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Nazismo

Lo stato nazista si costituisce dopo il 1933. Tra il 1919 e il 1933 il potere è in mano alla Repubblica di Weimar. Hitler comincia a cercare di arrivare al potere già dagli anni 20.

Ammira Benito Mussolini, lo considera il suo modello e cerca di imitarlo.

Dopo la crisi del 1929 Hitler cavalca il malcontento; la sua popolarità aumenta progressivamente. Nel 1933 Hitler diventa cancelliere e nel ’34, alla morte del presidente Hindenburg assume su di sé anche i poteri del capo di Stato diventando dittatore.

La Germania di Hitler è un paese nel quale avviene l’identificazione tra il partito e lo stato. Hitler non cambia le leggi lentamente come fa Mussolini, ma improvvisamente impone la sua volontà, assume su di sé tutti i poteri, annulla lo stato di diritto, annulla le autonomie degli organi istituzionali e crea la dittatura.

Lo stato nazista si costituisce subito dopo l’incendio del Reichstag, sede del parlamento tedesco. Hitler accusa i comunisti del rogo, arresta gli esponenti del partito comunista e ne approfitta per assumere i pieni poteri e per instaurare la sua dittatura. Il 20 marzo del 1933 avviene l’apertura del primo lager a Dachau, il primo campo di concentramento nel quale dovevano andare tutti gli esponenti dell’opposizione. La scusa per realizzare tali luoghi era quella di rieducare chi non era in linea con il pensiero nazista.

Il 14 luglio del 1933 vengono sciolti tutti i partiti e il 30 giugno del 1934 si ricorda la Notte dei lunghi coltelli, la notte nella quale vengono assassinati tutti i dirigenti delle SA le squadre d’assalto.  In questo modo lui assume il potere totale e assoluto dopo aver eliminato chiunque avrebbe limitare o controllare la sua attività.

Quali sono gli elementi del totalitarismo nazista?

  1. L’ideologia della propaganda delle organizzazioni di massa, come il fascismo, con l’obiettivo di costruire il consenso;
  2. Uno dei principi su cui si basa il potere nazista è quello del razzismo. Le leggi di Norimberga dichiarano l’intenzione di annientare la diversità di ogni di ogni tipo. In Germania si usa violenza contro tutte le forme di diversità: si sterilizzano prima e si uccidono poi malati psichiatrici, anziani, disabili, omosessuali, Rom. Gli ebrei poi saranno l’obiettivo della violenza di Hitler.
  3. Il terrore è uno degli strumenti di controllo sociale. Le SS, la Gestapo e i lager sono strumenti di repressione del dissenso.
  4. Il Fuhrer ha il controllo assoluto sull’economia. L’economia viene organizzata direttamente dall’alto. L’economia tedesca è funzionale alla guerra. L’obiettivo è quello di aumentare lo spazio vitale (Lebensraum) in cui permettere lo sviluppo della società tedesca. Si vuole garantire la piena occupazione dei tedeschi. Si creano grandi opere pubbliche e si investe tantissimo nelle spese militari.

In questa immagine possiamo vedere come sono cambiate le spese nel bilancio dello stato germanico dalla Repubblica di Weimar al regime nazista, tra il 1928 e il 1938. Come potete notare c’è stato un incremento degli investimenti nell’ambito dei trasporti e un incremento decisamente considerevole per quanto riguarda le spese per gli armamenti.

Vie di comunicazione e armamenti sono funzionali alla guerra. Questo ci chiarisce in modo inequivocabile quali fossero le intenzioni del dittatore.

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Gabriele D’Annunzio

Gabriele d’Annunzio è uno scrittore, poeta, drammaturgo, militare, politico, giornalista, pubblicitario italiano. È considerato uno dei simboli del decadentismo italiano. Ha combattuto la prima guerra mondiale e nel 1924 è stato insignito dal Re Vittorio Emanuele III del titolo di “Principe di Montenevoso

Perché è famoso?

  • Gabriele d’Annunzio ha saputo esprimere sia i miti che le contraddizioni della moderna società di massa. 
  • Nella sua vita e nelle sue opere ha dato voce a un sogno collettivo di un “vivere inimitabile”. 
  • Con le sue opere il Poeta fu interprete del sentimento della decadenza,  dell’ossessione della vita che fugge e del tempo che corrompe e distrugge ogni cosa.

Gabriele d’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863 da Francesco D’Annunzio e Luisa de Benedictis. Gabriele è il terzo di cinque fratelli. Fin dalla più tenera età emerge la sua grande intelligenza e la sua precocissima capacità amatoria.

Il giovane d’Annunzio

Frequenta il reale collegio Cicognini di Prato, un costoso convitto celebre per severità e rigore. Gabriele è un allievo irrequieto, ribelle e insofferente alle regole collegiali, ma è studioso e brillante, molto intelligente e deciso a primeggiare.

Nel 1879 pubblica, a spese del padre, la sua prima opera di poesie intitolata «Primo Vere». che ottenne un’entusiastica recensione critica sulla rivista romana Il Fanfulla della domenica.

Il successo ottenuto dal primo volume di liriche ha fatto di d’Annunzio l’esordiente più ammirato d’Italia. Ma dopo un anno è necessario mantenere tale successo. Il poeta lavora con estremo impegno alla revisione della raccolta ma trova anche un espediente molto efficace per promuovere la sua opera, rivelando già le sue doti di pubblicitario.

Il 13 novembre del 1880 sulla “Gazzetta della Domenica” di Firenze compare un trafiletto, che commuove l’Italia:

«Gabriele d’Annunzio, il giovane poeta già noto nella repubblica delle lettere, di cui si è parlato spesso nel nostro giornale, giorni addietro (5 novembre) sulla strada di Francavilla, cadendo da cavallo per improvviso mancamento di forze, restò morto sul colpo. Fra giorni doveva uscire la nuova edizione del suo “Primo vere”».

La notizia rimbalza dappertutto e le maggiori testate letterarie italiane piangono «quest’ultimogenito delle Muse», «gioia dei suoi genitori amore dei compagni, orgoglio dei maestri». Si tratta di lacrime inutili. Il poeta, infatti, firmandosi con il nome fasullo di G. Rutini, aveva fornito egli stesso con una cartolina la notizia della propria morte.

Mentre giungono da ogni parte a Pescara condoglianze sbigottite e decine di struggenti necrologi compaiono sulla stampa, d’Annunzio ricompare, come se nulla fosse successo, vivo e vegeto, qualche giorno dopo l’uscita della seconda edizione di Primo vere, che naturalmente, sull’onda dell’emozione, aveva riscosso un immediato successo.
Il colpo da maestro della pubblicità è riuscito perfettamente. 
Fonte: https://www.giuntitvp.it/blog/sguardi-al-cuore-della-letteratura/la-falsa-morte-di-un-poeta-promettente/

Al termine degli studi liceali consegue la licenza d’onore; ma prima di tornare a Pescara, si ferma a Firenze, da Giselda Zucconi, detta Lalla, il suo primo vero amore.

Il periodo romano

Nel novembre 1881 D’Annunzio si trasferisce a Roma per frequentare la facoltà di lettere e filosofia, ma si immerge con entusiasmo negli ambienti letterari e giornalistici della capitale, trascurando lo studio universitario. Non riuscirà a concludere l’università.

Qui collabora con alcune delle testate giornalistiche più in voga, specializzandosi in un genere che lo appassiona: la cronaca rosa ed il pettegolezzo. Teatro delle sue cronache erano tutti gli avvenimenti mondani, ricevimenti, feste dove dava sfoggio di sé alimentando l’immancabile gossip che rende più appetitosa ogni cronaca.

Il giovane Gabriele, che non era nobile di origine, entra nei prestigiosi salotti dell’aristocrazia romana, rendendosi famoso per le cronache quotidiane e gli articoli di giornali, articoli che attiravano la curiosità del pubblico e la soddisfazione di chi vi era descritto.

In uno di questi salotti conosce la duchessina Maria Altemps Hardouin di Gallese, figlia dei proprietari di palazzo Altemps. La ragazza era bellissima, bionda ed alta, orgoglio dei suoi genitori. Maria era senza dubbio il più bel partito di Roma. Quando la giovane incontra Gabriele d’Annunzio rimane affascinata. Lei sognava l’amore come lo aveva appreso dall’ambiente letterario ed artistico che con la madre condivideva e la penna e le parole del giovane scrittore fanno breccia nel cuore della fanciulla.

Maria Altemps Hardouin di Gallese https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Maria_Hardouin.jpg

Una fuga d’amore sancisce la loro unione. Il matrimonio, anche se osteggiato da entrambe le famiglie, viene celebrato. Dal matrimonio nascono tre figli.

Qualche anno dopo dirà:

“…a quel tempo amavo la poesia, ma avrei fatto bene a comprare un libro, che mi sarebbe costato assai meno.”

È da segnalare che già in quest’epoca D’Annunzio è perseguitato dai creditori, a causa del suo stile di vita eccessivamente dispendioso.

D’Annunzio si occupa sempre più di cronaca mondane e riacquista entusiasmo artistico e creativo quando incontra ad un concerto il grande amore, Barbara Leoni, ossia Elvira Natalia Fraternali.

La relazione con la Leoni crea molte difficoltà a D’Annunzio. In quel periodo Gabriele vuole dedicarsi alla sua nuova passione, il romanzo. Per allontanare dalla mente le difficoltà familiari, si ritira in un convento a Francavilla dove elabora in sei mesi uno dei suoi romanzi di maggior successo «Il Piacere».

Nel 1893 d’Annunzio deve affrontare un processo per adulterio, che fa aumentare negli ambienti aristocratici, le avversità nei confronti del poeta.

Anche le difficoltà economiche minano la serenità del poeta. Infatti oltre ai debiti da lui contratti si sommano quelli del padre deceduto il 5 giugno 1893. D’Annunzio intensifica il suo lavoro e, tornato alla solitudine del convento elabora il “Trionfo della morte”.

Eleonora Duse

Nel 1882 d’Annunzio aveva incontrato la fascinosa attrice Eleonora Duse. Lui aveva cercato di sedurla e lei lo aveva rifiutato

Nel 1888 la Duse, dopo aver recitato nei panni della “Signora delle camelie”, rientrando in camerino viene fermata da un giovanotto esile ed elegante

Il loro amore sboccia nel corso degli anni 90. Il legame che i due creano è fatto di amore e di lavoro ed è caratterizzato da periodi di vicinanza e collaborazione e altri di crisi e rotture.

Nel 1898 d’Annunzio affittò una villa trecentesca nei pressi di Firenze la Capponcina, per avvicinarsi a lei.

La rottura fu poi inevitabile, ma la Duse ispirò una parte molto importante dell’opera dannunziana, tale da essere la musa ispiratrice della raccolta poetica Alcyone, la più celebre delle raccolte poetiche dannunziane. Infatti, durante la loro relazione, d’Annunzio scriveva circa 6000 versi al mese.

Alessandra di Rudinì

Dopo la rottura con la Duse il poeta ospita alla Capponcina un’altra donna, Alessandra di Rudinì, vedova Carlotti, con la quale instaura un tenore di vita oltremodo lussuoso e mondano, trascurando l’impegno letterario.

Alessandra Carlotti di Rudinì – immagine di Marzamemi2014 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=64056088

Dopo la rottura con la Duse il poeta ospita alla Capponcina un’altra donna, Alessandra di Rudinì, vedova Carlotti, con la quale instaura un tenore di vita oltremodo lussuoso e mondano, trascurando l’impegno letterario.

Questa nuova relazione favorisce lo snobismo del poeta. Vivendo al di sopra delle sue possibilità d’Annunzio si trova sempre più indebitato al punto di dover fuggire per evitare i creditori.

La sua bella Nike, così era denominata Alessandra Di Rudinì, nel maggio del 1905 Alessandra si ammala gravemente, travolta dal vizio della morfina: D’Annunzio la assiste affettuosamente ma, dopo la sua guarigione, la abbandona. Lo choc per Nike è enorme, tanto che decide di ritirarsi a vita conventuale.

Viaggio in Francia

Le immense difficoltà economiche costringono D’Annunzio ad abbandonare l’Italia e a recarsi nel marzo 1910 in Francia. In Italia era assediato dai creditori, in Francia viene accolto con tutti gli onori dal mondo intellettuale francese. Anche sul fronte femminile d’Annunzio riscuote buoni successi: la giovane russa Natalia Victor de Goloubeff, la pittrice Romaine Brooks, la bellissima danzatrice statunitense Isadora Duncan, la danzatrice Ida Rubinstein, a cui dedica il dramma “Le martyre de Saint Sébastien”, musicato in seguito dal superbo genio di Debussy.

Anche se residente in Francia il poeta resta attivo in Italia: continua a collaborare con “Il Corriere della sera” di Luigi Albertini, dove fra l’altro sono state pubblicate le “Faville del maglio”.

L’esilio francese è stato artisticamente proficuo. Qui si dedica ad opere teatrali e anche cinematografiche.

Allo scoppio della prima guerra si conclude il suo soggiorno francese. La guerra è  considerata da D’Annunzio l’occasione perfetta per esprimere, attraverso l’azione, gli ideali superomistici ed estetizzanti, affidati, sino ad allora, alla produzione letteraria.

D’Annunzio in guerra

Il 14 maggio del 1915 Gabriele d’Annunzio rientra in Italia, inviato dal governo italiano a inaugurare il monumento dei Mille a Quarto, vicino a Genova. Il suo discorso di inaugurazione gli dà l’occasione per fare una orazione interventista e antigovernativa.

La sua voce si unisce quindi al coro urlante degli interventisti. Quando poi l’Italia dichiara guerra all’impero Austro-ungarico, d’Annunzio, non più giovane, vuole arruolarsi. Ma non è più giovane, ormai ha già 52 anni, e quindi si cerca d’impedirglielo, adducendo limiti d’età. la realtà è che l’imprevedibile d’Annunzio fa paura: si temono le sue iniziative. Della sua richiesta si interessa Antonio Salandra, il Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, e così Gabriele può rivestire la sua vecchia divisa di tenente di cavalleria. Viene assegnato al Quartier Generale del Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata; qui ha anche la possibilità di decidere le imprese in cui cimentarsi.

Le prime imprese

Gabriele D’Annunzio, a sinistra, si prepara al volo con il capitano Ermanno Beltramo (a destra) – https://espresso.repubblica.it/opinioni/dentro-e-fuori/2018/04/27/news/il-fante-ungaretticontro-d-annunzio-1.321089

Il volo su Trieste

Volare su Trieste con uno dei primi aerei di legno e tela diviene presto il suo pensiero dominante. Unitosi al tenente pilota Giuseppe Miraglia, a bordo di un apparecchio, il 7 agosto lancia sulla città manifestini tricolori rincuoranti le popolazioni in attesa: «Coraggio, fratelli! Coraggio e fede! Vi state avvicinando alla fine del vostro martirio».

Il volo su Trento

Il 20 settembre vola sopra la città di Trento e lancia dei volantini che proclamano: «Oggi il pugno bronzeo di Dante si stringe sul tuo capo chino, o popolo di Trento. Sorgi e leva lo sguardo… Il nostro amore, armato di tutto punto, avanza contro la compattezza delle tue rocce e dei tuoi ghiacciai…».

In seguito vola ripetutamente sul Trentino, sul Carso, sulla costa istriana, su Pola, insieme con piloti coraggiosi. In questo periodo inventa un grido che è destinato a diventare famoso in tutto il Paese nel periodo fascista: «Eja, eja, alalà»,

La morte in guerra è uno spettacolo comune, ma resta uno spettacolo a cui è difficile abituarsi. D’Annunzio soffre alla morte del suo pilota Giuseppe Miraglia e davanti alla sua salma, all’ospedale della Marina, a Venezia scrive questi passi.

Sopra un lettuccio a ruote è disteso il cadavere. La testa fasciata. La bocca serrata. L’occhio destro offeso, livido. La mascella destra spezzata… Il viso olivastro; una serenità insolita nell’espressione.

L’incidente aereo

La morte sfiora anche lo stesso Gabriele, nel gennaio del 1916. Si stava preparando a sorvolare Trieste assieme a Luigi Bologna. Il tempo è cattivo ed il motore dell’apparecchio non in perfetta efficienza. Ad un tratto, abbassatosi troppo, l’aereo finisce contro un banco di sabbia, nei pressi di Grado. Il poeta è sbalzato dal sedile, nella caduta va a battere l’occhio e la tempia destra contro la mitragliatrice di prua.

D’Annunzio sviene e viene portato in ospedale. per il suo carattere irruente vorrebbe rimettersi in azione senza sottoporsi alle cure opportune. Ma la vista peggiora e l’occhio destro è perduto. Per non perdere anche quello sinistro, deve stare in assoluto riposo.

L’immobilità imposta e l’oscurità che lo avvolge lo portano a creare un altro capolavoro letterario. In questo periodo compone il “Notturno, il Commentario delle tenebre“: scrive le sue riflessioni su striscioline di carta che gli premettono di scrivere alla cieca.

«Ho gli occhi bendati» scrive con mano malferma; «sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi… Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga.
Ho tra le dita un lapis scorrevole…
Sento in tutta la mia attitudine la rigidità di uno scriba egiziano scolpito nel basalto…
Sotto la benda il fondo del mio occhio ferito fiammeggia come il meriggio estivo di Bocca d’Arno…
Non ho difesa di palpebre né altro schermo.
Il tremendo ardore è sotto la mia fronte, inevitabile…
Il sudore salso mi cola fin nella bocca misto alle lacrime delle ciglia compresse.
Ho sete.
Domando un sorso d’acqua.
L’infermiera me lo nega, perché m’è vietato di bevere.
“Tu ti disseterai nel tuo sudore e nel tuo pianto”.
Il lenzuolo aderisce al mio corpo come quello che involge l’annegato stillante di sale, tratto alla riva e deposto su la sabbia sinché non venga qualcuno a riconoscerlo, a chiudergli le palpebre schiumose e a ululare sul suo silenzio…».
 

Bombardamento di Parenzo

Il processo di guarigione è lento; ma appena il poeta è in grado di uscire, ritorna all’azione. L’occhio destro è perso; nonostante questo il 13 settembre si getta al bombardamento aereo di Parenzo insieme al pilota Luigi Bologna. Lui è esperto e si muove sicuro anche in mezzo alla foschia.

D’Annunzio racconta che quando giungono a tiro ….
«tolsi le spine dalle mie bombe da gamba, e cercai di ridurre al silenzio il nemico e la mia sorte… Quando calammo nel canale di Sant’Andrea e rimontammo lo scivolo, mi parve che i miei giovani compagni aspettanti, nel sollevarmi sopra le loro spalle, mi esaltassero alla cima della loro gioventù e all’apice delle loro ali. Ero rinato».
Quest’impresa gli vale la citazione dal Ministero della Marina.

La vita in trincea

Da allora, fino all’estate del 1917, il poeta condivide con i fanti la vita di trincea: gli piace mettersi a contatto con gli umili, sentirne l’anima rude e semplice, specialmente se gli accade di incontrarsi con qualcuno della sua terra. Questo è uno dei suoi racconti.

«Una volta eravamo su per il Veliki, all’assalto. I fanti mordevano l’azzurro. Ma l’azzurro mi rosseggiava.
Mi pareva che tutti avessero il mio cuore per insegna vermiglia.
Ed ecco, odo alla mia sinistra un accento d’Abruzzo, un suono di terra natale.
Il linguaggio natale mi rifluisce alla gola, alle labbra.
Chiamo, grido, interrogo.
M’è risposto.
M’è dato il rude e fiero tu paesano e romano.
“E tu chi si’? E tu chi sei?”.
“I’ so’ d’Annunzio”.
“Tu si’ d’Annunzie? Gabbriele!”.
Lo stupore spalancava la bocca al piccolo fante.
“E chi st’ fa’ a ècche? Vàttene! Vàttene! Si i’ me more, n’n è niende. Ma si tu te muore, chi t’arrefà?».

Molte altre sono le battaglie in cui si distingue e le imprese che compie. Sarà promosso prima capitano e poi maggiore.

Le sue imprese sono viste in modi diversi: da un lato mostrano puro e disinteressato eroismo, dall’altro la bramosia di innalzare la propria personalità, la sua autocelebrazione. Bisogna ricordare che comunque d’Annunzio ha coraggio da vendere e la sfida lanciata al pericolo e alla morte non è retorica.

Questo non toglie che il poeta vuole che la gloria sia clamorosa e abbagliante, per ricavarne il massimo profitto d’immagine.

Dopo la disfatta di Caporetto d’Annunzio sente che tocca a lui infondere coraggio nei giovani della classe 1899, i diciottenni chiamati a vestire la divisa per fermare il nemico che sta invadendo il Veneto.

Bisogna tener duro, «non piegare d’un’ugna»; non basta versare il sangue, non basta offrirsi, non basta morire: bisogna «vivere e combattere, vivere e resistere, vivere e vincere».

La beffa di Buccari

Nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, Gabriele d’Annunzio compie la sua impresa più eroica la «Beffa di Buccari». Lo scopo dell’impresa è quello di infliggere un grave colpo alla Marina Austriaca, nei porti dell’Adriatico.

I protagonisti della beffa Buccari – Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3792426

A notte fonda, su tre piccole motosiluranti (i MAS 94, 95 e 96), gli ideatori dell’impresa, Gabriele d’Annunzio, Costanzo Ciano (padre di Galeazzo Ciano), Luigi Rizzo ed Andrea Ferrarini, si avventurano nelle acque nemiche penetrando nella piccola baia di Buccari, presso Pola.

Lì è stata segnalata la presenza di navi da guerra nemiche. È un rifugio che sembra inattaccabile perché è difeso da potenti artiglierie costiere ed è sbarrato da catene e reti subacquee. Solo un’azione di sorpresa, compiuta da uomini audaci, può raggiungere il successo.

È passata da poco la mezzanotte. Superata Pola, le tre piccole imbarcazioni penetrano nella baia di Buccari, in casa del nemico. Non ci sono navi militari, solo mercantili. I tre decidono di lanciare comunque la loro sfida scagliando i siluri contro quattro navi mercantili; le reti di protezione riducono i danni, ma un piroscafo rimane danneggiato. Per completare l’impresa, gli incursori portano tre bottiglie avvolte in nastri tricolori con dentro un cartello arrotolato. Questo il testo.

«In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile.
E un buon compagno, ben noto – il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro – è venuto con loro a beffarsi della taglia».

La batteria del porto s’illumina al loro passaggio, ma tace. Il nemico è disorientato: non crede possibile tanta temerarietà – le armi di d’Annunzio e dei suoi compagni non sono che due mitragliatrici a prua ed una a poppa.

D’improvviso, quando sono all’altezza di Prestenizze, da qualche posto di vedetta scoppia un tiro di fucileria. Non piegano il capo, rispondono agli spari solo con facezie e invece che accelerare l’andatura, la rallentano. Accendono addirittura il fanale di poppa, per esser visto da una delle tre siluranti, rimasta indietro. Ma non sanno dove sia, non lo vedono nella grande oscurità: allora decidono d’invertire la rotta per tornare indietro a cercarla.

Sprezzanti del pericolo passano nuovamente davanti a Prestenizze, si ricacciano nella morsa del nemico che tace ancora. Quando i siluranti tornano indietro, passando per la quarta volta gli sbarramenti, ridono delle sentinelle sbalordite.

«La nostra piccola bandiera quadrata si muove come una mano che faccia un cenno continuo.
Ha il rosso rivolto verso l’Italia, che mi par di rivedere in sogno, simile a un grappolo premuto o a un cuore pesto.
Ho l’amaro del sale in bocca, come quando nel buio la lacrimazione dell’occhio infiammato mi scendeva fino alla connessura delle labbra arse.
L’alba non è eguale per tutti.
Dall’Italia navighiamo verso l’Italia».

I danni procurati al nemico sono risibili, ma l’impresa di Buccari ha una grande risonanza in Italia, in una fase della guerra in cui gli aspetti psicologici sono sempre più importanti. L’Italia che si sta riorganizzando dopo il disastro di Caporetto, si rinvigorisce all’eco nell’impresa, si risolleva lo spirito della popolazione e dei soldati impegnati sul Piave.

