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Il Risorgimento

Premesse

www.combattentiliberazione.it/guerra-dindipendenza-1848-1849

Il Risorgimento è il processo che ha portato all’unificazione nazionale e all’organizzazione dello Stato unitario.
Protagonisti del Risorgimento sono i patrioti, principalmente intellettuali e borghesi. Gli obiettivi del movimento risorgimentale sono:

  • l’indipendenza,
  • l’unità nazionale,
  • lo sviluppo sociale ed economico del Paese.

La prima fase del Risorgimento è quella della cospirazione clandestina contro i sovrani assoluti, che prende il via con al Restaurazione, dopo il 1815 con le società segrete e la divulgazione delle idee patriottiche.

Nella parola Risorgimento (ri-sorgere=nascere ancora) c’è innanzitutto la convinzione che sia esistita una unità culturale e politica italiana da far rinascere: da quella lontana dell’Italia romana a quella cristiana del Medioevo, a quella della civiltà rinascimentale.
Il concetto nuovo che riassume tutto il programma del Risorgimento è quello di patria, intesa come “casa comune” di tutto il popolo italiano, che da secoli viveva frazionato in tanti Stati separati e in parte sotto il dominio straniero

La Prima Guerra d’Indipendenza


Durante i moti rivoluzionari del 1848 a Milano la popolazione insorge. Nelle cinque giornate di Milano i milanesi portano alla fuga l’esercito austriaco. I patrioti italiani esortano allora Carlo Alberto di Savoia, re del regno di Sardegna, a dichiarare guerra all’Austria.

Carlo Alberto, desideroso di estendere i confini del proprio Regno, decide così di dichiarare guerra all’Austria, anche perché sostenuto da numerosi volontari e altri sovrani italiani, che gli accordano il loro sostegno. Inizia così la Prima Guerra d’Indipendenza italiana.

Presto, però, dubbi e invidie verso i Savoia spingono gli altri sovrani a ritirare le loro truppe.

Rimasto quindi solo, Carlo Alberto è sconfitto a Custoza e rientra in Piemonte firmando un armistizio con l’Austria.
Il disimpegno dei monarchi italiani rafforza però il movimento dei rivoluzionari democratici. La guerra riprende l’anno successivo, ma l’esercito piemontese viene sconfitto a Novara. Carlo Alberto abdica allora in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che sarà quindi il re dell’unificazione dell’Italia. Viene trattata la resa con gli austriaci, ma viene mantenuto in vigore lo Statuto albertino, che rimarrà la carta costituzionale italiana per un secolo.

In Toscana e a Roma, l’iniziativa dei democratici porta, nel febbraio 1849, alla fuga di Leopoldo II e di Pio IX e alla proclamazione della repubblica. Il papa, però, ottiene l’appoggio di Luigi Napoleone Bonaparte e riesce
a riconquistare la città. Gli Austriaci inoltre pongono fine alla Repubblica toscana e sconfiggono la resistenza opposta da Venezia.

Anche i moti del ’48 quindi sembrano concludersi con un nulla di fatto. Ma ormai i tempi sono maturi, le idee di unità nazionale sono sempre più diffuse.

Camillo Benso conte di Cavour

Il processo di unificazione italiana prosegue soprattutto grazie all’azione diplomatica di Camillo Benso, conte di Cavour.

Cavour:

  • è a capo del governo del Regno di Sardegna dal 1852 fino al 1861;
  • fa del regno sabaudo lo Stato-guida del processo di unificazione dell’Italia;
  • dà vita a un’abile azione diplomatica finalizzata a suscitare l’attenzione delle grandi potenze europee nei confronti della questione italiana.
Camillo Benso conte di Cavour

http://www.ovovideo.com/cavour/

La guerra di Crimea

L’occasione per presentare alle potenze europee la questione italiana si presenta allo scoppio della Guerra di Crimea. Il Piemonte decide di parteciparvi con un contingente di soldati.

Nota 1 – La guerra di Crimea
La guerra di Crimea (all’epoca chiamata Guerra d’Oriente) viene combattuta dal 4 ottobre 1853 al 1 febbraio 1856 fra l’Impero russo da un lato e un’alleanza composta da Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna dall’altro. 

Il conflitto ha origine da una disputa fra Russia e Francia sul controllo dei luoghi santi della cristianità in territorio ottomano.
Entrambe, Russia e Francia, vogliono esercitare il loro controllo sui luoghi della cristianità. Quando la Turchia accetta le proposte francesi viene attaccata dalla Russia, luglio 1853. 
La Gran Bretagna, impegnata nei lavori al canale di Suez, è attenta a salvaguardare i suoi interessi economici. Temendo l’espansione russa verso il Mediterraneo, si unisce alla Francia.
Insieme si muovono per difendere la Turchia e dichiarano quindi guerra alla Russia nel marzo del 1854.
L’Austria appoggia politicamente le potenze occidentali.
Il Regno di Sardegna vede nell’Austria il suo più grande nemico, anche perché dopo il Congresso di Vienna il territorio italiano era governato in maniera più o meno diretta dagli Asburgo di Austria.
Nel timore che la Francia si legasse troppo all’Austria, nel gennaio 1855 il Regno di Sardegna invia un contingente militare al fianco dell’esercito anglo-francese dichiarando a sua volta guerra alla Russia.
Il conflitto si svolge soprattutto nella penisola russa di Crimea, dove le truppe alleate mettono sotto assedio la città di Sebastopoli, principale base navale russa del mar Nero.
Nella decisiva battaglia di Sebastopoli l’esercito sabaudo, cioè l’esercito piemontese, è determinante per il successo dell’intera guerra.
Grazie a questo intervento il regno di Sardegna può sedersi al tavolo dei vincitori al congresso di Parigi.

Se vuoi approfondire questo è il link di un video sulla guerra di Crimea.   https://www.youtube.com/watch?v=egZfRE9x0_I 

Per un ulteriore approfondimento sulla guerra di Crimea

https://library.weschool.com/lezione/guerra-crimea-1853-riassunto-sintesi-balaklava-risorgimento-17447.html

Il Congresso di Parigi del 1856 stabilisce le condizioni di pace dopo la guerra in Crimea e avvicina, politicamente, il Regno di Sardegna alla Francia. Questo favorisce la crescita di stima reciproca che porterà nel 1859 alla seconda guerra di indipendenza.

Al congresso Cavour espone il proprio punto di vista, facendo rilevare che solo sotto la guida del Regno di Sardegna il processo dell’indipendenza nazionale può essere compiuto, evitando pericolose rivoluzioni.

Accordi di Plombières

La Gran Bretagna non pone ostacoli e la Francia dichiara il proprio appoggio. L’abilità di Cavour porta Napoleone III a stipulare con il Piemonte un’alleanza difensiva: gli accordi di Plombières.

Gli accordi di Plombières vengono stipulati il 21 luglio 1858.
Con essi la Francia s’impegna ad intervenire in aiuto del Piemonte in caso di aggressione austriaca.
A partire dalle insurrezioni del 1848, il clima di insofferenza nei confronti delle monarchie regnanti sugli Stati dell’Italia, si fa sempre più accentuato.
In particolare nel Lombardo-Veneto la presenza austriaca è causa di forti tensioni. In Piemonte viene invece avviata dal presidente del Consiglio Cavour una politica che punta all’indipendenza e all’unità dell’Italia.
Secondo Cavour per ottenere l’unificazione è necessario che il Piemonte, dopo essere diventato il punto di riferimento dei movimenti liberali italiani, trovi un alleato che gli permetta di combattere contro l’Austria.
Il progetto di Cavour è quello di attirare l’attenzione degli Stati europei sulla condizione italiana per ottenere l’appoggio di uno di questi.
L’occasione si presenta nel 1856 con il Congresso di Parigi, alla fine della Guerra di Crimea, quando le potenze che hanno partecipato al conflitto si siedono al tavolo delle trattative per stabilire le condizioni di pace.
È in questa occasione che Cavour attira l’attenzione sulla questione italiana, caratterizzata dalle tensioni dovute alla presenza dell’Austria.
Nella stessa circostanza Cavour riesce ad ottenere anche il sostegno della Francia di Napoleone III.

http://www.ovovideo.com/accordi-plombieres/

Lettura lettera di Cavour sugli accordi di Plombières

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_04_01.html

La seconda guerra d’Indipendenza

Forte degli accordi di Plombières, Cavour fa di tutto per provocare un attacco da parte dell’Austria, e ci riesce. Così l’Austria dichiara guerra al
Piemonte.

Grazie agli accordi di Plombières la dichiarazione di guerra impone l’intervento della Francia a fianco del Regno di Sardegna. Fin da subito l’esercito franco-piemontese ottiene importanti vittorie contro gli Austriaci. Alla luce dei successi franco piemontesi alcuni Stati dell’Italia centrale chiedono l’annessione al regno sabaudo.

Il sogno di un’Italia unita era sempre più vicino alla realizzazione!

Ma la richiesta di annessione degli Stati dell’Italia centrale al Regno di Sardegna sconvolge i piani di Napoleone III.

Il sovrano francese è sottoposto a pressioni: da un lato teme l’allargamento del conflitto, dall’altro è consapevole che il suo esercito abbia subito perdite eccessive. Inoltre la campagna in Italia è molto criticata dall’opinione pubbilca francese.

La disapprovazione di Cavour non impedisce a Napoleone III di ritirarsi dal conflitto e concludere, con gli Austriaci l’armistizio, di Villafranca. La Seconda guerra di indipendenza si conclude con il passaggio della Lombardia al Regno di Sardegna.

Nel marzo del 1860, Toscana, Emilia, Romagna, Parma e Modena, attraverso un plebiscito, vengono annesse al Regno di Sardegna.

1860 Mappa dell’Impero Austriaco, Stati Italiani, Turchia in Europa e Grecia – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:1860_Map_Of_The_Austrian_Empire,_Italian_States,_Turkey_In_Europe_and_Greece.jpg

La spedizione dei Mille

Itinerario della spedizione garibaldina

Il 5 maggio 1860 Garibaldi parte da Quarto assieme a un migliaio di uomini: vengono chiamati i Mille. Sbarca a Marsala, dopo una tappa a Talamone. Libera la Sicilia dalle truppe borboniche. Non intende favorire alcuna lotta sociale, quindi reprime con durezza le rivolte popolari. Attraversa lo stretto di Messina, risale la penisola a strappa ai Borboni l’Italia meridionale. Quindi punta su Roma.

Cavour non vede di buon occhio l’impresa garibaldina. Teme:

  • che il generale crei una repubblica mazziniana nel Mezzogiorno,
  • che le truppe garibaldine arrivino a Roma e provochino l’intervento della Francia a favore del papa.

Per questo Cavour convince Vittorio Emanuele II ad assumere il controllo della situazione, recandosi nell’Italia centrale.

Il 26 ottobre 1860, a Teano, Garibaldi consegna le terre conquistate a Vittorio Emanuele II, re d’Italia.

Nell’arco di breve tempo, una serie di plebisciti sancisce l’annessione al Regno di Sardegna di tutta l’Italia meridionale, delle Marche e dell’Umbria.

Nel gennaio 1861 si svolgono le elezioni per il nuovo Parlamento, che ha sede a Torino. Il 17 marzo viene proclamato ufficialmente il Regno d’Italia.

Video sulla Seconda guerra di indipendenza, Battaglia di Solferino e San Martino e la fondazione della Croce Rossa

https://www.raicultura.it/articoli/2020/11/La-seconda-guerra-dIndipendenza-del-1859-aace1e75-8402-439f-bbc8-df80908a3cb0.html

La terza guerra d’Indipendenza

Nel 1866 all’Italia si presenta l’occasione propizia per conquistare il Veneto. La Prussia, stato che sta aumentando la sua forza, vuole spezzare il predominio austriaco sull’Europa. Propone quindi al nuovo regno italiano di intervenire nella guerra contro l’Austria. In cambio all’Italia viene promesso il Veneto.
L’Italia quindi entra in guerra a fianco della Prussia. L’esercito italiano registra molte sconfitte, ad eccezione dei Cacciatori delle Alpi, l’unità di volontari che operò al comando di Garibaldi nel Trentino sud-occidentale fra giugno e luglio 1866.

Il 9 agosto 1866 Garibaldi si trova nel piccolo centro trentino di Bezzecca dove, tre settimane prima, aveva respinto un contrattacco austriaco guadagnando l’unica vittoria italiana nella Terza guerra d’Indipendenza.
Con i suoi “Cacciatori delle Alpi” il generale si prepara a entrare nella regione che era parte dell’impero austro-ungarico: voleva liberare Trento.
Ma giunge la notizia dell’armistizio tra Italia e Austria e arriva l’ordine del generale La Marmora di sgomberare il Trentino entro 24 ore.
Allora Garibaldi impugnò la penna e, in risposta, scrive la famosa frase: Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco.
Il telegramma inviato da Garibaldi. Il celebre Obbedisco!

Pur subendo gravi sconfitte, l’Italia trae comunque vantaggio dalla vittoria finale della Prussia perché ottiene il promesso Veneto.

Per completare l’unificazione italiana mancano ancora Roma, il Lazio, il Trentino e Trieste.

Le tappe dell’unità di Italia

La questione romana

L’annessione del Lazio e di Roma è rimasto un obiettivo prioritario per i patrioti, ma il problema non è di facile soluzione. Infatti per antichissima tradizione che risale ancora a Carlo Magno e a suo padre Pipino il Breve tra corona francese e papato c’era un accordo, un accordo rinnovato più volte tanto che dal 1849 una guarnigione francese difendeva Roma da eventuali attacchi italiani. Cavour ha tentato senza successo una soluzione diplomatica del problema. Garibaldi, nel 1862 e nel 1867, tenta la conquista militare, ma si trova costretto a ritirarsi per la forte opposizione della Francia. Ma nel 1870 si presenta l’occasione per risolvere una volta per tutte le questione romana: la guerra franco – prussiana.

Guerra franco prussiana

Il conflitto viene combattuto nel 1870-71 tra Francia e Prussia. La Prussia, guidata dall’azione politico-diplomatica di Bismarck, vuole completare l’unità tedesca. È però necessario ottenere una vittoria militare sulla Francia. Bismarck approfitta di una questione politica per assumere un atteggiamento apertamente antifrancese che porta alla dichiarazione di guerra da parte della Francia il 19 luglio del 1870.

Ma la Francia, militarmente inferiore alla Prussia e agli altri Stati tedeschi, non è preparata al conflitto ed è senza alleati. Nessuno quindi interviene al suo fianco. Le armate tedesche conseguono immediatamente una serie di vittorie che culminano con la disfatta francese nella battaglia di Sedan. Alla notizia del disastro di Sedan, a Parigi scoppia la rivoluzione: viene proclamata la caduta dell’impero e un governo di difesa nazionale assumeva il potere. Parigi viene assediata dai Tedeschi.

VEDI RACCONTO I DUE AMICI

I francesi resistono eroicamente, ma all’inizio di gennaio del 1871 il comando tedesco bombarda Parigi. Il 28 gennaio viene firmato l’armistizio. La pace si conclude col trattato di Francoforte che comporta l’occupazione temporanea di una parte del territorio, la cessione dell’Alsazia e di una parte della Lorena, e anche la sfilata di una parte delle truppe vittoriose a Parigi, sugli Champs-Elysées.

Grazie alla guerra franco-prussiana, l’Italia approfitta del ritiro delle truppe francesi dallo Stato della Chiesa. Quindi occupa il Lazio e Roma.

Roma capitale del Regno d’Italia

Roma viene proclamata capitale d’Italia nel 1871. Il Parlamento italiano, per risarcire il pontefice della perdita del suo Stato, approva la Legge delle Guarentigie. Tale legge però viene rifiutata dal papa, il quale reagisce duramente scomunicando il governo italiano e promulgando il Non expedit.

Non éxpedit

Il Non éxpedit fu una disposizione della Santa Sede con la quale si dichiarava inaccettabile la partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni politiche del Regno d’Italia e, per estensione, alla vita politica nazionale italiana.
La disposizione fu revocata ufficialmente solo nel 1919 da Papa Benedetto XV.

De Rerum Novarum

L’atteggiamento intransigente della Santa Sede si ammorbidì progressivamente nei decenni successivi.

Infatti nel 1891 papa Leone XIII emanò l’enciclica De rerum novarum.

Enciclica: è una lettera apostolica scritta dal Papa.
Può essere indirizzata ai vescovi, ai fedeli di tutto il mondo o a quelli di una sola regione.
Può trattare argomenti riguardanti la dottrina cattolica o particolari situazioni religiose, politiche, sociali.
Viene chiamata con la citazione delle prime due o tre parole del testo che solitamente anticipano il tema dell’enciclica stessa.
“Rerum novarum” significa “delle cose nuove“.

Con la “Rerum novarum”  Chiesa cattolica affrontava per la prima volta la questione sociale e fondava la moderna dottrina sociale della Chiesa, dottrina necessaria per affrontare le problematiche della nuova società di massa. La “Rerum novarum” volle far sì che il Cattolicesimo non restasse escluso dal processo di trasformazione del nuovo stato italiano. Nel testo inoltre si parlò delle nuove pratiche economiche come le Casse rurali e le Leghe bianche, le organizzazioni sindacali cattoliche.

Punti essenziali
1. Si riconosceva che il conflitto di classe era legato allo sviluppo industriale, alla relazione tra padroni e operai e alla ricchezza accumulata in poche mani.
2. Si poneva contro il pensiero socialista che accresceva l’odio tra poveri e ricchi.
3. Si riconosceva e si difendeva la proprietà privata. Riconosceva il diritto dello stato nella difesa della proprietà privata.
4. Si poneva contro gli scioperi ma anche contro lo sfruttamento degli operai.
5. Sostevena che lo stato doveva garantire a tutti i lavoratori un salario minimo tale da consentire una vita dignitosa a tutti.
6. Inoltre affidava agli operai cristiani il compito di creare società ispirate ala dottrina sociale della chiesa.

Il rapporto tra stato e chiesa dall’Unità di Italia

https://www.facebook.com/watch/?v=314740975897035

La questione romana – Bignomi – Riccardo Rossi

https://www.youtube.com/watch?v=BXRpmfqyfas

La questione romana – prof. Ernesto Galli della Loggia

https://www.raiplay.it/video/2016/04/Il-tempo-e-la-Storia-Unit224-daposItalia-e-chiesa-La-questione-romana-Con-il-Prof-Ernesto-Galli-Della-Loggia-del-05042016-3438bb5d-0f16-4403-b929-def8e3913310.html

Pastor angelicus film

Roma e il papato dopo la seconda guerra

Video – la questione Stato – Chiesa

https://www.facebook.com/raistoria/videos/314740975897035

Fonti

  • © ISTITUTO ITALIANO EDIZIONI ATLAS
  • M. Fossati, G. Lupi, E Zanette, Parlare di storia, Pearson
  • www.treccani.it
  • www.focus.it
  • https://www.grin.com/document/55382
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Antico regime Illuminismo Settecento storia

Le riforme dell’Illuminismo

La cultura dei lumi, diede alla politica una dimensione ideale, per la prima volta al di fuori del pensiero religioso. Senza l’illuminismo gli europei non avrebbero mai preso coscienza di quello che stavano facendo con la tratta negriera, non si sarebbero mai posti alcun problema sui diritti dell’uomo, non avrebbero inventato la democrazia, non avrebbero mai immaginato la di rovesciare le gerarchie della sovranità, fondandola sul popolo e non sulla legittimità divina. Paolo Viola – storico

Dispotismo illuminato

Il dispotismo illuminato è una forma di governo in cui il sovrano si avvale del proprio potere per operare riforme volte a promuovere il bene e la felicità del suo popolo. Il sovrano illuminato si avvale dei consigli di uno dei philosophes, che, con le idee illuministe, lo aiuta a “illuminare” il suo operato. Le riforme del dispotismo illuminato sono quindi calate dall’alto.

Non stupisca il fatto che improvvisamente i sovrani europei si preoccupassero di migliorare le condizioni di vita dei propri sudditi. Quello che li mosse fu il desiderio di riaffermare la propria autorità, di riportare il potere nelle loro mani e ridurre parte dei privilegi di cui godevano nobiltà e clero.

Per attuare tali riforme i sovrani illuminati avevano bisogno di reperire nuove risorse economiche e di creare nuove strutture con cui esercitare il proprio potere.

Non volendo aumentare la pressione fiscale sul terzo stato, divenne necessario incidere sui privilegi che l’Antico Regime concedeva ai due ceti privilegiati. Questo fu ovviamente causa tensioni tra i gruppi sociali che beneficiavano di tali privilegi tanto che non in tutti i paesi europei i sovrani riuscirono ad attuare tali riforme.

Per realizzare le riforme i sovrani illuminati ebbero bisogno di operare su doversi fronti.

  • Razionalizzare il sistema fiscale
    • Riduzione di immunità e esenzioni
    • Accertamento dei redditi attraverso l’organizzazione di catasti
    • Organizzazione di efficiente sistema di riscossioni
  • Riorganizzare il sistema giudiziario

Riorganizzazione sistema fiscale

La chiesa e i vari enti ecclesiastici erano titolari di ingenti patrimoni sui quali godevano di immunità reale, su cui cioè non pagavano le tasse per privilegi conseguiti. Sono quindi refrattari all’istituzione di imposte sui loro patrimoni. In questo periodo si sviluppa una corrente di pensiero chiamata giurisdizionalismo che vuole affermare l’autorità della giurisdizione laica su quella ecclesiastica. Questa corrente di pensiero, nell’assolutismo illuminato, diventa un atteggiamento politico che porterà alla revoca di immunità e privilegi di cui gli enti religiosi avevano fino allora beneficiato.

Il catasto

Il catasto è un complesso di documenti (atti, registri, elementi grafici, disegni) che descrivono tutti i beni immobili (terreni e fabbricati) situati in un determinato territorio allo scopo di ripartire il carico fiscale. Nell’antichità il catasto era costituito da descrizioni generiche, senza alcuna uniformità. Sebbene sia stato pensato per perseguire obiettivi generali, l’importanza del catasto era apprezzata, fin dal Medioevo, soprattutto ai fini fiscali.

Nel XVIII secolo si rese necessario un lavoro di perfezionamento e rifacimento del sistema catastale per la necessità di abbandonare criteri di tassazione esclusivamente personali, che determinavano particolarismi e privilegi, e approntare una tassazione ancorata alle caratteristiche oggettive dei beni immobili. La formazione del catasto è quindi collegata all’imposizione delle tasse in base alla ricchezza fondiaria.

Riorganizzazione della giustizia

Il sistema giuridico nell’antico regime era arbitrario e inumano. Ma era anche estremamente caotico perché caratterizzato da una selva di tribunali e di giurisdizioni particolari. Si rendeva necessaria quindi una riforma sulla giustizia che desse al cittadino la certezza del diritto. Ed è proprio l’ambito del diritto quello in cui il riformismo del Settecento diede i migliori risultati.

Dobbiamo però qui ricordare che il concetto di uguaglianza giuridica è ancora molto lontano dalla sensibilità dell’epoca e anche dalle possibilità dei sovrani stessi. Portare a fondo le riforme avrebbe significato rivoluzionare completamente la società. È importante però notare che le riforme che alcuni sovrani sono riusciti a realizzare sono state passi importanti nella direzione della realizzazione dello stato di diritto in cui oggi viviamo.

Riformismo asburgico

L’impero asburgico fu retto nel XVIII secolo da due sovrani illuminati: Maria Teresa d’Austria che governò ila paese per quarant’anni, dal 1740 al 1780, e suo figlio Giuseppe II che resse l’impero tra il 1780 e il 1790. Cinquant’anni di governo coerente portarono gli Asburgo a realizzare importanti riforme.

  1. Riorganizzazione sistema fiscale

Grazie all’introduzione del catasto viene introdotta una imposta fondiaria alla nobiltà. Tramite il catasto, viene fatto il censimento di tutte le proprietà fondiarie. La rilevazione, fatta con estrema precisione, determinava con accuratezza le caratteristiche di ogni proprietà e permetteva di fissare l’imponibile fiscale con precisione. L’imposta veniva stabilita in base alle caratteristiche del fondo e rimaneva invariata indipendentemente dalla produzione che ne veniva realizzata. Questo si rivelò essere un buon incentivo allo sviluppo economico in quanto l’imposta rimaneva uguale; era quindi premiato l’aumento di produttività.

Viene inoltre centralizzato il prelievo fiscale e viene affidato a funzionari che dipendevano direttamente dal sovrano.

  • Riduzione dei privilegi

I sovrani asburgici perseguono una politica che mira al controllo dello stato sulla chiesa e applicano il giurisdizionalismo con l’intento di ridurre i privilegi del clero. Gli Asburgo sopprimono 700 conventi e sciolgono la compagnia del Gesù ritenuta troppo influente e troppo legata al papato.

  • Introduzione istruzione popolare

Con i proventi della vendita dei beni del clero organizzò l’istruzione pubblica, impose l’obbligo scolastico, tolse la scuola al monopolio religioso con l’avvio di scuole periferiche popolari. Con la fine del Settecento in tutto il territorio asburgico era in vigore un sistema di istruzione capillare che permise l’alfabetizzazione di tutta la popolazione. Inoltre fonda il Theresianum, una scuola superiore e pone sotto il suo controllo l’Università di Vienna

  • Emanazione Nuovo codice penale

La presenza di un nuovo codice penale garantisce pene uguali per tutti. Inoltre viene abolita la tortura e la pena di morte può essere inflitta solo dal sovrano.

  • Diritti dei cittadini                         

Viene abolita la servitù della gleba, anche se non si riuscì ad abolire le corvée. Le corvée erano serie di prestazioni personali, giornate di lavoro, dovute dai vassalli al signore nel diritto feudale.

Riformismo prussiano

In Prussia l’opera di riforma venne attuata dall’imperatore Federico II tra il 1740 e il 1786.

