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Inferno dal canto 21 al canto 34

Canto 21

Nel XXI canto si presentano le pene di chi si è macchiato di baratteria, di chi cioè ha curato i propri interessi mentre avrebbe divuto prendersi cura del bene comune.

Qui si incontrano dieci demoni che hanno il compito di gestire questa bolgia.

Così di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando3

restammo per veder l’altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
e vidila mirabilmente oscura.6

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,9

ché navicar non ponno – in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più vïaggi fece;12

chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa -:15

tal, non per foco ma per divin’arte,
bollia là giuso una pegola spessa,
che ’nviscava la ripa d’ogne parte.18

I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
mai che le bolle che ’l bollor levava,
e gonfiar tutta, e riseder compressa.21

Mentr’io là giù fisamente mirava,
lo duca mio, dicendo “Guarda, guarda!”,
mi trasse a sé del loco dov’io stava.24

Allor mi volsi come l’uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita sgagliarda,27

che, per veder, non indugia ’l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
correndo su per lo scoglio venire.30

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero!
e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
con l’ali aperte e sovra i piè leggero!33

L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l’anche,
e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.36

Del nostro ponte disse: “O Malebranche,
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche39

a quella terra, che n’è ben fornita:
ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
del no, per li denar, vi si fa ita”.42

Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
con tanta fretta a seguitar lo furo.45

Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
gridar: “Qui non ha loco il Santo Volto!48

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
non far sopra la pegola soverchio”.51

Poi l’addentar con più di cento raffi,
disser: “Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi”.54

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
la carne con li uncin, perché non galli.57

Lo buon maestro “Acciò che non si paia
che tu ci sia”, mi disse, “giù t’acquatta
dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;60

e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
perch’altra volta fui a tal baratta”.63

Poscia passò di là dal co del ponte;
e com’el giunse in su la ripa sesta,
mestier li fu d’aver sicura fronte.66

Con quel furore e con quella tempesta
ch’escono i cani a dosso al poverello
che di sùbito chiede ove s’arresta,69

usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt’i runcigli;
ma el gridò: “Nessun di voi sia fello!72

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l’un di voi che m’oda,
e poi d’arruncigliarmi si consigli”.75

Tutti gridaron: “Vada Malacoda!”;
per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi –
e venne a lui dicendo: “Che li approda?”.78

“Credi tu, Malacoda, qui vedermi
esser venuto”, disse ’l mio maestro,
“sicuro già da tutti vostri schermi,81

sanza voler divino e fato destro?
Lascian’andar, ché nel cielo è voluto
ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro”.84

Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
e disse a li altri: “Omai non sia feruto”.87

E ’l duca mio a me: “O tu che siedi
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
sicuramente omai a me ti riedi”.90

Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;93

così vid’ïo già temer li fanti
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
veggendo sé tra nemici cotanti.96

I’ m’accostai con tutta la persona
lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
da la sembianza lor ch’era non buona.99

Ei chinavan li raffi e “Vuo’ che ’l tocchi”,
diceva l’un con l’altro, “in sul groppone?”.
E rispondien: “Sì, fa che gliel’accocchi”.102

Ma quel demonio che tenea sermone
col duca mio, si volse tutto presto
e disse: “Posa, posa, Scarmiglione!”.105

Poi disse a noi: “Più oltre andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
tutto spezzato al fondo l’arco sesto.108

E se l’andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face.111

Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu rotta.114

Io mando verso là di questi miei
a riguardar s’alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei”.117

“Tra’ ti avante, Alichino, e Calcabrina”,
cominciò elli a dire, “e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.120

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.123

Cercate ’ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l’altro scheggio
che tutto intero va sovra le tane”.126

“Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?”,
diss’io, “deh, sanza scorta andianci soli,
se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.129

Se tu se’ sì accorto come suoli,
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
e con le ciglia ne minaccian duoli?”.132

Ed elli a me: “Non vo’ che tu paventi;
lasciali digrignar pur a lor senno,
ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti”.135

Per l’argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;138

ed elli avea del cul fatto trombetta.

Canto 22

Nel XXI canto si incontrano altri barattieri
 
Buon ascolto

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Io vidi già cavalier muover campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;3

corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;6

quando con trombe, e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;9

né già con sì diversa cennamella
cavalier vidi muover né pedoni,
né nave a segno di terra o di stella.12

Noi andavam con li diece demoni.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.15

Pur a la pegola era la mia ’ntesa,
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch’entro v’era incesa.18

Come i dalfini, quando fanno segno
a’ marinar con l’arco de la schiena
che s’argomentin di campar lor legno,21

talor così, ad alleggiar la pena,
mostrav’alcun de’ peccatori ’l dosso
e nascondea in men che non balena.24

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
sì che celano i piedi e l’altro grosso,27

sì stavan d’ogne parte i peccatori;
ma come s’appressava Barbariccia,
così si ritraén sotto i bollori.30

I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
uno aspettar così, com’elli ’ncontra
ch’una rana rimane e l’altra spiccia;33

e Graffiacan, che li era più di contra,
li arruncigliò le ’mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una lontra.

I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,
sì li notai quando fuorono eletti,
e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.39

“O Rubicante, fa che tu li metti
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!”,
gridavan tutti insieme i maladetti.42

E io: “Maestro mio, fa, se tu puoi,
che tu sappi chi è lo sciagurato
venuto a man de li avversari suoi”.45

Lo duca mio li s’accostò allato;
domandollo ond’ei fosse, e quei rispuose:
“I’ fui del regno di Navarra nato.48

Mia madre a servo d’un segnor mi puose,
che m’avea generato d’un ribaldo,
distruggitor di sé e di sue cose.51

Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
quivi mi misi a far baratteria,
di ch’io rendo ragione in questo caldo”.54

E Cirïatto, a cui di bocca uscia
d’ogne parte una sanna come a porco,
li fé sentir come l’una sdruscia.57

Tra male gatte era venuto ’l sorco;
ma Barbariccia il chiuse con le braccia
e disse: “State in là, mentr’io lo ’nforco”.60

E al maestro mio volse la faccia;
“Domanda”, disse, “ancor, se più disii
saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia”.63

Lo duca dunque: “Or dì: de li altri rii
conosci tu alcun che sia latino
sotto la pece?”. E quelli: “I’ mi partii,66

poco è, da un che fu di là vicino.
Così foss’io ancor con lui coperto,
ch’i’ non temerei unghia né uncino!”.69

E Libicocco “Troppo avem sofferto”,
disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
sì che, stracciando, ne portò un lacerto.72

Draghignazzo anco i volle dar di piglio
giuso a le gambe; onde ’l decurio loro
si volse intorno intorno con mal piglio.75

Quand’elli un poco rappaciati fuoro,
a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
domandò ’l duca mio sanza dimoro:78

“Chi fu colui da cui mala partita
di’ che facesti per venire a proda?”.
Ed ei rispuose: “Fu frate Gomita,81

quel di Gallura, vasel d’ogne froda,
ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se ne loda.84

Danar si tolse e lasciolli di piano,
sì com’e’ dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non picciol, ma sovrano.87

Usa con esso donno Michel Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono stanche.90

Omè, vedete l’altro che digrigna;
i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
non s’apparecchi a grattarmi la tigna”.93

E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello
che stralunava li occhi per fedire,
disse: “Fatti ’n costà, malvagio uccello!”.96

“Se voi volete vedere o udire”,
ricominciò lo spaürato appresso,
“Toschi o Lombardi, io ne farò venire;99

ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
sì ch’ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,102

per un ch’io son, ne farò venir sette
quand’io suffolerò, com’è nostro uso
di fare allor che fori alcun si mette”.105

Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,
crollando ’l capo, e disse: “Odi malizia
ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!”.108

Ond’ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,
rispuose: “Malizioso son io troppo,
quand’io procuro a’ mia maggior trestizia”.111

Alichin non si tenne e, di rintoppo
a li altri, disse a lui: “Se tu ti cali,
io non ti verrò dietro di gualoppo,114

ma batterò sovra la pece l’ali.
Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol più di noi vali”.117

O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
ciascun da l’altra costa li occhi volse,
quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.120

Lo Navarrese ben suo tempo colse;
fermò le piante a terra, e in un punto
saltò e dal proposto lor si sciolse.123

Di che ciascun di colpa fu compunto,
ma quei più che cagion fu del difetto;
però si mosse e gridò: “Tu se’ giunto!”.126

Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto
non potero avanzar; quelli andò sotto,
e quei drizzò volando suso il petto:129

non altrimenti l’anitra di botto,
quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
ed ei ritorna sù crucciato e rotto.132

Irato Calcabrina de la buffa,
volando dietro li tenne, invaghito
che quei campasse per aver la zuffa;135

e come ’l barattier fu disparito,
così volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.138

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.141

Lo caldo sghermitor sùbito fue;
ma però di levarsi era neente,
sì avieno inviscate l’ali sue.144

Barbariccia, con li altri suoi dolente,
quattro ne fé volar da l’altra costa
con tutt’i raffi, e assai prestamente147

di qua, di là discesero a la posta;
porser li uncini verso li ’mpaniati,
ch’eran già cotti dentro da la crosta.150

E noi lasciammo lor così ’mpacciati.

Canto 23

anto XXIII, nel quale tratta de la divina vendetta contra l’ipocriti; del quale peccato sotto il vocabulo di due cittadini di Bologna abomina l’auttore li bolognesi, e li giudei sotto il nome d’Anna e di Caifas; e qui è la sesta bolgia.


 
Taciti, soli, sanza compagnia
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via.3

Vòlt’era in su la favola d’Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,
dov’el parlò de la rana e del topo;6

ché più non si pareggia ’mo’ e ’issa’
che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
principio e fine con la mente fissa.9

E come l’un pensier de l’altro scoppia,
così nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi fé doppia.12

Io pensava così: ’Questi per noi
sono scherniti con danno e con beffa
sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.15

Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,
ei ne verranno dietro più crudeli
che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.18

Già mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quand’io dissi: “Maestro, se non celi21

te e me tostamente, i’ ho pavento
d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
io li ’magino sì, che già li sento”.24

E quei: “S’i’ fossi di piombato vetro,
l’imagine di fuor tua non trarrei
più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.27

Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,
con simile atto e con simile faccia,
sì che d’intrambi un sol consiglio fei.30

S’elli è che sì la destra costa giaccia,
che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
noi fuggirem l’imaginata caccia”.33

Già non compié di tal consiglio rendere,
ch’io li vidi venir con l’ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.36

Lo duca mio di sùbito mi prese,
come la madre ch’al romore è desta
e vede presso a sé le fiamme accese,39

che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una camiscia vesta;42

e giù dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,
che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.45

Non corse mai sì tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand’ella più verso le pale approccia,48

come ’l maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra ’l suo petto,
come suo figlio, non come compagno.51

A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
sovresso noi; ma non lì era sospetto:54

ché l’alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs’indi a tutti tolle.57

Là giù trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.60

Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci fassi.63

Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.66

Oh in etterno faticoso manto!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
con loro insieme, intenti al tristo pianto;69

ma per lo peso quella gente stanca
venìa sì pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover d’anca.72

Per ch’io al duca mio: “Fa che tu trovi
alcun ch’al fatto o al nome si conosca,
e li occhi, sì andando, intorno movi”.75

E un che ’ntese la parola tosca,
di retro a noi gridò: “Tenete i piedi,
voi che correte sì per l’aura fosca!78

Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi”.
Onde ’l duca si volse e disse: “Aspetta,
e poi secondo il suo passo procedi”.81

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
de l’animo, col viso, d’esser meco;
ma tardavali ’l carco e la via stretta.84

Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco
mi rimiraron sanza far parola;
poi si volsero in sé, e dicean seco:87

“Costui par vivo a l’atto de la gola;
e s’e’ son morti, per qual privilegio
vanno scoperti de la grave stola?”.90

Poi disser me: “O Tosco, ch’al collegio
de l’ipocriti tristi se’ venuto,
dir chi tu se’ non avere in dispregio”.93

E io a loro: “I’ fui nato e cresciuto
sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,
e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.96

Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
quant’i’ veggio dolor giù per le guance?
e che pena è in voi che sì sfavilla?”.99

E l’un rispuose a me: “Le cappe rance
son di piombo sì grosse, che li pesi
fan così cigolar le lor bilance.102

Frati godenti fummo, e bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi105

come suole esser tolto un uom solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
ch’ancor si pare intorno dal Gardingo”.108

Io cominciai: “O frati, i vostri mali…”;
ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
un, crucifisso in terra con tre pali.111

Quando mi vide, tutto si distorse,
soffiando ne la barba con sospiri;
e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,114

mi disse: “Quel confitto che tu miri,
consigliò i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a’ martìri.117

Attraversato è, nudo, ne la via,
come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
qualunque passa, come pesa, pria.120

E a tal modo il socero si stenta
in questa fossa, e li altri dal concilio
che fu per li Giudei mala sementa”.123

Allor vid’io maravigliar Virgilio
sovra colui ch’era disteso in croce
tanto vilmente ne l’etterno essilio.126

Poscia drizzò al frate cotal voce:
“Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
s’a la man destra giace alcuna foce129

onde noi amendue possiamo uscirci,
sanza costrigner de li angeli neri
che vegnan d’esto fondo a dipartirci”.132

Rispuose adunque: “Più che tu non speri
s’appressa un sasso che da la gran cerchia
si move e varca tutt’i vallon feri,135

salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel fondo soperchia”.138

Lo duca stette un poco a testa china;
poi disse: “Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua uncina”.141

E ’l frate: “Io udi’ già dire a Bologna
del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’
ch’elli è bugiardo e padre di menzogna”.144

Appresso il duca a gran passi sen gì,
turbato un poco d’ira nel sembiante;
ond’io da li ’ncarcati mi parti’147

dietro a le poste de le care piante.

Canto 24

Canto XXIV, nel quale tratta de le pene che puniscono li furti, dove trattando de’ ladroni sgrida contro a’ Pistolesi sotto il vocabulo di Vanni Fucci, per la cui lingua antidice del tempo futuro; ed è la settima bolgia.


 
In quella parte del giovanetto anno
che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
e già le notti al mezzo dì sen vanno,3

quando la brina in su la terra assempra
l’imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,6

lo villanello a cui la roba manca,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond’ei si batte l’anca,9

ritorna in casa, e qua e là si lagna,
come ’l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,12

veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
in poco d’ora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer caccia.15

Così mi fece sbigottir lo mastro
quand’io li vidi sì turbar la fronte,
e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;18

ché, come noi venimmo al guasto ponte,
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch’io vidi prima a piè del monte.21

Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di piglio.24

E come quei ch’adopera ed estima,
che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
così, levando me sù ver’ la cima27

d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
dicendo: “Sovra quella poi t’aggrappa;
ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia”.30

Non era via da vestito di cappa,
ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam sù montar di chiappa in chiappa.33

E se non fosse che da quel precinto
più che da l’altro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei ben vinto.36

Ma perché Malebolge inver’ la porta
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle porta39

che l’una costa surge e l’altra scende;
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l’ultima pietra si scoscende.42

La lena m’era del polmon sì munta
quand’io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
anzi m’assisi ne la prima giunta.45

“Omai convien che tu così ti spoltre”,
disse ’l maestro; “ché, seggendo in piuma,
in fama non si vien, né sotto coltre;48

sanza la qual chi sua vita consuma,
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.51

E però leva sù; vinci l’ambascia
con l’animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s’accascia.54

Più lunga scala convien che si saglia;
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia”.57

Leva’ mi allor, mostrandomi fornito
meglio di lena ch’i’ non mi sentia,
e dissi: “Va, ch’i’ son forte e ardito”.60

Su per lo scoglio prendemmo la via,
ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
ed erto più assai che quel di pria.63

Parlando andava per non parer fievole;
onde una voce uscì de l’altro fosso,
a parole formar disconvenevole.66

Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso
fossi de l’arco già che varca quivi;
ma chi parlava ad ire parea mosso.69

Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per ch’io: “Maestro, fa che tu arrivi72

da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
ché, com’i’ odo quinci e non intendo,
così giù veggio e neente affiguro”.75

“Altra risposta”, disse, “non ti rendo
se non lo far; ché la dimanda onesta
si de’ seguir con l’opera tacendo”.78

Noi discendemmo il ponte da la testa
dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta:81

e vidivi entro terribile stipa
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.84

Più non si vanti Libia con sua rena;
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,87

né tante pestilenzie né sì ree
mostrò già mai con tutta l’Etïopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.90

Tra questa cruda e tristissima copia
corrëan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:93

con serpi le man dietro avean legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.96

Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
s’avventò un serpente che ’l trafisse
là dove ’l collo a le spalle s’annoda.99

Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com’el s’accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;102

e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa
e ’n quel medesmo ritornò di butto.105

Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;108

erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
e nardo e mirra son l’ultime fasce.111

E qual è quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo,114

quando si leva, che ’ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:117

tal era ’l peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quant’è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!120

Lo duca il domandò poi chi ello era;
per ch’ei rispuose: “Io piovvi di Toscana,
poco tempo è, in questa gola fiera.123

Vita bestial mi piacque e non umana,
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana”.126

E ïo al duca: “Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
ch’io ’l vidi omo di sangue e di crucci”.129

E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
e di trista vergogna si dipinse;132

poi disse: “Più mi duol che tu m’ hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l’altra vita tolto.135

Io non posso negar quel che tu chiedi;
in giù son messo tanto perch’io fui
ladro a la sagrestia d’i belli arredi,138

e falsamente già fu apposto altrui.
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,141

apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.144

Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch’è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetüosa e agra147

sovra Campo Picen fia combattuto;
ond’ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.150

E detto l’ ho perché doler ti debbia!”.

Canto 25

Canto XXV, dove si tratta di quella medesima materia che detta è nel capitolo dinanzi a questo, e tratta contr’ a’ fiorentini, ma in prima sgrida contro a la città di Pistoia; ed è quella medesima bolgia.
 
Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”.3

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch’una li s’avvolse allora al collo,
come dicesse ’Non vo’ che più diche’;6

e un’altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.9

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d’incenerarti sì che più non duri,
poi che ‘n mal fare il seme tuo avanzi?12

Per tutt’i cerchi de lo ’nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.15

El si fuggì che non parlò più verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: “Ov’è, ov’è l’acerbo?”.18

Maremma non cred’io che tante n’abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.21

Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l’ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s’intoppa.24

Lo mio maestro disse: “Questi è Caco,
che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte laco.27

Non va co’ suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch’elli ebbe a vicino;30

onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d’Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece”.33

Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
e tre spiriti venner sotto noi,
de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,36

se non quando gridar: “Chi siete voi?”;
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi poi.39

Io non li conoscea; ma ei seguette,
come suol seguitar per alcun caso,
che l’un nomar un altro convenette,42

dicendo: “Cianfa dove fia rimaso?”;
per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
mi puosi ’l dito su dal mento al naso.45

Se tu se’ or, lettore, a creder lento
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.48

Com’io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.51

Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l’una e l’altra guancia;54

li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra ’mbedue
e dietro per le ren sù la ritese.57

Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l’orribil fiera
per l’altrui membra avviticchiò le sue.60

Poi s’appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:63

come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.66

Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: “Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno”.69

Già eran li due capi un divenuti,
quando n’apparver due figure miste
in una faccia, ov’eran due perduti.72

Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
divenner membra che non fuor mai viste.75

Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l’imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.78

Come ‘l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,81

sì pareva, venendo verso l’epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;84

e quella parte onde prima è preso
nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.87

Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre l’assalisse.90

Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
l’un per la piaga e l’altro per la bocca
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.93

Taccia Lucano omai là dov’e’ tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch’or si scocca.96

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo ’nvidio;99

ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch’amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.102

Insieme si rispuosero a tai norme,
che ’l serpente la coda in forca fesse,
e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.105

Le gambe con le cosce seco stesse
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.108

Togliea la coda fessa la figura
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.111

Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.114

Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l’uom cela,
e ’l misero del suo n’avea due porti.117

Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
di color novo, e genera ’l pel suso
per l’una parte e da l’altra il dipela,120

l’un si levò e l’altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.123

Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
e di troppa matera ch’in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie;126

ciò che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne.129

Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;132

e la lingua, ch’avëa unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.135

L’anima ch’era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l’altro dietro a lui parlando sputa.138

Poscia li volse le novelle spalle,
e disse a l’altro: “I’ vo’ che Buoso corra,
com’ ho fatt’io, carpon per questo calle”.141

Così vid’io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novità se fior la penna abborra.144

E avvegna che li occhi miei confusi
fossero alquanto e l’animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,147

ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni
che venner prima, non era mutato;150

l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.

Canto 26

Canto XXVI, nel quale si tratta de l’ottava bolgia contro a quelli che mettono aguati e danno frodolenti consigli; e in prima sgrida contro a’ fiorentini e tacitamente predice del futuro e in persona d’Ulisse e Diomedes pone loro pene.
 
Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ‘nferno tuo nome si spande!3

Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.6

Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.9

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’ più m’attempo.12

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;15

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.18

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,21

perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.24

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,27

come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:30

di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.33

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,36

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:39

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.42

Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’esser urto.45

E ’l duca, che mi vide tanto atteso,
disse: “Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso”.48

“Maestro mio”, rispuos’io, “per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:51

chi è ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?”.54

Rispuose a me: “Là dentro si martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;57

e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.60

Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta”.63

“S’ei posson dentro da quelle faville
parlar”, diss’io, “maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,66

che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!”.69

Ed elli a me: “La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.72

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto”.75

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:78

“O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco81

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi”.84

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;87

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: “Quando90

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,93

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,96

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;99

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.102

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.105

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi108

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.111

“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia114

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.117

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.120

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;123

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.126

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.129

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,132

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.135

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.138

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,141

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”.

Canto 27

Canto XXVII, dove tratta di que’ medesimi aguatatori e falsi consiglieri d’inganni in persona del conte Guido da Montefeltro.
 
