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Il barbiere di Siviglia

L’opera

Due sono le tendenze musicali che dividono il mondo nell’Ottocento:

  • da una parte abbiamo la musica strumentale di Beethoven, musicista che crea composizioni di altissimo livello talvolta difficili da comprendere.
  • dall’altra abbiamo l’opera italiana.

Il musicista che più di tutti impersona la l’opera italiana di inizio Ottocento fu Gioacchino Rossini, il compositore più noto nell’Europa della prima metà dell’Ottocento.

Il lavoro di un compositore di Opera non si limitava solo alla creazione di una partitura musicale. La musica era solo una parte dell’evento che il compositore doveva contribuire a creare.

Ogni allestimento era unico, ogni replica era un evento a cui collaboravano diverse figure professionali come il librettista, lo scenografo, i solisti, il coro e il regista

Ogni partitura era solo un progetto, che doveva trovare una realizzazione di volta in volta diversa a seconda delle circostanze e delle esigenze di ogni singolo allestimento.

Capitava spesso inoltre di dover adattare anche le parti scritte alle caratteristiche vocali dell’interprete. E questo non era considerato come una modifica dell’originale, ma come una delle tante infinite possibilità di rendere viva un’opera, di renderla fruibile.

Non si deve pensare che l’autore dell’opera ottocentesca lasciasse totale libertà i suoi esecutori, però, lo stesso maestro prevedeva che la sua partitura venisse modificata a discrezione delle esigenze degli interpreti.

Gioacchino Rossini

Gioacchino Rossini nasce nel 1792, a Pesaro, in una famiglia di musicisti.

La madre è una cantante lirica che si esibisce nei teatri provincia, il padre è un suonatore di corno e di tromba e Gioacchino suona già precocemente in orchestra diversi strumenti. Inizia da piccolo anche a comporre.

Il giovane Rossini mostra rapidamente il suo talento tanto che le sue composizioni strumentali più eseguite sono probabilmente composte quando lui ha solo 12 anni.

Intorno ai quindici anni compone un’opera che si intitola Demetrio e Polibio.

Le prime opere che gli danno la fama sono opere comiche.

La sua attività compositiva ha spaziato attraverso vari generi musicali ma viene ricordato principalmente per le opere:

  • Il barbiere di Siviglia,
  • Un italiano in Algeri,
  • La gazza ladra,
  • La Cenerentola,
  • Il turco in Italia,
  • Semiramide,
  • Guglielmo Tell.

Rossini compone la sua prima opera all’età di 14 anni e scrive 39 opere importanti in 19 anni. Poi nel 1829 abbandona completamente l’attività compositiva; affetto da una grave depressione muore nel 1868 nella campagna parigina dove si era ritirato a vivere.

Per la velocità della scrittura e per la precocità della sua capacità compositiva è soprannominato il Mozart italiano. Per la sua forza trascinante Gioacchino Rossini domina la scena dell’opera europea tanto che Stendhal lo definisce “il Napoleone di un epoca musicale” e Mazzini “un titano di potenza e di audacia”.

Caratteristiche dell’opera di Gioacchino Rossini

  • Secondo alcuni autori la carica della musica rossiniana risiede nel ritmo.
  • Secondo altri invece è la capacità di adattare le parole del testo per renderle nel modo più naturale possibile e trasformarle in musica.
  • Rossini ha la capacità di frammentare le parole di creare dei nonsense proprio nei momenti in cui i suoi personaggi sono in preda alla confusione e la confusione mentale si trasforma anche nella confusione del pensiero logico.
  • Ecco che quindi le voci umane si strumentalizzano e diventano funzionali alla musica.
  • Ma allo stesso tempo nelle opere di Rossini gli strumenti si umanizzano: la struttura fraseologica delle melodie che sono affidate all’orchestra soprattutto nelle parti introduttive è vocale, è parlante, è come se gli strumenti volessero preparare l’ascoltatore al ritmo della voce. Si crea quindi un dialogo vocale strumentale che caratterizza le opere di Rossini.

Nell’idea di Gioacchino Rossini la musica del teatro non deve rappresentare solo i singoli avvenimenti o le particolarità delle emozioni degli affetti dei personaggi; secondo lui per raggiungere questo bastano il testo e l’azione drammatica.

La musica secondo Rossini si propone un fine più elevato, più ampio e più astratto: la musica deve creare l’atmosfera morale che riempie il luogo in cui i personaggi rappresentano l’azione scenica.

La musica stessa esprime:

  • i desideri a cui aspirano i personaggi,
  • la speranza che anima i personaggi,
  • l’allegria che caratterizza i personaggi,
  • la felicità a cui i personaggi sono tesi,
  • anche l’abisso in cui i personaggi stanno per cadere.

La musica quindi veicola già l’emozione che viene raccontata dal testo e dal dramma.

Le opere serie rossiniane sono circa il doppio rispetto alle opere buffe e le opere serie sono più importanti dal punto di vista storico rispetto alle opere buffe.

Bisogna dire che, per quanto riguarda l’opera buffa, Rossini porta a compimento un genere musicale. Con lui l’opera buffa raggiunge l’apice di perfezione. Ma questo ne decreta però la successiva estinzione.

Mentre per quel che riguarda l’opera seria lui avvia nuove convenzioni che diventeranno stabili nell’opera italiana per tutto L’Ottocento.

Quali sono le novità formali codificate da Gioacchino Rossini?

  • Le arie sono divise in più sezioni di andamento contrastante.
    • Scena – recitativo spesso accompagnato dagli strumenti, coro.
    • Cantabile – la sezione lenta dell’aria.
    • Sezione intermedia dell’aria – qui avvengono le novità che introducono la cabaletta successiva.
    • Cabaletta – la sezione veloce dell’aria che scarica la tensione accumulata dal cantabile. La cabaletta viene ripetuta due volte e nella seconda ripetizione il cantante improvvisa delle fioriture virtuosistiche.
  • Impiego di un finale concertato cioè costituito da tre movimenti: un allegro, un largo di stupore o “concertato dell’imbarazzo” e una stretta.
  • L’incremento dei pezzi da assieme rispetto alle arie. Le arie, che venivano cantate dai solisti, diminuiscono sempre più di numero; sono sempre più pezzi in cui i solisti concertano.
  • Tendenza a costruire grandi scene unitarie, di ampio respiro, unificate talvolta dal ritorno della stessa melodia.
  • In ambito armonico si utilizzano modi paralleli: si utilizzano il modo maggiore e il modo minore costruiti sulla stessa tonica: il do maggiore viene considerato una sfumatura del do minore per cui si continua a transitare a modulare dal do maggiore al do minore, dal do minore si transita poi al mi bemolle Maggiore che è la sua scala corrispondente.
  • Viene data enorme importanza al ritmo. Questo comporta spesso l’utilizzo di melodie molto brevi, semplici, quasi rudimentali che possono essere ripetute in ostinato senza annoiare. Questa viene utilizzato soprattutto nei crescendo. Si utilizzano anche relazioni armoniche schematiche.
  • Viene abolito sempre di più il recitativo secco soprattutto nell’opera seria; il recitativo è accompagnato e sempre più drammatico.
  • Si introduce la scrittura per esteso delle fioriture. Solitamente il solista fiorisce, arricchisce, la melodia con i suoi virtuosismi. Rossini sceglie però di scrivere anche le fioriture perché tutta la sua musica era già ricca e fiorita che non poteva togliere le fioriture per lasciarle alla libertà dell’esecutore e lasciare una melodia scarna ed essenziale.
  • Un altro elemento importante risiede nella importanza del coro che in alcuni casi diventa un vero e proprio personaggio.

Queste tendenze sono più accentuate nelle opere che Gioacchino Rossini scrive per il pubblico parigino.

Ad esempio, nel Guglielmo Tell, Gioacchino Rossini inserisce elementi che anticipano già il Romanticismo. Troviamo infatti

  • il soggetto patriottico,
  • elementi musicali che tratti dal folklore popolare (si serve di canti popolari svizzeri di richiamo per le vacche),
  • riduzione delle arie solistiche,
  • grande importanza al coro che conferisce maggiore monumentalità all’insieme e sposta il baricentro dell’Opera, dalle vicende private, alla rappresentazione della vita e della lotta del popolo.
  • presenza della natura straordinaria, quasi fosse essa stessa un personaggio.

Il Guglielmo Tell costituisce uno dei primissimi esempi del principale genere operistico romantico francese il grand opéra.

Il barbiere di Siviglia

Il barbiere di Siviglia è una delle opere più famose di Gioacchino Rossini. Realizzata per il Carnevale del 1816, è un’opera buffa in due atti, su libretto di Cesare Sterbini tratto dalla commedia omonima di Beaumarchais.

Cesare Sterbini nasce a Roma nel 1783 nipote di un compositore poeta e librettista.

Giovanissimo ottiene una cattedra per insegnare greco. Conosce la letteratura drammatica greca, latina, italiana, francese e tedesca ed è un buon poeta teatrale.
Si guadagna da vivere come funzionario nell’amministrazione pontificia. Scrive Il Barbiere di Siviglia per Rossini: gli era stato chiesto un dramma per Carnevale e la scelta cade su questa opera buffa di Beaumarchais.

Il testo originale viene versificato e vengono introdotti i cori, indispensabili all’effetto musicale in un grande teatro.
Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais
Scrittore e drammaturgo francese, nasce a Parigi nel 1732.

Figlio di un orologiaio percorre per alcuni anni la via paterna. Inventa anche un nuovo sistema per regolare il movimento degli ingranaggi nell’orologio.
Questo sistema gli viene “rubato” da un orologiaio rivale. Lui pubblica la sua protesta e si rivolge anche all’Accademia delle scienze.

Ottiene giustizia e questo gli dà visibilità alla corte francese tanto che Beaumarchais si autonomina orologiaio del Re.

La sua vicinanza alla corte di Luigi XV gli consente addirittura ad acquisire un titolo nobiliare.
Riesce a diventare socio di un banchiere ed entra così nel mondo finanziario francese. Si trova coinvolto anche in un lungo processo.
Trascorre del tempo in prigione, ma grazie alla sua abilità e al suo “sense of humor” la sua innocenza viene riconosciuta e la sua popolarità accresciuta.   

Il suo legame con la corte lo porta a compiere missioni segrete sia per Luigi XV che per il suo successore Luigi XVI.
Inoltre, allo scoppio della rivoluzione americana si dà da fare per rifornire di armi gli insorti americani contro l’Inghilterra. La sua è una vita avventurosa e diverse volte finisce addirittura in carcere.

Più volte subisce gli incerti della sorte, con successivi tracolli finanziari, ma ogni volta, con astuzia, abilità e arte riesce a uscire dagli impicci e a risollevare le sue finanze.  

Sostenitore delle idee illuministe e dei philosophes si spende per il riconoscimento del diritto d’autore e nel 1783 avvia, a sue spese, la pubblicazione delle “Opere complete” di Voltaire.

Beaumarchais muore a Parigi nel 1799.  

Quello che ha reso il suo nome immortale però non sono state le sue avventure, ma la stesura di alcuni drammi teatrali comici tra cui Il barbiere di Siviglia e Le nozze di Figaro.
Figaro è un barbiere intelligente astuto e scaltro.
Nel delineare i tratti di Figaro, Beaumarchais traccia un ritratto di sé stesso: un intraprendente avventuriero, arguto, sagace allegro e un po’ filosofo, rappresentante della borghesia nella sua fase ascendente.

La sua opera è anche un monumento all’intraprendenza e alla mancanza di scrupoli della borghesia del Settecento, nei confronti della corrotta e decadente nobiltà.

Il personaggio di Figaro simboleggia una fase storica. Il suo spirito indipendente, la volontà e le risorse del suo ingegno finiscono per aver ragione dei potenti, i cui privilegi non corrispondono più a un effettivo ruolo sociale.  

È una caratteristica di molti scrittori di quest’epoca mescolare la realtà con la finzione, come succede ad esempio a Goethe e a Foscolo nei loro romanzi epistolari.  

Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis è spesso difficile delineare il confine tra le vicende e la personalità di Ugo, l’autore, e quelle di Jacopo il protagonista del romanzo. Ma anche la riforma del teatro di Goldoni mostra la grandezza di personaggi che erano tradizionalmente e socialmente relegati a ruoli di subordine: e infatti Colombina, servetta maliziosa, diventa La locandiera, padrona di una locanda che sa imporsi sulla tracotanza della nobiltà.    

L’originalità di Beaumarchais va ricercata non tanto nella trama e nella caratterizzazione dei personaggi, quanto nel modo personale con cui racconta le vicende: ritmo, gaiezza, piglio e un linguaggio spontaneo e autentico.  

Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais disse:

Mi affretto a ridere di tutto e di tutti, per la paura di essere costretto a piangerne

Un uomo potente ci fa del bene, se appena non ci fa del male

Riassunto dell’opera rossiniana

Atto I

Il conte d’Almaviva aveva visto la bella Rosina e se ne era innamorato. Dopo aver individuato la casa dove lei abitava tutte le notti le canta delle serenate con la speranza di incontrarla. L’opera, ambientata a Siviglia, inizia quando è ancora buio.

Vicino alla casa di Don Bartolo arriva il conte d’Almaviva con il suo servitore Fiorello e alcuni musicisti Piano, pianissimo per cantare la serenata alla sua amata Rosina (Ecco, ridente in cielo).

La giovane però non si affaccia alla finestra, e il conte diventa impaziente; congeda i musicisti, dopo averli pagati, e aspetta in silenzio che lei appaia.

Ma Rosina vive praticamente prigioniera in casa perché il suo tutore, l’anziano Don Bartolo, interessato alla sua ricca dote, intende sposarla.

La bella Rosina soffre questa clausura ed è attratta dal giovane che canta le serenate sotto il suo balcone.

Mentre il Conte d’Almaviva aspetta sotto la casa della fanciulla, incontra Figaro, il barbiere della città, un uomo scaltro e intraprendente, che oltre a sistemare barba baffi e parrucche, sa risolvere faccende di ogni genere: è il factotum della città. Largo al factotum

I due si conoscono da tempo e il conte ne approfitta per chiedergli qualche informazione su Rosina. Incontro tra i due

Figaro gli spiega che Don Bartolo non è il padre di Rosina, ma il suo tutore, e che ne è molto geloso.

Figaro è pronto ad aiutare i due innamorati facendo da ‘messaggero’ e dando consigli al conte.

Rosina si affaccia finalmente alla finestra, ma il suo tutore la sorveglia sempre e dopo poco la fa rientrare in casa.

La ragazza però si è accorta della presenza del conte e lascia cadere una lettera in cui dichiara di essere interessata a lui e di essere tenuta come prigioniera in casa.

Il conte, su suggerimento di Figaro, le dichiara il suo amore cantando una canzone in cui si presenta come Lindoro, un semplice studente.

Il conte teme che la ragazza possa essere attratta dal suo ricco patrimonio, quindi quando le dichiara il suo amore, nonostante la stretta sorveglianza di Don Bartolo, le cela la sua identità. Dichiara così di chiamarsi Lindoro e di essere uno studente. Se il mio nome saper voi bramate

Figaro e Lindoro Conte d’Almaviva pensano ad una strategia per arrivare alla ragazza. Duetto Che invenzione prelibata

Figaro è pronto a trovare delle idee, ma fa capire al conte che … tutto ha un prezzo. Naturalmente il conte lo pagherà bene per i suoi servigi. Così il barbiere, entusiasta al pensiero del denaro, si attiva a cercare l’idea giusta. VIDEO All’idea di quel metallo

Bisogna ricorrere a dei travestimenti.

Figaro consiglia al Conte di presentarsi a Rosina facendo finta di essere un soldato ubriaco in congedo, con un permesso di soggiorno proprio in casa di don Bartolo.

Intanto Don Bartolo si consulta con Don Basilio, il maestro di musica della ragazza. Don Basilio gli reca la notizia che in città è arrivato il Conte d’Almaviva. I due sanno che lui è il pretendente della giovane. Basilio propone di liberarsi del conte calunniandolo, ma Don Bartolo ha fretta, nessuna calunnia ma matrimonio imminente. La calunnia è un venticello

Figaro, introdottosi in casa, rivela a Rosina che Don Bartolo si appresta a sposarla, ma la rassicura perché il conte la aiuterà a scappare.

Lei è molto felice di questo Dunque io son… tu non m’inganni? e gli consegna un biglietto per l’amato.

Ma rientra Bartolo che, sempre molto sospettoso, la interroga su cosa le abbia detto Figaro. Lei tergiversa ma il tutore vede le mani di lei sporche di inchiostro e gliene chiede conto. La fanciulla farfuglia e inventa qualche scusa, ma Don Bartolo capisce che c’è qualcosa che non va e le dice che ci vuol altro per ingannare un dottore come lui A un dottor della mia sorte.

Cerca allora di capire cosa abbia fatto Figaro in casa, ma i servitori non sanno rispondere perché il barbiere ha somministrato loro dei farmaci e così a berta è venuto il raffreddore e Ambrogio si è addormentato.
Arriva intanto il Conte travestito da soldato; fa irruzione nella casa di don Bartolo fingendosi ubriaco; ha anche un falso permesso di soggiorno procuratogli da Figaro. Arrivo del conte

Don Bartolo pur non riconoscendo nel soldato il Conte di Almaviva, cerca di allontanare l’uomo; ne scaturisce una lite che richiama in casa i Gendarmi.

Nella confusione generale (nel frattempo è entrato in casa anche Figaro) il Conte riesce a passare un messaggio a Rosina.

Quando cercano di arrestarlo il conte si fa riconoscere dal comandante, il quale si scusa con lui e fa ritirare le truppe. Arrivo dei soldati Don Bartolo rimane di stucco (Fredda ed immobile).

ATTO II

Nella dimora di don Bartolo arriva don Alonso, insegnante di musica e sostituto di don Basilio; in realtà si tratta sempre del Conte di Almaviva con un nuovo travestimento. Pace e gioia sia con voi Dichiara che Don Basilio sia ammalato.

Don Bartolo dubita delle reali intenzioni di tal sostituto; don Alonso allora gli porge la lettera che Rosina aveva scritto al Conte d’Almaviva. Riesce così a conquistarsi la fiducia del tutore e può finalmente parlare con Rosina.

Rosina capisce che quello è il suo amato ed è felicissima di prendere lezione di musica da lui (Contro un cor che accende amore).

Figaro intanto si presenta per tagliare i capelli a Don Bartolo. Questo permette ai due innamorati di parlare un attimo in pace. I due si accordano di incontrarsi a mezzanotte. Figaro riesce anche a sottrarre le chiavi di casa a Don Bartolo.

Poco dopo però arriva Don Basilio in forma come sempre.

Il conte allunga una borsa di denaro a Don Basilio per convincerlo ad andare via (Don Basilio! Buona sera, mio signore). Questo però lascia di nuovo Don Bartolo molto stupito e allarmato.

Consapevoli che Don Bartolo voglia concludere il contratto di matrimonio in breve tempo, gli innamorati si danno appuntamento alla mezzanotte. Un attimo dopo l’inganno viene comunque scoperto e il Alonso, Conte di Almaviva in incognito, è cacciato di casa.

Bartolo allora, avendo capito che il conte si è presentato a Rosina con l’identità di Lindoro, decide di ricorrere alla calunnia come suggerito da Basilio precedentemente. Così riferisce alla giovane che il giovane Lindoro altri non era che il portavoce dello sconosciuto Conte di Almaviva che la intende sposare. Per convincerla le mostra la lettera che gli aveva consegnato Lindoro – Alonso.

La ragazza si sente delusa per l’inganno e amareggiata e indispettita, acconsente allora a sposare Don Bartolo.

Così Don Bartolo manda a chiamare il notaio per siglare le nozze.

Prima di uscire però, saputo che per quella sera era prevista una fuga, Don Bartolo fa sorvegliare la casa. Berta, la vecchia cameriera si lamenta che non c’è mai pace (Il vecchiotto cerca moglie).

Per raggiungere la ragazza il Conte mette una scala e si arrampica, assieme a Figaro nella stanza di Rosina. Così i due entrano dalla finestra.

Rosina mostra tutta la sua rabbia: dichiara di essersi innamorata di Lindoro e non del Conte che, secondo Bartolo, lui le vuole far sposare.

Il giovane allora svela tutti i suoi travestimenti, le spiega per qual motivo lui si sia presentato a lei col nome di Lindoro. Quindi le chiede di sposarla. La bella Rosina accetta la proposta del Conte. Ah! qual colpo inaspettato

Ma quando i tre stanno per fuggire, si accorgono che la scala fuori dalla finestra di Rosina, è stata tolta. Infatti don Bartolo aveva visto la scala, e sospettando la presenza di un estraneo in casa l’aveva tolta per andare poi a chiamare le autorità.

Infatti ricordando che in casa sua era arrivato un soldato ubriaco che era stato lasciato andare, non si fida della polizia. Corre quindi direttamente dal magistrato.

Nel frattempo, il notaio fatto chiamare da don Bartolo arriva in casa e viene accolto da Figaro e dal Conte.

Don Bartolo non si vede e i due, approfittando della prolungata assenza del padrone di casa, convincono il notaio che il matrimonio che era stato chiamato a redigere fosse quello tra il Conte e Rosina.

Così quando don Bartolo ritorna a casa il contratto di matrimonio è già stato siglato.

La rabbia del tutore viene però presto placata: il Conte decide di rinunciare alla dote portata da Rosina e la dote resta così a don Bartolo il quale, interessato solo al capitale, può anche benedire gli sposi.

Fonti

  • https://www.youtube.com/watch?v=bH01MQ2aqY4&t=4640s
  • http://www.nonsolobiografie.it/biografia_pierre_augustin_caro_beaumarchais.html
  • https://www.treccani.it/enciclopedia/pierre-augustin-caron-de-beaumarchais/
  • https://www.baroque.it/societa-barocco/pierre-augustin-caron-de-beaumarchais.html
  • http://www.cantarelopera.com/libretti-d-opera/il-barbiere-di-siviglia-di-gioacchino-rossini.php
  • M. Carrozzo, C. Cimagalli, Storia della musica occidentale, Armando editore, Roma 2006
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Il Risorgimento

Premesse

www.combattentiliberazione.it/guerra-dindipendenza-1848-1849

Il Risorgimento è il processo che ha portato all’unificazione nazionale e all’organizzazione dello Stato unitario.
Protagonisti del Risorgimento sono i patrioti, principalmente intellettuali e borghesi. Gli obiettivi del movimento risorgimentale sono:

  • l’indipendenza,
  • l’unità nazionale,
  • lo sviluppo sociale ed economico del Paese.

La prima fase del Risorgimento è quella della cospirazione clandestina contro i sovrani assoluti, che prende il via con al Restaurazione, dopo il 1815 con le società segrete e la divulgazione delle idee patriottiche.

Nella parola Risorgimento (ri-sorgere=nascere ancora) c’è innanzitutto la convinzione che sia esistita una unità culturale e politica italiana da far rinascere: da quella lontana dell’Italia romana a quella cristiana del Medioevo, a quella della civiltà rinascimentale.
Il concetto nuovo che riassume tutto il programma del Risorgimento è quello di patria, intesa come “casa comune” di tutto il popolo italiano, che da secoli viveva frazionato in tanti Stati separati e in parte sotto il dominio straniero

La Prima Guerra d’Indipendenza


Durante i moti rivoluzionari del 1848 a Milano la popolazione insorge. Nelle cinque giornate di Milano i milanesi portano alla fuga l’esercito austriaco. I patrioti italiani esortano allora Carlo Alberto di Savoia, re del regno di Sardegna, a dichiarare guerra all’Austria.

Carlo Alberto, desideroso di estendere i confini del proprio Regno, decide così di dichiarare guerra all’Austria, anche perché sostenuto da numerosi volontari e altri sovrani italiani, che gli accordano il loro sostegno. Inizia così la Prima Guerra d’Indipendenza italiana.

Presto, però, dubbi e invidie verso i Savoia spingono gli altri sovrani a ritirare le loro truppe.

Rimasto quindi solo, Carlo Alberto è sconfitto a Custoza e rientra in Piemonte firmando un armistizio con l’Austria.
Il disimpegno dei monarchi italiani rafforza però il movimento dei rivoluzionari democratici. La guerra riprende l’anno successivo, ma l’esercito piemontese viene sconfitto a Novara. Carlo Alberto abdica allora in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che sarà quindi il re dell’unificazione dell’Italia. Viene trattata la resa con gli austriaci, ma viene mantenuto in vigore lo Statuto albertino, che rimarrà la carta costituzionale italiana per un secolo.

In Toscana e a Roma, l’iniziativa dei democratici porta, nel febbraio 1849, alla fuga di Leopoldo II e di Pio IX e alla proclamazione della repubblica. Il papa, però, ottiene l’appoggio di Luigi Napoleone Bonaparte e riesce
a riconquistare la città. Gli Austriaci inoltre pongono fine alla Repubblica toscana e sconfiggono la resistenza opposta da Venezia.

Anche i moti del ’48 quindi sembrano concludersi con un nulla di fatto. Ma ormai i tempi sono maturi, le idee di unità nazionale sono sempre più diffuse.

Camillo Benso conte di Cavour

Il processo di unificazione italiana prosegue soprattutto grazie all’azione diplomatica di Camillo Benso, conte di Cavour.

Cavour:

  • è a capo del governo del Regno di Sardegna dal 1852 fino al 1861;
  • fa del regno sabaudo lo Stato-guida del processo di unificazione dell’Italia;
  • dà vita a un’abile azione diplomatica finalizzata a suscitare l’attenzione delle grandi potenze europee nei confronti della questione italiana.
Camillo Benso conte di Cavour

http://www.ovovideo.com/cavour/

La guerra di Crimea

L’occasione per presentare alle potenze europee la questione italiana si presenta allo scoppio della Guerra di Crimea. Il Piemonte decide di parteciparvi con un contingente di soldati.

Nota 1 – La guerra di Crimea
La guerra di Crimea (all’epoca chiamata Guerra d’Oriente) viene combattuta dal 4 ottobre 1853 al 1 febbraio 1856 fra l’Impero russo da un lato e un’alleanza composta da Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna dall’altro. 

Il conflitto ha origine da una disputa fra Russia e Francia sul controllo dei luoghi santi della cristianità in territorio ottomano.
Entrambe, Russia e Francia, vogliono esercitare il loro controllo sui luoghi della cristianità. Quando la Turchia accetta le proposte francesi viene attaccata dalla Russia, luglio 1853. 
La Gran Bretagna, impegnata nei lavori al canale di Suez, è attenta a salvaguardare i suoi interessi economici. Temendo l’espansione russa verso il Mediterraneo, si unisce alla Francia.
Insieme si muovono per difendere la Turchia e dichiarano quindi guerra alla Russia nel marzo del 1854.
L’Austria appoggia politicamente le potenze occidentali.
Il Regno di Sardegna vede nell’Austria il suo più grande nemico, anche perché dopo il Congresso di Vienna il territorio italiano era governato in maniera più o meno diretta dagli Asburgo di Austria.
Nel timore che la Francia si legasse troppo all’Austria, nel gennaio 1855 il Regno di Sardegna invia un contingente militare al fianco dell’esercito anglo-francese dichiarando a sua volta guerra alla Russia.
Il conflitto si svolge soprattutto nella penisola russa di Crimea, dove le truppe alleate mettono sotto assedio la città di Sebastopoli, principale base navale russa del mar Nero.
Nella decisiva battaglia di Sebastopoli l’esercito sabaudo, cioè l’esercito piemontese, è determinante per il successo dell’intera guerra.
Grazie a questo intervento il regno di Sardegna può sedersi al tavolo dei vincitori al congresso di Parigi.

