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Eroi della Seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale ha mostrato quanto l’umanità potesse essere brutale e irrispettosa. Ma nel dilagare della violenza, molti uomini si sono distinti per umanità e hanno operato per il bene. In questo articolo vi invito a mettere gli occhi sul bene fatto, durante il terribile conflitto, da uomini “normali”.

Giorgio Perlasca

Giorgio Perlasca – Perlasca con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga il 30 giugno 1990

Giorgio Perlasca, tra il 1944 e il 1945 a Budapest riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ungheresi di religione ebraica spacciandosi per Console spagnolo: ma lui non era nè diplomatico nè tanto meno spagnolo.

Giorgio Perlasca nasce a Como il 31 gennaio 1910. Da giovanissimo coltiva una grande ammirazione per le idee e le imprese di Gabriele D’Annunzio e negli anni Venti aderisce con entusiasmo al fascismo.

Negli anni Trenta si arruola nell’esercito fascista e parte come volontario per l’Africa Orientale prima e per la Spagna poi. Qui si trova a combattere in un reggimento di artiglieria proprio al fianco del generale Franco.

Al termine della guerra civile spagnola rientra in Italia e inizia a mettere in discussione la sua appartenenza al fascismo. Non condivide alcune scelte del regime come l’alleanza con la Germania, nazione contro cui l’Italia aveva combattuto solo vent’anni prima e l’emanazione delle leggi razziali entrate in vigore nel 1938. La discriminazione degli ebrei italiani lo porta ad allontanarsi dal fascismo, senza però entrare nelle fila dei movimenti antifascisti.

Durante la seconda guerra mondiale viene inviato nell’Est europeo, con un incarico di tipo diplomatico, con lo scopo di acquistare carne per l’Esercito italiano.
Quando nel ’43 il nuovo governo italiano firma l’Armistizio con gli Alleati Giorgio Perlasca è a Budapest. Dal momento che egli si sente fedele al Re si rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Per questo viene internato, per alcuni mesi, in un castello riservato ai diplomatici, in Ungheria.

A metà ottobre del 1944, in accordo con i tedeschi, i nazisti ungheresi, iniziano le persecuzioni, le violenze e le deportazioni degli ebrei ungheresi.

Giorgio Perlasca è destinato ad essere internato in Germania, ma approfittando di un permesso a Budapest per visita medica riesce a scappare.

Grazie a un documento firmato da Francisco Franco in persona, ricevuto al momento del congedo in Spagna, Giorgio Perlasca trova rifugio presso l’Ambasciata spagnola. Quindi si dischiara cittadino spagnolo, ottiene un regolare passaporto intestato a Jorge Perlasca e inizia a collaborare con l’Ambasciatore spagnolo.

La Spagna, come altre potenze neutrali presenti in Ungheria quali Svezia, Portogallo, Svizzera e Città del Vaticano, può rilasciare salvacondotti per proteggere i cittadini ungheresi di religione ebraica.

Alla fine di novembre l’Ambasciatore spagnolo deve lasciare Budapest e l’Ungheria. Inoltre il Ministero degli Interni ungherese ordina di sgomberare le case protette dall’ambasciata spagnola perché é venuto a conoscenza della partenza dell’Ambasciatore Sanz Briz.

In quel momoneto Giorgio Jorge Perlasca prende in mano la situazione. Dichiara che Sanz Briz si è recato a Berna per questioni diplomatiche e che ha incaricato proprio lui Jorge Perlasca di sostituirlo. Quindi, su carta intestata e con timbri autentici, compila di suo pugno la sua nomina a rappresentante diplomatico spagnolo e la presenta al Ministero degli Esteri dove le sue credenziali vengono accolte senza riserve.

Inizia così a gestire l’Ambasciata spagnola, riuscendo non solo a proteggere, ma anche a salvare e a sfamare, giorno dopo giorno migliaia di ebrei ungheresi inserendoli in “case protette” lungo il Danubio.

Inizia un febbrile lavoro per recuperare i protetti sottraendoli alle autorità tedesche di occupazione, per rilasciare salvacondotti e così Giorgio Perlasca, riesce a portare in salvo 5218 ebrei ungheresi.

Dopo l’entrata in Budapest dell’Armata Rossa, Giorgio Perlasca viene prima fatto prigioniero, poi liberato; affronta quindi un lungo e avventuroso viaggio attravesro i Balcani e la Turchia prima di rientrare in Italia.

Il finto ambasciatore torna a casa e non racconta a nessuno, nemmeno in famiglia, la sua storia.

Solo negli anni Ottanta, alcune donne ebree ungheresi, ragazzine all’epoca delle persecuzioni, iniziano a cercare notizie del diplomatico spagnolo che durante la seconda guerra mondiale le aveva salvate. In quel momento la straordinaria storia di Giorgio Perlasca esce dal silenzio.

Non più giovane Giorgio Perlasca accetta di parlare, di farsi intervistare, di recarsi nelle scuole per raccontare la sua storia. Non lo fa per protagonismo, ma solo perché ritiene necessario affidare ai giovani l’incarico di non permettere più che tali follie non abbiano mai più a ripetersi.

Giorgio Perlasca muore il 15 agosto del 1992. È sepolto nel cimitero di Maserà vicino a Padova, sulla sua tomba la frase scritta in ebraico “Giusto tra le Nazioni”.

https://www.amazon.it/banalit%C3%A0-bene-Storia-Giorgio-Perlasca/dp/8807812339

A chi gli chiedeva perché lo aveva fatto, rispondeva semplicemente: “. . . ma lei, avendo la possibilità di fare qualcosa, cosa avrebbe fatto vedendo uomini, donne e bambini massacrati senza un motivo se non l’odio e la violenza?

Video su Giorgio Perlasca

Intervista a Perlasca
Lucarelli racconta la vita di Perlasca
Un eroe italiano

Il film “Perlasca un eroe italiano”

La ministerie televisiva con protagonista Luca Zingaretti per la regia di Alberto Negrin.

Parte 1

https://www.raiplay.it/video/2017/01/Perlasca—Un-eroe-italiano–Ep-1-bcab78e0-e4ad-40a8-93fd-3cef293bced0.html

Parte 2

https://www.raiplay.it/video/2017/01/Perlasca—Un-eroe-italiano-Ep-2-02c86c47-7504-4449-9894-d8effe60f6ae.html

Gino Bartali

Gino Bartali nasce a Ponte di Ema, un paesino vicino a Firenze nel 1914, dove trascorre la sua infanzia. Conosce da giovane Adriana e se ne innamora. Dal loro matrimonio nascono tre figli.

Appassionato di ciclismo da quando era poco più che un bambino, diventa professionista negli anni Trenta.  Dal 1935 Gino Bartali colleziona una vittoria dietro l’altra e nel 1936 vince il giro d’Italia.

Le numerosissime vittorie lo rendono famoso: diventa un eroe agli occhi degli italiani.

Purtroppo la guerra interrompe la sua carriera, ma gli permette di mostrare la sua straordinaria umanità.

Gino Bartali, durante la Seconda guerra mondiale, si adoperò contro la persecuzione degli ebrei. Infatti entrò a far parte dell’organizzazione clandestina DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei e collaborò con il rabbino e il vescovo di Firenze. Tra il 1943 e il 1944, con la scusa di allenarsi, trasportò documenti falsi destinati a famiglie ebraiche, da Firenze al convento francescano di Assisi.

Come fece? Li nascose nel telaio della sua bicicletta e così garantì a centinaia di ebrei una nuova identità ai perseguitati e gli permise di espatriare.

Per questo è insignito del titolo di Giusto tra le nazioni.

Paolo Conte dedica questa canzone al celebre ciclista – Bartali

Il film Bartali l’intramontabile

Il film narra la vita di Gino Bartali attraverso le sue vicende personali e sportive, dagli esordi fino alla fine della carriera avvenuta nel 1954. La regia è di Alberto Negrin e Bartali è interpretato da Pierfrancesco Favino.

https://www.raiplay.it/video/2019/07/Gino-Bartali-lIntramontabile-b3abbb2a-8b5f-42a9-be8e-45a0cca04d3d.html

Oskar Schindler

Oskar Schindler fu l’impreditore tedesco che salvò la vita a centinaia di ebrei con la scusa di farli lavorare nelle sue fabbriche.

Oskar Schindler e la sua fabbrica a Cracovia

Oskar Schindler nasce il 28 aprile del 1908 a Zwittau, in Moravia, una regione che a quel tempo faceva parte dell’impero austro-ungarico.

Giovane di intelligenza vivace, ma insofferente alle regole, Oskar Schindler frequenta la scuola dell’obbligo; quindi si iscrive a un istituto tecnico, da cui viene presto espulso per avere contraffatto il proprio libretto. Successivamente riesce comunque a diplomarsi, ma non sostiene gli esami necessari per andare all’università o al college. Impara diversi mestieri tra cui quello di parrucchiere. Lavora per tre anni per suo padre.

Con i primi soldi guadagnati acquista una moto, una Guzzi da competizione e comincia a gareggiare su percorsi di montagna.

Nel 1928 si sposa con Emilie Pelzl, figlia di un importante e benestante industriale. I due vivono per alcuni anni presso la casa dei genitori di Schindler, e qui vive per i sette anni seguenti.

Dopo il matrimonio Oskar Schindler lascia il lavoro con suo padre e si dedica a diverse mansioni: lavora per la Moravian Electrotechnic, per una scuola guida, per l’esercito ceco, dove raggiunge il grado di caporale.

Nel corso degli anni Trenta chiude sia la Moravian Electrotechnic che l’impresa di suo padre e così Oskar Schindler, dopo un periodo di disoccupazione viene assunto dalla Banca di Praga dove rimarrà per sette anni.

In quel periodo Oskar Schindler viene arrestato più volte per ubriachezza. Inoltre ha una relazione extraconiugale da cui ha due figli.

A metà degli anni Trenta Oskar Schindler si aggrega al Partito Tedesco dei Sudeti e pur essendo un cittadino della Cecoslovacchia, nel 1936 diventa una spia per l’Abwehr, i servizi segreti nazisti, scelta dettata, secondo quanto rivelato da lui successivamente, dal fatto di essere alcolizzato e pieno di debiti.

I suoi compiti prevedono che lui raccolga informazioni sulle ferrovie e sulle installazioni militari nel suo paese, sui movimenti delle truppe, sul reclutamento delle spie. In Cecoslovacchia infatti si teme un’invasione nazista.

Il 18 luglio del 1938, Schindler viene arrestato dal governo ceco per spionaggio e viene incarcerato. Ma viene ben presto rilasciato perchè la regione dei Sudeti viene annessa alla Germania il 1° ottobre 1938.

Nel 1939 Oskar Schindler entra ufficialmente nel partito nazista e viene trasferito con sua moglie sul confine tra la Repubblica Ceca e la Polonia. Qui viene coinvolto in affari di spionaggio e si fa aiutare dalla moglie a raccogliere e nascondere i documenti segreti nel suo appartamento. Il governo tedesco sta preparando l’invasione della Polonia.

Schindler continua a lavorare per l’Abwehr fino all’autunno del 1940 quando viene spedito in Turchia, per conto dei servizi segreti tedeschi, per indagare su presunti casi di corruzione.

Nel 1942 torna in Polonia dove assiste all’orrore della violenza nazista contro gli ebrei a Cracovia. Rimane sconcertato dalla mancanza di scrupoli dei soldati tedeschi nei confonti della popolazione civile inerme: chi cerca di scappare o di nascondersi viene ucciso barbaramente.

La vista della ferocia nazista trasforma il giovane scialacquatoree Oskar Schindler decide di dare il suo contributo a favore della popolazione ebrea.

Sfruttando le sue doti di diplomatico, Oskar Schindlerriesce ad ottenere che novecento ebrei vengano lasciati nel complesso industriale di sua proprietà; ufficialmente per avere forza lavoro gratuita (gli ebrei non avevano diritto ad un salario) ma con lo scopo reale di metterli al riparo dalla brutalità nazista. Questi sono gli uomini che vengono definiti i Schindlerjuden, cioè gli ebrei di Schindler:

Quando nel 1944 i tedeschi distruggono i campi di concentramento e uccidono le persone internate perchè la Polonia sta per essere liberata dall’Armata Rossa, Oskar Schindler riesce a trasferire più di mille ebrei in una fabbrica in Cecoslovacchia

Con la fine della guerra ‘uscita di scena di Hitler e del suo regime, conclusa la Seconda guerra mondiale, Schindler si trasferisce dapprima in Argentina poi ritorna in Germania. Non riesce però a riprendere la professione di imprenditore e si trova quasi in miseria.

Quando nel 1961 va in Israele, viene accolto con entusiasmo dai sopravvissuti all’Olocausto. Nel 1965 Oskar Schindler riceve la Croce al Merito di I Classe dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca.

Oskar Schindler muore nel 1974, la salma viene trasferita a Gerusalemme e sulla lapide viene incisa la scritta “Giusto tra i giusti”.

Il vero potere non è poter uccidere, ma avere tutti i diritti di farlo, e trattenersi.

Oskar Schindler

Su di lui è stato fatto, nel 1993, il film “Schindler’s List“, la lista di Schindler, film di Steven Spielberg che ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Il film si ispira al romanzo, “La lista di Schindler” scritto nel 1982 dall’australiano Thomas Keneally.

Video su Schindler

Chi è Oskar Schindler
La fabbrica di Schindler

Lucillo Merci

Lucillo merci – Il Perlaasca trentino – foto it.gariwo.net e www.altoadige.it
Lucillo merci ha falsificato più di 600 certificati attestanti la cittadinanza o la discendenza italiana: per salvare gli ebrei, non solo italiani, da Auschwitz e dalla morte.

Lucillo Merci nasce a Riva del Garda nel 1899. Dopo il diploma trova impiego come maestro elementare a Salorno.

Iscritto al partito fascista, nel 1923 è nominato direttore didattico a Malles Venosta. Qui diventa un punto di riferimento per le trecento maestre inviate da Mussolini con lo scopo di italianizzare gli altoatesini.

Lucillo Merci negli anni Trenta insegna alle scuole di Bronzolo e Malles, dove è anche nominato podestà. Nel 1938 è direttore alle “Rosmini” di Bolzano. Nel 1940 è chiamato alle armi: prima col grado di tenente sul fronte francese e poi viene assegnato, come capitano in Albania e Grecia, alla Divisione Aqui, quella divisione che sarà massacrata a Cefalonia.

Gli viene assegnato il grado di Capitano e combatte prima in Albania, poi in Grecia. 

Arrivato a Salonicco, nella zona greca occupata dai nazisti, il suo ottimo tedesco gli vale il distacco in qualità di interprete presso il Consolato. Salonicco era chiamata la Gerusalemme dei Balcani per l’alto numero di ebrei residenti, il 60 % circa della popolazione cittadina. Tra loro, migliaia sono gli italiani di fede ebraica.

Merci arriva nella città greca ai primi di ottobre del ’42, quando è già in corso l’occupazione tedesca. Il console italiano Guelfo Zamboni gli affida il compito di interprete e di ufficiale di collegamento con le autorità militari tedesche.

