, più che fra altre parti della comunità nella stessa posizione, e con gli stessi limitati mezzi di informazione. Distinta dalle altre classi per lo stare riuniti insieme (entrambi i sessi, giovani e vecchi) in grandi quantità, il linguaggio e il comportamento comuni alla gente incolta, in tali circostanze, appare essere controllato in grado non inconsiderevole dalla presenza di padri, madri e fratelli; per ogni male di questa specie che può nondimeno esistere, il rimedio più proprio sembra essere un’educazione più generale e accurata dei giovani.
5. Riguardo alla questione “per quali aspetti le leggi fatte per la protezione di questi bambini sono state trovate insufficienti rispetto al loro proposito”, troviamo che nelle situazioni del paese la legge esistente è osservata raramente o mai, che in diverse fra le principali città manifatturiere è apertamente inosservata, che in altre la sua messa in opera è estremamente parziale e incompleta, e che perfino a Manchester, dove le industrie principali provavano interesse a porre l’atto in esecuzione contro le evasioni praticate dai piccoli proprietari di fabbriche, il tentativo di imporre i suoi provvedimenti attraverso l’azione di un comitato di padroni è stato per qualche tempo abbandonato. Nell’insieme troviamo che la legge presente è stata quasi interamente inoperativa per i legittimi obiettivi contemplati in essa, e ha solo avuto la sembianza di efficienza in circostanze in cui si è conformata allo stato delle cose già esistenti, o in cui quella parte dei suoi provvedimenti che è adottata da qualche parte sarebbe stata ugualmente adottata senza intervento legislativo, come c’è ragione di presumere se volgiamo attenzione al fatto che tali provvedimenti sono stati realmente adottati nel corso del progresso in altre branche della manifattura non regolamentate per legge. D’altro lato, le classi numerose dei lavoratori, che rientrano nei provvedimenti del recente come dei più vecchi Atti, hanno preso familiarità col disprezzo per la legge, e con la pratica della frode, dell’evasione, dello spergiuro.

Report of Commissioners on the employment of children in factories (1832), British Parliamentary Papers (1833/XX), in English historical documents, a c. di D.C. Douglas, Eyre and Spottiswoode, Londra 1956, pp. 940-941.
Fonte https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_02.html

Domande

  • Chi trae beneficio dall’impiego dei bambini nelle manifatture?
  • Quali sono le conseguenze morali sui bambini di un precoce avviamento al lavoro?

Testi della letteratura

Rosso Malpelo – Giovanni Verga

Lettura della novella, testo integrale alla pagina di Giovanni Verga.

Da “Inchiesta in Sicilia” di Franchetti e Sonnino – Il lavoro dei carusi

Vedi testo sfruttamento nelle miniere nella pagina di Giovanni Verga

Ciaula e la luna Luigi Pirandello

Testo tratto da Macaronì – Romanzo di santi e delinquenti – di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli

Fonti

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_02.html

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Novecento Ottocento

Società e idee dell’Ottocento

Le nuove povertà

Il processo di industrializzazione avviato dalla rivoluzione industriale ha provocato delle profonde trasformazioni sociali. Alla base dei mutamenti sociali dell’Ottocento sta innanzitutto il forte incremento demografico.

Nel corso dell’Ottocento l’Europa passa da 193 milioni dell’inizio del secolo ai 400 milioni di abitanti alla fine secolo. Non si tratta solo di un dato quantitativo in quanto nel corso dell’Ottocento avvenne una vera rivoluzione nel regime demografico europeo.

Fino a quel momento l’andamento della popolazione europea era caratterizzato da alta natalità e da alta mortalità come in tutte le società agricole tradizionali. Ogni fase di crescita demografica veniva prima o poi bilanciata da altre fasi di mortalità causate da carestie e da epidemie. Questo era causato dal fatto che si creava uno squilibrio tra la popolazione in crescita e le risorse a disposizione.

Nel corso dell’800 invece:

  • il tasso di natalità si mantenne alto,
  • il tasso di mortalità si ridusse,
  • quindi la popolazione eurpoe aumentò.

Questo accadde grazie:

  • all’arricchimento dell’alimentazione,
  • al miglioramento delle condizioni igieniche abitative,
  • ai progressi della medicina,
  • ai progressi nella cura delle malattie infettive.

Con l’affermazione del sistema industriale, per la prima volta nella storia dell’uomo, le risorse iniziarono a crescere. Questo accadde nei paesi sviluppati in cui le risorse iniziarono a crescere in misura proporzionale rispetto alla popolazione.

E fu così che l’ultima grande carestia europea si abbattè sull’Irlanda nel 1847 – 48 a seguito di una grande malattia della patata.

OGGI
Per comprendere bene la novità di questo fenomeno è importante ricordare che, per secoli, riuscire a sopravvivere da un anno all’altro era stato davvero il problema principale degli europei.
Dobbiamo pensare che la vita media degli Europei fino al 700 era di 30 anni, mentre oggi la vita media del paese occidentali raggiunge gli 80 anni.
Lo spettro della fame, delle carestie e delle epidemie è scomparso nei paesi sviluppati ma è ancora drammaticamente attuale in gran parte del mondo non sviluppato.

Dai ceti alle classi

La società dell’Europa industriale dell’Ottocento era molto più popolata di quella dei secoli precedenti. Ma era anche molto più articolata più dinamica. 

La società dell’Antico regime era costruita sulla stabilità e sulla tradizione, mentre la nuova società industriale si costruiva sull’intraprendenza e sul successo personale.

Nella nuova società industriale infatti c’era mobilità sociale. La possibilità di modificare la propria condizione all’interno della gerarchia sociale aumentò decisamente nel corso dell’Ottocento fino a diventare una delle caratteristiche fondamentali delle società sviluppate.

Nonostante l’evoluzione sociale, l’aristocrazia mantenne per tutto il secolo:

  • grande influenza,
  • grande potere,
  • grande prestigio.

I contadini continuavano a costituire la base di una società che, anche se si era industrializzata, si basava ancora sull’agricoltura. E questo accadeva soprattutto quanto più ci si allontanava dal centro dell’Europa industriale e dalle grandi città industriali. Ma non c’è dubbio che la grande novità dell’Ottocento è l’emergere sulla scena di due classi sociali: la borghesia e il proletariato.

Borghesia e proletariato diventarono così il cardine della società moderna. Più si sviluppava l’industria, più aumentavano le fabbriche, più importanti diventavano borghesia e proletariato.

La borghesia investiva i capitali nell’iniziativa economica per ottenere profitto.

Il proletariato vendeva la propria capacità lavorativa, vendeva la propria forza lavoro in cambio di un salario.

Proprio nella prima metà dell’Ottocento si iniziò a utilizzare il termine classe per indicare le stratificazioni interne alla società.

La classe indica un insieme di individui accomunati da:

  • funzione produttiva,
  • ruolo sociale,
  • condivisione di interessi,
  • condivisione di stili di vita,
  • valori.

La distinzione in classi sociali si riferisce quindi elementi economici e culturali non giuridici. Mentre la distinzione in ordini nell’antico regime era regolata da un sistema giuridico, la nuova divisione in classi sociali invece si basava su elementi di tipo economico e culturale.

Per quanto riguarda la società industriale moderna, le disuguaglianze di classe riguardano non più la posizione giuridica, ma:

  • la ricchezza,
  • l’istruzione,
  • la cultura,
  • quindi le opportunità.

La borghesia

Il concetto di borghesia accomuna realtà e figure sociali anche molto diverse tra loro. Intorno alla metà dell’Ottocento si potevano definire Borghesi i proprietari di grandi aziende agrarie, i banchieri, gli imprenditori industriali grossi commercianti, ma anche i professionisti, i funzionari pubblici e privati, gli intellettuali, gli artigiani, ma ancora i fittavoli agricoli e anche i negozianti.

Per comodità possiamo utilizzare la distinzione tra alta media e piccola borghesia, allo scopo di indicare le differenze di reddito e di posizione produttiva che esistono all’interno di questa classe.

Tuttavia, al di là di queste classificazioni di carattere sociologico, possiamo individuare nella borghesia capitalistica la nuova forza sociale più dinamica; la borghesia capitalistica è la vera protagonista del processo di industrializzazione.

Cosa si intende per borghesia capitalistica? Intendiamo quella classe sociale che è proprietaria dei mezzi di produzione, terre e fabbriche, e che investe i propri capitali per ottenere profitto.

Il proletariato

Si definiva proletario nell’Ottocento chi, non disponendo altro che della propria capacità di lavorare, trovava occupazione come bracciante nelle campagne (in questo caso parliamo di proletariato agricolo) oppure come operaio nelle fabbriche (in questo caso parliamo di proletariato industriale).

Come il termine borghese, anche il termine proletario, nella società ottocentesca indica figure sociali molto diverse tra loro.

Erano proletari:

  • gli ex artigiani che erano stati costretti dalla concorrenza delle industrie a chiudere la sua bottega e a entrare nella fabbrica,
  • i contadini espulsi dalle campagne a causa delle trasformazioni dell’agricoltura,
  • gli immigrati,
  • le donne e i bambini che venivano risucchiati dal sistema industriale.

Nella fabbrica, questa diversa provenienza dava luogo a una gerarchia con grande differenza di condizioni. Il salario e la stabilità occupazionale dell’operaio che era specializzato, come il carpentiere o il tipografo, erano decisamente maggiori rispetto a quelli del manovale comune, come il minatore o l’operaia tessile senza qualifica.

La condizione operaia

Pur con le differenze sopra esposte, la classe operaia visse, nei primi decenni dell’industrializzazione, una comune condizione di miseria e di sfruttamento. La situazione era tanto più grave per i lavoratori non specializzati per le donne e per i bambini. I salari erano bassissimi, al limite della sopravvivenza. Si lavorava sei giorni alla settimana fino a 15 ore al giorno. I ritmi di lavoro erano massacranti, l’ambiente era malsano e pericoloso, e non c’era alcuna prevenzione.

Inoltre in fabbrica vigeva una ferrea disciplina con orari obblighi e punizioni. Tale disciplina era pesante da sopportare soprattutto per chi aveva da poco lasciato la vita della campagna. In campagna, per quanto la vita fosse altrettanto faticosa, era legata al ritmo naturale della giornata e delle stagioni e quindi più vicina ai ritmi dell’uomo e non era legata al ritmo artificiale delle macchine.

Quando arrivava una malattia, quando capitava un infortunio, non c’era alcuna sicurezza. Questo significava la fame, perché non esistevano alcune forme di indennità o di assicurazione sociale.

Un altro elemento che accomunava tutti gli operai era lo spettro della vecchiaia: chi non lavorava più e non poteva essere accolto in casa dai figli, non aveva altra prospettiva che l’ospizio o la pubblica carità.

Le prime forme di pensione vennero introdotte infatti in alcuni paesi come la Germania e l’Inghilterra solo verso la fine dell’800.

Inoltre c’era una grande differenza tra la condizione del contadino e quella dell’operaio.

  • Il contadino, anche se povero, si trovava pur sempre in un ambiente in cui era possibile qualche forma di solidarietà da parte della comunità. La famiglia contadina solitamente era una famiglia ampia, composta da genitori, figli, nonni e altri parenti.
  • L’operaio viveva invece in una condizione di forte isolamento e la famiglia operaia viveva spesso sradicata dal suo contesto di origine. Inoltre era generalmente composta dai soli genitori e figli. 

Gli operai dovettero dunque costruirsi da sé forme nuove di comunità e di solidarietà. Nacquero quindi delle società di mutuo soccorso, leghe, sindacati; organizzazioni e associazioni nate nella fabbrica e dalla lotta per migliorare le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia.

Una nuova povertà

I costi umani e sociali dell’industrializzazione erano altissimi. Di questo si rendevano conto sia l’opinione pubblica borghese che le autorità cittadine che i legislatori. 

La povertà non era certo una novità per l’Europa, che conosceva benissimo la povertà legata all’agricoltura. Infatti in tutto il mondo occidentale si conoscevano situazioni legate all’insufficiente produzione di risorse e ai cicli ricorrenti di carestie e di epidemie. 

Ma con l’avvento del sistema industriale nacque una nuova forma di povertà che era legata alle trasformazioni economico-sociali e alle condizioni del lavoro operaio.

Una povertà nuova questa che richiedeva un’attenzione nuova, perché si produceva nel cuore stesso di un sistema economico nuovo. Il mondo era in cammino verso il progresso, un progresso che però dava origine a questa povertà. Risulta quindi chiaramente comprensibile che di conseguenza si svilupparono nuove forme di protesta e di rivendicazione sociale.

Documenti sulla condizione operaia

Introduzione

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_00.html

Vecchi e nuovi edifici industriali

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_01.html

Le conseguenze dal lavoro minorile

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_02.html

La miseria estrema degli operai a domicilio

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_03.html

Il colera del 1848 in Inghilterra

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_04.html

La questione sociale

Di fronte a questo problema all’interno delle classi dirigenti europee si manifestarono due tendenze. 

Da un lato c’era chi voleva eliminare ogni legislazione di assistenza ai poveri. Questa idea era legata al credo liberista che imponeva la massima libertà possibile sul mercato del lavoro.

Ma d’altra parte, altri compresero che il sorgere di una questione sociale e operaia proprio nel cuore della nuova società industriale della nuova e dinamica società industriale, costituiva una minaccia per la vita collettiva. Questa minaccia andava innanzitutto conosciuta.

Per questo gli stessi governi ordinarono inchieste ed ispezioni all’interno dei luoghi di lavoro. Poi si ritenne importante affrontare la situazione con adeguati provvedimenti legislativi. Medici, intellettuali, filantropi e membri di commissioni di inchiesta governative denunciarono più volte i danni fisici e psicologici provocati agli operai dal lavoro in fabbrica e in miniera.

In particolare furono messe in evidenza i danni fisici e psicologici causati a donne e bambini.