Già era dritta in sù la fiamma e queta
per non dir più, e già da noi sen gia
con la licenza del dolce poeta,3

quand’un’altra, che dietro a lei venìa,
ne fece volger li occhi a la sua cima
per un confuso suon che fuor n’uscia.6

Come ’l bue cicilian che mugghiò prima
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l’avea temperato con sua lima,9

mugghiava con la voce de l’afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto;12

così, per non aver via né forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertïan le parole grame.15

Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,18

udimmo dire: “O tu a cu’ io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,21

perch’io sia giunto forse alquanto tardo,
non t’incresca restare a parlar meco;
vedi che non incresce a me, e ardo!24

Se tu pur mo in questo mondo cieco
caduto se’ di quella dolce terra
latina ond’io mia colpa tutta reco,27

dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
ch’io fui d’i monti là intra Orbino
e ’l giogo di che Tever si diserra”.30

Io era in giuso ancora attento e chino,
quando il mio duca mi tentò di costa,
dicendo: “Parla tu; questi è latino”.33

E io, ch’avea già pronta la risposta,
sanza indugio a parlare incominciai:
“O anima che se’ là giù nascosta,36

Romagna tua non è, e non fu mai,
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
ma ’n palese nessuna or vi lasciai.39

Ravenna sta come stata è molt’anni:
l’aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.42

La terra che fé già la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.45

E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion fan d’i denti succhio.48

Le città di Lamone e di Santerno
conduce il lïoncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.51

E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
così com’ella sie’ tra ‘l piano e ‘l monte,
tra tirannia si vive e stato franco.54

Ora chi se’, ti priego che ne conte;
non esser duro più ch’altri sia stato,
se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte”.57

Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato
al modo suo, l’aguta punta mosse
di qua, di là, e poi diè cotal fiato:60

“S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse;63

ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo.66

Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio venìa intero,69

se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare, voglio che m’intenda.72

Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe
che la madre mi diè, l’opere mie
non furon leonine, ma di volpe.75

Li accorgimenti e le coperte vie
io seppi tutte, e sì menai lor arte,
ch’al fine de la terra il suono uscie.78

Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,81

ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.84

Lo principe d’i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,87

ché ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano,90

né sommo officio né ordini sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.93

Ma come Costantin chiese Silvestro
d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
così mi chiese questi per maestro96

a guerir de la sua superba febbre;
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre.99

E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.102

Lo ciel poss’io serrare e diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che ’l mio antecessor non ebbe care”.105

Allor mi pinser li argomenti gravi
là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
e dissi: “Padre, da che tu mi lavi108

di quel peccato ov’io mo cader deggio,
lunga promessa con l’attender corto
ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.111

Francesco venne poi, com’io fu’ morto,
per me; ma un d’i neri cherubini
li disse: “Non portar; non mi far torto.114

Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
perché diede ’l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini;117

ch’assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente”.120

Oh me dolente! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: “Forse
tu non pensavi ch’io löico fossi!”.123

A Minòs mi portò; e quelli attorse
otto volte la coda al dosso duro;
e poi che per gran rabbia la si morse,126

disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;
per ch’io là dove vedi son perduto,
e sì vestito, andando, mi rancuro”.129

Quand’elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo ’l corno aguto.132

Noi passamm’oltre, e io e ’l duca mio,
su per lo scoglio infino in su l’altr’arco
che cuopre ’l fosso in che si paga il fio135

a quei che scommettendo acquistan carco.

Canto 28

Canto XXVIII, nel quale tratta le qualitadi de la nona bolgia, dove l’auttore vide punire coloro che commisero scandali, e’ seminatori di scisma e discordia e d’ogne altro male operare.


 
Chi poria mai pur con parole sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?3

Ogne lingua per certo verria meno
per lo nostro sermone e per la mente
c’ hanno a tanto comprender poco seno.6

S’el s’aunasse ancor tutta la gente
che già, in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente9

per li Troiani e per la lunga guerra
che de l’anella fé sì alte spoglie,
come Livïo scrive, che non erra,12

con quella che sentio di colpi doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie15

a Ceperan, là dove fu bugiardo
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo;18

e qual forato suo membro e qual mozzo
mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.21

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com’io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.24

Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ’l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.27

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi e con le man s’aperse il petto,
dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco!30

vedi come storpiato è Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.33

E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così.36

Un diavolo è qua dietro che n’accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma,39

quand’avem volta la dolente strada;
però che le ferite son richiuse
prima ch’altri dinanzi li rivada.42

Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,
forse per indugiar d’ire a la pena
ch’è giudicata in su le tue accuse?”.45

“Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena”,
rispuose ’l mio maestro, “a tormentarlo;
ma per dar lui esperïenza piena,48

a me, che morto son, convien menarlo
per lo ’nferno qua giù di giro in giro;
e quest’è ver così com’io ti parlo”.51

Più fuor di cento che, quando l’udiro,
s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
per maraviglia, oblïando il martiro.54

“Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,57

sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve”.60

Poi che l’un piè per girsene sospese,
Mäometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo distese.63

Un altro, che forata avea la gola
e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,
e non avea mai ch’una orecchia sola,66

ristato a riguardar per maraviglia
con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,69

e disse: “O tu cui colpa non condanna
e cu’ io vidi in su terra latina,
se troppa simiglianza non m’inganna,72

rimembriti di Pier da Medicina,
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina.75

E fa sapere a’ due miglior da Fano,
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se l’antiveder qui non è vano,78

gittati saran fuor di lor vasello
mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento d’un tiranno fello.81

Tra l’isola di Cipri e di Maiolica
non vide mai sì gran fallo Nettuno,
non da pirate, non da gente argolica.84

Quel traditor che vede pur con l’uno,
e tien la terra che tale qui meco
vorrebbe di vedere esser digiuno,87

farà venirli a parlamento seco;
poi farà sì, ch’al vento di Focara
non sarà lor mestier voto né preco”.90

E io a lui: “Dimostrami e dichiara,
se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,
chi è colui da la veduta amara”.93

Allor puose la mano a la mascella
d’un suo compagno e la bocca li aperse,
gridando: “Questi è desso, e non favella.96

Questi, scacciato, il dubitar sommerse
in Cesare, affermando che ’l fornito
sempre con danno l’attender sofferse”.99

Oh quanto mi pareva sbigottito
con la lingua tagliata ne la strozza
Curïo, ch’a dir fu così ardito!102

E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
levando i moncherin per l’aura fosca,
sì che ’l sangue facea la faccia sozza,105

gridò: “Ricordera’ ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, ’Capo ha cosa fatta’,
che fu mal seme per la gente tosca”.108

E io li aggiunsi: “E morte di tua schiatta”;
per ch’elli, accumulando duol con duolo,
sen gio come persona trista e matta.111

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
e vidi cosa ch’io avrei paura,
sanza più prova, di contarla solo;114

se non che coscïenza m’assicura,
la buona compagnia che l’uom francheggia
sotto l’asbergo del sentirsi pura.117

Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;120

e ’l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: “Oh me!”.123

Di sé facea a sé stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
com’esser può, quei sa che sì governa.126

Quando diritto al piè del ponte fue,
levò ’l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole sue,129

che fuoro: “Or vedi la pena molesta,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa.132

E perché tu di me novella porti,
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma’ conforti.135

Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;
Achitofèl non fé più d’Absalone
e di Davìd coi malvagi punzelli.138

Perch’io parti’ così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.141

Così s’osserva in me lo contrapasso”.

Canto 29

Canto XXIX, ove tratta de la decima bolgia, dove si puniscono i falsi fabricatori di qualunque opera, e isgrida e riprende l’autore i Sanesi.
 
La molta gente e le diverse piaghe
avean le luci mie sì inebrïate,
che de lo stare a piangere eran vaghe.3

Ma Virgilio mi disse: “Che pur guate?
perché la vista tua pur si soffolge
là giù tra l’ombre triste smozzicate?6

Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle volge.9

E già la luna è sotto i nostri piedi;
lo tempo è poco omai che n’è concesso,
e altro è da veder che tu non vedi”.12

“Se tu avessi”, rispuos’io appresso,
“atteso a la cagion per ch’io guardava,
forse m’avresti ancor lo star dimesso”.15

Parte sen giva, e io retro li andava,
lo duca, già faccendo la risposta,
e soggiugnendo: “Dentro a quella cava18

dov’io tenea or li occhi sì a posta,
credo ch’un spirto del mio sangue pianga
la colpa che là giù cotanto costa”.21

Allor disse ’l maestro: “Non si franga
lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello.
Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;24

ch’io vidi lui a piè del ponticello
mostrarti e minacciar forte col dito,
e udi’ ’l nominar Geri del Bello.27

Tu eri allor sì del tutto impedito
sovra colui che già tenne Altaforte,
che non guardasti in là, sì fu partito”.30

“O duca mio, la vïolenta morte
che non li è vendicata ancor”, diss’io,
“per alcun che de l’onta sia consorte,33

fece lui disdegnoso; ond’el sen gio
sanza parlarmi, sì com’ïo estimo:
e in ciò m’ ha el fatto a sé più pio”.36

Così parlammo infino al loco primo
che de lo scoglio l’altra valle mostra,
se più lume vi fosse, tutto ad imo.39

Quando noi fummo sor l’ultima chiostra
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere a la veduta nostra,42

lamenti saettaron me diversi,
che di pietà ferrati avean li strali;
ond’io li orecchi con le man copersi.45

Qual dolor fora, se de li spedali
di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali48

fossero in una fossa tutti ’nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre.51

Noi discendemmo in su l’ultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più viva54

giù ver’ lo fondo, là ’ve la ministra
de l’alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui registra.57

Non credo ch’a veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l’aere sì pien di malizia,60

che li animali, infino al picciol vermo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti hanno per fermo,63

si ristorar di seme di formiche;
ch’era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per diverse biche.66

Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle
l’un de l’altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.69

Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.72

Io vidi due sedere a sé poggiati,
com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze macolati;75

e non vidi già mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volontier vegghia,78

come ciascun menava spesso il morso
de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha più soccorso;81

e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.84

“O tu che con le dita ti dismaglie”,
cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
“e che fai d’esse talvolta tanaglie,87

dinne s’alcun Latino è tra costoro
che son quinc’entro, se l’unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro”.90

“Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
qui ambedue”, rispuose l’un piangendo;
“ma tu chi se’ che di noi dimandasti?”.93

E ’l duca disse: “I’ son un che discendo
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo ’nferno a lui intendo”.96

Allor si ruppe lo comun rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l’udiron di rimbalzo.99

Lo buon maestro a me tutto s’accolse,
dicendo: “Dì a lor ciò che tu vuoli”;
e io incominciai, poscia ch’ei volse:102

“Se la vostra memoria non s’imboli
nel primo mondo da l’umane menti,
ma s’ella viva sotto molti soli,105

ditemi chi voi siete e di che genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventi”.108

“Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena”,
rispuose l’un, “mi fé mettere al foco;
ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.111

Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:
“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,114

volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
perch’io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l’avea per figliuolo.117

Ma ne l’ultima bolgia de le diece
me per l’alchìmia che nel mondo usai
dannò Minòs, a cui fallar non lece”.120

E io dissi al poeta: “Or fu già mai
gente sì vana come la sanese?
Certo non la francesca sì d’assai!”.123

Onde l’altro lebbroso, che m’intese,
rispuose al detto mio: “Tra’ mene Stricca
che seppe far le temperate spese,126

e Niccolò che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
ne l’orto dove tal seme s’appicca;129

e tra’ ne la brigata in che disperse
Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
e l’Abbagliato suo senno proferse.132

Ma perché sappi chi sì ti seconda
contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
sì che la faccia mia ben ti risponda:135

sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
che falsai li metalli con l’alchìmia;
e te dee ricordar, se ben t’adocchio,138

com’io fui di natura buona scimia”.

Canto 30

anto XXX, ove tratta di quella medesima materia e gente.


 
Nel tempo che Iunone era crucciata
per Semelè contra ’l sangue tebano,
come mostrò una e altra fïata,3

Atamante divenne tanto insano,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna mano,6

gridò: “Tendiam le reti, sì ch’io pigli
la leonessa e ’ leoncini al varco”;
e poi distese i dispietati artigli,9

prendendo l’un ch’avea nome Learco,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
e quella s’annegò con l’altro carco.12

E quando la fortuna volse in basso
l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
sì che ’nsieme col regno il re fu casso,15

Ecuba trista, misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva18

del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latrò sì come cane;
tanto il dolor le fé la mente torta.21

Ma né di Tebe furie né troiane
si vider mäi in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonché membra umane,24

quant’io vidi in due ombre smorte e nude,
che mordendo correvan di quel modo
che ’l porco quando del porcil si schiude.27

L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo
del collo l’assannò, sì che, tirando,
grattar li fece il ventre al fondo sodo.30

E l’Aretin che rimase, tremando
mi disse: “Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando”.33

“Oh”, diss’io lui, “se l’altro non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi è, pria che di qui si spicchi”.36

Ed elli a me: “Quell’è l’anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica.39

Questa a peccar con esso così venne,
falsificando sé in altrui forma,
come l’altro che là sen va, sostenne,42

per guadagnar la donna de la torma,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma”.45

E poi che i due rabbiosi fuor passati
sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
rivolsilo a guardar li altri mal nati.48

Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,
pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.51

La grave idropesì, che sì dispaia
le membra con l’omor che mal converte,
che ’l viso non risponde a la ventraia,54

faceva lui tener le labbra aperte
come l’etico fa, che per la sete
l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.57

“O voi che sanz’alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo”,
diss’elli a noi, “guardate e attendete60

a la miseria del maestro Adamo;
io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.63

Li ruscelletti che d’i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,66

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ché l’imagine lor vie più m’asciuga
che ’l male ond’io nel volto mi discarno.69

La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov’io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.72

Ivi è Romena, là dov’io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai.75

Ma s’io vedessi qui l’anima trista
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.78

Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
ombre che vanno intorno dicon vero;
ma che mi val, c’ ho le membra legate?81

S’io fossi pur di tanto ancor leggero
ch’i’ potessi in cent’anni andare un’oncia,
io sarei messo già per lo sentiero,84

cercando lui tra questa gente sconcia,
con tutto ch’ella volge undici miglia,
e men d’un mezzo di traverso non ci ha.87

Io son per lor tra sì fatta famiglia;
e’ m’indussero a batter li fiorini
ch’avevan tre carati di mondiglia”.90

E io a lui: “Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate ’l verno,
giacendo stretti a’ tuoi destri confini?”.93

“Qui li trovai – e poi volta non dierno -“,
rispuose, “quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.96

L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
l’altr’è ’l falso Sinon greco di Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo”.99

E l’un di lor, che si recò a noia
forse d’esser nomato sì oscuro,
col pugno li percosse l’epa croia.102

Quella sonò come fosse un tamburo;
e mastro Adamo li percosse il volto
col braccio suo, che non parve men duro,105

dicendo a lui: “Ancor che mi sia tolto
lo muover per le membra che son gravi,
ho io il braccio a tal mestiere sciolto”.108

Ond’ei rispuose: “Quando tu andavi
al fuoco, non l’avei tu così presto;
ma sì e più l’avei quando coniavi”.111

E l’idropico: “Tu di’ ver di questo:
ma tu non fosti sì ver testimonio
là ’ve del ver fosti a Troia richesto”.114

“S’io dissi falso, e tu falsasti il conio”,
disse Sinon; “e son qui per un fallo,
e tu per più ch’alcun altro demonio!”.117

“Ricorditi, spergiuro, del cavallo”,
rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;
“e sieti reo che tutto il mondo sallo!”.120

“E te sia rea la sete onde ti crepa”,
disse ’l Greco, “la lingua, e l’acqua marcia
che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!”.123

Allora il monetier: “Così si squarcia
la bocca tua per tuo mal come suole;
ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,126

tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
non vorresti a ’nvitar molte parole”.129

Ad ascoltarli er’io del tutto fisso,
quando ’l maestro mi disse: “Or pur mira,
che per poco che teco non mi risso!”.132

Quand’io ’l senti’ a me parlar con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch’ancor per la memoria mi si gira.135

Qual è colui che suo dannaggio sogna,
che sognando desidera sognare,
sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,138

tal mi fec’io, non possendo parlare,
che disïava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.141

“Maggior difetto men vergogna lava”,
disse ’l maestro, “che ’l tuo non è stato;
però d’ogne trestizia ti disgrava.144

E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,
se più avvien che fortuna t’accoglia
dove sien genti in simigliante piato:147

ché voler ciò udire è bassa voglia”.

Canto 31

Canto XXXI, ove tratta de’ giganti che guardano il pozzo de l’inferno, ed è il nono cerchio.
 
Una medesma lingua pria mi morse,
sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
e poi la medicina mi riporse;3

così od’io che solea far la lancia
d’Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.6

Noi demmo il dosso al misero vallone
su per la ripa che ’l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun sermone.9

Quiv’era men che notte e men che giorno,
sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
ma io senti’ sonare un alto corno,12

tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
che, contra sé la sua via seguitando,
dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.15

Dopo la dolorosa rotta, quando
Carlo Magno perdé la santa gesta,
non sonò sì terribilmente Orlando.18

Poco portäi in là volta la testa,
che me parve veder molte alte torri;
ond’io: “Maestro, dì, che terra è questa?”.21

Ed elli a me: “Però che tu trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.24

Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
quanto ’l senso s’inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi”.27

Poi caramente mi prese per mano
e disse: “Pria che noi siam più avanti,
acciò che ’l fatto men ti paia strano,30

sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti”.33

Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,36

così forando l’aura grossa e scura,
più e più appressando ver’ la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura;39

però che, come su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
così la proda che ’l pozzo circonda42

torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona.45

E io scorgeva già d’alcun la faccia,
le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giù ambo le braccia.48

Natura certo, quando lasciò l’arte
di sì fatti animali, assai fé bene
per tòrre tali essecutori a Marte.51

E s’ella d’elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la ne tene;54

ché dove l’argomento de la mente
s’aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi può far la gente.57

La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l’altre ossa;60

sì che la ripa, ch’era perizoma
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma63

tre Frison s’averien dato mal vanto;
però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov’omo affibbia ’l manto.66

“Raphèl maì amècche zabì almi”,
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia più dolci salmi.69

E ’l duca mio ver’ lui: “Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand’ira o altra passïon ti tocca!72

Cércati al collo, e troverai la soga
che ’l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che ’l gran petto ti doga”.75

Poi disse a me: “Elli stessi s’accusa;
questi è Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s’usa.78

Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
ché così è a lui ciascun linguaggio
come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto”.81

Facemmo adunque più lungo vïaggio,
vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro
trovammo l’altro assai più fero e maggio.84

A cigner lui qual che fosse ’l maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro87

d’una catena che ’l tenea avvinto
dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
si ravvolgëa infino al giro quinto.90

“Questo superbo volle esser esperto
di sua potenza contra ’l sommo Giove”,
disse ’l mio duca, “ond’elli ha cotal merto.93

Fïalte ha nome, e fece le gran prove
quando i giganti fer paura a’ dèi;
le braccia ch’el menò, già mai non move”.96

E io a lui: “S’esser puote, io vorrei
che de lo smisurato Brïareo
esperïenza avesser li occhi mei”.99

Ond’ei rispuose: “Tu vedrai Anteo
presso di qui che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo d’ogne reo.102

Quel che tu vuo’ veder, più là è molto
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel volto”.105

Non fu tremoto già tanto rubesto,
che scotesse una torre così forte,
come Fïalte a scuotersi fu presto.108

Allor temett’io più che mai la morte,
e non v’era mestier più che la dotta,
s’io non avessi viste le ritorte.111

Noi procedemmo più avante allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia fuor de la grotta.114

“O tu che ne la fortunata valle
che fece Scipïon di gloria reda,
quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle,117

recasti già mille leon per preda,
e che, se fossi stato a l’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda120

ch’avrebber vinto i figli de la terra:
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.123

Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china e non torcer lo grifo.126

Ancor ti può nel mondo render fama,
ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama”.129

Così disse ’l maestro; e quelli in fretta
le man distese, e prese ’l duca mio,
ond’Ercule sentì già grande stretta.132

Virgilio, quando prender si sentio,
disse a me: “Fatti qua, sì ch’io ti prenda”;
poi fece sì ch’un fascio era elli e io.135

Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada
sovr’essa sì, ched ella incontro penda:138

tal parve Antëo a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.141

Ma lievemente al fondo che divora
Lucifero con Giuda, ci sposò;
né, sì chinato, lì fece dimora,144

e come albero in nave si levò.

Canto 32

Canto XXXII, nel quale tratta de’ traditori di loro schiatta e de’ traditori de la loro patria, che sono nel pozzo de l’inferno.


 
S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,
come si converrebbe al tristo buco
sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,3

io premerei di mio concetto il suco
più pienamente; ma perch’io non l’abbo,
non sanza tema a dicer mi conduco;6

ché non è impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l’universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.9

Ma quelle donne aiutino il mio verso
ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
sì che dal fatto il dir non sia diverso.12

Oh sovra tutte mal creata plebe
che stai nel loco onde parlare è duro,
mei foste state qui pecore o zebe!15

Come noi fummo giù nel pozzo scuro
sotto i piè del gigante assai più bassi,
e io mirava ancora a l’alto muro,18

dicere udi’ mi: “Guarda come passi:
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de’ fratei miseri lassi”.21

Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.24

Non fece al corso suo sì grosso velo
di verno la Danoia in Osterlicchi,
né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,27

com’era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l’orlo fatto cricchi.30

E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor de l’acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana,33

livide, insin là dove appar vergogna
eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.36

Ognuna in giù tenea volta la faccia;
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.39

Quand’io m’ebbi dintorno alquanto visto,
volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
che ’l pel del capo avieno insieme misto.42

“Ditemi, voi che sì strignete i petti”,
diss’io, “chi siete?”. E quei piegaro i colli;
e poi ch’ebber li visi a me eretti,45

li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli.48

Con legno legno spranga mai non cinse
forte così; ond’ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li vinse.51

E un ch’avea perduti ambo li orecchi
per la freddura, pur col viso in giùe,
disse: “Perché cotanto in noi ti specchi?54

Se vuoi saper chi son cotesti due,
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor fue.57

D’un corpo usciro; e tutta la Caina
potrai cercare, e non troverai ombra
degna più d’esser fitta in gelatina:60

non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra
con esso un colpo per la man d’Artù;
non Focaccia; non questi che m’ingombra63

col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,
e fu nomato Sassol Mascheroni;
se tosco se’, ben sai omai chi fu.66

E perché non mi metti in più sermoni,
sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scagioni”.69

Poscia vid’io mille visi cagnazzi
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verrà sempre, de’ gelati guazzi.72

E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo
al quale ogne gravezza si rauna,
e io tremava ne l’etterno rezzo;75

se voler fu o destino o fortuna,
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi ’l piè nel viso ad una.78

Piangendo mi sgridò: “Perché mi peste?
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perché mi moleste?”.81

E io: “Maestro mio, or qui m’aspetta,
sì ch’io esca d’un dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque vorrai, fretta”.84

Lo duca stette, e io dissi a colui
che bestemmiava duramente ancora:
“Qual se’ tu che così rampogni altrui?”.87

“Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,
percotendo”, rispuose, “altrui le gote,
sì che, se fossi vivo, troppo fora?”.90

“Vivo son io, e caro esser ti puote”,
fu mia risposta, “se dimandi fama,
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note”.93

Ed elli a me: “Del contrario ho io brama.
Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
ché mal sai lusingar per questa lama!”.96

Allor lo presi per la cuticagna
e dissi: “El converrà che tu ti nomi,
o che capel qui sù non ti rimagna”.99

Ond’elli a me: “Perché tu mi dischiomi,
né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti
se mille fiate in sul capo mi tomi”.102

Io avea già i capelli in mano avvolti,
e tratti glien’avea più d’una ciocca,
latrando lui con li occhi in giù raccolti,105

quando un altro gridò: “Che hai tu, Bocca?
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?”.108

“Omai”, diss’io, “non vo’ che più favelle,
malvagio traditor; ch’a la tua onta
io porterò di te vere novelle”.111

“Va via”, rispuose, “e ciò che tu vuoi conta;
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.114

El piange qui l’argento de’ Franceschi:
“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera
là dove i peccatori stanno freschi”.117

Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,
tu hai dallato quel di Beccheria
di cui segò Fiorenza la gorgiera.120

Gianni de’ Soldanier credo che sia
più là con Ganellone e Tebaldello,
ch’aprì Faenza quando si dormia”.123

Noi eravam partiti già da ello,
ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo a l’altro era cappello;126

e come ’l pan per fame si manduca,
così ’l sovran li denti a l’altro pose
là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:129

non altrimenti Tidëo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l’altre cose.132

“O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi ’l perché”, diss’io, “per tal convegno,135

che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,138

se quella con ch’io parlo non si secca”.

