Le nuove povertà

Il processo di industrializzazione avviato dalla rivoluzione industriale ha provocato delle profonde trasformazioni sociali. Alla base dei mutamenti sociali dell’Ottocento sta innanzitutto il forte incremento demografico.

Nel corso dell’Ottocento l’Europa passa da 193 milioni dell’inizio del secolo ai 400 milioni di abitanti alla fine secolo. Non si tratta solo di un dato quantitativo in quanto nel corso dell’Ottocento avvenne una vera rivoluzione nel regime demografico europeo.

Fino a quel momento l’andamento della popolazione europea era caratterizzato da alta natalità e da alta mortalità come in tutte le società agricole tradizionali. Ogni fase di crescita demografica veniva prima o poi bilanciata da altre fasi di mortalità causate da carestie e da epidemie. Questo era causato dal fatto che si creava uno squilibrio tra la popolazione in crescita e le risorse a disposizione.

Nel corso dell’800 invece:

  • il tasso di natalità si mantenne alto,
  • il tasso di mortalità si ridusse,
  • quindi la popolazione eurpoe aumentò.

Questo accadde grazie:

  • all’arricchimento dell’alimentazione,
  • al miglioramento delle condizioni igieniche abitative,
  • ai progressi della medicina,
  • ai progressi nella cura delle malattie infettive.

Con l’affermazione del sistema industriale, per la prima volta nella storia dell’uomo, le risorse iniziarono a crescere. Questo accadde nei paesi sviluppati in cui le risorse iniziarono a crescere in misura proporzionale rispetto alla popolazione.

E fu così che l’ultima grande carestia europea si abbattè sull’Irlanda nel 1847 – 48 a seguito di una grande malattia della patata.

OGGI
Per comprendere bene la novità di questo fenomeno è importante ricordare che, per secoli, riuscire a sopravvivere da un anno all’altro era stato davvero il problema principale degli europei.
Dobbiamo pensare che la vita media degli Europei fino al 700 era di 30 anni, mentre oggi la vita media del paese occidentali raggiunge gli 80 anni.
Lo spettro della fame, delle carestie e delle epidemie è scomparso nei paesi sviluppati ma è ancora drammaticamente attuale in gran parte del mondo non sviluppato.

Dai ceti alle classi

La società dell’Europa industriale dell’Ottocento era molto più popolata di quella dei secoli precedenti. Ma era anche molto più articolata più dinamica. 

La società dell’Antico regime era costruita sulla stabilità e sulla tradizione, mentre la nuova società industriale si costruiva sull’intraprendenza e sul successo personale.

Nella nuova società industriale infatti c’era mobilità sociale. La possibilità di modificare la propria condizione all’interno della gerarchia sociale aumentò decisamente nel corso dell’Ottocento fino a diventare una delle caratteristiche fondamentali delle società sviluppate.

Nonostante l’evoluzione sociale, l’aristocrazia mantenne per tutto il secolo:

  • grande influenza,
  • grande potere,
  • grande prestigio.

I contadini continuavano a costituire la base di una società che, anche se si era industrializzata, si basava ancora sull’agricoltura. E questo accadeva soprattutto quanto più ci si allontanava dal centro dell’Europa industriale e dalle grandi città industriali. Ma non c’è dubbio che la grande novità dell’Ottocento è l’emergere sulla scena di due classi sociali: la borghesia e il proletariato.

Borghesia e proletariato diventarono così il cardine della società moderna. Più si sviluppava l’industria, più aumentavano le fabbriche, più importanti diventavano borghesia e proletariato.

La borghesia investiva i capitali nell’iniziativa economica per ottenere profitto.

Il proletariato vendeva la propria capacità lavorativa, vendeva la propria forza lavoro in cambio di un salario.

Proprio nella prima metà dell’Ottocento si iniziò a utilizzare il termine classe per indicare le stratificazioni interne alla società.

La classe indica un insieme di individui accomunati da:

  • funzione produttiva,
  • ruolo sociale,
  • condivisione di interessi,
  • condivisione di stili di vita,
  • valori.

