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Imperialismo

Cosa significa imperialismo

Con la parola imperialismo si intende la costruzione da parte delle potenze europee di imperi coloniali estesi alla maggior parte del pianeta. Si tratta del fenomeno più caratteristico del periodo compreso tra il 1870 e il 1914: questo periodo è definito l’età dell’imperialismo.

Carattere specifico dell’imperialismo fu la conquista militare e politica finalizzata al dominio di intere regioni rilevanti per il loro interesse strategico o commerciale.

Le cause dell’imperialismo

Diversi studiosi hanno cercato di individuare le cause di tale fenomeno. Hobson, che era un liberale, ritiene l’imperialismo una distorsione del sistema capitalistico. Il sistema capitalistico si è trovato ad affrontare una crisi derivata dalla debolezza della domanda interna e quindi ha cercato nuovi mercati che fossero protetti dalla concorrenza.

Questa motivazione quindi è accentrata sull’aspetto economico.

Lenin, il leader della rivoluzione russa del 1917, ritiene che la guerra, nello specifico parla della Prima Guerra mondiale, sia la massima espressione del conflitto Inter imperialistico. Lenin infatti considera l’imperialismo come l’esito estremo della concorrenza economico politica internazionale e della conflittualità tra le potenze.

Ritiene inoltre che questa conflittualità sia la premessa per il crollo dello stesso sistema capitalistico. A posteriori sappiamo che la sua previsione non si è realizzata.

Il pensiero intorno all’imperialismo

La storiografia di ispirazione marxista dà un’interpretazione economica dell’imperialismo, fu contestata nei decenni successivi da studiosi di impostazione liberale a cominciare da Schumpeter.

Schumpeter

Egli legge l’imperialismo non come manifestazione di razionalità economica ma come una un’eredità dell’Antico regime, come un irrazionale e antieconomica tendenza al dominio sopravvissuta nelle caste militari e aristocratiche dell’Europa.

Molti studiosi nel secondo dopoguerra sostennero che l’imperialismo non aveva motivazioni economiche.

Fieldhouse

Per Fieldhouse l’imperialismo è interpretabile come manifestazione dei più tradizionali conflitti di potenza inter europei. Secondo questo studioso l’imperialismo non rappresenta una novità rispetto al colonialismo precedente ma piuttosto una sua intensificazione, dovuta sia a ragioni di potenza e di prestigio politico, che al sorgere, nelle periferie asiatiche e africane, di situazioni di instabilità: Questa instabilità preoccupava i governi locali che spingevano i governi europei a intervenire per ripristinare una situazione di equilibrio.

Questa tesi è detta dell’imperialismo periferico ed è molto discussa e discutibile. La tesi ha avuto comunque il merito di spostare l’attenzione da una prospettiva esclusivamente euro centrica a una più attenta alle realtà delle periferie coloniali.

Wehler

Un’altra tesi è quella dell’imperialismo sociale elaborata da Wehler, uno storico tedesco.

Egli, partendo dallo studio della Germania a cavallo tra Ottocento e Novecento, considera l’espansione coloniale di fine Ottocento come una risposta delle classi dirigenti alle tensioni sociali innescate dai processi di modernizzazione industriale.

Alla luce di questa interpretazione, l’imperialismo diventa un capitolo di quell’opera di integrazione delle masse nei valori dello stato-nazione e di acquisizione del consenso che impegnò le classi dirigenti europei in quell’epoca.

Le cause dell’imperialismo

Non possiamo trovare spiegazione di questo fenomeno in una causa sola.

Non basta dire che la causa è di tipo economico per cui l’imperialismo è motivato solo dalla ricerca di materie prime e di mercati in cui investire i capitali in eccesso.

Questo è sicuramente vero per alcune aree.

Un esempio particolarmente eclatante è quella dello sfruttamento delle popolazioni del Congo belga per l’utilizzo del caucciù. Questo fenomeno sarebbe incomprensibile al di fuori del boom dell’Industria dei pneumatici per biciclette e automobili.

Video Leopoldo II e il Congo Belga

https://www.youtube.com/watch?v=VgRxPQ11xec

Ma oltre al fattore economico che sicuramente è importante individuiamo altri due elementi.

La competizione strategica tra le potenze che portava ad occupare un territorio prima che qualcun altro lo facesse.

La volontà dei diversi governi di dirottare all’esterno il conflitto sociale ottenendo nello stesso momento consenso popolare è legata ai concetti di potenza e di grandezza nazionale.

Tutto questo si inserisce perfettamente nel quadro culturale in cui il nazionalismo dell’800 era diventato un’ideologia che non serviva più per emancipare una nazione ma per aggredire e sopraffare.

La cronologia e la geografia del colonialismo

L’imperialismo si inserisce nella secolare tendenza all’espansione coloniale che accompagna la storia d’Europa.

  • Il 1415 l’anno in cui il Portogallo conquista Ceuta un’isola nordafricana di fronte a Gibilterra.
  • Il 1935 è l’anno della brutale conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia fascista.

Possiamo considerare queste due date come la prima e l’ultima manifestazione del colonialismo. Questi cinque secoli vedono la progressiva affermazione del dominio europeo sul mondo.

In questo fenomeno di lunga durata possiamo riconoscere alcune scansioni temporali fondamentali sia in senso geografico territoriale che dal punto di vista degli Stati che ne furono i protagonisti.

La prima tappa si colloca nel Cinquecento, l’età della conquista dell’America Meridionale da parte delle potenze della penisola iberica.

La seconda si colloca invece alla metà del 700 quando l’espansione coloniale si sposta dall’America verso l’Asia Per iniziativa dell’Inghilterra e della Francia.

La fase successiva la troviamo nel secondo decennio dell’Ottocento che vede la conquista dell’Indipendenza da parte delle colonie dell’America Latina.

Dopo il 1830 possiamo considerare un colonialismo in ritirata perché la perdita di immensi imperi latino americani non regge il confronto con l’ancora parziale incerto dominio Europeo in Asia.

Ma il colonialismo gode ancora di ottima salute.

Infatti l’Ottocento non vede solo il dilagare in Asia in Oceania della Gran Bretagna ma vede anche la completa spartizione dell’Africa in seguito a una vera e propria gara a cui parteciparono le nuove potenze coloniali come la Germania il Belgio e l’Italia.

A conclusione di questo processo, alla vigilia della Prima Guerra mondiale, l’Europa colonizzatrice controllava circa il settanta per cento delle terre emerse del pianeta.

Belle époque

L’Europa tra la fine dell’800 e lo scoppio della grande guerra vive un periodo di grande fiducia nel futuro, pace e relativa prosperità. Nell’esplosione della nuova vita mondana circolano sotterranei dei conflitti nascosti che esploderanno della violenza della Grande Guerra. 

In questo periodo chiamato della Belle époque molte sono state le scoperte scientifiche. Ricordiamo che la seconda rivoluzione industriale ha trasformato la vita di tutte le popolazioni del mondo legato all’Europa. 

Imperialismo in Asia

L’Asia era un continente che ospitava civiltà millenarie raffinate con complesse organizzazioni sociali e politiche.

Era un autentico gigante demografico e una rilevante potenza economica.

Pensiamo che nel 1820 produceva il 60% della ricchezza mondiale, il doppio dell’Europa.

Assoggettare l’Asia a un dominio territoriale e controllarne le masse di popolazione era fuori dalle possibilità anche dei più intraprendenti colonizzatori dell’Europa preindustriale.

Per questo inglesi, francesi, portoghesi e olandesi si erano limitati a conquistare la supremazia sui mari e a controllare piccole aree costiere.

Avevano costituito delle basi commerciali che servivano per i loro traffici.

L’unica eccezione di questo periodo è il dominio instaurato sulle isole di Giava e di Sumatra da parte degli olandesi. Gli olandesi avevano imposto agli indigeni la coltivazione di pepe, caffè, zucchero, tabacco e avevano obbligato gli indigeni a una forma di lavoro molto simile a quelle della schiavitù.

Solo con la metà dell’800 l’Inghilterra iniziò un potente e capillare movimento di espansione coloniale nel cuore del continente.

Inglesi e francesi disponevano ormai delle risorse economiche e tecnologiche militari necessarie ad instaurare domini territoriali diretti, imponendosi spesso con la forza su governi locali dispotici ma indeboliti da lotte tra fazioni o clan.

Questo processo di espansione vide scendere in campo, verso la fine del secolo anche gli Stati Uniti.

Il processo di espansione fu guidato da obiettivi strategici sia di tipo economico che di tipo geopolitico.

La ricca area asiatica divenne teatro di primaria importanza nella competizione tra le potenze.

La dominazione inglese in India

A partire dalla metà del 700, dopo la vittoria della guerra dei sette anni contro i francesi – a cui rimasero solo un paio di scali commerciali – la penetrazione inglese in India era proseguita senza soste a partire dal Bengala, area che costituisce il nucleo originario dell’amministrazione civile assegnata, dal Gran Moghul di Delhi, alla East India Company, la Compagnia delle Indie Orientali.

Nel 1784 Londra istituì la carica di governatore generale dell’India. Tale carica fu ricoperta da un funzionario che aveva il compito di affiancare controllare, a nome della corona britannica, l’operato della compagnia. 

Formalmente l’India era governata dall’imperatore Moghul, ma nella realtà era frantumata in una miriade di piccoli e grandi regni territoriali. Fu giocando su questa frammentazione che la compagnia riuscì ad estendere il suo controllo su gran parte del territorio. Ne risultò una geografia politica “a macchia di leopardo” che intrecciava aree sotto il governo inglese con principati indiani formalmente indipendenti ma, di fatto, controllati da Londra.

A metà dell’800 la Gran Bretagna controllava interamente il subcontinente indiano.

Il subcontinente indiano contava circa 130 milioni di abitanti ed era la regione più popolosa del mondo dopo la Cina. Lo strumento con cui la Gran Bretagna esercitava questo dominio era La compagnia delle Indie orientali che governava la regione affiancata da un governatore generale nominato da Londra.

Tasse e concorrenza

Questa fase del dominio britannico in India fu contrassegnata da un pesante sfruttamento sia per le pesanti tasse che venivano imposte alle popolazioni indiane sia per la concorrenza che le merci inglesi più competitive e più agevolate dal sistema doganale facevano all’industria tessile e all’artigianato indiani.

I prodotti indiani erano gestiti con criteri tecniche tradizionali e quindi raggiungevano costi più elevati. La fiorente manifattura indiana risultò pressoché annientata dalla manifattura inglese.

Alla metà dell’800 l’India da esportatrice era diventata importatrice di tessuti di cotone e si limitava ormai solo a fornire materie prime cioè te e cotone grezzo.

Lo sfruttamento economico, la dipendenza politica, la volontà degli inglesi di europeizzare l’India, introducendo l’insegnamento dell’inglese e un’amministrazione della giustizia sul modello britannico, provocarono tensioni e rivolte.

La rivolta dei sepoys 

La più importante di queste rivolte vide come protagonisti i soldati indigeni al servizio dell’esercito britannico, i sepoys. Questi soldati indigeni al servizio degli inglesi, si ammutinarono nel 1857. 

Diedero vita ad una sanguinosa ribellione che durò più di un anno. La ribellione, che si estese a gran parte del territorio indiano, fu repressa a fatica dagli inglesi. Gli inglesi ebbero la meglio anche grazie all’aiuto determinante della nuova linea telegrafica che collegava Delhi a Calcutta. 

India coloniale

Da questa rivolta gli inglesi appresero la lezione. Impararono che bisognava ricercare l’appoggio delle classi dirigenti locali. Compresero che era necessario modificare lo sfruttamento dell’India inserendo l’India nel sistema economico e commerciale britannico; si resero conto anche che era necessario avviare una politica di sviluppo del paese.

Per questo motivo Londra assunse direttamente il governo della penisola. La compagnia delle Indie orientali fu sciolta; l’India diventò nel 1858 colonia della corona sotto il comando di un viceré.

Nel 1876 la regina Vittoria venne proclamata imperatrice dell’India. 

Al tempo stesso fu avviata una politica di modernizzazione che comportò la realizzazione di grandi opere pubbliche come le ferrovie. Venne istituito un sistema scolastico efficace che si poneva l’obiettivo di creare una classe dirigente di origine indiana ma formata secondo i criteri della cultura occidentale.

Furono costruiti dei college anglo indiani in cui si formava un ceto colto di imprenditori, di proprietari terrieri, di professionisti, di intellettuali. I giovani formati in tali istituti costituiranno, in seguito, il primo nucleo del movimento nazionalista indiano.

Nel 1885 nacque a Bombay il Partito Del Congresso Nazionale Indiano al cui interno si confrontarono due linee politiche:

  • una più moderata e occidentalista che premeva per ottenere, dagli inglesi, concessioni e forme di autogoverno locale. 
  • l’altra, che si rifaceva alle tradizioni religiose culturali dell’induismo messe in pericolo dall’occidentalizzazione del paese, iniziò invece a formulare l’obiettivo dell’Indipendenza.

Queste due linee di pensiero continueranno ad animare il dibattito nazionalista indiano nel lungo percorso che porterà il paese all’indipendenza avvenuta nel 1947 sotto la guida del Mahatma Gandhi.

Video sulla figura di Gandhi

https://www.facebook.com/watch/?v=758221441626592

L’impero cinese nell’Ottocento

L’impero cinese contava circa 430 milioni di abitanti ed era, alla metà dell’Ottocento, lo stato più grande e più popolato del mondo.

La Cina era la principale potenza asiatica. Per questo motivo non era possibile neppure pensare di assoggettare l’Impero cinese né dal punto di vista militare né da quello politico.

Ma era risultata anche molto difficile la via della penetrazione commerciale perché la dinastia Imperiale imponeva una severa politica di isolamento del paese e impediva quindi tutti i contatti con l’occidente, sia quelli commerciali che quelli culturali.

La Cina si limitava ad esportare il tè, il rabarbaro e le cineserie, cioè porcellane, oggetti laccati, che dal Settecento erano diventati molto di moda presso i ricchi europei. Un solo porto cinese era aperto: quello di Canton.

Era proprio questa chiusura verso l’esterno che costituiva la forza dell’impero cinese, ma, allo stesso tempo, ne costituiva anche la sua debolezza.

La Cina era un paese estremamente potente, ma era pietrificato, arroccato culturalmente nel mito di una presunta superiorità, rispetto all’occidente ritenuto barbaro.

L’Impero cinese era governato dall’autorità assoluta di un imperatore che si proclamava figlio del cielo, era gestito da una casta di funzionari, i mandarini, che erano molto gelosi dei loro privilegi ed erano refrattari a qualsiasi innovazione.

Ma il 90% della popolazione, che costituiva la sterminata massa dei contadini, viveva in condizioni miserabili; le popolazioni erano estremamente povere ed erano tormentate spesso da carestie e da inondazioni.

I “trattati ineguali”

Fu proprio su queste debolezze che fecero leva le potenze commerciali, in particolare la Gran Bretagna, che erano interessate a forzare il secolare isolamento di tale impero. L’Impero cinese era particolarmente appetibile per due motivi:

– costituiva un enorme mercato potenziale, 

– era la chiave fondamentale, la porta per entrare in Asia.

Le guerre dell’oppio

L’oppio è una sostanza stupefacente che deriva dal papavero coltivato in Medio Oriente e in India. L’oppio veniva contrabbandato in Cina dai mercanti inglesi attraverso il porto di Canton, l’unico porto aperto verso occidente. Si trattava di un commercio molto vantaggioso per chi lo gestiva ma decisamente malvisto dallo stato cinese. 

L’oppio infatti provocava effetti negativi su diversi livelli:

  • danneggiava l’integrità fisica delle popolazioni,
  • alimentava le mafie locali, 
  • provocava la fuoriuscita di moneta dal paese.

Tra il 1800 e il 1838 la quantità di oppio importata in Cina era passata da 120 a 2400 tonnellate. 

La prima guerra dell’oppio

La prima guerra dell’oppio scoppiò nel 1839 quando il governo cinese distrusse un grosso carico di oppio nel porto di Canton. La Gran Bretagna dichiarò che si trattava di una violazione dei diritti internazionali del commercio e invio cannoniere e soldati. La superiorità inglese fu evidente e nel 1842 gli inglesi costrinsero l’imperatore a sottoscrivere il trattato di pace a Nanchino. 

Con il trattato di Nanchino la Cina fu costretta:

  • a pagare una forte indennità in argento, 
  • a cedere Hong Kong alla Gran Bretagna,
  • ad aprire cinque porti al commercio occidentale, 
  • a limitare al 5% (una cifra molto bassa) i dazi di importazione sulle merci inglesi.

La seconda guerra dell’oppio

Nel 1856 il governo Imperiale, cercando di riacquistare prestigio, attaccò una nave inglese che stava nel porto di Canton. In quel momento prese il via la seconda guerra dell’oppio che si concluderà nel 1860 e nella quale la superiorità militare occidentale inglese inflisse alle truppe cinesi una bruciante sconfitta, costringendo il governo cinese ad accettare nuove imposizioni.

La sconfitta nelle guerre dell’oppio fu un vero e proprio trauma per la Cina e rappresentò l’inizio di un progressivo declino del potere Imperiale.

Questo declino si concretizzerà in una serie di trattati ineguali che garantivano a inglesi, francesi, russi, tedeschi e americani crescenti privilegi economici giuridici. 

Tali paese ottennero la possibilità: 

  • di circolare liberamente nel paese, 
  • di acquistare proprietà, 
  • di non pagare imposte, 
  • di esercitare i diritti privati su parti del territorio cinese, come porti, ferrovie, miniere, cioè le cosiddette concessioni.

Nel 1894-95 anche i giapponesi inflissero all’Impero cinese una severa sconfitta. 

Dopo questa sconfitta l’impero della Cina, che era ancora formalmente indipendente, era in realtà diviso in zone di influenza tra Gran Bretagna Russia Francia Germania e Giappone.

Le ferrovie, i commerci, le dogane, i porti franchi cioè porti esenti da dogane, quindi gran parte dell’economia cinese, erano nelle mani degli stranieri.

Non si arrivò ad una spartizione anche politica della Cina a causa delle rivalità tra i diversi pretendenti e grazie all’opposizione degli Stati Uniti che, nel 1899, imposero la cosiddetta politica della porta aperta.

Con questa politica si concedeva a tutti i paesi uguale diritto di commerciare con la Cina.

In questo modo invece che diventare la colonia di una sola potenza, la Cina diventò una sorta di semi colonia di tutte le altre potenze.

La fine dell’Impero cinese

Le ingerenze straniere e la perdita di sovranità del paese provocarono una protesta nazionalista contro gli occidentali che culminò con una sanguinosa rivolta, la rivolta dei boxers nel 1900, una rivolta organizzata dai membri di una società segreta xenofoba di ispirazione religiosa.

I boxers presero di mira le ferrovie, le missioni cristiane, che erano state ammesse in Cina grazie ai trattati ineguali, e anche le ambasciate di Pechino. Le ambasciate furono assediate fino a quando l’intervento militare delle potenze occidentali non soffocò la rivolta.

L’intervento militare inflisse al governo cinese una nuova pesante umiliazione.

L’azione dei boxers era ispirata dall’odio contro gli stranieri il nome delle tradizioni millenarie della società cinese ed era appoggiata dai settori più conservatori della corte imperiale.

In questo movimento si univano sia rifiuto delle ingerenze straniere che le ostilità verso il cambiamento.

Negli stessi anni andò crescendo un movimento di intellettuali e di borghesi, che provenivano dalle città e che erano stati educati nella cultura occidentale, che ritenevano invece necessaria la modernizzazione del paese e la democratizzazione della sua vita politica.

Questo movimento repubblicano riteneva che l’abbattimento della dinastia agonizzante fosse la premessa indispensabile per attuare un cambiamento radicale.

Il suo leader più prestigioso era il medico Sun Yat-senne aveva fondato il partito del Popolo. Il partito del Popolo aveva un programma politico molto avanzato ed era basato su tre punti:

  • autonomia nazionale, 
  • democrazia politica, 
  • uguaglianza sociale da realizzarsi attraverso la distribuzione delle terre ai contadini.

Nel 1912 venne proclamata la prima repubblica della Cina. 

Sull’ultimo imperatore della dinastia Manchu è stato fatto un film intitolato proprio L’ultimo imperatore.

Il Giappone di fronte all’occidente

Il Giappone nell’Ottocento era caratterizzato ancora da una struttura sociale e politica di tipo feudale. Il potere era detenuto dall’imperatore, una figura che aveva però un valore esclusivamente simbolico e religioso, ma era esercitata in realtà dallo shogun, che era un governatore militare.

Lo shogun comandava sui daimyo, i grandi feudatari, che traevano le loro ricchezze dello sfruttamento dei contadini i quali pagavano i loro tributi in riso. 

Alle dipendenze di questi feudatari stava la piccola nobiltà dei samurai, in origine erano guerrieri del signore ora ridotti al rango di funzionari e di amministratori stipendiati dal daimyo, il feudatario. 

Molti samurai avevano abbandonato i feudi e si erano recati in città dove avevano formato un ceto intellettuale.

In Giappone come in Cina c’erano anche i mercanti, che occupavano il livello più basso nella scala sociale. Tuttavia a differenza dalla Cina in Giappone si era sviluppato un centro di mercanti piuttosto potente che deteneva il controllo della moneta necessaria ai consumi dei ceti più ricchi. I feudatari riscuotevano ancora i tributi in riso.

Nel 1853 una squadra di cannonieri americani si è ancora nella baia giapponese di Uraga in accompagnamento alla richiesta del governo americano di avere libero accesso ai porti del sol Levante. 

Il governo giapponese accettò di sottoscrivere un trattato che apriva il paese ai commerci occidentali il Giappone che fino ad allora era stato chiuso, al mondo occidentale, in modo ancor più impenetrabile della Cina.