Canto 33

Canto XXXIII, ove tratta di quelli che tradirono coloro che in loro tutto si fidavano, e coloro da cui erano stati promossi a dignità e grande stato; e riprende qui i Pisani e i Genovesi.
 
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.3

Poi cominciò: “Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.6

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlare e lagrimar vedrai insieme.9

Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.12

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.15

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;18

però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ ha offeso.21

Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,24

m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.27

Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.30

Con cagne magre, studïose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.33

In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.36

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.39

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?42

Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;45

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.48

Io non piangëa, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.51

Perciò non lagrimai né rispuos’io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.54

Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,57

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi60

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.63

Queta’ mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?66

Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.69

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,72

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”.75

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.78

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ‘l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,81

muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!84

Che se ’l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.87

Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella.90

Noi passammo oltre, là ’ve la gelata
ruvidamente un’altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.93

Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l’ambascia;96

ché le lagrime prime fanno groppo,
e sì come visiere di cristallo,
rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.99

E avvegna che, sì come d’un callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,102

già mi parea sentire alquanto vento;
per ch’io: “Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore spento?”.105

Ond’elli a me: “Avaccio sarai dove
di ciò ti farà l’occhio la risposta,
veggendo la cagion che ’l fiato piove”.108

E un de’ tristi de la fredda crosta
gridò a noi: “O anime crudeli
tanto che data v’è l’ultima posta,111

levatemi dal viso i duri veli,
sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
un poco, pria che ’l pianto si raggeli”.114

Per ch’io a lui: “Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna”.117

Rispuose adunque: “I’ son frate Alberigo;
i’ son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo”.120

“Oh”, diss’io lui, “or se’ tu ancor morto?”.
Ed elli a me: “Come ’l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla scïenza porto.123

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l’anima ci cade
innanzi ch’Atropòs mossa le dea.126

E perché tu più volontier mi rade
le ’nvetrïate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l’anima trade129

come fec’ïo, il corpo suo l’è tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.132

Ella ruina in sì fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l’ombra che di qua dietro mi verna.135

Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso”.138

“Io credo”, diss’io lui, “che tu m’inganni;
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni”.141

“Nel fosso sù”, diss’el, “de’ Malebranche,
là dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel Zanche,144

che questi lasciò il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che ’l tradimento insieme con lui fece.147

Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi”. E io non gliel’apersi;
e cortesia fu lui esser villano.150

Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?153

Ché col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,156

e in corpo par vivo ancor di sopra.

Canto 34

Canto XXXIV e ultimo de la prima cantica di Dante Alleghieri di Fiorenza, nel qual canto tratta di Belzebù principe de’ dimoni e de’ traditori di loro signori, e narra come uscie de l’inferno.


 
“Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; però dinanzi mira”,
disse ’l maestro mio, “se tu ’l discerni”.3

Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che ’l vento gira,6

veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ché non lì era altra grotta.9

Già era, e con paura il metto in metro,
là dove l’ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.12

Altre sono a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte.15

Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,18

d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
“Ecco Dite”, dicendo, “ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t’armi”.21

Com’io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
però ch’ogne parlar sarebbe poco.24

Io non mori’ e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, s’ hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.27

Lo ’mperador del doloroso regno
da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,30

che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto
ch’a così fatta parte si confaccia.33

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,
e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere ogne lutto.36

Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand’io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;39

l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta:42

e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.45

Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’io mai cotali.48

Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:51

quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.54

Da ogne bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.57

A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.60

“Quell’anima là sù c’ ha maggior pena”,
disse ’l maestro, “è Giuda Scarïotto,
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.63

De li altri due c’ hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;66

e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto”.69

Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l’ali fuoro aperte assai,72

appigliò sé a le vellute coste;
di vello in vello giù discese poscia
tra ’l folto pelo e le gelate croste.75

Quando noi fummo là dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,78

volse la testa ov’elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com’om che sale,
sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.81

“Attienti ben, ché per cotali scale”,
disse ’l maestro, ansando com’uom lasso,
“conviensi dipartir da tanto male”.84

Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
e puose me in su l’orlo a sedere;
appresso porse a me l’accorto passo.87

Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com’io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;90

e s’io divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto ch’io avea passato.93

“Lèvati sù”, disse ’l maestro, “in piede:
la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
e già il sole a mezza terza riede”.96

Non era camminata di palagio
là ’v’eravam, ma natural burella
ch’avea mal suolo e di lume disagio.99

“Prima ch’io de l’abisso mi divella,
maestro mio”, diss’io quando fui dritto,
“a trarmi d’erro un poco mi favella:102

ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto
sì sottosopra? e come, in sì poc’ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?”.105

Ed elli a me: “Tu imagini ancora
d’esser di là dal centro, ov’io mi presi
al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.108

Di là fosti cotanto quant’io scesi;
quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto
al qual si traggon d’ogne parte i pesi.111

E se’ or sotto l’emisperio giunto
ch’è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto114

fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
tu haï i piedi in su picciola spera
che l’altra faccia fa de la Giudecca.117

Qui è da man, quando di là è sera;
e questi, che ne fé scala col pelo,
fitto è ancora sì come prim’era.120

Da questa parte cadde giù dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar velo,123

e venne a l’emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch’appar di qua, e sù ricorse”.126

Luogo è là giù da Belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto129

d’un ruscelletto che quivi discende
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.132

Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,135

salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.138

E quindi uscimmo a riveder le stelle.
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Giornata VI – Novella II Cisti fornaio

Decameron di Giovanni Boccaccio

Durante il pontificato di papa Bonifacio VIII il papa mandò a Firenze alcuni suoi nobili ambasciatori per concludere degli affari. Siccome il papa stimava particolarmente messer Geri Spina, li inviò a casa sua. 
Durate la loro permanenza in casa di messer Geri, quasi ogni mattina, mentre parlavano dei loro affari, tutti insieme passavano davanti alla chiesa di Santa Maria Ughi, dove Cisti fornaio aveva il suo forno e dove esercitava personalmente la sua arte.
Egli la esercitava così bene che, sebbene la fortuna gli avesse dato un’arte così umile, era comunque diventato ricchissimo e, non volendo abbandonare il suo mestiere per nessun altro, viveva splendidamente, anche grazie al fatto che aveva anche i migliori vini che si potevano trovare in Firenze e nel contado.
Cisti vedeva passare ogni mattina davanti alla sua porta messer Geri e gli ambasciatori del papa.
Poiché faceva molto caldo, Cisti pensò che sarebbe stata cosa molto cortese dar loro da bere un buon bicchiere del suo vino bianco.
Ma considerando quanto fosse umile la sua condizione rispetto a quella di messer Geri, non osò invitarlo. Pensò però di fare in modo che il gentiluomo si invitasse da sé stesso.
Geri aveva sempre indosso un gilè bianchissimo e un grembiule sempre fresco di bucato, che lo facevano sembrare più un mugnaio che un fornaio. Egli, ogni mattina, più o meno all’ora in cui erano soliti passare messer Geri e gli ambasciatori, si poneva davanti alla sua porta.
Si faceva portare lì un secchio nuovo, pieno di acqua fresca, una piccola brocca, realizzata a Bologna, piena di buon vino bianco e due bicchieri che parevano d’argento, tanto erano lucidi.


Dopo essersi messo a sedere, quando essi passavano, cominciava a bere il suo vino, con tanto gusto che avrebbe fatto venir voglia di bere anche ai morti.
Avendo messer Geri visto questa scena per due mattine di seguito, alla terza chiese al fornaio:
–  Cosa state bevendo? È buono?
Cisti si alzò immediatamente in piedi e rispose:
–  Messere è buonissimo, ma non vi posso far capire quanto è buono, se voi non lo assaggiate.
Messer Geri, che aveva una gran sete, per la calura e per il desiderio di assaggiare il vino che Cisti beveva con tanto gusto, si rivolse agli ambasciatori e disse:

–  Signori, è bene che noi assaggiamo il vino che ci offre questo uomo di valore, questo vino dev’essere così buono che noi non ci pentiremo di averlo assaggiato.
Assieme agli ambasciatori messer Geri andò verso Cisti.
Egli, fatta portare fuori dal forno una bella panca, li pregò che si sedessero.
Poi disse ai suoi servitori che si erano avvicinati:
–  Tiratevi indietro e lasciate che sia io a servire questi ospiti. Infatti io so mescere il vino non meno bene di quanto io sappia fare il pane! E non pensate di assaggiare di questo vino prelibato! —
Così detto, dopo aver lavato egli stesso quattro bicchieri, si fece portare una piccola brocca di buon vino e lo versò da bere a messer Geri e ai compagni.

A tutta la compagnia il vino sembrò il migliore di quello che avevano bevuto da lungo tempo e, finché gli ambasciatori si trattennero in Firenze, ogni mattina messer Geri andò a berlo, insieme a loro.
Quando gli ambasciatori ebbero concluso i loro affari, prima che partissero, messer Geri fece un magnifico banchetto al quale invitò tutti i cittadini più onorevoli di Firenze e a cui invitò anche Cisti. Ma lui non volle assolutamente andarci.
Messer Geri ordinò, allora, ad un suo servo di andare da Cisti con un fiasco, per farsi dare un po’ di quel vino, per poter servire mezzo bicchiere ad ogni convitato, prima del pranzo.

Il servitore, forse sdegnato perché nei giorni precedenti non aveva potuto assaggiare il vino, prese un fiasco molto grande.
Appena Cisti lo vide disse:
– Figliolo, sicuramente messer Geri non ti manda da me.
Più volte il servitore ribadì che era stato inviato proprio da messer Geri, ma non ricevette da Cisti altra risposta.
A quel punto il servitore tornò da messer Geri e riferì quanto aveva detto il fornaio.

Sentita la risposta messer Geri inviò di nuovo il servitore da Cisti e disse:
–  Torna da lui e se egli ti risponde ancora così, chiedigli a chi io ti sto mandando.
Il servitore tornò dal fornaio e disse:
–  Cisti, è certo che messer Geri mi ha mandato da te.
Cisti guardò il servitore e rispose:
–  Sicuramente messer Geri non ti manda da me.
–  Dunque? rispose il servitore – a chi mi manda?
Rispose Cisti:
–  Messer Geri Spina ti manda all’Arno.

Quando il servitore ebbe riportato la risposta al suo padrone, a messer Geri si aprirono gli occhi dell’intelletto, capì e disse al servitore:
–  Lasciami vedere che fiasco tu hai portato con te!
E dopo aver visto il fiasco disse:
–  Ah Cisti dice il vero! Quello non è un fiasco per il buon vino!
Messer Geri quindi prima sgridò il servitore imbroglione, poi lo inviò nuovamente da Cisti, dopo aver controllato che portasse con sé un fiasco adeguato.
Quando Cisti vide il fiasco disse:
–  Ah, adesso sono certo che il tuo padrone ti volesse mandare proprio da me!
E glielo riempì con gioia.

Poi, lo stesso giorno, fece riempire una botte dello stesso vino e la inviò a casa di messer Geri. Quindi lo andò a trovare e gli disse:
–  Messere, Io non vorrei che voi credeste che il grande fiasco di stamattina mi abbia spaventato. Ma mi era sembrato che vi foste dimenticato che questo non è un vino da tutti i giorni, un vino comune. Ho rifiutato di riempivi quel grande fiasco per questo. Ma io sono onorato di potervi donare il mio vino, quindi ve l’ho fatto imbottigliare tutto. Fatene quello che vi piace.
Messer Geri ricevette con grande piacere questo dono da parte di Cisti, lo ringraziò moltissimo e da quel momento Messer Geri considerò sempre il fornaio Cisti come suo amico.
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Inferno di Dante Alighieri – dal canto 1 al canto 10

Divina Commedia, prima cantica, Inferno – Dante Alighieri

Primo canto

Nel primo canto dell’Inferno, Dante si trova nella paurosa “selva oscura”, simbolo di una profonda crisi esistenziale e spirituale. La crisi è così grave che Dante rischia addirittura la morte.

Il personaggio Dante scorge, ad un tratto, un colle rischiarato dalla luce mattutina. La luce infonde fiducia al pellegrino, è certo che quella luce lo accompagnerà verso l’uscita da questa crisi, verso la salvezza. Ma non appena Dante si incammina verso l’uscita di quella valle oscura, tre belve feroci, tre fiere gli impediscono di procedere. Una lonza, un leone, e una lupa lo spingono indietro e lo risospingono verso la selva oscura da cui nessun anima viva è mai uscita. Ma prima che Dante si lasci cogliere dalla disperazione, gli appare l’anima di Virgilio, il grande poeta latino che sarà la sua prima guida nel viaggio lungo i tre regni dell’oltretomba.

1.                Nel mezzo del cammin di nostra vita
2.                mi ritrovai per una selva oscura,
3.                ché la diritta via era smarrita.
 
4.                Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
5.                esta selva selvaggia e aspra e forte
6.                che nel pensier rinova la paura!
 
7.                Tant’è amara che poco è più morte;
8.                ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
9.                dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

10.             Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
11.             tant’era pien di sonno a quel punto
12.             che la verace via abbandonai.
 
13.             Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
14.             là dove terminava quella valle
15.             che m’avea di paura il cor compunto,
 
16.             guardai in alto, e vidi le sue spalle
17.             vestite già de’ raggi del pianeta
18.             che mena dritto altrui per ogne calle.
 
19.             Allor fu la paura un poco queta,
20.             che nel lago del cor m’era durata
21.             la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
 
22.             E come quei che con lena affannata,
23.             uscito fuor del pelago a la riva,
24.             si volge a l’acqua perigliosa e guata,

25.             così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
26.             si volse a retro a rimirar lo passo
27.             che non lasciò già mai persona viva.
 
28.             Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
29.             ripresi via per la piaggia diserta,
30.             sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.
 
31.             Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
32.             una lonza leggera e presta molto,
33.             che di pel macolato era coverta;
 
34.             e non mi si partia dinanzi al volto,
35.             anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,
36.             ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
 
37.             Temp’era dal principio del mattino,
38.             e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
39.             ch’eran con lui quando l’amor divino
 
40.             mosse di prima quelle cose belle;
41.             sì ch’a bene sperar m’era cagione
42.             di quella fiera a la gaetta pelle
 
43.             l’ora del tempo e la dolce stagione;
44.             ma non sì che paura non mi desse
45.             la vista che m’apparve d’un leone.
 
46.             Questi parea che contra me venisse
47.             con la test’alta e con rabbiosa fame,
48.             sì che parea che l’aere ne tremesse.
 
49.             Ed una lupa, che di tutte brame
50.             sembiava carca ne la sua magrezza,
51.             e molte genti fé già viver grame,
 
52.             questa mi porse tanto di gravezza
53.             con la paura ch’uscia di sua vista,
54.             ch’io perdei la speranza de l’altezza.
 
55.             E qual è quei che volontieri acquista,
56.             e giugne ‘l tempo che perder lo face,
57.             che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
 
58.             tal mi fece la bestia sanza pace,
59.             che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco
60.             mi ripigneva là dove ‘l sol tace.
 
61.             Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
62.             dinanzi a li occhi mi si fu offerto
63.             chi per lungo silenzio parea fioco.
 
64.             Quando vidi costui nel gran diserto,
65.             “Miserere di me”, gridai a lui,
66.             “qual che tu sii, od ombra od omo certo!”
 
67.             Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,
68.             e li parenti miei furon lombardi,
69.             mantoani per patrïa ambedui.
 
70.             Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
71.             e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto
72.             nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
 
73.             Poeta fui, e cantai di quel giusto
74.             figliuol d’Anchise che venne di Troia,
75.             poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto.

76.             Ma tu perché ritorni a tanta noia?
77.             perché non sali il dilettoso monte
78.             ch’è principio e cagion di tutta gioia?”
 
79.             “Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
80.             che spandi di parlar sì largo fiume?”,
81.             rispuos’io lui con vergognosa fronte.
 
82.             “O de li altri poeti onore e lume,
83.             vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
84.             che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
 
85.             Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,
86.             tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
87.             lo bello stilo che m’ha fatto onore.
 
88.             Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
89.             aiutami da lei, famoso saggio,
90.             ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”.
 
91.             “A te convien tenere altro vïaggio”,
92.             rispuose, poi che lagrimar mi vide,
93.             “se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
 
94.             ché questa bestia, per la qual tu gride,
95.             non lascia altrui passar per la sua via,
96.             ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;
 
97.             e ha natura sì malvagia e ria,
98.             che mai non empie la bramosa voglia,
99.             e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.
 
100.         Molti son li animali a cui s’ammoglia,
101.         e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
102.         verrà, che la farà morir con doglia.
 
103.         Questi non ciberà terra né peltro,
104.         ma sapïenza, amore e virtute,
105.         e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
 
106.         Di quella umile Italia fia salute
107.         per cui morì la vergine Cammilla,
108.         Eurialo e Turno e Niso di ferute.
 
109.         Questi la caccerà per ogne villa,
110.         fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,
111.         là onde ‘nvidia prima dipartilla.
 
112.         Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
113.         che tu mi segui, e io sarò tua guida,
114.         e trarrotti di qui per loco etterno;

115.         ove udirai le disperate strida,
116.         vedrai li antichi spiriti dolenti,
117.         ch’a la seconda morte ciascun grida;
 
118.         e vederai color che son contenti
119.         nel foco, perché speran di venire
120.         quando che sia a le beate genti.
 
121.         A le quai poi se tu vorrai salire,
122.         anima fia a ciò più di me degna:
123.         con lei ti lascerò nel mio partire;
 
124.         ché quello imperador che là sù regna,
125.         perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
126.         non vuol che ‘n sua città per me si vegna.
 
127.         In tutte parti impera e quivi regge;
128.         quivi è la sua città e l’alto seggio:
129.         oh felice colui cu’ ivi elegge!”.
 
130.         E io a lui: “Poeta, io ti richeggio
131.         per quello Dio che tu non conoscesti,
132.         acciò ch’io fugga questo male e peggio,
 
133.         che tu mi meni là dov’or dicesti,
134.         sì ch’io veggia la porta di san Pietro
135.         e color cui tu fai cotanto mesti”.
 
136.         Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Secondo canto

Dante, pronto per iniziare il suo viaggio, chiede aiuto alle Muse affinché sostengano il suo ingegno nel difficile compito di descrivere quello che lui ha visto.

Ormai è giunto il tramonto e l’animo di Dante è di nuovo in preda ai dubbi: sarà all’altezza dell’impresa che finora è stata compiuta solo da personaggi molto più importanti di lui come Enea e San Paolo?

Il poeta espone i suoi dubbi a Virgilio: Enea è stato scelto da Dio perché fondatore di Roma, capitale dell’Impero e futura sede del papato e a San Paolo è stato affidato l’incarico di diffondere la fede in Cristo. Ma Dante, per quali meriti può accedere ai regni dell’oltretomba? Chi lo autorizza a fare un simile viaggio e per quale scopo?

 Virgilio guarda la fragilità di Dante e usa un’espressione bellissima; dice “Vedo che il tuo animo è offeso dalla viltà”. Il maestro mette in luce lo stato d’animo del poeta con delicatezza, senza infierire su di lui.

Virgilio quindi racconta a Dante in quale modo egli abbia avuto l’incarico di guidarlo. Era nel Limbo quando Beatrice, inviata da Santa Lucia, su ordine della Vergine Maria, lo aveva mandato in soccorso a Dante che si era smarrito. 

Quando Virgilio riceve la visita di Beatrice, rimane stupito e, ai versi 82 – 84, le chiede: dimmi come mai non hai paura a scendere all’Inferno? Lei risponde con una frase di una semplicità disarmante:

Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose. vv. 88 – 90

Quindi Virgilio invita Dante a lasciar andare ogni timore e ad avere fiducia nelle tre donne benedette che in cielo si prendono cura di lui. Rinfrancato da queste parole il poeta è pronto per iniziare il suo viaggio.

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno 3

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra. 6

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate. 9

Io cominciai: “Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. 12

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente. 15

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale 18

non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto: 21

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero. 24

Per quest’andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto. 27

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione. 30

Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede. 33

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono”. 36

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle, 39

tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta. 42

“S’i’ ho ben la parola tua intesa”,
rispuose del magnanimo quell’ombra,
“l’anima tua è da viltade offesa; 45

la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra. 48

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve. 51

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi. 54

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella: 57

“O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana, 60

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’è per paura; 63

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. 66

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata. 69

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare. 72

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui”.
Tacette allora, e poi comincia’ io: 75

“O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui, 78

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. 81

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”. 84

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente”, mi rispuose,
“perch’i’ non temo di venir qua entro. 87

Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose. 90

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. 93

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange. 96

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -. 99

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele. 102

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera? 105

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -. 108

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte, 111

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno”. 114

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto. 117

E venni a te così com’ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse. 120

Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai, 123

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?”. 126

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo, 129

tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca: 132

“Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse! 135

Tu m’ hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto. 138

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro”.
Così li dissi; e poi che mosso fue, 141

intrai per lo cammino alto e silvestro.

Terzo canto

In questo canto Dante racconta la sua entrata nell’Inferno.

Qui incontra la schiera degli ignavi, coloro che nella vita non hanno mai preso posizione. Dante fa dire a Virgilio la famosa frase: “non ragioniam di lor ma guarda e passa“.

I due poi incontreranno le schiere dei dannati che aspettano Caronte sulle rive dell’Acheronte, il primo fiume infernale.

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.3

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore.6

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. 9

Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”.12

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.15

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’ hanno perduto il ben de l’intelletto”.18

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.21

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.24

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle27

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.30

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.33

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.36

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.39

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.42

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve.45

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.48

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.51

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;54

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.57

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.60

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.63

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.66

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.69

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: “Maestro, or mi concedi72

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume”.75

Ed elli a me: “Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte”.78

Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.81

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!84

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.87

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,90

disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”.93

E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.96

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.99

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.102

Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.105

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.108

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.111

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,114

similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.117

Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna.120

“Figliuol mio”, disse ‘l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese;123

e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.126

Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona”.129

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.132

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;135

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

Quarto canto

Nel quarto canto Dante giunge nel Limbo, collocato nel primo cerchio dell’inferno. In questo cerchio sono accolte le anime di coloro che non sono state battezzate e le anime dei grandi uomini della storia che non hanno conosciuto il messaggio di Cristo, perché nati prima della nascita di Gesù o perché appartenenti ad altre culture.

Anche Virgilio proviene da questo cerchio. Qui le anime vivono serene, sono turbate da un unico pensiero: non potranno mai vedere Dio.