«È dunque la giustizia, si sarebbe detto, che deve rappresentare lo scopo principale di un sovrano, è dunque il bene dei popoli che governa che egli deve anteporre a qualsiasi altro interesse. A cosa portano allora tutte quelle idee di interesse, di grandezza, di ambizione e di despotismo? Possiamo concludere che il sovrano, ben lungi dall’essere il padrone assoluto dei popoli che sono sotto il suo dominio, per quel che lo concerne non ne è che il primo servitore.» (Federico II, Anti-Machiavel, Capitolo I) Nel 1739 l’imperatore Federico II scrisse l’Anti-Machiavel, un’opera nella quale contestava il cosiddetto machiavellismo in politica in difesa del diritto naturale, della pace e di una politica umana retta e giusta. L’opera fu positivamente recensita da Voltaire. «La storia dovrebbe eternare solo il nome dei principi buoni e far cadere nell’oblio quello dei malvagi, con la loro indolenza, i loro delitti e le loro ingiustizie.» (Federico II, L’Anti-Machiavel)

Grazie alla vicinanza di Voltaire, che risiedette alla corte prussiana, Federico II operò alcune riforme importanti:

  • favorì colonizzazione di nuove terre,
  • diede impulso a commerci e manifatture,
  • organizzò un sistema di istruzione pubblico e nel 1763 sancì l’obbligo scolastico,
  • favorì la diffusione della cultura e, oltre a Voltaire, invitò altri illuministi a Berlino,
  • teorizzò e praticò la tolleranza religiosa,
  • riformò il sistema giudiziario e rese più umana la giustizia.

Nel suo vasto programma di riforme non mise mai in discussione i privilegi della nobiltà e dell’esercito, non abolì la servitù della gleba, ma regolamentò le corvée e venne proibita la vendita di servi.

Riformismo russo

La sovrana Caterina II, zarina di tutte le Russie, coltivò idee illuministe. Ma l’arretratezza del sistema sociale russo e la forza dell’aristocrazia, non le permisero di realizzare le riforme desiderate. Realizzò riforme parziali nel campo della giustizia introducendo nuove garanzie per gli imputati, ma non riuscì ad imporsi ai nobili perché aveva bisogno di suo appoggio dopo la rivolta contadina del 1773-74.

Riformismo francese

Fallì.

Riformismo inglese

L’Inghilterra era un paese all’avanguardia. Governato da una monarchia costituzionale, vede nel corso del Settecento aumentare l’importanza del parlamento a scapito del potere del sovrano.

Inoltre ricordiamo che la società inglese è una delle società più tolleranti perché garantisce maggiore libertà individuali e la libertà religiosa.

Situazione in Italia

La penisola italiana è arretrata e frammentata. Nei diversi regni la realtà è molto diversa. Le riforme asburgiche arrivano solo in Lombardia dove si attua una politica giurisdizionalistica, che riduce l’influenza della chiesa sulla società lombarda. Viene abolito il tribunale dell’inquisizione, il diritto di asilo e il foro ecclesiastico. Viene affermata la tolleranza religiosa con la concessione diritto di lavoro agli ebrei. Anche in Lombardia, come ovviamente in Trentino terra asburgica, si realizza il catasto teresiano. Si pensi che in Trentino il catasto teresiano viene sostituito completamente solo in tempi recenti.

La modernizzazione dello stato lombardo favorì la formazione di un ceto di funzionari borghesi, anche se accentramento e autoritarismo crearono insoddisfazione nel patriziato e nella borghesia milanese. Si assiste a un acceso dibattito ad opera degli illuministi italiani Verri e Beccaria.

Viene fondata l’Accademia dei pugni, che si riuniva in casa di Pietro Verri. L’accademia deve il curioso nome proprio all’animosità delle discussioni che vi si svolgevano; metaforicamente venivano descritte “come se si facesse a pugni” e l’animosità era l’espressione di contrasti di tipo ideologico metodologico, politico religioso e sociologico. Il fine delle loro discussioni era quello di trovare un sistema politico pacifico per sostituire quello del violento dispotismo.

In seno all’accademia fu fondata la rivista Il Caffè nel 1764, il giornale che dava voce alle nuove idee illuministe.

Riforme in Toscana

Sull’onda del successo dell’opera do Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, il Granducato di Toscana fu il primo ad abolire la pena di morte il 30 novembre 1786.

Inoltre venne liberalizzato il commercio interno libero da imposizioni fiscali.

Riforme nel resto d’Italia

Nei ducati di Parma e di Modena vengono ridotti i privilegi ecclesiastici, viene riformato codice penale e viene abolita la tortura.

Nello Stato pontificio, a Genova, a Venezia, i poteri contrali forti impediscono opere di rinnovamento, anche se le idee illuministe accendono un dibattito vivace. Il Sud Italia è arretrato e il sistema sociale è anacronistico e il governo è incapace di riforme. Nel 1764 in cui ci fu una terribile carestia, ci furono 40 mila vittime solo nella città di Napoli e 200 mila nelle province circostanti. Nonostante anche a Napoli ci fosse grande vivacità intellettuale, il dibattito non riesce a tradursi in un pensiero politico. Infatti lo stato riduce solo in parte il potere della chiesa, non intacca il potere dei baroni, non realizza il catasto come nel Nord e il sistema fiscale ricorre sempre alle imposte sui consumi, colpendo così la massa e non i ceti abbienti.

Definizioni

Fisiocrazia: Teoria economico-sociale del sec. XVIII che, in opposizione al mercantilismo, attribuiva ai beni e ai prodotti della terra un’importanza più grande che a quelli del commercio e dell’industria.

L’economia politica è la scienza sociale che si occupa dei metodi con cui l’uomo usa razionalmente poche risorse per soddisfare molte esigenze.

Mercantilismo: Dottrina economica (corrispondente alla prassi seguita dalle grandi monarchie assolute del Settecento) fondata sul principio che la ricchezza di un paese si identifica con la quantità di moneta posseduta (oro e argento), e quindi sostenitrice di una politica protezionistica da parte dello stato nei confronti delle importazioni e incentivante nei confronti delle esportazioni.

Documenti

Le riforme dell’assolutismo illuminato

I rapporti fra stato e chiesa
Alla fine del 1765 il governo austriaco istituì in Lombardia un nuovo organo denominato Giunta economale e chiamato a volte anche Giunta per le materie ecclesiastiche e miste. Essa aveva il compito di promuovere le riforme in materia ecclesiastica e regolamentare i rapporti fra stato e chiesa e, due anni dopo, fu dotata anche di poteri analoghi a quelli di un tribunale. Nel 1768 il primo ministro austriaco Anton Kaunitz inviò a Karl Firmian, plenipotenziario imperiale a Milano, alcune istruzioni (destinate a restare segrete) sulle competenze della Giunta e sui criteri che dovevano regolare i confini fra il potere temporale e quello spirituale.

La Giunta Economale, stabilita per invigilare con imparzialità e parità di attenzione all’indennità dei legittimi diritti del clero nulla meno che a quella della suprema potestà del principato, non perderà mai di vista in tutte le contingenze de’ casi compresi nella di lei incombenza, e dovrà essere eziandio regola assoluta e costante di tutte le sue operazioni:
Che tutto quello, che non è d’istituzione divina di privativa competenza del sacerdozio, è oggetto della suprema potestà legislativa ed esecutrice del principato.
Che d’istituzione divina non può dirsi che quello che da Gesù Cristo medesimo è stato attribuito ai suoi apostoli.
Che a questi dal divino nostro redentore non si sono attribuite che le sole incombenze spirituali, della predicazione dell’Evangelo, della dottrina cristiana, del culto divino, della amministrazione dei sagramenti, e della disciplina interna degli ecclesiastici.
Che, ciò stante, a questi oggetti soli si riducono le incombenze e l’autorità del clero.

Che ogni altra autorità, qualunque sia, è restata privativamente appoggiata alla suprema potestà civile, siccome lo era dalla prima origine delle società e dei principati per tutti i secoli, che hanno preceduto il successivo stabilimento della nostra santa religione.
Che al di là dei capi sopraccennati non v’è prerogativa, non v’è ingerenza veruna degli ecclesiastici nel temporale, che possa richiamarsi come legittima, se non deriva dal consenso o dalla volontaria concessione de’ principi.
Che qualunque cosa dal principe conceduta o stabilita, che da esso a bene placito avrebbe potuto non concedersi o non stabilirsi, è mutabile ed eziandio affatto revocabile al pari di ogni altra legge o concessione del legislatore, il quale non solamente può, ma anzi deve appropriare ai tempi ed alle circostanze le sue leggi, le sue concessioni, e tutti i stabilimenti fatti o da farsi.
Che sono nell’istesso caso tutte le disposizioni de’ concili e de’ canoni, non risguardanti oggetti puramente spirituali […]. E finalmente, che non è neanche arbitraria ed indipendente affatto l’autorità del sacerdozio risguardo al dogma ed alla disciplina; poiché troppo importa al principe che conforme all’Evangelo si mantenga il dogma, ed alle circostanze del bene pubblico la disciplina degli ecclesiastici ed il culto divino, perché possa egli abbandonare a chi che sia di arbitrare senza il suo concorso sopra oggetti di tanta conseguenza.

Secondo quanto emerge dal testo proposto, quali prerogative sono di competenza dello stato e quali invece riguardano la sfera del clero? (max 8 righe)

Sulla libertà di culto

Nel 1781 l’imperatore Giuseppe II emanò il documento noto come “patente di tolleranza” con il quale veniva concessa ai cristiani non cattolici la libertà di praticare in privato il loro culto religioso. La patente aveva immediata applicazione in tutti gli stati soggetti alla diretta sovranità asburgica, compresi il Belgio e la Lombardia. Essa fu accolta con una forte ostilità dal papato e dai cattolici conservatori, mentre ebbe il pieno consenso degli illuministi e di quella parte del mondo cattolico conquistato alle idee di riforma religiosa.

Persuasa S.M. da una parte del danno, che cagiona la coazione delle coscienze, e dall’altra del grande profitto, che risulta per la religione e per lo Stato da una vera tolleranza cristiana, ha graziosamente stabilito e prescritto a chi appartiene le seguenti regole direttrici per la puntuale ed inalterabile loro osservanza:
I. Sarà permesso agli acattolici, cioè alli consorti delle confessioni augustana ed elvetica, come pure a’ Greci non uniti alla Chiesa Romana ne’ luoghi ove essi si trovino in sufficiente numero, ed ove in proporzione delle loro facoltà sarà praticabile, l’esercizio privato della loro religione da per tutto, e senza abbadare se in passato tale culto vi sia stato mai praticato o no.
II. Con questo esercizio privato di religione non s’intende accordato a’ Protestanti e non uniti di aver campane, e campanili, alle loro chiese o agli oratori, né di farvi tale forma d’ingresso che dia loro l’apparenza di chiesa; potranno però del resto fabbricarli ove loro piacerà, e dovranno avere una piena libertà nell’esercizio del culto della loro religione, tanto nel recinto di tali chiese o oratori che fuora de’ medesimi, e presso gli ammalati, ovunque questi si trovino […].
V. Non saranno essi mai astretti ad altra formula di giuramento, se non a quella che è conforme ai princìpi della loro religione, né obbligati ad intervenire alle processioni o funzioni della religione dominante, quando essi medesimi non volessero assistervi.
VI. Nelle elezioni e concessioni d’impieghi non vi sarà alcun riguardo alla diversità della religione, ma come nello stato militare è praticato con tanto frutto, e senza il minimo inconveniente, si prenderà unicamente in considerazione l’onoratezza, l’abilità e la cristiana e morale condotta de’ concorrenti.

M. Rosa, Politica e religione nel ’700 europeo, Sansoni, Firenze 1974, pp. 108-110.

Quali limitazioni furono mantenute per i praticanti dei culti non cattolici? (max 6 righe)

L’istituzione del libero commercio dei grani in Toscana

Fra i primi provvedimenti adottati da Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena, dopo il suo insediamento a Firenze, vi fu, nel 1767, quello che introduceva la piena libertà nel commercio dei cereali all’interno del granducato di Toscana. Il commercio con altri paesi, consentito nel 1767 solo a determinate condizioni, divenne anch’esso libero dal 1775.

Essendoci noto quanto siano pregiudiciali e gravose al pubblico le tasse e privative imposte sopra la fabbricazione e vendita del pane e volendo provvedere al sollievo dei nostri amatissimi sudditi, ci siamo determinati a concedere diverse facilità e esenzioni non solo sopra la fabbricazione, vendita e trasporto del pane, ma ancora sopra la vendita, trasporto e commercio dei grani, biade e farine che desideriamo con tutti gli espedienti possibili di favorire e di animare a benefizio della coltivazione dei nostri stati […].
XVII. Per incoraggiare sempre più l’agricoltura e il commercio dei grani e biade vogliamo che nell’interiore dei nostri stati sia libero a tutti il comprare e vendere questi generi, derogando a tutte le leggi proibitive dell’incetta e permettendo che possa farsi in questa materia ogni lecita contrattazione; siccome che i detti grani e biade possano in qualunque luogo conservarsi in fosse o magazzini per tutto quel tempo che quelli che hanno la disposizione di tali generi stimeranno di loro interesse […].
XVIII. Permettiamo altresì che i grani, biade e loro farine possano trasportarsi liberamente da un territorio all’altro del nostro granducato […].
XIX. E per maggiore facilità di detti trasporti abolischiamo qualsiasi gabella, tanto regia che comunicativa, o di sortita o di introduzione da un territorio all’altro e di transito sopra i detti grani, biade e loro farine, eccettuando le solite gabelle dove sono stabilite alle porte delle città.
XX. Abolischiamo similmente ogni gabella di sortita dai nostri stati d’ogni genere di grani, biade e farine nei tempi che sarà permessa la loro estrazione […].
XXI. Abolischiamo in oltre ogni gabella d’introduzione di grani, biade forestiere, ogni qual volta il grano del paese passi il prezzo di lire 15 il sacco, a dichiarazione del magistrato sopraintendente all’annona […]. Ma quando i prezzi del grano del paese saranno sotto il detto limite di lire 15 vogliamo che i grani e biade forestiere tanto per la parte di terra che di mare sieno sottoposti alle gabelle d’introduzione e paghino i grani trenta soldi il sacco, e le biade 20 soldi il sacco, col qual pagamento potranno inoltrarsi per tutto lo stato […].
XXII. L’estrazione dei grani e biade e loro farine dai nostri stati sarà permessa tanto per terra che per mare, sino a tanto che il prezzo del grano non arriverà […] a lire 14 il sacco.

Legislazione toscana raccolta e annotata da Lorenzo Cantini, Stamperia Albizziana, Firenze 1807, vol. XXIX, pp. 46 e 55.

Quali misure sono previste dalla legge sui grani per incoraggiare il commercio, tutelando però gli interessi dei produttori locali? (max 6 righe)

La legge sul diritto penale

Pietro Leopoldo occupò il trono di Firenze nel 1765 e subito tenne conto del dibattito sul diritto penale suscitato dal trattato di Cesare Beccaria sospendendo le pene di morte, la tortura e le pene «immoderate». Ciò fu fatto in vista della più organica riforma del diritto penale che giunse a compimento con l’emanazione della legge del 30 novembre 1786. Di questa riportiamo il preambolo e alcuni articoli, in particolare quello che illustra le finalità della pena.

Fino al nostro avvenimento al trono di Toscana riguardammo come uno dei nostri principali doveri l’esame e riforma della legislazione criminale, ed avendola ben presto riconosciuta troppo severa, e derivata da massime stabilite nei tempi meno felici dell’Impero Romano, o nelle turbolenze dell’anarchia dei bassi tempi, e specialmente non adatta al dolce e mansueto carattere della nazione, procurammo provvisionalmente temperarne il rigore con istruzioni ed ordini ai nostri tribunali, e con particolari editti con i quali vennero abolite le pene di morte, la tortura, e le pene immoderate e non proporzionate alle trasgressioni ed alle contravvenzioni alle leggi fiscali finché non ci fossimo posti in grado, mediante un serio e maturo esame, e col soccorso dell’esperimento di tali nuove disposizioni di riformare intieramente la detta legislazione. Con la più grande soddisfazione del nostro paterno cuore abbiamo finalmente riconosciuto che la mitigazione delle pene, congiunta con la più esatta vigilanza per prevenire le ree azioni, e mediante la celere spedizione dei processi, e la prontezza e sicurezza della pena dei veri delinquenti, invece di accrescere il numero dei delitti ha considerevolmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci, e quindi siamo venuti nella determinazione di non più lungamente differire la riforma della legislazione criminale con la quale, abolita per massima costante la pena di morte, come non necessaria per il fine propostosi dalla società nella punizione dei rei, eliminato affatto l’uso della tortura, la confiscazione dei beni dei delinquenti come tendente per la massima parte al danno delle loro innocenti famiglie che non hanno complicità nel delitto, e sbandita dalla legislazione la moltiplicazione dei delitti impropriamente detti di lesa maestà, con raffinamento di crudeltà inventate in tempi perversi, e fissando le pene proporzionate ai delitti, ma inevitabili nei rispettivi casi, ci siamo determinati a ordinare con la pienezza della nostra suprema autorità quanto appresso […].
XXIX. Incarichiamo i giudici e gli attuarii criminali ad usare tutta l’attenzione e premura per la sollecita ultimazione dei processi, e massimamente dei carcerati, preferendo la spedizione dei medesimi a qualunque altro affare che avessero avanti di loro, con l’avvertenza sempre presente, oltre quella di esaminare subito il reo venuto che sia nelle forze, che la carcere la quale soffrono i rei mentre pende il processo, non è che per semplice loro custodia onde esige che ne venga ad essi alleggerito l’incomodo, non solo con la minor durata possibile, ma ancora per ogni altro mezzo compatibile con lo stato di rei, nel quale si trovano […].

XXXIII. Conferiamo colla nostra sovrana autorità e con speciale determinazione l’abolizione della tortura […].
L. In tutte le cause criminali dovrà deputarsi un difensore all’imputato povero o miserabile in quei luoghi dove non sia stabilmente destinato l’avvocato dei poveri rei, e quando lo stesso imputato manchi del suo particolar difensore; ed al detto difensore si dovrà comunicare la copia degli atti, e darglisi comodo di conferire col medesimo imputato ancorché sia carcerato, onde possa rilevare i lumi per la di lui difesa […].
LI. Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata legislazione era decretata la pena di morte per delitti ancor non gravi, ed avendo considerato che l’oggetto della pena deve essere la soddisfazione al privato ed al pubblico danno, la correzione del reo, figlio anche esso della società e dello Stato, della cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza, nei rei dei più gravi ed atroci delitti, che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il pubblico esempio che il governo nella punizione dei delitti, e nel servire agli oggetti ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al reo, che tale efficacia, e moderazione insieme si ottiene più che con la pena di morte, con la pena dei lavori pubblici, i quali servono di un esempio continuato, e non di un momentaneo terrore che spesso degenera in compassione, e tolgono la possibilità di commettere nuovi delitti, e con la possibile speranza di veder tornare alla società un cittadino utile e corretto; avendo altresì considerato che una ben diversa legislazione potesse più convenire alla maggior dolcezza, e docilità di costumi del presente secolo, e specialmente nel popolo toscano, siamo venuti nella determinazione di abolire come abbiamo abolito con la presente legge per sempre la pena di morte contro qualunque reo, sia presente, sia contumace, ed ancorché confesso e convinto di qualsivoglia delitto dichiarato capitale dalle leggi fin qui promulgate, le quali tutte vogliamo in questa parte cessate ed abolite […].

Riforma della legislazione criminale toscana, in appendice a C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, a c. di F. Venturi, Einaudi, Torino 1994, pp. 258, 266-267 e 273-274.

Con quali motivazioni, nel Codice leopoldino, alla pena di morte viene preferita la condanna ai lavori forzati? (max 5 righe)

I princìpi del diritto penale: prontezza e certezza della pena

Il codice di Pietro Leopoldo costituì un momento importante nella discussione che in quegli anni si stava svolgendo in tutta Europa sulla riforma del diritto penale e che aveva ruotato in gran parte attorno all’opera di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene. In quest’opera la condanna della tortura e della pena di morte costituivano un aspetto, sia pur fondamentale, di una nuova concezione della pena: la sua legittimità non stava nella vendetta esercitata sul delinquente, ma nella sua capacità di prevenire il reato.

Prontezza della pena
Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso, essa sarà tanto più giusta e tanto più utile. Dico più giusta, perché risparmia al reo gl’inutili e fieri tormenti dell’incertezza, che crescono col vigore dell’immaginazione, e col sentimento della propria debolezza; più giusta, perché la privazione della libertà essendo una pena, essa non può precedere la sentenza, se non quanto la necessità lo chiede. La carcere è dunque la semplice custodia di un cittadino, finché sia giudicato reo; e questa custodia, essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile, e dev’essere meno dura che si possa. Il minor tempo dev’esser misurato e dalla necessaria durazione del processo, e dall’anzianità di chi prima ha un diritto di esser giudicato. La strettezza della carcere non può essere che la necessaria, o per impedire la fuga, o per non occultare le prove de’ delitti. Il processo medesimo dev’essere finito nel più breve tempo possibile. Qual più crudele contrasto, che l’indolenza di un giudice e le angosce d’un reo? i comodi e i piaceri di un insensibile magistrato da una parte, e dall’altra le lagrime, lo squallore di un prigioniero? In generale il peso della pena e la conseguenza di un delitto dev’essere la più efficace per gli altri, e la meno dura che sia possibile per chi la soffre; perché non si può chiamare legittima società quella, dove non sia principio infallibile, che gli uomini si siano voluti assoggettare ai minori mali possibili.
Ho detto che la prontezza delle pene è più utile, perché quanto è minore la distanza del tempo che passa tra la pena ed il misfatto, tanto è più forte e più durevole nell’animo umano l’associazione di queste due idee, delitto e pena; talché insensibilmente si considerano, una come cagione, e l’altra come effetto necessario immancabile […].

Certezza delle pene – Grazie
Uno dei più grandi freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma la infallibilità di esse, e per conseguenza la vigilanza dei magistrati, e quella severità di un giudice inesorabile, che, per essere un’utile virtù, dev’essere accompagnata da una dolce legislazione. La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione, che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza della impunità; perché i mali anche minimi, quando sono certi, spaventano sempre gli animi umani, e la speranza, dono celeste che sovente ci tien luogo di tutto, ne allontana sempre l’idea dei maggiori, massimamente quando l’impunità, che l’avarizia e la debolezza spesso accordano, ne aumenti la forza. […]
A misura che le pene divengono più dolci, la clemenza ed il perdono diventano meno necessari. Felice la nazione nella quale sarebbero funesti! La clemenza dunque, quella virtù che è stata talvolta per un sovrano il supplemento di tutti i doveri del trono, dovrebbe essere esclusa in una perfetta legislazione, dove le pene fossero dolci, ed il metodo di giudicare regolare e spedito. Questa verità sembrerà dura a chi vive nel disordine del sistema criminale, dove il perdono e le grazie sono necessarie in proporzione dell’assurdità delle leggi, e dell’atrocità delle condanne. […] Ma si consideri che la clemenza è la virtù del legislatore, e non dell’esecutor delle leggi; che deve risplendere nel codice, non già nei giudizii particolari; che il far vedere agli uomini che si possono perdonare i delitti, o che la pena non n’è la necessaria conseguenza, è un fomentare la lusinga dell’impunità, è un far credere che potendosi perdonare, le condanne non perdonate sian piuttosto violenze della forza, che emanazioni della giustizia. Che dirassi poi, quando il principe dona le grazie, cioè la pubblica sicurezza ad un particolare, e che con un atto privato di non illuminata beneficenza forma un pubblico decreto d’impunità? Siano dunque inesorabili le leggi, inesorabili gli esecutori di esse nei casi particolari; ma sia dolce, indulgente, umano il legislatore.

C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, a c. di F. Venturi, Einaudi, Torino 1994, pp. 47-48, 59-60 e 102-103.

Quali sono i limiti principali che Beccaria attribuisce ai sistemi giudiziari del suo tempo, secondo quanto emerge dal testo proposto? (max 6 righe)

Esercitazioni

Dopo aver riletto attentamente il documento 4 e il documento 5, mettili a confronto indicando in un breve testo quali delle tesi sostenute da Beccaria nella sua opera Dei delitti e delle pene vengono accolte nel testo della legge sul diritto penale promulgata da Pietro Leopoldo. (max 20 righe)

Immagina di dover intervistare Cesare Beccaria all’indomani della pubblicazione del suo libro Dei delitti e delle pene. Dall’intervista devono emergere con chiarezza sia le sue posizioni teoriche sull’argomento, sia le motivazioni di ordine pratico che l’hanno portato a formulare le soluzioni da lui proposte. Ricorda che le tue domande devono essere pertinenti e adeguate al contesto storico. Il numero massimo di domande è sei e il testo prodotto non deve superare le 60 righe (circa due pagine).

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Gli assolutismi nell’Europa del XVIII secolo

Due sono le forme di governo che troviamo nell’Europa tra XVII e XVIII secolo: assolutismo e monarchia costituzionale.

L’assolutismo è un sistema di governo in cui il potere è accentrato nelle mani del sovrano. Negli stati europei si sono sviluppati diversi tipi di assolutismo e la forza di questo accentramento era diversa nelle diverse realtà statali.

La monarchia costituzionale è un sistema di governo in cui il potere del sovrano è limitato dalla presenza di una costituzione e di un parlamento, che ha il compito di controllare il sovrano. L’unica monarchia costituzionale in Europa è l’Inghilterra.

Guardiamo ora nello specifico ai diversi assolutismi europei.

Polonia – Lituania

In Polonia il re viene eletto da una dieta, cioè un’assemblea, un parlamento, costituito dalla nobiltà polacca. In tale dieta le decisioni devono essere prese solo all’unanimità. Per questo spesso il parlamento si trova paralizzato da contrasti di fazioni.

Purtroppo se non è facile riuscire a prendere decisioni all’unanimità nella gestione dello stato, lo è ancora di meno quando si tratta di designare il futuro sovrano tra i nobili polacchi. La nobiltà infatti non riesce mai a trovare un accordo e finisce sempre un principe straniero come sovrano della Polonia.

Il primo effetto negativo di questa situazione è legato al fatto che un principe eletto all’estero non garantisce nessuna continuità dinastica, il secondo è un tale sovrano non ha alcuna forza. Infatti, nella Polonia del Settecento, la dieta polacca ha un potere molto forte sul Re.  

Infatti la dieta aveva potere decisionale su diverse questioni:

  • decise in merito alla imposizione fiscale,
  • sovrintende alla chiamata delle armi dei nobili,
  • controlla gli atti della pubblica amministrazione
  • può addirittura esigere, dal re eletto, di provvedere con fondi propri ai bisogni dello stato,
  • il suo parere è determinante nelle questioni di politica estera
  • poteva rifiutarsi di obbedire al re nel caso in cui egli non rispettasse i privilegi dei nobili polacchi.