La distinzione in classi sociali si riferisce quindi elementi economici e culturali non giuridici. Mentre la distinzione in ordini nell’antico regime era regolata da un sistema giuridico, la nuova divisione in classi sociali invece si basava su elementi di tipo economico e culturale.

Per quanto riguarda la società industriale moderna, le disuguaglianze di classe riguardano non più la posizione giuridica, ma:

  • la ricchezza,
  • l’istruzione,
  • la cultura,
  • quindi le opportunità.

La borghesia

Il concetto di borghesia accomuna realtà e figure sociali anche molto diverse tra loro. Intorno alla metà dell’Ottocento si potevano definire Borghesi i proprietari di grandi aziende agrarie, i banchieri, gli imprenditori industriali grossi commercianti, ma anche i professionisti, i funzionari pubblici e privati, gli intellettuali, gli artigiani, ma ancora i fittavoli agricoli e anche i negozianti.

Per comodità possiamo utilizzare la distinzione tra alta media e piccola borghesia, allo scopo di indicare le differenze di reddito e di posizione produttiva che esistono all’interno di questa classe.

Tuttavia, al di là di queste classificazioni di carattere sociologico, possiamo individuare nella borghesia capitalistica la nuova forza sociale più dinamica; la borghesia capitalistica è la vera protagonista del processo di industrializzazione.

Cosa si intende per borghesia capitalistica? Intendiamo quella classe sociale che è proprietaria dei mezzi di produzione, terre e fabbriche, e che investe i propri capitali per ottenere profitto.

Il proletariato

Si definiva proletario nell’Ottocento chi, non disponendo altro che della propria capacità di lavorare, trovava occupazione come bracciante nelle campagne (in questo caso parliamo di proletariato agricolo) oppure come operaio nelle fabbriche (in questo caso parliamo di proletariato industriale).

Come il termine borghese, anche il termine proletario, nella società ottocentesca indica figure sociali molto diverse tra loro.

Erano proletari:

  • gli ex artigiani che erano stati costretti dalla concorrenza delle industrie a chiudere la sua bottega e a entrare nella fabbrica,
  • i contadini espulsi dalle campagne a causa delle trasformazioni dell’agricoltura,
  • gli immigrati,
  • le donne e i bambini che venivano risucchiati dal sistema industriale.

Nella fabbrica, questa diversa provenienza dava luogo a una gerarchia con grande differenza di condizioni. Il salario e la stabilità occupazionale dell’operaio che era specializzato, come il carpentiere o il tipografo, erano decisamente maggiori rispetto a quelli del manovale comune, come il minatore o l’operaia tessile senza qualifica.

La condizione operaia

Pur con le differenze sopra esposte, la classe operaia visse, nei primi decenni dell’industrializzazione, una comune condizione di miseria e di sfruttamento. La situazione era tanto più grave per i lavoratori non specializzati per le donne e per i bambini. I salari erano bassissimi, al limite della sopravvivenza. Si lavorava sei giorni alla settimana fino a 15 ore al giorno. I ritmi di lavoro erano massacranti, l’ambiente era malsano e pericoloso, e non c’era alcuna prevenzione.

Inoltre in fabbrica vigeva una ferrea disciplina con orari obblighi e punizioni. Tale disciplina era pesante da sopportare soprattutto per chi aveva da poco lasciato la vita della campagna. In campagna, per quanto la vita fosse altrettanto faticosa, era legata al ritmo naturale della giornata e delle stagioni e quindi più vicina ai ritmi dell’uomo e non era legata al ritmo artificiale delle macchine.

Quando arrivava una malattia, quando capitava un infortunio, non c’era alcuna sicurezza. Questo significava la fame, perché non esistevano alcune forme di indennità o di assicurazione sociale.

Un altro elemento che accomunava tutti gli operai era lo spettro della vecchiaia: chi non lavorava più e non poteva essere accolto in casa dai figli, non aveva altra prospettiva che l’ospizio o la pubblica carità.

Le prime forme di pensione vennero introdotte infatti in alcuni paesi come la Germania e l’Inghilterra solo verso la fine dell’800.

Inoltre c’era una grande differenza tra la condizione del contadino e quella dell’operaio.

