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Pasqua – racconto di Grazia Deledda

La Pasqua in Sardegna raccontata da Grazia Deledda

Le usanze e le ricorrenze tipiche della Pasqua nella tradizione sarda sono descritte in varie opere di Grazia Deledda, scrittrice nuorese Premio Nobel per la Letteratura.

La mattina del Sabato Santo, Apollonia Fara balzò dal suo gran letto di legno a baldacchino, quando l’alba cominciava a mettere un glauco riflesso sull’unico vetro del finestruolo. Unico vetro grossolano, ma stupendo per il piccolo quadro che ci si vedeva; un paesaggio che nella freschezza chiara e quasi sbiadita dell’incipiente primavera pareva dipinto dal Poussin: una falda di collina, un ruscello azzurro e tortuoso e alberi radi pittoreschi, i cui rami, verdi di musco, cominciavano ad ornarsi di foglioline tenere: ed erba, erba dappertutto, bassa erbetta chiara che dava una impressione di purezza e d’innocenza a chi guardava.

Mentre indossava il suo costume giallo e rosso, Apollonia osservò il cielo attraverso il vetro, poi andò a guardare entro una corba intessuta d’asfodelo, colma di farina lievitata fin dalla sera prima, e sulla quale ella aveva segnato col dito la santa croce. La farina s’era un po’ sollevata intorno a questo, segno di buon augurio.

La giovine donna prese la corba sulle braccia bianche robuste e la portò nell’attigua cucina: impasto la farina, poi accese il forno e preparò il caffè. A misura che il giorno schiarivasi roseo e tiepido, Apollonia pensava con trepidanza:

— Egli verrà alle otto, forse alle nove, forse più tardi, forse domani. O Gesù mio, piccolo Gesù Cristo mio! Bene, non ci voglio neppur pensare, venga quando vuole.

Ma suo malgrado ricadeva nel solito pensiero.

La persona di cui ella aspettava e temeva la venuta era il giovine Vicario, che doveva visitar le case del paese, per la benedizione pasquale. Il giovine Vicario era stato, qualche anno prima, fidanzato con Apollonia, ma ella lo aveva abbandonato per sposarsi con un ricco pastore. Il giovine, pazzamente innamorato di lei, aveva tentato suicidarsi, sparandosi una revolverata al fianco; salvato a stento, egli, poi, s’era fatto prete.

Da poco tempo era tornato in paese col titolo di Vicario, ed ogni volta che vedova Apollonia diventava un po’ pallido. Ella lo guardava con indifferenza; quella mattina però sentiva un certo fastidio nel pensare che egli sarebbe entrato nella sua casa per benedire il suo pane ed il suo letto ancora infecondo: e quando spalancò il finestrino per guardare la processione che passava salmodiando, e vide il viso magro e spaventato del Vicario, si turbò.

Rimase tuttavia a guardare: precedeva la processione una Madonna bruna con sette spade confitte nel cuore, che andava in cerca del Figliuolo morto; seguiva lo stendardo di broccato verde venivano poi i musicisti paesani e le donne vestite a lutto.

Quando tutto sparì in fondo alla strada campestre, Apollonia ritornò al suo forno ed alla sua farina impastata, della quale fece mirabilmente il pane per la Pasqua, pane bianchissimo, tutto intagliato e traforato; le casadinas, focacce di pasta e di formaggio fresco ingiallito con lo zafferano e certe figurine in forma di bimbi fasciati, di mummie, di uccelli, che per testa avevano un grosso uovo cotto.

Nella casetta deserta e nella campagna soleggiata regnava un profondo silenzio; le campane tacevano, legate per la morte di Nostro Signore, e tutte le cose partecipavano a questo silenzio, in attesa di un arcano avvenimento; solo qualche uccello cominciava a cantare fra le siepi, ma tosto taceva, quasi impaurito dal silenzio che interrompeva.

Le ore passarono ed il Vicario non venne.

Verso le dieci Apollonia sentì come un brivido passare per l’aria; anch’ella ebbe un sussulto e sollevò la testa, ascoltando. Le campane suonarono. E attraverso il loro primo squillo risuonò uno sparo, poi un altro, poi altri tre, poi dieci, poi cento.

Grida e voci di letizia quasi folle accompagnavano il suono delle campane e lo scoppio delle fucilate ripetuto dall’eco della collina.

Frotte di bambini passarono cantando per il villaggio:

Bibu er Deu Pro su dispettu ’e su Zudeu [Vivo è Dio Per dispetto del Giudeo]

Lagrime di gioia mistica velarono gli occhi di Apollonia. Ella finì di cuocere il suo pane, le sue focaccie, i suoi dolci pasquali; e nel pomeriggio ricevette da vicini parenti ed amici, e ricambiò regali di pane, dolci, carne. Ad ogni nuovo regalo ella si compiaceva di confrontare il pane ricevuto con quello fatto da lei, ed era felice di trovare il suo, più bianco e più ben fatto.

Verso sera tornò dall’ovile il marito; tornò sul suo forte cavallo bianco, con una bisaccia colma di latticini, e con due agnelli, uno bianco e l’altro nero, che dovevano servire per il banchetto pasquale. Era ricco, il marito di Apollonia, ma come tutti i mariti ricchi che hanno sposato ragazze povere, era brutto e vecchiotto: nel suo viso giallognolo solo il naso e un po’ della fronte e un po’ delle guance, emergevano fra una nuvola nera, di barba e di capelli arruffati.

Il sabato sera cominciarono le feste pasquali: il ricco pastore invitò a casa sua parenti, amici, vicini, e tutti cantarono, improvvisando canzoni di gioia in onore di Nostro Signore Risorto. Intanto mangiavano le focacce e bevevano vino, assenzio ed acquavite. Manco a dirlo, tutti si ubriacarono, per far dispetto ai Giudei che avevano crocifisso Gesù Nostro.

Anche l’indomani mattina Apollonia s’alzò all’alba, perchè doveva per mezzodì preparare il pranzo pasquale. Man mano che il sole saliva sopra la collina, la giovine donna si turbava nuovamente pensando alla visita del Vicario.

– Ah! oggi verrà, verrà certamente.

Apollonia sa che anch’egli si è alzato all’alba, e, vestito degli abiti sacri, seguito da un uomo con una bisaccia sulle spalle e da un fanciullo con una secchia di acqua benedetta, fa le visite alle quali non ha potuto accudire ieri.

In ogni casa le donne gettano entro la bisaccia pane, focacce, frutta secca e, nella secchia, uova e monete.

Davanti alla casa di Apollonia egli arrivò verso le nove; l’uomo della bisaccia si curvava sotto il peso dei regali avuti, e il fanciullo, con la secchia quasi colma di uova e di monete, pareva avesse attinto ad un pozzo miracoloso.

Il sacerdote entrò senza chieder permesso nella casa di Apollonia, e per la prima volta dacchè rivedeva la giovine donna, non impallidi, mentre impallidiva lei.

“Avrebbe egli benedetto o maledetto la casa dove viveva felice colei che lo aveva condotto fin sul limitare della morte?”

Ella si faceva questa domanda con una specie di terrore, giacché nei piccoli paesi sardi si crede che i sacerdoti possano, per mezzo del libri sacri, scomunicare e maledire con molta efficacia. Ma bastò che Apollonia guardasse il viso inspirato del sacerdote ed il gesto soave col quale egli prese l’aspersorio lucente e sparse l’acqua santa di qua, di là, di su, di sotto, perché ella si convincesse che anche in cuor suo egli benediceva.

Allora ella apri l’uscio che chiudeva la stanza delle provviste; egli benedisse il pane, le focacce, il frumento, i legumi, il formaggio.

Apollonia sopraccaricò la bisaccia con due grandi pani, cinque focacce, una corona di fichi secchi: poi rientrò col sacerdote in cucina, e timidamente apri l’uscio che dava nella camera da letto.

Dal finestruolo penetrava una vivissima luce d’oro.

Col respiro sospeso, muta e pallida, Apollonia guardò il prete.

Ah! anch’egli s’era fatto un po’ bianco in viso; ma la sua mano soave versava la benedizione sul letto nuziale, augurando fecondità.

Allora Apollonia gettò la sua offerta nella secchia e una lagrima cadde sull’acqua santa, formando un piccolo cerchio nel gran cerchio fatto dalla moneta.

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Giornata IX – Novella II La badessa e le brache del prete

In Lombardia vi era un famosissimo monastero, nel quale si trovavano alcune monache.

Tra queste ce n’era una di sangue nobile e di meravigliosa bellezza, che si chiamava Isabetta.

La giovane donna un giorno si era affacciata alla grata per vedere un suo parente. L’uomo era accompagnato da un bellissimo giovane e Isabetta s’innamorò di lui.

Anche il giovane rimase colpito dalla bellezza della giovane monaca; tra i due si accese quindi il desiderio, ma per molto tempo i due si consumarono d’amore separatamente.

Un giorno al giovane venne in mente di cercare una via per poter andare, di nascosto, dalla monaca di cui era innamorato.

Interpellata, anche lei fu d’accordo e fu così che il giovane andò a trovare la sua innamorata molte molte volte. I due erano molto felici di aver trovato il modo di vivere il loro amore.

I due continuavano a vedersi, ma una notte il giovane fu visto da una delle monache, senza che né lui né Isabetta se ne accorgessero.

La monaca riferì tutto ad alcune compagne.

Le consorelle decisero che era necessario riferire l’accaduto alla badessa, che si chiamava madonna Usimbalda, donna buona e santa, apprezzata sia dalle monache che da tutti quelli che la conoscevano.

Le monache ritennero opportuno che la badessa sorprendesse la giovane mentre era con l’uomo, in modo da non poter negare l’evidenza.

Per questo aspettarono, si divisero le veglie e le guardie, per coglierla sul fatto.

Isabetta, non sospettava nulla.

In una delle notti seguenti lei si accordò con l’amante e le consorelle, che la stavano spiando, si accorsero quando il giovane entrò nella stanza.

Nera notte fonda quando sembrò loro giunto il momento più adatto.

Per questo si divisero in due gruppi: uno si mise a guardia dell’uscio della cella di Isabetta, l’altro andò, correndo, alla camera della badessa.

Bussarono dicendo:

«Su, madonna, alzatevi subito, perché abbiamo trovato che Isabetta si intrattiene con un giovane uomo nella cella».

Ma in quella notte, anche la badessa era in compagnia di un uomo, un prete che, spesso, faceva andare da lei nascosto in una cassa.

Ella, sentendo le parole delle monache e temendo che esse aprissero la porta, immediatamente si alzò e si vestì al buio, come meglio potè.

Credendo di prendere il velo piegato che le monache portavano sul capo, chiamato il saltero, prese invece le brache del prete.

Aveva così tanta fretta che se le gettò sul capo ed uscì fuori, chiudendo rapidamente l’uscio dietro di sé, dicendo:

«Dov’è questa maledetta da Dio?».

Le monache, tutte infervorate e attente a scoprire in fallo Isabetta non guardarono che cosa avesse in testa la badessa.

Usimbalda giunse all’uscio della cella e, aiutata dalle altre, l’aprì.

I due amanti vennero sorpresi abbracciati e rimasero lì immobili, stupiti, non sapendo cosa fare.

Isabetta fu subito presa dalle altre monache e condotta nella sala comune, per ordine della badessa.

Il giovane rimase lì, si vestì aspettando di vedere come sarebbe andata a finire quella vicenda. Era pronto a colpire quante più monache potesse, per liberare e condurre con sé la sua innamorata.

La badessa si mise a sedere al centro dell’assemblea, alla presenza di tutte le monache.

Tutte avevano gli occhi puntati sulla colpevole.

Suor Usimbalda cominciò ad ingiuriarla con violente accuse: le chiese come ella avesse potuto infangare la santità, l’onestà, la buona fama del monastero con le sue opere sconce e biasimevoli, le disse che il discredito sarebbe caduto sul monastero se si fosse saputa la cosa. E aggiunse anche delle minacce gravissime alle ingiurie.

La giovane, vergognosa e timida, sapendosi colpevole, teneva la testa bassa e stava in silenzio, suscitando la compassione delle altre.

Ma con l’aumentare delle minacce della badessa, la giovane alzò il viso.

Vide così quello che la badessa aveva sul capo e notò i lacci che pendevano ai due lati.

Subito si rese conto comprese di che si trattasse.

La giovane allora, rinfrancata, disse:

«Madonna, che Dio vi aiuti, annodatevi la cuffia e poi ditemi ciò che volete».

La badessa, che non comprendeva della colpevole, rispose:

«Che cuffia, svergognata? con che coraggio osi scherzare? Ti sembra di aver fatto cosa su cui si possa scherzare?».

Isabetta le disse nuovamente:

«Madonna, vi prego, annodatevi la cuffia, e poi ditemi tutto ciò che volete».

A quel punto gli sguardi delle monache si voltarono verso la badessa nel momento in cui lei poneva le mani suol suo copricapo: tutte si accorsero del perché Isabetta dicesse così.

In quel momento anche la badessa, si rese conto del proprio errore.

Consapevole di essere quindi stata scoperta a sua volta, Usimbalda combiò repentinamente il tono del discorso.

Cominciò col dire che non era possibile difendersi dagli stimoli della carne e proseguì dicendo che, come era stato fatto fino a quel momento, era importante che ciascuna di loro si concedesse dei momenti di «svago» non appena ne avesse avuto la possibilità, a patto che tutto ciò fosse fatto con prudenza.

E fu così che Usimbalda se ne tornò a dormire col suo prete e Lisabetta venne liberata e potè tornare dal suo amante, il quale, poi, tornò da lei molte volte, a dispetto di quelle che la invidiavano.

Le altre, che erano ancora senza amante, cercarono di arrangiarsi come meglio potevano.

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Giornata VII – Novella IV Tofano e Ghita

Vi era, in Arezzo un ricco uomo, chiamato Tofano. A costui fu data per moglie una bellissima donna, il cui nome era Ghita.

Egli divenne, senza motivo, follemente geloso di lei.

Questa gelosia del marito la turbava moltissimo. La donna decise quindi di farlo soffrire proprio del male di cui egli aveva paura, senza ragione, decise cioè di ingelosirlo davvero.

Essendosi accorta che un giovane, a suo giudizio, molto per bene, la desiderava, lei cominciò ad intendersi con lui, con discrezione.

Si erano già scambiati molte parole e le cose erano tanto avanti che bisognava soltanto passare dalle parole ai fatti; la donna pensò a come fare.

Sapendo che al marito piaceva bere, astutamente lo sollecitò a farlo molto più spesso.

Ogni volta che le piaceva lo spingeva a bere, fino ad ubriacarlo; quando lo vedeva ben ubriaco, lo metteva a dormire e si incontrava con il suo amante.

Aveva tanta fiducia nell’ebbrezza del marito che, non solo aveva l’ardire di portarsi l’amante in casa, ma, addirittura, alcune volte se ne andava a dormire nella casa di lui, che non era molto lontana.

Le cose andarono avanti così per un certo tempo.

Un giorno però, il marito malvagio si accorse che sua moglie, nello spingere lui a bere, non beveva mai.

Sospettò, perciò, che la donna lo facesse ubriacare per poter fare il suo comodo, mentre era addormentato. 

Decise di verificare se ciò che pensava fosse vero.

Trascorse quindi tutta la giornata senza bere neppure un goccio, ma la sera finse di essere l’uomo più ubriaco che fosse possibile, sia nel parlare che nei modi.

La donna, vedendo ciò, ritenendo che non fosse il caso di farlo bere di più, lo mise subito a dormire.

Fatto ciò, come era solita fare, uscì di casa, se ne andò alla casa del suo amante e vi rimase fino a mezzanotte.

Non appena Tofano non sentì più la donna, si alzò, andò alla porta, la chiuse dall’interno e si mise alla finestra, per attendere il ritorno di lei.

Voleva mostrarle che si era accorto delle sue macchinazioni.

Aspettò pazientemente il ritorno della donna.

Quando lei volle rientrare a casa, trovò la porta chiusa. Fu molto sorpresa e dispiaciuta e cercò di aprire la porta con decisione.

Dopo aver aspettato un po’ di tempo, Tofano disse:

“Donna, ti affatichi inutilmente, perché non potrai più tornare qui dentro.

Torna dove sei stata fino ad ora e ti garantisco che non tornerai qui finché non ti avrò svergognata davanti ai tuoi parenti e ai vicini”.

La donna cominciò a pregare il marito affinché le aprisse la porta, per amor di Dio.

Le disse che lei non veniva da dove lui pensava ma che era andata da una sua vicina che doveva trascorrere la notte vegliando. Dal momento che le notti erano lunghe, la donna aveva bisogno di sostegno, non volendo rimanere in casa da sola a vegliare.

Ma le preghiere non servivano a nulla perché quella bestia di uomo voleva che tutti gli aretini conoscessero la loro vergogna, che nessuno ancora conosceva.

La donna, vedendo che le sue preghiere non servivano a nulla, cominciò a minacciarlo dicendo:

“Se non mi apri io ti trasformerò nell’uomo più sventurato tra i viventi!”

E Tofano rispose: 

“E cosa puoi farmi tu?”

 La donna alla quale Amore aveva aguzzato l’ingegno disse: 

“Prima che io debba subire la vergogna di cui tu mi vuoi coprire, io mi butterò nel pozzo che è qui vicino. Quando poi verrò trovata morta, tutti penseranno che tu mi abbia buttata giù mentre eri ubriaco.

Per questo o ti toccherà scappare e perderai tutto quello che hai, oppure sarai messo al bando, oppure ti sarà tagliata la testa per avermi uccisa.” 

Ma le parole della moglie non scalfirono Tofano e quindi la donna disse:

“Io non posso più soffrire questo tuo atteggiamento, che Dio mi perdoni, farai seppellire questo mio corpo che lascio qui.”

Prese quindi una grandissima pietra che era vicino al pozzo e gridando “Iddio Perdonami!” la lasciò cadere dentro il pozzo.

La pietra, cadendo nell’acqua, fece un grandissimo rumore.

Udendo questo tonfo, Tofano credette veramente che la moglie si fosse gettata nel pozzo.

Prese subito un secchio con una fune e, uscito di casa, corse al pozzo per aiutarla.

La donna, che invece si era nascosta vicino alla porta di casa, appena lo vide correre al pozzo, entrò in casa e vi si chiuse dentro.

Andò quindi alla finestra e cominciò a dire:

“Solitamente il vino si annacqua quando qualcuno lo beve e non dopo!”

Tofano, comprendendo di essere stato giocato, tornò all’uscio e, non potendo entrare, disse alla moglie di aprire la porta. 

Lei, smettendo di parlare piano come aveva fatto fino a quel momento, ma alzando il volume della voce, quasi gridando, cominciò a dire:

“Per la croce di Dio, tu non entrerai in questa casa stanotte.

Io non posso più soffrire questi tuoi modi da ubriacone.

Ma è necessario che faccia vedere a tutti che razza di uomo tu sei, e a che ora torni a casa la notte.”

Tofano allora cominciò a dire delle volgarità e a gridare, svegliando per il rumore tutti i vicini, che si alzarono e si affacciarono alle finestre per vedere che cosa fosse accaduto.

La donna, piangendo, disse:

“Questo uomo è colpevole, torna a casa ubriaco la sera, o si addormenta nelle taverne e dopo torna a casa a quest’ora.

Io sono stufa di questa sofferenza, ho sofferto anche troppo, non volendo più soffrire io ho voluto chiuderlo fuori dalla porta per vedere se egli si pentirà dei suoi comportamenti.”

Tofano bestia intanto continuava, gridando, a minacciarla e raccontava l’accaduto.

La donna, da parte sua, diceva ai suoi vicini:

“Vedete che razza di uomo è.

Che direste voi se io fossi nella strada ed egli in casa, come me ora?

Credereste che egli dica il vero?

Egli dice che io ho fatto quello che credo che egli abbia fatto.

Ha creduto di spaventarmi gettando non so che cosa nel pozzo, ma volesse Iddio che ci si fosse gettato per davvero e affogato, finché il vino, che ha bevuto in eccesso si fosse ben bene annacquato.”

I vicini, sia gli uomini che le donne, cominciarono a rimproverare Tofano e a dare la colpa a lui di ciò che diceva contro la donna.

La notizia, in breve, andò di bocca in bocca finché non giunse ai parenti della donna, i quali presero Tofano e gli dettero tante botte che lo ammaccarono tutto.

Poi, andati nella casa di Tofano, presero le cose della donna e con lei ritornarono a casa loro, minacciando il malcapitato.

Tofano, vedendosi mal ridotto, considerando dove l’aveva portato la gelosia, siccome voleva molto bene alla sua donna, mise alcuni amici come mediatori.

Tanto fece che riebbe a casa sua la moglie, alla quale promise che non sarebbe stato geloso mai più.

Le diede, inoltre, il permesso di fare tutto ciò che volesse, ma con prudenza, in modo che egli non se ne accorgesse.

E fu così che il villano matto, dopo il danno, fece il patto.

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Giornata V – Novella II Gostanza e Martuccio

Vicino alla Sicilia c’era un’isoletta chiamata Lipari, dove, non molto tempo prima, viveva una bellissima giovane, di nome Gostanza, nata da una famiglia nobile dell’isola.

Di lei si innamorò un bel giovane valoroso, nativo dell’isola, chiamato Martuccio Gomito.