Inoltre la degradazione nella vita urbana delle città industriali era oggetto di inchiesta. Generalmente fu messo l’accento sulle conseguenze morali e sociali di questa situazione. La crisi della famiglia, la crisi dei valori della moralità, l’esplodere della delinquenza, della prostituzione, dell’alcolismo.

In seguito a queste inchieste iniziarono dei movimenti di riforma come ad esempio in Inghilterra i vari Factory act leggi sulle fabbriche che regolavano il lavoro femminile e minorile in Francia nel 1841 venne emanata una legge che proibiva il lavoro minorile al di sotto degli 8 anni e limitava a 58 ore alla settimana l’orario di lavoro delle donne e dei bambini.

Il luddismo

La percezione del rischio sociale connesse alla condizione operaia la percezione che poteva esplodere un conflitto, fu rafforzata dal manifestarsi di forme di ribellione nei confronti del nuovo sistema produttivo 

Uno dei movimenti che portò alla ribalta questo tema fu il movimento del luddismo.

Il termine luddismo, deriva dal nome del capo di tale movimento operaio, Ned Ludd. Cosa accadde? Un gruppo di artigiani iniziò a distruggere le macchine con le quali lavoravano. I luddisti erano artigiani che erano diventati i proletari. Si trattava di operai specializzati che vedevano nel diffondersi delle macchine tessili una minaccia non solo alla loro professionalità ma anche alla loro stessa sopravvivenza.

La distruzione delle macchine dell’industria tessile

La macchina quindi permetteva all’imprenditore di assumere manodopera a basso costo, soprattutto donne e bambini, per svolgere operazioni che in precedenza richiedevano abilità artigianali di alto livello. 

La repressione del luddismo fu decisamente violenta tanto che si arrivò a punire con la morte la distruzione delle macchine. Ma questo fenomeno aiuto comunque ad aprire gli occhi sulla situazione della condizione degli operai.

L’organizzazione: caratteristica specifica del movimento operaio

Gli operai capirono ben presto che era necessario organizzarsi per difendere i loro diritti. L’organizzazione fu proprio la caratteristica del conflitto operaio. L’organizzazione fu un prodotto del sistema industriale e fu anche una novità dal punto di vista storico.

Nel mondo contadino infatti erano esplose nel corso dei secoli ribellioni violentissime nelle quali si assaltavano le case dei padroni, il municipio, i forni, ma non si erano mai create delle organizzazioni. Questo dipendeva dalla condizione sociale del contadino, che era servo o schiavo ed era giuridicamente soggetto al suo padrone. Non era libero ed era legato al suo pezzo di terra. Si trovava quindi in una condizione di isolamento.

Con l’industrializzazione invece si crea una situazione nuova. Infatti gruppi di lavoratori sempre più grossi vengono riuniti all’interno delle fabbriche.

Questo dà loro la consapevolezza

  • di vivere una condizione comune,
  • di avere gli stessi obiettivi di lotta,
  • di avere gli stessi interessi economici e politici,
  • di avere gli stessi valori,
  • di avere anche la consapevolezza di potersi organizzare,
  • di poter così accrescere la propria forza.

Prime lotte e conquiste

In quegli anni nacquero quindi le prime forme di organizzazione operaia. Non dobbiamo pensare ai grandi sindacati come quelli che esistono oggi, che rappresentano milioni di lavoratori di una determinata categoria, oppure quelli che rappresentano addirittura tutti i lavoratori in generale. In quel periodo si trattava di piccoli organismi, in genere su base territoriale locale. C’erano, ad esempio, le società di mutuo soccorso: organizzazioni quasi filantropiche che assistevano i lavoratori bisognosi. A queste organizzazioni aderivano spesso anche esponenti dell’aristocrazia e della borghesia.

C’erano poi i sindacati di mestiere, come quello dei tipografi o dei tessitori di determinate zone.

Con il tempo si vennero creando organizzazioni più stabili e più rappresentative: le Trade unions cioè sindacati di mestiere britannici. Le trade unions tennero il loro primo congresso nel 1833. 

Nella seconda metà dell’800 si formarono infine organizzazioni sindacali su base nazionale. Gli obiettivi delle prime lotte operaie erano innanzitutto l’aumento dei salari e la riduzione della giornata lavorativa, ma anche il diritto di associazione, cioè il diritto di unirsi per difendere i propri interessi. Fu proprio questa la battaglia più dura: imprenditori e governanti infatti erano concordi nel temere le associazioni operaie: le ritenevano pericolose per il sistema industriale. Per questo in quel periodo costituire un sindacato era illegale, come era illegale lo sciopero, l’arma di lotta principale degli operai.

Contro gli scioperanti intervenivano gli imprenditori con licenziamenti, punizioni, riduzione di paga. Interveniva anche la forza pubblica con repressioni, spesso sanguinose.

Scioperare era anche difficile per le condizioni del mercato del lavoro nella prima metà dell’Ottocento.

Infatti l’aumento della popolazione, i molti contadini che lasciavano le campagne e gli immigrati, fornivano abbondante forza lavoro.

Con l’eccezione degli operai specializzati, tutti i lavoratori erano facili da sostituire, qualora non avessero accettato le condizioni imposte dagli imprenditori.

Nonostante queste difficoltà, il movimento operaio riuscì ad ottenere, nel corso dell’Ottocento, importanti conquiste.

Per quanto riguarda i salari degli operai questi aumentarono complessivamente pur rimanendo sempre soggetti alla variazione della situazione economica: i salari erano più alti nei momenti di sviluppo e si abbassavano nei momenti di crisi.

La condizione operaia andò comunque migliorando nel corso del secolo soprattutto negli ultimi anni

Documento – L’emancipazione delle classi lavoratrici – Il mondo alla rovescia

Claude-Henri Saint-Simon (1760-1825) fu uno dei precursori più significativi del socialismo e del positivismo. Tra il 1816 e il 1820 fondò due riviste, “L’Industria” e “L’Organizzatore”, che suscitarono una vasta eco culturale e raccolsero intorno ad esse un nutrito gruppo di collaboratori: L’obiettivo di queste iniziative consisteva nel promuovere un programma di riforma sociale.

Nel 1819, sulle pagine de “L’Organizzatore” Saint-Simon pubblicò uno tra i suoi scritti più famosi, la celebre Parabola, in cui veniva esaltato il valore delle classi produttive contro l’inutilità dell’aristocrazia.

Leggi il documento qui

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_03_01.html

Rispondi alle seguenti domande

1. A cosa deve la sua prosperità la Francia?
2. Chi invece blocca l’avanzamento della Francia stessa? Per quale motivo?
3. Come giudica l’autore l’organizzazione sociale francese?
4. Che cosa fanno, a suo avviso, gli amministratori degli affari pubblici?
5. Per quale motivo l’autore dice che “la società attuale è davvero il mondo alla rovescia”?
6. L’autore sostiene che nella società francese ci sono uomini ignoranti e superstiziosi e altri invece capaci e laboriosi.
7. Quali attività svolgono nella società francese?
8. Perchè secondo Saint-Simon il corpo politico è ammalato?

Dopo aver risposto alle domande prova a fare un piccolo testo in cui rispondi alle seguenti domande.

Quali sono per Saint-Simon i fattori che contribuiscono alla prosperità di una nazione? Quali quelli che testimoniano l’arretratezza del suo assetto politico? 

Fra economia e politica

Le lotte del movimento sindacale e operaio ebbero, fino dall’inizio, questa duplice natura: economica e politica. Questo accade perché, nella visione del leader del movimento, la classe operaia non si batteva solo per i propri interessi, ma per l’avanzamento dell’intera società.

Una delle grandi rivendicazioni del movimento operaio dell’Ottocento fu infatti quella dell’estensione del diritto di voto.

In tutti i paesi anche nei paesi più moderni liberali come l’Inghilterra, il diritto di voto era limitato in base alla proprietà o al censo, al reddito; era limitato dunque a una fascia molto ristretta della popolazione. Non bisogna dimenticare questo elemento, senza il quale non si può comprendere la storia della società industriale.

Ce ne dà prova il cartismo un movimento a base operaia – che però non comprendeva solo operai – che si sviluppò in Inghilterra nel corso degli anni trenta. I cartisti rivendicavano:

  • migliori condizioni di lavoro,
  • provvedimenti di assistenza ai poveri,
  • riforme politiche contenute nella carta del Popolo, da cui movimento prese il nome.

La carta del popolo

La carta del popolo fu una petizione sottoscritta da oltre un milione di persone che fu presentata al parlamento inglese nel 1838.

Le richieste erano:

  • Suffragio universale,
  • Elezione annuale del Parlamento,
  • Segretezza del voto,
  • Corresponsione ai parlamentari di uno stipendio per contrastare la corruzione,
  • Abolizione dei limiti di censo per i candidati,
  • Conseguente estensione del suffragio universale anche l’elettorato passivo.

Questo avrebbe permesso potenzialmente a tutti di essere eletti in Parlamento.

La petizione dei cartisti fu respinta ma queste richieste dimostrano che esisteva ormai in Inghilterra un vasto movimento operaio e popolare che era deciso a dire la propria all’interno della vita politica.

Pensate che il giornale dei cartisti il Northernstar raggiunse, nel 1839, le 48000 copie quando il Times, che era il maggior quotidiano inglese, non superava le 5000.

Rispondi alle seguenti domande

1. Quale andamento demografico si ebbe nell’Ottocento?
2. Perché questo rappresentò una novità assoluta rispetto al passato?
3. Quali fattori consentirono la crescita demografica ottocentesca?
4. Quali classi sociali portò alla ribalta?
5. Quali principali elementi caratterizzavano la condizione operaia nella prima metà dell’Ottocento?
6. Quale fondamentale caratteristica distinse fin dall’inizio le lotte operaie?
7. Quali furono gli obiettivi e i risultati principali delle lotte sindacali dell’Ottocento?
8. Che cosa fu il cartismo?
9. Che cosa ci dice questo movimento circa il carattere economico e politico delle rivendicazioni operaie?

L’idea socialista

La rivoluzione industriale aprì alla riflessione di una nuova questione: la questione sociale. La questione sociale venne affrontata in maniera diversa dalle diverse correnti di pensiero: il pensiero liberale, il pensiero democratico e il pensiero socialista.

Il pensiero liberale è basato sui principi di: 

  • Libertà individuale 
  • Intervento minimo dello stato 

I liberali vogliono ampliare il mercato per poter accrescere e diffondere la ricchezza sociale.

Il pensiero democratico sostiene: 

  • Suffragio universale
  • Intervento statale a favore di maggiore giustizia sociale

I democratici ritengono che la povertà e i conflitti vadano in qualche modo governati dal potere politico. Quindi i democratici ritengono che sia necessario intervenire con delle riforme per organizzare l’assistenza ai più deboli.

Il pensiero socialista ritiene che sia necessario puntare a

  • Uguaglianza sostanziale
  • Abolizione dello sfruttamento 

Il pensiero socialista ritiene insolubile il problema della povertà e dello sfruttamento nella società poiché è basata sulla proprietà privata. Questa corrente di pensiero ritiene che la proprietà privata non debba essere il fondamento della vita economica e sociale di una società; ritiene invece che la proprietà privata sia la fonte di un sistema che è profondamente ingiusto e irrazionale. Infatti, questo sistema è incapace di assicurare il benessere alla maggioranza della popolazione. 

Il socialismo inoltre muove una critica al liberalismo. Sostiene infatti che l’esaltazione della libertà dell’individuo e del mercato, in realtà nasconda solo sfruttamento e oppressione per la maggior parte dei componenti della società.

Il pensiero sociale ritiene infatti che le garanzie e le libertà, tanto esaltate dal liberalismo, siano tutt’altro che universali; appartengono semplicemente a una ristretta minoranza che detiene, non solo il potere economico e quello potere politico, ma monopolizza anche la cultura.

Il socialismo dichiara che, in una società divisa in classi, il valore fondamentale non deve essere la libertà dell’individuo ma la giustizia sociale. Per ottenere questo, nella concezione socialista, è necessario limitare le libertà individuali e subordinarle all’interesse dell’intera società. 

Il socialismo ritiene che solo eliminando le diseguaglianze economiche e sociali si può davvero garantire la libertà per tutti.

Uguaglianza sostanziale

Anche il pensiero socialista, come il pensiero democratico, mette al centro l’uguaglianza, ma ritiene che non basti rivendicare il suffragio universale. Il suffragio universale garantisce solo l’uguaglianza formale. 

Ma all’uguaglianza formale, che riguarda i diritti civili e politici, era necessario, secondo i socialisti, affiancare l’uguaglianza sostanziale, cioè l’uguaglianza delle condizioni e delle opportunità di vita.

Documento – Il diritto di proprietà deve essere abolito

La prima opera di Pierre-Joseph Proudhon (1809-65), Che cos’è la proprietà?, fu pubblicata nel 1840 e fece immediatamente scandalo. Garantì però all’auutore fama e successo del suo autore, tanto che egli divenne uno degli intellettuali socialisti più influenti d’Europa.

In questo scritto Proudhon concepiva una società utopistica fondata su quattro princìpi:

  • l’eguaglianza dei mezzi,
  • l’indipendenza reciproca degli individui,
  • la giustizia,
  • la proporzionalità delle leggi.

L’obiettivo era la creazione di una società libera, in cui la convivenza sarebbe stata garantita da una forma di “anarchia positiva” che non riconosceva la legittimità di alcun potere. Per l’autore il termine “libertà” diventava così un sinonimo di “anarchia”.

Nel documento che segue Proudhon condanna il concetto di “proprietà”.

Leggi il documento https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_03_02.html

Rispondi alle domande

1. Che cosa si ottiene, secondo l’autore, nel sopprimere la proprietà e conservare il possesso?
2. Che differenza c’è tra proprietà e possesso?
3. La capacità lavorativa è privata o sociale, secondo l’autore?
4. Per quale motivo i salari devono essere uguali per tutti i lavoratori?
5. Attraverso quale condizione negli scambi fra gli uomini, secondo Proudhon, la proprietà cessa di formarsi e si estingue?
6. Quali forme di associazione saranno alla base della società del futuro?

