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Tra Rivoluzione e Restaurazione

L’evoluzione del pensiero filosofico tra illuminismo e preromanticismo

Nel periodo a cavallo tra Settecento e Ottocento negli anni intensi degli avvenimenti che vanno dalla Rivoluzione Francese alla Restaurazione si intrecciano tendenze assai diverse tra loro nel panorama culturale europeo.

La maggior parte dei fenomeni di questo contesto trovano la loro origine nella cultura illuministica.

L’Illuminismo è stato un fenomeno a più facce.

Accanto alla fiducia della ragione e alle aspirazioni per la costruzione di una nuova società prendeva forma progressivamente la scoperta della sensibilità e del sentimento. Sul piano individuale la rivalutazione del sentimento assume un’importanza analoga all’influenza esercitata dalla ragione.

Sentimento e ragione erano i due strumenti attraverso cui la borghesia europea cercava di affrancarsi da una società chiusa, ancora controllata da un’aristocrazia che poneva l’orgoglio di casta e le differenze di nascita davanti a qualsiasi altra considerazione.

Nel corso del secolo si afferma sempre di più la teoria secondo cui l’esperienza e le sensazioni concorrono alla conoscenza assai più della ragione. A fianco ad essa si sviluppa l’idea che l’arte debba soddisfare contemporaneamente i principi di bellezza, verità e utilità. Si affianca inoltre un’attenzione crescente al concetto di piacere.

La progressiva attenzione al sentimento e alle passioni determina il successo dell’estetica del sublime, in base alla quale lo scopo dell’arte non è offrire un’esperienza gradevole ma suscitare emozioni violente, capaci di smuovere le parti più profonde della psiche.

Nel trattato “Inchiesta filosofica sulle nostre idee del sublime e del bello” del 1756, Edmund Burke dichiara che “tutto ciò che tratta di oggetti terribili, tutto ciò che agisce in maniera analoga al terrore, è una fonte di sublime, o, se si vuole, può suscitare la più forte sensazione che l’anima sia capace di sentire”.

All’artista quindi si richiedono fantasia e entusiasmo, estro e genialità, più che particolari abilità tecniche.

Proprio l’assimilazione tra artista e genio è una delle caratteristiche del periodo.

Il neoclassicismo

In un’età incerta e contraddittoria come quella tra Settecento e Ottocento, il classicismo rappresenta l’elemento dominante incontrastato delle esperienze letterarie e artistiche. Il tradizionale modello estetico greco-latino si arricchisce però di esperienze nuove contribuendo all’affermarsi di una corrente definita neoclassicismo a cui si rifanno sia gli scrittori direttamente reazionari, cioè che tentano in questo modo di arginare la cultura moderna, sia le tendenze ideologiche progressiste.

Per capire l’importanza del fenomeno occorre tener presente che, per un intellettuale di questi anni, il classicismo non è una forma d’arte tra le tante, ma rappresenta l’arte in assoluto, rappresenta l’unico patrimonio della cultura che sia in grado di organizzare formalmente la realtà, al di là delle differenze ideologiche e politiche.

Lo studio dell’arte classica riceve un grande impulso dagli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano. Si cerca il canone eterno e universale, il principio etico ed estetico che sia capace, di portare la natura umana al più alto grado di perfezione.

Il gusto neoclassico si presenta quindi come il gusto moderno, capace di assorbire una lunga tradizione di esperienze ideologiche e stilistiche e di tradurle in rappresentazioni semplici e nitide, di altissimo valore formale.

I fondamenti dell’estetica neoclassica si devono a un archeologo e storico dell’arte tedesca Johann Joachim Winckelmann, il quale pone la Grazia come supremo ideale estetico. Per Winckelmann la Grazia è piacevole, agisce nella semplicità e nella quiete dell’anima offuscata delle violente passioni. Il prodotto artistico che ne esce ha forme semplici e piacevoli, composte e perfette, in grado di rappresentare gli avvenimenti e i sentimenti del presente in modo armonico ed elevato.