Il volo su Vienna

Gabriele d’Annunzio ha pensato di fare un volo su Vienna già nel 1915. Non ha mai potuto effettuarlo sia perché i Comandi ritengono impossibile fare un volo di mille chilometri, di cui ottocento su territorio nemico, con velivoli che erano dotati di scarsa autonomia.

Ma il poeta non si arrende e il 4 settembre del 1917 d’Annunzio compie un volo di dieci ore senza particolari problemi. Dimostra così che l’impresa è possibile. Il 9 agosto 1918 otto ricognitori della squadriglia «La Serenissima», aerei veloci e con grande autonomia, partono alle 5:50 del mattino.

Nonostante le sfavorevoli condizioni atmosferiche, arrivano sopra Vienna, si abbassano a meno di ottocento metri e cominciano a lanciare centinaia di migliaia manifestini tricolori. Due erano i testi scritti sui volantini.

In questo mattino d’agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata e luminosamente incomincia l’anno della nostra piena potenza, l’ala tricolore vi apparisce all’improvviso come indizio del destino che si volge.
Il destino si volge.
Si volge verso di noi con una certezza di ferro.
È passata per sempre l’ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta.
La vostra ora è passata.
Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina e predominerà sino alla fine.
I combattenti vittoriosi del Piave, i combattenti vittoriosi della Marna lo sentono, lo sanno, con una ebbrezza che moltiplica l’impeto.
Ma, se l’impeto non bastasse, basterebbe il numero; e questo è detto per coloro che usano combattere dieci contro uno.
L’Atlantico è una via che già si chiude; ed è una via eroica, come dimostrano i nuovissimi inseguitori che hanno colorato l’Ourcq di sangue tedesco.
Sul vento di vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremmo osare e fare quando vorremo, nell’ora che sceglieremo.
Il rombo della giovane ala italiana non somiglia a quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino.
Tuttavia la lieta audacia sospende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o Viennesi.
Viva l’Italia!
Questo il testo scritto in italiano da Gabriele d’Annunzio. Il testo piuttosto prolisso e involuto era impossibile da tradurre in tedesco.
VIENNESI!
Imparate a conoscere gli Italiani.
Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate.
Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà.
Noi Italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne.
Noi facciamo la guerra al vostro Governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele Governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d’odio e d’illusioni.
VIENNESI!
Voi avete fama di essere intelligenti.
Ma perché vi siete messi l’uniforme prussiana?
Ormai, lo vedete, tutto il mondo s’è volto contro di voi.
Volete continuare la guerra?
Continuatela, è il vostro suicidio.
Che sperate?
La vittoria decisiva promessavi dai Generali Prussiani?
La loro vittoria decisiva è come il pane dell’Ucraina: si muore aspettandola.
POPOLO DI VIENNA, pensa ai tuoi casi. Svegliati!
VIVA LA LIBERTÀ!
VIVA L’ITALIA!
VIVA L’INTESA!».
Su altri volantini fu stampato questo testo, più semplice e immediato, di Ugo Ojetti, che fu tradotto in tedesco. Fonte https://www.ilpost.it/2018/08/09/volo-vienna-dannunzio/

Sono le 9.20 del mattino. Dagli aerei gli aviatori vedono con chiarezza la popolazione che si riunisce nelle strade, vede il suo fermento. Ma nessun colpo viene sparato dalla contraere. Due caccia austriaci che hanno avvistato la formazione si affrettano ad atterrare per avvertire il Comando, ma non vengono creduti.

I manifestini lanciati sulla città vengono conservati dai Viennesi, in un momento in cui la fame ha stremato anche i cittadini austriaci.

Nel viaggio di ritorno gli aerei volano su Wiener-Neustadt, Graz, Lubiana e Trieste. La pattuglia rientra al campo di aviazione alle 12,40; manca un velivolo, costretto ad atterrare per un guasto al motore.

Il volo diventa ben presto leggenda. Fa enorme impressione anche nemici, sia per l’audacia dell’azione, sia per lo spirito cavalleresco degli Italiani che hanno lanciato manifestini, anziché bombe, sulla popolazione inerme. Gli Austriaci avevano più volte bombardato città italiane, uccidendo dei civili.

A Vienna aspre critiche che giungono da ogni parte contro le autorità. La popolazione non era stata avvisata prima: cosa sarebbe accaduto ai viennesi se gli italiani avessero lanciato bombe invece che volantini?

Anche il volo su Vienna, come la Beffa Buccari, fu militarmente irrilevante. Produce però un’enorme impressione in Italia e nel mondo.

Il 3 novembre, le truppe italiane entrano in Trento e in Trieste; il giorno dopo, l’Austria firma l’armistizio. Nell’esultanza il poeta eleva un encomio altissimo al «Re Vittorioso», e invia alla «Gazzetta del Popolo» di Torino un telegramma.

[ … ] Non ho mai sentito tanto profondo l’orgoglio di essere italiano.
Fra tutte le nostre ore storiche, questa è veramente la più alta. [ … ] Solo oggi l’Italia è grande, perché solo oggi l’Italia è pura fra tante bassezze di odii, di baratti, di menzogne. [ … ]

L’impresa di Fiume

Premesse

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, l’Italia era ancora legata agli Imperi centrali dalla Triplice alleanza. Il trattato però aveva valore esclusivamente difensivo: l’impegno dei firmatari scattava solo in caso di aggressione ai danni di uno dei suoi contraenti da parte di un altro Stato.

Allo scoppio della Grande guerra, l’Italia si era proclamata neutrale, ma nel 15, dopo trattative segrete con entrambe le parti, il 26 aprile 1915 fu firmato il trattato di Londra, all’insaputa del Parlamento. L’Italia si impegnò così a entrare in guerra, contro la Germania e l’Impero austroungarico, entro un mese. In cambio l’Italia avrebbe ottenuto:

  • il Trentino e l’Alto Adige,
  • l’Istria con l’esclusione di Fiume, che nel Patto di Londra l’Italia aveva concesso alla Croazia con una imperdonabile leggerezza
  • la Dalmazia,
  • Valona in Albania
  • le isole del Dodecaneso.

I croati, fin dal 1915, avevano costituito in Francia ed in Inghilterra i cosiddetti “Comitati jugoslavi”. Propagandarono la liberazione delle “Nazionalità oppresse dall’Austria” e svolsero un’abile azione presso le cancellerie di Londra, Parigi e poi anche a Washington, per convincere gli Alleati della necessità di creare quel futuro stato indipendente dei Serbi-Croati-Sloveni qualora l’Austria-Ungheria fosse stata sconfitta. Ma in questo nuovo stato sarebbe stata compresa anche l’intera Dalmazia: questo andava in contrasto con le aspettative dell’Italia, garantite dal Patto segreto di Londra!

Quando nel 1919 gli stati vincitori si trovarono a Versailles gli accordi presi con l’Italia non furono totalmente mantenuti. La responsabilità di questo cambiamento è da attribuire a cause diverse:

  • l’atteggiamento filo-slavo assunto dagli USA
  • la scarsa abilità della diplomazia italiana durante la Conferenza di Pace.

La Conferenza di Parigi si concluse con l’insoddisfazione italiana. Fu proprio d’Annunzio a formulare l’espressione “vittoria mutilata”, una vittoria che lasciava delle questioni sospese.

La nostra delegazione, guidata da Vittoria Emanuele Orlando, s’impegnò nel tentativo di aggiungere all’Istria anche il territorio della città di Fiume. La maggior parte degli abitanti di Fiume erano italiani e nel corso della storia avevano difeso sempre la loro italianità.

A Parigi la diplomazia italiana non ottenne ciò che si era prefissata; la delegazione chiese che i fiumani potessero esprimere il loro parere. Ma i delegati iugoslavi si opposero. Il governo italiano non seppe reagire con forza; Orlando fu sostituito da Nitti, il quale tornò alla Conferenza di Pace per rinunciare a Fiume, poiché l’Italia aveva bisogno degli aiuti internazionali per pagare i prestiti di guerra.

Questa rinuncia fu vista come un tradimento da parte di d’Annunzio e i suoi fedeli.

Mio caro compagno, Il dado è tratto.
Parto ora.

Domattina prenderò Fiume con le armi.
Il Dio d’Italia ci assista.
Mi levo dal letto febbricitante.
Ma non è possibile differire.
Ancora una volta lo spirito domerà la carne miserabile. 
Riassumete l’articolo !! che pubblicherà la Gazzetta del Popolo e date intera la fine !!. E sostenete la causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio- 11 Settembre 1919. – G.D’A.”.

E così il 12 settembre del 1919 Gabriele D’Annunzio, assieme ai suoi legionari, si mise in marcia alla volta di Fiume. Il governo Nitti fu informato dell’azione solo tramite il Giornale d’Italia.

D’Annunzio agì con determinazione senza essersi consultato con le autorità italiane. Non ottenne alcun sostegno dall’Italia, perché il governo italiano non poteva sostenere quella che era, a tutti gli effetti, un’aggressione.

Nitti, incaricò Badoglio di recarsi presso Fiume per riportare l’ordine, quindi sancì il blocco totale degli aiuti e d’Annunzio espresse da subito il rifiuto a qualsiasi negoziato con Nitti.

Il 16 settembre inviò una polemica lettera a Mussolini, fondatore dei fasci di combattimento, contestandogli lo scarso sostegno econimico:

«Mio caro Mussolini, mi stupisco di voi e del popolo italiano. Io ho rischiato tutto, ho fatto tutto, ho avuto tutto. […]
Io ho tutti soldati qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi. È un’impresa di regolari.
E non ci aiutate neppure con sottoscrizioni e collette. […] 
Non c’è proprio nulla da sperare?
E le vostre promesse?
Bucate almeno la pancia che vi opprime, e sgonfiatela.
Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere.
Ma non vi guarderò in faccia.»

D’Annunzio decise che Fiume doveva trasformarsi da stato di fatto a stato di diritto, per poterne rivendicare la sovranità.

La sera del 30 agosto, i cittadini furono convocati al teatro “La Fenice”, per leggere il nuovo statuto sul quale sarebbe stato fondato il nuovo stato: nasceva la Reggenza Italiana del Carnaro.

D’Annunzio e i suoi legionari

Il nuovo governo varò tra l’altro una nuova costituzione incredibilmente avanzata e moderna: “La Carta del Carnaro”.

Carta del Carnaro

È strutturata in 65 articoli divisi in venti capitoli.

La Carta stabiliva:

  • un salario minimo,
  • l’assistenza nell’infermità, nella disoccupazione, nella vecchiaia,
  • il risarcimento del danno in caso di errore giudiziario o di abuso di potere,
  • libertà di pensiero, di stampa, di associazione,
  • libertà per ogni culto, purché non fosse usato come alibi per non compiere i doveri della cittadinanza.

Veniva riconosciuta la proprietà privata, fondata sul lavoro e volta all’utilità sociale.

Il diritto di voto era garantito a tutti, sia uomini sia donne che avessero compiuto vent’anni.

Era previsto per entrambi i sessi, il servizio militare dai 17 ai 52 anni.

Fu istituito un collegio degli edili, scelto tra gli uomini che si distinguevano per gusto estetico, i quali avevano il compito di presiedere le costruzioni e di verificarne bellezza, decenza e sanità. Aveva anche il compito di studiare nuovi materiali quali il ferro, il vetro e le applicazioni artistiche nell’edilizia.

L’istruzione e l’educazione del popolo rappresentavano il dovere più alto della Repubblica. L’istruzione primaria era gratuita e obbligatoria, la scienza e l’arte potevano essere accessibili a tutti coloro che dimostravano capacità d’intenderle e, seguaci e non delle confessioni religiose potevano frequentare le scuole senza alcun pregiudizio.

La Carta Costituzionale, poteva essere riformata in ogni momento se richiesto da 1/3 dei cittadini aventi diritto al voto e tutte le leggi del Parlamento potevano essere sottoposte a Referendum.

Insomma si trattava di una Carta molto moderna, per certi versi molto più avanzata della nostra. Inoltre a Fiume si costituì una Lega che aveva come obiettivo di rappresentare i popoli oppressi e di dar voce alle nazioni coloniali più deboli.

La Carta del Carnaro costituì quindi anche uno dei primi esempi di solidarietà internazionale. Inoltre è importante ricordare che all’interno della città, durante l’occupazione, convivevano gli stessi popoli che al di là di quel confine erano ostili fra loro.

D’Annunzio e i suoi soldati a Fiume

Trattato di Rapallo

Gli stati europei non potevano permettere che l’azione di d’Annunzio proseguisse. Venivano infatti violati accordi internazionali stabiliti durante i trattati di Parigi. Il governo italiano non sapeva risolvere la questione. Fu richiamato Giovanni Giolitti, come presidente del consiglio, e il 12 novembre 1920 venne sottoscritto il Trattato di Rapallo. In esso si dichiarava che:

  • Fiume era stato libero;
  • la Dalmazia, ad eccezione di Zara, fu ceduta agli slavi.

D’Annunzio non accettò il trattato e non si mosse dalla città. Il governo Giolitti allora utilizzò le maniere forti.

Il Natale di sangue

Il 26 dicembre Fiume fu attaccata dall’esercito italiano. Il 27 fu dato l’ultimatum ovvero che se D’Annunzio e i suoi legionari non avessero accettato il trattato, la città sarebbe stata bombardata a tappeto.

Di fronte a questa situazione il poeta-soldato dovette rinunciare al suo progetto e si dimise il 28 dicembre. Il “Natale di sangue” come lo definì D’Annunzio, provocò la morte di 22 legionari, 25 soldati dell’esercito italiano e 7 civili.

Fiume sarà annessa all’Italia solo nel 1924 e, rimarrà italiana fino al 1947.

Effetti dei bombardamenti italiani del Natale 1920

Valore storico e culturale dell’impresa fiumana

L’esperienza fiumana va osservata, oltre che da un punto di vista storico, anche per il suo grande valore culturale. Essa infatti rappresentò un grande laboratorio politico, un momento di massima confluenza e sintesi di una polarità che caratterizzava la scena politica dell’Italia dell’epoca: la contrapposizione tra “destra-sinistra”.

Se guardiamo all’ideologia che emerge dalla carta del Carnaro ci rendiamo conto che si muovevano perseguendo valori come la solidarietà e la giustizia. Il messaggio che arriva a noi oggi è un messaggio di valore perché cerca di sintetizzare tradizione e innovazione, elementi utili anche nella nostra società di oggi.

D’Annunzio pubblicitario

La scrittura creativa dagli albori della Pubblicità ad oggi ha visto ricoprire il ruolo di creativi e pubblicitari moltissimi autori, nomi autorevoli della letteratura italiana e internazionale.

Pensiamo a Fernando Pessoa che scrisse uno slogan per Coca-Cola. Oscar Wilde, Paulo Coelho e Gabriel Garcia Marquez, Nobel per la letteratura, lavorarono per diversi anni come copywriter per l’agenzia pubblicitaria americana “J.Walter Thompson” una delle più famose agenzie pubblicitarie del mondo,.

Ma i letterati di casa nostra non furono da meno: Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Gabriele D’Annunzio collaborarono con diverse agenzie pubblicitarie.

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale d’Annunzio divenne simbolo di una vita elegante. Fu testimonial di molte aziende e di diversi prodotti, contribuendo alla fortuna di molte attività industriali e commerciali. Inventò i nomi di prodotti e imprese, ideò slogan che avrebbero fatto la storia della pubblicità in Italia.

L’automobile è femmina

Fu proprio D’Annunzio a stabilire nel 1926 che l’automobile è di genere femminile. Scrisse una lettera al senatore Giovanni Agnelli pubblicata sulla Rivista FIAT. Lettera che inciderà definitivamente nel settore automobilistico.

Ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice; ha, inoltre, una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza.
Ma, per contro, delle donne ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza.

Il Piave è maschile

Il caso di cambio di genere voluto da D’Annunzio per l’automobile non è unico. Infatti il Piave, fiume importantissimo per la storia italiana, era originariamente femminile: veniva chiamato “la Piave”. Durante al Grande guerra il fiume coincise per più di un anno con il fronte italiano. Qui si consumarono numerose battaglie. In seguito alla vittoria italiana durante la Grande Guerra, D’Annunzio decise di cambiare il genere con cui ci si riferiva al fiume. Per celebrarne la potenza e per consacrarlo “fiume sacro della Patria” da allora venne nominato il Piave.

Velivolo

Gabriele D’Annunzio, provetto aviatore, ideò la parola “velivolo” dal latino velivolus., intendendo un oggetto che sembra volare con le vele. D’Annunzio stesso spiegò la scelta di tale termine.

La parola è leggera, fluida, rapida; non imbroglia la lingua e non allega i denti; di facile pronunzia, avendo una certa somiglianza fònica col comune veicolo, può essere adottata dai colti e dagli incolti”.
D’Annunzio: in una conferenza sul Dominio dei cieli nel 1910

Tramezzino

La parola inglese sandwich viene tradotta in tramezzino (da consumare tra due pasti); la parola è stata inventata da lui ed è poi entrata nell’uso comune.

La Rinascente

Nel 1917 il senator Borletti rileva un grande magazzino che si trovava vicino al Duomo di Milano. Propose a d’Annunzio di trovare un nome adatto per riaprire questo grande magazzino di abbigliamento. Il poeta propone il nome Rinascente proprio per simboleggiare la rinascita del negozio. Il nome è suggerito dal mito dell’araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte. E questo magazzino sarà distrutto poi per ben due volte: la notte di Natale del 1918 venne completamente distrutto da un incendio e nel 1943 venne distrutto durante i bombardamenti.

Vigili del fuoco

In origine, dall’Ottocento, il nome con cui ci si riferiva ai Vigili del Fuoco era “pompieri“, che derivava dal francese sapeur-pompier. Durante il regime fascista, nel 1938, D’Annunzio suggerì di modificare il nome del Corpo Nazionale nato pochi anni prima in “Vigili del Fuoco“, ispirandosi ai vigiles dell’antica Roma.

Saiwa

Nel 1920 l’azienda di Pietro Marchese viene registrata come “S.A.I.W.A.” (Società Accomandita Industria Wafer e Affini). Il nome della società venne coniato da Gabriele d’Annunzio, che lavorò anche ad alcune campagne pubblicitarie. Era solo una piccola azienda genovese ma diventò una delle principali industrie dolciarie italiane.

Sangue Morlacco

Le distillerie Luxardo di Zara, chiesero a d’Annunzio di trovare un nome suggestivo per il loro cherry. Lui si ricordò che la Dalmazia, nel V e VI secolo era abitata dai Morlacchi. Comparvero così nei bar le bottiglie di Sangue Morlacco di un intenso rosso rubino.

Scudetto

Quel triangolino di tessuto tricolore che si applica alle maglie della squadra di calcio che vincono il Campionato si chiama “scudetto”. Il nome fu inventato da D’Annunzio. Il Poeta chiamò “scudetto” il primo triangolino, cucito, dietro sua indicazione, sulla divisa indossata dagli italiani in una partita di calcio organizzata durante l’occupazione di Fiume il 7 febbraio del 1920.

D’Annunzio scrittore e poeta

Adesione all’estetismo

D’Annunzio è uno dei maggiori esponenti del Decadentismo italiano e forse il maggior esponente italiano dell’estetismo, una corrente letteraria e filosofica che si afferma in Europa a metà Ottocento e che pone il culto della bellezza e dell’arte sopra ogni cosa, esaltando la forma più che la sostanza.

Il culto della bellezza formale è l’unico fine dell’arte e l’arte perde così il suo fine sociale e per diventare fine a sé stessa cioè l’arte per l’arte.

Sul piano dei comportamenti individuali gli artisti perseguono il gusto della raffinatezza e dell’eleganza, unite alla ricerca di esperienze e sensazioni straordinarie e inimitabili. Gli esponenti dell’estetismo fanno della propria vita un’opera d’arte.

L’esteta per eccellenza è il dandy. Attentissimo all’eleganza (degli abiti e dei gesti), il dandy è votato alla ricerca del bello e del piacere, disprezzando le regole della morale borghese, ritenuta ipocrita e castrante. D’Annunzio incarna il perfetto esempio di dandy. Un altro esempio autorevole si può trovare in Oscar Wilde.

Estetismo dannunziano 

D’Annunzio fa della propria vita un’opera d’arte. Sempre attento alla preziosità, alla raffinatezza e alla stravaganza. La parola è l’unico specchio in cui può riflettersi la genialità dell’intellettuale-poeta. La sua arte è estremamente raffinata: questo costituisce una garanzia di distinzione rispetto alla mediocrità del pubblico.

Lo scopo della sua vita fu legato quindi al culto del “bello”. Poesia e arte sono quindi concepite come creazione di bellezza fine a sé stessa. Si pone in netta contrapposizione al verismo.

Per d’Annunzio “la vita è arte” e deve essere quindi vissuta in assoluta libertà al di sopra di qualsiasi legge sociale e di ogni freno morale.

Il superuomo che lui incarna deve distinguersi dalla massa per vivere e godere di tutte le sensazioni e per aspirare ad un’esistenza eccezionale, al vivere inimitabile. Lui vuole fare della propria vita un ‘opera d’arte ed ha vissuto così, in modo inimitabile, mai nell’ombra.

Perseguendo questi principi lui collezionò innumerevoli amanti e moltissimi debiti, vivendo sempre al di sopra delle sue possibilità. Più volte fu costretto a scappare perché rincorso dai creditori.  

Nel suo vivere inimitabile egli vuole attirare a sé l’attenzione pubblica, perché vuole vendere i suoi prodotti letterari e la sua immagine. Per questo lusinga la massa e segue le leggi economiche dei borghesi, facendo cioè esattamente quello che lui diceva di rifiutare. 

Il simbolismo dannunziano

Il simbolo è lo strumento privilegiato per esprimere la visione interiore del poeta, quello che riesce a cogliere l’essenza nascosta della realtà. D’Annunzio aderisce parzialmente al simbolismo in quanto utilizza il simbolo ma ne garantisce sempre la leggibilità, i suoi simboli sono sempre interpretabili. il simbolismo dannunziano si riduce quindi solo:

  • nella ricerca della forza evocatrice della parola
  • nella creazione di atmosfere e suggestioni, 
  • nell’utilizzazione di metafore e similitudini inconsuete.

Un autore trasformista

Fedele all’affermazione, d’Annunzio nella sua vita si mise alla prova con ogni genere letterario. Una delle affermazioni a cui è rimasto fedele fu «rinnovarsi o morire». Lui amava stupire il pubblico con le sue continue metamorfosi e per questo talvolta il suo stile è apparso dilettantesco. Questo si spiega anche con il fatto che D’Annunzio, invece che cercare ispirazione nella vita, cerca la sua ispirazione nell’arte. Per questo lui lavora spesso “di seconda mano” ricamando sul già fatto, da lui o da altri, partendo da una suggestione. Questo anche a rischio di essere accusato di plagio.

Nonostante la sua produzione sia così variopinta e mutevole, emergono alcuni tratti dominanti nella sua arte.

I suoi personaggi sono forti, seguono «un’ideal forma di esistenza». Prendono però poi coscienza della loro inadeguatezza e sono quindi travolti da un profondo senso di sconforto.

Questo senso di sconforto si collega al tema del piacere, dell’estetismo e dell’edonismo. I suoi personaggi collezionano sensazioni brevi e intensamente assaporate; celebrano quindi l’attimo fuggente. Anche da questo deriva il carattere frammentario della produzione dannunziana. Dall’estetismo deriva anche l’ossessione del decadimento fisico e della perdita dello slancio vitale che caratterizzò la vita del poeta. Anche su di lui il trascorrere del tempo ebbe effetti rovinosi.

Da perfetto esteta D’Annunzio coltivò un culto fanatico per la bellezza, nella vita e nell’arte; raffinato artigiano della parola, continua ad ostentare il proprio virtuosismo, facendo dell’arte uno strumento di seduzione.

Il superomismo dannunziano

L’immagine di d’Annunzio è legata al culto del superuomo di Nietzsche anche se in realtà D’Annunzio ha veramente poco da spartire col pensiero del filosofo tedesco. .