Se vuoi approfondire questo è il link di un video sulla guerra di Crimea.   https://www.youtube.com/watch?v=egZfRE9x0_I 

Per un ulteriore approfondimento sulla guerra di Crimea

https://library.weschool.com/lezione/guerra-crimea-1853-riassunto-sintesi-balaklava-risorgimento-17447.html

Il Congresso di Parigi del 1856 stabilisce le condizioni di pace dopo la guerra in Crimea e avvicina, politicamente, il Regno di Sardegna alla Francia. Questo favorisce la crescita di stima reciproca che porterà nel 1859 alla seconda guerra di indipendenza.

Al congresso Cavour espone il proprio punto di vista, facendo rilevare che solo sotto la guida del Regno di Sardegna il processo dell’indipendenza nazionale può essere compiuto, evitando pericolose rivoluzioni.

Accordi di Plombières

La Gran Bretagna non pone ostacoli e la Francia dichiara il proprio appoggio. L’abilità di Cavour porta Napoleone III a stipulare con il Piemonte un’alleanza difensiva: gli accordi di Plombières.

Gli accordi di Plombières vengono stipulati il 21 luglio 1858.
Con essi la Francia s’impegna ad intervenire in aiuto del Piemonte in caso di aggressione austriaca.
A partire dalle insurrezioni del 1848, il clima di insofferenza nei confronti delle monarchie regnanti sugli Stati dell’Italia, si fa sempre più accentuato.
In particolare nel Lombardo-Veneto la presenza austriaca è causa di forti tensioni. In Piemonte viene invece avviata dal presidente del Consiglio Cavour una politica che punta all’indipendenza e all’unità dell’Italia.
Secondo Cavour per ottenere l’unificazione è necessario che il Piemonte, dopo essere diventato il punto di riferimento dei movimenti liberali italiani, trovi un alleato che gli permetta di combattere contro l’Austria.
Il progetto di Cavour è quello di attirare l’attenzione degli Stati europei sulla condizione italiana per ottenere l’appoggio di uno di questi.
L’occasione si presenta nel 1856 con il Congresso di Parigi, alla fine della Guerra di Crimea, quando le potenze che hanno partecipato al conflitto si siedono al tavolo delle trattative per stabilire le condizioni di pace.
È in questa occasione che Cavour attira l’attenzione sulla questione italiana, caratterizzata dalle tensioni dovute alla presenza dell’Austria.
Nella stessa circostanza Cavour riesce ad ottenere anche il sostegno della Francia di Napoleone III.

http://www.ovovideo.com/accordi-plombieres/

Lettura lettera di Cavour sugli accordi di Plombières

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p08_04_01.html

La seconda guerra d’Indipendenza

Forte degli accordi di Plombières, Cavour fa di tutto per provocare un attacco da parte dell’Austria, e ci riesce. Così l’Austria dichiara guerra al
Piemonte.

Grazie agli accordi di Plombières la dichiarazione di guerra impone l’intervento della Francia a fianco del Regno di Sardegna. Fin da subito l’esercito franco-piemontese ottiene importanti vittorie contro gli Austriaci. Alla luce dei successi franco piemontesi alcuni Stati dell’Italia centrale chiedono l’annessione al regno sabaudo.

Il sogno di un’Italia unita era sempre più vicino alla realizzazione!

Ma la richiesta di annessione degli Stati dell’Italia centrale al Regno di Sardegna sconvolge i piani di Napoleone III.

Il sovrano francese è sottoposto a pressioni: da un lato teme l’allargamento del conflitto, dall’altro è consapevole che il suo esercito abbia subito perdite eccessive. Inoltre la campagna in Italia è molto criticata dall’opinione pubbilca francese.

La disapprovazione di Cavour non impedisce a Napoleone III di ritirarsi dal conflitto e concludere, con gli Austriaci l’armistizio, di Villafranca. La Seconda guerra di indipendenza si conclude con il passaggio della Lombardia al Regno di Sardegna.

Nel marzo del 1860, Toscana, Emilia, Romagna, Parma e Modena, attraverso un plebiscito, vengono annesse al Regno di Sardegna.

1860 Mappa dell’Impero Austriaco, Stati Italiani, Turchia in Europa e Grecia – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:1860_Map_Of_The_Austrian_Empire,_Italian_States,_Turkey_In_Europe_and_Greece.jpg

La spedizione dei Mille

Itinerario della spedizione garibaldina

Il 5 maggio 1860 Garibaldi parte da Quarto assieme a un migliaio di uomini: vengono chiamati i Mille. Sbarca a Marsala, dopo una tappa a Talamone. Libera la Sicilia dalle truppe borboniche. Non intende favorire alcuna lotta sociale, quindi reprime con durezza le rivolte popolari. Attraversa lo stretto di Messina, risale la penisola a strappa ai Borboni l’Italia meridionale. Quindi punta su Roma.

Cavour non vede di buon occhio l’impresa garibaldina. Teme:

  • che il generale crei una repubblica mazziniana nel Mezzogiorno,
  • che le truppe garibaldine arrivino a Roma e provochino l’intervento della Francia a favore del papa.

Per questo Cavour convince Vittorio Emanuele II ad assumere il controllo della situazione, recandosi nell’Italia centrale.

Il 26 ottobre 1860, a Teano, Garibaldi consegna le terre conquistate a Vittorio Emanuele II, re d’Italia.

Nell’arco di breve tempo, una serie di plebisciti sancisce l’annessione al Regno di Sardegna di tutta l’Italia meridionale, delle Marche e dell’Umbria.

Nel gennaio 1861 si svolgono le elezioni per il nuovo Parlamento, che ha sede a Torino. Il 17 marzo viene proclamato ufficialmente il Regno d’Italia.

Video sulla Seconda guerra di indipendenza, Battaglia di Solferino e San Martino e la fondazione della Croce Rossa

https://www.raicultura.it/articoli/2020/11/La-seconda-guerra-dIndipendenza-del-1859-aace1e75-8402-439f-bbc8-df80908a3cb0.html

La terza guerra d’Indipendenza

Nel 1866 all’Italia si presenta l’occasione propizia per conquistare il Veneto. La Prussia, stato che sta aumentando la sua forza, vuole spezzare il predominio austriaco sull’Europa. Propone quindi al nuovo regno italiano di intervenire nella guerra contro l’Austria. In cambio all’Italia viene promesso il Veneto.
L’Italia quindi entra in guerra a fianco della Prussia. L’esercito italiano registra molte sconfitte, ad eccezione dei Cacciatori delle Alpi, l’unità di volontari che operò al comando di Garibaldi nel Trentino sud-occidentale fra giugno e luglio 1866.

Il 9 agosto 1866 Garibaldi si trova nel piccolo centro trentino di Bezzecca dove, tre settimane prima, aveva respinto un contrattacco austriaco guadagnando l’unica vittoria italiana nella Terza guerra d’Indipendenza.
Con i suoi “Cacciatori delle Alpi” il generale si prepara a entrare nella regione che era parte dell’impero austro-ungarico: voleva liberare Trento.
Ma giunge la notizia dell’armistizio tra Italia e Austria e arriva l’ordine del generale La Marmora di sgomberare il Trentino entro 24 ore.
Allora Garibaldi impugnò la penna e, in risposta, scrive la famosa frase: Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco.
Il telegramma inviato da Garibaldi. Il celebre Obbedisco!

Pur subendo gravi sconfitte, l’Italia trae comunque vantaggio dalla vittoria finale della Prussia perché ottiene il promesso Veneto.

Per completare l’unificazione italiana mancano ancora Roma, il Lazio, il Trentino e Trieste.

Le tappe dell’unità di Italia

La questione romana

L’annessione del Lazio e di Roma è rimasto un obiettivo prioritario per i patrioti, ma il problema non è di facile soluzione. Infatti per antichissima tradizione che risale ancora a Carlo Magno e a suo padre Pipino il Breve tra corona francese e papato c’era un accordo, un accordo rinnovato più volte tanto che dal 1849 una guarnigione francese difendeva Roma da eventuali attacchi italiani. Cavour ha tentato senza successo una soluzione diplomatica del problema. Garibaldi, nel 1862 e nel 1867, tenta la conquista militare, ma si trova costretto a ritirarsi per la forte opposizione della Francia. Ma nel 1870 si presenta l’occasione per risolvere una volta per tutte le questione romana: la guerra franco – prussiana.

Guerra franco prussiana

Il conflitto viene combattuto nel 1870-71 tra Francia e Prussia. La Prussia, guidata dall’azione politico-diplomatica di Bismarck, vuole completare l’unità tedesca. È però necessario ottenere una vittoria militare sulla Francia. Bismarck approfitta di una questione politica per assumere un atteggiamento apertamente antifrancese che porta alla dichiarazione di guerra da parte della Francia il 19 luglio del 1870.

Ma la Francia, militarmente inferiore alla Prussia e agli altri Stati tedeschi, non è preparata al conflitto ed è senza alleati. Nessuno quindi interviene al suo fianco. Le armate tedesche conseguono immediatamente una serie di vittorie che culminano con la disfatta francese nella battaglia di Sedan. Alla notizia del disastro di Sedan, a Parigi scoppia la rivoluzione: viene proclamata la caduta dell’impero e un governo di difesa nazionale assumeva il potere. Parigi viene assediata dai Tedeschi.

VEDI RACCONTO I DUE AMICI

I francesi resistono eroicamente, ma all’inizio di gennaio del 1871 il comando tedesco bombarda Parigi. Il 28 gennaio viene firmato l’armistizio. La pace si conclude col trattato di Francoforte che comporta l’occupazione temporanea di una parte del territorio, la cessione dell’Alsazia e di una parte della Lorena, e anche la sfilata di una parte delle truppe vittoriose a Parigi, sugli Champs-Elysées.

Grazie alla guerra franco-prussiana, l’Italia approfitta del ritiro delle truppe francesi dallo Stato della Chiesa. Quindi occupa il Lazio e Roma.

Roma capitale del Regno d’Italia

Roma viene proclamata capitale d’Italia nel 1871. Il Parlamento italiano, per risarcire il pontefice della perdita del suo Stato, approva la Legge delle Guarentigie. Tale legge però viene rifiutata dal papa, il quale reagisce duramente scomunicando il governo italiano e promulgando il Non expedit.

Non éxpedit

Il Non éxpedit fu una disposizione della Santa Sede con la quale si dichiarava inaccettabile la partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni politiche del Regno d’Italia e, per estensione, alla vita politica nazionale italiana.
La disposizione fu revocata ufficialmente solo nel 1919 da Papa Benedetto XV.

De Rerum Novarum

L’atteggiamento intransigente della Santa Sede si ammorbidì progressivamente nei decenni successivi.

Infatti nel 1891 papa Leone XIII emanò l’enciclica De rerum novarum.

Enciclica: è una lettera apostolica scritta dal Papa.
Può essere indirizzata ai vescovi, ai fedeli di tutto il mondo o a quelli di una sola regione.
Può trattare argomenti riguardanti la dottrina cattolica o particolari situazioni religiose, politiche, sociali.
Viene chiamata con la citazione delle prime due o tre parole del testo che solitamente anticipano il tema dell’enciclica stessa.
“Rerum novarum” significa “delle cose nuove“.

Con la “Rerum novarum”  Chiesa cattolica affrontava per la prima volta la questione sociale e fondava la moderna dottrina sociale della Chiesa, dottrina necessaria per affrontare le problematiche della nuova società di massa. La “Rerum novarum” volle far sì che il Cattolicesimo non restasse escluso dal processo di trasformazione del nuovo stato italiano. Nel testo inoltre si parlò delle nuove pratiche economiche come le Casse rurali e le Leghe bianche, le organizzazioni sindacali cattoliche.

Punti essenziali
1. Si riconosceva che il conflitto di classe era legato allo sviluppo industriale, alla relazione tra padroni e operai e alla ricchezza accumulata in poche mani.
2. Si poneva contro il pensiero socialista che accresceva l’odio tra poveri e ricchi.
3. Si riconosceva e si difendeva la proprietà privata. Riconosceva il diritto dello stato nella difesa della proprietà privata.
4. Si poneva contro gli scioperi ma anche contro lo sfruttamento degli operai.
5. Sostevena che lo stato doveva garantire a tutti i lavoratori un salario minimo tale da consentire una vita dignitosa a tutti.
6. Inoltre affidava agli operai cristiani il compito di creare società ispirate ala dottrina sociale della chiesa.

Il rapporto tra stato e chiesa dall’Unità di Italia

https://www.facebook.com/watch/?v=314740975897035

La questione romana – Bignomi – Riccardo Rossi

https://www.youtube.com/watch?v=BXRpmfqyfas

La questione romana – prof. Ernesto Galli della Loggia

https://www.raiplay.it/video/2016/04/Il-tempo-e-la-Storia-Unit224-daposItalia-e-chiesa-La-questione-romana-Con-il-Prof-Ernesto-Galli-Della-Loggia-del-05042016-3438bb5d-0f16-4403-b929-def8e3913310.html

Pastor angelicus film

Roma e il papato dopo la seconda guerra

Video – la questione Stato – Chiesa

https://www.facebook.com/raistoria/videos/314740975897035

Fonti

  • © ISTITUTO ITALIANO EDIZIONI ATLAS
  • M. Fossati, G. Lupi, E Zanette, Parlare di storia, Pearson
  • www.treccani.it
  • www.focus.it
  • https://www.grin.com/document/55382
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Età delle rivoluzioni Europa Ottocento

L’età della Restaurazione

Il periodo storico che va dal Congresso di Vienna del 1814-15 ai moti rivoluzionari del 1948 è detto comunemente età della Restaurazione.

Il congresso di Vienna

Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia in Francia viene restaurata la monarchia borbonica: sale al trono l’anziano e malato Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI. Tutte le potenze che avevano sconfitto Napoleone vogliono riportare al situazione dei loro stati a quella che c’era prima della rivoluzione francese. Di questa idea si fa portavoce il principe Klemens von Metternich. Questi propone alle quattro potenze che si erano opposte vittoriosamente a Napoleone, Austria, Prussia, Russia e Inghilterra, di convocare a Vienna un congresso al quale avrebbero partecipato tutti gli Stati europei, compresa la Francia.

Lo scopo era quello di determinare un nuovo e più duraturo assetto del continente, accordando le grandi potenze, per impedire che in futuro potessero esplodere altri conflitti di grande portata come quello insorto a seguito della rivoluzione francese.  

Il Congresso di Vienna si apre il 4 ottobre del 1814. Viene temporaneamente sospeso durante i Cento giorni del ritorno di Napoleone.

I cento giorni di Napoleone

Nel febbraio del 1815 Bonaparte riesce a fuggire dall’isola d’Elba e in marzo approda in Francia. Arriva a Parigi e, senza colpo ferire, si impadronisce della città, acclamato dai parigini.

Riesce a riorganizzare l’esercito, e si scontra in un’epica battaglia a Waterloo, dove viene definitivamente sconfitto da inglesi e prussiani il 18 giugno 1815. Successivamente viene esiliato nella lontana isoletta atlantica di S. Elena, dove muore il 5 maggio del 1821.

I capi di stato europei dovevano avere grande timore di Napoleone per esiliarlo in un luogo tanto lontano!

Gli atti finali del Congresso di Vienna

L’Atto finale del Congresso risale al 9 giugno 1815.

Con esso si di chiara universalmente l’abolizione della tratta degli schiavi.

Anche se ad esso partecipano tutti gli stati europei, le decisioni finali sono adottate dalle maggiori potenze vincitrici del conflitto contro Napoleone: Inghilterra, Russia, Austria e Prussia. 

Un ruolo notevole è svolto anche dalla Francia. Infatti, grazie all’abilità del rappresentante di Luigi XVIII, il visconte di Talleyrand, riesce a sfruttare a suo vantaggio i contrasti diplomatici sorti tra le potenze vincitrici. Ottiene quindi:

  • il ritorno dei Borboni in Francia,
  • evitare le perdite territoriali della Francia,
  • mantenere il prestigio della Francia come potenza europea.

I principi del congresso di Vienna

Le decisioni scaturite dai lavori del congresso sono ispirate a quattro principi.

Il principio di legittimità

I sovrani che sono stati provati dei loro troni dalle armate rivoluzionarie devono essere ripristinati.

Il principio dei compensi

Si deve garantire un adeguato compenso territoriale a quegli Stati che, per motivi politici, sono stati costretti a rinunciare a parti del loro territorio sotto la pressione di Napoleone. Tali compensi però non avrebbero dovuto alterare l’equilibrio europeo

Il principio dell’equilibrio

Concepito per favorire le grandi potenze, questo principio vuole creare attorno alla Francia una serie di Stati-cuscinetto con lo scopo al fine di bloccare eventuali nuove intensioni espansionistiche.  

Il principio di solidarietà

Le grandi dinastie europee, ad esclusione della Gran Bretagna, si impegnano a prestarsi reciproco soccorso in caso di nuovi tentativi di sconvolgimento dell’assetto europeo concordato a Vienna. 

La Santa Alleanza

La Santa Alleanza nasce nel settembre del 1815 per iniziativa dello zar Alessandro I e viene sottoscritta da Austria, Prussia e Russia. 

Non vi aderiscono Inghilterra e Stato Pontificio.

L’Inghilterra considera l’accordo come uno strumento attuato per accrescere l’influenza russa in Europa. Lo stato Pontificio è diffidente verso lo strano legame istituito tra sovrani che professano diverse religioni:

  • l’imperatore austriaco è cattolico
  • il re di Prussia è protestante,
  • lo Zar è ortodosso.

Con la Santa Alleanza si afferma, per la prima volta il principio di intervento in base al quale gli Stati aderenti si impegnavano:

  • a prestarsi vicendevolmente aiuto,
  • ad intervenire per sedare qualsiasi sommossa che minacciasse l’assetto politico stabilito dal Congresso viennese.
FONTE: https://ilpretedelpopoloveneto.altervista.org/il-trattato-della-santa-alleanza-del-1815/

Quadruplice Alleanza

Una maggiore influenza sulle vicende politiche europee di quegli anni ebbe la Quadruplice Alleanza, sottoscritta da Austria, Gran Bretagna, Russia e Prussia nel novembre del 1815.

Essa prevedeva che le quattro grandi potenze si riunissero regolarmente in congressi per dibattere i vari problemi dell’ordine europeo.

l primo di questi incontri avvenne ad Aquisgrana nel 1818 per valutare l’adempimento da parte francese delle condizioni imposte dal trattato di pace. 

Questi accordi sottolineano che i paesi dell’Europa hanno maturato la consapevolezza che sia necessario istituire un sistema di rapporti internazionali in cui le stesse potenze potessero intervenire in tutta Europa con lo scopo di mantenere l’ordine europeo. Di conseguenza anche la politica interna di ciascun paese ne viene condizionata. Infatti se uno stato decideva di adottare istituzioni liberali, che andavano in contrasto con lo spirito conservatore del Congresso, doveva essere considerata una minaccia all’ordine restaurato.

Assetto europeo dopo il Congresso di Vienna

La sistemazione politica europea può essere così descritta: 

  • Austria controlla tutta l’Europa centro-orientale e parte dell’Italia;
  • Russia è saldamente attestata ad Oriente ed aperta all’Occidente con l’acquisto della Polonia, la Bessarabia e la Finlandia. 
  • Inghilterra, non ha interessi territoriali sul continente, ma è interessata al mantenimento della situazione e alla difesa dei propri interessi economici e coloniali oltre oceano; 
  • Francia, nonostante il ridimensionamento territoriale, rimane una forza militare, politica ed economica del nuovo ordine europeo. 
Mappa dell’Europa nel 1815. Situazione politica dopo il Congresso di Vienna nel giugno 1815. https://it.wikipedia.org/wiki/Congresso_di_Vienna#/media/File:Europe_1815_map_en.png


Il nuovo assetto europeo

  • Austria riacquista tutti gli antichi possedimenti e anche la Repubblica di Venezia. Il Belgio viene ceduto all’Olanda. L’imperatore d’Austria presiede anche Confederazione germanica. Raccoglie quindi l’eredità del Sacro Romano Impero dichiarato decaduto da Napoleone. Gli stati tedeschi, dopo un importante operazione di accorpamento vengono ridotti a 39 stati.  
  • Inghilterra non avanza rivendicazioni territoriali in Europa, ad esclusione di Malta e delle isole Ionie. Conserva le conquiste coloniali ottenute con le guerre napoleoniche, cioè il Sud Africa e Ceylon, ex colonie olandesi. 
  • Prussia si ingrandisce a spese della Sassonia e di altri territori sulle rive del Reno, il nuovo confine con la Francia. 
  • Russia ottiene gran parte della Polonia, la Finlandia e la Bessarabia. 
  • Francia, ricostituita in regno sotto Luigi XVIII, ritorna ai confini precedenti il 1789.
  • Olanda viene incorporata al Belgio e assume il nome di regno dei Paesi Bassi sotto la corona di Guglielmo d’Orange.
  • Svezia perde la Finlandia ottiene in cambio la Norvegia.
  • Danimarca, il cui re è rimasto troppo a lungo fedele a Napoleone, perde la Norvegia, ma riceve la Pomerania.
  • Svizzera viene riorganizzata in confederazione e gli altri Stati si impegnano a garantirne la neutralità. 

 L’assetto dell’Italia 

Dopo il 1815 l’assetto della penisola italica ritorna sostanzialmente, sotto le precedenti dinastie:

  • il Lombardo-Veneto con Venezia torna all’Austria e viene amministrato da un viceré; 
  • il regno di Sardegna è assegnato a Vittorio Emanuele I di Savoia e acquisisce i territori dell’ex repubblica di Genova in funzione anti-francese; 
  • il granducato di Toscana è assegnato a Ferdinando III d’Asburgo-Lorena; 
  • il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla è attribuito a Maria Luisa d’Austria, moglie di Napoleone; 
  • il ducato di Modena e Reggio è assegnato a Francesco IV d’Este;
  • la repubblica di San Marino vede riconosciuta la sua secolare indipendenza; 
  • lo Stato Pontificio rimane sotto il controllo del papato (con Pio VII);
  • il regno delle due Sicilie continua a essere retto da un Borbone, Ferdinando I. 

Conclusioni 

Il Congresso di Vienna va interpretato da diversi punti di vista.

Da un lato non si può negare che:

  • ha ripristinato l’Antico regime;
  • ha avuto carattere conservatore e antiliberale;
  • non ha tenuto conto del nuovo ruolo assunto dalla borghesia;
  • non ha considerato le aspirazioni nazionali dei popoli.

Non si può però negare che:

  • ha cercato di armonizzare i vecchi ordinamenti con le nuove istanze politiche, sociali e giuridiche;
  • ha mantenuto quasi ovunque il codice civile napoleonico che garantiva la tutela di principi di libertà ed eguaglianza;
  • ha cercato di garantire la pace in Europa.

Non bisogna dimenticare che l’assetto europeo stabilito al Congresso di Vienna fu duraturo tanto da garantire un secolo di pace nei rapporti tra gli Stati europei. Infatti nessuno dei conflitti che si verificarono tra il 1815 e il 1914 provocò gli sconvolgimenti politici, sociali e territoriali come l’età napoleonica. 

Ma è evidente che il carattere conservatore delle decisioni prese al congresso e il ripristino dell’arretrato antico regime rappresentarono un elemento di instabilità nei rapporti tra i sovrani e il popolo. Infatti la rivoluzione francese e lo stesso Napoleone avevano permesso di vivere un’esperienza politica molto più avanzata. Si erano accarezzati infatti alcuni principi molto moderni:

  • il principio democratico della sovranità del popolo;
  • il principio del rispetto della libertà e della dignità di ogni individuo.

Questo portò nel corso della prima metà dell’Ottocento all’esplosione di diffusi violenti moti rivoluzionari dove le rivendicazioni nazionali erano più forti.

Dopo il Congresso di Vienna

Francia

In Francia Luigi XVIII svolge un’azione moderatrice:

  • non revoca le confische rivoluzionarie ai danni della nobiltà e del clero, ma compensa i nobili delle confische subite durante la rivoluzione,
  • non abroga il Codice napoleonico,
  • il re rimane sovrano assoluto,
  • viene istituita una Camera rappresentativa, eletta da un elettorato scelto tra i ceti più elevati.

Il regime di Luigi XVIII si scontra costantemente con le spinte fortemente restauratrici dei sostenitori della monarchia più del re stesso. Dopo la seconda definitiva sconfitta di Napoleone si scatenano in Francia un’ondata di persecuzioni e di terrore (il cosiddetto terrore bianco). Questo consente loro di conquistare, in un primo momento, un’ampia maggioranza in parlamento. Ma il sovrano, per scongiurare altri moti rivoluzionari, scioglie le Camere e riesce a far eleggere un parlamento più moderato. 

Austria

In Austria la repressione è più aspra. Metternich si serve dell’apparato burocratico e poliziesco per ripristinare l’autorità assoluta dell’imperatore e schiacciare ogni desiderio autonomistico delle diverse etnie dell’impero. 

Confederazione germanica

Nella Confederazione germanica e in Prussia vengono aboliti tutti gli ordinamenti costituzionali introdotti precedentemente sui modelli francesi.

Russia

Nonostante le speranze di riforma, in breve tempo lo zar ritorna ai metodi dispotici. Alessandro I, infatti, figura tra i principali sostenitori della politica di intervento contro i successivi moti rivoluzionari scoppiati in Europa. 

Gran Bretagna 

Tra il 1815 e il 1830 l’Inghilterra è governata dal partito dei conservatori tories, partito composto prevalentemente da rappresentanti dell’aristocrazia terriera. L’altro maggiore partito, quello dei whigs, pur avendo la stessa base sociale, è più aperto ad istanze liberali. 

Le esigenze di rinnovamento di una nazione che stava attraversando profondi mutamenti economico-sociali erano interpretate dai radicali, che però, non avevano, in questo periodo, voce in parlamento ed erano considerati pericolosi demagoghi dagli altri schieramenti maggiori. 

Anche l’Inghilterra in questo periodo è percorsa da una ventata repressiva, al punto che, per fronteggiare le lotte operaie enfatizzata anche dalla grande carestia di quegli anni.

Le società segrete e i moti rivoluzionari

Le società segrete

Nelle monarchie restaurate il sistema repressivo della Santa Alleanza non permette alcuna forma di dissenso e proibisce ogni tipo di organizzazione politica che possa mettere in pericolo l’ordine e l’autorità costituita. 

Per questo gli oppositori del regime politico devono trovare un’alternativa, dal momento. Infatti, nonostante le repressione, le nuove idee diffuse dall’illuminismo e dalla rivoluzione continuano a girare.

Se la idee non possono girare liberamente, continuano quindi a girare nella clandestinità: iniziano quindi a formarsi le società segrete. 