Molti sono i teorici del socialismo noi andiamo a conoscere per il pensiero di Marx.

Il pensiero di Karl Marx

La più complessa e organica teoria politica del socialismo dell’800 è quella formulata dal filosofo tedesco Karl Marx (1818 – 1883) e dal suo amico e collaboratore Friedrich Engels (1820 –  1895).

La loro teoria politica del socialismo è espressa in diversi celebri scritti. I più importanti sono il Manifesto del partito comunista del 1848 e Il capitale, che è una vasta opera di analisi economica pubblicata da Karl Marx negli anni sessanta e settanta del XIX secolo.

La critica della società capitalistica

Quello che rende particolare il marxismo e lo distingue dalle teorie socialiste e comuniste, che si erano sviluppate nel corso dell’800, è il tentativo di elaborare una critica della società capitalistica industriale e la capacità di elaborare una teoria rivoluzionaria basata su un’analisi delle contraddizioni interne della società capitalistica. Il motore fondamentale del cambiamento storico è, secondo Marx, la lotta di classe.

La lotta di classe 

La lotta di classe corrisponde al conflitto tra la classe che tiene il potere economico e politico e quella che aspira conquistarlo.

Marx ritiene che il passaggio dalla società agricola feudale a quella industriale borghese, cioè quella attuale, sia stato determinato dalla secolare lotta condotta dalla borghesia contro l’aristocrazia feudale. Il momento culminante di questo conflitto è stato la rivoluzione francese. Secondo Karl Marx, la borghesia ha svolto una grande funzione storica. Infatti è grazie alla borghesia che si è sviluppata una società molto più articolata e ricca di quella feudale aristocratica.

Tuttavia, secondo Marx, anche la società borghese è destinata venire superata da una forma più evoluta di organizzazione sociale; la società borghese è destinata a venir superata da una forma più evoluta di organizzazione sociale a causa di un conflitto insanabile che la attraversa. 

Questo conflitto insanabile è quello che si crea tra la borghesia capitalistica, che è proprietaria dei mezzi di produzione e la classe operaia, che possiede solo la forza lavoro.

Mezzi di produzione

Cosa si intende per mezzi di produzione? Per mezzi di produzione, nel linguaggio marxista, si intendono:

  • i capitali,
  • le macchine,
  • i terreni,
  • ma anche le conoscenze tecniche che sono necessarie per rendere produttivi capitali, macchine e terreni.

Le contraddizioni del capitalismo

Come funziona il capitalismo?

Il capitalista ottiene il suo profitto attraverso lo sfruttamento del lavoro operaio. Infatti il capitalista paga sì il lavoro dell’operaio, ma ad un valore inferiore rispetto al valore reale di quello che egli produce con il suo lavoro.

Da questo nasce un plusvalore, cioè un valore aggiuntivo, che viene acquisito dal capitale, nel corso del processo di produzione. Accade così quindi che, mentre una piccola parte della società, la borghesia, si arricchisce sempre di più, ce n’è un’altra molto più ampia, cioè la classe popolare, la classe operaia, che viene mantenuta in condizioni molto vicine alla miseria.

Marx ritiene che l’operaio non solo diventa sempre più povero, ma il suo lavoro diventa sempre più alienante, perché il lavoro dell’operaio consiste nella ripetizione meccanica di operazioni ad una macchina.

Il termine alienazione deriva dal verbo alienare che significa cedere ad altri. In senso sociologico il termine alienazione è stato utilizzato nel significato di perdita di sé, a vantaggio di qualcosa o di qualcuno di esterno.  

L’operaio vive quindi una serie di svantaggi. Oltre alla miseria e all’alienazione, si trova in una condizione di subordinazione, in una condizione quindi di sofferenza non solo materiale, ma anche spirituale e morale.

Immagini tratte dal film “Tempi moderni” di Charlie Chaplin

Questo è il motivo per cui Marx ritiene che sia inevitabile che il conflitto tra il capitale e il lavoro, tra la borghesia e la classe operaia diventi sempre più profondo. È inevitabile che la spaccatura tra queste due classi sociali sia sempre più ampia.

Quanto più il sistema di produzione capitalistico si generalizza, espandendosi nella società e anche a livello internazionale, tanto più si ingrandisce la classe operaria. Il proletariato industriale quindi è destinato prima a crescere di dimensione, poi a unificarsi, a diventare sempre più forte. A quel punto diventa evidente la contraddizione tra la produzione della ricchezza, che è garantita dal lavoro del popolo e chi invece ne detiene i profitti, i capitalisti.

Marx ritiene che sia inevitabile l’esplosione di un conflitto. Infatti la classe operaia è destinata a diventare sempre più importante e potente in ogni nazione industriale. Questo porterà la classe operaia ad abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e a realizzare quindi una società senza classi.

Il sogno di Marx, questa società utopistica, prevede che sia definitivamente eliminato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’obiettivo ultimo che si pone Marx è quello di permettere ad ogni persona di raggiungere la felicità.

Il pensiero di Marx nel tempo

Il pensiero di Marx aperto un’ampia discussione. All’interno del movimento operaio socialista le teorie di Marx hanno animato il dibattito per molti decenni. Questo dibattito ha aperto una divisione tra due posizioni.

La prima è sostenuta da coloro che interpretano Marx in senso rivoluzionario; ritengono cioè che sia necessario che il proletariato faccia esplodere una rivoluzione, finalizzata a togliere, in maniera decisa, i mezzi di produzione alla classe borghese; dopo di questo è necessario iniziare la gestione proletaria dei mezzi di produzione.

L‘altra interpretazione considera il pensiero di Marx alla luce dei mutamenti economici e sociali e fornisce un’interpretazione in chiave riformista. L’obiettivo di questo secondo orientamento è quello di raggiungere gli obiettivi che si pone Karl Marx, non attraverso un movimento rivoluzionario, ma attraverso un movimento di riforme.

Domande 

  • Quali sono i tre orientamenti di pensiero che si sviluppano in seguito all’irrompere della questione sociale?
  • Che cosa differenzia le tre posizioni?
  • Chi è Karl Marx?
  • Illustra in breve i concetti fondamentali del pensiero di Karl Marx.
  • Quali due linee di pensiero di sviluppano dal pensiero di Marx?

Documento – Proletariato e lotta di classe


Nell’autunno del 1847, a Karl Marx e Friedrich Engels fu affidato l’incarico di stendere il testo programmatico per una federazione internazionale rivoluzionaria.

Nacque così il Manifesto del partito comunista, reso pubblico nel 1848 e destinato a diventare uno dei libri che maggiormente hanno segnato la storia del mondo contemporaneo: infatti le idee contenute hanno alimentato tutto lo sviluppo del successivo movimento operaio internazionale, fino a costituire il riferimento teorico e politico delle importanti rivoluzioni del Novecento, quella russa e quella cinese.

Qui presentiamo un brano relativo alla definizione del programma comunista.

Leggi il documento https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_03_03.html

Film

Tempi moderni è un film statunitense del 1936 scritto, diretto e interpretato da Charlie Chaplin.

Scene tratte da Tempi moderni

Fonti

  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html
  • M. Fossati, G. Luppi, E. Zanette, PARLARE DI STORIA, Pearson
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Decadentismo Letteratura italiana Novecento Ottocento Poesia

Giovanni Pascoli

Poeta, accademico e critico letterario italiano, figura di spicco della letteratura italiana di fine Ottocento, è considerato, assieme a Gabriele D’Annunzio il maggior poeta del Decadentismo italiano.

Perché Pascoli è famoso?

  1. Perché è considerato il maggiore rappresentante italiano della poesia simbolista italiana.
  2. Perché ha saputo cogliere il mistero della vita.
  3. Perché era dotato di una sensibilità sottile e particolare che gli permetteva di sentire le voci della natura e di leggere la natura come un libro segreto, libro in cui sono riposte le grandi verità dell’esistenza umana.
  4. Perché, come un visionario, ha saputo guardare al di là della concretezza delle cose per afferrarne l’essenza.
  5. Perché sapeva guardare il mondo con gli occhi stupiti e incantati di un bambino e così raggiungere le verità eterne e universali.

Biografia [1855-1912]

Giovanni Pascoli nacque nel 1855 a San Mauro di Romagna (Forlì), quarto di dieci figli.

Il padre amministrava una tenuta agricola di proprietà dei principi di Torlonia e Giovanni crebbe in campagna, in una famiglia patriarcale e agiata.

Villa Torlonia San Mauro di Romagna

A otto anni entrò nel collegio dei padri scolopi a Urbino, dove frequentava la prima liceo quando, nel 1867, il padre venne assassinato in circostanze misteriose. Il delitto rimase impunito anche se in famiglia si sospettava che l’assassino fosse il fattore che aveva poi sostituito il padre.

Questo evento sconvolse il sereno nido familiare. Ma i lutti non si fermarono qui: la madre e un fratello morirono l’anno seguente. I fratelli Pascoli si trasferirono quindi a Rimini.

Giovanni riuscì a terminare il liceo e a iscriversi alla facoltà di lettere a Bologna.

Giovanni Pascoli da giovane

Partecipò alla vita culturale bolognese e venne a contatto con i circoli socialisti, sposando la causa della giustizia sociale. Ma la partecipazione a una manifestazione di protesta lo privò della borsa di studio che aveva ottenuto e per questo Pascoli dovette abbandonare gli studi.

Mantenne il suo impegno politico e partecipò alle iniziative di Andrea Costa un anarchico. La sua militanza gli costò anche l’arresto.

L’esperienza in carcere lo segnò profondamente tanto che, una volta scarcerato, abbandonò la politica attiva. Mantenne però i suoi ideali socialisti e umanitari che trasferì nel suo lavoro e nei suoi scritti, riprese gli studi e nel 1882 si laureò.

L’insegnamento del latino e del greco divenne la sua professione, dapprima a Matera, quindi a Massa e infine a Livorno.

Nel 1892 vinse per la prima volta il prestigioso premio internazionale di composizione poetica in lingua latina. Passò quindi ad insegnare all’università a Bologna, a Messina, quindi a Pisa.

Nel 1905 fu infine chiamato dall’università di Bologna a succedere a Giosue Carducci che era stato suo docente di letteratura italiana.

Giovanni aveva sofferto terribilmente la frantumazione del suo nido familiare, qual nido che lo aveva protetto per i primi anni della sua vita. Questo trauma gli lasciò il desiderio, quasi un’ossessione, di ricostituire il nucleo familiare. Non pensò di fondare un nuovo nido, una famiglia tutta sua, ma investì le sue energie a “ricostruire il nido perduto”.

Fu così che Giovanni andò a vivere con le sorelle Ida e Maria rinunciando a sposarsi. Ma quando Ida decise di farsi una propria famiglia Pascoli visse quel matrimonio come un vero tradimento, come l’ennesima lacerazione di quel suo nido tanto agognato.

Nel 1895 a Castelvecchio di Barga (Lucca) prese in affitto una casa che in seguito acquistò, quello divenne il suo nido definitivo assieme alla sorella Maria.

Casa museo di Giovanni Pascoli a Castelvecchio di Barga, Lucca

In questi anni travagliati nacquero le raccolte poetiche più celebri: Myricae, Poemetti, Canti di Castelvecchio, Poemi conviviali.

Assunto il ruolo di poeta ufficiale impegnato a celebrare la patria, pubblicò le raccolte Odi e inni, Poemi italici, Poemi del Risorgimento, Canzoni di Re Enzio.

Nel 1911 tenne un discorso pubblico (La grande proletaria s’è mossa) celebrando la guerra coloniale di Libia.

Morì di cancro nel 1912, dopo avere vinto per la tredicesima volta il premio dell’Accademia olandese.

I suoi temi ricorrenti: la morte e il nido

Pascoli fu un uomo che coltivò molti interessi e fu poeta versatile. I testi poetici che lo hanno reso famoso hanno un’impronta decisamente unitaria.

La serie di lutti vissuti da Giovanni, a partire dalla morte del padre, ha segnato indelebilmente la vita di Pascoli e ha dato origine alla sua vocazione poetica.

Il tema del lutto, della morte è presente in ogni sua lirica e caratterizza tutta la sua opera.

L’assassinio del padre funge da spartiacque della sua vita: c’è un prima e un poi. Prima la vita agiata e spensierata, poi la morte, la dissoluzione della famiglia, la disperazione.

Questa situazione genera in lui un meccanismo che lo ha porta a voler rivivere, ricostruire quello che nel suo immaginario è il paradiso perduto dell’infanzia, della felicità passata.

I due elementi della morte e del nido diventano quindi i due temi ricorrenti che possiamo individuare, a volte in modo evidente, altre in modo più nascosto, in ognuna delle sue liriche.

Il “nido” rappresenta il luogo dove l’uomo può trovare riparo sicuro dal male che serpeggia nel mondo. Solo il “nido”, con i suoi affetti, fornisce la protezione a chi gli si affida.

La regressione

Nelle opere di Pascoli possiamo individuare un atteggiamento che possiamo definire di “regressione”

1. una regressione anagrafica: la fanciullezza, stagione dell’innocenza, della fantasia e della spontaneità, come alternativa al mondo adulto dominato dal calcolo, dall’egoismo, dall’insensibilità;

2. una regressione sociale verso il mondo arcaico e armonico della campagna, regolato dalle eterne leggi di natura, come alternativa all’universo alienante della modernità tecnologica e cittadina;

3. una regressione storico-culturale verso un mondo classico  come alternativa alla cultura borghese contemporanea.

Le opere

La poetica del fanciullino [1897-1903]

Pascoli fu autore sincronico: portava cioè avanti più opere contemporaneamente. Per questo la sua produzione può essere ricondotta a una medesima poetica, che egli stesso ha illustrato nella prosa del Fanciullino.  Il testo uscì in anteprima parziale nel 1897 e fu pubblicata in forma integrale solo nel 1903. 