Secondo Nietzsche, l’uomo vive immerso in un ciclo eterno, un tempo infinito in cui tutte le situazioni e gli eventi possono ripetersi infinite volte.
L’uomo è schiavo di questo eterno ritorno. Il mondo è popolato da milioni di persone che subiscono questo ciclo senza tentare di elevarsi, per rimanere rifugiati nelle sicurezze imposte dalla loro miopia.
Dal momento che sono incapaci di vivere di vera vita, queste persone, accettano di credere nella legge, nella religione, nella giustizia divina e vivono di orgoglio, umiltà, paure, virtù, senza mai tentare di uscire da questo inarrestabile ciclo.
La caduta dei paradigmi del passato apre la via ad una nuova umanità superiore. Il superuomo di Nietzsche può spezzare questo eterno ritorno.

Il superuomo deve diventare realmente se stesso, attraverso la consapevolezza di sé, dei propri impulsi. Egli è consapevole che in lui esistono anche forze oscure, ma le integra per produrre nuove virtù.
Il superuomo supera se stesso soltanto attraverso la creazione di nuovi valori per liberarsi dall’eterno ritorno. Però è consapevole che elevandosi, accetta il rischio di non venire più compreso dalla gente comune.
Il superuomo perciò non è una figura popolare, che diventa famoso e che è compreso e approvato dai più.
Egli cambia il mondo ma lo fa lontano dalla folla, distante dalle luci della ribalta.
Egli impara nella solitudine a parlare con una voce nuova, contraddice anche se stesso e crede in se stesso e nella propria forza creativa.
Per fare questo, il superuomo, deve ritornare ad essere un bambino che ascolta i propri impulsi al di la della ragione e della natura di essi, al di sopra della morale comune e delle regole imposte dal mondo.
Il bimbo vive come la foglia o come il fiore, perseguendo il proprio scopo al di la del bene e del male.

D’Annunzio fa una lettura semplificatrice del pensiero di Nietzsche. Infatti i suoi personaggi, che incarnano l’ideale del superuomo, sono solo individui che si distinguono dalla mediocrità della massa e che non si assoggettano alle leggi morali e civili comuni.

La teoria del superuomo servì a d’Annunzio per diffondere la sua arte. Egli si ritiene un poeta-vate: per lui l’opera d’arte è lo strumento più efficace per intervenire sulla realtà, per diffondere le sue idee a guida del popolo considerato inferiore, per poter così dominare sulle masse.

Stile

Due sono gli assi principali attorno ai quali si muove lo stile di Gabriele d’Annunzio.

Piano formale

Sul piano formale lo stile è sublime, il suo linguaggio è iperletterario lontano dal linguaggio comune. Il poeta rappresenta una realtà dominata dalla sensualità. Per questo la ricerca linguistica è caratterizzata da un amore sensuale della parola.

Piano del contenuto

Per D’Annunzio la vita è intrisa di una sensualità diffusa, nella quale la conoscenza è offerta ai sensi. Questo è un carattere tipico della poesia decadente e simbolista.

La parola è funzionale alla rappresentazione di aspetti della una realtà che fornisce costanti occasioni di vivere il piacere. La sensualità permea ogni aspetto della realtà. La sensualità è vissuta come panismo, cioè come l’aspirazione alla fusione totale dell’uomo con la natura e con il cosmo.

Opera – Il piacere

Il piacere è un romanzo che si collega all’estetismo, al simbolismo e al decadentismo. Ambientato in una Roma elegante e frivola propone un eroe contemporaneo, un esteta aristocratico, letterato e uomo di mondo,  Andrea Sperelli, alter ego di Gabriele D’Annunzio, un dandy intellettuale e uno straordinario poeta immerso nella vita mondana di Roma.

Andrea è diviso tra due relazioni amorose. Da una parte c’è Elena Muti, la sia bellissima ex amante, ricomparsa in città sposata con un Lord inglese; lei lo aveva abbandonato due anni prima, all’improvviso. Dall’altra la pura e spirituale Maria Ferres, moglie di un ministro del Guatemala (il tocco esotico va molto di moda).

L’attrazione di Andrea si dirige quindi verso due donne che sono l’antitesi l’una dell’altra. Elena, che ha il nome di Elena di Troia, rappresenta l’eros corrotto e fatale, mentre Maria, col nome che proviene dalla tradizione cristiana, è simbolo di amore puro, di dedizione, di nobiltà d’animo, di dolcezza.

Andrea realizza un triangolo amoroso in cui muove i fili di un perverso gioco mentale. Egli inganna entrambe le donne perché vuole intrecciare i due amori. Dall’intreccio dei due ne vuol creare un terzo, immaginario e perfetto. 

Una Roma aristocratica e snob costituisce il teatro della vicenda. Andrea alterna cinicamente le due relazioni. Ma al culmine di un incontro erotico con Maria, perdutamente innamorata di lui, ma costretta a lasciare Roma perché il marito è stato scoperto mentre barava al gioco, Andrea si sbaglia e la chiama inavvertitamente Elena. Lei così intuisce il perverso gioco dell’amante.  

Testo – Capitolo 1 – incipit

L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la Piazza Barberini, su la Piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorìo confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.
Le stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch’esalavan ne’ vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d’un giglio adamantino, a similitudine di quelle che sorgon dietro la Vergine nel tondo di Sandro Botticelli alla galleria Borghese. Nessuna altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta.
Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un’amante. Tutte le cose a torno rivelavano infatti una special cura d’amore. Il legno di ginepro ardeva nel caminetto e la piccola tavola del tè era pronta, con tazze e sottocoppe in majolica di Castel Durante ornate d’istoriette mitologiche da Luzio Dolci, antiche forme d’inimitabile grazia, ove sotto le figure erano scritti in carattere corsivo a zàffara nera esametri d’Ovidio. La luce entrava temperata dalle tende di broccatello rosso a melagrane d’argento riccio, a foglie e a motti. Come il sole pomeridiano feriva i vetri, la trama fiorita delle tendine di pizzo si disegnava sul tappeto.
L’orologio della Trinità de’ Monti suonò le tre e mezzo. Mancava mezz’ora. Andrea Sperelli si levò dal divano dov’era disteso e andò ad aprire una delle finestre; poi diede alcuni passi nell’appartamento; poi aprì un libro, ne lesse qualche riga, lo richiuse; poi cercò intorno qualche cosa, con lo sguardo dubitante. L’ansia dell’aspettazione lo pungeva così acutamente ch’egli aveva bisogno di muoversi, di operare, di distrarre la pena interna con un atto materiale. Si chinò verso il caminetto, prese le molle per ravvivare il fuoco, mise sul mucchio ardente un nuovo pezzo di ginepro. Il mucchio crollò; i carboni sfavillando rotolarono fin su la lamina di metallo che proteggeva il tappeto; la fiamma si divise in tante piccole lingue azzurrognole che sparivano e riapparivano; i tizzi fumigarono.
Allora sorse nello spirito dell’aspettante un ricordo. Proprio innanzi a quel caminetto Elena un tempo amava indugiare, prima di rivestirsi, dopo un’ora d’intimità. Ella aveva molt’arte nell’accumulare gran pezzi di legno su gli alari. Prendeva le molle pesanti con ambo le mani e rovesciava un po’ indietro il capo ad evitar le faville. Il suo corpo sul tappeto, nell’atto un po’ faticoso, per i movimenti de’ muscoli e per l’ondeggiar delle ombre pareva sorridere da tutte le giunture, e da tutte le pieghe, da tutti i cavi, soffuso d’un pallor d’ambra che richiamava al pensiero la Danae del Correggio. Ed ella aveva appunto le estremità un po’ correggesche, le mani e i piedi piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei come nelle statue di Dafne in sul principio primissimo della metamorfosi favoleggiata.
Appena ella aveva compiuta l’opera, le legna conflagravano e rendevano un sùbito bagliore. Nella stanza quel caldo lume rossastro e il gelato crepuscolo entrante pe’ vetri lottavano qualche tempo. L’odore del ginepro arso dava al capo uno stordimento leggero. Elena pareva presa da una specie di follia infantile, alla vista della vampa. Aveva l’abitudine, un po’ crudele, di sfogliar sul tappeto tutti i fiori ch’eran nei vasi, alla fine d’ogni convegno d’amore. Quando tornava nella stanza, dopo essersi vestita, mettendo i guanti o chiudendo un fermaglio sorrideva in mezzo a quella devastazione; e nulla eguagliava la grazia dell’atto che ogni volta ella faceva sollevando un poco la gonna ed avanzando prima un piede e poi l’altro perché l’amante chino legasse i nastri delle scarpe ancora disciolti.
Il luogo non era quasi in nulla mutato. Da tutte le cose che Elena aveva guardate o toccate sorgevano i ricordi in folla e le immagini del tempo lontano rivivevano tumultuariamente. Dopo circa due anni, Elena stava per rivarcar quella soglia. Tra mezz’ora, certo, ella sarebbe venuta, ella si sarebbe seduta in quella poltrona, togliendosi il velo di su la faccia, un poco ansante, come una volta; ed avrebbe parlato. Tutte le cose avrebbero riudito la voce di lei, forse anche il riso di lei, dopo due anni.
Il giorno del gran commiato fu a punto il venticinque di marzo del mille ottocento ottanta cinque, fuori della Porta Pia, in una carrozza. La data era rimasta incancellabile nella memoria di Andrea. Egli ora, aspettando, poteva evocare tutti gli avvenimenti di quel giorno, con una lucidezza infallibile. La visione del paesaggio nomentano gli si apriva d’innanzi ora in una luce ideale, come uno di quei paesaggi sognati in cui le cose paiono essere visibili da lontano per un irradiamento che si prolunga dalle loro forme.
La carrozza chiusa scorreva con un rumore eguale, al trotto: le muraglie delle antiche ville patrizie passavano d’innanzi agli sportelli, biancastre, quasi oscillanti, con un movimento continuo e dolce. Di tratto in tratto si presentava un gran cancello di ferro, a traverso il quale vedevasi un sentiere fiancheggiato di alti bussi, o un chiostro di verdura abitato da statue latine, o un lungo portico vegetale dove qua e là raggi di sole ridevano pallidamente.
Elena taceva, avvolta nell’ampio mantello di lontra, con un velo su la faccia, con le mani chiuse nel camoscio. Egli aspirava con delizia il sottile odore di eliotropio esalante dalla pelliccia preziosa, mentre sentiva contro il suo braccio la forma del braccio di lei. Ambedue si credevano lontani dalli altri, soli; ma d’improvviso passava la carrozza nera d’un prelato; o un buttero a cavallo, o una torma di chierici violacei, o una mandra di bestiame.
A mezzo chilometro dal ponte ella disse:
— Scendiamo.
Nella campagna la luce fredda e chiara pareva un’acqua sorgiva; e, come li alberi al vento ondeggiavano, pareva per un’illusion visuale che l’ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose.
Ella disse, stringendosi a lui e vacillando sul terreno aspro.
— Io parto stasera. Questa è l’ultima volta….

Comprensione del testo

Nel pomeriggio dell’ultimo giorno dell’anno Andrea Sperelli aspetta nel suo appartamento romano l’arrivo della bellissima Elena Muti. Lei era stata la sua amante ma la loro relazione si era interrotta due anni prima quando lei aveva deciso di sposarsi.

Lui l’attende in un ambiente elegante e prezioso tra rose e profumate, coppe di cristallo e vasi preziosi. Mentre Andrea aspetta, pensieri e ricordi gli tengono compagnia, l’attesa si fa lunga, Elena ritarda.

Ricorda la sua Elena in quella stanza durante i loro incontri passati e da questo ricordo emerge con la fiducia che questo suo nuovo incontro potrà essere solo il primo di tanti altri.

Analisi

Il culto della bellezza. La dettagliata descrizione della casa di Andrea Sperelli fornisce al lettore una serie di informazioni sul protagonista. La stanza è colma di oggetti raffinati, gli oggetti sono disposti ad arte e con ostentazione, sono frequenti i riferimenti a dipinti come la Vergine del Botticelli e opere letterarie come i versi di Ovidio.

Anche la figura di Elena nel ricordo del protagonista è una donna seducente elegante raffinata, paragonata ad opere d’arte da Andrea che è fedele al culto dell’estetismo.

L’ambiente e i pensieri rivelano il desiderio di bellezza, l’attenzione alla sensualità e la tendenza a trasformare la realtà in arte. Anche Andrea Sperelli, come Gabriele D’Annunzio, intendono fare della propria vita un’opera d’arte.

La raffinatezza dell’ambiente del protagonista si rispecchia anche nella preziosità dello stile linguistico. Le scelte lessicali sono decisamente ricercate, gli aggettivi sottolineano la sensualità delle immagini con una grande attenzione all’aspetto cromatico (broccatello rosso, lingue azzurrognole)

Sono frequenti le metafore (l’anno moriva) è ancora più frequenti le sinestesie tipiche della poesia del decadentismo (tepor velato mollissimo aureo…)

Sono anche frequenti i paragoni introdotti da espressioni come “in guisa di a similitudine di..” l’intenzione del poeta è quella di paragonare gli elementi dell’arredo opere d’arte materiali preziosi.

Domande sul cap. 1

1. In quale giorno dell’anno si svolge l’episodio che apre il romanzo?
2. In quale città ci troviamo?
3. Chi sta aspettando Andrea Sperelli?
4. Come si sente?
5. Nella seconda parte del brano sono presenti due flashback: individuali e riassumili.
6. Individua nel testo tutti i riferimenti diretti o indiretti a opere d’arte.
Qual è la loro funzione secondo te?
– Sottolineare l’ampia cultura del protagonista?
– Evidenziare l’amore di Andrea per la bellezza?
– Suggerire la tendenza a trasfigurare la realtà?
7. Come viene caratterizzata la figura di Elena Muti? Sulla base delle informazioni del testo fanne un breve ritratto fisico e psicologico.
8. Analizza il variare del tempo narrativo:
– Quali parti del testo si riferiscono al presente?
– Quali parti del testo si riferiscono al passato?
– Quali parti del testo si riferiscono al futuro?
9. Osserva il narratore: la sua attenzione si concentra più sugli avvenimenti o sui pensieri del protagonista?
Esercizio di scrittura
Prova a riscrivere il brano ambientandolo ai giorni nostri; nella stanza di una persona che ha più o meno la tua età e che sta aspettando di incontrare un suo ex, una sua ex.

Testo – dal capitolo 2 – Chi è Andrea Sperelli

Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta, unico erede, proseguiva la tradizion familiare.
Egli era, in verità, l’ideal tipo del giovine signore italiano del XIX secolo, il legittimo campione d’una stirpe di gentiluomini e di artisti eleganti, ultimo discendente d’una razza intellettuale.
Egli era, per così dire, tutto impregnato di arte.
La sua adolescenza, nutrita di studii varii e profondi, parve prodigiosa. Egli alternò, fino a’venti anni, le lunghe letture coi lunghi viaggi in compagnia del padre e potè compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura paterna, senza restrizioni e costrizioni di pedagoghi.
Dal padre a punto ebbe il gusto delle cose d’arte, il culto passionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizii, l’avidità del piacere.
Questo padre, cresciuto in mezzo alli estremi splendori della corte borbonica, sapeva largamente vivere; aveva una scienza profonda della vita voluttuaria e insieme una certa inclinazione byroniana al romanticismo fantastico.
Lo stesso suo matrimonio era avvenuto in circostanze quasi tragiche, dopo una furiosa passione.
Quindi egli aveva turbata e travagliata in tutti i modi la pace coniugale. Finalmente s’era diviso dalla moglie ed aveva sempre tenuto seco il figliuolo, viaggiando con lui per tutta l’Europa.
L’educazione d’Andrea era dunque, per così dire, viva, cioè fatta non tanto su i libri quanto in conspetto delle realità umane.
Lo spirito di lui non era soltanto corrotto dall’alta cultura ma anche dall’esperimento; e in lui la curiosità diveniva più acuta come più si allargava la conoscenza.
Fin dal principio egli fu prodigo di sè; poichè la grande forza sensitiva, ond’egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l’espansion di quella sua forza era la distruzione in lui di un’altra forza, della forza morale che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed egli non si accorgeva che la sua vita era la riduzion progressiva delle sue facoltà, delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli si restringeva sempre più d’intorno, inesorabilmente se ben con lentezza.
Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: “Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.
Anche, il padre ammoniva:
“Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza. La regola dell’uomo d’intelletto, eccola: ― Habere, non haberi.
Anche, diceva:
“Il rimpianto è il vano pascolo d’uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove imaginazioni.
Ma queste massime volontarie, che per l’ambiguità loro potevano anche essere interpretate come alti criteri morali, cadevano appunto in una natura involontaria, in un uomo, cioè, la cui potenza volitiva era debolissima.
Un altro seme paterno aveva perfidamente fruttificato nell’animo di Andrea: il seme del sofisma.
“Il sofisma„ diceva quell’incauto educatore “è in fondo ad ogni piacere e ad ogni dolore umano. Acuire e moltiplicare i sofismi equivale dunque ad acuire e moltiplicare il proprio piacere o il proprio dolore. Forse, la scienza della vita sta nell’oscurare la verità. La parola è una cosa profonda, in cui per l’uomo d’intelletto son nascoste inesauribili ricchezze. I Greci, artefici della parola, sono in fatti i più squisiti goditori dell’antichità. I sofismi fioriscono in maggior numero al secolo di Pericle, al secolo gaudioso.
Un tal seme trovò nell’ingegno malsano del giovine un terreno propizio.
A poco a poco, in Andrea la menzogna, non tanto verso li altri quanto verso sè stesso, divenne un abito così aderente alla conscienza ch’egli giunse a non poter mai essere interamente sincero e a non poter mai riprendere su sè stesso il libero dominio.
Dopo la morte immatura del padre, egli si trovò solo, a ventun anno, signore d’una fortuna considerevole, distaccato dalla madre, in balìa delle sue passioni e de’ suoi gusti.
Rimase quindici mesi in Inghilterra.
La madre passò in seconde nozze, con un amante antico.
Ed egli venne a Roma, per predilezione.    

Comprensione

Il brano presenta un ritratto psicologico del protagonista del romanzo. Andrea Sperelli è l’unico erede di una prestigiosa famiglia, una dinastia di aristocratici dediti all’arte e alle lettere. Nello sviluppo della sua personalità fondamentale è il ruolo del padre che lo fa viaggiare per l’Europa e fa in modo che la sua formazione sia il risultato di nozioni teoriche e di esperienze pratiche. Grazie a una grande sensibilità e curiosità intellettuale il ragazzo si mostra aperto a tutte le forme di conoscenza. Purtroppo però a causa del proprio cinismo, il padre trascura volutamente le implicazioni etiche legate alla sua crescita. E così, libero da ogni preoccupazione morale, Andrea si abitua così ad una vita di menzogne e falsità.

Analisi e interpretazione

Il culto della bellezza

Nella presentazione della personalità di Andrea Sperelli l’autore insiste in modo particolare sul suo rapporto con l’arte. Egli è stato così immerso nell’arte che eredita dal padre la passione per l’arte e per la bellezza.

Un principio paterno riassume in sé il senso dell’estetismo di D’Annunzio: “Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte”. Con queste parole si afferma con decisione l’eccezionalità dell’esperienza estetica fondata sul culto della bellezza. Solo all’arte quindi deve conformarsi la vita di Andrea, senza pensare né all’etica né alla morale.

La debolezza di Sperelli

Il brano mette a confronto la personalità curiosa di Andrea con quella cinica di suo padre. Gli insegnamenti del padre incidono sul figlio il quale, essendo privo di sua forza di volontà, assorbe passivamente questi principi spregiudicati e immorali. Sperelli quindi non sceglie autonomamente la propria condotta di vita, rinuncia a una sua libera scelta e finisce col rimanere vittima delle sue abitudini perverse.

L’atteggiamento del narratore

Il narratore assume un atteggiamento ambiguo nei confronti del protagonista: da un lato sembra condannare la sua condotta di vita, ma dall’altro resta chiaramente affascinato dal suo anticonformismo in cui si riflette la personalità del giovane D’Annunzio.

Lo stile elaborato

La raffinatezza del protagonista si rispecchia

  • nello stile elevato e letterario
  • nella sintassi
  • nel lessico.

Anche in questo testo, come in tutta la prosa di D’Annunzio, è frequente il ricorso a termini rari e ricercati, ad aggettivi che hanno solo lo scopo di abbellire la pagina, a formule arcaiche e di origine latina. Inoltre utilizza frequentemente anche figure retoriche, come analogie, metafore, e ripetizioni, con l’obiettivo di innalzare lo stile del testo.

Domande sul capitolo 2

1. Sintetizza le informazioni che vengono fornite nel brano su Andrea Sperelli:
– la condizione sociale
– le passioni
– gli interessi
– il carattere
– la psicologia
– le aspirazioni

2. Riassumi le fasi dell’educazione di Andrea Sperelli.
3. Dove si trasferisce il poeta alla morte del padre?
4. Il padre del protagonista sintetizza i principi della sua educazione in alcune massime; spiegane con le tue parole il significato:
Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte,
– Habere non haberi.

5. Per quali aspetti è possibile affermare che Sperelli è un alter ego di D’Annunzio stesso?
6. Individua nel testo i punti in cui viene sottolineata la debolezza psicologica del protagonista.
7. L’atteggiamento del narratore nei confronti del protagonista è, secondo te:
– neutro … spiega perché.
– malevolo … spiega perché.
– benevolo … spiega perché.
– ambivalente … spiega perché.

Opera – La pioggia nel pineto

La poesia è stata composta nell’estate del 1902 . La sua musa ispiratrice era in quel periodo la bellissima Eleonora Duse, forse il più grande tra i tanti amori del poeta. La poesia appartiene alla sezione centrale di Alcyone, raccolta di liriche composte tra il 1899 e il 1903 e pubblicata nel 1903.

In questo componimento poetico l’uomo entra in simbiosi con la natura tra naturalizzazione e antropomorfizzazione.

Il poeta e la sua compagna entrano in empatia con la natura e arrivano a condividerne la sua anima segreta: D’Annunzio contempla la metamorfosi delle cose e osserva la trasformazione della sua Ermione in fiore, pianta, frutto, mentre la pioggia cade nel pineto in cui si sono addentrati.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove 5
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici 10
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini, 15
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri vólti 20
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri, 25
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri 30
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura 35
con un crepitìo che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde 40
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino. 45
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi 50
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi; 55
e il tuo vólto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come 60
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo 65
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce; 70
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco 75
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare. 80
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia 85
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia 90
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia, 95
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente, 100
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta, 105
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta, 110
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove! 115
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti 120
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella 125
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
Lapide ai suoi amati cani, Vittoriale degli italiani – Gardone BS

Ultimi anni della sua vita

Dopo l’impresa fiumana si ritirò in un dorato esilio sul lago di Garda. Qui trasformò villa Cargnacco nel “Vittoriale degli Italiani”, un monumento agli eroi della patria, ma anche il proprio mausoleo personale. D’Annunzio morì al Vittoriale nel 1938, a 75 anni.

Vittoriale degli italiani, Gardone BS
Il lago di Garda visto dal Vittoriale

Video su Gabriele D’Annunzio

Film su D’Annunzio

Opere

Fonti

G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, Pearson Italia Spa.

Homepage

La Carta del Carnaro

https://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=88&biografia=Gabriele+D%27Annunzio

http://www.storico.org/belle_epoque/gabriele_dannunzio.html

https://www.mandarinoadv.com/notizie/dannunzio-pubblicita-promozione-marchi/

https://www.abruzzolive.tv/cultura-spettacoli/il-mare-di-gabriele-docufilm-su-d-annunzio-e-la-sua-passione-per-barbara-leoni-quell-estate-a-san-vito.html

http://www.instoria.it/home/fiume_carta_carnaro.htm

La Carta del Carnaro

9+1 parole inventate da Gabriele D’Annunzio: lo sapevi?

Progetto Manuzio, Il Piacere, Gabriele D’Annunzio

Ronconi, Cappellini, Dendi, Sada, Tribolato, LE PORTE DELLA LETTERATURA, Mondadori Education

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L’emigrazione italiana

Ostilità contro lo straniero

In molti periodi storici, nelle diverse culture, è emerso un aspetto dell’uomo: l’ostilità nei confronti dello straniero.  si tratta di una verità che riscontriamo quotidianamente: gli emigranti sono indesiderati e l’integrazione degli stessi avviene, ma è un processo faticoso e spesso doloroso.