I motivi ispiratori e gli obiettivi delle società segrete sono diversi, ma tutte le società segrete sono accomunante da caratteri comuni:

  • l’importanza attribuita al problema nazionale,
  • l’insofferenza nei confronti della dominazione straniera. 

Gli obiettivi fondamentali delle società segrete sono:

  • l’emanazione di carte costituzionali scritte;
  • la creazione di assemblee rappresentative, di parlamenti;
  • la libertà dei cittadini;
  • la fine dei regimi assolutistici.

Le società segrete sono espressione della piccola e media borghesia, ceti che aspirano all’affermazione sociale. Gli esponenti di queste classi sociali, che erano stati valorizzati da Napoleone, sono ora mortificati dai regimi restaurati. Infatti Napoleone aveva premiato il talento e le competenze dei cittadini e aveva aperto a tutti gli uomini capaci, la possibilità di fare carriera. 

Chi sono i membri delle società segrete

Gli affiliati delle sette sono soprattutto giovani borghesi e militari, ma ci sono anche esponenti della nobiltà, aperti alle nuove problematiche.

La più importante società segreta italiana, diffusa anche in Francia, è la Carboneria, così denominata perché deriva i propri rituali e le cerimonie di iniziazione dal mestiere dei carbonari.

Segue la Giovine Italia, fondata da Giuseppe Mazzini che, pur tenendo segreti i nomi degli adepti, proclama apertamente il suo fine primario: liberare l’Italia dal giogo straniero

Struttura delle società segrete

Per garantire la sicurezza dei membri ed evitare così delazioni e arresti di massa, tutta l’organizzazione carbonara è improntata alla massima segretezza. Chi aderisce alla setta:

  • non conosce i nomi dei capi,
  • non conosce il nome degli altri membri,
  • non conosce la linea di condotta politica della società.

Questo fa sì che arrivino a confluire nella Carboneria esponenti di opposte fedi politiche. Tutta questa segretezza è necessaria per proteggere la società, ma non favorisce la diffusione delle idee. Le sette segrete hanno un ruolo predominante nello scoppio dei moti del 1820-21 e del 1830-31.

I moti insurrezionali del 1820-1821

Pochi anni dopo il Congresso di Vienna, nel 1820-1821, l’Europa è interessata da diffusi movimenti rivoluzionari che vengono tutti repressi con le forze armate della Santa Alleanza.

I moti rivoluzionari del 1920 – 21

In concomitanza con le insurrezioni degli altri Paesi europei, anche in Italia scoppiano i primi moti.

  • Nel Regno delle Due Sicilie, il re Ferdinando I è costretto a concedere la Costituzione; a Palermo la popolazione si ribella all’esercito borbonico e viene proclamata l’indipendenza della Sicilia. Il nuovo Parlamento eletto
    a Napoli, però, non riconosce l’indipendenza dell’isola e invia un esercito con il compito di sconfiggere le forze ribelli. L’intervento della Santa Alleanza in aiuto dei Borboni porta al ripristino della monarchia
    assoluta.
  • Nel Regno di Sardegna anche l’erede al trono Carlo Alberto mostra simpatia per le idee liberali. I liberali moderati, riuniti nella società segreta dei Federati, mirano a ottenere una Costituzione e a dar vita a un Regno dell’Alta Italia. Nel marzo del 1821 scoppia l’insurrezione in Piemonte, guidata da Santorre di Santarosa. Vittorio Emanuele
    I abdica in favore del fratello Carlo Felice, mentre il reggente Carlo Alberto concede una Costituzione. Carlo Felice, però, si rifiuta di riconoscere la Costituzione e chiede aiuto all’Austria. Anche qui le forze della Santa Alleanza ripristinano il potere. Viene quindi instaurato un regime oppressivo.

Solo la Grecia, ribellatasi al giogo ottomano, riesce a conquistare una sua indipendenza dall’Impero Turco, anche grazie ai volontari giunti da tutta Europa.

I moti del 1830 – 31

Dieci anni dopo un’altra ondata rivoluzionaria interessa l’Europa.

I moti rivoluzionari del 1830 – 1831

In Italia i nuovi moti scoppiano nel 1831, soprattutto nelle regioni centrali della penisola, dove erano attivi alcuni gruppi di Carbonari, forti del sostegno di Francesco IV, duca di Modena e Reggio, duca di Massa e principe di Carrara. Alla fine però il principe fece mancare il proprio appoggio. Così le rivolte vengono nuovamente represse con l’aiuto dell’esercito austriaco.

Fallimento delle società segrete

I moti spinti dalle società segrete falliscono i loro obiettivi, sia per la mancanza di un organico programma politico che per l’inesistenza di un saldo apparato organizzativo. Il fallimento dei moti carbonari segna quindi una battuta d’arresto nel fenomeno delle associazioni segrete, ma si sviluppano nuove forme di attività politica. 

Il fallimento dei moti del 1820-1821 e del 1830-1831 dimostra la necessità di un cambiamento di strategie da parte del movimento di indipendenza nazionale.

Nuove idee in Italia

In quel momento si fanno strada quattro diversi progetti politici.

Mazzini e la Giovine Italia

Giuseppe Mazzini nel 1831 fonda la Giovine Italia, un’associazione patriottica con i seguenti obiettivi politici:

  • l’indipendenza nazionale,
  • l’unità politica dell’Italia,
  • la repubblica.

Secondo Mazzini tali obiettivi vanno conseguiti tramite insurrezioni popolari. Lui ritiene che la popolazione vada preparata attraverso un’adeguata opera di propaganda. Tra il 1833 e il 1844 tutti i tentativi insurrezionali dei mazziniani falliscono.

Gioberti

In ambito cattolico ottiene molti consensi il progetto neoguelfo di Vincenzo Gioberti, che ipotizza la creazione di una confederazione degli Stati italiani guidata dal papa.

Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio

I liberali moderati, tra cui Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio, come Gioberti respingono l’idea mazziniana di una rivoluzione popolare, democratica, repubblicana e ritengono impraticabile l’ipotesi dell’unificazione politica della penisola in un unico Stato. A loro sembra più realistica l’idea di una federazione di Stati, sotto la guida della monarchia dei Savoia, la monarchia che guida il Regno di Sardegna.

Federalismo democratico

La corrente politica del federalismo democratico sostiene la necessità di dar vita a uno Stato federale che unisca tutti i diversi regni della penisola e che garantisca la loro autonomia. Carlo Cattaneo è tra i maggiori esponenti di questo progetto politico. Lui propone una soluzione federalista anche per l’Europa. (La sua era decisamente una visione molto moderna!!!)

Altri invece vogliono affrontare diversi problemi: da un lato l’obiettivo dell’indipendenza nazionale, dall’altro la soluzione dei gravi problemi di natura sociale ed economica.

Chi sono i patrioti

Anche se i moti rivoluzionari non riescono a realizzare quanto sperato, le idee dilagano e coinvolgono un numero crescente di patrioti. Ma chi sono questi patrioti? Sono uomini e donne di ogni estrazione sociale, che provengono principalmente dalle città, dove è più facile la circolazione del pensiero. Vogliono mutare assetto geopolitico della penisola e sono animati dalla produzione culturale che trasmette valori nazionali.

Documenti

Le società segrete secondo Buonarroti

Buonarroti concepiva la società segreta come un organismo rigidamente accentrato e diretto da un piccolo nucleo, dove era esclusa ogni iniziativa dal basso verso l’alto. La negazione della forma democratica all’interno della “setta” derivava dalla sua natura di «esercito segreto di liberatori», ma trovava fondamento nella teoria della “dittatura” di Buonarroti, il quale riteneva che soltanto un nucleo direttivo con poteri assoluti avrebbe potuto condurre a buon fine la lotta del movimento rivoluzionario. Influenzato dalle esperienze francesi, egli riteneva che, all’inizio di una fase di emancipazione e di rivolgimenti, un popolo diseducato da secoli di dispotismo e di corruzione non fosse in grado di scegliere i propri capi. Perciò risultava necessaria la creazione di un’autorità straordinaria e transitoria, al fine di indebolire il sostegno da parte delle masse al regime vigente, anche attraverso l’istituzione di misure coercitive.

È utile, è giusto stabilire una società segreta?
È utile perché è solo attraverso una società segreta bene organizzata che si possono riunire le forze e acquistare la potenza necessaria per distruggere il male che pesa su tutta l’Europa. […]
Il destino subito dalla maggior parte delle società segrete create nel nostro tempo e soprattutto da quelle che si erano formate in Francia ci avverte che l’impresa presenta delle difficoltà e mostra che occorre una grande sagacia per evitare fin dagli inizi gli errori nei quali erano caduti i fondatori di questi corpi. […]
Il carbonarismo napoletano […] ci offre a un tempo il quadro del bene che può produrre una società segreta e dei vizi di fondazione che ne distruggono in tutto o in parte la felice influenza.
Io pongo tra i difetti che si possono rimproverare alla Carboneria l’indeterminatezza delle sue dottrine, la leggerezza nella scelta dei candidati, il numero troppo grande dei suoi membri, il difetto del segreto, l’assenza di un potere legislativo e direttivo esclusivo e obbedito. […] Tale assenza ha prodotto l’insubordinazione, l’insufficienza e l’incrocio delle misure così come l’impossibilità di ottenere l’unità dei piani e il concorso di tutte le forze nell’esecuzione. Mi sembra che per creare una società segreta veramente utile all’umanità sia necessario fin dall’inizio stabilire un corpo poco numeroso dotato di dottrine precise, pure e comuni a tutti i suoi membri; esso si costituirà capo unico e legislatore assoluto dell’istituzione, e determinerà le regole in base alle quali si perpetuerà aggiungendosi successivamente gli uomini che giudicherà degni di dividere i suoi lavori. […]
Non è dalla massa degli iniziati che questo corpo deve avere la sua esistenza, ma è da questo corpo creatore e legislatore che gli iniziati devono essere chiamati a concorrere ai suoi disegni secondo le regole che esso deve determinare e dettare. […]
La società segreta di cui qui si tratta è un’istituzione democratica per i suoi principi e per lo scopo al quale tende; ma le sue forme e la sua organizzazione non possono essere quelle della democrazia.
Sotto l’aspetto delle dottrine, che si suppongono pure nei capi, esse saranno meglio conservate e trasmesse dai capi che dalla folla degli iniziati, le cui opinioni per quanto si faccia non saranno mai né fisse né uniformi. Per quanto riguarda l’azione sia preparatoria che definitiva bisogna assolutamente che l’impulso parta dall’alto e che tutto il resto obbedisca. Questa società non è che un esercito segreto destinato a combattere un nemico potente e armato di tutto punto; e come potrebbe preparare e dirigere efficacemente i suoi attacchi se si dovesse consultare ogni volta ognuno dei suoi membri e rischiare così di rendere pubblico ciò che esige il più grande segreto?

A. Saitta, Filippo Buonarroti, vol. I, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1950, pp. 82-84

Domande
Quali sono i punti deboli della Carboneria a detta di Buonarroti?

La nazione, «plebiscito* di tutti i giorni»

A sentire certi teorici della politica, una nazione è innanzitutto una dinastia, alle cui spalle sta un’antica conquista, prima accettata, poi dimenticata dalla massa del popolo. Secondo i politici ai quali mi riferisco, l’accorpamento di province realizzato da una dinastia, dalle sue guerre, dai suoi matrimoni, dai suoi trattati, termina con la dinastia che l’ha costruita. […]
Tuttavia tale legge non è assoluta. La Svizzera e gli Stati Uniti, che si sono formati come agglomerazioni di aggiunte successive, non hanno alcuna base dinastica. Non discuterò la questione per quanto riguarda la Francia; bisognerebbe possedere il segreto dell’avvenire. Diciamo solo che questa grande monarchia francese era stata così profondamente nazionale che, all’indomani della sua caduta, la nazione ha potuto reggersi senza di essa. […]
Bisogna dunque ammettere che una nazione può esistere senza principio dinastico, e persino che nazioni formate da dinastie possono separarsene senza perciò cessare di esistere. Il vecchio principio che tiene conto solo del diritto dei prìncipi non può più essere mantenuto; oltre al diritto dinastico, c’è il principio nazionale.
Su quale criterio dunque si deve fondare questo diritto nazionale? da quali segni riconoscerlo? da quale fatto tangibile farlo derivare?
 
1. Dalla razza, sostengono alcuni con sicurezza. Le divisioni artificiali, frutto del feudalesimo, dei matrimoni dinastici, dei congressi diplomatici, sono effimere. Quello che resta solido e stabile, è la razza delle popolazioni. Ecco ciò che costituisce, sul piano giuridico, titolo di legittimità. […]
A guardare la realtà possiamo dire che l’elemento etnico non ha avuto alcun ruolo nella costituzione delle nazioni moderne:
–        la Francia è celtica, iberica, germanica;
–        la Germania è germanica, celtica e slava: tutto il Sud è stato gallico. Tutto l’Est, a partire dall’Elba, è slavo, e le parti che si pretende siano realmente pure, lo sono veramente?
–        l’Italia è il paese nel quale la situazione, dal punto di vista etnico, è più confusa. Galli, Etruschi, Pelasgi, Greci, senza parlare di molti altri elementi, si incrociano in un miscuglio indecifrabile;
–        le isole britanniche, nel loro insieme, offrono una mescolanza di sangue celtico e germanico le cui proporzioni sono particolarmente difficili da definire.
La verità è che non esiste la razza pura e che basare la politica sull’analisi etnica significa fondarla su una chimera**. I paesi più nobili, l’Inghilterra, la Francia, l’Italia sono quelli il cui sangue è misto in misura maggiore. E anche la Germania non costituisce un’eccezione sotto quest’aspetto.
Siamo qui di fronte a uno dei problemi su cui è assolutamente necessario avere idee chiare e prevenire i fraintendimenti. […]
2. Ciò che abbiamo appena detto a proposito della razza, bisogna dirlo anche per la lingua. La lingua invita, ma non forza, a unirsi.
Gli Stati Uniti e l’Inghilterra, l’America Latina e la Spagna parlano la stessa lingua ma non formano un’unica nazione. Al contrario, la Svizzera, così ben fatta, poiché si è costituita sulla base del consenso delle sue varie parti, conta tre o quattro lingue.
 
C’è però nell’uomo qualcosa di superiore alla lingua: è la volontà. La volontà della Svizzera di essere unita, malgrado la varietà dei suoi idiomi, è un fatto assai più importante di una identità ottenuta con la violenza. […]

3. Neanche la religione può offrire una base sufficiente per la costituzione di una moderna nazionalità.
In origine, la religione era strettamente collegata all’esistenza stessa del gruppo sociale. Il gruppo sociale era un’estensione della famiglia. La religione, i riti, erano riti della famiglia. La religione di Atene, era il culto della stessa Atene, dei suoi mitici fondatori, delle sue leggi, dei suoi costumi, non implicava nessuna teologia dogmatica.
Questa religione era, nel pieno senso del termine, una religione di stato. […]
 
Oggi ciascuno crede e pratica a modo suo, quello che può, quello che vuole. Non c’è più religione di Stato; si può essere Francese, Inglese, Tedesco, ed essere cattolico, protestante, israelita, o non praticare nessun culto.
La religione è diventata una questione personale; riguarda la coscienza di ciascuno. Non esiste più la divisione delle nazioni in cattoliche e protestanti. La religione che, cinquantadue anni fa, era un elemento così rilevante nella formazione del Belgio, conserva tutta la sua importanza nell’interiorità di ciascuno; ma è uscita quasi del tutto dalle ragioni che tracciano i confini tra i popoli. […]
Abbiamo appena visto ciò che non basta a creare un tale principio spirituale: la razza, la lingua, gli interessi, l’affinità religiosa, la geografia, le necessità militari.
Cos’altro è dunque necessario? Per quanto è stato detto in precedenza, ormai non dovrò trattenere a lungo la vostra attenzione.
 
Una nazione è un’anima, un principio spirituale. Due cose, che in realtà sono una cosa sola, costituiscono quest’anima e questo principio spirituale; una è nel passato, l’altra nel presente.
Una è il comune possesso di una ricca eredità di ricordi; l’altra è il consenso attuale, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare a far valere l’eredità ricevuta indivisa.
L’uomo, signori, non s’improvvisa. La nazione, come l’individuo, è il punto d’arrivo di un lungo passato di sforzi, di sacrifici e di dedizione.
Il culto degli antenati è fra tutti il più legittimo; gli antenati ci hanno fatti ciò che siamo. […]
La nazione è dunque una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme.
L’esistenza di una nazione è (mi si perdoni la metafora) un plebiscito di tutti i giorni, come l’esistenza dell’individuo è una affermazione perpetua di vita.

NOTE:
* Plebiscito: ogni diretta manifestazione di volontà del popolo riguardo a questioni relative alla struttura dello stato o alla sovranità territoriale. In questo caso inteso come chiara volontà di popolo.
 

**Chimera: idea senza fondamento, sogno vano, fantasticheria strana, utopia
E. Renan, Che cos’è una nazione, Donzelli, Roma 1993, pp. 9-13 e 15-20.

Ernest Renan, tra i maggiori esponenti del Positivismo, scrittore, orientalista e storico del cristianesimo, insegnò ebraico al Collège de France e, nel 1878, fu nominato accademico di Francia.
Celebre fu la sua Vita di Gesù (1863), prima parte della Storia delle origini del cristianesimo (1863-1881). Tra le altre sue opere Storia generale delle lingue semitiche (1855), Ricordi di infanzia e giovinezza (1883).

Rispondi:

  • Quali sono, secondo Renan, i fattori essenziali per la costruzione di una nazione?
  • Come è stata realizzata, in Europa, l’unità delle moderne nazioni?
  • Qual è il ruolo dell’oblio (la dimenticanza) nella fondazione di una nazione?  
  • E tu cosa ne pensi?

Il programma del giornale Il Conciliatore

Il programma del giornale, redatto da Pietro Borsieri, testimoniava dei progressi compiuti negli ultimi decenni dalla società italiana e sosteneva la necessità di un rinnovamento anche culturale del paese. Borsieri si proponeva di affrontare problemi di rilevanza civile, ampliando la discussione fino a quel momento ristretta tra le fazioni politiche. Attraverso argomenti come l’agricoltura, la statistica, il diritto, l’arte ecc. egli intendeva poi contribuire alla formazione di una maggiore capacità critica dei cittadini.

Già da tempo, il vero sapere era proprietà riservata ad alcuni pochi che di tanto in tanto ne facevano parte ai meno dotti di loro. Più spesso la minuziosa erudizione e la grave pedanteria occupavano il campo della vera filologia, della critica filosofica, della schietta ed elegante letteratura. I dotti e i letterati di professione sparsi ne’ chiostri e ne’ licei applaudivano fra di loro alle opere dei loro colleghi, o le biasimavano; ed al Pubblico non curante ne giungeva appena una debole voce. Insomma non v’era, trent’anni addietro, in Italia, tale e tanto numero di lettori giudiziosi, che bastassero a costituire un pubblico giudicante, indipendentemente dalle opinioni di scuola, o da quelle divulgate dalle sette letterarie e dalle accademie.
Quella non curanza, che era nata fra noi dal lungo sonno della pace e dalla poca comunicazione delle varie genti d’Italia, è ora sparita per opera delle contrarie cagioni. Tanti solenni avvenimenti della nostra età, tante lezioni della sventura, tante funeste esperienze di mutamenti sociali, hanno svegliato gli uomini col pungolo del dolore; e riscosso una volta il sentimento, hanno essi per necessaria conseguenza imparato a pensare.
Le gare arcadiche, le dispute meramente grammaticali, infine la letteratura delle nude parole, annoja ora la dio mercè gran numero di persone che non professano gli studj, ma che cercano però nella coltura dell’animo una urbanità, un fiore di eleganza veramente degno dell’uomo, e l’obblivione ad un tempo di molti affanni di questa sfuggevole vita.
Pare a noi (sia detto senza arroganza, e senza detrarre a que’ dotti che si occupano esclusivamente di scienze esatte e positive), pare a noi che una sì felice disposizione degli animi non venga bastantemente consultata e messa a profitto dai nostri scrittori di cose morali e letterarie.
Mossi da simili considerazioni, alcuni uomini di lettere dimoranti in questa città, hanno deliberato di offrire al Pubblico Italiano un nuovo giornale che avrà per titolo «Il Conciliatore», e in cui si propongono di cimentare coll’esperienza giornaliera la verità dei principj che abbiamo pur ora accennato. […]
L’Italia e la Lombardia in particolare è un paese agricolo e commerciale. Le proprietà sono molto divise fra i cittadini, e la ricchezza circola equabilmente per dir così in tutte le vene dello Stato. Reso accorto da questa verità di fatto «Il Conciliatore» ha detto a sé stesso: io parlerò dei buoni metodi di agricoltura, delle invenzioni di nuove macchine, della divisione del lavoro, dell’arte insomma di moltiplicare le ricchezze; arte che torna in profitto dello Stato ma che in gran parte è abbandonata di sua natura all’ingegno e alla attività dei privati. […]
Ma non basta far conoscere universalmente i nuovi principj della scienza economica per agevolarne l’applicazione. L’industria guida i suoi movimenti sulla linea dei bisogni, che o si minorano, o si moltiplicano, o cangiano oggetto a seconda delle abitudini morali e delle costumanze dei popoli. E noi dunque procacceremo per quanto ne sarà possibile di raccogliere e far conoscere a quando a quando le vicende di queste abitudini e di queste costumanze, per fornire ai nostri lettori altrettante basi di fatto sulle quali possano appoggiare le loro conghietture e le nostre teoriche. Questa sarà la parte statistica e scientifica del Giornale, che presa sotto sì ampio punto di vista aprirà il campo a variatissime e importanti osservazioni. […]
Se non che la severità di questi oggetti renderebbe troppo grave il nostro Giornale, ove non ci avvisassimo di temperarla perpetuamente, […], coi ridenti studj della bella letteratura. Parleremo di versi, parleremo di prose, di opere forestiere, di opere nazionali, di spettacoli, di declamazione, di belle arti, di antichi e di moderni, di poetiche e di precetti… di tutto in somma che ecciti l’attenzione del bel mondo senza stancarla.
“Il Conciliatore”, a c. di V. Branca, vol. I, Le Monnier, Firenze 1947, pp. 33-34.

Necessità dell’indipendenza nazionale

Come si può leggere nel brano che segue, nella visione di Santarosa, dagli accesi toni antiaustriaci, indipendenza e libertà erano obiettivi inscindibili e complementari, dato che le libertà costituzionali sarebbero state impossibili sotto il dominio asburgico. Per la conquista dell’indipendenza gli italiani avrebbero dovuto fare affidamento soltanto sulle proprie forze, respingendo la tentazione di cedere alle lusinghe francesi e puntando, invece, sulla conciliazione tra i vari ceti, sull’intesa tra la chiesa e gli stati e sull’accordo tra principi e popoli. Riguardo al futuro assetto costituzionale, Santarosa caldeggiava una soluzione federale, perché riteneva irrealistica l’idea di fare dell’Italia una monarchia unitaria come la Francia o una repubblica federale come gli Stati Uniti o la Svizzera. Per questo, egli prospettava la creazione di una confederazione di stati monarchici retti da «governi liberali e temperati», con il Piemonte ingrandito dall’annessione di Lombardia e Veneto, un forte regno di Napoli a sud, gli stati del centro “bilanciati” tra Torino e Napoli e il papa «mantenitore di pace e rispettato arbitro d’Europa». La visione precorre, quindi, le tesi “neoguelfe” del successivo periodo del movimento liberale moderato italiano.

Lo scopo della guerra d’indipendenza è chiaro; è che niuna provincia d’Italia sia provincia di Principe forestiero.
E ne nasce una seconda cosa, che i Governi Italiani siano tutti stretti in confederazione a conservazione della pace e a difesa della comune patria. E siccome dall’indipendenza nasce questo grandissimo bene di poter governare le cose nostre secondo l’utile e il desiderio dell’universale ne seguirà che i Governi Italiani saranno tutti governi liberali e temperati.
E da tutto questo gli Italiani potenti, ricchi, e nel commercio interno e esterno, e più costumati, più felici, e nelle lettere grandi.
Se tutti i Principi Italiani faranno questa guerra, conserveranno i loro stati. E solamente rimarrà la Lombardia sgombra d’austriaci, senza Principi. I Lombardi nel rivendicarsi in libertà chiameranno quel Principe che a loro parrà: ma io credo che i Lombardi e i Piemontesi conoscano che la loro unione esser salute d’Italia essendovi allora 7 milioni d’Italiani, ricchi, forti e atti a torre a Francia e Austria il pensiero di venirci a travagliare: Regno che con Venezia e Genova toccando i due mari d’Italia sarà grande col commercio, come grande e fiorente nelle ricchezze territoriali per la bontà della terra, come grande nelle armi per la prodezza e la robustezza degli uomini. E questa riunione sarà tanto più naturale se i Principi di Savoia compiendo alla fine l’opera dai loro avi incominciata siccome lo squadrone di Savoia liberò dai venturieri Lombardia e Milano ora Milano strappi agli Austriaci e liberi tutto il piano Lombardo.
Gli altri Stati d’Italia bilanciati in mezzo a Napoli e Lombardia d’ugual forza vivranno col nome d’Italiani sicuri e liberissimi, e il papa dando a questa confederazione alcuna cosa di sacro sarà mantenitore di pace e rispettato arbitro d’Europa. […]
Che sia allora per accadere niuno lo sa. Ma dovranno i popoli Italiani istituire reggimenti fermi e forti e savi a [un] tempo, o unirsi al principe fedele alla causa Italiana.
Chi può prevedere quello che seguirebbe dal ripudiarsi l’Italia dai principi presenti?
Checché ne avvenga l’indipendenza nazionale è la prima cosa, il primo scopo. L’essere governati temperatamente il secondo e indivisibile dal primo. Il modo del Governo tengo cosa meno importante: sebbene sia molto da desiderare che la saviezza dei Principi Italiani non dia luogo ad un sovvertimento di cose pericoloso.
Il far l’Italia Repubblica federativa come Svizzera, e America settentrionale, o Stato unico dipendente da un Re solo e rappresentato da un Parlamento solo sono cose tanto lontane dai presenti ordini di cose che piuttosto sogno che altro son da considerare, principalmente il primo che supporrebbe tutti i Principi Italiani traditori della causa d’Italia, e il secondo che supporrebbe tale o il Re Napoletano, o il Re del Piemonte, cose orribili a pensarci non che a dirsi. Se la nostra infelicità portasse le cose a questo punto gli Italiani adunati in congresso determinerebbero. Non andiamo ora inoltrandoci in vane immaginazioni. Quello che importa è di cacciare gli Austriaci. […]
Sia nel cuore di Principi, Poeti, Soldati, Scolaresca, Popolo, Montanari, tutti.
L’imperatore Austriaco via. L’Italia è oggimai guelfa, pontefice Romano, è guelfa. Stringila, è tua se vuoi, ma se per un orribile sovvertimento di cose tu ti facesti ghibellino. Solo ghibellino in Italia. Io già m’arretro… La nave di S. Pietro non può affondare, ma il successore di Pietro potrebbe tornare alle reti.  –
Tratto da S. di Santarosa, Delle speranze degli italiani, Casa edizione Risorgimento, Milano 1920, pp. 58-59

Tratto da: https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/dossier/d08_01_01.html

Il 1948, la primavera dei popoli

Prima di parlare del 48 è utili ricordare che tra 1845-47 in Europa si sono registrate alcune cattive annate agricole. Questo va a incrementare l’inquietudine diffusa in Europa e sfocia in una serie di movimenti rivoluzionari che interessano tutta l’Europa.