Questa apertura ebbe però delle conseguenze completamente diverse da quelle subite dalla Cina e costituì l’inizio, non di un declino, ma dell’avvio di un grande processo di sviluppo.

L’apertura verso occidente apri una grave crisi politica in Giappone culminò con l’abolizione dello shogunato ad opera dei daimyo e dei samurai.

Ma la classe dirigente giapponese seppe vedere in questo l’opportunità di riformare profondamente il paese. La classe dirigente giapponese comprese che il destino suo sarebbe stato segnato negativamente se non si fosse provveduto a svilupparlo in modo tale da renderlo capace di fronteggiare l’occidente.

Il perno di questa trasformazione fu la restituzione delle autorità alla figura dell’imperatore. Infatti nel 1867 ci fu l’ascesa al potere l’imperatore Mutsuhito. Con lui inizia un’epoca di governo illuminato. 

Mutsuhito, appoggiato da mercanti e intellettuali samurai realizzò un impressionante politica di riforme che trasformò completamente il volto della società giapponese.

Si ispirò al meglio della cultura e dell’organizzazione dei paesi occidentali più avanzati.

In campo giuridico e istituzionale venne proclamata: 

– l’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini, 

– l’abolizione del feudalesimo,

– la sostituzione dei governatori feudali a livello locale con funzionari pubblici,

– l’introduzione della scuola elementare obbligatoria,

– la formazione dei quadri superiori nelle università occidentali.

In campo economico venne favorita 

  • la modernizzazione attraverso la libera compravendita della terra  
  • l’industrializzazione del paese ad opera dello stato, 
  • la costruzione delle infrastrutture ferroviarie e di grandi fabbriche in alcuni settori strategici come la siderurgia i cantieri navali e le armi.

Grazie a questi provvedimenti il Giappone non solo evitò il destino della Cina, ma riuscì a trasformarsi in una potenza economica e militare di primo piano, in grado di aspirare alla conquista dell’egemonia nell’aria asiatica.

L’espansionismo degli Stati Uniti

L’Asia fu insieme all’America Latina uno dei teatri privilegiati dell’imperialismo statunitense, che mosse i suoi primi passi verso la fine dell’800.

Per tutto il secolo gli Stati Uniti erano stati impegnati nella colonizzazione interna, nel conflitto con gli indigeni, nello scontro tra stati del sud e stati del nord. Sul piano della politica estera questo aveva comportato un sostanziale isolazionismo, c’è la tendenza a non occuparsi degli affari internazionali se non quando questi incidevano direttamente sulle vicende del continente americano. Questo atteggiamento cambia gradualmente quando la crescita dell’economia americana mise in competizione gli Stati Uniti con le potenze europee.

L’espansionismo americano segui un modello originale. a differenza di quello europeo esso non mirò, in genere, al possesso diretto dei territori, quanto piuttosto alla penetrazione politica ed economica, come quella vista in Cina e in Giappone.

Gli Stati Uniti realizzarono anche interventi diretti di tipo militare come a Cuba e a Panama. Ma la grande forza espansiva del capitale americano si manifestò piuttosto nella cosiddetta diplomazia del dollaro, ovvero nell’uso della potenza economica per ottenere influenza politica: gli investimenti americani all’estero che ammontavano a 700 milioni di dollari nel 1897, raggiunsero i due miliardi e mezzo di dollari nel 1910

La penetrazione imperialistica in Asia, pur garantendo alle potenze occidentali l’egemonia economico-politica nell’area non fu totale. Più della metà del territorio asiatico non conobbe mai un dominio straniero diretto.

Scramble for Africa

blob:https://web.whatsapp.com/e14dd89a-85e8-4f41-851c-9f75f00ed98fL’Africa, all’inizio dell’Ottocento era per il 10% sotto il controllo europeo, ma alla vigilia della Prima Guerra mondiale era assoggettata per il 90%. Erano rimaste indipendenti solo la Liberia (uno stato dell’Africa occidentale fondato nel 1892 da una società filantropica americana per insediarvi gli ex schiavi neri liberati) e l’Etiopia che resistette come stato sovrano fino alla conquista fascista del 1935.

La rapidissima conquista coloniale dell’immenso continente africano viene solitamente indicata con l’espressione “scramble for Africa”. 

La parola scramble significa “strapazzare”, ma anche “corsa affannosa”. In questo senso quindi la parola scramble assume il significato di arrembaggio e sminuzzamento.

Tra i due concetti, espressi da questi due termini, si colloca la spartizione dell’Africa da parte delle potenze europee. Fino agli anni sessanta dell’Ottocento le presenze coloniali europee nel continente erano poche. Si trattava perlopiù di presìdi, piccoli porti, piccoli territori tenuti da olandesi, francesi, inglesi, portoghesi: ad esempio la colonia del Capo era stata assegnata agli inglesi dal congresso di Vienna.

L’Africa aveva interessato a lungo gli europei più come via di transito in direzione dell’Asia e come bacino per la tratta degli schiavi, che come obiettivo in sé.

Ricordiamo che la tratta degli schiavi era stata definitivamente soppressa nei primi dell’Ottocento. 

Il continente africano era per la maggior parte del territorio sconosciuto. il poco che si conosceva non era particolarmente appetibile: l’ambiente era ostile c’erano malattie tropicali e il territorio era popolato da selvaggi feroci e pagani.

Si trattava quindi di un territorio che poteva essere appetibile solo per esploratori coraggiosi e per missionari ferventi. E furono proprio questi a costituire le avanguardie della penetrazione coloniale in Africa che si dispiegò inarrestabile negli ultimi 30 anni del XIX secolo.

Perché in Africa?

Le motivazioni furono di ordini diversi.

  1. Economiche:

l’Europa era interessata all’oro e ai diamanti del Sudafrica, al caucciù e al rame del Congo, ma anche al controllo del canale di Suez.

  1. Ideologiche

gli europei erano intenzionati a civilizzare il continente nero.

  1. Geopolitiche:
  • i francesi volevano creare una continuità di dominio territoriale da est a ovest, dall’Algeria, conquistata nel 1830, al corno d’Africa; 
  • gli inglesi perseguivano lo stesso il progetto lungo l’asse sud-nord dalla colonia di popolamento intorno all’attuale Sudafrica fino all’Egitto assoggettato nel 1882; 
  • i belgi intendevano sfruttare a fondo l’area centrale intorno al fiume Congo, possesso personale del re Leopoldo II; 
  • i tedeschi non volevano rimanere tagliati fuori da questa divisione del bottino e puntavano quindi ad occupare tutti gli spazi liberi; 
  • gli italiani, con la conquista della Libia di parte del corno d’Africa, dell’Eritrea e della Somalia, sentivano di poter essere annoverati tra le grandi potenze internazionali.

Una folla di pretendenti, di vecchi colonizzatori, di nuovi arrivati che agiscono per ottenere il consenso delle rispettive opinioni pubbliche nazionali e per impedire un vantaggio dei rivali più che per ottenere un vantaggio proprio.

I caratteri del dominio coloniale in Africa

Prima dell’arrivo dei colonizzatori l’Africa non era vuota.

Questa sembra un’ovvietà ma non lo era per i colonizzatori che guardavano Il continente africano proprio come ad una terra vuota, e quindi disponibile poiché priva dei contrassegni di civiltà tipici della civiltà occidentale.

In realtà quello che non esisteva in Africa era un modello di stato come intendiamo noi, caratterizzato cioè da una sovranità centrale, esercitata attraverso istituzioni e burocrazie, entro confini ben delimitati.

Il panorama politico dell’Africa precoloniale comprendeva invece una miriade di entità territoriali, il riflesso di una elevata frammentazione etnica e tribale, che possiamo immaginare come una gradazione di variante tra due estremi.

Da un lato abbiamo stati che sono stati chiamati premoderni, cioè regni e principati caratterizzati da una forma di autorità centralizzata, dai confini incerti e mobili, spesso disposti uno dentro l’altro a macchia di leopardo.

Dall’altra parte abbiamo le cosiddette società senza stato, costruite su base tribale, in cui il potere si fonda essenzialmente su rapporti di rispetto e di deferenza verso l’anziano oppure verso il capo guerriero.

Su questa realtà complessa e multiforme gli europei calarono la griglia di una geografia politica che non rifletteva suddivisioni etniche storiche, ma rifletteva solo i limiti raggiunti dalla conquista di una determinata area.

Il risultato è quello che ancora oggi possiamo vedere sulla carta dell’Africa: una moltitudine di stati creati a tavolino, totalmente artificiali, senza alcun riguardo per i preesistenti radicamenti culturali, territoriali o etnici, che molto spesso venivano divisi e separati dai nuovi confini.

Gli stati africani di oggi non sono quindi il risultato di una lunga evoluzione storica, come quelli europei, ma di una rapida conquista e di una, altrettanto rapida, liberazione, cioè la decolonizzazione del continente africano, avvenuta negli anni sessanta e settanta del Novecento.

Conferenza di Berlino

Nel 1984 venne fatta la conferenza di Berlino, organizzata con la mediazione di Bismarck, per impedire che la gara coloniale in Africa desse luogo a scontri fra le potenze con costi e danni ben maggiori rispetto ai vantaggi che ciascuna potenza voleva perseguire.

La conferenza sancì il principio dell’occupazione di fatto, che obbligava le potenze coloniali a dichiarare ufficialmente l’acquisizione di nuovi territori sulla base di occupazioni effettivamente avvenute, per evitare discussioni create da spartizione operate sulla carta geografica. 

Si dava così il via ufficiale alla rapidissima gara di conquista: in poco più di 10 anni tutto era finito.

L’economia nelle colonie africane

Le colonie africane non furono colonie di popolamento come quelle dell’Australia dell’America Latina della Nuova Zelanda, caratterizzate dall’ insediamento stabile in massiccio di europei, ma furono colonie di sfruttamento. 

In Africa un gruppo di colonizzatori si stabiliva nel paese per garantire l’ordine e il controllo economico delle risorse locali. Solo in alcuni casi si ebbero forti investimenti del paese colonizzatore nella produzione e nelle infrastrutture. Più spesso nelle colonie si avviò la cosiddetta economia di tratta: la produzione rimaneva nelle mani degli indigeni che fornivano prodotti agricoli e minerari richiesti per l’esportazione. Gli europei, attraverso le grandi compagnie commerciali, monopolizzano sia i commerci di esportazione delle materie prime sia quelli di importazione dei manufatti. 

La conseguenza più rilevante grave di questa economia fu la tendenza alla specializzazione delle produzioni agricole, fino al caso estremo, ma purtroppo molto frequente, della monocultura in cui un territorio si specializzava in un solo prodotto. Questo tipo di agricoltura porta gli abitanti del luogo a perdere l’autosufficienza alimentare e a cadere in una posizione di totale dipendenza economica.

La violenza dei conquistatori

Le popolazioni indigene si trovarono di fronte alla scelta tra il negoziare e il combattere. Molte di loro scelsero la via del negoziato, consegnando il potere ai nuovi venuti, in seguito ad accordi più o meno vantaggiosi. 

In alcuni casi gli europei vennero utilizzati come alleati in guerre tribali, con analogo risultato. 

Ci furono però anche popoli che scelsero di combattere e di ribellarsi. Le ribellioni dei popoli africani diedero origine a vere e proprie azioni di sterminio.

D’altra parte gli europei disponevano di armi efficaci come la mitragliatrice, uno strumento che da solo riesce ad abbattere migliaia di guerrieri africani.

Domande 

  1. Che cosa fu l’imperialismo e in quale fase storia storica si colloca? 
  2. Quali furono le motivazioni dell’imperialismo? 
  3. Quali furono i principali teatri dell’imperialismo. 

Imperialismo in Asia

  1. Chi furono i protagonisti dell’espansione imperialista in Asia? 
  2. Come si caratterizzava la conquista coloniale in Asia prima della rivoluzione industriale? Per quale motivo?
  3. Quale fu l’unica eccezione di quel periodo storico?
  4. Come si sviluppò la dominazione inglese in India?
  5. Perché i prodotti inglesi fecero concorrenza a quelli indiani?
  6. Cosa fu la rivolta dei sepoys?
  7. Cosa comprese la Gran Bretagna dopo questa rivolta? Come agì quindi?
  8. Quali linee politiche animarono il dibattito politico in India?
  9. Come e perché gli inglesi modificarono il loro sistema di dominio nell’India dopo la metà dell’800? 

Cina

  1. Qual era la situazione della Cina precoloniale?
  2. Quale atteggiamento aveva l’Impero cinese nei confronti degli europei?
  3. Quali erano i suoi punti di forza e di debolezza?
  4. Cosa esportava la Cina?
  5. Chi governava in Cina?
  6. In quali condizioni viveva la maggior parte della popolazione?
  7. Quante furono le guerre dell’oppio?
  8. Per quali motivi il governo cinese è contrario al commercio di tale sostanza?
  9. Quali conseguenze ebbero sulla Cina?
  10. In cosa corrispondo i trattati ineguali?
  11. Quale potenza europea conquistò la Cina?
  12. Come fu che la Cina perse la propria indipendenza? 
  13. Quando e perché si giunse alla proclamazione della Repubblica in Cina? 

Giappone 

  1. Il Giappone ottocentesco aveva caratteri feudali: Che cosa consistevano? 
  2. Chi erano i mercanti e che ruolo sociale avevano?
  3. Cosa accade quando una squadra di cannonieri americani attracca nel porto di Uraga?
  4. Come reagisce il Giappone di fronte all’arrivo degli occidentali?
  5. Chi opera la trasformazione del Giappone?
  6. Quali le innovazioni in campo giuridico?
  7. Cosa accade in campo economico?
  8. Che cosa fu la riforma Meiji? 
  9. perché alla fine dell’Ottocento si avviò la conquista coloniale dell’Africa? Quali furono i principali Paesi colonizzatori dell’Africa? 
  10. Quale carattere ebbero le colonie europee in Africa?

Fonti 

  • Fossati, Luppi, Zanette, PARLARE DI STORIA, Pearson
  • www.wikipedia.org
  • www.treccani.it
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Illuminismo Settecento storia

Il Settecento

Il secolo dell’Illuminismo, di Goldoni, dei fratelli Verri, dei primi giornali in Italia e in Europa.

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Rivoluzione francese Settecento storia

Il dominio napoleonico in Italia

La presenza francese in Italia

La presenza francese in Italia fu suddivisa in due fasi.

  • Tra il 1797 e il 1799 – le repubbliche giacobine
  • Tra il 1800 e il 1814 – l’età dell’Impero

La presenza francese non si configurò come una semplice occupazione ma fu una presenza incisiva sul piano economico, giuridico e politico.

Ebbe dunque conseguenze profonde sulla vita civile del nostro paese.

Repubbliche giacobine

La rivoluzione francese era stata salutata anche in Italia come l’inizio di una nuova era.

Si era formato un movimento giacobino italiano la cui base sociale era costituita non solo da esponenti del ceto medio borghese (avvocati, medici, militari, intellettuali, artigiani) ma anche da aristocratici innovatori e da rappresentanti dei ceti più bassi.

Dal punto di vista ideologico si andava da un polo moderato con idee liberali a un’ala estrema che proponeva un programma di rivoluzione sociale.

Tutti i patrioti avevano alcuni obiettivi in comune; volevano:

  • rompere definitivamente con l’antico regime,
  • aprire un’epoca nuova,
  • aderire agli ideali di libertà civile, politica e religiosa proclamati dalla rivoluzione,
  • riconoscere il diritto di proprietà,
  • ridurre le disuguaglianze sociali,
  • favorire l’istruzione della popolazione per favorire il rinnovamento della società.

Nel 1796 l’arrivo delle armate napoleoniche ruppe gli antichi equilibri fra gli stati italiani.

Si aprì la strada alla costituzione di nuove repubbliche (Cispadana, Cisalpina, Ligure, Romana e Partenopea). Inizialmente i patrioti videro Napoleone Bonaparte come un liberatore.

Però con il Trattato di Campoformio, con il quale Napoleone cedette Venezia e il Veneto all’Austria, fu evidente a tutti che l’azione napoleonica si configurava come una conquista.

La delusione di patrioti e di intellettuali fu bruciante. Ne abbiamo una testimonianza nel romanzo di Foscolo intitolato Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Inoltre non si può negare che il dominio francese impose alle repubbliche italiane requisizioni e pesanti tributi in denaro, beni e opere d’arte.

Ma per la penisola l’arrivo di Napoleone non fu solo negativo. La presenza francese portò con sé novità di rilievo. Innanzitutto fu esportata la forma repubblicana, una novità nel panorama dell’assolutismo dei regimi della penisola. Portò anche l’adozione di carte costituzionali modellate sulla forma di quella francese del 1795.

Vennero emanate importanti leggi modernizzatrici come

  • l’istituzione del matrimonio civile,
  • l’abolizione di vecchi istituti giuridici che non favorivano la compravendita dei beni mobili (fidecommesso, mano morta e vendita beni ecclesiastici).

Nel corso del 1799 maturò al fine delle repubbliche giacobine italiane.

Le sconfitte militari dell’armata francese nella penisola e le sollevazioni popolari contro i governi repubblicani favorirono il ripristino del potere asburgico sulla penisola.

Vincenzo Cuoco (patriota partenopeo) spiega il fallimento delle repubbliche giacobine.

Cuoco parla di “rivoluzione passiva”.

 Lui ritiene che questa rivoluzione, che è stata importata, non abbia trovato le masse della penisola pronte a una tale novità. Pertanto le repubbliche giacobine erano state sostenute dagli intellettuali e dalla borghesia ma non erano state appoggiate dalle masse. Tale rivoluzione era stata subita dal popolo che era distante socialmente e culturalmente dal ristretto gruppo dei patrioti.

In Francia invece la rivoluzione era partita dal popolo e in diversi momenti la massa era diventata una forza politica.

Il ritorno di Napoleone

Nel corso del 1800 Napoleone tornò però sulla penisola.

Iniziò una campagna di conquista dell’Italia che gli garantì, in breve tempo, il controllo dell’intera penisola. I territori italiani si trovarono così divisi in tre tipologie:

  • territori appartenenti al regno d’Italia
  • territori annessi all’Impero francese
  • territori affidati a membri della famiglia imperiale.

Questa soluzione, adottata da Napoleone, spense tutte le speranze unitarie che i patrioti italiani coltivavano, ma cambiò la frammentazione regionale che aveva caratterizzato la penisola per molti secoli.

Il governo napoleonico impose un dominio pesante all’Italia:

  • pesanti tributi in denaro
  • leva obbligatoria
  • politica doganale a favore della Francia
  • requisizioni

Tale situazione provocò un movimento di opposizione antinapoleonica sia di carattere popolare che politica. Gli oppositori cominciarono a organizzarsi in società segrete che avranno poi grande importanza nel corso del Risorgimento.

Eredità del regime napoleonico

In Italia Napoleone introdusse una serie di riforme, alcune delle quali avranno conseguenze anche dopo la fine del suo impero che portarono a razionalizzare le amministrazioni e il sistema fiscale. Il governo napoleonico:

  • impose tasse anche ai ceti facoltosi, per esempio. sulle rendite dei terreni
  • impose tasse sui bolli, sui pedaggi, sul sale e sul tabacco, mettendo in difficoltà la popolazione;
  • istituì il demanio pubblico, che amministrava i beni statali;
  • istituì un ufficio del registro e della conservazione delle ipoteche per custodire i contratti pubblici e privati;
  • istituì una banca, chiamata Monte Napoleone, che raccoglieva i ricavi delle confische per far fronte alle spese dello Stato italiano;
  • favorì il ripianamento del debito pubblico grazie al miglioramento del sistema fiscale e alla messa in vendita dei beni ecclesiastici favorì la bonifica delle paludi, grazie alla confisca delle terre dei monasteri;
  • favorì la distribuzione di terreni incolti ai contadini;
  • introdusse la figura del prefetto;
  • introdusse i Codici appena approvati: il codice civile, il codice di procedura penale, il codice penale e il codice di commercio;
  • obbligò l’Italia a esportare tutta la propria seta grezza in Francia, sfavorendo uno sviluppo industriale autonomo del tessile;
  • vietò l’importazione delle macchine;
  • abolì le dogane interne che ostacolavano lo sviluppo del commercio;
  • unificò monete, pesi e misure;
  • creò ospedali e manicomi;
  • favorì l’istruzione superiore;
  • introdusse la vaccinazione contro il vaiolo;
  • impose la costruzione extra-urbana di nuovi cimiteri, vietando le sepolture nelle parrocchie delle città;
  • fece costruire strade, canali, ponti, e fece fare il traforo del Sempione.

Questi provvedimenti favorirono prevalentemente le classi possidenti perché furono funzionali alla concentrazione della proprietà terriera e allo sviluppo di sistemi capitalistici.

La crescita della burocrazia favorì lo sviluppo di un ceto intermedio e aprì la strada alla creazione di nuove carriere nel campo della pubblica amministrazione.

Domande prima parte 

  1. Quali caratteri ebbe il dominio francese in Italia?
  2. Che cosa intendeva Vincenzo Cuoco con l’espressione “rivoluzione passiva”?
  3. Quale assetto politico fu imposto alle regioni italiane da Napoleone?
  4. Che conseguenze ebbe il primo dominio napoleonico nel Regno d’Italia?
  5. Quale classe sociale ebbe benefici dalle riforme napoleoniche?

Fonti

http://www.homolaicus.com/storia/moderna/napoleone.htm

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/149/l-italia-agli-inizi-del-1799

Fossati, Luppi, Zanette, Parlare di storia, 2 Dall’antico regime alla società di massa., Pearson.

Bertini, Storia è … fatti, collegamenti, interpretazioni, Mursia Scuola.

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Età delle rivoluzioni Europa Rivoluzione francese Romanticismo, Settecento storia

Napoleone Bonaparte

Biografia

Napoleone Bonaparte era nato nel 1769 in Corsica, isola che l’anno prima la repubblica di Genova aveva venduto alla Francia.