Gli esempi sono infiniti. In questo articolo puntiamo l’attenzione sulla migrazione degli italiani dalla seconda rivoluzione industriale. 

Italiani “emigranti indesiderati” 

Gli emigranti – di Raffaello Gambogi – http://holvi.artstudio.fi/didrichsen, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57824950

Così erano definiti gli emigranti italiani negli Stati Uniti  alla fine dell’800.  gli italiani si imbarcavano alla ricerca di fortuna nel nuovo mondo. Lì erano considerati contadini arretrati e venivano sfruttati come manodopera a basso costo.  La fama degli italiani era quella di essere delinquenti, sporchi, ignoranti, mafiosi. Erano considerati una razza inferiore e spesso per questo vennero rifiutati.

Le testate giornalistiche straniere, per scoraggiare nuovi arrivi, pubblicavano periodicamente invettive contro gli emigranti italiani.

Il 18 aprile del 1880, il New York Times intitolava il suo editoriale proprio “Emigranti indesiderati”  in cui si diceva che gli italiani erano una popolazione promiscua, freccia sporca, pigra, criminale.

Il 17 aprile del 1921 un altro articolo sullo stesso quotidiano  lamentava il crescente numero di immigrati italiani.

«Lo straniero che cammina attraverso una città come Napoli può facilmente rendersi conto del problema con cui il governo ha a che fare: le strade secondarie sono letteralmente brulicanti di bambini che scorrazzano per le vie e sui marciapiedi sporchi e felici. La periferia di Napoli brulica di bambini che, per numero, può essere paragonato solo a quelli che si trovano a Delphi, Agra e in altre città delle Indie orientali».

L’emigrazione italiana

Tra il 1861 e il 1985 gli italiani emigrati all’estero sono stati circa 29 milioni: come se l’intera popolazione italiana di inizio Novecento se ne fosse andata in blocco. Di questi, circa 10 milioni sono successivamente tornati in Italia, mentre 18 milioni circa si sono definitivamente stabiliti all’estero.

Nave carica di emigranti italiani giunta in Brasile (1907)
http://www.scielo.br/img/revistas/ea/v16n46/46a15f4.gif, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3549730

Gli italiani iniziarono a emigrare dopo la metà dell’Ottocento. I flussi migratori possono essere divisi in tre fasi:

  • la “grande emigrazione” (1876-1915) successiva all’Unità di Italia,
  • l’emigrazione dopo la prima guerra mondiale (1918 – 1940)
  • la “migrazione europea” (1945-1970)
L’emigrazione italiana regione per regione
Origine: Fonte: Rielaborazione dati Istat in Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976, Roma, Cser, 1978, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17260686

Oggi si assiste a quella che è stata definita la ‘fuga dei cervelli’, ma che interessa anche migliaia di giovani e meno giovani che, ancora oggi cercano fortuna al di fuori dei confini. 

Le cause dell’emigrazione

La principale causa dell’emigrazione italiana, soprattutto nell’Italia meridionale, è stata la povertà. La mancanza di lavoro e di terra da lavorare è stato uno dei fattori determinanti. Ma gli italiani emigrarono anche per problemi politici, in particolare durante il ventennio fascista: fuggirono comunisti, anarchici ed ebrei.

Un altro motivo che spinse gli italiani del Sud a fuggire era la prepotenza della criminalità organizzata.

Gli emigranti italiani della Grande emigrazione

Tra il 1870 e il 1914 lasciarono l’Italia soprattutto uomini senza una specializzazione lavorativa definita; prima del 1896, la metà dei migranti era formata da contadini. 

I flussi migratori degli italiani all’estero aumentarono con la crescita delle loro rimesse, cioè del denaro che gli italiani emigrati all’estero inviavano in Italia ai famigliari rimasti. 

Proprio come accade per gli sbarchi odierni, i primi emigranti italiani, uomini o ragazzi che partivano da soli, spedivano a parenti o amici rimasti in Italia, il denaro necessario per comprare i biglietti e raggiungerli. Il flusso costante di denaro dagli Stati Uniti all’Italia costituì un capitolo importante dell’economia italiana e diede sollievo non solo alle famiglie dei migranti, ma anche al bilancio dello stato. Si calcola che le rimesse dei migranti costituirono circa il 5 per cento del Pil italiano.

Emigrati italiani impiegati nella costruzione di una ferrovia negli Stati Uniti (1918) – Fonte: https://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages/14738489896/

Chi partiva dalle regioni settentrionali si imbarcava a Genova o a Le Havre in Francia, mentre dal Sud a Napoli. Chi viaggiava in terza classe doveva accontentarsi di un sacco imbottito di paglia e un orinatoio ogni 100 persone, per tragitti che potevano durare anche un mese.

I primi viaggi transoceanici

Negli ultimi decenni dell’Ottocento il viaggio per nave, verso il continente americano durava anche più di un mese e si svolgeva in condizioni pietose. 

Fino all’approvazione della legge 31 gennaio 1901, non esisteva una disciplina degli aspetti sanitari dell’emigrazione. Un medico scrive nel 1900:”L’igiene e la pulizia sono costantemente in contrasto con la speculazione. Manca lo spazio, manca l’aria”.

Le cuccette degli emigranti venivano ricavate in due o tre corridoi e ricevevano aria attraverso i boccaporti. L’altezza dei corridoi era tra il metro e sessanta e il metro e novanta per il secondo. 

Nei dormitori così allestiti era frequente l’insorgere di malattie bronchiali e dell’apparato respiratorio. Mancavano le più elementari norme igieniche: si pensi che l’acqua potabile veniva tenuta in casse di ferro rivestite di cemento. A causa del rollio della nave il cemento tendeva a sgretolarsi intorbidando l’acqua che, venuta a contatto con il ferro ossidato, assumeva un colore rosso e veniva consumata così dagli emigranti.

I pasti erano a base di riso o di pasta e la razione viveri giornaliera risultava comunque più ricca di elementi proteici rispetto all’alimentazione abituale dei migranti.

La salute dei migranti 

Sono state fatte delle analisi per capire quali fossero le condizioni di salute dei migranti. Dalle analisi fatte, relativamente al periodo 1903-1925, emerge la presenza di alcune malattie come la pellagra, la malaria, il morbillo, la scabbia e la tubercolosi. 

Se si guarda al flusso migratorio verso gli Stati Uniti, si può notare che era composto prevalentemente da persone in buone condizioni fisiche e nella fascia di età di maggior efficienza fisica. Questo è causato da due fattori: 

  1. emigravano le persone forti e in salute, perché sapevano di dover lavorare duramente una volta sbarcati;
  2. i migranti sapevano che negli Stati Uniti sarebbero dovuti passare attraverso i rigidi controlli sanitari attivati dagli Stati uniti nei confronti dell’emigrazione europea.

La statua della libertà

La Statua della libertà è sempre stata chiamata Miss Liberty. Fu donata dalla Francia agli Stati Uniti in segno d’amicizia e divenne un simbolo per i migranti dopo che furono incisi sul suo basamento i versi di Emma Lazarus:

“Tenetevi, antiche terre, i fasti della vostra storia… Datemi coloro che sono esausti, i poveri, le folle accalcate che bramano di respirare libere, i miseri rifiuti delle vostre coste brulicanti: mandatemi coloro che non hanno una casa, che accorrano a me, a me che innalzo la mia fiaccola accanto alla porta d’oro”.

Quella signora che sembrava grande come l’America, come i sogni degli emigranti.

Invece, all’arrivo nel porto di New York, dopo aver contemplato la maestosa signora, gli emigranti venivano sbarcati a Ellis island. Qui dovevano essere sottoposti a una serie di controlli che ne operavano una drastica selezione.

Molti di loro venivano respinti: per malattia, per indigenza, per età giovanile o troppo avanzata, per stato civile (donne e orfani che non avevano nel paese chi li soccorresse e li aiutasse a trovar lavoro).

Gli scafisti

Nei primi anni dopo l’Unità d’Italia l’emigrazione era fuori dal controllo dello Stato: gli emigranti passavano per le mani di agenti di emigrazione, chiamati “padroni”, il cui unico obiettivo era ricavare il massimo profitto dalla loro povertà assoluta.

Nel 1888 in Italia fu approvata la prima legge finalizzata a contrastare gli abusi dei “padroni”. Nel 1901 fu creato il commissariato dell’emigrazione, con il compito di assegnare licenze alle imbarcazioni idonee al trasporto dei migranti. Palermo, Napoli e Genova: i porti di imbarco destinati agli emigranti.

Il commissariato stabiliva i costi dei biglietti, cercava di mantenere l’ordine nei porti di imbarco, ispezionava gli emigranti in partenza, individuava ostelli e strutture di accoglienza e stipulava accordi con i Paesi di destinazione del flusso migratorio per aiutare coloro che arrivano.

Ma gli abusi e i viaggi clandestini continuarono e continuano. Su questo tema, Leonardo Sciascia ha scritto una novella “Il lungo viaggio” che racconta di un gruppo di poveri contadini siciliani che, decisi a emigrare negli anni Cinquanta del secolo scorso si imbarcano su un’imbarcazione clandestina alla volta dell’America.   

Gli italiani negli Stati Uniti

Gli Stati Uniti erano fra le mete più ambite dagli emigranti italiani, ma non erano di certo a loro volta ben voluti. 

Nel 1912 venne presentata una relazione sugli immigrati italiani negli USA all’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano; questo un estratto del testo.

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. 
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.
Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano, pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Anche allora si diffusero teorie complottiste, c’era chi temeva che l’invasione degli immigrati si sostituisse alla forza lavoro americana.

Nel 1924 il presidente del Museo americano di storia naturale, Henry Fairfield Osborn, durante una conferenza nazionale sull’immigrazione si espresse così a proposito degli italiani:

«Questi immigrati stanno facendo degli Stati Uniti una discarica per cittadini indesiderabili»

Tra il 1924 e il 1965 rimase in vigore la riforma americana sull’immigrazione, che esprimeva una «profonda irritazione nei confronti di persone che parlano una lingua straniera e vivono una vita straniera». Gli stranieri vennero classificati: i nord europei erano i preferiti, mentre gli altri, in particolare gli italiani, erano indesiderati.

Fotografia di emigranti in partenza. Archivio della Fondazione Paolo Cresci, Lucca. Fonte http://www.museoemigrazioneitaliana.org/approfondimenti/l-emigrazione-tra-arte-e-letteratura-sull-oceano-di-edmondo-de-amicis-illustrato-da-arnaldo-ferraguti/

Il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, intercettato durante una conversazione nello Studio Ovale il 13 febbraio 1973 disse queste parole.

Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Dopotutto non si possono rimproverare. Oh, no. Non si può. Non hanno mai avuto quello che abbiamo avuto noi. Il guaio è…. che non ne riesci a trovare uno che sia onesto”

Minatori in Lussemburgo e Belgio

I primi italiani in Lussemburgo arrivarono nel 1892, ma intorno al 1910 la comunità italiana era già salita a 10.000 persone. Nel 2018, gli italiani presenti nel paese erano circa 22 mila, il 3,6 per cento della popolazione totale.

Gli emigranti italiani hanno lavorato soprattutto nelle industrie siderurgiche e nelle miniere di ferro di Esch-sur-Alzette, di Dudelange, Rumelange e Differdange.

I quotidiani italiani, negli anni ‘70, riportavano le condizioni di vita degli emigranti italiani, ritraendo scenari tristi, denunciandone il degrado: alloggi sovraffollati con scarse condizioni igieniche, affitti elevati e l’impossibilità per i ragazzi di studiare in scuole italiane.

Riccardo Ceccarelli, uno dei tanti emigranti indesiderati in Lussemburgo, racconta al Corriere della Sera la sua storia e quella di altre decine di migliaia di emigrati italiani.

«La fame deve essere una brutta bestia se chi è nato in posti così belli ha poi deciso di andarsene a lavorare dentro un buco profondo duecento metri».

Il buco è la miniera lussemburghese di Esch-sur-Alzette, il posto tanto bello che si è dovuto lasciare è l’Italia, per la precisione la Romagna.

Gli italiani venivano considerati comunità di “mangiaspaghetti, orsi selvatici e anche delinquenti”, ma capaci di lavorare instancabilmente nelle miniere.

Le ondate migratorie più massicce, in Belgio, si registrano nel primo dopoguerra, quando il paese aveva la necessità di ricostruirsi. Iniziarono ad arrivare operai italiani nelle miniere di carbone, nelle cave di pietre e marmi e nei cantieri di costruzione.

Nei primi cinque anni arrivarono in Belgio 20.000 italiani. Negli anni ’60, il 44 per cento della popolazione straniera del paese era italiana.

Dopo la Seconda guerra Mondiale, il governo italiano strinse un accordo con quello belga, per regolare lo scambio di forza-lavoro italiana con il carbone del Belgio: 50 mila operai italiani sotto i 35 anni, per 12 mesi di lavoro, in cambio di 200 chili di carbone giornaliero.

A. Tommasi, Emigranti, 1896. Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. http://www.museoemigrazioneitaliana.org/approfondimenti/l-emigrazione-tra-arte-e-letteratura-sull-oceano-di-edmondo-de-amicis-illustrato-da-arnaldo-ferraguti/

La manodopera a basso costo in Germania e Svizzera

Il governo italiano sottoscrisse lo stesso accordo anche con la Germania, chiedendo di occupare i lavoratori stagionali italiani, a causa della diminuzione delle esportazioni italiane in Germania.

ILavoratore italiano in una miniera nei pressi di Duisburg, in Germania, nel 1962 – https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c8/Bundesarchiv_B_145_Bild-F013069-0004%2C_Walsum%2C_Kohlebergbau%2C_Gastarbeiter.jpg

In Svizzera gli italiani migrarono in tre ondate: dopo la metà dell’Ottocento e dopo le due guerre. Ancora oggi gli italiani costituiscono la comunità straniera più numerosa in Svizzera. Malgrado questo l’integrazione non fu per niente facile per gli italiani.

Moltissimi italiani scelsero la Svizzera, perché il suo sistema produttivo era uscito indenne dalla guerra e gli imprenditori svizzeri decisero di rivolgersi ai lavoratori stranieri a basso costo, provenienti soprattutto dall’Italia per far fronte di una crescente domanda produttiva.

Dalla fine della guerra agli anni ’60 a emigrare in Svizzera furono soprattutto abitanti del Nord Italia.

I testimoni di quei viaggi raccontano tristi scenari.

Maria Paris, originaria di un villaggio nei pressi di Bergamo, che il 20 agosto 1946, andò in treno da Milano a Losanna. Lei racconta che arrivati alla stazione di Briga, tutti gli emigranti italiani furono fatti completamente spogliare in due tristi capannoni, furono obbligati a farsi una doccia prima di essere cosparsi di DDT e passare la visita medica. C’era anche una donna incinta: lei si rifiutò di svestirsi. Fu rispedita alla frontiera immediatamente.

“Oggi, a differenza di un tempo, i bagni, le lavature, le strigliature sono sempre più frequenti, le visite più severe, le indagini più accurate e il servizio procede più preciso, ma la nave di Lazzaro è sempre lì con l’apparenza negriera e gli occhi miserabili che attendono sono sempre in massima parte spauriti per quanto già rassegnati all’ignoto”.
Giovanni Preziosi, 1907.

L’emigrazione italiana oggi

https://www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf
https://www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf

Sono 816 mila gli italiani che si sono trasferiti all’estero negli ultimi 10 anni. Oltre il 73% ha 25 anni e più; di questi, quasi tre su quattro hanno un livello di istruzione medio-alto.

Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila, mentre i rimpatri sono stati 380 mila: 48 mila quindi gli italiani rimasti all’estero.

Dal 2009 al 2018 sono stati 816 mila gli italiani che sono espatriati e 333 mila quelli che sono rientrati. Dal 2015, gli italiani all’estero sono stati circa 70 mila all’anno.

In che cosa si differenzia la nuova emigrazione?

Innanzitutto dalla provenienza: quasi il 70% dei nuovi migranti italiani proviene da regioni del Nord o del Centro. Nel 2007 il Centro-Nord ha “sorpassato” il Sud come saldo migratorio negativo. Ma la situazione è precipitata dal 2011, come effetto della crisi internazionale del 2008.

MOVIMENTO MIGRATORIO CON L’ESTERO DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE,
PER CITTADINANZA ITALIANA – www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf
Riccardo Giacconi, fisico italiano naturalizzato statunitense, vincitore del premio Nobel per la fisica nel 2002. È emigrato negli Stati Uniti nel 1956Di Cropped from http://www.nationalmedals.org/2003photos/giacconi/20050314_RKM_Medals_9316.JPG, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2143158

Letteratura e migrazione

Il lungo viaggio – Leonardo Sciascia

Pascoli – La grande proletaria si è mossa

Pascoli – Poemetto Italy

Testo tratto da Macaronì – Romanzo di santi e delinquenti – di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli

Un romanzo giallo, ambientato nell’Appennino Tosco-Emiliano, in un villaggio circondato da monti che impediscono al sole di penetrare.

Era il lontano 1885. Alcuni ragazzini italiani arrivano illegalmente nel sud della Francia dopo un viaggio disumano, nascosti nella stiva di una nave: sono clandestini, privi dei documenti di soggiorno. Sono scappati dal loro paese d’origine per sottrarsi a un destino di miseria e sono alla ricerca disperata di un lavoro. Della loro condizione di clandestini approfittano innanzitutto gli stessi connazionali, gente senza scrupoli che arriva a sottrarre loro la paga con false promesse. Impiegati nelle vetrerie e costretti a lavorare fino a dieci-dodici ore al
giorno, i ragazzi sono maltrattati anche dagli operai francesi, che li chiamano in modo sprezzante “macaronì”. E di soli maccheroni scotti, sconditi, è il loro pasto giornaliero. Molti di questi ragazzi sono destinati a morire prima di diventare adulti, di fame, di fatica, di freddo o di malattia.

Per i padroni delle vetrerie, i ragazzi italiani erano una garanzia. Bastava dividerli sul lavoro: uno qua e l’altro là, in modo che non potessero parlare fra loro. E dal momento che non sapevano una parola di francese, lavoravano.
Dieci, dodici ore al giorno.
In silenzio.
Il lavoro nelle vetrerie era uno dei più faticosi e pericolosi: bruciature quando il vetro debordava dal cannello nel quale scorreva dopo la fusione; dolorose fitte dentro, forse ai polmoni; maltrattamenti
degli operai francesi che scaricavano su quei ragazzi la loro stanchezza.
E poco da mangiare.
Ne morivano molti, specie fra i più piccoli. Di undici, dodici anni.
Si ritrovavano, durante la sosta per il pranzo, nell’angolo più buio della vetreria perché i francesi non li volevano fra i piedi.
Ma almeno stavano al caldo.
E se lo godevano quel caldo, accumulandolo per la sera, per quando tornati al capannone trovavano un freddo che gelava l’acqua da bere nel secchio.
D’estate era l’inferno. In vetreria e nel capannone.
Prima di aprire il tegame che il caporione consegnava alla partenza, i ragazzi già sapevano cosa ci avrebbero trovato dentro: maccheroni, sempre.
Neppure la gioia della sorpresa.
Maccheroni poco o niente conditi e stracotti e impastati fra loro.
Se mangiavano in fretta restava un po’ di tempo per chiacchierare. Per
risentire la loro voce e una parlata comprensibile. Poco tempo e poi:
«Allez, allez, macaronis! Au travail, vite, vite [Andiamo, andiamo, “maccheroni”. Al lavoro, svelti, svelti!].»
Non sapevano che significasse, ma, sapevano che il tempo delle chiacchiere era finito e si doveva tornare ai forni.
Appena ritirati, i soldi della paga andavano consegnati al caporione che si teneva la sua parte per vitto, alloggio e vestiti.
Poco e male di tutto.
Il resto lo metteva da parte.
Sempre lui, il caporione.

Fonti

www.2duerighe.com/attualita/103652-italiani-emigranti-indesiderati.html

www.museoemigrazioneitaliana.org

AUGUSTA MOLINARI, Le navi di Lazzaro. Aspetti sanitari dell’emigrazione transoceanica italiana: il viaggio per mare, Milano 1988, pp.139-142. 

www.repubblica.it/cronaca/2019/12/16/news/il_rapporto_istat_sulle_migrazioni_piu_italiani_emigrati_meno_arrivi_dall_africa_-243613030/

Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli – Macaronis. Romanzo di santi e delinquenti. – Mondadori, Milano, 2007.

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Le donne e la Grande guerra

Donne e lavoro

Svanite le speranze di una rapida vittoria, anche in Italia la guerra comportò una temporanea rivoluzione nei ruoli e nei comportamenti femminili.

Numerosi lavori e diverse attività, che in tempo di pace erano svolti dai maschi, ora chiamati sotto le armi, per tutta la durata del conflitto videro impiegate numerosissime donne. In campagna, prima di tutto, esse svolsero un lavoro imponente, spesso dimenticato e sottovalutato; se la produzione di grano, tra il 1915 e il 1918, non scese mai al di sotto del 90% del totale prebellico, si deve al durissimo lavoro femminile nei campi, condotto senza il sostegno dei mariti o dei figli.

È vero che, nelle campagne, più o meno sommerso il lavoro femminile era sempre stato importantissimo; si trattava però, in genere, di un lavoro di sostegno e di supporto alla fatica maschile; dal 1915 al 1918, invece, il peso delle attività agricole gravò interamente sulle spalle delle donne e degli anziani.

Anche in Italia, la guerra diede un improvviso impulso al lavoro operaio femminile, concentrato nelle città. Nel 1918, le donne costituivano il 25% della manodopera negli stabilimenti ausiliari (nati cioè in tempo di guerra, per sostenere la produzione bellica) di Torino, il 31% in quelli di Milano, l’11% in quelli di Genova. Nel complesso, a livello nazionale, nella produzione industriale alla fine della guerra erano impegnate circa 200 mila donne.

Scriveva la giornalista Paola Baronchelli Grosson, in un opuscolo di propaganda: «Soltanto due anni addietro un ingegnere, un capo tecnico avrebbe riso come di una stramberia all’idea di mettere una donna al tornio… cioè al congegno tradizionalmente di competenza mascolina. E invece oggi esse eseguono gran parte delle lavorazioni per la produzione del materiale da guerra».  

Al di là dell’industria bellica, le donne trovarono poi occupazione anche come spazzine, postine, tramviere…

Queste occupazioni destarono particolare scandalo, perché all’epoca erano svolte in divisa: agli occhi dei conservatori e dei tradizionalisti, il mondo sembrava essere capovolto.

Operaie all’interno delle “Officine Ansaldo” a Genova. Durante la Grande Guerra moltissime donne sostituirono gli uomini impiegati al fronte sia nel settore industriale sia in quello agricolo.

Per rassicurare il mondo maschile, la propaganda del periodo di guerra mise allora l’accento soprattutto sulla figura materna dell’infermiera, angelo dell’ospedale, in uno slogan del tempo:

«L’infermiera si occupa del ferito dopo che il medico ha curato la ferita».

Nel 1917, le infermiere in servizio erano circa 20 000; per lo più, si trattava di giovani volontarie di famiglia medio-alta o borghese, scelte proprio perché di ceto superiore ai soldati di cui dovevano prendersi cura.

Questa superiorità sociale doveva incutere rispetto ai soldati feriti e cancellare in loro ogni proposito di avventura amorosa con le crocerossine, alle quali, non a caso, era vietato occuparsi degli ufficiali, che in genere erano di ceto pari al loro.

Nelle lettere inviate ai familiari dalle donne impegnate come infermiere, si mescolano due tipi di sentimento. All’inizio, prevalgono la fierezza di sé, l’orgoglio e la soddisfazione legata alla nuova situazione di indipendenza, a contatto con l’universo maschile (medici, chirurghi, soldati feriti).

Con il passar del tempo, anche in molte di loro subentrano però la depressione e la disperazione, dovute al continuo contatto con il dolore e la sofferenza.