I moti rivoluzionari del 1847 – 1848

Nel 1846, l’elezione di Pio IX al soglio pontificio alimentano le speranze dei liberali; infatti lui sembra sensibile alle idee libertarie e riformiste.
Il 12 gennaio 1948 scoppiano a Palermo; il 29 gennaio viene promessa costituzione che viene concessa il 10 febbraio. Da qui inizia l’effetto domino.

A febbraio e a marzo vengono concesse diverse carte costituzionali:

  • il Re di Sardegna concede lo Statuto Albertino che rimarrà in vigore fino al 1 gennaio 1948,
  • il Granduca di Toscana concede una carta costituzionale,
  • Papa Pio X concede una carta costituzionale
Lo Statuto albertino è un testo costituzionale promulgato da Carlo Alberto (per questo detto “albertino”) il 4 marzo 1848. Il termine statuto indica come questa Costituzione fosse una concessione del re e non l’opera di una assemblea eletta dal popolo.
Tra le novità più importanti introdotte dallo Statuto vi sono
– l’adozione della religione cattolica come religione di Stato (pur riconoscendo il diritto a professare culti diversi da quello cattolico);
– il privilegio del re di gestire, da solo, il potere esecutivo;
– il potere legislativo veniva, invece, esercitato dal re e dai due rami del Parlamento (Camera e Senato).
Nello Statuto vengono anche enunciate le libertà e le garanzie fondamentali del cittadino.

Queste concessioni sono accompagnate da grandi manifestazioni di entusiasmo da parte dei cittadini e dei patrioti italiani.  Ma i movimenti rivoluzionari non si limitano all’Italia, ma interessano tutta l’Europa.

  • In Francia la popolazione insorge, provocando la fuga del re; viene quindi instaurato un Governo provvisorio 
  • In Austria il popolo protesta nelle strade di Vienna per chiedere delle riforme. L’Imperatore promette quindi una costituzione. Ci sono insurrezioni a Budapest, a Venezia e a Milano. A Milano la popolazione insorge in quelle che sono ricordate come le Cinque giornate di Milano che daranno l’avvio alla prima guerra di indipendenza. Durante le “Cinque giornate”, il popolo costringe gli Austriaci a fuggire. Anche a Venezia viene proclamata la Repubblica.
  • Si segnano insurrezioni anche in Prussia e in Polonia.
Approfondimenti sulle Cinque giornate di Milano

https://storiadimilano.altervista.org/le-cinque-giornate-di-milano/

https://www.treccani.it/enciclopedia/cinque-giornate-di-milano_%28Dizionario-di-Storia%29/
https://www.raiplay.it/video/2018/03/Passato-e-presente—LE-5-GIORNATE-DI-MILANO-55910864-2c0e-4d0c-9a2c-c109d38e8208.html

https://youtu.be/EwPB7XVjkIw

Anche queste insurrezioni vengono represse nel sangue grazie alle forze della Santa Alleanza, una forza di polizia sovranazionale europea.

Ma, nonostante la repressione armata, le idee continuano a diffondersi.  

Barricate durante le cinque giornate di Milano in una stampa dell’epoca

Approfondimento – Forme di sociabilità nell’Ottocento francese e italiano

https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/dossier/d08_02_00.html

Fonti

  • https://ilpretedelpopoloveneto.altervista.org/il-trattato-della-santa-alleanza-del-1815/
  • www.treccani.it
  • © ISTITUTO ITALIANO EDIZIONI ATLAS
  • M. Fossati, G. Lupi, E Zanette, Parlare di storia, Pearson
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Napoleone Bonaparte

Biografia

Napoleone Bonaparte era nato nel 1769 in Corsica, isola che l’anno prima la repubblica di Genova aveva venduto alla Francia.

Entrato nell’esercito rivoluzionario, vi aveva fatto una rapida carriera e a 25 anni era già generale.

A 27 anni, il Direttorio – in cui sua moglie, Giuseppina Beauharnais aveva amici influenti – gli affidò il comando dell’armata che combatteva in Italia.

In Europa alcuni stati erano ancora alleati nella coalizione antifrancese del 1793 come l’Austria, l’Inghilterra e quasi tutti gli Stati italiani. Contro l’Austria furono così allestite tre armate: due marciavano verso Vienna attraversando la Germania, la terza doveva intervenire in Italia. L’armata d’Italia era piuttosto piccola ma aveva un generale d’eccezione, Napoleone Bonaparte.

La campagna d’Italia

La campagna d’Italia (1796-1797) fu un trionfo.

Bonaparte sconfisse ripetutamente piemontesi e austriaci, s’impadronì di Nizza e della Savoia, che facevano parte del regno di Sardegna, ed entrò in Milano, capoluogo della Lombardia austriaca.

Poi invase il territorio della repubblica di Venezia, che invano si era proclamata neutrale, e, dopo la resa degli austriaci a Mantova, puntò su Vienna.

Battaglie e vittorie erano ben propagandate in Francia tanto che Napoleone divenne subito famoso.

Gli Stati italiani aderenti alla coalizione antifrancese si affrettarono a chiedere una tregua, ma in cambio dovettero consegnare a Napoleone denaro, viveri e un gran numero di opere d’arte che andarono ad arricchire i musei francesi.

Anche l’Austria fu costretta a scendere a patti con Napoleone: con la pace di Campoformio (ottobre 1797) essa riconosceva alla Francia il possesso della Lombardia e del Belgio, ma otteneva in cambio Venezia, l’Istria e la Dalmazia.

La repubblica di Venezia perdeva così, dopo più di mille anni, la sua indipendenza.

Le repubbliche dell’Italia napoleonica

Nel triennio 1796 – 1799 sorsero in Italia e in Europa, con l’appoggio dei francesi, numerose repubbliche, chiamate «repubbliche sorelle» per sottolineare la comunità d’ideali rivoluzionari che le legava alla Francia.

Napoleone entra trionfante in Milano – https://www.milanocittastato.it/evergreen/forse-non-sapevi-che/le-opere-napoleone-milano/

La Lombardia, unita nel luglio 1797 a parte del Veneto e dell’Emilia, formò la repubblica cisalpina. Nello stesso anno nacque anche la repubblica ligure, nel 1798 la repubblica romana e l’anno successivo la repubblica partenopea o napoletana.

Il 15 maggio, domenica di Pentecoste, Napoleone entrò in Milano
Coccarde tricolori e invettive contro la tirannia invasero Milano
Ma mentre si inneggiava al liberatore, Napoleone compì la più grande razzia mai perpetrata al mondo di ricchezze e di opere d’arte italiche.
Il 18 maggio i giacobini festeggiarono piantando l’albero della libertà in piazza Duomo

La repubblica cisalpina ebbe una sua costituzione, simile a quella francese dell’anno terzo, e una sua bandiera: il tricolore bianco, rosso e verde.

Queste repubbliche erano di fatto sotto dominio francese, ma ebbero governi formati da giacobini italiani: così si chiamavano i sostenitori delle idee della rivoluzione, che erano detti anche patrioti.

I giacobini italiani avevano dato vita a congiure e a complotti contro i governi ealcuni di loro, perseguitati dalla polizia, avevano trovato rifugio in Francia.Quando Napoleone scese nella penisola, sperarono di poter realizzare, conl’aiuto dell’esercito francese, i loro ideali di libertà o, addirittura, di unitàdella penisola sotto un governo repubblicano.

Ugo Foscolo sostenitore delle idee giacobine in Italia, si arruolò nell’esercito napoleonico in Italia.

Ma i francesi diffidavano deigiacobini italiani, molti dei quali apparivano loro dei pericolosi estremisti,e mostravano di considerare l’Italia come una terra da sfruttare.

Approfondimento – Il dominio napoleonico in Italia

La campagna d’Egitto

Per danneggiare l’Inghilterra si organizza la campagna d’Egitto.

Sconfitta l’Austria, alla Francia restava da battere soltanto l’Inghilterra. L’isola era difesa dal mare e da una flotta che sembrava imbattibile, perciò Napoleone scartò l’idea di attaccarla direttamente. Decise invece di ostacolarne il commercio, occupando l’Egitto, che gli Inglesi usavano come base per i loro traffici con le Indie orientali.

L’Egitto era allora sottomesso all’Impero turco, ma Napoleone non se ne curò: sbarcato ad Alessandria, cominciò la sua marcia verso l’interno e riportò presso le Piramidi un’importante vittoria (1798).

Intanto gli Inglesi, guidati dall’ammiraglio Orazio Nelson, sorprendevano ed affondavano la flotta francese nel porto di Abukir.

Senza più navi, Napoleone si trovò improvvisamente bloccato in Egitto, insieme con le sue truppe: l’obiettivo di danneggiare economicamente l’Inghilterra poteva dirsi fallito.

La campagna d’Egitto fu invece molto positiva per la storia, l’arte e le scienze, perché della spedizione francese facevano parte anche illustri studiosi dell’antica civiltà egizia: a loro si deve, fra l’altro, l’importante ritrovamento della stele di Rosetta.

Bonaparte penetrò anche in Palestina e in Siria, ma la difficile situazione degli eserciti francesi in Italia lo costrinse a tornare in Francia.

Tornato a Parigi, il 9 novembre 1799 (18 brumaio) organizzò un colpo di stato insieme agli uomini più moderati del Direttorio: il governo della Francia fu affidato a tre consoli e Napoleone assunse la carica di primo console.

L’Europa si coalizza per la seconda volta contro Napoleone

Mentre Napoleone Bonaparte era ancora isolato in Egitto, Austria, Turchia, Russia e il re di Sicilia Ferdinando di Borbone, cacciato dal trono di Napoli, si accordarono con l’Inghilterra per formare una seconda coalizione antifrancese. Nella 1799 un forte esercito austro-russo scese in Italia e fece crollare tutte le repubbliche che erano sorte nella penisola sotto la protezione francese. La sorte più drammatica toccò alla repubblica partenopea.

I popolani, poveri delle città partenopee (detti a Napoli «lazzaroni») e i contadini che, dopo la proclamazione della repubblica, avevano sperato invano di potersi impadronire di un pezzo di terra, guardavano con rabbia alle ricchezze dei giacobini italiani, quasi tutti ricchi borghesi o nobili, incapaci di capire i bisogni e i problemi della povera gente. Erano inoltre convinti che i francesi fossero feroci nemici di Dio e della Chiesa, così come li descrivevano molti preti e gli agenti dell’ex re di Napoli, Ferdinando di Borbone, fuggito in Sicilia. Perciò erano insorti contro il governo repubblicano, formando bande disordinate che a volte erano guidate da briganti.

Il cardinale-guerriero Fabrizio Ruffo, per conto del re in esilio, seppe organizzare abilmente le bande disperse in un’unica armata, detta della Santa Fede, che lottava in nome del re e della religione ma compiva violenze di ogni genere.

A capo di queste truppe Ruffo, partendo dalla Calabria, marciò su Napoli. Qui i patrioti repubblicani, abbandonati a sé stessi, si difesero coraggiosamente, ma furono sopraffatti nel giugno del 1799 e su di loro si abbatté la terribile vendetta di re Ferdinando, ritornato sul trono.

Il consolato e l’impero

Il 9 novembre 1799, certo della fedeltà dell’esercito, Napoleone impose l’abolizione del Direttorio e formò un nuovo governo formato da tre consoli: il consolato. Primo console fu Bonaparte stesso, a cui una nuova costituzione, votata subito dopo, assegnò poteri simili a quelli di un dittatore.

 Bonaparte si fece nominare console a vita e poi, nel 1804, imperatore dei francesi.

Quando giunse in Egitto la notizia della perdita dell’Italia, Napoleone decise di rientrare in patria.

In Francia il Direttorio non riusciva a dare stabilità al paese. Molti borghesi pensavano già di sostituirlo con un governo più forte, capace di difendere le conquiste della rivoluzione, ma anche di assicurare al paese ordine e sicurezza.

Per compiere il colpo di stato occorreva però un uomo, o meglio, un militare, che godesse di larga popolarità. Il generale Bonaparte, che era l’eroe della campagna d’Italia e il vincitore delle Piramidi, sembrò l’uomo più adatto per impadronirsi del potere.

Ormai padrone della Francia, Bonaparte affrontò le potenze della seconda coalizione e in breve tempo pose fine alla guerra.

Nel giugno 1800 gli austriaci furono battuti a Marengo, in Piemonte, e l’anno dopo chiesero la pace. In Italia rinacque la repubblica cisalpina, trasformata nel 1802 in repubblica italiana.

Nello stesso anno anche l’Inghilterra fu costretta a firmare la pace di Amiens.

Nel 1801 ottenne la pacificazione con la Chiesa, stipulando un concordato con papa Pio VII: la Chiesa rinunciò ai beni confiscati e Napoleone le concesse libertà di culto.

Nel 1804 Bonaparte diventò imperatore, con la consacrazione di Pio VII.

La cerimonia dell’incoronazione si svolse alla presenza di papa Pio VII, giunto apposta a Parigi.

Ma non fu il papa a porre la corona sul capo dell’imperatore: Bonaparte, per sottolineare che non riconosceva al pontefice alcuna autorità su di lui, cinse da solo la corona. Da allora, come avviene per i sovrani, venne chiamato col solo nome di battesimo, Napoleone.

L’anno dopo, la repubblica italiana fu trasformata in un regno, il Regno d’Italia, di cui Napoleone fu re: l’incoronazione ebbe luogo a Milano nel 1805.

Viceré fu Eugenio Beauharnais, figlio adottivo dell’imperatore.

In breve l’intera penisola divenne una specie di feudo per la famiglia imperiale.

Il codice civile

Uno dei provvedimenti più importanti di Napoleone fu l’approvazione di un Codice civile, che sarebbe stato poi adottato in molti paesi europei. Inoltre il Bonaparte rinnovò l’amministrazione, dividendo la Francia in dipartimenti, affidati ai prefetti. Oltre al nuovo Codice civile promulgò il nuovo Codice penale e il Codice commerciale.

Napoleone creò, inoltre, una nuova nobiltà, anche se la società napoleonica fu essenzialmente borghese: la borghesia agraria si rafforzò, grazie anche all’acquisto dei beni del clero; i proprietari diventarono il ceto dominante, mentre cresceva fortemente quello degli impiegati.

Napoleone conquista l’Europa

Alla testa di un grande esercito, Napoleone passava di successo in successo. Occupò Vienna e, più tardi, Berlino. Riportò ad Austerlitz, nel 1805, una sfolgorante vittoria sull’esercito austro-russo, infine batté i Prussiani a Jena (1806) e di nuovo gli austriaci a Wagram (1809). Tutta l’Europa occidentale, dal mare del Nord al Mediterraneo, dalla Spagna alla Polonia, era ormai nelle sue mani.

La Russia era divenuta sua alleata e anche l’Austria aveva assunto atteggiamenti più amichevoli, giungendo perfino a dargli in sposa Maria Luisa d’Asburgo, figlia dell’imperatore. Napoleone la sposò nel 1810, dopo aver divorziato da Giuseppina, e da lei ebbe l’erede tanto desiderato, a cui fu imposto il nome di Napoleone e il titolo altisonante di «re di Roma».

Il crollo dell’Impero napoleonico

La Gran Bretagna restava una nemica irriducibile. Per colpirla nei suoi interessi commerciali, nel 1806 Napoleone proclamò il blocco continentale, con l’adesione di Russia, Prussia e Spagna.

 Nel 1810 Napoleone era all’apogeo della potenza.

Proprio in quell’anno, però, la Russia violò il blocco continentale.

Nel 1812 Napoleone decise di punire Alessandro I e invase la Russia, con una gigantesca armata di 700 000 uomini: la campagna di Russia.

Riuscì a raggiungere Mosca ma dovette poi ritirarsi, perdendo centinaia di migliaia di uomini.

Avvicinandosi il terribile inverno russo, fu costretto a ordinare la ritirata che si trasformò in una catastrofe senza precedenti.

Napoleone era convinto di poter portare rapidamente i suoi soldati alla vittoria, ma i generali russi adottarono una tattica che lo colse di sorpresa: essi si ritiravano quasi senza combattere, attirando l’armata napoleonica sempre più profondamente all’interno del paese e distruggendo campi e case dietro di sé, perché gli invasori non trovassero né cibo né riparo. Napoleone giunse a Mosca ma l’occupazione della capitale russa non fu una vittoria perché la città era deserta. L’imperatore francese attese invano che lo zar chiedesse la pace. Uno dei momenti più drammatici della ritirata fu il guado del fiume Beresina, dove l’esercito napoleonico subì perdite enormi (novembre 1812). Della grande armata di quasi 700 000 uomini partiti per la Russia non più di 18 000 superstiti riuscirono a tornare in patria.  

Approfittando della situazione i nemici della Francia formarono una sesta coalizione contro Napoleone che subì una terribile sconfitta a Lipsia, in Germania, nel 1813, e l’anno successivo fu costretto ad abdicare a favore di Luigi XVIII ed a lasciare la Francia. Esiliato nell’isola d’Elba, riuscì l’anno seguente a sbarcare in Francia, dove era stata ripristinata la monarchia col fratello di Luigi XVI; riprese il potere, ma fu battuto definitivamente a Waterloo dagli eserciti britannico e prussiano.

Morì esiliato dagli inglesi nell’isola di Sant’Elena, il 5 maggio del 1821.

Alla sua morte Alessandro Manzoni scrisse un’ode Il cinque maggio

Fonti

http://www.treccani.it/

Fossati, Luppi, Zanette, PARLARE DI STORIA, Bruno Mondadori

Paolucci, Signorini La storia in tasca. Dalla metà del Seicento all’inizio del Novecento © Zanichelli editore 2013

Paolo Di Sacco, Facciamo STORIA 2, Sei Editore.

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Età delle rivoluzioni Letteratura tedesca Romanticismo, Settecento

Goethe

Cenni sulla biografia

Johann Wolfgang Goethe fu un poeta, un narratore, un filosofo e un insigne drammaturgo tedesco.

La sua firma

È considerato un genio fra i più grandi e della storia moderna. Lui espresse la libertà di sentimenti e di espressione e segnò un cambiamento radicale nella coscienza culturale tedesca ed europea. Tra le sue opere più famose troviamo il romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther” del 1774, il dramma poetico “Faust” e il romanzo “Le affinità elettive”.

Ritratto di Johann Wolfgang Goethe

Johann Wolfgang von Goethe nacque a Francoforte sul Meno, primogenito di un avvocato Johann Caspar e Katherine la figlia del sindaco della città. Goethe ebbe un’infanzia agiata e fu influenzato da sua madre che lo indirizzò verso le sue aspirazioni letterarie.

Ricevette una formazione eterogenea. A 16 anni cominciò a studiare legge e pittura e nel 1774 pubblicò il suo primo romanzo “I dolori del giovane Werther”

Werther è il prototipo dell’eroe romantico. Vive una gioventù molto avventurosa. Dopo un viaggio in Svizzera, egli operò una rottura decisiva con il suo passato. Nel 1775 fu accolto dal duca Karl nella piccola corte di Weimar dove lavorò in diversi uffici governativi. Tra gli altri impegni e passioni, si dedicò anche allo studio delle scienze naturali. Scriveva testi che leggeva, occasionalmente, ad alta voce ad un gruppo selezionato di persone – fra loro il duca e le due duchesse.

Nel 1786 Goethe, a 37 anni, intraprese il suo primo viaggio in Italia, durato quasi due anni: arrivò a Trento il 10 settembre e poi continuò il suo viaggio verso Rovereto e Torbole.

«Eccomi a Rovereto, punto divisorio della lingua; più a nord si oscilla ancora fra il tedesco e l’italiano.
Qui per la prima volta ho trovato un postiglione italiano autentico; il locandiere non parla tedesco, e io devo porre alla prova le mie capacità linguistiche.
Come sono contento che questa lingua amata diventi ormai la lingua viva, la lingua dell’uso!»

Tratto da Viaggio in Italia, 1829.

Ma cosa vuol dire viaggiare nel Settecento?

Nel Settecento, viaggiare comportava il dover sopportare vere torture fisiche.

“Si dice le strade tedesche siano in ottimo stato, ma non è vero.
Solo alcune di esse sono veramente agibili.
I passeggeri soffrono, e tremano quando la carrozza passa accanto ai burroni.
Ci sono torrenti da guadare, paludi inospitali… spesso non resta che scendere e proseguire a piedi”.
Christian Friedrich von Lüder – 1780

Chi viaggiava?

Nel settecento il “turismo” come lo conosciamo oggi non esisteva. Viaggiare era pericoloso, i l ladri erano sempre presenti nelle strade. Le carrozze si rompevano facilmente per il cattivo stato delle strade. Per i viaggi all’estero c’era un ulteriore problema: la lingua. Pochissimi conoscevano una lingua straniera.

I viaggi erano lenti e lunghi, in una settimana si riuscivano a fare forse 500-600 chilometri

Ma chi poteva viaggiare? Solo poche categorie:

  • i più ricchi che potevano permettersi di non lavorare a disponevano delle risorse necessarie per affrontare lunghi viaggi;
  • i commercianti per necessità;
  • i pellegrini che andavano a Roma per ottenere l’indulgenza;
  • scrittori, pittori architetti che volevano imparare presso maestri stranieri o che cercavano ispirazioni artistiche.

Ad esempio Albrecht Dürer, massimo esponente della pittura tedesca rinascimentale, andò in Italia e in Olanda per imparare l’arte pittorica.

Il ricco banchiere Fugger mandò suo figlio a Venezia per conoscere il sistema bancario italiano.

Il piccolo Mozart fu portato in giro per l’Europa e venne anche in Italia per farsi conoscere.

Architetti e pittori italiani andarono in Germania, perché lì l’arte italiana era richiesta e c’erano buone possibilità di guadagnare.

Tra il XVIII e il XIX secolo il viaggio in Italia, il bel paese, diventò tappa quasi obbligatoria nell’educazione dei giovani delle ricche famiglie inglesi, francesi e tedesche, per completare l’istruzione tradizionale da parte degli insegnanti privati.

Ma un viaggio restava comunque sempre un’impresa notevole, costosa e pericolosa, tanto che il 95% della gente non lasciava mai la città dove viveva e lavorava.

Perché Goethe venne in Italia

Il suo viaggio fu una specie di fuga. Il lavoro come ministro a Weimar aveva soffocato la sua creatività e lui sentiva la necessità di cambiare.

L’Italia era sempre stata il suo sogno, la Magna Grecia, Roma. Tuffandosi in quell’ambiente classico sperava di poter rinascere come artista.

Ma non voleva che nessuno gli impedisse di partire, quindi preparò questa fuga di nascosto.

Il 3 settembre, alle tre di notte, partì con la carrozza della posta, senza salutare nessuno.

All’inizio viaggiava sotto un falso nome perché non voleva essere riconosciuto, voleva godersi l’Italia senza dover rendere conto a nessuno.

Brano tratto da Viaggio in Italia – Incipit

Ratisbona, 4 settembre 1786.

Alle tre del mattino me la svignai da Karlsbad temendo che altrimenti non mi avrebbero lasciato partire.
Gli amici, che il 28 agosto avevano voluto così cordialmente festeggiare il mio compleanno, si erano con ciò acquistato il diritto di trattenermi, ma io non potevo rimanere più lungamente.
Portando con me soltanto un portamantello ed una valigia mi buttai, solo, in una carrozza postale e giunsi a Zwoda alle sette e mezzo in un mattino nebbioso, ma bello e calmo.
Le nubi più in alto erano come strisce lanose, quelle più in basso erano dense.
Mi apparvero di buon augurio: speravo di poter godere d’un piacevole autunno dopo una così cattiva stagione estiva.

Cosa cercava Goethe in Italia?

Goethe cercava tracce dell’antichità greca e romana.

Quando a Verona, vide per la prima volta un monumento romano “dal vivo”, cioè l’Arena, fu davvero felice.

Una volta arrivato a Roma, si sentì subito a casa. Si comportava come se non fosse mai vissuto da un’altra parte.

Il viaggio sarebbe dovuto durare solo alcuni mesi, ma lui rimase quasi due anni in Italia. Più che un viaggio lui visse una vita in Italia; più si fermava, più cominciava ad interessarsi anche della vita italiana.

Goethe si innamorò per la prima volta in Italia!

Lui, che aveva scritto innumerevoli poesie d’amore e romanzi pieni di passione, in Italia, a 37 anni, scopre l’amore, quello fisico, sensuale.

Nel suo soggiorno nel bel paese lui dipinse tantissimo: portò a casa circa mille disegni.

Inoltre ricominciò a scrivere il suo diario che fu pubblicato nel 1829. Si tratta di un libro interessante ma insolito. Nel suo diario Goethe descrive le impressioni sul paese e sulla gente, mescolate con riflessioni su arte, cultura e letteratura. Leggendo il libro si capisce più di Goethe che dell‘Italia. È un libro sull‘Italia di Goethe, la sua Italia, un‘Italia che nessun’altro poteva vivere così.

Al suo secondo viaggio scrive:

L’Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.
Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell’altro, diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé.
Bello è il paese! Ma Faustina, ahimè, più non ritrovo.
Non è più questa l’Italia che lasciai con dolore.  

Alcuni frammenti del suo diario di viaggio

A Napoli

27 febbraio 1787 Oggi mi son dato alla pazza gioia, dedicando tutto il mio tempo a queste incomparabili bellezze. Si ha un bel dire, raccontare, dipingere; ma esse sono al disopra di ogni descrizione. La spiaggia, il golfo, le insenature del mare, il Vesuvio, la città, i sobborghi, i castelli, le ville! Questa sera ci siamo recati alla Grotta di Posillipo, nel momento in cui il sole, passa con i suoi raggi alla parte opposta. Ho perdonato a tutti quelli che perdono la testa per questa città e mi sono ricordato con tenerezza di mio padre, che aveva conservato un’impressione incancellabile proprio degli oggetti da me visti oggi per la prima volta.  

Sulla gente

Con la gente già mi trovo molto meglio. Solo bisogna pesarla con la bilancia del bottegaio e in nessun modo con quella dell’oro …  Qui l’uno non sa nulla dell’altro e notano appena che corrono qua e là gli uni accanto agli altri. Vanno e vengono ogni giorno in un paradiso, senza troppo guardare attorno a sé. E se l’abisso infernale che hanno vicino va in furore, si ricorre al sangue di San Gennaro …  

Roma

Quando si considera un’esistenza come quella di Roma, vecchia di oltre duemila anni e più, e si pensa che è pur sempre lo stesso suolo, lo stesso colle, sovente perfino le stesse colonne e mura, e si scorgono nel popolo tracce dell’antico carattere, ci si sente compenetrati dei grandi decreti del destino. L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine nello spirito: soltanto qui è la chiave di tutto. Roma è la capitale del mondo! In questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto di essere nato una seconda volta, d’essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede a Roma. Le sue bellezze mi hanno sollevato poco a poco fino alla loro altezza. Si trovano a Roma vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo tali, che superano l’una e l’altro, la nostra immaginazione.  