Entrambi sono fascisti, ma entrambi non hanno dubbi e non esitano a organizzare un piano per salvare gli ebrei, non solo italiani.

I nazisti a Salonicco vogliono ripulire la città dagli ebrei; per questo mandano temibili capitani delle SS Dieter Wisliceny e Alois Brunner, due fra i più terribili ed esperti organizzatori della “Soluzione finale”.

Merci scrive nel suo diario: “Abbiamo capito che sono stati mandati per liquidare definitivamente il problema degli ebrei”. Atene è sotto l’influenza italiana ed è un luogo sicuro per gli ebrei. E così Lucillo Merci e Consoli Guelfo Zamboni e Giuseppe Castruccio si adoperano per fornire documenti falsi che attestino la cittadinanza italiana agli ebrei destinati alla deportazione. Questi possono così salvarsi partendo per Atene o raggiungendo l’Italia. Lucillo Merci distribuisce personalmente i certificati all’interno dei campi di concentramento. 

Durante una licenza nel luglio 1943 Merci accompagna in Italia una quarantina di ebrei. Una ventina di questi riesce a salvarsi a Firenze; gli altri vengono scoperti e trucidati nella prima strage nazista di ebrei in Italia. Lucillo Merci grazie al suo perfetto tedesco e ad un carattere franco ed estroverso, riesce ad ammorbidire i tedeschi e se serve a tener testa agli ufficiali nazisti, che potrebbero punire con la morte l’aiuto che lui ha fornito agli ebrei. Dopo l’8 settembre viene arrestato dai tedeschi, ma il Console Castruccio riesce a farlo liberare. 

Nel settembre ’43,  dopo la chiusura del Consolato e la cessazione dei suoi incarichi ufficiali, Merci continua ad adoperarsi per salvare i perseguitati. In abiti borghesi, si impegna per i fuggiaschi italiani. Distribuisce cibo ai soldati prigionieri dei tedeschi per alleviarne i disagi e ne salva alcuni spacciandoli per insegnanti della comunità italiana di Salonicco. 

Dopo la guerra Lucillo Merci mantiene il più stretto riserbo sui suoi atti di salvataggio. Diventa ispettore scolastico nelle scuole in Alto Adige fino alla pensione nel 1964. Muore a Bolzano nel 1984. 

Brani tratti dal Diario di Lucillo Merci

Merci è autore di un diario i cui contenuti sono stati resi noti nel 2007 dallo storico Gianfranco Moscati e dagli studiosi dell’Archivio storico del Comune di Bolzano.

“Da circa due settimane prosegue la deportazione degli Ebrei greci in Polonia su treni formati da 40 carri bestiame, su ciascuno dei quali vengono pigiate 60 persone di ogni età. Ogni trasporto è di 2.400 persone.”
6 aprile 1943
“Continua in Consolato il rilascio di cittadinanza italiana agli Ebrei coniugi di cui uno di origine italiana che abbiano consanguinei, ascendenti, discendenti o collaterali (…) fra i quali ci sia o ci sia stato un congiunto di qualsiasi grado di parentela già italiano o con cognome italiano. Esempio specifico: quello dei coniugi Daniele e Bella Mentesch, contadini con tre figlioletti. Ignorano la lingua italiana. Tra gli ascendenti ci fu un cognome italiano”
7 maggio 1943
“Dal campo ‘Baron Hirsch’ sono stati liberati oggi 60 ebrei nati italiani o dichiarati italiani. Il 26 ne uscirono altri 5 e il 27 altri 4. Anche la famiglia di Rachele Modiano è stata liberata. Tutti insieme si sono dati appuntamento al nostro Consolato e fecero una grande dimostrazione di gratitudine al Signor Console e a me”.
25 – 28 maggio 1943
“Non nascondo che in taluni casi mi tremavano le vene e i polsi presentando taluni certificati agli Uffici tedeschi, indi, ogni volta l’elenco al Campo di concentramento per prendere in consegna gli ebrei liberati”.

Scrivere

Fonti

  • www.treccani.it/enciclopedia/giorgio-perlasca/
  • www.giorgioperlasca.it
  • https://biografieonline.it/biografia-oskar-schindler
  • https://it.gariwo.net/giusti/shoah-e-nazismo/lucillo-merci-1536.html
  • http://www.bolzano-scomparsa.it/lucillo_merci.html
  • https://www.giornaletrentino.it/cronaca/trento/lucillo-merci-il-perlasca-trentino-che-strapp%C3%B2-oltre-600-ebrei-alla-morte-1.2262176
  • https://biografieonline.it/biografia-gino-bartali
  • https://www.focus.it/cultura/storia/gino-bartali-doodle
  • https://www.elasticinterface.com/it/magazine/gino-bartali-shoah/
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Il Risorgimento

Premesse

www.combattentiliberazione.it/guerra-dindipendenza-1848-1849

Il Risorgimento è il processo che ha portato all’unificazione nazionale e all’organizzazione dello Stato unitario.
Protagonisti del Risorgimento sono i patrioti, principalmente intellettuali e borghesi. Gli obiettivi del movimento risorgimentale sono:

  • l’indipendenza,
  • l’unità nazionale,
  • lo sviluppo sociale ed economico del Paese.

La prima fase del Risorgimento è quella della cospirazione clandestina contro i sovrani assoluti, che prende il via con al Restaurazione, dopo il 1815 con le società segrete e la divulgazione delle idee patriottiche.

Nella parola Risorgimento (ri-sorgere=nascere ancora) c’è innanzitutto la convinzione che sia esistita una unità culturale e politica italiana da far rinascere: da quella lontana dell’Italia romana a quella cristiana del Medioevo, a quella della civiltà rinascimentale.
Il concetto nuovo che riassume tutto il programma del Risorgimento è quello di patria, intesa come “casa comune” di tutto il popolo italiano, che da secoli viveva frazionato in tanti Stati separati e in parte sotto il dominio straniero

La Prima Guerra d’Indipendenza


Durante i moti rivoluzionari del 1848 a Milano la popolazione insorge. Nelle cinque giornate di Milano i milanesi portano alla fuga l’esercito austriaco. I patrioti italiani esortano allora Carlo Alberto di Savoia, re del regno di Sardegna, a dichiarare guerra all’Austria.

Carlo Alberto, desideroso di estendere i confini del proprio Regno, decide così di dichiarare guerra all’Austria, anche perché sostenuto da numerosi volontari e altri sovrani italiani, che gli accordano il loro sostegno. Inizia così la Prima Guerra d’Indipendenza italiana.

Presto, però, dubbi e invidie verso i Savoia spingono gli altri sovrani a ritirare le loro truppe.

Rimasto quindi solo, Carlo Alberto è sconfitto a Custoza e rientra in Piemonte firmando un armistizio con l’Austria.
Il disimpegno dei monarchi italiani rafforza però il movimento dei rivoluzionari democratici. La guerra riprende l’anno successivo, ma l’esercito piemontese viene sconfitto a Novara. Carlo Alberto abdica allora in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che sarà quindi il re dell’unificazione dell’Italia. Viene trattata la resa con gli austriaci, ma viene mantenuto in vigore lo Statuto albertino, che rimarrà la carta costituzionale italiana per un secolo.

In Toscana e a Roma, l’iniziativa dei democratici porta, nel febbraio 1849, alla fuga di Leopoldo II e di Pio IX e alla proclamazione della repubblica. Il papa, però, ottiene l’appoggio di Luigi Napoleone Bonaparte e riesce
a riconquistare la città. Gli Austriaci inoltre pongono fine alla Repubblica toscana e sconfiggono la resistenza opposta da Venezia.

Anche i moti del ’48 quindi sembrano concludersi con un nulla di fatto. Ma ormai i tempi sono maturi, le idee di unità nazionale sono sempre più diffuse.

Camillo Benso conte di Cavour

Il processo di unificazione italiana prosegue soprattutto grazie all’azione diplomatica di Camillo Benso, conte di Cavour.

Cavour:

  • è a capo del governo del Regno di Sardegna dal 1852 fino al 1861;
  • fa del regno sabaudo lo Stato-guida del processo di unificazione dell’Italia;
  • dà vita a un’abile azione diplomatica finalizzata a suscitare l’attenzione delle grandi potenze europee nei confronti della questione italiana.
Camillo Benso conte di Cavour

http://www.ovovideo.com/cavour/

La guerra di Crimea

L’occasione per presentare alle potenze europee la questione italiana si presenta allo scoppio della Guerra di Crimea. Il Piemonte decide di parteciparvi con un contingente di soldati.

Nota 1 – La guerra di Crimea
La guerra di Crimea (all’epoca chiamata Guerra d’Oriente) viene combattuta dal 4 ottobre 1853 al 1 febbraio 1856 fra l’Impero russo da un lato e un’alleanza composta da Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna dall’altro. 

Il conflitto ha origine da una disputa fra Russia e Francia sul controllo dei luoghi santi della cristianità in territorio ottomano.
Entrambe, Russia e Francia, vogliono esercitare il loro controllo sui luoghi della cristianità. Quando la Turchia accetta le proposte francesi viene attaccata dalla Russia, luglio 1853. 
La Gran Bretagna, impegnata nei lavori al canale di Suez, è attenta a salvaguardare i suoi interessi economici. Temendo l’espansione russa verso il Mediterraneo, si unisce alla Francia.
Insieme si muovono per difendere la Turchia e dichiarano quindi guerra alla Russia nel marzo del 1854.
L’Austria appoggia politicamente le potenze occidentali.
Il Regno di Sardegna vede nell’Austria il suo più grande nemico, anche perché dopo il Congresso di Vienna il territorio italiano era governato in maniera più o meno diretta dagli Asburgo di Austria.
Nel timore che la Francia si legasse troppo all’Austria, nel gennaio 1855 il Regno di Sardegna invia un contingente militare al fianco dell’esercito anglo-francese dichiarando a sua volta guerra alla Russia.
Il conflitto si svolge soprattutto nella penisola russa di Crimea, dove le truppe alleate mettono sotto assedio la città di Sebastopoli, principale base navale russa del mar Nero.
Nella decisiva battaglia di Sebastopoli l’esercito sabaudo, cioè l’esercito piemontese, è determinante per il successo dell’intera guerra.
Grazie a questo intervento il regno di Sardegna può sedersi al tavolo dei vincitori al congresso di Parigi.

Se vuoi approfondire questo è il link di un video sulla guerra di Crimea.   https://www.youtube.com/watch?v=egZfRE9x0_I 

Per un ulteriore approfondimento sulla guerra di Crimea

https://library.weschool.com/lezione/guerra-crimea-1853-riassunto-sintesi-balaklava-risorgimento-17447.html

Il Congresso di Parigi del 1856 stabilisce le condizioni di pace dopo la guerra in Crimea e avvicina, politicamente, il Regno di Sardegna alla Francia. Questo favorisce la crescita di stima reciproca che porterà nel 1859 alla seconda guerra di indipendenza.

Al congresso Cavour espone il proprio punto di vista, facendo rilevare che solo sotto la guida del Regno di Sardegna il processo dell’indipendenza nazionale può essere compiuto, evitando pericolose rivoluzioni.

Accordi di Plombières

La Gran Bretagna non pone ostacoli e la Francia dichiara il proprio appoggio. L’abilità di Cavour porta Napoleone III a stipulare con il Piemonte un’alleanza difensiva: gli accordi di Plombières.

Gli accordi di Plombières vengono stipulati il 21 luglio 1858.
Con essi la Francia s’impegna ad intervenire in aiuto del Piemonte in caso di aggressione austriaca.
A partire dalle insurrezioni del 1848, il clima di insofferenza nei confronti delle monarchie regnanti sugli Stati dell’Italia, si fa sempre più accentuato.
In particolare nel Lombardo-Veneto la presenza austriaca è causa di forti tensioni. In Piemonte viene invece avviata dal presidente del Consiglio Cavour una politica che punta all’indipendenza e all’unità dell’Italia.
Secondo Cavour per ottenere l’unificazione è necessario che il Piemonte, dopo essere diventato il punto di riferimento dei movimenti liberali italiani, trovi un alleato che gli permetta di combattere contro l’Austria.
Il progetto di Cavour è quello di attirare l’attenzione degli Stati europei sulla condizione italiana per ottenere l’appoggio di uno di questi.
L’occasione si presenta nel 1856 con il Congresso di Parigi, alla fine della Guerra di Crimea, quando le potenze che hanno partecipato al conflitto si siedono al tavolo delle trattative per stabilire le condizioni di pace.
È in questa occasione che Cavour attira l’attenzione sulla questione italiana, caratterizzata dalle tensioni dovute alla presenza dell’Austria.
Nella stessa circostanza Cavour riesce ad ottenere anche il sostegno della Francia di Napoleone III.

http://www.ovovideo.com/accordi-plombieres/

Lettura lettera di Cavour sugli accordi di Plombières

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_04_01.html

La seconda guerra d’Indipendenza

Forte degli accordi di Plombières, Cavour fa di tutto per provocare un attacco da parte dell’Austria, e ci riesce. Così l’Austria dichiara guerra al
Piemonte.

Grazie agli accordi di Plombières la dichiarazione di guerra impone l’intervento della Francia a fianco del Regno di Sardegna. Fin da subito l’esercito franco-piemontese ottiene importanti vittorie contro gli Austriaci. Alla luce dei successi franco piemontesi alcuni Stati dell’Italia centrale chiedono l’annessione al regno sabaudo.

Il sogno di un’Italia unita era sempre più vicino alla realizzazione!

Ma la richiesta di annessione degli Stati dell’Italia centrale al Regno di Sardegna sconvolge i piani di Napoleone III.

Il sovrano francese è sottoposto a pressioni: da un lato teme l’allargamento del conflitto, dall’altro è consapevole che il suo esercito abbia subito perdite eccessive. Inoltre la campagna in Italia è molto criticata dall’opinione pubbilca francese.

La disapprovazione di Cavour non impedisce a Napoleone III di ritirarsi dal conflitto e concludere, con gli Austriaci l’armistizio, di Villafranca. La Seconda guerra di indipendenza si conclude con il passaggio della Lombardia al Regno di Sardegna.

Nel marzo del 1860, Toscana, Emilia, Romagna, Parma e Modena, attraverso un plebiscito, vengono annesse al Regno di Sardegna.

1860 Mappa dell’Impero Austriaco, Stati Italiani, Turchia in Europa e Grecia – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:1860_Map_Of_The_Austrian_Empire,_Italian_States,_Turkey_In_Europe_and_Greece.jpg

La spedizione dei Mille

Itinerario della spedizione garibaldina

Il 5 maggio 1860 Garibaldi parte da Quarto assieme a un migliaio di uomini: vengono chiamati i Mille. Sbarca a Marsala, dopo una tappa a Talamone. Libera la Sicilia dalle truppe borboniche. Non intende favorire alcuna lotta sociale, quindi reprime con durezza le rivolte popolari. Attraversa lo stretto di Messina, risale la penisola a strappa ai Borboni l’Italia meridionale. Quindi punta su Roma.