Crocerossine al capezzale di un malato –
https://movio.beniculturali.it/mcrr/immaginidellagrandeguerra/it/257/percorsi-tematici/show/76/14

Prostitute e soldati

Nel 1916, per iniziativa di alcuni cappellani militari, fu approntato per le truppe un primo sistema di strutture che, nelle retrovie, offrissero distrazione e intrattenimento ai soldati che, temporaneamente, erano stati allontanati dalle trincee.

Queste Case del Soldato al fronte seguivano un modello già collaudato dagli inglesi e dai francesi in Francia, ma di fatto recuperavano anche l’esperienza delle sagre parrocchiali e delle feste di paese; ai giovani impegnati in guerra erano offerte rappresentazioni teatrali e cinematografiche, conferenze, spettacoli e altri diversivi.

Fino a quel momento, ai soldati, le autorità militari italiane non avevano offerto altro che una capillare rete di postriboli, i cosiddetti casini di guerra o casini militari.

Le prime esperienze di questo tipo erano state avviate nel 1885 in Africa, più precisamente in Eritrea, dove i vincoli della rispettabilità borghese e della morale cattolica, rigidissimi in patria, erano stati ben presto abbandonati.

Tra gli ufficiali divenne prassi normale dotarsi di un’amante nera, denominata “madama”.

I soldati semplici, invece, a volte agivano in modo violento nei confronti delle donne indigene – il che, ovviamente, provocava reazioni furiose da parte delle famiglie delle ragazze offese – oppure frequentavano prostitute miserabili e poverissime, con gravi rischi di contrarre malattie veneree.

I postriboli militari nacquero con questa doppia finalità: prevenire la diffusione della sifilide e limitare i problemi di ordine pubblico.

Soddisfatto dei risultati ottenuti nelle guerre coloniali, il Comando italiano si affrettò a istituire i casini di guerra fin dall’estate del 1915.

Le fonti che permettono di ricostruire questa singolare pagina della Grande Guerra sono varie e di diversa natura. In primo luogo, troviamo numerosi accenni al fenomeno nei rapporti delle prefetture.

Le case di tolleranza, infatti, erano per lo più situate in territorio italiano, e quindi spettava ai prefetti controllare con apposite ispezioni a sorpresa che le strutture rispettassero le più elementari norme di igiene e, soprattutto, che le donne non fossero infette da malattie celtiche, cioè da sifilide o altre malattie veneree.

Sempre alle prefetture spettava poi la repressione della cosiddetta prostituzione girovaga, praticata comunque da donne povere, che cercavano di alleviare la propria miseria vendendosi ai soldati.

Punito e ridotto alla clandestinità, il fenomeno era temuto non solo per ragioni sanitarie, ma anche perché si temeva che la prostituta potesse essere al soldo degli austriaci, e quindi carpire segreti militari più o meno importanti a soldati che, fino a pochi giorni prima, erano stati in trincea.

Un’altra fonte importante che ci offre numerose informazioni sui casini di guerra sono le numerose lamentele dei vescovi o dei sacerdoti, quando i postriboli venivano istituiti in una località della loro diocesi o della loro parrocchia.

Le proteste che essi rivolgevano ad autorità civili e militari, però, di solito restavano lettera morta: i casini erano considerati uno strumento indispensabile per l’equilibrio psico-fisico dei soldati sottoposti al durissimo stress della trincea.

Non è possibile fornire dati precisi sul numero delle donne impiegate nei postriboli militari. Di sicuro, si trattava di prostitute che esercitavano tale attività già prima della guerra, oppure di giovani di bassa estrazione sociale.

Con un’espressione molto efficace, un ufficiale medico italiano definì quei luoghi «campi di concentramento della lussuria».

Senza contare i rischi di contagio o altri pericoli, le donne erano sottoposte a ritmi di lavoro durissimi.

Nelle memorie di guerra, il ricordo del casino non ha in genere nulla di romantico; in fila, si attende il proprio turno, cercando di vincere l’imbarazzo, prima di consumare l’atto in pochi istanti, senza amore e senza preliminari.

Come la produzione di armi e la morte, anche l’esercizio della sessualità assunse, per i soldati italiani al fronte, una dimensione industriale: divenne un’attività da esercitare in serie, in una specie di catena di montaggio in cui l’anello più debole, la prostituta, era considerata un ingranaggio intercambiabile, oggetto di volgare disprezzo, di condanna sociale pubblica e di emarginazione.

Alcuni soldati italiani assistono a una rappresentazione teatrale nelle retrovie del fronte orientale.
Gli spettacoli allestiti avevano lo scopo di intrattenere le truppe nei momenti in cui non erano impegnate a combattere.

I postriboli per militari

Negli anni 1915-1918, il Comando italiano istituì una capillare rete di case di tolleranza, destinate ai soldati temporaneamente spostati dal fronte alle retrovie.

Per conoscere tale complesso fenomeno, una fonte di primaria importanza è data dalle lettere di protesta degli ecclesiastici, che denunciavano i pericoli per la moralità nazionale provocati dalla diffusione di tali strutture.

Quando le autorità rispondevano, sostenevano che si trattava di una provvisoria alterazione delle regole ordinarie, un’inevitabile necessità, provocata dalla guerra, e che comunque – sotto il profilo morale e quello sanitario – la prostituzione esercitata all’interno di strutture sorvegliate era preferibile a quella libera.

Tornando al problema delle case di tolleranza propriamente militari, c’è da osservare come non ne sia facile una puntuale descrizione che ci ragguagli sulla loro consistenza, sulla loro dislocazione e su alcuni aspetti specifici del loro funzionamento, compresi quelli legati ai frequentatori reali e alle donne che vi si trovavano rinchiuse.

Intesi come pronto rimedio in zone impervie o male attrezzate, di solito nella immediata retrovia, i bordelli militari all’atto della loro istituzione nel 1915 e via via più tardi, riflettevano infatti l’andamento delle vicende belliche con un’alternanza ben immaginabile di aperture, di chiusure e di spostamenti.

In virtù degli accordi intercorsi fra autorità civili e militari che in accordo con tenutari e impresari privati presiedevano alla loro attivazione di volta in volta, se ne trova traccia nei documenti più svariati.

Essi sostituiscono quelli, al momento per noi non consultabili, conservati con ogni probabilità negli archivi dell’esercito.

Talvolta sono le comunicazioni di un Prefetto, talaltra una lettera di protesta o, appunto, le scarne testimonianze dei protagonisti a offrirci un’idea del turn over assai elevato che contraddistinse la diffusione di questi atipici stabilimenti.

Da una lettera della prefettura di Udine al ministero degli Interni, datata 13 novembre 1916 «D’ordine dell’Autorità Militare, sono state aperte in Provincia nuove case di meretricio, delle quali due a S. Giorgio di Nogaro ed una a Latisana. Questa Prefettura sta provvedendo perché detti locali rispondano sufficientemente alle norme dell’igiene e ha incaricato delle visite periodiche alle prostitute ivi soggiornanti (non meno di tre visite alla settimana) l’Ufficiale sanitario di ciascun comune. Sono in corso pratiche coll’Intendenza della III Armata, Direzione di Sanità per la nomina di un medico militare specialista per le visite di controllo. Inoltre sono già state date disposizioni perché le prostitute riscontrate infette da malattie celtiche [veneree, prima fra tutte la sifilide, n.d.r.], siano, a mezzo foglio di via e con accompagnamento dei R.R. Carabinieri, internate nella Sala Celtica di Palmanova».  

Da simili testimonianze si desume l’integrazione, almeno iniziale, delle misure tradizionali di controllo affidate agli apparati civili dei medici e dei fiduciari comunali con quelle inedite della Sanità militare, un fatto che comportava, stando alle istruzioni e alle prescrizioni, molte novità in senso restrittivo e la pratica delle visite a sorpresa pressoché quotidiane.

In realtà è chiaro da diverse fonti che il Comando Supremo decidesse in piena autonomia.

Classiche, in proposito, sembrano le suppliche e le pressioni fatte da privati cittadini o da esponenti del mondo politico locale cattolico e dal clero, per ottenere la chiusura o lo spostamento di bordelli militari aperti nei pressi degli abitati e dei paesi.

Raramente esse ottenevano riscontro. Citiamo un caso.

Mons. Luigi Pellizzo, vescovo di Padova durante il conflitto scrive papa Benedetto XV ben 146 lettere che informano il papa sulle drammaticità della situazione.

In una di queste lettere, nel luglio del 1918 scrive:

«Non descrivo, Padre Santo, lo stato morale a cui vanno riducendosi le nostre popolazioni: è più facile immaginarsi che descriversi le miserande condizioni di tanta gioventù e anche [di] madri e spose! Non mancano i parroci di vegliare né io di aiutarli e appoggiarli in tutti i modi. E a dir vero anche le alte autorità militari mi hanno sempre appoggiato, quando specialmente mi sono opposto – e fu purtroppo spesso – alla ubicazione di case di tolleranza nei paesi di campagna e di montagna. [ … ]. A Chiappano, contro il divieto del comando d’armata, quegli ufficiali avevano aperto una casa. Denunziai di nuovo la cosa: venne ordinata la chiusura immediata, e i trasgressori si ebbero la loro; così in altri luoghi. Ma ormai il malanno è tale nei paesi che non si sa quale partito prendere: e le stesse difficoltà ad ottenere, quanto un tempo a stento si otteneva, crescono. C’è, dicono, la moralità e la igiene: ecco in due parole il passaporto ad ogni nefandezza. Poi quello che amareggia maggiormente è la noncuranza quando non vi sia la connivenza delle autorità stesse preposte alla tutela della moralità, di cui sembra smarrito il concetto genuino. Basta richiamare il principio sostenuto dal procuratore di Venezia… sconfortante in bocca a un magistrato: “Lasci correre” diceva “l’immoralità è un fenomeno spiacevolissimo… adesso penseremo alla patria… a rimediare all’immoralità e ai suoi mali ci penseremo dopo”. Con questi principi e con questo appoggio dalle autorità dove andremo?»  

La situazione, insomma, a giudicare almeno dal tenore e dall’assiduità delle denunce ecclesiastiche, è sempre «delle peggiori» e non consente di ipotizzare una contrazione dei casini militari il cui numero, anzi, si ha l’impressione, ma questa è appunto una sensazione vaga e non l’effetto di una tabulazione statistica da parte nostra (del resto impossibile), che aumenti progressivamente nel corso del 1917 e dello stesso 1918.

E. FRANZINA, Casini di guerra. Il tempo libero dalla trincea e i postriboli militari nel primo conflitto mondiale, Gaspari, Udine 1999, pp. 113-117

Che tipo di collaborazione chiedevano le autorità militari ai funzionari dello Stato, a livello provinciale e comunale?

Spiega l’espressione del vescovo Luigi Pellizzo: «e le stesse difficoltà ad ottenere, quanto un tempo a stento si otteneva, crescono».

Spiega l’espressione del procuratore di Venezia: «adesso penseremo alla patria… a rimediare all’immoralità e ai suoi mali ci penseremo dopo…».

Le madri dei soldati

Solo raramente ci è dato di conoscere direttamente i sentimenti delle madri e delle mogli dei soldati semplici che erano al fronte; in genere, si trattava di donne analfabete, o comunque scarsamente istruite, che solo eccezionalmente avevano confidenza con la scrittura.

Diverso ovviamente il caso delle famiglie borghesi; in questi casi – mossi da ardore patriottico – i giovani spesso si arruolarono volontari fin dal maggio 1915 e rivestirono il ruolo di ufficiali di complemento.

Dai diari e dalle memorie delle madri, emerge che molte di loro vissero una lacerante contraddizione. Nella loro azione educativa, infatti, avevano promosso nei figli la passione per la patria; poste di fronte alla guerra vera, però, si resero drammaticamente conto di non riuscire più a sostenere e condividere gli ardori dei figli che si offrivano volontari.

A costo di sembrare egoiste o possessive, cercarono di sottrarre i figli al pericolo reale, ad esempio facendo ricorso a conoscenze nei comandi militari.

Molte lettere, pertanto, denotano un forte scontro generazionale, fra madri tutt’altro che risorgimentali e figli desiderosi di eroismo, di avventura e (forse) persino di maggiore libertà, rispetto alla tutela materna; oppure, ci troviamo di fronte a madri che ostentano in pubblico (e davanti al figlio) calma, autocontrollo, serenità e patriottismo (accettando persino l’eventualità della morte in battaglia del giovane volontario), mentre in privato sono letteralmente distrutte e angosciate, di fronte al rischio dell’uccisione, oppure disperate e tormentate dai rimorsi, in caso di decesso avvenuto.

Sul versante opposto, però, spesso incontriamo figli che vivono come intollerabile un dissidio con la propria madre e quindi le chiedono di compiere un grande sforzo di comprensione e, al limite, di immedesimazione. Oppure, nelle lettere, molti trasmettono a casa non solo inviti alla tenacia e alla sopportazione dei disagi di guerra, ma anche rabbia contro gli imboscati, i profittatori (i fabbricanti di armi o di autoveicoli, ad esempio) e i sovversivi.

A livello letterario, lo scritto di propaganda più importante fu Il figlio della guerra, di Anna Franchi, pubblicato nel 1917 (prima di Caporetto). Pur preoccupata, ovviamente, per la vita del figlio, la madre protagonista del romanzo è angosciata soprattutto dal rischio che egli sia sopraffatto dalla paura; per il resto, l’autrice si dichiara sicura che «l’opera delle donne latine dovrà essere narrata con parole di onore e di riconoscenza».

Anche Matilde Serao proclama che la madre italiana sarà sufficientemente forte da affrontare la prova della guerra, ma la sua preferenza va alle popolane napoletane, ben più che alle donne borghesi.

Luigi Pirandello però, nel dramma La vita che ti diedi, ebbe il coraggio di presentare una donna impazzita di dolore per la perdita del figlio: segno del fatto che la retorica del sacrificio per la patria, a suo parere, non colmava per nulla la sofferenza provata.

Madri e figli soldati

L’analisi delle lettere scritte a casa dai soldati permette di ricostruire i sentimenti di un’intera generazione di giovani d’estrazione borghese.

Il rapporto con la madre è in genere molto stretto, anche se non mancano le incomprensioni tra il giovane, che si è offerto volontario e rischia la vita in trincea, e la madre, preoccupata dei pericoli che egli corre al fronte.

Gli anni di guerra videro una intensificazione senza precedenti del dialogo e della comunicazione tra madri e figli, soprattutto nella borghesia intellettuale e nella piccola borghesia conquistata alle ragioni risorgimentali dell’intervento. Le autorità militari, preoccupate della censura, si trovarono a inoltrare dal fronte e per il fronte una massa enorme di posta: complessivamente la corrispondenza ordinaria tra il maggio del 1915 e il 31 dicembre 1918 raggiunse quasi i quattro miliardi di lettere e cartoline, con una media di circa tre milioni al giorno.

Si scriveva poi più dal fronte alle famiglie che dal paese al fronte.

Ovviamente non tutta questa massa di corrispondenza aveva come destinatario esclusivo le madri.

Molti gli uomini maturi anche tra i volontari e nel loro caso emozioni e pensieri erano rivolti prioritariamente a mogli e figli piccoli; tra i giovani contadini, la madre perde il ruolo di interlocutrice privilegiata a favore di una comunicazione più orientata gerarchicamente, centrata sul padre e caratterizzata da un registro comunitario e meno personalizzato.

Ma nell’universo affettivo dei più giovani, soprattutto tra quei soldati e ufficiali delle classi medie che avevano salutato la loro partecipazione alla guerra come prova virile, la madre continua a rappresentare un’interlocutrice privilegiata.  

Le loro lettere offrono una vera miniera di spunti per saggiare, accanto alle ideologie di classe, al retroterra ideologico risorgimentale e ai pregiudizi diffusi tra studenti alla loro prima esperienza di allontanamento da casa e che scoprono il popolo solo nelle trincee, le forme di attaccamento alla madre e le complesse proiezioni di cui la figura materna è investita.

Le lettere sono in sostanza un sismografo quanto mai sensibile delle culture e degli stili familiari e offrono abbondante materia di riflessione sulla relazionalità intensa che caratterizza la grammatica degli affetti di molti giovani borghesi e sugli specifici linguaggi cui essa dà voce. […]

Il pensiero della madre non solo allontana dai rischi maggiori, ma nel complesso è la figura stessa della madre ad assurgere la forza protettiva in grado di difendere dai pericoli.

Per molti la madre è accanto a loro in spirito.

«Sono stati giorni brutti, mamma. Quante volte mi sei venuta davanti! Quante volte ti ho sorriso fissandoti negli occhi e nell’anima mia! Perché morendo, come credevo di morire, fossi tu negli occhi e nell’anima mia!».

Il volto della mamma è il più potente talismano del giovane combattente, accanto alle tante medagliette, agli amuleti, agli scongiuri e alle formule magiche in cui i soldati confidavano.

Tutti i combattenti, è stato giustamente osservato, furono più o meno superstiziosi, indipendentemente dal grado di educazione e di cultura.

Simili superstizioni erano non di rado incentivate dalla sollecitudine delle madri stesse che affidavano a piccoli oggetti l’aspettativa di preservare dal pericolo il figlio. […]

In molti casi la realtà della guerra farà giustizia delle illusioni nutrite dai giovani partiti volontari e al contempo rivelerà quanto fragile sia stata la ricerca di indipendenza.

L’esperienza è, come sappiamo, monotona e massificata.

Solo il ricordo della madre, che fa tutt’uno con la casa e con una condizione precedente, rivissuta come spensierata e priva di responsabilità, rappresenta una delle poche ancore di senso cui i più giovani sembrano appellarsi per combattere l’estraniazione e porre un freno a quel restringimento della coscienza [cioè l’incapacità di pensare ad altro, se non alla sopravvivenza e ai bisogni più elementari, primo fra tutti il mangiare] che da più parti viene dipinto come condizione connaturata alla vita della trincea.

Non sembra un mero riconoscimento di circostanza l’affermazione estrema cui si abbandona Angelo Valentini, morto nei primi mesi del 1916 a vent’anni, allorché scrive alla madre:

«Se la guerra non fosse servita ad altro che a farmi sentire quanto ti volevo bene senza saperlo, solo per questo avrei motivo di benedire e di ringraziare».

L’espansività e lo scambio non annullano del tutto alcuni diaframmi che l’ideologia borghese traccia dei ruoli sessuali: alle donne, creature più sensibili e impressionabili, è bene risparmiare gli scenari più crudi e i momenti più disumani della guerra.

Esplicita la preoccupazione di non aggravare le ansie materne da parte degli ufficiali superiori:

«Mi hanno portato stamane il diario di un ufficiale della brigata Ancona, morto al terzo contrattacco d’Oslavia – ricorda significativamente Gualtiero Castellini, giornalista e uomo politico nazionalista – non lo manderemo a sua madre [ … ]. O madre piangi il tuo figliuolo, ma senza sapere a quali abissi di dolore, senza perdere la sua fede sia giunto… Verità, verità, perché scriverti sempre?».  

Ritroveremo l’identica preoccupazione nella seconda guerra mondiale in Nuto Revelli, sopravvissuto alla ritirata della Russia, al momento di incontrare le madri dei compagni caduti.

Ogni regola ha però le sue eccezioni.

Attacchi, scontri, mischie non sempre vengono risparmiati alle madri per ingenuo desiderio di mostrare il proprio coraggio.

«Tutti guardavano a me, mamma erano tutti al riparo alla meglio, io solo ero allo scoperto perché solo così potevo tenerli uniti e impedire che si sbandassero e abbandonassero la linea sulla quale dovevamo per consegna resistere o morire». Eugenio Garroni, alpino promosso comandante sul campo

M. D’AMELIA, La mamma, il Mulino, Bologna 2005, pp. 183-187

Per quale motivo, secondo te, si scriveva di più dal fronte alle famiglie che dal paese al fronte?

Che ruolo svolgeva il pensiero della madre, nelle superstizioni assai diffuse tra i soldati?

In che misura gli aspetti più brutali della guerra erano comunicati alle proprie madri o a quelle dei soldati rimasti uccisi?

Un soldato, in un momento di tregua, scrive una lettera alla famiglia.

La guerra dei simboli

La retorica della madre interamente dedita alla patria, fino all’accettazione del supremo sacrificio del proprio figlio, ebbe un’importante consacrazione, nel dopoguerra, in occasione della cerimonia di scelta del Milite ignoto. Mentre in Francia e in Inghilterra la salma del soldato senza nome fu scelta da un sergente o da un ufficiale, in Italia fu deciso che a sceglierla fosse una madre che avesse perduto il figlio in guerra.

La cerimonia avvenne ad Aquileia, la donna era una popolana di Trieste (Maria Bergamas); la salma fu tumulata nell’Altare della Patria, a Roma, il 4 novembre 1921.

Madri e guerra furono strettamente associate, a livello simbolico, anche in tantissimi monumenti ai caduti. A volte, la raffigurazione si rifaceva alla Pietà di Michelangelo; in altri casi, il compianto avveniva dinanzi a un soldato sdraiato a terra, oppure la donna stringeva a sé il caduto in un ultimo abbraccio.

Come ogni simbolo, anche questo poteva sostenere vari significati; la donna, infatti, poteva essere l’Italia, che piangeva e rendeva onore ai suoi figli, oppure una madre che aveva accettato con coraggio e determinazione l’estremo sacrificio.

Questa molteplicità di significati riappare anche nella propaganda di guerra rivolta ai soldati; in genere, si trattava di fogli o riviste illustrati.

Dopo Caporetto, una delle immagini più frequenti presentava il soldato italiano che difendeva una donna dall’assalto di un austriaco, che si stava avventando su di lei. Il doppio senso era evidente: l’occupazione delle province invase (e, a maggior ragione, l’eventuale sconfitta) erano presentati come uno stupro, compiuto da un nemico bestiale, a danno della patria.

Nel medesimo tempo, il soldato era chiamato a difendere le donne italiane dagli oltraggi che sicuramente avrebbero inferto loro i nemici.

Si trattò, senza dubbio, di una propaganda molto efficace; infatti, non solo parlava un linguaggio facilmente comprensibile anche ai soldati scarsamente alfabetizzati, ma soprattutto ridonava sicurezza e stabilità nei ruoli di genere, in un mondo che vedeva rapidi cambiamenti: donne al lavoro, donne in divisa, donne impegnate in attività tradizionalmente maschili.

Dal loro contributo di lavoratrici e di patriote, le donne italiane si attendevano un riconoscimento.

Consapevole delle aspettative femminili, il Parlamento approvò nel 1919 un’importante modifica al diritto di famiglia, cioè abolì la cosiddetta autorizzazione maritale, ereditata dal Codice civile napoleonico.

Fino a quel momento, in base agli articoli 134 e 137 del codice civile del 1865, la moglie non poteva disporre liberamente dei propri beni: quindi, non poteva compiere alcuna operazione di compra-vendita senza il preventivo consenso del marito.

La legge del 17 luglio 1919 non solo abolì tale prassi giuridica, ma aprì alle donne la possibilità di esercitare le professioni liberali, come, ad esempio, l’avvocatura.

Inoltre, la medesima legge permise alle donne di accedere agli impieghi pubblici, anche se, di fatto, esse restarono a lungo escluse da qualsiasi posizione dirigenziale.

Nessun progresso, invece, venne fatto sul terreno della concessione del diritto di voto. Nel 1920, un progetto di legge relativo al suffragio femminile venne approvato dalla Camera a larga maggioranza; il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti, tuttavia, cadde prima che il Senato potesse esprimersi in ordine alla questione.

Nel giugno 1920, il nuovo presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, abbandonò il problema del voto alle donne, in quanto era convinto che di esso avrebbero beneficiato solo i cattolici e i socialisti, cioè quei partiti di massa che, secondo il suo giudizio, erano i veri responsabili della crisi dello Stato liberale tradizionale.

Così, solo nel 1946 le donne italiane avrebbero visto riconosciuta la loro piena cittadinanza e avrebbero potuto esercitare il loro diritto di voto.

La cerimonia di sepoltura del Milite ignoto a Roma, all’Altare della Patria, il 4 novembre 1921

Per onorare tutti i caduti italiani, nel 1921 furono portate ad Aquileia (nell’attuale provincia di Udine) undici salme di soldati sconosciuti morti in vari luoghi del fronte.