Anch’ella amava con uguale passione Martuccio e si sentiva bene solo quando lo vedeva.

Il giovane, desiderando sposarla, la fece chiedere in moglie. Ma il padre di lei gliela rifiutò perché Martuccio era povero.

Martuccio, sdegnato per il rifiuto, giurò che non sarebbe mai più ritornato a Lipari, se non quando fosse diventato ricco.

Partì, dunque, da Lipari, divenne corsaro e, costeggiando la Tunisia, derubò i naviganti più deboli.

La Fortuna gli fu favorevole, se solo avesse saputo accontentarsi!

Egli e i suoi compagni, non contenti delle ricchezze accumulate, mentre cercavano di diventare straricchi, furono catturati e derubati da alcune navi saracene. Molti di loro furono uccisi e la loro nave fu affondata.

Martuccio fu condotto a Tunisi, fu imprigionato e viveva in grande miseria.

A Lipari giunse la notizia che tutti quelli che erano sulla nave con Martuccio erano stati annegati.

La giovane, avuta la triste notizia, pensando che il suo amore fosse annegato, decise di morire, ma scelse una modalità alquanto insolita.

Uscita di notte dalla casa del padre, trovò, per caso, una navicella di pescatori fornita di remi e di vela. Salita su di essa, si spinse in mare con i remi: era abbastanza esperta della navigazione, come lo erano tutte le donne dell’isola. Poi gettò via i remi e il timone e si abbandonò al vento.

Sicura di sfracellarsi contro uno scoglio e di morire si sdraiò sul fondo della barca e si coprì il capo con un mantello.

Ma le cose andarono diversamente.

Il giorno seguente, alla sera, grazie al vento e a correnti favorevoli, la barca la portò sulla costa dell’Africa, a cento miglia da Tunisi, in una spiaggia vicina alla città di Susa.

La giovane non si accorse di nulla e rimase sul fondo della barca, col capo coperto, pensando di essere morta.

Per caso, quando la barca urtò contro la spiaggia, vi era una giovane donna di umili origini, che levava dal sole le reti dei pescatori. La donna si meravigliò che una barca fosse giunta a terra con le vele spiegate. Pensò che i marinai si fossero addormentati; si avvicinò quindi alla barca e vide soltanto la giovane che dormiva profondamente.

La chiamò più volte, per farla svegliare. Ben presto capì che la ragazza era cristiana perché parlava italiano. Le chiese come fosse arrivata fin lì, sola soletta.

Gostanza, sentendo parlare italiano, credette di essere ritornata a Lipari, ma, non riconoscendo le strade, domandò alla donna dove ella fosse. La giovane rispose che era a Susa, in Tunisia.

Gostanza, addolorata per non essere morta, si sedette, piangendo, vicino alla barca.

Solo dopo molte insistenze la buona donna riuscì a farsi raccontare tutta la storia e a farle mangiare un po’ di cibo, dato che era digiuna. Gostanza, rifocillatasi, le chiese il suo nome e come mai lei sapesse parlare italiano.

La donna rispose che veniva da Trapani e il suo nome era Carapresa. Il nome udito sembrò a Gostanza di buon auspicio e, scomparso il suo desiderio di morte, senza dare informazioni su di sé, pregò la donna di darle consigli per sapere come dovesse comportarsi una ragazza in quel paese che non era il suo.

Carapresa, messe a posto le reti, coperta Gostanza col mantello, la condusse a Susa, da una buona donna saracena all’antica e di buona indole, sicura che questa l’avrebbe accolta come una figlia. Lì si sarebbe potuta trattenere fino a quando Dio non le avesse mandato una sorte migliore.

L’anziana saracena si commosse per il triste racconto; prese Gostanza per mano e la condusse nella sua casa, dove viveva con diverse donne, senza alcun uomo.

Le donne facevano, con le proprie mani, diversi lavori di seta, di palma, di cuoio. La giovane imparò rapidamente e cominciò a lavorare insieme a loro. Gostanza fu trattata con grande affetto dalla padrona di casa e dalle altre donne che, in breve, apprese anche il loro linguaggio.

Frattanto a Lipari Gostanza era creduta morta.

Il re di Tunisi si chiamava Meriabdela.

Ma un giovane di Granada, potente e nobile, diceva che il reame di Tunisi apparteneva a lui. Quindi questo giovane saraceno di Granada attaccò il re di Tunisi per cacciarlo dal suo regno.

Martuccio Gomito, in prigione, udì queste cose e disse ai suoi compagni che, se avesse potuto parlare con il re, gli avrebbe dato un consiglio che gli avrebbe fatto vincere quella guerra.

La guardia riferì immediatamente la cosa al re che fece chiamare Martuccio per sentire il suo consiglio.

Martuccio ben conosceva il modo di combattere dei saraceni: essi conducevano le battaglie utilizzando soprattutto gli arcieri.

Perciò spiegò al re che bisognava fare in modo che agli avversari mancassero le frecce, mentre i suoi arcieri avrebbero dovuto averne in abbondanza. In questo modo si sarebbe vinta la battaglia.

Martuccio continuò dicendo che bisognava modificare gli archi degli arcieri, preparando corde più sottili di quelle che comunemente si usavano, con le cocche adatte soltanto alle corde sottili. Ma consigliò di fare tutto questo segretamente.

Che cosa sarebbe accaduto? Dopo il lancio degli arcieri nemici e quello dei propri, al momento di raccogliere le frecce, i nemici non avrebbero potuto utilizzare le frecce degli arcieri del re, perché non si adattavano ai loro archi, mentre i soldati del re di Tunisi avrebbero avuto saette abbondanti.

Al re il consiglio di Martuccio piacque molto, lo seguì e vinse la guerra.

Fu così molto grato al giovane che gli rese onori e ricchezze.

La notizia di questi avvenimenti giunse a Gostanza. Lei, che per lungo tempo aveva creduto morto Martuccio Gomito, gioì.

Ella comunicò alla buona donna che la ospitava di voler andare a Tunisi per vedere, con i propri occhi, come stavano le cose.

La donna, imbarcatasi con la giovane, come se fosse stata sua madre, andò a Tunisi a casa di una parente, dove fu ricevuta onorevolmente.

Subito Gostanza mandò Carapresa, che era andata con loro, da Martuccio e gli disse che con lei a Tunisi era venuta anche la sua Gostanza.

Il giovane, lieto per la buona notizia, si recò con lei alla casa dove era ospitata la sua amata.

La fanciulla, come lo vide, quasi morì per la gioia; gli corse incontro, gli buttò le braccia al collo e, senza parole, cominciò a piangere.

Martuccio, sorpreso, rimase un po’ in silenzio, poi, sospirando, disse

“Gostanza mia, sei viva? Per molto tempo ti ho creduta morta e anche a casa tua non si sapeva niente di te”.

Poi l’abbracciò e la baciò teneramente. Gostanza gli raccontò le sue avventure e l’onore che aveva ricevuto dalla gentildonna, che l’aveva accolta nella sua casa.

Martuccio, allontanatosi, andò dal suo signore, gli raccontò tutto e gli chiese il permesso di sposarla secondo la religione cristiana. Il re fece portare molti doni per i due innamorati e li lasciò liberi di fare ciò che volevano.

Martuccio compensò con molti doni la gentildonna che aveva accolto Gostanza. Poco dopo la donna partì, salutata dalla giovane in lacrime. Poi, con il permesso del re, saliti sopra una navicella, portando con loro Carapresa, se ne ritornarono a Lipari, dove furono accolti con grandi feste.

A Lipari il giovane sposò la sua donna con grandi nozze e da quel giorno vissero insieme in pace, godendo del loro amore.

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Giornata VI – Novella IV Chichibio cuoco

Testo parafrasato e semplificato

La novella è tratta dalla sesta giornata in cui si raccontano situazioni spinose che si sono risolte grazie a una battuta di spirito. Il protagonista di questa novella è il cuoco di Currado Gianfigliazzi, Chichibio in quale, per compiacere una donna che gli piaceva, si era messo in una situazione davvero pericolosa!

Neifile, la narratrice di questa novella, esordì dicendo che a volte l’ingegno pronto offriva parole belle e utili a chi parlava, e altre volte la fortuna, aiutava i paurosi e offriva loro parole che essi non avrebbero mai potuto trovare in situazioni tranquille. Voleva dimostrare questo con la sua novella.

Currado Gianfigliazzi era stato un cittadino importante di Firenze, generoso e nobile, che si dilettava a fare vita cavalleresca e andava continuamente a caccia con i suoi cani, trascurando altri suoi impegni.

Un giorno egli, con un suo falcone, aveva ammazzato una gru, presso Peretola. Visto che la gru era bella grassa e giovane, la mandò al suo cuoco veneziano, che si chiamava Chichibio, dicendogli che la arrostisse ben bene per la cena. Chichibio, cuoco abile ma che sembrava un sempliciotto, preparò la gru, la mise sul fuoco e, prontamente, la cominciò a cuocere.

Quando la gru fu quasi cotta e mandava un ottimo profumo, una fanciulla della zona, di nome Brunetta, di cui Chichibio era molto innamorato, entrò in cucina. Sentendo l’odore della gru e vedendola, pregò dolcemente e insistentemente Chichibio di dargliene una coscia.

Chichibio le rispose, cantando e disse:

“Voi non l’avrete da me, Brunetta, voi non l’avrete da me”.

A quel punto donna Brunetta, molto turbata, gli rispose:

“In fede di Dio, se tu non mi dai una coscia della gru, io non datò mai a te quello che tu vorresti da me’’.  

Queste parole di Brunetta mossero … l’animo di Chichibio, il quale per non indispettire la sua donna, staccò una coscia alla gru e la diede a Brunetta. Quindi Chichibio servì, a cena, a Currado e al suo ospite, la gru, senza una coscia. Currado, meravigliatosi di ciò, fece chiamare il cuoco e gli domandò dove fosse finita l’altra coscia della gru. Il veneziano, bugiardo, rispose scaltramente:

“Signor mio, le gru hanno solo una coscia ed una gamba».

Currado allora, alterato, disse:

“Cosa diavolo vuol dire che le gru hanno solo una coscia e una gamba? Ti pare che io non abbia mai visto altre gru oltre a questa?’’

Ma Chichibio continuò:

“Vi garantisco signore che la verità è questa. E quando vorrete vi mostrerò che quello che sto dicendo è vero”.

Currado, per rispetto dell’amico che era a tavola con lui, non volle continuare la discussione, ma disse:

“Poiché tu dici che puoi dimostrare quello che dici nella realtà, dal momento che io non ho mai né visto né udito quello che tu stai dicendo, io voglio aver la prova già domattina. Così sarò contento. Ma ti giuro, sul corpo di Cristo che, se le cose non stanno come tu dici, io ti farò conciare in maniera, che te lo ricorderai per lungo tempo. Ti ricorderai di me per tutta la vita.”

Quella sera il discorso venne quindi interrotto. La mattina seguente al sorgere del sole, Currado si alzò. Nonostante avesse dormito, l’ira causata dal comportamento di Chichibio non era cessata. Pertanto si alzò e comandò che i cavalli gli fossero preparati. Fece salire il cuoco sopra un ronzino e insieme si diressero verso il fiume sulla riva del quale solitamente al mattino si vedevano le gru. Mentre camminava Currado disse a Chichibio:

“Adesso vedremo chi ha mentito ieri sera: se io o tu!”

Chichibio, vedendo che la rabbia di Currado durava ancora e che gli conveniva dimostrare di aver detto la verità, ma non sapendo come fare, cavalcava vicino a Currado con gran paura. Se avesse potuto sarebbe fuggito. Ma non potendo fuggire guardava ora davanti, ora indietro, ora di lato: e quello che gli sembrava di vedere erano tutte gru su due piedi.

Ma quando furono arrivati vicino al fiume, prima che le ebbe viste Currado, Chichibio vide dodici gru, le quali stavano tutte su di una gamba.

È così che sono solite fare le gru quando dormono. Per questo egli, mostrandole rapidamente a Currado disse:  

«Potete ben vedere messere, potete ben vedere che ieri sera vi ho detto il vero. Infatti le gru hanno solo una coscia e un piede. Potete vedere benissimo come stanno quelle là.”

Currado, vedendole disse:

“Aspetta un attimo che ti mostro se di gambe ne hanno due”.

E avvicinatosi a quelle gridò: “Ho ho!”

Al sentire quel grido le gru, dopo aver messo l’altro piede in giù, fecero tutte qualche passo ei cominciarono a fuggire.

Currado dunque si rivolse a Chichibio e disse:

“Che ne dici furbacchione? Ti pare che esse abbiano due gambe?”

E Chichibio, mostrandosi quasi sbigottito, non sapendo egli da dove venisse l’idea rispose:

«Ma messere sì, avete ragione; ma voi ieri sera non gridaste Ho ho! a quella gru. Se voi aveste gridato così ella avrebbe mandato fuori l’altro piede, come hanno fatto queste».

Currado rimase incredibilmente stupido da questa risposta, gli piacque così tanto che la sua rabbia si trasformò in una sonora risata.

“Hai ragione tu” disse “Chichibio hai proprio ragione, avrei dovuto farlo!!

Ed ecco dunque che con la sua pronta e gioiosa risposta la sventura di Chichibio svanì e lui fece pace col suo signore.

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Gabriele D’Annunzio

Gabriele d’Annunzio è uno scrittore, poeta, drammaturgo, militare, politico, giornalista, pubblicitario italiano. È considerato uno dei simboli del decadentismo italiano. Ha combattuto la prima guerra mondiale e nel 1924 è stato insignito dal Re Vittorio Emanuele III del titolo di “Principe di Montenevoso

Perché è famoso?

  • Gabriele d’Annunzio ha saputo esprimere sia i miti che le contraddizioni della moderna società di massa. 
  • Nella sua vita e nelle sue opere ha dato voce a un sogno collettivo di un “vivere inimitabile”. 
  • Con le sue opere il Poeta fu interprete del sentimento della decadenza,  dell’ossessione della vita che fugge e del tempo che corrompe e distrugge ogni cosa.

Gabriele d’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863 da Francesco D’Annunzio e Luisa de Benedictis. Gabriele è il terzo di cinque fratelli. Fin dalla più tenera età emerge la sua grande intelligenza e la sua precocissima capacità amatoria.

Il giovane d’Annunzio

Frequenta il reale collegio Cicognini di Prato, un costoso convitto celebre per severità e rigore. Gabriele è un allievo irrequieto, ribelle e insofferente alle regole collegiali, ma è studioso e brillante, molto intelligente e deciso a primeggiare.

Nel 1879 pubblica, a spese del padre, la sua prima opera di poesie intitolata «Primo Vere». che ottenne un’entusiastica recensione critica sulla rivista romana Il Fanfulla della domenica.

Il successo ottenuto dal primo volume di liriche ha fatto di d’Annunzio l’esordiente più ammirato d’Italia. Ma dopo un anno è necessario mantenere tale successo. Il poeta lavora con estremo impegno alla revisione della raccolta ma trova anche un espediente molto efficace per promuovere la sua opera, rivelando già le sue doti di pubblicitario.

Il 13 novembre del 1880 sulla “Gazzetta della Domenica” di Firenze compare un trafiletto, che commuove l’Italia:

«Gabriele d’Annunzio, il giovane poeta già noto nella repubblica delle lettere, di cui si è parlato spesso nel nostro giornale, giorni addietro (5 novembre) sulla strada di Francavilla, cadendo da cavallo per improvviso mancamento di forze, restò morto sul colpo. Fra giorni doveva uscire la nuova edizione del suo “Primo vere”».

La notizia rimbalza dappertutto e le maggiori testate letterarie italiane piangono «quest’ultimogenito delle Muse», «gioia dei suoi genitori amore dei compagni, orgoglio dei maestri». Si tratta di lacrime inutili. Il poeta, infatti, firmandosi con il nome fasullo di G. Rutini, aveva fornito egli stesso con una cartolina la notizia della propria morte.

Mentre giungono da ogni parte a Pescara condoglianze sbigottite e decine di struggenti necrologi compaiono sulla stampa, d’Annunzio ricompare, come se nulla fosse successo, vivo e vegeto, qualche giorno dopo l’uscita della seconda edizione di Primo vere, che naturalmente, sull’onda dell’emozione, aveva riscosso un immediato successo.
Il colpo da maestro della pubblicità è riuscito perfettamente. 
Fonte: https://www.giuntitvp.it/blog/sguardi-al-cuore-della-letteratura/la-falsa-morte-di-un-poeta-promettente/

Al termine degli studi liceali consegue la licenza d’onore; ma prima di tornare a Pescara, si ferma a Firenze, da Giselda Zucconi, detta Lalla, il suo primo vero amore.

Il periodo romano

Nel novembre 1881 D’Annunzio si trasferisce a Roma per frequentare la facoltà di lettere e filosofia, ma si immerge con entusiasmo negli ambienti letterari e giornalistici della capitale, trascurando lo studio universitario. Non riuscirà a concludere l’università.

Qui collabora con alcune delle testate giornalistiche più in voga, specializzandosi in un genere che lo appassiona: la cronaca rosa ed il pettegolezzo. Teatro delle sue cronache erano tutti gli avvenimenti mondani, ricevimenti, feste dove dava sfoggio di sé alimentando l’immancabile gossip che rende più appetitosa ogni cronaca.

Il giovane Gabriele, che non era nobile di origine, entra nei prestigiosi salotti dell’aristocrazia romana, rendendosi famoso per le cronache quotidiane e gli articoli di giornali, articoli che attiravano la curiosità del pubblico e la soddisfazione di chi vi era descritto.

In uno di questi salotti conosce la duchessina Maria Altemps Hardouin di Gallese, figlia dei proprietari di palazzo Altemps. La ragazza era bellissima, bionda ed alta, orgoglio dei suoi genitori. Maria era senza dubbio il più bel partito di Roma. Quando la giovane incontra Gabriele d’Annunzio rimane affascinata. Lei sognava l’amore come lo aveva appreso dall’ambiente letterario ed artistico che con la madre condivideva e la penna e le parole del giovane scrittore fanno breccia nel cuore della fanciulla.

Maria Altemps Hardouin di Gallese https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Maria_Hardouin.jpg

Una fuga d’amore sancisce la loro unione. Il matrimonio, anche se osteggiato da entrambe le famiglie, viene celebrato. Dal matrimonio nascono tre figli.

Qualche anno dopo dirà:

“…a quel tempo amavo la poesia, ma avrei fatto bene a comprare un libro, che mi sarebbe costato assai meno.”

È da segnalare che già in quest’epoca D’Annunzio è perseguitato dai creditori, a causa del suo stile di vita eccessivamente dispendioso.

D’Annunzio si occupa sempre più di cronaca mondane e riacquista entusiasmo artistico e creativo quando incontra ad un concerto il grande amore, Barbara Leoni, ossia Elvira Natalia Fraternali.

La relazione con la Leoni crea molte difficoltà a D’Annunzio. In quel periodo Gabriele vuole dedicarsi alla sua nuova passione, il romanzo. Per allontanare dalla mente le difficoltà familiari, si ritira in un convento a Francavilla dove elabora in sei mesi uno dei suoi romanzi di maggior successo «Il Piacere».

Nel 1893 d’Annunzio deve affrontare un processo per adulterio, che fa aumentare negli ambienti aristocratici, le avversità nei confronti del poeta.

Anche le difficoltà economiche minano la serenità del poeta. Infatti oltre ai debiti da lui contratti si sommano quelli del padre deceduto il 5 giugno 1893. D’Annunzio intensifica il suo lavoro e, tornato alla solitudine del convento elabora il “Trionfo della morte”.

Eleonora Duse

Nel 1882 d’Annunzio aveva incontrato la fascinosa attrice Eleonora Duse. Lui aveva cercato di sedurla e lei lo aveva rifiutato

Nel 1888 la Duse, dopo aver recitato nei panni della “Signora delle camelie”, rientrando in camerino viene fermata da un giovanotto esile ed elegante

Il loro amore sboccia nel corso degli anni 90. Il legame che i due creano è fatto di amore e di lavoro ed è caratterizzato da periodi di vicinanza e collaborazione e altri di crisi e rotture.

Nel 1898 d’Annunzio affittò una villa trecentesca nei pressi di Firenze la Capponcina, per avvicinarsi a lei.

La rottura fu poi inevitabile, ma la Duse ispirò una parte molto importante dell’opera dannunziana, tale da essere la musa ispiratrice della raccolta poetica Alcyone, la più celebre delle raccolte poetiche dannunziane. Infatti, durante la loro relazione, d’Annunzio scriveva circa 6000 versi al mese.

Alessandra di Rudinì

Dopo la rottura con la Duse il poeta ospita alla Capponcina un’altra donna, Alessandra di Rudinì, vedova Carlotti, con la quale instaura un tenore di vita oltremodo lussuoso e mondano, trascurando l’impegno letterario.

Alessandra Carlotti di Rudinì – immagine di Marzamemi2014 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=64056088

Dopo la rottura con la Duse il poeta ospita alla Capponcina un’altra donna, Alessandra di Rudinì, vedova Carlotti, con la quale instaura un tenore di vita oltremodo lussuoso e mondano, trascurando l’impegno letterario.