  • Il contadino, anche se povero, si trovava pur sempre in un ambiente in cui era possibile qualche forma di solidarietà da parte della comunità. La famiglia contadina solitamente era una famiglia ampia, composta da genitori, figli, nonni e altri parenti.
  • L’operaio viveva invece in una condizione di forte isolamento e la famiglia operaia viveva spesso sradicata dal suo contesto di origine. Inoltre era generalmente composta dai soli genitori e figli. 

Gli operai dovettero dunque costruirsi da sé forme nuove di comunità e di solidarietà. Nacquero quindi delle società di mutuo soccorso, leghe, sindacati; organizzazioni e associazioni nate nella fabbrica e dalla lotta per migliorare le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia.

Una nuova povertà

I costi umani e sociali dell’industrializzazione erano altissimi. Di questo si rendevano conto sia l’opinione pubblica borghese che le autorità cittadine che i legislatori. 

La povertà non era certo una novità per l’Europa, che conosceva benissimo la povertà legata all’agricoltura. Infatti in tutto il mondo occidentale si conoscevano situazioni legate all’insufficiente produzione di risorse e ai cicli ricorrenti di carestie e di epidemie. 

Ma con l’avvento del sistema industriale nacque una nuova forma di povertà che era legata alle trasformazioni economico-sociali e alle condizioni del lavoro operaio.

Una povertà nuova questa che richiedeva un’attenzione nuova, perché si produceva nel cuore stesso di un sistema economico nuovo. Il mondo era in cammino verso il progresso, un progresso che però dava origine a questa povertà. Risulta quindi chiaramente comprensibile che di conseguenza si svilupparono nuove forme di protesta e di rivendicazione sociale.

Documenti sulla condizione operaia

Introduzione

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_00.html

Vecchi e nuovi edifici industriali

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_01.html

Le conseguenze dal lavoro minorile

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_02.html

La miseria estrema degli operai a domicilio

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_03.html

Il colera del 1848 in Inghilterra

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_01_04.html

La questione sociale

Di fronte a questo problema all’interno delle classi dirigenti europee si manifestarono due tendenze. 

Da un lato c’era chi voleva eliminare ogni legislazione di assistenza ai poveri. Questa idea era legata al credo liberista che imponeva la massima libertà possibile sul mercato del lavoro.

Ma d’altra parte, altri compresero che il sorgere di una questione sociale e operaia proprio nel cuore della nuova società industriale della nuova e dinamica società industriale, costituiva una minaccia per la vita collettiva. Questa minaccia andava innanzitutto conosciuta.

Per questo gli stessi governi ordinarono inchieste ed ispezioni all’interno dei luoghi di lavoro. Poi si ritenne importante affrontare la situazione con adeguati provvedimenti legislativi. Medici, intellettuali, filantropi e membri di commissioni di inchiesta governative denunciarono più volte i danni fisici e psicologici provocati agli operai dal lavoro in fabbrica e in miniera.

In particolare furono messe in evidenza i danni fisici e psicologici causati a donne e bambini.

Inoltre la degradazione nella vita urbana delle città industriali era oggetto di inchiesta. Generalmente fu messo l’accento sulle conseguenze morali e sociali di questa situazione. La crisi della famiglia, la crisi dei valori della moralità, l’esplodere della delinquenza, della prostituzione, dell’alcolismo.

In seguito a queste inchieste iniziarono dei movimenti di riforma come ad esempio in Inghilterra i vari Factory act leggi sulle fabbriche che regolavano il lavoro femminile e minorile in Francia nel 1841 venne emanata una legge che proibiva il lavoro minorile al di sotto degli 8 anni e limitava a 58 ore alla settimana l’orario di lavoro delle donne e dei bambini.

Il luddismo

La percezione del rischio sociale connesse alla condizione operaia la percezione che poteva esplodere un conflitto, fu rafforzata dal manifestarsi di forme di ribellione nei confronti del nuovo sistema produttivo 

Uno dei movimenti che portò alla ribalta questo tema fu il movimento del luddismo.