Maria Bergamas madre di un disperso, ne scelse una, che fu poi portata a Roma per diventare simbolo dei soldati italiani caduti in guerra.

La storia di Luisa Spagnolli – imprenditrice italiana

Luisa Sargentini nasce il 30 ottobre 1877 a Perugia, da Pasquale Sargentini, di professione pescivendolo, e da Maria, casalinga. Sposatasi, poco più che ventunenne, con Annibale Spagnoli, rileva con il marito una drogheria, all’interno della quale inizia a produrre confetti.

Nel 1907 gli Spagnoli si associano alla Buitoni, azienda locale che produce pasta e aprono, insieme con Francesco Buitoni, una azienda dolciaria di piccole dimensioni, con una quindicina di dipendenti, nel centro storico della città umbra: è la Perugina.

La fabbrica viene gestita unicamente da Luisa e dai suoi figli, Aldo e Mario. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando gli uomini sono chiamati al fronte, Luisa prende in mano le redini dell’azienda e la fa crescere ulteriormente. Donna intraprendente e illuminata riesce a portare grandi innovazioni, tanto che quando il conflitto termina, la Perugina ha più di cento dipendenti ed è una fabbrica di successo.

Al ritorno della guerra, a causa di attriti interni, Annibale abbandona l’azienda nel 1923. In questo periodo Luisa inizia una storia d’amore con Giovanni, figlio del socio Francesco Buitoni, più giovane di lei di quattordici anni.

Il legame tra i due si sviluppa in maniera profonda ma estremamente cortese: le testimonianze in proposito sono poche, anche perché i due non vanno mai a convivere.

Luisa, entrata nel frattempo nel consiglio d’amministrazione dell’azienda, si dedica all’ideazione e alla realizzazione di strutture sociali finalizzate a migliorare la qualità della vita dei dipendenti; poi, poco dopo aver fondato l’asilo nido dello stabilimento di Fontivegge, stabilimento ritenuto, nel settore dolciario, il più avanzato nell’intero continente europeo, dà vita al “Bacio Perugina”, il cioccolatino destinato a entrare nella storia.

L’idea nasce dall’intenzione di impastare i resti di nocciola derivanti dalla lavorazione dei cioccolatini con altro cioccolato: il risultato è un nuovo cioccolatino con una conformazione piuttosto strana, con al centro una nocciola intera. Il nome iniziale è “Cazzotto”, perché il cioccolatino richiama alla mente l’immagine di un pugno chiuso, ma Luisa viene convinta da un’amica a cambiare quella denominazione, troppo aggressiva: molto meglio tentare di conquistare i clienti con un “Bacio”.

Luisa Spagnoli – https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=74478
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L’ispirazione per l’immagine scelta per pubblicizzare il cioccolatino viene da un celebre quadro di Hayez “Il bacio”.

Nel frattempo, Luisa si dedica anche all’allevamento del pollame e dei conigli d’angora, attività iniziata al termine del primo conflitto mondiale: i conigli vengono pettinati, non tosati e tantomeno uccisi, al fine di ottenere la lana d’angora per i filati. E così nel giro di breve tempo vede la luce l’Angora Spagnoli, situata nel sobborgo di Santa Lucia, dove si creano indumenti alla moda, boleri e scialli. Il successo non tarda ad arrivare (complice una segnalazione anche alla Fiera di Milano), e così gli sforzi si intensificano: ben ottomila allevatori spediscono il pelo ottenuto da circa 250 mila conigli a Perugia via posta, in modo che possa essere trattato e utilizzato.

Luisa muore all’età di 58 anni il giorno 21 settembre 1935, a causa di un tumore alla gola che l’aveva indotta a spostarsi a Parigi per provare a ricevere le migliori cure possibili.

Gli anni Quaranta regaleranno agli Spagnoli numerose soddisfazioni, così come ai loro dipendenti, che potranno contare addirittura su una piscina nello stabilimento di Santa Lucia e su regali di valore per le vacanze di Natale, ma anche su feste, casette a schiera, partite di calcio, balli e nursery per i figli.

Ma Luisa non potrà mai vedere tutto ciò.

L’azienda creata da Luisa diventerà, dopo la morte della fondatrice, un’attività industriale a tutti gli effetti, e sarà accompagnata dalla creazione della “Città dell’angora”, uno stabilimento attorno al quale sorgerà una comunità autosufficiente, e il parco giochi della “Città della Domenica”, chiamato in principio “Spagnolia”.

Fonti

  • F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Luisa_Spagnoli
  • https://biografieonline.it/biografia-luisa-spagnoli
  • Il film sulla vita di Luisa Spagnoli:
  • https://www.raiplay.it/video/2016/06/LUISA-SPAGNOLI—STAGIONE-1—EPISODIO-1-9baae373-9b19-4023-9f97-b4f358da0e9a.html
  • Link scena tratta dal film Luisa Spagnolli
  • https://drive.google.com/file/d/13ErC7yzyX5iL8ibVrEjJk_rYcRY9z_eX/view?usp=sharing

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Prima guerra mondiale

Cause profonde

Nel 1914 nulla poteva evitare la guerra. A causa di un eccezionale sviluppo industriale erano a disposizione di quasi tutte le nazioni europee grandissime quantità di armi micidiali e di flotte militari sempre più agguerrite.

Francia e Inghilterra guardavano con estrema diffidenza la Germania. Volevano bloccare l’espansionismo tedesco e la sua crescente, inarrestabile egemonia industriale e scientifica.

La Francia voleva la rivincita dopo l’umiliante sconfitta di Sedan nel 1870, durante la guerra franco – prussiana e voleva riprendersi l’Alsazia e la Lorena.

L’Austria e la Russia speravano di risolvere le loro difficoltà, legate ai loro imperi multinazionali, troppo ampi e troppo poco coesi, con una politica estera particolarmente aggressiva ed espansionistica.

Il “casus belli” – l’attentato di Sarajevo

La scintilla della guerra scoccò il 28 giugno 1914, a Sarajevo, la capitale della Bosnia. In un attentato, di matrice estremistica, persero la vita il granduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, e la consorte.

Il responsabile dell’attentato fu Gavrilo Princip, un anarchico serbo. L’Austria decise di considerare la Serbia responsabile dell’attentato perché dava rifugio agli indipendentisti slavi.

La potenza asburgica decise di dare un segnale forte, severo, a tutti i popoli dell’impero e di porre termine ai numerosi moti rivoluzionari e sovversivi della penisola balcanica. Voleva ridurre al silenzio la Serbia che, dopo le due guerre balcaniche, aveva mire espansionistiche che cozzavano con gli interessi degli Asburgo. I generali Austriaci però avevano previsto una rapida e semplice campagna militare priva di ostacoli significativi.

La Germania sognava la formazione di un grande stato formato da tutte le nazioni di lingua tedesca.

L’impero Russo, a sua volta, ambiva a riunire sotto di sé tutti i popoli di lingua slava. Per questo scese in campo in aiuto della Serbia ordinando la mobilitazione del proprio esercito.

Appena l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, si mise in moto l’automatismo delle alleanze e delle mobilitazioni: in pochi giorni ebbero luogo le dichiarazioni di guerra.

  • A fianco di Germania e Austria si schierarono Turchia e Bulgaria.
  • Giappone e la Romania si schierarono a fianco della Triplice Intesa.

Socialisti e cattolici si schierarono decisamente per la pace, ma non furono presi in considerazione. Non fu presa in considerazione neanche la durissima condanna pronunciata dal papa Benedetto XV, che definì la guerra come il risultato dell’egoismo, del materialismo e della mancanza di grandi valori morali e spirituali.

Soltanto l’Italia di Giolitti mantenne la calma.

La Triplice Alleanza infatti era un patto difensivo. Dal momento che Austria e Germania non erano state aggredite, ma avevano dichiarato guerra per prime, e dal momento che né l’una né l’altra avevano coinvolto l’Italia nella decisione di dichiarare guerra, il governo italiano sentì di non avere alcun obbligo di schierarsi al loro fianco e si ritenne autorizzato a rimanere neutrale.

Piani di invasione

Da molti anni gli stati maggiori di Francia e Germania si stavano preparando a una guerra che tutti ritenevano inevitabile. Il Piano Schlieffen, il piano che prevedeva l’invasione della Francia da parte della Germania era stato concepito dallo Stato Maggiore tedesco, già nel 1905 e la Francia aveva fortificato il confine con la Germania.

Appena dichiarata la guerra e iniziata la mobilitazione, il grosso delle truppe francesi furono ammassate lungo il confine tedesco.

La parola “mobilitazione” si riferisce a quell’insieme di provvedimenti che uno stato attiva quando si prepara ad una guerra o quando vuol esercitare pressione psicologica o politica sui rivali.
Prevede che:
– vengano richiamati i cittadini al servizio militare,
– ci siano spostamenti di truppe,
– che venga anche organizzato l’arruolamento volontario.
Quando si parla di Mobilitazione generale, i provvedimenti riguardano tutta la popolazione

La mobilitazione delle forze russe avveniva molto lentamente a causa della scarsezza di mezzi di trasporto e l’insufficienza di strade e ferrovie.

La Germania decise così di riversare tutte le sue forze armate contro la Francia. Era sicura di sconfiggerla rapidamente, come era successo a Sedan nel 1870. Forte di questa vittoria avrebbe poi attaccato con maggior vigore la Russia.

Le cose però non andranno secondo le previsioni tedesche.

Per poter realizzare questo progetto strategico, la Germania doveva aggirare le potenti fortificazioni francesi costruite sul confine.

Per questo motivo l’esercito tedesco scelse di invadere il neutrale Belgio, per sorprendere le truppe francesi alle spalle. I francesi ovviamente non si aspettavano l’ingresso delle truppe tedesche dal Belgio; ebbero quindi di ristrutturare il loro piano di difesa per respingere il nemico.

Dopo un mese di aspri combattimenti, le truppe tedesche giunsero fino a soli quaranta chilometri da Parigi, ma sul fiume Marna vennero bloccati e respinti.

Da quel momento gli eserciti si arrestano su un fronte che prenderà il nome di fronte occidentale e la prevista guerra lampo si tramuterà in una logorante guerra di posizione.

Il fronte occidentale

La guerra di trincea

Per guerra di trincea s’intende un tipo di guerra di posizione nella quale la linea del fronte consiste in una serie di trincee.
Una sentinella in trincea nel luglio del 1916
Di John Warwick Brooke – This is photograph Q 3990 from the collections of the Imperial War Museums (collection no. 1900-13), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=116369

La trincea è un tipo di fortificazione militare difensiva costituita, nella sua forma più semplice, da un fosso lineare scavato nel terreno per ospitare al suo interno le truppe, che si trovano così protette dal tiro delle armi nemiche.

Nelle trincee si aspetta l’attacco del nemico.

Gli assalti sono effettuati da fanti armati di fucile che si scagliano contro le mitragliatrici nemiche sistemate sui bordi della trincea o dietro un riparo ben munito.

Il fronte occidentale era lungo circa 800 km e andava dalla Manica alla Svizzera. I soldati furono costretti a vivere dentro trincee lunghe centinaia di chilometri, nella sporcizia e sotto le intemperie.

Dal film Uomini contro – di Francesco Rosi – tratto dal romanzo “Un anno sull’altipiano”
Dal film Uomini contro – di Francesco Rosi – tratto dal romanzo “Un anno sull’altipiano”

La Germania attacca sul fronte orientale

Nel frattempo, sul fronte orientale, l’esercito tedesco riuscì a occupare la Polonia dopo due vittorie ottenute presso i laghi Masuri e Tannenberg. Il fronte austro-russo, a sud, si estendeva per centinaia di chilometri, senza alcun avanzamento da parte dei contendenti.
Gli stati europei si gettarono nell’avventura della guerra sottovalutandone completamente i costi economici ed umani. Essi la affrontarono quasi con leggerezza poiché pensavano che, grazie alle nuove armi, avrebbero concluso questa guerra in breve tempo. il modello di guerra a cui erano abituati era come quelle che si erano combattute nell’Ottocento. Erroneamente gli stati maggiori e le autorità politiche ritenevano che la potenza delle nuove armi avrebbe accelerato i tempi della conclusione, ma la realtà fu ben diversa: le micidiali armi di cui tutti disponevano rese solo più cruenta e più lunga quella inutile carneficina.

Un altro errore di prospettiva fu quello di pensare che la supremazia in Europa avrebbe avuto come conseguenza il dominio sul mondo. Questo ragionamento non considerava però il peso crescente delle due nuove potenze che si stavano affacciando all’orizzonte. Gli USA e il Giappone uscirono decisamente rafforzate dal conflitto, mentre l’Europa ne uscì gravemente indebolita sia per le perdite umane che per i costi economici.

Nessuno aveva immaginato che questa guerra avrebbe avuto dei costi così alti sia economici che umani e nessuno aveva immaginato che i vincitori avrebbero comunque perso potere, territori e mercati, tanto quanto gli sconfitti.

La tregua di Natale 1914

https://www.corriere.it/cultura/speciali/2014/prima-guerra-mondiale/notizie/miracolo-25-dicembre-1914-cento-anni-fa-tregua-natale-f4a5d08a-8b6b-11e4-9698-e98982c0cb34.shtml?refresh_ce-cp

Si racconta che nella notte di Natale del 1914 un soldato britannico sia uscito dalla trincea a mani alzate. Si racconta che un canto “Stille nacht” sia riecheggiato tra le trincee. Si racconta che in molte zone del fronte i soldati abbiano deposto le armi per una tregua durata 48 ore.

Mito o realtà?

Il racconto è suffragato da molte testimonianze in cui i soldati raccontano l’accaduto alle famiglie lontane.

«È stato il Natale più meraviglioso che io abbia mai passato. Eravamo in trincea la vigilia di Natale e verso le otto e mezzo di sera il fuoco era quasi cessato.
Poi i tedeschi hanno cominciato a urlarci gli auguri di Buon Natale e a mettere sui parapetti delle trincee un sacco di alberi di Natale con centinaia di candele.
Alcuni dei nostri si sono incontrati con loro a metà strada e gli ufficiali hanno concordato una tregua fino alla mezzanotte di Natale.
Invece poi la tregua è andata avanti fino alla mezzanotte del 26, siamo tutti usciti dai ricoveri, ci siamo incontrati con i tedeschi nella terra di nessuno e ci siamo scambiati souvenir, bottoni, tabacco e sigarette. Parecchi di loro parlavano inglese.
Grandi falò sono rimasti accesi tutta la notte e abbiamo cantato le carole.
È stato un momento meraviglioso e il tempo era splendido, sia la vigilia che il giorno di Natale, freddo e con le notti brillanti per la luna e le stelle».  
Leon Harris – tredicesimo battaglione del London Regiment
 www.christmastruce.co.uk 

Gli ufficiali di ogni settore concordano 48 ore di tregua e subito la voce si sparge tra le trincee. Benché nessun accordo ufficiale tra i belligeranti fosse stato pattuito, nel corso del Natale del 1914 circa 100.000 soldati britannici, francesi, belgi e tedeschi furono coinvolti in un certo numero di tregue spontanee lungo i rispettivi settori di fronte nelle Fiandre.

Tra gli zaini degli inglesi spunta improvvisamente fuori un pallone. In un attimo, porte fatte da cappotti fanno da scenario ad una vera e propria partita di calcio per la pace. Come dire, non uno contro l’altro ma uno insieme all’altro testimoniando i valori dello sport.

“I tedeschi si sono fatti vedere, e, per farla breve, è finita che ci siamo incontrati a metà strada, per darci la mano e scambiare sigarette e piccole cose, e ci siamo salutati come migliori amici.
Uno mi ha lasciato il suo indirizzo per scrivergli, dopo la guerra.
Erano proprio dei bravi ragazzi, davvero.
Immagino che possa sembrare una storia incredibile ma è andata proprio così.
Sono certo che se la decisione stesse agli uomini, non ci sarebbe nessuna guerra.”
Parole sono state scritte da un ragazzo di Gateshead a un amico e pubblicate sul Newcastle Daily Journal di giovedì 31 dicembre 1914.

Gli anni della guerra – 1915

Interventismo e Neutralismo Italiano

La maggior parte degli italiani non era favorevole all’entrata in guerra. Gli Austriaci occupavano ancora i territori di Trento e Trieste. Inoltre gli italiani non volevano esser coinvolti in un conflitto, quindi predominava Italia il partito dei neutralisti.

Gli interventisti invece erano una minoranza, ma avevano grande forza, alzavano la voce, sapevano usare la retorica ed erano intenzionati a cambiare alleanza per schierarsi quindi contro l’Austria.

Chi era per la neutralità

  • Parte dei cattolici, liberali e socialisti erano contro la guerra.
  • I socialisti sostenevano che la guerra era un affare tra capitalisti che lottavano per il predominio imperialista dell’Europa, ritenevano che mentre i proletari di tutto il mondo dovessero sentirsi tutti fratelli.
  • Giolitti, che poco tempo prima aveva lasciato la presidenza del consiglio, si era impegnato per mantenere la neutralità italiana. Era sicuro che gran parte del territorio italiano ancora occupato dall’Austria, potesse essere ottenuto mediante trattative diplomatiche. Riteneva che si potesse negoziare anche la neutralità.

Chi voleva intervenire

Le forze interne che spingevano l’Italia verso la guerra erano molto forti.

  • In Italia la grande industria vedeva nella guerra un’occasione unica e grandiosa di espansione economica grazie alle forniture per l’esercito.
  • I maggiori quotidiani italiani cavalcavano le tesi dei nazionalisti e attaccavano in maniera violenta i neutralisti fino a definire traditore Giolitti.
  • I liberali Salandra e Sonnino, antigiolittiani, si posero in contrapposizione alle idee di Giolitti e quindi a favore dell’intervento.

Molte manifestazioni di piazza si svolgevano a favore della guerra e molti interventisti, tra cui Gabriele D’Annunzio, vi pronunciavano infuocati discorsi patriottici.

Anche dall’estero le spinte non mancavano: l’Italia importava il 90% del suo carbone dall’Inghilterra e dipendeva da Inghilterra e Francia anche per altre importanti materie prime. Questo era un formidabile strumento di pressione nelle mani dell’Intesa.

Italia in guerra

Nel 1914 l’Italia non era entrata nel conflitto per diversi motivi.

La Triplice alleanza era un patto di mutuo soccorso, non offensivo. L’accordo non prevedeva quindi un affiancamento negli schieramenti nel momento in cui uno dei paesi dell’alleanza avesse dichiarato guerra, ma solo nel caso in cui fosse stato attaccato. L’Italia non era stata consultata da Austria e Germania quando avevano deciso di attaccare i Balcani. Pertanto il governo italiano si sentiva libero di fare nuove alleanze. Inoltre era evidente a tutti l’impreparazione dell’esercito italiano; la guerra di Libia ne aveva messo in evidenza le fragilità.

Ma anche se la maggior parte degli italiani erano contraria alla guerra, il governo era deciso ad intervenire. Avviò quindi trattative segrete sia con l’Intesa che con l’Alleanza:

  • con l’Intesa trattava per intervenire al suo fianco,
  • con l’Alleanza si trattava in cambio della neutralità italiana al conflitto.

In entrambi i casi contrattava per avere concessioni territoriali, cioè le terre irredente: il Trentino e il Friuli.

Nel mese di aprile 1915 il governo italiano firmò a Londra un patto segreto nel quale l’Italia s’impegnava ad entrare in guerra entro un mese con Francia e Inghilterra in cambio di concessioni territoriali. Tutti sottovalutarono i costi e le conseguenze della guerra.

Il 9 maggio 320 parlamentari erano a favore del neutralismo con Giolitti. Ma il re era decisamente favorevole alla guerra, come i vertici dell’esercito.

Salandra, che aveva firmato il patto con l’Intesa, minacciò di dare le proprie dimissioni se il parlamento non avesse votato l’ingresso in guerra. Era infatti necessario il voto del parlamento! Quelli furono i giorni in cui si scatenò la veemenza degli interventisti: discorsi infuocati vennero urlati nelle piazze e Giolitti fu chiamato traditore della patria. I discorsi di retorica nazionalistica vengono pronunciati con linguaggio violento ma terribilmente efficace.

Giolitti, spaventato dalla violenza dilagante, si ritirò. Chi aveva fatto la voce grossa ebbe la meglio e il 20 maggio il parlamento votò l’entrata in guerra con 407 voti favorevoli e 74 contrari.

Il Parlamento, anche se contrario, fu praticamente obbligato ad approvare il patto di Londra e il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa.

E in tutto questo fervore il neutralismo tace e non riesce a trasformare il suo pensiero in forza politica.

Fu un colpo di stato?

In questa situazione emerse la fragilità del sistema parlamentare che non rappresentò la comunità nazionale. Infatti dalle Prefetture era stato comunicato che gli italiani non volevano la guerra. Ma prese il potere chi urlava in piazza con forza e prepotenza, anticipando la violenza che caratterizzerà la situazione italiana del primo dopoguerra.

Il primo anno sul fronte italiano

Il fronte italiano costituiva una linea che congiungeva il lago di Garda con Gorizia attraversando l’altopiano di Asiago, i monti del Cadore e della Carnia fino all’altopiano della Bainsizza e ai monti Sabotino e San Michele.
Anche se non mancavano i volontari la grandissima maggioranza dei militari fu costituita dai richiamati provenienti soprattutto dalle regioni meridionali.

LEGENDA :
______ RIGA NERA confini al 24 maggio 1915
. . . . . . RIGA ROSSA linea del fronte ottobre 1917
______ RIGA ROSSA linea del fronte dicembre 1917

Anche gli Italiani furono bloccati in una guerra di trincea contrassegnata da lunghe pause alternate ad assalti ferocissimi e inutili che comportavano ogni volta migliaia di vittime.

Come si viveva in trincea? Vedi novella La paura di Federico De Roberto.


Furono anni di battaglie massacranti, inutili carneficine. Nel solo primo anno di guerra gli Italiani persero 250.000 uomini tra morti, feriti e dispersi.

Nel mese di agosto 1916 gli italiani conquistarono Gorizia, dopo aver respinto la cosiddetta “spedizione punitiva” (Strafeexpedition) degli Austriaci sull’altipiano di Asiago.

Gli anni della guerra – 1916

La guerra di trincea rendeva obbligatori fronti lunghi migliaia di chilometri che occupavano milioni di combattenti. Tutti gli stati belligeranti furono costretti ad adottare l’arruolamento obbligatorio.

Milioni di donne furono impiegate nelle fabbriche addette alla produzione di materiale militare.

Le due grandi e sanguinosissime battaglie combattute in Francia intorno alla fortezza di Verdun e sulla Somme non servirono a far avanzare di un metro le linee dei contendenti.

La battaglia della Somme
La battaglia della Somme fu una delle più grandi battaglie della Prima Guerra mondiale.
Venne combattuta tra il primo luglio e il 18 novembre del 1916 vicino al fiume Somme nella Francia settentrionale.
Questa battaglia contrappose l’esercito anglo-francese a quello tedesco. In campo erano schierate 51 divisioni inglesi, 48 francesi 50 tedesche.
Alla fine del primo giorno gli inglesi contavano già 57 mila perdite e alla fine gli inglesi lasciarono sul campo più di 400 mila uomini. I francesi persero circa duecentomila uomini e i tedeschi più di 500 mila uomini.

Ma le stime ufficiali delle vittime non sono mai state definite con certezza.

La battaglia si concluse con un lieve vantaggio territoriale per gli anglo-francesi, ma sul pantano francese giacevano più di un milione tra morti, mutilati e dispersi e gli esiti della guerra non vennero per nulla influenzati da questa carneficina.
I soldati erano inermi di fronte all’utilizzo delle armi più recenti mitragliatrici mortai e Mine e furono mandati letteralmente al macello il nome di nazioni desiderosi di dominio e di conquista  

In questa terribile guerra avvenne l’esordio di nuove armi come gli aerei, i carri armati, i gas e i lanciafiamme. Queste terribili armi, pur portando morte e distruzione non furono decisive per gli esiti della guerra. Resero però la guerra terribilmente crudele e cruenta, come mai si era visto nelle guerre del passato.