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;3

e l’occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’io fossi.6

Vero è che ’n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.9

Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.12

“Or discendiam qua giù nel cieco mondo”,
cominciò il poeta tutto smorto.
“Io sarò primo, e tu sarai secondo”.15

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: “Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?”.18

Ed elli a me: “L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.21

Andiam, ché la via lunga ne sospigne”.
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne.24

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare;27

ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri.30

Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,33

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi;36

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.39

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio”.42

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.45

“Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore”,
comincia’ io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore:48

“uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?”.
E quei che ’ntese il mio parlar coverto,51

rispuose: “Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.54

Trasseci l’ombra del primo parente,
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente;57

Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé,60

e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati”.63

Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.66

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand’io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia.69

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.72

“O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’ hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?”.75

E quelli a me: “L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza”.78

Intanto voce fu per me udita:
“Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita”.81

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ombre a noi venire:
sembianz’avevan né trista né lieta.84

Lo buon maestro cominciò a dire:
“Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:87

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.90

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene”.93

Così vid’i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’aquila vola.96

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto;99

e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.102

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che ’l tacere è bello,
sì com’era ’l parlar colà dov’era.105

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.108

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.111

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.114

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.117

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.120

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.123

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’altra parte vidi ’l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.126

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ’l Saladino.129

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.132

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ïo Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;135

Democrito che ’l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;138

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;141

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs che ’l gran comento feo.144

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.147

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema.150

E vegno in parte ove non è che luca.

Quinto canto

Nel canto quinto, Dante scende nel secondo cerchio de l’inferno, qui si trovano i peccatori che nella vita sono stati travolti e dalla lussuria.

Qui troviamo anche due amanti, Paolo e Francesca, che erano stati molto famosi all’epoca di Dante, per esser stati uccisi in modo orribile dal marito di lei.

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.3

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.6

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata9

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.12

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.15

“O tu che vieni al doloroso ospizio”,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,18
 
“guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!”.
E ’l duca mio a lui: “Perché pur gride?21
 
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.24

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.27

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.30

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.33

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.36

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.39

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali42

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.45

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,48

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?”.51

“La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper”, mi disse quelli allotta,
“fu imperadrice di molte favelle.54

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.57

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.60

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.63

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.66

Vedi Parìs, Tristano”; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.69

Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.72
 
I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”.75
 
Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”.78

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”.81

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.87

“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,90

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.93

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.96

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.99
 

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.105
 

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte.108

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”.111

Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”.114
 
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.117

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”.120

E quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.123

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.126

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.129 

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.132

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,135

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.138

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.141

E caddi come corpo morto cade.
PARAFRASI
1. Così dal primo cerchio discesi giù nel secondo, che abbraccia uno spazio più piccolo, ma che cinge un dolore tanto più grave, che ferisce le anime e le porta a lamentarsi .
 
4. Qui stava Minosse, il terribile giudice che incute terrore e che digrigna i denti. Lui esamina le colpe delle anime nell’entrata dell’inferno, stabilisce la pena e le manda nel cerchio che indica avvolgendo la coda.

7.Quando l’anima dannata gli vien davanti, confessa tutti i suoi peccati al giudice infernale ed egli

10. vede quale luogo dell’inferno le spetta e cinge la coda tante volte quanti cerchi vuol che questi scenda. Ad esempio se Minosse avvolge la coda tre volte, l’anima dannata viene inviata al terzo cerchio.

13. Davanti a lui ci sono sempre molte anime che vanno una dopo l’altra a farsi giudicare; essi confessano i peccati, ascoltano la condanna e precipitano giù.
 
16. «O tu che vieni in questo luogo di dolore» disse Minosse quando mi vide, interrompendo il suo terribile compito,
  
19. «guarda il modo in cui tu entri e guardati dall’anima a cui ti affidi: non lasciarti ingannare dall’ampiezza dell’entrata!»
 E la mia guida a lui: «Perché gridi?
 
22. Non cercar d’impedire il suo viaggio, che è stabilito dall’alto: si vuole così lassù, nell’alto dei cieli, dove si può ciò che si vuole, e più non domandare!». Virgilio mette a tacere Minosse con le stesse parole con cui aveva risposto a Caronte.

25. Ora incominciano a farsi sentire le voci di dolore; ora sono arrivato in un luogo in cui un terribile pianto mi sconvolge. 
 
28. Io arrivai in un luogo buio, privo di qualsiasi lume, dove si sente un terribile frastuono, sembra il mare in tempesta, quando è colpito da venti contrari.
 
31. La bufera infernale, che mai si arresta, travolge gli spiriti con la sua violenza: li rivolta, li percuote, li molesta.
 
34. Quando giungono davanti al precipizio, i dannati fanno sentire le loro urla, il loro pianto, il loro lamento; e bestemmiano il potere divino.
 
37. in quel momento compresi che erano condannati a quel tormento i peccatori carnali, coloro che sottomettono la ragione all’istinto.
 
40. E, come le ali portano gli stornelli durante l’inverno in larga e fitta schiera, così quel vento trascina quegli spiriti malvagi
 
43. di qua, di là, di giù, di su. Non possono sperare né che il vento si plachi, né che la loro pena possa essere ridotta. 
  
46. E, come le gru van cantando i loro lamenti, creando ne cielo una lunga fila, così vidi venire verso di noi, delle ombre che si lamentavano.
 
49. Le ombre erano trascinate dal soffio impetuoso del vento. Perciò dissi: «O maestro, chi sono quelle genti che l’aria nera castiga in un modo così terribile?».
 
52. «La prima di quelle anime, di cui vuoi aver notizia» mi disse allora, «fu imperatrice di molte nazioni. Si tratta della regina Semiramide, regina di Babilonia
 
55. Lei fu così dedita al vizio della lussuria fu così rotta, che fece una legge nel suo regno, per la quale era lecito fare tutto ciò che piaceva a lei. Fece questo per liberarsi del biasimo in cui era caduta.

58. È Semiramide, di cui si legge che succedette a Nino e che fu sua sposa: governò le terre, che ora son dominate dal sultano.
 
61. L’altra è Didone, che si uccise per amore e che ruppe il giuramento [di fedeltà] alle ceneri di Sichèo il suo primo marito a cui aveva giurato fedeltà. La terza è la lussuriosa Cleopatra.

64. poi vedi Elena, che fu causa di una lunga e sanguinosa guerra: la guerra di Troia; Vedi anche il grande Achille, che secondo una leggenda era innamorato della sorella di Paride da cui poi fu ucciso.

67. Vedi Paride, Tristano» e più di mille ombre mi mostrò e mi nominò con il dito, che morirono a causa dell’amore.
 
70. Dopo che ebbi udito il mio maestro nominare le donne antiche e i cavalieri, provai una  compassione per la quale per poco non svenni.

73. Io cominciai: «O poeta, volentieri parlerei a quei due che vanno insieme e che non sembrano opporre resistenza al vento». I due erano Francesca da Polenta e Paolo Malatesta.
I due erano stati al centro di una vicenda terribile che aveva sconvolto i contemporanei di Dante. Francesca era stata data in sposa a Gianciotto il fratello brutto storpio e anziano di Paolo. Il matrimonio era frutto di un accordo politico tra le due famiglie. Mentre il marito è un uomo rozzo, Paolo è un giovane che legge, dote rara nel Trecento. I due si innamorano, ma il marito li scopre e li uccide barbaramente.

76. Ed egli a me: «Li vedrai quando saranno più vicini a noi. Allora prègali in nome di quell’amore che li tiene legati ed essi verranno».
  
 79. Non appena il vento li spinse verso di noi,io gridai: «O anime tormentate, venite a parlare con noi, se altri non lo nega! Cioè se Dio lo permette».
 
82. Come colombe, chiamate dal desiderio, con le ali aperte e ferme al loro dolce nido vengono attraverso l’aria portate dalla loro volontà;
 
85. così uscirono dalla schiera dov’è Didone, venendo a noi per l’aria infernale, tanto forte fu il richiamo che io feci loro, che era carico di affetto.
 
88. «O essere vivente cortese e benigno, che per l’aria tenebrosa vieni a visitare noi, anime che abbiamo insanguinato il mondo con il nostro sangue,
 
91. se fosse amico nostro il re dell’universo, noi lo pregheremmo affinché ti concedesse la pace, perché mostri di avere compassione della nostra terribile condizione.
 
94. Dicci quello che vuoi da noi, se vuoi che noi parliamo o che ascoltiamo, noi ascolteremo parleremo a voi, mentre il vento tace come in questo momento.
 
97. Francesca sta parlando e continua. Sono nata a Ravenna, vicino alla foce del Po.
Queste che seguono sono tre terzine che iniziano con la parola AMOR. Si tratta di versi molto famosi e ricchi di significato.
 
100. L’amore, che vibra velocemente e ardentemente in un cuore gentile, travolse Paolo e lo fece innamorare della mia persona. Lui si innamorò di me, che fui uccisa in modo violento, questa violenza ancora mi turba.
 
103. L’amore, che spinge chi è amato da qualcuno a ricambiare tale amore, mi fece innamorare di Paolo, mi travolse con la sua bellezza. Come puoi vedere io sono ancora innamorata di lui, l’amore per lui ancora non mi abbandona.
 
106. L’amore condusse noi ad una stessa morte. Caina la zona più profonda dell’inferno, dove sono gli assassini, attende Gianciotto, mio marito che ci ha uccisi.» Essi ci dissero queste parole.

109. Quando io compresi quelle anime così disperate, provai una gran pietà e chinai il viso e lo tenni basso. Ma Virgilio mi disse: «Cosa pensi?».
 
112. Dante pensa un attimo e poi risponde al suo maestro «Ohimè, ma quali dolci pensieri, quale desiderio ha condotto costoro a quella morte così dolorosa!».
 
115. Poi si rivolse a loro per parlare, e cominciai: «O Francesca, le tue sofferenze mi addolorano e m’impietosiscono fino alle lacrime.
 
118. Ma dimmi: al tempo dei dolci sospiri, al tempo dell’innamoramento, come accadde che l’amore vi fece conoscere i vostri desideri quando ancora erano inespressi?».
 
121. E quella a me: «Non c’è alcun dolore più grande che ricordarsi del tempo felice nella infelicità, come sa bene il tuo maestro.
 
124. Ma, se vuoi proprio conoscere il primo inizio del nostro amore, parlerò anche se magari mentre parlo mi commuovo.
 
127. Noi leggevamo un giorno per diletto le vicende di Lancillotto e Ginevra, amanti alla corte di re Artù. Stavamo leggendo il passo in cui Ginevra si innamora di Lancillotto: noi eravamo soli e non avevamo alcun sospetto, alcun timore. 
 
130. Per più volte quella lettura ci spinse a guardarci negli occhi e ci fece impallidire; ma fu soltanto un punto quello in cui l’amore ci vinse.
 
133. Quando leggemmo che la bocca sorridente di lei fu baciata dal suo amante, questi, Paolo, che non sarà mai da me diviso,
 
136. mi baciò la bocca tutto tremante. La colpa fu del libro e di chi la aveva scritto. Quel giorno non proseguimmo più la lettura».
 
139. Mentre uno spirito parlava, l’altro piangeva. E per la grande commozione e il turbamento io svenni, caddi, come se morissi.
 
142. E caddi come un corpo morto cade.

Sesto canto

Nel sesto canto Dante incontra coloro che si son macchiati del peccato della gola. Qui incontra Ciacco, un fiorentino famoso per la sua ingordigia. Sarà proprio Ciacco a preannunciare a Dante la sconfitta dei Bianchi per mano dei Neri. Dante fa pronunciare delle profezie ai suoi personaggi, profezie che hanno il potere della verità. Infatti Dante ambienta la sua Commedia nel 1300 ma lui scrive dopo il 1306. Può quindi trasformare in profezie i accaduti in quegli anni.

In questo canto si trova la prima invettiva contro Firenze e contro i vizi dei suoi cittadini.

1.                 Al tornar de la mente, che si chiuse
2.                 dinanzi a la pietà d’i due cognati
3.                 che di trestizia tutto mi confuse,
 
4.                 novi tormenti e novi tormentati
5.                 mi veggio intorno, come ch’io mi mova
6.                 e ch’io mi volga, e come che io guati.
 
7.                 Io sono al terzo cerchio, de la piova
8.                 etterna, maladetta, fredda e greve;
9.                 regola e qualità mai non l’è nova.
 
10.              Grandine grossa, acqua tinta e neve
11.              per l’aere tenebroso si riversa;
12.              pute la terra che questo riceve.
 
13.              Cerbero, fiera crudele e diversa,
14.              con tre gole caninamente latra
15.              sovra la gente che quivi è sommersa.
 
16.              Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
17.              e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
18.              graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
 
19.              Urlar li fa la pioggia come cani;
20.              de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
21.              volgonsi spesso i miseri profani.
 
22.              Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
23.              le bocche aperse e mostrocci le sanne;
24.              non avea membro che tenesse fermo.
 
25.              E ’l duca mio distese le sue spanne,
26.              prese la terra, e con piene le pugna
27.              la gittò dentro a le bramose canne.
 
28.              Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
29.              e si racqueta poi che ’l pasto morde,
30.              ché solo a divorarlo intende e pugna,
 
31.              cotai si fecer quelle facce lorde
32.              de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
33.              l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
 
34.              Noi passavam su per l’ombre che adona
35.              la greve pioggia, e ponavam le piante
36.              sovra lor vanità che par persona.
 
37.              Elle giacean per terra tutte quante,
38.              fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
39.              ch’ella ci vide passarsi davante.
 
40.              “O tu che se’ per questo ’nferno tratto”,
41.              mi disse, “riconoscimi, se sai:
42.              tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.
 
43.              E io a lui: “L’angoscia che tu hai
44.              forse ti tira fuor de la mia mente,
45.              sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
 
46.              Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
47.              loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
48.              che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente”.
 
49.              Ed elli a me: “La tua città, ch’è piena
50.              d’invidia sì che già trabocca il sacco,
51.              seco mi tenne in la vita serena.
.
52.              Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
53.              per la dannosa colpa de la gola,
54.              come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
 
55.              E io anima trista non son sola,
56.              ché tutte queste a simil pena stanno
57.              per simil colpa”. E più non fé parola.
 
 
58.              Io li rispuosi: “Ciacco, il tuo affanno
59.              mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
60.              ma dimmi, se tu sai, a che verranno
 
61.              li cittadin de la città partita;
62.              s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
63.              per che l’ha tanta discordia assalita “.
 
64.              E quelli a me: “Dopo lunga tencione
65.              verranno al sangue, e la parte selvaggia
66.              caccerà l’altra con molta offensione.
 
67.              Poi appresso convien che questa caggia
68.              infra tre soli, e che l’altra sormonti
69.              con la forza di tal che testé piaggia.
 
70.              Alte terrà lungo tempo le fronti,
71.              tenendo l’altra sotto gravi pesi,
72.              come che di ciò pianga o che n’aonti.
 
73.              Giusti son due, e non vi sono intesi;
74.              superbia, invidia e avarizia sono
75.              le tre faville c’ hanno i cuori accesi”.
 
76.              Qui puose fine al lagrimabil suono.
77.              E io a lui: “Ancor vo’ che mi ’nsegni
78.              e che di più parlar mi facci dono.
 
79.              Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
80.              Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
81.              e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
 
82.              dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
83.              ché gran disio mi stringe di savere
84.              se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca”.
 
85.              E quelli: “Ei son tra l’anime più nere;
86.              diverse colpe giù li grava al fondo:
87.              se tanto scendi, là i potrai vedere.
 
88.              Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
89.              priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
90.              più non ti dico e più non ti rispondo”.
 
91.              Li diritti occhi torse allora in biechi;
92.              guardommi un poco e poi chinò la testa:
93.              cadde con essa a par de li altri ciechi.
 
94.              E ’l duca disse a me: “Più non si desta
95.              di qua dal suon de l’angelica tromba,
96.              quando verrà la nimica podesta:
 
97.              ciascun rivederà la trista tomba,
98.              ripiglierà sua carne e sua figura,
99.              udirà quel ch’in etterno rimbomba”.
 
100.           Sì trapassammo per sozza mistura
101.           de l’ombre e de la pioggia a passi lenti,
102.           toccando un poco la vita futura;
 
103.           per ch’io dissi: “Maestro, esti tormenti
104.           crescerann’ei dopo la gran sentenza,
105.           o fier minori, o saran sì cocenti?”.
 
106.           Ed elli a me: “Ritorna a tua scïenza,
107.           che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
108.           più senta il bene, e così la doglienza.
 
109.           Tutto che questa gente maladetta
110.           in vera perfezion già mai non vada,
111.           di là più che di qua essere aspetta”.
 
112.           Noi aggirammo a tondo quella strada,
113.           parlando più assai ch’i’ non ridico;
114.           venimmo al punto dove si digrada:
 
115.           quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
PARAFRASI
Quando ripresi coscienza, dopo esser svenuto per la compassione e il dolore che avevo provato per la sorte di Paolo e Francesca
  
vidi introno a me nuove pene e nuovi dannati, ovunque io mi giri, da qualunque parte io guardi.
 
Io e Virgilio siamo scesi nel terzo cerchio, quello dell’eterna pioggia, maledetta, gelida e pesante; che non cambia mai né di intensità né di natura .
 
Una grandine spessa, acqua nera e neve, si riversano  nell’aria oscura e il terreno, che accoglie queste precipitazioni, puzza.
 
Qui incontriamo il terribile demonio Cerbero, una belva spietata ed orribile, che ha tre teste con cui abbaia come un cane sulle anime che sono sprofondate qui.
 
Cerbero ha gli occhi rossi, la barba unta e nera, e la pancia enorme, ha unghie sulle dita e con queste unghie colpisce gli spiriti, li spella e li fa a pezzi.
 
La pioggia li fa ululare come [se fossero] dei cani; con un lato del loro corpo riparano l’altro; si girano e si rigirano in questa fanghiglia disgustosa questi miserabili peccatori.
 
Quando Cerbero ci vide, quel grande verme, egli aprì le bocche e ci mostrò le zanne; era impressionante perché non teneva ferma nessuna parte del corpo, tutto era in movimento.
 
Virgilio allora allungò le sue mani, raccolse la terra, e con i pugni pieni, ve la gettò dentro le gole affamate.
 
Come quel cane che abbaiando chiede cibo, e che si calma dopo che azzanna il pasto, poiché aspettava solo questo e quindi si dedica solo ad esso,
 
così si calmarono quei tre musi sozzi, sporchi, i tre musi di Cerbero, il mostro infernale Cerbero, che latra così forte che le anime lì raccolte vorrebbero essere sorde.
 
Noi procedevamo camminando su quegli spiriti sfiniti, prostrati dalla pesante pioggia infernale e calpestavamo le loro immagini inconsistenti. Sono anime e per questo evanescenti.
 
Le anime giacevano tutte in terra, ad eccezione di una che si si tirò su, si mise a sedere appena ci vide passarle davanti.
 
Disse «O tu che sei condotto per questo inferno, riconoscimi, se ci riesci; tu sei nato prima che io morissi. ».
 
Dante guarda quest’ombra ma non la riconosce. Dice quindi: «la sofferenza che provi rende forse il tuo viso diverso da come io me lo ricordo, tanto che mi sembra di non conoscerti, di non averti mai visto.
 
Ma dimmi chi sei, che sei stato messo in un luogo così doloroso, in cui sconti una pena, così spiacevole».
 
Ed egli mi disse: «La tua città, Firenze, che trabocca di invidia” Dante non perde occasione di inveire contro la sua Firenze dalla quale era stato mandato in esilio e condannato a morte “mi ebbe con sé durante la vita terrena.” Cioè io sono fiorentino come te.
Voi di Firenze mi chiamaste Ciacco. Ciacco è un soprannome, che ha due significati: il diminutivo di Giacomo o Jacopo e l’appellativo porco, maiale. Ciacco probabilmente era un uomo particolarmente ingordo tanto che era diventato famoso nella Firenze del XIII secolo. Anche Boccaccio lo cita nelle sue novelle.
Ciacco dichiara di essere finito in questo cerchio a causa della sua eccessiva gola, ingordigia.
Ed io, anima dannata, non sono sola, perché tutte queste stanno in questa stessa pena per la stessa colpa». Poi non disse più nulla.
 
Io gli risposi: «Ciacco, la tua angoscia mi addolora, mi commuove; ma raccontami, se lo sai, il futuro dei cittadini di Firenze;
  
dimmi se c’è rimasto qualche uomo giusto; e spiegami la ragione
per cui tanto odio l’ha colpita».
  
E quello mi disse: «Dopo una lunga battaglia arriveranno al sangue, e la fazione dei Bianchi butterà fuori quella dei Neri, e li umilierà pesantemente.
 
Ma dopo anche questa è destinata a cadere nell’arco di tre anni. Così l’altra parte, quella dei neri avrà la meglio, grazie al sostegno del papa Bonifacio VIII, il papa responsabile dell’esilio di Dante.
 
A lungo la fazione dei neri manterrà il potere sulla città, e assoggetterà l’altra fazione con gravi violenze, senza considerare i lamenti di questa.
 
A Firenze – continua a parlare Ciacco – ci sono solo due cittadini giusti, ma non sono ascoltati! Tre sono le fiamme che ardono nel petto dei fiorentini e sono l’ambizione, la rivalità e la cupidigia, la bramosia.
A questo punto Ciacco smise di parlare. E Dante allora gli chiese: «Vorrei che tu ancora mi parlassi, oltre a ciò che mi hai già detto. Farinata e il Tegghiaio, che furono uomini così degni [di rispetto], Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca e gli altri che si impegnarono a far bene per la vita civile], raccontami dove sono e dimmi qual è la loro sorte; perché ho un gran desiderio di sapere se il Cielo li addolcisce o se l’Inferno li sfinisce». Dante qui chiede informazioni su personaggi che erano stati famosi nella Firenze comunale. Si tratta di personaggi che Dante ha conosciuto e delle cui sorti è curioso.
  
Ciacco rispose: «Essi sono tra anime più colpevoli; per questo sono spinti giù in fondo da altre colpe: se scenderai ancora, lì potrai incontrarli.
 
Ma quando poi sarai di nuovo nel mondo dei vivi, ti prego di ricordarmi agli uomini: ora non ti dirò e non ti spiegherò più nulla».
  
A quel punto torse i suoi occhi, prima li teneva dritti, poi li torse da sotto in su, mi guardò per un attimo, infine rovesciò il capo e cadde all’ingiù con gli altri dannati.
 
Virgilio mi disse: «Non rinverrà più fino al suono della tromba angelica, quando arriverà il potere divino che è loro nemico …
  
ognuno rivedrà la sua triste tomba, riprenderà su di sé la sua carne e le sue sembianze, e ascolterà la sua condanna per l’eternità. Qui Virgilio dice che il giorno del giudizio universale verrà proclamata la loro condanna eterna.

Così oltrepassammo quel miscuglio disgustoso e sporco di dannati e di fango, avanzando lentamente, parlando un po’ della vita nell’aldilà;
 
Dante chiede a l maestro: «Virgilio, questi loro tormenti aumenteranno in seguito al Giudizio Universale, o diminuiranno, o resteranno così come li abbiamo visti?».
 