Questa nuova relazione favorisce lo snobismo del poeta. Vivendo al di sopra delle sue possibilità d’Annunzio si trova sempre più indebitato al punto di dover fuggire per evitare i creditori.

La sua bella Nike, così era denominata Alessandra Di Rudinì, nel maggio del 1905 Alessandra si ammala gravemente, travolta dal vizio della morfina: D’Annunzio la assiste affettuosamente ma, dopo la sua guarigione, la abbandona. Lo choc per Nike è enorme, tanto che decide di ritirarsi a vita conventuale.

Viaggio in Francia

Le immense difficoltà economiche costringono D’Annunzio ad abbandonare l’Italia e a recarsi nel marzo 1910 in Francia. In Italia era assediato dai creditori, in Francia viene accolto con tutti gli onori dal mondo intellettuale francese. Anche sul fronte femminile d’Annunzio riscuote buoni successi: la giovane russa Natalia Victor de Goloubeff, la pittrice Romaine Brooks, la bellissima danzatrice statunitense Isadora Duncan, la danzatrice Ida Rubinstein, a cui dedica il dramma “Le martyre de Saint Sébastien”, musicato in seguito dal superbo genio di Debussy.

Anche se residente in Francia il poeta resta attivo in Italia: continua a collaborare con “Il Corriere della sera” di Luigi Albertini, dove fra l’altro sono state pubblicate le “Faville del maglio”.

L’esilio francese è stato artisticamente proficuo. Qui si dedica ad opere teatrali e anche cinematografiche.

Allo scoppio della prima guerra si conclude il suo soggiorno francese. La guerra è  considerata da D’Annunzio l’occasione perfetta per esprimere, attraverso l’azione, gli ideali superomistici ed estetizzanti, affidati, sino ad allora, alla produzione letteraria.

D’Annunzio in guerra

Il 14 maggio del 1915 Gabriele d’Annunzio rientra in Italia, inviato dal governo italiano a inaugurare il monumento dei Mille a Quarto, vicino a Genova. Il suo discorso di inaugurazione gli dà l’occasione per fare una orazione interventista e antigovernativa.

La sua voce si unisce quindi al coro urlante degli interventisti. Quando poi l’Italia dichiara guerra all’impero Austro-ungarico, d’Annunzio, non più giovane, vuole arruolarsi. Ma non è più giovane, ormai ha già 52 anni, e quindi si cerca d’impedirglielo, adducendo limiti d’età. la realtà è che l’imprevedibile d’Annunzio fa paura: si temono le sue iniziative. Della sua richiesta si interessa Antonio Salandra, il Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, e così Gabriele può rivestire la sua vecchia divisa di tenente di cavalleria. Viene assegnato al Quartier Generale del Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata; qui ha anche la possibilità di decidere le imprese in cui cimentarsi.

Le prime imprese

Gabriele D’Annunzio, a sinistra, si prepara al volo con il capitano Ermanno Beltramo (a destra) – https://espresso.repubblica.it/opinioni/dentro-e-fuori/2018/04/27/news/il-fante-ungaretticontro-d-annunzio-1.321089

Il volo su Trieste

Volare su Trieste con uno dei primi aerei di legno e tela diviene presto il suo pensiero dominante. Unitosi al tenente pilota Giuseppe Miraglia, a bordo di un apparecchio, il 7 agosto lancia sulla città manifestini tricolori rincuoranti le popolazioni in attesa: «Coraggio, fratelli! Coraggio e fede! Vi state avvicinando alla fine del vostro martirio».

Il volo su Trento

Il 20 settembre vola sopra la città di Trento e lancia dei volantini che proclamano: «Oggi il pugno bronzeo di Dante si stringe sul tuo capo chino, o popolo di Trento. Sorgi e leva lo sguardo… Il nostro amore, armato di tutto punto, avanza contro la compattezza delle tue rocce e dei tuoi ghiacciai…».

In seguito vola ripetutamente sul Trentino, sul Carso, sulla costa istriana, su Pola, insieme con piloti coraggiosi. In questo periodo inventa un grido che è destinato a diventare famoso in tutto il Paese nel periodo fascista: «Eja, eja, alalà»,

La morte in guerra è uno spettacolo comune, ma resta uno spettacolo a cui è difficile abituarsi. D’Annunzio soffre alla morte del suo pilota Giuseppe Miraglia e davanti alla sua salma, all’ospedale della Marina, a Venezia scrive questi passi.

Sopra un lettuccio a ruote è disteso il cadavere. La testa fasciata. La bocca serrata. L’occhio destro offeso, livido. La mascella destra spezzata… Il viso olivastro; una serenità insolita nell’espressione.

L’incidente aereo

La morte sfiora anche lo stesso Gabriele, nel gennaio del 1916. Si stava preparando a sorvolare Trieste assieme a Luigi Bologna. Il tempo è cattivo ed il motore dell’apparecchio non in perfetta efficienza. Ad un tratto, abbassatosi troppo, l’aereo finisce contro un banco di sabbia, nei pressi di Grado. Il poeta è sbalzato dal sedile, nella caduta va a battere l’occhio e la tempia destra contro la mitragliatrice di prua.

D’Annunzio sviene e viene portato in ospedale. per il suo carattere irruente vorrebbe rimettersi in azione senza sottoporsi alle cure opportune. Ma la vista peggiora e l’occhio destro è perduto. Per non perdere anche quello sinistro, deve stare in assoluto riposo.

L’immobilità imposta e l’oscurità che lo avvolge lo portano a creare un altro capolavoro letterario. In questo periodo compone il “Notturno, il Commentario delle tenebre“: scrive le sue riflessioni su striscioline di carta che gli premettono di scrivere alla cieca.

«Ho gli occhi bendati» scrive con mano malferma; «sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi… Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga.
Ho tra le dita un lapis scorrevole…
Sento in tutta la mia attitudine la rigidità di uno scriba egiziano scolpito nel basalto…
Sotto la benda il fondo del mio occhio ferito fiammeggia come il meriggio estivo di Bocca d’Arno…
Non ho difesa di palpebre né altro schermo.
Il tremendo ardore è sotto la mia fronte, inevitabile…
Il sudore salso mi cola fin nella bocca misto alle lacrime delle ciglia compresse.
Ho sete.
Domando un sorso d’acqua.
L’infermiera me lo nega, perché m’è vietato di bevere.
“Tu ti disseterai nel tuo sudore e nel tuo pianto”.
Il lenzuolo aderisce al mio corpo come quello che involge l’annegato stillante di sale, tratto alla riva e deposto su la sabbia sinché non venga qualcuno a riconoscerlo, a chiudergli le palpebre schiumose e a ululare sul suo silenzio…».
 

Bombardamento di Parenzo

Il processo di guarigione è lento; ma appena il poeta è in grado di uscire, ritorna all’azione. L’occhio destro è perso; nonostante questo il 13 settembre si getta al bombardamento aereo di Parenzo insieme al pilota Luigi Bologna. Lui è esperto e si muove sicuro anche in mezzo alla foschia.

D’Annunzio racconta che quando giungono a tiro ….
«tolsi le spine dalle mie bombe da gamba, e cercai di ridurre al silenzio il nemico e la mia sorte… Quando calammo nel canale di Sant’Andrea e rimontammo lo scivolo, mi parve che i miei giovani compagni aspettanti, nel sollevarmi sopra le loro spalle, mi esaltassero alla cima della loro gioventù e all’apice delle loro ali. Ero rinato».
Quest’impresa gli vale la citazione dal Ministero della Marina.

La vita in trincea

Da allora, fino all’estate del 1917, il poeta condivide con i fanti la vita di trincea: gli piace mettersi a contatto con gli umili, sentirne l’anima rude e semplice, specialmente se gli accade di incontrarsi con qualcuno della sua terra. Questo è uno dei suoi racconti.

«Una volta eravamo su per il Veliki, all’assalto. I fanti mordevano l’azzurro. Ma l’azzurro mi rosseggiava.
Mi pareva che tutti avessero il mio cuore per insegna vermiglia.
Ed ecco, odo alla mia sinistra un accento d’Abruzzo, un suono di terra natale.
Il linguaggio natale mi rifluisce alla gola, alle labbra.
Chiamo, grido, interrogo.
M’è risposto.
M’è dato il rude e fiero tu paesano e romano.
“E tu chi si’? E tu chi sei?”.
“I’ so’ d’Annunzio”.
“Tu si’ d’Annunzie? Gabbriele!”.
Lo stupore spalancava la bocca al piccolo fante.
“E chi st’ fa’ a ècche? Vàttene! Vàttene! Si i’ me more, n’n è niende. Ma si tu te muore, chi t’arrefà?».

Molte altre sono le battaglie in cui si distingue e le imprese che compie. Sarà promosso prima capitano e poi maggiore.

Le sue imprese sono viste in modi diversi: da un lato mostrano puro e disinteressato eroismo, dall’altro la bramosia di innalzare la propria personalità, la sua autocelebrazione. Bisogna ricordare che comunque d’Annunzio ha coraggio da vendere e la sfida lanciata al pericolo e alla morte non è retorica.

Questo non toglie che il poeta vuole che la gloria sia clamorosa e abbagliante, per ricavarne il massimo profitto d’immagine.

Dopo la disfatta di Caporetto d’Annunzio sente che tocca a lui infondere coraggio nei giovani della classe 1899, i diciottenni chiamati a vestire la divisa per fermare il nemico che sta invadendo il Veneto.

Bisogna tener duro, «non piegare d’un’ugna»; non basta versare il sangue, non basta offrirsi, non basta morire: bisogna «vivere e combattere, vivere e resistere, vivere e vincere».

La beffa di Buccari

Nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, Gabriele d’Annunzio compie la sua impresa più eroica la «Beffa di Buccari». Lo scopo dell’impresa è quello di infliggere un grave colpo alla Marina Austriaca, nei porti dell’Adriatico.

I protagonisti della beffa Buccari – Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3792426

A notte fonda, su tre piccole motosiluranti (i MAS 94, 95 e 96), gli ideatori dell’impresa, Gabriele d’Annunzio, Costanzo Ciano (padre di Galeazzo Ciano), Luigi Rizzo ed Andrea Ferrarini, si avventurano nelle acque nemiche penetrando nella piccola baia di Buccari, presso Pola.

Lì è stata segnalata la presenza di navi da guerra nemiche. È un rifugio che sembra inattaccabile perché è difeso da potenti artiglierie costiere ed è sbarrato da catene e reti subacquee. Solo un’azione di sorpresa, compiuta da uomini audaci, può raggiungere il successo.

È passata da poco la mezzanotte. Superata Pola, le tre piccole imbarcazioni penetrano nella baia di Buccari, in casa del nemico. Non ci sono navi militari, solo mercantili. I tre decidono di lanciare comunque la loro sfida scagliando i siluri contro quattro navi mercantili; le reti di protezione riducono i danni, ma un piroscafo rimane danneggiato. Per completare l’impresa, gli incursori portano tre bottiglie avvolte in nastri tricolori con dentro un cartello arrotolato. Questo il testo.

«In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile.
E un buon compagno, ben noto – il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro – è venuto con loro a beffarsi della taglia».

La batteria del porto s’illumina al loro passaggio, ma tace. Il nemico è disorientato: non crede possibile tanta temerarietà – le armi di d’Annunzio e dei suoi compagni non sono che due mitragliatrici a prua ed una a poppa.

D’improvviso, quando sono all’altezza di Prestenizze, da qualche posto di vedetta scoppia un tiro di fucileria. Non piegano il capo, rispondono agli spari solo con facezie e invece che accelerare l’andatura, la rallentano. Accendono addirittura il fanale di poppa, per esser visto da una delle tre siluranti, rimasta indietro. Ma non sanno dove sia, non lo vedono nella grande oscurità: allora decidono d’invertire la rotta per tornare indietro a cercarla.

Sprezzanti del pericolo passano nuovamente davanti a Prestenizze, si ricacciano nella morsa del nemico che tace ancora. Quando i siluranti tornano indietro, passando per la quarta volta gli sbarramenti, ridono delle sentinelle sbalordite.

«La nostra piccola bandiera quadrata si muove come una mano che faccia un cenno continuo.
Ha il rosso rivolto verso l’Italia, che mi par di rivedere in sogno, simile a un grappolo premuto o a un cuore pesto.
Ho l’amaro del sale in bocca, come quando nel buio la lacrimazione dell’occhio infiammato mi scendeva fino alla connessura delle labbra arse.
L’alba non è eguale per tutti.
Dall’Italia navighiamo verso l’Italia».

I danni procurati al nemico sono risibili, ma l’impresa di Buccari ha una grande risonanza in Italia, in una fase della guerra in cui gli aspetti psicologici sono sempre più importanti. L’Italia che si sta riorganizzando dopo il disastro di Caporetto, si rinvigorisce all’eco nell’impresa, si risolleva lo spirito della popolazione e dei soldati impegnati sul Piave.

Il volo su Vienna

Gabriele d’Annunzio ha pensato di fare un volo su Vienna già nel 1915. Non ha mai potuto effettuarlo sia perché i Comandi ritengono impossibile fare un volo di mille chilometri, di cui ottocento su territorio nemico, con velivoli che erano dotati di scarsa autonomia.

Ma il poeta non si arrende e il 4 settembre del 1917 d’Annunzio compie un volo di dieci ore senza particolari problemi. Dimostra così che l’impresa è possibile. Il 9 agosto 1918 otto ricognitori della squadriglia «La Serenissima», aerei veloci e con grande autonomia, partono alle 5:50 del mattino.

Nonostante le sfavorevoli condizioni atmosferiche, arrivano sopra Vienna, si abbassano a meno di ottocento metri e cominciano a lanciare centinaia di migliaia manifestini tricolori. Due erano i testi scritti sui volantini.

In questo mattino d’agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata e luminosamente incomincia l’anno della nostra piena potenza, l’ala tricolore vi apparisce all’improvviso come indizio del destino che si volge.
Il destino si volge.
Si volge verso di noi con una certezza di ferro.
È passata per sempre l’ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta.
La vostra ora è passata.
Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina e predominerà sino alla fine.
I combattenti vittoriosi del Piave, i combattenti vittoriosi della Marna lo sentono, lo sanno, con una ebbrezza che moltiplica l’impeto.
Ma, se l’impeto non bastasse, basterebbe il numero; e questo è detto per coloro che usano combattere dieci contro uno.
L’Atlantico è una via che già si chiude; ed è una via eroica, come dimostrano i nuovissimi inseguitori che hanno colorato l’Ourcq di sangue tedesco.
Sul vento di vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremmo osare e fare quando vorremo, nell’ora che sceglieremo.
Il rombo della giovane ala italiana non somiglia a quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino.
Tuttavia la lieta audacia sospende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o Viennesi.
Viva l’Italia!
Questo il testo scritto in italiano da Gabriele d’Annunzio. Il testo piuttosto prolisso e involuto era impossibile da tradurre in tedesco.
VIENNESI!
Imparate a conoscere gli Italiani.
Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate.
Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà.
Noi Italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne.
Noi facciamo la guerra al vostro Governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele Governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d’odio e d’illusioni.
VIENNESI!
Voi avete fama di essere intelligenti.
Ma perché vi siete messi l’uniforme prussiana?
Ormai, lo vedete, tutto il mondo s’è volto contro di voi.
Volete continuare la guerra?
Continuatela, è il vostro suicidio.
Che sperate?
La vittoria decisiva promessavi dai Generali Prussiani?
La loro vittoria decisiva è come il pane dell’Ucraina: si muore aspettandola.
POPOLO DI VIENNA, pensa ai tuoi casi. Svegliati!
VIVA LA LIBERTÀ!
VIVA L’ITALIA!
VIVA L’INTESA!».
Su altri volantini fu stampato questo testo, più semplice e immediato, di Ugo Ojetti, che fu tradotto in tedesco. Fonte https://www.ilpost.it/2018/08/09/volo-vienna-dannunzio/

Sono le 9.20 del mattino. Dagli aerei gli aviatori vedono con chiarezza la popolazione che si riunisce nelle strade, vede il suo fermento. Ma nessun colpo viene sparato dalla contraere. Due caccia austriaci che hanno avvistato la formazione si affrettano ad atterrare per avvertire il Comando, ma non vengono creduti.

I manifestini lanciati sulla città vengono conservati dai Viennesi, in un momento in cui la fame ha stremato anche i cittadini austriaci.

Nel viaggio di ritorno gli aerei volano su Wiener-Neustadt, Graz, Lubiana e Trieste. La pattuglia rientra al campo di aviazione alle 12,40; manca un velivolo, costretto ad atterrare per un guasto al motore.

Il volo diventa ben presto leggenda. Fa enorme impressione anche nemici, sia per l’audacia dell’azione, sia per lo spirito cavalleresco degli Italiani che hanno lanciato manifestini, anziché bombe, sulla popolazione inerme. Gli Austriaci avevano più volte bombardato città italiane, uccidendo dei civili.

A Vienna aspre critiche che giungono da ogni parte contro le autorità. La popolazione non era stata avvisata prima: cosa sarebbe accaduto ai viennesi se gli italiani avessero lanciato bombe invece che volantini?

Anche il volo su Vienna, come la Beffa Buccari, fu militarmente irrilevante. Produce però un’enorme impressione in Italia e nel mondo.

Il 3 novembre, le truppe italiane entrano in Trento e in Trieste; il giorno dopo, l’Austria firma l’armistizio. Nell’esultanza il poeta eleva un encomio altissimo al «Re Vittorioso», e invia alla «Gazzetta del Popolo» di Torino un telegramma.

[ … ] Non ho mai sentito tanto profondo l’orgoglio di essere italiano.
Fra tutte le nostre ore storiche, questa è veramente la più alta. [ … ] Solo oggi l’Italia è grande, perché solo oggi l’Italia è pura fra tante bassezze di odii, di baratti, di menzogne. [ … ]

L’impresa di Fiume

Premesse

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, l’Italia era ancora legata agli Imperi centrali dalla Triplice alleanza. Il trattato però aveva valore esclusivamente difensivo: l’impegno dei firmatari scattava solo in caso di aggressione ai danni di uno dei suoi contraenti da parte di un altro Stato.

Allo scoppio della Grande guerra, l’Italia si era proclamata neutrale, ma nel 15, dopo trattative segrete con entrambe le parti, il 26 aprile 1915 fu firmato il trattato di Londra, all’insaputa del Parlamento. L’Italia si impegnò così a entrare in guerra, contro la Germania e l’Impero austroungarico, entro un mese. In cambio l’Italia avrebbe ottenuto:

  • il Trentino e l’Alto Adige,
  • l’Istria con l’esclusione di Fiume, che nel Patto di Londra l’Italia aveva concesso alla Croazia con una imperdonabile leggerezza
  • la Dalmazia,
  • Valona in Albania
  • le isole del Dodecaneso.

I croati, fin dal 1915, avevano costituito in Francia ed in Inghilterra i cosiddetti “Comitati jugoslavi”. Propagandarono la liberazione delle “Nazionalità oppresse dall’Austria” e svolsero un’abile azione presso le cancellerie di Londra, Parigi e poi anche a Washington, per convincere gli Alleati della necessità di creare quel futuro stato indipendente dei Serbi-Croati-Sloveni qualora l’Austria-Ungheria fosse stata sconfitta. Ma in questo nuovo stato sarebbe stata compresa anche l’intera Dalmazia: questo andava in contrasto con le aspettative dell’Italia, garantite dal Patto segreto di Londra!

Quando nel 1919 gli stati vincitori si trovarono a Versailles gli accordi presi con l’Italia non furono totalmente mantenuti. La responsabilità di questo cambiamento è da attribuire a cause diverse:

  • l’atteggiamento filo-slavo assunto dagli USA
  • la scarsa abilità della diplomazia italiana durante la Conferenza di Pace.

La Conferenza di Parigi si concluse con l’insoddisfazione italiana. Fu proprio d’Annunzio a formulare l’espressione “vittoria mutilata”, una vittoria che lasciava delle questioni sospese.

La nostra delegazione, guidata da Vittoria Emanuele Orlando, s’impegnò nel tentativo di aggiungere all’Istria anche il territorio della città di Fiume. La maggior parte degli abitanti di Fiume erano italiani e nel corso della storia avevano difeso sempre la loro italianità.

A Parigi la diplomazia italiana non ottenne ciò che si era prefissata; la delegazione chiese che i fiumani potessero esprimere il loro parere. Ma i delegati iugoslavi si opposero. Il governo italiano non seppe reagire con forza; Orlando fu sostituito da Nitti, il quale tornò alla Conferenza di Pace per rinunciare a Fiume, poiché l’Italia aveva bisogno degli aiuti internazionali per pagare i prestiti di guerra.

Questa rinuncia fu vista come un tradimento da parte di d’Annunzio e i suoi fedeli.

Mio caro compagno, Il dado è tratto.
Parto ora.

Domattina prenderò Fiume con le armi.
Il Dio d’Italia ci assista.
Mi levo dal letto febbricitante.
Ma non è possibile differire.
Ancora una volta lo spirito domerà la carne miserabile. 
Riassumete l’articolo !! che pubblicherà la Gazzetta del Popolo e date intera la fine !!. E sostenete la causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio- 11 Settembre 1919. – G.D’A.”.

E così il 12 settembre del 1919 Gabriele D’Annunzio, assieme ai suoi legionari, si mise in marcia alla volta di Fiume. Il governo Nitti fu informato dell’azione solo tramite il Giornale d’Italia.