Opere

Poesie

Woher sind wir geboren?Da dove siamo nati?

Lettura della poesia

Faust

Il “Faust” è un dramma in versi scritto da Goethe, nel 1808, considerato una delle opere più importanti della letteratura europea. Si ispira alla leggenda medievale che narra di un tal dottor Fausto che vendette l’anima al diavolo. Si tratta del racconto dell’eterna battaglia tra i vizi e le virtù dell’uomo. Questa leggenda era molto popolare nel medioevo, e venne resa immortale da Goethe.

Il protagonista della tragedia di Goethe è il dottor Faust, uno scienziato mago, vissuto nel XVI secolo. Egli era ossessionato dal desiderio della conoscenza assoluta e decide di vendere l’anima al diavolo in cambio di conoscenza, potere e nuova giovinezza.

Alla fine il Faust muore ma ottiene la salvezza dell’anima grazie alla bontà di Dio e alla sua aspirazione verso l’infinito.

Le affinità elettive

Le affinità elettive è il quarto romanzo di Goethe, pubblicato nel 1809.

Scena tratta dal film “Le affinità elettive” film del 1996 diretto dai fratelli Taviani.

Il romanzo racconta la vita di una coppia sposata che, trovandosi a convivere con un amico di lui e con la nipote di lei, va incontro al disfacimento della propria relazione e alla formazione di due nuove coppie, che in brevissimo tempo si divideranno per colpa di una serie di eventi avversi, che faranno terminare la storia in modo tragico.

I dolori del giovane Werther

I dolori del giovane Werther è un romanzo epistolare di Johann Wolfgang Goethe pubblicato nel 1774. Il Werther (come viene anche riduttivamente chiamato) appartiene all’età giovanile di Goethe ed è considerato opera simbolo del movimento dello Sturm und Drang, anticipando molti temi che saranno propri del romanticismo tedesco.

Il romanzo è composto da una serie di lettere che il protagonista invia al suo amico Guglielmo nel corso di 20 mesi (dal maggio 1771 fino alla fine di dicembre dell’anno successivo).

Il genere epistolare ha un celebre precedente nelle Lettere persiane di Montesquieu, del 1782, e ne Le relazioni pericolose di Laclos, del 1782.

La letteratura epistolare diaristica è una forma particolarmente adatta ad esprimere il nuovo modo di sentire di un’epoca stanca di opere letterarie monumentali e solenni.  Infatti c’è un crescente interesse nell’indagare le pieghe dell’animo umano. Lo stile epistolare infatti favorisce l’uso di un tono intimo, di atteggiamento privato. All’interno dell’opera si vanno a ricercare i valori borghesi come l’autenticità, la sensibilità, l’interiorità, le virtù e l’amicizia.

In questo romanzo troviamo solo le lettere del protagonista, e non quelle del destinatario.

La trama ha spunto autobiografico.

Vengono narrati i tormenti e le sofferenze amorose di un giovane borghese, il ventenne Werther, per la bella Charlotte.

Lei è sorella maggiore di molti fratellini che accudisce amorevolmente come una madre. È già promessa in sposa ad Alberto, uomo generoso e sensibile.

Dopo varie vicissitudini, il protagonistaincapace di affrontare le costrizioni piccolo-borghesi che costellano la sua vita e stufo di sopportare un amore che non può avere altro sbocco se non l’infelicità, si suicida.

Rispondi

  1. Per quale motivo Goethe è considerato genio?
  2. Traccia una breve biografia di Johann Wolfgang von Goethe.
  3. Per quale motivo Goethe volle venire in Italia? Cosa cercava?
  4. Come va il suo primo viaggio?
  5. E il successivo?
  6. Quali impressioni trasse dalla sua prima tappa?
  7. Cosa apprezzò Goethe a Roma e a Napoli?
  8. Cosa pensa degli italiani? 
  9. Come si viaggiava nel Settecento?
  10. Ti sarebbe piaciuto viaggiare a quel tempo? Argomenta la tua risposta.
  11. Ti piace viaggiare? Che tipo di viaggi ami fare? Argomenta la tua risposta.
  12. Leggi la trama del Faust, ti ricorda qualche film che hai visto o libro che hai letto?
  13. In caso negativo, che riflessione ti suscita questo personaggio? 

Antologia Werther

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https://ww.liberliber.it/mediateca/libri/g/goethe/i_dolori_del_giovane_werther/pdf/goethe_i_dolori_del_giovane_werther.pdf

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La rivoluzione americana

Nord America tra 500 e 600

L’immenso territorio degli Stati Uniti al momento dell’inizio delle conquiste coloniali nel secolo XVI era abitato da tribù indiane che ammontavano complessivamente, a circa un milione di persone.

Tra esse, le principali erano gli irokesi, i muskhogee e gli algonchini, dediti alla caccia e alla pesca e solo secondariamente all’agricoltura.

La colonizzazione europea ebbe il carattere di una conquista progressiva dei territori degli indiani nordamericani da cui gli indiani stessi furono cacciati. Questo accadde perché, a differenza degli indios sudamericani, gli indiani d’America non si adattarono a un processo di integrazione nel sistema sociale dei bianchi.

L’immensa parte del Nord America divenuta poi gli Stati Uniti vide fra i secoli XVI e XVIII la penetrazione di quattro potenze: la Spagna, la Francia, l’Olanda e l’Inghilterra.

Spagna

Gli spagnoli, alla ricerca dell’oro che non trovarono e spinti dall’ansia di convertire alla fede gli indigeni, esplorarono una parte assai ampia del territorio – California, Arizona, Nuovo Messico, Virginia, Carolina, Florida – giungendo a penetrare a fine Settecento anche nel Michigan, dove vennero stabilite colonie e missioni.

Francia

La colonizzazione francese, iniziata nella prima metà del Cinquecento, si sviluppò fra Cinque e Seicento partendo dal Canada e penetrando nell’Acadia (poi Nuova Scozia), nella baia di Hudson, a Terranova, fino a comprendere l’immensa fascia a ovest del Mississippi – chiamata Louisiana in onore di Luigi XIV – che giungeva fino a Nuova Orléans.

L’impero coloniale francese nel territorio che poi divenne degli Stati Uniti fu tuttavia interamente perduto a favore dell’Inghilterra in seguito ai trattati del 1713 e del 1763 che posero fine, rispettivamente, alla guerra di Successione spagnola e alla guerra dei Sette anni.

Olanda

L’Olanda ebbe un ruolo minore ma non certo trascurabile nella regione. Ad essa fu dovuta la costituzione della Nuova Olanda, il cui primo nucleo fu formato da Nuova Amsterdam (dal 1664 New York), fondata nel 1624, che fu popolata anche da protestanti francesi, inglesi e tedeschi.

Nel 1667 i possedimenti olandesi, che si erano estesi agli insediamenti svedesi nel Delaware, vennero ceduti all’Inghilterra.

Inghilterra

L’impronta determinante alle zone della costa orientale che costituirono il nucleo iniziale degli Stati Uniti fu data dalla colonizzazione inglese.

La formazione dell’America anglosassone va fatta risalire a cavallo fra i secoli XVI e XVII, con la costituzione, definitivamente conclusa nel 1607, della colonia della Virginia. Poco dopo, nella parte settentrionale della costa atlantica, e cioè nella Nuova Inghilterra, l’arrivo nel 1620 di un centinaio di dissidenti puritani inglesi, i “padri pellegrini”, sbarcati dalla Mayflower nel Massachusetts con l’intento di fondare una società cristiana di eletti, segnò l’inizio di insediamenti che portarono alla creazione di altre colonie quali il New Hampshire, il Connecticut e il Rhode Island (fu in quest’ultima che vennero affermati i principi della libertà politica, della libertà di coscienza e della separazione fra stato e chiesa).

Nel 1634 sorse il Maryland. E l’estendersi della colonizzazione portò alla formazione della Carolina, poi divisa nel 1689 fra Carolina del Nord e Carolina del Sud.

Nel 1681 William Penn ottenne da Carlo II il territorio che poi prese da lui il nome di Pennsylvania.

Le tredici colonie

Alla metà del Settecento, le colonie apparivano divise in tre grandi regioni.

Nord – New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut

Il territorio agricolo era suddiviso in proprietà prevalentemente di media e piccola dimensione. Erano ben sviluppate la pesca e il commercio. La religione praticata era il puritanesimo. La popolazione era a grande maggioranza inglese.

Centro – New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware

L’attività economica prevalente era l’agricoltura e il primato sociale era saldamente tenuto dal ceto commerciale. Qui risultava maggioritaria la componente non inglese della popolazione (assai forti le componenti tedesca e olandese) e era prevalente lo spirito di tolleranza religiosa in relazione alla varietà delle sette protestanti.

Sud – Maryland, Virginia, Carolina del Nord e Carolina del Sud, Georgia

Sul territorio povero di centri urbani, predominava l’economia delle piantagioni: qui la popolazione bianca, anglicana, dominava sugli schiavi neri. La religione praticata negli stati del Sud era quella anglicana e vigeva un certo autoritarismo.

La religione nelle tredici colonie atlantiche

Nelle colonie inglesi vennero a incontrarsi e a scontrarsi diverse fedi religiose. A nord prevalevano i puritani e i quaccheri (i quali ultimi ebbero la loro roccaforte nel New Jersey); a sud gli anglicani. Una piccola minoranza erano i cattolici. Fu proprio il pluralismo religioso, l’assenza di una consolidata casta aristocratica, la necessità di regolare differenze religiose e culturali e di dare espressione agli interessi emergenti in un territorio aperto e nuovo a favorire il sorgere nelle colonie inglesi d’America di istituti di relativo autogoverno. Tali organi di autogoverno non vennero scossi neppure dopo che, a partire dalla fine del Seicento, la corona subordinò strettamente l’economia coloniale agli interessi di Londra, senza però imporre un controllo burocratico centralistico sulla loro vita politica e sociale.

Il sistema coloniale

Maggiore libertà religiosa, opportunità di riscatto e di lavoro, territori ampi e inesplorati: questi furono i motivi per cui le colonie erano meta di un costante flusso di immigrati alla ricerca di migliori condizioni di vita.

Lo sviluppo demografico era intenso, tanto che gli abitanti passarono da meno di 300.000 agli inizi del XVII secolo a 1.700.000 nel cinquantennio successivo. Nel 1790, conquistata l’indipendenza, sarebbero diventati 4 milioni.

Anche la popolazione nera, in virtù del commercio triangolare, aumentò passando da circa 20.000 a oltre 400.000 presenze

Nel Nuovo Mondo il potere sociale dominante non era quello dell’aristocrazia di sangue ma quello del denaro.

Il mondo intellettuale, pur mantenendo un forte legame con la cultura europea, era comunque ormai autonomo e originale. Uno dei suoi più tipici rappresentanti fu il grande Benjamin Franklin (1706-1790), uomo fattosi da sé, giornalista, inventore, imprenditore, uomo politico.

Per la propria formazione, l’élite poteva contare su college come Harvard, Yale, Princeton. Anche l’istruzione era assai diffusa nelle colonie settentrionali e centrali, in maniera superiore rispetto all’Europa.

Una caratteristica dominante della vita americana era la spinta verso ovest, alla conquista di nuove terre da occupare e coltivare. In questa corsa, i bianchi furono indotti a scontrarsi sistematicamente con gli indiani, i quali, in quanto popolazioni di nomadi e cacciatori, erano ostili all’insediamento nelle proprie terre di popolazioni estranee e sedentarie. Ci furono anche tentativi di stabilire accordi pacifici, ma i bianchi si sentivano superiori alle popolazioni indigene ed erano dotati di una maggiore forza materiale, e gli indiani rifiutavano ogni idea di integrazione nella società dei coloni. Per questo gli scontri tra bianchi e pellerossa furono improntati alla violenza.

Benjamin Franklin – Di Da Joseph Duplessis – http://www.npg.si.edu/exh/brush/ben.htm, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=52076

Le relazioni commerciali tra Inghilterra e colonie

L’economia delle colonie doveva essere asservita a quella della madrepatria che aveva il monopolio su ogni prodotto: le colonie cioè potevano commerciare solo con l’Inghilterra.

Il sistema produttivo coloniale forniva alla madre patria prodotti agricoli, pellicce, indaco, materiali per i cantieri navali. Si pensi che il 40% della flotta inglese, a metà Settecento, proviene dai cantieri delle colonie.

In terra coloniale era proibito avviare attività manifatturiere e importare manufatti da altri paesi che non fosse l’Inghilterra.

In cambio l’Inghilterra forniva protezione e l’inserimento in un sistema commerciale dinamico come quello inglese. Inoltre il governo inglese tollerava il contrabbando degli americani con le vicine colonie francesi e olandesi

Dopo la guerra dei Sette anni (1756-63), conclusa con la sconfitta della Francia da parte dell’Inghilterra, le colonie furono liberate dalla presenza francese. I coloni inglesi, più sicuri di sé, sentirono sempre più acuta l’esigenza di rinegoziare i loro rapporti con la madrepatria, affermando il diritto di parità e chiedendo di essere rappresentati nel parlamento di Londra. Ma Londra, che aveva contratto grossi debiti durante la guerra dei sette anni, voleva ribadire la propria autorità per beneficiare dei vantaggi coloniali. Per questo tra il 1763 e il 1765 il governo inglese inasprì il carico fiscale e impose il mantenimento di un esercito stanziale di 10 mila uomini.

Stamp act

L’evento che il 22 marzo 1765 aprì il contenzioso fra i coloni americani e l’Inghilterra fu l’approvazione da parte del parlamento di Londra di una legge sul bollo “Stamp Act”. Questa legge introduceva una nuova tassa a carico degli americani imponendo una tassa su:

  • giornali,
  • carte da gioco,
  • dadi,
  • almanacchi e calendari
  • sulle licenze di vendita delle bevande alcoliche.

Venne inoltre imposta l’applicazione del bollo su un gran numero di documenti:

  • affitti,
  • testamenti, 
  • atti di compravendita,
  • gli atti notarili,
  • diplomi scolastici.
Marca da bollo da un penny (1765) – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:1765_one_penny_stamp.jpg

La legge precisava inoltre che le somme così raccolte sarebbero servite alle spese di difesa, protezione e sicurezza delle colonie. Queste novità ovviamente non vennero apprezzate dagli americani.

Alcuni mesi dopo si riunirono a New York alcuni delegati di nove colonie dichiararono di ritenere che il parlamento inglese non avesse il diritto di imporre tali tasse in virtù del principio “no taxation without representation”. Infatti le colonie americane, che già avevano grossi vincoli commerciali che con la madre patria, non erano rappresentati nel parlamento londinese. Secondo loro il parlamento non aveva il diritto di imporre tasse a fasce di cittadini che non erano rappresentati.

La fermezza delle prese di posizione non fece che crescere, inducendo il parlamento inglese a ritirare lo Stamp Act, ma senza far marcia indietro sulla vera questione di principio.ù

Doc. 1 – Dichiarazione sullo Stamp Act

Appena la notizia dell’approvazione della legge sul bollo ebbe raggiunto le colonie americane, si riunirono assemblee di delegati che approvarono dichiarazioni di protesta contro quel provvedimento o ne dichiararono senz’altro l’illegittimità. L’assemblea tenuta a New York nell’ottobre 1765 poté quasi rivendicare di essere un congresso di tutti gli americani, perché vi parteciparono i delegati di nove colonie (quelle assenti erano New Hampshire, Virginia, North Carolina, Georgia).
 
[“Noi membri di questo congresso” formuliamo “le seguenti enunciazioni del nostro umile parere”:]
I. Che i sudditi di sua Maestà in questo colonie devono la stessa fedeltà alla Corona di Gran Bretagna che è dovuta dai suoi sudditi nati nel regno, ed ogni debita soggezione a quell’augusta assemblea che è il Parlamento di Gran Bretagna.
II. Che ai fedeli sudditi di sua Maestà in queste colonie spettano tutti i diritti innati e tutte le libertà dei sudditi nati naturalmente nel regno di Gran Bretagna.
III. Che è inseparabile dalla libertà di un popolo, e indiscusso diritto degli inglesi, che non siano imposte tasse senza il loro consenso, espresso direttamente o per mezzo dei loro rappresentanti.
IV. Che il popolo di queste colonie non è, e non può per le sue circostanze locali, essere rappresentato nella Camera dei Comuni in Gran Bretagna.
V. Che i soli rappresentanti del popolo di queste colonie, sono le persone ivi scelte da esse; che non sono mai state imposte tasse, né possono esserlo costituzionalmente, se non dalle loro rispettive assemblee legislative.
VI. Che poiché tutte le forniture inviate alla Corona sono libere donazioni del popolo, è irragionevole e incompatibile con i principi e lo spirito della costituzione britannica che il popolo di Gran Bretagna conceda a sua Maestà ciò che è proprietà dei coloni […].
X. Che, poiché i profitti del commercio di queste colonie si accumulano in ultima analisi in Gran Bretagna per il pagamento dei manufatti che sono obbligate ad acquistare da essa, le colonie di fatto concorrono in misura assai ampia ai contributi stanziati a favore della Corona.
XI. Che le restrizioni imposte da vari recenti provvedimenti del Parlamento sul commercio di queste colonie le metteranno nell’impossibilità di acquistare i manufatti della Gran Bretagna […].
XIII. Che è diritto dei sudditi di queste colonie di indirizzare petizioni al re o ad una delle due Camere del Parlamento.

La formazione degli Stati Uniti d’America, a c. di A. Aquarone, G. Negri, G. Scelba, Nistri Lischi, Pisa 1961, vol. I, pp. 257-259.
 
Rispondi
Quale diritto tradizionale degli inglesi viene rivendicato dai coloni americani?
A chi spetta il compito di rappresentare i coloni americani?
https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p07_01_01.html

Doc. 2 – Deliberazione sullo Stamp Act

Nei giorni che precedettero e seguirono il 1° novembre, data prevista per l’entrata in vigore della legge sul bollo, gruppi di manifestanti che si attribuivano il nome di “Figli della libertà” cominciarono a sollecitare energicamente le assemblee delle colonie perché proclamassero il totale boicottaggio delle merci inglesi. Il 31 ottobre i mercanti di New York stipularono fra di loro un patto per cessare di importare merci inglesi, qualora la legge sul bollo non fosse stata revocata. Dieci giorni dopo l’assemblea del Connecticut, anche per le forti pressioni dei “Figli della libertà”, approvò una dichiarazione assai più radicale di quella già adottata dai congressisti di New York.

I. Tutte le forme di governo legittimo derivano dal consenso del popolo.
II. I limiti posti dal popolo in tutte le costituzioni sono i soli limiti entro i quali i funzionari possono legalmente esercitare la loro autorità.
III. Ogni qualvolta vengano oltrepassati tali limiti, il popolo ha il diritto di riassumere direttamente l’esercizio di quell’autorità che aveva precedentemente delegato a determinati individui.
IV. Ogni tassa imposta su sudditi inglesi senza il loro consenso è contraria ai diritti naturali ed ai limiti prescritti dalla costituzione inglese.
V. Lo Stamp Act in particolare è una tassa imposta alla colonia senza il suo consenso.
VI. È dovere di ogni persona nelle colonie di opporsi con ogni mezzo legittimo all’esecuzione di queste leggi loro imposte e, ove non possa liberarsene altrimenti, di invocare i propri diritti naturali e l’autorità di cui le leggi di natura e di Dio li hanno investiti.

La formazione degli Stati Uniti d’America, a c. di A. Aquarone, G. Negri, G. Scelba, Nistri Lischi, Pisa 1961, vol. I, pp. 261-263.
 
Quesito – Quale diritto viene posto a fondamento dell’esercizio dell’autorità politica da parte dei funzionari a ciò preposti?

Tratto da https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p07_01_02.html

Le tappe della guerra di indipendenza

1773 – In risposta al continuo innalzamento delle tasse, promosse dal governo britannico, un gruppo di giovani americani, appartenenti al gruppo patriottico dei Figli della libertà – Sons of Liberty, travestiti da indiani Mohawk, si imbarcò a bordo delle navi inglesi ancorate nel porto di Boston. Una volta a bordo gettarono in mare le casse di tè destinate al mercato delle colonie. L’episodio divenne famoso col nome di “Boston tea party” e fu alle origini di una nuova dichiarazione degli americani, in cui si esprimevano sempre più intenzioni indipendentiste.

Il governo inglese reagì duramente imponendo nuove leggi restrittive – chiusura del porto di Boston, riduzione delle autonomie del Massachusetts con revoca del diritto di amministrare la giustizia – e accusando di alto tradimento alcuni cittadini delle colonie americane.

Il Tea Party fu considerato da molti come la scintilla della rivoluzione americana.

16/12/1763: “Boston tea party”.
I “Figli della libertà” distruggono un carico di tè inglese nel porto di Boston.

1774 – Il governo inglese attuò dei provvedimenti con cui furono sottratti alle colonie i poteri di governo e l’amministrazione della giustizia che furono riassegnati ai tribunali inglesi. I coloni reagirono convocando a Filadelfia il I Congresso continentale, che proclamò nulle le “leggi intollerabili”, organizzò il boicottaggio economico contro l’Inghilterra e diede vita a una Associazione continentale per la politica economica. Le assemblee coloniali incominciarono a costituirsi come poteri indipendenti.

Doc. 3 – I diritti delle colonieCongresso continentale

Nell’ottobre 1774 si riunirono a Filadelfia, in Pennsylvania, i delegati di dodici delle colonie americane (erano assenti solo quelli della Georgia), in quello che fu chiamato “congresso continentale”.
Scopo del congresso era stabilire l’atteggiamento comune da tenere nei confronti dei tre provvedimenti repressivi presi dal parlamento inglese contro la città di Boston e l’intera colonia del Massachusetts, accusate di aver tollerato il danneggiamento dei beni della East India Company:
il porto di Boston veniva chiuso fino al risarcimento dei danni,
i poteri dell’assemblea della colonia erano ridotti,
i funzionari denunciati per i recenti disordini sarebbero stati giudicati in un’altra colonia o anche in Gran Bretagna.

Il 14 ottobre il congresso approvò una dichiarazione dei diritti delle colonie con una portata politica che andava ben al di là della protesta antifiscale degli anni precedenti.
 
Premesso che dalla fine dell’ultima guerra in poi il parlamento britannico, rivendicando il diritto di vincolare i popoli d’America mediante leggi su qualsivoglia materia, ha, con alcuni suoi provvedimenti, espressamente imposto tributi su di essi, mentre con altri, sotto svariati pretesti, ma di fatto allo scopo di ricavare delle entrate, ha imposto dazi e diritti da pagarsi in queste colonie […]. Premesso che nel corso dell’ultima sessione del parlamento sono state approvate tre leggi […].
I delegati riuniti in piena e libera rappresentanza di queste colonie, avendo preso nella più seria considerazione i mezzi più idonei a conseguire i fini sopra menzionati, hanno deciso in primo luogo, come gli inglesi loro avi hanno solitamente fatto per affermare e sostenere i loro diritti e le loro libertà, di dichiarare, che gli abitanti delle colonie inglesi del Nord-America, in virtù delle immutabili leggi della natura, dei principi della costituzione inglese, e delle varie carte o pattuizioni, possiedono i seguenti diritti.

Risoluzione unanime 1
Che essi hanno diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà: e che non hanno mai ceduto ad alcun potere esterno il diritto di disporre di queste senza il loro consenso.

Risoluzione unanime 2
Che i nostri avi, i quali per primi si sono stabiliti in queste colonie, godevano, al tempo della loro emigrazione dalla madrepatria, di tutti i diritti, libertà ed immunità dei sudditi nati liberi nel regno d’Inghilterra.

Risoluzione unanime 3
Che in seguito a questa emigrazione essi non hanno in alcun modo ceduto, abbandonato o perduto quale che sia di questi diritti, ma essi avevano, ed i loro discendenti hanno presentemente, piena facoltà di esercitarli e goderne, così come è loro consentito di esercitarli e goderne dalle circostanze del luogo, ed altre.

Risoluzione unanime 4
Che il fondamento della libertà inglese, e di ogni governo libero, è il diritto del popolo di partecipare al proprio consesso legislativo; e siccome i coloni inglesi non sono rappresentati nel parlamento britannico, e per circostanze di luogo ed altre non vi possono convenientemente essere rappresentati, essi hanno diritto ad un pieno ed esclusivo potere di legislazione nelle loro rispettive assemblee legislative provinciali, nelle quali sole può essere salvaguardato il loro diritto di rappresentanza, in materia di tassazione e di politica interna, salvo soltanto il diritto di veto del loro sovrano, nei modi che sono stati fino ad ora consueti, ma, tenendo conto dell’imperio delle circostanze, ed in considerazione dell’interesse reciproco di entrambi i paesi, di buon grado acconsentiamo all’applicazione di quelle leggi del parlamento britannico che sono in buona fede limitate alla disciplina del nostro commercio esterno e che abbiano lo scopo di assicurare alla madrepatria i benefici commerciali di tutto l’impero, nonché il vantaggio commerciale dei rispettivi membri di questo; escluso però ogni concetto di tassazione interna od esterna, avente il fine di ricavare entrate dai sudditi d’America senza il loro consenso.

Risoluzione unanime 5
Che le singole colonie hanno diritto alla Common law inglese, e più particolarmente a quel grande e inestimabile privilegio di essere giudicati dai propri pari del luogo che è da essa garantito […].
Risoluzione unanime 8
Che essi hanno il diritto di riunirsi pacificamente, di deliberare sui torti subiti, e di inviare petizioni al re; e che tutti i procedimenti penali, i divieti e gli arresti a questo riguardo sono illegali.
Risoluzione unanime 9
Che il mantenere in tempo di pace un esercito stanziale in queste colonie, senza il consenso delle colonie nelle quali tale esercito è stanziato, è contro la legge.

La formazione degli Stati Uniti d’America, a c. di A. Aquarone, G. Negri, G. Scelba, Nistri Lischi, Pisa 1961, vol. I, pp. 354-358.
 
Rispondi
Quali sono, secondo la dichiarazione, i contenuti fondamentali del diritto naturale?
Quale diritto viene posto a fondamento della Costituzione inglese? 
https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p07_01_04.html

1775-1776 – Il sovrano Giorgio III fece valere in risposta una linea intransigente. La situazione precipitò con il confronto armato a Lexington nell’aprile del 1775. Il 10 maggio il Congresso continentale organizzò la resistenza armata, pur sperando ancora nella conciliazione con l’Inghilterra. Comandante dell’esercito americano fu nominato George Washington (1732-99). Re Giorgio fece proclamare gli americani “ribelli”.

 Nell’aprile 1776 il Congresso invitò le colonie a costituire governi indipendenti. Il 4 luglio del 1776, il secondo Congresso continentale di Filadelfia approva una “Dichiarazione d’indipendenza”, redatta da Thomas Jefferson (1743-1826).