La riflessione di Pascoli ruota tutta attorno alla figura cardine del «fanciullino», la parte infantile dell’uomo che impara a conoscere la realtà attraverso intuizione e spontaneità. Il fanciullino riassume la nostra essenza in un tratto della nostra esistenza. L’io fanciullo vive nell’io adulto, anche se nell’io adulto la voce del fanciullino viene messa a tacere.

Tuttavia il fanciullino rimane parte integrante della nostra personalità: è quella parte che ci consente di stupirci e di sognare. Anche se ognuno di noi ha un fanciullo nel suo intimo, solo il poeta è in grado di ascoltarlo e di dargli voce. Come Omero, il poeta cieco che si fa guidare per mano proprio da un fanciullo, così il poeta si fa guidare dal fanciullino interiore che lo guida sulle strade della poesia. Il fanciullino corrisponde dunque all’anima poetica dell’uomo.

Pascoli dunque considera poeta chi accetta di scrivere ciò che il fanciullino gli «detta dentro».

La visione poetica del mondo

Il fanciullino per Pascoli rappresenta la sfera irrazionale, dominata da fantasie ed emozioni. Per questo la sua visione poetica del mondo è molto diversa da quella elaborata dalla ragione o dalla scienza.

Secondo Pascoli il poeta è un «veggente», è colui che vede oltre, al di là di quello che vedono gli altri. Il suo sguardo non considera l’utilità pratica, ma ci mostra le verità nascoste spesso nelle cose più umili.

La conoscenza poetica è quindi una conoscenza metafisica che avviene per la via dell’intuizione, che è la forma più elevata di conoscenza. Il poeta infatti possiede una facoltà di visione, quasi divina, grazie alla quale può vedere la rete di somiglianze e relazioni fra le cose [come le Corrispondenze di Baudelaire].

Tali relazioni sfuggono all’approccio analitico della ragione e della scienza. Questo elemento colloca Pascoli all’interno del Simbolismo: conoscere è riconoscere, è “illuminazione”.

Il fanciullino osserva le cose che incontra, le guarda con la meraviglia di chi riesce a vedere per la prima volta. Non si inventa nulla di nuovo, ma si scopre la realtà.

Per conoscere il fanciullino sfoglia il libro aperto della natura, di cui bisogna saper decifrare l’alfabeto: nel libro della natura sono scritte tutte le verità.

Il linguaggio: onomatopea e fonosimbolismo

La natura, per Pascoli, non è solo una foresta di simboli, è anche un’orchestra di suoni. La natura ci parla, ma solo il fanciullino è in grado di comprenderne la lingua. Tradotte in parole, le voci della natura diventano onomatopee.

A Pascoli però non interessa rappresentare realisticamente la natura. A lui interessa decifrare il messaggio di cui la natura è portatrice. Lui vuole rendere comprensibili le verità che è affermata in modo oscuro.

Infatti, oltre all’onomatopea Pascoli utilizza molte figure di suono come allitterazioni e assonanze. Si può dire che grazie ad un uso sapiente di metro e rima il poeta costruisce un linguaggio fonosimbolico.

Il fanciullino come nuovo Adamo

Pascoli definisce il fanciullino come «l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente». Dare un nome alle cose significa dare un nome alle verità nascoste in esse. Per Pascoli l’atto poetico del nominare è un atto di conoscenza, in quanto dare un nome significa riconoscere un senso.

Le verità scoperte dalla poesia simbolista riguardano cioè l’essere in sé: le verità esistono indipendentemente dall’uomo e il fanciullino le scopre.

Come non si può modificare l’essenza, la natura, delle cose, allo stesso modo non si possono chiamare le cose che con il proprio nome.

Perciò quando Pascoli deve designare un oggetto, sceglie di usare il nome proprio e non un nome generico. Per questo Pascoli usa nelle sue poesie numerosi termini tecnici anche derivati dal dialetto o dal lessico contadino.

Questa scelta lessicale non nasce da uno scrupolo scientifico di classificazione, ma da un rispetto quasi religioso della verità della cosa stessa, di cui il nome proprio è garante.

Al poeta, nuovo Adamo, spetta dunque il compito di utilizzare, per la prima volta in poesia, termini, anche tecnici, spesso poco diffusi anche nella lingua comune.

L’analogia

Lo sguardo del fanciullino non si ferma però mai alla singola cosa: ogni oggetto è parte di un tutto. Lo sguardo del fanciullino riesce a cogliere somiglianze e relazioni ingegnose.

Come fare ad esprimere tali relazioni?

Pascoli utilizza l’analogia, la figura retorica che mette in relazione gli aspetti comuni fra le cose, in particolare nella forma della sineddoche. Infatti nella poesia simbolista l’analogia non collega due elementi di pari grado, ma collega sempre una parte con il tutto. Per questo motivo dunque le grandi verità non devono essere cercate nelle grandi cose, ma in quelle piccole. Anzi, per Pascoli, il genio del poeta si riconosce proprio nella sproporzione fra la piccolezza dell’oggetto e la verità che egli sa cogliere e poi mostrare. Pascoli riesce a nobilitare la materia più umile dandole un respiro metafisico. Questa concezione poetica ha anche un risvolto esistenziale: per Pascoli la ricetta della felicità sta nel saper gioire del poco; questa è la miglior medicina contro il dolore e l’invidia: a chi sa accontentarsi non manca nulla. A livello sociale questo si traduce in un socialismo “addomesticato” che rinuncia alla lotta di classe per sognare una società di piccoli proprietari terrieri, liberi e contenti di ciò che hanno.

Poesia pura e poesia applicata

Per Pascoli la poesia ha una suprema utilità morale e sociale, ma solo in quanto nasce da una naturale inclinazione al bello e al buono.

Il poeta non è un non oratore o predicatore. Lui non deve insegnare nulla con la sua poesia, non deve atteggiarsi a maestro o a filosofo, altrimenti la poesia diventa vuota retorica.

Il poeta è poeta puro. Può insegnare in quanto ci aiuta a riscoprire le verità sepolte nelle piccole cose, ma non deve farlo con l’intenzione di insegnare.

Testo – La poetica del Fanciullino

Capitolo 1

Pascoli pubblica sulla rivista Marzocco nel 1897 un piccolo trattato anomalo, scritto con stile allusivo fatto di immagini e ragionamenti. In questo testo il discorso procede senza ordine per ampie digressioni. Nel primo capitolo fissa l’immagine del fanciullino che è dentro ognuno di noi.

È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi [ … ], ma lagrime ancora e tripudi suoi.
Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo.
Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello.
Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell’età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell’angolo d’anima d’onde esso risuona.
E anche, egli, l’invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane più che accanto all’uomo fatto e al vecchio, ché più dissimile a sé vede quello che questi.
Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo; ché ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d’un passato ancor troppo recente.
Ma l’uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l’armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d’un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora.  

In questo capitolo Pascoli usa parole che fanno riferimento al mondo infantile come brividi, lagrime, tripudi, … temono sperano godono piangono… Ci parla di emozioni che si esprimono con immediatezza e innocenza. Troviamo la stessa immediatezza nella poesia per Pascoli che è intuitiva e immediata, proprio come la conoscenza del mondo che hanno i bambini. Il tinnulo squillo è quello del bambino, mentre il tintinnio segreto si riferisce alla voce del fanciullino che sente l’uomo.

In questo testo di Pascoli, sviluppato come un testo argomentativo senza uno sviluppo organico, il poeta non spiega il suo pensiero ma procede per affermazioni affidate alle immagini e alle suggestioni delle parole.

Domande

  1. In questo brano le differenze tra l’adulto e il fanciullino sono espresse attraverso l’antitesi noi – egli. Fai due elenchi distinti con le caratteristiche che Pascoli attribuisce a noi e a egli.
  2. Sintetizza la tesi esposta in questa pagina.

Capitolo 3

Nel terzo capitolo Pascoli enuncia le facoltà del fanciullino-poeta. Il poeta è come un Adamo, il primo uomo che ha dato il nome alle cose. Nel compiere questo atti di denominazione egli ne svela l’essenza.  Qui Pascoli mostra come il linguaggio poetico sappia accostare realtà distanti tra loro: mette in evidenza significati che possono essere colti soltanto dalla poesia.

«Ma è veramente in tutti il fanciullo musico?
Che in qualcuno non sia, non vorrei credere né ad altri né a lui stesso: tanta a me parrebbe di lui la miseria e la solitudine.
Egli non avrebbe dentro sé quel seno concavo da cui risonare le voci degli altri uomini; e nulla dell’anima sua giungerebbe all’anima dei suoi vicini.
Egli non sarebbe unito all’umanità se non per le catene della legge, le quali o squassasse gravi o portasse leggiere, come uno schiavo o ribelle per la novità o indifferente per la consuetudine.
Perché gli uomini non si sentono fratelli tra loro, essi che crescono diversi e diversamente si armano, ma tutti si armano, per la battaglia della vita; sì i fanciulli che sono in loro, i quali, per ogni poco d’agio e di tregua che sia data, si corrono incontro, e si abbracciano e giocano.
Ma io non amo credere a tanta infelicità.
In alcuni non pare che egli sia; alcuni non credono che sia in loro; e forse è apparenza e credenza falsa.
Forse gli uomini aspettano da lui chi sa quali mirabili dimostrazioni e operazioni; e perché con le vedono, o in altri o in sé, giudicano che egli non ci sia.
Ma i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili.

Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei.
Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione.
Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva.
Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena.
Egli rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d’amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo.
Egli fa umano l’amore, perché accarezza esso come sorella, accarezza e consola la bambina che è nella donna.
Egli nell’interno dell’uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende, e in quello dell’uomo pacifico fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell’anima di chi più non crede, vapora d’incenso l’altarino che il bimbo ha ancora conservato da allora.
Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, ché ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce.  
E ciarla intanto, senza chetarsi mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: Impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. Né il suo linguaggio è imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo dà un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta.»      

Secondo Pascoli, in ogni uomo si cela un «fanciullino», ovvero ogni uomo ha la capacità di guardare con stupore a quanto lo circonda; ma gli uomini comuni, diventando adulti, tendono a perdere questa particolare sensibilità dell’infanzia.

Il poeta invece mantiene la sensibilità del bambino. Nel passaggio tra l’infanzia e la maturità, il linguaggio tende a una crescente rigidità del linguaggio: il linguaggio col tempo si fa sempre più logico e chiaro.

Pascoli vuol sottolineare come sia necessario retrocedere verso un linguaggio infantile per cogliere la realtà della vita nella sua pienezza.

Lui ritiene che si debba utilizzare il linguaggio del bambino, il linguaggio preconscio, nel quale il suono assume maggiore forza e significato.

  • Il «poeta fanciullo» vede tutto con meraviglia, come se lo vedesse per la prima volta;
  • si sottrae alla logica ordinaria grazie all’attività fantastica,
  • parla «alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle»,
  • piange e ride «senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione»,
  • scopre legami inconsueti tra le cose,
  • rovescia le proporzioni e rimpicciolisce «per poter vedere» o ingigantisce «per poter ammirare».

La poesia quindi diventa come un ricordo del momento magico dell’età infantile e pertanto non inventa nulla. Si limita solo a scoprire, nelle cose quotidiane, gli echi dell’interiorità e delle inquietudini della coscienza.

Inoltre Pascoli parla anche del valore morale della poesia: la poesia non si pone finalità formative e didascaliche: ha solo l’obiettivo di fondersi con la natura.

Ma il fanciullino, la voce del poeta, dice solo cose belle perché ciò che è malvagio, sostiene Pascoli, non può essere bello. Il fanciullino mette quindi l’uomo in contatto con la sua anima e con l’anima delle cose.

Myricae [1891-1911]

Myricae è una raccolta di componimenti poetici. La prima edizione è edita nel 1891 con 22 testi, l’ultima è del 1911; è articolata in 15 sezioni intercalate da testi isolati e comprende 156 testi.

Myricae è termine latino, per indicare le tamerici, umili arbusti comuni in area mediterranea, impiegati dai contadini per far ramazze o accendere il fuoco.

Tamerici

Per Pascoli le tamerici simboleggiano il mondo umile delle piccole cose legate alla terra. Inoltre rappresentano un legame con il luogo natale perché particolarmente abbondanti proprio nei paraggi di San Mauro di Romagna.

I temi: morte e nido

Nella prefazione Pascoli suggerisce la chiave di lettura del libro, dominato dal tema funebre della rievocazione dei lutti di famiglia: la morte, nel giro di dieci anni, del padre, della madre e di tre fratelli.

Ma la dimensione privata diventa la sua visione del mondo, in cui al bene assicurato da madre natura si mescola il male provocato dalla malvagità dell’uomo.

Il nido è il grande archetipo attorno al quale ruota il mondo poetico pascoliano.

Esso è il luogo degli affetti e il rifugio contro la cattiveria degli uomini; ogni distacco dal nido è un trauma, così come ogni ritorno è una regressione alla beatitudine della prima infanzia.   

Il nido è anche simbolo del riparo offerto dalla natura contro la violenza della storia: pertanto è legato al polo positivo della campagna, con la celebrazione della piccola proprietà terriera e della serena semplicità della vita contadina, contrapposto alla città dove gli uomini si riuniscono solo per farsi del male.

La tensione drammatica che anima la raccolta è data dal fatto che anche nel nido la violenza si abbatte comunque.

Il tema della morte si innesta quindi nell’idillio e lo spezza.

Il nido appare alla fine come il campo in cui il bene, la natura e la vita danno battaglia contro il male, la storia e la morte.

Testi da Myricae

Orfano

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola piano piano.
Un bimbo piange, il piccolo dito in bocca;
Canta una vecchia, il mento sulla mano.