Entrato nell’esercito rivoluzionario, vi aveva fatto una rapida carriera e a 25 anni era già generale.

A 27 anni, il Direttorio – in cui sua moglie, Giuseppina Beauharnais aveva amici influenti – gli affidò il comando dell’armata che combatteva in Italia.

In Europa alcuni stati erano ancora alleati nella coalizione antifrancese del 1793 come l’Austria, l’Inghilterra e quasi tutti gli Stati italiani. Contro l’Austria furono così allestite tre armate: due marciavano verso Vienna attraversando la Germania, la terza doveva intervenire in Italia. L’armata d’Italia era piuttosto piccola ma aveva un generale d’eccezione, Napoleone Bonaparte.

La campagna d’Italia

La campagna d’Italia (1796-1797) fu un trionfo.

Bonaparte sconfisse ripetutamente piemontesi e austriaci, s’impadronì di Nizza e della Savoia, che facevano parte del regno di Sardegna, ed entrò in Milano, capoluogo della Lombardia austriaca.

Poi invase il territorio della repubblica di Venezia, che invano si era proclamata neutrale, e, dopo la resa degli austriaci a Mantova, puntò su Vienna.

Battaglie e vittorie erano ben propagandate in Francia tanto che Napoleone divenne subito famoso.

Gli Stati italiani aderenti alla coalizione antifrancese si affrettarono a chiedere una tregua, ma in cambio dovettero consegnare a Napoleone denaro, viveri e un gran numero di opere d’arte che andarono ad arricchire i musei francesi.

Anche l’Austria fu costretta a scendere a patti con Napoleone: con la pace di Campoformio (ottobre 1797) essa riconosceva alla Francia il possesso della Lombardia e del Belgio, ma otteneva in cambio Venezia, l’Istria e la Dalmazia.

La repubblica di Venezia perdeva così, dopo più di mille anni, la sua indipendenza.

Le repubbliche dell’Italia napoleonica

Nel triennio 1796 – 1799 sorsero in Italia e in Europa, con l’appoggio dei francesi, numerose repubbliche, chiamate «repubbliche sorelle» per sottolineare la comunità d’ideali rivoluzionari che le legava alla Francia.

Napoleone entra trionfante in Milano – https://www.milanocittastato.it/evergreen/forse-non-sapevi-che/le-opere-napoleone-milano/

La Lombardia, unita nel luglio 1797 a parte del Veneto e dell’Emilia, formò la repubblica cisalpina. Nello stesso anno nacque anche la repubblica ligure, nel 1798 la repubblica romana e l’anno successivo la repubblica partenopea o napoletana.

Il 15 maggio, domenica di Pentecoste, Napoleone entrò in Milano
Coccarde tricolori e invettive contro la tirannia invasero Milano
Ma mentre si inneggiava al liberatore, Napoleone compì la più grande razzia mai perpetrata al mondo di ricchezze e di opere d’arte italiche.
Il 18 maggio i giacobini festeggiarono piantando l’albero della libertà in piazza Duomo

La repubblica cisalpina ebbe una sua costituzione, simile a quella francese dell’anno terzo, e una sua bandiera: il tricolore bianco, rosso e verde.

Queste repubbliche erano di fatto sotto dominio francese, ma ebbero governi formati da giacobini italiani: così si chiamavano i sostenitori delle idee della rivoluzione, che erano detti anche patrioti.

I giacobini italiani avevano dato vita a congiure e a complotti contro i governi ealcuni di loro, perseguitati dalla polizia, avevano trovato rifugio in Francia.Quando Napoleone scese nella penisola, sperarono di poter realizzare, conl’aiuto dell’esercito francese, i loro ideali di libertà o, addirittura, di unitàdella penisola sotto un governo repubblicano.

Ugo Foscolo sostenitore delle idee giacobine in Italia, si arruolò nell’esercito napoleonico in Italia.

Ma i francesi diffidavano deigiacobini italiani, molti dei quali apparivano loro dei pericolosi estremisti,e mostravano di considerare l’Italia come una terra da sfruttare.

Approfondimento – Il dominio napoleonico in Italia

La campagna d’Egitto

Per danneggiare l’Inghilterra si organizza la campagna d’Egitto.

Sconfitta l’Austria, alla Francia restava da battere soltanto l’Inghilterra. L’isola era difesa dal mare e da una flotta che sembrava imbattibile, perciò Napoleone scartò l’idea di attaccarla direttamente. Decise invece di ostacolarne il commercio, occupando l’Egitto, che gli Inglesi usavano come base per i loro traffici con le Indie orientali.

L’Egitto era allora sottomesso all’Impero turco, ma Napoleone non se ne curò: sbarcato ad Alessandria, cominciò la sua marcia verso l’interno e riportò presso le Piramidi un’importante vittoria (1798).

Intanto gli Inglesi, guidati dall’ammiraglio Orazio Nelson, sorprendevano ed affondavano la flotta francese nel porto di Abukir.

Senza più navi, Napoleone si trovò improvvisamente bloccato in Egitto, insieme con le sue truppe: l’obiettivo di danneggiare economicamente l’Inghilterra poteva dirsi fallito.

La campagna d’Egitto fu invece molto positiva per la storia, l’arte e le scienze, perché della spedizione francese facevano parte anche illustri studiosi dell’antica civiltà egizia: a loro si deve, fra l’altro, l’importante ritrovamento della stele di Rosetta.

Bonaparte penetrò anche in Palestina e in Siria, ma la difficile situazione degli eserciti francesi in Italia lo costrinse a tornare in Francia.

Tornato a Parigi, il 9 novembre 1799 (18 brumaio) organizzò un colpo di stato insieme agli uomini più moderati del Direttorio: il governo della Francia fu affidato a tre consoli e Napoleone assunse la carica di primo console.

L’Europa si coalizza per la seconda volta contro Napoleone

Mentre Napoleone Bonaparte era ancora isolato in Egitto, Austria, Turchia, Russia e il re di Sicilia Ferdinando di Borbone, cacciato dal trono di Napoli, si accordarono con l’Inghilterra per formare una seconda coalizione antifrancese. Nella 1799 un forte esercito austro-russo scese in Italia e fece crollare tutte le repubbliche che erano sorte nella penisola sotto la protezione francese. La sorte più drammatica toccò alla repubblica partenopea.

I popolani, poveri delle città partenopee (detti a Napoli «lazzaroni») e i contadini che, dopo la proclamazione della repubblica, avevano sperato invano di potersi impadronire di un pezzo di terra, guardavano con rabbia alle ricchezze dei giacobini italiani, quasi tutti ricchi borghesi o nobili, incapaci di capire i bisogni e i problemi della povera gente. Erano inoltre convinti che i francesi fossero feroci nemici di Dio e della Chiesa, così come li descrivevano molti preti e gli agenti dell’ex re di Napoli, Ferdinando di Borbone, fuggito in Sicilia. Perciò erano insorti contro il governo repubblicano, formando bande disordinate che a volte erano guidate da briganti.

Il cardinale-guerriero Fabrizio Ruffo, per conto del re in esilio, seppe organizzare abilmente le bande disperse in un’unica armata, detta della Santa Fede, che lottava in nome del re e della religione ma compiva violenze di ogni genere.

A capo di queste truppe Ruffo, partendo dalla Calabria, marciò su Napoli. Qui i patrioti repubblicani, abbandonati a sé stessi, si difesero coraggiosamente, ma furono sopraffatti nel giugno del 1799 e su di loro si abbatté la terribile vendetta di re Ferdinando, ritornato sul trono.

Il consolato e l’impero

Il 9 novembre 1799, certo della fedeltà dell’esercito, Napoleone impose l’abolizione del Direttorio e formò un nuovo governo formato da tre consoli: il consolato. Primo console fu Bonaparte stesso, a cui una nuova costituzione, votata subito dopo, assegnò poteri simili a quelli di un dittatore.

 Bonaparte si fece nominare console a vita e poi, nel 1804, imperatore dei francesi.

Quando giunse in Egitto la notizia della perdita dell’Italia, Napoleone decise di rientrare in patria.

In Francia il Direttorio non riusciva a dare stabilità al paese. Molti borghesi pensavano già di sostituirlo con un governo più forte, capace di difendere le conquiste della rivoluzione, ma anche di assicurare al paese ordine e sicurezza.

Per compiere il colpo di stato occorreva però un uomo, o meglio, un militare, che godesse di larga popolarità. Il generale Bonaparte, che era l’eroe della campagna d’Italia e il vincitore delle Piramidi, sembrò l’uomo più adatto per impadronirsi del potere.

Ormai padrone della Francia, Bonaparte affrontò le potenze della seconda coalizione e in breve tempo pose fine alla guerra.

Nel giugno 1800 gli austriaci furono battuti a Marengo, in Piemonte, e l’anno dopo chiesero la pace. In Italia rinacque la repubblica cisalpina, trasformata nel 1802 in repubblica italiana.

Nello stesso anno anche l’Inghilterra fu costretta a firmare la pace di Amiens.

Nel 1801 ottenne la pacificazione con la Chiesa, stipulando un concordato con papa Pio VII: la Chiesa rinunciò ai beni confiscati e Napoleone le concesse libertà di culto.

Nel 1804 Bonaparte diventò imperatore, con la consacrazione di Pio VII.

La cerimonia dell’incoronazione si svolse alla presenza di papa Pio VII, giunto apposta a Parigi.

Ma non fu il papa a porre la corona sul capo dell’imperatore: Bonaparte, per sottolineare che non riconosceva al pontefice alcuna autorità su di lui, cinse da solo la corona. Da allora, come avviene per i sovrani, venne chiamato col solo nome di battesimo, Napoleone.

L’anno dopo, la repubblica italiana fu trasformata in un regno, il Regno d’Italia, di cui Napoleone fu re: l’incoronazione ebbe luogo a Milano nel 1805.

Viceré fu Eugenio Beauharnais, figlio adottivo dell’imperatore.

In breve l’intera penisola divenne una specie di feudo per la famiglia imperiale.

Il codice civile

Uno dei provvedimenti più importanti di Napoleone fu l’approvazione di un Codice civile, che sarebbe stato poi adottato in molti paesi europei. Inoltre il Bonaparte rinnovò l’amministrazione, dividendo la Francia in dipartimenti, affidati ai prefetti. Oltre al nuovo Codice civile promulgò il nuovo Codice penale e il Codice commerciale.

Napoleone creò, inoltre, una nuova nobiltà, anche se la società napoleonica fu essenzialmente borghese: la borghesia agraria si rafforzò, grazie anche all’acquisto dei beni del clero; i proprietari diventarono il ceto dominante, mentre cresceva fortemente quello degli impiegati.

Napoleone conquista l’Europa

Alla testa di un grande esercito, Napoleone passava di successo in successo. Occupò Vienna e, più tardi, Berlino. Riportò ad Austerlitz, nel 1805, una sfolgorante vittoria sull’esercito austro-russo, infine batté i Prussiani a Jena (1806) e di nuovo gli austriaci a Wagram (1809). Tutta l’Europa occidentale, dal mare del Nord al Mediterraneo, dalla Spagna alla Polonia, era ormai nelle sue mani.

La Russia era divenuta sua alleata e anche l’Austria aveva assunto atteggiamenti più amichevoli, giungendo perfino a dargli in sposa Maria Luisa d’Asburgo, figlia dell’imperatore. Napoleone la sposò nel 1810, dopo aver divorziato da Giuseppina, e da lei ebbe l’erede tanto desiderato, a cui fu imposto il nome di Napoleone e il titolo altisonante di «re di Roma».

Il crollo dell’Impero napoleonico

La Gran Bretagna restava una nemica irriducibile. Per colpirla nei suoi interessi commerciali, nel 1806 Napoleone proclamò il blocco continentale, con l’adesione di Russia, Prussia e Spagna.

 Nel 1810 Napoleone era all’apogeo della potenza.

Proprio in quell’anno, però, la Russia violò il blocco continentale.

Nel 1812 Napoleone decise di punire Alessandro I e invase la Russia, con una gigantesca armata di 700 000 uomini: la campagna di Russia.

Riuscì a raggiungere Mosca ma dovette poi ritirarsi, perdendo centinaia di migliaia di uomini.

Avvicinandosi il terribile inverno russo, fu costretto a ordinare la ritirata che si trasformò in una catastrofe senza precedenti.

Napoleone era convinto di poter portare rapidamente i suoi soldati alla vittoria, ma i generali russi adottarono una tattica che lo colse di sorpresa: essi si ritiravano quasi senza combattere, attirando l’armata napoleonica sempre più profondamente all’interno del paese e distruggendo campi e case dietro di sé, perché gli invasori non trovassero né cibo né riparo. Napoleone giunse a Mosca ma l’occupazione della capitale russa non fu una vittoria perché la città era deserta. L’imperatore francese attese invano che lo zar chiedesse la pace. Uno dei momenti più drammatici della ritirata fu il guado del fiume Beresina, dove l’esercito napoleonico subì perdite enormi (novembre 1812). Della grande armata di quasi 700 000 uomini partiti per la Russia non più di 18 000 superstiti riuscirono a tornare in patria.  

Approfittando della situazione i nemici della Francia formarono una sesta coalizione contro Napoleone che subì una terribile sconfitta a Lipsia, in Germania, nel 1813, e l’anno successivo fu costretto ad abdicare a favore di Luigi XVIII ed a lasciare la Francia. Esiliato nell’isola d’Elba, riuscì l’anno seguente a sbarcare in Francia, dove era stata ripristinata la monarchia col fratello di Luigi XVI; riprese il potere, ma fu battuto definitivamente a Waterloo dagli eserciti britannico e prussiano.

Morì esiliato dagli inglesi nell’isola di Sant’Elena, il 5 maggio del 1821.

Alla sua morte Alessandro Manzoni scrisse un’ode Il cinque maggio

Fonti

http://www.treccani.it/

Fossati, Luppi, Zanette, PARLARE DI STORIA, Bruno Mondadori

Paolucci, Signorini La storia in tasca. Dalla metà del Seicento all’inizio del Novecento © Zanichelli editore 2013

Paolo Di Sacco, Facciamo STORIA 2, Sei Editore.

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Età delle rivoluzioni Letteratura tedesca Romanticismo, Settecento

Johann Wolfgang Goethe I dolori del giovane Werther

Cenni sulla biografia

Johann Wolfgang Goethe  fu un poeta, un narratore, un filosofo e un insigne drammaturgo tedesco.

La sua firma

È considerato un genio fra i più grandi e della storia moderna. Lui espresse la libertà di sentimenti e di espressione e segnò un cambiamento radicale nella coscienza culturale tedesca ed europea. Tra le sue opere più famose troviamo il romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther” del 1774, il dramma poetico “Faust” e il romanzo “Le affinità elettive”.

Ritratto di Johann Wolfgang Goethe

Johann Wolfgang von Goethe nacque a Francoforte sul Meno, primogenito di un avvocato Johann Caspar e Katherine la figlia del sindaco della città. Goethe ebbe un’infanzia agiata e fu influenzato da sua madre che lo indirizzò verso le sue aspirazioni letterarie.

Ricevette una formazione eterogenea. A 16 anni cominciò a studiare legge e pittura e nel 1774 pubblicò il suo primo romanzo “I dolori del giovane Werther”

Werther è il prototipo dell’eroe romantico. Vive una gioventù molto avventurosa. Dopo un viaggio in Svizzera, egli operò una rottura decisiva con il suo passato. Nel 1775 fu accolto dal duca Karl nella piccola corte di Weimar dove lavorò in diversi uffici governativi. Tra gli altri impegni e passioni, si dedicò anche allo studio delle scienze naturali. Scriveva testi che leggeva, occasionalmente, ad alta voce ad un gruppo selezionato di persone – fra loro il duca e le due duchesse.

Nel 1786 Goethe, a 37 anni, intraprese il suo primo viaggio in Italia, durato quasi due anni: arrivò a Trento il 10 settembre e poi continuò il suo viaggio verso Rovereto e Torbole.

«Eccomi a Rovereto, punto divisorio della lingua; più a nord si oscilla ancora fra il tedesco e l’italiano.
Qui per la prima volta ho trovato un postiglione italiano autentico; il locandiere non parla tedesco, e io devo porre alla prova le mie capacità linguistiche.
Come sono contento che questa lingua amata diventi ormai la lingua viva, la lingua dell’uso!»

Tratto da Viaggio in Italia, 1829.

Ma cosa vuol dire viaggiare nel Settecento?

Nel Settecento, viaggiare comportava il dover sopportare vere torture fisiche.

“Si dice le strade tedesche siano in ottimo stato, ma non è vero.
Solo alcune di esse sono veramente agibili.
I passeggeri soffrono, e tremano quando la carrozza passa accanto ai burroni.
Ci sono torrenti da guadare, paludi inospitali… spesso non resta che scendere e proseguire a piedi”.
Christian Friedrich von Lüder – 1780

Chi viaggiava?

Nel settecento il “turismo” come lo conosciamo oggi non esisteva. Viaggiare era pericoloso, i l ladri erano sempre presenti nelle strade. Le carrozze si rompevano facilmente per il cattivo stato delle strade. Per i viaggi all’estero c’era un ulteriore problema: la lingua. Pochissimi conoscevano una lingua straniera.

I viaggi erano lenti e lunghi, in una settimana si riuscivano a fare forse 500-600 chilometri

Ma chi poteva viaggiare? Solo poche categorie:

  • i più ricchi che potevano permettersi di non lavorare a disponevano delle risorse necessarie per affrontare lunghi viaggi;
  • i commercianti per necessità;
  • i pellegrini che andavano a Roma per ottenere l’indulgenza;
  • scrittori, pittori architetti che volevano imparare presso maestri stranieri o che cercavano ispirazioni artistiche.

Ad esempio Albrecht Dürer, massimo esponente della pittura tedesca rinascimentale, andò in Italia e in Olanda per imparare l’arte pittorica.

Il ricco banchiere Fugger mandò suo figlio a Venezia per conoscere il sistema bancario italiano.

Il piccolo Mozart fu portato in giro per l’Europa e venne anche in Italia per farsi conoscere.

Architetti e pittori italiani andarono in Germania, perché lì l’arte italiana era richiesta e c’erano buone possibilità di guadagnare.

Tra il XVIII e il XIX secolo il viaggio in Italia, il bel paese, diventò tappa quasi obbligatoria nell’educazione dei giovani delle ricche famiglie inglesi, francesi e tedesche, per completare l’istruzione tradizionale da parte degli insegnanti privati.

Ma un viaggio restava comunque sempre un’impresa notevole, costosa e pericolosa, tanto che il 95% della gente non lasciava mai la città dove viveva e lavorava.

Perché Goethe venne in Italia

Il suo viaggio fu una specie di fuga. Il lavoro come ministro a Weimar aveva soffocato la sua creatività e lui sentiva la necessità di cambiare.

L’Italia era sempre stata il suo sogno, la Magna Grecia, Roma. Tuffandosi in quell’ambiente classico sperava di poter rinascere come artista.

Ma non voleva che nessuno gli impedisse di partire, quindi preparò questa fuga di nascosto.

Il 3 settembre, alle tre di notte, partì con la carrozza della posta, senza salutare nessuno.

All’inizio viaggiava sotto un falso nome perché non voleva essere riconosciuto, voleva godersi l’Italia senza dover rendere conto a nessuno.

Brano tratto da Viaggio in Italia – Incipit

Ratisbona, 4 settembre 1786.

Alle tre del mattino me la svignai da Karlsbad temendo che altrimenti non mi avrebbero lasciato partire.
Gli amici, che il 28 agosto avevano voluto così cordialmente festeggiare il mio compleanno, si erano con ciò acquistato il diritto di trattenermi, ma io non potevo rimanere più lungamente.
Portando con me soltanto un portamantello ed una valigia mi buttai, solo, in una carrozza postale e giunsi a Zwoda alle sette e mezzo in un mattino nebbioso, ma bello e calmo.
Le nubi più in alto erano come strisce lanose, quelle più in basso erano dense.
Mi apparvero di buon augurio: speravo di poter godere d’un piacevole autunno dopo una così cattiva stagione estiva.

Cosa cercava Goethe in Italia?

Goethe cercava tracce dell’antichità greca e romana.

Quando a Verona, vide per la prima volta un monumento romano “dal vivo”, cioè l’Arena, fu davvero felice.

Una volta arrivato a Roma, si sentì subito a casa. Si comportava come se non fosse mai vissuto da un’altra parte.

Il viaggio sarebbe dovuto durare solo alcuni mesi, ma lui rimase quasi due anni in Italia. Più che un viaggio lui visse una vita in Italia; più si fermava, più cominciava ad interessarsi anche della vita italiana.

Goethe si innamorò per la prima volta in Italia!

Lui, che aveva scritto innumerevoli poesie d’amore e romanzi pieni di passione, in Italia, a 37 anni, scopre l’amore, quello fisico, sensuale.

Nel suo soggiorno nel bel paese lui dipinse tantissimo: portò a casa circa mille disegni.

Inoltre ricominciò a scrivere il suo diario che fu pubblicato nel 1829. Si tratta di un libro interessante ma insolito. Nel suo diario Goethe descrive le impressioni sul paese e sulla gente, mescolate con riflessioni su arte, cultura e letteratura. Leggendo il libro si capisce più di Goethe che dell‘Italia. È un libro sull‘Italia di Goethe, la sua Italia, un‘Italia che nessun’altro poteva vivere così.

Al suo secondo viaggio scrive:

L’Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.
Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell’altro, diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé.
Bello è il paese! Ma Faustina, ahimè, più non ritrovo.
Non è più questa l’Italia che lasciai con dolore.  