Dichiarazione di indipendenza

Testo tradotto

Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo e assuma tra le potenze della terra lo stato di potenza separata e uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno diritto, un conveniente riguardo alle opinioni dell’umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione. 

Noi riteniamo che sono per sé stesse evidenti queste verità:
·        che tutti gli uomini sono creati eguali;
·        che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti,
·        che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità;
·        che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati;
·        che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità. 

Certamente, prudenza vorrà che i governi di antica data non siano cambiati per ragioni futili e peregrine; e in conseguenza l’esperienza di sempre ha dimostrato che gli uomini sono disposti a sopportare gli effetti d’un malgoverno finché siano sopportabili, piuttosto che farsi giustizia abolendo le forme cui sono abituati.

Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all’assolutismo, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per l’avvenire. Tale è stata la paziente sopportazione delle Colonie e tale è ora la necessità che le costringe a mutare quello che è stato finora il loro ordinamento di governo.

Quella dell’attuale re di Gran Bretagna è una storia caratterizzata da ripetuti torti e usurpazioni, diretti a fondare un’assoluta tirannia su questi Stati.

Per dimostrarlo ecco i fatti che si sottopongono all’esame di tutti gli uomini imparziali e in buona fede. 
1) Egli ha rifiutato di approvare leggi sanissime e necessarie al pubblico bene.
2) Ha proibito ai suoi governatori di approvare leggi di immediata e urgente importanza, se non a condizione di sospenderne l’esecuzione finché non si ottenesse l’assentimento di lui, mentre egli trascurava del tutto di prenderle in considerazione.
3) Ha rifiutato di approvare altre leggi per la sistemazione di vaste zone popolate, a meno che quei coloni rinunziassero al diritto di essere rappresentati nell’assemblea legislativa – diritto di inestimabile valore per essi e temibile solo da un tiranno.
4) Ha convocato assemblee legislative in luoghi insoliti, incomodi e lontani dalla sede dei loro archivi, al solo scopo di indurre i coloni, affaticandoli, a consentire in provvedimenti da lui proposti.
5) Ha ripetutamente disciolte assemblee legislative solo perché si opponevano con maschia decisione alle sue usurpazioni dei diritti del popolo.
6) Dopo lo scioglimento di quelle assemblee si è opposto all’elezione di altre: ragion per cui il Potere legislativo, che non può essere soppresso, è ritornato, per poter funzionare, al popolo nella sua collettività, – mentre lo Stato è rimasto esposto a tutti i pericoli di invasioni dall’esterno, e di agitazioni all’interno.
7) Ha tentato di impedire il popolamento di questi Stati, opponendosi a tal fine alle leggi di naturalizzazione di forestieri rifiutando di approvarne altre che incoraggiassero la immigrazione, e ostacolando le condizioni per nuovi acquisti di terre.
8) Ha fatto ostruzionismo all’amministrazione della giustizia rifiutando l’assentimento a leggi intese a rinsaldare il potere giudiziario.
9) Ha reso i giudici dipendenti solo dal suo arbitrio per il conseguimento e la conservazione della carica, e per l’ammontare e il pagamento degli stipendi.
10) Ha istituito una quantità di uffici nuovi, e mandato qui sciami di impiegati per vessare il popolo e divorarne gli averi.
11) Ha mantenuto tra noi, in tempo di pace, eserciti stanziali senza il consenso dell’autorità legislativa.
12) Ha cercato di rendere il potere militare indipendente dal potere civile, e a questo superiore.
13) Si è accordato con altri per assoggettarci a una giurisdizione aliena dalla nostra costituzione e non riconosciuta dalle nostre leggi, dando il suo assentimento alle loro pretese disposizioni legislative miranti a:
a) acquartierare tra noi grandi corpi di truppe armate;
b) proteggerle, con processi da burla, dalle pene in cui incorressero per assassinii commessi contro gli abitanti di questi Stati;
c) interrompere il nostro commercio con tutte le parti del mondo;
d) imporci tasse senza il nostro consenso;
e) privarci in molti casi dei benefici del processo per mezzo di giuria;
f) trasportarci oltremare per esser processati per pretesi crimini;
g) abolire il libero ordinamento dileggi inglesi in una provincia attigua, istituendovi un governo arbitrario, ed estendendone i confini così da farne nello stesso tempo un esempio e un adatto strumento per introdurre in queste Colonie lo stesso governo assoluto;
h) sopprimere le nostre carte statutarie, abolire le nostre validissime leggi, e mutare dalle fondamenta le forme dei nostri governi;
i) sospendere i nostri corpi legislativi, e proclamarsi investito del potere di legiferare per noi in ogni e qualsiasi caso.

Egli ha abdicato al suo governo qui, dichiarandoci privati della sua protezione e facendo guerra contro di noi. 
Egli ha predato sui nostri mari, ha devastato le nostre coste, ha incendiato le nostre città, ha distrutto le vite del nostro popolo. 
Egli sta trasportando, in questo stesso momento, vasti eserciti di mercenari stranieri per completare l’opera di morte, di desolazione e di tirannia già iniziata con particolari casi di crudeltà e di perfidia che non trovano eguali nelle più barbare età, e sono del tutto indegni del capo di una nazione civile. 
Egli ha costretto i nostri concittadini fatti prigionieri in alto mare a portare le armi contro il loro paese, a diventare carnefici dei loro amici e confratelli, o a cadere uccisi per mano di questi.
Egli ha incitato i nostri alla rivolta civile, e ha tentato di istigare contro gli abitanti delle nostre zone di frontiera i crudeli selvaggi indiani la cui ben nota norma di guerra è la distruzione indiscriminata di tutti gli avversari, di ogni età, sesso e condizione. 

A ogni momento mentre durava questa apprensione noi abbiamo chiesto, nei termini più umili, che fossero riparati i torti fattici; alle nostre ripetute petizioni non si è risposto se non con rinnovate ingiustizie. Un principe, il cui carattere si distingue così per tutte quelle azioni con cui si può definire un tiranno, non è adatto a governare un popolo libero. 
E d’altra parte non abbiamo mancato di riguardo ai nostri fratelli britannici.
Di tanto in tanto li abbiamo avvisati dei tentativi fatti dal loro parlamento di estendere su di noi una illegale giurisdizione.
Abbiamo ricordato ad essi le circostanze della nostra emigrazione e del nostro stanziamento in queste terre.
Abbiamo fatto appello al loro innato senso di giustizia e alla loro magnanimità, e li abbiamo scongiurati per i legami dei nostri comuni parenti di sconfessare queste usurpazioni che inevitabilmente avrebbero interrotto i nostri legami e i nostri rapporti.

Anch’essi sono stati sordi alla voce della giustizia, alla voce del sangue comune.

Noi dobbiamo, perciò, rassegnarci alla necessità che denuncia la nostra separazione, e dobbiamo considerarli, come consideriamo gli altri uomini, nemici in guerra, amici in pace.
Noi pertanto, Rappresentanti degli Stati Uniti d’America, riuniti in Congresso generale, appellandoci al Supremo Giudice dell’Universo per la rettitudine delle nostre intenzioni, nel nome e per l’autorità del buon popolo di queste Colonie, solennemente rendiamo di pubblica ragione e dichiariamo:
che queste Colonie Unite sono, e per diritto devono essere, stati liberi e indipendenti;
che esse sono sciolte da ogni sudditanza alla Corona britannica,
che ogni legame politico tra esse e lo Stato di Gran Bretagna è, e deve essere, del tutto sciolto;
che, come Stati liberi e indipendenti, essi hanno pieno potere di far guerra, concludere pace, contrarre alleanze, stabilire commercio e compilare tutti gli altri atti e le cose che gli stati indipendenti possono a buon diritto fare.

E in appoggio a questa dichiarazione, con salda fede nella protezione della Divina Provvidenza, reciprocamente impegniamo le nostre vite, i nostri beni e il nostro sacro onore. 

Seguono 55 firme di Rappresentanti dei 13 Stati
Dichiarazione indipendenza americana

La Dichiarazione d’Indipendenza fu un documento rivoluzionario che ha un’importanza storica fondamentale.
Essa è interamente ispirata ai princìpi stabiliti dall’Illuminismo che hanno motivato un’azione politica completamente nuova, non più basata sui diritti dinastici di una famiglia reale, ma sui diritti naturali dell’uomo.
I principi a cui si ispira sono:
  – uguaglianza
  – libertà
  – ricerca della felicità
Queste parole entrano per la prima volta in un documento politico.

Il re d’Inghilterra, Giorgio III, viene denunciato come un tiranno che vuole imporre alle colonie una norma ingiusta, mentre le Leggi di Dio e della natura danno diritto al popolo americano di proclamarsi indipendente e di decidere in autonomia il proprio destino.
 

Confronto con l’Articolo 3 della Costituzione italiana.
 
Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

1777 – Washington, dopo molte difficoltà iniziali, ottenne un’importante vittoria a Saratoga nell’ottobre del 1777. Un aiuto determinante agli americani venne dall’intervento nella guerra della Francia nel febbraio del 1778, della Spagna nel 1779 e dell’battaglia di Olanda nel 1780.

1781 Con la battaglia di Yorktown in Virginia, la guerra si concluse con la vittoria delle forze congiunte franco-americane.

1783 – La pace di Parigi conclude la vittoriosa guerra dei coloni americani contro la Gran Bretagna, che riconosce l’indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Il nuovo stato americano

Il nuovo stato fu

  • il primo stato “borghese” della storia moderna,
  • senza gerarchie nobiliari,
  • con un’idea dell’eguaglianza fondata sugli eguali diritti di tutti alla corsa al benessere,
  • basato su istituzioni parlamentari, sulla subordinazione dei militari al potere civile e sulla separazione fra stato e chiese.

Il diritto di voto rimase limitato ai soli contribuenti.

Queste straordinarie innovazioni però sono in conflitto con un’eredità dei sistemi più tradizionali: l’istituto della schiavitù. Il sistema degli schiavi, la tratta dei negri, erano a fondamento dell’economia degli stati del sud. Il problema della schiavitù rimarrà una pesante eredità nella storia degli USA e troverà soluzione, se possiamo ora sostenere che davvero oggi sia risolto, solo nel corso del XX secolo.

1787 – Viene approvata la Costituzione degli Stati Uniti d’America, uno stato di tipo federale.

1789 – George Washington, un grande possidente divenuto capo militare dell’esercito indipendentista, viene eletto presidente della repubblica degli Stati Uniti d’America.

Federazione o confederazione?

Quando l’indipendenza fu riconosciuta, il nuovo stato dovette definire la propria identità. Si aprì un dibattito: bisognava decidere se diventare uno stato federale o una confederazione di stati.

La Confederazione di stati è un’associazione di stati sovrani che detengono la maggior parte del potere. Solo una parte dei poteri è ceduta ad organi confederali che non esercitano direttamente la sovranità sui cittadini. Tutti gli stati confederati mantengono la propria sovranità e quindi prevale autonomia dei singoli stati.

Lo stato federale prevede la realizzazione di uno stato unitario, in cui i cittadini siano soggetti sia a poteri federali che a quelli dei singoli stati. La sovranità singoli stati è limitata perché prevalgono i poteri stato federale. Solo lo stato centrale, cioè federale, è soggetto al diritto internazionale e esercita la politica estera. Prevale quindi la sovranità dello stato federale su autonomia singoli stati.

Il dibattito fu acceso. Gli stati del Nord optavano per una federazione di stati, mentre il Sud preferiva le libertà concesse dalla confederazione.

La Costituzione degli Stati Uniti

I crescenti dubbi sulla prima Costituzione americana (gli Articoli di confederazione del 1781) condussero alla Convenzione di Filadelfia, l’assemblea incaricata di stendere un nuovo testo e composta da 55 delegati di dodici stati (non volle partecipare il Rhode Island).

La Convenzione svolse i suoi lavori dal 25 maggio 1787 e il 17 settembre approvò i sette articoli della Costituzione federale, sottoposta poi alla ratifica da parte dei singoli stati e completata nel 1791 (seguendo la procedura stabilita dall’articolo V) da dieci emendamenti.

Preambolo
Noi, popolo degli Stati Uniti, allo scopo di perfezionare ancor più la nostra Unione, di garantire la giustizia, di assicurare la tranquillità all’interno, di provvedere alla comune difesa, di promuovere il benessere generale e di salvaguardare per noi stessi e per i nostri posteri il dono della libertà, decretiamo e stabiliamo questa Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Articolo 1

Sezione 1.
Tutti i poteri legislativi conferiti col presente atto sono delegati a un Congresso degli Stati Uniti, composto di un Senato e di una Camera dei rappresentanti.

Sezione 2.
1. La Camera dei Rappresentanti sarà composta di membri eletti ogni due anni dal popolo dei vari stati […].
3. I Rappresentanti […] saranno ripartiti fra i diversi Stati che facciano parte dell’Unione secondo il numero degli abitanti; numero che verrà determinato aggiungendo al totale degli uomini liberi – compresi quelli sottoposti a prestazioni di servizio per un periodo limitato ed esclusi gli indiani non soggetti a imposte – tre quinti del rimanente della popolazione. Il censimento deve essere fatto entro tre anni dalla prima riunione del Congresso e successivamente ogni dieci anni […].

Sezione 3
1. Il Senato degli Stati Uniti sarà composto da due senatori per ogni Stato, eletti dalla Legislatura locale per un periodo di sei anni […].
Sezione 8 Il Congresso avrà facoltà di […] dichiarare la guerra; di reclutare e mantenere eserciti: nessuna somma, però, potrà essere stanziata a questo scopo per più di due anni; di creare e mantenere una marina militare […].

Sezione 10
1. Nessuno Stato potrà concludere trattati, alleanze o patti confederali […]; battere moneta o emettere titoli di credito o consentire che il pagamento dei debiti avvenga in altra forma che mediante monete d’oro o d’argento; approvare alcun decreto di limitazione dei diritti del cittadino o alcuna legge penale retroattiva […].

Articolo 2
Sezione 1 1. Il Presidente degli Stati Uniti d’America sarà investito del potere esecutivo. Rimarrà in carica per il periodo di quattro anni […].

Sezione 2 2. Avrà il potere, su parere e con il consenso del Senato, di concludere trattati, purché vi sia l’approvazione di due terzi dei senatori presenti.


Emendamento 1.
Il Congresso non potrà fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione o per proibirne il libero culto; o per limitare la libertà di parola o di stampa, o il diritto che hanno i cittadini di riunirsi in forma pacifica e di inoltrare petizioni al Governo per la riparazione di torti subiti.

Emendamento 2.
Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben ordinata milizia, il diritto dei cittadini di tenere e portare armi non potrà essere violato.

Emendamento 10.
I poteri non delegati dalla Costituzione degli Stati Uniti, o da essa non vietati agli Stati, sono riservati ai rispettivi Stati, ovvero al popolo.


R. Hofstadter, Le grandi controversie della storia americana, Opere Nuove, Roma 1966, pp. 110-126.

Rispondi
Come vengono ripartiti i poteri fra Congresso e presidente?
Come vengono regolate le competenze del governo federale e degli stati membri?
https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p07_01_05.html

Scrivi

Scrivi un testo di 15 righe che metta in luce le cause della rivoluzione americana facendo riferimento a queste parole chiave:

  • tassazione,
  • ideali illuministici,
  • spirito autonomista,
  • intransigenza del sovrano inglese,
  • fine Guerra Sette anni,
  • divieto di espansione verso ovest.

Rispondi

  • 1. Quali sono le caratteristiche delle 13 colonie americane: elementi in comune e differenze.
  • 2. Per quanto riguarda la religione, quali sono le caratteristiche della religione nelle 13 colonie? 
  • 3. Quali erano i diritti e i doveri delle 13 colonie nei confronti della madre patria Inghilterra?
  • 4. Quali sono le tappe dell’indipendenza americana? 
  • 5. Gli Stati Uniti scelgono di essere uno stato federale. Per quale motivo? 
  • 6. Cosa distingue una confederazioen da una federazione di stati?
  • 7. Il nuovo governo si costituisce secondo la teoria della divisione dei poteri di Montesquieu; quale organo esercita il potere legislativo, quale quello esecutivo, quale quello giundiziario? 
  • 8. Quali sono le caratteristiche della Costituzione americana? 
  • 9. Quale è però un punto di assoluta incoerenza?

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I coloni

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Foscolo

Ugo Foscolo è passato alla storia per la sua particolare capacità di unire, nelle sue opere verità e bellezza parlando dei grandi temi dell’uomo come la vita e la morte, il dolore e l’amore, ma ha anche testimoniato i grandi valori dell’uomo come la libertà.

Biografia

Niccolò Foscolo nacque nel 1778 nell’isola greca di Zacinto. L’isola oggi si chiama Zante e si trova a Ovest del Peloponneso.

A quell’epoca l’isola apparteneva alla Repubblica di Venezia e suo padre era un medico veneziano che esercitava la professione sull’isola. la mamma invece aveva origini greche; nella sua famiglia c’era anche il Giovanni . Il padre però morì giovane e poco dopo la madre si trasferì a trasferì a Venezia dove il figlio la raggiunse nel 1992.

Foscolo era già da bambino un piccolo eroe. Si pensi che, all’età di 10 anni, fu protagonista di una vicenda che ha dell’incredibile.

Un giorno la popolazione dell’isola di Zacinto aveva deciso di dare l’assalto al ghetto ebraico della città: anche allora, come successe più volte nella storia, si ricercava negli ebrei un capro espiatorio. 
Mentre la popolazione inferocita stava per sfondare le porte del ghetto, il giovanissimo Foscolo saltò sul muro di cinta del ghetto e si mise a urlare alla folla: “Vigliacchi, indietro, vigliacchi!”.
Chissà se fu lo stupore oppure la sorpresa, ma accadde qualcosa di miracoloso. Le parole del bambino infuriato ebbero l’effetto di bloccare l’assalto e la massa furibonda si disperse.  

A 16 anni il giovane Nicolò decise di cambiare il suo nome in Ugo ed è con questo nome che lui diventerà poi famoso.

Intorno ai vent’anni raggiunse la madre a Venezia. Qui il giovae Ugo Foscolo si impegnò attivamente nella gestione politica della sua città. Erano gli anni della Rivoluzione Francese e delle Repubbliche Giacobine.

Foscolo a Venezia aderì alle idee giacobine portate in Italia da Napoleone Bonaparte intraprese la carriera militare seguendo Bonaparte in Italia, arruolandosi nel corpo dei cacciatori a cavallo.

La discesa di Napoleone in Italia aveva acceso speranze tra i repubblicani della penisola, le menti più aperte speravano che anche in Italia ci si liberasse del dominio straniero.

Ma quando nell’ottobre del 1797 Napoleone firmò il Trattato di Campoformio e cedette la Repubblica di Venezia, i sognatori, gli idealisti e i repubblicani italiani si resero conto che Napoleone non era un liberatore, coma era apparso prima, ma uno spietato conquistatore.

Con l’avvento degli autriaci a Venezia Ugo Foscolo fu costretto a scappare. Infatti, essendo lui attivo nel governo giacobino, era inviso dai nuovi padroni. Così, purm mantenendo una disillusa fedeltà a Napoleone, si trasferì a Milano, capitale della Repubblica cisalpina.

Qui conobbe i letterati più in vista dell’epoca, come Giuseppe Parini e Vincenzo Monti.

Si trasferì poi a Bologna dove collaborò con diversi giornali. Qui elaborò la prima stesura del suo romanzo epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Fedele all’esercito napoleonico, si trovò a combattere e rimase ferito ben due volte.

Tra attività letteraria e militare Ugo Foscolo, uomo di grande fascino, coltivava relazioni con diverse donne a cui dedicava anche le sue prodezze letterarie.

Quando l’amica Luigia Pallavicini ebbe un brutto incidente lui compose per lei un’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e per un’altra sua fiamma, che era stata malata scrisse All’amica risanata.

Ugo Foscolo aveva un carattere forte, deciso e libertario: anche se militava nell’esercito napoleonico era spesso critico nei confronti di Napoleone perché sentiva che il generale francese voleva solo sfruttare la penisola. Per questo i suoi rapporti con il governo filofrancese della Repubblica cisalpina erano spesso tesi e problematici.

Nonostante le frizioni Ugo Foscolo continuava a collaborare con il Ministero della Guerra e, quando Napoleone iniziò a progettare l’invasione dell’Inghilterra, Ugo Foscolo venne assegnato a questa armata, col grado di capitano. Ma la prevista invasione non venne mai realizzata.

Questo periodo fu contrassegnato da eventi che gli provocarono forti emozioni, come la morte del fratello Giovanni, che si tolse la vita a causa di un debito di gioco, e le molte relazioni coltivate e concluse. Ebbe anche una figlia, l’unica donna con cui riuscì a mantenere un legame stabile.

Nonostante lui fosse attratto dalle donne e loro lo trovassero affascinante e piacente, Ugo Foscolo non riuscì mai a costruire una relazione affettiva stabile. Il “bel tenebroso” era destinato a restare solo.

Tra donne, letterati e impegni militari, Ugo Foscolo trovò comunque il tempo di dedicarsi alla scrittura.

Pubblicò nel:

  • 1802 Ultime lettere di Jacopo Ortis,
  • 1803 La chioma di Berenice e le Poesie,
  • 1807 il carme Dei sepolcri e l’Esperimento di Traduzione dell’Iliade.

Nel 1808 venne nominato professore di eloquenza italiana e latina all’università di Pavia. Lui da un po’ sognava quella cattedra. Proprio in occasione della sua lezione inaugurale, Ugo Foscolo pronunciò un discorso che parlava del ruolo morale e politico della letteratura nella società civile.

Ma anche se insegnava dietro una cattedra, il suo il carattere irruente e inquieto, tipico di un eroe romantico, non gli permise di mantenere rapporti distaccati e sereni con gli intellettuali milanesi. E anche le relazioni col governo si guastarono progressivamente.

Quando venne allestita, nel 1811, la sua tragedia Ajace, il governo decise di censurarla a causa di alcune sospette allusioni antifrancesi e, in seguito a questo, Ugo Foscolo venne invitato a lasciare Milano.

Scelse allora di trasferirsi a Firenze dove rimase tra 1812 e il 1813. Qui compose:

  • la tragedia Ricciarda,
  • le Grazie.

Inoltre fece fa diverse traduzioni dall’inglese.

Nel 1813 la sorte iniziò ad essere avversa a Napoleone. Infatti l’imperatore francese abdicò Foscolo riprese servizio nell’esercito: l’obiettivo era quello di tentar di salvare l’indipendenza del Regno d’Italia.

Intanto il governo austriaco, che si era sostituito a quello francese, decise di cercare di farsi amico Ugo Foscolo. Questi infatti non aveva mai nascosto le sue posizioni antinapoleoniche e questo faceva gola agli Asburgo.

Il governo austriaco cercò di coinvolgerlo nella politica culturale del nuovo stato, lasciandogli anche una certa libertà d’azione.

Ma Ugo Foscolo non intende porsi al servizio di un nuovo regime straniero che opprime gli italiani: lui sogna l’Italia, uno stato libero di autogovernarsi.

Ugo Foscolo non fu mai un uomo dalle mezze misure: piuttosto che piegarsi a un nuovo regime che ancora opprime i popoli italici preferisce lasciare l’Italia.

Se ne andò quindi in esilio volontario. Trascorse un anno in Svizzera, dove pubblicò anche una nuova edizione dell’Ortis.

Poi si trasferì definitivamente a Londra, dove ritrovò il suo unico vero affetto: la figlia Fanny.

Oltremanica venne accolto dall’ammirazione degli intellettuali inglesi.

Nei primo periodo si dedicò all’edizione definitiva dell’Ortis, quindi riprese a lavorare alle Grazie e alla traduzione dell’Iliade

Poi si dedicò alla critica letteraria pubblicando articoli e saggi su Dante, Petrarca e sulla letteratura italiana contemporanea.

Purtroppo tutto il suo lavoro letterario non gli garantiva entrate sufficienti al suo tenore di vita e finì presto nei guai con i creditori.

Si trovò quindi costretto a scappare dai quartieri bene per trovare rifugio nei quartieri più degradati della capitale inglese.

In precarie condizioni si ammalò di idropisia e morì nel 1827 assistito dalla figlia Fanny.

Nel 1871 le sue ossa vengono traslate a Firenze, nella chiesa di Santa Croce, fra le tombe dei grandi, quelle “urne dei forti” che lui aveva cantato nel carme Dei Sepolcri.

Le costanti nelle sue opere

La presenza dell'”io”

Le opere di Foscolo sono dominate da un “io” che è quasi sempre identificabile con quello dell’autore. L’io poetico e l’io dell’autore coincidono:

  • entrambi innamorati della libertà,
  • convinti che il letterato abbia una missione civile e politica,

Nelle varie opere questo “io” è sempre presente anche se in misura diversa. Nell'”Ortis” è molto forte, mentre nelle Grazie è più sfocato.

Il legame tra arte e vita

Foscolo è un autore romantico e la sua vita sembra quella di un eroe romantico nella quale si intrecciano indissolubilmente arte e vita. Nelle sue opere troviamo pagine della sua vita: si pensi che diverse lettere contenute nell’Ortis riprendono da vicino lettere realmente scritte a persone reali. Questa coincidenza crea delle difficoltà a livello di analisi critica so come si possa distinguere Foscolo da Ortis.? Ma proprio questa coincidenza è fonte della straordinaria ricchezza di valori e forme della sua opera.

Il carattere frammentario

Le opere di Foscolo nascono tutte per frammenti, vengono poi riuniti a posteriori in un’opera unitaria.

La polarità

Le opere foscoliane appaiono sempre caratterizzate da una polarità tra:

  • cuore e ragione,
  • caos e armonia,
  • oppressori e oppressi,
  • vita e morte.

Queste polarità non vengono mai ricomposte in un’unità; a lui risulta impossibile trovare un equilibrio o compiere una scelta, rimane sempre travolto dalla dualità.

Le ultime lettere di Jacopo Ortis

Le ultime lettere di Jacopo Ortis è un romanzo epistolare. Il romanzo raccoglie le lettere che il giovane Jacopo scrive all’amico Lorenzo Alderani. Quando Jacopo muore suicida, Lorenzo raccoglie le lettere di Jacopo e le pubblica. Le lettere gli sono state scritte tra l’11 ottobre 1797, dopo il trattato di Campoformio, e il 25 marzo 1799. Da queste lettere si leggono le vicende di Jacopo che, fuggito da Venezia per sfuggire alle persecuzioni politiche del governo austriaco, si rifugia sui colli Euganei dove incontra la bella Teresa. Lei è fidanzata con Odoardo, ma questo non impedisce a Jacopo di innamorarsi di lei e di essere ricambiato.

Odoardo è un uomo gretto che sposa la bella Teresa solo per interesse. Jacopo non può cambiare la situazione. Per sfuggire a questo amore infelice inizia a viaggiare. Va a Firenze e a Milano; quando apprende la notizia del matrimonio fra Teresa e Odoardo ritorna sui colli Euganei. Ma si rende conto di non poter fare nulla né per risolvere la situazione sentimentale e neppure di poter agire a livello politico per cambiare la situazione. Sceglie quindi una morte eroica per non cadere nel compromesso di una vita a metà.