La vecchia canta: intorno al tuo lettino
C’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo si addormenta
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

La poesia “Orfano” affronta i due temi principali della poesia pascoliana: il tema della perdita e quello del ”nido”.

Il titolo è parte integrante e indispensabile del testo.

Il testo presenta un quadretto domestico in cui un’anziana donna addormenta un bimbo, cantando una ninna nanna e dondolando la culla mentre fuori nevica. Il titolo ci introduce il tema della morte: possiamo pensare che la ”vecchia” sia in realtà la nonna, che cerca di proteggere il bambino. Entrambi i protagonisti di questo quadretto probabilmente sono stati toccati dal lutto: la vecchia ha perso la figlia, il bimbo la mamma.

Ma di fronte al dolore della perdita, il calore del nido, in cui si coltivano gli affetti, ha il potere di tenere fuori il freddo della neve che fiocca lenta lenta lenta.

Temporale

 Un bubbolìo lontano

Rosseggia l’orizzonte,
come affocato, a mare:
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano  

Struttura metrica: Ballata piccola. Due strofe (la prima di un verso ed una sestina) di settenari rimati secondo lo schema A BCBCCA

La poesia Temporale è un esempio suggestivo della tecnica impressionistica molto frequente nelle poesie di Pascoli.

Il poeta usa un linguaggio che va al di là delle codificazioni e delle norme linguistiche e usa espressioni che non hanno valore semantico (di significato), ma fonosimbolico. 

Nel primo verso il poeta introduce un’impressione acustica (il tuono), alla quale fanno seguito impressioni di carattere visivo-cromatico che, nel finale, lasciano lo spazio al simbolismo.

Il temporale notturno di cui si parla nella poesia non è un fenomeno atmosferico, rappresentato attraverso immagini e suoni, come potrebbe sembrare a una prima lettura disattenta, ma un fenomeno legato all’interiorità del poeta e dell’uomo: è sì un temporale, ma dell’anima.

In questa poesia, infatti, vi è tutta l’esistenza del poeta: il nero della tempesta rappresenta la sua vita, funestata dai lutti, e l’ala di gabbiano il nido in cui rifugiarsi per tentare di sopravvivere.

L’unica possibilità che gli esseri umani hanno per fronteggiare il dolore e la violenza del mondo esterno è rifugiarsi in un porto sicuro, in un candido casolare: il nido.

Percezioni sensoriali

Campi uditivi – bubbolìo

  • Campi visivi – rosseggia .. Affocato .. Nero di pece

Figure retoriche

  • Allitterazione della “o”: vv. 1-4: “Un bubboo lontano…/ Rosseggia l’orizzonte,/ come affocato, a mare:/ nero di pece, a monte”;
  • Analogia vv. 6-7: “tra il nero di un casolare:/ un’ala di gabbiano”;
  • Metafora v. 4: “nero di pece”; v. 5: “stracci di nubi chiare”;
  • Onomatopea v. 1: “bubbolìo”.

Commento

La poesia Temporale è un esempio suggestivo della tecnica impressionistica molto frequente nelle poesie di Pascoli. Il poeta usa un linguaggio che va al di là delle codificazioni e delle norme linguistiche e usa espressioni che non hanno valore semantico (di significato), ma fonosimbolico. 

Nel primo verso il poeta introduce un’impressione acustica (il tuono), alla quale fanno seguito impressioni di carattere visivo-cromatico che, nel finale, lasciano lo spazio al simbolismo.

Il temporale notturno di cui si parla nella poesia non è solo un fenomeno atmosferico, rappresentato attraverso immagini e suoni, come potrebbe sembrare a una prima lettura disattenta, ma un fenomeno introiettivo: è sì un temporale, ma dell’anima. In questa poesia, infatti, vi è tutta l’esistenza del poeta: il nero della tempesta rappresenta la sua vita, funestata dai lutti, e l’ala di gabbiano il nido in cui rifugiarsi per tentare di sopravvivere.

L’unica possibilità che gli esseri umani hanno per fronteggiare il dolore e la violenza del mondo esterno è rifugiarsi in un porto sicuro, in un candido casolare: il nido.

Lampo

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.  

Struttura metrica: Ballata piccola. Due strofe (la prima di un verso ed una sestina) di settenari rimati secondo lo schema A BCBCCA

Percezioni sensoriali

  • Campi visivi – livida, bianca, apparì sparì, occhio, nera.
  • Campi uditivi – ansante, tacito tumulto.

Figure retoriche

  • Antitesi v. 5: “apparì sparì”;
  • Climax ascendente v. 2: “ansante, livida, in sussulto; v. 3: “ingombro, tragico, disfatto”;
  • Enjambements vv. 4-5; vv. 6-7;
  • Metafore v. 2: “la terra ansante, livida, in sussulto; v. 3: “il cielo ingombro, tragico, disfatto”;
  • Ossimoro v. 4: “tacito tumulto”;
  • Personificazione vv. 2-3: “la terra ansante, livida, in sussulto/ il cielo ingombro, tragico, disfatto”;
  • Similitudine v. 6: “come un occhio”.

Commento

Il lampo scaturisce dalle riflessioni fatte da Pascoli ripensando con dolore all’uccisione e alla morte del padre: 

«I pensieri che tu, o padre mio benedetto, facesti in quel momento, in quel batter d’ala […]. Come un lampo in una notte buia buia: dura un attimo e ti rivela tutto un cielo pezzato, lastricato, squarciato, affannato, tragico; una terra irta piena d’alberi neri che si inchinano e si svincolano, e case e croci.»

Sin dall’inizio del componimento emerge una realtà di dolore e tormento: l’e iniziale sembra evocare un passato di sofferenza, il lampo, che illumina improvvisamente tutto quanto, permette di vedere il cielo e la terra non come elementi naturali inerti, ma per quello che sono realmente.

Il lampo che squarcia la notte e mette in evidenza la realtà desolante. È una metafora della labilità della vita, il simbolo della violenza e della durezza del mondo, dalla quale si cerca di scappare rifugiandosi nel nido e negli affetti della propria famiglia.

Colpisce, a tal proposito, l’antitesi che viene a crearsi fra la notte scura e tempestosa (come la vita) e il bianco della casa in cui potersi rifugiare (il nido).

È densa di significato anche la similitudine che accosta l’apparizione fulminea della casa ad un occhio che si apre e si chiude improvvisamente. L’occhio in questione è quello del padre del poeta, che lancia il suo ultimo sguardo da morente prima che si consumi l’immane tragedia.

Tuono

E nella notte nera come il nulla,

a un tratto, col fragor d’arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s’udì, di madre, e il moto d’una culla.  

Struttura metrica: Ballata piccola. Due strofe (la prima di un verso ed una sestina) di settenari rimati secondo lo schema A BCBCCA

Percezioni sensoriali

  • Campi visivi – nera,
  • Campi uditivi – fragor, tuono, rimbombò, schianto, rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo, tacque, rimareggiò, vanì, canto, s’udì.

Figure retoriche

  • similitudine: nera come il nulla
  • allitterazione: nella notte nera come il nulla
  • Onomatopea: rimbombò, rimbalzò, rotolò

Commento

La poesia si apre con un verso isolato (come per Il lampo), introdotto dalla congiunzione e che sembra quindi voler proseguire un discorso, una riflessione. 

L’essere umano all’udire questa forza possente della natura, s’impaurisce come il bimbo che piange spaventato nella notte buia.

Il nero della notte è simile al nulla; dove il nulla è simbolo di morte), le figure della madre e della culla (simbolo di nascita, vita) si contrappongono all’immagine minacciosa della natura.

X agosto – Myricae

1. San Lorenzo, io lo so perché tanto
2. di stelle per l’aria tranquilla
3. arde e cade, perché si gran pianto
4. nel concavo cielo sfavilla.
 

5. Ritornava una rondine al tetto:
6. l’uccisero: cadde tra i spini;
7. ella aveva nel becco un insetto:
8. la cena dei suoi rondinini.
 

9. Ora è là, come in croce, che tende
10. quel verme a quel cielo lontano;
11. e il suo nido è nell’ombra, che attende,
12. che pigola sempre più piano.
 

13. Anche un uomo tornava al suo nido:
14. l’uccisero: disse: Perdono;
15. e restò negli aperti occhi un grido:
16. portava due bambole in dono.
 

17. Ora là, nella casa romita,
18. lo aspettano, aspettano in vano:
19. egli immobile, attonito, addita
20. le bambole al cielo lontano
.  

21. E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
22. sereni, infinito, immortale,
23. oh! d’un pianto di stelle lo inondi
24. quest’atomo opaco del Male!
 
Metro: composta di sei quartine di decasillabi e novenari piani in rima alternata.

Parafrasi discorsiva

San Lorenzo, io so perché un numero così grande di stelle brilla e cade attraverso l’aria tranquilla, perché un pianto così grande risplende nella volta del cielo. Una rondine stava ritornando al suo nido: fu uccisa: cadde tra i rovi: aveva nel becco un insetto: la cena per i suoi figlioletti. Ora è là, come se fosse in croce, che tende quel verme verso quel cielo lontano; e i suoi piccoli sono nell’oscurità ad aspettarla, pigolando sempre più piano. Anche un uomo stava tornando a casa: fu ucciso: disse: “Vi perdono”; e nei suoi occhi sbarrati restò soffocato un grido: portava in regalo due bambole… Ora là, nella casa solitaria, lo aspettano, lo aspettano inutilmente: lui immobile, sbigottito mostra le bambole al cielo lontano. E tu, Cielo, infinito, eterno, dall’alto dei mondi sereni, inondi di un pianto di stelle questo corpuscolo senza luce caratterizzato solo dal male.

Figure Retoriche

  • Allitterazioni “Lorenzo, stelle, tranquilla”; “Ritornava unrondine” (v. 5); “pigola sempre più piano” (v. 12); “attonitaddita” (v. 19); “atomo opaco” (v. 24);
  • Anafore “ora è là, come in croce…/ ora là, nella casa…” (vv. 9 e 17); “che tende…/ che attende… / che pigola”(vv. 9-12); “l’uccisero: cadde tra spini… l’uccisero: disse: Perdono” (vv. 6 e 14);
  • Apostrofi “San Lorenzo” (v. 1); “E tu, Cielo” (v. 21);
  • Anastrofi  “Ritornava una rondine al tetto” (v. 5); “di un pianto di stelle lo inondi” (v. 23);
  • Metonimia “nido… / che pigola” (vv. 13-14);
  • Sineddoche “al tetto” (v. 5);
  • Sinestesia restò negli aperti occhi un grido” (v. 15);
  • Similitudine “come in croce” (v. 9);
  • Metafore “sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla” (vv. 3-4); “nido” (v.13); “di un pianto di stelle” (v. 23); “atomo opaco del Male” (v. 24);
  • Personificazione “E tu, Cielo” (v. 21); “Male” (v. 24);
  • Iperbole “di un pianto di stelle lo inondi…” (v. 23); “atomo” (v. 24);
  • Enjambements “tanto / di stelle” (vv. 1-2); “tende / quel verme” (vv. 9-10); “addita / le bambole” (vv. 19-20); “mondi / sereni” (vv. 21-22); “inondi / quest’atomo” (vv. 23-24).

Commento

Anche in X Agosto, Pascoli, rievoca la tragedia dell’uccisione di suo padre, avvenuta il 10 agosto 1867, trent’anni prima della stesura della poesia. Il 10 agosto è, però, anche il giorno di San Lorenzo, quello in cui, secondo la tradizione popolare, si verifica il fenomeno delle stelle cadenti. Le stelle che cadono in quella notte, nell’immaginario pascoliano, rappresentano il pianto del cielo sulla malvagità degli uomini: quest’immagine rende l’idea di un cosmo profondamente umanizzato.

Prendendo le mosse dalla propria tragica vicenda personale, il poeta affronta i grandi temi del male e del dolore: gli elementi familiari e biografici vengono trasposti su un piano universale e cosmico.

Così, la rondine e il padre uccisi, posti in evidente parallelismo diventano il simbolo di tutti gli innocenti perseguitati ed alludono scopertamente alla figura di Cristo, la vittima per eccellenza, che perdona i suoi carnefici sulla croce, richiamata già nel titolo, con il numero romano X.

La rondine che stava tornando al suo nido portando un verme per i suoi piccoli, è stata uccisa durante il tragitto e li ha lasciati soli ed affamati; allo stesso modo, il padre del poeta viene ucciso mentre sta tornando a casa, al suo “nido” chiuso e protetto, portando due bambole in dono alle figlie, che ora lo aspettano invano, proprio come i piccoli della rondine aspettano la madre, ormai affamati e morenti. L’unica differenza tra la rondine e il padre in punto di morte sta nella parola “perdono” pronunciata dall’uomo.

La struttura del componimento è circolare, poiché esso si apre e si chiude con l’immagine del cielo inondato di stelle cadenti, simboli del dolore

Il Cielo, ossia Dio, è sentito come lontano, distante, indifferente, separato dal mondo, capace solo di guardarlo dall’alto e di “piangere” sulle miserie umane, ma non di lenirne in nessun modo le sofferenze.

Il male, personificato, è incomprensibile per l’uomo, che si sente sempre in balia di un insondabile destino. La Terra, nell’economia dell’universo, al cospetto dell’immensità del Cielo, non è altro che un “atomo opaco”, un minuscolo ed insignificante corpuscolo che non brilla neppure di luce propria.

Di fronte alla malvagità del mondo, l’unico rifugio, dovrebbe essere il “nido”, unico luogo protetto in cui trovare pace, ma la casa è anch’essa “romita”, solitaria, lacerata dalle tragiche vicende del mondo, dunque insufficiente a proteggere l’uomo, a cui non resta che invocare invano il “pianto di stelle” del cielo che lo soccorra e partecipi del suo dolore.

Lavandare – Myricae

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.  

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene. 