D’Annunzio agì con determinazione senza essersi consultato con le autorità italiane. Non ottenne alcun sostegno dall’Italia, perché il governo italiano non poteva sostenere quella che era, a tutti gli effetti, un’aggressione.

Nitti, incaricò Badoglio di recarsi presso Fiume per riportare l’ordine, quindi sancì il blocco totale degli aiuti e d’Annunzio espresse da subito il rifiuto a qualsiasi negoziato con Nitti.

Il 16 settembre inviò una polemica lettera a Mussolini, fondatore dei fasci di combattimento, contestandogli lo scarso sostegno econimico:

«Mio caro Mussolini, mi stupisco di voi e del popolo italiano. Io ho rischiato tutto, ho fatto tutto, ho avuto tutto. […]
Io ho tutti soldati qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi. È un’impresa di regolari.
E non ci aiutate neppure con sottoscrizioni e collette. […] 
Non c’è proprio nulla da sperare?
E le vostre promesse?
Bucate almeno la pancia che vi opprime, e sgonfiatela.
Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere.
Ma non vi guarderò in faccia.»

D’Annunzio decise che Fiume doveva trasformarsi da stato di fatto a stato di diritto, per poterne rivendicare la sovranità.

La sera del 30 agosto, i cittadini furono convocati al teatro “La Fenice”, per leggere il nuovo statuto sul quale sarebbe stato fondato il nuovo stato: nasceva la Reggenza Italiana del Carnaro.

D’Annunzio e i suoi legionari

Il nuovo governo varò tra l’altro una nuova costituzione incredibilmente avanzata e moderna: “La Carta del Carnaro”.

Carta del Carnaro

È strutturata in 65 articoli divisi in venti capitoli.

La Carta stabiliva:

  • un salario minimo,
  • l’assistenza nell’infermità, nella disoccupazione, nella vecchiaia,
  • il risarcimento del danno in caso di errore giudiziario o di abuso di potere,
  • libertà di pensiero, di stampa, di associazione,
  • libertà per ogni culto, purché non fosse usato come alibi per non compiere i doveri della cittadinanza.

Veniva riconosciuta la proprietà privata, fondata sul lavoro e volta all’utilità sociale.

Il diritto di voto era garantito a tutti, sia uomini sia donne che avessero compiuto vent’anni.

Era previsto per entrambi i sessi, il servizio militare dai 17 ai 52 anni.

Fu istituito un collegio degli edili, scelto tra gli uomini che si distinguevano per gusto estetico, i quali avevano il compito di presiedere le costruzioni e di verificarne bellezza, decenza e sanità. Aveva anche il compito di studiare nuovi materiali quali il ferro, il vetro e le applicazioni artistiche nell’edilizia.

L’istruzione e l’educazione del popolo rappresentavano il dovere più alto della Repubblica. L’istruzione primaria era gratuita e obbligatoria, la scienza e l’arte potevano essere accessibili a tutti coloro che dimostravano capacità d’intenderle e, seguaci e non delle confessioni religiose potevano frequentare le scuole senza alcun pregiudizio.

La Carta Costituzionale, poteva essere riformata in ogni momento se richiesto da 1/3 dei cittadini aventi diritto al voto e tutte le leggi del Parlamento potevano essere sottoposte a Referendum.

Insomma si trattava di una Carta molto moderna, per certi versi molto più avanzata della nostra. Inoltre a Fiume si costituì una Lega che aveva come obiettivo di rappresentare i popoli oppressi e di dar voce alle nazioni coloniali più deboli.

La Carta del Carnaro costituì quindi anche uno dei primi esempi di solidarietà internazionale. Inoltre è importante ricordare che all’interno della città, durante l’occupazione, convivevano gli stessi popoli che al di là di quel confine erano ostili fra loro.

D’Annunzio e i suoi soldati a Fiume

Trattato di Rapallo

Gli stati europei non potevano permettere che l’azione di d’Annunzio proseguisse. Venivano infatti violati accordi internazionali stabiliti durante i trattati di Parigi. Il governo italiano non sapeva risolvere la questione. Fu richiamato Giovanni Giolitti, come presidente del consiglio, e il 12 novembre 1920 venne sottoscritto il Trattato di Rapallo. In esso si dichiarava che:

  • Fiume era stato libero;
  • la Dalmazia, ad eccezione di Zara, fu ceduta agli slavi.

D’Annunzio non accettò il trattato e non si mosse dalla città. Il governo Giolitti allora utilizzò le maniere forti.

Il Natale di sangue

Il 26 dicembre Fiume fu attaccata dall’esercito italiano. Il 27 fu dato l’ultimatum ovvero che se D’Annunzio e i suoi legionari non avessero accettato il trattato, la città sarebbe stata bombardata a tappeto.

Di fronte a questa situazione il poeta-soldato dovette rinunciare al suo progetto e si dimise il 28 dicembre. Il “Natale di sangue” come lo definì D’Annunzio, provocò la morte di 22 legionari, 25 soldati dell’esercito italiano e 7 civili.

Fiume sarà annessa all’Italia solo nel 1924 e, rimarrà italiana fino al 1947.

Effetti dei bombardamenti italiani del Natale 1920

Valore storico e culturale dell’impresa fiumana

L’esperienza fiumana va osservata, oltre che da un punto di vista storico, anche per il suo grande valore culturale. Essa infatti rappresentò un grande laboratorio politico, un momento di massima confluenza e sintesi di una polarità che caratterizzava la scena politica dell’Italia dell’epoca: la contrapposizione tra “destra-sinistra”.

Se guardiamo all’ideologia che emerge dalla carta del Carnaro ci rendiamo conto che si muovevano perseguendo valori come la solidarietà e la giustizia. Il messaggio che arriva a noi oggi è un messaggio di valore perché cerca di sintetizzare tradizione e innovazione, elementi utili anche nella nostra società di oggi.

D’Annunzio pubblicitario

La scrittura creativa dagli albori della Pubblicità ad oggi ha visto ricoprire il ruolo di creativi e pubblicitari moltissimi autori, nomi autorevoli della letteratura italiana e internazionale.

Pensiamo a Fernando Pessoa che scrisse uno slogan per Coca-Cola. Oscar Wilde, Paulo Coelho e Gabriel Garcia Marquez, Nobel per la letteratura, lavorarono per diversi anni come copywriter per l’agenzia pubblicitaria americana “J.Walter Thompson” una delle più famose agenzie pubblicitarie del mondo,.

Ma i letterati di casa nostra non furono da meno: Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Gabriele D’Annunzio collaborarono con diverse agenzie pubblicitarie.

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale d’Annunzio divenne simbolo di una vita elegante. Fu testimonial di molte aziende e di diversi prodotti, contribuendo alla fortuna di molte attività industriali e commerciali. Inventò i nomi di prodotti e imprese, ideò slogan che avrebbero fatto la storia della pubblicità in Italia.

L’automobile è femmina

Fu proprio D’Annunzio a stabilire nel 1926 che l’automobile è di genere femminile. Scrisse una lettera al senatore Giovanni Agnelli pubblicata sulla Rivista FIAT. Lettera che inciderà definitivamente nel settore automobilistico.

Ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice; ha, inoltre, una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza.
Ma, per contro, delle donne ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza.

Il Piave è maschile

Il caso di cambio di genere voluto da D’Annunzio per l’automobile non è unico. Infatti il Piave, fiume importantissimo per la storia italiana, era originariamente femminile: veniva chiamato “la Piave”. Durante al Grande guerra il fiume coincise per più di un anno con il fronte italiano. Qui si consumarono numerose battaglie. In seguito alla vittoria italiana durante la Grande Guerra, D’Annunzio decise di cambiare il genere con cui ci si riferiva al fiume. Per celebrarne la potenza e per consacrarlo “fiume sacro della Patria” da allora venne nominato il Piave.

Velivolo

Gabriele D’Annunzio, provetto aviatore, ideò la parola “velivolo” dal latino velivolus., intendendo un oggetto che sembra volare con le vele. D’Annunzio stesso spiegò la scelta di tale termine.

La parola è leggera, fluida, rapida; non imbroglia la lingua e non allega i denti; di facile pronunzia, avendo una certa somiglianza fònica col comune veicolo, può essere adottata dai colti e dagli incolti”.
D’Annunzio: in una conferenza sul Dominio dei cieli nel 1910

Tramezzino

La parola inglese sandwich viene tradotta in tramezzino (da consumare tra due pasti); la parola è stata inventata da lui ed è poi entrata nell’uso comune.

La Rinascente

Nel 1917 il senator Borletti rileva un grande magazzino che si trovava vicino al Duomo di Milano. Propose a d’Annunzio di trovare un nome adatto per riaprire questo grande magazzino di abbigliamento. Il poeta propone il nome Rinascente proprio per simboleggiare la rinascita del negozio. Il nome è suggerito dal mito dell’araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte. E questo magazzino sarà distrutto poi per ben due volte: la notte di Natale del 1918 venne completamente distrutto da un incendio e nel 1943 venne distrutto durante i bombardamenti.

Vigili del fuoco

In origine, dall’Ottocento, il nome con cui ci si riferiva ai Vigili del Fuoco era “pompieri“, che derivava dal francese sapeur-pompier. Durante il regime fascista, nel 1938, D’Annunzio suggerì di modificare il nome del Corpo Nazionale nato pochi anni prima in “Vigili del Fuoco“, ispirandosi ai vigiles dell’antica Roma.

Saiwa

Nel 1920 l’azienda di Pietro Marchese viene registrata come “S.A.I.W.A.” (Società Accomandita Industria Wafer e Affini). Il nome della società venne coniato da Gabriele d’Annunzio, che lavorò anche ad alcune campagne pubblicitarie. Era solo una piccola azienda genovese ma diventò una delle principali industrie dolciarie italiane.

Sangue Morlacco

Le distillerie Luxardo di Zara, chiesero a d’Annunzio di trovare un nome suggestivo per il loro cherry. Lui si ricordò che la Dalmazia, nel V e VI secolo era abitata dai Morlacchi. Comparvero così nei bar le bottiglie di Sangue Morlacco di un intenso rosso rubino.

Scudetto

Quel triangolino di tessuto tricolore che si applica alle maglie della squadra di calcio che vincono il Campionato si chiama “scudetto”. Il nome fu inventato da D’Annunzio. Il Poeta chiamò “scudetto” il primo triangolino, cucito, dietro sua indicazione, sulla divisa indossata dagli italiani in una partita di calcio organizzata durante l’occupazione di Fiume il 7 febbraio del 1920.

D’Annunzio scrittore e poeta

Adesione all’estetismo

D’Annunzio è uno dei maggiori esponenti del Decadentismo italiano e forse il maggior esponente italiano dell’estetismo, una corrente letteraria e filosofica che si afferma in Europa a metà Ottocento e che pone il culto della bellezza e dell’arte sopra ogni cosa, esaltando la forma più che la sostanza.

Il culto della bellezza formale è l’unico fine dell’arte e l’arte perde così il suo fine sociale e per diventare fine a sé stessa cioè l’arte per l’arte.

Sul piano dei comportamenti individuali gli artisti perseguono il gusto della raffinatezza e dell’eleganza, unite alla ricerca di esperienze e sensazioni straordinarie e inimitabili. Gli esponenti dell’estetismo fanno della propria vita un’opera d’arte.

L’esteta per eccellenza è il dandy. Attentissimo all’eleganza (degli abiti e dei gesti), il dandy è votato alla ricerca del bello e del piacere, disprezzando le regole della morale borghese, ritenuta ipocrita e castrante. D’Annunzio incarna il perfetto esempio di dandy. Un altro esempio autorevole si può trovare in Oscar Wilde.

Estetismo dannunziano 

D’Annunzio fa della propria vita un’opera d’arte. Sempre attento alla preziosità, alla raffinatezza e alla stravaganza. La parola è l’unico specchio in cui può riflettersi la genialità dell’intellettuale-poeta. La sua arte è estremamente raffinata: questo costituisce una garanzia di distinzione rispetto alla mediocrità del pubblico.

Lo scopo della sua vita fu legato quindi al culto del “bello”. Poesia e arte sono quindi concepite come creazione di bellezza fine a sé stessa. Si pone in netta contrapposizione al verismo.

Per d’Annunzio “la vita è arte” e deve essere quindi vissuta in assoluta libertà al di sopra di qualsiasi legge sociale e di ogni freno morale.

Il superuomo che lui incarna deve distinguersi dalla massa per vivere e godere di tutte le sensazioni e per aspirare ad un’esistenza eccezionale, al vivere inimitabile. Lui vuole fare della propria vita un ‘opera d’arte ed ha vissuto così, in modo inimitabile, mai nell’ombra.

Perseguendo questi principi lui collezionò innumerevoli amanti e moltissimi debiti, vivendo sempre al di sopra delle sue possibilità. Più volte fu costretto a scappare perché rincorso dai creditori.  

Nel suo vivere inimitabile egli vuole attirare a sé l’attenzione pubblica, perché vuole vendere i suoi prodotti letterari e la sua immagine. Per questo lusinga la massa e segue le leggi economiche dei borghesi, facendo cioè esattamente quello che lui diceva di rifiutare. 

Il simbolismo dannunziano

Il simbolo è lo strumento privilegiato per esprimere la visione interiore del poeta, quello che riesce a cogliere l’essenza nascosta della realtà. D’Annunzio aderisce parzialmente al simbolismo in quanto utilizza il simbolo ma ne garantisce sempre la leggibilità, i suoi simboli sono sempre interpretabili. il simbolismo dannunziano si riduce quindi solo:

  • nella ricerca della forza evocatrice della parola
  • nella creazione di atmosfere e suggestioni, 
  • nell’utilizzazione di metafore e similitudini inconsuete.

Un autore trasformista

Fedele all’affermazione, d’Annunzio nella sua vita si mise alla prova con ogni genere letterario. Una delle affermazioni a cui è rimasto fedele fu «rinnovarsi o morire». Lui amava stupire il pubblico con le sue continue metamorfosi e per questo talvolta il suo stile è apparso dilettantesco. Questo si spiega anche con il fatto che D’Annunzio, invece che cercare ispirazione nella vita, cerca la sua ispirazione nell’arte. Per questo lui lavora spesso “di seconda mano” ricamando sul già fatto, da lui o da altri, partendo da una suggestione. Questo anche a rischio di essere accusato di plagio.

Nonostante la sua produzione sia così variopinta e mutevole, emergono alcuni tratti dominanti nella sua arte.

I suoi personaggi sono forti, seguono «un’ideal forma di esistenza». Prendono però poi coscienza della loro inadeguatezza e sono quindi travolti da un profondo senso di sconforto.

Questo senso di sconforto si collega al tema del piacere, dell’estetismo e dell’edonismo. I suoi personaggi collezionano sensazioni brevi e intensamente assaporate; celebrano quindi l’attimo fuggente. Anche da questo deriva il carattere frammentario della produzione dannunziana. Dall’estetismo deriva anche l’ossessione del decadimento fisico e della perdita dello slancio vitale che caratterizzò la vita del poeta. Anche su di lui il trascorrere del tempo ebbe effetti rovinosi.

Da perfetto esteta D’Annunzio coltivò un culto fanatico per la bellezza, nella vita e nell’arte; raffinato artigiano della parola, continua ad ostentare il proprio virtuosismo, facendo dell’arte uno strumento di seduzione.

Il superomismo dannunziano

L’immagine di d’Annunzio è legata al culto del superuomo di Nietzsche anche se in realtà D’Annunzio ha veramente poco da spartire col pensiero del filosofo tedesco. .

Secondo Nietzsche, l’uomo vive immerso in un ciclo eterno, un tempo infinito in cui tutte le situazioni e gli eventi possono ripetersi infinite volte.
L’uomo è schiavo di questo eterno ritorno. Il mondo è popolato da milioni di persone che subiscono questo ciclo senza tentare di elevarsi, per rimanere rifugiati nelle sicurezze imposte dalla loro miopia.
Dal momento che sono incapaci di vivere di vera vita, queste persone, accettano di credere nella legge, nella religione, nella giustizia divina e vivono di orgoglio, umiltà, paure, virtù, senza mai tentare di uscire da questo inarrestabile ciclo.
La caduta dei paradigmi del passato apre la via ad una nuova umanità superiore. Il superuomo di Nietzsche può spezzare questo eterno ritorno.

Il superuomo deve diventare realmente se stesso, attraverso la consapevolezza di sé, dei propri impulsi. Egli è consapevole che in lui esistono anche forze oscure, ma le integra per produrre nuove virtù.
Il superuomo supera se stesso soltanto attraverso la creazione di nuovi valori per liberarsi dall’eterno ritorno. Però è consapevole che elevandosi, accetta il rischio di non venire più compreso dalla gente comune.
Il superuomo perciò non è una figura popolare, che diventa famoso e che è compreso e approvato dai più.
Egli cambia il mondo ma lo fa lontano dalla folla, distante dalle luci della ribalta.
Egli impara nella solitudine a parlare con una voce nuova, contraddice anche se stesso e crede in se stesso e nella propria forza creativa.
Per fare questo, il superuomo, deve ritornare ad essere un bambino che ascolta i propri impulsi al di la della ragione e della natura di essi, al di sopra della morale comune e delle regole imposte dal mondo.
Il bimbo vive come la foglia o come il fiore, perseguendo il proprio scopo al di la del bene e del male.

D’Annunzio fa una lettura semplificatrice del pensiero di Nietzsche. Infatti i suoi personaggi, che incarnano l’ideale del superuomo, sono solo individui che si distinguono dalla mediocrità della massa e che non si assoggettano alle leggi morali e civili comuni.

La teoria del superuomo servì a d’Annunzio per diffondere la sua arte. Egli si ritiene un poeta-vate: per lui l’opera d’arte è lo strumento più efficace per intervenire sulla realtà, per diffondere le sue idee a guida del popolo considerato inferiore, per poter così dominare sulle masse.

Stile

Due sono gli assi principali attorno ai quali si muove lo stile di Gabriele d’Annunzio.

Piano formale

Sul piano formale lo stile è sublime, il suo linguaggio è iperletterario lontano dal linguaggio comune. Il poeta rappresenta una realtà dominata dalla sensualità. Per questo la ricerca linguistica è caratterizzata da un amore sensuale della parola.

Piano del contenuto

Per D’Annunzio la vita è intrisa di una sensualità diffusa, nella quale la conoscenza è offerta ai sensi. Questo è un carattere tipico della poesia decadente e simbolista.

La parola è funzionale alla rappresentazione di aspetti della una realtà che fornisce costanti occasioni di vivere il piacere. La sensualità permea ogni aspetto della realtà. La sensualità è vissuta come panismo, cioè come l’aspirazione alla fusione totale dell’uomo con la natura e con il cosmo.

Opera – Il piacere

Il piacere è un romanzo che si collega all’estetismo, al simbolismo e al decadentismo. Ambientato in una Roma elegante e frivola propone un eroe contemporaneo, un esteta aristocratico, letterato e uomo di mondo,  Andrea Sperelli, alter ego di Gabriele D’Annunzio, un dandy intellettuale e uno straordinario poeta immerso nella vita mondana di Roma.

Andrea è diviso tra due relazioni amorose. Da una parte c’è Elena Muti, la sia bellissima ex amante, ricomparsa in città sposata con un Lord inglese; lei lo aveva abbandonato due anni prima, all’improvviso. Dall’altra la pura e spirituale Maria Ferres, moglie di un ministro del Guatemala (il tocco esotico va molto di moda).

L’attrazione di Andrea si dirige quindi verso due donne che sono l’antitesi l’una dell’altra. Elena, che ha il nome di Elena di Troia, rappresenta l’eros corrotto e fatale, mentre Maria, col nome che proviene dalla tradizione cristiana, è simbolo di amore puro, di dedizione, di nobiltà d’animo, di dolcezza.

Andrea realizza un triangolo amoroso in cui muove i fili di un perverso gioco mentale. Egli inganna entrambe le donne perché vuole intrecciare i due amori. Dall’intreccio dei due ne vuol creare un terzo, immaginario e perfetto. 

Una Roma aristocratica e snob costituisce il teatro della vicenda. Andrea alterna cinicamente le due relazioni. Ma al culmine di un incontro erotico con Maria, perdutamente innamorata di lui, ma costretta a lasciare Roma perché il marito è stato scoperto mentre barava al gioco, Andrea si sbaglia e la chiama inavvertitamente Elena. Lei così intuisce il perverso gioco dell’amante.  