Da tutto questo è facile capire quanto fosse fragile il governo polacco e quanto fosse vulnerabile la compagine territoriale polacca.

Fu proprio per questo che, nel corso del Settecento, il regno polacco vedrà la propria disgregazione.

La Russia di Pietro il Grande Romanov

Pietro il Grande Romanov (1672 – 1725)

Tra il XVII e XVIII secolo la Russia vive un periodo di grande splendore sotto il regno di Pietro il Grande della dinastia Romanov.

Pietro il Grande attiva la sua forma di assolutismo di tipo dispotico. Lui governa un paese arretrato in cui non esistono attività industriali e in cui l’agricoltura è gestita dal latifondo. Inoltre a quell’epoca la Russia è isolata intellettualmente.

Pietro il Grande inaugura una politica culturale di grande apertura verso l’occidente e si attiva per modernizzare il paese e lavora per rafforzare l’autorità dello zar sia nella politica estera che nella politica interna.

Per aumentare il suo prestigio e la sua fama decide di stabilire delle ambasciate russe nei diversi stati europei.

Per aumentare il suo potere in Russia opera una riforma della Duma. La Duma è l’assemblea dei boiari, gli aristocratici russi. Lui sostituisce questa assemblea con un Senato costituito da pochi membri nominati dallo stesso zar.

Per migliorare la gestione dello stato favorisce l’accesso ai più alti gradi della burocrazia statale solo a individui competenti, a cui concede dei titoli nobiliari, come ricompensa. È in questo periodo che si sviluppa anche in Russia la nobiltà di toga.

Per quanto riguarda il sistema di difesa del suo immenso regno, Pietro Romanov riorganizza l’esercito, ristruttura gli armamenti e la flotta.

Opera delle riforme anche nella Chiesa: abolisce il patriarcato di Mosca e lo sostituisce con un Santo Sinodo a nomina regia.

L’espansione territoriale russa, iniziata con Ivan il terribile con Michele Romanov continua con Pietro il Grande che aggiunge al già enorme impero Russo altri territori, quelli colorati in giallo nella carta, sia nelle nell’Europa settentrionale che nell’asia centrale è nell’estremo Oriente. La carta rappresenta la situazione fino alla fine dell’800 e permette di comprendere come l’espansionismo sia stato anche in seguito una scelta di fondo della politica estera russa.

Per favorire lo sviluppo culturale e la formazione della gioventù aristocratica russa, invita a Mosca esponenti di diverse religioni.

Per quanto riguarda la politica economica chiama dall’estero dei tecnici che gli permettano di riorganizzare le attività produttive. Inoltre centralizza nelle sue mani il controllo di tutte le attività produttive, anche di quelle gestite dai privati allo scopo di garantirne competitività e qualità. Il disegno di modernizzazione della grande Russia prevede anche la fondazione di una nuova capitale che prende il nome di San Pietroburgo.

San Pietroburgo, una città costruita nello stile occidentale, sulle coste del mar Baltico
La cattedrale di San Pietro e Paolo a San Pietroburgo

 San Pietroburgo è una città elegante e raffinata che viene costruita sul gusto occidentale per diventare la vetrina della nuova Russia moderna.

La Russia di Pietro il Grande è quindi pronta per giocare un ruolo da protagonista nello scenario europeo.

Il teatro Mariinsky https://it.wikipedia.org/wiki/San_Pietroburgo#/media/File:Mariinsky_Theatre001.jpg

Ma non basta: nonostante le riforme dello zar la grande Russia mantiene ancora elementi di grande arretratezza che non le permetteranno di fare il salto di qualità a cui aspira Pietro il Grande. Infatti l’aristocrazia, che conserva dei privilegi che Pietro non riesce a smantellare, mantiene un predominio indiscusso nel panorama economico e politico. Inoltre le plebi vivono in condizione di grande arretratezza anche grazie al fatto che l’istituto giuridico della servitù della gleba è ancora in vigore e quindi le popolazioni rurali non hanno alcuna possibilità di migliorare la loro condizione.

Il fiume Neva Di Panther – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5910576

Prussia

La Prussia è governata dalla dinastia degli Hohenzollern il suo territorio è unito a quello del Brandeburgo. Tra il 1640 il 1688, Federico Guglielmo di Brandeburgo intraprende un programma  assolutistico con cui opera l’accentramento del potere e la riorganizzazione dello stato. Per operare tale programma il sovrano deve fare accordi con i gruppi sociali più influenti. Infatti la sua opera di riforma non piace ai parlamenti cittadini che lo osteggiano.

Federico Guglielmo di Brandeburgo.
Di Govert Flinck – Scan from 1620-1688 Der Große Kurfürst, Sammler – Bauherr – Mäzen, Ausstellung 1988 Neues Palais Sanssouci p.18, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48027912

Federico Guglielmo però riesce a farsi sostenere dalla grande aristocrazia terriera degli Junker (il nome deriva da Jung Herr, che significa giovane signore). Grazie all’accordo con la nobiltà terriera riesce quindi ad imporre il suo potere; gli Junker, in cambio, ottengono libertà nei rapporti con i contadini, autonomia nella gestione delle proprietà signorili e si assicurano privilegi fiscali.

Il successore è Federico l (1688-1713), che continua il programma assolutistico di Federico Guglielmo e che rinsalda l’alleanza con la burocrazia, l’esercito, l’aristocrazia e gli Junker, perno dell’assolutismo prussiano.

Federico I
Di Friedrich Wilhelm Weidemann – Cropped from File:Frederick I of Prussia.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=28505299

L’Austria degli Asburgo

Fra il Seicento e il Settecento l’Austria amplia il suo territorio: i suoi possedimenti vanno dall’Europa centro-orientale ai Balcani, con l’Ungheria, la Croazia, la Serbia, la Lombardia e le Fiandre.

Il territorio da governare è ampio ed è soprattutto complesso dal punto di vista culturale. La varietà e la grande dimensione rendono questo impero impossibile da governare con un sistema centralizzato. Diventa quindi necessario che il sovrano responsabilizzi le aristocrazie dominanti nei vari paesi, legandole agli Asburgo e riconoscendo loro prerogative e autonomie.

Per favorire la coesione dell’Impero, la casa d’Austria attiva programmi di ri-cattolicizzazione verso le popolazioni protestanti consolidando così i legami con la cristianità. Due grandi ordini monastici, i gesuiti e i cappuccini, sostengono con forza la causa austriaca e la dinastia degli Asburgo.

Spagna

Nella seconda metà del Seicento la Spagna ha ormai perso quasi tutti i possedimenti che aveva sul continente europeo e deve quindi rinunciare alle sue ambizioni egemoniche. La Spagna è un paese in decadenza, il sistema produttivo spagnolo è arretrato e i privilegi dell’aristocrazia bruciano le risorse che vengono dalle colonie. Nella prima metà del Settecento il sovrano Filippo V cerca di avviare delle riforme, ma non riesce ad invertire il corso della ormai inevitabile decadenza.

La Francia dopo il Re Sole

La Francia è il paese più popoloso d’Europa; il potere in Francia è accentrato nelle mani del re e della nobiltà e la Francia è una potenza economica e militare importante.

Però in Francia ci sono anche molti problemi: innanzitutto il clero e l’aristocrazia, che possiedono ampi territori, godono di privilegi e di immunità tali per cui la loro ricchezza non va a rimpinguare le casse dello stato.

Le classi popolari vivono in miseria e la borghesia lamenta il fatto di dover pagare un sacco di tasse ma non aver nessun riconoscimento politico.

Frequentemente esplodono delle ribellioni popolari che vengono sempre represse nel sangue.

Il bilancio dello stato è in passivo, il debito pubblico aumenta costantemente e il governo non riesce a limitare questa tendenza. Purtroppo i regnanti non hanno la forza di attuare le riforme necessarie per modernizzare il paese e alla fine del Settecento la Francia sarà protagonista di uno dei moti rivoluzionari più sanguinosi e violenti di tutta la storia d’Europa.

Inghilterra

All’inizio del 1700 il regno inglese e il regno scozzese vengono unificati. Il governo è gestito da una monarchia parlamentare e il potere del Parlamento è progressivamente in aumento.

Il Parlamento è diviso in Camera dei Lord e Camera dei Comuni.

La Camera dei Lord, detta anche camera alta o camera dei pari, che è costituita dalla nobiltà. Le cariche all’interno della camera sono ereditarie.

La Camera dei Comuni, detta anche camera bassa, ha carica elettiva ed è costituita da grandi proprietari terrieri, cioè da esponenti della borghesia inglese.

Nella prima parte del Settecento si succedono al trono monarchi, con poca leadership, la loro funzione è svolta quindi solo in modo formale; per questo il potere viene gestito esclusivamente dal parlamento. Tra il 1720 e il 1743 la scena politica è dominata dai whig e il loro leader Robert Walpole favorisce il processo di rinnovamento capitalistico dell’economia inglese.

Con la denominazione di tory, nella vita politica e parlamentare dell’Inghilterra si distingue la corrente dei partigiani del re, della chiesa anglicana, delle tradizioni della proprietà fondiaria e del ceto rurale. La corrente contrapposta ad essa è quella dei whig che rappresenta la resistenza al sovrano, il principio di tolleranza religiosa, gli interessi della borghesia londinese, le ambizioni e gli interessi di carattere commerciale, marittimo e coloniale.  

In Inghilterra vige un clima di libertà civile e di tolleranza religiosa come abbiamo letto nelle Lettere filosofiche di Voltaire.

L’impero Ottomano

L’immenso impero Ottomano nel corso del Settecento vede il suo progressivo sfaldamento. Infatti nel 1683 aveva raggiunto il momento di massima espansione: quello era l’anno in cui era arrivato fino ad assediare Vienna senza però riuscire nel suo intento.

Il declino dell’Impero ottomano

Infatti, nel 1699 perde la Transilvania e l’Ungheria che vanno all’Austria, poi perde una parte della Romania che va anche questa all’Austria, quindi anche la Serbia e Belgrado passano agli Asburgo mentre il mar d’Azov e la Crimea vengono assorbiti dall’impero Russo.

Le cause di questo sfaldamento sono da individuarsi nell’economia arretrata nelle istituzioni arcaiche, nell’inefficiente agricoltura dominata dal latifondo, dalla burocrazia inefficace e dal potere centrale, troppo debole per gestire un impero così vasto e così articolato.

Le guerre del Settecento

Nel corso del Settecento in Europa si combattono alcune guerre che vengono combattute per definire gli equilibri tra le diverse potenze. Gli stati coinvolti sono la Francia l’Austria la Russia la Prussia la Gran Bretagna e le guerre sono:

  • la guerra di successione spagnola (1702-14);
  • la guerra di successione polacca (1733-48);
  • la guerra di successione austriaca (1740-48);
  • la guerra dei sette anni (1756-63).

Questi quattro conflitti hanno alcuni elementi che le accomunano:

  • tutte le guerre sono accompagnate da un’intensa attività diplomatica:
  • sono finalizzate a guadagnare posizioni di forza all’interno dell’Europa o nelle aree a dominio europeo:
  • son guerre costose sia sul piano umano che economico;
  • sono prive di fanatismo;
  • vengono combattute da eserciti regolari, da eserciti statali, più disciplinati dagli eserciti mercenari del Seicento;
  • cominciano ad investire le aree coloniali.

Senza entrare nel merito delle singole guerre, sintetizziamo gli esiti di questi conflitti:

  • la Spagna, il Portogallo e le province unite hanno imboccato una via di inesorabile declino;
  • la Polonia vive una grave crisi che la porterà alla disgregazione;
  • la Svezia vede ridotto il suo territorio;
  • la Prussia è uno stato in ascesa:
  • il potere asburgico è in progressivo ampliamento;
  • la Russia è in espansione;
  • le politiche egemoniche francesi falliscono;
  • la Gran Bretagna si prepara ad essere la maggiore potenza internazionale.

Fonti

https://www.treccani.it/

www.wikipedia.org

Fossati, Luppi, Zanette, Parlare di storia, Pearson.

Gianni Gentile – Luigi Ronga, Storia & Geostoria, vol. IV: Dalla metà dei Seicento alla fine dell’Ottocento, La Scuola, Brescia 2005, pp. 64-71

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Antico regime Settecento storia

La società dell’Antico regime

Ordini e privilegi della società del Settecento

La società dell’antico regime non era divisa in classi, ma in ordini. Il concetto di classe è un concetto economico e sociale, mentre il concetto di ordine è un concetto di tipo giuridico, che è regolato quindi da un sistema di leggi.

Appartenere ad un ordine garantiva dei privilegi come non pagare determinate imposte, oppure essere giudicato in particolari tribunali, i cui membri appartengono alla stessa classe sociale di chi è sottoposto a giudizio, oppure ancora accedere a cariche pubbliche o militari.

La struttura per ordini ispirava anche forme di rappresentanza politica per cui ciascun ordine, o stato, dava vita ad istituzioni indicate a rappresentarne gli interessi presso il sovrano, che incarnava il potere centrale.

La società era quindi divisa in tre ordini o tre stati il primo stato era costituito dal clero il secondo dalla nobiltà e il terzo stato era quello che riuniva Borghesi e contadini. Tutti e tre gli ordini, o gli stati, erano comunque stratificati al loro interno. Questa ripartizione ricorda ancora l’antica tradizione medievale della gerarchia sociale divisa in tre livelli in base alle tre funzioni a cui ognuno era preposto: pregare per il clero, combattere per la nobiltà, lavorare per il terzo stato.

Immagine: https://slideplayer.it/slide/3289759/

Il prestigio e il privilegio si concentrano esclusivamente nei primi due ordini. È importante ricordare che quello che è definito il terzo stato nel corso dei secoli si è diversificato e stratificato in maniera importante. Il terzo stato quindi, che riunisce borghesi, contadini e artigiani (e comprende quindi banchieri, avvocati, imprenditori, mercanti, proprietari terrieri, pellicciai, tessitori, braccianti agricoli, mendicanti …) è lo strato più ampio della popolazione e corrisponde in percentuale circa al 98% della popolazione.  

Versailles, 5 maggio 1789, apertura degli Stati Generali (Auguste Couder, olio su tela, 1839).
Di Louis-Charles-Auguste Couder – Joconde database: entry 000PE005448, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6194250

Comunità e individui

La società dell’antico regime non considera l’individuo ma la comunità, l’individuo non vale come persona, ma vale solo in quanto è membro di un ordine. Privilegi, diritti e doveri, vincoli o “libertà” sono concessi, non ad un individuo, ma a un ordine o a una comunità. Per noi oggi è inconcepibile pensare che il concetto di libertà non sia collegato all’individuo. Infatti le democrazie moderne garantiscono ad ogni cittadino le libertà fondamentali, ma questo non accadeva nella società dell’Antico regime. La società del diritto è una conquista del mondo contemporaneo, successivo all’Illuminismo e alle Rivoluzioni del Settecento e dell’Ottocento.

La società dell’Antico Regime è quindi una società molto rigida, statica, in cui la gerarchia non è modificabile. I privilegi potevano toccare anche a città o categorie sociali. In quest’epoca non esiste uguaglianza giuridica.

Giustizia

La giustizia nell’Antico regime è regolata da un complesso sistema di norme, da una pluralità di giurisdizioni, di fonti di diritto e di organi di giustizia. Editti reali, statuti corporativi, giustizie signorili, leggi e tribunali ecclesiastici costituivano un intreccio indissolubile e caotico anche perché, accanto alle norme scritte, spesso si ricorreva alle regole della consuetudine. A quell’epoca il sistema giuridico era quindi regolamentato da una selva di norme che si intrecciavano e si sovrapponevano l’un l’altra.

Clero

Il clero si divide in due parti:

  • il clero regolare, costituito dagli ordini religiosi spesso dotati di grande forza economica e culturale come gesuiti;
  • il clero secolare o diocesano cioè legato strettamente alla diocesi, i cui vertici provenivano dall’alta aristocrazia.

Al vertice delle gerarchie ecclesiastiche si trovavano persone colte, istruite e gratificate con benefici e privilegi di vario genere. Ad essi si contrapponeva la vasta platea del basso clero, o clero parrocchiale, che era reclutato prevalentemente tra la popolazione contadina e piccolo-borghese. Il basso clero di solito era caratterizzato da un tenore di vita decisamente modesto e anche il suo livello culturale non era elevato: la cultura dei parroci era discreta nelle parrocchie cittadine ma era spesso quasi inesistente nelle campagne.

Il clero del Settecento nel suo insieme aveva una presenza capillare all’interno della società. Anche se il processo di laicizzazione aveva investito la società europea negli ultimi due secoli, il prestigio e l’autorità della chiesa erano ancora grandi, soprattutto presso i ceti bassi.

Il clero deteneva il monopolio totale dell’istruzione e della pubblica assistenza. Il parroco anche se talvolta impreparato e rozzo costituiva la figura fondamentale di riferimento per le popolazioni contadine: era sacerdote ma anche protettore paciere consigliere.

Il clero inoltre godeva di particolari immunità:

  • l’immunità personale per cui sacerdote veniva giudicato da un tribunale ecclesiastico anche per reati comuni,
  • l’immunità locale, o diritto d’asilo, che sottraeva i luoghi considerati sacri all’autorità della polizia e delle magistrature dello stato,
  • l’immunità reale che esentava i beni della chiesa dal pagamento delle imposte.

Il clero non pagava vere e proprie tasse ma erogava solo donazioni allo stato.

Se le prime due immunità costituivano una forte limitazione dell’autorità dello stato, la terza aveva anche un importante risvolto economico.  Infatti sottraeva dal fisco una quota importante della rendita fondiaria se pensiamo che l’estensione della proprietà ecclesiastica, alla metà del Settecento è stimabile nel 6% dei territori della Francia, nel 9% dei territori in Polonia, nel 14% dei territori in Spagna nel 23% nel regno di Lombardia è molto ancora di più nel Regno di Napoli.

Inoltre, i beni di proprietà di enti ecclesiastici erano soggetti al vincolo della “manomorta”, che ne impediva la divisione e la vendita.

Il termine manomorta indica il patrimonio immobiliare degli enti, civili o ecclesiastici, la cui esistenza è perpetua. Tali beni, solitamente fondiari, erano inalienabili (cioè non trasmissibili ad altri) secondo un istituto giuridico di origine longobarda.

Questi elementi ci fanno comprendere perché l’immunità reale fu uno dei principali terreni di scontro tra stato e chiesa nel Settecento.

Nobiltà

Colbert – Presentazione i membri dell’Accademia Reale delle Scienze a Luigi XIV

Nella società dell’Antico regime era evidente a tutti, e nessuno lo metteva in discussione, che ci fosse un gruppo sociale superiore a tutti gli altri, la nobiltà. Questo ceto sociale era consapevole di questa superiorità, superiorità che era il primo carattere distintivo della nobiltà.

Nella definizione di “nobiltà” confluivano diverse componenti costituite da prerogative giuridiche e da valori simbolici. Era nobile chi disponeva di un titolo che lo riconosceva come tale e il titolo dava diritto a determinati privilegi, piccoli o grandi.

Privilegi dei nobili

I privilegi dei nobili erano articolati:

  • portare la spada,
  • avere posti speciali riservati nelle cerimonie pubbliche,
  • essere giudicati da tribunale di pari,
  • avere accesso esclusivo alle più alte cariche dell’esercito e delle magistrature,
  • godere di particolari immunità fiscali,
  • esercitare potere di comando all’interno dei feudi.

Essere nobili voleva dire avere:

  • natali illustri,
  • alta reputazione sociale,
  • stile di vita splendido estremamente agiato,
  • un codice di valori legato alla forza al prestigio e all’onore.

Un nobile si distingueva quindi dai “plebei” cioè dai “non nobili” e ovviamente si distingueva anche dai ricchi borghesi. Infatti una delle prerogative della borghesia era legata alle attività professionali, che erano invece precluse alla nobiltà. Si pensi che uno dei motivi fondamentali per cui un nobile poteva venir privato del titolo nobiliare era proprio l’esercizio di attività lavorative proibite, come quelle legate al commercio.

Nobiltà di spada e di toga

Un’importante differenziazione interna al ceto aristocratico era quella tra nobiltà di sangue e nobiltà di spada e la nobiltà di toga

La nobiltà di sangue, o di spada, apparteneva a coloro che discendevano da antiche famiglie feudali, per questi la nobiltà era legata appunto al sangue. È necessario ricordare che ormai, nel Settecento, le antiche famiglie feudali erano decisamente ridotte di numero.

La nobiltà di toga era costituita da coloro che avevano ottenuto il titolo acquistando una carica pubblica, oppure compiendo dei servizi al favore del re. Fu questa la via che permise a molti ricchi borghesi, soprattutto in Francia di conquistare l’agognata nobilitazione.

La nobiltà di spada non apprezzava la nobiltà di toga e quindi cercò per tanto tempo di bloccare l’introduzione di questi nuovi nobili, ma il fenomeno si rivelò irreversibile.

Nel Settecento le due aristocrazie ormai si erano ampiamente integrate anche se mantenevano forti differenze reciproche.

Il ceto aristocratico tra Sei e Settecento viveva ormai in una situazione di crisi dovuta a due principali fattori:

  • l’emergere di nuove fonti di potere e di ricchezza, legate alle attività borghesi del commercio e dell’Industria
  • l’affermazione dello stato moderno centralizzato e assolutista che gli aveva sottratto sfere di potere e di autonomia.

Ma la nobiltà era comunque ancora il ceto dominante, perché

  • deteneva gran parte della terra,
  • monopolizzava le cariche pubbliche e gli uffici di governo,
  • imponeva i suoi valori e i suoi stili di vita.

Non a caso i borghesi che avevano fatto fortuna cercavano in tutti i modi di acquisire un titolo nobiliare.

Curiosità

Montesquieu, autore delle “Lettere persiane” e teorizzatore della separazione dei poteri, apparteneva alla nobiltà di toga.

La base del potere nobiliare

Nei diversi paesi europei la percentuale degli appartenenti alla classe nobiliare è molto varia.

In Polonia il 10% della popolazione apparteneva alla classe nobiliare, in Spagna il 7, 5%, in Ungheria il 5%, Russia 2,5%, in Francia 1%. In Inghilterra i nobili erano in percentuale decisamente minima tanto che i Lord erano meno di duecento.

Nei diversi paesi europei, l’atteggiamento dell’aristocrazia verso le attività produttive o lavorative in genere era molto diversificato. Mentre la nobiltà inglese e il patriziato olandese si impegnavano spesso nella conduzione di imprese agricole, manifatturiere o commerciali, l’aristocrazia dei paesi latini giudicava indegne e infamanti tali occupazioni.

Ma nonostante queste specificità, era comunque la terra che forniva alla nobiltà la maggior parte della propria ricchezza e del proprio prestigio. Infatti nella proprietà immobiliare si realizzava un intreccio di potere univa allo sfruttamento economico l’esercizio del potere personale sui subalterni: il potere sulle persone costituiva il carattere distintivo della nobiltà fin dalla nascita della feudalità.

Il signore ricavava rendite in modalità diversificate. Infatti ricavava un reddito:

  • dalle terre coltivate dai suoi affittuari, dai suoi mezzadri,
  • dagli apprezzamenti lavorati dai contadini che gli pagavano il canone in denaro o in natura,
  • dal monopolio di mulini, frantoi, forni, torchi, su cui i contadini pagavano un dazio,
  • dal diritto di caccia
  • dall’esercizio dei poteri giurisdizionali – poteva infatti esercitare funzioni di giustizia e di polizia all’interno del feudo.

Contadini

Nel Settecento in Europa il potere nobiliare aveva caratteristiche diverse e possiamo fare una distinzione tra il potere nobiliare in area occidentale e quello in area orientale, orientativamente a Est e Ovest rispetto al fiume Elba. Ricordiamo inoltre che in Inghilterra la feudalità era quasi del tutto estinta.

Est e Ovest europeo

Nella parte occidentale del continente erano per lo più scomparsi i due istituti fondamentali del sistema feudale, la servitù della gleba, e le corvée, prestazioni di lavoro obbligatorio. I contadini cioè erano giuridicamente liberi e le corvée erano ridotte di molto e, in alcuni casi, erano state trasformate in tributi di denaro. Nell’Europa orientale invece, dove le terre di proprietà del feudatario erano estesissime, la servitù della gleba e le corvée erano ancora una regola diffusa ovunque.

Il percorso dell’Elba

Nell’Est europeo anche i poteri giurisdizionali del signore erano molto più estesi. Mentre in occidente l’espansione della sovranità dello stato aveva ridotto la sfera della giurisdizione signorile, a Est il potere del nobile era pressoché assoluto: si pensi che in Polonia i signori conservarono fino al 1768 il diritto di condannare a morte i contadini dei loro feudi!

Da questa realtà derivava una condizione diversa anche per la popolazione delle campagne. A Est gravavano sui servi:

  • il lavoro massacrante delle corvée per più giorni la settimana
  • la completa dipendenza dall’arbitro del signore.

Il contadino non poteva

  • allontanarsi dal feudo,
  • cercare un lavoro migliore,
  • spostarsi senza il permesso del padrone.

Pesantissime erano le punizioni per quelli che tentavano la fuga.

A Ovest invece, la libertà giuridica aveva attenuato le forme più odiose dello sfruttamento feudale e, al di fuori della riserva signorile, il colono si era spesso trasformato in piccolo proprietario di fatto, anche se le terre erano giuridicamente intestate al signore.

Per questo ad Ovest si era anche creato uno strato più agiato di affittuari, mezzadri, coloni insediatisi sulle terre libere. Molti coltivatori godevano di condizioni di privilegio perché lo stato incentiva va la messa a coltura di nuove terre.

Bisogna comunque puntualizzare che le condizioni dei contadini, che costituivano i due terzi della popolazione europea, rimanevano comunque miserabili anche all’ovest. Infatti i contadini dell’Ovest europeo, anche se liberi, erano oberati di tasse. Dovevano pagare:

  • il canone al signore,
  • le decime alla chiesa,
  • le imposte allo stato.

Dopo aver finito di versare tutte le tasse, ai contadini rimaneva un reddito decisamente esiguo.

Per questo motivo i contadini europei guardavano con diffidenza le innovazioni praticate degli agronomi che sconvolgevano l’agricoltura comunitaria di villaggio: queste novità avrebbero reso ancora più difficile la sopravvivenza.