Testo – La bellezza ideale dei Greci: il Laocoonte

L’artista deve essere libero. Non esiste un solo canone di bellezza. La creazione artistica non ammette regole. Ecco delle frasi che a noi sembrano ragionevoli, ma che chiunque si richiami all’estetica classica (chiunque abbracci, cioè, l’ideale neoclassico) non sottoscriverebbe mai. Lo si vede chiaramente nei Pensieri sull’imitazione delle opere greche, là dove, partendo appunto dallo studio delle opere della Grecia classica, Winckelmann cerca di dedurre alcune regole della creazione artistica che siano valide per tutti i tempi.
Benché si tratti di un breve opuscolo stampato nel 1755 in cinquanta copie a spese dell’autore, lo scritto di Winckelmann ebbe un successo enorme.

Nel brano che segue, egli affronta il tema centrale del suo saggio: come, attraverso l’imitazione degli antichi, gli artisti moderni possano raggiungere la perfezione.

L’unica via per noi per divenire grandi, anzi, se possibile, inimitabili, è l’imitazione degli antichi, e ciò che qualcuno ha detto di Omero, che impara ad ammirarlo chi imparò ad intenderlo, vale anche per le opere d’arte degli antichi, in particolare per i Greci.
Bisogna conoscerle come si conosce un amico per trovare il Laocoonte altrettanto inimitabile di Omero […].
L’imitazione del bello in natura o si riferisce ad un solo modello, o riunisce insieme le osservazioni sopra vari modelli singoli e li compone in un tutto.
Nel primo caso si fa una copia somigliante, un ritratto: è la strada che conduce alle forme e alle figure dei fiamminghi.
Nel secondo caso invece si prende la via per il bello universale e per le sue figure ideali: quest’ultima via presero i Greci.
La differenza tra loro e noi è però questa: i Greci avrebbero ottenuto queste immagini anche se non fossero state prese da corpi belli, in virtù d’una quotidiana osservazione del bello in natura, che a noi invece non si mostra ogni giorno, e raramente come lo desidera l’artista […].
Tale imitazione insegnerà a pensare e a creare con sicurezza giacché in essi si vedranno fissati gli estremi confini del bello umano, e nel contempo di quello divino.
Se l’artista si basa su queste fondamenta, e si lascia guidare la mano e il sentimento dalla regola greca della bellezza, è già sulla strada che lo condurrà sicuro all’imitazione della natura […].
Infine, il generale e principale contrassegno dei capolavori greci è una nobile semplicità e una quieta grandezza, sia nella posizione che nell’espressione. Così come la profondità del mare rimane sempre tranquilla, per quanto infuri la superficie, così l’espressione delle figure dei Greci mostra, in mezzo a tutte le passioni, un’anima grande e posata.
Quest’anima si mostra nel volto del Laocoonte, e non solo nel volto, nonostante la più atroce sofferenza.
Il dolore, che si scorge in ogni muscolo e in ogni tendine del corpo e che, al solo guardare quel ventre dolorosamente contratto, senza considerare né il viso né le altre parti, crediamo quasi di sentire noi stessi, quel dolore – io dico – non si esprime affatto con la rabbia nel volto o nell’intera postura […].
Il dolore del corpo e la grandezza dell’anima sono distribuiti in egual misura per tutta la composizione della figura e, per così dire, si equilibrano.
Laocoonte soffre […]: la sua rovina ci penetra l’anima; ma pure brameremmo poterla sopportare come questo grand’uomo.
L’espressione di un’anima così grande va ben oltre la creazione della bella natura. L’artista dovette sentire nel proprio intimo la forza dello spirito che impresse nel marmo.