Alcuni frammenti del suo diario di viaggio

A Napoli

27 febbraio 1787 Oggi mi son dato alla pazza gioia, dedicando tutto il mio tempo a queste incomparabili bellezze. Si ha un bel dire, raccontare, dipingere; ma esse sono al disopra di ogni descrizione. La spiaggia, il golfo, le insenature del mare, il Vesuvio, la città, i sobborghi, i castelli, le ville! Questa sera ci siamo recati alla Grotta di Posillipo, nel momento in cui il sole, passa con i suoi raggi alla parte opposta. Ho perdonato a tutti quelli che perdono la testa per questa città e mi sono ricordato con tenerezza di mio padre, che aveva conservato un’impressione incancellabile proprio degli oggetti da me visti oggi per la prima volta.  

Sulla gente

Con la gente già mi trovo molto meglio. Solo bisogna pesarla con la bilancia del bottegaio e in nessun modo con quella dell’oro …  Qui l’uno non sa nulla dell’altro e notano appena che corrono qua e là gli uni accanto agli altri. Vanno e vengono ogni giorno in un paradiso, senza troppo guardare attorno a sé. E se l’abisso infernale che hanno vicino va in furore, si ricorre al sangue di San Gennaro …  

Roma

Quando si considera un’esistenza come quella di Roma, vecchia di oltre duemila anni e più, e si pensa che è pur sempre lo stesso suolo, lo stesso colle, sovente perfino le stesse colonne e mura, e si scorgono nel popolo tracce dell’antico carattere, ci si sente compenetrati dei grandi decreti del destino. L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine nello spirito: soltanto qui è la chiave di tutto. Roma è la capitale del mondo! In questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto di essere nato una seconda volta, d’essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede a Roma. Le sue bellezze mi hanno sollevato poco a poco fino alla loro altezza. Si trovano a Roma vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo tali, che superano l’una e l’altro, la nostra immaginazione.  

Opere

Poesie

Woher sind wir geboren?Da dove siamo nati?

Lettura della poesia

Faust

Il “Faust” è un dramma in versi scritto da Goethe, nel 1808, considerato una delle opere più importanti della letteratura europea. Si ispira alla leggenda medievale che narra di un tal dottor Fausto che vendette l’anima al diavolo. Si tratta del racconto dell’eterna battaglia tra i vizi e le virtù dell’uomo. Questa leggenda era molto popolare nel medioevo, e venne resa immortale da Goethe.

Il protagonista della tragedia di Goethe è il dottor Faust, uno scienziato mago, vissuto nel XVI secolo. Egli era ossessionato dal desiderio della conoscenza assoluta e decide di vendere l’anima al diavolo in cambio di conoscenza, potere e nuova giovinezza.

Alla fine il Faust muore ma ottiene la salvezza dell’anima grazie alla bontà di Dio e alla sua aspirazione verso l’infinito.

Le affinità elettive

Le affinità elettive è il quarto romanzo di Goethe, pubblicato nel 1809.

Scena tratta dal film “Le affinità elettive” film del 1996 diretto dai fratelli Taviani.

Il romanzo racconta la vita di una coppia sposata che, trovandosi a convivere con un amico di lui e con la nipote di lei, va incontro al disfacimento della propria relazione e alla formazione di due nuove coppie, che in brevissimo tempo si divideranno per colpa di una serie di eventi avversi, che faranno terminare la storia in modo tragico.

I dolori del giovane Werther

I dolori del giovane Werther è un romanzo epistolare di Johann Wolfgang Goethe pubblicato nel 1774. Il Werther (come viene anche riduttivamente chiamato) appartiene all’età giovanile di Goethe ed è considerato opera simbolo del movimento dello Sturm und Drang, anticipando molti temi che saranno propri del romanticismo tedesco.

Il romanzo è composto da una serie di lettere che il protagonista invia al suo amico Guglielmo nel corso di 20 mesi (dal maggio 1771 fino alla fine di dicembre dell’anno successivo).

Il genere epistolare ha un celebre precedente nelle Lettere persiane di Montesquieu, del 1782, e ne Le relazioni pericolose di Laclos, del 1782.

La letteratura epistolare diaristica è una forma particolarmente adatta ad esprimere il nuovo modo di sentire di un’epoca stanca di opere letterarie monumentali e solenni.  Infatti c’è un crescente interesse nell’indagare le pieghe dell’animo umano. Lo stile epistolare infatti favorisce l’uso di un tono intimo, di atteggiamento privato. All’interno dell’opera si vanno a ricercare i valori borghesi come l’autenticità, la sensibilità, l’interiorità, le virtù e l’amicizia.

In questo romanzo troviamo solo le lettere del protagonista, e non quelle del destinatario.

La trama ha spunto autobiografico.

Vengono narrati i tormenti e le sofferenze amorose di un giovane borghese, il ventenne Werther, per la bella Charlotte.

Lei è sorella maggiore di molti fratellini che accudisce amorevolmente come una madre. È già promessa in sposa ad Alberto, uomo generoso e sensibile.

Dopo varie vicissitudini, il protagonistaincapace di affrontare le costrizioni piccolo-borghesi che costellano la sua vita e stufo di sopportare un amore che non può avere altro sbocco se non l’infelicità, si suicida.

Testo in PDF da scaricare

https://ww.liberliber.it/mediateca/libri/g/goethe/i_dolori_del_giovane_werther/pdf/goethe_i_dolori_del_giovane_werther.pdf

Estratto testi

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Illuminismo Neoclassicismo Ottocento Rivoluzione francese Romanticismo, Settecento

Tra Rivoluzione e Restaurazione

L’evoluzione del pensiero filosofico tra illuminismo e preromanticismo

Nel periodo a cavallo tra Settecento e Ottocento negli anni intensi degli avvenimenti che vanno dalla Rivoluzione Francese alla Restaurazione si intrecciano tendenze assai diverse tra loro nel panorama culturale europeo.

La maggior parte dei fenomeni di questo contesto trovano la loro origine nella cultura illuministica.

L’Illuminismo è stato un fenomeno a più facce.

Accanto alla fiducia della ragione e alle aspirazioni per la costruzione di una nuova società prendeva forma progressivamente la scoperta della sensibilità e del sentimento. Sul piano individuale la rivalutazione del sentimento assume un’importanza analoga all’influenza esercitata dalla ragione.

Sentimento e ragione erano i due strumenti attraverso cui la borghesia europea cercava di affrancarsi da una società chiusa, ancora controllata da un’aristocrazia che poneva l’orgoglio di casta e le differenze di nascita davanti a qualsiasi altra considerazione.

Nel corso del secolo si afferma sempre di più la teoria secondo cui l’esperienza e le sensazioni concorrono alla conoscenza assai più della ragione. A fianco ad essa si sviluppa l’idea che l’arte debba soddisfare contemporaneamente i principi di bellezza, verità e utilità. Si affianca inoltre un’attenzione crescente al concetto di piacere.

La progressiva attenzione al sentimento e alle passioni determina il successo dell’estetica del sublime, in base alla quale lo scopo dell’arte non è offrire un’esperienza gradevole ma suscitare emozioni violente, capaci di smuovere le parti più profonde della psiche.

Nel trattato “Inchiesta filosofica sulle nostre idee del sublime e del bello” del 1756, Edmund Burke dichiara che “tutto ciò che tratta di oggetti terribili, tutto ciò che agisce in maniera analoga al terrore, è una fonte di sublime, o, se si vuole, può suscitare la più forte sensazione che l’anima sia capace di sentire”.

All’artista quindi si richiedono fantasia e entusiasmo, estro e genialità, più che particolari abilità tecniche.

Proprio l’assimilazione tra artista e genio è una delle caratteristiche del periodo.

Il neoclassicismo

In un’età incerta e contraddittoria come quella tra Settecento e Ottocento, il classicismo rappresenta l’elemento dominante incontrastato delle esperienze letterarie e artistiche. Il tradizionale modello estetico greco-latino si arricchisce però di esperienze nuove contribuendo all’affermarsi di una corrente definita neoclassicismo a cui si rifanno sia gli scrittori direttamente reazionari, cioè che tentano in questo modo di arginare la cultura moderna, sia le tendenze ideologiche progressiste.

Per capire l’importanza del fenomeno occorre tener presente che, per un intellettuale di questi anni, il classicismo non è una forma d’arte tra le tante, ma rappresenta l’arte in assoluto, rappresenta l’unico patrimonio della cultura che sia in grado di organizzare formalmente la realtà, al di là delle differenze ideologiche e politiche.

Lo studio dell’arte classica riceve un grande impulso dagli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano. Si cerca il canone eterno e universale, il principio etico ed estetico che sia capace, di portare la natura umana al più alto grado di perfezione.

Il gusto neoclassico si presenta quindi come il gusto moderno, capace di assorbire una lunga tradizione di esperienze ideologiche e stilistiche e di tradurle in rappresentazioni semplici e nitide, di altissimo valore formale.

I fondamenti dell’estetica neoclassica si devono a un archeologo e storico dell’arte tedesca Johann Joachim Winckelmann, il quale pone la Grazia come supremo ideale estetico. Per Winckelmann la Grazia è piacevole, agisce nella semplicità e nella quiete dell’anima offuscata delle violente passioni. Il prodotto artistico che ne esce ha forme semplici e piacevoli, composte e perfette, in grado di rappresentare gli avvenimenti e i sentimenti del presente in modo armonico ed elevato.

Testo – La bellezza ideale dei Greci: il Laocoonte

L’artista deve essere libero. Non esiste un solo canone di bellezza. La creazione artistica non ammette regole. Ecco delle frasi che a noi sembrano ragionevoli, ma che chiunque si richiami all’estetica classica (chiunque abbracci, cioè, l’ideale neoclassico) non sottoscriverebbe mai. Lo si vede chiaramente nei Pensieri sull’imitazione delle opere greche, là dove, partendo appunto dallo studio delle opere della Grecia classica, Winckelmann cerca di dedurre alcune regole della creazione artistica che siano valide per tutti i tempi.
Benché si tratti di un breve opuscolo stampato nel 1755 in cinquanta copie a spese dell’autore, lo scritto di Winckelmann ebbe un successo enorme.

Nel brano che segue, egli affronta il tema centrale del suo saggio: come, attraverso l’imitazione degli antichi, gli artisti moderni possano raggiungere la perfezione.

L’unica via per noi per divenire grandi, anzi, se possibile, inimitabili, è l’imitazione degli antichi, e ciò che qualcuno ha detto di Omero, che impara ad ammirarlo chi imparò ad intenderlo, vale anche per le opere d’arte degli antichi, in particolare per i Greci.
Bisogna conoscerle come si conosce un amico per trovare il Laocoonte altrettanto inimitabile di Omero […].
L’imitazione del bello in natura o si riferisce ad un solo modello, o riunisce insieme le osservazioni sopra vari modelli singoli e li compone in un tutto.
Nel primo caso si fa una copia somigliante, un ritratto: è la strada che conduce alle forme e alle figure dei fiamminghi.
Nel secondo caso invece si prende la via per il bello universale e per le sue figure ideali: quest’ultima via presero i Greci.
La differenza tra loro e noi è però questa: i Greci avrebbero ottenuto queste immagini anche se non fossero state prese da corpi belli, in virtù d’una quotidiana osservazione del bello in natura, che a noi invece non si mostra ogni giorno, e raramente come lo desidera l’artista […].
Tale imitazione insegnerà a pensare e a creare con sicurezza giacché in essi si vedranno fissati gli estremi confini del bello umano, e nel contempo di quello divino.
Se l’artista si basa su queste fondamenta, e si lascia guidare la mano e il sentimento dalla regola greca della bellezza, è già sulla strada che lo condurrà sicuro all’imitazione della natura […].
Infine, il generale e principale contrassegno dei capolavori greci è una nobile semplicità e una quieta grandezza, sia nella posizione che nell’espressione. Così come la profondità del mare rimane sempre tranquilla, per quanto infuri la superficie, così l’espressione delle figure dei Greci mostra, in mezzo a tutte le passioni, un’anima grande e posata.
Quest’anima si mostra nel volto del Laocoonte, e non solo nel volto, nonostante la più atroce sofferenza.
Il dolore, che si scorge in ogni muscolo e in ogni tendine del corpo e che, al solo guardare quel ventre dolorosamente contratto, senza considerare né il viso né le altre parti, crediamo quasi di sentire noi stessi, quel dolore – io dico – non si esprime affatto con la rabbia nel volto o nell’intera postura […].
Il dolore del corpo e la grandezza dell’anima sono distribuiti in egual misura per tutta la composizione della figura e, per così dire, si equilibrano.
Laocoonte soffre […]: la sua rovina ci penetra l’anima; ma pure brameremmo poterla sopportare come questo grand’uomo.
L’espressione di un’anima così grande va ben oltre la creazione della bella natura. L’artista dovette sentire nel proprio intimo la forza dello spirito che impresse nel marmo.

ESTETICA ED ETICA Winckelmann sviluppa il suo ragionamento a partire dall’analisi di alcune statue antiche che egli ritiene risalire al V-IV secolo a.C., e cioè a quello che considera il periodo di maggior splendore dell’arte antica. In particolare, si concentra sul gruppo del Laocoonte e sulla statua dell’Apollo del Belvedere. In realtà, noi oggi sappiamo che si tratta di copie tardo-ellenistiche, o addirittura romane, di originali greci perduti.
Secondo Winckelmann, i Greci hanno raggiunto la perfezione nell’arte perché hanno saputo imitare la realtà in maniera tanto sapiente e raffinata da compiere una sintesi perfetta fra tutte le bellezze naturali, raggiungendo così il «bello universale». Tale perfezione si riscontra nella «nobile semplicità» e nella «quieta grandezza» che ispirano le opere d’arte greche: nel Laocoonte, per esempio, il realismo nella rappresentazione della sofferenza del personaggio (realismo che affiora nella tensione dei muscoli, dei tendini, del volto, e in generale in tutta l’espressione corporea) viene bilanciato dalla «grandezza dell’anima» del soggetto scolpito.
Si tratta di una lettura fortemente idealizzata della bellezza, una lettura che risente della filosofia di Platone. Nella concezione che Winckelmann ha dell’opera d’arte perfetta, l’estetica viene in certo modo a coincidere con l’etica, il bello con il buono. La bellezza che Winckelmann ha in mente è perfetta perché non è fine a se stessa ma si fa bellezza morale, e cioè presenta a chi la guarda un modello di comportamento virtuoso (in questo caso: affrontare il dolore con la stessa nobile compostezza con cui lo sta affrontando Laocoonte). Winckelmann vuole dirci insomma che, se vogliono raggiungere la stessa perfezione, gli artisti contemporanei non devono soltanto imitare la tecnica attraverso la quale gli artisti antichi hanno rappresentato il reale, ma anche imitare lo spirito con cui i Greci si sono avvicinati all’arte.

Laboratorio

COMPRENDERE
In che cosa e perché i contemporanei devono imitare gli antichi Greci?
In che cosa consiste l’ideale di bellezza professato da Winckelmann?
ANALIZZARE
L’autore descrive sia l’opera sia il suo significato spirituale e ideale: spiega come mette in relazione gli elementi concreti della scultura con i suoi significati astratti
CONTESTUALIZZARE
In che cosa si distingue il Neoclassicismo dalle altre epoche di rinascenza o riscoperta dei classici?
La parola classico è molto usata, non solo in ambito artistico, ma anche nell’uso quotidiano. Con l’aiuto del dizionario, raccogline i diversi significati

Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang Goethe nasce a Francoforte sul Meno nel 1749 e muore a Weimar nel 1832. Fu un poeta, un narratore, un filosofo e un insigne drammaturgo tedesco.

È considerato un genio fra i più grandi e della storia moderna. Lui espresse la libertà di sentimenti e di espressione e segnò un cambiamento radicale nella coscienza culturale tedesca ed europea. Tra le sue opere più famose troviamo il romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther” del 1774, il dramma poetico “Faust” e il romanzo “Le affinità elettive”.

La sua firma

Biografia

Johann Wolfgang von Goethe nacque a Francoforte sul Meno, primogenito di un avvocato Johann Caspar e Katherine la figlia del sindaco della città. Goethe ebbe un’infanzia agiata e fu influenzato da sua madre che lo indirizzò verso le sue aspirazioni letterarie.

Ricevette una formazione eterogenea. A 16 anni cominciò a studiare legge e pittura e nel 1774 pubblicò il suo primo romanzo “I dolori del giovane Werther”

Werther è il prototipo dell’eroe romantico. Vive una gioventù molto avventurosa. Dopo un viaggio in Svizzera, egli operò una rottura decisiva con il suo passato. Nel 1775 fu accolto dal duca Karl nella piccola corte di Weimar dove lavorò in diversi uffici governativi. Tra gli altri impegni e passioni, si dedicò anche allo studio delle scienze naturali. Scriveva testi che leggeva, occasionalmente, ad alta voce ad un gruppo selezionato di persone – fra loro il duca e le due duchesse.

Fonti

https://letteredidattica.deascuola.it/letteratura/risorse/biblioteca-01database-brani/la-bellezza-ideale-dei-greci-il-laocoonte/

Magri, Vittorini, Storia e testi della letteratura, Paravia.


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Età delle rivoluzioni Europa Illuminismo Rivoluzione americana Settecento storia

La rivoluzione americana

Il territorio del Nord America nel Cinque – Seicento

L’immenso territorio degli Stati Uniti al momento dell’inizio delle conquiste coloniali nel secolo XVI era abitato da tribù indiane che ammontavano complessivamente, a circa un milione di persone.

Tra esse, le principali erano gli irokesi, i muskhogee e gli algonchini, dediti alla caccia e alla pesca e solo secondariamente all’agricoltura.

La colonizzazione europea ebbe il carattere di una conquista progressiva dei territori degli indiani nordamericani da cui gli indiani stessi furono cacciati. Questo accadde perché, a differenza degli indios sudamericani, gli indiani d’America non si adattarono a un processo di integrazione nel sistema sociale dei bianchi.

L’immensa parte del Nord America divenuta poi gli Stati Uniti vide fra i secoli XVI e XVIII la penetrazione di quattro potenze: la Spagna, la Francia, l’Olanda e l’Inghilterra.

Spagna

Gli spagnoli, alla ricerca dell’oro che non trovarono e spinti dall’ansia di convertire alla fede gli indigeni, esplorarono una parte assai ampia del territorio – California, Arizona, Nuovo Messico, Virginia, Carolina, Florida – giungendo a penetrare a fine Settecento anche nel Michigan, dove vennero stabilite colonie e missioni.

Francia

La colonizzazione francese, iniziata nella prima metà del Cinquecento, si sviluppò fra Cinque e Seicento partendo dal Canada e penetrando nell’Acadia (poi Nuova Scozia), nella baia di Hudson, a Terranova, fino a comprendere l’immensa fascia a ovest del Mississippi – chiamata Louisiana in onore di Luigi XIV – che giungeva fino a Nuova Orléans.

L’impero coloniale francese nel territorio che poi divenne degli Stati Uniti fu tuttavia interamente perduto a favore dell’Inghilterra in seguito ai trattati del 1713 e del 1763 che posero fine, rispettivamente, alla guerra di Successione spagnola e alla guerra dei Sette anni.

Olanda

L’Olanda ebbe un ruolo minore ma non certo trascurabile nella regione. Ad essa fu dovuta la costituzione della Nuova Olanda, il cui primo nucleo fu formato da Nuova Amsterdam (dal 1664 New York), fondata nel 1624, che fu popolata anche da protestanti francesi, inglesi e tedeschi.

Nel 1667 i possedimenti olandesi, che si erano estesi agli insediamenti svedesi nel Delaware, vennero ceduti all’Inghilterra.

Inghilterra

L’impronta determinante alle zone della costa orientale che costituirono il nucleo iniziale degli Stati Uniti fu data dalla colonizzazione inglese.

La formazione dell’America anglosassone va fatta risalire a cavallo fra i secoli XVI e XVII, con la costituzione, definitivamente conclusa nel 1607, della colonia della Virginia. Poco dopo, nella parte settentrionale della costa atlantica, e cioè nella Nuova Inghilterra, l’arrivo nel 1620 di un centinaio di dissidenti puritani inglesi, i “padri pellegrini”, sbarcati dalla Mayflower nel Massachusetts con l’intento di fondare una società cristiana di eletti, segnò l’inizio di insediamenti che portarono alla creazione di altre colonie quali il New Hampshire, il Connecticut e il Rhode Island (fu in quest’ultima che vennero affermati i principi della libertà politica, della libertà di coscienza e della separazione fra stato e chiesa).

Nel 1634 sorse il Maryland. E l’estendersi della colonizzazione portò alla formazione della Carolina, poi divisa nel 1689 fra Carolina del Nord e Carolina del Sud.

Nel 1681 William Penn ottenne da Carlo II il territorio che poi prese da lui il nome di Pennsylvania.

Le tredici colonie

Alla metà del Settecento, le colonie apparivano divise in tre grandi regioni.

Nord – New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut

Il territorio agricolo era suddiviso in proprietà prevalentemente di media e piccola dimensione. Erano ben sviluppate la pesca e il commercio. La religione praticata era il puritanesimo. La popolazione era a grande maggioranza inglese.

Centro – New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware

L’attività economica prevalente era l’agricoltura e il primato sociale era saldamente tenuto dal ceto commerciale. Qui risultava maggioritaria la componente non inglese della popolazione (assai forti le componenti tedesca e olandese) e era prevalente lo spirito di tolleranza religiosa in relazione alla varietà delle sette protestanti.

Sud – Maryland, Virginia, Carolina del Nord e Carolina del Sud, Georgia

Sul territorio povero di centri urbani, predominava l’economia delle piantagioni: qui la popolazione bianca, anglicana, dominava sugli schiavi neri. La religione praticata negli stati del Sud era quella anglicana e vigeva un certo autoritarismo.