Cavour non vede di buon occhio l’impresa garibaldina. Teme:

  • che il generale crei una repubblica mazziniana nel Mezzogiorno,
  • che le truppe garibaldine arrivino a Roma e provochino l’intervento della Francia a favore del papa.

Per questo Cavour convince Vittorio Emanuele II ad assumere il controllo della situazione, recandosi nell’Italia centrale.

Il 26 ottobre 1860, a Teano, Garibaldi consegna le terre conquistate a Vittorio Emanuele II, re d’Italia.

Nell’arco di breve tempo, una serie di plebisciti sancisce l’annessione al Regno di Sardegna di tutta l’Italia meridionale, delle Marche e dell’Umbria.

Nel gennaio 1861 si svolgono le elezioni per il nuovo Parlamento, che ha sede a Torino. Il 17 marzo viene proclamato ufficialmente il Regno d’Italia.

Video sulla Seconda guerra di indipendenza, Battaglia di Solferino e San Martino e la fondazione della Croce Rossa

https://www.raicultura.it/articoli/2020/11/La-seconda-guerra-dIndipendenza-del-1859-aace1e75-8402-439f-bbc8-df80908a3cb0.html

La terza guerra d’Indipendenza

Nel 1866 all’Italia si presenta l’occasione propizia per conquistare il Veneto. La Prussia, stato che sta aumentando la sua forza, vuole spezzare il predominio austriaco sull’Europa. Propone quindi al nuovo regno italiano di intervenire nella guerra contro l’Austria. In cambio all’Italia viene promesso il Veneto.
L’Italia quindi entra in guerra a fianco della Prussia. L’esercito italiano registra molte sconfitte, ad eccezione dei Cacciatori delle Alpi, l’unità di volontari che operò al comando di Garibaldi nel Trentino sud-occidentale fra giugno e luglio 1866.

Il 9 agosto 1866 Garibaldi si trova nel piccolo centro trentino di Bezzecca dove, tre settimane prima, aveva respinto un contrattacco austriaco guadagnando l’unica vittoria italiana nella Terza guerra d’Indipendenza.
Con i suoi “Cacciatori delle Alpi” il generale si prepara a entrare nella regione che era parte dell’impero austro-ungarico: voleva liberare Trento.
Ma giunge la notizia dell’armistizio tra Italia e Austria e arriva l’ordine del generale La Marmora di sgomberare il Trentino entro 24 ore.
Allora Garibaldi impugnò la penna e, in risposta, scrive la famosa frase: Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco.
Il telegramma inviato da Garibaldi. Il celebre Obbedisco!

Pur subendo gravi sconfitte, l’Italia trae comunque vantaggio dalla vittoria finale della Prussia perché ottiene il promesso Veneto.

Per completare l’unificazione italiana mancano ancora Roma, il Lazio, il Trentino e Trieste.

Le tappe dell’unità di Italia

La questione romana

L’annessione del Lazio e di Roma è rimasto un obiettivo prioritario per i patrioti, ma il problema non è di facile soluzione. Infatti per antichissima tradizione che risale ancora a Carlo Magno e a suo padre Pipino il Breve tra corona francese e papato c’era un accordo, un accordo rinnovato più volte tanto che dal 1849 una guarnigione francese difendeva Roma da eventuali attacchi italiani. Cavour ha tentato senza successo una soluzione diplomatica del problema. Garibaldi, nel 1862 e nel 1867, tenta la conquista militare, ma si trova costretto a ritirarsi per la forte opposizione della Francia. Ma nel 1870 si presenta l’occasione per risolvere una volta per tutte le questione romana: la guerra franco – prussiana.

Guerra franco prussiana

Il conflitto viene combattuto nel 1870-71 tra Francia e Prussia. La Prussia, guidata dall’azione politico-diplomatica di Bismarck, vuole completare l’unità tedesca. È però necessario ottenere una vittoria militare sulla Francia. Bismarck approfitta di una questione politica per assumere un atteggiamento apertamente antifrancese che porta alla dichiarazione di guerra da parte della Francia il 19 luglio del 1870.

Ma la Francia, militarmente inferiore alla Prussia e agli altri Stati tedeschi, non è preparata al conflitto ed è senza alleati. Nessuno quindi interviene al suo fianco. Le armate tedesche conseguono immediatamente una serie di vittorie che culminano con la disfatta francese nella battaglia di Sedan. Alla notizia del disastro di Sedan, a Parigi scoppia la rivoluzione: viene proclamata la caduta dell’impero e un governo di difesa nazionale assumeva il potere. Parigi viene assediata dai Tedeschi.

VEDI RACCONTO I DUE AMICI

I francesi resistono eroicamente, ma all’inizio di gennaio del 1871 il comando tedesco bombarda Parigi. Il 28 gennaio viene firmato l’armistizio. La pace si conclude col trattato di Francoforte che comporta l’occupazione temporanea di una parte del territorio, la cessione dell’Alsazia e di una parte della Lorena, e anche la sfilata di una parte delle truppe vittoriose a Parigi, sugli Champs-Elysées.

Grazie alla guerra franco-prussiana, l’Italia approfitta del ritiro delle truppe francesi dallo Stato della Chiesa. Quindi occupa il Lazio e Roma.

Roma capitale del Regno d’Italia

Roma viene proclamata capitale d’Italia nel 1871. Il Parlamento italiano, per risarcire il pontefice della perdita del suo Stato, approva la Legge delle Guarentigie. Tale legge però viene rifiutata dal papa, il quale reagisce duramente scomunicando il governo italiano e promulgando il Non expedit.

Non éxpedit

Il Non éxpedit fu una disposizione della Santa Sede con la quale si dichiarava inaccettabile la partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni politiche del Regno d’Italia e, per estensione, alla vita politica nazionale italiana.
La disposizione fu revocata ufficialmente solo nel 1919 da Papa Benedetto XV.

De Rerum Novarum

L’atteggiamento intransigente della Santa Sede si ammorbidì progressivamente nei decenni successivi.

Infatti nel 1891 papa Leone XIII emanò l’enciclica De rerum novarum.

Enciclica: è una lettera apostolica scritta dal Papa.
Può essere indirizzata ai vescovi, ai fedeli di tutto il mondo o a quelli di una sola regione.
Può trattare argomenti riguardanti la dottrina cattolica o particolari situazioni religiose, politiche, sociali.
Viene chiamata con la citazione delle prime due o tre parole del testo che solitamente anticipano il tema dell’enciclica stessa.
“Rerum novarum” significa “delle cose nuove“.

Con la “Rerum novarum”  Chiesa cattolica affrontava per la prima volta la questione sociale e fondava la moderna dottrina sociale della Chiesa, dottrina necessaria per affrontare le problematiche della nuova società di massa. La “Rerum novarum” volle far sì che il Cattolicesimo non restasse escluso dal processo di trasformazione del nuovo stato italiano. Nel testo inoltre si parlò delle nuove pratiche economiche come le Casse rurali e le Leghe bianche, le organizzazioni sindacali cattoliche.

Punti essenziali
1. Si riconosceva che il conflitto di classe era legato allo sviluppo industriale, alla relazione tra padroni e operai e alla ricchezza accumulata in poche mani.
2. Si poneva contro il pensiero socialista che accresceva l’odio tra poveri e ricchi.
3. Si riconosceva e si difendeva la proprietà privata. Riconosceva il diritto dello stato nella difesa della proprietà privata.
4. Si poneva contro gli scioperi ma anche contro lo sfruttamento degli operai.
5. Sostevena che lo stato doveva garantire a tutti i lavoratori un salario minimo tale da consentire una vita dignitosa a tutti.
6. Inoltre affidava agli operai cristiani il compito di creare società ispirate ala dottrina sociale della chiesa.

Il rapporto tra stato e chiesa dall’Unità di Italia

https://www.facebook.com/watch/?v=314740975897035

La questione romana – Bignomi – Riccardo Rossi

https://www.youtube.com/watch?v=BXRpmfqyfas

La questione romana – prof. Ernesto Galli della Loggia

https://www.raiplay.it/video/2016/04/Il-tempo-e-la-Storia-Unit224-daposItalia-e-chiesa-La-questione-romana-Con-il-Prof-Ernesto-Galli-Della-Loggia-del-05042016-3438bb5d-0f16-4403-b929-def8e3913310.html

Pastor angelicus film

Roma e il papato dopo la seconda guerra

Video – la questione Stato – Chiesa

https://www.facebook.com/raistoria/videos/314740975897035

Fonti

  • © ISTITUTO ITALIANO EDIZIONI ATLAS
  • M. Fossati, G. Lupi, E Zanette, Parlare di storia, Pearson
  • www.treccani.it
  • www.focus.it
  • https://www.grin.com/document/55382
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Le donne e la Grande guerra

Donne e lavoro

Svanite le speranze di una rapida vittoria, anche in Italia la guerra comportò una temporanea rivoluzione nei ruoli e nei comportamenti femminili.

Numerosi lavori e diverse attività, che in tempo di pace erano svolti dai maschi, ora chiamati sotto le armi, per tutta la durata del conflitto videro impiegate numerosissime donne. In campagna, prima di tutto, esse svolsero un lavoro imponente, spesso dimenticato e sottovalutato; se la produzione di grano, tra il 1915 e il 1918, non scese mai al di sotto del 90% del totale prebellico, si deve al durissimo lavoro femminile nei campi, condotto senza il sostegno dei mariti o dei figli.

È vero che, nelle campagne, più o meno sommerso il lavoro femminile era sempre stato importantissimo; si trattava però, in genere, di un lavoro di sostegno e di supporto alla fatica maschile; dal 1915 al 1918, invece, il peso delle attività agricole gravò interamente sulle spalle delle donne e degli anziani.

Anche in Italia, la guerra diede un improvviso impulso al lavoro operaio femminile, concentrato nelle città. Nel 1918, le donne costituivano il 25% della manodopera negli stabilimenti ausiliari (nati cioè in tempo di guerra, per sostenere la produzione bellica) di Torino, il 31% in quelli di Milano, l’11% in quelli di Genova. Nel complesso, a livello nazionale, nella produzione industriale alla fine della guerra erano impegnate circa 200 mila donne.

Scriveva la giornalista Paola Baronchelli Grosson, in un opuscolo di propaganda: «Soltanto due anni addietro un ingegnere, un capo tecnico avrebbe riso come di una stramberia all’idea di mettere una donna al tornio… cioè al congegno tradizionalmente di competenza mascolina. E invece oggi esse eseguono gran parte delle lavorazioni per la produzione del materiale da guerra».  

Al di là dell’industria bellica, le donne trovarono poi occupazione anche come spazzine, postine, tramviere…

Queste occupazioni destarono particolare scandalo, perché all’epoca erano svolte in divisa: agli occhi dei conservatori e dei tradizionalisti, il mondo sembrava essere capovolto.

Operaie all’interno delle “Officine Ansaldo” a Genova. Durante la Grande Guerra moltissime donne sostituirono gli uomini impiegati al fronte sia nel settore industriale sia in quello agricolo.

Per rassicurare il mondo maschile, la propaganda del periodo di guerra mise allora l’accento soprattutto sulla figura materna dell’infermiera, angelo dell’ospedale, in uno slogan del tempo:

«L’infermiera si occupa del ferito dopo che il medico ha curato la ferita».

Nel 1917, le infermiere in servizio erano circa 20 000; per lo più, si trattava di giovani volontarie di famiglia medio-alta o borghese, scelte proprio perché di ceto superiore ai soldati di cui dovevano prendersi cura.

Questa superiorità sociale doveva incutere rispetto ai soldati feriti e cancellare in loro ogni proposito di avventura amorosa con le crocerossine, alle quali, non a caso, era vietato occuparsi degli ufficiali, che in genere erano di ceto pari al loro.

Nelle lettere inviate ai familiari dalle donne impegnate come infermiere, si mescolano due tipi di sentimento. All’inizio, prevalgono la fierezza di sé, l’orgoglio e la soddisfazione legata alla nuova situazione di indipendenza, a contatto con l’universo maschile (medici, chirurghi, soldati feriti).

Con il passar del tempo, anche in molte di loro subentrano però la depressione e la disperazione, dovute al continuo contatto con il dolore e la sofferenza.

Crocerossine al capezzale di un malato –
https://movio.beniculturali.it/mcrr/immaginidellagrandeguerra/it/257/percorsi-tematici/show/76/14

Prostitute e soldati

Nel 1916, per iniziativa di alcuni cappellani militari, fu approntato per le truppe un primo sistema di strutture che, nelle retrovie, offrissero distrazione e intrattenimento ai soldati che, temporaneamente, erano stati allontanati dalle trincee.

Queste Case del Soldato al fronte seguivano un modello già collaudato dagli inglesi e dai francesi in Francia, ma di fatto recuperavano anche l’esperienza delle sagre parrocchiali e delle feste di paese; ai giovani impegnati in guerra erano offerte rappresentazioni teatrali e cinematografiche, conferenze, spettacoli e altri diversivi.

Fino a quel momento, ai soldati, le autorità militari italiane non avevano offerto altro che una capillare rete di postriboli, i cosiddetti casini di guerra o casini militari.

Le prime esperienze di questo tipo erano state avviate nel 1885 in Africa, più precisamente in Eritrea, dove i vincoli della rispettabilità borghese e della morale cattolica, rigidissimi in patria, erano stati ben presto abbandonati.

Tra gli ufficiali divenne prassi normale dotarsi di un’amante nera, denominata “madama”.

I soldati semplici, invece, a volte agivano in modo violento nei confronti delle donne indigene – il che, ovviamente, provocava reazioni furiose da parte delle famiglie delle ragazze offese – oppure frequentavano prostitute miserabili e poverissime, con gravi rischi di contrarre malattie veneree.

I postriboli militari nacquero con questa doppia finalità: prevenire la diffusione della sifilide e limitare i problemi di ordine pubblico.

Soddisfatto dei risultati ottenuti nelle guerre coloniali, il Comando italiano si affrettò a istituire i casini di guerra fin dall’estate del 1915.

Le fonti che permettono di ricostruire questa singolare pagina della Grande Guerra sono varie e di diversa natura. In primo luogo, troviamo numerosi accenni al fenomeno nei rapporti delle prefetture.

Le case di tolleranza, infatti, erano per lo più situate in territorio italiano, e quindi spettava ai prefetti controllare con apposite ispezioni a sorpresa che le strutture rispettassero le più elementari norme di igiene e, soprattutto, che le donne non fossero infette da malattie celtiche, cioè da sifilide o altre malattie veneree.

Sempre alle prefetture spettava poi la repressione della cosiddetta prostituzione girovaga, praticata comunque da donne povere, che cercavano di alleviare la propria miseria vendendosi ai soldati.

Punito e ridotto alla clandestinità, il fenomeno era temuto non solo per ragioni sanitarie, ma anche perché si temeva che la prostituta potesse essere al soldo degli austriaci, e quindi carpire segreti militari più o meno importanti a soldati che, fino a pochi giorni prima, erano stati in trincea.