Immagine: https://www.tes.com/lessons/ZQq8U25dLFjaxQ/la-rivoluzione-francese

La borghesia

Un altro gruppo sociale importante attivo nella società dell’Antico regime è la borghesia.

La borghesia comprendeva in questa epoca diverse figure sociali e professionali come

  • il banchiere,
  • il mercante,
  • l’imprenditore
  • l’artigiano,
  • il libero professionista,
  • il titolare di cariche pubbliche non nobilitanti,
  • il funzionario dello stato dell’amministrazione locale,
  • il titolare di rendite fondiarie.

La borghesia è un gruppo sociale multiforme, stratificato al suo interno sia per il reddito che per lo stile di vita. Nelle diverse regioni europee la borghesia era differenziata sia per estensione che per importanza sociale.

Ad esempio, in Inghilterra, in Olanda, in qualche area dell’Italia e della Francia, esisteva già una borghesia imprenditoriale e commerciale. Invece nell’Europa orientale, nella penisola iberica, nella maggior parte dell’Italia meridionale, il ceto borghese aveva consistenza quasi nulla. Qui infatti la società era strutturata in maniera più tradizionale, con l’aristocrazia feudale, che godeva il monopolio della rendita fondiaria, e la massa dei contadini o servi.

Valori della borghesia

La borghesia non era neppure omogenea per quanto riguardava valori e aspirazioni. Infatti, da una parte c’era chi ricercava promozione sociale nella proprietà terriera, nella venalità delle cariche, in uno stile di vita aristocratico, dall’altra parte c’era chi era coinvolto nello sviluppo della vita produttiva e culturale, interessato alla trasformazione delle strutture economiche e sociali dell’Antico regime. Questa borghesia aspirava alla valorizzazione del merito e del talento, alla libertà economica, all’accesso alle cariche pubbliche e alla rappresentanza politica.

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Ugo Foscolo

Perché ancora si studia Foscolo?

Perché le sue opere rispondono ai canoni della verità e della bellezza.

Perché le sue opere parlano dei grandi temi dell’uomo: l’amore per la libertà, la dialettica tra vita e morte, il dolore dell’amore non corrisposto, la consapevolezza dell’amore come illusione, la bellezza della poesia.

Biografia

Niccolò Foscolo nasce a Zante (Zacinto) nel 1778 isola che appartiene alla Repubblica di Venezia. Suo padre è un medico veneziano sua madre una donna di origini greche; egli ha anche un fratello di nome Giovanni . Alla morte del padre la donna si trasferisce a Venezia dove il figlio la raggiunge nel 1992. .

A 16 anni il giovane Nicolò decide di cambiare il suo nome in Ugo, nome con il quale diventerà poi famoso.

Gli anni che seguono sono anni tumultuosi. Foscolo si impegna nell’attività politica aderendo alle idee giacobine e intraprende la carriera militare
arruolandosi nel corpo dei cacciatori a cavallo. La discesa di Napoleone in Italia aveva acceso speranze tra i repubblicani della penisola. Ma il Trattato di Campoformio, nell’ottobre del 1797 segna la fine della Repubblica di Venezia. Questo trattato mostra ai repubblicani italiani il vero volto di Napoleone: non un liberatore, coma era apparso prima ma un conquistatore.

Foscolo quindi si trasferisce a Milano, capitale della Repubblica cisalpina, dove conosce e frequenta i letterati più in vista, come Giuseppe Parini e Vincenzo Monti. Si trasferisce quindi a Bologna dove collabora con diversi giornali e lavora alla prima stesura delle Ultime lettere di Jacopo Ortis.
Rientrato nei ranghi dell’esercito napoleonico, combatte e rimane ferito due volte.

Compone l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e inizia la riscrittura dell’Ortis. Di indole estremista e di vocazione libertario è spesso critico nei confronti di Napoleone tanto che i suoi rapporti con il governo filofrancese della Repubblica cisalpina sono sempre problematici. Continua comunque a collaborare con il Ministero della Guerra e viene assegnato, col grado di capitano, all’armata riunita in vista della progettata, ma mai attuata, invasione dell’Inghilterra.

È questo un periodo contrassegnato da eventi che gli provocano forti emozioni: muore suicida il fratello Giovanni, vive molte relazioni e da una di esse nasce una figlia, unica donna con cui riesce a mantenere un legame stabile.

Molte le opere che realizza:

  • 1802 pubblica le Ultime lettere di Jacopo Ortis,
  • 1803 La chioma di Berenice e le Poesie,
  • 1807 il carme Dei sepolcri e l’Esperimento di traduzione dell’Iliade.

Viene nominato professore di eloquenza italiana e latina all’università di Pavia e in occasione della lezione inaugurale pronunciò un discorso ispirato a una concezione altamente morale e politica del ruolo della letteratura nella società civile.

Ma forse per il carattere particolarmente irruente e inquieto, tipico di un eroe romantico, col tempo i suoi rapporti con gli intellettuali milanesi e con il governo si guastano. La sua tragedia Ajace, che era andata in scena nel 1811, viene proibita dalla censura per sospette allusioni antifrancesi e Foscolo viene invitato a lasciare Milano.

Si trasferisce quindi a Firenze tra 1812 e il 1813. Qui compone:

  • la tragedia Ricciarda,
  • le Grazie
  • fa diverse traduzioni dall’inglese.

Quando, nel 1813, Napoleone abdica Foscolo riprende servizio
nell’esercito, nel tentativo di salvare l’indipendenza del Regno d’Italia. Il governo austriaco, viste le sue posizioni antinapoleoniche, cerca di coinvolgerlo nella politica culturale del nuovo stato, lasciandogli
libertà d’azione. Ma Foscolo non vuole porsi al servizio di quel regime che ancora opprime i popoli italici. Preferisce quindi lasciare l’Italia e andare in esilio.

Trascorre un anno in Svizzera, dove pubblica tra l’altro una nuova edizione dell’Ortis. Poi si trasferisce definitivamente a Londra, dove ritrova la
figlia Fanny. Viene accolto dall’ammirazione degli intellettuali inglesi. Qui pubblica l’edizione definitiva dell’Ortis, riprende a lavorare alle Grazie e alla traduzione dell’Iliade. Si dedica in particolare alla critica letteraria pubblicando articoli e saggi su Dante, Petrarca e sulla letteratura italiana contemporanea.
La critica letteraria non gli garantisce entrate sufficienti per il suo tenore di vita e finisce ben presto nei guai con i creditori. Si trova quindi costretto a trovare rifugio nei quartieri più degradati della capitale inglese. Si ammala di idropisia e muore nel 1827 assistito dalla figlia Fanny.

Nel 1871 le sue ossa vengono traslate a Firenze, nella chiesa di Santa Croce, fra le tombe dei grandi da lui cantate nei Sepolcri.

Tratti costanti nelle sue opere

La presenza dell'”io”

Le opere di Foscolo sono dominate da un “io” che è quasi sempre identificabile con quello dell’autore. L’io poetico e l’io dell’autore coincidono:

  • entrambi innamorati della libertà,
  • convinti che il letterato abbia una missione civile e politica,

Nelle varie opere questo “io” è sempre presente anche se in misura diversa. Nell'”Ortis” è molto forte, mentre nelle Grazie è più sfocato.

Il legame tra arte e vita

Foscolo è un autore romantico e la sua vita sembra quella di un eroe romantico nella quale si intrecciano indissolubilmente arte e vita. Nelle sue opere troviamo pagine della sua vita: si pensi che diverse lettere contenute nell’Ortis riprendono da vicino lettere realmente scritte a persone reali. Questa coincidenza crea delle difficoltà a livello di analisi critica so come si possa distinguere Foscolo da Ortis.? Ma proprio questa coincidenza è fonte della straordinaria ricchezza di valori e forme della sua opera.

Il carattere frammentario

Le opere di Foscolo nascono tutte per frammenti, vengono poi riuniti a posteriori in un’opera unitaria.

La polarità

Le opere foscoliane appaiono sempre caratterizzate da una polarità tra:

  • cuore e ragione,
  • caos e armonia,
  • oppressori e oppressi,
  • vita e morte.

Queste polarità non vengono mai ricomposte in un’unità; a lui risulta impossibile trovare un equilibrio o compiere una scelta, rimane sempre travolto dalla dualità.

Le ultime lettere di Jacopo Ortis

Le ultime lettere di Jacopo Ortis è un romanzo epistolare. Il romanzo raccoglie le lettere che il giovane Jacopo scrive all’amico Lorenzo Alderani. Quando Jacopo muore suicida, Lorenzo raccoglie le lettere di Jacopo e le pubblica. Le lettere gli sono state scritte tra l’11 ottobre 1797, dopo il trattato di Campoformio, e il 25 marzo 1799. Da queste lettere si leggono le vicende di Jacopo che, fuggito da Venezia per sfuggire alle persecuzioni politiche del governo austriaco, si rifugia sui colli Euganei dove incontra la bella Teresa. Lei è fidanzata con Odoardo, ma questo non impedisce a Jacopo di innamorarsi di lei e di essere ricambiato.

Odoardo è un uomo gretto che sposa la bella Teresa solo per interesse. Jacopo non può cambiare la situazione. Per sfuggire a questo amore infelice inizia a viaggiare. Va a Firenze e a Milano; quando apprende la notizia del matrimonio fra Teresa e Odoardo ritorna sui colli Euganei. Ma si rende conto di non poter fare nulla né per risolvere la situazione sentimentale e neppure di poter agire a livello politico per cambiare la situazione. Sceglie quindi una morte eroica per non cadere nel compromesso di una vita a metà.

Fonti di ispirazione

Appassionato studioso della classicità e della contemporaneità Foscolo attinge sia alle opere di autori classici, che di contemporanei inglesi e francesi, ma anche dalla Bibbia.

Sicuramente grande ispirazione è tratta da I dolori del giovane Werther di Goethe, un romanzo con cui condivide la struttura, la trama, il carattere del protagonista e della donna amata. Anche la conclusione è la stessa.

Intreccio tra Ortis e Foscolo

In questo romanzo l’intreccio fra arte e vita rende difficile distinguere fra la personalità dell’autore e quella del personaggio. Foscolo trasferisce in Ortis la propria esperienza biografica e poi tende a modellare la propria vita sull’esempio dell’Ortis.

Ma una delle ragioni del fascino e del successo di quest’opera sta proprio in questa confusione o sovrapposizione di ruoli. Tuttavia ci sono diversi elementi che ricordano il carattere letterario dell’Ortis, uno su tutti il fatto che il personaggio si suicidi, l’autore invece no.

I temi dell’Ortis

L’itinerario percorso dal protagonista va dall’illusione alla delusione e i temi dell’Ortis sono:

  • Politica – la delusione politica è legata al fallimento dell’esperienza rivoluzionaria, al naufragio delle speranze di libertà e indipendenza dell’Italia e alle speranze suscitate prima e calpestate poi da Napoleone.
  • Amore – la delusione amorosa nasce dall’impossibilità di concretizzare il rapporto con Teresa e dalla constatazione che le leggi dell’interesse e delle convenienze sociali hanno la meglio sulla passione e sul sentimento.
  • Delusione esistenziale – la sua esistenza si muove sempre tra polarità ed estremizzazioni, i compromessi non si adattano al suo carattere. Il fallimento sul piano politico e su quello amoroso esasperano il protagonista a livello esistenziale. Jacopo è radicalmente pessimista e i fallimenti nell’ambito amoroso e sulla scena politica contribuiscono a trasformare in gesto concreto una predisposizione ben precedente dell’animo di Jacopo. Quindi Ortis si suicida «per indole d’anima» oltre che «per sistema di mente»
  • Oppressori e oppressi – i viaggi e gli incontri mostrano a Ortis che gli uomini si dividono in oppressori e oppressi: da una parte chi commette violenza, dall’altra chi la subisce. Ortis però rifiuta di schierarsi.
  • Suicidio come vana fuga dalla violenza – Ortis sceglie il suicidio: gli sembra l’unico modo per non commettere violenza e per non subirla. Ma neppure lui può sfuggire all’inflessibile legge universale della sopraffazione. Infatti le sue scelte e i suoi comportamenti lo portano a commettere violenza nei confronti di diverse persone.
    • Jacopo infatti usa violenza a Teresa, turbandone la serenità
    • Jacopo infatti usa violenza al prossimo – nella lettera del 14 marzo 1799, confessa di avere provocato la morte di un povero contadino innocente
    • Jacopo infatti usa violenza a se stesso, con il suicidio.

Il linguaggio dell’Ortis

Con il suo romanzo Foscolo crea la lingua del romanzo italiano. Lui trae il modello dalla tradizione letteraria e dall’uso vivo della lingua. Con il romanzo epistolare crea uno “stile della passione” proprio perché la lettera è scritta proprio nell’immediatezza e nell’urgenza della passione.

Lo strumento della la lettera trasferisce sulla pagina sia le passioni dell’anima del protagonista e i suoi personali punti di vista.

La trama

Si tratta di un romanzo epistolare: nella finzione letteraria, Lorenzo Alderani, dopo il suicidio di Jacopo Ortis, pubblica le lettere che l’amico gli ha inviato fra l’11 ottobre 1797 (all’indomani del trattato di Campoformio) e il 25 marzo 1799, subito prima della morte.

Lasciata Venezia per sfuggire alle persecuzioni politiche, Jacopo incontra sui colli Euganei la bella Teresa, di cui si innamora, ricambiato, benché la fanciulla sia già promessa al meschino Odoardo per ragioni d’interesse. Dopo un lungo viaggio per l’Italia, che lo porta fra l’altro a Firenze (dove visita la chiesa di Santa Croce) e a Milano (dove incontra Parini), appresa la notizia del matrimonio fra Teresa e Odoardo, ritorna infine sui colli Euganei. Li vede che non c’è alcuna possibilità di trovare soddisfazione alle sue aspirazioni politiche e sentimentali, si toglie la vita pugnalandosi al cuore.

La premessa è di Lorenzo Alderani, amico confidente di Jacopo Ortis.

Premessa

Al lettore
Pubblicando queste lettere, io tento di erigere un monumento alla virtù sconosciuta; e di consacrare alla memoria del solo amico mio quelle lagrime, che ora mi si vieta di spargere su la sua sepoltura.
E tu, o Lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri quell’eroismo di cui non sono eglino stessi capaci, darai, spero, la tua compassione al giovine infelice dal quale potrai forse trarre esempio e conforto.

Lorenzo Alderani

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.  

Lo sconforto per la situazione della patria

In questo brano di apertura emerge il tema politico, uno dei due temi cardine dell’opera foscoliana. Notiamo che proprio nella questione politica si evidenzia la differenza tra autore e protagonista: entrambi vivono la delusione per il trattato di Campoformio ma mentre Foscolo continua a militare nelle armate cisalpine, Jacopo si lascia travolgere dalla sfiducia e dal pessimismo.

Ortis vive la delusione politica del trattato di Campoformio come una tragedia personale. In lui convivono due atteggiamenti antitetici:

  • da un lato l’orgoglioso sdegno e l’istinto di ribellione
  • dall’altro la rassegnazione e la rinuncia.
Da’ colli Euganei, 11 Ottobre 1797  

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia.
Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito?
Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho obbedito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci.

Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace?
Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati?

E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’italiani.

Per me segua che può.

Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte.
Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da’ pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri.    

L’innamoramento

Il tema amoroso è l’altro tema centrale dell’opera. L’amore dà vita, suscita sentimenti positivi nell’uomo: la pietà, il gusto per la bellezza e l’arte. Questi inducono atteggiamenti che rendono l’uomo migliore, civile.

I temi di questo brano sono quelli cari a Foscolo: l’amore, la bellezza, l’arte. In poche parole si tratta, a suo avviso di “illusioni” grazie alle quali la vita vale la pena di essere vissuta. Il tema delle illusioni è centrale in Foscolo. Le illusioni non rappresentano una fuga dal reale, ma sono stimolo all’azione, all’attività, alla reazione positiva di fronte alla realtà negativa.

In particolare, accostandosi all’amore, che è un sentimento superiore, gli uomini possono costruire una visione del mondo più serena. In questo modo possono rigenerare le loro forze creativa, senza le quali non esisterebbe civiltà e il mondo sarebbe ridotto a “pianto, terrore e distruzione universale”.

26 Ottobre

La ho veduta, o Lorenzo, la divina fanciulla; e te ne ringrazio.
La trovai seduta miniando il proprio ritratto. Si rizzò salutandomi come s’ella mi conoscesse, e ordinò a un servitore che andasse a cercar di suo padre.
Egli non si sperava, mi diss’ella, che voi sareste venuto; sarà per la campagna; né starà molto a tornare.

Una ragazzina le corse fra le ginocchia dicendole non so che all’orecchio. È un amico di Lorenzo, le rispose Teresa, è quello che il babbo andò a trovare l’altr’jeri.

Tornò frattanto il signor T***: m’accoglieva famigliarmente, ringraziandomi che io mi fossi sovvenuto di lui. Teresa in tanto, prendendo per mano la sua sorellina, partiva.

Vedete, mi diss’egli, additandomi le sue figliuole che uscivano dalla stanza; eccoci tutti.
Proferì, parmi, queste parole come se volesse farmi sentire che gli mancava sua moglie. Non la nominò.

Si ciarlò lunga pezza. Mentr’io stava per congedarmi, tornò Teresa:

Non siamo tanto lontani, mi disse; venite qualche sera a veglia con noi.
Io tornava a casa col cuore in festa.
– Che? lo spettacolo della bellezza basta forse ad addormentare in noi tristi mortali tutti i dolori? vedi per me una sorgente di vita: unica certo, e chi sa! fatale.
Ma se io sono predestinato ad avere l’anima perpetuamente in tempesta, non è tutt’uno?

Il bacio a Teresa

Questa pagina descrive la scena del primo bacio. Racconta l’emozione di Jacopo a cui sempre a partecipare tutta la natura. Racconta la certezza di Jacopo che il suo amore per Teresa è ricambiato.

14 Maggio, a sera  

O quante volte ho ripigliato la penna, e non ho potuto continuare: mi sento un po’ calmato e torno a scriverti.
– Teresa giacea sotto il gelso – ma e che posso dirti che non sia tutto racchiuso in queste parole? Vi amo.

A queste parole tutto ciò ch’io vedeva mi sembrava un riso dell’universo: io mirava con occhi di riconoscenza il cielo, e mi parea ch’egli si spalancasse per accoglierci! deh! a che non venne la morte? e l’ho invocata.

Sì; ho baciato Teresa; i fiori e le piante esalavano in quel momento un odore soave; le aure erano tutte armonia; i rivi risuonavano da lontano; e tutte le cose s’abbellivano allo splendore della Luna che era tutta piena della luce infinita della Divinità.
Gli elementi e gli esseri esultavano nella gioja di due cuori ebbri di amore – ho baciata e ribaciata quella mano – e Teresa mi abbracciava tutta tremante, e trasfondea i suoi sospiri nella mia bocca, e il suo cuore palpitava su questo petto: mirandomi co’ suoi grandi occhi languenti, mi baciava, e le sue labbra umide, socchiuse mormoravano su le mie – ahi! che ad un tratto mi si è staccata dal seno quasi atterrita: chiamò sua sorella e s’alzò correndole incontro.

Io me le sono prostrato, e tendeva le braccia come per afferrar le sue vesti – ma non ho ardito di rattenerla, né richiamarla. La sua virtù – e non tanto la sua virtù, quanto la sua passione, mi sgomentava: sentiva e sento rimorso di averla io primo eccitata nel suo cuore innocente.
Ed è rimorso – rimorso di tradimento! Ahi mio cuore codardo!
– Me le sono accostato tremando.  

– Non posso essere vostra mai! – e pronunciò queste parole dal cuore profondo e con una occhiata con cui parea rimproverarsi e compiangermi.
Accompagnandola lungo la via, non mi guardò più; né io avea più cuore di dirle parola.
Giunta alla ferriata del giardino mi prese di mano la Isabellina e lasciandomi: Addio, diss’ella; e rivolgendosi dopo pochi passi, – addio. Io rimasi estatico: avrei baciate l’orme de’ suoi piedi: pendeva un suo braccio, e i suoi capelli rilucenti al raggio della Luna svolazzavano mollemente: ma poi, appena appena il lungo viale e la fosca ombra degli alberi mi concedevano di travedere le ondeggianti sue vesti che da lontano ancor biancheggiavano; e poiché l’ebbi perduta, tendeva l’orecchio sperando di udir la sua voce.

– E partendo, mi volsi con le braccia aperte, quasi per consolarmi, all’astro di Venere: era anch’esso sparito.  

Comprensione del testo

 In un primo momento l’intensità del sentimento e la bellezza della giovane travolgono il cuore di Jacopo. Inoltre la perfezione del paesaggio fa da cornice a questo momento. Ma la perfezione del momento fa dimenticare al giovane innamorato che questo amore è impossibile: Teresa è promessa ad un altro.

Poi all’improvviso, Teresa si rende conto della situazione: si scuote, pronuncia parole disperate, fugge. E Jacopo viene rapidamente riportato alla realtà.

Il giovane comprende che quella relazione è destinata a un esito infelice.

E la natura, che fa sempre da cornice allo stato d’animo del giovane anticipa la realtà: Jacopo si volge verso la stella Venere, Venere dea dell’amore, ma la sua luce è svanita. La scomparsa della luce di Venere costituisce un triste presagio.

Analisi e interpretazione.

La prima parte della lettera è costituita da un discorso dall’andamento singhiozzante spezzato, da continue interruzioni come i punti di sospensione, i punti interrogativi ed esclamativi e immagini isolate. Sembrano quasi dei flash che si presentano alla memoria del narratore, dell’Io narrante, mentre cerca di raccontare l’amico quello che accaduto.

Si tratta di una passione difficile da descrivere.

La stessa lingua, le stesse parole non sono sufficienti ad esprimere l’intensità del trasporto amoroso. Nella parte centrale la scena del bacio è descritta nella cornice di un paesaggio in perfetta consonanza con lo stato d’animo dell’innamorato, in un’atmosfera di armonia e fusione tra gli elementi: tra il narratore e la natura, tra il narratore la sua amata.

La parte finale è segnata invece dalla separazione: comincia il distacco con Teresa che si sviluppa nel silenzioso rientro delle sorelle e si conclude col commiato definitivo e con la conclusiva solitudine dell’innamorato.

La lettera è incentrata sul tema dell’amore e è dominata dall’immagine della natura: amore e natura sono trattati in una chiave tipicamente romantica.

  • L’amore è un elemento allo stesso tempo positivo e fatale. È una potenza quasi sovrumana che trasfigura la realtà e la rende divina. L’amore trasforma il soggetto, lo manda in estasi, in un’estasi in cui egli stesso non è capace di dominare le proprie emozioni. L’estasi è così elevata al punto da invocare la morte per sottrarre quell’attimo sublime a ogni possibile disillusione o ad ogni possibile degrado.
  • La natura è organismo vivo, è quasi umanizzato. Non è solo lo sfondo su cui l’esperienza viene vissuta, la natura riproduce tutte le sfumature delle emozioni che vivono i due protagonisti:
    • dalla sensualità del bacio
    • alla desolazione dell’abbandono.

Il paesaggio naturale diventa quindi lo specchio dell’interiorità. L’individuo può guardare dunque guardare i segni della natura per decifrare quello che gli accade, sia nei momenti di felicità, che in quelli della sofferenza.

Rispondi

  1. Dove si trovano Jacopo e Teresa al momento del bacio?
  2. Cosa stava facendo Jacopo un attimo prima?
  3. Teresa si allontana bruscamente, per quale motivo?
  4. Cosa fa Jacopo quando Teresa scappa da lui e si allontana?
  5. Cosa fa quando rimane completamente solo?
  6. La lettera può essere divisa in tre parti. Indica quali e sottolinea in ciascuna parte una parola o una frase che potrebbe essere usata come titolo
  7. L’amore rende Jacopo incapace di agire e di pensare in modo razionale, anche quando deve ricordare i fatti per raccontarli all’amico: in che modo viene resa, nella stesura della lettera l’indicibilità dell’estasi amorosa?
  8. La natura rispecchia gli stati d’animo del personaggio: individua nel testo i passi che si riferiscono a tale consonanza.
  9. La scena è pervasa di emozioni, anche diverse e contrastanti, e di sensualità: indica i termini che esprimono sentimenti e stati d’animo e quelli che si riferiscono invece allo scambio amoroso (cioè ai gesti e alle parole d’amore) fra Jacopo e Teresa.
  10. Produzione
  11. Riscrivi la scena ambientandola ai giorni nostri: puoi cambiare l’abbigliamento dei protagonisti, i loro gesti, le battute del dialogo. 

Gli effetti dell’amore sullo spirito umano

Il tema amoroso è al centro anche di questa lettera. Jacopo sa che Teresa è promessa sposa, ma l’amore che prova per lei determina in lui uno stato d’animo sereno e disteso. In questo stato d’animo coglie bellezza e armonia nell’intero universo.

In questa lettera il poeta rivela l’importanza che lui attribuisce al sentimento e all’illusione, anche quando la ragione è consapevole che le illusioni sono vane.

15 Maggio
Dopo quel bacio io son fatto divino.
Le mie idee sono più alte e ridenti, il mio aspetto più gajo, il mio cuore più compassionevole.
Mi pare che tutto s’abbellisca a’ miei sguardi; il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de’ zefiri fra le frondi son oggi più soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a’ miei piedi; non fuggo più gli uomini, e tutta la Natura mi sembra mia. Il mio ingegno è tutto bellezza e armonia.
Se dovessi scolpire o dipingere la Beltà, io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione.
O Amore! le arti belle sono tue figlie; tu primo hai guidato su la terra la sacra poesia, solo alimento degli animali generosi che tramandano dalla solitudine i loro canti sovrumani sino alle più tarde generazioni, spronandole con le voci e co’ pensieri spirati dal cielo ad altissime imprese: tu raccendi ne’ nostri petti la sola virtù utile a’ mortali, la Pietà, per cui sorride talvolta il labbro dell’infelice condannato ai sospiri: e per te rivive sempre il piacere fecondatore degli esseri, senza del quale tutto sarebbe caos e morte.
Se tu fuggissi, la Terra diverrebbe ingrata; gli animali, nemici fra loro; il Sole, foco malefico; e il Mondo, pianto, terrore e distruzione universale. Adesso che l’anima mia risplende di un tuo raggio, io dimentico le mie sventure; io rido delle minacce della fortuna, e rinunzio alle lusinghe dell’avvenire.
– O Lorenzo! sto spesso sdrajato su la riva del lago de’ cinque fonti: mi sento vezzeggiare la faccia e le chiome dai venticelli che alitando sommovono l’erba, e allegrano i fiori, e increspano le limpide acque del lago.
Lo credi tu? io delirando deliziosamente mi veggo dinanzi le Ninfe ignude, saltanti, inghirlandate di rose, e invoco in lor compagnia le Muse e l’Amore; e fuor dei rivi che cascano sonanti e spumosi, vedo uscir sino al petto con le chiome stillanti sparse su le spalle rugiadose, e con gli occhi ridenti le Najadi, amabili custodi delle fontane. Illusioni! grida il filosofo.
– Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele.    