La religione nelle tredici colonie atlantiche

Nelle colonie inglesi vennero a incontrarsi e a scontrarsi diverse fedi religiose. A nord prevalevano i puritani e i quaccheri (i quali ultimi ebbero la loro roccaforte nel New Jersey); a sud gli anglicani. Una piccola minoranza erano i cattolici. Fu proprio il pluralismo religioso, l’assenza di una consolidata casta aristocratica, la necessità di regolare differenze religiose e culturali e di dare espressione agli interessi emergenti in un territorio aperto e nuovo a favorire il sorgere nelle colonie inglesi d’America di istituti di relativo autogoverno. Tali organi di autogoverno non vennero scossi neppure dopo che, a partire dalla fine del Seicento, la corona subordinò strettamente l’economia coloniale agli interessi di Londra, senza però imporre un controllo burocratico centralistico sulla loro vita politica e sociale.

Il sistema coloniale

Maggiore libertà religiosa, opportunità di riscatto e di lavoro, territori ampi e inesplorati: questi furono i motivi per cui le colonie erano meta di un costante flusso di immigrati alla ricerca di migliori condizioni di vita.

Lo sviluppo demografico era intenso, tanto che gli abitanti passarono da meno di 300.000 agli inizi del XVII secolo a 1.700.000 nel cinquantennio successivo. Nel 1790, conquistata l’indipendenza, sarebbero diventati 4 milioni.

Anche la popolazione nera, in virtù del commercio triangolare, aumentò passando da circa 20.000 a oltre 400.000 presenze

Nel Nuovo Mondo il potere sociale dominante non era quello dell’aristocrazia di sangue ma quello del denaro.

Il mondo intellettuale, pur mantenendo un forte legame con la cultura europea, era comunque ormai autonomo e originale. Uno dei suoi più tipici rappresentanti fu il grande Benjamin Franklin (1706-1790), uomo fattosi da sé, giornalista, inventore, imprenditore, uomo politico.

Per la propria formazione, l’élite poteva contare su college come Harvard, Yale, Princeton. Anche l’istruzione era assai diffusa nelle colonie settentrionali e centrali, in maniera superiore rispetto all’Europa.

Una caratteristica dominante della vita americana era la spinta verso ovest, alla conquista di nuove terre da occupare e coltivare. In questa corsa, i bianchi furono indotti a scontrarsi sistematicamente con gli indiani, i quali, in quanto popolazioni di nomadi e cacciatori, erano ostili all’insediamento nelle proprie terre di popolazioni estranee e sedentarie. Ci furono anche tentativi di stabilire accordi pacifici, ma i bianchi si sentivano superiori alle popolazioni indigene ed erano dotati di una maggiore forza materiale, e gli indiani rifiutavano ogni idea di integrazione nella società dei coloni. Per questo gli scontri tra bianchi e pellerossa furono improntati alla violenza.

Benjamin Franklin – Di Da Joseph Duplessis – http://www.npg.si.edu/exh/brush/ben.htm, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=52076

Le relazioni commerciali tra Inghilterra e colonie

L’economia delle colonie doveva essere asservita a quella della madrepatria che aveva il monopolio su ogni prodotto: le colonie cioè potevano commerciare solo con l’Inghilterra.

Il sistema produttivo coloniale forniva alla madre patria prodotti agricoli, pellicce, indaco, materiali per i cantieri navali. Si pensi che il 40% della flotta inglese, a metà Settecento, proviene dai cantieri delle colonie.

In terra coloniale era proibito avviare attività manifatturiere e importare manufatti da altri paesi che non fosse l’Inghilterra.

In cambio l’Inghilterra forniva protezione e l’inserimento in un sistema commerciale dinamico come quello inglese. Inoltre il governo inglese tollerava il contrabbando degli americani con le vicine colonie francesi e olandesi

Dopo la guerra dei Sette anni (1756-63), conclusa con la sconfitta della Francia da parte dell’Inghilterra, le colonie furono liberate dalla presenza francese. I coloni inglesi, più sicuri di sé, sentirono sempre più acuta l’esigenza di rinegoziare i loro rapporti con la madrepatria, affermando il diritto di parità e chiedendo di essere rappresentati nel parlamento di Londra. Ma Londra, che aveva contratto grossi debiti durante la guerra dei sette anni, voleva ribadire la propria autorità per beneficiare dei vantaggi coloniali. Per questo tra il 1763 e il 1765 il governo inglese inasprì il carico fiscale e impose il mantenimento di un esercito stanziale di 10 mila uomini.

Stamp act

L’evento che il 22 marzo 1765 aprì il contenzioso fra i coloni americani e l’Inghilterra fu l’approvazione da parte del parlamento di Londra di una legge sul bollo “Stamp Act”. Questa legge introduceva una nuova tassa a carico degli americani imponendo una tassa su:

  • giornali,
  • carte da gioco,
  • dadi,
  • almanacchi e calendari
  • sulle licenze di vendita delle bevande alcoliche.

Venne inoltre imposta l’applicazione del bollo su un gran numero di documenti:

  • affitti,
  • testamenti, 
  • atti di compravendita,
  • gli atti notarili,
  • diplomi scolastici.
Marca da bollo da un penny (1765) – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:1765_one_penny_stamp.jpg

La legge precisava inoltre che le somme così raccolte sarebbero servite alle spese di difesa, protezione e sicurezza delle colonie. Queste novità ovviamente non vennero apprezzate dagli americani.

Alcuni mesi dopo si riunirono a New York alcuni delegati di nove colonie dichiararono di ritenere che il parlamento inglese non avesse il diritto di imporre tali tasse in virtù del principio “no taxation without representation”. Infatti le colonie americane, che già avevano grossi vincoli commerciali che con la madre patria, non erano rappresentati nel parlamento londinese. Secondo loro il parlamento non aveva il diritto di imporre tasse a fasce di cittadini che non erano rappresentati.

La fermezza delle prese di posizione non fece che crescere, inducendo il parlamento inglese a ritirare lo Stamp Act, ma senza far marcia indietro sulla vera questione di principio.ù

Documenti Stamp Act

Dichiarazione sullo Stamp Act

Appena la notizia dell’approvazione della legge sul bollo ebbe raggiunto le colonie americane, si riunirono assemblee di delegati che approvarono dichiarazioni di protesta contro quel provvedimento o ne dichiararono senz’altro l’illegittimità. L’assemblea tenuta a New York nell’ottobre 1765 poté quasi rivendicare di essere un congresso di tutti gli americani, perché vi parteciparono i delegati di nove colonie (quelle assenti erano New Hampshire, Virginia, North Carolina, Georgia).
 
[“Noi membri di questo congresso” formuliamo “le seguenti enunciazioni del nostro umile parere”:]
I. Che i sudditi di sua Maestà in questo colonie devono la stessa fedeltà alla Corona di Gran Bretagna che è dovuta dai suoi sudditi nati nel regno, ed ogni debita soggezione a quell’augusta assemblea che è il Parlamento di Gran Bretagna.
II. Che ai fedeli sudditi di sua Maestà in queste colonie spettano tutti i diritti innati e tutte le libertà dei sudditi nati naturalmente nel regno di Gran Bretagna.
III. Che è inseparabile dalla libertà di un popolo, e indiscusso diritto degli inglesi, che non siano imposte tasse senza il loro consenso, espresso direttamente o per mezzo dei loro rappresentanti.
IV. Che il popolo di queste colonie non è, e non può per le sue circostanze locali, essere rappresentato nella Camera dei Comuni in Gran Bretagna.
V. Che i soli rappresentanti del popolo di queste colonie, sono le persone ivi scelte da esse; che non sono mai state imposte tasse, né possono esserlo costituzionalmente, se non dalle loro rispettive assemblee legislative.
VI. Che poiché tutte le forniture inviate alla Corona sono libere donazioni del popolo, è irragionevole e incompatibile con i principi e lo spirito della costituzione britannica che il popolo di Gran Bretagna conceda a sua Maestà ciò che è proprietà dei coloni […].
X. Che, poiché i profitti del commercio di queste colonie si accumulano in ultima analisi in Gran Bretagna per il pagamento dei manufatti che sono obbligate ad acquistare da essa, le colonie di fatto concorrono in misura assai ampia ai contributi stanziati a favore della Corona.
XI. Che le restrizioni imposte da vari recenti provvedimenti del Parlamento sul commercio di queste colonie le metteranno nell’impossibilità di acquistare i manufatti della Gran Bretagna […].
XIII. Che è diritto dei sudditi di queste colonie di indirizzare petizioni al re o ad una delle due Camere del Parlamento.

La formazione degli Stati Uniti d’America, a c. di A. Aquarone, G. Negri, G. Scelba, Nistri Lischi, Pisa 1961, vol. I, pp. 257-259.
 
Quesito – Quale diritto tradizionale degli inglesi viene rivendicato dai coloni americani? A chi spetta il compito di rappresentare i coloni americani?
https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p07_01_01.html
Deliberazione sullo Stamp Act

Nei giorni che precedettero e seguirono il 1° novembre, data prevista per l’entrata in vigore della legge sul bollo, gruppi di manifestanti che si attribuivano il nome di “Figli della libertà” cominciarono a sollecitare energicamente le assemblee delle colonie perché proclamassero il totale boicottaggio delle merci inglesi. Il 31 ottobre i mercanti di New York stipularono fra di loro un patto per cessare di importare merci inglesi, qualora la legge sul bollo non fosse stata revocata. Dieci giorni dopo l’assemblea del Connecticut, anche per le forti pressioni dei “Figli della libertà”, approvò una dichiarazione assai più radicale di quella già adottata dai congressisti di New York.

I. Tutte le forme di governo legittimo derivano dal consenso del popolo.
II. I limiti posti dal popolo in tutte le costituzioni sono i soli limiti entro i quali i funzionari possono legalmente esercitare la loro autorità.
III. Ogni qualvolta vengano oltrepassati tali limiti, il popolo ha il diritto di riassumere direttamente l’esercizio di quell’autorità che aveva precedentemente delegato a determinati individui.
IV. Ogni tassa imposta su sudditi inglesi senza il loro consenso è contraria ai diritti naturali ed ai limiti prescritti dalla costituzione inglese.
V. Lo Stamp Act in particolare è una tassa imposta alla colonia senza il suo consenso.
VI. È dovere di ogni persona nelle colonie di opporsi con ogni mezzo legittimo all’esecuzione di queste leggi loro imposte e, ove non possa liberarsene altrimenti, di invocare i propri diritti naturali e l’autorità di cui le leggi di natura e di Dio li hanno investiti.

La formazione degli Stati Uniti d’America, a c. di A. Aquarone, G. Negri, G. Scelba, Nistri Lischi, Pisa 1961, vol. I, pp. 261-263.
 
Quesito – Quale diritto viene posto a fondamento dell’esercizio dell’autorità politica da parte dei funzionari a ciò preposti?

Tratto da https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p07_01_02.html

Le tappe della guerra di indipendenza

1773 – In risposta al continuo innalzamento delle tasse, promosse dal governo britannico, un gruppo di giovani americani, appartenenti al gruppo patriottico dei Figli della libertà – Sons of Liberty, travestiti da indiani Mohawk, si imbarcò a bordo delle navi inglesi ancorate nel porto di Boston. Una volta a bordo gettarono in mare le casse di tè destinate al mercato delle colonie. L’episodio divenne famoso col nome di “Boston tea party” e fu alle origini di una nuova dichiarazione degli americani, in cui si esprimevano sempre più intenzioni indipendentiste.

Il governo inglese reagì duramente imponendo nuove leggi restrittive – chiusura del porto di Boston, riduzione delle autonomie del Massachusetts con revoca del diritto di amministrare la giustizia – e accusando di alto tradimento alcuni cittadini delle colonie americane.

Il Tea Party fu considerato da molti come la scintilla della rivoluzione americana.

16/12/1763: “Boston tea party”.
I “Figli della libertà” distruggono un carico di tè inglese nel porto di Boston.

1774 – Il governo inglese attuò dei provvedimenti con cui furono sottratti alle colonie i poteri di governo e l’amministrazione della giustizia che furono riassegnati ai tribunali inglesi. I coloni reagirono convocando a Filadelfia il I Congresso continentale, che proclamò nulle le “leggi intollerabili”, organizzò il boicottaggio economico contro l’Inghilterra e diede vita a una Associazione continentale per la politica economica. Le assemblee coloniali incominciarono a costituirsi come poteri indipendenti.

I diritti delle colonie
Nell’ottobre 1774 si riunirono a Filadelfia, in Pennsylvania, i delegati di dodici delle colonie americane (erano assenti solo quelli della Georgia), in quello che fu chiamato “congresso continentale”. Scopo del congresso era stabilire l’atteggiamento comune da tenere nei confronti dei tre provvedimenti repressivi presi dal parlamento inglese contro la città di Boston e l’intera colonia del Massachusetts, accusate di aver tollerato il danneggiamento dei beni della East India Company: il porto di Boston veniva chiuso fino al risarcimento dei danni, i poteri dell’assemblea della colonia erano ridotti, i funzionari denunciati per i recenti disordini sarebbero stati giudicati in un’altra colonia o anche in Gran Bretagna. Il 14 ottobre il congresso approvò una dichiarazione dei diritti delle colonie con una portata politica che andava ben al di là della protesta antifiscale degli anni precedenti.
 
Premesso che dalla fine dell’ultima guerra in poi il parlamento britannico, rivendicando il diritto di vincolare i popoli d’America mediante leggi su qualsivoglia materia, ha, con alcuni suoi provvedimenti, espressamente imposto tributi su di essi, mentre con altri, sotto svariati pretesti, ma di fatto allo scopo di ricavare delle entrate, ha imposto dazi e diritti da pagarsi in queste colonie […]. Premesso che nel corso dell’ultima sessione del parlamento sono state approvate tre leggi […].
I delegati riuniti in piena e libera rappresentanza di queste colonie, avendo preso nella più seria considerazione i mezzi più idonei a conseguire i fini sopra menzionati, hanno deciso in primo luogo, come gli inglesi loro avi hanno solitamente fatto per affermare e sostenere i loro diritti e le loro libertà, di dichiarare, che gli abitanti delle colonie inglesi del Nord-America, in virtù delle immutabili leggi della natura, dei principi della costituzione inglese, e delle varie carte o pattuizioni, possiedono i seguenti diritti.
Risoluzione unanime 1
Che essi hanno diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà: e che non hanno mai ceduto ad alcun potere esterno il diritto di disporre di queste senza il loro consenso.
Risoluzione unanime 2
Che i nostri avi, i quali per primi si sono stabiliti in queste colonie, godevano, al tempo della loro emigrazione dalla madrepatria, di tutti i diritti, libertà ed immunità dei sudditi nati liberi nel regno d’Inghilterra.
Risoluzione unanime 3
Che in seguito a questa emigrazione essi non hanno in alcun modo ceduto, abbandonato o perduto quale che sia di questi diritti, ma essi avevano, ed i loro discendenti hanno presentemente, piena facoltà di esercitarli e goderne, così come è loro consentito di esercitarli e goderne dalle circostanze del luogo, ed altre.
Risoluzione unanime 4
Che il fondamento della libertà inglese, e di ogni governo libero, è il diritto del popolo di partecipare al proprio consesso legislativo; e siccome i coloni inglesi non sono rappresentati nel parlamento britannico, e per circostanze di luogo ed altre non vi possono convenientemente essere rappresentati, essi hanno diritto ad un pieno ed esclusivo potere di legislazione nelle loro rispettive assemblee legislative provinciali, nelle quali sole può essere salvaguardato il loro diritto di rappresentanza, in materia di tassazione e di politica interna, salvo soltanto il diritto di veto del loro sovrano, nei modi che sono stati fino ad ora consueti, ma, tenendo conto dell’imperio delle circostanze, ed in considerazione dell’interesse reciproco di entrambi i paesi, di buon grado acconsentiamo all’applicazione di quelle leggi del parlamento britannico che sono in buona fede limitate alla disciplina del nostro commercio esterno e che abbiano lo scopo di assicurare alla madrepatria i benefici commerciali di tutto l’impero, nonché il vantaggio commerciale dei rispettivi membri di questo; escluso però ogni concetto di tassazione interna od esterna, avente il fine di ricavare entrate dai sudditi d’America senza il loro consenso.
Risoluzione unanime 5
Che le singole colonie hanno diritto alla Common law inglese, e più particolarmente a quel grande e inestimabile privilegio di essere giudicati dai propri pari del luogo che è da essa garantito […].
Risoluzione unanime 8
Che essi hanno il diritto di riunirsi pacificamente, di deliberare sui torti subiti, e di inviare petizioni al re; e che tutti i procedimenti penali, i divieti e gli arresti a questo riguardo sono illegali.
Risoluzione unanime 9
Che il mantenere in tempo di pace un esercito stanziale in queste colonie, senza il consenso delle colonie nelle quali tale esercito è stanziato, è contro la legge.

La formazione degli Stati Uniti d’America, a c. di A. Aquarone, G. Negri, G. Scelba, Nistri Lischi, Pisa 1961, vol. I, pp. 354-358.
 
Quesito – Quali sono, secondo la dichiarazione, i contenuti fondamentali del diritto naturale? Quale diritto viene posto a fondamento della Costituzione inglese? 
https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p07_01_04.html

1775-1776 – Il sovrano Giorgio III fece valere in risposta una linea intransigente. La situazione precipitò con il confronto armato a Lexington nell’aprile del 1775. Il 10 maggio il Congresso continentale organizzò la resistenza armata, pur sperando ancora nella conciliazione con l’Inghilterra. Comandante dell’esercito americano fu nominato George Washington (1732-99). Re Giorgio fece proclamare gli americani “ribelli”.

 Nell’aprile 1776 il Congresso invitò le colonie a costituire governi indipendenti. Il 4 luglio del 1776, il secondo Congresso continentale di Filadelfia approva una “Dichiarazione d’indipendenza”, redatta da Thomas Jefferson (1743-1826).

Dichiarazione indipendenza americana

La Dichiarazione d’Indipendenza fu un documento rivoluzionario che ha un’importanza storica fondamentale.
Essa è interamente ispirata ai princìpi stabiliti dall’Illuminismo che hanno motivato un’azione politica completamente nuova, non più basata sui diritti dinastici di una famiglia reale, ma sui diritti naturali dell’uomo.
I principi a cui si ispira sono:
  – uguaglianza
  – libertà
  – ricerca della felicità
Queste parole entrano per la prima volta in un documento politico. Il re d’Inghilterra, Giorgio III, viene denunciato come un tiranno che vuole imporre alle colonie una norma ingiusta, mentre le Leggi di Dio e della natura danno diritto al popolo americano di proclamarsi indipendente e di decidere in autonomia il proprio destino.
 
“Tutti gli uomini sono creati uguali”
Noi riteniamo che tutti gli uomini sono creati uguali; che il Creatore ha donato loro certi inalienabili diritti; che tra questi diritti vi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. Ogni qualvolta un governo tende a negare questi fini, il popolo ha il diritto di mutarlo o di abolirlo e di istituire un nuovo governo nella forma che il popolo ritenga più adatta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità.       
                                  Dalla Dichiarazione di Indipendenza  del  1776
Confronto con l’Articolo 3 della Costituzione italiana.
 
Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

1777 – Washington, dopo molte difficoltà iniziali, ottenne un’importante vittoria a Saratoga nell’ottobre del 1777. Un aiuto determinante agli americani venne dall’intervento nella guerra della Francia nel febbraio del 1778, della Spagna nel 1779 e dell’battaglia di Olanda nel 1780.

1781 Con la battaglia di Yorktown in Virginia, la guerra si concluse con la vittoria delle forze congiunte franco-americane.

1783 – La pace di Parigi conclude la vittoriosa guerra dei coloni americani contro la Gran Bretagna, che riconosce l’indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Il nuovo stato americano

Il nuovo stato fu il primo stato “borghese” della storia moderna, senza gerarchie nobiliari, con un’idea dell’eguaglianza fondata sugli eguali diritti di tutti alla corsa al benessere, basato su istituzioni parlamentari, sulla subordinazione dei militari al potere civile e sulla separazione fra stato e chiese.

Il diritto di voto rimase limitato ai soli contribuenti.

Queste straordinarie innovazioni però sono in conflitto con un’eredità dei sistemi più tradizionali: l’istituto della schiavitù. Il sistema degli schiavi, la tratta dei negri, erano a fondamento dell’economia degli stati del sud. Il problema della schiavitù rimarrà una pesante eredità nella storia degli USA e troverà soluzione, se possiamo ora sostenere che davvero oggi sia risolto, solo nel corso del XX secolo.

1787 – Viene approvata la Costituzione degli Stati Uniti d’America, uno stato di tipo federale.

1789 – George Washington, un grande possidente divenuto capo militare dell’esercito indipendentista, viene eletto presidente della repubblica degli Stati Uniti d’America.

Stato federale o confederazione di stati?

Quando l’indipendenza fu riconosciuta, il nuovo stato dovette definire la propria identità. Si aprì un dibattito: bisognava decidere se diventare uno stato federale o una confederazione di stati.

La Confederazione di stati è un’associazione di stati sovrani che detengono la maggior parte del potere. Solo una parte dei poteri è ceduta ad organi confederali che non esercitano direttamente la sovranità sui cittadini. Tutti gli stati confederati mantengono la propria sovranità e quindi prevale autonomia dei singoli stati.

Lo stato federale prevede la realizzazione di uno stato unitario, in cui i cittadini siano soggetti sia a poteri federali che a quelli dei singoli stati. La sovranità singoli stati è limitata perché prevalgono i poteri stato federale. Solo lo stato centrale, cioè federale, è soggetto al diritto internazionale e esercita la politica estera. Prevale quindi la sovranità dello stato federale su autonomia singoli stati.

Il dibattito fu acceso. Gli stati del Nord optavano per una federazione di stati, mentre il Sud preferiva le libertà concesse dalla confederazione.