Il termine luddismo, deriva dal nome del capo di tale movimento operaio, Ned Ludd. Cosa accadde? Un gruppo di artigiani iniziò a distruggere le macchine con le quali lavoravano. I luddisti erano artigiani che erano diventati i proletari. Si trattava di operai specializzati che vedevano nel diffondersi delle macchine tessili una minaccia non solo alla loro professionalità ma anche alla loro stessa sopravvivenza.

La distruzione delle macchine dell’industria tessile

La macchina quindi permetteva all’imprenditore di assumere manodopera a basso costo, soprattutto donne e bambini, per svolgere operazioni che in precedenza richiedevano abilità artigianali di alto livello. 

La repressione del luddismo fu decisamente violenta tanto che si arrivò a punire con la morte la distruzione delle macchine. Ma questo fenomeno aiuto comunque ad aprire gli occhi sulla situazione della condizione degli operai.

L’organizzazione: caratteristica specifica del movimento operaio

Gli operai capirono ben presto che era necessario organizzarsi per difendere i loro diritti. L’organizzazione fu proprio la caratteristica del conflitto operaio. L’organizzazione fu un prodotto del sistema industriale e fu anche una novità dal punto di vista storico.

Nel mondo contadino infatti erano esplose nel corso dei secoli ribellioni violentissime nelle quali si assaltavano le case dei padroni, il municipio, i forni, ma non si erano mai create delle organizzazioni. Questo dipendeva dalla condizione sociale del contadino, che era servo o schiavo ed era giuridicamente soggetto al suo padrone. Non era libero ed era legato al suo pezzo di terra. Si trovava quindi in una condizione di isolamento.

Con l’industrializzazione invece si crea una situazione nuova. Infatti gruppi di lavoratori sempre più grossi vengono riuniti all’interno delle fabbriche.

Questo dà loro la consapevolezza

  • di vivere una condizione comune,
  • di avere gli stessi obiettivi di lotta,
  • di avere gli stessi interessi economici e politici,
  • di avere gli stessi valori,
  • di avere anche la consapevolezza di potersi organizzare,
  • di poter così accrescere la propria forza.

Prime lotte e conquiste

In quegli anni nacquero quindi le prime forme di organizzazione operaia. Non dobbiamo pensare ai grandi sindacati come quelli che esistono oggi, che rappresentano milioni di lavoratori di una determinata categoria, oppure quelli che rappresentano addirittura tutti i lavoratori in generale. In quel periodo si trattava di piccoli organismi, in genere su base territoriale locale. C’erano, ad esempio, le società di mutuo soccorso: organizzazioni quasi filantropiche che assistevano i lavoratori bisognosi. A queste organizzazioni aderivano spesso anche esponenti dell’aristocrazia e della borghesia.

C’erano poi i sindacati di mestiere, come quello dei tipografi o dei tessitori di determinate zone.

Con il tempo si vennero creando organizzazioni più stabili e più rappresentative: le Trade unions cioè sindacati di mestiere britannici. Le trade unions tennero il loro primo congresso nel 1833. 

Nella seconda metà dell’800 si formarono infine organizzazioni sindacali su base nazionale. Gli obiettivi delle prime lotte operaie erano innanzitutto l’aumento dei salari e la riduzione della giornata lavorativa, ma anche il diritto di associazione, cioè il diritto di unirsi per difendere i propri interessi. Fu proprio questa la battaglia più dura: imprenditori e governanti infatti erano concordi nel temere le associazioni operaie: le ritenevano pericolose per il sistema industriale. Per questo in quel periodo costituire un sindacato era illegale, come era illegale lo sciopero, l’arma di lotta principale degli operai.

Contro gli scioperanti intervenivano gli imprenditori con licenziamenti, punizioni, riduzione di paga. Interveniva anche la forza pubblica con repressioni, spesso sanguinose.

Scioperare era anche difficile per le condizioni del mercato del lavoro nella prima metà dell’Ottocento.

Infatti l’aumento della popolazione, i molti contadini che lasciavano le campagne e gli immigrati, fornivano abbondante forza lavoro.

Con l’eccezione degli operai specializzati, tutti i lavoratori erano facili da sostituire, qualora non avessero accettato le condizioni imposte dagli imprenditori.