Insensatezza della storia

Per dimenticare l’amore per Teresa e per sfuggire alle persecuzioni austriache, Jacopo lascia i Colli Euganei a va in Francia. Giunto a Ventimiglia decide però di tornare indietro, desiderando morire nella sua terra.

La barriera delle Alpi offre un grandioso spettacolo. Si tratta di un confine possente, una barriera naturale che ora è violata dalle potenze straniere. Ma Foscolo riflette sul fatto che in passato la potenza della penisola italica ha violato le stesse frontiere in opposta direzione. La storia è tutta dominata dalla violenza e dalla sopraffazione.

È quindi inutile fuggire. È meglio la morte.

Ma Jacopo non vuole morire in terra straniera, non vuole che le sue ossa vengano sepolte altrove. Vuole provare il piacere di essere compianto da Teresa e dai suoi compagni. Questo testo ci mostra il pessimismo nei confronti della storia che è stata sempre teatro di violenze. Ci mostra inoltre la grande delusione politica e sentimentale del protagonista.

Ventimiglia, 19 e 20 Febbraio
 [ … ]
Alfine eccomi in pace!
– Che pace? stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati.
– Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna. V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero.
Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici dell’Alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo e tutto biancheggia e si confonde – da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo.
La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.
I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni.
Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia.
Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce?
– Ov’è l’antico terrore della tua gloria?
Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la gloria degli avi, le quali quanto più splendono tanto più scoprono la nostra abbietta schiavitù.
Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro sepolcri.
E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze, e l’intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi domestici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo i nostri padroni schiudere le tombe e disseppellire, e disperdere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientarne le ignude memorie: poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione di superbia, ma non eccitamento dell’antico letargo.
Così grido quand’io mi sento insuperbire nel petto il nome Italiano, e rivolgendomi intorno io cerco, né trovo più la mia patria.
– Ma poi dico: Pare che gli uomini sieno fabbri delle proprie sciagure; ma le sciagure derivano dall’ordine universale, e il genere umano serve orgogliosamente e ciecamente a’ destini.
Noi argomentiamo su gli eventi di pochi secoli: che sono eglino nell’immenso spazio del tempo? Pari alle stagioni della nostra vita normale, pajono talvolta gravi di straordinarie vicende, le quali pur sono comuni e necessarj effetti del tutto. L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra.
Io guardando da queste Alpi l’Italia piango e fremo, e invoco contro agl’invasori vendetta; ma la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo di tanti popoli trapassati, quando i Romani rapivano il mondo, cercavano oltre a’ mari e a’ deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano gl’Iddii de’ vinti, incatenevano principi e popoli liberissimi, finché non trovando più dove insanguinare i lor ferri, li ritorceano contro le proprie viscere. Così gli Israeliti trucidavano i pacifici abitatori di Canaan, e i Babilonesi poi strascinarono nella schiavitù i sacerdoti, le madri, e i figliuoli del popolo di Giuda.
Così Alessandro rovesciò l’impero di Babilonia, e dopo avere passando arsa gran parte della terra, si corrucciava che non vi fosse un altro universo. Così gli Spartani tre volte smantellarono Messene e tre volte cacciarono dalla Grecia i Messeni che pur Greci erano della stessa religione e nipoti de’ medesimi antenati.
Così sbranavansi gli antichi Italiani finché furono ingojati dalla fortuna di Roma.
Ma in pochissimi secoli la regina del mondo divenne preda de’ Cesari, de’ Neroni, de’ Costantini, de’ Vandali, e de’ Papi. Oh quanto fumo di umani roghi ingombrò il Cielo della America, oh quanto sangue d’innumerabili popoli che né timore né invidia recavano agli Europei, fu dall’Oceano portato a contaminare d’infamia le nostre spiagge! ma quel sangue sarà un dì vendicato e si rovescierà su i figli degli Europei!
Tutte le nazioni hanno le loro età.
Oggi sono tiranne per maturare la propria schiavitù di domani: e quei che pagavano dianzi vilmente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco. La Terra è una foresta di belve.
La fame, i diluvj, e la peste sono ne’ provvedimenti della Natura come la sterilità di un campo che prepara l’abbondanza per l’anno vegnente: e chi sa? fors’anche le sciagure di questo globo apparecchiano la prosperità di un altro.
Frattanto noi chiamiamo pomposamente virtù tutte quelle azioni che giovano alla sicurezza di chi comanda e alla paura di chi serve. I governi impongono giustizia: ma potrebbero eglino imporla se per regnare non l’avessero prima violata?
 Chi ha derubato per ambizione le intere province, manda solennemente alle forche chi per fame invola del pane. Onde quando la forza ha rotti tutti gli altrui diritti, per serbarli poscia a se stessa inganna i mortali con le apparenze del giusto, finché un’altra forza non la distrugga.
Eccoti il mondo, e gli uomini.
Sorgono frattanto d’ora in ora alcuni più arditi mortali; prima derisi come frenetici, e sovente come malfattori, decapitati: che se poi vengono patrocinati dalla fortuna ch’essi credono lor propria, ma che in somma non è che il moto prepotente delle cose, allora sono obbediti e temuti, e dopo morte deificati. Questa è la razza degli eroi, de’ capisette, e de’ fondatori delle nazioni i quali dal loro orgoglio e dalla stupidità de’ volghi si stimano saliti tant’alto per proprio valore; e sono cieche ruote dell’oriuolo.
Quando una rivoluzione nel globo è matura, necessariamente vi sono gli uomini che la incominciano, e che fanno de’ loro teschj sgabello al trono di chi la compie. E perché l’umana schiatta non trova né felicità né giustizia sopra la terra, crea gli Dei protettori della debolezza e cerca premj futuri del pianto presente.
Ma gli Dei si vestirono in tutti i secoli delle armi de’ conquistatori: e opprimono le genti con le passioni, i furori, e le astuzie di chi vuole regnare.
Lorenzo, sai tu dove vive ancora la vera virtù? in noi pochi deboli e sventurati; in noi, che dopo avere sperimentati tutti gli errori, e sentiti tutti i guai della vita, sappiamo compiangerli e soccorrerli.
Tu o Compassione, sei la sola virtù! tutte le altre sono virtù usuraje.
Ma mentre io guardo dall’alto le follie e le fatali sciagure della umanità, non mi sento forse tutte le passioni e la debolezza ed il pianto, soli elementi dell’uomo?
Non sospiro ogni dì la mia patria? Non dico a me lagrimando: Tu hai una madre e un amico – tu ami – te aspetta una turba di miseri, a cui se’ caro, e che forse sperano in te – dove fuggi? anche nelle terre straniere ti perseguiranno la perfidia degli uomini e i dolori e la morte: qui cadrai forse, e niuno avrà compassione di te; e tu senti pure nel tuo misero petto il piacere di essere compianto.
Abbandonato da tutti, non chiedi tu ajuto dal Cielo? non t’ascolta; eppure nelle tue afflizioni il tuo cuore torna involontario a lui – va, prostrati; ma all’are domestiche.
O natura! hai tu forse bisogno di noi sciagurati, e ci consideri come i vermi e gl’insetti che vediamo brulicare e moltiplicarsi senza sapere a che vivano?
Ma se tu ci hai dotati del funesto istinto della vita sì che il mortale non cada sotto la soma delle tue infermità ed ubbidisca irrepugnabilmente a tutte le tue leggi, perché poi darci questo dono ancor più funesto della ragione? Noi tocchiamo con mano tutte le nostre calamità ignorando sempre il modo di ristorarle.
Perché dunque io fuggo? e in quali lontane contrade io vado a perdermi? dove mai troverò gli uomini diversi dagli uomini? O non presento io forse i disastri, le infermità, e la indigenza che fuori della mia patria mi aspettano? – Ah no! Io tornerò a voi, o sacre terre, che prime udiste i miei vagiti, dove tante volte ho riposato queste mie membra affaticate, dove ho trovato nella oscurità e nella pace i miei pochi diletti, dove nel dolore ho confidato i miei pianti. Poiché tutto è vestito di tristezza per me, se null’altro posso ancora sperare che il sonno eterno della morte – voi sole, o mie selve, udirete il mio ultimo lamento, e voi sole coprirete con le vostre ombre pacifiche il mio freddo cadavere. Mi piangeranno quegli infelici che sono compagni delle mie disgrazie – e se le passioni vivono dopo il sepolcro, il mio spirito doloroso sarà confortato da’ sospiri di quella celeste fanciulla ch’io credeva nata per me, ma che gl’interessi degli uomini e il mio destino feroce mi hanno strappata dal petto.
Alessandria, 29 Febbraio

Da Nizza invece d’inoltrarmi in Francia, ho preso la volta del Monferrato. Stasera dormirò a Piacenza. Giovedì scriverò da Rimini. Ti dirò allora – Or addio.  


Rimini, 5 Marzo  

Tutto mi si dilegua. Io veniva a rivedere ansiosamente il Bertola (un autore di poesie); da gran tempo io non aveva sue lettere – È morto.

La morte di Jacopo

Ore 11 della sera
Lo seppi: Teresa è maritata.
Tu taci per non darmi la vera ferita – ma l’inferno geme quando la morte il combatte, non quando lo ha vinto.
Meglio così, da che tutto è deciso: ed ora anch’io sono tranquillo, incredibilmente tranquillo.
Addio.
Roma mi sta sempre sul cuore.

Nota di Lorenzo Alderani

Dal frammento seguente che ha la data della sera stessa, apparisce che Jacopo decretò in quel dì di morire. Parecchi altri frammenti, raccolti come questo dalle sue carte, paiono gli ultimi pensieri che lo raffermarono nel suo proponimento; e però li andrò frammentando secondo le loro date.

Le Poesie

L’edizione delle Poesie stampata a Milano nel 1803 comprendeva due odi e dodici sonetti. Questi dodici sonetti costituiscono una sorta di autoritratto in versi dell’autore. In esse Foscolo si dipinge come un individuo eccezionale, dotato di sentimenti, capace di passioni più forti del comune, avversato dai tempi e dalla sorte, costretto alla vita errabonda e infelice dell’esule. Le uniche consolazioni della sua vita da esule sono costituite dalla poesia e dall’amore

In morte del fratello Giovanni

PARAFRASI
1. Se io un giorno, non sarò più obbligato a fuggire sempre, andando
2. di popolo in popolo, mi vedrai seduto
3. sulla tua tomba, o fratello, mio, a piangere
4. il fiore dei tuoi anni giovanili che si è spezzato.

5. Solo nostra madre ora, trascinando la sua vecchiaia,
6. parla di me con la tua cenere muta:
7. ma io tendo inutilmente le mani verso di voi;
8. e, anche se saluto solo da lontano la mia patria,

9. sento gli dei contrari e i tormenti interiori
10. che sconvolsero la tua vita (inducendoti al suicidio),
11. e invoco anch’io la pace, quella pace in cui adesso tu sei, la pace della morte.

12. Oggi di tante speranze, mi resta soltanto questa!
13. Oh popoli stranieri, restituite le mie spoglie, quando io non sarò più,
14. alle braccia della madre infelice.

SCHEMA METRICO I versi del sonetto sono endecasillabi piani.
Le rime seguono il seguente schema: ABAB ABAB CDC DCD;

Commento

I sonetti di Foscolo risalgono al 1803 e sono tutti caratterizzati da una forte soggettività, come l’Ortis. Anche in questo sonetto il poeta si rispecchia nella figura di un eroe sventurato e tormentato, sempre in conflitto con il proprio tempo. Foscolo vive l’esilio come una condizione politica ed esistenziale insieme.

Compaiono in questo sonetto i temi fondamentali della poetica foscoliana:

  • la terra come madre
  • il valore eternatrice della poesia
  • l’esilio
  • il tormento interiore per la scomparsa del fratello

Giovanni, si è suicidato nel 1801, a vent’anni, per debiti di gioco. Qui viene rappresentata anche la madre anziana e sola. Le immagini che Foscolo crea sono suggestioni tipicamente romantiche.

Il tema dell’esilio

Il tema dell’esilio va inteso

  • sia come condizione reale del poeta, in esilio volontario dopo la cessione di Venezia all’Austria da parte di Napoleone, con il trattato di Campoformio,
  • sia come una condizione più generale di sradicamento e precarietà.

Tema sepolcrale

In opposizione a questo, troviamo il motivo della tomba, che si ricollega all’immagine del nucleo familiare e soprattutto della madre.

 Il ricongiungimento con la madre e la terra natale è l’unico punto fermo nella condizione di esule. Ma l’unica possibilità di ricongiungimento è vista nella morte. In questo sonetto la morte non è concepita come “nulla eterno” (come in Alla sera), ma come unica opportunità di ricongiungimento con gli affetti familiari che in vita gli è negato per sempre.

La morte quindi può essere vista in modo diversi:

  • non solo fonte di lacrime per i propri cari,
  • ma anche occasione di incontro affettuoso, che permette un legame con la vita.

La richiesta di restituire le ossa alla madre in questo sonetto, e alla propria patria, in altri testi, consente l’illusione della sopravvivenza, del ritorno tra le braccia della madre e della patria.

Troviamo qui anticipato quel forte legame, punto cardine del carme Dei sepolcri, tra tomba, terra natale e figura materna.

È, infatti, proprio la madre che, pur colpita da tante sciagure, tenta di ricomporre l’unità della famiglia accanto alla tomba, simbolo di morte.

Figure retoriche

  • Metafore fondamentali:
    • la vita è come un viaggio, in un mare tempestoso che si conclude con la quiete della morte, considerata come un porto (le secrete/cure che al viver tuo furon tempesta,/e prego anch’io nel tuo porto quiete).
    • La gioventù stroncata dalla morte è come un fiore reciso (“il fior de’ tuoi gentili anni caduti”). E’ assai comune che un poeta rappresenti la giovinezza come un fiore (Leopardi associa la gioventù di Silvia al mese di maggio, quando sbocciano le rose – Carducci definisce il figlio, morto precocemente, … fiore della mia pianta ….
  • Sineddoche – “tetti”, rappresenta tutto il suo paese natale citando una parte – “palme” invece di “mani”;
  • Sinestesia – “cenere muto” ,dove si accostano due termini che appartengono alle sfere sensoriali della vista e dell’udito.
  • Metonimia – “pietra” materiale usato per la costruzione delle tombe.
  • Allitterazione – “tardo traendo” , “secrete cure”, “madre mesta”.
  • Enjambement – fuggendo / di gente in gente – le secrete / cure

Alla sera

(Oh sera) forse tu mi sei così cara perché rappresenti l’immagine della pace eterna. E io ti apprezzo sia che tu venga in estate, quando arrivi dopo una giornata serena, che quando arrivi, nella stagione rigida, a portare sulla terra lunghe tenebre dopo una giornata fredda e nevosa, tu sera sei sempre invocata da me; tu sai raggiungere dolcemente le parti più nascoste del mio animo.
Tu sera mi fai viaggiare con i miei pensieri sulla strada che porta verso l’idea della morte, che annulla tutto, per sempre; e intanto questo tempo infelice passa velocemente e se ne vanno via insieme a te, sera, tutte le preoccupazioni della vita a causa delle quali il tempo presente si consuma assieme a me; e mentre io contemplo la tua pace, si tranquillizza, si placa anche il mio spirito ribelle, il mio spirito guerriero, che mi ruggisce dentro.
METRO: sonetto, con rima secondo lo schema ABAB ABABA CDC DCD.

Commento

Il tema del sonetto è la sera, vista come immagine della morte, definita «fatal quiete», il riposo del fato, la pace dell’anima. Per questo motivo la sera è molto cara al poeta.

Ma assieme a questo, emerge dalla poesia anche un altro tema fondamentale: il sofferto rapporto tra il desiderio di pace del poeta e il senso angoscioso della vita che lo travaglia.

La sera descritta dal Foscolo è sempre attesa con piacere, sia che arrivi dopo i bei tramonti estivi, accompagnata da venti leggeri, sia che giunga accompagnata da atmosfere invernali, tenebrose e nevose.

La sera è sempre desiderata, perché ispira i più intimi pensieri, le più segrete aspirazioni.

Rivolgendosi direttamente ad essa, l’autore confida che l’apparizione della sera lo induce a meditare sulla vita e sulla morte, il nulla eterno.

A questa dimensione indefinita ed infinita si contrappone il tempo, elemento fuggente che passa rapido e che porta con sé sempre nuove avversità. E mentre il poeta contempla il silenzio e la pace della notte la sua anima travagliata, l’anima di un eroe romantico può per un attimo trovare pace, può placarsi, può riposare.

Il poeta vive in eterna polarità tra il suo desiderio di pace e la negatività del presente storico. Ma la sera è un momento in cui la tensione si placa e il poeta sperimenta la pace, il riposo. La sera ha il potere di placare la sia anima guerriera, di donargli un momento di riposo.

Il lessico di questo componimento è altamente letterario, costruito con parole auliche e poetiche; molte di queste provengono dal latino e danno al sonetto una forma neoclassica, mentre i sentimenti espressi sono decisamente romantici. La sintassi è costituita da periodi paratattici e ipotattici. Nelle quartine i periodi son più ampi e complessi, mentre nelle terzine i periodi sono più corti e concitati.

Figure retoriche

  • Allitterazioni dei suoni chiari delle vocali e ed i nelle quartine, e quelle dei suoni cupi delle vocali o ed u delle terzine, r nell’ultima strofa.
  • Parallelismo delle due frasi coordinate («E quando… e quando…»).
  • Ossimoro v. 10 «Nulla eterno»
  • Enjambement vv. 5-6 “inquiete/ tenebre e lunghe, vv. 7 – 8 “secrete vie”;
  • Antitesi si trova negli ultimi due versi «e mentre io guardo la tua pace, dorme / quello spirto guerriero ch’entro mi rugge».

Altre poesie dedicate alla sera

Sera di Gavinana di Vincenzo Cardarelli

Dei sepolcri

Il carme Dei sepolcri è un’opera poetica di impegno sociale e politico.

L’occasione per la scelta del tema sepolcrale è stato il decreto napoleonico di Saint-Cloud del 1804:

  • Per ragioni igieniche si proibivano le sepolture nei centri abitati.
  • Per ragioni di uguaglianza si stabiliva che le lapidi fossero tutte di uguale grandezza.

Su questo argomento Ugo Foscolo ebbe modo di discutere assieme a Ippolito Pindemonte nel salotto veneziano di Isabella Teotochi Albrizzi.
Dopo questo dibattito Foscolo dedicò il carme Dei sepolcri a Ippolito Pindemonte il quale rispose a quello di Foscolo con un altro carme intitolato allo stesso modo. Foscolo quindi compone i sepolcri in forma di lettera indirizzata a Pindemonte come ideale continuazione di quella discussione.

Obiettivo del carme

L’obiettivo che si pone Foscolo è quello di esaltare la funzione civile delle tombe, dei sepolcri.

La riflessione di Foscolo parte dall’affermazione che le tombe sono inutili perché non c’è alcuna forma di sopravvivenza oltre la morte. Questo è il punto di partenza del Carme.

Il poeta però prosegue sostenendo che, se le tombe sono inutili per i morti, sono comunque una delle istituzioni fondamentali dei vivi, sono una delle istituzioni fondamentali delle civiltà di ogni epoca. Esse infatti sono alla base del vivere civile della storia ed è solo nella continuità della memoria tra una generazione e le successive che gli uomini possono sperare di giungere a una qualche forma di sopravvivenza oltre la morte. Le tombe, e le civiltà che esse rappresentano, permettono di dare un significato dell’esperienza umana che va oltre la vita.
Questo porta a rivalutare sia l’umanità ma anche la sua storia. Viene creata quindi una sorta di religione laica e civile fondata non su gli ideali spirituali ma sui valori intrinseci della storia umana.
Infatti non si ricorda la memoria dei malfattori, ci si ricorda invece degli uomini che hanno dedicato la loro vita a qualcosa di grande. Foscolo cita le tombe di grandi uomini come quelli che sono sepolti in Santa Croce a Firenze.

I valori

I valori a cui fa riferimento Foscolo coincidono con le virtù delle società antiche: il patriottismo, il senso civico, il culto della sobrietà, l’austerità della vita privata, la lealtà….
Si tratta di valori fondati sul ricordo che sono rappresentati proprio dai sepolcri. Questi valori devono essere trasferiti alle generazioni successive.

Funzione eternatrice della poesia

Foscolo ritiene che sia proprio l’arte, e in particolare la poesia, a dover portare avanti i valori dell’antichità. La poesia acquista così la funzione di rendere eterna la memoria storica che le tombe rappresentano. Per Foscolo la poesia è la più alta espressione della civiltà.
Si parla di funzione eternatrice della poesia.
I sepolcri quindi offrono al cittadino italiano un codice di comportamento laico e etico, un comportamento classicistico e impegnato politicamente.

Video su Niccolò Ugo Foscolo

Fonti

  • www.liberliber.it
  • Redazione Virtuale, Milano, 10 maggio 2006, © Copyright 2006
  • italialibri.net, Milano
  • https://www.fareletteratura.it/2012/12/17/analisi-del-testo-e-parafrasi-in-morte-del-fratello-giovanni-foscolo/
  • www.fareletteratura.it
  • www.treccani.it
  • https://liceocuneo.it/ipertesti/il-paesaggio-dell’anima/inmorte.htm
  • https://biografieonline.it/
  • http://guide.supereva.it/romanzo_epistolare/interventi/2004/10/180727.shtml
  • https://www.pearson.it/letteraturapuntoit/contents/files/fosco_sintesi.pdf
  • https://www.italialibri.net/opere/allasera.html
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Antico regime Rivoluzione francese Settecento storia

La rivoluzione francese

La parola chiave della rivoluzione francese è cittadino. La parola non è nuova, ma assume un significato simbolico. Infatti indica la fine dell’antico regime perché toglie di mezzo i titoli nobiliari, fa appello all’idea di uguaglianza fraternità e libertà diffuse dall’Illuminismo e sostituisce il termine suddito che deriva dalla parola latina subdere che significa sottomettere. La stessa parola cittadino rivendica la sovranità del popolo.

Le cause della Rivoluzione francese

Le cause che hanno portato l’esplosione in Francia di una rivoluzione che ha cambiato l’assetto dell’Europa e che ha dato l’avvio alla trasformazione della società sono molteplici.

  1. Il primo fattore che portava alla Rivoluzione francese era una struttura sociale antiquata caratterizzata dall’immobilismo del sistema politico e sociale. Luigi XVI governava il paese più popoloso d’Europa, aveva quasi 25 milioni di abitanti, tre volte l’Inghilterra, aveva un’economia florida e una vita intellettuale decisamente attiva.
  2. La società dell’antico regime era una società in cui due classi ricche e privilegiate, che costituivano meno del 2% della popolazione francese del Settecento, vivevano sulle spalle del Terzo stato, costituito da una popolazione molto varia, con possibilità economiche e culturali molto diverse. Inoltre la popolazione subiva molteplici vincoli alla libertà. Non c’era coesione sociale: clero e nobiltà si sentivano minacciati nei privilegi, mentre la borghesia non vedeva riconosciuto un peso politico proporzionato al suo ruolo economico. Il popolo era in miseria, sempre più schiacciato dai ceti alti e il malcontento esplodeva in frequenti ed inutili rivolte.
  3. A questo primo elemento bisogna poi aggiungere la diffusione dell’illuminismo. L’incapacità di governare dei successori di Luigi XIV, il Re Sole, che aveva dato origine a uno degli assolutismi più riusciti nel continente europeo, Luigi XV e in particolar modo Luigi XVI, fece nascere l’ostilità del popolo.
  4. Il bilancio dello stato francese era in decifit e il debito era in continua e progressiva crescita.

Le cause anche in questo caso sono:

  • le spese militari: la guerra dei Sette anni era costata tantissimo alla Francia che inoltre era stata sconfitta:
  • le somme utilizzate per mantenere il lusso della vita di corte
  • le mancate entrate a causa dei privilegi e delle immunità;

e principalmente per i privilegi.

  • La Francia era il paese più popoloso d’Europa, ma una serie di annate sfortunate avevano dato origine a una serie di carestie che metteva in difficoltà la popolazione francese.
La monarchia francese di fine Settecento è incapace di ridurre i privilegi dei ceti dominanti e di imporre riforme e la rivoluzione francese fu lo spartiacque tra antico regime e modernità, all’origine della storia contemporanea. Fu un laboratorio di ipotesi e di modelli destinati a sopravvivere alla rivoluzione.

La Francia di Luigi XVI

Dal 1774 al 1791 Luigi XVI fu il Re di Francia.

La monarchia assoluta è la forma di governo della Francia settecentesca. Il re è re per diritto divino, teoricamente onnipotente. Lui è la legge, incarna la legge per i propri sudditi. Governa il paese attraverso i suoi intendenti e garantisce la struttura sociale basata su ordini.

La corte francese vive a Versailles, e non a Parigi, dai tempi di Luigi XIV. La vita di corte è scandita da rituali e cerimoniali. Centinaia di nobili gravitano intorno alle figure reali.

Luigi XVI

La vita a Versailles

Luigi XVI, nato nel 1754 e incoronato Re di Francia a vent’anni, fu un uomo piuttosto mite, ma debole e irresoluto, inadatto al ruolo che era chiamato a ricoprire.

La regina Maria Antonietta d’Austria

Era sposato con Maria Antonietta, figlia dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa. La fanciulla, di bell’aspetto e con una ricca dote al seguito, era stata sposata da Luigi quando entrambi erano ancora adolescenti. Maria Antonietta non era mai stata amata molto dai francesi, non la sentivano loro sovrana e la chiamavano con disprezzo, l’“Austriaca”.