E Virgilio maestro invita Dante a pensare dicendo ricordati di quello che dice Aristotele, ricordati il suo insegnamento. Secondo il pensiero aristotelico quanto più una cosa è perfetta, tanto più si percepisce sia il bene che la sofferenza.
 
Sebbene questi dannati non procedano verso la perfezione, essi non vorrebbero tuttavia restare in questa condizione imperfetta».
 
Noi percorremmo in tondo quel tragitto, parlando molto più di quanto io riferisca; e arrivammo nel luogo in cui si scende:
 
qui incontrammo Pluto, il grande nemico

Settimo canto

Nel settimo canto Dante incontra coloro che non hanno saputo gestire con equilibrio i beni materiali: gli avari e li scialacquatori. Sono divisi in due schiere e continuano a spingere dei massi.

Quindi Virgilio spiega a Dante perché sulla terra le sorti degli uomini sono regolate dalla dea bendata, la Fortuna. Poi i due arrivano alla palude dello Stige dove sono immersi gli iracondi.

Testo «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,         3

disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia».       6  

Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
e disse: «Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.       9  

Non è sanza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo».      12  

Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.            15

Così scendemmo ne la quarta lacca
pigliando più de la dolente ripa
che ’l mal de l’universo tutto insacca.        18  

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant’io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?            21  

Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi.        24    

Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa,
e d’una parte e d’altra, con grand’urli,
voltando pesi per forza di poppa.              27

Percoteansi ’ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
ridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?». 30          

Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;     33  

poi si volgea ciascun, quand’era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
E io, ch’avea lo cor quasi compunto,       36  

dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra».         39    

Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.             42  

Assai la voce lor chiaro l’abbaia
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.                45  

Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio».         48  

E io: «Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali».           51  

Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi
ad ogne conoscenza or li fa bruni.              54  

In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.    57

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.             60  

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d’i ben che son commessi a la fortuna,
per che l’umana gente si rabbuffa;             63  

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
e che già fu, di quest’anime stanche
non poterebbe farne posare una».         66  

«Maestro mio», diss’io, «or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».     69

E quelli a me: «Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.        72

Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì ch’ogne parte ad ogne parte splende,  75  

distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce          78  

che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;        81  

per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.       84  

Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.          87

Le sue permutazion non hanno triegue;
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.         90  

Quest’è colei ch’è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;         93  

ma ella s’è beata e ciò non ode:
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.        96  

Or discendiamo omai a maggior pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand’io mi mossi, e ’l troppo star si vieta». 99  

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.             102  

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.            105  

In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè de le maligne piagge grige.     108  

E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.          111  

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.      114  

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi       117

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.     120  

Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidioso fummo:         123  

or ci attristiam ne la belletta negra”.
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».    126  

Così girammo de la lorda pozza
grand’arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.   129

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.  

Ottavo canto

Dante attraversa la palude dello Stige, in questa palude scontano la loro pena gli iracondi. Qui incontra Filippo Argenti, fiorentino arrogante e prepotente, con cui lui stesso si era scontrato più volte.

Ma qui finalmente il poeta avrà la sua rivincita.

Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima3

per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.6

E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
dissi: “Questo che dice? e che risponde
quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?”.9

Ed elli a me: “Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s’aspetta,
se ’l fummo del pantan nol ti nasconde”.12

Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l’aere snella,
com’io vidi una nave piccioletta15

venir per l’acqua verso noi in quella,
sotto ’l governo d’un sol galeoto,
che gridava: “Or se’ giunta, anima fella!”.18

“Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto”,
disse lo mio segnore, “a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto”.21

Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.24

Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’io fui dentro parve carca.27

Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui.30

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”.33

E io a lui: “S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?”.
Rispuose: “Vedi che son un che piango”.36

E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto”.39

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via costà con li altri cani!”.42

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ’l volto e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse!45

Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.48

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!”.51

E io: “Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago”.54

Ed elli a me: “Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda”.57

Dopo ciò poco vid’io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.60

Tutti gridavano: “A Filippo Argenti!”;
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti.63

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro.66

Lo buon maestro disse: “Omai, figliuolo,
s’appressa la città c’ ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo”.69

E io: “Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite72

fossero”. Ed ei mi disse: “Il foco etterno
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno”.75

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.78

Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
“Usciteci”, gridò: “qui è l’intrata”.81

Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: “Chi è costui che sanza morte84

va per lo regno de la morta gente?”.
E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.87

Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: “Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno.90

Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada”.93

Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai.96

“O caro duca mio, che più di sette
volte m’ hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette,99

non mi lasciar”, diss’io, “così disfatto;
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto”.102

E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: “Non temer; ché ’l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.105

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso”.108

Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.111

Udir non potti quello ch’a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.114

Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari.117

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
“Chi m’ ha negate le dolenti case!”.120

E a me disse: “Tu, perch’io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri.123

Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.126

Sovr’essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta,129

tal che per lui ne fia la terra aperta”.

Capareza ha scritto una canzone ispirata all’iracondo Filippo Argenti.

Nono canto

Nel nono canto Dante e Virgilio devono attendere l’arrivo di un messo divino che apra loro la porta della città di Dite. Virgilio racconta di esser già stato nell’inferno richiamato da Eritone.
Quando finalmente possono entrare entrano nella campagna in cui sono sepolti gli eretici. Le loro tombe sono tutte aperte e tra una tomba e l’altra ardono dei fuochi. L’aria è scura ma Dante sente i lamenti delle anime di qui raccolte.

Quel color che viltà di fuor mi pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo ristrinse.3  

Attento si fermò com’uom ch’ascolta;
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.6  

“Pur a noi converrà vincer la punga”,
cominciò el, “se non … Tal ne s’offerse.
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!”.9  

I’ vidi ben sì com’ei ricoperse
lo cominciar con l’altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;12  

ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch’io traeva la parola tronca forse
a peggior sentenzia che non tenne.15  

“In questo fondo de la trista conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?”.18  

Questa question fec’io; e quei “Di rado
incontra”, mi rispuose, “che di noi faccia
il cammino alcun per qual io vado.21  

Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l’ombre a’ corpi sui.24  

Di poco era di me la carne nuda,
ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.27  

Quell’è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.30  

Questa palude che ’l gran puzzo spira
cigne dintorno la città dolente,
u’ non potemo intrare omai sanz’ira”.33  

E altro disse, ma non l’ ho a mente;
però che l’occhio m’avea tutto tratto
ver’ l’alta torre a la cima rovente,36  

dove in un punto furon dritte ratto
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,39  

e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.42  

E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l’etterno pianto,
“Guarda”, mi disse, “le feroci Erine.45  

Quest’è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo”; e tacque a tanto.48  

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.51  

“Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto”,
dicevan tutte riguardando in giuso;
“mal non vengiammo in Tesëo l’assalto”.54
 
“Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso”.57  

Così disse ’l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.60  

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ‘l velame de li versi strani.63  

E già venìa su per le torbide onde
un fracasso d’un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,66  

non altrimenti fatto che d’un vento
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz’alcun rattento69  

li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.72  

Li occhi mi sciolse e disse: “Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo”.75  

Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,78  

vid’io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passoù
passava Stige con le piante asciutte.81  

Dal volto rimovea quell’aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’angoscia parea lasso.84  

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.87  

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.90  

“O cacciati del ciel, gente dispetta”,
cominciò elli in su l’orribil soglia,
“ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?93  

Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ ha cresciuta doglia?96  

Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”.99  

Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d’omo cui altra cura stringa e morda102
 
che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante.105  

Dentro li ’ntrammo sanz’alcuna guerra;
e io, ch’avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,108  

com’io fui dentro, l’occhio intorno invio:
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di tormento rio.111  

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com’a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna,114  

fanno i sepulcri tutt’il loco varo,
così facevan quivi d’ogne parte,
salvo che ’l modo v’era più amaro;117  

ché tra li avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede verun’arte.120  

Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi.123  

E io: “Maestro, quai son quelle genti che,
seppellite dentro da quell’arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?”.126  

E quelli a me: “Qui son li eresïarche
con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
più che non credi son le tombe carche.129  

Simile qui con simile è sepolto,
e i monimenti son più e men caldi”.
E poi ch’a la man destra si fu vòlto,132  

passammo tra i martìri e li alti spaldi.

Decimo canto

Nel decimo canto Dante racconta cosa trova nel sesto cerchio dell’inferno
dove sono puniti gli eretici

Dante incontra qui Farinata degli Uberti, ghibellino fiorentino che aveva salvato Firenze dalla distruzione.

 Qui Dante incontra anche il padre del suo amico Guido Cavalcanti

Ora sen va per un secreto calle,
tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.3

“O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi”, cominciai, “com’a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.6

La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face”.9

E quelli a me: “Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.12

Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.15

Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci”.18

E io: “Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’ hai non pur mo a ciò disposto”.21

“O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.24

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto”.27

Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.30

Ed el mi disse: “Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai”.33

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto.36
E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: “Le parole tue sien conte”.39

Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: “Chi fuor li maggior tui?”.42

Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
ond’ei levò le ciglia un poco in suso;45

poi disse: “Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi”.48
“S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte”,
rispuos’io lui, “l’una e l’altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell’arte”.51

Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.54

Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,57

piangendo disse: “Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?”.60
E io a lui: “Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.63

Le sue parole e ’l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.66

Di sùbito drizzato gridò: “Come?
dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?”.69

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.72
Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;75

e sé continüando al primo detto,
“S’elli han quell’arte”, disse, “male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.78

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.81

E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?”.84
Ond’io a lui: “Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio”.87

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
“A ciò non fu’ io sol”, disse, “né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.90

Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto”.93

“Deh, se riposi mai vostra semenza”,
prega’ io lui, “solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza.96
El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo”.99

“Noi veggiam, come quei c’ ha mala luce,
le cose”, disse, “che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.102

Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.105

Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta”.108

Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: “Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;111

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto”.114

E già ’l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava.117

Dissemi: “Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ’l secondo Federico
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio”.120
Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.123

Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: “Perché se’ tu sì smarrito?”.
E io li sodisfeci al suo dimando.126

“La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te”, mi comandò quel saggio;
“e ora attendi qui”, e drizzò ’l dito:129

“quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio”.132

Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,135

che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

Fonti

  • https://library.weschool.com/lezione/dante-alighieri-commedia-inferno
  • https://parafrasidivinacommedia.jimdofree.com/inferno/
  • https://www.orlandofurioso.com/divina-commedia/inferno/parafrasi-dellinferno
  • http://www.parafrasando.it/dante/inferno
  • https://it.wikisource.org/wiki/Divina_Commedia/Inferno
Categorie
Basso Medioevo Decameron Letteratura italiana Medioevo Trecento

Giornata II

Novella 4 Landolfo Rufolo

In questa novella si narra la vicenda di Landolfo Rufolo, mercante caduto in povertà, che prima diventa corsaro, poi viene catturato dai genovesi, quindi naufraga ancora ma si salva miracolosamente appoggiandosi ad una cassa. Ma le sorprese non sono finite …

La storia è ambientata nel litorale che va da Reggio Calabria a Gaeta.
Lungo di esso, nei pressi di Salerno, vi è la costiera amalfitana, che si affaccia sul mare, piena di piccole città, di giardini, di fontane e di uomini ricchi che vivevano di commerci.
Tra queste cittadine, ve ne era una, chiamata Ravello, dove abitava un uomo di nome Landolfo Rufolo che era ricchissimo.
Ma egli voleva raddoppiare la sua ricchezza e, per fare questo, corse il rischio di perdere la vita, insieme con le ricchezze.
Come era usanza dei mercanti, Landolfo fece i suoi conti, comprò una grandissima nave, la caricò di molte mercanzie, tutte comprate con i suoi soldi, la caricò anche di donne e partì per Cipro.
Ma quando fu arrivato lì, trovò molti altri mercanti, che provenivano da tutte le parti del mondo e che, come lui avevano molte merci da commerciare.
Landolfo Rufolo dovette quindi svendere le sue mercanzie, cedendole quasi per niente e, per questo, andò in rovina.
 Il mercante impoverito pensò quindi di avere solo due possibilità davanti a lui: morire o andare a rubare.
Dopo averci pensato un attimo si decise per la seconda opzione.
Cercò così un compratore a cui vendere la sua grande nave.
Con i soldi ottenuti, comprò una piccola nave da corsaro, agile e snella.
La armò in maniera adeguata e si diede alla vita di corsaro, derubando soprattutto i turchi.
In questa attività fu molto aiutato dalla fortuna, molto più di quanto lo avesse favorito nella sua attività precedente.
Dopo circa un anno aveva rubato e catturato tante navi ai turchi, che non solo aveva recuperato tutte le ricchezze perdute facendo il mercante, ma le aveva raddoppiate completamente.
Reso prudente dalla prima perdita e, misurando bene le sue sostanze, per evitare un secondo dissesto finanziario, decise che quello che aveva, gli doveva bastare.
Decise quindi di ritornarsene a casa.
Non voleva più investire i suoi denari in altre avventure.
Si imbarcò quindi sulla sua navicella, grazie alla quale aveva recuperato le sue ricchezze e riprese la via di casa.
Landolfo era già arrivato nell’Arcipelago Egeo, nelle isole del mar della Grecia, quando, una sera, si alzò un forte vento di scirocco, che, non solo gli impediva di navigare, ma rendeva così agitato il mare che la sua piccola nave non avrebbe potuto sopportarlo.
Si rifugiò, allora, in una insenatura del mare protetta da un’isoletta, decidendo di aspettare lì, il momento più propizio per riprendere il viaggio.
In questa insenatura, poco distante da lui, arrivarono anche due cocche, due navi da trasporto genovesi, che venivano da Costantinopoli.
Anche queste due imbarcazioni erano arrivate lì a fatica, per ripararsi dal vento, come aveva fatto Landolfo.
I naviganti di queste navi erano ladri molto avidi di denaro.
Vista la piccola nave bloccata nel porticciolo, udendo a chi apparteneva e sapendo, per fama, che il proprietario era ricchissimo, decisero di appropriarsi di essa.
Un gruppo di questi, armati di balestre ed altre armi, circondarono la navicella, in modo che nessuno potesse scendere, se non voleva essere colpito dalle frecce delle balestre.
Un altro gruppo di uomini armati, trasportato dalle scialuppe e aiutato dal mare, si accostò alla barchetta.
I ladri in breve tempo si appropriarono della piccola imbarcazione di Landolfo Rufolo e imprigionarono tutta la ciurma, senza colpo ferire.
Fecero salire Landolfo, vestito solo con il gilè, su una delle loro cocche, sfondarono la navicella e la affondarono.
Il giorno dopo, mutatosi il vento, le cocche fecero vela verso ponente e viaggiarono per tutta la giornata favorevolmente.
Sul far della sera però il vento cambiò, diventò fortissimo e gonfiando oltremodo il mare, divise le due navi.
La nave su cui si trovava il misero Landolfo fu sbattuta con grande violenza in una secca sull’isola di Cefalonia e, come un vetro che sbatteva contro un muro, si aprì tutta e si sgretolò.
Gli sventurati che si trovavano sulla cocca, come accade in questi casi, essendo già il mare pieno di mercanzie, di casse e di tavole, in una notte nerissima, con un mare agitatissimo, nuotando al meglio che potevano iniziarono ad aggrapparsi alle cose che, per loro fortuna, si trovavano davanti a loro.
Tra questi anche il povero Landolfo, che in altri momenti aveva più volte invocato la morte preferendo morire piuttosto che ritornare povero e malandato a casa, quando si vide la morte vicina, ne ebbe paura.
Così anche lui, come tutti gli altri, si aggrappò ad una tavola, ringraziando Dio che gliel’aveva mandata, per impedire che affogasse.
A cavallo di quella, come meglio poteva, spinto di qua e di là, si mantenne fino all’alba.
Guardandosi intorno, non vedeva altro che nuvole e mare ed una cassa che, con sua grande paura, gli si avvicinò, sospinta dalle onde.
Temendo che la cassa, avvicinandosi, lo potesse colpire, nonostante avesse poca forza, con la mano la allontanava.
Ma, sospinta da un improvviso colpo di vento, la tavola urtò la cassa, gettando il giovane in mare.
Landolfo allora finì sott’acqua e quando riemerse, non trovò più la sua tavola. Allora si appoggiò col petto al coperchio della cassa che gli era abbastanza vicina e cercava di tenerla dritta come meglio poteva.
In questo modo, senza mangiare ma bevendo acqua di mare molto più di quanto avrebbe voluto, senza sapere dove fosse e vedendo nient’altro che mare attorno a sè, trascorse tutto quel giorno e la notte seguente.
Il giorno dopo, come piacque a Dio e al vento, si sentiva quasi una spugna, attaccato com’era, con forza, ai bordi della cassa.
La fortuna volle che egli arrivasse alla spiaggia dell’isola di Corfù.
Qui c’era una povera donna che lavava i piatti con l’acqua salata e la sabbia.
Appena la donna vide qualcosa che si avvicinava, cominciò a gridare spaventata.
Ma lo sventurato non poteva parlare e vedeva poco, per cui non disse niente; man mano che si avvicinava, la donna riconobbe la cassa e, vedendo le braccia e la faccia dell’uomo, capì quello che era successo.
La donna ebbe compassione del naufrago e, entrata un po’ nel mare, che intanto, si era calmato, lo afferrò per i capelli e lo tirò a terra con tutta la cassa.
Diede quindi la cassa alla figlioletta che era con lei e lo portò al villaggio.
Lo portò a casa sua, gli fece un bel bagno caldo, come si fa ad un bambino, e, tanto lo massaggiò e lo lavò, che, ben presto, il naufrago ritrovò il calore e le forze perdute.
La donna lo trattò con grande cura, rifocillandolo con buon vino e dolciumi, e lo tenne in casa per alcuni giorni, fino a quando, recuperate le forze, Landolfo ricordò chi era e chiese dove si trovava.
La brava donna gli consegnò allora la cassa che ella aveva salvata dalle onde, insieme con lui, e gli disse che ormai poteva andare per la sua strada.
Il giovane, che non se ne ricordava per niente, prese la cassa, pensando che potesse valere qualcosa, ma visto che pesava poco, non ebbe molte speranze.
Attese di aprirla quando la donna non fosse stata in casa.
Quando la aprì trovò in essa un vero tesoro: vi erano molte pietre preziose, alcune montate su gioielli, altre sciolte: lui era un esperto di preziosi e comprese subito il valore di quelle pietre. 
In quel momento Landolfo provò un grande conforto e lodò molto Dio che non lo aveva voluto abbandonare.
Consapevole che per ben due volte in poco tempo la fortuna gli aveva girato le spalle, decise di agire con molta prudenza.
Pensò a come riuscire a portarsi a casa quei tesori.
Avvolte le pietre in alcuni stracci, come meglio poté, disse alla buona donna che non aveva più bisogno della cassa e che gliela donava in cambio di un sacco, se era possibile.
La donna lo accontentò volentieri.
Egli la ringraziò caldamente e messosi il sacco in spalla, partì.
Salito su una nave, arrivò a Brindisi e, di porto in porto, giunse fino a Trani, dove incontrò alcuni suoi concittadini, che commerciavano in stoffe, ai quali raccontò le sue vicissitudini, ma, prudentemente, non accennò alla cassa.
Costoro lo rivestirono, gli prestarono un cavallo e lo rimandarono a Ravello, dove diceva di voler tornare.
Giunto finalmente nel suo paese, si sentì al sicuro e ringraziò Iddio.
Quindi aprì il sacchetto e guardò, con più attenzione, le pietre che vi erano contenute.
Si rese conto che erano straordinariamente belle e preziose, sopra ogni sua aspettativa.
Calcolò che, vendendole anche a un prezzo inferiore al loro valore, sarebbe diventato ricco il doppio di quando era partito.
Vendute le pietre, mandò a Corfù una buona quantità di denaro alla donna che lo aveva salvato dalle acque del mare e lo stesso fece per coloro che a Trani lo avevano aiutato.
Si tenne il resto e, senza voler più fare il mercante, visse onorevolmente fino alla fine.

Novella 5 – Andreuccio da Perugia

Narra Fiammetta.

Andreuccio da Perugia, inesperto commerciante, andò a Napoli a comprar cavalli. Lì incappò in tre gravi incidenti, riuscì a scampare a tutti e tre e a tornare a casa con un preziosissimo rubino.