ESTETICA ED ETICA Winckelmann sviluppa il suo ragionamento a partire dall’analisi di alcune statue antiche che egli ritiene risalire al V-IV secolo a.C., e cioè a quello che considera il periodo di maggior splendore dell’arte antica. In particolare, si concentra sul gruppo del Laocoonte e sulla statua dell’Apollo del Belvedere. In realtà, noi oggi sappiamo che si tratta di copie tardo-ellenistiche, o addirittura romane, di originali greci perduti.
Secondo Winckelmann, i Greci hanno raggiunto la perfezione nell’arte perché hanno saputo imitare la realtà in maniera tanto sapiente e raffinata da compiere una sintesi perfetta fra tutte le bellezze naturali, raggiungendo così il «bello universale». Tale perfezione si riscontra nella «nobile semplicità» e nella «quieta grandezza» che ispirano le opere d’arte greche: nel Laocoonte, per esempio, il realismo nella rappresentazione della sofferenza del personaggio (realismo che affiora nella tensione dei muscoli, dei tendini, del volto, e in generale in tutta l’espressione corporea) viene bilanciato dalla «grandezza dell’anima» del soggetto scolpito.
Si tratta di una lettura fortemente idealizzata della bellezza, una lettura che risente della filosofia di Platone. Nella concezione che Winckelmann ha dell’opera d’arte perfetta, l’estetica viene in certo modo a coincidere con l’etica, il bello con il buono. La bellezza che Winckelmann ha in mente è perfetta perché non è fine a se stessa ma si fa bellezza morale, e cioè presenta a chi la guarda un modello di comportamento virtuoso (in questo caso: affrontare il dolore con la stessa nobile compostezza con cui lo sta affrontando Laocoonte). Winckelmann vuole dirci insomma che, se vogliono raggiungere la stessa perfezione, gli artisti contemporanei non devono soltanto imitare la tecnica attraverso la quale gli artisti antichi hanno rappresentato il reale, ma anche imitare lo spirito con cui i Greci si sono avvicinati all’arte.

Laboratorio

COMPRENDERE
In che cosa e perché i contemporanei devono imitare gli antichi Greci?
In che cosa consiste l’ideale di bellezza professato da Winckelmann?
ANALIZZARE
L’autore descrive sia l’opera sia il suo significato spirituale e ideale: spiega come mette in relazione gli elementi concreti della scultura con i suoi significati astratti
CONTESTUALIZZARE
In che cosa si distingue il Neoclassicismo dalle altre epoche di rinascenza o riscoperta dei classici?
La parola classico è molto usata, non solo in ambito artistico, ma anche nell’uso quotidiano. Con l’aiuto del dizionario, raccogline i diversi significati

Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang Goethe nasce a Francoforte sul Meno nel 1749 e muore a Weimar nel 1832. Fu un poeta, un narratore, un filosofo e un insigne drammaturgo tedesco.

È considerato un genio fra i più grandi e della storia moderna. Lui espresse la libertà di sentimenti e di espressione e segnò un cambiamento radicale nella coscienza culturale tedesca ed europea. Tra le sue opere più famose troviamo il romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther” del 1774, il dramma poetico “Faust” e il romanzo “Le affinità elettive”.

La sua firma

Biografia

Johann Wolfgang von Goethe nacque a Francoforte sul Meno, primogenito di un avvocato Johann Caspar e Katherine la figlia del sindaco della città. Goethe ebbe un’infanzia agiata e fu influenzato da sua madre che lo indirizzò verso le sue aspirazioni letterarie.

Ricevette una formazione eterogenea. A 16 anni cominciò a studiare legge e pittura e nel 1774 pubblicò il suo primo romanzo “I dolori del giovane Werther”

Werther è il prototipo dell’eroe romantico. Vive una gioventù molto avventurosa. Dopo un viaggio in Svizzera, egli operò una rottura decisiva con il suo passato. Nel 1775 fu accolto dal duca Karl nella piccola corte di Weimar dove lavorò in diversi uffici governativi. Tra gli altri impegni e passioni, si dedicò anche allo studio delle scienze naturali. Scriveva testi che leggeva, occasionalmente, ad alta voce ad un gruppo selezionato di persone – fra loro il duca e le due duchesse.

Fonti

https://letteredidattica.deascuola.it/letteratura/risorse/biblioteca-01database-brani/la-bellezza-ideale-dei-greci-il-laocoonte/

Magri, Vittorini, Storia e testi della letteratura, Paravia.