Battaglia di Verdun
I numeri della battaglia della Somme – https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_della_Somme
Bacino idrografico del fiume Somme
Le battaglie sugli altipiani

Sul mare

Gli inglesi, con la loro lotta, bloccavano i porti tedeschi per impedire i rifornimenti. Una sola battaglia navale fu combattuta nel 1916 tra la flotta inglese e quella tedesca. Gli Inglesi persero 3 corazzate e 3 incrociatori, i tedeschi persero 2 corazzate e 4 incrociatori.

Alla fine della battaglia la flotta tedesca rientrò nei porti di partenza. Entrambi i contendenti si dichiararono vincitori, ma il controllo dei mari continuò a rimanere nelle mani degli Inglesi. I tedeschi furono pesantemente danneggiati dal blocco navale inglese. Dopo la battaglia dello Jutland i tedeschi combatterono la guerra sui mari solo con i sottomarini e con le navi corsare. Vittime di questi sottomarini furono le navi di rifornimenti provenienti dagli USA e destinati all’Inghilterra. Questo sarà uno dei motivi provocherà l’intervento diretto degli Stati Uniti nella guerra.

A Trento

Esecuzione di Cesare Battisti. Impiccato e fotografato a Trento
nella fossa dei Martiri dietro al Castello del Buonconsiglio. In alto vediamo, con viso estremamente soddisfatto il boia Josef Lang con i suoi aiutanti e i militari presenti all’esecuzione.

Gli anni della guerra – 1917

Il 1917 fu l’anno cardine della prima guerra, l’anno in cui tre eventi cambiarono le sorti del conflitto:

  • la crisi degli eserciti,
  • il ritiro della Russia,
  • l’entrata nel conflitto degli USA.

1917 – La crisi degli eserciti

  • Nel 1917 l’orrendo macello era ormai sotto gli occhi di tutti e non si vedevano sbocchi. Niente poteva giustificare tante stragi e sofferenze.
  • Papa Benedetto XV continuava a lanciare appelli per la pace e per far finire la guerra, definita una vergogna dell’Umanità.
  • La popolazione europea era stanca per la fame e le sofferenze, inoltre aveva visto le migliaia di profughi tornato a casa orrendamente mutilati.
  • Mancavano i contadini nei campi e gli operai nelle fabbriche, le donne, i vecchi e i bambini dovevano occuparsi di tutto. Non c’era una famiglia che non lamentasse qualche vittima della guerra.
  • Mancavano quasi del tutto lo zucchero, il burro, la carne. Il pane, la pasta, la verdura vennero razionati.
  • Al malcontento dei familiari dei soldati si univa il morale bassissimo di questi ultimi che trascorrevano il tempo nell’attesa di sanguinosi assalti di cui non si scorgeva lo scopo visto che non ottenevano alcun risultato.
  • Numerosi furono gli episodi di diserzione, di automutilazione e di ammutinamento, molti giovani richiamati si rendevano colpevoli di renitenza alla leva.
  • Numerosi furono i processi e le fucilazioni di militari.

1917 – La Russia si ritira

In Russia, nella primavera del 1917 scoppiarono diverse rivolte che costrinsero lo Zar Nicola II all’abdicazione.

L’esercito stanco e sfiduciato si sfaldava, i soldati, a milioni, tornavano a casa. Il partito bolscevico di Lenin prese il potere e nel dicembre del 1917 Lenin firmò l’armistizio di Brest-Litovsk e il trattato di pace con la Germania. La Russia uscì così dal conflitto perdendo Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia.

Vedi rivoluzioni russe.

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/196/la-russia-dopo-la-pace-di-brest-litovsk-1918

Con la pace di Brest-Litovsk, stipulata il 3 marzo del 1918, venne riconosciuta l’indipendenza dell’Ucraina, la cessione dei territori polacchi della Lettonia e dell’Estonia della Finlandia alla Germania.

Rispetto al vecchio impero zarista la Russia perse

  • 800.000 km quadrati,
  • il 26% della popolazione,
  • il 32% della produzione agricola,
  • il 23% della produzione industriale,
  • il 75% del carbone e del ferro.

1917 – Ingresso degli USA in guerra

Il ritiro della Russia sembrava aver dato un duro colpo alle speranze di vittoria del fronte dell’Intesa. Infatti Germania e Austria riversarono contro il fronte francese e quello italiano le truppe rese libere dalla Russia.

A questo punto avvenne l’ingresso decisivo nel conflitto degli Stati Uniti d’America.

Gli Americani erano rimasti molto colpiti dagli affondamenti delle navi civili operate dai tedeschi e in particolare dall’affondamento del transatlantico Lusitania che aveva provocato la morte di 124 cittadini americani. Ma gli USA volevano che questa guerra terminasse per poter riaprire i commerci internazionali, bloccati dal conflitto europeo. Inoltre temevano per gli ingenti capitali che avevano fornito all’Intesa: una sconfitta avrebbe messo in dubbio il rientro del denaro in USA.

Nel mese di aprile del 1917 il governo statunitense dichiarò guerra alla Germania. Questo comportò l’arrivo in Europa non solo di truppe fresche, ma di viveri, materiali, prestiti.

1917 Disfatta di Caporetto

L’esercito italiano era logorato dopo 12 inutili assalti sul fiume Isonzo quando il comando Austriaco scagliò contro gli Italiani le truppe che tornavano dal fronte orientale.

L’attacco sfondò lo schieramento italiano a Caporetto tra il 24 e il 30 ottobre 1917.

Tutto il fronte italiano dovette ritirarsi per evitare che parte delle truppe rimanessero accerchiate o isolate. Tale ritirata, non essendo stata programmata, si trasformò in una disfatta.

Furono perse intere divisioni e una quantità ingente di materiali. Migliaia furono i profughi civili costretti ad abbandonare le loro case.

L’ora di Caporetto nel diario di guerra di un combattente

di Carlo Emilio Gadda

II 25 ottobre 1917 verso le tre antimeridiane giunse, dal Comando della Brigata Genova, al comando della 470 Compagnia Mitraglieri, Tenente Cola comandante e Tenente Gadda vicecomandante, l’ordine di ritirarsi «il più presto possibile» dalla posizione del Monte Nero, conquistata dagli Alpini ad altissimo prezzo e tenacemente mantenuta con due anni di sacrifici e di sangue. Verso le quattro si iniziò la discesa verso l’Isonzo. Correva voce che i tedeschi, dopo aver sfondato a Plesi e a Tolmano, erano giunti a Caporetto. Il ponte di Caporetto saltò alle 16 del 24, il ponte di Ternova alle 22 dello stesso giorno. Si tentò il passaggio sulla destra dell’Isonzo su di una passerella improvvisata, ma senza successo. Alle 13, 20 del giorno 25 la Compagnia di Cola e Gadda distruggeva le proprie armi e innalzava bandiera bianca: era la resa.

 Questa la cronologia degli avvenimenti, la cui distesa narrazione «scrupolosamente veridica» si legge nel taccuino di Gadda rimasto inedito lunghi anni per volontà dello scrittore e comparso il 1° ottobre 1987 su «La Repubblica». In queste pagine lo scrittore racconta l’ultimo suo giorno di combattente. Caporetto fu definito dagli alti comandi militari «l’ora dei vili».

In realtà Caporetto fu molto più di una gran crisi militare: fu il punto di rottura, l’effetto ultimo del malessere sociale serpeggiante nel paese e tra le truppe, delle privazioni, della fame.

«Era una folla, non indisciplinata, ma soprattutto incosciente, dimentica del passato non curante dell’avvenire, che con lo sguardo atono moveva per le grandi strade, senza sapere né dove andasse né perché, invano si cercava in quegli occhi un lampo di vita, invano un sintomo di coscienza, fosse pure quella del ribelle».

Non l’ora dei «vili», ma l’ora del supremo scoramento delle masse deluse e non più capaci di reagire; per non parlare qui delle gravi responsabilità, degli errori degli alti comandi militari, della propaganda pacifista e talora disfattista dei socialisti, della «Nota» di pace di Benedetto XV.

Notte del 24 sul 25 ottobre
[…]
Mandai Sassella a prendere il secondo sacco a pelo, che m’aveva portato giù la sera con la corvée del rancio e che aveva lasciato in caverna di Cola.
Poco dopo egli tornò con un altro, recandomi l’ordine di ritirarmi dalla posizione il più presto possibile.
Quest’ordine mi fulminò, mi stordì: ricordo che la mia mente fu percossa da un’idea come una scena e riempita da un lampo.
«Lasciare il Monte Nero!», questa mitica rupe, costata tanto, e presso di lei il Vrata, il Vrsic, lasciare, ritirarsi; dopo due anni di sangue.
Attraversai un momento di stupore demenziale, di accoramento che m’annientò.
Ma Sassella incalzava:
«Signor tenente, bisogna far presto, ha detto il tenente Cola di far presto» e incitò poi per conto suo gli altri soldati.
Mi riscossi: credo di non esser stato dissimile dai cadaveri che la notte sola copriva.
Diedi l’ordine a Remondino, il vecchio alpino piemontese (classe 90 o 91) che rimase pure percosso, addolorato.
«Ma qui c’è qualche tradimento» esclamò, «ma non è possibile».
Poi andai nell’altra caverna e pur là diedi l’ordine.
Meticoloso come sono, volli curare che tutto fosse raccolto e portato via: e in ciò persi del tempo: la caverna era stretta e buia, il materiale (fucili, invogli, cassette coi pezzi di ricambio) la ingombrava; i fucili, i cappotti, le maschere, gli elmetti, tascapane, giberne, borraccia ingombrano estremamente il nostro soldato, i fucili col mirino s’attaccano alle sporgenze rocciose; nella fretta nasce sempre un po’ di confusione.
Ero attonito: i soldati erano pure costernati.
Come potei raccolsi tutta la sezione, e a uno a uno li feci partire: Sassella chiamava. Io mi misi in coda, col cuore spezzato, la mente fulminata dall’orribile pensiero della ritirata, e andammo…
Gli artiglieri dell’8° batteria s’eran già ritirati, dopo aver guastato alla peggio i loro pezzi, credo togliendo gli otturatori.
Cola in testa, io in coda, tutti a uno a uno, prendemmo la strada d’arroccamento con l’intenzione di raggiungere Jezerca-Magozo e poi Ternova.
L’ordine di ritirata fu trasmesso all’8° battaglione dal Comando della Brigata Genova oltre la mezzanotte perché lo comunicasse anche alle compagnie mitragliatrici.
Noi lo ricevemmo verso le tre e solo verso le quattro del mattino del 25 potemmo partire.
Nella notte silenzio: bagliori in fondo valle e talora grandi esplosioni: i nostri incendiavano ritirandosi tutto ciò che potevano.
Poco sotto trovammo il battaglione Val Chisone, che si ritirava ordinato; invece il… fanteria si ritirava a gruppi, ufficiali separati da soldati.
Noi eravamo ordinatissimi e nonostante i nostri soldati recassero sulle spalle le pesanti mitragliatrici, sorpassammo gli altri.
Cola e la 3° sezione in testa, poi la 1° sezione, per esser sottomano a me, io ultimo in coda, feroce sorvegliante che nessuno rimanesse.
Il cuore era spezzato.
L’orrore e l’angoscia di quei terribili momenti dovevano esser superati.
Verso l’alba il tempo si rasserenò.
Scritto fino al 21 novembre, con memoria freschissima dei particolari)
 
25 ottobre, tra le 11 e le 13,30
[…]
Mi raccolsi, nell’amarezza, e misurai la situazione: un migliaio circa di fuggiaschi disordinati e privi d’armi, cioè totalmente liberi da ogni peso, si pigiavano a rischio di precipitare nel fiume verso la passerella. [Una passerella improvvisata, larga una sola tavola, che permetteva il passaggio di un solo uomo per volta, in circa 2 minuti, ndr].
Il fiume non poteva guadarsi in alcun modo; l’Isonzo, sopra Tolmino e anche ad Auzza, Canale ecc. ha un letto stretto (20 metri circa) e rive precipiti e profonde (5-6 e più metri).
Il fondo non è visibile, ma l’azzurro cupo testimonia della profondità: la corrente è velocissima, torrentizia.
Insomma esso ha un carattere affatto diverso dagli altri fiumi della pianura veneta, larghi, ghiaiosi, lenti.
Un tal fiume, in tal punto, non è guadabile in nessun modo, neppure a un nuotatore; tanto meno poi vestito o con armi. […]
D’altra parte il tempo stringeva e l’affanno cresceva.
Sentivo ormai a poco a poco delinearsi il pericolo.
Non in linea, non in posizione, dove avremmo potuto batterci con onore e infliggere anche a un nemico preponderante terribili perdite; ma dispersi in ritirata, fra una folla di soldati sbandati!
Come la sorte s’era atrocemente giocata di me!
Non l’onore del combattimento e della lotta, ma l’umiliazione della ritirata, l’abbandono di tanta roba, e ora questo maledetto Isonzo!
Questi ponti saltati. […]
Cominciammo a scendere, quando non so chi mi assicurò che Cola era ritornato e nuovamente che il ponte di Ternova era distrutto.
Allora decisi di tornare alla passerella, unica speranza che ancor rimanesse.
I soldati mi seguirono istupiditi, con le mitragliatrici, stanchi, forse ormai certi della nostra sorte.
Io volevo sperare ancora, non dico speravo.
La necessità delle decisioni, la responsabilità di condotta, mi tolse in quei momenti di soffrire troppo del vicino pericolo.
Riprendemmo ancora una volta il ciglio del fiume, nel bel sole meridiano che la stanchezza e il dolore ci impedivano di benedire, se bene ci riscaldasse dopo le lunghe piogge e la tormenta della notte.
Cosi marciando avvistammo sul bellissimo stradale della sponda opposta una fila di soldati neri, che provenivano da Caporetto, preceduti da alcuni a cavallo; il cuore mi s’allargò pensando che fossero nostri rincalzi, e al momento quell’uniforme nera mi fece pensare (che stupido) ai bersaglieri; non pensavo che questi in combattenti hanno l’uniforme grigio verde.
Al dubbio espresso da alcuni gridai: «Ma sono nostri rincalzi, che prendono posizione sull’altra riva del fiume!» e la cosa era logica, poiché, essendo saltato il ponte di Caporetto, io immaginavo che i tedeschi fossero innanzi a Caporetto, ma sempre sulla sinistra idrografica dell’Isonzo!
Mai più immaginavo la strada che fecero.
Poco dopo, il crepitio d’una mitragliatrice e qualche colpo di fucile: cominciai allora a temere e intravedere la verità:
«i Tedeschi saliti dal Tolmino! Stanno per circondarci» e pensavo che i colpi di mitragliatrice segnassero una fazione, un combattimento tra avanguardie salenti da Tolmino e nostre retroguardie dirette verso Nord Ovest.
Invece la mitragliatrice, come m’accorsi poi, crepitava né più né meno contro i fuggiaschi della passerella. […]
Intravidi ormai il pericolo della prigionia, e affrettai il passo, per raggiungere Cola, la passerella, non so che. L’ansia diveniva spasmodica.
Disperavo di trovar Cola, quando ci sentimmo chiamare, da poco sotto il ciglione!
Oh, finalmente si trovano i compagni.
Scendemmo qualche decina di metri e difatti trovammo Cola, con gli altri, seduti lì, sull’erba.
«Gadda!»
«Cola».
«Eh?»
«Siamo qui».
Mi ricordo esattamente che appena lo vidi gli chiesi, e gli occhi mi luccicarono di pianto:
«Sono loro? Ma è possibile?» e non seppi dir altro, né far altro che piangere.
«Ah! è orribile, è orribile» esclamò Cola (parole precise).
«Più che se fosse morto mio padre. Siamo finiti».
[…]
I nostri passavano il fiume arrendendosi: non c’era altro da fare.
Allora decidemmo: di star lì fino a notte, di guastare le armi, e di vedere di salvarci nell’oscurità.
Ma l’ostacolo del terribile, insuperabile Isonzo ci sorgeva nella mente come uno spettro.
Dove, come passarlo?
Intanto ci radunammo e ci riposammo; i 2 cucinieri che mi avevano seguito divisero l’ultima volta il formaggio fra i presenti.
Consigliammo ai soldati di consumare i viveri, poiché nella probabilità, ormai grande, di cader prigionieri, non li dovessero dare ai tedeschi.
Io mangiai un po’ dì marmellata, offertami da Cola.
Ero sfinito, ma senza fame.
Guardai ancora l’orribile fila dei tedeschi; la strada non ne era più occupata, era ormai sgombra.
Solo qualche gruppo, qua e là.
Cola strillò perché temeva mi mostrassi e ci sparassero: ma purtroppo non spararono, si curavano poco di noi.
Se avessero voluto avrebbero potuto aprire il fuoco quando marciavamo in fila indiana sul ciglio nudo e prativo, parallelamente e contrariamente a loro. Poi mi sdraiai «come giumento che più non vuol trarre le some» sull’erba, accasciato; le lacrime s’erano inaridite e un istupidimento brutale mi teneva.
Nel fondo dell’anima l’angoscia della prigionia e una speranza ultima di salvarci la notte; ancora non guastavamo le armi.
La cosa ci pesava; non so in che speravamo.
Vicino a me i miei migliori soldati: Raineri Andrea, del ’95, (venuto dall’America, di Menaggio) e Sassella Stefano, di Grosio, il mio attendente, del ’97.
Erano essi pure costernati: già uomini, sebbene giovanissimi, e intelligentissimi entrambi; sebbene Sassella fosse un contadino, avevano la netta visione della sciagura nazionale e personale.
Non imprecavano a nulla, a nessuno, oppressi dalla realtà presente.
Sassella, con la sua inquietudine nella notte, e con la sua tristezza, era stato presago: egli sarebbe stato all’Ospedale se (per devozione a me non lo fece) avesse marcato visita a Clodig.
Invece mi seguì, sebbene malato di febbre reumatica e brutto di cera, e fu preso!
Poveretto.
Gli altri soldati tutti erano angosciati; tutti rispettosi, ancora, nessuno disapprovò l’invito nostro di attendere la notte.
Solo alcuni, più paurosi, avrebbero voluto darsi prigionieri subito.
Il nostro animo era in uno stato di dubbio angoscioso; il quale andava a mano a mano tramutandosi nella certezza orribile della prigionia.
Il fischietto degli ufficiali tedeschi che ordinavano l’avanzata ai loro, verso i monti di là dal fiume ci giungeva distinto.
Ancora si fece sentire qualche colpo di fucile, qualche breve scarica di mitragliatrice, credo contro qualche tentativo di fuga.
Noi eravamo di qui d’un fiume invalicabile, senza ponti: i tedeschi, avendo sfondato a Plezzo e Tolmino, s’erano già tra loro allacciati di là dal fiume: a Caporetto c’erano; a Drezenca c’erano già, scesi dal Mrzli.
Noi eravamo esausti di forze e d’animo, accasciati, quasi digiuni.
Ma sopra tutto l’impossibilità di passare l’Isonzo. Io e Cola pensammo quindi ormai inutile il prolungare le nostre speranze, sarebbe stato puerile.
De Candido usci con un fazzoletto bianco, mentre io e Raineri guastavamo le armi della mia sezione, asportandone e disperdendone la culatta mobile, il percussore e altri pezzi.
Che dolore, che umiliazione, che pianto nell’anima anche in quest’atto ormai inevitabile.
L’ufficiale che a Torino aveva fatto il possibile per assicurare all’esercito il funzionamento di un ottimo reparto, dover gettare cosi le sue armi, lasciarle lì, negli arbusti!
Io gettai anche la mia rivoltella e tutti lasciarono i fucili, lì dov’erano; poi in fila indiana, in ordine, dopo De Candido, Cola, poi tutti i soldati, io ultimo, in coda, scendemmo per la boscaglia alla passerella: nessuno più vi si trovava: tutto era deserto, lì tutti ormai avevano già fatto l’inevitabile passo.
Ai piedi della passerella il flutto travolgente, brutale dell’Isonzo lambiva un mucchio di fucili, mitragliatrici Fiat, nastri, roba, ecc. lasciata nella resa.
Di là la sentinella tedesca ci guardava passare, osservando che non avessimo armi.
Altre sentinelle armate custodivano i prigionieri, raccolti nel prato soprastante, il prato dell’adunata delle 13,20 del 25 ottobre.
La passerella fu passata uno a uno; reggendo i primi il cavo metallico che a sinistra serviva di ringhiera.
Tutti passavano lentamente, con gran precauzione per non scivolare nel fiume; il ponticello arcuato mi costrinse a sedermi, poiché gli scarponi chiodati scivolavano sull’asse.
Giunto a metà, mi levai e proseguii ritto.
Passai di là col viso accigliato; assorto e istupidito più che altro.
Tra il branco adunato avanti le sentinelle tedesche qualcuno non dissimulava la tranquillità per lo scampato pericolo. – Io guardai la sentinella, che non offerse nulla di notevole alla mia curiosità: ritta, seria, quasi accigliata.
Nel prato, sopra un sasso, una scatoletta di carne che qualche prigioniero aveva offerto a un tedesco per propiziarselo: appena questo tedesco si voltò io gli feci sparire la scatoletta, e me la mangiai con molta fame e con una gioia satanica.
Erano le 13,20 del 25 ottobre 1917; le sentinelle tedesche tutte armate, con baionetta; facciamo sul prato l’ultima adunata, l’ultima chiamata.
Poi ci venne ordinato a me e Cola, di incamminarci con gli attendenti, verso Caporetto, lasciando i soldati.
Col pianto negli occhi e nel cuore mi congedai da ciascuno, stringendo a tutti la mano. […]
A un nuovo bivio, dove un ramo della strada prosegue per Tolmino, l’altro per Cividale, ebbimo l’ultimo desiderio e tentativo di fuga.
Ci fermammo un momento e io feci la proposta: dobbiamo prendere per Cividale?
I compagni non la trovarono attuabile: la tema delle sevizie tedesche contro noi quattro inermi valse pure a farci desistere.
E poi la sentinella sopraggiungeva.
Avanti, allora, verso Tolmino.
Io, Cola, Sassella, De Candido.
Finiva così la nostra vita di soldati e di bravi soldati, finivano i sogni più belli le speranze più generose dell’adolescenza: con la visione della patria straziata, con la nostra vergogna di vinti iniziammo il calvario della dura prigionia, della fame, dei maltrattamenti, della miseria, del sudiciume.
Ma ciò far parte di un altro capitolo della mia povera vita, e questo martirio non ha alcun interesse per gli altri.
Finito di scrivere il 10 dicembre 1917 in Rastatt
 

Domande su L’ora di Caporetto

  1. Quali sono le sensazioni, lo stato d’animo di Gadda quando riceve l’ordine di lasciare la sua postazione?
  2. Perché?
  3. Perché Gadda dice di aver più paura durante la ritirata che non in combattimento?
  4. Qual è il significato di questa espressione: “Io volevo sperare ancora, non dico speravo”?
  5. L’ultima parte del racconto di Gadda, dal momento in cui insieme ai compagni decidono di arrendersi ai tedeschi, è un continuo mutare di stati d’animo e avvicendarsi di sentimenti diversi e perfino contrastanti tra loro. Dì quali sono, descrivine le caratteristiche e prova a spiegarne i motivi che ne determinano il nascere.
  6. Suggestioni: Le sensazioni di pericolo e precarietà pervadono tutto il racconto di Gadda; seppure con le auspicabili differenze racconta di un episodio in cui hai avvertito fortemente il pericolo incombere su di te.
  7. Scrivi un commento al testo

Dopo Caporetto

Per fortuna, quando tutto sembrava perduto, il paese seppe reagire con fermezza.

Il generale Armando Diaz sostituì il generale Cadorna, a Roma fu costituito un governo di solidarietà nazionale presieduto da Vittorio Emanuele Orlando. L’intero parlamento appoggiò questo governo, l’esercito fu riorganizzato rapidamente, l’avanzata austriaca fu bloccata sul Piave, sull’altipiano Asiago e sul Monte Grappa. Ormai per l’Austria e la Germania non c’erano più speranze.

Il fronte occidentale

Gli anni della guerra – 1918

L’appello di Papa Benedetto XV contro la guerra, l’inutile strage.

1918 Collasso economico di Austria e Germania

Dal punto di vista esclusivamente militare le cose per Austria e Germania non andavano male: le truppe austriache erano avanzate fino al Piave, la Russia si era ritirata con gravi perdete territoriali, il fronte occidentale era fermo.