Viveva a Perugia un giovane chiamato Andreuccio di Pietro che commerciava in cavalli.
Un giorno venne a sapere che a Napoli si vendevano degli ottimi cavalli. Decise così di partire da Perugia con altri mercanti e portò con sé 500 fiorini d’oro nella borsa.
Era la prima volta che usciva dalla sua città.
Giunse a Napoli una domenica sera, dopo il vespro. Venne a sapere dall’albergatore che l’indomani, a piazza Mercato, ci sarebbe stata la vendita dei cavalli.
Al mercato vide esemplari molto belli, che gli piacquero e iniziò le trattative. Per mostrare che era in grado di pagare, Andreuccio, da persona poco esperta, più volte, mostrò a destra e a manca, ad altri mercanti la borsa piena di fiorini che aveva con sé.
Mentre discuteva con un mercante, passò di lì una bellissima giovane siciliana.
Si trattava di una donna molto scaltra che per poco denaro era disposta a compiacere a qualsiasi uomo.
Lei, senza essere vista, adocchiò la borsa e pensò:
“Chi starebbe meglio di me se quei denari fossero miei?”
Era con lei una vecchia anch’essa siciliana, la quale, non appena vide Andreuccio, lasciò andare la giovane donna, corse incontro ad Andreuccio e lo abbracciò affettuosamente.
La giovane notò tutto ma rimase in silenzio.
Andreuccio fece una gran festa a questa donna e la invitò al suo albergo; quindi se ne tornò a mercanteggiare; ma quella mattina non comperò nulla. 
La ragazza che aveva seguito tutta la scena, pensando ad un piano per impadronirsi del denaro, si avvicinò alla vecchia e, cautamente, cominciò a prendere informazioni sul giovane, chi fosse, da dove venisse, che cosa facesse a Napoli e come lo avesse conosciuto.
La vecchia raccontò molte cose di Andreuccio; spiegò che era stata a lungo in Sicilia col padre di lui e che poi aveva vissuto a Perugia.
Le raccontò anche da dove venisse il giovane e per quale motivo fosse arrivato a Napoli.
La giovane, informata sia delle parentele del giovane che dei nomi dei parenti suoi, fece un piano per realizzare il suo malizioso progetto. 
Innanzitutto tornò a casa e diede tanto da fare alla vecchia, la occupò per l’intera giornata, affinché non riuscisse ad andare a trovare il mercante.
Chiamò poi una servetta molto sveglia, che lei aveva educato, e la mandò all’albergo dove Andreuccio risiedeva.
Quando lui rientrò in albergo trovò sulla porta la servetta che chiedeva di conferire con Andreuccio da Perugia.
Il giovane rispose di essere egli stesso Andreuccio.
La ragazza disse allora che una gentildonna di Perugia avrebbe volentieri parlato con lui.
Il giovane, lusingato dall’invito, si guardò allo specchio.
Ritendo di essere un bel ragazzo, pensò che la donna si fosse innamorata di lui, come se a Napoli non ci fossero bei ragazzi.
Andreuccio chiese quando sarebbe dovuto andare da lei.
Quando più vi piaccia, messere – rispose la fanciulla – ella vi attende a casa sua.”
Il giovane, senza dir nulla in albergo disse alla ragazza:
Vai, che ti seguo!”
La servetta condusse il giovane alla casa della donna, la quale abitava in una contrada chiamata “Malpertugio”, e quanto questa sia una contrada malfamata, lo indica già il nome. 
Ma il giovane, non sospettando nulla, lo ritenne un posto tranquillo e entrò nella casa della donna.
Appena arrivati alla casa, la fanciulla gridò:
Ecco Andreuccio”.
La donna era sulla scala ad aspettarlo, era giovane, alta, con un viso bellissimo, con abiti molto eleganti.
Lei gli corse incontro scendendo le scale, con le braccia aperte.
Gli mise le braccia al collo e rimase un po’ senza parlare come se fosse impedita dalla commozione; quindi, piangendo, gli baciò la fronte e, con voce rotta dall’emozione, disse:
Andreuccio mio, tu sei il benvenuto!”
Egli, molto sorpreso per la tenera accoglienza rispose:
Ben trovata a Voi Madonna!”
La donna gli prese la mano e lo condusse prima in sala e poi nella sua camera, piena di fiori, profumata, con un letto di lusso, molti abiti e ricchi arredi.
Per quello che vide il giovane ingenuo credette di trovarsi alla presenza di una gran dama.
Lei, postasi a sedere su una cassa, vicino al letto, tra lacrime e carezze cominciò a parlare.
“Andreuccio caro, io sono sicura che tu sia stupito delle carezze che io ti faccio.
Capisco il tuo stupore perché non mi conosci e probabilmente non hai mai sentito parlare di me.
Ma adesso sentirai una cosa che ti farà forse meravigliare di più: Io sono tua sorella.
Poiché Dio mi ha fatto la grazia di poter vedere uno dei miei fratelli prima di morire, per quanto io desideri di vedervi tutti, io ora potrei morire consolata.
E se tu forse non hai mai udito questo Io te lo dico ora.
Pietro, mio e tuo padre, come penso che tu sappia, ha vissuto a lungo a Palermo.
Per la sua bontà e per la sua gentilezza è stato amato molto da tutti quelli che lo hanno conosciuto.
Ma tra le persone che lo amarono molto ci fu mia madre, una gentildonna vedova che lo amò più di tutti. Pensa che lei non si preoccupò neppure di quello che avrebbe potuto dire suo padre, né dei suoi fratelli, né del suo onore: io nacqui dal loro amore.
Come puoi vedere io sono qui.
Poi Pietro tuo padre fu costretto a partire da Palermo e tornare a Perugia.
Lui mi lasciò che ero ancora una fanciulla assieme a mia madre e, per quel che ne so, lui non si ricordò più né di me, né di lei.
Purtroppo se non fosse stato mio padre, sarei arrabbiata per l’ingratitudine che lui ha mostrato a mia madre, senza pensare all’amore che avrebbe dovuto dare anche a me, che ero sua figlia.
Ma non è il caso di pensare alle cose del passato; è andata così!
Lui mi lasciò fanciulla a Palermo dove crebbi assieme a mia madre.
Lei era una donna molto ricca e mi diede in moglie a un gentiluomo di Agrigento che, per amore di me e di mia madre tornò a stare a Palermo.
Egli era guelfo, cominciò a trattare con il re di Napoli Carlo d’Angiò.
Questo venne alle orecchie di Federico, re di Sicilia e noi fummo costretti a fuggire in fretta dalla Sicilia.
Io ero una bravissima cavallerizza, prendemmo poche delle cose che avevamo e fuggimmo a Napoli.
Qui re Carlo ci accolse e ci donò dei beni, ricchezze e proprietà, dal momento che, a causa della fedeltà nei suoi confronti, avevamo dovuto lasciare i nostri in Sicilia.
E il re continua tuttora a dare ricchezze a mio marito e vostro cognato.
Ecco tu mi vedi qui, come ha voluto Iddio.”
Detto questo lo abbracciò di nuovo e gli baciò la fronte.
 Andreuccio, dopo aver sentito questa storia raccontata da lei in modo molto sicuro e deciso, sapendo che suo padre era stato davvero a Palermo per diverso tempo, consapevole del fatto che i giovani cedono volentieri le passioni durante la giovinezza, e vedendo le tenere lacrime e gli onesti baci di questa donna, credette a tutte le parole di lei.
E quando lei tacque, le rispose:
“Mia signora non stupitevi del mio stupore.
Non stupitevi del fatto che mio padre non mi abbia parlato né di vostra madre, né di voi.
Magari ne ha anche parlato, ma io non ne sapevo nulla.
Io non sapevo niente di voi nè di vostra madre.
E per questo mi rende particolarmente felice scoprire di avere una sorella, anche perché io sono solo e non speravo in una così bella notizia.
Inoltre io non conosco nessun uomo così ricco al quale voi non dovreste essere cara; figuratevi quanto questa notizia possa fare piacere a me, che sono un piccolo mercante.
Ma ditemi una cosa: come avete saputo che io ero arrivato qui?”
La donna rispose prontamente:
Me lo disse questa mattina una donna che è molto spesso con me e che era stata per lungo tempo con nostro padre sia a Palermo che a Perugia.
E se non mi fosse sembrato più opportuno che tu venissi da me in casa mia, piuttosto che io venire da te in una casa che non era la tua, sarei venuta subito da te”.
Dopo aver detto queste parole, lei cominciò a chiedere informazioni di tutti i suoi parenti, chiamandoli per nome.
Andreuccio rispose a tutte le domande sempre più convinto che la donna avesse detto la verità.
I due rimasero a chiacchiere per molto tempo, e poi lei fece portare qualcosa da mangiare e da bere.
Dal momento che si era fatto tardi Andreuccio fece per andarsene dicendo che era ora di cena, ma lei lo trattenne, lo abbracciò e disse:
Ah povera me, è evidente che io ti sono poco cara.
Adesso che hai scoperto di avere una sorella che non avevi mai conosciuto, te ne vuoi andare a cenare in albergo?
Io vorrei che tu cenassi con me, e anche se mio marito questa sera non c’è, il che mi dispiace molto, ti garantisco che comunque io ti saprò fare onore”.
A queste parole Andreuccio rispose:
“Voi mi siete molto cara come sorella, ma se io non vado in albergo sarò aspettato tutta la sera e questa mi sembra una villania”.
A quel punto lei rispose:
“Figurati se io non ho in casa un giovane da mandare al tuo albergo a dire che ti fermi qui da me.
Tu faresti davvero una gran bella cosa se volessi invitare a cena a casa mia anche i tuoi compagni di viaggio.
Poi potreste andare via assieme”.
Il giovane rispose che non gli interessava stare a cena con i suoi compagni e che sarebbe rimasto, come lei voleva.
La donna finse allora di mandare a dire all’albergo che lui si tratteneva fuori.
Poi cenarono assieme e chiacchierarono, furono serviti di vivande molto gustose e la cena durò fino a notte fonda.
Quando si furono alzati da tavola e Andreuccio fece per partire, lei disse che non era opportuno girare da soli di notte a Napoli, soprattutto per un forestiero.
Aggiunse che aveva mandato a dire tramite il garzone che Andreuccio non sarebbe rientrato in albergo né per cenare né per dormire.
Il giovane credette alle parole della donna e non immaginò, neanche per un attimo, di essere stato ingannato.
Quindi rimase a casa della donna.
Continuarono a chiacchierare ancora e solo a notte fonda lei lasciò Andreuccio a dormire nella sua camera.
Fece rimanere anche un ragazzino a dormire nella stanza: a lui avrebbe potuto chiedere qualsiasi cosa.
Quindi si ritirò nell’altra stanza con la servitù.
Quella notte era molto caldo, per questo Andreuccio si spogliò e pose i vestiti al capo del letto.
Dovendo andare in bagno, chiese al ragazzo dove si trovava il gabinetto.
Il fanciullo gli mostrò una porta in un angolo della stanza.
Andreuccio entrò con passo sicuro.
Il bagno era costituito da due assi, dove sedeva la gente che doveva defecare, assi sospese sopra un buco profondo.
L’asse sopra cui Andreuccio si pose però era stata manomessa, staccata dal suo sostegno.
Quindi nel momento in cui Andreuccio pose il suo peso su questa, essa si capovolse e lui finì giù, dove si raccoglievano i liquami delle feci.
Sicuramente Dio lo benedisse perché nonostante la grande caduta il giovane non si fece assolutamente nulla.
Era però immerso nel sudiciume!
Ritrovandosi dunque laggiù nel fondo di quella latrina, cominciò a chiamare lo scugnizzo, il quale però, dopo averlo sentito cadere aveva chiamato subito la donna.
Lei era corsa nella sua camera, aveva cercato nei suoi panni e aveva trovato i denari che aveva visto nelle mani del giovane quella mattina.
Quindi, non preoccupandosi più di lui, andò a chiudere la porticina della quale lui era uscito prima di cadere.
Dal momento che il fanciullo non gli rispondeva, Andreuccio iniziò a chiamare sempre più forte, ma non successe nulla.
Dopo un po’ cominciò a sospettare, ormai un po’ troppo tardi, di essere stato imbrogliato.
Visto che nessuno lo aiutava, cercò di arrampicarsi sopra il muretto che racchiudeva la latrina e riuscì ad uscire nella strada.
Andò allora alla porta della casa di colei che si era presentata come sua sorella e cominciò a bussare con forza.
E mentre bussava si lamentava piangendo:
Oh povero me, in un tempo piccolissimo ho perduto 500 Fiorini e una sorella!”
Quindi continuava a bussare forte e a gridare.
Fece così tanto rumore che molti vicini si svegliarono e si alzarono. Una donna dall’aspetto addormentato, si affacciò alla finestra.
“Chi picchia laggiù?” disse in tono imperioso.
Il giovane rispose:
“Sono Andreuccio, sono il fratello di Madonna Fiordaliso”.
Lei gli rispose:
Mi sa che tu hai bevuto troppo giovane vai dormi tornerai domani mattina. Io non so chi tu sia e non conosco neanche questa Fiordaliso di cui parli. Vai e lasciaci dormire!”
Come?” disse Andreuccio, “non sai chi sono io?
Certo che lo sai!
Ma se sono fatti così i parenti della Sicilia che dimenticano tutto in un attimo, restituiscimi almeno i panni che ti ho lasciato a casa e io me ne andrò.
La donna rispose ridendo:
“Buon uomo, mi pare che tu stia sognando!”
E, detto questo, tornò dentro e richiuse la finestra.
A quel punto Andreuccio si rese conto di essere stato imbrogliato e il dolore si tramutò in rabbia.
Poi però si disse che avrebbe voluto riavere indietro quello che non riusciva ad ottenere a parole.
Quindi prese una gran pietra e cominciò percuotere la porta con maggior forza di prima.
A quel punto molti altri vicini che si erano già svegliati, credendo che lui volesse insidiare una giovane donna, andarono alla finestra e cominciarono a urlargli addosso, allo stesso modo dei cani di una contrada che abbaiano addosso ad un cane forestiero.
Venire a quest’ora in casa delle buone femmine, dire queste cose, è una vera villania!  Vai con Dio buon uomo e lasciaci dormire! Vai a casa e lasciaci dormire; e se hai qualcosa da fare con lei, torna domani, ma non scocciarci questa notte.”
Sentendo queste parole, un uomo che era nella casa e che era amico della femmina, ma che Andreuccio non aveva né visto né sentito, si affacciò alla finestra e con voce grossa e orribile disse:
“Chi è laggiù?”
Andreuccio, a quella voce, alzò la testa e vide un uomo nerboruto, con gran barba nera e folta in volto, che sembrava essersi appena alzato dal letto, che sbadigliava e si stropicciava gli occhi.
A questi, non senza paura, così rispose:
Io sono il fratello di quella donna là dentro.”
Ma l’uomo non aspettò neppure che Andreuccio finisse la risposta che aggiunse:
Non so che cosa mi trattenga dal venir giù a darti tante bastonate fino a quando io non ti veda muovere, o asino fastidioso e ubriaco che sei; tu che questa notte non lasci dormire nessuno.”
E chiusa la finestra, se ne tornò dentro.
Alcuni dei vicini che conoscevano quest’uomo dissero ad Andreuccio:
Buon uomo, vai via! Fai n modo da non essere ucciso così stanotte, vattene!”
 A quel punto Andreuccio, che si era spaventato dalla voce e dalla vista di costui, spinto anche dalle sollecitazioni dei vicini che gli sembravano mossi da carità, per quanto disperato per i suoi denari, tornò indietro, cercando la strada per tornare all’albergo.
Sentendo un gran puzzo provenire da sé stesso, desideroso di gettarsi in mare per lavarsi, girò a sinistra e andò per la via Catalana.
Ad un tratto si trovò davanti due persone che venivano verso di lui con una lanterna in mano. Temendo che i due venissero della contrada Malpertugio, o che fossero dei malviventi, per evitarli si nascose in un casolare.
Ma costoro, come se fossero stati invitati proprio in quel luogo, entrarono nello stesso casolare.
Uno si tolse di dosso alcuni attrezzi che teneva sulle spalle e guardandosi intorno disse:
Da dove viene questo terribile puzzo?”
Detto questo, alzata la lanterna, vide subito Andreuccio e, stupefatto, gli domandò chi fosse e cosa facesse lì, conciato in quel modo.
A quel punto Andreuccio raccontò tutto quello che gli era accaduto
Immediatamente i due capirono che si trattava di Buttafuoco, lo scarafaggio e dissero:
“Buon uomo, nonostante tu abbia perduto i tuoi denari, devi lodare Dio, che ti ha portato a cadere in quella latrina.
Se così non fosse stato, se ti fossi addormentato, saresti stato ammazzato da quel furfante di Buttafuoco.
Insieme ai denari avresti perso anche la vita. Ma che ti giova ormai piangere?”
Poi, dopo essersi consigliati tra loro gli dissero:
Noi abbiamo compassione di te. Se vuoi potresti unirti a noi per aiutarci a fare una cosa. Da questo potrai ottenere più di quanto tu non abbia perduto.”
Il giovane accettò.
In quel giorno era stato seppellito nel Duomo di Napoli, l’arcivescovo Filippo Minutolo.
Il prelato era stato sepolto con ricchissimi ornamenti e con al dito un preziosissimo anello, che valeva molto più dei suoi 500 fiorini.
Quell’anello con rubino era ciò che i due malandrini volevano rubare.
Rivelarono il loro piano ad Andreuccio e lo convinsero a collaborare.
Poiché il giovane puzzava molto, per lavarlo lo portarono presso un pozzo vicino al Duomo.
Giunti al pozzo, poiché mancava il secchio per tirar su l’acqua, lo legarono alla fune e lo calarono giù, accordandosi che, una volta lavato, desse uno strattone alla fune, per farsi tirare su.
Mentre Andreuccio era in fondo, alcune guardie si avvicinarono al pozzo per bere.
I ladri, vedendo che le guardie si avvicinavano, fuggirono a gambe levate, lasciando il giovane nel fondo.
Intanto Andreuccio, che si era lavato, diede uno strattone alla fune.
Le guardie, che avevano appoggiato a terra le loro armi, pensando che il secchio fosse riempito tirarono su.
Non appena il giovane toccò il bordo del pozzo, i gendarmi spaventati, lasciarono andare la corda e scapparono via.
Andreuccio non capiva cosa gli fosse accaduto e rimase stupito nel non trovare i due compari, ma nel vedere le armi abbandonate a terra.
Si incamminò nuovamente senza sapere dove andare quando incontrò i due compari.
I due raccontarono al giovane mercante il motivo della loro fuga e risero assieme.
A mezzanotte, di soppiatto, andarono al Duomo, entrarono facilmente e si avvicinarono al grande sepolcro di marmo.
Sollevarono il coperchio che era pesantissimo, in modo che vi potesse entrare un uomo, e lo puntellarono.
Bisognava che uno di loro entrasse nell’arca.
Chi entra ora?”  Chiese uno dei due.
«Io no» disse un brigante.
«Neppure io» disse l’altro.
«Neanch’io!» concluse Andreuccio.
Ma i due lo guardarono e dissero.
“Come? Non entrerai? Se tu non entri, com’è vero Dio ti diamo tante bastonate fino a ucciderti!”
E così Andreuccio fu costretto ad entrarvi.
Mentre era dentro pensava:
«Costoro mi ci fanno entrare per ingannarmi e quando io avrò passato a loro ogni cosa, mentre io faticherò ad uscire dall’arca, se n’andranno ed io rimarrò senza niente.»
Per questo Andreuccio decise di pensare prima a sé e, ricordandosi del prezioso anello, lo sfilò dal dito del religioso e lo infilò al suo.
Quindi spogliò il morto completamente e dette ai due tutto il resto, dicendo che non c’era più niente.
I ladroni insistevano perché cercasse l’anello, ma lui continuava a sostenere che non c’era altro; allora tirarono via il puntello e lo chiusero nell’arca.
Povero Andreuccio, chiuso in un sepolcro di pietra! Egli cercò, in tutti i modi, col capo e con le spalle, di alzare il coperchio, senza riuscirvi.
Vinto da un gran dolore, cadde come morto sul corpo del prelato.
Dopo un po’ cominciò a piangere pensando alla morte orribile che lo attendeva.
Mentre si disperava, sentì molte voci di gente che veniva a fare quello che aveva già fatto lui con i suoi compagni.
Anche costoro, una volta aperta e puntellata la tomba, cominciarono a discutere su chi dovesse entrare.
Un prete che faceva parte del gruppo decise di risolvere la questione e disse:
E che paura avete dei morti? Credete che vi mangino? I morti non mangiano gli uomini, entro io!”
 Detto questo il prete pose il petto sopra l’orlo dell’arca e infilò dentro le gambe per potersi calare giù.
Andreuccio, dall’interno del sepolcro, si levò in piedi, prese il prete per una delle gambe e cercò di tirarlo giù.
Il prete sentendosi preso per una gamba strillò e si gettò fuori.
Tutti fuggirono spaventati lasciando l’arca aperta, come se fossero stati inseguiti da centomila diavoli.
Andreuccio, felice più di quanto non immaginasse, si gettò fuori e uscì dalla chiesa.
Al mattino, con quell’anello al dito, arrivò al suo albergo.
Qui trovò i suoi compagni che erano stati in pena per lui.
Dopo aver ascoltato le sue avventure l’oste consigliò a Andreuccio di tornarsene a casa.
Così il giovane mercante tornò a Perugia e raccontò che a Napoli aveva investito il suo denaro in quell’anello invece che nei cavalli.
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Giornata IX – Novella II La badessa e le brache del prete

In Lombardia vi era un famosissimo monastero, nel quale si trovavano alcune monache.

Tra queste ce n’era una di sangue nobile e di meravigliosa bellezza, che si chiamava Isabetta.

La giovane donna un giorno si era affacciata alla grata per vedere un suo parente. L’uomo era accompagnato da un bellissimo giovane e Isabetta s’innamorò di lui.

Anche il giovane rimase colpito dalla bellezza della giovane monaca; tra i due si accese quindi il desiderio, ma per molto tempo i due si consumarono d’amore separatamente.

Un giorno al giovane venne in mente di cercare una via per poter andare, di nascosto, dalla monaca di cui era innamorato.

Interpellata, anche lei fu d’accordo e fu così che il giovane andò a trovare la sua innamorata molte molte volte. I due erano molto felici di aver trovato il modo di vivere il loro amore.

I due continuavano a vedersi, ma una notte il giovane fu visto da una delle monache, senza che né lui né Isabetta se ne accorgessero.

La monaca riferì tutto ad alcune compagne.

Le consorelle decisero che era necessario riferire l’accaduto alla badessa, che si chiamava madonna Usimbalda, donna buona e santa, apprezzata sia dalle monache che da tutti quelli che la conoscevano.

Le monache ritennero opportuno che la badessa sorprendesse la giovane mentre era con l’uomo, in modo da non poter negare l’evidenza.

Per questo aspettarono, si divisero le veglie e le guardie, per coglierla sul fatto.

Isabetta, non sospettava nulla.

In una delle notti seguenti lei si accordò con l’amante e le consorelle, che la stavano spiando, si accorsero quando il giovane entrò nella stanza.

Nera notte fonda quando sembrò loro giunto il momento più adatto.

Per questo si divisero in due gruppi: uno si mise a guardia dell’uscio della cella di Isabetta, l’altro andò, correndo, alla camera della badessa.

Bussarono dicendo:

«Su, madonna, alzatevi subito, perché abbiamo trovato che Isabetta si intrattiene con un giovane uomo nella cella».

Ma in quella notte, anche la badessa era in compagnia di un uomo, un prete che, spesso, faceva andare da lei nascosto in una cassa.

Ella, sentendo le parole delle monache e temendo che esse aprissero la porta, immediatamente si alzò e si vestì al buio, come meglio potè.

Credendo di prendere il velo piegato che le monache portavano sul capo, chiamato il saltero, prese invece le brache del prete.

Aveva così tanta fretta che se le gettò sul capo ed uscì fuori, chiudendo rapidamente l’uscio dietro di sé, dicendo:

«Dov’è questa maledetta da Dio?».

Le monache, tutte infervorate e attente a scoprire in fallo Isabetta non guardarono che cosa avesse in testa la badessa.

Usimbalda giunse all’uscio della cella e, aiutata dalle altre, l’aprì.

I due amanti vennero sorpresi abbracciati e rimasero lì immobili, stupiti, non sapendo cosa fare.

Isabetta fu subito presa dalle altre monache e condotta nella sala comune, per ordine della badessa.

Il giovane rimase lì, si vestì aspettando di vedere come sarebbe andata a finire quella vicenda. Era pronto a colpire quante più monache potesse, per liberare e condurre con sé la sua innamorata.

La badessa si mise a sedere al centro dell’assemblea, alla presenza di tutte le monache.

Tutte avevano gli occhi puntati sulla colpevole.

Suor Usimbalda cominciò ad ingiuriarla con violente accuse: le chiese come ella avesse potuto infangare la santità, l’onestà, la buona fama del monastero con le sue opere sconce e biasimevoli, le disse che il discredito sarebbe caduto sul monastero se si fosse saputa la cosa. E aggiunse anche delle minacce gravissime alle ingiurie.

La giovane, vergognosa e timida, sapendosi colpevole, teneva la testa bassa e stava in silenzio, suscitando la compassione delle altre.

Ma con l’aumentare delle minacce della badessa, la giovane alzò il viso.

Vide così quello che la badessa aveva sul capo e notò i lacci che pendevano ai due lati.

Subito si rese conto comprese di che si trattasse.

La giovane allora, rinfrancata, disse:

«Madonna, che Dio vi aiuti, annodatevi la cuffia e poi ditemi ciò che volete».

La badessa, che non comprendeva della colpevole, rispose:

«Che cuffia, svergognata? con che coraggio osi scherzare? Ti sembra di aver fatto cosa su cui si possa scherzare?».