La Costituzione degli Stati Uniti

I crescenti dubbi sulla prima Costituzione americana (gli Articoli di confederazione del 1781) condussero alla Convenzione di Filadelfia, l’assemblea incaricata di stendere un nuovo testo e composta da 55 delegati di dodici stati (non volle partecipare il Rhode Island). La Convenzione svolse i suoi lavori dal 25 maggio 1787 e il 17 settembre approvò i sette articoli della Costituzione federale, sottoposta poi alla ratifica da parte dei singoli stati e completata nel 1791 (seguendo la procedura stabilita dall’articolo V) da dieci emendamenti.


Preambolo
Noi, popolo degli Stati Uniti, allo scopo di perfezionare ancor più la nostra Unione, di garantire la giustizia, di assicurare la tranquillità all’interno, di provvedere alla comune difesa, di promuovere il benessere generale e di salvaguardare per noi stessi e per i nostri posteri il dono della libertà, decretiamo e stabiliamo questa Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Articolo 1
Sezione 1. Tutti i poteri legislativi conferiti col presente atto sono delegati a un Congresso degli Stati Uniti, composto di un Senato e di una Camera dei rappresentanti.
Sezione 2. 1. La Camera dei Rappresentanti sarà composta di membri eletti ogni due anni dal popolo dei vari stati […].
3. I Rappresentanti […] saranno ripartiti fra i diversi Stati che facciano parte dell’Unione secondo il numero degli abitanti; numero che verrà determinato aggiungendo al totale degli uomini liberi – compresi quelli sottoposti a prestazioni di servizio per un periodo limitato ed esclusi gli indiani non soggetti a imposte – tre quinti del rimanente della popolazione. Il censimento deve essere fatto entro tre anni dalla prima riunione del Congresso e successivamente ogni dieci anni […].
Sezione 3 1. Il Senato degli Stati Uniti sarà composto da due senatori per ogni Stato, eletti dalla Legislatura locale per un periodo di sei anni […].
Sezione 8 Il Congresso avrà facoltà di […] dichiarare la guerra; di reclutare e mantenere eserciti: nessuna somma, però, potrà essere stanziata a questo scopo per più di due anni; di creare e mantenere una marina militare […].
Sezione 10 1. Nessuno Stato potrà concludere trattati, alleanze o patti confederali […]; battere moneta o emettere titoli di credito o consentire che il pagamento dei debiti avvenga in altra forma che mediante monete d’oro o d’argento; approvare alcun decreto di limitazione dei diritti del cittadino o alcuna legge penale retroattiva […].

Articolo 2
Sezione 1 1. Il Presidente degli Stati Uniti d’America sarà investito del potere esecutivo. Rimarrà in carica per il periodo di quattro anni […].
Sezione 2 2. Avrà il potere, su parere e con il consenso del Senato, di concludere trattati, purché vi sia l’approvazione di due terzi dei senatori presenti.

Emendamento 1. Il Congresso non potrà fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione o per proibirne il libero culto; o per limitare la libertà di parola o di stampa, o il diritto che hanno i cittadini di riunirsi in forma pacifica e di inoltrare petizioni al Governo per la riparazione di torti subiti.
Emendamento 2. Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben ordinata milizia, il diritto dei cittadini di tenere e portare armi non potrà essere violato.
Emendamento 10. I poteri non delegati dalla Costituzione degli Stati Uniti, o da essa non vietati agli Stati, sono riservati ai rispettivi Stati, ovvero al popolo.

R. Hofstadter, Le grandi controversie della storia americana, Opere Nuove, Roma 1966, pp. 110-126.
Quesito – Come vengono ripartiti i poteri fra Congresso e presidente? Come vengono regolate le competenze del governo federale e degli stati membri?
https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p07_01_05.html

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I coloni

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Antico regime Illuminismo Settecento storia

Le riforme dell’Illuminismo

La cultura dei lumi, diede alla politica una dimensione ideale, per la prima volta al di fuori del pensiero religioso. Senza l’illuminismo gli europei non avrebbero mai preso coscienza di quello che stavano facendo con la tratta negriera, non si sarebbero mai posti alcun problema sui diritti dell’uomo, non avrebbero inventato la democrazia, non avrebbero mai immaginato la di rovesciare le gerarchie della sovranità, fondandola sul popolo e non sulla legittimità divina. Paolo Viola – storico

Dispotismo illuminato

Il dispotismo illuminato è una forma di governo in cui il sovrano si avvale del proprio potere per operare riforme volte a promuovere il bene e la felicità del suo popolo. Il sovrano illuminato si avvale dei consigli di uno dei philosophes, che, con le idee illuministe, lo aiuta a “illuminare” il suo operato. Le riforme del dispotismo illuminato sono quindi calate dall’alto.

Non stupisca il fatto che improvvisamente i sovrani europei si preoccupassero di migliorare le condizioni di vita dei propri sudditi. Quello che li mosse fu il desiderio di riaffermare la propria autorità, di riportare il potere nelle loro mani e ridurre parte dei privilegi di cui godevano nobiltà e clero.

Per attuare tali riforme i sovrani illuminati avevano bisogno di reperire nuove risorse economiche e di creare nuove strutture con cui esercitare il proprio potere.

Non volendo aumentare la pressione fiscale sul terzo stato, divenne necessario incidere sui privilegi che l’Antico Regime concedeva ai due ceti privilegiati. Questo fu ovviamente causa tensioni tra i gruppi sociali che beneficiavano di tali privilegi tanto che non in tutti i paesi europei i sovrani riuscirono ad attuare tali riforme.

Per realizzare le riforme i sovrani illuminati ebbero bisogno di operare su doversi fronti.

  • Razionalizzare il sistema fiscale
    • Riduzione di immunità e esenzioni
    • Accertamento dei redditi attraverso l’organizzazione di catasti
    • Organizzazione di efficiente sistema di riscossioni
  • Riorganizzare il sistema giudiziario

Riorganizzazione sistema fiscale

La chiesa e i vari enti ecclesiastici erano titolari di ingenti patrimoni sui quali godevano di immunità reale, su cui cioè non pagavano le tasse per privilegi conseguiti. Sono quindi refrattari all’istituzione di imposte sui loro patrimoni. In questo periodo si sviluppa una corrente di pensiero chiamata giurisdizionalismo che vuole affermare l’autorità della giurisdizione laica su quella ecclesiastica. Questa corrente di pensiero, nell’assolutismo illuminato, diventa un atteggiamento politico che porterà alla revoca di immunità e privilegi di cui gli enti religiosi avevano fino allora beneficiato.

Il catasto

Il catasto è un complesso di documenti (atti, registri, elementi grafici, disegni) che descrivono tutti i beni immobili (terreni e fabbricati) situati in un determinato territorio allo scopo di ripartire il carico fiscale. Nell’antichità il catasto era costituito da descrizioni generiche, senza alcuna uniformità. Sebbene sia stato pensato per perseguire obiettivi generali, l’importanza del catasto era apprezzata, fin dal Medioevo, soprattutto ai fini fiscali.

Nel XVIII secolo si rese necessario un lavoro di perfezionamento e rifacimento del sistema catastale per la necessità di abbandonare criteri di tassazione esclusivamente personali, che determinavano particolarismi e privilegi, e approntare una tassazione ancorata alle caratteristiche oggettive dei beni immobili. La formazione del catasto è quindi collegata all’imposizione delle tasse in base alla ricchezza fondiaria.

Riorganizzazione della giustizia

Il sistema giuridico nell’antico regime era arbitrario e inumano. Ma era anche estremamente caotico perché caratterizzato da una selva di tribunali e di giurisdizioni particolari. Si rendeva necessaria quindi una riforma sulla giustizia che desse al cittadino la certezza del diritto. Ed è proprio l’ambito del diritto quello in cui il riformismo del Settecento diede i migliori risultati.

Dobbiamo però qui ricordare che il concetto di uguaglianza giuridica è ancora molto lontano dalla sensibilità dell’epoca e anche dalle possibilità dei sovrani stessi. Portare a fondo le riforme avrebbe significato rivoluzionare completamente la società. È importante però notare che le riforme che alcuni sovrani sono riusciti a realizzare sono state passi importanti nella direzione della realizzazione dello stato di diritto in cui oggi viviamo.

Riformismo asburgico

L’impero asburgico fu retto nel XVIII secolo da due sovrani illuminati: Maria Teresa d’Austria che governò ila paese per quarant’anni, dal 1740 al 1780, e suo figlio Giuseppe II che resse l’impero tra il 1780 e il 1790. Cinquant’anni di governo coerente portarono gli Asburgo a realizzare importanti riforme.

  1. Riorganizzazione sistema fiscale

Grazie all’introduzione del catasto viene introdotta una imposta fondiaria alla nobiltà. Tramite il catasto, viene fatto il censimento di tutte le proprietà fondiarie. La rilevazione, fatta con estrema precisione, determinava con accuratezza le caratteristiche di ogni proprietà e permetteva di fissare l’imponibile fiscale con precisione. L’imposta veniva stabilita in base alle caratteristiche del fondo e rimaneva invariata indipendentemente dalla produzione che ne veniva realizzata. Questo si rivelò essere un buon incentivo allo sviluppo economico in quanto l’imposta rimaneva uguale; era quindi premiato l’aumento di produttività.

Viene inoltre centralizzato il prelievo fiscale e viene affidato a funzionari che dipendevano direttamente dal sovrano.

  • Riduzione dei privilegi

I sovrani asburgici perseguono una politica che mira al controllo dello stato sulla chiesa e applicano il giurisdizionalismo con l’intento di ridurre i privilegi del clero. Gli Asburgo sopprimono 700 conventi e sciolgono la compagnia del Gesù ritenuta troppo influente e troppo legata al papato.

  • Introduzione istruzione popolare

Con i proventi della vendita dei beni del clero organizzò l’istruzione pubblica, impose l’obbligo scolastico, tolse la scuola al monopolio religioso con l’avvio di scuole periferiche popolari. Con la fine del Settecento in tutto il territorio asburgico era in vigore un sistema di istruzione capillare che permise l’alfabetizzazione di tutta la popolazione. Inoltre fonda il Theresianum, una scuola superiore e pone sotto il suo controllo l’Università di Vienna

  • Emanazione Nuovo codice penale

La presenza di un nuovo codice penale garantisce pene uguali per tutti. Inoltre viene abolita la tortura e la pena di morte può essere inflitta solo dal sovrano.

  • Diritti dei cittadini                         

Viene abolita la servitù della gleba, anche se non si riuscì ad abolire le corvée. Le corvée erano serie di prestazioni personali, giornate di lavoro, dovute dai vassalli al signore nel diritto feudale.

Riformismo prussiano

In Prussia l’opera di riforma venne attuata dall’imperatore Federico II tra il 1740 e il 1786.

«È dunque la giustizia, si sarebbe detto, che deve rappresentare lo scopo principale di un sovrano, è dunque il bene dei popoli che governa che egli deve anteporre a qualsiasi altro interesse. A cosa portano allora tutte quelle idee di interesse, di grandezza, di ambizione e di despotismo? Possiamo concludere che il sovrano, ben lungi dall’essere il padrone assoluto dei popoli che sono sotto il suo dominio, per quel che lo concerne non ne è che il primo servitore.» (Federico II, Anti-Machiavel, Capitolo I) Nel 1739 l’imperatore Federico II scrisse l’Anti-Machiavel, un’opera nella quale contestava il cosiddetto machiavellismo in politica in difesa del diritto naturale, della pace e di una politica umana retta e giusta. L’opera fu positivamente recensita da Voltaire. «La storia dovrebbe eternare solo il nome dei principi buoni e far cadere nell’oblio quello dei malvagi, con la loro indolenza, i loro delitti e le loro ingiustizie.» (Federico II, L’Anti-Machiavel)

Grazie alla vicinanza di Voltaire, che risiedette alla corte prussiana, Federico II operò alcune riforme importanti:

  • favorì colonizzazione di nuove terre,
  • diede impulso a commerci e manifatture,
  • organizzò un sistema di istruzione pubblico e nel 1763 sancì l’obbligo scolastico,
  • favorì la diffusione della cultura e, oltre a Voltaire, invitò altri illuministi a Berlino,
  • teorizzò e praticò la tolleranza religiosa,
  • riformò il sistema giudiziario e rese più umana la giustizia.

Nel suo vasto programma di riforme non mise mai in discussione i privilegi della nobiltà e dell’esercito, non abolì la servitù della gleba, ma regolamentò le corvée e venne proibita la vendita di servi.

Riformismo russo

La sovrana Caterina II, zarina di tutte le Russie, coltivò idee illuministe. Ma l’arretratezza del sistema sociale russo e la forza dell’aristocrazia, non le permisero di realizzare le riforme desiderate. Realizzò riforme parziali nel campo della giustizia introducendo nuove garanzie per gli imputati, ma non riuscì ad imporsi ai nobili perché aveva bisogno di suo appoggio dopo la rivolta contadina del 1773-74.

Riformismo francese

Fallì.

Riformismo inglese

L’Inghilterra era un paese all’avanguardia. Governato da una monarchia costituzionale, vede nel corso del Settecento aumentare l’importanza del parlamento a scapito del potere del sovrano.

Inoltre ricordiamo che la società inglese è una delle società più tolleranti perché garantisce maggiore libertà individuali e la libertà religiosa.

Situazione in Italia

La penisola italiana è arretrata e frammentata. Nei diversi regni la realtà è molto diversa. Le riforme asburgiche arrivano solo in Lombardia dove si attua una politica giurisdizionalistica, che riduce l’influenza della chiesa sulla società lombarda. Viene abolito il tribunale dell’inquisizione, il diritto di asilo e il foro ecclesiastico. Viene affermata la tolleranza religiosa con la concessione diritto di lavoro agli ebrei. Anche in Lombardia, come ovviamente in Trentino terra asburgica, si realizza il catasto teresiano. Si pensi che in Trentino il catasto teresiano viene sostituito completamente solo in tempi recenti.

La modernizzazione dello stato lombardo favorì la formazione di un ceto di funzionari borghesi, anche se accentramento e autoritarismo crearono insoddisfazione nel patriziato e nella borghesia milanese. Si assiste a un acceso dibattito ad opera degli illuministi italiani Verri e Beccaria.

Viene fondata l’Accademia dei pugni, che si riuniva in casa di Pietro Verri. L’accademia deve il curioso nome proprio all’animosità delle discussioni che vi si svolgevano; metaforicamente venivano descritte “come se si facesse a pugni” e l’animosità era l’espressione di contrasti di tipo ideologico metodologico, politico religioso e sociologico. Il fine delle loro discussioni era quello di trovare un sistema politico pacifico per sostituire quello del violento dispotismo.

In seno all’accademia fu fondata la rivista Il Caffè nel 1764, il giornale che dava voce alle nuove idee illuministe.

Riforme in Toscana

Sull’onda del successo dell’opera do Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, il Granducato di Toscana fu il primo ad abolire la pena di morte il 30 novembre 1786.

Inoltre venne liberalizzato il commercio interno libero da imposizioni fiscali.

Riforme nel resto d’Italia

Nei ducati di Parma e di Modena vengono ridotti i privilegi ecclesiastici, viene riformato codice penale e viene abolita la tortura.

Nello Stato pontificio, a Genova, a Venezia, i poteri contrali forti impediscono opere di rinnovamento, anche se le idee illuministe accendono un dibattito vivace. Il Sud Italia è arretrato e il sistema sociale è anacronistico e il governo è incapace di riforme. Nel 1764 in cui ci fu una terribile carestia, ci furono 40 mila vittime solo nella città di Napoli e 200 mila nelle province circostanti. Nonostante anche a Napoli ci fosse grande vivacità intellettuale, il dibattito non riesce a tradursi in un pensiero politico. Infatti lo stato riduce solo in parte il potere della chiesa, non intacca il potere dei baroni, non realizza il catasto come nel Nord e il sistema fiscale ricorre sempre alle imposte sui consumi, colpendo così la massa e non i ceti abbienti.

Definizioni

Fisiocrazia: Teoria economico-sociale del sec. XVIII che, in opposizione al mercantilismo, attribuiva ai beni e ai prodotti della terra un’importanza più grande che a quelli del commercio e dell’industria.

L’economia politica è la scienza sociale che si occupa dei metodi con cui l’uomo usa razionalmente poche risorse per soddisfare molte esigenze.

Mercantilismo: Dottrina economica (corrispondente alla prassi seguita dalle grandi monarchie assolute del Settecento) fondata sul principio che la ricchezza di un paese si identifica con la quantità di moneta posseduta (oro e argento), e quindi sostenitrice di una politica protezionistica da parte dello stato nei confronti delle importazioni e incentivante nei confronti delle esportazioni.

Documenti

Le riforme dell’assolutismo illuminato

I rapporti fra stato e chiesa
Alla fine del 1765 il governo austriaco istituì in Lombardia un nuovo organo denominato Giunta economale e chiamato a volte anche Giunta per le materie ecclesiastiche e miste. Essa aveva il compito di promuovere le riforme in materia ecclesiastica e regolamentare i rapporti fra stato e chiesa e, due anni dopo, fu dotata anche di poteri analoghi a quelli di un tribunale. Nel 1768 il primo ministro austriaco Anton Kaunitz inviò a Karl Firmian, plenipotenziario imperiale a Milano, alcune istruzioni (destinate a restare segrete) sulle competenze della Giunta e sui criteri che dovevano regolare i confini fra il potere temporale e quello spirituale.

La Giunta Economale, stabilita per invigilare con imparzialità e parità di attenzione all’indennità dei legittimi diritti del clero nulla meno che a quella della suprema potestà del principato, non perderà mai di vista in tutte le contingenze de’ casi compresi nella di lei incombenza, e dovrà essere eziandio regola assoluta e costante di tutte le sue operazioni:
Che tutto quello, che non è d’istituzione divina di privativa competenza del sacerdozio, è oggetto della suprema potestà legislativa ed esecutrice del principato.
Che d’istituzione divina non può dirsi che quello che da Gesù Cristo medesimo è stato attribuito ai suoi apostoli.
Che a questi dal divino nostro redentore non si sono attribuite che le sole incombenze spirituali, della predicazione dell’Evangelo, della dottrina cristiana, del culto divino, della amministrazione dei sagramenti, e della disciplina interna degli ecclesiastici.
Che, ciò stante, a questi oggetti soli si riducono le incombenze e l’autorità del clero.

Che ogni altra autorità, qualunque sia, è restata privativamente appoggiata alla suprema potestà civile, siccome lo era dalla prima origine delle società e dei principati per tutti i secoli, che hanno preceduto il successivo stabilimento della nostra santa religione.
Che al di là dei capi sopraccennati non v’è prerogativa, non v’è ingerenza veruna degli ecclesiastici nel temporale, che possa richiamarsi come legittima, se non deriva dal consenso o dalla volontaria concessione de’ principi.
Che qualunque cosa dal principe conceduta o stabilita, che da esso a bene placito avrebbe potuto non concedersi o non stabilirsi, è mutabile ed eziandio affatto revocabile al pari di ogni altra legge o concessione del legislatore, il quale non solamente può, ma anzi deve appropriare ai tempi ed alle circostanze le sue leggi, le sue concessioni, e tutti i stabilimenti fatti o da farsi.
Che sono nell’istesso caso tutte le disposizioni de’ concili e de’ canoni, non risguardanti oggetti puramente spirituali […]. E finalmente, che non è neanche arbitraria ed indipendente affatto l’autorità del sacerdozio risguardo al dogma ed alla disciplina; poiché troppo importa al principe che conforme all’Evangelo si mantenga il dogma, ed alle circostanze del bene pubblico la disciplina degli ecclesiastici ed il culto divino, perché possa egli abbandonare a chi che sia di arbitrare senza il suo concorso sopra oggetti di tanta conseguenza.

Secondo quanto emerge dal testo proposto, quali prerogative sono di competenza dello stato e quali invece riguardano la sfera del clero? (max 8 righe)

Sulla libertà di culto

Nel 1781 l’imperatore Giuseppe II emanò il documento noto come “patente di tolleranza” con il quale veniva concessa ai cristiani non cattolici la libertà di praticare in privato il loro culto religioso. La patente aveva immediata applicazione in tutti gli stati soggetti alla diretta sovranità asburgica, compresi il Belgio e la Lombardia. Essa fu accolta con una forte ostilità dal papato e dai cattolici conservatori, mentre ebbe il pieno consenso degli illuministi e di quella parte del mondo cattolico conquistato alle idee di riforma religiosa.

Persuasa S.M. da una parte del danno, che cagiona la coazione delle coscienze, e dall’altra del grande profitto, che risulta per la religione e per lo Stato da una vera tolleranza cristiana, ha graziosamente stabilito e prescritto a chi appartiene le seguenti regole direttrici per la puntuale ed inalterabile loro osservanza:
I. Sarà permesso agli acattolici, cioè alli consorti delle confessioni augustana ed elvetica, come pure a’ Greci non uniti alla Chiesa Romana ne’ luoghi ove essi si trovino in sufficiente numero, ed ove in proporzione delle loro facoltà sarà praticabile, l’esercizio privato della loro religione da per tutto, e senza abbadare se in passato tale culto vi sia stato mai praticato o no.
II. Con questo esercizio privato di religione non s’intende accordato a’ Protestanti e non uniti di aver campane, e campanili, alle loro chiese o agli oratori, né di farvi tale forma d’ingresso che dia loro l’apparenza di chiesa; potranno però del resto fabbricarli ove loro piacerà, e dovranno avere una piena libertà nell’esercizio del culto della loro religione, tanto nel recinto di tali chiese o oratori che fuora de’ medesimi, e presso gli ammalati, ovunque questi si trovino […].
V. Non saranno essi mai astretti ad altra formula di giuramento, se non a quella che è conforme ai princìpi della loro religione, né obbligati ad intervenire alle processioni o funzioni della religione dominante, quando essi medesimi non volessero assistervi.
VI. Nelle elezioni e concessioni d’impieghi non vi sarà alcun riguardo alla diversità della religione, ma come nello stato militare è praticato con tanto frutto, e senza il minimo inconveniente, si prenderà unicamente in considerazione l’onoratezza, l’abilità e la cristiana e morale condotta de’ concorrenti.