Un’altra fonte importante che ci offre numerose informazioni sui casini di guerra sono le numerose lamentele dei vescovi o dei sacerdoti, quando i postriboli venivano istituiti in una località della loro diocesi o della loro parrocchia.

Le proteste che essi rivolgevano ad autorità civili e militari, però, di solito restavano lettera morta: i casini erano considerati uno strumento indispensabile per l’equilibrio psico-fisico dei soldati sottoposti al durissimo stress della trincea.

Non è possibile fornire dati precisi sul numero delle donne impiegate nei postriboli militari. Di sicuro, si trattava di prostitute che esercitavano tale attività già prima della guerra, oppure di giovani di bassa estrazione sociale.

Con un’espressione molto efficace, un ufficiale medico italiano definì quei luoghi «campi di concentramento della lussuria».

Senza contare i rischi di contagio o altri pericoli, le donne erano sottoposte a ritmi di lavoro durissimi.

Nelle memorie di guerra, il ricordo del casino non ha in genere nulla di romantico; in fila, si attende il proprio turno, cercando di vincere l’imbarazzo, prima di consumare l’atto in pochi istanti, senza amore e senza preliminari.

Come la produzione di armi e la morte, anche l’esercizio della sessualità assunse, per i soldati italiani al fronte, una dimensione industriale: divenne un’attività da esercitare in serie, in una specie di catena di montaggio in cui l’anello più debole, la prostituta, era considerata un ingranaggio intercambiabile, oggetto di volgare disprezzo, di condanna sociale pubblica e di emarginazione.

Alcuni soldati italiani assistono a una rappresentazione teatrale nelle retrovie del fronte orientale.
Gli spettacoli allestiti avevano lo scopo di intrattenere le truppe nei momenti in cui non erano impegnate a combattere.

I postriboli per militari

Negli anni 1915-1918, il Comando italiano istituì una capillare rete di case di tolleranza, destinate ai soldati temporaneamente spostati dal fronte alle retrovie.

Per conoscere tale complesso fenomeno, una fonte di primaria importanza è data dalle lettere di protesta degli ecclesiastici, che denunciavano i pericoli per la moralità nazionale provocati dalla diffusione di tali strutture.

Quando le autorità rispondevano, sostenevano che si trattava di una provvisoria alterazione delle regole ordinarie, un’inevitabile necessità, provocata dalla guerra, e che comunque – sotto il profilo morale e quello sanitario – la prostituzione esercitata all’interno di strutture sorvegliate era preferibile a quella libera.

Tornando al problema delle case di tolleranza propriamente militari, c’è da osservare come non ne sia facile una puntuale descrizione che ci ragguagli sulla loro consistenza, sulla loro dislocazione e su alcuni aspetti specifici del loro funzionamento, compresi quelli legati ai frequentatori reali e alle donne che vi si trovavano rinchiuse.

Intesi come pronto rimedio in zone impervie o male attrezzate, di solito nella immediata retrovia, i bordelli militari all’atto della loro istituzione nel 1915 e via via più tardi, riflettevano infatti l’andamento delle vicende belliche con un’alternanza ben immaginabile di aperture, di chiusure e di spostamenti.

In virtù degli accordi intercorsi fra autorità civili e militari che in accordo con tenutari e impresari privati presiedevano alla loro attivazione di volta in volta, se ne trova traccia nei documenti più svariati.

Essi sostituiscono quelli, al momento per noi non consultabili, conservati con ogni probabilità negli archivi dell’esercito.

Talvolta sono le comunicazioni di un Prefetto, talaltra una lettera di protesta o, appunto, le scarne testimonianze dei protagonisti a offrirci un’idea del turn over assai elevato che contraddistinse la diffusione di questi atipici stabilimenti.

Da una lettera della prefettura di Udine al ministero degli Interni, datata 13 novembre 1916 «D’ordine dell’Autorità Militare, sono state aperte in Provincia nuove case di meretricio, delle quali due a S. Giorgio di Nogaro ed una a Latisana. Questa Prefettura sta provvedendo perché detti locali rispondano sufficientemente alle norme dell’igiene e ha incaricato delle visite periodiche alle prostitute ivi soggiornanti (non meno di tre visite alla settimana) l’Ufficiale sanitario di ciascun comune. Sono in corso pratiche coll’Intendenza della III Armata, Direzione di Sanità per la nomina di un medico militare specialista per le visite di controllo. Inoltre sono già state date disposizioni perché le prostitute riscontrate infette da malattie celtiche [veneree, prima fra tutte la sifilide, n.d.r.], siano, a mezzo foglio di via e con accompagnamento dei R.R. Carabinieri, internate nella Sala Celtica di Palmanova».  

Da simili testimonianze si desume l’integrazione, almeno iniziale, delle misure tradizionali di controllo affidate agli apparati civili dei medici e dei fiduciari comunali con quelle inedite della Sanità militare, un fatto che comportava, stando alle istruzioni e alle prescrizioni, molte novità in senso restrittivo e la pratica delle visite a sorpresa pressoché quotidiane.

In realtà è chiaro da diverse fonti che il Comando Supremo decidesse in piena autonomia.

Classiche, in proposito, sembrano le suppliche e le pressioni fatte da privati cittadini o da esponenti del mondo politico locale cattolico e dal clero, per ottenere la chiusura o lo spostamento di bordelli militari aperti nei pressi degli abitati e dei paesi.

Raramente esse ottenevano riscontro. Citiamo un caso.

Mons. Luigi Pellizzo, vescovo di Padova durante il conflitto scrive papa Benedetto XV ben 146 lettere che informano il papa sulle drammaticità della situazione.

In una di queste lettere, nel luglio del 1918 scrive:

«Non descrivo, Padre Santo, lo stato morale a cui vanno riducendosi le nostre popolazioni: è più facile immaginarsi che descriversi le miserande condizioni di tanta gioventù e anche [di] madri e spose! Non mancano i parroci di vegliare né io di aiutarli e appoggiarli in tutti i modi. E a dir vero anche le alte autorità militari mi hanno sempre appoggiato, quando specialmente mi sono opposto – e fu purtroppo spesso – alla ubicazione di case di tolleranza nei paesi di campagna e di montagna. [ … ]. A Chiappano, contro il divieto del comando d’armata, quegli ufficiali avevano aperto una casa. Denunziai di nuovo la cosa: venne ordinata la chiusura immediata, e i trasgressori si ebbero la loro; così in altri luoghi. Ma ormai il malanno è tale nei paesi che non si sa quale partito prendere: e le stesse difficoltà ad ottenere, quanto un tempo a stento si otteneva, crescono. C’è, dicono, la moralità e la igiene: ecco in due parole il passaporto ad ogni nefandezza. Poi quello che amareggia maggiormente è la noncuranza quando non vi sia la connivenza delle autorità stesse preposte alla tutela della moralità, di cui sembra smarrito il concetto genuino. Basta richiamare il principio sostenuto dal procuratore di Venezia… sconfortante in bocca a un magistrato: “Lasci correre” diceva “l’immoralità è un fenomeno spiacevolissimo… adesso penseremo alla patria… a rimediare all’immoralità e ai suoi mali ci penseremo dopo”. Con questi principi e con questo appoggio dalle autorità dove andremo?»  

La situazione, insomma, a giudicare almeno dal tenore e dall’assiduità delle denunce ecclesiastiche, è sempre «delle peggiori» e non consente di ipotizzare una contrazione dei casini militari il cui numero, anzi, si ha l’impressione, ma questa è appunto una sensazione vaga e non l’effetto di una tabulazione statistica da parte nostra (del resto impossibile), che aumenti progressivamente nel corso del 1917 e dello stesso 1918.

E. FRANZINA, Casini di guerra. Il tempo libero dalla trincea e i postriboli militari nel primo conflitto mondiale, Gaspari, Udine 1999, pp. 113-117

Che tipo di collaborazione chiedevano le autorità militari ai funzionari dello Stato, a livello provinciale e comunale?

Spiega l’espressione del vescovo Luigi Pellizzo: «e le stesse difficoltà ad ottenere, quanto un tempo a stento si otteneva, crescono».

Spiega l’espressione del procuratore di Venezia: «adesso penseremo alla patria… a rimediare all’immoralità e ai suoi mali ci penseremo dopo…».

Le madri dei soldati

Solo raramente ci è dato di conoscere direttamente i sentimenti delle madri e delle mogli dei soldati semplici che erano al fronte; in genere, si trattava di donne analfabete, o comunque scarsamente istruite, che solo eccezionalmente avevano confidenza con la scrittura.

Diverso ovviamente il caso delle famiglie borghesi; in questi casi – mossi da ardore patriottico – i giovani spesso si arruolarono volontari fin dal maggio 1915 e rivestirono il ruolo di ufficiali di complemento.

Dai diari e dalle memorie delle madri, emerge che molte di loro vissero una lacerante contraddizione. Nella loro azione educativa, infatti, avevano promosso nei figli la passione per la patria; poste di fronte alla guerra vera, però, si resero drammaticamente conto di non riuscire più a sostenere e condividere gli ardori dei figli che si offrivano volontari.

A costo di sembrare egoiste o possessive, cercarono di sottrarre i figli al pericolo reale, ad esempio facendo ricorso a conoscenze nei comandi militari.

Molte lettere, pertanto, denotano un forte scontro generazionale, fra madri tutt’altro che risorgimentali e figli desiderosi di eroismo, di avventura e (forse) persino di maggiore libertà, rispetto alla tutela materna; oppure, ci troviamo di fronte a madri che ostentano in pubblico (e davanti al figlio) calma, autocontrollo, serenità e patriottismo (accettando persino l’eventualità della morte in battaglia del giovane volontario), mentre in privato sono letteralmente distrutte e angosciate, di fronte al rischio dell’uccisione, oppure disperate e tormentate dai rimorsi, in caso di decesso avvenuto.

Sul versante opposto, però, spesso incontriamo figli che vivono come intollerabile un dissidio con la propria madre e quindi le chiedono di compiere un grande sforzo di comprensione e, al limite, di immedesimazione. Oppure, nelle lettere, molti trasmettono a casa non solo inviti alla tenacia e alla sopportazione dei disagi di guerra, ma anche rabbia contro gli imboscati, i profittatori (i fabbricanti di armi o di autoveicoli, ad esempio) e i sovversivi.

A livello letterario, lo scritto di propaganda più importante fu Il figlio della guerra, di Anna Franchi, pubblicato nel 1917 (prima di Caporetto). Pur preoccupata, ovviamente, per la vita del figlio, la madre protagonista del romanzo è angosciata soprattutto dal rischio che egli sia sopraffatto dalla paura; per il resto, l’autrice si dichiara sicura che «l’opera delle donne latine dovrà essere narrata con parole di onore e di riconoscenza».

Anche Matilde Serao proclama che la madre italiana sarà sufficientemente forte da affrontare la prova della guerra, ma la sua preferenza va alle popolane napoletane, ben più che alle donne borghesi.

Luigi Pirandello però, nel dramma La vita che ti diedi, ebbe il coraggio di presentare una donna impazzita di dolore per la perdita del figlio: segno del fatto che la retorica del sacrificio per la patria, a suo parere, non colmava per nulla la sofferenza provata.

Madri e figli soldati

L’analisi delle lettere scritte a casa dai soldati permette di ricostruire i sentimenti di un’intera generazione di giovani d’estrazione borghese.

Il rapporto con la madre è in genere molto stretto, anche se non mancano le incomprensioni tra il giovane, che si è offerto volontario e rischia la vita in trincea, e la madre, preoccupata dei pericoli che egli corre al fronte.

Gli anni di guerra videro una intensificazione senza precedenti del dialogo e della comunicazione tra madri e figli, soprattutto nella borghesia intellettuale e nella piccola borghesia conquistata alle ragioni risorgimentali dell’intervento. Le autorità militari, preoccupate della censura, si trovarono a inoltrare dal fronte e per il fronte una massa enorme di posta: complessivamente la corrispondenza ordinaria tra il maggio del 1915 e il 31 dicembre 1918 raggiunse quasi i quattro miliardi di lettere e cartoline, con una media di circa tre milioni al giorno.

Si scriveva poi più dal fronte alle famiglie che dal paese al fronte.

Ovviamente non tutta questa massa di corrispondenza aveva come destinatario esclusivo le madri.

Molti gli uomini maturi anche tra i volontari e nel loro caso emozioni e pensieri erano rivolti prioritariamente a mogli e figli piccoli; tra i giovani contadini, la madre perde il ruolo di interlocutrice privilegiata a favore di una comunicazione più orientata gerarchicamente, centrata sul padre e caratterizzata da un registro comunitario e meno personalizzato.

Ma nell’universo affettivo dei più giovani, soprattutto tra quei soldati e ufficiali delle classi medie che avevano salutato la loro partecipazione alla guerra come prova virile, la madre continua a rappresentare un’interlocutrice privilegiata.  

Le loro lettere offrono una vera miniera di spunti per saggiare, accanto alle ideologie di classe, al retroterra ideologico risorgimentale e ai pregiudizi diffusi tra studenti alla loro prima esperienza di allontanamento da casa e che scoprono il popolo solo nelle trincee, le forme di attaccamento alla madre e le complesse proiezioni di cui la figura materna è investita.

Le lettere sono in sostanza un sismografo quanto mai sensibile delle culture e degli stili familiari e offrono abbondante materia di riflessione sulla relazionalità intensa che caratterizza la grammatica degli affetti di molti giovani borghesi e sugli specifici linguaggi cui essa dà voce. […]

Il pensiero della madre non solo allontana dai rischi maggiori, ma nel complesso è la figura stessa della madre ad assurgere la forza protettiva in grado di difendere dai pericoli.

Per molti la madre è accanto a loro in spirito.

«Sono stati giorni brutti, mamma. Quante volte mi sei venuta davanti! Quante volte ti ho sorriso fissandoti negli occhi e nell’anima mia! Perché morendo, come credevo di morire, fossi tu negli occhi e nell’anima mia!».

Il volto della mamma è il più potente talismano del giovane combattente, accanto alle tante medagliette, agli amuleti, agli scongiuri e alle formule magiche in cui i soldati confidavano.

Tutti i combattenti, è stato giustamente osservato, furono più o meno superstiziosi, indipendentemente dal grado di educazione e di cultura.

Simili superstizioni erano non di rado incentivate dalla sollecitudine delle madri stesse che affidavano a piccoli oggetti l’aspettativa di preservare dal pericolo il figlio. […]

In molti casi la realtà della guerra farà giustizia delle illusioni nutrite dai giovani partiti volontari e al contempo rivelerà quanto fragile sia stata la ricerca di indipendenza.

L’esperienza è, come sappiamo, monotona e massificata.

Solo il ricordo della madre, che fa tutt’uno con la casa e con una condizione precedente, rivissuta come spensierata e priva di responsabilità, rappresenta una delle poche ancore di senso cui i più giovani sembrano appellarsi per combattere l’estraniazione e porre un freno a quel restringimento della coscienza [cioè l’incapacità di pensare ad altro, se non alla sopravvivenza e ai bisogni più elementari, primo fra tutti il mangiare] che da più parti viene dipinto come condizione connaturata alla vita della trincea.