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
Quando partisti, come son rimasta!
Come l’aratro in mezzo alla maggese.  
Madrigale composto di due terzine e una quartina di endecasillabi.
Schema: ABA CBC DEDE.

Figure retoriche

Allitterazioni:
– “r”: “resta” – “aratro” – “pare”; “gora” – “sciabordare” – “lavandare”;
– “frasca”, “torni”- “ancora” – “partisti” –“rimasta” – “aratro”
– “f”: “soffia”- “frasca”;
– di “s” e “t” nell’ultima strofa: “soffia”- “frasca” “torni” “tuo”- “paese” – “partisti”- “rimasta” – “aratro” “maggese”;
Onomatopee: “sciabordare” (v. 5), “tonfi” (v. 6);
Enjambement; “ pare / dimenticato” (vv. 2-3); viene / lo sciabordare (vv. 4-5);
Sinestesia: “tonfi spessi” (v. 6);
Chiasmo
– “tonfi spessi e lunghe cantilene” (v. 6);
– “il vento soffia e nevica la frasca” (v. 7);
Similitudine: “rimasta / come l’aratro in mezzo alla maggese” (v. 10);
Metafora: “nevica la frasca” (v. 7).

Campi sensoriali

  • Tutta la prima strofa è caratterizzata dalle percezioni visive.
  • La seconda e la terza strofa sono caratterizzate da sonorità e musicalità.

Commento

I temi principali di Lavandare sono legati a abbandono e solitudine.

L’aratro viene dimenticato in mezzo al campo deserto diventa il simbolo dell’abbandono e della nostalgia. Inoltre il campo non è stato arato del tutto: questo aumenta il senso di abbandono imprevisto.

Il riferimento all’abbandono caratterizza sia l’inizio che la fine della poesia che mostra quindi una struttura circolare.

L’ambiente è quello di un mondo quotidiano e semplice.

La prima strofa è statica. Vi dominano le sensazioni visive.

Nella seconda strofa prevalgono le sensazioni uditive. Le rime al mezzo ne velocizzano il ritmo.

La congiunzione coordinante “e”, che apre la seconda strofa, indica che le due scene descritte nelle prime due strofe sono accostate, ma distinte l’una dall’altra.

Nella terza strofa il ritmo è rallentato. Il poeta ha ripreso un canto popolare marchigiano e rende l’idea della nenia cantata dalle donne durante il lavoro.

Si crea quindi un parallelismo tra la donna, protagonista del canto, e l’aratro: entrambi sono stati abbandonati, e si trovano come sospesi, in attesa di un evento, di un ritorno, di una ripresa.

Anche la poesia Lavandare potrebbe sembrare un bozzetto naturalistico, ma il poeta carica ogni oggetto di un intenso valore simbolico.

Gli oggetti semplici legati al mondo agricolo producono una sorta di “rivelazione”: l’oggetto diventa un simbolo, colto da un poeta fanciullino che scandaglia a fondo la realtà e suggerisce al lettore l’essenza vera di tutto ciò che lo circonda.

Così, la rappresentazione apparentemente oggettiva della natura autunnale e dei gesti quotidiani delle donne diventa la proiezione simbolica dell’inquietudine e della profonda malinconia dell’animo del poeta.

Novembre – Myricae

Gèmmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…  

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.  

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile.
È l’estate, fredda, dei morti.  
Metro: Tre strofe saffiche composte da 3 endecasillabi e un quinario a rime alternate. Schema: ABAb

Figure retoriche

Allitterazioni:
–  della –s e della –r: v. 5: secco, stecchite; v. 6: nere, trame, segnano, sereno; v. 7: sonante; v. 8: sembra. La sequenza allitterante della seconda strofa richiama l’aridità della natura. L’insistita allitterazione della –s comunica un’idea di morte, e richiama il XIII canto dell’Inferno, il canto di Pier della Vigna e dei suicidi.
Enjambement: vv. 1-2; vv. 7-8; vv. 11-12;
Metafora: v. 1: Gèmmea l’aria, metafora con sinestesia tattile-visiva;
Ossimoro: vv. 11-12: estate, fredda;
Sinestesia: v. 3: odorino amaro; v. 11: cader fragile.

Commento

Il titolo della poesia corrisponde al mese dei defunti e ci avvicina subito al tema della morte.

La poesia è tripartita e potremmo sintetizzarla così: illusione – svelamento – tristezza.

Illusione

Il poeta ci presenta l’illusione che si prova in una giornata autunnale che sembra primaverile: l’aria cristallina di novembre ci dà l’illusione della primavera. questa sensazione è confermata dalle sensazioni visive («gèmmea l’aria») e olfattive («del prunalbo l’odorino amaro»),

La seconda strofa corrisponde allo svelamento: il “ma” avversativo del quinto verso, dimostra che in realtà si sta vivendo la stagione autunnale; l’autunno è una metafora dell’esistenza.

Con il Ma il bozzetto naturalistico inizia a comunicare l’idea della morte.

L’illusione della primavera, altra metafora della vita, si contrappone alla realtà caratterizzata dalla legge della morte. Vi è, dunque, una forte analogia tra la primavera, che rappresenta la vita e l’autunno, che è collegato alla morte.

La terza strofa ci fa sprofondare nella tristezza della stagione autunnale, con il suo messaggio di precarietà e morte

Il paesaggio rappresentato nella terza strofa si può ritenere universale: non ci sono riferimenti precisi allo spazio perché, come avviene anche in altre liriche della raccolta, Pascoli non intende descrivere la natura in un preciso momento dell’anno ma trasmettere un messaggio più profondo.


Il poeta quindi cerca di penetrare il senso segreto delle cose, che si rivela carico di drammaticità e morte e osserva il mondo con lo stupore e la meraviglia di un “fanciullino”, per riscoprirne i lati segreti e la purezza originaria.

Pascoli e il tema dell’emigrazione italiana

Giovanni Pascoli arrivò a Castelvecchio nel 1895.

Gli ultimi anni del secolo segnarono per Giovanni Pascoli l’inizio di una nuova vita e di un’intensissima attività poetica. Castelvecchio, Barga, la Valle del Serchio permisero a Pascoli di vivere in un mondo sognato e desiderato: adorava la terra lavorata dalle mani dell’uomo, apprezzava la bontà degli uomini resi umili dal duro lavoro. Ma gli ultimi anni del secolo furono anni difficili per l’Italia: furono gli anni che segnarono l’inizio della Grande emigrazione.

La fame e la disoccupazione svuotarono anche le sue terre. Molti emigrarono all’estero e lui soffriva al pensiero che l’Italia fosse costretta a esportare manodopera in altri paesi.

Traccia di questa fase storica si trovano nel poemetto Italy – Sacro all’Italia raminga.  Nel testo si narra la vicenda di Molly, nipote di Zi Meo, un arguto contadino che era legato da un rapporto di amicizia con la famiglia Pascoli. La piccola Molly, Isabella il nome originale, era nata a Cincinnati dove il padre Enrico gestiva un ristorante.

La bambina si era ammalata e venne portata in Italia, nella casa di famiglia, con la speranza che l’aria buona giovasse alla sua salute. Pascoli conobbe la bimba e rimase colpito dalla sua storia.

Le dedicò quindi il poemetto Italy in cui si narra la riscoperta delle radici e dell’identità di questa bimba che, pur essendo nata negli Stati Uniti, si riconobbe presto nella cultura antica della famiglia e della vita del piccolo borgo.

Un altro bambino che giocava scalzo con le caprette della sorella del poeta, Maria Pascoli, è Valente Arrighi, figlio del Mere, contadino del Poeta. Valente emigrò in America in cerca di fortuna; non divenne ricco ma la sua vita fu più agiata. A lui è dedicata la famosa poesia Oh Valentino.

Italy

Nel primo canto viene narrato il ritorno di una bambina italo-americana che torna in Italia per cercare di sconfiggere la tisi e respirare aria migliore. Dopo i primi problemi d’incomprensione con la nonna che si occupa di lei, le due ritrovano un linguaggio comune.

Vi
 
Lèvati, Molly. Gente ode parlare
la tua parlata. Sono qui. Cammina,
se vuoi vederle. Hanno passato il mare.
 
Fanno un brusìo nell’ora mattutina!
Ma il vecchio Lupo dorme e non abbaia.
È buona gente e fu già sua vicinaI
 
Vengono e vanno, su e giù dall’aia
alla lor casa che da un pezzo è vuota.
Oh! la lor casa, sotto la grondaia,
 
non gli par brutta, ben che sia di mota!
 
VII
 
Sweet… Sweet… Ho inteso quel lor dolce grido
dalle tue labbra… Sweet, uscendo fuori,
e sweet sweet sweet, nel ritornare al nido.
 
Palpiti a volo limpidi e sonori,
gorgheggi a fermo teneri e soavi,
battere d’ali e battere di cuori!
 
In questa casa che tu bad chiamavi,
black, nera, sì, dal tempo e dal lavoro,
son le lor case, là sotto le travi,
 
di mota sì, ma così sweet per loro!
 
VIII
 
O rondinella nata in oltremare!
Quando vanno le rondini, e qui resta
il nido solo, oh! che dolente andare!
 
Non c’è più cibo qui per loro, e mesta
la terra e freddo è il cielo, tra l’affanno
dei venti e lo scrosciar della tempesta.
 
Non c’è più cibo. Vanno. Torneranno?
Lasciano la lor casa senza porta.
Tornano tutte al rifiorir dell’anno!
 
Quella che no, di’ che non può; ch’è morta.
 

Oh Valentino

Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de’ tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.

Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d’un mese
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!

Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l’uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare,
ci sia qualch’altra felicità.

Oh Valentino – GIOVANNI PASCOLI, I Canti di Castelvecchio

La nazione come nido

Quando nel 1911 il governo Giolitti decise di conquistare la Libia, Giovanni Pascoli si espresse a favore dell’impresa. Tenne un discorso a Barga il 26 novembre 1911 in cui espose diverse ragioni a sostegno dell’impresa coloniale in Libia: lui sosteneva in particolare il diritto di una nazione «proletaria» quale era l’Italia, costretta a esportare manodopera in altri paesi capitalistici, di procedere a conquiste coloniali per assicurare ai suoi figli una seconda patria.

Nella visione del poeta la conquista coloniale avrebbe unito, affratellato le diverse classi sociali italiane (nobile e operaio, borghese e contadino) e avrebbe risolto le tensioni che serpeggiavano nella società italiana.

La concezione nazionalista di Pascoli, inoltre, si lega ad un tema ricorrente dell’autore, quello del “nido”: la famiglia è il «nido» caldo che garantisce la protezione dai mali del mondo.

Lo scrittore allarga all’intera nazione la visione del rapporto sociale come legame di sangue. Egli difende gelosamente il nido, la culla costituito dalla nazione, nazione che deve essere nido protettivo per i suoi figli italiani.
Dietro la scelta imperialista del poeta si percepisce comunque la contraddizione tipica dell’Italia di quell’epoca, che, stretta tra mondo contadino e modernizzazione, sfogava le proprie tensioni in miti nazionalistici.

La grande proletaria si è mossa

La grande Proletaria [così viene definita l’Italia, in quanto nazione povera rispetto alle altre potenze europee, e patria di proletari costretti a emigrare] si è mossa.
Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in Patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar [abbattere] selve, a dissodare campi, a iniziar culture [iniziare nuove coltivazioni], a erigere edifizi, ad animare
officine
[a lavorare nelle fabbriche] , a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell’inaccessibile, a costruire città dove era la selva vergine, a piantar pometi [piante di mele], agrumeti, vigneti dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto [all’angolo] della strada.
Il mondo li aveva presi a opra [lavoro a giornata] i lavoratori d’Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava [offendeva]

Diceva:
Carcamanos! Gringos! Cincali! Degos
[esempi di soprannomi
ingiuriosi dati agli italiani nell’America Latina]
! […]
Così queste opre [braccianti] tornavano in patria poveri come prima o peggio contenti di prima, o si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità [Pascoli si riferisce allo sradicamento e alla perdita delle identità nazionali dei migranti].
Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande [la Sicilia].[…]
Là i lavoratori saranno, non l’opre, mal pagate mal pregiate mal nomate [insultate] degli stranieri, ma, nel senso più alto e forte delle parole, agricoltori sul suo [lavoreranno sulla propria terra],
sul terreno della Patria; non dovranno, il nome della Patria, a forza, abiurarlo, ma apriranno vie, coltiveranno terre, deriveranno acque [costruiranno canali], costruiranno case, faranno porti, sempre vedendo in alto agitato dall’immenso palpito del mare
nostro
[il Mediterraneo] il nostro tricolore. […]
E vi sono le classi e le categorie anche là: ma la lotta [ma non ci sarà lotta di classe] non v’è; o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore. A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia.
Così là muore, in questa lotta, l’artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese, al duca.
da Patria e umanità, in Prose, Mondadori, Milano, 1971

Fonti

  • https://online.scuola.zanichelli.it/letterautori-files/volume-3/pdf-online/laboratorio-pascoli_emigrazione.pdf
  • G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori.
  • M. Magri, V. Vittorini, Tre, Storia e testi della letteratura, Paravia Pearson.
  • www.fareletteratura.it
  • www.treccani.it

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Illuminismo Neoclassicismo Ottocento Rivoluzione francese Romanticismo, Settecento

Tra Rivoluzione e Restaurazione

L’evoluzione del pensiero filosofico tra illuminismo e preromanticismo

Nel periodo a cavallo tra Settecento e Ottocento negli anni intensi degli avvenimenti che vanno dalla Rivoluzione Francese alla Restaurazione si intrecciano tendenze assai diverse tra loro nel panorama culturale europeo.

La maggior parte dei fenomeni di questo contesto trovano la loro origine nella cultura illuministica.

L’Illuminismo è stato un fenomeno a più facce.

Accanto alla fiducia della ragione e alle aspirazioni per la costruzione di una nuova società prendeva forma progressivamente la scoperta della sensibilità e del sentimento. Sul piano individuale la rivalutazione del sentimento assume un’importanza analoga all’influenza esercitata dalla ragione.