Fonti di ispirazione

Appassionato studioso della classicità e della contemporaneità Foscolo attinge sia alle opere di autori classici, che di contemporanei inglesi e francesi, ma anche dalla Bibbia.

Sicuramente grande ispirazione è tratta da I dolori del giovane Werther di Goethe, un romanzo con cui condivide la struttura, la trama, il carattere del protagonista e della donna amata. Anche la conclusione è la stessa.

Intreccio tra Ortis e Foscolo

In questo romanzo l’intreccio fra arte e vita rende difficile distinguere fra la personalità dell’autore e quella del personaggio. Foscolo trasferisce in Ortis la propria esperienza biografica e poi tende a modellare la propria vita sull’esempio dell’Ortis.

Ma una delle ragioni del fascino e del successo di quest’opera sta proprio in questa confusione o sovrapposizione di ruoli. Tuttavia ci sono diversi elementi che ricordano il carattere letterario dell’Ortis, uno su tutti il fatto che il personaggio si suicidi, l’autore invece no.

I temi dell’Ortis

L’itinerario percorso dal protagonista va dall’illusione alla delusione e i temi dell’Ortis sono:

  • Politica – la delusione politica è legata al fallimento dell’esperienza rivoluzionaria, al naufragio delle speranze di libertà e indipendenza dell’Italia e alle speranze suscitate prima e calpestate poi da Napoleone.
  • Amore – la delusione amorosa nasce dall’impossibilità di concretizzare il rapporto con Teresa e dalla constatazione che le leggi dell’interesse e delle convenienze sociali hanno la meglio sulla passione e sul sentimento.
  • Delusione esistenziale – la sua esistenza si muove sempre tra polarità ed estremizzazioni, i compromessi non si adattano al suo carattere. Il fallimento sul piano politico e su quello amoroso esasperano il protagonista a livello esistenziale. Jacopo è radicalmente pessimista e i fallimenti nell’ambito amoroso e sulla scena politica contribuiscono a trasformare in gesto concreto una predisposizione ben precedente dell’animo di Jacopo. Quindi Ortis si suicida «per indole d’anima» oltre che «per sistema di mente»
  • Oppressori e oppressi – i viaggi e gli incontri mostrano a Ortis che gli uomini si dividono in oppressori e oppressi: da una parte chi commette violenza, dall’altra chi la subisce. Ortis però rifiuta di schierarsi.
  • Suicidio come vana fuga dalla violenza – Ortis sceglie il suicidio: gli sembra l’unico modo per non commettere violenza e per non subirla. Ma neppure lui può sfuggire all’inflessibile legge universale della sopraffazione. Infatti le sue scelte e i suoi comportamenti lo portano a commettere violenza nei confronti di diverse persone.
    • Jacopo infatti usa violenza a Teresa, turbandone la serenità
    • Jacopo infatti usa violenza al prossimo – nella lettera del 14 marzo 1799, confessa di avere provocato la morte di un povero contadino innocente
    • Jacopo infatti usa violenza a se stesso, con il suicidio.

Il linguaggio dell’Ortis

Con il suo romanzo Foscolo crea la lingua del romanzo italiano. Lui trae il modello dalla tradizione letteraria e dall’uso vivo della lingua. Con il romanzo epistolare crea uno “stile della passione” proprio perché la lettera è scritta proprio nell’immediatezza e nell’urgenza della passione.

Lo strumento della la lettera trasferisce sulla pagina sia le passioni dell’anima del protagonista e i suoi personali punti di vista.

La trama

Si tratta di un romanzo epistolare: nella finzione letteraria, Lorenzo Alderani, dopo il suicidio di Jacopo Ortis, pubblica le lettere che l’amico gli ha inviato fra l’11 ottobre 1797 (all’indomani del trattato di Campoformio) e il 25 marzo 1799, subito prima della morte.

Lasciata Venezia per sfuggire alle persecuzioni politiche, Jacopo incontra sui colli Euganei la bella Teresa, di cui si innamora, ricambiato, benché la fanciulla sia già promessa al meschino Odoardo per ragioni d’interesse. Dopo un lungo viaggio per l’Italia, che lo porta fra l’altro a Firenze (dove visita la chiesa di Santa Croce) e a Milano (dove incontra Parini), appresa la notizia del matrimonio fra Teresa e Odoardo, ritorna infine sui colli Euganei. Li vede che non c’è alcuna possibilità di trovare soddisfazione alle sue aspirazioni politiche e sentimentali, si toglie la vita pugnalandosi al cuore.

La premessa è di Lorenzo Alderani, amico confidente di Jacopo Ortis.

Premessa

Al lettore
Pubblicando queste lettere, io tento di erigere un monumento alla virtù sconosciuta; e di consacrare alla memoria del solo amico mio quelle lagrime, che ora mi si vieta di spargere su la sua sepoltura.
E tu, o Lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri quell’eroismo di cui non sono eglino stessi capaci, darai, spero, la tua compassione al giovine infelice dal quale potrai forse trarre esempio e conforto.

Lorenzo Alderani

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.  

Lo sconforto per la situazione della patria

In questo brano di apertura emerge il tema politico, uno dei due temi cardine dell’opera foscoliana. Notiamo che proprio nella questione politica si evidenzia la differenza tra autore e protagonista: entrambi vivono la delusione per il trattato di Campoformio ma mentre Foscolo continua a militare nelle armate cisalpine, Jacopo si lascia travolgere dalla sfiducia e dal pessimismo.

Ortis vive la delusione politica del trattato di Campoformio come una tragedia personale. In lui convivono due atteggiamenti antitetici:

  • da un lato l’orgoglioso sdegno e l’istinto di ribellione
  • dall’altro la rassegnazione e la rinuncia.
Da’ colli Euganei, 11 Ottobre 1797  

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia.
Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito?
Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho obbedito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci.

Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace?
Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati?

E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’italiani.

Per me segua che può.

Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte.
Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da’ pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri.    

L’innamoramento

Il tema amoroso è l’altro tema centrale dell’opera. L’amore dà vita, suscita sentimenti positivi nell’uomo: la pietà, il gusto per la bellezza e l’arte. Questi inducono atteggiamenti che rendono l’uomo migliore, civile.

I temi di questo brano sono quelli cari a Foscolo: l’amore, la bellezza, l’arte. In poche parole si tratta, a suo avviso di “illusioni” grazie alle quali la vita vale la pena di essere vissuta. Il tema delle illusioni è centrale in Foscolo. Le illusioni non rappresentano una fuga dal reale, ma sono stimolo all’azione, all’attività, alla reazione positiva di fronte alla realtà negativa.

In particolare, accostandosi all’amore, che è un sentimento superiore, gli uomini possono costruire una visione del mondo più serena. In questo modo possono rigenerare le loro forze creativa, senza le quali non esisterebbe civiltà e il mondo sarebbe ridotto a “pianto, terrore e distruzione universale”.

26 Ottobre

La ho veduta, o Lorenzo, la divina fanciulla; e te ne ringrazio.
La trovai seduta miniando il proprio ritratto. Si rizzò salutandomi come s’ella mi conoscesse, e ordinò a un servitore che andasse a cercar di suo padre.
Egli non si sperava, mi diss’ella, che voi sareste venuto; sarà per la campagna; né starà molto a tornare.

Una ragazzina le corse fra le ginocchia dicendole non so che all’orecchio. È un amico di Lorenzo, le rispose Teresa, è quello che il babbo andò a trovare l’altr’jeri.

Tornò frattanto il signor T***: m’accoglieva famigliarmente, ringraziandomi che io mi fossi sovvenuto di lui. Teresa in tanto, prendendo per mano la sua sorellina, partiva.

Vedete, mi diss’egli, additandomi le sue figliuole che uscivano dalla stanza; eccoci tutti.
Proferì, parmi, queste parole come se volesse farmi sentire che gli mancava sua moglie. Non la nominò.

Si ciarlò lunga pezza. Mentr’io stava per congedarmi, tornò Teresa:

Non siamo tanto lontani, mi disse; venite qualche sera a veglia con noi.
Io tornava a casa col cuore in festa.
– Che? lo spettacolo della bellezza basta forse ad addormentare in noi tristi mortali tutti i dolori? vedi per me una sorgente di vita: unica certo, e chi sa! fatale.
Ma se io sono predestinato ad avere l’anima perpetuamente in tempesta, non è tutt’uno?

Il bacio a Teresa

Questa pagina descrive la scena del primo bacio. Racconta l’emozione di Jacopo a cui sempre a partecipare tutta la natura. Racconta la certezza di Jacopo che il suo amore per Teresa è ricambiato.

14 Maggio, a sera  

O quante volte ho ripigliato la penna, e non ho potuto continuare: mi sento un po’ calmato e torno a scriverti.
– Teresa giacea sotto il gelso – ma e che posso dirti che non sia tutto racchiuso in queste parole? Vi amo.

A queste parole tutto ciò ch’io vedeva mi sembrava un riso dell’universo: io mirava con occhi di riconoscenza il cielo, e mi parea ch’egli si spalancasse per accoglierci! deh! a che non venne la morte? e l’ho invocata.

Sì; ho baciato Teresa; i fiori e le piante esalavano in quel momento un odore soave; le aure erano tutte armonia; i rivi risuonavano da lontano; e tutte le cose s’abbellivano allo splendore della Luna che era tutta piena della luce infinita della Divinità.
Gli elementi e gli esseri esultavano nella gioja di due cuori ebbri di amore – ho baciata e ribaciata quella mano – e Teresa mi abbracciava tutta tremante, e trasfondea i suoi sospiri nella mia bocca, e il suo cuore palpitava su questo petto: mirandomi co’ suoi grandi occhi languenti, mi baciava, e le sue labbra umide, socchiuse mormoravano su le mie – ahi! che ad un tratto mi si è staccata dal seno quasi atterrita: chiamò sua sorella e s’alzò correndole incontro.

Io me le sono prostrato, e tendeva le braccia come per afferrar le sue vesti – ma non ho ardito di rattenerla, né richiamarla. La sua virtù – e non tanto la sua virtù, quanto la sua passione, mi sgomentava: sentiva e sento rimorso di averla io primo eccitata nel suo cuore innocente.
Ed è rimorso – rimorso di tradimento! Ahi mio cuore codardo!
– Me le sono accostato tremando.  

– Non posso essere vostra mai! – e pronunciò queste parole dal cuore profondo e con una occhiata con cui parea rimproverarsi e compiangermi.
Accompagnandola lungo la via, non mi guardò più; né io avea più cuore di dirle parola.
Giunta alla ferriata del giardino mi prese di mano la Isabellina e lasciandomi: Addio, diss’ella; e rivolgendosi dopo pochi passi, – addio. Io rimasi estatico: avrei baciate l’orme de’ suoi piedi: pendeva un suo braccio, e i suoi capelli rilucenti al raggio della Luna svolazzavano mollemente: ma poi, appena appena il lungo viale e la fosca ombra degli alberi mi concedevano di travedere le ondeggianti sue vesti che da lontano ancor biancheggiavano; e poiché l’ebbi perduta, tendeva l’orecchio sperando di udir la sua voce.

– E partendo, mi volsi con le braccia aperte, quasi per consolarmi, all’astro di Venere: era anch’esso sparito.  

Comprensione del testo

 In un primo momento l’intensità del sentimento e la bellezza della giovane travolgono il cuore di Jacopo. Inoltre la perfezione del paesaggio fa da cornice a questo momento. Ma la perfezione del momento fa dimenticare al giovane innamorato che questo amore è impossibile: Teresa è promessa ad un altro.

Poi all’improvviso, Teresa si rende conto della situazione: si scuote, pronuncia parole disperate, fugge. E Jacopo viene rapidamente riportato alla realtà.

Il giovane comprende che quella relazione è destinata a un esito infelice.

E la natura, che fa sempre da cornice allo stato d’animo del giovane anticipa la realtà: Jacopo si volge verso la stella Venere, Venere dea dell’amore, ma la sua luce è svanita. La scomparsa della luce di Venere costituisce un triste presagio.

Analisi e interpretazione.

La prima parte della lettera è costituita da un discorso dall’andamento singhiozzante spezzato, da continue interruzioni come i punti di sospensione, i punti interrogativi ed esclamativi e immagini isolate. Sembrano quasi dei flash che si presentano alla memoria del narratore, dell’Io narrante, mentre cerca di raccontare l’amico quello che accaduto.

Si tratta di una passione difficile da descrivere.

La stessa lingua, le stesse parole non sono sufficienti ad esprimere l’intensità del trasporto amoroso. Nella parte centrale la scena del bacio è descritta nella cornice di un paesaggio in perfetta consonanza con lo stato d’animo dell’innamorato, in un’atmosfera di armonia e fusione tra gli elementi: tra il narratore e la natura, tra il narratore la sua amata.

La parte finale è segnata invece dalla separazione: comincia il distacco con Teresa che si sviluppa nel silenzioso rientro delle sorelle e si conclude col commiato definitivo e con la conclusiva solitudine dell’innamorato.

La lettera è incentrata sul tema dell’amore e è dominata dall’immagine della natura: amore e natura sono trattati in una chiave tipicamente romantica.

  • L’amore è un elemento allo stesso tempo positivo e fatale. È una potenza quasi sovrumana che trasfigura la realtà e la rende divina. L’amore trasforma il soggetto, lo manda in estasi, in un’estasi in cui egli stesso non è capace di dominare le proprie emozioni. L’estasi è così elevata al punto da invocare la morte per sottrarre quell’attimo sublime a ogni possibile disillusione o ad ogni possibile degrado.
  • La natura è organismo vivo, è quasi umanizzato. Non è solo lo sfondo su cui l’esperienza viene vissuta, la natura riproduce tutte le sfumature delle emozioni che vivono i due protagonisti:
    • dalla sensualità del bacio
    • alla desolazione dell’abbandono.

Il paesaggio naturale diventa quindi lo specchio dell’interiorità. L’individuo può guardare dunque guardare i segni della natura per decifrare quello che gli accade, sia nei momenti di felicità, che in quelli della sofferenza.

Rispondi

  1. Dove si trovano Jacopo e Teresa al momento del bacio?
  2. Cosa stava facendo Jacopo un attimo prima?
  3. Teresa si allontana bruscamente, per quale motivo?
  4. Cosa fa Jacopo quando Teresa scappa da lui e si allontana?
  5. Cosa fa quando rimane completamente solo?
  6. La lettera può essere divisa in tre parti. Indica quali e sottolinea in ciascuna parte una parola o una frase che potrebbe essere usata come titolo
  7. L’amore rende Jacopo incapace di agire e di pensare in modo razionale, anche quando deve ricordare i fatti per raccontarli all’amico: in che modo viene resa, nella stesura della lettera l’indicibilità dell’estasi amorosa?
  8. La natura rispecchia gli stati d’animo del personaggio: individua nel testo i passi che si riferiscono a tale consonanza.
  9. La scena è pervasa di emozioni, anche diverse e contrastanti, e di sensualità: indica i termini che esprimono sentimenti e stati d’animo e quelli che si riferiscono invece allo scambio amoroso (cioè ai gesti e alle parole d’amore) fra Jacopo e Teresa.
  10. Produzione
  11. Riscrivi la scena ambientandola ai giorni nostri: puoi cambiare l’abbigliamento dei protagonisti, i loro gesti, le battute del dialogo. 

Gli effetti dell’amore sullo spirito umano

Il tema amoroso è al centro anche di questa lettera. Jacopo sa che Teresa è promessa sposa, ma l’amore che prova per lei determina in lui uno stato d’animo sereno e disteso. In questo stato d’animo coglie bellezza e armonia nell’intero universo.

In questa lettera il poeta rivela l’importanza che lui attribuisce al sentimento e all’illusione, anche quando la ragione è consapevole che le illusioni sono vane.

15 Maggio

Dopo quel bacio io son fatto divino.
Le mie idee sono più alte e ridenti, il mio aspetto più gajo, il mio cuore più compassionevole.
Mi pare che tutto s’abbellisca a’ miei sguardi; il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de’ zefiri fra le fronde son oggi più soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a’ miei piedi; non fuggo più gli uomini, e tutta la Natura mi sembra mia. Il mio ingegno è tutto bellezza e armonia.
Se dovessi scolpire o dipingere la Beltà, io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione.

O Amore! le arti belle sono tue figlie; tu primo hai guidato su la terra la sacra poesia, solo alimento degli animali generosi che tramandano dalla solitudine i loro canti sovrumani sino alle più tarde generazioni, spronandole con le voci e co’ pensieri spirati dal cielo ad altissime imprese: tu raccendi nei nostri petti la sola virtù utile a’ mortali, la Pietà, per cui sorride talvolta il labbro dell’infelice condannato ai sospiri: e per te rivive sempre il piacere fecondatore degli esseri, senza del quale tutto sarebbe caos e morte.
Se tu fuggissi, la Terra diverrebbe ingrata; gli animali, nemici fra loro; il Sole, foco malefico; e il Mondo, pianto, terrore e distruzione universale.

Adesso che l’anima mia risplende di un tuo raggio, io dimentico le mie sventure; io rido delle minacce della fortuna, e rinunzio alle lusinghe dell’avvenire.

O Lorenzo! sto spesso sdrajato su la riva del lago de’ cinque fonti: mi sento vezzeggiare la faccia e le chiome dai venticelli che alitando sommovono l’erba, e allegrano i fiori, e increspano le limpide acque del lago.
o credi tu? Io delirando deliziosamente mi veggo dinanzi le Ninfe ignude, saltanti, inghirlandate di rose, e invoco in lor compagnia le Muse e l’Amore; e fuor dei rivi che cascano sonanti e spumosi, vedo uscir sino al petto con le chiome stillanti sparse su le spalle rugiadose, e con gli occhi ridenti le Najadi, amabili custodi delle fontane.

Illusioni! – grida il filosofo.

– Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credevano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondevano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia!

Illusioni!
Ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele.    

Insensatezza della storia

Per dimenticare l’amore per Teresa e per sfuggire alle persecuzioni austriache, Jacopo lascia i Colli Euganei a va in Francia. Giunto a Ventimiglia decide però di tornare indietro, desiderando morire nella sua terra.

La barriera delle Alpi offre un grandioso spettacolo. Si tratta di un confine possente, una barriera naturale che ora è violata dalle potenze straniere. Ma Foscolo riflette sul fatto che in passato la potenza della penisola italica ha violato le stesse frontiere in opposta direzione. La storia è tutta dominata dalla violenza e dalla sopraffazione.

È quindi inutile fuggire. È meglio la morte.

Ma Jacopo non vuole morire in terra straniera, non vuole che le sue ossa vengano sepolte altrove. Vuole provare il piacere di essere compianto da Teresa e dai suoi compagni. Questo testo ci mostra il pessimismo nei confronti della storia che è stata sempre teatro di violenze. Ci mostra inoltre la grande delusione politica e sentimentale del protagonista.

Ventimiglia, 19 e 20 Febbraio
 [ … ]
Alfine eccomi in pace!
– Che pace? stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati.
– Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna. V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero.
Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici dell’Alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo e tutto biancheggia e si confonde – da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo.
La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.
I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni.
Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia.
Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce?
– Ov’è l’antico terrore della tua gloria?
Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la gloria degli avi, le quali quanto più splendono tanto più scoprono la nostra abbietta schiavitù.
Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro sepolcri.
E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze, e l’intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi domestici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo i nostri padroni schiudere le tombe e disseppellire, e disperdere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientarne le ignude memorie: poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione di superbia, ma non eccitamento dell’antico letargo.
Così grido quand’io mi sento insuperbire nel petto il nome Italiano, e rivolgendomi intorno io cerco, né trovo più la mia patria.
– Ma poi dico: Pare che gli uomini sieno fabbri delle proprie sciagure; ma le sciagure derivano dall’ordine universale, e il genere umano serve orgogliosamente e ciecamente a’ destini.
Noi argomentiamo su gli eventi di pochi secoli: che sono eglino nell’immenso spazio del tempo? Pari alle stagioni della nostra vita normale, pajono talvolta gravi di straordinarie vicende, le quali pur sono comuni e necessarj effetti del tutto. L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra.
Io guardando da queste Alpi l’Italia piango e fremo, e invoco contro agl’invasori vendetta; ma la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo di tanti popoli trapassati, quando i Romani rapivano il mondo, cercavano oltre a’ mari e a’ deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano gl’Iddii de’ vinti, incatenevano principi e popoli liberissimi, finché non trovando più dove insanguinare i lor ferri, li ritorceano contro le proprie viscere. Così gli Israeliti trucidavano i pacifici abitatori di Canaan, e i Babilonesi poi strascinarono nella schiavitù i sacerdoti, le madri, e i figliuoli del popolo di Giuda.
Così Alessandro rovesciò l’impero di Babilonia, e dopo avere passando arsa gran parte della terra, si corrucciava che non vi fosse un altro universo. Così gli Spartani tre volte smantellarono Messene e tre volte cacciarono dalla Grecia i Messeni che pur Greci erano della stessa religione e nipoti de’ medesimi antenati.
Così sbranavansi gli antichi Italiani finché furono ingojati dalla fortuna di Roma.
Ma in pochissimi secoli la regina del mondo divenne preda de’ Cesari, de’ Neroni, de’ Costantini, de’ Vandali, e de’ Papi. Oh quanto fumo di umani roghi ingombrò il Cielo della America, oh quanto sangue d’innumerabili popoli che né timore né invidia recavano agli Europei, fu dall’Oceano portato a contaminare d’infamia le nostre spiagge! ma quel sangue sarà un dì vendicato e si rovescierà su i figli degli Europei!
Tutte le nazioni hanno le loro età.
Oggi sono tiranne per maturare la propria schiavitù di domani: e quei che pagavano dianzi vilmente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco. La Terra è una foresta di belve.
La fame, i diluvj, e la peste sono ne’ provvedimenti della Natura come la sterilità di un campo che prepara l’abbondanza per l’anno vegnente: e chi sa? fors’anche le sciagure di questo globo apparecchiano la prosperità di un altro.
Frattanto noi chiamiamo pomposamente virtù tutte quelle azioni che giovano alla sicurezza di chi comanda e alla paura di chi serve. I governi impongono giustizia: ma potrebbero eglino imporla se per regnare non l’avessero prima violata?
 Chi ha derubato per ambizione le intere province, manda solennemente alle forche chi per fame invola del pane. Onde quando la forza ha rotti tutti gli altrui diritti, per serbarli poscia a se stessa inganna i mortali con le apparenze del giusto, finché un’altra forza non la distrugga.
Eccoti il mondo, e gli uomini.
Sorgono frattanto d’ora in ora alcuni più arditi mortali; prima derisi come frenetici, e sovente come malfattori, decapitati: che se poi vengono patrocinati dalla fortuna ch’essi credono lor propria, ma che in somma non è che il moto prepotente delle cose, allora sono obbediti e temuti, e dopo morte deificati. Questa è la razza degli eroi, de’ capisette, e de’ fondatori delle nazioni i quali dal loro orgoglio e dalla stupidità de’ volghi si stimano saliti tant’alto per proprio valore; e sono cieche ruote dell’oriuolo.
Quando una rivoluzione nel globo è matura, necessariamente vi sono gli uomini che la incominciano, e che fanno de’ loro teschj sgabello al trono di chi la compie. E perché l’umana schiatta non trova né felicità né giustizia sopra la terra, crea gli Dei protettori della debolezza e cerca premj futuri del pianto presente.
Ma gli Dei si vestirono in tutti i secoli delle armi de’ conquistatori: e opprimono le genti con le passioni, i furori, e le astuzie di chi vuole regnare.
Lorenzo, sai tu dove vive ancora la vera virtù? in noi pochi deboli e sventurati; in noi, che dopo avere sperimentati tutti gli errori, e sentiti tutti i guai della vita, sappiamo compiangerli e soccorrerli.
Tu o Compassione, sei la sola virtù! tutte le altre sono virtù usuraje.
Ma mentre io guardo dall’alto le follie e le fatali sciagure della umanità, non mi sento forse tutte le passioni e la debolezza ed il pianto, soli elementi dell’uomo?
Non sospiro ogni dì la mia patria? Non dico a me lagrimando: Tu hai una madre e un amico – tu ami – te aspetta una turba di miseri, a cui se’ caro, e che forse sperano in te – dove fuggi? anche nelle terre straniere ti perseguiranno la perfidia degli uomini e i dolori e la morte: qui cadrai forse, e niuno avrà compassione di te; e tu senti pure nel tuo misero petto il piacere di essere compianto.
Abbandonato da tutti, non chiedi tu ajuto dal Cielo? non t’ascolta; eppure nelle tue afflizioni il tuo cuore torna involontario a lui – va, prostrati; ma all’are domestiche.
O natura! hai tu forse bisogno di noi sciagurati, e ci consideri come i vermi e gl’insetti che vediamo brulicare e moltiplicarsi senza sapere a che vivano?
Ma se tu ci hai dotati del funesto istinto della vita sì che il mortale non cada sotto la soma delle tue infermità ed ubbidisca irrepugnabilmente a tutte le tue leggi, perché poi darci questo dono ancor più funesto della ragione? Noi tocchiamo con mano tutte le nostre calamità ignorando sempre il modo di ristorarle.
Perché dunque io fuggo? e in quali lontane contrade io vado a perdermi? dove mai troverò gli uomini diversi dagli uomini? O non presento io forse i disastri, le infermità, e la indigenza che fuori della mia patria mi aspettano? – Ah no! Io tornerò a voi, o sacre terre, che prime udiste i miei vagiti, dove tante volte ho riposato queste mie membra affaticate, dove ho trovato nella oscurità e nella pace i miei pochi diletti, dove nel dolore ho confidato i miei pianti. Poiché tutto è vestito di tristezza per me, se null’altro posso ancora sperare che il sonno eterno della morte – voi sole, o mie selve, udirete il mio ultimo lamento, e voi sole coprirete con le vostre ombre pacifiche il mio freddo cadavere. Mi piangeranno quegli infelici che sono compagni delle mie disgrazie – e se le passioni vivono dopo il sepolcro, il mio spirito doloroso sarà confortato da’ sospiri di quella celeste fanciulla ch’io credeva nata per me, ma che gl’interessi degli uomini e il mio destino feroce mi hanno strappata dal petto.
Alessandria, 29 Febbraio

Da Nizza invece d’inoltrarmi in Francia, ho preso la volta del Monferrato. Stasera dormirò a Piacenza. Giovedì scriverò da Rimini. Ti dirò allora – Or addio.  

Rimini, 5 Marzo  

Tutto mi si dilegua. Io veniva a rivedere ansiosamente il Bertola (un autore di poesie); da gran tempo io non aveva sue lettere – È morto.

La morte di Jacopo

Ore 11 della sera
Lo seppi: Teresa è maritata.
Tu taci per non darmi la vera ferita – ma l’inferno geme quando la morte il combatte, non quando lo ha vinto.
Meglio così, da che tutto è deciso: ed ora anch’io sono tranquillo, incredibilmente tranquillo.
Addio.
Roma mi sta sempre sul cuore.