Non sembra un mero riconoscimento di circostanza l’affermazione estrema cui si abbandona Angelo Valentini, morto nei primi mesi del 1916 a vent’anni, allorché scrive alla madre:

«Se la guerra non fosse servita ad altro che a farmi sentire quanto ti volevo bene senza saperlo, solo per questo avrei motivo di benedire e di ringraziare».

L’espansività e lo scambio non annullano del tutto alcuni diaframmi che l’ideologia borghese traccia dei ruoli sessuali: alle donne, creature più sensibili e impressionabili, è bene risparmiare gli scenari più crudi e i momenti più disumani della guerra.

Esplicita la preoccupazione di non aggravare le ansie materne da parte degli ufficiali superiori:

«Mi hanno portato stamane il diario di un ufficiale della brigata Ancona, morto al terzo contrattacco d’Oslavia – ricorda significativamente Gualtiero Castellini, giornalista e uomo politico nazionalista – non lo manderemo a sua madre [ … ]. O madre piangi il tuo figliuolo, ma senza sapere a quali abissi di dolore, senza perdere la sua fede sia giunto… Verità, verità, perché scriverti sempre?».  

Ritroveremo l’identica preoccupazione nella seconda guerra mondiale in Nuto Revelli, sopravvissuto alla ritirata della Russia, al momento di incontrare le madri dei compagni caduti.

Ogni regola ha però le sue eccezioni.

Attacchi, scontri, mischie non sempre vengono risparmiati alle madri per ingenuo desiderio di mostrare il proprio coraggio.

«Tutti guardavano a me, mamma erano tutti al riparo alla meglio, io solo ero allo scoperto perché solo così potevo tenerli uniti e impedire che si sbandassero e abbandonassero la linea sulla quale dovevamo per consegna resistere o morire». Eugenio Garroni, alpino promosso comandante sul campo

M. D’AMELIA, La mamma, il Mulino, Bologna 2005, pp. 183-187

Per quale motivo, secondo te, si scriveva di più dal fronte alle famiglie che dal paese al fronte?

Che ruolo svolgeva il pensiero della madre, nelle superstizioni assai diffuse tra i soldati?

In che misura gli aspetti più brutali della guerra erano comunicati alle proprie madri o a quelle dei soldati rimasti uccisi?

Un soldato, in un momento di tregua, scrive una lettera alla famiglia.

La guerra dei simboli

La retorica della madre interamente dedita alla patria, fino all’accettazione del supremo sacrificio del proprio figlio, ebbe un’importante consacrazione, nel dopoguerra, in occasione della cerimonia di scelta del Milite ignoto. Mentre in Francia e in Inghilterra la salma del soldato senza nome fu scelta da un sergente o da un ufficiale, in Italia fu deciso che a sceglierla fosse una madre che avesse perduto il figlio in guerra.

La cerimonia avvenne ad Aquileia, la donna era una popolana di Trieste (Maria Bergamas); la salma fu tumulata nell’Altare della Patria, a Roma, il 4 novembre 1921.

Madri e guerra furono strettamente associate, a livello simbolico, anche in tantissimi monumenti ai caduti. A volte, la raffigurazione si rifaceva alla Pietà di Michelangelo; in altri casi, il compianto avveniva dinanzi a un soldato sdraiato a terra, oppure la donna stringeva a sé il caduto in un ultimo abbraccio.

Come ogni simbolo, anche questo poteva sostenere vari significati; la donna, infatti, poteva essere l’Italia, che piangeva e rendeva onore ai suoi figli, oppure una madre che aveva accettato con coraggio e determinazione l’estremo sacrificio.

Questa molteplicità di significati riappare anche nella propaganda di guerra rivolta ai soldati; in genere, si trattava di fogli o riviste illustrati.

Dopo Caporetto, una delle immagini più frequenti presentava il soldato italiano che difendeva una donna dall’assalto di un austriaco, che si stava avventando su di lei. Il doppio senso era evidente: l’occupazione delle province invase (e, a maggior ragione, l’eventuale sconfitta) erano presentati come uno stupro, compiuto da un nemico bestiale, a danno della patria.

Nel medesimo tempo, il soldato era chiamato a difendere le donne italiane dagli oltraggi che sicuramente avrebbero inferto loro i nemici.

Si trattò, senza dubbio, di una propaganda molto efficace; infatti, non solo parlava un linguaggio facilmente comprensibile anche ai soldati scarsamente alfabetizzati, ma soprattutto ridonava sicurezza e stabilità nei ruoli di genere, in un mondo che vedeva rapidi cambiamenti: donne al lavoro, donne in divisa, donne impegnate in attività tradizionalmente maschili.

Dal loro contributo di lavoratrici e di patriote, le donne italiane si attendevano un riconoscimento.

Consapevole delle aspettative femminili, il Parlamento approvò nel 1919 un’importante modifica al diritto di famiglia, cioè abolì la cosiddetta autorizzazione maritale, ereditata dal Codice civile napoleonico.

Fino a quel momento, in base agli articoli 134 e 137 del codice civile del 1865, la moglie non poteva disporre liberamente dei propri beni: quindi, non poteva compiere alcuna operazione di compra-vendita senza il preventivo consenso del marito.

La legge del 17 luglio 1919 non solo abolì tale prassi giuridica, ma aprì alle donne la possibilità di esercitare le professioni liberali, come, ad esempio, l’avvocatura.

Inoltre, la medesima legge permise alle donne di accedere agli impieghi pubblici, anche se, di fatto, esse restarono a lungo escluse da qualsiasi posizione dirigenziale.

Nessun progresso, invece, venne fatto sul terreno della concessione del diritto di voto. Nel 1920, un progetto di legge relativo al suffragio femminile venne approvato dalla Camera a larga maggioranza; il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti, tuttavia, cadde prima che il Senato potesse esprimersi in ordine alla questione.

Nel giugno 1920, il nuovo presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, abbandonò il problema del voto alle donne, in quanto era convinto che di esso avrebbero beneficiato solo i cattolici e i socialisti, cioè quei partiti di massa che, secondo il suo giudizio, erano i veri responsabili della crisi dello Stato liberale tradizionale.

Così, solo nel 1946 le donne italiane avrebbero visto riconosciuta la loro piena cittadinanza e avrebbero potuto esercitare il loro diritto di voto.

La cerimonia di sepoltura del Milite ignoto a Roma, all’Altare della Patria, il 4 novembre 1921

Per onorare tutti i caduti italiani, nel 1921 furono portate ad Aquileia (nell’attuale provincia di Udine) undici salme di soldati sconosciuti morti in vari luoghi del fronte.

Maria Bergamas madre di un disperso, ne scelse una, che fu poi portata a Roma per diventare simbolo dei soldati italiani caduti in guerra.

La storia di Luisa Spagnolli – imprenditrice italiana

Luisa Sargentini nasce il 30 ottobre 1877 a Perugia, da Pasquale Sargentini, di professione pescivendolo, e da Maria, casalinga. Sposatasi, poco più che ventunenne, con Annibale Spagnoli, rileva con il marito una drogheria, all’interno della quale inizia a produrre confetti.

Nel 1907 gli Spagnoli si associano alla Buitoni, azienda locale che produce pasta e aprono, insieme con Francesco Buitoni, una azienda dolciaria di piccole dimensioni, con una quindicina di dipendenti, nel centro storico della città umbra: è la Perugina.

La fabbrica viene gestita unicamente da Luisa e dai suoi figli, Aldo e Mario. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando gli uomini sono chiamati al fronte, Luisa prende in mano le redini dell’azienda e la fa crescere ulteriormente. Donna intraprendente e illuminata riesce a portare grandi innovazioni, tanto che quando il conflitto termina, la Perugina ha più di cento dipendenti ed è una fabbrica di successo.

Al ritorno della guerra, a causa di attriti interni, Annibale abbandona l’azienda nel 1923. In questo periodo Luisa inizia una storia d’amore con Giovanni, figlio del socio Francesco Buitoni, più giovane di lei di quattordici anni.

Il legame tra i due si sviluppa in maniera profonda ma estremamente cortese: le testimonianze in proposito sono poche, anche perché i due non vanno mai a convivere.

Luisa, entrata nel frattempo nel consiglio d’amministrazione dell’azienda, si dedica all’ideazione e alla realizzazione di strutture sociali finalizzate a migliorare la qualità della vita dei dipendenti; poi, poco dopo aver fondato l’asilo nido dello stabilimento di Fontivegge, stabilimento ritenuto, nel settore dolciario, il più avanzato nell’intero continente europeo, dà vita al “Bacio Perugina”, il cioccolatino destinato a entrare nella storia.

L’idea nasce dall’intenzione di impastare i resti di nocciola derivanti dalla lavorazione dei cioccolatini con altro cioccolato: il risultato è un nuovo cioccolatino con una conformazione piuttosto strana, con al centro una nocciola intera. Il nome iniziale è “Cazzotto”, perché il cioccolatino richiama alla mente l’immagine di un pugno chiuso, ma Luisa viene convinta da un’amica a cambiare quella denominazione, troppo aggressiva: molto meglio tentare di conquistare i clienti con un “Bacio”.

Luisa Spagnoli – https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=74478
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L’ispirazione per l’immagine scelta per pubblicizzare il cioccolatino viene da un celebre quadro di Hayez “Il bacio”.

Nel frattempo, Luisa si dedica anche all’allevamento del pollame e dei conigli d’angora, attività iniziata al termine del primo conflitto mondiale: i conigli vengono pettinati, non tosati e tantomeno uccisi, al fine di ottenere la lana d’angora per i filati. E così nel giro di breve tempo vede la luce l’Angora Spagnoli, situata nel sobborgo di Santa Lucia, dove si creano indumenti alla moda, boleri e scialli. Il successo non tarda ad arrivare (complice una segnalazione anche alla Fiera di Milano), e così gli sforzi si intensificano: ben ottomila allevatori spediscono il pelo ottenuto da circa 250 mila conigli a Perugia via posta, in modo che possa essere trattato e utilizzato.

Luisa muore all’età di 58 anni il giorno 21 settembre 1935, a causa di un tumore alla gola che l’aveva indotta a spostarsi a Parigi per provare a ricevere le migliori cure possibili.

Gli anni Quaranta regaleranno agli Spagnoli numerose soddisfazioni, così come ai loro dipendenti, che potranno contare addirittura su una piscina nello stabilimento di Santa Lucia e su regali di valore per le vacanze di Natale, ma anche su feste, casette a schiera, partite di calcio, balli e nursery per i figli.

Ma Luisa non potrà mai vedere tutto ciò.

L’azienda creata da Luisa diventerà, dopo la morte della fondatrice, un’attività industriale a tutti gli effetti, e sarà accompagnata dalla creazione della “Città dell’angora”, uno stabilimento attorno al quale sorgerà una comunità autosufficiente, e il parco giochi della “Città della Domenica”, chiamato in principio “Spagnolia”.

Fonti

  • F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Luisa_Spagnoli
  • https://biografieonline.it/biografia-luisa-spagnoli
  • Il film sulla vita di Luisa Spagnoli:
  • https://www.raiplay.it/video/2016/06/LUISA-SPAGNOLI—STAGIONE-1—EPISODIO-1-9baae373-9b19-4023-9f97-b4f358da0e9a.html
  • Link scena tratta dal film Luisa Spagnolli
  • https://drive.google.com/file/d/13ErC7yzyX5iL8ibVrEjJk_rYcRY9z_eX/view?usp=sharing

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Seconda guerra mondiale

Le radici della guerra

Negli anni Venti e Trenta del Ventesimo secolo in Europa si sono instaurati diversi regimi totalitari, basati su violenza e nazionalismo aggressivo. L’ordine internazionale che era stato definito dopo la prima guerra mondiale è fallito. Anche la Società delle Nazioni è fallita: quell’organismo si era rivelato poco efficiente perché era stato concepito in funzione europea quando ormai l’Europa aveva perso la propria posizione di assoluta centralità.

Quella posizione venne assunta, dopo la prima guerra mondiale, dagli Stati Uniti, che però non facevano parte della Società delle Nazioni.

Inoltre la crisi economica degli anni Trenta aveva segnato la fine dell’economia liberale. Tutte le nazioni principali avevano iniziato a chiudersi entro le loro aree di influenza o di dominio coloniale. Contemporaneamente crebbe l’aggressività di paesi che erano privi di colonie e di paesi che spingono nella direzione di un nazionalismo violento come la Germania il Giappone e l’Italia.

L’invasione giapponese della Manciuria del 1931 e l’attacco italiano al Etiopia del 1935, che furono sanzionate molto debolmente dalla società delle Nazioni, inflissero un duro colpo al già debole sistema di sicurezza internazionale elaborato dal dopoguerra.

In questa cartina in verde vediamo le democrazie liberali le troviamo nel nord Europa in Francia in Svizzera Belgio Paesi Bassi in Cecoslovacchia e nel nord dell’Africa.
In questi paesi, quelli segnati con la stellina color lilla, sono quelli in cui ci sono gruppi o movimenti fascisti che sono attivi nelle democrazie liberali.
In color albicocca sono colorati i regimi autoritari: Spagna Portogallo e nord del Marocco Estonia Lettonia Lituania e Polonia tutta l’Europa centrale Austria Ungheria Romania Jugoslavia Bulgaria Albania e Turchia.
Il color lilla indica le dittature fasciste: vediamo l’Italia e la Germania al centro dell’Europa.
I regimi comunisti sono segnalati dal color rosa.
In rosso sono segnate le date in cui sono stati istituiti i regimi totalitari.

Dalla cartina si evince l’Europa era attraversata da una profonda crisi politica economica e culturale: tanti erano i regimi dittatoriali e i movimenti nazionalisti e filofascisti.

Conflitti di ideologie

In quel perido si assistette alla frattura ideologica tra i diversi sistemi:

  • La Democrazia liberale si opponeva da una parte a fascismo e nazismo e dall’altra si opponeva anche al comunismo.
  • I regimi di destra, fascista e nazista, si opponevano a quello comunista.

In questo quadro va collocata la politica aggressiva condotta dai regimi nazifascisti e dal Giappone che provocò lo scontro più distruttivo e spietato di cui l’umanità abbia mai fatto esperienza. Occorre aggiungere che la guerra era legata all’ideologia e alla pratica politica di regimi come il fascismo e il nazismo, regimi fondati

  • sull’uso della violenza,
  • sul culto della violenza,
  • sui miti di un nazionalismo esasperato,
  • sulla ricerca del consenso di massa in nome di ideali di potenza.

Questi regimi concepivano la guerra come sbocco naturale della loro politica e come mezzo per conservare il loro potere autoritario.

Fasi e obiettivi della politica di Hitler

La politica di destabilizzazione dell’ordine internazionale condotta da Hitler dal 1935 fu accompagnata da un altissimo consenso tedesco.