Isabetta le disse nuovamente:

«Madonna, vi prego, annodatevi la cuffia, e poi ditemi tutto ciò che volete».

A quel punto gli sguardi delle monache si voltarono verso la badessa nel momento in cui lei poneva le mani suol suo copricapo: tutte si accorsero del perché Isabetta dicesse così.

In quel momento anche la badessa, si rese conto del proprio errore.

Consapevole di essere quindi stata scoperta a sua volta, Usimbalda combiò repentinamente il tono del discorso.

Cominciò col dire che non era possibile difendersi dagli stimoli della carne e proseguì dicendo che, come era stato fatto fino a quel momento, era importante che ciascuna di loro si concedesse dei momenti di «svago» non appena ne avesse avuto la possibilità, a patto che tutto ciò fosse fatto con prudenza.

E fu così che Usimbalda se ne tornò a dormire col suo prete e Lisabetta venne liberata e potè tornare dal suo amante, il quale, poi, tornò da lei molte volte, a dispetto di quelle che la invidiavano.

Le altre, che erano ancora senza amante, cercarono di arrangiarsi come meglio potevano.

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Giornata VII – Novella IV Tofano e Ghita

Vi era, in Arezzo un ricco uomo, chiamato Tofano. A costui fu data per moglie una bellissima donna, il cui nome era Ghita.

Egli divenne, senza motivo, follemente geloso di lei.

Questa gelosia del marito la turbava moltissimo. La donna decise quindi di farlo soffrire proprio del male di cui egli aveva paura, senza ragione, decise cioè di ingelosirlo davvero.

Essendosi accorta che un giovane, a suo giudizio, molto per bene, la desiderava, lei cominciò ad intendersi con lui, con discrezione.

Si erano già scambiati molte parole e le cose erano tanto avanti che bisognava soltanto passare dalle parole ai fatti; la donna pensò a come fare.

Sapendo che al marito piaceva bere, astutamente lo sollecitò a farlo molto più spesso.

Ogni volta che le piaceva lo spingeva a bere, fino ad ubriacarlo; quando lo vedeva ben ubriaco, lo metteva a dormire e si incontrava con il suo amante.

Aveva tanta fiducia nell’ebbrezza del marito che, non solo aveva l’ardire di portarsi l’amante in casa, ma, addirittura, alcune volte se ne andava a dormire nella casa di lui, che non era molto lontana.

Le cose andarono avanti così per un certo tempo.

Un giorno però, il marito malvagio si accorse che sua moglie, nello spingere lui a bere, non beveva mai.

Sospettò, perciò, che la donna lo facesse ubriacare per poter fare il suo comodo, mentre era addormentato. 

Decise di verificare se ciò che pensava fosse vero.

Trascorse quindi tutta la giornata senza bere neppure un goccio, ma la sera finse di essere l’uomo più ubriaco che fosse possibile, sia nel parlare che nei modi.

La donna, vedendo ciò, ritenendo che non fosse il caso di farlo bere di più, lo mise subito a dormire.

Fatto ciò, come era solita fare, uscì di casa, se ne andò alla casa del suo amante e vi rimase fino a mezzanotte.

Non appena Tofano non sentì più la donna, si alzò, andò alla porta, la chiuse dall’interno e si mise alla finestra, per attendere il ritorno di lei.

Voleva mostrarle che si era accorto delle sue macchinazioni.

Aspettò pazientemente il ritorno della donna.

Quando lei volle rientrare a casa, trovò la porta chiusa. Fu molto sorpresa e dispiaciuta e cercò di aprire la porta con decisione.

Dopo aver aspettato un po’ di tempo, Tofano disse:

“Donna, ti affatichi inutilmente, perché non potrai più tornare qui dentro.

Torna dove sei stata fino ad ora e ti garantisco che non tornerai qui finché non ti avrò svergognata davanti ai tuoi parenti e ai vicini”.

La donna cominciò a pregare il marito affinché le aprisse la porta, per amor di Dio.

Le disse che lei non veniva da dove lui pensava ma che era andata da una sua vicina che doveva trascorrere la notte vegliando. Dal momento che le notti erano lunghe, la donna aveva bisogno di sostegno, non volendo rimanere in casa da sola a vegliare.

Ma le preghiere non servivano a nulla perché quella bestia di uomo voleva che tutti gli aretini conoscessero la loro vergogna, che nessuno ancora conosceva.

La donna, vedendo che le sue preghiere non servivano a nulla, cominciò a minacciarlo dicendo:

“Se non mi apri io ti trasformerò nell’uomo più sventurato tra i viventi!”

E Tofano rispose: 

“E cosa puoi farmi tu?”

 La donna alla quale Amore aveva aguzzato l’ingegno disse: 

“Prima che io debba subire la vergogna di cui tu mi vuoi coprire, io mi butterò nel pozzo che è qui vicino. Quando poi verrò trovata morta, tutti penseranno che tu mi abbia buttata giù mentre eri ubriaco.

Per questo o ti toccherà scappare e perderai tutto quello che hai, oppure sarai messo al bando, oppure ti sarà tagliata la testa per avermi uccisa.” 

Ma le parole della moglie non scalfirono Tofano e quindi la donna disse:

“Io non posso più soffrire questo tuo atteggiamento, che Dio mi perdoni, farai seppellire questo mio corpo che lascio qui.”

Prese quindi una grandissima pietra che era vicino al pozzo e gridando “Iddio Perdonami!” la lasciò cadere dentro il pozzo.

La pietra, cadendo nell’acqua, fece un grandissimo rumore.

Udendo questo tonfo, Tofano credette veramente che la moglie si fosse gettata nel pozzo.

Prese subito un secchio con una fune e, uscito di casa, corse al pozzo per aiutarla.

La donna, che invece si era nascosta vicino alla porta di casa, appena lo vide correre al pozzo, entrò in casa e vi si chiuse dentro.

Andò quindi alla finestra e cominciò a dire:

“Solitamente il vino si annacqua quando qualcuno lo beve e non dopo!”

Tofano, comprendendo di essere stato giocato, tornò all’uscio e, non potendo entrare, disse alla moglie di aprire la porta. 

Lei, smettendo di parlare piano come aveva fatto fino a quel momento, ma alzando il volume della voce, quasi gridando, cominciò a dire:

“Per la croce di Dio, tu non entrerai in questa casa stanotte.

Io non posso più soffrire questi tuoi modi da ubriacone.

Ma è necessario che faccia vedere a tutti che razza di uomo tu sei, e a che ora torni a casa la notte.”

Tofano allora cominciò a dire delle volgarità e a gridare, svegliando per il rumore tutti i vicini, che si alzarono e si affacciarono alle finestre per vedere che cosa fosse accaduto.

La donna, piangendo, disse:

“Questo uomo è colpevole, torna a casa ubriaco la sera, o si addormenta nelle taverne e dopo torna a casa a quest’ora.

Io sono stufa di questa sofferenza, ho sofferto anche troppo, non volendo più soffrire io ho voluto chiuderlo fuori dalla porta per vedere se egli si pentirà dei suoi comportamenti.”

Tofano bestia intanto continuava, gridando, a minacciarla e raccontava l’accaduto.

La donna, da parte sua, diceva ai suoi vicini:

“Vedete che razza di uomo è.

Che direste voi se io fossi nella strada ed egli in casa, come me ora?

Credereste che egli dica il vero?

Egli dice che io ho fatto quello che credo che egli abbia fatto.

Ha creduto di spaventarmi gettando non so che cosa nel pozzo, ma volesse Iddio che ci si fosse gettato per davvero e affogato, finché il vino, che ha bevuto in eccesso si fosse ben bene annacquato.”

I vicini, sia gli uomini che le donne, cominciarono a rimproverare Tofano e a dare la colpa a lui di ciò che diceva contro la donna.

La notizia, in breve, andò di bocca in bocca finché non giunse ai parenti della donna, i quali presero Tofano e gli dettero tante botte che lo ammaccarono tutto.

Poi, andati nella casa di Tofano, presero le cose della donna e con lei ritornarono a casa loro, minacciando il malcapitato.

Tofano, vedendosi mal ridotto, considerando dove l’aveva portato la gelosia, siccome voleva molto bene alla sua donna, mise alcuni amici come mediatori.

Tanto fece che riebbe a casa sua la moglie, alla quale promise che non sarebbe stato geloso mai più.

Le diede, inoltre, il permesso di fare tutto ciò che volesse, ma con prudenza, in modo che egli non se ne accorgesse.

E fu così che il villano matto, dopo il danno, fece il patto.

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Giornata VIII – Novella VIII Le mogli in comune

In questa novella si narra la vicenda di due amici che avevano due mogli piacenti. Un giorno uno dei due si rende conto che l’amico se la intende con sua moglie.

Vivevano a Siena, in passato, due giovani benestanti che appartenevano a due buone famiglie popolane. Uno si chiamava Spinelloccio Tavena e l’altro Zeppa di Mino; i due giovani erano vicini di casa e vivevano in contrada Camollia.

I due giovani stavano sempre insieme e si volevano bene come fratelli. Ciascuno di loro aveva per moglie una donna assai bella.

Spinelloccio, frequentava spesso la casa di Zeppa, anche quando l’amico non c’era. Egli divenne intimo della moglie di Zeppa e cominciò a giacere con lei. I due continuarono la loro relazione per molto tempo, senza che nessuno se ne accorgesse.

Dopo un lungo periodo, un giorno che il Zeppa era in casa senza che la moglie lo sapesse, Spinelloccio andò a chiamare il suo amico Zeppa.

La donna gli disse che il marito non era in casa. Lui allora, salì da lei, e trovandola sola, cominciò ad abbracciarla e a baciarla e fu da lei ricambiato.

Il Zeppa, che era in casa all’insaputa della moglie, aveva visto tutto.

Non disse però una parola, ma se ne stette nascosto, per vedere come andava a finire quel gioco.

Dopo poco vide che i due se ne andavano, abbracciati, in camera da letto e vi si chiudevano dentro.

Il Zeppa rimase molto turbato di questo.

Considerò però che se avesse gridato o se avesse fatto delle scenate, la sua offesa non sarebbe dimuinuita, ma ne sarebbe aumentata la vergogna.

Meditò, invece, su come vendicare l’ingiuria subita, senza che si sapesse intorno, ma in modo che il suo animo ne rimanesse soddisfatto.

Dopo aver pensato a lungo, gli sembrò di aver trovato il modo.

Rimase nascosto fino a che l’amico non se ne fu andato, poi entrò nella camera da letto, dove la donna stava ancora aggiustandosi sul capo i veli che Spinelloccio le aveva fatto cadere.

Zeppa chiese alla moglie:

– Donna che fai tu?

La donna, non potendo negare l’evidenza, rispose:

– Non lo vedi?

Il marito le rispose:

– Sì e ho visto anche altro che non avrei voluto vedere.

E le disse che cosa aveva visto.

La donna, che non poteva negare, cominciò a piangere e a chiedere perdono.

Zeppa le disse:

– Vedi, donna, tu hai sbagliato, ma se vuoi che io ti perdoni, devi fare tutto quello che ti dirò.

Voglio che tu dica a Spinelloccio che domani mattina, verso le undici, egli cerchi di trovare qualche scusa per lasciare me per venire qui da te.

Quando egli sarà qui con te, io tornerò.

Appena tu mi avrai sentito, lo farai entrare in questa cassa e lo chiuderai dentro.

Quando avrai fatto questo ti dirò quello che dovrai fare.

Ma non devi aver paura di niente, perché ti prometto che non gli farò alcun male.

La donna promise e fece come le era stato detto.

L’indomani Zeppa e Spinelloccio trascorsero la mattinata assieme.

Intorno alle undici, Spinelloccio, che aveva promesso alla donna di andare da lei a quell’ora, salutò l’amico dicendogli che doveva andare a pranzo da un amico.

Il Zeppa replicò:

– Ma non è ora di andare a pranzo.

– Devo andare a parlare con lui per una questione che mi riguarda, quindi mi conviene essere lì presto; non voglio farlo aspettare.

Spinelloccio partì dal Zeppa e, dopo aver fatto un bel giro, arrivò in casa della moglie dell’amico, quindi entrò nella camera di lei.

Dopo poco ritornò il Zeppa.

La donna, fingendosi spaventata, fece entrare l’amante nella cassa, come aveva detto il marito, lo chiuse dentro ed uscì dalla camera.

Zeppa, salito in camera, disse alla donna che intendeva pranzare.

Lei rispose che avrebbe preparato subito il pranzo.

Il marito allora disse:

– Spinelloccio oggi è andato a pranzo da un suo amico e ha lasciato sola la moglie. Vai alla finestra, chiamala e dì che venga a pranzo con noi.

La donna, temeva per sé stessa e quindi, obbediente, fece ciò che il marito le aveva imposto.

La moglie di Spinelloccio accettò l’invito, sentendo che suo marito non sarebbe tornato a pranzo. 

Quando la donna arrivò, il Zeppa le fece molte carezze e la prese confidenzialmente per mano.

Quindi ordinò alla moglie di andarsene in cucina, condusse l’altra in camera e chiuse la porta da dentro.

Quando la donna vide serrare la porta da dentro disse:

– Ohimè Zeppa, che cosa vuol dire questo?

Dunque mi avete fatta venire voi, per questo?

Ma è questo l’amore che voi portare a Spinelloccio?

È questa la leale compagnia che voi gli fate?

Udito ciò, il Zeppa si accostò alla cassa dov’era chiuso il marito di lei e le disse:

– Donna, prima di rammaricarti, ascolta ciò che ti sto per dire.

Ho amato ed amo Spinelloccio come un fratello. Ma ieri, nonostante la fiducia che io ponevo in lui, l’ho trovato che giaceva con mia moglie, come giace con te.

Ora, poiché gli voglio bene, non voglio prendere da lui altra vendetta se non quella che è pari all’offesa che ho subito: lui ha avuto la mia donna e io voglio avere te.

Se però tu non vorrai, aspetterò di coglierlo sul fatto e, poiché non intendo lasciare questa offesa impunita, gli farò un servizio che non farà piacere né a te, né a lui.

La donna, dopo aver ascoltato le parole del Zeppa, disse:

– Zeppa mio, poiché sopra me deve ricadere questa vendetta, io sono disposta ad assecondarti, se dopo aver fatto questo, tu resti in pace con la tua donna,così  anch’io rimarrò in pace con lei.

A queste parole il Zeppa rispose:

– Certamente io poi sarò in pace e conserverò l’amicizia con Spinelloccio; ma oltre a questo ti farò un bel regalo, ti regalerò un gioiello molto prezioso.

Detto questo, l’uomo cominciò a baciarla e la distese sopra la cassa nella quale era rinchiuso il marito di lei.

Proprio lì sopra, lui si divertì con lei e lei con lui, finché piacque ad entrambi.

Spinelloccio, che stava nella cassa, udì prima le parole del Zeppa e la risposta della moglie, e poi sentì l’allegra danza che i due facevano sulla cassa.

In quel momento provò un tal dolore che gli sembrò di morire.

Se egli non avesse avuto timore del Zeppa, avrebbe rivolto molte ingiurie a sua moglie.

Poi, ripensando che era stato lui ad iniziare, pensò che il Zeppa aveva ragione a fare ciò che aveva fatto: in fondo si era comportato come un amico.

Mentre era nella cassa pensava tra sé che avrebbe voluto essere ancora amico del Zeppa, qualora il Zeppa lo avesse voluto.

Il Zeppa, quando fu soddisfatto, scese dalla cassa.

Quando la donna gli chiese il gioiello che lui le aveva promesso, il Zeppa aprì la porta della camera e fece entrare la moglie.

La donna non disse altro che:

– Caspita, voi mi avete reso pan per focaccia – ma lo disse ridendo.

Quindi il Zeppa ordinò alla moglie di aprire la cassa e lei lo fece.

Dalla cassa il Zeppa fece uscire il suo amico Spinelloccio.

Non si poteva dire chi si vergognò di più, se Spinelloccio, vedendo il Zeppa e sapendo che egli sapeva tutto ciò che aveva fatto, o la donna, vedendo il marito ed essendo consapevole che egli aveva udito tutto ciò che lei aveva fatto sopra il suo capo.

Il Zeppa, rivolgendosi alla donna disse:

– Ecco, ti dono il gioiello che ti avevo promesso.

Spinelloccio, uscito dalla cassa, senza troppe storie, disse:

– Zeppa, siamo pari e questo è cosa buona.

Come tu dicevi prima alla mia donna, noi siamo amici come eravamo prima.

Ma se prima l’unica cosa che ci divideva erano le mogli, adesso … abbiamo in comune anche quelle.

Il Zeppa fu contento e, tutti felici e in pace, pranzarono insieme.

Da quel momento in poi ciascuna delle due donne ebbe due mariti e ciascuno di loro due mogli, senza che sorgesse mai una questione.

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Giornata VI – novella X Frate Cipolla

A Certaldo c’era il castello di Valdelsa, nella campagna fiorentina, che, sebbene piccolo, fu abitato da uomini nobili e ricchi.

Poiché da quel castello si ricavavano buone offerte, uno dei frati di Sant’Antonio, vi si recava, una volta all’anno, per raccogliere le elemosine fatte dagli ingenui abitanti.

Il nome di questo frate era frate Cipolla, perché in quel terreno produceva cipolle famose in tutta la Toscana.

Frate Cipolla era piccolo di persona, con i capelli rossi, sorridente, era il miglior brigante del mondo.

Oltretutto, pur essendo ignorante, era un grande e arguto parlatore, tanto che chi l’avesse conosciuto avrebbe pensato che fosse Cicerone stesso o Quintiliano.

Era compare di quasi tutti gli abitanti della contrada.

Secondo la sua abitudine, nel mese di agosto, il frate andò a Certaldo una domenica mattina, quando tutti gli uomini e le donne del circondario si erano recati nella canonica a sentir messa.

Quando gli sembrò opportuno, si fece avanti e ricordò ai parrocchiani che era loro usanza ogni anno mandare ai poveri di Sant’Antonio offerte di grano e di biade, chi poco e chi molto, secondo la grandezza della proprietà e della devozione; offrivano tanto perché Sant’Antonio custodisse i buoi, gli asini, i porci e le pecore di questi contadini.

Oltre a ciò, ricordò che essi pagavano, una volta all’anno, una piccola somma in denaro, soprattutto gli iscritti alla Compagnia di Sant’Antonio.

Egli era stato incaricato dall’Abate della riscossione di tali contributi.

Per questo, intorno alle tre del pomeriggio, quando avessero sentito suonare le campane, tutti sarebbero usciti nella strada dove, come al solito, egli avrebbe fatto una predica e avrebbe fatto baciare loro la Croce.

Inoltre, poiché sapeva che erano devotissimi di Sant’Antonio, per concessione speciale, avrebbe mostrato loro una santissima reliquia, che aveva portato con sé dall’Oriente.

La reliquia era una delle penne dell’Angelo Gabriele, che era rimasta nella camera di Maria Vergine, quando l’angelo era andato a Nazareth per l’Annunciazione.

Detto ciò il frate tacque e ritornò a celebrare la Messa.

Quando frate Cipolla diceva queste cose vi erano in chiesa, insieme agli altri, due giovani molto astuti, l’uno chiamato Giovanni del Bragoniera e l’altro Biagio Pizzini.

Essi, dopo aver riso un po’ della storia della reliquia, sebbene fossero suoi amici, decisero di fargli un brutto scherzo.

Avendo saputo che il frate la mattina pranzava al castello con un suo amico, non appena sentirono che egli era a tavola, scesero in strada ed andarono all’albergo dove il frate era alloggiato.

Biagio doveva intrattenere il servitore di frate Cipolla, mentre Giovanni doveva cercare tra le cose del frate la famosa penna e sottrargliela; volevano vedere che cosa poi egli avrebbe detto al popolo.

Frate Cipolla aveva un servo, da alcuni chiamato Guccio Balena, da altri Guccio Imbratta e da altri ancora Guccio Porco, che era così stupido che nemmeno Lippo Topo, che era così stupido, ne aveva combinate tante.

Spesso frate Cipolla, con la sua brigata, lo prendeva in giro dicendo che quel suo servo aveva in sé nove cose, che se una sola di esse l’avesse avuta Salomone o Aristotele o Seneca, avrebbe guastato ogni loro virtù, ogni loro giudizio, ogni loro moralità.

Avendogli più volte domandato quali fossero queste nove cose, messele in rima, rispondeva:

“Egli è lento, sporco e bugiardo;

negligente, disobbediente e maldicente;

trascurato, smemorato e scostumato.

Inoltre ha altri piccoli difettucci che è meglio tacere.

Infine c’è una cosa che fa ridere ancora di più: lui vuole, a tutti i costi, prender moglie e prender casa con lei. 

Poiché ha una barba grande, nera e unta, si sente tanto bello e gradevole tanto  che pensa che tutte le donne che lo vedono, si innamorino di lui. Se poi lui viene lasciato, lui corre loro dietro a tutte, perdendo anche la cintura.

In verità però lui mi è di grande aiuto perché, se c’è qualcuno che mi vuol parlare in segreto, egli vuol sentire tutto.

Se sono interrogato su qualche cosa, ha tanta paura che io non sappia rispondere, che subito risponde lui, come gli sembra più opportuno”.

Il frate aveva lasciato il servo in albergo e gli aveva raccomandato di controllare che nessuno toccasse le sue cose, soprattutto, le bisacce, dove erano le cose sacre.

Ma Guccio Imbratta desiderava stare in cucina più che l’usignolo sui verdi rami, specialmente se c’era una serva.

Nella cucina dell’oste ne aveva vista una grossa, piccola e sgraziata, con un paio di poppe che parevano due cestoni per il letame, con un viso bruttissimo come quelli dei Baronci, tutta sudata e unta, che puzzava di fumo.

Subito, come un avvoltoio che si getta su una carogna, il servo aveva lasciato aperta la camera di frate Cipolla, e senza preoccuparsi per le sue cose abbandonate, aveva inseguito la serva.

Quindi, sebbene fosse agosto, si era seduto accanto al fuoco e aveva cominciato a chiacchierare con quella, che si chiamava Nuta.

Le disse che era un gentiluomo, che aveva un sacco di fiorini, esclusi quelli che aveva prestato, che erano più o meno tanti, e che sapeva fare e dire tante cose, quante il suo padrone.

Non tenne conto del suo cappuccio, che era così unto che avrebbe potuto condire il pentolone della minestra d’Altopascio, del suo giubbetto rotto e rappezzato intorno al collo e sotto le ascelle, tutto sporco con più macchie e più colori delle stoffe tartare e turche, delle scarpette tutte rotte, delle calze bucate.

E continuò dicendo, come se fosse stato il re di Castiglione, che voleva rivestirla, rimetterla in forma e toglierla da quella sventura di stare a servire presso altri, senza alcuna ricchezza.

Voleva, infine, darle la speranza di una vita più fortunata e tante altre cose.

Tutto ciò, sebbene fosse stato detto con grande affetto, si trasformava in niente, come se fosse stato vento.

I due giovani, dunque, trovarono Guccio Porco occupato a far la corte a Nuta.