Sentimento e ragione erano i due strumenti attraverso cui la borghesia europea cercava di affrancarsi da una società chiusa, ancora controllata da un’aristocrazia che poneva l’orgoglio di casta e le differenze di nascita davanti a qualsiasi altra considerazione.

Nel corso del secolo si afferma sempre di più la teoria secondo cui l’esperienza e le sensazioni concorrono alla conoscenza assai più della ragione. A fianco ad essa si sviluppa l’idea che l’arte debba soddisfare contemporaneamente i principi di bellezza, verità e utilità. Si affianca inoltre un’attenzione crescente al concetto di piacere.

La progressiva attenzione al sentimento e alle passioni determina il successo dell’estetica del sublime, in base alla quale lo scopo dell’arte non è offrire un’esperienza gradevole ma suscitare emozioni violente, capaci di smuovere le parti più profonde della psiche.

Nel trattato “Inchiesta filosofica sulle nostre idee del sublime e del bello” del 1756, Edmund Burke dichiara che “tutto ciò che tratta di oggetti terribili, tutto ciò che agisce in maniera analoga al terrore, è una fonte di sublime, o, se si vuole, può suscitare la più forte sensazione che l’anima sia capace di sentire”.

All’artista quindi si richiedono fantasia e entusiasmo, estro e genialità, più che particolari abilità tecniche.

Proprio l’assimilazione tra artista e genio è una delle caratteristiche del periodo.

Il neoclassicismo

In un’età incerta e contraddittoria come quella tra Settecento e Ottocento, il classicismo rappresenta l’elemento dominante incontrastato delle esperienze letterarie e artistiche. Il tradizionale modello estetico greco-latino si arricchisce però di esperienze nuove contribuendo all’affermarsi di una corrente definita neoclassicismo a cui si rifanno sia gli scrittori direttamente reazionari, cioè che tentano in questo modo di arginare la cultura moderna, sia le tendenze ideologiche progressiste.

Per capire l’importanza del fenomeno occorre tener presente che, per un intellettuale di questi anni, il classicismo non è una forma d’arte tra le tante, ma rappresenta l’arte in assoluto, rappresenta l’unico patrimonio della cultura che sia in grado di organizzare formalmente la realtà, al di là delle differenze ideologiche e politiche.

Lo studio dell’arte classica riceve un grande impulso dagli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano. Si cerca il canone eterno e universale, il principio etico ed estetico che sia capace, di portare la natura umana al più alto grado di perfezione.

Il gusto neoclassico si presenta quindi come il gusto moderno, capace di assorbire una lunga tradizione di esperienze ideologiche e stilistiche e di tradurle in rappresentazioni semplici e nitide, di altissimo valore formale.

I fondamenti dell’estetica neoclassica si devono a un archeologo e storico dell’arte tedesca Johann Joachim Winckelmann, il quale pone la Grazia come supremo ideale estetico. Per Winckelmann la Grazia è piacevole, agisce nella semplicità e nella quiete dell’anima offuscata delle violente passioni. Il prodotto artistico che ne esce ha forme semplici e piacevoli, composte e perfette, in grado di rappresentare gli avvenimenti e i sentimenti del presente in modo armonico ed elevato.

Testo – La bellezza ideale dei Greci: il Laocoonte

L’artista deve essere libero. Non esiste un solo canone di bellezza. La creazione artistica non ammette regole. Ecco delle frasi che a noi sembrano ragionevoli, ma che chiunque si richiami all’estetica classica (chiunque abbracci, cioè, l’ideale neoclassico) non sottoscriverebbe mai. Lo si vede chiaramente nei Pensieri sull’imitazione delle opere greche, là dove, partendo appunto dallo studio delle opere della Grecia classica, Winckelmann cerca di dedurre alcune regole della creazione artistica che siano valide per tutti i tempi.
Benché si tratti di un breve opuscolo stampato nel 1755 in cinquanta copie a spese dell’autore, lo scritto di Winckelmann ebbe un successo enorme.

Nel brano che segue, egli affronta il tema centrale del suo saggio: come, attraverso l’imitazione degli antichi, gli artisti moderni possano raggiungere la perfezione.

L’unica via per noi per divenire grandi, anzi, se possibile, inimitabili, è l’imitazione degli antichi, e ciò che qualcuno ha detto di Omero, che impara ad ammirarlo chi imparò ad intenderlo, vale anche per le opere d’arte degli antichi, in particolare per i Greci.
Bisogna conoscerle come si conosce un amico per trovare il Laocoonte altrettanto inimitabile di Omero […].
L’imitazione del bello in natura o si riferisce ad un solo modello, o riunisce insieme le osservazioni sopra vari modelli singoli e li compone in un tutto.
Nel primo caso si fa una copia somigliante, un ritratto: è la strada che conduce alle forme e alle figure dei fiamminghi.
Nel secondo caso invece si prende la via per il bello universale e per le sue figure ideali: quest’ultima via presero i Greci.
La differenza tra loro e noi è però questa: i Greci avrebbero ottenuto queste immagini anche se non fossero state prese da corpi belli, in virtù d’una quotidiana osservazione del bello in natura, che a noi invece non si mostra ogni giorno, e raramente come lo desidera l’artista […].
Tale imitazione insegnerà a pensare e a creare con sicurezza giacché in essi si vedranno fissati gli estremi confini del bello umano, e nel contempo di quello divino.
Se l’artista si basa su queste fondamenta, e si lascia guidare la mano e il sentimento dalla regola greca della bellezza, è già sulla strada che lo condurrà sicuro all’imitazione della natura […].
Infine, il generale e principale contrassegno dei capolavori greci è una nobile semplicità e una quieta grandezza, sia nella posizione che nell’espressione. Così come la profondità del mare rimane sempre tranquilla, per quanto infuri la superficie, così l’espressione delle figure dei Greci mostra, in mezzo a tutte le passioni, un’anima grande e posata.
Quest’anima si mostra nel volto del Laocoonte, e non solo nel volto, nonostante la più atroce sofferenza.
Il dolore, che si scorge in ogni muscolo e in ogni tendine del corpo e che, al solo guardare quel ventre dolorosamente contratto, senza considerare né il viso né le altre parti, crediamo quasi di sentire noi stessi, quel dolore – io dico – non si esprime affatto con la rabbia nel volto o nell’intera postura […].
Il dolore del corpo e la grandezza dell’anima sono distribuiti in egual misura per tutta la composizione della figura e, per così dire, si equilibrano.
Laocoonte soffre […]: la sua rovina ci penetra l’anima; ma pure brameremmo poterla sopportare come questo grand’uomo.
L’espressione di un’anima così grande va ben oltre la creazione della bella natura. L’artista dovette sentire nel proprio intimo la forza dello spirito che impresse nel marmo.

ESTETICA ED ETICA Winckelmann sviluppa il suo ragionamento a partire dall’analisi di alcune statue antiche che egli ritiene risalire al V-IV secolo a.C., e cioè a quello che considera il periodo di maggior splendore dell’arte antica. In particolare, si concentra sul gruppo del Laocoonte e sulla statua dell’Apollo del Belvedere. In realtà, noi oggi sappiamo che si tratta di copie tardo-ellenistiche, o addirittura romane, di originali greci perduti.
Secondo Winckelmann, i Greci hanno raggiunto la perfezione nell’arte perché hanno saputo imitare la realtà in maniera tanto sapiente e raffinata da compiere una sintesi perfetta fra tutte le bellezze naturali, raggiungendo così il «bello universale». Tale perfezione si riscontra nella «nobile semplicità» e nella «quieta grandezza» che ispirano le opere d’arte greche: nel Laocoonte, per esempio, il realismo nella rappresentazione della sofferenza del personaggio (realismo che affiora nella tensione dei muscoli, dei tendini, del volto, e in generale in tutta l’espressione corporea) viene bilanciato dalla «grandezza dell’anima» del soggetto scolpito.
Si tratta di una lettura fortemente idealizzata della bellezza, una lettura che risente della filosofia di Platone. Nella concezione che Winckelmann ha dell’opera d’arte perfetta, l’estetica viene in certo modo a coincidere con l’etica, il bello con il buono. La bellezza che Winckelmann ha in mente è perfetta perché non è fine a se stessa ma si fa bellezza morale, e cioè presenta a chi la guarda un modello di comportamento virtuoso (in questo caso: affrontare il dolore con la stessa nobile compostezza con cui lo sta affrontando Laocoonte). Winckelmann vuole dirci insomma che, se vogliono raggiungere la stessa perfezione, gli artisti contemporanei non devono soltanto imitare la tecnica attraverso la quale gli artisti antichi hanno rappresentato il reale, ma anche imitare lo spirito con cui i Greci si sono avvicinati all’arte.

Laboratorio

COMPRENDERE
In che cosa e perché i contemporanei devono imitare gli antichi Greci?
In che cosa consiste l’ideale di bellezza professato da Winckelmann?
ANALIZZARE
L’autore descrive sia l’opera sia il suo significato spirituale e ideale: spiega come mette in relazione gli elementi concreti della scultura con i suoi significati astratti
CONTESTUALIZZARE
In che cosa si distingue il Neoclassicismo dalle altre epoche di rinascenza o riscoperta dei classici?
La parola classico è molto usata, non solo in ambito artistico, ma anche nell’uso quotidiano. Con l’aiuto del dizionario, raccogline i diversi significati

Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang Goethe nasce a Francoforte sul Meno nel 1749 e muore a Weimar nel 1832. Fu un poeta, un narratore, un filosofo e un insigne drammaturgo tedesco.

È considerato un genio fra i più grandi e della storia moderna. Lui espresse la libertà di sentimenti e di espressione e segnò un cambiamento radicale nella coscienza culturale tedesca ed europea. Tra le sue opere più famose troviamo il romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther” del 1774, il dramma poetico “Faust” e il romanzo “Le affinità elettive”.

La sua firma

Biografia

Johann Wolfgang von Goethe nacque a Francoforte sul Meno, primogenito di un avvocato Johann Caspar e Katherine la figlia del sindaco della città. Goethe ebbe un’infanzia agiata e fu influenzato da sua madre che lo indirizzò verso le sue aspirazioni letterarie.

Ricevette una formazione eterogenea. A 16 anni cominciò a studiare legge e pittura e nel 1774 pubblicò il suo primo romanzo “I dolori del giovane Werther”

Werther è il prototipo dell’eroe romantico. Vive una gioventù molto avventurosa. Dopo un viaggio in Svizzera, egli operò una rottura decisiva con il suo passato. Nel 1775 fu accolto dal duca Karl nella piccola corte di Weimar dove lavorò in diversi uffici governativi. Tra gli altri impegni e passioni, si dedicò anche allo studio delle scienze naturali. Scriveva testi che leggeva, occasionalmente, ad alta voce ad un gruppo selezionato di persone – fra loro il duca e le due duchesse.

Fonti

https://letteredidattica.deascuola.it/letteratura/risorse/biblioteca-01database-brani/la-bellezza-ideale-dei-greci-il-laocoonte/

Magri, Vittorini, Storia e testi della letteratura, Paravia.


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italiano Letteratura italiana Novecento Ottocento Prosa Racconto

Matilde Serao

Giornalista, scrittrice, imprenditrice, Matilde Serao rompe le convenzioni e riesce a collezionare numerosi primati:

  • nel 1882 è assunta al «Capitan Fracassa», prima donna redattrice nella storia del quotidiano romano,
  • fonda due giornali «Il Mattino» (insieme al marito Edoardo Scarfoglio nel 1892) e «il Giorno» (1904),
  • lavora come direttrice a diverse riviste periodiche.

Di indole coraggiosa, irriverente della morale del tempo, raggiunge ambiziosi traguardi professionali e inaugura un nuovo modo di fare giornalismo inteso come vocazione, come impresa, come strumento di formazione e testimonianza:

«Giornale è tutta la storia di una società – scrive – E, come la vita istessa, di cui è la immagine, […] ha in sé il potere di tutto il bene e di tutto il male […]. Il giornalista è l’apostolo del bene […] il giornale è la più nobile forma del pensiero umano […]. L’avvenire è del giornale».

È una fedele testimone del suo tempo, profonda conoscitrice delle mode e degli stili di vita dell’alta società, ma anche delle pene e delle speranze delle popolazioni dei bassifondi

Fu una scrittrice prolifica, viene considerata esponente della letteratura verista, anche se la critica ha però messo in luce come la sua osservazione della realtà sia piuttosto il frutto di un’elaborazione personale delle «cose viste».

«Io scavo nella mia memoria, dove i ricordi sono disposti a strati successivi […]. Se ciò sia conforme alle leggi dell’arte, non so: dal primo giorno che ho scritto, io non ho mai voluto e saputo esser altro che un fedele, umile cronista della mia memoria.» [Matilde Serao, Il romanzo della fanciulla, prefazione, ottobre 1885]

Nacque nel 1856 a Patrasso, in Grecia, dove il padre si era rifugiato nel 1848 per sfuggire alle repressioni borboniche.  Il padre, Francesco, era un giornalista e la madre, Paolina Bonelly, una greca di sangue nobile.  Rientrata a Napoli si diplomò come maestra, quindi si impiegò nei Telegrafi dello stato, mentre cominciava a pubblicare bozzetti e novelle su giornali locali. La Serao iniziò giovanissima la carriera di giornalista, prima come redattrice del «Corriere del mattino» di Napoli, poi a Roma, come “redattrice fissa” del «Capitan Fracassa» e collaboratrice di altri noti periodici: la «Nuova Antologia», il «Fanfulla della Domenica», la «Domenica letteraria».