Nonostante queste difficoltà, il movimento operaio riuscì ad ottenere, nel corso dell’Ottocento, importanti conquiste.

Per quanto riguarda i salari degli operai questi aumentarono complessivamente pur rimanendo sempre soggetti alla variazione della situazione economica: i salari erano più alti nei momenti di sviluppo e si abbassavano nei momenti di crisi.

La condizione operaia andò comunque migliorando nel corso del secolo soprattutto negli ultimi anni

Documento – L’emancipazione delle classi lavoratrici – Il mondo alla rovescia

Claude-Henri Saint-Simon (1760-1825) fu uno dei precursori più significativi del socialismo e del positivismo. Tra il 1816 e il 1820 fondò due riviste, “L’Industria” e “L’Organizzatore”, che suscitarono una vasta eco culturale e raccolsero intorno ad esse un nutrito gruppo di collaboratori: L’obiettivo di queste iniziative consisteva nel promuovere un programma di riforma sociale.

Nel 1819, sulle pagine de “L’Organizzatore” Saint-Simon pubblicò uno tra i suoi scritti più famosi, la celebre Parabola, in cui veniva esaltato il valore delle classi produttive contro l’inutilità dell’aristocrazia.

Leggi il documento qui

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_03_01.html

Rispondi alle seguenti domande

1. A cosa deve la sua prosperità la Francia?
2. Chi invece blocca l’avanzamento della Francia stessa? Per quale motivo?
3. Come giudica l’autore l’organizzazione sociale francese?
4. Che cosa fanno, a suo avviso, gli amministratori degli affari pubblici?
5. Per quale motivo l’autore dice che “la società attuale è davvero il mondo alla rovescia”?
6. L’autore sostiene che nella società francese ci sono uomini ignoranti e superstiziosi e altri invece capaci e laboriosi.
7. Quali attività svolgono nella società francese?
8. Perchè secondo Saint-Simon il corpo politico è ammalato?

Dopo aver risposto alle domande prova a fare un piccolo testo in cui rispondi alle seguenti domande.

Quali sono per Saint-Simon i fattori che contribuiscono alla prosperità di una nazione? Quali quelli che testimoniano l’arretratezza del suo assetto politico? 

Fra economia e politica

Le lotte del movimento sindacale e operaio ebbero, fino dall’inizio, questa duplice natura: economica e politica. Questo accade perché, nella visione del leader del movimento, la classe operaia non si batteva solo per i propri interessi, ma per l’avanzamento dell’intera società.

Una delle grandi rivendicazioni del movimento operaio dell’Ottocento fu infatti quella dell’estensione del diritto di voto.

In tutti i paesi anche nei paesi più moderni liberali come l’Inghilterra, il diritto di voto era limitato in base alla proprietà o al censo, al reddito; era limitato dunque a una fascia molto ristretta della popolazione. Non bisogna dimenticare questo elemento, senza il quale non si può comprendere la storia della società industriale.

Ce ne dà prova il cartismo un movimento a base operaia – che però non comprendeva solo operai – che si sviluppò in Inghilterra nel corso degli anni trenta. I cartisti rivendicavano:

  • migliori condizioni di lavoro,
  • provvedimenti di assistenza ai poveri,
  • riforme politiche contenute nella carta del Popolo, da cui movimento prese il nome.

La carta del popolo

La carta del popolo fu una petizione sottoscritta da oltre un milione di persone che fu presentata al parlamento inglese nel 1838.

Le richieste erano:

  • Suffragio universale,
  • Elezione annuale del Parlamento,
  • Segretezza del voto,
  • Corresponsione ai parlamentari di uno stipendio per contrastare la corruzione,
  • Abolizione dei limiti di censo per i candidati,
  • Conseguente estensione del suffragio universale anche l’elettorato passivo.

Questo avrebbe permesso potenzialmente a tutti di essere eletti in Parlamento.

La petizione dei cartisti fu respinta ma queste richieste dimostrano che esisteva ormai in Inghilterra un vasto movimento operaio e popolare che era deciso a dire la propria all’interno della vita politica.

Pensate che il giornale dei cartisti il Northernstar raggiunse, nel 1839, le 48000 copie quando il Times, che era il maggior quotidiano inglese, non superava le 5000.