Su di lei giravano un sacco di aneddoti, molti dei quali falsi. Uno dei più diffusi è questo.

Durante una rivolta popolare, il popolo affamato dalla carestia chiedeva “pane”. Si dice che la regina avrebbe commentato «Se non hanno più pane, che mangino brioche». La frase invece fu pronunciata probabilmente da Madame de Mably, citata in “Le confessioni” di Jean Jacques Rousseau.

Maria Antonietta d’Austria – Joseph Ducreux http://www.ladyreading.net/marieantoinette/big/marie21a.jpgUploaded 24/07/2006 from http://expositions.bnf.fr/fouquet/grand/f219.htm, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1021695

In realtà, a parte i suoi indubbi difetti, Maria Antonietta era stata educata da una madre illuminista, una grande regina che non credeva all’inferiorità della donna rispetto all’uomo e che aveva retto saldamente un impero. Ma l’intelligenza e l’energia femminili non erano apprezzate alla corte di Francia, dove spadroneggiavano le dame oziose e intriganti, gli uomini fatui e le cameriere corrotte.

Più tardi, quando scoppiò la Rivoluzione, Maria Antonietta fu effettivamente imprudente e antipatriottica: temendo per la monarchia e poi per la vita stessa della sua famiglia, si compromise scrivendo al fratello Leopoldo II, imperatore d’Austria, per ottenerne l’aiuto e fu in corrispondenza con molti aristocratici esuli che tentavano di rientrare in Francia alla testa di truppe straniere. La polizia rivoluzionaria intercettò tutte le sue lettere e ciò, in un periodo tanto turbolento, aggravò notevolmente la posizione della monarchia.

Per un approfondimento su Maria Antonietta

La società francese nell’Antico Regime

La nobiltà

La nobiltà, che corrispondeva all’1,2% della popolazione francese, aveva perso gran parte del proprio peso politico con Luigi XIV. Il monopolio aristocratico degli alti comandi militari era stato seriamente danneggiato dal processo di professionalizzazione dell’esercito. I nobili mantenevano i propri privilegi e la propria egemonia sociale; erano inoltre esentati dal pagamento delle imposte.

Il clero

Il clero, 0,5% della popolazione, costituiva il secondo ordine privilegiato della società francese. Il clero esercitava un forte potere economico ed era come la nobiltà esentato dal pagamento delle imposte.

 Terzo Stato

Era ormai chiaro che la divisione in ordini non rifletteva la realtà della società francese.

Il terzo stato è diventato un’entità composita difficilmente definibile, percorsa da interessi anche antagonisti tra loro, come quelli del proletariato urbano, dei contadini e della borghesia. La parte più dinamica del Terzo Stato era rappresentata dalla borghesia. Il ruolo della borghesia in ambito politico ed economico diventa sempre più rilevante. La maggior parte del terzo stato era costituita da contadini e salariati. La maggior parte del carico fiscale ricadeva sul Terzo Stato (perché nobiltà e clero erano esenti dal pagamento delle imposte).

Vignetta satirica francese della fine del Settecento.
La vignetta descrive con amara ironia la situazione della Francia prima della Rivoluzione. Sono raffigurati un rappresentante del clero e uno della nobiltà mentre schiacciano un contadino sotto un enorme perso fatto di «tributi, imposte, corvée».
Tributi e imposte erano le tasse, le corvée erano le giornate lavorative gratuite per pulire fossi e canali o per altri lavori utili al nobile proprietario della terra.

La crisi economica

Il deficit di bilancio

Sulla Francia gravava l’annoso problema del deficit di bilancio, la pesante eredità della politica di potenza condotta dalla monarchia, ulteriormente aggravatosi con la Guerra dei Sette anni.

A ostacolare il raggiungimento del pareggio di bilancio erano, infatti, i numerosi difetti del sistema fiscale francese come le esenzioni di cui godevano nobiltà e clero e il peso delle imposte indirette sui generi di prima necessita, che gravavano soprattutto sul popolo.

Il fallimento della riforma fiscale

Durante il regno di Luigi XV, tutti i tentativi di riforma fiscale fallirono per l’opposizione della nobiltà, che non accettava di vedere ridotti i propri privilegi. Le cose non vanno meglio con Luigi XVI al trono. Quando il sovrano aveva tentato di intervenire con una politica di riforme la monarchia si era trovata senza consenso. Inoltre la monarchia era esposta agli attacchi degli innovatori che ne contestavano il dispotismo.

Quando il sovrano aveva tentato di fare delle riforme era stato osteggiato dai parlamenti.

Il parlamento nell’Antico regime aveva poteri giudiziari e legislativi.
Essi esercitavano una parte della sovranità attraverso il diritto di registrazione, per il quale avevano la facoltà di registrare tutte le leggi e le misure del monarca prima della loro applicazione, in piena autonomia reciproca e nei confronti del monarca.
Nel registrare gli editti del sovrano i parlamenti potevano avanzare rimostranze se non condividevano il contenuto dell’editto o se l’editto era in conflitto con altre ordinanze o con consuetudini.
Il loro parere era consultivo, quindi il re poteva imporre la propria volontà, ma la procedura era comunque complessa.
Tredici erano i parlamenti in Francia e il più autorevole era quello di Parigi.
Erano composti prevalente da esponenti della nobiltà di toga che erano ben attenti a difendere i propri privilegi fiscali e di ceto e che si presentavano anche come paladini della libertà.  

Luigi XVI un sovrano debole

In una simile situazione sarebbe stato necessario un re dotato di particolare intelligenza politica e di grande energia.

Non si può negare che il re non fosse pieno di buone intenzioni. Infatti Luigi XVI si mostrò dapprima, disposto a concedere alcune riforme, promosse da abili ministri delle finanze come Robert-Jacques Turgot (1727-1781) e Jacques Necker (1732-1804), seguaci delle nuove dottrine economiche.

Essi però vennero apertamente ostacolati dalla corte, specie quando proposero forti riduzioni di spese e alcune tasse anche per il clero e per la nobiltà.

Nonostante l’insensatezza delle resistenze dei nobili e dell’alto clero, il re non ebbe la forza di opporsi. Anzi, fece di più, licenziò i ministri avviando la Francia verso la rovina finanziaria.

La convocazione degli Stati generali

Gli Stati generali erano un organo di rappresentanza dei tre ceti sociali – clero, nobiltà, terzo stato – che esistevano in Francia.  L’assemblea, di origine feudale, aveva la funzione di limitare il potere monarchico.

Gli Stati Generali si riunivano quando incombevano sul paese pericoli imminenti. Erano l’unico organo che rappresentava i tre ordini, ma non erano più stati convocati dal 1615 perché la monarchia assoluta non amava che ci fosse chi poteva limitarne il potere.

Nel 1788 Luigi XVI approvò un’Imposta Fondiaria per evitare la bancarotta dello stato, ma il parlamento di Parigi non registrò l’editto e esautorando il Re.

A quel punto il sovrano non ebbe scelta, consapevole che fosse necessario fare delle riforme, decise di convocare l’antica assemblea degli Stati generali, che da più di 150 anni non veniva convocata, ma che era l’unica istituzione in grado di intraprendere una riforma fiscale del Paese.

Nell’estate del 1788 Luigi XVI convocò quindi, per il maggio successivo l’assemblea degli stati generali.

La notizia dell’imminente (i tempi della politica nel Settecento erano più dilatati rispetto a oggi) assemblea, rese necessaria l’elezione dei deputati che avrebbero partecipato all’assemblea. Durante le assemblee convocate a questo scopo vennero registrate critiche, lamentele e richieste indirizzate al sovrano. Sono arrivate a noi circa 60.000 lagnanze e probabilmente almeno altrettante sono andate perdute. Erano lettere che i Francesi chiamavano cahiers de doléances, “note di lagnanze”, e provenivano dai villaggi, dalle parrocchie, dai parlamenti locali, dalle associazioni artigiane.

Erano di due tipi:

  • quelli stilati nelle assemblee preliminari delle parrocchie e delle corporazioni,
  • quelli compilati direttamente nelle assemblee elettorali di clero e nobiltà.

Tutte le lagnanze sono unanimi nel chiedere:

  • la riforma della fiscalità,
  • la libertà di stampa
  • una costituzione che ponesse limiti ai poteri del re.
  • eguaglianza civile integrale
  • soppressione dei diritti feudali.

I cahiers dimostrano che la stragrande maggioranza dei sudditi credeva fermamente che il sovrano li amasse, ma, al tempo stesso, fosse malinformato e mal consigliato dai ministri.

Maggio 1789 – Assemblea degli Stati Generali

Nella Francia prerivoluzionaria gli stati generali erano costituiti da 1139 deputati così distribuiti:

Auguste Couder: Versailles, 5 maggio 1789, apertura degli Stati Generali

Voto per testa o per ordine?

Gli Stati generali si riunirono a Versailles il 5 maggio 1789. Le prime riunioni si incentrano sulla questione del voto per ordine o per testa, cosa che avrebbe influito in maniera sostanziale sull’esito delle consultazioni.

In una votazione per ordine, clero e nobiltà avrebbero votato compatti, bloccando ogni provvedimento di riforma del sistema fiscale che intaccasse i loro privilegi e mantenendo quindi lo status quo.

In una votazione per testa il Terzo Stato sarebbe risultato avvantaggiato, in quanto i suoi rappresentanti erano più numerosi della somma degli altri due. In questo modo si sarebbero aperte nuove possibilità per il 98% della popolazione francese. Il voto per testa richiama l’idea di rappresentanza politica.

Su questa prima questione l’assemblea discute per giorni e giorni, ma la situazione non si sblocca.

L’assemblea nazionale

Il Terzo Stato vuole il voto per testa.  Dopo settimane di inutili discussioni il terzo stato compie un’azione con cui, di fatto, inizia la rivoluzione. Infatti il 17 giugno 1789 il terzo stato si stacca dall’assemblea degli Stati generali, si riunisce in un’altra aula e si proclama Assemblea nazionale. Invita a prendere parte a questa assemblea anche il clero e la nobiltà.

Il sovrano reagisce facendo chiudere l’aula in cui si trova l’assemblea.

Dalla Pallacorda alla Costituente

Alla chiusura operata dal sovrano l’Assemblea si trasferisce, per protesta, nella Sala della Pallacorda. L’accordo che viene stipulato è questo: l’Assemblea Nazionale non si sposta fino a quando non sarà scritta una nuova costituzione per la Francia.

Il re non immaginava che questa sarebbe stata la reazione del terzo stato e forse nessuno aveva il polso della situazione. Sovrano e consiglieri avevano sottovalutato la determinazione del popolo.

Alla fine il re invita clero e nobiltà a riunirsi al Terzo Stato e a ricostituire l’assemblea che cambia il proprio nome e chiarisce decisamente il suo progetto: da assemblea nazionale a Assemblea Costituente con lo scopo e la responsabilità di elaborare la Costituzione che legittimasse una nuova monarchia.

In questo momento nessuno mette in dubbio né l’autorità del sovrano né la stratificazione sociale.

La presa della Bastiglia e la rivoluzione municipale

Mentre il re sta cercando di creare una situazione per bloccare i lavori dell’assemblea costituzionale e prepara le sue truppe, a Parigi si forma una milizia popolare, la Guardia nazionale. Il popolo teme che, come al solito il re userà la forza contro il popolo, ma ormai i tempi sono maturi. A Parigi la popolazione non intende più subire.

Il 14 luglio il re ordinò ad alcuni reggimenti fedeli a lui di marciare su Parigi per restaurare l’ordine. Ma nella capitale la popolazione era affamata e si era ribellata per protestare contro l’aumento del prezzo del pane.

Quando si diffuse la voce che truppe fedeli al re stavano marciando su Parigi in città esplose un grande tumulto e una folla di manifestanti diede l’assalto alla Bastiglia, una fortezza utilizzata come prigione e deposito di armi.

14 luglio, l’assalto alla Bastiglia, simbolo del potere assoluto

La Bastiglia era il simbolo del potere assoluto, nella Bastiglia venivano richiusi i prigionieri politici, vi era anche stato recluso Voltaire.

Presa della Bastiglia

La grande paura

Nelle province agricole dilagò in quei giorni un fenomeno che gli storici hanno chiamato Grande Paura: i contadini, non comprendendo ciò che accadeva a Parigi e temendo l’arrivo di eserciti stranieri, si abbandonarono ad atti di violenza dettati dall’ignoranza e dal terrore.

I contadini, in migliaia, assaltarono i castelli, i monasteri e le dimore degli aristocratici, sia per distruggere luoghi che simboleggiavano l’antico ordine sociale, sia per bruciare i documenti che sancivano i privilegi signorili esercitati sulla popolazione, che permettevano ai signori di esigere affitti e corvée.

Nel periodo della grande paura, la rivoluzione si trasferiva anche nelle campagne, portando con sé panico e confusione.

da Mondadori Education

Il 4 agosto 1789 queste notizie arrivarono a Parigi e turbarono i membri dell’Assemblea nazionale: la rivolta doveva essere immediatamente sedata. Ma per sedare la rivolta era necessario dare alla rivolta uno sbocco politico.

Due furono i documenti che produsse l’assemblea costituente: l’abolizione della feudalità e la dichiarazione dei diritti dell’uomo.

Abolizione della feudalità

Lo stesso 4 agosto 1789, per sedare il furore popolare, si delibera l’abolizione della feudalità. Venne elaborato un documento nel quale si dichiarava l’abolizione di:

  • Diritti di servitù personale,
  • Canoni e censi,
  • Decime,
  • Venalità delle cariche,
  • Diritti sulle persone e sulle decime, soppressi senza riscatto,
  • Diritti reali, cioè sulle cose, aboliti con riscatto.

Vengono cancellate immunità fiscali e privilegi e viene dato libero accesso a tutti i cittadini:

  • alle cariche ecclesiastiche civili e militari,
  • agli impieghi pubblici.

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo

Il 26 agosto 1789 viene approvata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Questi documenti costituiscono la fine dell’Antico Regime.

Si tratta di un documento di eccezionale importanza, nel quale furono fissati i principi del nuovo ordine politico e che divenne il punto di riferimento di tutte le moderne Costituzioni.

In questo documento la libertà ha un posto fondamentale. Si parla delle libertà: personali, d’opinione, religiosa, di stampa e di editoria.

Anche l’uguaglianza ha un ruolo importante, ma più modesto:

  • uguaglianza di fronte alle tasse, che pone fine ai privilegi;
  • uguaglianza di accesso agli impieghi pubblici;
  • uguaglianza di fronte alle leggi.

In questo documento la proprietà è un diritto sacro e inviolabile. Va unita alla sicurezza e alla resistenza all’oppressione che è corollario della libertà.

I diritti della nazione ruotano intorno a due affermazioni fondamentali:

  • Il principio della sovranità nazionale, per cui la legge è espressione della volontà generale
  • Il principio della separazione dei poteri, ispirato a Montesquieu, basilare per una Costituzione.

Testo

Dichiarazione diritti dell’uomo e del cittadino – Parigi, 26 agosto 1789
I rappresentanti del popolo francese costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo, affinché questa dichiarazione costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri; affinché maggior rispetto ritraggano gli atti del Potere legislativo e quelli del Potere esecutivo dal poter essere in ogni istante paragonati con il fine di ogni istituzione politica; affinché i reclami dei cittadini, fondati d’ora innanzi su dei principi semplici ed incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicità di tutti.
Di conseguenza, l’Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino.


Art. 1 – Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.
Art. 2 – Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.
Art. 3 – Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa.
Art. 4 – La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Tali limiti possono essere determinati solo dalla Legge.
Art. 5 – La Legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società. Tutto ciò che non è vietato dalla Legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina.
Art. 6 – La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti.
Art. 7 – Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla Legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che sollecitano, emanano, eseguono o fanno eseguire degli ordini arbitrari, devono essere puniti; ma ogni cittadino citato o tratto in arresto, in virtù della Legge, deve obbedire immediatamente: opponendo resistenza si rende colpevole.
Art. 8 – La Legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una Legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata.
Art. 9 – Presumendosi innocente ogni uomo sino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla Legge.
Art. 10 – Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge.
Art. 11 – La libera manifestazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.
Art. 12 – La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica; questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata.
Art. 13 – Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese d’amministrazione, è indispensabile un contributo comune: esso deve essere ugualmente ripartito fra tutti i cittadini in ragione delle loro capacità.
Art. 14 – Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare, da loro stessi o mediante i loro rappresentanti, la necessità del contributo pubblico, di approvarlo liberamente, di controllarne l’impiego e di determinarne la quantità, la ripartizione, la riscossione e la durata.
Art. 15 – La società ha il diritto di chiedere conto della sua amministrazione ad ogni pubblico funzionario.
Art. 16 – Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita, non ha una costituzione.
Art. 17 – La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previo un giusto e preventivo indennizzo.

La marcia delle donne su Versailles

Ai primi di settembre i portavoce dell’Assemblea si recarono a Versailles con due documenti, il Decreto sull’abolizione del sistema feudale e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, che non potevano diventare legge senza la firma del re. Luigi si rifiutò di firmarli: continuava a esasperare gli animi e a non capire che le forze che si erano messe in movimento erano ormai inarrestabili.

Perciò il 6 ottobre del 1789 un corteo di popolane parigine marciò fino a Versailles e “sequestrò” il re, imponendogli di firmare gli atti dell’Assemblea e di trasferirsi con moglie e figli alle Tuileries, il vecchio palazzo reale situato nel centro di Parigi.

Dopo la Bastiglia, era la seconda volta che il popolo assumeva la guida della Rivoluzione.; ma era la prima volta che l’iniziativa partiva dalle donne.

Le donne del popolo parigino marciano su Versailles per costringere il re a trasferirsi in città. Sono armate di tutto punto, si portano appresso persino un cannone.

Le donne del popolo parteciparono attivamente all’insurrezione. Il POPOLO diventa per la prima volta FORZA POLITICA; per la prima volta si parla di politicizzazione delle masse. Le donne diventano forza politica e esprimono, per la prima volta nella storia volontà di emancipazione.

 à Vedi documento Diritti delle donne

Inoltre è evidente che l’opinione pubbliche si muove con le parole: la parola fu una delle grandi protagoniste di una rivoluzione che in pochi mesi distrusse un ordine consolidato da secoli.

La confisca dei beni della chiesa

Nel novembre 1789 l’Assemblea costituente dovette prendere dei provvedimenti relativi alla situazione economica.

La fame, i debiti esteri, le attività economiche bloccate rendevano necessario un provvedimento che contribuisse a migliorare la situazione.

Due furono i decreti: la vendita dei beni della chiesa e la costituzione civile del clero.

Con il primo decreto, necessario per far fronte alla crisi finanziaria, si stabiliva che tutti i beni della Chiesa fossero tolti al clero e dati allo Stato, per essere poi divisi e venduti ai privati. In tal modo si pensava che lo Stato potesse procurarsi almeno in parte il denaro di cui aveva estremo bisogno.

Curiosità sugli assegnati
Già prima della Rivoluzione le casse dello stato francese erano esauste. Il debito assommava ad una somma compresa fra i 4 ed i 5 miliardi di lire francesi, causato, per circa la metà dai costi della guerra in appoggio alla rivoluzione americana.
Per cercare di arginare la situazione l’Assemblea nazionale Costituente, dietro proposta dell’allora deputato Talleyrand, il 2 novembre 1789 decise che i beni del clero, valutati sui 2 miliardi di lire francesi, fossero messi a disposizione della nazione.
Il problema fu che la vendita di una cospicua quantità di beni immobili richiedeva tempi lunghi mentre le esigenze finanziarie dello stato erano sempre più drammatiche.
Si trovò quindi la soluzione nell’emissione di assegnati, in rappresentanza di una parte dei beni messi in vendita e che dovevano essere obbligatoriamente usati per pagare i beni stessi una volta venduti al miglior offerente.
In tal modo lo stato avrebbe incassato subito moneta corrente con cui pagare i debiti mentre i possessori di quei biglietti erano garantiti dai beni stessi e ricevevano inoltre un interesse del 5%.
Ma qualcosa andò storto.
Lo stato continuò ad aumentare l’emissione di assegnati tanto che dal 1790 al 1793 si svalutarono del 60% mentre le emissioni raggiunsero i 2,7 miliardi di lire a settembre 1792, 5 miliardi nell’agosto 1793 e 8 miliardi all’inizio del 1794.
Il 19 febbraio 1796 il Direttorio della repubblica francese decise di terminare il sistema degli assegnati e di bruciare pubblicamente in place Vendôme le tavole di stampa, i punzoni, i timbri e tutto il materiale usato per fabbricarli. In quella data le emissioni erano arrivate ad un totale di 45 miliardi contro i 2 miliardi previsti inizialmente.
Intanto i beni demaniali furono venduti in moneta svalutata favorendo le persone facoltose che potevano fare incetta di assegnati dalla povera gente.
 
Fonte: https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2017/05/14/breve-storia-triste-della-moneta-fiscale-gli-assegnati-della-rivoluzione-francese/
 

La costituzione civile del clero

Il secondo provvedimento dell’assemblea prevedeva che preti e vescovi, visto che i beni della chiesa erano stati confiscati, diventassero impiegati dello Stato. Inoltre venne ridotto il numero delle diocesi e delle parrocchie al fine di ridurre le spese del culto, divenute ormai spese pubbliche.

Fra i doveri dei sacerdoti, sottratti all’autorità del papa, vi era anche quello di prestare giuramento di fedeltà alla nazione, al re e alla Costituzione.

Tale decisione incontrò, com’era prevedibile, l’aperta opposizione del papa e di molti sacerdoti, che si rifiutarono di giurare e di seguire le nuove disposizioni.

Si ebbero così da una parte un clero “giurato” e “costituzionale” e dall’altra un clero “non giurato” o “refrattario”.

Il papa reagì con la massima durezza e la stragrande maggioranza del clero francese si rifiutò di giurare preferendo la miseria alla disobbedienza al pontefice. In un Paese profondamente cattolico come la Francia, il gesto dell’Assemblea risultò altamente traumatico.

Il tentativo di fuga all’estero della famiglia reale

Intanto molti nobili ed ecclesiastici cercavano scampo all’estero, dove anche il re cercò di rifugiarsi insieme alla famiglia. Giunto in incognito a Varennes, nei pressi della frontiera orientale, venne però fermato, riconosciuto e ricondotto a Parigi il 25 giugno 1791.

Il popolo interpretò l’iniziativa del re come un tradimento e manifestò contro di lui, mentre l’Assemblea sospendeva il sovrano temporaneamente dalle sue funzioni e assumeva pieni poteri. Tuttavia, poco dopo, temendo che senza il re sarebbero aumentati i disordini, restituì a Luigi XVI le sue funzioni, permettendogli così di ratificare con la sua firma la nuova Costituzione, il 3 settembre 1791.

Stampa dell’epoca che raffigura il ritorno forzato della famiglia reale a Parigi dopo il tentativo di fuga sventato.

Documento – “Dichiarazione a tutti i Francesi“ di Luigi XVI

Estratto della lettera lasciata a palazzo reale prima della fuga

Francesi, e soprattutto voi Parigini, abitanti di una città che gli antenati di Sua Maestà si sono compiaciuti di chiamare la buona città di Parigi, diffidate dei suggestioni e delle menzogne dei vostri falsi amici, tornate al vostro Re, egli sarà sempre il vostro padre, il vostro migliore amico.
Che piacere che avrebbe di dimenticare tutte queste ingiurie personali e di ritrovarsi in mezzo a voi quando una Costituzione che egli avrà accettato liberamente farà sì che la nostra santa religione sia rispettata, che il governo sia stabilizzato in modo solido e utile, che i beni e lo stato di ciascuno non siano più turbati, che le leggi non siano più violate impunemente, e infine che la libertà sia posta su basi ferme e solide.
A Parigi, li 20 giugno 1791, Luigi”.

https://www.fattiperlastoria.it/luigi-xvi-fuga-varennes/
 

I simboli della rivoluzione

La coccarda tricolore simbolo della nuova repubblica francese

I simboli della rivoluzione contribuiscono a diffondere le idee della rivoluzione e creare consenso e entusiasmo.

Rappresentata come una giovane donna col cappello frigio la Marianne personifica la Repubblica francese, rappresenta la permanenza dei valori della Repubblica; Liberté, Égalité, Fraternité

La Marianne – La libertà che guida il popolo – di Eugène Delacroix.
La messa a dimora dell’albero della libertà – Pierre-Etienne Le Sueur

La nuova costituzione

La nuova Costituzione sanciva la nascita della monarchia costituzionale. La sua caratteristica essenziale era la divisione dei poteri:

  • il potere legislativo era affidato per un biennio a un’assemblea di 750 membri;
  • il potere esecutivo era assegnato a ministri scelti dal re, che non governava più per diritto divino, ma per volontà del popolo sovrano;
  • il potere giudiziario, indipendente dagli altri due, era a sua volta esercitato da giudici eletti dal popolo e, nei processi di una certa importanza, da giurie composte da cittadini estratti a sorte.

La prima frattura nel Terzo stato: il voto solo ai più ricchi

Il suffragio ristretto: non tutti i cittadini sono uguali

Malgrado il riconoscimento di alcuni fondamentali principi democratici, ricapitolati nello schema a fianco, la nuova legge non introduceva il suffragio universale, ossia non concedeva il diritto di voto a tutti i cittadini, bensì soltanto a una ristretta minoranza di elettori, che godevano di un certo reddito (suffragio ristretto).

Di conseguenza le grandi masse popolari erano escluse dalla vita politica (su più di 25 milioni di Francesi solo 40 mila erano ammessi a votare!) e restavano pertanto in condizioni di sottomissione rispetto alla borghesia. Si determinò così una grave spaccatura all’interno del Terzo stato, che contribuì a esasperare il popolo.

Altre iniziative dell’Assemblea costituente

L’Assemblea costituente prese anche altre iniziative; deliberò infatti:

• l’unificazione dei pesi e delle misure e l’adozione del sistema metrico decimale in modo da eliminare la confusione determinata dalla coesistenza di diversi sistemi di misurazione;

• l’eliminazione delle dogane interne;

• l’abolizione delle tasse feudali e dei titoli nobiliari;

• l’istituzione presso ogni Comune degli uffici di stato civile, cui fu assegnato il compito di annotare in appositi registri la nascita, la morte e i matrimoni dei cittadini. Prima della loro creazione i registri erano tenuti dai parroci, ma non esistevano norme precise per la registrazione, né lo Stato poteva controllare quanto in essi veniva trascritto. Gli uffici di stato civile sono divenuti da allora un’istituzione fondamentale per ogni Stato moderno.