Matilde non era bella, era grossa e tozza e aveva un’aria da maschiaccio. Era estroversa, gesticolante, sgraziata e chiassosa ed ebbe una vita sentimentale normale e piena. Nel 1885 sposò Eduardo Scarfoglio. Né l’attività giornalistica né la nascita dei quattro figli le impedirono di dedicarsi alla scrittura. Mentre sul fronte professionale i coniugi avevano un certo successo la serenità di Matilde venne minata dalla relazione sentimentale tra il marito e una cantante, dalla quale nascerà una bambina. Ma dal momento che Edoardo non intendeva lasciare la moglie, la cantante si tolse la vita. La bambina, abbandonata dalla madre morente sull’uscio di casa Scarfoglio, venne amorevolmente accolta da Matilde. Ma la sanguinosa vicenda, oltre che a riempire le pagine dei giornali, condusse la coppia alla separazione.

La carriera giornalistica la porta anche ad essere candidata al premio Nobel, che però non le sarà assegnato.

Si spegne a Napoli, a 71 anni.

Accanto all’attività giornalistica, la Serao si dedicò alla scrittura narrativa, scrisse infatti più di quaranta volumi fra romanzi e novelle.

La scrittrice si dimostrò sempre affascinata dal pettegolezzo e spesso si abbandonò alle curiosità della vita mondana di Roma e Napoli.

Vedi la novella La moglie di un grand’uomo.

Fu anche un’amorosa interprete delle sofferenze e delle speranze del popolo napoletano.  

Nel 1884 realizza un reportage dal titolo Il ventre di Napoli, dove in primo piano è l’attenzione della Serao per la gente povera e rassegnata dei quartieri fatiscenti e brulicanti della città.

Della Napoli pullulante di sottoproletariato e piccola borghesia di fine Ottocento, la Serao ci ha offerto un panorama geniale e dettagliato nella produzione del decennio 1880-1890.

Matilde Serao morì a Napoli il 25 luglio 1927, al tavolo di lavoro, per un attacco cardiaco.

La moglie di un grand’uomo

Vi era una volta una fanciulla — ohimè quante ve ne furono e quante ve ne sono! — una fanciulla che doveva pacificamente sposare un giovanotto. Costui era un bravo ragazzo, negoziante all’ingrosso di spirito e di zucchero; i suoi buoni amici dicevano che del primo non gliene rimaneva mai in deposito e del secondo troppo, volendo significare, con una ignobile freddura, che era buono e stupido.

Viceversa, la fanciulla aveva un professore di lingua italiana che la dichiarava un ingegnaccio; ella leggeva romanzi e parti letterarie di giornali illetterati, assisteva a conferenze scientifiche, storiche e poetiche, spiegava sciarade, era immancabile alle prime rappresentazione, prendeva viva parte alle discussioni critiche ed inutili che ne scaturivano: insomma una fanciulla moderna, una fanciulla superiore.

Qui si comprende che prima di diventar tale, il suo matrimonio col negoziante di zucchero e spirito poteva sembrar logico, ma giunta che fu la superiorità diventava una proposizione assurda; poiché ogni fanciulla superiore che si rispetta, deve sposare un uomo illustre o morire zitella. I genitori che amavano molto la loro figliola, si persuasero di questa profonda verità e licenziarono il fidanzato; egli pianse per un’ora, si disperò per tre giorni, fu malinconico per una settimana e finì per sposare la figliuola di un negoziante di legname. La storia non aggiunge se ebbero lunga prole, ma all’onesto lettore è lecito supporlo.

Intanto la fanciulla cercava il suo uomo illustre e, dopo mille difficoltà, ne trovò uno; difficoltà non già per la scarsezza del genere, poiché a sentire i contemporanei, siamo nell’epoca delle grandezze, — ma ella ne voleva, una vera, autentica, bella e buona.

Quello che scelse era, come al solito, sorto dal nulla, perché una celebrità che si permettesse di non sorgere dal nulla, sarebbe una falsa celebrità; aveva combattuto con la miseria, la fame ed il freddo, gioconda compagnia della sua giovinezza: come gli altri entrò in carriera per la porta piccola del giornalismo e portandovi due qualità opposte, la pazienza e l’ardire, riuscì a conquistare un nome ed un posto nella schiera militante.

Poi gli si volsero sempre favorevoli gli eventi, per lui accaddero miracoli inauditi; gli editori pagavano, i suoi libri arrivavamo alla sesta edizione, la critica lo carezzava, la gloria gli cascava addosso, sua vita natural durante.

Tentò la politica, questo grande spegnitoio delle intelligenze artistiche, e fu tanto fortunato da uscirne vivo e vincitore. Quando una sua interpellanza era annunziata, il Ministero faceva l’esame di coscienza, gli avversari affilavano i ferruzzi delle risposte, le tribune si affollavano di ascoltanti; un portafoglio gli era stato offerto, aveva avuto lo spirito di rifiutarlo. Gli giungevano onorificenze, gradi, titoli, croci da tutte le parti: egli accettava tutto con serenità olimpica e rimaneva un uomo illustre, osservato, studiato, discusso, commentato e sempre applaudito dal pubblico.

Come la fanciulla poté vederlo, conoscerlo, portarselo in casa, persuadere i parenti, sarebbe lunghissimo il narrare: giorno per giorno, per la parola matrimonio, si disperdono nell’oceano della vita torrenti di diplomazia femminile.

Certo non fu lieve impresa fare la conquista di quell’eterno trionfatore, perché egli si amava troppo per amar molto qualche altro; ma la giovanetta era ricca, bella, elegante, sapeva a memoria i libri di lui e ne recitava qualche brano, con un grazioso sorriso di ammirazione; era un’adorazione perpetua degli atti, delle parole del grande uomo: i genitori con la loro adorazione parevano chiedere umilmente l’onore di tanto parentado: lo adoravano gli amici di casa, lo adoravano i servi, egli si inebriò di quell’incenso, si commosse allo spettacolo di tanta brava gente ai suoi piedi; scese dal trono della sua grandezza e si lasciò strappare un benevolo consenso.

Un’adorazione meritata: pensava la sposina. Un uomo di genio nulla ha di simigliante con la turba degli alti esseri piccoli e comuni: egli vive in una sfera elevata, circonfusa di luce. Il portamento altero della testa; la noncurante disinvoltura della persona; lo sguardo ora fisso sulla terra, ora perduto nel cielo, sempre profondo; la sprezzatura artistica dei capelli, il solco della fronte, il senso di mistero dei vari sorrisi, la piega ironica del labbro, tutto rivela la razza degli eletti. Nessuno come chi sa entrare in un salone, inchinarsi, richiamare su di sé tutti gli sguardi, essere il centro dell’attenzione, dominare tutta la riunione. Tutto quello che egli dice, ha un senso riposto che talvolta sfugge ai profani; spesso egli dice cose molto semplici, che ognuno sa, ma v’imprime un suggello d’originalità elegante; la sorridente modestia con cui parla di sé stesso, la bonomia con cui accoglie i giovani principianti, quella velatura di disprezzo, con cui tratta gli avversari, la calma con cui affronta la discussione ed il subitaneo scoppio dell’idea, sono tutte cose che completano la sua grandezza. Egli ha la singolare potenza di dare un aspetto poetico anche ai nostri prosaici abiti moderni: il petto della camicia sembra nebuloso. I guanti hanno una tinta soave ed indefinibile, la stessa marsina acquista delle linee artistiche — viene la voglia di chiedere se quest’uomo pranzi, beva e dorma come il resto dell’umanità. Come deve essere sublime nel momento dell’ispirazione! E nell’amore! Essere la moglie di quest’uomo, portare il suo nome, possedere il suo cuore, dividere la sua gloria: ecco la felicità delle felicità.

Distacco alcune noterelle dal giornale della giovane sposa.

Viaggio bellissimo, Guglielmo a Roma mi ha parlato delle antichità romane, a Firenze delle repubbliche italiane, a Bologna dell’Università, dappertutto di arte e di estetica. In un viaggio di nozze! … Gli amici di Guglielmo finiranno per irritarmi. Lo circondano sempre, lo assediano, non me lo lasciano un sol momento; con me, poi, o mi inganno o usano una cert’aria compassionevole che mi dà sui nervi; ve ne è uno specialmente che quando va via, non manca mai di dirmi: «Vi raccomando il grand’uomo». E l’altro giorno, mi disse con un tono sentimentale: «Fatelo felice, signora, fatelo felice, perché la storia ve me chiederà stretto conto». Domando io se la storia deve ficcare il naso in certe cose…

Siamo a casa. Guglielmo ha quattro librerie, moltissimi libri che sono ammirati dai visitatori, ma egli non legge mai. Io credeva che studiasse almeno cinque ore al giorno, mi ingannavo, avrà studiato prima.

Orribile, orribile! Egli porta un berretto da notte con un fiocco rosa, col pretesto di conservare l’arricciatura dei capelli!

Egli restava ore intiere nel suo gabinetto da toilette e ciò stuzzicava la mia curiosità, — ammesso che marito e moglie sono la stessa cosa, non vi è indiscrezione a vedere che cosa fa l’altra metà di sé stesso; ho posto l’occhio al buco della serratura. Egli studia davanti allo specchio; gli ho visto provare una dozzina di sorrisi ed otto pose diverse … Nei momenti d’ispirazione mio marito somiglia tal quale uno stupido. E guai ad entrare allora in camera sua! È scortese, ineducato, vi manda via con certe parole…

Egli pranza benissimo. Vuole sempre dei grandi pezzi di carne sanguinolenta, che gli danno l’aria di un cannibale che squarta un cristiano. Venitemi un’altra volta a discorrere dell’ambrosia dei poeti!

Sono otto giorni che mio marito passeggia per la casa, declamando un discorso che improvviserà alla Camera. Non andrò a sentirlo: a momenti lo pronunzio io il discorso, tante volte l’ho inteso ripetere.

Il segretario di mio marito…

Questa politica mi obbliga a fare moltissime cose che mi dispiacciono. Adesso sono obbligata a far visita alla signora Zeta, una donnina gentile, troppo gentile; taci lingua, che ti darò un biscotto! Lo so, noi siamo esseri deboli, ma almeno salvare le apparenze! Ed è moglie di un uomo politico; non ha dunque imparato nulla alla scuola di suo marito?

Sono furiosa, Guglielmo riceve delle lettere amorose da signore incognite, che lo amano per suoi libri; quando gli ho fatta una scena, mi ha risposto, con la solita freddezza: «Cara mia, sposandomi dovevate saperlo, sono gli incerti della posizione!» Me li chiama incerti! Una di queste sfrontate gli scrive: Sono sicura che vostra moglie non comprende la vostra grandezza. Vorrei che questa signorina lo vedesse col suo berretto da notte!

Il segretario di mia moglie….

Guglielmo fa una corte assidua alla moglie dell’ambasciatore. Se gli dite nulla, vi risponde che è per ragion politica; anzi l’altro giorno mi raccomandò di lasciarmela fare dall’ambasciatore marito: così le potenze rimangono in equilibrio e la pace Europea è assicurata. Non già che mi dispiaccia mettere nella lista mia anche l’ambasciatore — ma egli è così noioso, così noioso….

Guglielmo non può accompagnarmi ai bagni. Va a fare un viaggio diplomatico, dove non posso andare anch’io. Pazienza, mi rassegnerò.

Grandi uomini… Ammirarli si, sposarli mai…

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Verismo

Il verismo è un movimento letterario italiano che si sviluppa nella seconda metà dell’Ottocento.

Gli scrittori che aderiscono al verismo mirano a rappresentare la realtà sociale del loro tempo. I veristi rappresentano situazioni regionali fatte di povertà, di miseria e di sfruttamento. I loro personaggi sono contadini, pescatori, minatori, sono quindi umili lavoratori di cui si cerca di rendere l’universo psicologico e linguistico.

Sviluppatasi in Italia negli ultimi trent’anni dell’Ottocento, la corrente letteraria del verismo è il corrispettivo italiano del naturalismo francese. Mentre però in Francia il naturalismo si sviluppa in una società industrializzata e in un contesto cittadino, il verismo ha a che fare con la realtà periferica e misera del proletariato di un’Italia contadina, ancora arretrata economicamente.

Infatti i naturalisti francesi rappresentano prevalentemente la vita del proletariato urbano, mentre i veristi concentrano la loro attenzione sulle condizioni di miseria e di sfruttamento nelle quali vivevano le plebi italiane fatte di braccianti e di pescatori.

Un’altra differenza tra naturalismo e verismo riguarda l’atteggiamento verso lo sviluppo economico e sociale. Mentre gli scrittori naturalisti manifestano una certa fiducia nel progresso, l’ideologia dei veristi è molto più pessimistica. Un miglioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni sembra impossibile: quando, nelle opere veriste, un personaggio di umile condizione cerca di salire nella scala sociale, il suo sforzo finisce quasi sempre in tragedia.

I massimi esponenti del verismo sono siciliani: Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto, Capuana e Verga sono catanesi, De Roberto nasce a Napoli, ma vive a Catania. Importanti esponenti del verismo sono anche Matilde Serao nata a Patrasso che vive e lavora a Napoli, Grazie Deledda, sarda, che ottiene nel 1926 il premio Nobel per la letteratura.

Il teorico del verismo italiano è Capuana, docente all’Università di Catania, ma il caposcuola riconosciuto del movimento è Verga.

 Caratteri del verismo italiano

Il verismo italiano è attento alle realtà locali e soprattutto a quelle del Sud Italia, dove la retorica dell’Unità d’Italia non ha avuto grande seguito. Il Sud Italia, che ha subito l’Unità e che non sente di aver ottenuto grandi vantaggi, manifesta il fallimento del Risorgimento. Il verismo diventa un’occasione di raccontare la verità del Sud Italia contro le ipocrisie della politica e della cultura, contro chi commissiona studi sul Sud e poi non ne tiene conto, contro chi non fa reali piani di sviluppo per il Mezzogiorno d’Italia.

L’analisi oggettiva e scientifica della realtà diventa uno strumento di denuncia per i veristi italiani, denuncia che diventa l’obiettivo del loro lavoro.