Rispondi alle seguenti domande

1. Quale andamento demografico si ebbe nell’Ottocento?
2. Perché questo rappresentò una novità assoluta rispetto al passato?
3. Quali fattori consentirono la crescita demografica ottocentesca?
4. Quali classi sociali portò alla ribalta?
5. Quali principali elementi caratterizzavano la condizione operaia nella prima metà dell’Ottocento?
6. Quale fondamentale caratteristica distinse fin dall’inizio le lotte operaie?
7. Quali furono gli obiettivi e i risultati principali delle lotte sindacali dell’Ottocento?
8. Che cosa fu il cartismo?
9. Che cosa ci dice questo movimento circa il carattere economico e politico delle rivendicazioni operaie?

L’idea socialista

La rivoluzione industriale aprì alla riflessione di una nuova questione: la questione sociale. La questione sociale venne affrontata in maniera diversa dalle diverse correnti di pensiero: il pensiero liberale, il pensiero democratico e il pensiero socialista.

Il pensiero liberale è basato sui principi di: 

  • Libertà individuale 
  • Intervento minimo dello stato 

I liberali vogliono ampliare il mercato per poter accrescere e diffondere la ricchezza sociale.

Il pensiero democratico sostiene: 

  • Suffragio universale
  • Intervento statale a favore di maggiore giustizia sociale

I democratici ritengono che la povertà e i conflitti vadano in qualche modo governati dal potere politico. Quindi i democratici ritengono che sia necessario intervenire con delle riforme per organizzare l’assistenza ai più deboli.

Il pensiero socialista ritiene che sia necessario puntare a

  • Uguaglianza sostanziale
  • Abolizione dello sfruttamento 

Il pensiero socialista ritiene insolubile il problema della povertà e dello sfruttamento nella società poiché è basata sulla proprietà privata. Questa corrente di pensiero ritiene che la proprietà privata non debba essere il fondamento della vita economica e sociale di una società; ritiene invece che la proprietà privata sia la fonte di un sistema che è profondamente ingiusto e irrazionale. Infatti, questo sistema è incapace di assicurare il benessere alla maggioranza della popolazione. 

Il socialismo inoltre muove una critica al liberalismo. Sostiene infatti che l’esaltazione della libertà dell’individuo e del mercato, in realtà nasconda solo sfruttamento e oppressione per la maggior parte dei componenti della società.

Il pensiero sociale ritiene infatti che le garanzie e le libertà, tanto esaltate dal liberalismo, siano tutt’altro che universali; appartengono semplicemente a una ristretta minoranza che detiene, non solo il potere economico e quello potere politico, ma monopolizza anche la cultura.

Il socialismo dichiara che, in una società divisa in classi, il valore fondamentale non deve essere la libertà dell’individuo ma la giustizia sociale. Per ottenere questo, nella concezione socialista, è necessario limitare le libertà individuali e subordinarle all’interesse dell’intera società. 

Il socialismo ritiene che solo eliminando le diseguaglianze economiche e sociali si può davvero garantire la libertà per tutti.

Uguaglianza sostanziale

Anche il pensiero socialista, come il pensiero democratico, mette al centro l’uguaglianza, ma ritiene che non basti rivendicare il suffragio universale. Il suffragio universale garantisce solo l’uguaglianza formale. 

Ma all’uguaglianza formale, che riguarda i diritti civili e politici, era necessario, secondo i socialisti, affiancare l’uguaglianza sostanziale, cioè l’uguaglianza delle condizioni e delle opportunità di vita.

Documento – Il diritto di proprietà deve essere abolito

La prima opera di Pierre-Joseph Proudhon (1809-65), Che cos’è la proprietà?, fu pubblicata nel 1840 e fece immediatamente scandalo. Garantì però all’auutore fama e successo del suo autore, tanto che egli divenne uno degli intellettuali socialisti più influenti d’Europa.

In questo scritto Proudhon concepiva una società utopistica fondata su quattro princìpi:

  • l’eguaglianza dei mezzi,
  • l’indipendenza reciproca degli individui,
  • la giustizia,
  • la proporzionalità delle leggi.