La soluzione definitiva della questione tedesca consiste in un’estensione del nostro Spazio Vitale, in un aumento delle risorse in materie prime e in prodotti alimentari per la nostra nazione.

Adolf Hitler 1934

La guerra civile spagnola

La guerra civile spagnola fu una guerra civile che portò all’istaurazione di un regime totalitario di destra e che diede all’Italia e alla Germania l’occasione di fare la prova generale per la guerra imminente.

Nel 1931 in Spagna venne proclamata la repubblica. Vennero attuate delle riforme utili per la massa del popolo:

  • la laicizzazione dello stato,
  • la riforma agraria.

Questa politica non piacque però agli esponenti della destra.

Nel 1933 elezioni venero fatte nuove elezioni. Nella storia della Spagna, per la prima volta, le donne furono ammesse al voto.

Dalla consultazione popolare il centro destra ottiene il potere.

Il nuovo governo smantella le riforme del precedente governo. Si assistette allora allo scoppio di insurrezioni e scioperi. Le manifestazioni popolari vennero però soffocate dal governo con estrema violenza.

Sono anni di maggioranze fragili. Nel 1936, alle elezioni la destra si oppone alla sinistra del Fronte popolare. I risultati consegnano la vittoria alla Sinistra, anche se a stretta maggioranza. Viene costituito così un governo di centro-sinistra, ma si tratta di un governo fragile.

Ma le destre non accettano gli esiti delle votazioni e, in accordo con le gerarchie militari, progettano di conquistare il potere.

Il generale Francisco Franco, capo dell’esercito spagnolo, in accordo con la destra, si oppone al Governo democratico. È guerra civile.

La guerra di spagnoli contro spagnoli, dura tre anni, una guerra caratterizzata da atrocità, terrore, fucilazioni.  

La Gran Bretagna e la Francia non intervengono. Germania invia aerei e dieci mila soldati. L’Italia invia sessanta mila uomini.

A fronte del sostegno delle destre arrivano in Spagna quarantamila volontari antifascisti da tutta Europa per sostenere il fronte popolare.

Guernica – Pablo Picasso
L’ispirazione per l’opera arrivò dopo il bombardamento di Guernica. Picasso compose il grande quadro in soli due mesi e lo fece esporre nel padiglione spagnolo dell’esposizione universale di Parigi. 
Guernica fece poi il giro del mondo, fu molto acclamata e soprattutto servì a farconoscere la storia del conflitto fratricida che si stava consumando nel Paese iberico.

Alleanze internazionali

Asse Roma Berlino – ottobre 1936

Nell’ottobre del 1936 si costituisce l’Asse Roma Berlino. Prima della conquista dell’Etiopia, Mussolini cercava di assumere posizioni di equilibrio all’interno dell’Europa. Dopo l’aggressione all’Etiopia però, l’Italia si era allontanata da Francia e Gran Bretagna, che avevano condannato l’aggressione. Fu così che si allineò alla politica hitleriana.

Asse Roma Tokyo Berlino – Novembre 1936

Si tratta di un’alleanza contro il potere russo, nemico dei regimi di destra e del Giappone. L’idea è quella di accerchiare l’Unione Sovietica.

1938 – Politica aggressiva della Germania

La politica tedesca prevedeva:

  • una politica aggressiva,
  • il culto della violenza,
  • il nazionalismo.

Nel 1935, in opposizione agli accordi di Versailles la Germania:

  • diede inizio al riarmo
  • impose la coscrizione obbligatoria
  • occupò la Renania,
  • ottenne dall’Inghilterra il diritto di allestire una flotta navale, nella misura di un terzo rispetto a quella inglese

Anschluss – annessione di Austria

Sempre in opposizione agli accordi di Versailles Hitler volle annettere l’Austria. In Europa dilagava la consapevolezza che gli accordi di Versailles fossero stati particolarmente ingiusti nei confronti della Germania. I nuovi esponenti della politica estera di Francia e Inghilterra si sentivano quindi abbastanza disponibili nei confronti delle richieste di Hitler.

E così, quando il Fuhrer operò delle annessioni per unificare il popolo tedesco, in un primo momento, la cosa non sembrò troppo minacciosa. Mussolini, che ormai era alleato con Hitler accettò di buon grado, Inghilterra e Francia tollerarono.

1938 – Annessione dell’Austria al Terzo Reich – Nazisti nelle strade di Vienna

Annessione dei Sudeti

L’area dei Sudeti era un’area cecoslovacca abitata da popolazioni di lingua tedesca. Anche in questo caso Hitler ritenne fosse un suo diritto quello di annettere queste terre per creare una nazione germanica, costituita da tutti i popoli di lingua tedesca.

Anche questa operazione venne accettata dagli altri paesi d’Europa, o quantomeno nessuno osò opporsi a Hitler.

La Cecoslovacchia era travagliata da diverse tensioni:
– la componente boema di religione protestante ra in conflitto con  quella slovacca di religione cattolica;
– la forte minoranza tedesca, che abitava nella regione dei Sudeti, contava 3 milioni di persone e spingeva verso l’autonomia. Questa minoranza si mostra sempre più attratta dalla Germania di Hitler.

Conferenza di Monaco

Nel 1938, alla conferenza di Monaco, alla presenza di Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia, vengono ratificate le annessioni tedesche. Francia e Gran Bretagna optano per la moderazione politica: sono convinti che sia la via migliore per evitare il conflitto.

D’altra parte non dobbiamo dimenticare che Francia e Gran Bretagna, come tutti gli altri paesi europei, temevano il comunismo di Stalin. E siccome anche anche Hitler era contro Stalin, questo lo reneva, agli occhi degli anclo francesi un po’ meno pericoloso.

Brutti scherzi fa la paura!

Solo qualche mese dopo si sarebbe scoperto quanto invece sarebbe diventato pericoloso Hitler.

Alla conferenza di Monaco Hitler garantì che si sarebbe accontentato delle mosse compiute e che non avrebbe invaso nessun altro stato.

Al loro rientro in patria i ministri degli esteri inglese e francese erano convinti di aver adottato la strategia più adatta ad evitare la guerra; si sentirono i garanti della pace europea. Capirono pochi mesi dopo quel fosse la realtà.

Dopo la conferenza di Monaco Chirchill commentò: “Dovevano scegliere tra il disonore e la guerra; hanno sclto il disonore e ora avranno la guerra!”

La politica dell’appeasement
Molte discussioni ha sollevato la politica dell’appeasement, ovvero della conservazione della pace ad ogni costo seguita dal primo ministro inglese Arthur Chamberlain fino alla conferenza di Monaco del 1938.
Le sue ragioni sono complesse:
– l’orientamento nettamente pacifista dell’opinione pubblica britannica,
– la consapevolezza che la Gran Bretagna non era in condizioni di affrontare un conflitto.
Per questo il governo di Londra ritenne che fosse opportuno trattare con Hitler per contenere le pretese tedesche entro una forma di regolamentazione pacifica internazionale.
Inoltre la diffidenza verso l’URSS, considerata ancora il nemico principale dei paesi europei, impediva al governo inglese di allearsi con altri.
Sta di fatto che questa politica fu seguita ad oltranza anche quando fu chiaro che il compromesso e il negoziato con la Germania di Hitler erano impossibili.
Questo atteggiamento si dimostrò un  clamoroso errore perché venne sottovalutata l’aggressività del totalitarismo nazista.

1939

Invasione Cecoslovacchia

Ma nel 1939 la Germania invase la Cecoslovacchia che venne divisa in due parti:

  • la Slovacchia divenne vassallo della Germania,
  • la Boemia venne integrata nella Germania.

Invasione italiana dell’Albania

Nel 1939 l’Italia, per non essere da meno dei fratelli tedeschi, invase l’Albania.

La firma del patto di Acciaio

Il 22 maggio del 1939 Germania e Italia firmano il Patto d’Acciaio, un accordo che garantisce reciprocamente appoggio incondizionato.

Hitler manifesta interessi sulla Polonia 

Il passo successivo per la conquista dello spazio vitale tedesco si muove verso Est. Hitler manifesta interesse verso la Polonia: rivendica la città di Danzica. La città di Danzica era stata formalmente dichiarata “città libera” sotto il controllo della Società delle Nazioni, dopo il primo conflitto mondiale, ma era praticamente sotto controllo polacco. La cittò di Danzica era abitata in maggior parte da tedeschi, i quali, al censimento del 1910, costituivano anche il 42% della popolazione delle terre definte il corridoio di Danzica.

Alla minaccia tedesca Francia e Gran Bretagna ribadiscono il loro sostegno alla Polonia. Intanto Gran Bretagna e Francia cercano di trovare un accordo in finzione antitedesca, ma nono riescono.

Il patto Molotov – Ribbentrop

La firma del patto. dietro si vede Stalin visibilmente soddisfatto dell’accordo concluso

Il patto Molotov – Ribbentrop fu un patto segreto stipulato tra la Germania di Hilter e l’URSS di Stalin, un patto di non aggressione, che avrebbe dovuto avere durata decennale e che prevedeva anche la spartizione della Polonia.

Questo accordo lasciò tutta l’Europa assolutamente attonita. Nessuno poteva immaginare che Stalin avrebbe fatto un patto con Hitler.

Infatti Hitler non aveva mai negato di considerare i popoli slavi come inferiori e aveva anche affermato di voler espandere il proprio dominio verso est. Ma allora per quale motivo Stalin accetta un tale patto?

L’accordo era utile per entrambi.

  • Era utile a Hitler che intendeva dichiarare guerra a tutti gli altri Stati europei. Questo patto gli dava la certezza che non avrebbe dovuto combattere, almeno in un primo momento, sul fronte orientale.
  • Era utile a Stalin il quale era consapevole che la politica aggressiva di Hitler non avrebbe risparmiato l’Unione sovietica. Questo patto gli concedeva del tempo, tempo prezioso che avrebbe portato la Germania a procrastinare le ostilità con la Russia. Così Stalin aveva del tempo prezioso per prepararsi all’inevitabile conflitto con la Germania. Stalin era sicuro che Hitler avrebbe rotto il patto prima dei 10 anni concordati, ma era certo di avere almeno cinque anni di tempo. Ma si sbagliava!

1939 – Lo scoppio della guerra

Il patto Molotov – Ribbentropp prevedeva la divisiine della Polonia tra URSS e Germania.

Invasione Polonia

Come era prevedibile quindi, il 1 settembre del 1939 la Germania invade la Polonia. La politica aggressiva di Hitler ha portato l’Europa è arrivata ad un punto di non ritorno.

Blitzkrieg

La strategia di Hitler è quella della guerra lampo, la Blitz Krieg.

La prima fase prevede di abbattere le linee nemiche con gli aerei, la seconda sfondarle tali linee con l’artiglieria pesante, i Panzer, nella terza le truppe seguono l’artiglieria e penetrano rapidamente nel cuore dello stato da invadere.

Nel momento dell’invasione, la maggior parte delle forze polacche erano concentrate lungo il confine con la Germania, mentre il confine sovietico era in gran parte sguarnito. I polacchi avevano disposto le truppe seguendo la logica della prima guerra mondiale, avevano immaginato che ci sarebbe stato uno scontro su una linea ma non immaginavano un attacco come quello tedesco che li colpì inaspettato.

Inoltre lasciando il fronte russo sguarnito, la loro resistenza fu subto fiaccata.

Il 27 settembre del 1939 le forze tedesche entrarono in Varsavia. oontemporaneamente i sovietici invadevano il paese da Oriente in base agli accordi segreti stipulati in agosto.

La Polonia venne spartita tra le due potenze: in Polonia emerse per la prima volta il carattere totale e barbarico di questa guerra, una guerra che non avrebbe conosciuto alcun rispetto delle convenzioni internazionali e dei diritti umani.

  • Le SS eliminarono oltre 50 mila civili per lo più appartenenti alle classi dirigenti e al clero.
  • L’Armata Rossa fucilò diverse migliaia di ufficiali polacchi e li seppellì in fosse comuni.

Come anunciato, l’invasione della Polonia portò il 3 settembre alle dichiarazioni di guerra di Francia e Inghilterra.

Poi per qualche mese, tutto tace. L’Europa rimase in attesa, sembrava che tutti avessero paura di fare qualsiasi cosa.

La realizzazione della grande Germania

1940

Dopo alcuni mesi di attesa, nell’aprile del ’40 Hitler riprese la sua offensiva e le armate tedesche aggredirono la Danimarca e la Norvegia. La Danimarca si arrese il giorno stesso dell’inizio dell’attacco. La scelta del Re fu quella di difendere la popolazione. Infatti la Danimarca non disponeva di un esercito. Invece la Norvegia provò a resistere e capitoò il 9 giugno. La Norvegia interessava alla Germania per l’abbondanza di miniere di minerali ferrosi.

La Bessarabia  è una regione compresa tra i fiumi Prut che è un affluente di sinistra del Danubio e il Nistro. Oggi è suddivisa tra la parte settentrionale della Moldavia e e la parte meridionale dell’Ucraina.

Invasione della Francia

Il 10 maggio, dopo aver aggirato la linea Maginot, le truppe germaniche sfondarono le difese francesi a Sedan.

La Linea Maginot è un complesso integrato di fortificazioni militari e postazioni armate realizzati dal 1928 al 1940 dal Governo francese a protezione dei confini che la Francia aveva in comune con il Belgio, il Lussemburgo, la Germania, la Svizzera e l’Italia.

Come era accaduto poco più di 20 anni prima esattamente nel 1914 la Germania invase un territorio che si era dichiarato neutrale, il Belgio, per raggiungere la Francia.

La strategia di guerra fu, come in Polonia, la Blitzkrieg, la guerra lampo. La prima fase prevedeva di abbattere le linee nemiche con gli aerei, la seconda di sfondarle con i Panzer, i carri armati tedeschi, la terza fase di penetrare rapidamente nel cuore della Francia.

Il 14 giugno Hitler entrò a Parigi. Questa è la foto storica che ha fatto il giro del mondo. Hitler e la Torre Eiffel, simbolo della Francia, che ora era nelle sue mani. Il 22 giugno venne firmato l’armistizio franco – tedesco.

I tre quinti del territorio francese rimanevano sotto l’occupazione militare tedesca mentre nel sud si formò il governo filofascista e collaborazionista comandato dal maresciallo Philippe Pétain. Questo era il nuovo governo francese che il 22 giugno aveva firmato l’armistizio con la Germania nazista. Il successivo 10 luglio il Congresso Nazionale fu convocato a Vichy. Per questo l’area a Sud della Francia fu chiamata Repubblica di Vichy.

Il 18 giugno generale francese Charles de Gaulle lanciò da Radio Londra il primo appello alla resistenza contro il potere nazista. Al momento dello scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939, alla vigilia dell’entrata in guerra della Francia, de Gaulle aveva sottolineato l’insufficienza della difesa, ma non era stato preso in considerazione. De Gaulle fu promosso generale di brigata il 6 giugno 1940 e nominato sottosegretario di Stato alla Difesa nazionale.

De Gaulle, che si era opposto all’armistizio con i tedeschi, aveva lasciato la Francia per la Gran Bretagna il 15 giugno 1940.