Testo – Capitolo 1 – incipit

L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la Piazza Barberini, su la Piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorìo confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.
Le stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch’esalavan ne’ vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d’un giglio adamantino, a similitudine di quelle che sorgon dietro la Vergine nel tondo di Sandro Botticelli alla galleria Borghese. Nessuna altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta.
Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un’amante. Tutte le cose a torno rivelavano infatti una special cura d’amore. Il legno di ginepro ardeva nel caminetto e la piccola tavola del tè era pronta, con tazze e sottocoppe in majolica di Castel Durante ornate d’istoriette mitologiche da Luzio Dolci, antiche forme d’inimitabile grazia, ove sotto le figure erano scritti in carattere corsivo a zàffara nera esametri d’Ovidio. La luce entrava temperata dalle tende di broccatello rosso a melagrane d’argento riccio, a foglie e a motti. Come il sole pomeridiano feriva i vetri, la trama fiorita delle tendine di pizzo si disegnava sul tappeto.
L’orologio della Trinità de’ Monti suonò le tre e mezzo. Mancava mezz’ora. Andrea Sperelli si levò dal divano dov’era disteso e andò ad aprire una delle finestre; poi diede alcuni passi nell’appartamento; poi aprì un libro, ne lesse qualche riga, lo richiuse; poi cercò intorno qualche cosa, con lo sguardo dubitante. L’ansia dell’aspettazione lo pungeva così acutamente ch’egli aveva bisogno di muoversi, di operare, di distrarre la pena interna con un atto materiale. Si chinò verso il caminetto, prese le molle per ravvivare il fuoco, mise sul mucchio ardente un nuovo pezzo di ginepro. Il mucchio crollò; i carboni sfavillando rotolarono fin su la lamina di metallo che proteggeva il tappeto; la fiamma si divise in tante piccole lingue azzurrognole che sparivano e riapparivano; i tizzi fumigarono.
Allora sorse nello spirito dell’aspettante un ricordo. Proprio innanzi a quel caminetto Elena un tempo amava indugiare, prima di rivestirsi, dopo un’ora d’intimità. Ella aveva molt’arte nell’accumulare gran pezzi di legno su gli alari. Prendeva le molle pesanti con ambo le mani e rovesciava un po’ indietro il capo ad evitar le faville. Il suo corpo sul tappeto, nell’atto un po’ faticoso, per i movimenti de’ muscoli e per l’ondeggiar delle ombre pareva sorridere da tutte le giunture, e da tutte le pieghe, da tutti i cavi, soffuso d’un pallor d’ambra che richiamava al pensiero la Danae del Correggio. Ed ella aveva appunto le estremità un po’ correggesche, le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei come nelle statue di Dafne in sul principio primissimo della metamorfosi favoleggiata.
Appena ella aveva compiuta l’opera, le legna conflagravano e rendevano un sùbito bagliore. Nella stanza quel caldo lume rossastro e il gelato crepuscolo entrante pe’ vetri lottavano qualche tempo. L’odore del ginepro arso dava al capo uno stordimento leggero. Elena pareva presa da una specie di follia infantile, alla vista della vampa. Aveva l’abitudine, un po’ crudele, di sfogliar sul tappeto tutti i fiori ch’eran nei vasi, alla fine d’ogni convegno d’amore. Quando tornava nella stanza, dopo essersi vestita, mettendo i guanti o chiudendo un fermaglio sorrideva in mezzo a quella devastazione; e nulla eguagliava la grazia dell’atto che ogni volta ella faceva sollevando un poco la gonna ed avanzando prima un piede e poi l’altro perché l’amante chino legasse i nastri delle scarpe ancora disciolti.
Il luogo non era quasi in nulla mutato. Da tutte le cose che Elena aveva guardate o toccate sorgevano i ricordi in folla e le immagini del tempo lontano rivivevano tumultuariamente. Dopo circa due anni, Elena stava per rivarcar quella soglia. Tra mezz’ora, certo, ella sarebbe venuta, ella si sarebbe seduta in quella poltrona, togliendosi il velo di su la faccia, un poco ansante, come una volta; ed avrebbe parlato. Tutte le cose avrebbero riudito la voce di lei, forse anche il riso di lei, dopo due anni.
Il giorno del gran commiato fu a punto il venticinque di marzo del mille ottocento ottanta cinque, fuori della Porta Pia, in una carrozza. La data era rimasta incancellabile nella memoria di Andrea. Egli ora, aspettando, poteva evocare tutti gli avvenimenti di quel giorno, con una lucidezza infallibile. La visione del paesaggio nomentano gli si apriva d’innanzi ora in una luce ideale, come uno di quei paesaggi sognati in cui le cose paiono essere visibili da lontano per un irradiamento che si prolunga dalle loro forme.
La carrozza chiusa scorreva con un rumore eguale, al trotto: le muraglie delle antiche ville patrizie passavano d’innanzi agli sportelli, biancastre, quasi oscillanti, con un movimento continuo e dolce. Di tratto in tratto si presentava un gran cancello di ferro, a traverso il quale vedevasi un sentiere fiancheggiato di alti bussi, o un chiostro di verdura abitato da statue latine, o un lungo portico vegetale dove qua e là raggi di sole ridevano pallidamente.
Elena taceva, avvolta nell’ampio mantello di lontra, con un velo su la faccia, con le mani chiuse nel camoscio. Egli aspirava con delizia il sottile odore di eliotropio esalante dalla pelliccia preziosa, mentre sentiva contro il suo braccio la forma del braccio di lei. Ambedue si credevano lontani dalli altri, soli; ma d’improvviso passava la carrozza nera d’un prelato; o un buttero a cavallo, o una torma di chierici violacei, o una mandra di bestiame.
A mezzo chilometro dal ponte ella disse:
— Scendiamo.
Nella campagna la luce fredda e chiara pareva un’acqua sorgiva; e, come li alberi al vento ondeggiavano, pareva per un’illusion visuale che l’ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose.
Ella disse, stringendosi a lui e vacillando sul terreno aspro.
— Io parto stasera. Questa è l’ultima volta….

Comprensione del testo

Nel pomeriggio dell’ultimo giorno dell’anno Andrea Sperelli aspetta nel suo appartamento romano l’arrivo della bellissima Elena Muti. Lei era stata la sua amante ma la loro relazione si era interrotta due anni prima quando lei aveva deciso di sposarsi.

Lui l’attende in un ambiente elegante e prezioso tra rose e profumate, coppe di cristallo e vasi preziosi. Mentre Andrea aspetta, pensieri e ricordi gli tengono compagnia, l’attesa si fa lunga, Elena ritarda.

Ricorda la sua Elena in quella stanza durante i loro incontri passati e da questo ricordo emerge con la fiducia che questo suo nuovo incontro potrà essere solo il primo di tanti altri.

Analisi

Il culto della bellezza. La dettagliata descrizione della casa di Andrea Sperelli fornisce al lettore una serie di informazioni sul protagonista. La stanza è colma di oggetti raffinati, gli oggetti sono disposti ad arte e con ostentazione, sono frequenti i riferimenti a dipinti come la Vergine del Botticelli e opere letterarie come i versi di Ovidio.

Anche la figura di Elena nel ricordo del protagonista è una donna seducente elegante raffinata, paragonata ad opere d’arte da Andrea che è fedele al culto dell’estetismo.

L’ambiente e i pensieri rivelano il desiderio di bellezza, l’attenzione alla sensualità e la tendenza a trasformare la realtà in arte. Anche Andrea Sperelli, come Gabriele D’Annunzio, intendono fare della propria vita un’opera d’arte.

La raffinatezza dell’ambiente del protagonista si rispecchia anche nella preziosità dello stile linguistico. Le scelte lessicali sono decisamente ricercate, gli aggettivi sottolineano la sensualità delle immagini con una grande attenzione all’aspetto cromatico (broccatello rosso, lingue azzurrognole)

Sono frequenti le metafore (l’anno moriva) è ancora più frequenti le sinestesie tipiche della poesia del decadentismo (tepor velato mollissimo aureo…)

Sono anche frequenti i paragoni introdotti da espressioni come “in guisa di a similitudine di..” l’intenzione del poeta è quella di paragonare gli elementi dell’arredo opere d’arte materiali preziosi.

Domande sul cap. 1

1. In quale giorno dell’anno si svolge l’episodio che apre il romanzo?
2. In quale città ci troviamo?
3. Chi sta aspettando Andrea Sperelli?
4. Come si sente?
5. Nella seconda parte del brano sono presenti due flashback: individuali e riassumili.
6. Individua nel testo tutti i riferimenti diretti o indiretti a opere d’arte.
Qual è la loro funzione secondo te?
– Sottolineare l’ampia cultura del protagonista?
– Evidenziare l’amore di Andrea per la bellezza?
– Suggerire la tendenza a trasfigurare la realtà?
7. Come viene caratterizzata la figura di Elena Muti? Sulla base delle informazioni del testo fanne un breve ritratto fisico e psicologico.
8. Analizza il variare del tempo narrativo:
– Quali parti del testo si riferiscono al presente?
– Quali parti del testo si riferiscono al passato?
– Quali parti del testo si riferiscono al futuro?
9. Osserva il narratore: la sua attenzione si concentra più sugli avvenimenti o sui pensieri del protagonista?
Esercizio di scrittura
Prova a riscrivere il brano ambientandolo ai giorni nostri; nella stanza di una persona che ha più o meno la tua età e che sta aspettando di incontrare un suo ex, una sua ex.

Testo – dal capitolo 2 – Chi è Andrea Sperelli

Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta, unico erede, proseguiva la tradizion familiare.
Egli era, in verità, l’ideal tipo del giovine signore italiano del XIX secolo, il legittimo campione d’una stirpe di gentiluomini e di artisti eleganti, ultimo discendente d’una razza intellettuale.
Egli era, per così dire, tutto impregnato di arte.
La sua adolescenza, nutrita di studii varii e profondi, parve prodigiosa. Egli alternò, fino a’venti anni, le lunghe letture coi lunghi viaggi in compagnia del padre e potè compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura paterna, senza restrizioni e costrizioni di pedagoghi.
Dal padre a punto ebbe il gusto delle cose d’arte, il culto passionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizii, l’avidità del piacere.
Questo padre, cresciuto in mezzo alli estremi splendori della corte borbonica, sapeva largamente vivere; aveva una scienza profonda della vita voluttuaria e insieme una certa inclinazione byroniana al romanticismo fantastico.
Lo stesso suo matrimonio era avvenuto in circostanze quasi tragiche, dopo una furiosa passione.
Quindi egli aveva turbata e travagliata in tutti i modi la pace coniugale. Finalmente s’era diviso dalla moglie ed aveva sempre tenuto seco il figliuolo, viaggiando con lui per tutta l’Europa.
L’educazione d’Andrea era dunque, per così dire, viva, cioè fatta non tanto su i libri quanto in conspetto delle realità umane.
Lo spirito di lui non era soltanto corrotto dall’alta cultura ma anche dall’esperimento; e in lui la curiosità diveniva più acuta come più si allargava la conoscenza.
Fin dal principio egli fu prodigo di sè; poichè la grande forza sensitiva, ond’egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l’espansion di quella sua forza era la distruzione in lui di un’altra forza, della forza morale che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed egli non si accorgeva che la sua vita era la riduzion progressiva delle sue facoltà, delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli si restringeva sempre più d’intorno, inesorabilmente se ben con lentezza.
Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: “Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.
Anche, il padre ammoniva:
“Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza. La regola dell’uomo d’intelletto, eccola: ― Habere, non haberi.
Anche, diceva:
“Il rimpianto è il vano pascolo d’uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove imaginazioni.
Ma queste massime volontarie, che per l’ambiguità loro potevano anche essere interpretate come alti criteri morali, cadevano appunto in una natura involontaria, in un uomo, cioè, la cui potenza volitiva era debolissima.
Un altro seme paterno aveva perfidamente fruttificato nell’animo di Andrea: il seme del sofisma.
“Il sofisma„ diceva quell’incauto educatore “è in fondo ad ogni piacere e ad ogni dolore umano. Acuire e moltiplicare i sofismi equivale dunque ad acuire e moltiplicare il proprio piacere o il proprio dolore. Forse, la scienza della vita sta nell’oscurare la verità. La parola è una cosa profonda, in cui per l’uomo d’intelletto son nascoste inesauribili ricchezze. I Greci, artefici della parola, sono in fatti i più squisiti goditori dell’antichità. I sofismi fioriscono in maggior numero al secolo di Pericle, al secolo gaudioso.
Un tal seme trovò nell’ingegno malsano del giovine un terreno propizio.
A poco a poco, in Andrea la menzogna, non tanto verso li altri quanto verso sè stesso, divenne un abito così aderente alla conscienza ch’egli giunse a non poter mai essere interamente sincero e a non poter mai riprendere su sè stesso il libero dominio.
Dopo la morte immatura del padre, egli si trovò solo, a ventun anno, signore d’una fortuna considerevole, distaccato dalla madre, in balìa delle sue passioni e de’ suoi gusti.
Rimase quindici mesi in Inghilterra.
La madre passò in seconde nozze, con un amante antico.
Ed egli venne a Roma, per predilezione.    

Comprensione

Il brano presenta un ritratto psicologico del protagonista del romanzo. Andrea Sperelli è l’unico erede di una prestigiosa famiglia, una dinastia di aristocratici dediti all’arte e alle lettere. Nello sviluppo della sua personalità fondamentale è il ruolo del padre che lo fa viaggiare per l’Europa e fa in modo che la sua formazione sia il risultato di nozioni teoriche e di esperienze pratiche. Grazie a una grande sensibilità e curiosità intellettuale il ragazzo si mostra aperto a tutte le forme di conoscenza. Purtroppo però a causa del proprio cinismo, il padre trascura volutamente le implicazioni etiche legate alla sua crescita. E così, libero da ogni preoccupazione morale, Andrea si abitua così ad una vita di menzogne e falsità.

Analisi e interpretazione

Il culto della bellezza

Nella presentazione della personalità di Andrea Sperelli l’autore insiste in modo particolare sul suo rapporto con l’arte. Egli è stato così immerso nell’arte che eredita dal padre la passione per l’arte e per la bellezza.

Un principio paterno riassume in sé il senso dell’estetismo di D’Annunzio: “Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte”. Con queste parole si afferma con decisione l’eccezionalità dell’esperienza estetica fondata sul culto della bellezza. Solo all’arte quindi deve conformarsi la vita di Andrea, senza pensare né all’etica né alla morale.

La debolezza di Sperelli

Il brano mette a confronto la personalità curiosa di Andrea con quella cinica di suo padre. Gli insegnamenti del padre incidono sul figlio il quale, essendo privo di sua forza di volontà, assorbe passivamente questi principi spregiudicati e immorali. Sperelli quindi non sceglie autonomamente la propria condotta di vita, rinuncia a una sua libera scelta e finisce col rimanere vittima delle sue abitudini perverse.

L’atteggiamento del narratore

Il narratore assume un atteggiamento ambiguo nei confronti del protagonista: da un lato sembra condannare la sua condotta di vita, ma dall’altro resta chiaramente affascinato dal suo anticonformismo in cui si riflette la personalità del giovane D’Annunzio.

Lo stile elaborato

La raffinatezza del protagonista si rispecchia

  • nello stile elevato e letterario
  • nella sintassi
  • nel lessico.

Anche in questo testo, come in tutta la prosa di D’Annunzio, è frequente il ricorso a termini rari e ricercati, ad aggettivi che hanno solo lo scopo di abbellire la pagina, a formule arcaiche e di origine latina. Inoltre utilizza frequentemente anche figure retoriche, come analogie, metafore, e ripetizioni, con l’obiettivo di innalzare lo stile del testo.

Domande sul capitolo 2

1. Sintetizza le informazioni che vengono fornite nel brano su Andrea Sperelli:
– la condizione sociale
– le passioni
– gli interessi
– il carattere
– la psicologia
– le aspirazioni

2. Riassumi le fasi dell’educazione di Andrea Sperelli.
3. Dove si trasferisce il poeta alla morte del padre?
4. Il padre del protagonista sintetizza i principi della sua educazione in alcune massime; spiegane con le tue parole il significato:
Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte,
– Habere non haberi.

5. Per quali aspetti è possibile affermare che Sperelli è un alter ego di D’Annunzio stesso?
6. Individua nel testo i punti in cui viene sottolineata la debolezza psicologica del protagonista.
7. L’atteggiamento del narratore nei confronti del protagonista è, secondo te:
– neutro … spiega perché.
– malevolo … spiega perché.
– benevolo … spiega perché.
– ambivalente … spiega perché.

Opera – La pioggia nel pineto

La poesia è stata composta nell’estate del 1902 . La sua musa ispiratrice era in quel periodo la bellissima Eleonora Duse, forse il più grande tra i tanti amori del poeta. La poesia appartiene alla sezione centrale di Alcyone, raccolta di liriche composte tra il 1899 e il 1903 e pubblicata nel 1903.

In questo componimento poetico l’uomo entra in simbiosi con la natura tra naturalizzazione e antropomorfizzazione.

Il poeta e la sua compagna entrano in empatia con la natura e arrivano a condividerne la sua anima segreta: D’Annunzio contempla la metamorfosi delle cose e osserva la trasformazione della sua Ermione in fiore, pianta, frutto, mentre la pioggia cade nel pineto in cui si sono addentrati.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove 5
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici 10
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini, 15
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri vólti 20
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri, 25
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri 30
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura 35
con un crepitìo che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde 40
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino. 45
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi 50
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi; 55
e il tuo vólto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come 60
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo 65
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce; 70
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco 75
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare. 80
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia 85
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia 90
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia, 95
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente, 100
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta, 105
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta, 110
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove! 115
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti 120
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella 125
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
Lapide ai suoi amati cani, Vittoriale degli italiani – Gardone BS

Ultimi anni della sua vita

Dopo l’impresa fiumana si ritirò in un dorato esilio sul lago di Garda. Qui trasformò villa Cargnacco nel “Vittoriale degli Italiani”, un monumento agli eroi della patria, ma anche il proprio mausoleo personale. D’Annunzio morì al Vittoriale nel 1938, a 75 anni.

Vittoriale degli italiani, Gardone BS
Il lago di Garda visto dal Vittoriale

Video su Gabriele D’Annunzio

Film su D’Annunzio

Opere

Fonti

G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, Pearson Italia Spa.

Homepage

La Carta del Carnaro

https://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=88&biografia=Gabriele+D%27Annunzio

http://www.storico.org/belle_epoque/gabriele_dannunzio.html

https://www.mandarinoadv.com/notizie/dannunzio-pubblicita-promozione-marchi/

https://www.abruzzolive.tv/cultura-spettacoli/il-mare-di-gabriele-docufilm-su-d-annunzio-e-la-sua-passione-per-barbara-leoni-quell-estate-a-san-vito.html

http://www.instoria.it/home/fiume_carta_carnaro.htm

La Carta del Carnaro

9+1 parole inventate da Gabriele D’Annunzio: lo sapevi?

Progetto Manuzio, Il Piacere, Gabriele D’Annunzio

Ronconi, Cappellini, Dendi, Sada, Tribolato, LE PORTE DELLA LETTERATURA, Mondadori Education

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Il lungo viaggio

Racconto di Leonardo Sciascia, tratto dalla raccolta “Il mare color del vino”.

Era una notte che pareva fatta apposta, un’oscurità cagliata che a muoversi quasi se ne sentiva il peso. E faceva spavento, respiro di quella belva che era il mondo, il suono del mare: un respiro che veniva a spegnersi ai loro piedi. 

Stavano, con le loro valige di cartone e i loro fagotti, su un tratto di spiaggia pietrosa, riparata da colline, tra Gela e Licata; vi erano arrivati all’imbrunire, ed erano partiti all’alba dai loro paesi; paesi interni, lontani dal mare, aggrumati nell’arida plaga del feudo. Qualcuno di loro, era la prima volta che vedeva il mare: e sgomentava il pensiero di dover attraversarlo tutto, da quella deserta spiaggia della Sicilia, di notte, ad un’altra deserta spiaggia dell’America, pure di notte. Perché i patti erano questi – Io di notte vi imbarco – aveva detto l’uomo: una specie di commesso viaggiatore per la parlantina, ma serio e onesto nel volto – e di notte vi sbarco: sulla spiaggia del Nugioirsi, vi sbarco; a due passi da Nuovaiorche… E chi ha parenti in America, può scrivergli che aspettino alla stazione di Trenton, dodici giorni dopo l’imbarco… Fatevi il conto da voi… Certo, il giorno preciso non posso assicurarvelo: mettiamo che c’è mare grosso, mettiamo che la guardia costiera stia a vigilare… Un giorno più o un giorno meno, non vi fa niente: l’importante è sbarcare in America. 

L’importante era davvero sbarcare in America: come e quando non aveva poi importanza. Se ai loro parenti arrivavano le lettere, con quegli indirizzi confusi e sgorbi che riuscivano a tracciare sulle buste, sarebbero arrivati anche loro; “chi ha lingua passa il mare”, giustamente diceva il proverbio. E avrebbero passato il mare, quel grande mare oscuro; e sarebbero approdati agli stori alle farme dell’America, all’affetto dei loro fratelli zii nipoti cugini, alle calde ricche abbondanti case, alle automobili grandi come case. 

Duecentocinquantamila lire: metà alla partenza, metà all’arrivo. Le tenevano, a modo di scapolari, tra la pelle e la camicia. Avevano venduto tutto quello che avevano da vendere, per racimolarle: la casa terragna il mulo l’asino le provviste dell’annata il canterano le coltri. I più furbi avevano fatto ricorso agli usurai, con la segreta intenzione di fregarli; una volta almeno, dopo anni che ne subivano angaria: e ne aveva soddisfazione, al pensiero della faccia che avrebbero fatta nell’apprendere la notizia. “Vieni a cercarmi in America, sanguisuga: magari ti ridò i tuoi soldi, ma senza interesse, se ti riesce di trovarmi”. Il sogno dell’America traboccava di dollari: non più, il denaro, custodito nel logoro portafogli o nascosto tra la camicia e la pelle, ma cacciato con noncuranza nelle tasche dei pantaloni, tirato fuori a manciate: come avevano visto fare ai loro parenti, che erano partiti morti di fame, magri e cotti dal sole; e dopo venti o trent’anni tornavano, ma per una breve vacanza, con la faccia piena e rosea che faceva bel contrasto coi capelli candidi. 