L’obiettivo era la creazione di una società libera, in cui la convivenza sarebbe stata garantita da una forma di “anarchia positiva” che non riconosceva la legittimità di alcun potere. Per l’autore il termine “libertà” diventava così un sinonimo di “anarchia”.

Nel documento che segue Proudhon condanna il concetto di “proprietà”.

Leggi il documento https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_03_02.html

Rispondi alle domande

1. Che cosa si ottiene, secondo l’autore, nel sopprimere la proprietà e conservare il possesso?
2. Che differenza c’è tra proprietà e possesso?
3. La capacità lavorativa è privata o sociale, secondo l’autore?
4. Per quale motivo i salari devono essere uguali per tutti i lavoratori?
5. Attraverso quale condizione negli scambi fra gli uomini, secondo Proudhon, la proprietà cessa di formarsi e si estingue?
6. Quali forme di associazione saranno alla base della società del futuro?

Molti sono i teorici del socialismo noi andiamo a conoscere per il pensiero di Marx.

Il pensiero di Karl Marx

La più complessa e organica teoria politica del socialismo dell’800 è quella formulata dal filosofo tedesco Karl Marx (1818 – 1883) e dal suo amico e collaboratore Friedrich Engels (1820 –  1895).

La loro teoria politica del socialismo è espressa in diversi celebri scritti. I più importanti sono il Manifesto del partito comunista del 1848 e Il capitale, che è una vasta opera di analisi economica pubblicata da Karl Marx negli anni sessanta e settanta del XIX secolo.

La critica della società capitalistica

Quello che rende particolare il marxismo e lo distingue dalle teorie socialiste e comuniste, che si erano sviluppate nel corso dell’800, è il tentativo di elaborare una critica della società capitalistica industriale e la capacità di elaborare una teoria rivoluzionaria basata su un’analisi delle contraddizioni interne della società capitalistica. Il motore fondamentale del cambiamento storico è, secondo Marx, la lotta di classe.

La lotta di classe 

La lotta di classe corrisponde al conflitto tra la classe che tiene il potere economico e politico e quella che aspira conquistarlo.

Marx ritiene che il passaggio dalla società agricola feudale a quella industriale borghese, cioè quella attuale, sia stato determinato dalla secolare lotta condotta dalla borghesia contro l’aristocrazia feudale. Il momento culminante di questo conflitto è stato la rivoluzione francese. Secondo Karl Marx, la borghesia ha svolto una grande funzione storica. Infatti è grazie alla borghesia che si è sviluppata una società molto più articolata e ricca di quella feudale aristocratica.

Tuttavia, secondo Marx, anche la società borghese è destinata venire superata da una forma più evoluta di organizzazione sociale; la società borghese è destinata a venir superata da una forma più evoluta di organizzazione sociale a causa di un conflitto insanabile che la attraversa. 

Questo conflitto insanabile è quello che si crea tra la borghesia capitalistica, che è proprietaria dei mezzi di produzione e la classe operaia, che possiede solo la forza lavoro.

Mezzi di produzione

Cosa si intende per mezzi di produzione? Per mezzi di produzione, nel linguaggio marxista, si intendono:

  • i capitali,
  • le macchine,
  • i terreni,
  • ma anche le conoscenze tecniche che sono necessarie per rendere produttivi capitali, macchine e terreni.

Le contraddizioni del capitalismo

Come funziona il capitalismo?

Il capitalista ottiene il suo profitto attraverso lo sfruttamento del lavoro operaio. Infatti il capitalista paga sì il lavoro dell’operaio, ma ad un valore inferiore rispetto al valore reale di quello che egli produce con il suo lavoro.

Da questo nasce un plusvalore, cioè un valore aggiuntivo, che viene acquisito dal capitale, nel corso del processo di produzione. Accade così quindi che, mentre una piccola parte della società, la borghesia, si arricchisce sempre di più, ce n’è un’altra molto più ampia, cioè la classe popolare, la classe operaia, che viene mantenuta in condizioni molto vicine alla miseria.