Intanto l’Unione Sovietica aveva occupato la bessarabia delle Repubbliche baltiche è attaccato la Finlandia dopo un duro conflitto.

Europa a metà del 1940

A metà del 1940 la guerra sembra quasi finita. La Germania controlla l’Europa. Come possiamo vedere dalla cartina la Germania possiede una parte considerevole dell’Europa centrale e dell’Europa del nord. Ma non dimentichiamo che è alleata della Spagna, perché ha aiutato il generale Francisco Franco a prendere il potere, ed è alleato anche dell’Italia.

Praticamente quasi tutta l’Europa è sotto il suo controllo.

L’Europa nel 1940

La battaglia di Inghilterra, la prima sconfitta di Hitler

Re Giorgio IV e il primo ministro Winston Churchill

Con gran parte dell’Europa nelle sue mani, Hitler vorrebbe firmare un accordo di pace con l’Inghilterra. Era già accaduto nel 1938 a Monaco che l’Inghilterra ratificasse le sue conquiste territoriali. Pertanto il Fuhrer propose al governo di Londra un nuovo accordo.

Il sovrano inglese è re Giorgio IV e il primo ministro è il conservatore Winston Churchill. Churchill che già aveva espresso il suo disappunto dopo la conferenza di Monaco è sempre più deciso a non negoziare nulla con il dittatore nazista. Egli rifiuta categoricamente ogni accordo.

Nel suo primo discorso come primo ministro Churchill invitò gli inglesi a difendere la propria patria. Il discorso venne pronunciato nei giorni difficili della seconda guerra mondiale quando la furia bellica dei nazisti imperversava in Europa.

Dico al Parlamento come ho detto ai ministri di questo governo, che non ho nulla da offrire se non sangue fatica lacrime e sudore. Abbiamo di fronte a noi la più terribile delle ordalie. Abbiamo davanti a noi molti mesi di lotta e di sofferenza.

Voi chiedete: qual è il nostro obiettivo? Posso rispondere con una parola Vittoria! Vittoria a tutti i costi. Vittoria malgrado qualunque terrore punto Vittoria per quanto lunga e dura possa essere la strada, perché senza Vittoria non c’è sopravvivenza.

Winston Churchill – primo discorso come primo ministro – Camera dei Comuni

Dal momento che l’Inghilterra si rifiutò di scendere a patti con la Germania, Hitler decise di attaccare l’Inghilterra. Si rese conto però che attaccare via mare non era sensato in quanto la flotta inglese era di molto superire alla flotta germanica.

I tedeschi decisero quindi di percorrere la via del cielo.

Lo scontro tra RAF, la Royal Air Force britannica a la Luftwaffe, l’aeronautica tedesca, passò alla storia come la battaglia di Inghilterra. Il mondo assistette così alla prima grande battaglia aerea della storia. La Germania attaccò i cieli inglesi con bombardamenti a tappeto. Inizialmente gli obiettivi erano di tipo militare, ma ben presto vennero colpite anche molte città.

Mentre le vedette scrutavano il cielo, i londinesi si rifugiavano nelle gallerie della metropolitana.

L’intenzione di Hitler era quella di fiaccare la resistenza inglese con i bombardamenti, ma l’Inghilterra resistette e la battaglia di Ingliterra segnò la prima sconfitta della prepotenza nazista.

Come mai la RAF prevalse?

Due sonoi motivi principali:

  • RADAR: l’Inghilterra potè contare su una tecnologia innovative. Infatti gli inglesi disponevano del radar, uno strumento in grado di segnalare l’arrivo di aerei anche al buio.
  • DETERMINAZIONE: la popolazione inglese, unita al suo governo e al suo sovrano resistette all’attacco nazista.

E mentre l’Inghilterra deve fare i conti con i danni causati dai bombardamenti, Hitler è costretto ad abbandonare l’idea di invadere l’Inghilterra.

Un aereo tedesco abbattuto e le macerie a Londra

Italia in guerra

Quando Hitler invase la Polonia, Benito Mussolini era rimasto spiazzato: non si aspettava che il suo agguerrito alleato avrebbe iniziato la sua politica aggressiva così presto!

Dopo l’attacco compiuto dai fascisti in Etiopia, Mussolini sapeva che l’esercito italiano non era pronto per affrontare una guerra; serviva ancora del tempo! Il Duce aveva bisogno di aspettare almeno un paio d’anni. Era però legato alla Germania dal Patto d’accaio. Scelse così di dichiarare la “non belligeranza”, cioè sosteneva la guerra ma per ora non l’Italia prendeva parte attiva nel conflitto. La formula era ambigua, lui intendeva non entrare in guerra senza però restare neutrale.

Questa era l’intenzione del Duce nel 1939.

Ma nel 1940, colpito dai successi della Germania, Mussolini decise di entrare in guerra, decise di avviare una guerra parallela alla guerra nazista, la guerra fascista.

Il duce era certo che la vittoria tedesca fosse inevitabile e che l aguerra si sarebbe conclusa a breve con la vittoria tedesca. Per questo ritenne necessario entrare in guerra prima della vittoria nazista: non voleva rischiare di perdere l’occasione di sedersi al tavolo dei vincenti. Dichiarò quindi di essere disposto a mettere “qualche migliaio di morti” da far pesare sul tavolo delle trattative.

Quindi il 10 giugno del 1940 Mussolini decise di entrare in guerra e attaccò l’agonizzante Francia. L’attacco italiano cosnistette in una serie di disordinate offensive lungo la frontiera che furono efficacemente contrastate dall’esercito francese. Ma la Germania impose alla Francia di arrendersi anche all’Italia e il 22 giugno fu firmato l’armistizio.

La strategia di Mussolini era quella di una guerra parallela a quella già avviata da Hitler con l’obiettivo di ampliare il potere italiano sui Balcani e sul Mediterraneo. Dopo l’attacco alla Francia, Mussolini decise di attaccare la Grecia, il 29 ottobre del 1940, senza avvertire l’alleato tedesco. L’attacco alla Grecia partì dalle postazioni albanesi.

Successe però un fatto che Mussolini non aveva previsto: la Grecia resistette e i reparti italiani dovettero piegare in Albania. E fu così che il Regio esercito italiano si ritrovò in ritirata a doversi porre sulla difensiva con un grande sacrificio di italiche vite umane.

Ma la strategia italiana subì un duro colpo quando nel marzo del 1941 le truppe inglese sbarcarono a Salonicco in Grecia.

Hitler aveva guardato con diffidenza gli attacchi italiani, ma venne messo in allarme dallo sbarco inglese: temeva infatti di perdere il controllo sui Balcani, che erano al centro delle sue mire espansionistiche.

Così il 6 aprile del 1941 Hitler decise di invadere la Jugoslavia per garantirsi il controllo sui Balcani. Quando le truppe tedesche si unirono a quelle italiane, l’esercito nazifascista riuscì a respingere gli inglesi. La Grecia fu occupata e venne posta sotto l’amministrazione italo-tedesca.

L’intera operazione non durò più di un mese e si concluse con il controllo di Hitler sui Balcani sulla Romania, ricca di petrolio sull’Ungheria e sulla Bulgaria.

Italia fascista perse il controllo della Jugoslavia e dimostrò chiaramente di non essere in grado di condurre una guerra autonoma dalla Germania. Tutta l’operazione balcanica sancì quindi, in maniera inequivocabile, la subordinazione della politica militare italiana a quella tedesca.

Campagna d’Africa

Anche sul Mediterraneo e sul fronte africano la guerra parallela si trasformò, di fatto, in una guerra diretta dalla Germania. Le armi italiane risultarono inferiori anche in quest’ambito, sia in campo aeronavale che nei mezzi corazzati. Sul Mediterraneo la pur efficiente flotta italiana cercò invano di contrastare la supremazia aerea navale britannica. Le offensive italiane nella Somalia britannica e in Egitto furono bloccate e si conclusero con la perdita della Cirenaica nel febbraio del 41.

Nell’africa orientale le truppe britanniche arrivarono ad occupare la capitale dell’Etiopia nel 1941. Il negus venne restaurato sul trono con la conseguenza che l’impero italiano di Africa orientale si potè così considerare concluso.

Sul fronte libico egiziano le truppe corazzate tedesche del generale Rommel riuscirono a reggere il confronto con gli inglesi. Le truppe italo-tedesche condussero un’offensiva che consentì loro di respingere gli inglesi oltre il confine egiziano.

1941

Nella seconda metà del 41 avvennero due fatti particolarmente importanti che impressero alla guerra una svolta decisiva:

  • l’attacco tedesco all’Unione sovietica
  • l’entrata degli Stati Uniti nel conflitto.

L’operazione Barbarossa

Operazione Barbarossa, così si chiamava il piano di invasione dell’Unione sovietica. Hitler non aveva mai nascosto la sua intenzione di invadere le terre di Stalin. Il piano era stato definito già nel dicembre del 40. Si ricordi che il patto di non aggressione firmato nel ’39 rispondeva ad esigenze puramente tattiche e l’invasione dell’Unione sovietica rientrava naturalmente nella strategia del nazismo.

Hitler considerava l’est europeo come un territorio abitato da popoli inferiori; era quindi meta privilegiata per la conquista dello spazio Vitale tedesco.

Inoltre l’Unione sovietica era la patria del comunismo, un’ideologia contro la quale Hitler aveva condotto sin dall’inizio la sua crociata.

Inoltre l’Unione sovietica era particolarmente importante per le risorse:

  • il grano,
  • il petrolio,
  • braccia da sfruttare per il lavoro.

Queste risorse rappresentavano per la Germania una condizione necessaria per poter continuare il conflitto.

Questi elementi ci aiutano a comprendere perché l’invasione dell’Unione sovietica non fu una normale campagna militare ma fu strutturata come una vera e propria guerra di sterminio. L’attacco all’URSS assunse infatti i caratteri della guerra di sterminio e non della campagna militare.

Il 22 giugno 1941 i tedeschi entrarono in Russia; la strategia di guerra era la consolidata sempre la Blitzkrieg, la Guerra lampo.

Direttrici d’attacco dell’operazione Barbarossa

Nel settembre 1941 la Germania ha conquistato:

  • Repubbliche baltiche
  • Ucraina
  • Bielorussia

Con la conquista di tali territori Hitler ha messo a disposizione del Reich un terzo delle terre produttrici di grano e metà delle risorse minerarie dell’Unione sovietica.

A settembre 41 il terzo Reich, l’Impero di Hitler, raggiunse la sua massima espansione.  

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/215/l-invasione-dell-unione-sovietica

L’avanzata nazista si bloccò in autunno. Il fronte orientale andava da Leningrado al Mar Nero.

Stalin non si aspettava così presto l’attacco tedesco e l’Armata si era trovata impreparata. Questo provocò, in una prima fase, uno sbandamento dell’esercito. La debolezza delle forze armate russe era da attribuire alle “purghe staliniane”. Le grandi purghe furono una vasta repressione avvenuta nell’URSS nella seconda metà degli anni trenta, voluta e diretta da Stalin per ripulire il partito comunista da presunti cospiratori.

Le purghe avevano colpito anche moltissimi ufficiali dell’esercito russo che si trovò quindi in grossa difficoltà.

https://www.museodelcomunismo.it/glossario-comunismo/purghe-staliniane

In autunno la Russia contava

  • 3 milioni di soldati morti o feriti
  • 3 milioni di prigionieri

Ma nonostante la violenza con cui i tedeschi affrontarono questa invasione, la Russia resistette. Infatti l’esercito, pur in difficoltà, non venne sconfitto. Le tattiche utilizzate contro l’esercito di Hitler furono:

  • Terra bruciata – I russi bruciarono le terre per evitare che l’esercito tedesco trovasse rifornimenti.Una strategia analoga era stata usata durante l’invasione della Russia operata da Napoleone.
  • Guerriglia – Le azioni di guerriglia dei partigiani disorientarono l’esercito tedesco. I partigiani conoscevano il territorio meglio degli invasori e avevano una motivazione altissima alla difesa delle loro terre.
  • Riorganizzazione – L’esercito russo si riorganizzò e lanciò una controffensiva, che fece retrocedere l’esercito nazista.

Inoltre l’inverno russo congelò la situazione.

La resistenza russa

Le streghe della notte

Streghe della Notte fu il soprannome col quale vennero definite le donne pilota del 588º Reggimento bombardamento notturno. Le avevano definite Nachthexen, streghe della notte, i soldati tedeschi che si erano trovati sotto il fuoco notturno di questi velivoli. Caratteristica di questa unità militare fu di essere composta esclusivamente da donne. L’unità venne formata su iniziativa di Marina Raskova e condotta dal maggiore Evdokija Davidovna Beršanskaja. L’avanzata tedesca stava mettendo in ginocchio Russia. Contro l’invasore i russi si impegnarono in quella che è stata definita La grande guerra patriottica.

Ritanna Armeni, Una donna può tutto, ISBN: 8868338106, Casa Editrice: Ponte alle Grazie, Pagine: 240

Sinossi
Le chiamavano Streghe della notte. Nel 1941, un gruppo di ragazze sovietiche riesce a conquistare un ruolo di primo piano nella battaglia contro il Terzo Reich. Rifiutando ogni  presenza maschile, su fragili ma agili biplani, mostrano l’audacia, il coraggio di una guerra che può avere anche il volto delle donne.
La loro battaglia comincia ben prima di alzarsi in volo e continua dopo la vittoria. Prende avvio nei corridoi del Cremlino, prosegue nei duri mesi di addestramento, esplode nei cieli del Caucaso, si conclude con l’ostinata riproposizione di una memoria che la Storia al maschile vorrebbe cancellare.
 Il loro vero obiettivo è l’emancipazione, la parità a tutti i costi con gli uomini. Il loro nemico, prima ancora dei tedeschi, il pregiudizio, la diffidenza dei loro compagni, l’oblio in cui vorrebbero confinarle.
Contro questo oblio scrive Ritanna Armeni, che sfida tutti i «net» della nomenclatura fino a trovare l’ultima strega ancora in vita e ricostruisce insieme a lei la loro incredibile storia.
È Irina Rakobolskaja, 96 anni, la vice comandante del 588° reggimento, a raccontarci il discorso, ardito e folle, con cui l’eroina nazionale Marina Raskova convince Stalin in persona a costituire i reggimenti di sole aviatrici. È lei a descriverci il freddo e la paura, il coraggio e perfino l’amore dietro i 23.000 voli e le 1100 notti di combattimento. E a narrare la guerra come solo una donna potrebbe fare: «Ci sono i sentimenti, la sofferenza e il lutto, ma c’è anche la patria, il socialismo, la disciplina e la vittoria. C’è il patriottismo ma anche l’ironia; la rabbia insieme alla saggezza. C’è l’amicizia. E c’è – fortissima – la spinta alla conquista della parità con l’uomo, desiderata talmente tanto – e questa non è retorica – da scegliere di morire pur di ottenerla».