Erano già le undici. Uno di loro accese la lampadina tascabile: il segnale che potevano venire a prenderli per portarli sul piroscafo. Quando la spense, l’oscurità sembrò più spessa e paurosa. Ma qualche minuto dopo, dal respiro ossessivo del mare affiorò un più umano, domestico suono d’acqua: quasi che vi si riempissero e vuotassero, con ritmo, dei secchi. Poi venne un brusìo, un parlottare sommesso. Si trovarono davanti il signor Melfa, che con questo nome conoscevano l’impresario della loro avventura, prima ancora di aver capito che la barca aveva toccato terra. 

– Ci siamo tutti? – domandò il signor Melfa. Accese la lampadina, fece la conta. Ne mancavano due. – Forse ci hanno ripensato, forse arriveranno più tardi… Peggio per loro, in ogni caso. E che ci mettiamo ad aspettarli, col rischio che corriamo? 

Tutti dissero che non era il caso di aspettarli. 

Se qualcuno di voi non ha il contante pronto – ammonì il signor Melfa – è meglio si metta la strada tra le gambe e se ne torni a casa: che se pensa di farmi a bordo la sorpresa, sbaglia di grosso: io vi riporto a terra com’è vero dio, tutti quanti siete. E che per uno debbano pagare tutti, non è cosa giusta: e dunque 

chi ne avrà colpa la pagherà per mano mia e per mano dei compagni, una pestata che se ne ricorderà mentre campa; se gli va bene… 

Tutti assicurarono e giurarono che il contante c’era, fino all’ultimo soldo. 

– In barca – disse il signor Melfa. E di colpo ciascuno dei partenti diventò una informe massa, un confuso grappolo di bagagli. 

– Cristo! E che vi siete portata la casa appresso? – cominciò a sgranare bestemmie, e finì quando tutto il carico, uomini e bagagli, si ammucchiò nella barca: col rischio che un uomo o un fagotto ne traboccasse fuori. E la differenza tra un uomo e un fagotto era per il signor Melfa nel fatto che l’uomo si portava appresso le duecentocinquantamila lire; addosso, cucite nella giacca o tra la camicia e la pelle. Li conosceva, lui, li conosceva bene: questi contadini zoticoni, questi villani. 

Il viaggio durò meno del previsto: undici notti, quella della partenza compresa. E contavano le notti invece che i giorni, poiché le notti erano di atroce promiscuità, soffocanti. Si sentivano immersi nell’odore di pesce di nafta e di vomito come in un liquido caldo nero bitume. Ne grondavano all’alba, stremati, quando salivano ad abbeverarsi di luce e di vento. Ma come l’idea del mare era per loro il piano verdeggiante di messe quando il vento lo sommuove, il mare vero li atterriva: e le viscere gli si strizzavano, gli occhi dolorosamente verminavano di luce se appena indugiavano a guardare. 

Ma all’undicesima notte il signor Melfa li chiamò in coperta: e credettero dapprima che fìtte costellazioni fossero scese al mare come greggi; ed erano invece paesi, paesi della ricca America che come gioielli brillavano nella notte. E la notte stessa era un incanto: serena e dolce, una mezza luna che trascorreva tra una trasparente fauna di nuvole, una brezza che allargava i polmoni. 

– Ecco l’America – disse il signor Melfa. 

– Non c’è pericolo che sia un altro posto? – domandò uno: poiché per tutto il viaggio aveva pensato che nel mare non ci sono nè strade nè trazzere, ed era da dio fare la via giusta, senza sgarrare, conducendo una nave tra cielo ed acqua. 

Il signor Melfa lo guardò con compassione, domandò a tutti – E lo avete mai visto, dalle vostre parti, un orizzonte come questo? E non lo sentite che l’aria è diversa? Non vedete come splendono questi paesi? Tutti convennero, con compassione e risentimento guardarono quel loro compagno che aveva osato una così stupida domanda. 

– Liquidiamo il conto – disse il signor Melfa. 

Si frugarono sotto la camicia, tirarono fuori i soldi. 

– Preparate le vostre cose – disse il signor Melfa dopo avere incassato. 

Gli ci vollero pochi minuti: avendo quasi consumato le provviste di viaggio, che per patto avevano dovuto portarsi, non restava loro che un po’ di biancheria e i regali per i parenti d’America: qualche forma di pecorino qualche bottiglia di vino vecchio qualche ricamo da mettere in centro alla tavola o alle spalliere dei sofà. Scesero nella barca leggeri leggeri, ridendo e canticchiando; e uno si mise a cantare a gola aperta, appena la barca si mosse. 

E dunque non avete capito niente? – si arrabbiò il signor Melfa. – E dunque mi volete fare passare il guaio?… Appena vi avrò lasciati a terra potete correre dal primo sbirro che incontrate, e farvi rimpatriare con la prima corsa: io me ne fotto, ognuno è libero di ammazzarsi come vuole… E poi, sono stato ai patti: qui c’è l’America, il dovere mio di buttarvici l’ho assolto… Ma datemi il tempo di tornare a bordo, Cristo di Dio! 

Gli diedero più del tempo di tornare a bordo: che rimasero seduti sulla fresca sabbia, indecisi, senza saper che fare, benedicendo e maledicendo la notte: la cui protezione, mentre stavano fermi sulla spiaggia, si sarebbe mutata in terribile agguato se avessero osato allontanarsene. 

Il signor Melfa aveva raccomandato – sparpagliatevi – ma nessuno se la sentiva di dividersi dagli altri. E Trenton chi sa quant’era lontana, chi sa quando ci voleva per arrivarci. 

Sentirono, lontano e irreale, un canto. “Sembra un carrettiere nostro”, pensarono: e che il mondo è ovunque lo stesso, ovunque l’uomo spreme in canto la stessa malinconia, la stessa pena. 

Ma erano in America, le città che baluginavano dietro l’orizzonte di sabbia e d’alberi erano città dell’America. 

Due di loro decisero di andare in avanscoperta. Camminarono in direzione della luce che il paese più vicino riverberava nel cielo. Trovarono quasi subito la strada: “asfaltata, ben tenuta; qui è diverso che da noi”, ma per la verità se l’aspettavano più ampia, più dritta. Se ne tennero fuori, ad evitare incontri: la seguivano camminando tra gli alberi. 

Passò un’automobile: “pare una seicento”; e poi un’altra che pareva una millecento, e un’altra ancora: “le nostre macchine loro le tengono per capriccio, le comprano ai ragazzi come da noi le biciclette”. Poi passarono, assordanti, due motociclette, una dietro l’altra. Era la polizia, non c’era da sbagliare: meno male che si erano tenuti fuori della strada. 

Ed ecco che finalmente c’erano le frecce. Guardarono avanti e indietro, entrarono nella strada, si avvicinarono a leggere: Santa Croce Camerina – Scoglitti

– Santa Croce Camerina: non mi è nuovo, questo nome. 

– Pare anche a me; e nemmeno Scoglitti mi è nuovo. 

– Forse qualcuno dei nostri parenti ci abitava, forse mio zio prima di trasferirsi a Filadelfìa: che io ricordo stava in un’altra città, prima di passare a Filadelfìa. 

2

– Anche mio fratello: stava in un altro posto, prima di andarsene a Brucchilin… Ma come si chiamasse, proprio non lo ricordo: e poi, noi leggiamo Santa Croce Camerina, leggiamo Scoglitti; ma come leggono loro non lo sappiamo, l’americano non si legge come è scritto. 

– Già, il bello dell’italiano è questo: che tu come è scritto lo leggi… Ma non è che possiamo passare qui la nottata, bisogna farsi coraggio… Io la prima macchina che passa, la fermo: domanderò solo “Trenton?”… Qui la gente è più educata. Anche a non capire quello che dice, gli scapperà un gesto, un segnale: e almeno capiremo da che parte è, questa maledetta Trenton. 

Dalla curva, a venti metri, sbucò una cinquecento: l’automobilista se li vide guizzare davanti, le mani alzate a fermarlo. Frenò bestemmiando: non pensò a una rapina, che la zona era tra le più calme; credette volessero un passaggio, aprì lo sportello. 

– Trenton? – domandò uno dei due. 

– Che? – fece l’automobilista. 

– Trenton? 

– Che Trenton della madonna – imprecò l’uomo dell’ automobile. 

– Parla italiano – si dissero i due, guardandosi per consultarsi: se non era il caso di rivelare a un compatriota la loro condizione. 

L’automobilista chiuse lo sportello, rimise in moto. L’automobile balzò in avanti: e solo allora gridò ai due che rimanevano sulla strada come statue – ubriaconi, cornuti ubriaconi, cornuti e figli di… – il resto si perse nella corsa. 

Il silenzio dilagò. 

– Mi sto ricordando – disse dopo un momento quello cui il nome di Santa Croce non suonava nuovo – a Santa Croce Camerina, un’annata che dalle nostre parti andò male, mio padre ci venne per la mietitura. Si buttarono come schiantati sull’orlo della cunetta perché non c’era fretta di portare agli altri la notizia che erano sbarcati in Sicilia. 

Fonte

Leonardo Sciascia, Il mare colore del vino, Torino, 1973, pp. 19-26 

Analizza

Analizza e commenta il racconto sulla scorta della traccia qui proposta, elaborando le tue considerazioni in un discorso continuato e organico. Il compito risulterà facilitato se seguirai nell’ordine suggerito il percorso tracciato dai punti 1 a 4.  

Ricordati di sostenere le tue affermazioni con costanti e puntuali riferimenti al testo (citazioni e/o indicazioni delle righe).  

1. Ricostruisci, in modo sintetico ma con precisione, l’intreccio del racconto e commentalo brevemente, tenendo ovviamente conto del fatto che l’autore ha scandito il testo in tre parti.  

2. Caratterizza con precisione i personaggi di questo racconto servendoti, come filo  conduttore, dell’analisi dei poveri contadini siciliani protagonisti del lungo viaggio:  comincia dalla descrizione della loro condizione economica e sociale; mostra  come evolva il loro atteggiamento nel corso della vicenda (dovrai per forza  parlare dell’incontro finale con l’automobilista), quale sia la loro visione del mare  e dell’America, quale rapporto instaurino con Melfa e, viceversa, quali  atteggiamenti e comportamenti Melfa assuma nei loro confronti.  

3. Prendi in considerazione gli elementi di tempo, in particolare la descrizione della notte, e commentali.  

4. Tenendo conto di quanto hai osservato (pensa in particolare alla risposta 1), commenta il titolo del racconto e prova a riflettere sul messaggio che Sciascia affida a questo racconto. 

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La Paura – racconto di Federico De Roberto

Federico De Roberto, nacque a Napoli nel 1861. Ebbe una prima formazione tecnico-scientifica alla quale affiancò presto gli studi classici. Sin dai primi anni della sua carriera fu impegnato in collaborazioni con importanti riviste e quotidiani e con alcune case editrici.

Fu autore di numerosi romanzi, tra i quali il capolavoro “I Vicerè” – da cui è stata tratta anche una versione cinematografica – e molti altri racconti.

Morì a Catania nel 1927.

Federico De Roberto non fu un antimilitarista. Lui si era espresso a favore del conflitto anche in un discorso fatto presso l’Università di Catania, che divenne celebre. Eppure De Roberto scrive questo e altri racconti sulla Grande Guerra in cui, con penna verista, racconta la terribile vita dei soldati al fronte.

La Paura racconta un episodio di vita in trincea.

Molti di loro vengono uccisi dai cecchini nemici, mentre tentano di raggiungere un posto di vedetta. La paura coinvolge tutti ed il suicidio finale di protesta è un potente atto d’accusa contro l’assurdità e l’inutilità della guerra.

De Roberto che non prese parte alla guerra descrisse con realismo la vita nelle trincee e l’immensa carneficina nei campi di battaglia.

La scrittura è dura e babelica (costituita di molte lingue incomprensibili, come quelle della torre di Babele): molti sono i dialetti in cui si esprimono questi eroi che daranno la vita all’assurdità di questa guerra; una guerra in cui tutti vivono con angoscia le fucilazioni dei camerati, in cui i soldati preferiscono auto mutilarsi che rimanere al fronte, una guerra in cui la malattia dell’anima è considerata un disonore e va punita davanti alla corte marziale

La paura

Contento di aver prevenuto il senso di tristezza espresso da quel canto, Alfani si affacciò alla feritoia che gli serviva da osservatorio, appuntando il cannocchiale sulla linea nemica.

Già troppo bene dissimulata, essa non si poteva discernere contro la luce saliente dietro il Montemolon.

«Be’, ragazzi» disse ai suoi uomini «se hanno voglia di rompersi le corna, li serviremo a dovere, i camerati!»

Stette ancora in ascolto, ma non udì altro che il silenzio della montagna.

«Chi è di vedetta al posto del canalone?».

«Vicenzino» rispose il capoposto, storpiando il nome di Visentini come soleva storpiare tutti gli altri.

«Ma mo’ chesta è l’ora d’ ’o cambio (questa è l’ora del cambio).»

«Fa’ venir qui un momento chi va sulla piazzola.»

«Nummero dodece (numero 12): ohé Galletta!»

Mentre i cinque uomini del secondo turno, dal numero 7 all’11, sostituivano i compagni del primo ai posti interni, Caletti, che aveva sentito approssimarsi anch’egli la sua volta, riempiva di bombe a mano il tascapane, nella riservetta.

«Presente!» rispose, udendosi chiamare e accorrendo.

Era un ragazzo ancora imberbe, con un viso bianco e roseo che pareva una mela, con occhi chiari, pieni di stupore.

Pochissimo amante dei lavori manuali, tutte le volte che bisognava adoperare la piccozza e il badile rispondeva invariabilmente: “Songo malato! (sono ammalato)”.

Ma Alfani, che conosceva uno per uno tutti i suoi uomini, sapeva di poter fare assegnamento sulla prontezza e il coraggio dell’infingardo quando era il momento di affrontare i nemici.

«Caletti, stammi bene attento, perché quei brutti ceffi si sono destati di malumore, stamattina.»

«Non dubita, sor tenente.»

«Apri bene gli occhi, e a posto!»

Di momento in momento il chiarore del giorno cresceva: il cielo dell’alba luceva come uno specchio freddo e terso; solo un fiocco di nuvolaglia, lungo e sottile, strisciava a guisa d’un serpe sul muraglione del Montemolon e s’insinuava fra le due Grise.

«El promett on’altra gran bella giornada (promette un’altra bella giornata)» osservò il sergente. «Non tanto. Quella bambagia (nebbia) lì non è buon segno.»

Riportando lo sguardo sul terreno fronteggiante la trincea, Alfani vide il soldato uscire dal camminamento col fucile a bilanciarm e procedere fra le asperità del passo scoperto, curvandosi appena, con la sicurezza che gli veniva dalla lunga pratica e dalla tranquillità dei nemici.

«No! No!» voleva gridargli, poiché i nemici s’eran destati.

«Più basso! … Copriti!»

E parve veramente che Caletti avesse udito le parole pensate dal suo tenente; perché, dinanzi all’ultimo tratto, il più pericoloso, si fermò un momento; poi si buttò in ginocchio, s’allungò e strisciò su per la breve erta, verso la piazzola.

Giuntovi vicino, levò un poco il capo, forse nell’udirsi chiamare dal compagno che veniva a rilevare; ma allora, improvvisamente, al sinistro ta-pum d’una fucilata, il corpo s’accasciò.

«Porci Croati!» L’ufficiale non aveva ancora finito di esprimere il suo rancore, che un altro colpo rintronò: ta-pum!

«E due!» disse una voce. «Visentini!» esclamò il sergente.

«Come, Visentini? … Che ti salta?»

«L’ha minga vist? El Visentini el s’è movu’, l’ha miss foeura el coo! … G’han tiraa anca a lu (non l’ha visto? Vicentini si è mosso, ha messo fuori il collo e hanno sparato anche a lui)!»

Alfani strinse il pugno ed affissò lo sguardo torvo sulla linea nemica, come cercando il punto dove poter ritorcere i colpi.

«Capoposto!» chiamò rivoltandosi. «Manda chi viene dopo.»

«Siconna squadra; nummero uno d’ ’o primmo turno (Seconda squadra, numero uno del primo turno)!»

Ma poiché nessuno rispondeva, e alcuni esprimevano il loro stupore apprendendo che il servizio della prima squadra era così presto finito, il caporale chiamò per nome:

«Marmotta! … Ahò, Marmotta! … Addo’ sta, sto Marmotta (Dov’è Maramotti)?»

Maramotti dormiva, con l’elmo in capo, i ginocchi sul ventre, in fondo al ricovero.

Dormiva d’un sonno greve, dal quale fu tratto a fatica. «Jammo, ja’, Marmo’, tocca a te de vedetta.»

Maldesto, il soldato si stropicciò gli occhi, bestemmiando:

«Corpo! … Sangue! … Mi son de vedetta ai cinqu’ôr! … Mi son dopo del Caletti (Io sono di vedetta alle 5, io sono dopo Caletti)!».

Con la punta del dito il caporale segnò in aria una croce.

«Galletta sta ’mparaviso (Galletti è in Paradiso)»

«Cossa?»

«E Vicenzino isso puro! … Emb’, jammo, guaglio’… Fa’ vede’ ’a giberna… ’o fucile… E vatt’a piglià l’ova toste! (E pure Vicentini. Forza ragazzo, fammi vedere la giberna, il fucile e vai a pigliarti le tue uova …)»

Non capiva ancora, Maramotti.

Aveva il fucile carico e la giberna piena, come bisognava; ed ora provvedeva anche di bombe a mano, secondo la prescrizione rammentatagli dal caporale; ma non capiva perché mai toccasse a lui, come mai Visentini e Caletti fossero morti.

«Avanti, avanti Maramotti!» lo spronò l’ufficiale, vedendolo procedere un poco traballante, come avvinazzato.

«Tu sei un ragazzo di giudizio, Maramotti?»

Dinanzi al superiore il soldato si riscosse e sgranò gli occhi. Sulla faccia bruna, magra, cotta dall’aria e dal sole, il bianco dei grandi occhi dalle pupille di giaietto pareva latteo.

«Come crede, signor tenente.»

«Guarda di non farti beccare anche te. Quante volte ve l’ho detto? Non bisogna esporsi, non bisogna esporsi, non bisogna esporsi! L’ho da porre in musica?»

«Sissior…»

«Oggi i sassi hanno messo gli occhi, da quella parte! Stammi bene attento, che ne va della pelle, ne va!»

Buttatosi il fucile a spallarm con la canna in giù, il soldato si diede uno scossone come per assestarsi la roba addosso, trasse il sottogola dal fondo dell’elmetto dove stava calcato e se lo passò sotto il mento: poi s’avviò.

Giunto dinanzi all’ultimo tratto, il più pericoloso, sostò più a lungo; poi riprese a spingersi su; poi si fermò ancora e mosse appena il capo a destra e a manca, senza sollevarlo, perché aveva dovuto smarrire il senso della direzione; poi si protese ancora, di traverso; guadagnò ancora un palmo di terreno, e poi un altro, fino a raggiungere i piedi del compagno immobile.

Doveva averlo chiamato ed essere rimasto senza risposta, perché istintivamente si sollevò un poco a vedere che cosa avesse, ed ecco: ta-pum! si abbatté inerte accanto al corpo inerte.

«E tre!»

«E quattro, e cinque, e sei!» gridò Alfani, torcendo improvvisamente lo sguardo dai caduti e volgendolo intorno a sé.

«Chi è quel bravo che sa così bene l’aritmetica?»

Nessuno fiatò.

Il tenente era molto amato, ma anche molto temuto. Quando assumeva questo tono non si scherzava. Ma non soltanto la severità del loro comandante faceva muti i soldati.

Un senso d’inquietudine si diffondeva tra loro alla vista dei compagni colpiti, al pensiero che chi doveva andare sulla piazzola correva lo stesso pericolo.

«O credete che si possa tralasciar la consegna perché i vostri compagni ci sono rimasti? … Se bersagliano la vedetta è segno che non vogliono esser visti, che preparano qualche colpo, che ammassano gente nel canalone, per piombarci addosso senza mandarcelo a dire, e massacrarci tutti quanti!»

A grado a grado l’acredine della voce si veniva temperando, mentre lo sguardo frugava le posizioni avversarie e la mano stringeva forte il calcio della pistola.

«Ecco perché avranno appostato qualche tiratore scelto, con un fucile di precisione, montato probabilmente su cavalletto! … Sperano che non ci manderemo più nessuno, per poter quindi accomodarsi! … Chi si contenta di lasciarli fare?»

Molti risposero insieme:

«Ma coma!»

«Ma nissun(Ma nessuno)!»

«Abbisogna annà(bisogna andare)!»

«Chi l’è che dis de no?(chi dice di no?

Quando il coro dei consensi tacque, una voce osservò, posatamente:

«Ci va chi l’è di turno.»