Le diverse “anime” della Rivoluzione

Intanto, la capitale era in preda a una vera e propria febbre rivoluzionaria. La stampa è finalmente libera da censure. Nascono club che organizzavano e alimentavano movimenti di opinione. I club rivoluzionari erano circoli privati in cui i cittadini si riunivano per discutere d’interessi comuni. I più importanti club rivoluzionari erano i foglianti, i girondini e i giacobini.

Il 30 settembre 1791 fu sciolta l’Assemblea costituente e il giorno dopo al suo posto fu convocata l’Assemblea legislativa, con lo scopo di fissare le leggi che dovevano attuare la Costituzione. Essa era composta da diverse correnti politiche.

Alla destra del presidente sedevano i foglianti, sostenitori della monarchia costituzionale, guidati da La Fayette e detti così perché si riunivano in un convento dell’ordine monastico dei Foglianti.

A sinistra vi erano i girondini e i giacobini.

I girondini erano quasi tutti avvocati, giornalisti e letterati, venivano detti così perché i loro più importanti rappresentanti erano stati eletti nel dipartimento della Gironda. Essi rappresentavano la ricca borghesia provinciale di moderate tendenze repubblicane.

I giacobini, al nome dell’ex convento domenicano di San Giacomo (Jacob) dove si riunivano, erano tutti accesi repubblicani e convinti sostenitori del suffragio universale. Essi venivano indicati anche con il nome di Montagna o di montagnardi, perché sedevano sui banchi più alti del settore loro assegnato (i banchi più bassi erano occupati dai girondini).

Al centro, infine, stava la maggioranza dei deputati, privi di idee politiche definite, denominati per disprezzo la “palude”. La palude era però necessaria sia alla destra che alla sinistra per raggiungere la maggioranza, e approvare le leggi.

Assemblea legislativa – Francia 1791 – 1793

Domande

  • Come divideva il potere la nuova Costituzione?
  • Per quale motivo si creò una spaccatura all’interno del Terzo stato?
  • Numera le varie iniziative prese dalla Assemblea costituente.
  • Individua i nomi dei gruppi che sedevano nell’Assemblea, le classi sociali che li costituivano e le idee politiche che li contraddistinguevano.
Robespierre, forse il più controverso protagonista della Rivoluzione.
A capo del governo rivoluzionario giacobino dal luglio 1793 al luglio 1794, inaugurerà il
periodo del Terrore caratterizzato dalla più brutale repressione.

Il giacobino Robespierre

Del gruppo dei giacobini faceva parte Maximilien Robespierre (1758-1794), un giovane avvocato di Arras seguace del pensiero di Rousseau. Egli era stato eletto deputato nel 1789 agli Stati Generali come rappresentante della borghesia. Per qualche tempo aveva nutrito fiducia nella possibilità di riformare la Francia attraverso la monarchia costituzionale.

In seguito si era ricreduto ed era diventato repubblicano, affrontando con fermezza una serie di battaglie contro la repressione armata dei moti popolari e in favore dell’uguaglianza tra tutti gli uomini.

I suoi appassionati discorsi per la libertà di stampa e di opinione, per il suffragio universale e per l’istruzione gratuita e obbligatoria gli fecero acquistare popolarità come nemico della monarchia e promotore di riforme democratiche: così nell’aprile del 1790 era divenuto presidente del movimento dei giacobini. Da allora si impegnò totalmente per il trionfo degli ideali rivoluzionari, conquistando sempre più potere. Per la sua fermezza fu chiamato “l’incorruttibile”.

L’assemblea legislativa e la guerra

Intanto all’interno del Paese il disordine aumentava ogni giorno di più, alimentato da malcontenti di ogni sorta e dalla crisi economica.

Al di là dei confini, i sovrani di Austria e di Prussia temevano che il fermento rivoluzionario dilagasse anche nei loro paesi. Per questo si preparavano ad attaccare la Francia per ristabilirvi la monarchia assoluta.

Inoltre molti nobili francesi, fuggiti dalla Francia, desiderosi di rientrare in patria non appena si fosse ristabilita la pace, sollecitavano gli altri sovrani europei affinché placassero i moti rivoluzionari.

In Francia i girondini e il re erano a favore della guerra mentre i giacobini erano contrari.

Il re era favorevole alla guerra perché sperava che le truppe rivoluzionarie sarebbero state sconfitte dagli eserciti degli altri sovrani europei e lui avrebbe così potuto ritornare serenamente al trono.

Il re, fin dal luglio 1791, in una lettera indirizzata a suo cognato, l’imperatore d’Austria Leopoldo II, aveva dichiarato che si considerava “prigioniero a Parigi”

La guerra contro l’Austria e la Prussia

In un’atmosfera piena di tensioni, il 20 aprile 1792, l’Assemblea legislativa dichiarò guerra all’Austria e alla Prussia, convinta non solo che i popoli si sarebbero ribellati ai loro sovrani come aveva fatto il popolo francese, ma anche che il re di Francia si sarebbe messo alla testa della nazione contro gli stranieri.

Ben presto si allearono ad Austria e Prussia al loro altri stati di Europa, perché temevano che la rivoluzione dilagasse.

Ebbero inizio così nelle zone di confine operazioni militari, che si risolsero per i Francesi in una serie di sconfitte a causa dell’inefficienza dell’esercito. Inoltre il malumore serpeggiava in Francia: il popolo parlò di tradimento e accusò il re di aver stipulato accordi segreti con il nemico. Non dimentichiamo che il sovrano asburgico era il fratello di Maria Antonietta.

Le pesanti sconfitte fanno temere la disfatta. Il Re è ritenuto responsabile di tradire la Francia. Intanto gli assegnati si svalutano e questo causa l’aumento dell’inflazione. Si delibera allora la requisizione dei beni degli emigrati, i nobili espatriati per paura, ma il Re pone il veto.

La Convenzione nazionale

I sospetti che gravavano su Luigi XVI favorirono lo scoppio di violente rivolte popolari. Infatti il 20 giugno migliaia di persone invadono il palazzo reale Tuileries. I sanculotti costringono il Re a brindare alla rivoluzione. Il 10 agosto 1792 l’Austria minaccia ripercussioni militari se il Re fosse stato oltraggiato e i n risposta a tale minaccia il popolo assaltò il palazzo reale delle Tuileries che si trasformò in un vero e proprio colpo di Stato.

A quel punto l’Assemblea legislativa decise di sospendere il re dalle sue funzioni e di farlo imprigionare insieme alla sua famiglia.

Contemporaneamente l’Assemblea veniva sciolta e poco dopo, il 20 settembre 1792, venne eletta una nuova Assemblea costituente, chiamata Convenzione nazionale, incaricata di decidere se la Francia dovesse essere una monarchia o una repubblica.

Il re era d’accordo con il nemico e la sua posizione si aggravava sempre più.

Vittoria di Valmy

Il 20 settembre 1792 le truppe francesi registrano il primo successo a Valmy contro i prussiani. Si allontana la minaccia dell’invasione.

Jean_Baptiste Mauzaisse, La battaglia di Valmy, 1835

La “rivoluzione totale” dei sanculotti

Il termine fu inizialmente coniato (1791-92) in accezione spregiativa dagli aristocratici francesi per indicare coloro i quali indossavano i pantaloni lunghi, anziché i calzoni corti e le calze di seta caratteristici dell’abbigliamento della nobiltà.

Furono una forza attiva della Rivoluzione francese. Appartenevano alla piccola borghesia e al proletariato cittadino. Sostennero le posizioni più radicalmente democratiche, organizzati in club e sezioni

Furono protagonisti nelle fasi più drammatiche della rivoluzione, affrontarono i problemi relativi alla difficoltà dell’approvvigionamento e all’aumento dei prezzi, reclamando la regolamentazione dell’economia; diffusero l’uso dell’appellativo di «cittadino».

Sanculotti
Si tratta di cittadini passivi: artigiani bottegai domestici salariati
Sono i protagonisti dei successivi due anni di guerra
Chiedono:
• suffragio universale,
• solidarietà popolare contro i privilegi della ricchezza,
• la lotta contro i nemici della rivoluzione
• si trovano nelle sezioni elettorali
• sono in grado di mobilitare migliaia di persone
 

Era ormai iniziata una nuova fase della Rivoluzione, quella cioè gestita dalle forze popolari.

La situazione era divenuta dunque veramente grave, anche perché dal fronte della guerra giungevano notizie di alcune sconfitte.

La reazione popolare non si fece attendere: il popolo di Parigi invase

le prigioni, dove erano stati rinchiusi i nobili che non erano riusciti a fuggire, massacrando indiscriminatamente centinaia e centinaia di nobili, di preti e di detenuti per reati comuni, sotto l’accusa di complotto ai danni dello Stato.

A destra: un “sanculotto” che indossa i tipici pantaloni lunghi a righe; da una stampa dell’epoca.

La repubblica e la condanna del re

La Convenzione nazionale, costituita in gran parte da repubblicani, nella sua prima seduta del 21 settembre dichiarò decaduta la monarchia e proclamò la repubblica.

Le elezioni della Convenzione si erano svolte in clima di TERRORE: nonostante il Suffragio universale maschile si registra alto astensionismo: solo il 10% degli aventi diritto si presenta. Questo costituisce un segnale di frattura tra rivoluzione e popolazione.

La Convenzione aveva l’incarico di stabilire una nuova Costituzione.

Subito dopo ebbe inizio il processo al re, che, sotto l’accusa di alto tradimento, venne condannato a morte e ghigliottinato il 21 gennaio 1793.

La decapitazione del sovrano

«Popolo, io muoio innocente! Perdono i miei nemici e desidero che il mio sangue sia utile ai francesi e plachi la collera di Dio”.

Queste le ultime parole di Luigi XVI.

In questa stampa dell’epoca il boia mostra alla folla la testa del sovrano decapitato dalla ghigliottina.
Ghigliottina: macchina per le esecuzioni capitali mediante decapitazione utilizzata fin dal XVI secolo in vari Stati europei.
Il nome deriva da J.J. Guillotin (1731-1814), medico francese che ne promosse l’uso durante la Rivoluzione.

Il nuovo calendario rivoluzionario

Il 22 settembre 1792 viene stabilito il nuovo calendario per la nuova repubblica francese.

Dopo Valmy, la guerra diventava sempre più rivoluzionaria e propagandistica. La Francia si trovò presto in guerra con quasi tutti gli Stati europei (Prussia, Inghilterra, Olanda, Spagna, Stati italiani) mentre le conquiste francesi si trasformavano in annessioni: Savoia, Nizza, Belgio, Renania.

Crisi in Francia

Visto il proseguire della guerra la Francia decreta la leva di 300000 uomini provocando proteste e tumulti, ma nonostante l’ampliamento dell’esercito, nel 1793 armata francese viene travolta e la Francia perde tutti i territori conquistati.

 E in questo periodo la situazione si fa sempre più grave, alla crisi militare si affianca la crisi economica con la svalutazione degli assegnati. Il popolo è sempre più in difficoltà e tali difficoltà sfoceranno in una nuova ondata insurrezionale.

Guerra civile in Vandea

Nelle province dove era più forte l’attaccamento ai valori tradizionali e alla monarchia diventa sempre più attiva la propaganda controrivoluzionaria.

Nel dipartimento della Vandea, si scatena infatti una insurrezione contadina con la creazione di un esercito controrivoluzionario, una rivolta realista, che si trasforma presto in un vero e proprio moto popolare controrivoluzionario.

La ribellione della Vandea mostra l’estraneità alla rivoluzione di una larga parte del mondo rurale. Dalle popolazioni rurali la rivoluzione viene sempre più subita. Infatti solo la borghesia fino ad allora aveva tratto i reali benefici dai moti rivoluzionari. Ad esempio aveva beneficiato della vendita dei beni della chiesa.

In questa fase si registra una progressiva perdita di consenso alla rivoluzione da parte della massa meno abbiente, mentre i ceti medi e agiati sono soddisfatti delle loro conquiste.

La regione della Vandea

Il dilagare dei movimenti anti rivoluzionari porta alla definizione di provvedimenti eccezionali per arginare la crisi.

Con la costituzione del 1793 il potere passa ai giacobini.

Vedi allegato Costituzione del 1793 in Francia.

La Costituzione dell’anno I della Repubblica francese (1793), prevedeva il suffragio universale maschile, il diritto di tutti al lavoro e ai beni di sussistenza. Si trattava di una Costituzione non più di ispirazione borghese, ma basata invece su principi assai più democratici.

Essa però dovette essere al momento sospesa a causa dello stato di emergenza che travagliava il Paese. Purtroppo finì per non essere mai messa in atto.

Per affrontare la situazione la Convenzione creò:

  • Tribunale rivoluzionario contro i sospetti, contro i rivoltosi controrivoluzionari e votò una serie di misure, come la confisca dei loro beni.
  • Maximum dipartimentale, un calmiere, per cereali e farina,
  • Comitato di salute pubblica, il vero organo di governo, costituito da 9 membri scelti dalla Convenzione.
Incisione raffigurante uno dei numerosi “tribunali del popolo” che affiancavano il Tribunale rivoluzionario nei suoi sforzi implacabili per scovare i nemici della Rivoluzione.
Le truppe francesi difendono la città di Lille, nel nord della Francia, assediata dall’esercito austriaco nel 1792 in un dipinto dell’epoca.
Un tamburo dell’esercito rivoluzionario decorato con i simboli della Rivoluzione

I contrasti tra giacobini e girondini si facevano sempre più accesi. I giacobini erano appassionati sostenitori del movimento popolare, e i girondini invece, di tendenze moderate erano odiati dalle masse parigine per avere difeso Luigi XVI prima della condanna.

Lo scontro fu inevitabile e si risolse con il trionfo dei giacobini: il 2 giugno 1793, infatti, con un atto di forza e l’appoggio dei sanculotti, 29 girondini vennero arrestati e condannati alla ghigliottina, mentre gli altri furono dispersi.

Ebbe allora origine un’aperta ribellione contro il Comitato di salute pubblica, in cui dominava incontrastato Robespierre: alcune città della Francia meridionale si sollevarono, massacrando i giacobini e chiamando in aiuto le truppe della coalizione antifrancese.

Nel frattempo una giovane monarchica, Carlotta Corday, assassinava Jean Paul Marat (1743-1793), uno dei più agguerriti e sanguinari deputati della Montagna, con l’intento di vendicare i girondini.

Dipinto di Jacques-Louis David, Marat assassinato, 1793. L’assassina sorprese la vittima durante uno dei frequenti bagni che il tribuno dei montagnardi prendeva a causa di una malattia della pelle.

Si creò allora un clima da guerra civile, tra la crescente pressione degli eserciti stranieri, le continue voci di tradimento dei propri reparti in armi e insieme la paralisi delle industrie e dei commerci e il rincaro dei generi di prima necessità, causato dall’inflazione e dalla carestia.

L’anno del Terrore

Il Comitato di salute pubblica approvò allora dei provvedimenti eccezionali per frenare le agitazioni popolari e soffocare le rivolte girondine.

A sua volta, il Tribunale rivoluzionario intensificò la propria attività, dando così inizio al periodo del Terrore (17 settembre 1793), destinato a protrarsi per circa un anno.

Fu così che molti girondini, membri della Convenzione, vennero arrestati e uccisi con l’accusa di non essere abbastanza rivoluzionari: solo pochi riuscirono a sfuggire alla cattura e a trovare rifugio nelle province ribelli, in particolare nella Vandea, ricca regione della Francia occidentale fortemente legata alla monarchia e al cattolicesimo, che fin dal marzo 1793 si era ribellata alla politica antireligiosa voluta da Parigi.

Il Comitato di salute pubblica riuscì comunque, con disperata tenacia e usando ogni metodo, a tener testa alla situazione e a passare al contrattacco.

L’esercito rivoluzionario riuscì a domare le ribellioni interne, la Vandea fu domata e fu bloccato l’attacco degli eserciti stranieri.

La dittatura di Robespierre

Con l’eliminazione della maggior parte degli oppositori interni, si era fatto strada a poco a poco nell’opinione pubblica un movimento favorevole a una politica meno violenta.

Questo movimento era sostenuto da Georges Jacques Danton (1759-1794) e da tutti gli elementi moderati e borghesi della Convenzione.

Contro di essi, con l’appoggio dell’ala estrema della Montagna, si schierò Robespierre, che accusava i moderati di volere sabotare la Rivoluzione, di perseguire una politica antirivoluzionaria.

Robespierre seppe così ben manovrare la situazione nell’ambito del Comitato da ottenere l’eliminazione di tutti i più diretti avversari, compreso Danton, che fu accusato di essersi venduto ai monarchici e allo straniero e ghigliottinato il 6 aprile 1794.

Rimasto padrone del campo e sicuro dell’appoggio della maggioranza degli esponenti della Convenzione, Robespierre diede inizio a una vera e propria dittatura, che sfociò in una serie di condanne. Le condanne si basavano anche su semplici indizi o sospetti e venivano eseguite anche senza processo.

In un mese e mezzo, nella sola Parigi vennero ghigliottinate 1376 persone.

Fra le vittime più illustri vi fu l’ex regina Maria Antonietta, accusata di tramare a favore delle potenze straniere.

La rivolta contro Robespierre

Ma tanta violenza, una così efferata ondata di sangue alimentata dal regime del Terrore non poteva però durare a lungo. L’incubo e la paura per i continui massacri suscitarono un po’ ovunque una decisa opposizione che si trasformò ben presto in una aperta rivolta. A questo movimento di rivolta aderirono sia alcuni membri dello stesso Comitato di Salute Pubblica che la maggioranza della Convenzione.

E fu così che, non appena si presentò il momento favorevole, la Convenzione votò a maggioranza l’arresto di Robespierre. L’incorruttibile Robespierre fu condannato, senza processo, il 28 luglio 1794 e fu ghigliottinato assieme ai suoi più fidati collaboratori.

Aveva termine così l’epoca del Terrore.

L’arresto di Robespierre
Domande
A quali nazioni la Francia dichiarò guerra nel 1792?
Quale fu la data in cu venne dichiarata la repubblica?
Indica le riforme della Costituzione del 1793.
Cosa si intende quando si parla del periodo del Terrore?
Cosa accadde in Vandea?
Quali idee perseguiva Danton? Perché fu ucciso?
In cosa consistette la dittatura di Robespierre?

Terza fase della rivoluzione francese

Tentativi controrivoluzionari e alleanza tra borghesia ed esercito

Dopo l’eliminazione di Robespierre la borghesia moderata tornò a prendere in mano il potere e diede vita nell’agosto del 1795 a una nuova Costituzione, che in un certo senso segnava un passo indietro nel cammino del popolo francese verso la democrazia.

Ricordiamo che la costituzione del 1793, che era straordinariamente moderna e ampiamente ispirata ai principi illuministi non venne mai attuata.

Con la costituzione del 1795 infatti venne abolito il suffragio universale maschile e si tornò al suffragio censitario, cioè venne riconosciuto il diritto di voto unicamente ai possessori di una proprietà fondiaria e quindi soggetti al pagamento di un’imposta diretta.

Per quanto riguarda l’organizzazione della repubblica, la nuova Costituzione del 1795 continuò a ispirarsi al concetto della separazione dei poteri:

  • il potere esecutivo venne affidato a un Direttorio, composto di cinque membri, cui spettava la nomina dei ministri e dei capi dell’esercito,
  • il potere legislativo fu affidato a due Camere il Consiglio dei Cinquecento, che proponeva i disegni di legge, e il Consiglio degli Anziani, costituito da 250 membri, che le approvava.

Il nuovo regime entrò in funzione il 27 ottobre 1795, il giorno dopo lo scioglimento della Convenzione. Questa data segna l’uscita dalla fase più propriamente rivoluzionaria della repubblica francese.

Il primo Direttorio

I problemi più urgenti che il Direttorio doveva affrontare furono quelli economico-finanziari: l’aumento dei prezzi, la caduta di valore degli assegnati, la penuria di merci e prodotti.

I provvedimenti presi innescarono un meccanismo che incrementava il disavanzo finanziario dello Stato. Per risolvere il problema, lo Stato fu costretto a vendere sotto costo dei beni confiscati ad aristocratici e a ecclesiastici.

Al di là delle difficoltà di bilancio, il sistema francese era caratterizzato da profonde contraddizioni.

  • Da un lato posizioni moderate e quindi avverse al democratismo dei giacobini.
  • Dall’altro posizioni controrivoluzionarie fomentate dai nobili e dal clero che non esitarono a cercare l’appoggio dei giacobini.
Riunione del Consiglio dei Cinquecento in una stampa dell’epoca
Una pubblica udienza sotto il Direttorio; stampa tratta da un dipinto dell’epoca
Nel periodo del Direttorio il lusso tornò in auge, come mostra questo dipinto dell’epoca in cui vediamo la nuova borghesia opulenta frequentare i rinati negozi alla moda.

Il contrasto interno e il Terrore bianco

Il governo del Direttorio non era però destinato ad assicurare alla Francia la pace interna da molti desiderata.

La nuova Costituzione, infatti, non poteva soddisfare né i giacobini, che non riuscivano a rassegnarsi a una simile soluzione antidemocratica e antipopolare, né i realisti che rimpiangevano l’antico regime e la monarchia.

Vi furono infatti rivolte dall’una e dall’altra parte.

I realisti arrivarono addirittura a mettere in atto un tentativo di rivolta, subito però stroncato dall’intervento di alcuni reparti armati al comando del giovane generale Napoleone Bonaparte (1769-1821).

Stampa popolare che celebra le virtù patriottiche e militari del giovane generale Napoleone Bonaparte
 

Ad appesantire ulteriormente la situazione contribuì anche una lunga serie di persecuzioni e di crudeli violenze compiute da frange controrivoluzionarie contro giacobini e sanculotti, il cosiddetto Terrore bianco.

Tutte queste tensioni costituivano una minaccia per le nuove istituzioni.

Tale situazione favorì l’alleanza fra la borghesia e l’esercito, che avrebbe caratterizzato la storia della Francia postrivoluzionaria.

Infatti, benché la Prussia, la Spagna e l’Olanda avessero nel 1795 stipulato la pace con la Francia repubblicana, restavano ancora in armi l’Inghilterra, l’Austria e il Piemonte, contro cui il Direttorio si trovava impegnato ad affrontare un vasto piano di azione, potenziando l’esercito repubblicano.

Ci si avviava così, con la fine del periodo più ardente ma anche più drammatico della grande rivoluzione, a vivere una nuova fase “rivoluzionaria” destinata a protrarsi in forma più moderata ancora per qualche anno, cioè fino al 9 novembre 1799, allorché un colpo di Stato attuato da Napoleone Bonaparte e dalle sue truppe pose fine a ogni forma di sovranità popolare e di idealità democratica.

Jean-Baptiste Belley: da schiavo a deputato

Questo poco noto, ma importante dipinto a firma del pittore Anne-Louis Girodet (1767-1824) è dedicato al nero francese Jean-Baptiste Belley, nato schiavo ed eletto deputato della Convenzione nazionale come rappresentante della Repubblica di Santo Domingo, grande isola dell’America centrale nel Mare Caraibico.

In uno dei momenti più difficili della storia della rivoluzione francese, Belley condusse nel 1794 con pieno successo la campagna per l’abolizione della schiavitù nelle colonie, ottenendo il pieno riconoscimento del diritto di cittadinanza per tutta la popolazione di colore. Particolarmente significativo l’accostamento nel quadro tra Belley nero nella sua vistosa divisa di deputato e il bianco marmoreo busto del filosofo e storico francese Guillaum Thomas Raynal (1713-1794), convinto e combattivo antischiavista

Sintesi

In Francia, alla fine del XVIII secolo, il potere era nelle mani del clero e della nobiltà, che erano esentati dal pagamento delle tasse e godevano di ogni privilegio; il Terzo stato, composto dalla borghesia e dalle masse popolari, era escluso dalla politica ed era gravato da ogni sorta di imposta.

Nel 1788 il re fu costretto a convocare gli Stati Generali per poter deliberare sulle nuove tasse necessarie per sanare il disastroso bilancio, gravato da enormi debiti.

Il Terzo stato intendeva votare per testa, avendo la maggioranza dei rappresentanti, mentre clero e nobiltà, alleati, volevano votare per “stato”. Ne nacque una controversia che costrinse la nobiltà e il clero a unirsi al Terzo stato in un’Assemblea costituente.

Il 14 luglio 1789 la tensione dovuta alla crisi economica esasperò gli animi e la Bastiglia, simbolo della tirannia e dell’assolutismo, venne assalita da un gruppo di rivoltosi.

Le agitazioni dilagarono ben presto in tutto il Paese. Per porre un freno ai disordini si abolirono i privilegi del clero e della nobiltà, si soppressero i diritti feudali e si approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo; per far fronte alla crisi finanziaria lo Stato confiscò tutte le proprietà ecclesiastiche.

L’ondata rivoluzionaria portò alla nascita di una monarchia costituzionale, ma non al suffragio universale. Si crearono diversi orientamenti politici, dai più moderati foglianti, sino ai più rivoluzionari giacobini, guidati da Robespierre, che presero il sopravvento.

Nel 1792 la Francia si trovò impegnata anche in una guerra contro l’Austria e la Prussia, preoccupate che la rivoluzione potesse dilagare anche entro i loro confini. Venne convocata una nuova Assemblea costituente, la Convenzione nazionale, che proclamò la Repubblica, il suffragio universale maschile e condannò a morte il re, sospettato di tramare contro la nazione.

Dopo aver eliminato qualsiasi opposizione, i giacobini salirono al potere. Ogni tentativo di moderazione o

di pacificazione veniva scambiato per tradimento degli ideali rivoluzionari. Gli anni del Terrore portarono alla ghigliottina migliaia di persone, tra le quali finì lo stesso Robespierre. Dopo la caduta della dittatura di Robespierre la borghesia moderata promulgò una nuova Costituzione (1795) che abolì il suffragio universale e affidò il potere esecutivo a un Direttorio che non riuscì però ad assicurare al Paese la pace desiderata.