Nota di Lorenzo Alderani

Dal frammento seguente che ha la data della sera stessa, apparisce che Jacopo decretò in quel dì di morire. Parecchi altri frammenti, raccolti come questo dalle sue carte, paiono gli ultimi pensieri che lo raffermarono nel suo proponimento; e però li andrò frammentando secondo le loro date.

La morte di Jacopo

Il ragazzo, che dormiva nella camera contigua all’appartamento di Jacopo, fu scosso come da un lungo gemito: tese l’orecchio per sincerarsi s’ei lo chiamava; aprì la finestra sospettando ch’io avessi gridato all’uscio, da che stava avvertito ch’io sarei tornato sul far del dì; ma chiaritosi che tutto era quiete e la notte ancor fitta, tornò a coricarsi e si addormentò. 
Mi disse poi che quel gemito gli aveva fatto paura: ma che non vi badò più che tanto perché il suo padrone soleva alle volte smaniare fra il sonno. 
La mattina, Michele dopo aver bussato e chiamato un pezzo alla porta, sconficcò il chiavistello; e non udendosi rispondere nella prima camera, s’inoltrò perplesso; e al chiarore della lucerna che ardeva tuttavia, gli si affacciò Jacopo agonizzante nel proprio sangue. 
Spalancò le finestre chiamando gente, e perché nessuno accorreva, s’affrettò a casa del chirurgo, ma non lo trovò perché assisteva a un moribondo; corse al parroco, ed anch’esso era fuori per lo stesso motivo. 
Entrò ansante nel giardino di casa T*** mentre Teresa scendeva per uscire di casa con suo marito, il quale appunto dicevale come dianzi avea risaputo che in quella notte Jacopo non era altrimenti partito; ed ella sperò di potergli dire addio un’altra volta: e scorgendo il servo da lontano voltò il viso verso il cancello donde Jacopo soleva sempre venire, e con una mano si sgombrò il velo che cadevale sulla fronte, e rimirava intentamente, costretta da dolorosa impazienza di accertarsi s’ei pur veniva: e le si accostò a un tratto Michele domandando aiuto, perché il suo padrone s’era ferito, e che non gli parea ancora morto: ed essa ascoltavalo immobile con le pupille fitte sempre verso il cancello: poi senza mandare lagrima né parola, cascò tramortita fra le braccia di Odoardo. 
Il signore T*** accorse sperando di salvare la vita del suo misero amico. Lo trovò steso sopra un sofà con tutta quasi la faccia nascosta fra’ cuscini: immobile, se non che ad ora ad ora anelava. S’era piantato un pugnale sotto la mammella sinistra ma se l’era cavato dalla ferita, e gli era caduto a terra. Il suo abito nero e il fazzoletto da collo stavano gittati sopra una sedia vicina. Era vestito del gilè, de’ calzoni lunghi e degli stivali; e cinto d’una fascia larghissima di seta di cui un capo pendeva insanguinato, perché forse morendo tentò di svolgersela dal corpo. 
Il signore T*** gli sollevava lievemente dal petto la camicia, che tutta inzuppata di sangue gli si era rappresa su la ferita. Jacopo si risentì; e sollevò il viso verso di lui; e riguardandolo con gli occhi nuotanti nella morte, stese un braccio, come per impedirlo, e tentava con l’altro di stringergli la mano – ma ricascando con la testa su i guanciali, alzò gli occhi al cielo, e spirò. 
La ferita era assai larga, e profonda; e sebbene non avesse colpito il cuore, egli si affrettò la morte lasciando perdere il sangue che andava a rivi per la stanza. 
Gli pendeva dal collo il ritratto di Teresa tutto nero di sangue, se non che era alquanto polito nel mezzo; e le labbra insanguinate di Jacopo fanno congetturare ch’ei nell’agonia baciasse la immagine della sua amica. Stava su lo scrittojo la Bibbia chiusa, e sovr’essa l’oriuolo; e presso, varj fogli bianchi; in uno de’ quali era scritto: 
Mia cara madre: e da poche linee cassate, appena si potea rilevare, espiazione; e più sotto; di pianto eterno. In un altro foglio si leggeva soltanto l’indirizzo a sua madre, come se pentitosi della prima lettera ne avesse incominciata un’altra che non gli bastò il cuore di continuare. Appena io giunsi da Padova ove m’era convenuto indugiare più ch’io non voleva, fui sopraffatto dalla calca de’ contadini che s’affollavano muti sotto i portici del cortile; ed altri mi guardavano attoniti, e taluno mi pregava che non salissi.
Balzai tremando nella stanza, e mi s’appresentò il padre di Teresa gettato disperatamente sopra il cadavere; e Michele ginocchione con la faccia per terra. 
Non so come ebbi tanta forza d’avvicinarmi e di porgli una mano sul cuore presso la ferita; era morto, freddo. 
Mi mancava il pianto e la voce; ed io stava guardando stupidamente quel sangue: finché venne il parroco e subito dopo il chirurgo, i quali con alcuni famigliari ci strapparono a forza dal fiero spettacolo. Teresa visse in tutti que’ giorni fra il lutto de’ suoi in un mortale silenzio. 
– La notte mi strascinai dietro al cadavere che da tre lavoratori fu sotterrato sul monte de’ pini. 

– FINE –

Rispondi

  • Descrivi il personaggio di Jacopo sia nell’aspetto fisico che nel carattere.
  • Cosa ti attrae del personaggio?
  • Cosa ti infastidisce di lui?
  • Se fosse una persona che conosci e ti chiedessero un’opinione su di lui, che cosa diresti?

Le Poesie

L’edizione delle Poesie stampata a Milano nel 1803 comprendeva due odi e dodici sonetti. Questi dodici sonetti costituiscono una sorta di autoritratto in versi dell’autore. In esse Foscolo si dipinge come un individuo eccezionale, dotato di sentimenti, capace di passioni più forti del comune, avversato dai tempi e dalla sorte, costretto alla vita errabonda e infelice dell’esule. Le uniche consolazioni della sua vita da esule sono costituite dalla poesia e dall’amore

In morte del fratello Giovanni

PARAFRASI
1. Se io un giorno, non sarò più obbligato a fuggire sempre, andando
2. di popolo in popolo, mi vedrai seduto
3. sulla tua tomba, o fratello, mio, a piangere
4. il fiore dei tuoi anni giovanili che si è spezzato.

5. Solo nostra madre ora, trascinando la sua vecchiaia,
6. parla di me con la tua cenere muta:
7. ma io tendo inutilmente le mani verso di voi;
8. e, anche se saluto solo da lontano la mia patria,

9. sento gli dei contrari e i tormenti interiori
10. che sconvolsero la tua vita (inducendoti al suicidio),
11. e invoco anch’io la pace, quella pace in cui adesso tu sei, la pace della morte.

12. Oggi di tante speranze, mi resta soltanto questa!
13. Oh popoli stranieri, restituite le mie spoglie, quando io non sarò più,
14. alle braccia della madre infelice.

SCHEMA METRICO I versi del sonetto sono endecasillabi piani.
Le rime seguono il seguente schema: ABAB ABAB CDC DCD;

Commento

I sonetti di Foscolo risalgono al 1803 e sono tutti caratterizzati da una forte soggettività, come l’Ortis. Anche in questo sonetto il poeta si rispecchia nella figura di un eroe sventurato e tormentato, sempre in conflitto con il proprio tempo. Foscolo vive l’esilio come una condizione politica ed esistenziale insieme.

Compaiono in questo sonetto i temi fondamentali della poetica foscoliana:

  • la terra come madre
  • il valore eternatrice della poesia
  • l’esilio
  • il tormento interiore per la scomparsa del fratello

Giovanni, si è suicidato nel 1801, a vent’anni, per debiti di gioco. Qui viene rappresentata anche la madre anziana e sola. Le immagini che Foscolo crea sono suggestioni tipicamente romantiche.

Il tema dell’esilio

Il tema dell’esilio va inteso

  • sia come condizione reale del poeta, in esilio volontario dopo la cessione di Venezia all’Austria da parte di Napoleone, con il trattato di Campoformio,
  • sia come una condizione più generale di sradicamento e precarietà.

Tema sepolcrale

In opposizione a questo, troviamo il motivo della tomba, che si ricollega all’immagine del nucleo familiare e soprattutto della madre.

 Il ricongiungimento con la madre e la terra natale è l’unico punto fermo nella condizione di esule. Ma l’unica possibilità di ricongiungimento è vista nella morte. In questo sonetto la morte non è concepita come “nulla eterno” (come in Alla sera), ma come unica opportunità di ricongiungimento con gli affetti familiari che in vita gli è negato per sempre.

La morte quindi può essere vista in modo diversi:

  • non solo fonte di lacrime per i propri cari,
  • ma anche occasione di incontro affettuoso, che permette un legame con la vita.

La richiesta di restituire le ossa alla madre in questo sonetto, e alla propria patria, in altri testi, consente l’illusione della sopravvivenza, del ritorno tra le braccia della madre e della patria.

Troviamo qui anticipato quel forte legame, punto cardine del carme Dei sepolcri, tra tomba, terra natale e figura materna.

È, infatti, proprio la madre che, pur colpita da tante sciagure, tenta di ricomporre l’unità della famiglia accanto alla tomba, simbolo di morte.

Figure retoriche

  • Metafore fondamentali:
    • la vita è come un viaggio, in un mare tempestoso che si conclude con la quiete della morte, considerata come un porto (le secrete/cure che al viver tuo furon tempesta,/e prego anch’io nel tuo porto quiete).
    • La gioventù stroncata dalla morte è come un fiore reciso (“il fior de’ tuoi gentili anni caduti”). E’ assai comune che un poeta rappresenti la giovinezza come un fiore (Leopardi associa la gioventù di Silvia al mese di maggio, quando sbocciano le rose – Carducci definisce il figlio, morto precocemente, … fiore della mia pianta ….
  • Sineddoche – “tetti”, rappresenta tutto il suo paese natale citando una parte – “palme” invece di “mani”;
  • Sinestesia – “cenere muto” ,dove si accostano due termini che appartengono alle sfere sensoriali della vista e dell’udito.
  • Metonimia – “pietra” materiale usato per la costruzione delle tombe.
  • Allitterazione – “tardo traendo” , “secrete cure”, “madre mesta”.
  • Enjambement – fuggendo / di gente in gente – le secrete / cure

A Zacinto

Sonetto – schema di rime è ABAB ABAB CDE CED

Parafrasi

E io non toccherò mai più le sacre sponde dove sono nato e dove ho trascorso la mia infanziao mia Zacinto, splendida isola che ti specchi nelle onde del mare greco, quelle stesse onde da cui nacque vergine Venere; è stata Venere [ella] a rendere feconde, fertili,  quelle isole con il suo primo sorriso, così che [Omero – colui che l’acque cantò fatali] non potè non scrivere la tua bellezza, con le tue limpide nuvole e i tuoi alberi, Omero con la sua poesia illustre cantò le navigazioni volute dal Fato e raccontò il complicato esilio per cui Ulisse, reso bello dalla fama e dalla sventura e dalle trasformazione delle dee, arrivò finalmente a baciare la petrosa isola di Itaca, sua terra nativa. O mia terra materna, tu non avrai altro che il mio canto, che sono tuo figlio; a me il fato ha imposto una tomba, una sepoltura in terra straniera e quindi sulla quale nessuno giungerà a versare le sue lacrime.

Commento

La poesia A Zacinto viene scritta tra il 1802 e il 1803.

In questo testo il poeta vede sé stesso come un eroe sventurato e tormentato dai conflitti che lacerano la sua contemporaneità. Lui vive in esilio molta parte della sua vita e l’esilio è il tema di questo sonetto.

Foscolo scappa da Venezia dopo il trattato di Campoformio (1797) col quale Napoleone Bonaparte cedeva i territori della Repubblica di Venezia all’Impero Asburgico.

Foscolo si sente tradito da Napoleone che vedeva come un liberatore, ma che con questo atto dimostra che la sua vera essenza è quella del conquistatore.

Il tema principale della poesia A Zacinto è l’amore per la patria ormai lontana.

Il poeta paragona il suo destino a quello di Ulisse: Foscolo non potrà mai più toccare le sponde di Zacinto, mentre Ulisse, dopo un lungo viaggio, ha potuto baciare la sua amata Itaca.

Il potere della poesia però può fare un miracolo: rendere eterna la sua memoria e il suo amore per la sua terra.

La poesia inizia con uan serie di negazioni, poste in climax ascendente “Né più mai toccherò”. Questo mostra subito che la condizione politica di Foscolo è irreversibile. Lui non vedrà mai più la sua isola la sua Zacinto.

Foscolo presenta la sua isola sotto una luce idilliaca e fa riferimento alle sue origini mitiche. L’isola è nel mar Ionio da cui, secondo la tradizione, nacque la dea Venere. Il sorriso di Venere illumina l’isola e la rende così bella. Siccome l’isola è così bella Omero (colui che l’acque cantò fatali) ne ha celebrato la bellezza e la vegetazione rigogliosa.

Il lessico scelto da Foscolo è elevato e aulico; il poeta sceglie molte parole tratte dal latino (feconde, inclito, fatali, diverso…).

La sintassi è complessa: infatti trutto il sonetto è composto da un unico periodo lunghissimo che abbraccia bel 11 versi: le due quartine e la prima terzina. Sei sono le frasi relative che utilizza.

Le frasi così incatenate danno l’effetto di un discorso che continua senza interruzione, tra i ricorsi del poeta.

L’ultima terzina, in cui il poeta esprime il compianto per sé stesso è autonoma.

Figure retoriche

  • Enjambements  quando l’unità di senso non coincide con l’unità di verso – “nacque / Venere” (vv. 4-5); “onde / del greco mar” (vv. 3-4):; “l’acque / cantò” (vv. 8-9); “prescrisse / il fato” (vv. 13-14).
  • Allitterazioni  – ripetizione delle stesse sillabe o delle stesse lettere  – “sacre sponde” (v. 1); “fea… feconde” (v. 5); “vergine…/Venere” (vv. 4-5); “Ulisse… diverso… esiglio” (vv. 9-11); L’inclito verso di colui che l’acque/ cantò fatali (vv. 8-9).
  • Apostrofi  quando chi parla interrompe la forma espositiva del suo discorso per rivolgere direttamente la parola a concetti personificati o a soggetti assenti o lontani – “Zacinto mia” (v. 3); “o materna mia terra” (v. 13).
  • Perifrasi  giro di parole “colui che l‟acque / cantò fatali” (vv. 8-9): Omero.
  • Sineddoche  consiste nella sostituzione tra due termini che hanno una relazione di quantità, la parte per il tutto – “sponde” (v. 1) si intende l’intera isola; “greco mar” (v. 4): il mar Ionio che lambisce la Grecia, le coste della Magna Grecia e di Zante.
  • Anastrofi – inversione sintattica – “vergine nacque / Venere” (vv. 4-5); “l’acque / cantò fatali” (vv. 8-9); “il canto avrai del figlio” (v. 12).
  • Litote  prevede l’affermazione di un concetto mediante la negazione del suo contrario“non tacque” (v. 6): Omero non poté fare a meno di parlarne.
  • Climax elenco in cui i termini sono disposti in ordine di intensità crescente“Né più mai” (v.1).
  • Ossimori  “limpide nubi” (v.8) accostamento ad un oggetto (un sostantivo), un aggettivo (attributo) che attribuisce all’oggetto una caratteristica opposta alla sua natura.
  • Metonimia  “l’acque” (v.8) – La metonimia è una figura della retorica tradizionale, che consiste nell’usare il nome del contenuto invece che del contenitore: acqua al posto di Mar Medìterraneo.

Alla sera

(Oh sera) forse tu mi sei così cara perché rappresenti l’immagine della pace eterna. E io ti apprezzo sia che tu venga in estate, quando arrivi dopo una giornata serena, che quando arrivi, nella stagione rigida, a portare sulla terra lunghe tenebre dopo una giornata fredda e nevosa, tu sera sei sempre invocata da me; tu sai raggiungere dolcemente le parti più nascoste del mio animo.
Tu sera mi fai viaggiare con i miei pensieri sulla strada che porta verso l’idea della morte, che annulla tutto, per sempre; e intanto questo tempo infelice passa velocemente e se ne vanno via insieme a te, sera, tutte le preoccupazioni della vita a causa delle quali il tempo presente si consuma assieme a me; e mentre io contemplo la tua pace, si tranquillizza, si placa anche il mio spirito ribelle, il mio spirito guerriero, che mi ruggisce dentro.
METRO: sonetto, con rima secondo lo schema ABAB ABABA CDC DCD.

Commento

Il tema del sonetto è la sera, vista come immagine della morte, definita «fatal quiete», il riposo del fato, la pace dell’anima. Per questo motivo la sera è molto cara al poeta.

Ma assieme a questo, emerge dalla poesia anche un altro tema fondamentale: il sofferto rapporto tra il desiderio di pace del poeta e il senso angoscioso della vita che lo travaglia.

La sera descritta dal Foscolo è sempre attesa con piacere, sia che arrivi dopo i bei tramonti estivi, accompagnata da venti leggeri, sia che giunga accompagnata da atmosfere invernali, tenebrose e nevose.

La sera è sempre desiderata, perché ispira i più intimi pensieri, le più segrete aspirazioni.

Rivolgendosi direttamente ad essa, l’autore confida che l’apparizione della sera lo induce a meditare sulla vita e sulla morte, il nulla eterno.

A questa dimensione indefinita ed infinita si contrappone il tempo, elemento fuggente che passa rapido e che porta con sé sempre nuove avversità. E mentre il poeta contempla il silenzio e la pace della notte la sua anima travagliata, l’anima di un eroe romantico può per un attimo trovare pace, può placarsi, può riposare.

Il poeta vive in eterna polarità tra il suo desiderio di pace e la negatività del presente storico. Ma la sera è un momento in cui la tensione si placa e il poeta sperimenta la pace, il riposo. La sera ha il potere di placare la sia anima guerriera, di donargli un momento di riposo.

Il lessico di questo componimento è altamente letterario, costruito con parole auliche e poetiche; molte di queste provengono dal latino e danno al sonetto una forma neoclassica, mentre i sentimenti espressi sono decisamente romantici. La sintassi è costituita da periodi paratattici e ipotattici. Nelle quartine i periodi son più ampi e complessi, mentre nelle terzine i periodi sono più corti e concitati.

Figure retoriche

  • Allitterazioni dei suoni chiari delle vocali e ed i nelle quartine, e quelle dei suoni cupi delle vocali o ed u delle terzine, r nell’ultima strofa.
  • Parallelismo delle due frasi coordinate («E quando… e quando…»).
  • Ossimoro v. 10 «Nulla eterno»
  • Enjambement vv. 5-6 “inquiete/ tenebre e lunghe, vv. 7 – 8 “secrete vie”;
  • Antitesi si trova negli ultimi due versi «e mentre io guardo la tua pace, dorme / quello spirto guerriero ch’entro mi rugge».

Altre poesie dedicate alla sera

Sera di Gavinana di Vincenzo Cardarelli

Dei sepolcri

Il carme Dei sepolcri è un’opera poetica di impegno sociale e politico.

L’occasione per la scelta del tema sepolcrale è stato il decreto napoleonico di Saint-Cloud del 1804:

  • Per ragioni igieniche si proibivano le sepolture nei centri abitati.
  • Per ragioni di uguaglianza si stabiliva che le lapidi fossero tutte di uguale grandezza.

Su questo argomento Ugo Foscolo ebbe modo di discutere assieme a Ippolito Pindemonte nel salotto veneziano di Isabella Teotochi Albrizzi.
Dopo questo dibattito Foscolo dedicò il carme Dei sepolcri a Ippolito Pindemonte il quale rispose a quello di Foscolo con un altro carme intitolato allo stesso modo. Foscolo quindi compone i sepolcri in forma di lettera indirizzata a Pindemonte come ideale continuazione di quella discussione.

Obiettivo del carme

L’obiettivo che si pone Foscolo è quello di esaltare la funzione civile delle tombe, dei sepolcri.

La riflessione di Foscolo parte dall’affermazione che le tombe sono inutili perché non c’è alcuna forma di sopravvivenza oltre la morte. Questo è il punto di partenza del Carme.

Il poeta però prosegue sostenendo che, se le tombe sono inutili per i morti, sono comunque una delle istituzioni fondamentali dei vivi, sono una delle istituzioni fondamentali delle civiltà di ogni epoca. Esse infatti sono alla base del vivere civile della storia ed è solo nella continuità della memoria tra una generazione e le successive che gli uomini possono sperare di giungere a una qualche forma di sopravvivenza oltre la morte. Le tombe, e le civiltà che esse rappresentano, permettono di dare un significato dell’esperienza umana che va oltre la vita.
Questo porta a rivalutare sia l’umanità ma anche la sua storia. Viene creata quindi una sorta di religione laica e civile fondata non su gli ideali spirituali ma sui valori intrinseci della storia umana.
Infatti non si ricorda la memoria dei malfattori, ci si ricorda invece degli uomini che hanno dedicato la loro vita a qualcosa di grande. Foscolo cita le tombe di grandi uomini come quelli che sono sepolti in Santa Croce a Firenze.

I valori

I valori a cui fa riferimento Foscolo coincidono con le virtù delle società antiche: il patriottismo, il senso civico, il culto della sobrietà, l’austerità della vita privata, la lealtà….
Si tratta di valori fondati sul ricordo che sono rappresentati proprio dai sepolcri. Questi valori devono essere trasferiti alle generazioni successive.

Funzione eternatrice della poesia

Foscolo ritiene che sia proprio l’arte, e in particolare la poesia, a dover portare avanti i valori dell’antichità. La poesia acquista così la funzione di rendere eterna la memoria storica che le tombe rappresentano. Per Foscolo la poesia è la più alta espressione della civiltà.
Si parla di funzione eternatrice della poesia.
I sepolcri quindi offrono al cittadino italiano un codice di comportamento laico e etico, un comportamento classicistico e impegnato politicamente.

Video su Foscolo

Fonti

  • www.liberliber.it
  • Redazione Virtuale, Milano, 10 maggio 2006, © Copyright 2006
  • italialibri.net, Milano
  • https://www.fareletteratura.it/2012/12/17/analisi-del-testo-e-parafrasi-in-morte-del-fratello-giovanni-foscolo/
  • www.fareletteratura.it
  • www.treccani.it
  • https://liceocuneo.it/ipertesti/il-paesaggio-dell’anima/inmorte.htm
  • https://biografieonline.it/
  • http://guide.supereva.it/romanzo_epistolare/interventi/2004/10/180727.shtml
  • https://www.pearson.it/letteraturapuntoit/contents/files/fosco_sintesi.pdf
  • https://www.italialibri.net/opere/allasera.html
  • Breve storia degli ebrei d’Italia, su morasha.it
Categorie
Età delle rivoluzioni

La prima rivoluzione industriale

Il passaggio dal lavoro domestico e artigianale alla manifattura avviene in Gran Bretagna verso la fine del Settecento quando vennero fatte due nuove invenzioni tecnologiche: 

  • la filatrice meccanica
  • l’invenzione della macchina a vapore.

Queste due invenzioni si rivelarono complementari tra loro la filatrice meccanica  e diedero l’impulso alla prima rivoluzione industriale. 

La filatrice ARACNE in un famoso quadro di Diego Velàzquez

La filatrice meccanica fu  messa a punto dall’inglese James Hargraves e venne brevettata nel 1770. 

Filatrice meccanica detta Giannetta – Fonte wikipedia

L’invenzione della macchina a vapore fu ad opera dello scozzese James Watt e venne brevettata nel 1775.

La macchina a vapore

Le zone inizialmente interessate sono prevalentemente inglesi nella zona di Leeds-Sheffield-Birmingham e di Liverpool-Manchester. nel Galles del nord e nella Scozia centrale. 

Cartina

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/142/la-rivoluzione-industriale

Le nuove invenzioni portano allo sviluppo del settore tessile che diventa trainante e successivamente del settore siderurgico. 

Il carbone viene considerato ben presto come la nuova fonte d’energia che sostituisce le tradizionali fonti energetiche. 

Nell’industria tessile il cotone e la lana sono le principali materie prime impiegate, nell’industria tessile, mentre il ferro diventa il protagonista della nascente industria meccanica. 

La rivoluzione industriale esplode in Inghilterra, ma nel giro di alcuni decenni il nuovo sistema produttivo sbarca prima in Europa e poi in Nord America. Ovviamente i nuovi centri industriali si collocano vicino ai bacini carboniferi e  nelle zone portuali.

Le innovazioni della rivoluzione industriale attivano una spirale di sviluppo: la meccanizzazione delle manifatture 

  • porta ad un aumento della produzione, 
  • genera quindi una domanda di nuovi mezzi di comunicazione, 
  • richiede di conseguenza nuovi mercati sia per l’approvvigionamento delle materie prime che per la vendita dei prodotti finiti. 

Mezzi di comunicazione

Nel 1807 si sperimenta la prima nave a vapore.

Nel 1830 la linea ferroviaria Liverpool-Manchester è completata. 

Nel 1838 viene effettuata la prima traversata atlantica su navi a vapore. 

Nel 1837 il signor Morse inventa il telegrafo dando il via a un nuovo modo di comunicare molto più veloce. 

Nel 1869 viene aperto il Canale di Suez che mette in rapida comunicazione il Mediterraneo col mar Rosso. 

Queste grandi innovazioni a loro volta stimolano lo sviluppo delle industrie di produzione di beni necessari alle innovazioni come binari, materiali ferroviari, cantieri navali, cavi di rame).

Ma tale processo di sviluppo e di innovazione va naturalmente a ripercuotersi su altri settori economici come la produzione agricola, lo sviluppo demografico e il successivo inurbamento. 

Rivoluzione agricola

Nel corso del Settecento e via via nell’Ottocento le rese dei terreni aumentarono progressivamente. 

Innanzitutto si iniziò ad usare l’aratro di ferro a ruote. La novità sta nel fatto che arare diventa più facile e il terreno viene smosso più in profondità. Questo garantisce una maggior produttività. 

Inoltre l’agricoltura e l’allevamento vengono ad integrarsi. I terreni vengono fatti ruotare regolarmente, ma nei periodi di riposo vengono seminate piante foraggere. Il foraggio prodotto tra una semina dei cereali e l’altra, vanno a vantaggio dell’allevamento, Inoltre le bestie al pascolo contribuiscono alla concimazione del terreno e ne migliorano quindi la resa. 

Aumentando la produzione agricola, nuove disponibilità alimentari portano al conseguente aumento demografico: alla metà dell’Ottocento la popolazione mondiale raggiunge il traguardo del primo miliardo. 

Man mano che la manifattura si industrializzava i processi produttivi, basati sulla divisione del lavoro, favorirono l’impiego massiccio di manodopera generica. Scomparve progressivamente la figura dell’operaio specializzato. La divisione del lavoro porta alla diffusione del lavoro salariato offerto a strati di popolazione sempre più debole, come donne e bambini.  

La meccanizzazione della campagna porta a un progressivo inurbamento delle plebi rurali e all’espansione delle zone industriali intorno alle città. 

Londra, New York o Parigi diventano immense  a causa dei quartieri industriali che di quelli popolari. 

La prima fase della rivoluzione industriale si conclude dopo la metà dell’Ottocento.