«Naturalmente! Bella scoperta! … Caporale, chi è di tu…»

Ma prima che l’ufficiale compisse la domanda, Gusmaroli, un altro dei lombardi che abbondavano nel plotone, un ragazzone atticciato e nerboruto, si fece avanti.

«Scior tenent, vo mi(signor tenente vado io)!»

 «Tocca a te?»

«Nossignor: tocca al Zocchi; ma el Zocchi el g’ha miée e fioeu… E poeu, mi ghe foo vedè a tücc come l’è che se schiva i ball del Cecchin!(Nossignore, tocca a Zocchi, ma lui ha moglie e figli. E poi io lo faccio vedere a tutti come si schivano le pallottole dei cecchini

«Bravo Gusmaroli! Questo è parlar da soldato! Non già stare a cavare i numeri del lotto! … Ah, bene: va!»

Svelto, giocondo, con l’elmo sulle ventitré, il volontario andò a fornirsi di bombe, si fece saltare il fucile dalla sinistra nella destra impugnandolo sotto l’alzo, e salutò il compagno al quale si sostituiva.

«Alègher, Zocchi, che vo mi! … Ma com’è? … Cosa l’è sto muson? … Te set no content? … Cosa l’è che te ghet?(Allegro Zocchi che vado io! Ma cos’hai? Cos’è questo muso lungo? Non sei contento? Cosa c’è?

Non pareva molto rassicurato, Zocchi: un anziano del 1884, alto e magro, con sul viso scarno e nelle cave occhiaie i segni delle lunghe fatiche.

«Te spetti dessôra, de chi dò ôr, neh?… Se ghe resti anca mi, te lassi in testament i scatolett! … E manda l’elmo a cà! … (Ti aspetto di sopra tra un paio di ore. Se ci resto secco anch’io ti lascio in testamento le scatolette. E manda il mio elmo a casa

Zocchi non rise come altri compagni, né gli occhi dissero che egli era grato al volontario per la sostituzione, gli occhi che si volgevano intorno inquieti e sospettosi.

«Alegri, ragassi! … Ciao, caporal!»

E l’ardimentoso s’avviò, regolando il passo col canto:

E mi comandi ch’el mio corpo

in sei tocchi el sia taglià:

el prim tocch al Re d’Italia,

el second tocch al Battaglion!

«Bravo!» ripeté forte Alfani, come se il partente potesse udirlo, ma indirettamente parlandoai rimasti.

«E bagnargli il naso, a quelli che se la fanno nei calzoni!»

La voce si andava ora spegnendo in fondo al camminamento e le parole si indovinavano più che non si udissero:

El terz tocch a la mia mamma,

per regordagh el so fioeu …

El quart tocch a la mia tosa,

per regordagh el prim amor! …

L’esempio, il canto avevano dissipato il senso di freddo diffuso nella trincea.

E quantunque le parole fossero tristi, parecchi canticchiavano allegramente, o fischiettavano, e il coro sommesso compiva la canzone perdutasi nella lontananza:

Il quinto pezzo alle montagne,

che lo fioriscano di rose e fior:

il sesto pezzo alle frontiere,

che si ricordino del fucilier!

Poi Gusmaroli apparve fuori del camminamento, ritto quant’era lungo.

Voltosi verso i compagni, levò l’arma in segno di saluto e si lanciò di corsa verso l’appostamento. Alfani sentì rimescolarsi il sangue dall’ammirazione e dall’angoscia.

Ma, rapidamente spostandosi, il corpo del soldato poteva meglio sfuggire alla mira, e giunto sulla piazzola il parapetto lo avrebbe coperto.

Vi fu in un lampo, entrò nel raggio di sole che scendeva allora dal Palalto, e prima di accosciarsi si voltò ancora una volta verso i compagni agitando trionfalmente il fucile; poi l’arma gli sfuggi di mano e le braccia batterono l’aria e il corpo cadde riverso, mentre la fucilata echeggiava di balza in balza.

Tutti i cuori tremarono; la voce dell’ufficiale gridò:

«Borga! Dov’è il porta-ordini?»

«Travelli!» chiamò a sua volta il sergente.

Travelli accorse, intanto che Alfani scriveva rapidamente qualche rigo sopra una pagina del suo taccuino.

«Corri subito al comando del Battaglione: hai capito? Di’ che mi mandino uno scudo da parapetto: questo è il buono di prelevamento: hai capito?»

«Sciorsì!» e fece per andare.

«Un momento!»

Tracciate ancora poche parole sopra un altro foglio, per riferire la novità, consegnò anche quello.

«Al signor maggiore in persona. E portami lo scudo! Se non c’è al Battaglione cercalo al Reggimento: non perdere il tempo in chiacchiere: scappa!»

Poi, brevemente, al capoposto: «A chi tocca?»

Si avanzò Zocchi, già in pieno assetto, tacitamente preparatosi dopo aver visto cadere il compagno.

Lo presentiva, che la sua volta sarebbe subito venuta: per questo non si era molto rallegrato della sostituzione, del troppo breve respiro.

E pareva ora più piccolo che non fosse, perché teneva le spalle leggermente aggobbite e il capo un poco chino sotto il peso dell’elmetto acciaccato e calcato molto basso.

Sarto a casa sua, provvidenza dei compagni tutte le volte che avevano strappi e sdruci da farsi rammendare, non era molto marziale, Zocchi, in verità, con quel suo viso largo di zigomi e appuntito sul mento, un gran naso sottile, gli occhi piccoli e fuggenti, il collo lungo e scarno, le orecchie grandi e spalmate come manichi di pignatta.

«Animo, Zocchi: tocca a te.»

 La testa si chinò ancora un poco, per dir di sì.

«Tu sei un ometto a posto… Senza spavalderie, dunque, che costano caro.»

S’avviò senza aprir bocca, l’anziano.

Quando stava per imboccare il camminamento, si fermò come se avesse dimenticato qualche cosa e tornò sui propri passi.

«Che c’è?»

Sollevato lo sguardo in faccia all’ufficiale, inghiottì in modo che il pomo di Adamo gli viaggiò per il collo; poi disse, con stento:

«Sor tenente, io ci ho moje e tre bambini… Caso mai, il Governo ce pensa lui, alla mia famija?»

«Ma sì: il Governo ci pensa, ci penserà: lo sapete tutti che il Governo ci ha pensato! … Ma stammi allegro, perdio! Cos’è sta fifa?»

La paura era nel suo sguardo tremulo, nelle sue labbra pallide, nei suoi ginocchi che si piegavano, nella mano che pareva sul punto di abbandonare il fucile.

E Alfani lo conosceva anch’egli il brivido tremendo dinanzi al pericolo certo, presente, inevitabile. Finché la minaccia è imprecisata, nello scoppio d’una granata che non si vede arrivare, in una raffica di mitragliatrice o in una scarica di fucileria inaspettata, che possono e non possono colpire, il coraggio riesce ancora facile; ma se la morte è lì, acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro fissandola negli occhi, senza difesa, allora i capelli si drizzano, la gola si strozza, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge; allora il coraggio è lo sforzo sovrumano di vincere la paura; allora la volontà deve irrigidirsi, deve tendersi come una corda, come la corda del beccaio che trascina la vittima al macello.

Un senso di rimorso vinceva il cuore dell’ufficiale dinanzi al soldato immobile e muto: il rimorso d’avere augurato che i nemici si ridestassero, se il risveglio doveva consistere in quell’eccidio e un prepotente bisogno di evitare il pericolo a quello sciagurato; e una pena ineffabile per non trovare il come.

«Via, Zocchi: tu hai fatto la guerra, tu sai che le pallottole sono cieche, che il nostro destino è in mano di Dio… Guardati, e va’!»

Sopraggiungevano in quel punto gli uomini di corvée, col calderotto del caffè, per la distribuzione mattutina.

I soldati porgevano le gavette, nelle quali il distributore versava la bevanda attinta con la tazza dal lungo manico.

«Chì, vôi!» chiamò il sergente.

«Servii prima el scior tenent!»

«No, grazie.»

Non si sentiva di prender nulla; volle seguire l’anziano che già procedeva lungo il fosso, che si traeva da parte, nei cunicoli; per lasciar passare gli uomini che risalivano.

Lo raggiunse mentre stava per entrare nel camminamento; gli raccomandò:

«Bada a tenerti più sulla sinistra, Zocchi, ché il terreno è più riparato.»

«Sissignore.»

«E di buon animo; che se spunta il solo naso d’un austriaco, te lo concio per le feste.»

Ripresa la via, il soldato si fermò un momento allo svolto, si fece il segno della croce e sparì.

Ora gli uomini spezzavano il pane nelle gavette, vi facevano la zuppa e la mangiavano golosamente.

Pochi, oltre le sentinelle, stavano affacciati alle feritoie per veder riuscire i compagni allo scoperto, ma senza smettere di lavorare con i cucchiai e le mascelle.

«Zocchi la fa franca.»

«Ghe resta anca lu!»

«Cossa l’è che te scommett?»

Un umbro disse, sentenziosamente, masticando:

«Pecora nera, pecora bianca: chi more more, chi campa campa.»

E un abruzzese cantilenò: Lu nasce e lu murì, ’icea Quagliuccia, vanne accucchiate come la saggiccia…

Per poco non impegnarono scommessa sul destino del compagno, sfamandosi con la zuppa dolce e calda, accendendo le pipe, divenuti filosofi col risveglio degli istinti egoistici, mentre invisibili occhi, dirimpetto, fra le nude rocce, aspettavano al varco il predestinato.

A un tratto, nella gran pace, un sibilo, uno strido, e poi, più netto, un crocchiar cadenzato, per aria, sul canalone.

«I scorbatt(i corvacci)!»

Roteavano altissimi, digradando lentamente verso la piazzola, attirati dall’odore del sangue.

«Spetta, carogna!»

Una fucilata li disperse e Alfani non ebbe cuore di rimproverare chi trasgrediva il divieto d tirare senza ordini.

«Ma Zocchi?» domandò ai graduati.

«Com’è che non spunta ancora?»

«Va’ ti a vedé!» ingiunse il sergente al caporale.

Ed ecco, nel silenzio tornato profondo, un altro suono, il suono d’una voce lontana … Un lamento? … Sì, ecco: un Ahi! e poi ancora, lunghi e fiochi, altri Ahi! Ahi! …

Alfani volle poter dubitare.

«Cos’è?»

«Gh’è on quaichedun, là dessôra, che l’è viv ancamò, scior tenent!(C’è qualcuno là sopra che è ancor vivo signor tenente)» spiegò Borga a bassa voce.

«Non è Zocchi?»

«Nossignor! El sent?…» confermò, più piano.

«La ven de pussee lontan, la vôs(viene da più lontano la voce)!»

Ma i soldati avevano anch’essi compreso, e accostati al parapetto, nuovamente turbati e inquieti, scambiavano domande e osservazioni:

«Chi sarà quel disgrassiato?»

«Ha da mori’ comm’un cane (deve morire come un cane)?»

«Pôro fijo (povero figlio) de mamma sua!»

Con le mascelle contratte e gli occhi rossi, Alfani tornò a puntare il binocolo sul gruppo dei caduti.

Non si vedeva muovere nessuno dei corpi, ma il gemito giungeva più distinto e straziante: Ahi! … Ahi! … Ahi! …

Tutto il cielo del nord, dietro il Lamagnolo, appariva ora appreso in una tetra lastra di piombo, mentre stracci di vapori uscivano dal fondo della Fòlpola, come da una caldaia e si alzavano intorno al sole.

 Il passo del caporale che tornava fece rivoltare l’ufficiale.

«Ebbene, Zocchi?»

Il graduato restò un poco in silenzio.

«Si può sapere dove s’è cacciato?».

«Signor tenente, s’è sciogliuto (sparito) ’o corpo…»

Ma subito dopo più voci annunziarono: «Eccolo, Zocchi!»

Riappariva infatti in quel punto fuori del camminamento.

Sporse prima la testa; poi la ritrasse; poi si gettò a terra.

Impossibile essere più guardinghi.

Schiacciato, spiaccicato, Zocchi pareva fare una cosa col suolo.

Nondimeno avanzava, impercettibilmente, senza lavorar di gomiti per non sollevarsi d’una linea, cercando a tastoni con le mani e i piedi le sporgenze alle quali s’afferrava per tirarsi su o s’appoggiava per spingersi innanzi.

Quando uscì nel terreno più scoperto fu visto obliquare a sinistra e poi annaspare senza che si comprendesse perché; forse per essersi impigliato, lui o il fucile; e a un tratto la canna dell’arma emerse: immediatamente rintronò la schioppettata austriaca seguita da un grido lacerante e da voci furenti e minacciose: «Ciappa su!»

«A ti!»

«Mori ammazzato!»

E, di scatto, parecchi colpi partirono.

L’ufficiale tacque ancora a quella nuova infrazione della consegna.

Come incolpare i soldati se, esasperati nel veder cadere tanti compagni, non potevano trattenersi dal difenderli contro il rostro dei rapaci e dal rispondere ai nemici, sia pure invano?

Ora lo faceva anch’egli, mentalmente, il conto che facevano tutti: cinque colpiti, tra morti e mal vivi, senza che si potesse pensare a ritirarli, senza che si potesse soccorrerli.

Aveva anch’egli il petto oppresso dall’angoscia che stringeva tutti, oramai, i primi del turno come i più lontani; perché il turno si svolgeva troppo rapidamente, perché quanti tentavano di raggiungere quel posto maledetto tanti ce ne restavano.

E lo pensava a sua volta, ciò che qualcuno cominciava a dire sottovoce:

«Non c’è mica gusto, a fass’ ammazza’ così!»

«Passiensa ciapè d’le bote; ma sôssì a s’ciama fé la mort d’l ratt (Pazienza prendere un sacco di legnate, ma morire così è … fare la fine del sorcio)!»

Dopo avere tentato inutilmente di convincere i superiori dell’inutilità della missione, il tenente Alfani si trova costretto a proseguire.

E nel silenzio tornato sovrano, nel tenebrore del cielo sovrapposto al tenebrore della terra ricominciarono a venire, dal gruppo dei caduti, le voci di lamento, più forti e più lugubri, gli Ahi! … Ahi! … prolungantisi invano in Aiuto! …

A pugni stretti, fremente, Alfani fissava la piazzola.

Mai, in due anni di guerra, nelle mischie terribili, sotto il grandinare della mitraglia, fra le messi sanguinose degli uomini falciati a manipoli, a schiere, egli aveva provato il raccapriccio che ora lo invadeva dinanzi a quella lenta, metodica e inutile strage.

Nelle circostanze più gravi, nelle situazioni più imbarazzanti, per temperamento e per ragionamento egli era stato sempre certo di non sbagliare attenendosi strettamente alla consegna; ora no, ora esitava, ora sentiva che quella consegna costava già troppe vite.

Infrangerla?

Assumersi la responsabilità delle conseguenze? …

Il Consiglio di guerra, allora; il plotone di esecuzione… Ah, no! Una pistolettata nella tempia, prima! … O andare sulla piazzola, piuttosto: accorrere presso i caduti, piantarsi egli stesso al posto dei suoi soldati! E mosse un passo.

Ma Borga, che ne spiava le mosse, che gli aveva letto in viso, alzò la voce:

«A chi l’è che tocca?»

«Nummero uno d’a siconna squadra (Numero uno della seconda squadra)!»

Tutti gli uomini del secondo turno della prima giacevano a terra.

«Morana!» chiamò il capoposto.

Nessuno dei soldati ripeté il nome, mentre il nuovo chiamato si avanzava, pallido ma con passo fermo. E

ra un prode, un veterano d’Africa: aveva il petto fregiato del nastrino azzurro per una medaglia di bronzo guadagnatasi in Libia con una motivazione degna di quella d’argento.

Bel giovane, alto, forte, animoso: Alfani lo aveva esperimentato in molte occasioni, e sempre se n’era lodato, predicendogli che quel nastrino ne avrebbe presto figliato altri.

Poiché l’atroce ingranaggio ricominciava a funzionare, poiché il destino inesorabile doveva compiersi meccanicamente, egli disse, studiandosi di dare fermezza alla voce:

«Be’, Morana: questa è la volta di far vedere come si compie il proprio dovere.»

Senza lasciare con gli occhi gli occhi del superiore, il soldato rispose:

«Signor tenente, io non ci vado.»

Alla prima, Alfani credette d’aver frainteso.

«Cos’hai detto?»

Livido, Morana rispose, più forte:

«Signor tenente, io non ci vado.»

Invaso da un immenso stupore, l’ufficiale volse lo sguardo agli astanti.

Taciti, immobili, agghiacciati, evitavano tutti di guardare il loro comandante, evitavano di guardarsi tra loro.

L’orrore di ciò che avevano visto era superato dal terrore di ciò che udivano, da quel rifiuto d’obbedienza freddo, risoluto, premeditato.

E dinanzi all’inaudito rifiuto il sentimento della disciplina insorse nella coscienza dell’ufficiale.

«Avete sentito, voialtri?»

Nessuno rispose.

Egli rise d’un falso riso.

«Oh, oh! … Questa davvero che è nuova!»

Poi non volendo e quasi non potendo credere:

«Andiamo, Morana: guarda che non è tempo di scherzi.

Piglia il tuo fucile, e svelto!»

Parve un momento che lo sguardo del soldato si smarrisse.

Poi diede un lampo, e la voce strozzata ripeté la terza volta:

«Signor tenente, io non ci vado».

Alfani avvampò.

Appuntandogli un dito contro il viso terreo e avanzandosi d’un passo, esclamò:

«Tu? … Sei tu che ti neghi? … Un valoroso come te? … O non sei più il Morana del Passo dell’Antenna e del Casello di Breno? O non sei più quello che ha visto a faccia a faccia i diavoli di Libia e li ha fatti scappare?»

Improvvisamente, il soldato fu preso da un tremore che dalle mani e dalle braccia si diffuse a tutta la persona.

Ed anche Alfani rabbrividì, mentre per l’aria agghiacciata stillavano le prime gocce di neve strutta.

«Ma cos’è? … Hai paura? … Anche tu?»

Gli occhi smarriti, le labbra paonazze dicevano di sì, che egli aveva paura, tanta paura, una paura folle, ora che non si doveva combattere in campo aperto, ora che l’orrida morte era accovacciata lassù.

E la pietà, una pietà impotente, tornò ad invadere il cuore dell’ufficiale dinanzi a quell’uomo che la legge della guerra gli dava il diritto di uccidere.

«Ma tu non sai che cosa significano le tue parole? Lo sai, è vero, che cosa importa rifiutare un ordine, qui?»

Gli occhi, i soli occhi assentirono.

«O dunque, va’!»

Non rispose, ricominciò a tremare, arretrandosi come per istinto: e Alfani raccolse tutta la sua forza per riprendere ad esortarlo:

«Or via, non me lo far ripetere! … Vedrai che l’austriaco non tirerà… Aspettiamo un poco: crederanno che abbiamo rinunziato a staccar la vedetta… Farò riprendere il fuoco dell’artiglieria, finché non lo ridurremo a star zitto!»

Ma l’altro si traeva ancora indietro, quasi sotto la minaccia del colpo mortale; e non tanto il rifiuto quanto l’irragionevolezza dalla quale gli pareva dettato arrovellò l’ufficiale.

«Ma come? … Preferisci sei pallottole nella schiena ad una che può anche lasciarti vivo?»

La morte, infatti, stava dinanzi al soldato; ma più certa e inesorabile e ignominiosa lo guatava anche alle spalle.

Né lo sciagurato traeva più indietro il capo: lo abbassava, anzi protendendo tutto il corpo, come sul punto d’essere abbattuto dalla molteplice e infallibile scarica.

Con più duro sforzo, con voce velata dalla commozione, Alfani riprese:

«E forse che non siamo qui tutti per dare la nostra pellaccia? … Non ci siamo preparati tutti a crepare, dal giorno che partimmo? … Vuoi proprio mettere con le spalle al muro il tuo tenente che ti vuol bene, che vi vuol bene tutti, che darebbe la sua vita per quella dei suoi ragazzi? … Gli ordini, li sai? … Lo sai, che io debbo eseguirli?»

Vedendo che gli sguardi del tremebondo si volgevano ora ansiosi e supplici ai compagni, egli incalzò:

«O vorresti che andasse ancora un altro? …

Ma lo sai anche da te che il turno è sacrosanto, se non ci sono volontari.»

Poiché lo sciagurato non si muoveva e si guardava ancora intorno, Alfani gridò sdegnosamente rivolto ai suoi uomini muti ed esterrefatti:

«Soldati! Qui c’è un vigliacco che vorrebbe esser saltato!»

Alla sferzata Morana sussultò, alzò il capo, e le guance livide, investite dalla pioggia, furono rigate da grosse gocce che parevano lagrime.

«Chi di voi vuol prendere il posto del vigliacco?»

Risposero il silenzio delle altitudini, i rantoli dei caduti e il gracchiar dei rapaci roteanti di nuovo sulla piazzuola.

«Allora, se non va nessuno…»

E invaso dal disgusto, dal corruccio, dal ribrezzo, in una violenta reazione di tutto l’intimo essere suo, scotendo da sé la viltà dalla quale si sentiva guadagnare anch’egli, rompendo il ferreo cerchio dal quale si sentiva serrare, Alfani afferrò il moschetto del sergente rimasto appoggiato contro la scarpata interna, e si slanciò verso il pericolo in mezzo alle prime folate di nebbia che giungevano sulla trincea.