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Carlo Goldoni e la riforma del teatro comico

Carlo Goldoni (1707-1793) è stato un letterato e un commediografo italiano. È considerato uno dei principali innovatori del teatro moderno, e uno dei padri della commedia. Nelle sue opere ha veicolato i valori dell’illuminismo.

Le sue opere sono apprezzate anche oggi tanto che nelle stagioni teatrale sono spesso presenti testi di Goldoni. Le sue opere sono apprezzate perché i personaggi delle sue commedie mostrano, sotto un’apparente semplicità, una gamma molto complessa di atteggiamenti e svelano i risvolti più profondi dei caratteri umani. Le sue opere mettono in scena inoltre la quotidiana conflittualità che regola i rapporti tra gli uomini.

Cenni sulla biografia

Carlo Goldoni nasce il 25 febbraio 1707 a Venezia da una famiglia borghese che attraversa notevoli difficoltà economiche. Gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza sono allora itineranti per Carlo che, insieme alla madre, raggiunge il genitore a Perugia nel 1719: qui Carlo studia prima presso i Gesuiti poi a Rimini dai Domenicani.

Il ragazzo è insofferente nei confronti dell’insegnamento tradizionale, mentre mostra una spiccata passione per il teatro.

Ben presto si aggrega alla compagnia comica di Florindo de’ Maccheroni, diretta a Chioggia, città nei pressi di Venezia dove viveva la madre.

Testo 1 – Fuga da Rimini

Il brano è tratto dai Memoires di Carlo Goldoni, cap. IV – V

Il giovane Goldoni, tredicenne, si trova a Rimini, dove frequenta le lezioni di filosofia e di logica alla scuola dei domenicani. La madre, il padre e il fratello Giovanni si trovano invece a Chioggia (dove il padre lavora come medico). A Rimini arriva la compagnia di comici del napoletano Paolo Antonio Foresi, e il piccolo Goldoni va a vederla a teatro e resta folgorato (soprattutto dal fatto che nella compagnia sono presenti delle donne, mentre spesso, nel teatro di quei tempi, le parti femminili erano sostenute da maschi adolescenti).

I primi giorni andavo a teatro, molto modestamente, in platea; vedevo qualche giovane come me tra le quinte: tentai allora di spingermi fin là e non trovai ostacolo alcuno; guardavo con la coda dell’occhio quelle signorine ed esse mi fissavano assai arditamente. A poco a poco mi familiarizzai con loro; di discorso in discorso, di domanda in domanda, vennero a sapere che ero veneziano. Erano tutte mie compatriote, mi fecero coccole e gentilezze senza fine; lo stesso capo-comico mi colmò di cortesie: mi invitò a cena a casa sua, vi andai e non vidi più il reverendo Candini[1].
I comici stavano ormai per concludere il loro impegno e dovevano andarsene; la loro partenza mi procurava sincero dispiacere. Un venerdì, giorno di riposo per tutta l’Italia[2], tranne che per lo stato di Venezia, facemmo una scampagnata; c’era tutta la compagnia, il capocomico annunciò la partenza entro gli otto giorni seguenti; aveva già fissato la barca che li avrebbe condotti a Chioggia… A Chioggia! Esclamai con un grido di sorpresa.
– Sissignore, dobbiamo andare a Venezia, ma ci fermeremo quindici o venti giorni a Chioggia per darvi qualche rappresentazione di passaggio.
– Ah, Dio mio! Mia madre è a Chioggia e la vedrei con vero piacere.
– Venite con noi.
– Sì, sì (gridano tutti l’uno dopo l’altro) con noi, con noi, sulla nostra barca; vi troverete bene, non vi costerà nulla; si gioca, si ride, si canta, ci si diverte, ecc.
Come resistere a una tentazione così grande? Perché perdere un’occasione così bella? Accetto, mi impegno e faccio i miei preparativi.
Comincio con il parlarne al mio ospite[3], egli vi si oppone con forza: io insisto ed egli riferisce il fatto al conte Rinalducci; eran tutti contro di me.
di cedere, me ne sto tranquillo; il giorno fissato per la partenza infilo in tasca due camicie e un berretto da notte; mi reco al porto, salgo sulla barca per primo, mi nascondo ben bene sotto prua; avevo con me il calamaio da tasca, scrivo al signor Battaglini, gli presento le mie scuse: è la voglia di rivedere mia madre che mi trascina; lo prego di donare tutta la mia roba alla governante che mi aveva curato durante la malattia e gli annuncio che sto ormai per partire. Ho commesso una mancanza, lo riconosco; ne ho commesse altre, lo riconoscerò parimenti.
Arrivano i comici.
– Dov’è Goldoni?
– Ecco Goldoni che esce dalla sua tana; tutti scoppiano a ridere; mi fanno festa, mi vezzeggiano, si fa vela. Addio Rimini.



I comici non eran certo quelli di Scarron[4]; eppure l’insieme della compagnia sulla barca formava un quadro divertente.
Dodici persone, fra attori e attrici, un suggeritore, un macchinista, un trovarobe[5], otto domestici, quattro cameriere, due balie e, inoltre, bambini di ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, uccelli, piccioni, persino un agnello: l’arca di Noè.
La barca era molto ampia, c’erano numerosi compartimenti: le donne avevano ognuna una nicchia con tende; per me, invece, era stato preparato un buon letto accanto al capo-comico; eravamo tutti ben sistemati.
L’intendente generale del viaggio, che era a un tempo il cuoco e il credenziere[6], suonò una campanella che era il segnale della colazione; ci si riunì allora in una specie di sala allestita al centro della barca, sopra le casse, i bagagli e i pacchi; su una tavola ovale c’erano caffè, tè, latte, pane tostato, acque e vino.
La prima Amorosa[7]chiese un brodo: non ce n’era. Essa andò su tutte le furie; non senza fatica si riuscì a calmarla con una tazza di cioccolata; ella era la più brutta e la più difficile[8].Dopo la colazione venne proposta una partita in attesa del pranzo. Io sapevo giocare a tressette: era il gioco preferito di mia madre, che me l’aveva insegnato.
Stavamo per cominciare un tressette e un picchetto[9], quando un tavolo di faraone[10], che nel frattempo era stato preparato sul ponte, attirò l’attenzione di noi tutti; il banco annunciava più divertimento che interesse: il capocomico non avrebbe altrimenti dato il permesso.
Si giocava, si rideva, si scherzava, ci si burlava vicendevolmente; la campanella annuncia il pranzo: ci andiamo.
Maccheroni! Tutti vi si gettano sopra: ne vengono divorate ben tre zuppiere. Carne di manzo cucinata come si usava allora, pollo freddo, lombo di vitello, dessert e buon vino; ah, che pranzo squisito! Non v’è cibo migliore dell’appetito!
Restammo a tavola quattro ore. Poi i comici suonarono diversi strumenti, cantammo a lungo; la Servetta cantava assai bene; io la guardavo attentamente: mi dava una strana sensazione.
Ma, ahimè, un imprevisto venne a interrompere l’allegria della brigata; un gatto fuggì dalla gabbia: si trattava del micetto della prima Amorosa. La poveretta invocò l’aiuto di tutti, noi lo rincorremmo; il gatto, che era schizzinoso proprio come la sua padrona, strisciava, saltava, si nascondeva dappertutto; vedendosi inseguito, si arrampicò sull’albero: la signora Claricefu colpita da un malore. Un marinaio sale sull’albero per acchiappare il gatto, ma quello si butta in mare e vi resta. Ecco la padrona disperata: vuole uccidere tutti gli animali che vede, vuole gettare la sua cameriera nella tomba dell’amato gattino. Tutti prendono le difese della cameriera e il litigio diventa generale. Arriva il capo-comico, fa mille moine all’afflitta: finisce per ridere anch’essa; ed ecco il gatto dimenticato.
Ma ora basta, penso; sarebbe abusare troppo del lettore l’intrattenerlo oltre con simili fatterelli, che sono da nulla.
Il vento non era favorevole: restammo in mare tre giorni; sempre gli stessi passatempi, gli stessi piaceri, lo stesso appetito; il quarto giorno arrivammo a Chioggia.
 
Io non avevo l’indirizzo dell’appartamento di mia madre, ma non impiegai troppo tempo a cercarlo. La signora Goldoni e sua sorella portavano la cuffia[11]: appartenevano alla classe dei ricchi, tutti le conoscevano.
Pregai il capocomico di accompagnarmi; vi si prestò con piacere, venne con me: si fece annunciare; io restai in anticamera.
– Signora, disse a mia madre, vengo da Rimini, vi porto notizie del signorino vostro figlio.
– Come sta mio figlio?
– Benissimo, signora.
– È contento del suo stato?
– Non troppo, signora; soffre molto.
– Di che cosa?
– Di essere lontano dalla sua tenera madre.
– Povero figliuolo! Vorrei davvero averlo qui con me. (Io sentivo tutto, e mi batteva forte il cuore.)
– Signora, continuò il comico, io gli avevo proposto di portarlo con me.
– E perché non l’avete fatto?
– E voi sareste stata d’accordo?
– Certamente.
– Ma, e i suoi studi?
– I suoi studi! Che cosa gli avrebbe impedito di tornare là? E poi, maestri ce ne sono dappertutto.
– Lo vedreste dunque con piacere?
– Con immensa gioia.
– Signora, eccolo qui.
Apre la porta, io entro, mi getto alle ginocchia di mia madre; ella mi abbraccia: le lacrime ci impediscono di parlare.

[1] Il professore di logica e filosofia da cui Goldoni andava a lezione.
[2] Nei teatri italiani, le compagnie riposavano di solito il venerdì
[3] si tratta del signor Battaglini, la persona di fiducia alla quale il piccolo Goldoni è stato affidato durante il suo soggiorno a Rimini.
[4] Paul Scarron (1610 – 1660), uno dei maggiori commediografi francesi. Qui l’espressione vuol dire che si trattava di una compagnia un po’ scalcagnata.
[5] Trovarobe: chi, in una compagnia teatrale, è incaricato di trovare il materiale che dovrà essere usato in scena
[6] Credenziere: chi si occupa delle vivande.
[7] La prima amorosa: l’attrice che, nella commedia, recita la parte dell’innamorata.
[8] La più difficile: la più capricciosa, la più difficile da accontentare.
 
[9] picchetto: gioco di carte di origine francese.
[10] faraone: gioco di carte d’azzardo (Goldoni era un amante dei giochi di carte: di qui il puntiglio con cui ne ricorda i nomi).
[11] portavano la cuffia: cuffie e cappellini erano indossati, di solito, dalle persone benestanti: portare la cuffia qui dunque vuol dire “essere persone distinte”.

Il giovane Goldoni inizia quindi a seguire la sua passione, il teatro, ma prosegue anche gli studi in giurisprudenza.

Sono anni di spostamenti e di studi interrotti. Da Milano (1722), a Pavia (1723) dove verrà espulso dal collegio dei gesuiti per una piccante satira sui costumi delle donne della città, poi Udine, Gorizia, Modena, Vipacco, ancora Chioggia, Feltre.

Nonostante questo si laurea in legge a Padova e, dopo la morte del padre, svolge per un breve periodo la professione di avvocato per aiutare economicamente la madre. Cerca di conciliare lo studio con la passione per il teatro, come attore ed autore teatrale.

La sua vera passione però lo induce ben presto a lasciare il mondo giuridico per dedicare tutta la sua vita al teatro.  Il suo impegno e la sua dedizione nel mondo delle maschere lo portano a rivoluzionare la concezione teatrale del suo tempo, che era ancora legata alla tradizione delle maschere e della Commedia dell’arte e ad operare una vera e propria riforma del teatro.

Molte sono le opere che lui ha scritto, tra le più note, “La donna di garbo”, “La bottega del caffè”, “La locandiera”, “I rusteghi”, “La trilogia della villeggiatura”, il “Sior Todero brontolon”, “Le baruffe chiozzotte e “Il ventaglio”.

Ma il suo lavoro non è sempre apprezzato e nel 1762 Goldoni si trasferisce a Parigi, su invito della Comédie Italienne e nella speranza di trovare un clima e un pubblico più favorevoli al suo teatro. Lì deve ricominciare il suo faticoso lavoro di riforma. In quegli anni e si dedica alla stesura della sua autobiografia, i Mémoires. La sua fine è molto triste, malato e in miseria, Carlo Goldoni si spegne nel febbraio del 1793.

Per approfondimenti sulla vita di Carlo Goldoni:

https://biografieonline.it/biografia-carlo-goldoni

http://www.italialibri.net/autori/goldonic.html

La riforma del teatro comico

Ai tempi di Goldoni il teatro comico era monopolizzato dalla Commedia dell’arte, che era basata sull’improvvisazione a partire da un semplice canovaccio. La commedia dell’arte aveva portato alla fissità delle parti e dei ruoli e alla ripetitività delle battute; si ovviava alla noia ricorrendo a volgarità e oscenità.

Goldoni considerava questo teatro corrotto e cattivo, perché le opere erano scritte male, erano costruite peggio e recitate in modo pessimo. Inoltre egli riteneva che la commedia avesse una funzione pedagogica ed etica che ormai non apparteneva più alla commedia dell’arte. Infatti, secondo Goldoni, la commedia dell’arte nel Settecento, fomentava il vizio anziché correggerlo.

Goldoni era un esponente della borghesia e il suo pensiero era influenzato dalle idee illuministe e dalla nuova sensibilità borghese. A Venezia nel Settecento giungono le idee dell’illuminismo più moderno e innovatore, grazie ai commerci della città.

Goldoni elabora le nuove idee illuministe che risultano spesso una rielaborazione della mentalità diffusa dai ceti medi.

Statua bronzea di Goldoni a Venezia

Motivi illuministi nelle opere di Goldoni

Nelle sue opere Goldoni veicola idee dell’illuminismo, infatti egli:

  • aderisce alla vita mondana estranea ad ogni forma di trascendente,
  • esalta la filosofia pratica basata sul buon senso,
  • è attento ad ogni sentimento di socialità,
  • rispetta i valori del mondo borghese e mercantile come la sincerità, l’onestà e la fedeltà agli impegni,
  • prova antipatia per i nobili e per la dissolutezza dei loro costumi,
  • apprezza l’uguaglianza fra gli uomini e la tranquilla convivenza tra i ceti nelle loro diverse funzioni,
  • ammira Inghilterra e Olanda, patrie di civiltà laboriose e pacifiche.
  • critica l’autoritarismo dei padri sui figli,
  • accarezza nuovi ideali di sviluppo naturale nella ragione,
  • è consapevole che il denaro sia importante ma sa che il denaro non basta.

La sua riforma della commedia viene fatta in modo graduale.

Goldoni parte dal rifiuto della commedia dell’arte, dalle sue improvvisazioni, dalla volgarità e dalla rigidezza delle figure rappresentate dalle maschere. I personaggi che lui mette in scena non sono più quindi maschere fisse, ma individui concreti e non falsati dalla maschera, personaggi a tutto tondo, che imparano dalle esperienze della vita e che testimoniano i valori in cui Goldoni crede. I personaggi inoltre sono strettamente legati all’ambiente sociale in cui si muovono.

Goldoni sostituisce le vicende inverosimili con intrecci ispirati dalle storie reali e razionali.

Lui dichiara che il mondo reale è la sua fonte di ispirazione, il suo teatro è borghese, concreto e reale e la sua visione del mondo è lontana dall’astrattezza classica e rinascimentale.

Con Goldoni le maschere della commedia dell’arte diventano personaggi reali, per cui, ad esempio, la servetta Colombina diventa una donna di garbo, il vecchio Pantalone, da mercante vizioso, diventa un vecchio assennato e saggio. I suoi personaggi hanno caratteri psicologicamente delineati a tutto tondo, sono caratteri umani.

Nel concreto Goldoni scrive tutto il testo che deve essere recitato e inserisce anche indicazioni tecniche per gli attori. Colloca le sue vicende in un contesto realistico nella Venezia mercantile, nelle piazze e nelle calli veneziane, al tempo di Carnevale.

Il significato del teatro goldoniano è quello di celebrare le virtù borghesi del buon senso, del garbo, della gentilezza, della ragionevolezza. In virtù del pensiero illuminista fa sì che anche i servi veicolino il buon senso.

Mondo e teatro

L’attore doveva restituire il primo posto all’autore dei testi teatrali, autore che aveva il compito di porsi a mediatore tra il mondo reale e la finzione teatrale.

Goldoni diceva che il Mondo e il Teatro erano i due “libri” a cui si ispirava.

Le sue opere infatti traevano spunto dal Mondo, raccontando la ricca varietà di situazioni, di vicende e di personaggi che popolano la vita quotidiana.

Goldoni utilizzava gli strumenti del Teatro per mettere in scena tutto questo in modo naturale e coinvolgente, mantenendo la sua originaria funzione pedagogica e etica.

Calli a Venezia

Testo “Mondo e teatro”

Tratta dalla prefazione alla racconta di commedie pubblicate nel 1750

In questa prefazione Goldoni presenta la sua riforma della commedia dell’arte. Nel brano dice che i libri su cui ha più studiato sono “il Mondo e il Teatro”. Il libro del Mondo è quello da cui trae ispirazione per i personaggi e gli argomenti delle sue commedie. Il libro del Teatro è quello su cui studia come rappresentare sulla scena “i caratteri, le passioni, gli avvenimenti” per piacere al pubblico. Il teatro deve essere una “copia” di quanto accade nel mondo, lo scrittore di commedie deve tenere in considerazione solo il gusto dei suoi spettatori.

[…] i due libri su’ quali ho più meditato, e di cui non mi pentirò mai di essermi servito, furono il Mondo e il Teatro.
Il primo [il Mondo] mi mostra tanti e poi tanti vari carat­teri di persone, me li dipinge così al naturale, che paion [sembrano] fatti apposta per somministrarmi abbondantissimi argo­menti di graziose ed istruttive Commedie: mi rappresenta i segni, la forza, gli effetti di tutte le umane passioni: mi provvede di avvenimenti curiosi: m’informa de’ correnti costumi: m’intruisce de’ vizi e de’ difetti che son più co­muni del nostro secolo e della nostra Nazione, i quali me­ritano la disapprovazione o la derisione de’ Saggi; e nel tempo stesso mi addita in qualche virtuosa Persona i mezzi coi quali la Virtù a codeste corruttele resiste, ond’io da questo libro raccolgo, rivolgendolo sempre, o meditando­vi, in qualunque circostanza od azione della vita mi trovi, quanto è assolutamente necessario che si sappia da chi vuole con qualche lode esercitare questa mia professione.
Il secondo poi, cioè il libro del Teatro, mentre io lo vo ma­neggiando, mi fa conoscere con quali colori si debban rappresentar sulle Scene i caratteri, le passioni, gli avvenimenti, che nel libro del Mondo si leggono; come si debba ombreggiarli per dar loro il maggiore rilievo, e quali sien quelle tinte, che più li rendon grati agli occhi dilicati degli spettatori.
Imparo in somma dal Teatro a distinguere ciò ch’è più atto a far impressione sugli animi, a destar la maraviglia, o il riso, o quel tal dilettevole solletico nell’uman cuore, che nasce principalmente dal trovar nella Commedia che ascoltasi, effigiati al naturale, e posti con buon garbo nel loro punto di vista, i difetti e ‘l ridicolo che trovasi in chi continuamente si pratica, in modo però che non urti troppo offendendo.
Ho appreso pur dal Teatro, e lo apprendo tuttavia al­l’occasione delle mie stesse Commedie, il gusto particolare della nostra Nazione, per cui precisamente io debbo scrivere, diverso in ben molte cose da quello dell’altre.
Ho osservato alle volte riscuotere grandissimi encomi [onori, lodi] alcune coserelle da me prima avute in niun conto, altre riportarne pochissima lode, e talvolta eziandio qualche critica, dalle quali non ordinario applauso io avea sperato; per la qual cosa ho imparato, volendo render utili le mie Commedie, a regolar talvolta il mio gusto su quello dell’universale, a cui deggio principalmente servire, senza darmi pensiero delle dicerie di alcuni o ignoranti, o indiscreti e difficili […]
Fonte – http://www.letteraturaitalia.it/3-autori-e-opere-seicento-settecento/carlo-goldoni-la-riforma-del-teatro-mondo-e-teatro/

La locandiera

La locandiera è una commedia in tre atti di Carlo Goldoni composta nel 1751 ed è considerata uno degli esempi più riusciti della “commedia di carattere” goldoniana, nonché il testo in cui la riforma del teatro è compiuta.

La trama verte attorno al personaggio della locandiera Mirandolina, che, aiutata dal cameriere Fabrizio, si trova a doversi difendere dalle proposte amorose dei clienti dell’albergo, da loro gestito, nei pressi di Firenze. Un giorno arriva alla locanda l’altezzoso cavaliere di Ripafratta, misogino dichiarato. L’arroganza del cavaliere e il suo odio verso le donne spingono Mirandolina a cercar di sedurlo. Mirandolina è una locandiera capace e smaliziata che, oltre a far prosperare la sua attività commerciale saprà mettere in scacco l’altezzoso cavaliere di Ripafratta.  

Differenze tra la Locandiera e la Commedia dell’arte

In questa commedia spariscono completamente le maschere, i personaggi sono veri e unici, non sono più stereotipati. Il copione è scritto interamente per tutti gli attori e non c’è più spazio per le improvvisazioni. L’intento è moralistico ma è accompagnato dal divertimento perché, secondo Goldoni il teatro deve far ragionare. Si tratta di un’opera di buongusto che narra una vicenda lineare, verosimile, collocata in un’ambientazione realistica.

Riassunto

Nel primo atto Mirandolina, una giovane ed affascinante locandiera abituata a ricevere attenzioni e lusinghe dai clienti, viene corteggiata da due ospiti: il Marchese di Forlipopoli, un nobile decaduto, e il Conte di Albafiorita, un mercante arricchito che ha comprato il titolo nobiliare grazie ai suoi commerci. Anche nel corteggiamento i due si comportano in modo conforme al proprio ruolo sociale: il Marchese è convinto che basti il prestigio del suo titolo per conquistare l’amore di Mirandolina, mentre il Conte crede di poterla comprare per mezzo di regali e doni. Arriva però alla locanda un terzo ospite, il Cavaliere di Ripafratta, burbero e misogino, che si prende gioco di loro perché insistono a dimostrare interesse per una donna, per giunta popolana. Egli invece preferisce di gran lunga la libertà del celibato e non si abbasserebbe mai alla condizione dell’innamorato.

Mirandolina, offesa e stimolata dal comportamento del Cavaliere, spiega in un monologo di voler minare le convinzioni del cavaliere, facendolo innamorare di lei.

Durante uno screzio tra lei e il conte sulla biancheria dell’albergo Mirandolina adotta la sua strategia. Lamenta il fastidio che le procurano i corteggiatori, dichiara di apprezzare un uomo come il cavaliere per la sua schiettezza. Lui rimane colpito dalle dichiarazioni della donna anche perché entrambi ribadiscono di preferire la libertà piuttosto che il matrimonio.

Il secondo atto vede quindi Mirandolina mettere in atto i suoi propositi. Durante un pranzo in cui si siedono alternativamente a tavola tutti gli ospiti nelle rispettive camere, Mirandolina fa sfoggio del proprio carattere indipendente e sincero.

Mirandolina gioca tutte le carte di una perfetta seduttrice, la solidarietà, la timidezza, l’onestà, le lacrime e l’immancabile svenimento.

Il Cavaliere cade nel tranello della protagonista e si innamora di lei.

Nel terzo atto acquista visibilità il cameriere Fabrizio a cui il padre di Mirandolina, in punto di morte, aveva affidato la figlia.

Il Cavaliere, ormai innamorato, dona a Mirandolina una preziosa boccetta d’oro e si dichiara. Lei rifiuta sdegnosamente l’uomo.

La passione del Cavaliere, la gelosia di Fabrizio e degli altri nobili complicano la situazione. La tensione sale anche se è sempre mitigata dal sorriso con cui Goldoni condisce tutta la scena.

Mirandolina, soddisfatta per aver realizzato il suo piano, annuncia che sposerà il cameriere Fabrizio e promette al futuro sposo di smetterla di sedurre gli uomini per divertimento. Gli altri ospiti quindi lasciano la locanda.

Mirandolina, nel monologo finale, mette in guardia il pubblico dalle abilità di una donna e dalle sue lusinghe.

Analisi e commento

La locandiera è una delle opere di Goldoni che hanno goduto di maggior fortuna critica e di pubblico e una di quelle che meglio riassume le caratteristiche del teatro goldoniano.

Si nota innanzitutto la riuscita caratterizzazione dei personaggi che, in maniera opposta a quanto succede con le “maschere” fisse della Commedia dell’arte, sono definiti ciascuno in modo individuale e peculiare.

A svettare su tutti è ovviamente la figura di Mirandolina, evoluzione della servetta Colombina della commedia dell’arte.

Lei è intelligente e determinata, bella e consapevole di sé. La “locandiera” gestisce la locanda che gli ha lasciato il padre in eredità e ha come primo interesse il profitto della sua attività. Sa quindi sia disimpegnarsi con stile dai mediocri tentativi di seduzione del Conte e del Marchese, sia tener testa all’orgoglio borioso del Cavaliere, facendolo infine capitolare.

Mirandolina è così regista e attrice dell’azione scenica, tanto da rivolgersi spesso al pubblico coinvolgendolo nella sua finzione e spiegando in dettaglio come agirà per battere il “nemico”.

La locandiera si sdoppia infatti tra l’azione e la premeditazione delle battute in controscena. Attraverso di lei, Goldoni da un lato stabilisce un dialogo diretto con il suo pubblico e dall’altro pone in rilievo l’arma con cui Mirandolina trionfa, ovvero l’intelligenza, caratteristica decisamente illuminista.

È del resto questa, insieme con l’intraprendenza e il senso del dovere, la dote della nuova classe borghese, che nella Venezia di metà Settecento è in piena ascesa. Molto diverso è invece per Goldoni il ruolo dei nobili boriosi e parassiti, improduttivi, arroccati sul superato concetto del prestigio e del rispetto del titolo.

La conclusione della commedia è comunque nel segno dell’ordine: Mirandolina, pur vincente, ammette d’aver esagerato e rientra nei ranghi con il matrimonio con Fabrizio, come le era stato consigliato dal padre morente. E questo è in linea con la finalità etica che, con un pizzico d’ironia,