Contenti di ciò, perché si erano risparmiati metà della fatica, senza nessuna difficoltà entrarono nella camera di frate Cipolla, che era aperta.

Per prima cosa cercarono la bisaccia, in cui era la penna; apertala, trovarono una piccola cassettina avvolta in un gran telo di seta.

Nella cassettina trovarono una penna come quelle della coda di un pappagallo, che ritennero fosse quella che il frate aveva promesso di mostrare ai certaldesi.

Certamente egli poteva farlo credere perché le raffinatezze d’Egitto erano, allora, poco conosciute in Toscana, mentre, in seguito, sarebbero arrivate in grande abbondanza, corrompendo tutto.

E se erano poco conosciute nel resto dell’Italia, gli abitanti di quella contrada, che erano di antica razza onesta, non le conoscevano per niente e non avevano mai visti i pappagalli e non ne avevano neppure sentito parlare.

Tutti contenti i due giovani presero la penna e, per non lasciare la cassetta vuota, la riempirono con dei carboni, che avevano trovato in un angolo della camera.

Chiusero quindi la cassetta e sistemarono ogni cosa come l’avevano trovata, senza essere visti.

Poi se ne ritornarono indietro con la penna rubata e cominciarono ad aspettare ciò che il frate avrebbe detto, trovando i carboni al posto della penna.

Gli uomini e le donne di umili origini che erano in chiesa, dopo aver udito che verso le tre del pomeriggio, avrebbero visto la penna dell’angelo Gabriele, finita la messa se ne tornarono a casa.

Ognuno lo disse al suo vicino, una comare all’altra e così appena ebbero finito di pranzare, un gran numero di uomini e di femmine accorse al castello, tanti che a stento riuscirono ad entrare, tutti in attesa ansiosa di vedere la penna.

Frate Cipolla, dopo aver mangiato a sazietà e dopo aver dormito un po’, alzatosi poco dopo le tre e avendo sentito che era venuta una moltitudine di contadini col desiderio di vedere la penna, mandò a dire a Guccio Imbratta di portare su le campanelle e le bisacce.

Guccio intanto, strappato di mala voglia dalla cucina e dalla Nuta, faticosamente salì a portare le cose richieste.

Giunto sulla collina, ansimando perché il bere troppa acqua lo aveva fatto ingrassare, arrivato sulla porta della chiesa, su ordine del frate, cominciò a suonare con forza le campane.

Non appena tutto il popolo fu radunato, frate Cipolla cominciò la predica senza accorgersi che le sue cose erano state spostate. Lui iniziò a parlare avendo ben chiaro l’obiettivo della sua predica.

Dovendo mostrare la penna dell’angelo Gabriele, egli fece prima la confessione con grande solennità. Poi fece accendere due grosse candele e con delicatezza, aprendo il telo, dopo essersi tolto il cappuccio, ne tirò fuori la cassetta.

Disse prima alcune parole in lode dell’Angelo, aprì la cassetta.

Non appena vide che era piena di carboni, non sospettò che quella cosa fosse opera di Guccio Balena, perché sapeva che non era capace di tanto, ma non lo maledisse neppure perché non aveva controllato che altri non lo facessero.

Se la prese, quindi tacitamente, con sé stesso perché lo aveva messo a guardia delle sue cose, ben sapendo che era negligente, disobbediente, trascurato e smemorato.

Quindi, senza cambiare colore, alzate le mani, disse a voce alta per essere udito da tutti:

“O Iddio, sia sempre lodata la tua potenza”.

Poi, richiusa la cassetta, si rivolse al popolo dicendo:

“Signori e donne, dovete sapere che quando io ero ancora giovane, fui mandato dal mio superiore in Oriente, per cercarvi oggetti particolari che, anche se non costano niente, sono più utili agli altri che a noi.

Mi misi in cammino, partendo da Vinegia, poi, cavalcando per il reame del Garbo e per Baldacca, giunsi in Parione da dove, dopo un certo tempo, arrivai nella località di Sardigna.

Ma perché vi sto indicando tutti i paesi che visitai?

Giunsi, dopo aver passato il Braccio di San Giorgio, in Truffia e in Buffia, paesi molto popolosi, e di lì nella terra di Menzogna, dove trovai molti nostri frati ed altri, i quali tutti per amor di Dio, sfuggendo la povertà, inseguivano la loro utilità, poco curandosi delle fatiche altrui, spendendo niente altro che parole.

Poi passai in Abruzzo, dove gli uomini e le femmine vanno con gli zoccoli su per i monti, facendo le salsicce con le loro stesse budella.

Poco oltre trovai genti che portavano il pane sui bastoni e il vino negli otri.

Di lì giunsi alle montagne dei bachi, dove le acque scorrono all’ingiù.

E, in breve, tanto camminai che arrivai in India Pastinaca, là dove, vi giuro sull’abito che porto indosso, vidi volare i pennuti, cosa incredibile.

Infine trovai quel buffone di Maso del Saggio, gran mercante, che schiacciava noci e vendeva gusci.

Non avendo trovato quello che cercavo, poiché bisognava proseguire per mare, tornai indietro e arrivai in quelle terre sante, dove d’estate il pane freddo costa quattro denari e il caldo non costa niente.

Qui incontrai il venerabile padre messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degno patriarca di Gerusalemme.

Egli, per rispetto all’abito di Sant’Antonio, che io ho sempre portato, volle che vedessi tutte le sante reliquie che aveva con sé; erano veramente tante che non ve le potrei assolutamente descrivere tutte.

Solo per rallegrarvi, ve ne citerò alcune.

Dapprima mi mostrò il dito dello Spirito Santo, poi il ciuffetto del Serafino che apparve a San Francesco, poi una delle unghie dei cherubini, una delle costole del “Verbum” e una delle vesti della Santa Fede Cattolica.

E, ancora, mi fece vedere alcuni raggi della stella cometa che apparve ai tre Magi in Oriente e un’ampolla del sudore di San Michele, quando combatté col diavolo, e la mascella della Morte di San Lazzaro e molte altre.

Per questo io gli copiai alcuni passi di Monte Morello in volgare e alcuni capitoli del Crapezio, che aveva a lungo cercato.

Poi mi donò uno dei denti del Crocifisso e, in una piccola ampolla, il suono delle campane del tempio di Salomone e la penna dell’angelo Gabriele, della quale vi ho già parlato, e anche uno degli zoccoli di san Gherardo di Villamagna, reliquia che ho donato poco tempo fa a Gherardo di Bonsi.

Infine questi mi diede alcuni carboni con i quali fu arso il beatissimo martire San Lorenzo.

Ho conservato devotamente tutte queste cose e le ho ancora tutte.

Ma mio superiore non ha voluto che ve le mostrassi fino a che non fosse stato certificato che erano autentiche.

Ora, per certi miracoli che esse hanno fatto e per certe lettere ricevute dal Patriarca, il mio superiore è sicuro della loro autenticità, perciò ha acconsentito che ve le mostri.

E io le porto sempre con me, temendo di affidarle ad altri.

In verità porto sempre con me la penna dell’angelo Gabriele, perché non si guasti, in una cassetta, e i carboni con i quali fu arrostito San Lorenzo in un’altra.

Le due cassette si assomigliano molto, per cui spesso viene presa l’una per l’altra, come è avvenuto ora.

E infatti, credendo di aver preso la cassetta dov’era la penna, ho portato quella dov’erano i carboni.

Ma adesso io sono certo che non si tratti di un errore, ma della volontà di Dio.

Dio, infatti, pose nelle mie mani la cassetta con i carboni; io mi rendo conto solo adesso, che fra soli due giorni ci sarà la festa di San Lorenzo.

Dio vuole che io, mostrandovi i carboni con i quali il Santo fu arrostito, riaccenda in voi la devozione per San Lorenzo.

Per questo mi fece prendere, non la penna come volevo, ma i benedetti carboni spenti dal sangue del Santo.

Per questo, figliuoli benedetti, toglietevi i cappucci e avvicinatevi qui per vederli devotamente.

Ma voglio che sappiate che chiunque sarà toccato da questi carboni con il segno della croce può vivere sicuro che per tutto quest’anno non sarà bruciato dal fuoco, senza che se ne accorga”.

Dopo aver detto ciò, cantando una laude di San Lorenzo, aprì la cassetta e mostrò i carboni.

La folla dei fedeli, credulona, dopo averli visti, si accalcò tutta intorno a frate Cipolla, dando molte più offerte del solito, pregando che il frate li segnasse tutti.

Frate Cipolla, presi in mano i carboni, sopra i camicioni bianchi dei contadini, sopra i corpetti e sopra i veli delle donne cominciò a fare grandi croci, dicendo che sebbene i carboni si consumavano nel fare le croci, poi ricrescevano nella cassetta, così come egli aveva molte volte constatato.

In tal modo segnò con la croce tutti i certaldesi, con suo grandissimo vantaggio.

Con questo accorgimento fece rimanere beffati coloro che, togliendogli la penna, avevano creduto di beffare lui.

I due briganti, che erano stati presenti alla predica e avevano udito la soluzione da lui trovata e quanto da lontano era partito con le parole, si erano sganasciati dalle risate.

Dopo che il popolo si fu allontanato, andarono da lui, gli raccontarono, con grande allegria, ciò che avevano fatto e gli restituirono la sua penna, che egli utilizzò l’anno successivo con lo stesso profitto che, in quel giorno, gli avevano procurato i carboni.

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Giornata VI – Novella IV Chichibio cuoco

Testo parafrasato e semplificato

La novella è tratta dalla sesta giornata in cui si raccontano situazioni spinose che si sono risolte grazie a una battuta di spirito. Il protagonista di questa novella è il cuoco di Currado Gianfigliazzi, Chichibio in quale, per compiacere una donna che gli piaceva, si era messo in una situazione davvero pericolosa!

Neifile, la narratrice di questa novella, esordì dicendo che a volte l’ingegno pronto offriva parole belle e utili a chi parlava, e altre volte la fortuna, aiutava i paurosi e offriva loro parole che essi non avrebbero mai potuto trovare in situazioni tranquille. Voleva dimostrare questo con la sua novella.

Currado Gianfigliazzi era stato un cittadino importante di Firenze, generoso e nobile, che si dilettava a fare vita cavalleresca e andava continuamente a caccia con i suoi cani, trascurando altri suoi impegni.

Un giorno egli, con un suo falcone, aveva ammazzato una gru, presso Peretola. Visto che la gru era bella grassa e giovane, la mandò al suo cuoco veneziano, che si chiamava Chichibio, dicendogli che la arrostisse ben bene per la cena. Chichibio, cuoco abile ma che sembrava un sempliciotto, preparò la gru, la mise sul fuoco e, prontamente, la cominciò a cuocere.

Quando la gru fu quasi cotta e mandava un ottimo profumo, una fanciulla della zona, di nome Brunetta, di cui Chichibio era molto innamorato, entrò in cucina. Sentendo l’odore della gru e vedendola, pregò dolcemente e insistentemente Chichibio di dargliene una coscia.

Chichibio le rispose, cantando e disse:

“Voi non l’avrete da me, Brunetta, voi non l’avrete da me”.

A quel punto donna Brunetta, molto turbata, gli rispose:

“In fede di Dio, se tu non mi dai una coscia della gru, io non datò mai a te quello che tu vorresti da me’’.  

Queste parole di Brunetta mossero … l’animo di Chichibio, il quale per non indispettire la sua donna, staccò una coscia alla gru e la diede a Brunetta. Quindi Chichibio servì, a cena, a Currado e al suo ospite, la gru, senza una coscia. Currado, meravigliatosi di ciò, fece chiamare il cuoco e gli domandò dove fosse finita l’altra coscia della gru. Il veneziano, bugiardo, rispose scaltramente:

“Signor mio, le gru hanno solo una coscia ed una gamba».

Currado allora, alterato, disse:

“Cosa diavolo vuol dire che le gru hanno solo una coscia e una gamba? Ti pare che io non abbia mai visto altre gru oltre a questa?’’

Ma Chichibio continuò:

“Vi garantisco signore che la verità è questa. E quando vorrete vi mostrerò che quello che sto dicendo è vero”.

Currado, per rispetto dell’amico che era a tavola con lui, non volle continuare la discussione, ma disse:

“Poiché tu dici che puoi dimostrare quello che dici nella realtà, dal momento che io non ho mai né visto né udito quello che tu stai dicendo, io voglio aver la prova già domattina. Così sarò contento. Ma ti giuro, sul corpo di Cristo che, se le cose non stanno come tu dici, io ti farò conciare in maniera, che te lo ricorderai per lungo tempo. Ti ricorderai di me per tutta la vita.”

Quella sera il discorso venne quindi interrotto. La mattina seguente al sorgere del sole, Currado si alzò. Nonostante avesse dormito, l’ira causata dal comportamento di Chichibio non era cessata. Pertanto si alzò e comandò che i cavalli gli fossero preparati. Fece salire il cuoco sopra un ronzino e insieme si diressero verso il fiume sulla riva del quale solitamente al mattino si vedevano le gru. Mentre camminava Currado disse a Chichibio:

“Adesso vedremo chi ha mentito ieri sera: se io o tu!”

Chichibio, vedendo che la rabbia di Currado durava ancora e che gli conveniva dimostrare di aver detto la verità, ma non sapendo come fare, cavalcava vicino a Currado con gran paura. Se avesse potuto sarebbe fuggito. Ma non potendo fuggire guardava ora davanti, ora indietro, ora di lato: e quello che gli sembrava di vedere erano tutte gru su due piedi.

Ma quando furono arrivati vicino al fiume, prima che le ebbe viste Currado, Chichibio vide dodici gru, le quali stavano tutte su di una gamba.

È così che sono solite fare le gru quando dormono. Per questo egli, mostrandole rapidamente a Currado disse:  

«Potete ben vedere messere, potete ben vedere che ieri sera vi ho detto il vero. Infatti le gru hanno solo una coscia e un piede. Potete vedere benissimo come stanno quelle là.”

Currado, vedendole disse:

“Aspetta un attimo che ti mostro se di gambe ne hanno due”.

E avvicinatosi a quelle gridò: “Ho ho!”

Al sentire quel grido le gru, dopo aver messo l’altro piede in giù, fecero tutte qualche passo ei cominciarono a fuggire.

Currado dunque si rivolse a Chichibio e disse:

“Che ne dici furbacchione? Ti pare che esse abbiano due gambe?”

E Chichibio, mostrandosi quasi sbigottito, non sapendo egli da dove venisse l’idea rispose:

«Ma messere sì, avete ragione; ma voi ieri sera non gridaste Ho ho! a quella gru. Se voi aveste gridato così ella avrebbe mandato fuori l’altro piede, come hanno fatto queste».

Currado rimase incredibilmente stupido da questa risposta, gli piacque così tanto che la sua rabbia si trasformò in una sonora risata.

“Hai ragione tu” disse “Chichibio hai proprio ragione, avrei dovuto farlo!!

Ed ecco dunque che con la sua pronta e gioiosa risposta la sventura di Chichibio svanì e lui fece pace col suo signore.

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La Spagna della Reconquista

La penisola iberica

Nel corso del XV secolo  si concluse il lungo processo di unificazione politica  che  portò la penisola iberica essere divisa in due stati: Spagna e Portogallo. Questi due stati saranno nel sedicesimo secolo i protagonisti dell’espansione Europea nel mondo.

Il processo che portò alla nascita dei due stati Spagna e Portogallo fu intrecciato con il movimento di Reconquista che mise fine alla presenza musulmana nella penisola iberica.

I musulmani erano entrati nella penisola iberica dal Marocco. Si erano diffusi sul territorio della penisola ma non avevano esercitato un controllo capillare del territorio, e avevano lasciato ampi margini di autonomia alla popolazione di religione cristiana ed ebraica.

Nella penisola iberica si realizzò quindi la pacifica convivenza di fedi e culture diverse che portò allo sviluppo culturale, scientifico, artistico e filosofico, della civiltà iberica durante il Medioevo. 

Le biblioteche della penisola iberica erano ricche di testi  scientifici e filosofici antichi, che erano andati smarriti in Occidente, ed erano invece stati tradotti in lingua araba e conservate in Spagna dagli studiosi musulmani ebrei e cristiani. Queste biblioteche attirarono molti studiosi dell’Europa Cristiana nel Basso Medioevo.

La penisola iberica nel 1360 – J. B. Bury, Public domain, via Wikimedia Commons

Il Portogallo, vocazione marinara

Nel corso del Medioevo il Portogallo aveva visto minacciata la sua indipendenza  dalla Castiglia e durante la guerra dei Cent’anni aveva stabilito strette relazioni di amicizia con la corona d’Inghilterra.  

In fatto di stringere un’alleanza con un altro regno atlantico concordava con la tendenza del Portogallo a proiettare il proprio destino verso il mare piuttosto che verso all’interno della penisola iberica, dove era troppo forte la concorrenza degli altri regni cristiani. la vocazione marinara portoghese si manifesta in pieno sotto il regno di Giovanni I (1385 – 1433), Durante il quale comincia la sistematica esplorazione delle coste dell’Africa.

Anche l’esplorazione delle coste africane venne presentata inizialmente come una continuazione della Reconquista e “imponeva” ai portoghesi di andare a combattere gli infedeli nella loro stessa terra d’origine. 

La Castiglia e l’Aragona

Nel corso del Basso Medioevo, nella penisola iberica  si vengono a definire due grandi regni il regno di Castiglia e il regno di Aragona. 

Ma il matrimonio tra Ferdinando II di Aragona (1540 – 1516) e Isabella di Castiglia (1451 – 1504)  portò all’unione dei due regni.

 i due regni, pur rimanendo formalmente distinti vennero Uniti nelle persone dei loro sovrani due sovrani mantennero separate le loro funzioni regali  nei rispettivi stati.

Fu Isabella a spingere verso l’apertura dei viaggi transoceanici e la conquista delle terre americane.  Ferdinando invece esercitò la sua influenza nel rafforzamento del potere monarchico limitando l’autonomia dei nobili e riorganizzando le finanze dello Stato.

Entrambi però si trovarono in perfetto accordo nel desiderio di consolidare il cattolicesimo in Spagna. 

La tappa culminante di questo processo fu la conquista del regno di Granada che nel 1492, pochi mesi prima che le caravelle di Colombo salpassero per il Nuovo mondo, mise termine all’ultimo dominio musulmano nella  penisola iberica.

Il regno di Granada – https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3184192

Identità nazionale e appartenenza religiosa

Uno degli elementi  di unione tra i due regni di Castiglia e di Aragona era la comune appartenenza al cattolicesimo. La fede religiosa costituì quindi per loro un preciso ambito di riferimento dal quale erano esclusi i non cristiani; e i non cristiani nella penisola iberica erano molti. Tra questi c’erano i moriscos e gli ebrei.

I moriscos erano i diretti discendenti degli antichi dominatori musulmani che non avevano abbandonato la penisola dopo le conquiste cristiane;

In Spagna risiedeva anche la più numerosa comunità ebraica di tutto l’occidente. Contava circa 250.000 persone. Questo era il risultato del lungo periodo di relativa tolleranza che la dominazione musulmana aveva garantito a tutte le religioni del libro e quindi anche agli ebrei. Ma la lunga guerra della Reconquista e lo spirito di crociata che l’aveva sostenuta, avevano profondamente modificato la situazione. 

Intolleranza religiosa

L’intolleranza era cresciuta progressivamente. Nel 1391 gli ebrei erano diventati bersaglio di sistematiche violenze durante l’ondata di rivolte popolari in Castiglia e in Aragona;  feste e malessere sociale  avevano fatto esplodere diversi momenti di intolleranza. 

Le violenze erano riprese vent’anni Dopo: alcuni predicatori incitavano il popolo a imporre la conversione agli ebrei. Tali conversioni forzate però venivano considerate false tanto che gli ebrei convertiti continuavano a essere perseguitati come infedeli.

Inquisizione e la purezza del sangue

Per indagare sui Marrani oltre che contro le più tradizionali forme di eresia nel 1480 viene istituito in Spagna il Tribunale dell’Inquisizione.  Il più famoso padre inquisitore fu frate domenicano Tomàs de Torquemada. L’inquisizione spagnola indirizzata verso marrani e moriscos usava abitualmente la tortura per favorire la confessione degli imputati. 

Si consideri che la procedura del tribunale dell’Inquisizione veniva attivata anche sulla base di semplici sospetti e di denuncie anonime.  Questo fa comprendere che i casi di errore giudiziario erano molto frequenti, anche se non venivano quasi mai riconosciuti. 

Leggiamo un testo del XVI secolo: un commentatore loda l’inquisizione nonostante frequentemente venissero condannati degli innocenti. 

Se un innocente viene ingiustamente condannato non deve lamentarsi della sentenza della chiesa che si basa su una prova sufficiente e non può giudicare quello che è segreto.
Se dei falsi testimoni lo hanno fatto condannare, e gli deve accettare la sentenza con rassegnazione e rallegrarsi di morire per la verità. 
In L. Poliakov Storia dell’antisemitismo

I condannati, anche quando scappavano dal rogo, erano sottoposti a una penosa trafila di umiliazioni pubbliche e alla confisca dei beni. Inoltre un certo numero di proibizioni, di limiti, erano previsti anche per i loro discendenti. 

Vennero anche stilati degli statuti della purezza del sangue: tramite di essi si poteva accertare chi discendeva da antenati ebrei e in quale misura. Risulta evidente quindi che in Spagna si era definita sempre di più una discriminazione razziale: non si era più cristiani o ebrei in base alla Fede, ma in base al sangue. E chiunque avesse sangue ebreo, finiva con l’essere discriminato e perseguitato.

La  cacciata degli ebrei dalla Spagna

Le violenze contro gli ebrei erano sempre più diffuse. Per questo molti ebrei cercarono di emigrare altrove. Questo però comportava la perdita di ogni proprietà.  Inoltre in tutti i paesi di Europa erano in vigore leggi discriminatorie per gli ebrei!

Ma per creare ancora più difficoltà agli ebrei, Isabella e Ferdinando decisero di cacciarli dalla Spagna. Il 31 marzo 1492 i due re firmarono un decreto che concedeva agli ebrei di Spagna 4 mesi di tempo per liquidare i propri affari vendere i propri beni.  Entro il 31 luglio dovevano abbandonare il paese.

 di fronte a questa decisione dei sovrani gli ebrei avevano solo due possibilità uno fare pubblica abiura della propria fede e accettare di farsi battezzare pur sapendo che nonostante questo rischiavano comunque di essere  considerati dei Marrani l’altra possibilità era quella di prendere la via dell’esilio

Circa 50 mila spagnoli rimasero e cambiarono religione mentre 150 mila se ne andarono: alcuni fuggirono in Portogallo. Il Portogallo inizialmente aveva adottato uno stesso regime di espulsione, ma, per paura di avere un danno economico, i portoghesi imposero le conversioni forzate. Altri ebrei si rifugiarono nei Paesi Bassi a Venezia in Marocco a Istanbul e in territori dell’impero Ottomano dove gli ebrei erano tollerati.

Video sulla reconquista

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