Ma si sentì tosto inseguito, afferrato e trattenuto.

Rispettoso ma concitato, il sottufficiale lo richiamava in sé, disarmandolo.

«Scior tenent!… Cossa el fa!… Lu el po minga! (Signor tenente, cosa fa? Lei non può

«Lasciami andare, perdio!»

«Lu no!… Lu el dev no lassà el so post (no. Lei no. Lei non deve lasciare il suo posto)!»

Poi, tornando indietro, deposta l’arma dentro un cunicolo, investì violentemente il soldato:

«Insomma, Morana: te vet, sì o no?»

«E gli danno anche le medaglie!» gridò Alfani riavvicinandosi, in preda a un’eccitazione terribile dinanzi alla persistente immobilità e al cieco diniego di quell’uomo.

«E portano il segno del valore!»

Parve che si desse un pugno in petto; ma col gesto violento si strappò i nastrini e li buttò a terra.

«Via, questi stracci, se han da portarli i vili!»

Il tremore del soldato crebbe, spaventosamente; le stesse labbra scomparvero dalla faccia cadaverica.

Nel silenzio attonito, più greve, ovattato dai vapori, una voce annunziò:

«L’ispession! … El scior maggior!… (l’ispezione! Arriva il signor maggiore

Afferrato allora il riluttante con le due mani per le spalle, Borga lo scosse forte, e gli gettò in faccia:

«Di’, vôi, come l’è che femm (ditemi voi che cosa facciamo)?»

Improvvisamente gli occhi di Morana lampeggiarono, mentre il corpo si torceva per sottrarsi alla stretta:

«Ecco… così…»

E prima che nessuno avesse tempo di comprendere che cosa volesse dire, che cosa stesse per fare, corse lungo il fosso, fino al cunicolo, si chinò ad afferrare il moschetto, ne appoggiò al ciglio di fuoco il calcio, se ne appuntò la bocca sotto il mento, e trasse il colpo che fece schizzar il cervello contro i sacchi del parapetto.

Commento

Nella descrizione della situazione al fronte, De Roberto rinuncia a qualsiasi dettaglio accessorio.

  • Una postazione essenziale dal punto di vista strategico ma collegata alla trincea italiana da un camminamento esposto al fuoco nemico.
  • Un plotone di soldati guidati da un tenente caritatevole.
  • Un cecchino del nemico, infallibile.

Sono questi gli elementi attorno ai quali prende vita il dramma di De Roberto.

Si arriva subito al nocciolo della situazione senza giudizi morali, psicologie, descrizioni.

La paura punta dall’inizio sull’isolamento del plotone del tenente Alfani.

C’è l’uomo e c’è una montagna inospitale. La postazione presidiata dai soldati italiani possiede tutte le caratteristiche di un luogo chiuso e progressivamente sempre più asfittico. Di qui non si sfugge, sembra dirci De Roberto.

La morte, ne La paura, è associata a un’idea che l’uomo è parte di una macchina di distruzione, in cui lui è il combustibile, si macina carne umana come era stato negli scontri nella pianura della Somme o sulle colline del Carso.

Non ci sono mitragliatrici in campo, ma la precisione della carabina del cecchino austroungarico garantisce lo stesso effetto implacabile, come rileva inorridito il tenente Alfani («l’atroce ingranaggio ricominciava a funzionare […], il destino inesorabile doveva compiersi meccanicamente»).

A uno stillicidio come questo neppure l’eroismo resiste.

Magari De Roberto, nell’ideazione del proprio racconto, è partito proprio dal finale: un soldato famoso per i suoi atti di coraggio, addirittura decorato con una medaglia d’argento, viene colto dal panico tanto da rifiutare di obbedire agli ordini. Lui sa che una simile risposta lo  può portare di fronte al plotone di esecuzione, ma tale minaccia non basta a infondergli il coraggio necessario per uscire.  

De Roberto vuole mostrarci proprio questo, il momento in cui la paura assume una forma così abnorme da vincere persino l’istinto di conservazione che, tra una morte certa e una morte solo probabile, dovrebbe spingere chiunque a optare cento volte su cento per la seconda.

«Ma come? … Preferisci sei pallottole nella schiena ad una che può anche lasciarti vivo?», gli chiede senza successo il tenente.

Su un piano puramente razionale il suo discorso non fa alcuna piega, ma l’autore vuole mettere in scena la forza di questo sentimento: la paura, suscitata da una catena di morti assurde. E quando la paura attanaglia l’uomo, la volontà si annienta, ogni possibile eroismo sfuma in una situazione senza vie d’uscita.

Al seguente link puoi trovare la lettura del racconto a cura di Pierfrancesco Favino.
https://www.raiplayradio.it/playlist/2017/12/La-Paura-c9365773-5e5c-4a3b-8ac0-6e6a30d79a64.html
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Matilde Serao

Giornalista, scrittrice, imprenditrice, Matilde Serao rompe le convenzioni e riesce a collezionare numerosi primati:

  • nel 1882 è assunta al «Capitan Fracassa», prima donna redattrice nella storia del quotidiano romano,
  • fonda due giornali «Il Mattino» (insieme al marito Edoardo Scarfoglio nel 1892) e «il Giorno» (1904),
  • lavora come direttrice a diverse riviste periodiche.

Di indole coraggiosa, irriverente della morale del tempo, raggiunge ambiziosi traguardi professionali e inaugura un nuovo modo di fare giornalismo inteso come vocazione, come impresa, come strumento di formazione e testimonianza:

«Giornale è tutta la storia di una società – scrive – E, come la vita istessa, di cui è la immagine, […] ha in sé il potere di tutto il bene e di tutto il male […]. Il giornalista è l’apostolo del bene […] il giornale è la più nobile forma del pensiero umano […]. L’avvenire è del giornale».

È una fedele testimone del suo tempo, profonda conoscitrice delle mode e degli stili di vita dell’alta società, ma anche delle pene e delle speranze delle popolazioni dei bassifondi

Fu una scrittrice prolifica, viene considerata esponente della letteratura verista, anche se la critica ha però messo in luce come la sua osservazione della realtà sia piuttosto il frutto di un’elaborazione personale delle «cose viste».

«Io scavo nella mia memoria, dove i ricordi sono disposti a strati successivi […]. Se ciò sia conforme alle leggi dell’arte, non so: dal primo giorno che ho scritto, io non ho mai voluto e saputo esser altro che un fedele, umile cronista della mia memoria.» [Matilde Serao, Il romanzo della fanciulla, prefazione, ottobre 1885]

Nacque nel 1856 a Patrasso, in Grecia, dove il padre si era rifugiato nel 1848 per sfuggire alle repressioni borboniche.  Il padre, Francesco, era un giornalista e la madre, Paolina Bonelly, una greca di sangue nobile.  Rientrata a Napoli si diplomò come maestra, quindi si impiegò nei Telegrafi dello stato, mentre cominciava a pubblicare bozzetti e novelle su giornali locali. La Serao iniziò giovanissima la carriera di giornalista, prima come redattrice del «Corriere del mattino» di Napoli, poi a Roma, come “redattrice fissa” del «Capitan Fracassa» e collaboratrice di altri noti periodici: la «Nuova Antologia», il «Fanfulla della Domenica», la «Domenica letteraria».

Matilde non era bella, era grossa e tozza e aveva un’aria da maschiaccio. Era estroversa, gesticolante, sgraziata e chiassosa ed ebbe una vita sentimentale normale e piena. Nel 1885 sposò Eduardo Scarfoglio. Né l’attività giornalistica né la nascita dei quattro figli le impedirono di dedicarsi alla scrittura. Mentre sul fronte professionale i coniugi avevano un certo successo la serenità di Matilde venne minata dalla relazione sentimentale tra il marito e una cantante, dalla quale nascerà una bambina. Ma dal momento che Edoardo non intendeva lasciare la moglie, la cantante si tolse la vita. La bambina, abbandonata dalla madre morente sull’uscio di casa Scarfoglio, venne amorevolmente accolta da Matilde. Ma la sanguinosa vicenda, oltre che a riempire le pagine dei giornali, condusse la coppia alla separazione.

La carriera giornalistica la porta anche ad essere candidata al premio Nobel, che però non le sarà assegnato.

Si spegne a Napoli, a 71 anni.

Accanto all’attività giornalistica, la Serao si dedicò alla scrittura narrativa, scrisse infatti più di quaranta volumi fra romanzi e novelle.

La scrittrice si dimostrò sempre affascinata dal pettegolezzo e spesso si abbandonò alle curiosità della vita mondana di Roma e Napoli.

Vedi la novella La moglie di un grand’uomo.

Fu anche un’amorosa interprete delle sofferenze e delle speranze del popolo napoletano.  

Nel 1884 realizza un reportage dal titolo Il ventre di Napoli, dove in primo piano è l’attenzione della Serao per la gente povera e rassegnata dei quartieri fatiscenti e brulicanti della città.

Della Napoli pullulante di sottoproletariato e piccola borghesia di fine Ottocento, la Serao ci ha offerto un panorama geniale e dettagliato nella produzione del decennio 1880-1890.

Matilde Serao morì a Napoli il 25 luglio 1927, al tavolo di lavoro, per un attacco cardiaco.

La moglie di un grand’uomo

Vi era una volta una fanciulla — ohimè quante ve ne furono e quante ve ne sono! — una fanciulla che doveva pacificamente sposare un giovanotto. Costui era un bravo ragazzo, negoziante all’ingrosso di spirito e di zucchero; i suoi buoni amici dicevano che del primo non gliene rimaneva mai in deposito e del secondo troppo, volendo significare, con una ignobile freddura, che era buono e stupido.

Viceversa, la fanciulla aveva un professore di lingua italiana che la dichiarava un ingegnaccio; ella leggeva romanzi e parti letterarie di giornali illetterati, assisteva a conferenze scientifiche, storiche e poetiche, spiegava sciarade, era immancabile alle prime rappresentazione, prendeva viva parte alle discussioni critiche ed inutili che ne scaturivano: insomma una fanciulla moderna, una fanciulla superiore.

Qui si comprende che prima di diventar tale, il suo matrimonio col negoziante di zucchero e spirito poteva sembrar logico, ma giunta che fu la superiorità diventava una proposizione assurda; poiché ogni fanciulla superiore che si rispetta, deve sposare un uomo illustre o morire zitella. I genitori che amavano molto la loro figliola, si persuasero di questa profonda verità e licenziarono il fidanzato; egli pianse per un’ora, si disperò per tre giorni, fu malinconico per una settimana e finì per sposare la figliuola di un negoziante di legname. La storia non aggiunge se ebbero lunga prole, ma all’onesto lettore è lecito supporlo.

Intanto la fanciulla cercava il suo uomo illustre e, dopo mille difficoltà, ne trovò uno; difficoltà non già per la scarsezza del genere, poiché a sentire i contemporanei, siamo nell’epoca delle grandezze, — ma ella ne voleva, una vera, autentica, bella e buona.

Quello che scelse era, come al solito, sorto dal nulla, perché una celebrità che si permettesse di non sorgere dal nulla, sarebbe una falsa celebrità; aveva combattuto con la miseria, la fame ed il freddo, gioconda compagnia della sua giovinezza: come gli altri entrò in carriera per la porta piccola del giornalismo e portandovi due qualità opposte, la pazienza e l’ardire, riuscì a conquistare un nome ed un posto nella schiera militante.

Poi gli si volsero sempre favorevoli gli eventi, per lui accaddero miracoli inauditi; gli editori pagavano, i suoi libri arrivavamo alla sesta edizione, la critica lo carezzava, la gloria gli cascava addosso, sua vita natural durante.

Tentò la politica, questo grande spegnitoio delle intelligenze artistiche, e fu tanto fortunato da uscirne vivo e vincitore. Quando una sua interpellanza era annunziata, il Ministero faceva l’esame di coscienza, gli avversari affilavano i ferruzzi delle risposte, le tribune si affollavano di ascoltanti; un portafoglio gli era stato offerto, aveva avuto lo spirito di rifiutarlo. Gli giungevano onorificenze, gradi, titoli, croci da tutte le parti: egli accettava tutto con serenità olimpica e rimaneva un uomo illustre, osservato, studiato, discusso, commentato e sempre applaudito dal pubblico.

Come la fanciulla poté vederlo, conoscerlo, portarselo in casa, persuadere i parenti, sarebbe lunghissimo il narrare: giorno per giorno, per la parola matrimonio, si disperdono nell’oceano della vita torrenti di diplomazia femminile.

Certo non fu lieve impresa fare la conquista di quell’eterno trionfatore, perché egli si amava troppo per amar molto qualche altro; ma la giovanetta era ricca, bella, elegante, sapeva a memoria i libri di lui e ne recitava qualche brano, con un grazioso sorriso di ammirazione; era un’adorazione perpetua degli atti, delle parole del grande uomo: i genitori con la loro adorazione parevano chiedere umilmente l’onore di tanto parentado: lo adoravano gli amici di casa, lo adoravano i servi, egli si inebriò di quell’incenso, si commosse allo spettacolo di tanta brava gente ai suoi piedi; scese dal trono della sua grandezza e si lasciò strappare un benevolo consenso.

Un’adorazione meritata: pensava la sposina. Un uomo di genio nulla ha di simigliante con la turba degli alti esseri piccoli e comuni: egli vive in una sfera elevata, circonfusa di luce. Il portamento altero della testa; la noncurante disinvoltura della persona; lo sguardo ora fisso sulla terra, ora perduto nel cielo, sempre profondo; la sprezzatura artistica dei capelli, il solco della fronte, il senso di mistero dei vari sorrisi, la piega ironica del labbro, tutto rivela la razza degli eletti. Nessuno come chi sa entrare in un salone, inchinarsi, richiamare su di sé tutti gli sguardi, essere il centro dell’attenzione, dominare tutta la riunione. Tutto quello che egli dice, ha un senso riposto che talvolta sfugge ai profani; spesso egli dice cose molto semplici, che ognuno sa, ma v’imprime un suggello d’originalità elegante; la sorridente modestia con cui parla di sé stesso, la bonomia con cui accoglie i giovani principianti, quella velatura di disprezzo, con cui tratta gli avversari, la calma con cui affronta la discussione ed il subitaneo scoppio dell’idea, sono tutte cose che completano la sua grandezza. Egli ha la singolare potenza di dare un aspetto poetico anche ai nostri prosaici abiti moderni: il petto della camicia sembra nebuloso. I guanti hanno una tinta soave ed indefinibile, la stessa marsina acquista delle linee artistiche — viene la voglia di chiedere se quest’uomo pranzi, beva e dorma come il resto dell’umanità. Come deve essere sublime nel momento dell’ispirazione! E nell’amore! Essere la moglie di quest’uomo, portare il suo nome, possedere il suo cuore, dividere la sua gloria: ecco la felicità delle felicità.

Distacco alcune noterelle dal giornale della giovane sposa.

Viaggio bellissimo, Guglielmo a Roma mi ha parlato delle antichità romane, a Firenze delle repubbliche italiane, a Bologna dell’Università, dappertutto di arte e di estetica. In un viaggio di nozze! … Gli amici di Guglielmo finiranno per irritarmi. Lo circondano sempre, lo assediano, non me lo lasciano un sol momento; con me, poi, o mi inganno o usano una cert’aria compassionevole che mi dà sui nervi; ve ne è uno specialmente che quando va via, non manca mai di dirmi: «Vi raccomando il grand’uomo». E l’altro giorno, mi disse con un tono sentimentale: «Fatelo felice, signora, fatelo felice, perché la storia ve me chiederà stretto conto». Domando io se la storia deve ficcare il naso in certe cose…

Siamo a casa. Guglielmo ha quattro librerie, moltissimi libri che sono ammirati dai visitatori, ma egli non legge mai. Io credeva che studiasse almeno cinque ore al giorno, mi ingannavo, avrà studiato prima.

Orribile, orribile! Egli porta un berretto da notte con un fiocco rosa, col pretesto di conservare l’arricciatura dei capelli!

Egli restava ore intiere nel suo gabinetto da toilette e ciò stuzzicava la mia curiosità, — ammesso che marito e moglie sono la stessa cosa, non vi è indiscrezione a vedere che cosa fa l’altra metà di sé stesso; ho posto l’occhio al buco della serratura. Egli studia davanti allo specchio; gli ho visto provare una dozzina di sorrisi ed otto pose diverse … Nei momenti d’ispirazione mio marito somiglia tal quale uno stupido. E guai ad entrare allora in camera sua! È scortese, ineducato, vi manda via con certe parole…

Egli pranza benissimo. Vuole sempre dei grandi pezzi di carne sanguinolenta, che gli danno l’aria di un cannibale che squarta un cristiano. Venitemi un’altra volta a discorrere dell’ambrosia dei poeti!

Sono otto giorni che mio marito passeggia per la casa, declamando un discorso che improvviserà alla Camera. Non andrò a sentirlo: a momenti lo pronunzio io il discorso, tante volte l’ho inteso ripetere.

Il segretario di mio marito…

Questa politica mi obbliga a fare moltissime cose che mi dispiacciono. Adesso sono obbligata a far visita alla signora Zeta, una donnina gentile, troppo gentile; taci lingua, che ti darò un biscotto! Lo so, noi siamo esseri deboli, ma almeno salvare le apparenze! Ed è moglie di un uomo politico; non ha dunque imparato nulla alla scuola di suo marito?

Sono furiosa, Guglielmo riceve delle lettere amorose da signore incognite, che lo amano per suoi libri; quando gli ho fatta una scena, mi ha risposto, con la solita freddezza: «Cara mia, sposandomi dovevate saperlo, sono gli incerti della posizione!» Me li chiama incerti! Una di queste sfrontate gli scrive: Sono sicura che vostra moglie non comprende la vostra grandezza. Vorrei che questa signorina lo vedesse col suo berretto da notte!

Il segretario di mia moglie….

Guglielmo fa una corte assidua alla moglie dell’ambasciatore. Se gli dite nulla, vi risponde che è per ragion politica; anzi l’altro giorno mi raccomandò di lasciarmela fare dall’ambasciatore marito: così le potenze rimangono in equilibrio e la pace Europea è assicurata. Non già che mi dispiaccia mettere nella lista mia anche l’ambasciatore — ma egli è così noioso, così noioso….

Guglielmo non può accompagnarmi ai bagni. Va a fare un viaggio diplomatico, dove non posso andare anch’io. Pazienza, mi rassegnerò.

Grandi uomini… Ammirarli si, sposarli mai…

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Verismo

Il verismo è un movimento letterario italiano che si sviluppa nella seconda metà dell’Ottocento.

Gli scrittori che aderiscono al verismo mirano a rappresentare la realtà sociale del loro tempo. I veristi rappresentano situazioni regionali fatte di povertà, di miseria e di sfruttamento. I loro personaggi sono contadini, pescatori, minatori, sono quindi umili lavoratori di cui si cerca di rendere l’universo psicologico e linguistico.

Sviluppatasi in Italia negli ultimi trent’anni dell’Ottocento, la corrente letteraria del verismo è il corrispettivo italiano del naturalismo francese. Mentre però in Francia il naturalismo si sviluppa in una società industrializzata e in un contesto cittadino, il verismo ha a che fare con la realtà periferica e misera del proletariato di un’Italia contadina, ancora arretrata economicamente.

Infatti i naturalisti francesi rappresentano prevalentemente la vita del proletariato urbano, mentre i veristi concentrano la loro attenzione sulle condizioni di miseria e di sfruttamento nelle quali vivevano le plebi italiane fatte di braccianti e di pescatori.

Un’altra differenza tra naturalismo e verismo riguarda l’atteggiamento verso lo sviluppo economico e sociale. Mentre gli scrittori naturalisti manifestano una certa fiducia nel progresso, l’ideologia dei veristi è molto più pessimistica. Un miglioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni sembra impossibile: quando, nelle opere veriste, un personaggio di umile condizione cerca di salire nella scala sociale, il suo sforzo finisce quasi sempre in tragedia.

I massimi esponenti del verismo sono siciliani: Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto, Capuana e Verga sono catanesi, De Roberto nasce a Napoli, ma vive a Catania. Importanti esponenti del verismo sono anche Matilde Serao nata a Patrasso che vive e lavora a Napoli, Grazie Deledda, sarda, che ottiene nel 1926 il premio Nobel per la letteratura.

Il teorico del verismo italiano è Capuana, docente all’Università di Catania, ma il caposcuola riconosciuto del movimento è Verga.

 Caratteri del verismo italiano

Il verismo italiano è attento alle realtà locali e soprattutto a quelle del Sud Italia, dove la retorica dell’Unità d’Italia non ha avuto grande seguito. Il Sud Italia, che ha subito l’Unità e che non sente di aver ottenuto grandi vantaggi, manifesta il fallimento del Risorgimento. Il verismo diventa un’occasione di raccontare la verità del Sud Italia contro le ipocrisie della politica e della cultura, contro chi commissiona studi sul Sud e poi non ne tiene conto, contro chi non fa reali piani di sviluppo per il Mezzogiorno d’Italia.

L’analisi oggettiva e scientifica della realtà diventa uno strumento di denuncia per i veristi italiani, denuncia che diventa l’obiettivo del loro lavoro.