M. Rosa, Politica e religione nel ’700 europeo, Sansoni, Firenze 1974, pp. 108-110.

Quali limitazioni furono mantenute per i praticanti dei culti non cattolici? (max 6 righe)

L’istituzione del libero commercio dei grani in Toscana

Fra i primi provvedimenti adottati da Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena, dopo il suo insediamento a Firenze, vi fu, nel 1767, quello che introduceva la piena libertà nel commercio dei cereali all’interno del granducato di Toscana. Il commercio con altri paesi, consentito nel 1767 solo a determinate condizioni, divenne anch’esso libero dal 1775.

Essendoci noto quanto siano pregiudiciali e gravose al pubblico le tasse e privative imposte sopra la fabbricazione e vendita del pane e volendo provvedere al sollievo dei nostri amatissimi sudditi, ci siamo determinati a concedere diverse facilità e esenzioni non solo sopra la fabbricazione, vendita e trasporto del pane, ma ancora sopra la vendita, trasporto e commercio dei grani, biade e farine che desideriamo con tutti gli espedienti possibili di favorire e di animare a benefizio della coltivazione dei nostri stati […].
XVII. Per incoraggiare sempre più l’agricoltura e il commercio dei grani e biade vogliamo che nell’interiore dei nostri stati sia libero a tutti il comprare e vendere questi generi, derogando a tutte le leggi proibitive dell’incetta e permettendo che possa farsi in questa materia ogni lecita contrattazione; siccome che i detti grani e biade possano in qualunque luogo conservarsi in fosse o magazzini per tutto quel tempo che quelli che hanno la disposizione di tali generi stimeranno di loro interesse […].
XVIII. Permettiamo altresì che i grani, biade e loro farine possano trasportarsi liberamente da un territorio all’altro del nostro granducato […].
XIX. E per maggiore facilità di detti trasporti abolischiamo qualsiasi gabella, tanto regia che comunicativa, o di sortita o di introduzione da un territorio all’altro e di transito sopra i detti grani, biade e loro farine, eccettuando le solite gabelle dove sono stabilite alle porte delle città.
XX. Abolischiamo similmente ogni gabella di sortita dai nostri stati d’ogni genere di grani, biade e farine nei tempi che sarà permessa la loro estrazione […].
XXI. Abolischiamo in oltre ogni gabella d’introduzione di grani, biade forestiere, ogni qual volta il grano del paese passi il prezzo di lire 15 il sacco, a dichiarazione del magistrato sopraintendente all’annona […]. Ma quando i prezzi del grano del paese saranno sotto il detto limite di lire 15 vogliamo che i grani e biade forestiere tanto per la parte di terra che di mare sieno sottoposti alle gabelle d’introduzione e paghino i grani trenta soldi il sacco, e le biade 20 soldi il sacco, col qual pagamento potranno inoltrarsi per tutto lo stato […].
XXII. L’estrazione dei grani e biade e loro farine dai nostri stati sarà permessa tanto per terra che per mare, sino a tanto che il prezzo del grano non arriverà […] a lire 14 il sacco.

Legislazione toscana raccolta e annotata da Lorenzo Cantini, Stamperia Albizziana, Firenze 1807, vol. XXIX, pp. 46 e 55.

Quali misure sono previste dalla legge sui grani per incoraggiare il commercio, tutelando però gli interessi dei produttori locali? (max 6 righe)

La legge sul diritto penale

Pietro Leopoldo occupò il trono di Firenze nel 1765 e subito tenne conto del dibattito sul diritto penale suscitato dal trattato di Cesare Beccaria sospendendo le pene di morte, la tortura e le pene «immoderate». Ciò fu fatto in vista della più organica riforma del diritto penale che giunse a compimento con l’emanazione della legge del 30 novembre 1786. Di questa riportiamo il preambolo e alcuni articoli, in particolare quello che illustra le finalità della pena.

Fino al nostro avvenimento al trono di Toscana riguardammo come uno dei nostri principali doveri l’esame e riforma della legislazione criminale, ed avendola ben presto riconosciuta troppo severa, e derivata da massime stabilite nei tempi meno felici dell’Impero Romano, o nelle turbolenze dell’anarchia dei bassi tempi, e specialmente non adatta al dolce e mansueto carattere della nazione, procurammo provvisionalmente temperarne il rigore con istruzioni ed ordini ai nostri tribunali, e con particolari editti con i quali vennero abolite le pene di morte, la tortura, e le pene immoderate e non proporzionate alle trasgressioni ed alle contravvenzioni alle leggi fiscali finché non ci fossimo posti in grado, mediante un serio e maturo esame, e col soccorso dell’esperimento di tali nuove disposizioni di riformare intieramente la detta legislazione. Con la più grande soddisfazione del nostro paterno cuore abbiamo finalmente riconosciuto che la mitigazione delle pene, congiunta con la più esatta vigilanza per prevenire le ree azioni, e mediante la celere spedizione dei processi, e la prontezza e sicurezza della pena dei veri delinquenti, invece di accrescere il numero dei delitti ha considerevolmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci, e quindi siamo venuti nella determinazione di non più lungamente differire la riforma della legislazione criminale con la quale, abolita per massima costante la pena di morte, come non necessaria per il fine propostosi dalla società nella punizione dei rei, eliminato affatto l’uso della tortura, la confiscazione dei beni dei delinquenti come tendente per la massima parte al danno delle loro innocenti famiglie che non hanno complicità nel delitto, e sbandita dalla legislazione la moltiplicazione dei delitti impropriamente detti di lesa maestà, con raffinamento di crudeltà inventate in tempi perversi, e fissando le pene proporzionate ai delitti, ma inevitabili nei rispettivi casi, ci siamo determinati a ordinare con la pienezza della nostra suprema autorità quanto appresso […].
XXIX. Incarichiamo i giudici e gli attuarii criminali ad usare tutta l’attenzione e premura per la sollecita ultimazione dei processi, e massimamente dei carcerati, preferendo la spedizione dei medesimi a qualunque altro affare che avessero avanti di loro, con l’avvertenza sempre presente, oltre quella di esaminare subito il reo venuto che sia nelle forze, che la carcere la quale soffrono i rei mentre pende il processo, non è che per semplice loro custodia onde esige che ne venga ad essi alleggerito l’incomodo, non solo con la minor durata possibile, ma ancora per ogni altro mezzo compatibile con lo stato di rei, nel quale si trovano […].

XXXIII. Conferiamo colla nostra sovrana autorità e con speciale determinazione l’abolizione della tortura […].
L. In tutte le cause criminali dovrà deputarsi un difensore all’imputato povero o miserabile in quei luoghi dove non sia stabilmente destinato l’avvocato dei poveri rei, e quando lo stesso imputato manchi del suo particolar difensore; ed al detto difensore si dovrà comunicare la copia degli atti, e darglisi comodo di conferire col medesimo imputato ancorché sia carcerato, onde possa rilevare i lumi per la di lui difesa […].
LI. Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata legislazione era decretata la pena di morte per delitti ancor non gravi, ed avendo considerato che l’oggetto della pena deve essere la soddisfazione al privato ed al pubblico danno, la correzione del reo, figlio anche esso della società e dello Stato, della cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza, nei rei dei più gravi ed atroci delitti, che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il pubblico esempio che il governo nella punizione dei delitti, e nel servire agli oggetti ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al reo, che tale efficacia, e moderazione insieme si ottiene più che con la pena di morte, con la pena dei lavori pubblici, i quali servono di un esempio continuato, e non di un momentaneo terrore che spesso degenera in compassione, e tolgono la possibilità di commettere nuovi delitti, e con la possibile speranza di veder tornare alla società un cittadino utile e corretto; avendo altresì considerato che una ben diversa legislazione potesse più convenire alla maggior dolcezza, e docilità di costumi del presente secolo, e specialmente nel popolo toscano, siamo venuti nella determinazione di abolire come abbiamo abolito con la presente legge per sempre la pena di morte contro qualunque reo, sia presente, sia contumace, ed ancorché confesso e convinto di qualsivoglia delitto dichiarato capitale dalle leggi fin qui promulgate, le quali tutte vogliamo in questa parte cessate ed abolite […].

Riforma della legislazione criminale toscana, in appendice a C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, a c. di F. Venturi, Einaudi, Torino 1994, pp. 258, 266-267 e 273-274.

Con quali motivazioni, nel Codice leopoldino, alla pena di morte viene preferita la condanna ai lavori forzati? (max 5 righe)

I princìpi del diritto penale: prontezza e certezza della pena

Il codice di Pietro Leopoldo costituì un momento importante nella discussione che in quegli anni si stava svolgendo in tutta Europa sulla riforma del diritto penale e che aveva ruotato in gran parte attorno all’opera di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene. In quest’opera la condanna della tortura e della pena di morte costituivano un aspetto, sia pur fondamentale, di una nuova concezione della pena: la sua legittimità non stava nella vendetta esercitata sul delinquente, ma nella sua capacità di prevenire il reato.

Prontezza della pena
Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso, essa sarà tanto più giusta e tanto più utile. Dico più giusta, perché risparmia al reo gl’inutili e fieri tormenti dell’incertezza, che crescono col vigore dell’immaginazione, e col sentimento della propria debolezza; più giusta, perché la privazione della libertà essendo una pena, essa non può precedere la sentenza, se non quanto la necessità lo chiede. La carcere è dunque la semplice custodia di un cittadino, finché sia giudicato reo; e questa custodia, essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile, e dev’essere meno dura che si possa. Il minor tempo dev’esser misurato e dalla necessaria durazione del processo, e dall’anzianità di chi prima ha un diritto di esser giudicato. La strettezza della carcere non può essere che la necessaria, o per impedire la fuga, o per non occultare le prove de’ delitti. Il processo medesimo dev’essere finito nel più breve tempo possibile. Qual più crudele contrasto, che l’indolenza di un giudice e le angosce d’un reo? i comodi e i piaceri di un insensibile magistrato da una parte, e dall’altra le lagrime, lo squallore di un prigioniero? In generale il peso della pena e la conseguenza di un delitto dev’essere la più efficace per gli altri, e la meno dura che sia possibile per chi la soffre; perché non si può chiamare legittima società quella, dove non sia principio infallibile, che gli uomini si siano voluti assoggettare ai minori mali possibili.
Ho detto che la prontezza delle pene è più utile, perché quanto è minore la distanza del tempo che passa tra la pena ed il misfatto, tanto è più forte e più durevole nell’animo umano l’associazione di queste due idee, delitto e pena; talché insensibilmente si considerano, una come cagione, e l’altra come effetto necessario immancabile […].

Certezza delle pene – Grazie
Uno dei più grandi freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma la infallibilità di esse, e per conseguenza la vigilanza dei magistrati, e quella severità di un giudice inesorabile, che, per essere un’utile virtù, dev’essere accompagnata da una dolce legislazione. La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione, che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza della impunità; perché i mali anche minimi, quando sono certi, spaventano sempre gli animi umani, e la speranza, dono celeste che sovente ci tien luogo di tutto, ne allontana sempre l’idea dei maggiori, massimamente quando l’impunità, che l’avarizia e la debolezza spesso accordano, ne aumenti la forza. […]
A misura che le pene divengono più dolci, la clemenza ed il perdono diventano meno necessari. Felice la nazione nella quale sarebbero funesti! La clemenza dunque, quella virtù che è stata talvolta per un sovrano il supplemento di tutti i doveri del trono, dovrebbe essere esclusa in una perfetta legislazione, dove le pene fossero dolci, ed il metodo di giudicare regolare e spedito. Questa verità sembrerà dura a chi vive nel disordine del sistema criminale, dove il perdono e le grazie sono necessarie in proporzione dell’assurdità delle leggi, e dell’atrocità delle condanne. […] Ma si consideri che la clemenza è la virtù del legislatore, e non dell’esecutor delle leggi; che deve risplendere nel codice, non già nei giudizii particolari; che il far vedere agli uomini che si possono perdonare i delitti, o che la pena non n’è la necessaria conseguenza, è un fomentare la lusinga dell’impunità, è un far credere che potendosi perdonare, le condanne non perdonate sian piuttosto violenze della forza, che emanazioni della giustizia. Che dirassi poi, quando il principe dona le grazie, cioè la pubblica sicurezza ad un particolare, e che con un atto privato di non illuminata beneficenza forma un pubblico decreto d’impunità? Siano dunque inesorabili le leggi, inesorabili gli esecutori di esse nei casi particolari; ma sia dolce, indulgente, umano il legislatore.

C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, a c. di F. Venturi, Einaudi, Torino 1994, pp. 47-48, 59-60 e 102-103.

Quali sono i limiti principali che Beccaria attribuisce ai sistemi giudiziari del suo tempo, secondo quanto emerge dal testo proposto? (max 6 righe)

Esercitazioni

Dopo aver riletto attentamente il documento 4 e il documento 5, mettili a confronto indicando in un breve testo quali delle tesi sostenute da Beccaria nella sua opera Dei delitti e delle pene vengono accolte nel testo della legge sul diritto penale promulgata da Pietro Leopoldo. (max 20 righe)

Immagina di dover intervistare Cesare Beccaria all’indomani della pubblicazione del suo libro Dei delitti e delle pene. Dall’intervista devono emergere con chiarezza sia le sue posizioni teoriche sull’argomento, sia le motivazioni di ordine pratico che l’hanno portato a formulare le soluzioni da lui proposte. Ricorda che le tue domande devono essere pertinenti e adeguate al contesto storico. Il numero massimo di domande è sei e il testo prodotto non deve superare le 60 righe (circa due pagine).

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Antico regime Europa Illuminismo Settecento storia

Gli assolutismi nell’Europa del XVIII secolo

Due sono le forme di governo che troviamo nell’Europa tra XVII e XVIII secolo: assolutismo e monarchia costituzionale.

L’assolutismo è un sistema di governo in cui il potere è accentrato nelle mani del sovrano. Negli stati europei si sono sviluppati diversi tipi di assolutismo e la forza di questo accentramento era diversa nelle diverse realtà statali.

La monarchia costituzionale è un sistema di governo in cui il potere del sovrano è limitato dalla presenza di una costituzione e di un parlamento, che ha il compito di controllare il sovrano. L’unica monarchia costituzionale in Europa è l’Inghilterra.

Guardiamo ora nello specifico ai diversi assolutismi europei.

Polonia – Lituania

In Polonia il re viene eletto da una dieta, cioè un’assemblea, un parlamento, costituito dalla nobiltà polacca. In tale dieta le decisioni devono essere prese solo all’unanimità. Per questo spesso il parlamento si trova paralizzato da contrasti di fazioni.

Purtroppo se non è facile riuscire a prendere decisioni all’unanimità nella gestione dello stato, lo è ancora di meno quando si tratta di designare il futuro sovrano tra i nobili polacchi. La nobiltà infatti non riesce mai a trovare un accordo e finisce sempre un principe straniero come sovrano della Polonia.

Il primo effetto negativo di questa situazione è legato al fatto che un principe eletto all’estero non garantisce nessuna continuità dinastica, il secondo è un tale sovrano non ha alcuna forza. Infatti, nella Polonia del Settecento, la dieta polacca ha un potere molto forte sul Re.  

Infatti la dieta aveva potere decisionale su diverse questioni:

  • decise in merito alla imposizione fiscale,
  • sovrintende alla chiamata delle armi dei nobili,
  • controlla gli atti della pubblica amministrazione
  • può addirittura esigere, dal re eletto, di provvedere con fondi propri ai bisogni dello stato,
  • il suo parere è determinante nelle questioni di politica estera
  • poteva rifiutarsi di obbedire al re nel caso in cui egli non rispettasse i privilegi dei nobili polacchi.

Da tutto questo è facile capire quanto fosse fragile il governo polacco e quanto fosse vulnerabile la compagine territoriale polacca.

Fu proprio per questo che, nel corso del Settecento, il regno polacco vedrà la propria disgregazione.

La Russia di Pietro il Grande Romanov

Pietro il Grande Romanov (1672 – 1725)

Tra il XVII e XVIII secolo la Russia vive un periodo di grande splendore sotto il regno di Pietro il Grande della dinastia Romanov.

Pietro il Grande attiva la sua forma di assolutismo di tipo dispotico. Lui governa un paese arretrato in cui non esistono attività industriali e in cui l’agricoltura è gestita dal latifondo. Inoltre a quell’epoca la Russia è isolata intellettualmente.

Pietro il Grande inaugura una politica culturale di grande apertura verso l’occidente e si attiva per modernizzare il paese e lavora per rafforzare l’autorità dello zar sia nella politica estera che nella politica interna.

Per aumentare il suo prestigio e la sua fama decide di stabilire delle ambasciate russe nei diversi stati europei.

Per aumentare il suo potere in Russia opera una riforma della Duma. La Duma è l’assemblea dei boiari, gli aristocratici russi. Lui sostituisce questa assemblea con un Senato costituito da pochi membri nominati dallo stesso zar.

Per migliorare la gestione dello stato favorisce l’accesso ai più alti gradi della burocrazia statale solo a individui competenti, a cui concede dei titoli nobiliari, come ricompensa. È in questo periodo che si sviluppa anche in Russia la nobiltà di toga.

Per quanto riguarda il sistema di difesa del suo immenso regno, Pietro Romanov riorganizza l’esercito, ristruttura gli armamenti e la flotta.

Opera delle riforme anche nella Chiesa: abolisce il patriarcato di Mosca e lo sostituisce con un Santo Sinodo a nomina regia.

L’espansione territoriale russa, iniziata con Ivan il terribile con Michele Romanov continua con Pietro il Grande che aggiunge al già enorme impero Russo altri territori, quelli colorati in giallo nella carta, sia nelle nell’Europa settentrionale che nell’asia centrale è nell’estremo Oriente. La carta rappresenta la situazione fino alla fine dell’800 e permette di comprendere come l’espansionismo sia stato anche in seguito una scelta di fondo della politica estera russa.

Per favorire lo sviluppo culturale e la formazione della gioventù aristocratica russa, invita a Mosca esponenti di diverse religioni.

Per quanto riguarda la politica economica chiama dall’estero dei tecnici che gli permettano di riorganizzare le attività produttive. Inoltre centralizza nelle sue mani il controllo di tutte le attività produttive, anche di quelle gestite dai privati allo scopo di garantirne competitività e qualità. Il disegno di modernizzazione della grande Russia prevede anche la fondazione di una nuova capitale che prende il nome di San Pietroburgo.

San Pietroburgo, una città costruita nello stile occidentale, sulle coste del mar Baltico
La cattedrale di San Pietro e Paolo a San Pietroburgo

 San Pietroburgo è una città elegante e raffinata che viene costruita sul gusto occidentale per diventare la vetrina della nuova Russia moderna.

La Russia di Pietro il Grande è quindi pronta per giocare un ruolo da protagonista nello scenario europeo.

Il teatro Mariinsky https://it.wikipedia.org/wiki/San_Pietroburgo#/media/File:Mariinsky_Theatre001.jpg

Ma non basta: nonostante le riforme dello zar la grande Russia mantiene ancora elementi di grande arretratezza che non le permetteranno di fare il salto di qualità a cui aspira Pietro il Grande. Infatti l’aristocrazia, che conserva dei privilegi che Pietro non riesce a smantellare, mantiene un predominio indiscusso nel panorama economico e politico. Inoltre le plebi vivono in condizione di grande arretratezza anche grazie al fatto che l’istituto giuridico della servitù della gleba è ancora in vigore e quindi le popolazioni rurali non hanno alcuna possibilità di migliorare la loro condizione.

Il fiume Neva Di Panther – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5910576

Prussia

La Prussia è governata dalla dinastia degli Hohenzollern il suo territorio è unito a quello del Brandeburgo. Tra il 1640 il 1688, Federico Guglielmo di Brandeburgo intraprende un programma  assolutistico con cui opera l’accentramento del potere e la riorganizzazione dello stato. Per operare tale programma il sovrano deve fare accordi con i gruppi sociali più influenti. Infatti la sua opera di riforma non piace ai parlamenti cittadini che lo osteggiano.

Federico Guglielmo di Brandeburgo.
Di Govert Flinck – Scan from 1620-1688 Der Große Kurfürst, Sammler – Bauherr – Mäzen, Ausstellung 1988 Neues Palais Sanssouci p.18, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48027912

Federico Guglielmo però riesce a farsi sostenere dalla grande aristocrazia terriera degli Junker (il nome deriva da Jung Herr, che significa giovane signore). Grazie all’accordo con la nobiltà terriera riesce quindi ad imporre il suo potere; gli Junker, in cambio, ottengono libertà nei rapporti con i contadini, autonomia nella gestione delle proprietà signorili e si assicurano privilegi fiscali.

Il successore è Federico l (1688-1713), che continua il programma assolutistico di Federico Guglielmo e che rinsalda l’alleanza con la burocrazia, l’esercito, l’aristocrazia e gli Junker, perno dell’assolutismo prussiano.

Federico I
Di Friedrich Wilhelm Weidemann – Cropped from File:Frederick I of Prussia.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=28505299

L’Austria degli Asburgo

Fra il Seicento e il Settecento l’Austria amplia il suo territorio: i suoi possedimenti vanno dall’Europa centro-orientale ai Balcani, con l’Ungheria, la Croazia, la Serbia, la Lombardia e le Fiandre.

Il territorio da governare è ampio ed è soprattutto complesso dal punto di vista culturale. La varietà e la grande dimensione rendono questo impero impossibile da governare con un sistema centralizzato. Diventa quindi necessario che il sovrano responsabilizzi le aristocrazie dominanti nei vari paesi, legandole agli Asburgo e riconoscendo loro prerogative e autonomie.

Per favorire la coesione dell’Impero, la casa d’Austria attiva programmi di ri-cattolicizzazione verso le popolazioni protestanti consolidando così i legami con la cristianità. Due grandi ordini monastici, i gesuiti e i cappuccini, sostengono con forza la causa austriaca e la dinastia degli Asburgo.