Usa in guerra

Il 7 dicembre 1941 il Giappone attacca, senza preavviso, senza aver inviato la dichiarazione di guerra, il porto di Pearl Harbour alle Hawaii.

Le perdite sono gravissime:

  • 16 navi distrutte,
  • più di 2500 tra morti e feriti.

L’8 dicembre USA e Inghilterra dichiarano guerra al Giappone.

Il 12 dicembre Germania e Italia dichiarano guerra agli USA.

Da quel momento la guerra si configura come Guerra Mondiale. Le nuove alleanze vedono USA URSS Ge Gran Bretagna contro Germana e Italia.

Gli Stati Uniti riorganizzano la loro industria in funzione dell’economia bellica: viene potenziata l’industria pesante grazie ad un accordo tra imprenditori, governo, sindacati.

Tra il 1940 e il 1945 negli Stati Uniti vengono prodotti:

  • 300 mila aerei
  • 86 mila carri armati
  • 71 mila navi da guerra
  • 3 milioni di mitragliatrici

1942

Le forze dell’Asse ebbero all metà del 1942 la loro massima espansione. La coalizione nazi-fascista comandava su due milioni e mezzo di chilometri quadrati e su circa 250 milioni di persone.

Fu uesto il periodo in cui si scatenò in Europa l’inferno dello sterminio degli ebrei. Vedi

1942 – L’Europa sotto il dominio diretto o indiretto della Germania nazista
In blu scuro: Germania, Italia e nazioni alleate o “satelliti”;
in azzurro: territori occupati direttamente dagli eserciti tedeschi o italiani;
in azzurro chiaro: stati non occupati ma dipendenti dalla Germania;
https://it.wikipedia.org/wiki/Fortezza_Europa

Offensiva nel Caucaso

Nel giugno 1942 tedeschi e italiani lanciarono un’offensiva verso le regioni petrolifere del Caucaso.

L’offensiva tedesca venne bloccata a Stalingrado, si combattè fino al febbraio del 1943; ma già con l’inverno del ’42 – ’43 iniziò il declino dell’Asse.

Africa settentrionale

Nell’ottobre 1942 gli USA intervennero anche nell’Africa settentrionale. L’offensiva italo tedesca si bloccò a El – Alamein e si concluse nel maggio del ’43 in Tunisia.

Carri armati nel deserto – Di Chetwyn – https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21480608

1943

Conferenza di Casablanca

Nel gennaio del 1943 Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito si ritrovarono in Marocco alla Conferenza di Casablanca.

Furono presenti 

  • il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, 
  • il primo ministro inglese Winston Churchill,
  • il generale inglese Harold Alexander,
  • i generali francesi Henri Giraud e Charles de Gaulle,
  • il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower.

A Casablanca venen deciso che la guerra si sarebbe fermata solo alla resa incondizionata della Germania.

E mentre a Casablanca si discute, in URSS si resiste.

Nonostante le ingenti forze spiegate dalla Germania, Il poplo russo resiste grazie a:

  • un enorme sforzo economico industriale
  • la mobilitazione della popolazione urbana e rurale, donne, adolescenti e vecchi.

Si pensa che forse proprio la crudeltà e la barbarie tedesca esercitata nei confronti dei russi, stimolarono la reazione di tutti i russi contro l’attacco italotedesco, dando origine ad una guerra patriottica che porterà alla sconfitta delle forze naziste.

Infatti le forze dell’asse furono in parte distrutte, con la la resa dell’armata tedesca e dell’ARMIR (armata italiana). Questa fu la prima ritirata dell’Asse.

Sbarco alleato Sicilia

Il 10 luglio 1943 gli alleati anglo americani sbarcarono in Sicilia.

L’arrivo sul suolo italiano di truppe nemiche portò ad aprire una crisi in seno al regime fascista. Il regime non era più sostenuto né dal Re, né dall’esercito, né dal popolo. E fu così che il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del fascismo votò destituzione di Mussolini 1943, con la conseguente caduta del fascismo.

Il duce venne così arrestato e il nuovo governo era presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio, fedele collaboratore di Mussolini.

Il 25 luglio Badoglio dichiarò che «La guerra continua senza Mussolini», ma segretamente trattava con gli alleati. In Italia si festeggiava la fine del fascismo, ma non si immaginava che per altri due anni si sarebeb combattuto.

Le truppe tedesche, intanto, non fidandosi dell’alleato italiano, cominciano a entrare in Italia.

Le trattative segrete di Badoglio andarono a buon fine, tanto che l’8 settembre 1943 venne annunciato l’armistizio tra Italia e alleati anglo-americani.

In Italia si festeggiava per le strade e sulle piazze. La gente era convitna che laguerra fosse finita, ma la realtà era ben diversa. Badoglio, attraverso la radio parlò agli italiani, ma non diede nessun ordine per difendere Roma, nè diede alcune indicazione ai soldati dell’esercito italiano. I soldati italiani che fino al giorno prima erano alleati dei tedeschi, si ritrovarono loro nemici.

Il 9 settembre gli alleati sbarcarono a Salerno e Badoglio e il Re si rifugiano a Brindisi.

Intanto i Nazisti occuparono il centro nord del paese, bloccando l’avanzata anglo-americana.

Si aprì uno dei periodi più drammatici della storia d’Italia. I soldati che si rifiutarono di arrendersi ai tedeschi vennero trucidati dopo la resa. Tristemente famosa fu la strage di Cefalonia.

https://www.facebook.com/watch/?v=701056697343607

Film – Il mandolino del capitano Corelli

Racconta le vicende dell’esercito italiano a Cefalonia

Il 12 settembre Mussolini venne liberato dai nazisti e condotto a Salò. Hitler decise di fondare la Repubblica Sociale Italiana, uno stato fascista fantoccio, sotto il diretto controllo tedesco.

Il territorio della Repubblica Sociale Italiana

In quel momento in Italia iniziò una seconda guerra: la resistenza al nazifascismo detta anche guerra partigiana.

Il 9 settembre 1943 gli alleati arrivano a Salerno. Qui dovettero affrontare l’esercito tedesco che aveva occupato la penisola. A Napoli la popolazione insorse contro i tedeschi e il primo ottobre gli alleati entrarono a Napoli.

In autunno si definì la linea Gustav a Cassino, che segnava il confine tra il territorio controllato dai nazifascisti e quello liberato dagli alleati.

A Sud della linea Gustav stava il Regno di Italia del Sud col Re Vittorio Emanuele III e il maresciallo Badoglio sotto la guida degli alleati.

Il 13 ottobre ’43 il Regno del Sud dichiarò guerra alla Germania. A Nord la Nuova Repubblica Sociale Italiana era guidata da Mussolini ma era controllata dalla Germania. Le province di Trento Bolzano e Belluno erano controllate direttamente dai tedeschi.

Crisi istituzionale in Italia

Dopo l’8 settembre si aprì un problema istituzionale.

Da una parte c’era il Regno del Sud con IL re e Badoglio, mentre dall’altra c’era il CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale, che intendeva affermarsi come nucleo dirigente della nuova Italia, ma che era privo di vera base sociale.

Gli alleati non riconoscevano il CLN, riconoscevano solo l’autorità di Badoglio. Il CLN non riconosceva il Re perché aveva sostenuto Mussolini e ne chiedeva l’abdicazione. Questo conflitto portò ad un blocco tra le forze di liberazione della penisola.

Svolta di Salerno

Nel 1944 l’intervento di Palmiro Togliatti, segretario del partito comunista, rientrato dall’URSS permise di uscire dall’empasse. La mediazione di Togliatti permise che si realizzasse la “svolta di Palermo”.

Togliatti convinse il suo partito e le altre forze politiche del CLN a superare contrarietà e opposizioni per il bene del paese e a collaborare con il governo Badoglio. Propose quindi di rinviare la questione sul destino della monarchia solo dopo la liberazione avvenuta. Togliatti mise l’accento sul fatto che era importante prima liberare il paese e solo dopo si sarebbe affidata al CLN l’autorità politica per guidare il paese.

Le conseguenze della Svolta di Salerno fecero Sì che il Re Vittorio Emanuele III trasferisse i suoi poteri al figlio Umberto I e che al posto di Badoglio fosse nominato Bonomi, Presidente del CLN, alla guida del governo che comprendeva diversi esponenti dei partiti antifascisti, tra cui Palmiro Togliatti. Da quel momento partigiani goverlo e alleati collaborarono attivamente alla liberazione dell’Italia.

L’occupazione tedesca in Italia

Hitler aveva bisogno che in Italia ci fosse un potere fascista. Alla Germania infatti serviva sia la manodopera italiana che la collaborazione di un governo per mantenere la forma dell’Asse. Le forze armate tedesche non ertano in grado di gestire l’Italia con la forza.: questo sia per non perdere credibilità a livello internazionale che per le risorse militari che sarebbero state necessarie.

Il controllo diretto con sfruttamento e terrore sarebbero stati troppo onerosi per Hitler; il Fuhrer optò quindi per attivare una collaborazione col governo della Repubblica di Salò e non assumere il dominio militare della penisola.

L’ambasciatore del Reich in Italia cercò di influire sull’opinione pubblica con la stampa e la propaganda perchè l’Italia era strategicamente importante. I nazisti assunsero quindi il controllo del territorio attraverso il governo fascista.

Ma questo non impedì ai tedeschi di far arrivare in Italia le loro istituzioni come la Wermacht, l’esercito tedesco, le SS le forze di polizia di Hitler e la Todt, le imprese di costruzioni tedesche. E anche se l’Italia era alleata, l’azione repressiva della Wermacht e delle SS fu particolarmente feroce in Italia.

Repubblica di Salò

Si trattava di un governo fantoccio che non aveva autonomie ma che fu molto repressiva nei confronti di ogni espressione di dissenso. Una delle prime azioni che ordinò fu la condanna dei membri del Gran Consiglio del Fascismo che avevano destituito Mussolini.

Gli italiani non avevano gran voglia di collaborare con i tedeschi, ma le imprese italiane collaborarono con le tedesche con l’obiettivo di salvare le proprie aziende. Ma se collaborò la borghesia non collaborarono invece le popolazioni. Il reclutamento di manodopera volontaria per la Germania fu fallimentare e gli unici lavoratori italiani all’estero furono prigionieri o da partigiani arrestati. Ebbe poco successo il tentativo di costruire un esercito nazionale fascista. Nel 1944, alla chiamata di leva, si ingrossarono le file dei partigiani.

Affiancati all’esercito nazista c’erano le Brigate Nere e la Guardia Nazionale Repubblicana, le camicie nere del fascismo.

Conferenza di Teheran

Tra iil 28 novembre e l’11 dicembre del 1943, a Teheran si incontrano i tre grandi della seconda guerra mondiale:

  • Iosif Stalin, per l’Unione Sovietica,
  • Franklin D. Roosevelt, per gli Stati Uniti d’America,
  • Winston Churchill per il Regno Unito.

In quell’occasione decidono

  • l’apertura di un nuovo fronte in Europa,
  • la divisione della Germania dopo la conclusione del conflitto.

La conferenza era identificata nei documenti con il nome in codice “Eureka”.

Sbarco in Normandia

www.youtube.com/watch?v=mY5c0Wq9F3w

Lo Sbarco in Normandia fu l’operazione aeronavale comandata dal generale Dwight Eisenhower.

Il 6 giugno 1944 le truppe anglo americane sbarcano in Normandia. Il numero dei soldati è così elevato che travolge le difese tedesche.

L’esercito alleato libera prima il Belgio, poi la Francia. Il 19 agosto gli alleati entrano a Parigi.

Film sullo sbarco in Normandia

Il giorno più lungo (The Longest Day) è un film di guerra del 1962 basato sull’omonimo saggio storico del 1959 di Cornelius Ryan sullo sbarco in Normandia durante la seconda guerra mondiale.

Salvate il solato Ryan (Saving Private Ryan) è un film del 1998 diretto da Steven Spielberg., che con questo film vinse l’Oscar per la miglior regia. Il film è ispirato alla vera storia dei Fratelli Niland ed è ambientato in particolare nei giorni del D-Day, il giorno dello sbarco in Normandia.

Di grande interesse sono i primi 24 minuti del film, che dipingono in maniera cruda e realistica lo sbarco dei soldati a Omaha Beach.

Fine della guerra

Mentre gli alleati muovono da Ovest, l’Armata rossa avanza da Est fino a Varsavia prima e verso la Germania poi. I russi rioccupano le Repubbliche Baltiche. Intanto i paesi satelliti del Reich, Ungheria, Bulgaria e Romania, firmano armistizio con i sovietici.

La Jugoslavia insorge vittoriosamente contro i tedeschi e la Grecia viene occupata dagli inglesi.

Di fronte all’imminente e ormai inevitabile disfatta Hitler ordina la mobilitazione generale, non intende arrendersi. Intensifica lo sfruttamento e il terrore; morte e distruzione aumentano vertiginosamente.

L’aviazione angloamericana intanto prosegue i bombardamenti a tappeto sulla Germania. Molte città sono ridotte ad un cumulo di macerie.

Dresda
  • Nella primavera del ’45 la stretta finale portò alla conflusione del conflitto.
  • Il 13 aprile gli alleati occuparono Vienna.
  • Il 25 aprile ’45 avvenne l’incontro tra russi e angloamericani sul fiume Elba.
  • Il 28 aprile Mussolini venne arrestato e fu ucciso dalla folla.
  • Il 30 aprile Hitler si toglie la vita.
  • Il 2 maggio i russi entrano a Berlino.
  • L’8 maggio LA Germania firma la resa, senza condizioni.

Sul fronte Pacifico

I kamikaze giapponesi continuavano le azioni di guerriglia contro le navi americane. Gli Stati Uniti si erano imposti sul Giappone dal momento che la superiorità di mezzi degli americani era assoluta. Ma sembrava che nulla riuscisse a interrompere lo stillicidio di navi nel Pacifico causato dai kamikaze giapponesi.

Truman, eletto presidente dopo Roosevelt, dopo aver inviato un Ultimatum al Giappone, decide di lanciare bomba atomica. Il 6 agosto 1945 venne colpita Hiroshima e il 9 agosto Nagasaki. Più di 100 mila fuono i morti in quei giorni, ma le conseguenze della bomba atomica duranono anni.

Il 2 settembre 1945 venne firmata la resa del Giappone.

Bilancio del conflitto

La seconda guerra mondiale provocò più di 50 milioni di vittime, la metà dei quali erano civili. Questo accadde perchè durante tutta la guerra gli aerei bombardarono le città. I bombardamenti erano terribili perchè minavano i nervi, terrorizzavano molta più gente di quanta ne uccidessero, didtruggevano le risorse.

Oltre alle vittime questa guerra contò circa 40 milioni di persone sradicate dalle loro terre

Fu una guerra di sterminio che portò alla morte di 6 milioni gli ebrei. Hitler organizzò un genocidio, eliminazione di un’intera etnia. Ma, oltre agli ebrei, il nazismo uccise mezzo milione di zingari. Da non dimenticare neppure che anche in Russia e in Giappone furono compiute violenze inaudite.