Marx ritiene che l’operaio non solo diventa sempre più povero, ma il suo lavoro diventa sempre più alienante, perché il lavoro dell’operaio consiste nella ripetizione meccanica di operazioni ad una macchina.

Il termine alienazione deriva dal verbo alienare che significa cedere ad altri. In senso sociologico il termine alienazione è stato utilizzato nel significato di perdita di sé, a vantaggio di qualcosa o di qualcuno di esterno.  

L’operaio vive quindi una serie di svantaggi. Oltre alla miseria e all’alienazione, si trova in una condizione di subordinazione, in una condizione quindi di sofferenza non solo materiale, ma anche spirituale e morale.

Immagini tratte dal film “Tempi moderni” di Charlie Chaplin

Questo è il motivo per cui Marx ritiene che sia inevitabile che il conflitto tra il capitale e il lavoro, tra la borghesia e la classe operaia diventi sempre più profondo. È inevitabile che la spaccatura tra queste due classi sociali sia sempre più ampia.

Quanto più il sistema di produzione capitalistico si generalizza, espandendosi nella società e anche a livello internazionale, tanto più si ingrandisce la classe operaria. Il proletariato industriale quindi è destinato prima a crescere di dimensione, poi a unificarsi, a diventare sempre più forte. A quel punto diventa evidente la contraddizione tra la produzione della ricchezza, che è garantita dal lavoro del popolo e chi invece ne detiene i profitti, i capitalisti.

Marx ritiene che sia inevitabile l’esplosione di un conflitto. Infatti la classe operaia è destinata a diventare sempre più importante e potente in ogni nazione industriale. Questo porterà la classe operaia ad abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e a realizzare quindi una società senza classi.

Il sogno di Marx, questa società utopistica, prevede che sia definitivamente eliminato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’obiettivo ultimo che si pone Marx è quello di permettere ad ogni persona di raggiungere la felicità.

Il pensiero di Marx nel tempo

Il pensiero di Marx aperto un’ampia discussione. All’interno del movimento operaio socialista le teorie di Marx hanno animato il dibattito per molti decenni. Questo dibattito ha aperto una divisione tra due posizioni.

La prima è sostenuta da coloro che interpretano Marx in senso rivoluzionario; ritengono cioè che sia necessario che il proletariato faccia esplodere una rivoluzione, finalizzata a togliere, in maniera decisa, i mezzi di produzione alla classe borghese; dopo di questo è necessario iniziare la gestione proletaria dei mezzi di produzione.

L‘altra interpretazione considera il pensiero di Marx alla luce dei mutamenti economici e sociali e fornisce un’interpretazione in chiave riformista. L’obiettivo di questo secondo orientamento è quello di raggiungere gli obiettivi che si pone Karl Marx, non attraverso un movimento rivoluzionario, ma attraverso un movimento di riforme.

Domande 

  • Quali sono i tre orientamenti di pensiero che si sviluppano in seguito all’irrompere della questione sociale?
  • Che cosa differenzia le tre posizioni?
  • Chi è Karl Marx?
  • Illustra in breve i concetti fondamentali del pensiero di Karl Marx.
  • Quali due linee di pensiero di sviluppano dal pensiero di Marx?

Documento – Proletariato e lotta di classe


Nell’autunno del 1847, a Karl Marx e Friedrich Engels fu affidato l’incarico di stendere il testo programmatico per una federazione internazionale rivoluzionaria.

Nacque così il Manifesto del partito comunista, reso pubblico nel 1848 e destinato a diventare uno dei libri che maggiormente hanno segnato la storia del mondo contemporaneo: infatti le idee contenute hanno alimentato tutto lo sviluppo del successivo movimento operaio internazionale, fino a costituire il riferimento teorico e politico delle importanti rivoluzioni del Novecento, quella russa e quella cinese.

Qui presentiamo un brano relativo alla definizione del programma comunista.

Leggi il documento https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_03_03.html

Film

Tempi moderni è un film statunitense del 1936 scritto, diretto e interpretato da Charlie Chaplin.

Scene tratte da Tempi moderni

Fonti

  • https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/index.html
  • M. Fossati, G. Luppi, E. Zanette, PARLARE DI STORIA, Pearson