Spagna

Nella seconda metà del Seicento la Spagna ha ormai perso quasi tutti i possedimenti che aveva sul continente europeo e deve quindi rinunciare alle sue ambizioni egemoniche. La Spagna è un paese in decadenza, il sistema produttivo spagnolo è arretrato e i privilegi dell’aristocrazia bruciano le risorse che vengono dalle colonie. Nella prima metà del Settecento il sovrano Filippo V cerca di avviare delle riforme, ma non riesce ad invertire il corso della ormai inevitabile decadenza.

La Francia dopo il Re Sole

La Francia è il paese più popoloso d’Europa; il potere in Francia è accentrato nelle mani del re e della nobiltà e la Francia è una potenza economica e militare importante.

Però in Francia ci sono anche molti problemi: innanzitutto il clero e l’aristocrazia, che possiedono ampi territori, godono di privilegi e di immunità tali per cui la loro ricchezza non va a rimpinguare le casse dello stato.

Le classi popolari vivono in miseria e la borghesia lamenta il fatto di dover pagare un sacco di tasse ma non aver nessun riconoscimento politico.

Frequentemente esplodono delle ribellioni popolari che vengono sempre represse nel sangue.

Il bilancio dello stato è in passivo, il debito pubblico aumenta costantemente e il governo non riesce a limitare questa tendenza. Purtroppo i regnanti non hanno la forza di attuare le riforme necessarie per modernizzare il paese e alla fine del Settecento la Francia sarà protagonista di uno dei moti rivoluzionari più sanguinosi e violenti di tutta la storia d’Europa.

Inghilterra

All’inizio del 1700 il regno inglese e il regno scozzese vengono unificati. Il governo è gestito da una monarchia parlamentare e il potere del Parlamento è progressivamente in aumento.

Il Parlamento è diviso in Camera dei Lord e Camera dei Comuni.

La Camera dei Lord, detta anche camera alta o camera dei pari, che è costituita dalla nobiltà. Le cariche all’interno della camera sono ereditarie.

La Camera dei Comuni, detta anche camera bassa, ha carica elettiva ed è costituita da grandi proprietari terrieri, cioè da esponenti della borghesia inglese.

Nella prima parte del Settecento si succedono al trono monarchi, con poca leadership, la loro funzione è svolta quindi solo in modo formale; per questo il potere viene gestito esclusivamente dal parlamento. Tra il 1720 e il 1743 la scena politica è dominata dai whig e il loro leader Robert Walpole favorisce il processo di rinnovamento capitalistico dell’economia inglese.

Con la denominazione di tory, nella vita politica e parlamentare dell’Inghilterra si distingue la corrente dei partigiani del re, della chiesa anglicana, delle tradizioni della proprietà fondiaria e del ceto rurale. La corrente contrapposta ad essa è quella dei whig che rappresenta la resistenza al sovrano, il principio di tolleranza religiosa, gli interessi della borghesia londinese, le ambizioni e gli interessi di carattere commerciale, marittimo e coloniale.  

In Inghilterra vige un clima di libertà civile e di tolleranza religiosa come abbiamo letto nelle Lettere filosofiche di Voltaire.

L’impero Ottomano

L’immenso impero Ottomano nel corso del Settecento vede il suo progressivo sfaldamento. Infatti nel 1683 aveva raggiunto il momento di massima espansione: quello era l’anno in cui era arrivato fino ad assediare Vienna senza però riuscire nel suo intento.

Il declino dell’Impero ottomano

Infatti, nel 1699 perde la Transilvania e l’Ungheria che vanno all’Austria, poi perde una parte della Romania che va anche questa all’Austria, quindi anche la Serbia e Belgrado passano agli Asburgo mentre il mar d’Azov e la Crimea vengono assorbiti dall’impero Russo.

Le cause di questo sfaldamento sono da individuarsi nell’economia arretrata nelle istituzioni arcaiche, nell’inefficiente agricoltura dominata dal latifondo, dalla burocrazia inefficace e dal potere centrale, troppo debole per gestire un impero così vasto e così articolato.

Le guerre del Settecento

Nel corso del Settecento in Europa si combattono alcune guerre che vengono combattute per definire gli equilibri tra le diverse potenze. Gli stati coinvolti sono la Francia l’Austria la Russia la Prussia la Gran Bretagna e le guerre sono:

  • la guerra di successione spagnola (1702-14);
  • la guerra di successione polacca (1733-48);
  • la guerra di successione austriaca (1740-48);
  • la guerra dei sette anni (1756-63).

Questi quattro conflitti hanno alcuni elementi che le accomunano:

  • tutte le guerre sono accompagnate da un’intensa attività diplomatica:
  • sono finalizzate a guadagnare posizioni di forza all’interno dell’Europa o nelle aree a dominio europeo:
  • son guerre costose sia sul piano umano che economico;
  • sono prive di fanatismo;
  • vengono combattute da eserciti regolari, da eserciti statali, più disciplinati dagli eserciti mercenari del Seicento;
  • cominciano ad investire le aree coloniali.

Senza entrare nel merito delle singole guerre, sintetizziamo gli esiti di questi conflitti:

  • la Spagna, il Portogallo e le province unite hanno imboccato una via di inesorabile declino;
  • la Polonia vive una grave crisi che la porterà alla disgregazione;
  • la Svezia vede ridotto il suo territorio;
  • la Prussia è uno stato in ascesa:
  • il potere asburgico è in progressivo ampliamento;
  • la Russia è in espansione;
  • le politiche egemoniche francesi falliscono;
  • la Gran Bretagna si prepara ad essere la maggiore potenza internazionale.

Fonti

https://www.treccani.it/

www.wikipedia.org

Fossati, Luppi, Zanette, Parlare di storia, Pearson.

Gianni Gentile – Luigi Ronga, Storia & Geostoria, vol. IV: Dalla metà dei Seicento alla fine dell’Ottocento, La Scuola, Brescia 2005, pp. 64-71

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Antico regime Settecento storia

La società dell’Antico regime

Ordini e privilegi della società del Settecento

La società dell’antico regime non era divisa in classi, ma in ordini. Il concetto di classe è un concetto economico e sociale, mentre il concetto di ordine è un concetto di tipo giuridico, che è regolato quindi da un sistema di leggi.

Appartenere ad un ordine garantiva dei privilegi come non pagare determinate imposte, oppure essere giudicato in particolari tribunali, i cui membri appartengono alla stessa classe sociale di chi è sottoposto a giudizio, oppure ancora accedere a cariche pubbliche o militari.

La struttura per ordini ispirava anche forme di rappresentanza politica per cui ciascun ordine, o stato, dava vita ad istituzioni indicate a rappresentarne gli interessi presso il sovrano, che incarnava il potere centrale.

La società era quindi divisa in tre ordini o tre stati il primo stato era costituito dal clero il secondo dalla nobiltà e il terzo stato era quello che riuniva Borghesi e contadini. Tutti e tre gli ordini, o gli stati, erano comunque stratificati al loro interno. Questa ripartizione ricorda ancora l’antica tradizione medievale della gerarchia sociale divisa in tre livelli in base alle tre funzioni a cui ognuno era preposto: pregare per il clero, combattere per la nobiltà, lavorare per il terzo stato.

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Il prestigio e il privilegio si concentrano esclusivamente nei primi due ordini. È importante ricordare che quello che è definito il terzo stato nel corso dei secoli si è diversificato e stratificato in maniera importante. Il terzo stato quindi, che riunisce borghesi, contadini e artigiani (e comprende quindi banchieri, avvocati, imprenditori, mercanti, proprietari terrieri, pellicciai, tessitori, braccianti agricoli, mendicanti …) è lo strato più ampio della popolazione e corrisponde in percentuale circa al 98% della popolazione.  

Versailles, 5 maggio 1789, apertura degli Stati Generali (Auguste Couder, olio su tela, 1839).
Di Louis-Charles-Auguste Couder – Joconde database: entry 000PE005448, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6194250

Comunità e individui

La società dell’antico regime non considera l’individuo ma la comunità, l’individuo non vale come persona, ma vale solo in quanto è membro di un ordine. Privilegi, diritti e doveri, vincoli o “libertà” sono concessi, non ad un individuo, ma a un ordine o a una comunità. Per noi oggi è inconcepibile pensare che il concetto di libertà non sia collegato all’individuo. Infatti le democrazie moderne garantiscono ad ogni cittadino le libertà fondamentali, ma questo non accadeva nella società dell’Antico regime. La società del diritto è una conquista del mondo contemporaneo, successivo all’Illuminismo e alle Rivoluzioni del Settecento e dell’Ottocento.

La società dell’Antico Regime è quindi una società molto rigida, statica, in cui la gerarchia non è modificabile. I privilegi potevano toccare anche a città o categorie sociali. In quest’epoca non esiste uguaglianza giuridica.

Giustizia

La giustizia nell’Antico regime è regolata da un complesso sistema di norme, da una pluralità di giurisdizioni, di fonti di diritto e di organi di giustizia. Editti reali, statuti corporativi, giustizie signorili, leggi e tribunali ecclesiastici costituivano un intreccio indissolubile e caotico anche perché, accanto alle norme scritte, spesso si ricorreva alle regole della consuetudine. A quell’epoca il sistema giuridico era quindi regolamentato da una selva di norme che si intrecciavano e si sovrapponevano l’un l’altra.

Clero

Il clero si divide in due parti:

  • il clero regolare, costituito dagli ordini religiosi spesso dotati di grande forza economica e culturale come gesuiti;
  • il clero secolare o diocesano cioè legato strettamente alla diocesi, i cui vertici provenivano dall’alta aristocrazia.

Al vertice delle gerarchie ecclesiastiche si trovavano persone colte, istruite e gratificate con benefici e privilegi di vario genere. Ad essi si contrapponeva la vasta platea del basso clero, o clero parrocchiale, che era reclutato prevalentemente tra la popolazione contadina e piccolo-borghese. Il basso clero di solito era caratterizzato da un tenore di vita decisamente modesto e anche il suo livello culturale non era elevato: la cultura dei parroci era discreta nelle parrocchie cittadine ma era spesso quasi inesistente nelle campagne.

Il clero del Settecento nel suo insieme aveva una presenza capillare all’interno della società. Anche se il processo di laicizzazione aveva investito la società europea negli ultimi due secoli, il prestigio e l’autorità della chiesa erano ancora grandi, soprattutto presso i ceti bassi.

Il clero deteneva il monopolio totale dell’istruzione e della pubblica assistenza. Il parroco anche se talvolta impreparato e rozzo costituiva la figura fondamentale di riferimento per le popolazioni contadine: era sacerdote ma anche protettore paciere consigliere.

Il clero inoltre godeva di particolari immunità:

  • l’immunità personale per cui sacerdote veniva giudicato da un tribunale ecclesiastico anche per reati comuni,
  • l’immunità locale, o diritto d’asilo, che sottraeva i luoghi considerati sacri all’autorità della polizia e delle magistrature dello stato,
  • l’immunità reale che esentava i beni della chiesa dal pagamento delle imposte.

Il clero non pagava vere e proprie tasse ma erogava solo donazioni allo stato.

Se le prime due immunità costituivano una forte limitazione dell’autorità dello stato, la terza aveva anche un importante risvolto economico.  Infatti sottraeva dal fisco una quota importante della rendita fondiaria se pensiamo che l’estensione della proprietà ecclesiastica, alla metà del Settecento è stimabile nel 6% dei territori della Francia, nel 9% dei territori in Polonia, nel 14% dei territori in Spagna nel 23% nel regno di Lombardia è molto ancora di più nel Regno di Napoli.

Inoltre, i beni di proprietà di enti ecclesiastici erano soggetti al vincolo della “manomorta”, che ne impediva la divisione e la vendita.

Il termine manomorta indica il patrimonio immobiliare degli enti, civili o ecclesiastici, la cui esistenza è perpetua. Tali beni, solitamente fondiari, erano inalienabili (cioè non trasmissibili ad altri) secondo un istituto giuridico di origine longobarda.

Questi elementi ci fanno comprendere perché l’immunità reale fu uno dei principali terreni di scontro tra stato e chiesa nel Settecento.

Nobiltà

Colbert – Presentazione i membri dell’Accademia Reale delle Scienze a Luigi XIV

Nella società dell’Antico regime era evidente a tutti, e nessuno lo metteva in discussione, che ci fosse un gruppo sociale superiore a tutti gli altri, la nobiltà. Questo ceto sociale era consapevole di questa superiorità, superiorità che era il primo carattere distintivo della nobiltà.

Nella definizione di “nobiltà” confluivano diverse componenti costituite da prerogative giuridiche e da valori simbolici. Era nobile chi disponeva di un titolo che lo riconosceva come tale e il titolo dava diritto a determinati privilegi, piccoli o grandi.

Privilegi dei nobili

I privilegi dei nobili erano articolati:

  • portare la spada,
  • avere posti speciali riservati nelle cerimonie pubbliche,
  • essere giudicati da tribunale di pari,
  • avere accesso esclusivo alle più alte cariche dell’esercito e delle magistrature,
  • godere di particolari immunità fiscali,
  • esercitare potere di comando all’interno dei feudi.

Essere nobili voleva dire avere:

  • natali illustri,
  • alta reputazione sociale,
  • stile di vita splendido estremamente agiato,
  • un codice di valori legato alla forza al prestigio e all’onore.

Un nobile si distingueva quindi dai “plebei” cioè dai “non nobili” e ovviamente si distingueva anche dai ricchi borghesi. Infatti una delle prerogative della borghesia era legata alle attività professionali, che erano invece precluse alla nobiltà. Si pensi che uno dei motivi fondamentali per cui un nobile poteva venir privato del titolo nobiliare era proprio l’esercizio di attività lavorative proibite, come quelle legate al commercio.

Nobiltà di spada e di toga

Un’importante differenziazione interna al ceto aristocratico era quella tra nobiltà di sangue e nobiltà di spada e la nobiltà di toga

La nobiltà di sangue, o di spada, apparteneva a coloro che discendevano da antiche famiglie feudali, per questi la nobiltà era legata appunto al sangue. È necessario ricordare che ormai, nel Settecento, le antiche famiglie feudali erano decisamente ridotte di numero.

La nobiltà di toga era costituita da coloro che avevano ottenuto il titolo acquistando una carica pubblica, oppure compiendo dei servizi al favore del re. Fu questa la via che permise a molti ricchi borghesi, soprattutto in Francia di conquistare l’agognata nobilitazione.

La nobiltà di spada non apprezzava la nobiltà di toga e quindi cercò per tanto tempo di bloccare l’introduzione di questi nuovi nobili, ma il fenomeno si rivelò irreversibile.

Nel Settecento le due aristocrazie ormai si erano ampiamente integrate anche se mantenevano forti differenze reciproche.

Il ceto aristocratico tra Sei e Settecento viveva ormai in una situazione di crisi dovuta a due principali fattori:

  • l’emergere di nuove fonti di potere e di ricchezza, legate alle attività borghesi del commercio e dell’Industria
  • l’affermazione dello stato moderno centralizzato e assolutista che gli aveva sottratto sfere di potere e di autonomia.

Ma la nobiltà era comunque ancora il ceto dominante, perché

  • deteneva gran parte della terra,
  • monopolizzava le cariche pubbliche e gli uffici di governo,
  • imponeva i suoi valori e i suoi stili di vita.

Non a caso i borghesi che avevano fatto fortuna cercavano in tutti i modi di acquisire un titolo nobiliare.

Curiosità

Montesquieu, autore delle “Lettere persiane” e teorizzatore della separazione dei poteri, apparteneva alla nobiltà di toga.

La base del potere nobiliare

Nei diversi paesi europei la percentuale degli appartenenti alla classe nobiliare è molto varia.

In Polonia il 10% della popolazione apparteneva alla classe nobiliare, in Spagna il 7, 5%, in Ungheria il 5%, Russia 2,5%, in Francia 1%. In Inghilterra i nobili erano in percentuale decisamente minima tanto che i Lord erano meno di duecento.

Nei diversi paesi europei, l’atteggiamento dell’aristocrazia verso le attività produttive o lavorative in genere era molto diversificato. Mentre la nobiltà inglese e il patriziato olandese si impegnavano spesso nella conduzione di imprese agricole, manifatturiere o commerciali, l’aristocrazia dei paesi latini giudicava indegne e infamanti tali occupazioni.

Ma nonostante queste specificità, era comunque la terra che forniva alla nobiltà la maggior parte della propria ricchezza e del proprio prestigio. Infatti nella proprietà immobiliare si realizzava un intreccio di potere univa allo sfruttamento economico l’esercizio del potere personale sui subalterni: il potere sulle persone costituiva il carattere distintivo della nobiltà fin dalla nascita della feudalità.

Il signore ricavava rendite in modalità diversificate. Infatti ricavava un reddito:

  • dalle terre coltivate dai suoi affittuari, dai suoi mezzadri,
  • dagli apprezzamenti lavorati dai contadini che gli pagavano il canone in denaro o in natura,
  • dal monopolio di mulini, frantoi, forni, torchi, su cui i contadini pagavano un dazio,
  • dal diritto di caccia
  • dall’esercizio dei poteri giurisdizionali – poteva infatti esercitare funzioni di giustizia e di polizia all’interno del feudo.

Contadini

Nel Settecento in Europa il potere nobiliare aveva caratteristiche diverse e possiamo fare una distinzione tra il potere nobiliare in area occidentale e quello in area orientale, orientativamente a Est e Ovest rispetto al fiume Elba. Ricordiamo inoltre che in Inghilterra la feudalità era quasi del tutto estinta.

Est e Ovest europeo

Nella parte occidentale del continente erano per lo più scomparsi i due istituti fondamentali del sistema feudale, la servitù della gleba, e le corvée, prestazioni di lavoro obbligatorio. I contadini cioè erano giuridicamente liberi e le corvée erano ridotte di molto e, in alcuni casi, erano state trasformate in tributi di denaro. Nell’Europa orientale invece, dove le terre di proprietà del feudatario erano estesissime, la servitù della gleba e le corvée erano ancora una regola diffusa ovunque.

Il percorso dell’Elba

Nell’Est europeo anche i poteri giurisdizionali del signore erano molto più estesi. Mentre in occidente l’espansione della sovranità dello stato aveva ridotto la sfera della giurisdizione signorile, a Est il potere del nobile era pressoché assoluto: si pensi che in Polonia i signori conservarono fino al 1768 il diritto di condannare a morte i contadini dei loro feudi!

Da questa realtà derivava una condizione diversa anche per la popolazione delle campagne. A Est gravavano sui servi:

  • il lavoro massacrante delle corvée per più giorni la settimana
  • la completa dipendenza dall’arbitro del signore.

Il contadino non poteva

  • allontanarsi dal feudo,
  • cercare un lavoro migliore,
  • spostarsi senza il permesso del padrone.

Pesantissime erano le punizioni per quelli che tentavano la fuga.

A Ovest invece, la libertà giuridica aveva attenuato le forme più odiose dello sfruttamento feudale e, al di fuori della riserva signorile, il colono si era spesso trasformato in piccolo proprietario di fatto, anche se le terre erano giuridicamente intestate al signore.

Per questo ad Ovest si era anche creato uno strato più agiato di affittuari, mezzadri, coloni insediatisi sulle terre libere. Molti coltivatori godevano di condizioni di privilegio perché lo stato incentiva va la messa a coltura di nuove terre.

Bisogna comunque puntualizzare che le condizioni dei contadini, che costituivano i due terzi della popolazione europea, rimanevano comunque miserabili anche all’ovest. Infatti i contadini dell’Ovest europeo, anche se liberi, erano oberati di tasse. Dovevano pagare:

  • il canone al signore,
  • le decime alla chiesa,
  • le imposte allo stato.

Dopo aver finito di versare tutte le tasse, ai contadini rimaneva un reddito decisamente esiguo.

Per questo motivo i contadini europei guardavano con diffidenza le innovazioni praticate degli agronomi che sconvolgevano l’agricoltura comunitaria di villaggio: queste novità avrebbero reso ancora più difficile la sopravvivenza.

Immagine: https://www.tes.com/lessons/ZQq8U25dLFjaxQ/la-rivoluzione-francese

La borghesia

Un altro gruppo sociale importante attivo nella società dell’Antico regime è la borghesia.

La borghesia comprendeva in questa epoca diverse figure sociali e professionali come

  • il banchiere,
  • il mercante,
  • l’imprenditore
  • l’artigiano,
  • il libero professionista,
  • il titolare di cariche pubbliche non nobilitanti,
  • il funzionario dello stato dell’amministrazione locale,
  • il titolare di rendite fondiarie.

La borghesia è un gruppo sociale multiforme, stratificato al suo interno sia per il reddito che per lo stile di vita. Nelle diverse regioni europee la borghesia era differenziata sia per estensione che per importanza sociale.

Ad esempio, in Inghilterra, in Olanda, in qualche area dell’Italia e della Francia, esisteva già una borghesia imprenditoriale e commerciale. Invece nell’Europa orientale, nella penisola iberica, nella maggior parte dell’Italia meridionale, il ceto borghese aveva consistenza quasi nulla. Qui infatti la società era strutturata in maniera più tradizionale, con l’aristocrazia feudale, che godeva il monopolio della rendita fondiaria, e la massa dei contadini o servi.

Valori della borghesia

La borghesia non era neppure omogenea per quanto riguardava valori e aspirazioni. Infatti, da una parte c’era chi ricercava promozione sociale nella proprietà terriera, nella venalità delle cariche, in uno stile di vita aristocratico, dall’altra parte c’era chi era coinvolto nello sviluppo della vita produttiva e culturale, interessato alla trasformazione delle strutture economiche e sociali dell’Antico regime. Questa borghesia aspirava alla valorizzazione del merito e del talento, alla libertà economica, all’accesso alle cariche pubbliche e alla rappresentanza politica.