Ma era dal punto di vista delle risorse che Austria e Germania non ce la facevano più: le campagne erano state abbandonate, le materie prime mancavano, il razionamento alimentare aveva colpito anche le truppe. Senza viveri e rifornimenti austriaci e tedeschi furono costretti alla resa.

La conclusione del conflitto

Nella primavera del 1918 gli imperi centrali fecero un ultimo, disperato tentativo di rovesciare il destino della guerra. In Francia l’esercito tedesco riuscì a raggiungere nuovamente la Marna, ma i soldati furono respinti definitivamente dalle truppe francesi e americane oltre che da cannoni, carri armati, aerei.

L’esercito italiano respinse gli attacchi austriaci e ottenne la vittoria decisiva a Vittorio Veneto.

Proseguirono verso Trento e Trieste dove entrarono il 3 novembre. Il 4 Novembre fu firmato l’armistizio con l’Austria.

In Germania la popolazione era stremata, i civili in sciopero. Ottocentomila i morti solo nel 1918. La Germania in rivolta indusse l’imperatore Guglielmo II alla fuga e il 9 novembre venne proclamata la repubblica.

L’11 Novembre la Germania chiese la pace. L’imperatore tedesco e quello austriaco furono costretti ad abdicare.

Tragico bilancio

  • Caduti italiani: 600.000,
  • caduti francesi: 1.400.000,
  • caduti tedeschi: 1.800.000,
  • caduti austro-ungarici: 1.300.000,
  • caduti russi 1.600.000.

Nel primo conflitto mondiale a maggior parte dei caduti furono tra i combattenti: la seconda guerra mondiale sarà invece caratterizzata anche dall’enorme numero di vittime civili.

Purtroppo la fine della Grande Guerra lasciò irrisolti gravissimi problemi che saranno alla radice della Seconda Guerra Mondiale.

La fine del conflitto in Italia

In Italia dopo la disfatta di Caporetto il generale Cadorna era stato sollevato dal suo incarico ed era stato sostituito dal generale Armando Diaz. L’Italia aveva subito una terribile sconfitta ma doveva fare un ulteriore sforzo per superare la crisi e per resistere alla pressione dell’esercito tedesco.

Il governo presieduto da Vittorio Emanuele Orlando attivò delle nuove strategie per accrescere il consenso. Fu riorganizzato l’esercito e si chiamarono a combattere anche i ragazzi del 1899. Le truppe vennero trattate in modo più attento e umano e furono promesse ai soldati premi e vantaggi economici per il dopoguerra. Si promise anche una distribuzione di terre che sarebbe avvenuta alla fine della guerra, in concomitanza con l’agognata vittoria. Le promesse di terre erano molto sentite dai contadini che costituivano la massa dei soldati. Purtroppo tali promesse non furono poi mantenute.

Molte organizzazioni pubbliche e private moltiplicarono gli sforzi per dare appoggio e assistenza ai combattenti alle loro famiglie. Vennero aperti degli uffici di propaganda a cui parteciparono intellettuali e pedagogisti per attivare patriottismo e solidarietà nazionale.

Questi sforzi dietro i loro frutti tanto che nel giugno del 18 venne bloccata l’avanzata degli austriaci sul Piave.

Il 24 ottobre del 1918 l’esercito italiano iniziò il contrattacco, sbaragliò gli austriaci a Vittorio Veneto e il 4 novembre del 1918 fu firmato l’armistizio con l’Austria Ungheria.

Ma come hanno fatto a resistere?

Nell’insieme, nonostante la terribile situazione vissuta dai soldati, nonostante fame e epidemie che provocarono in Francia, Italia e Germania scioperi e sommosse, gli eserciti tennero.

Nel mondo civile crescevano le voci che chiedevano la fine del conflitto:

  • i socialisti iniziarono una massiccia propaganda a favore della pace: conferenza di Zimmerwald;
  • papa Benedetto XV, che si era prodigato per evitare l’ingresso dell’Italia in guerra, chiese la fine dell’inutile strage.

La censura e la repressione di ogni atteggiamento di critica impedirono il dilagare di manifestazioni di rifiuto mentre la propaganda governativa favorì lo sviluppo di un patriottismo nazionale.

Venne sostenuta la convinzione che si stava combattendo una guerra giusta contro un nemico terribile. Questo fece sì che alla solidarietà per i compatrioti di mescolasse l’odio per il barbaro, per l’altro, diverso da noi. E in tutti i paesi rimase la convinzione che si stesse combattendo una sorta di guerra sacra in cui “Dio è con noi”.

Documenti

1. L’esperienza futurista della guerra


Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), esponente del nazionalismo e del Futurismo italiano, schieratosi immediatamente a sostegno dell’intervento, partecipò alla guerra vivendola come un’avventura che permetteva di sperimentare in prima persona l’identità tra letteratura e vita. Successivamente, come molti altri, scrisse di questa esperienza. La forma scelta da Marinetti fu un romanzo dal titolo significativo, Alcova d’acciaio, in cui viene esaltata l’emozione erotica del rapporto tra il combattente e l’uso delle armi e vengono sottolineate, all’interno della visione futurista, la velocità e la modernità delle armi stesse.

Il mio capitano si è munito di due lampadine elettriche. Dopo avere seguito per 10 minuti un tortuoso camminamento sotto il cielo sibilante e lampeggiatissimo giungiamo ad un vero pozzo di miniera. Curvi ci inoculiamo in una galleria tutta stillante su un terreno sempre più sdrucciolevole. Il pozzo scende nella spina dorsale di un costone fortificato. Riconosco ormai il cammino che ci deve condurre alla famosa Dama al Balcone. Infatti dieci passi dopo sbocchiamo nel fulgore sfarzoso di centomila feste da ballo riunite. Sono i centomilioni di candele del massimo proiettore che sorveglia le posizioni austriache in Val D’Astico. Pausa abbacinante. Poi sentiamo la danza furibonda e il ta-ta-ta-ta-ta capriccioso, spietato, ironico e femminile della mitragliatrice Saint-Etienne che, sei metri a destra, sputa come una andalusa fuoco di passione e garofani rossi dal suo balcone mascherato di fogliami. È lei la leggendaria Dama al Balcone della brigata Casale.
Una Saint-Etienne prodigiosa. Si ricorre a lei per la difesa dei punti pericolosi. Non si inceppa mai se è servita e accarezzata dal suo amico mitragliere Buco, un pugliese magrolino, olivastro, dagli occhietti furbi tutti a lampi che si mescolano ai lampi d’una risata bianca continua. Meccanico provetto. Non ha mai bisogno di smontare la sua amante per pulirne il cuore. La domina impugnandone la groppa flessuosa, la pizzica, la solletica. E la Dama elegante in nero si curva giù sugli abissi dove fervono le serenate austriache e sputa, sputa i suoi innumerevoli fiori veementi che uccidono i romantici e audaci suoi serenatori.
Buco mi saluta offrendo la sua risata allegra allo splendore elettrico bianco azzurrino del proiettore. Siamo glorificati, divinizzati dalla versicolore splendida pazzia delle farfalle che si slanciano ebbre d’oro nel gran fascio di luce, cozzano ruzzolano, proiettano contro il grande occhio vetrato divenuto ormai accecante. […]
La bella Dama d’acciaio respira golosamente l’eccitante miscela degli odori notturni. Vaniglia, violetta, acacie e menta selvaggia, tutti pepati dall’odore aspro dominatore della balistite.
Sembra ballare pazza di gioia la sua strana danza a schiena curva. Fumano i suoi capelli sciolti. Il mitragliere le stringe i fianchi e l’ombra ingigantita della coppia bizzarra danza proiettata a cento metri davanti a noi sul tondo, enorme cerchio di luce che il fascio luminoso del proiettore stampa sulla nebbia. Vicino, sotto, sopra, intorno, altre ombre strabilianti: le nostre. Labirintica prospettiva fra gli specchi irreali numerosissimi di questa festa da ballo.
Buco mi dice: “Come è bella la mia dama! Elegantissima! Come balla bene! È un po’ capricciosa e suscettibile, ma non con me. Con me è buona! Mi è stata sempre fedele, mi preferisce a tutti! Mi dà tutto il suo spirito e il suo ingegno… Gode, veramente gode quando io la olio di baci… ha un odio speciale per quella stupida pettegola che vorrebbe tenerle testa là davanti a noi!”. Sentiamo infatti le numerose pallottole della mitragliatrice austriaca frugare brutalmente a 2 metri sopra le nostre teste nella vegetazione buia. La Dama al Balcone la deride, la insulta a perdifiato: “Idiooota ta-ta-ta-ta-ta-ta Idiooota ta-ta-ta-ta-ta-ta”. […]
Saluto Buco, e passo sotto una volta fronzuta. Urto nelle spalle di un enorme bombardiere.
Siamo in una delle piazzole della batteria di Melodia. Fooc! srrrrrrrrrrrr. Seguiamo in alto l’ascensione di una bomba da 58. Eccola già in discesa mugolando giù giù nella vallata scrabraaang. Si riprende il camminamento […].
Ecco sfioro la schiena d’un forte soldato dal viso cotto dal sole: sono nel suo alone azzurro e tremo come chi entra nella casa dove è morto qualcuno fra i pianti disperati. Il soldato che m’è vicino e che spara, spara, affrettando i colpi è forse un marinaio. Chi pensa più alle fischianti pallottole che cinguettano sul capo coi primi passeri indifferenti? Sono preso dalla gioia di scoprire una nuova legge.
Ben lontano dai Bergson seduti nelle cretine poltrone universitarie trovo nel momento più pericoloso d’una battaglia la soluzione di molti problemi che i filosofi non potranno mai scoprire nei libri, poiché la vita non si svela che alla vita. Il segreto amplesso del passato e del futuro nella stessa coscienza si rivela a coloro che tutto il passato hanno vissuto, sudato, pianto, baciato, morso e masticato e che vogliono fra le carezze o le gomitate della morte vivere, baciare, masticare e soffrire il loro futuro.

F.T. Marinetti, Alcova d’acciaio. Romanzo vissuto, Serra e Riva, Milano 1985, pp. 18-21.

2. L’appuntamento con il destino

Uomo di lettere, Renato Serra (1884-1915) pubblicò nel 1915, sulla rivista “La Voce”, Esame di coscienza di un letterato, un breve testo in cui da una parte condannava la guerra come inutile distruzione, dall’altra considerava ineluttabile per gli uomini della sua generazione partecipare a essa, perché questo era quanto il destino aveva riservato loro. Queste riflessioni, scritte in tono fortemente antiretorico, erano destinate a divenire una sorta di testamento spirituale. Di lì a poco, infatti, Serra, richiamato alle armi, sarebbe caduto combattendo in una trincea del monte Podgora, il 20 luglio 1915.

La guerra non mi riguarda.
La guerra che gli altri fanno, la guerra che avremmo potuto fare…
Se c’è uno che lo sappia, sono io, prima di tutti.
È una così vecchia lezione!
La guerra è un fatto, come tanti altri in questo mondo; è enorme, ma è quello solo; accanto agli altri, che sono stati, e che saranno: non vi aggiunge; non vi toglie nulla.
Non cambia nulla, assolutamente, nel mondo.
Neanche la letteratura […].
Perché non siamo eterni, ma uomini; e destinati a morire.
Questo momento che ci è toccato non tornerà più per noi, se lo lasceremo passare.
Hanno detto che l’Italia può riparare, se anche manchi questa occasione che le è data; la potrà ritrovare.
Ma noi, come ripareremo?
Invecchieremo falliti.
Saremo la gente che ha fallito il suo destino.
Nessuno ce lo dirà, e noi lo sapremo; ci parrà d’averlo scordato, e lo sentiremo sempre; non si scorda il destino.
E sarà inutile dare agli altri la colpa.
A quelli che fanno la politica o che la vendono all’egoismo stolto che fa il computo dei vantaggi, e cerca nel giornale quanti sono stati i morti; ai socialisti ed a Giolitti, ai diplomatici o ai contadini.
La colpa è nostra, che viviamo con loro.
Esser pronti, ognuno per suo conto, non significa niente; essere indignati, disgustati, avviliti è solo una debolezza.
La realtà è quella che vale.
Anche la disgrazia è un peccato; e il più grave di tutti, forse.
Fra mille milioni di vite, c’era un minuto per noi: e non l’avremo vissuto. Saremo stati sull’orlo, sul margine estremo; il vento ci investiva e ci sollevava i capelli sulla fronte; nei piedi immobili tremava e saliva la vertigine dello slancio.
E siamo rimasti fermi.
Invecchieremo ricordandoci di questo.
Noi, quelli della mia generazione; che arriviamo adesso al limite, o l’abbiamo passato di poco; gente sciupata e superba.
Chi dice che abbiamo spesa male la nostra vita, senza costruire e senza conquistare?
Eravamo ricchi di tutto quello che abbiamo buttato; non avevamo perduto neppure un attimo dei giorni che ci son passati come l’acqua fra le dita.
Perché eravamo destinati a questo punto, in cui tutti i peccati e le debolezze e le inutilità potevano trovare il loro impiego.
Questo è il nostro assoluto.
È così semplice! […] Si ha voglia di camminare, di andare.
Ritrovo il contatto col mondo e con gli altri uomini, che mi stanno dietro, che possono venire con me.
Sento il loro passo, il loro respiro confuso col mio, e la strada salda, liscia, dura, che suona sotto i passi, che resiste al piede che la calca.
Non ho altro più da pensare.
Questo basta alla mia angoscia; questo che non è un sogno o un’illusione, ma un bisogno, un movimento, un fatto; il più semplice del mondo. Mi assorbe tutto nella sua semplicità; mi fa caldo e sostanza. […]
Andare insieme.
Uno dopo l’altro per i sentieri tra i monti, che odorano di ginestre e di menta; si sfila come formiche per la parete, si sporge la testa alla fine di là dal crinale, cauti, nel silenzio della mattina.
O la sera per le grandi strade soffici, che la pesta dei piedi è innumerevole e sorda nel buio, e sopra c’è un filo di luna verdina lassù tra le piccole bianche vergini stelle d’aprile; e quando ci si ferma, si sente sul collo il soffio caldo della colonna che serra sotto.
O le notti, di un sonno sepolto nella profondità del nero cielo agghiacciato; e poi si sente tra il sonno il pianto fosco dell’alba, sottile come l’incrinatura di un cristallo; e su, che il giorno è già pallido.
Così, marciare e fermarsi, riposare e sorgere, faticare e tacere, insieme; file e file di uomini, che seguono la stessa traccia, che calcano la stessa terra […].
E tutto il resto che non si dice, perché bisogna esserci e allora si sente; in un modo, che le frasi diventano inutili.
Laggiù in città si parla forse ancora di partiti, di tendenze opposte; di gente che non va d’accordo; di gente che avrebbe paura, che si rifiuterebbe, che verrebbe a malincuore.
Può esserci anche qualche cosa di vero, finché si resta per quelle strade, fra quelle case.
Ma io vivo in un altro luogo.
In quell’Italia che mi è sembrata sorda e vuota, quando la guardavo soltanto; ma adesso sento che può esser piena di uomini come son io, stretti dalla mia ansia e incamminati per la mia strada, capaci di appoggiarsi l’uno all’altro, di vivere e di morire insieme, anche senza sapere il perché: se mai venga l’ora.
R. Serra, Esame di coscienza di un letterato, Sellerio, Palermo 1994, pp. 11, 40-43 e 46-49.

Domanda

Quale percorso di riflessione porta l’autore ad accettare la guerra?

3. Lettera dal fronte di un soldato italiano

Questa lettera scritta al padre da Eugenio Garrone, un giovane alpino impegnato sul fronte del Carso, fa parte di Momenti della vita di guerra, il volume pubblicato nel 1934 da Adolfo Omodeo, storico del Risorgimento e volontario nella Prima guerra mondiale, che raccolse in esso, commentandole, lettere e memorie dei soldati italiani caduti. Essa ci dà un quadro della vita quotidiana durante la guerra (il combattimento, l’arretramento, la difesa dentro la trincea, la ricerca dei morti) e restituisce il clima di immobilità sospesa delle notti passate al fronte.

19 settembre 1916, al padre

Ondate successive furono respinte dal fuoco misurato e nutrito degli avversari e dovemmo retrocedere fino quasi alle posizioni iniziali, organizzando alla meglio una provvisoria trincea, e addossando dietro di essa quelle truppe che, in un eventuale contrattacco, arginassero l’offensiva e impedissero una vera catastrofe.
La cosa riuscì: sopravvenne la notte: veglia più ansiosa non passerò più. Immaginati un imbuto di cui uno degli orli sia più basso, quello occupato da noi: quello più alto, e per di più della metà, guernito [occupato] dagli avversari. La notte è limpidissima: tutta la cresta dell’imbuto spicca nitida sul cielo bianco: l’imbuto si sprofonda nero in basso, e da quel profondo salgono ad ogni momento i lamenti dei feriti che non abbiamo ancora potuto raccogliere.
Si sta all’erta tutti: gli occhi vorrebbero vedere di più: gli orecchi vorrebbero percepire tutto, ed è questa tensione esagerata che a volte c’inganna. Si vedono ombre nere che salgono, si odono fruscii misteriosi: si lancia un razzo bianco: sale bruciando, si ferma in alto sorretto da un paracadute, poi naviga lento, s’abbassa, si rialza: nulla. Ma un razzo ne chiama altri e da tutta la cresta è uno scoppiettare breve improvviso di razzi convergenti al centro, ed ogni angolo è scoperto, scrutato, perlustrato da migliaia d’occhi, nell’ansia di tanti e tanti cuori in tumulto. Nulla. La nebbia ridiscende: i razzi non servono che a mettere nell’aria una macchia nebulosa: non si vede più nulla: entrano in ballo le mitragliatrici: pochi colpi, prima, qua e là: poi un picchiettare nervoso da tutte le parti. Ognuna batte una zona; anche la nostra è cercata nervosamente. I soldati sono tutti bassi, protetti. Passano i proiettili a centinaia, con miagolii strani, prolungati sopra le teste, in alto: non si sente altro: poi si rifà il silenzio dietro una coda rada di colpi nervosi […].
Così passa tutta la notte, e così, in un’alternativa di momenti tranquilli e d’allarme, passano due altre giornate, in un’immobilità che pare impossibile, a volte, di poter conservare per ore e ore sotto il flagello di una pioggia incessante, e in una ricerca affannosa, in altri momenti di nebbia fitta, dei nostri feriti, che a poco a poco riusciamo a portare dietro le linee, e anche dei nostri morti che seppelliamo tutti vicini, individuandoli con rustiche croci.
A. Omodeo, Momenti della vita di guerra. Dai diari e dalle lettere dei caduti 1915-1918, Einaudi, Torino 1968, p. 74.

Domanda

Confronta la lettera di Eugenio Garrone con il testo 1.L’esperienza futurista della guerra: quali analogie e soprattutto quali divergenze emergono dalle due testimonianze?

Le eredità della guerra

La grande guerra rappresenta una frattura nella storia del mondo contemporaneo. L’epoca che si era aperta con l’Illuminismo, caratterizzata dalla fiducia nel progresso, si chiude drammaticamente. La belle époque, con i suoi sogni e le sue aspirazioni si chiude bruscamente.

La guerra porta trasformazioni profonde a tutti i livelli: politico, economico e sociale.

Conseguenze politiche

Le conseguenze si registrano in tutto il mondo.

Innanzitutto si assiste alla fine egemonia europea. L’economia mondiale, che dal Settecento ruotava intorno all’Europa in generale e all’Inghilterra in particolare cambia assetto. L’Inghilterra che aveva dominato sui commerci planetari perde definitivamente il suo primato.

Gli Stati Uniti diventano il nuovo cardine dell’economia internazionale.

La produzione industriale negli Stati Uniti è aumentata in maniera esponenziale. Si pensi che negli anni venti, negli USA, si realizza la metà della produzione mondiale.

Infatti gli USA, che avevano aiutato l’Europa durante il conflitto, sia nella prima fase in cui avevano finanziato i diversi stati europei, sia nella seconda in cui erano entrati nel conflitto, avevano acquisito crediti tali da diventare i maggiori creditori mondiali.

Conseguenze sociali

La guerra ebbe un costo umano elevatissimo. L’umanità non si aspettava di registrare un tale carneficina: la grande guerra fu il primo conflitto totale con:

  • 8 milioni e mezzo di soldati caduti, migliaia di militari dispersi,
  • 21 milioni di soldati feriti,
  • un gran numero dei quali rimase invalido nel corpo.

Non dimentichiamo poi gli effetti che la permanenza in trincea, sotto il fuoco nemico, accanto ai cadaveri dei compagni, ebbe sulla psiche dei soldati. – vedi articolo “Scemi di guerra”.

Tutte le popolazioni che abitavano presso le linee del fronte registrarono distruzioni e eccidi diffusi.

Pensate che Il 50 % della popolazione maschile tra 18 e 50 anni venne arruolata e quelli che tornavano portavano cicatrici profondissime.

Tabelle relative ai costi umani della guerra

 L’epidemia di spagnola 1918

Alla fine del primo conflitto mondiale un’altra piaga incise profondamente sulle popolazioni: l’epidemia di Spagnola.

La terribile influenza colpì un terzo della popolazione mondiale e portò alla morte più di 50 milioni di persone nel mondo.

Consideriamo che alla fine del primo conflitto mondiale la popolazione mondiale contava poco più di un miliardo e mezzo di persone e che la spagnola arrivò ad infettare circa 500 milioni di persone.

Conseguenze economiche

I paesi europei, nel corso del quinquennio 1914 – 1919 spesero, in media, quattro volte il valore del loro PIL del 1913. La lunghezza del conflitto e le armi impiegate resero la guerra molto impegnativa, da sostenere, anche economicamente.

Ma in guerra bisognava far fronte a tali spese e gli stati trovarono strategie economiche diversificate per poter affrontare l’emergenza.

Nei vari paesi quindi:

  • venne emessa cartamoneta in eccesso
  • vennero aumentate le imposte
  • venne fatto ricorso a prestiti di guerra sia dai cittadini che dagli USA, per quanto riguarda i paesi dell’Intesa.

La guerra totale è una tipologia di guerra legata al sistema industriale e alla società di massa; il sistema agricolo non avrebbe sopportato tale carico e mai prima d’ora percentuali così alte di popolazione furono coinvolte in un conflitto. Quando la guerra iniziò, nel 1914, tutti erano convinti che si sarebbe trattato di una guerra di breve corso. I governi sapevano che una guerra totale non avrebbe dovuto durare a lungo in quanto il sistema economico ne avrebbe sofferto in modo eccessivo. Ma le cose non andarono così e, al termine del conflitto, i governi dovettero affrontare una serie di problemi economici:

  • l’inflazione causata da eccessiva emissione di moneta,
  • l’indebitamento pubblico,
  • la necessità di riconvertire il sistema dell’industria bellica in civile,
  • la disoccupazione,
  • la necessità del reinserimento sociale e professionale dei reduci di guerra.

Conseguenze istituzionali

La guerra lasciò in eredità una generalizzata crisi di legittimazione delle istituzioni liberali. Prima della guerra i governi rappresentavano gli interessi delle ristrette élite dirigenti, ma il conflitto aveva comportato la maturazione di una coscienza collettiva. Gli uomini che Avevano combattuto per la patria e le donne che avevano garantito la produzione a livello industriale e agricolo, lavorando dove prima della guerra c’erano solo uomini, divennero consapevoli del loro ruolo sociale.

Le donne, entrate in massa nel mondo del lavoro a sostituire gli uomini in guerra, avevano acquisito autonomia e indipendenza economica.

Vedi le donne e la Grande Guerra

La crisi del ceto medio

Il disagio sociale ed economico che dilagava portò ad un progressivo rafforzamento del sistema operaio che sfociava spesso in intensi conflitti e in decise rivendicazioni sindacali.

Il gruppo sociale che si trovava nella situazione più critica era il ceto medio. Senza sicurezze economiche e senza più un ruolo sociale riconosciuto, senza rappresentazione e organizzazione politica covava un forte risentimento. Gli esponenti del ceto medio, impiegati, studenti, intellettuali, che durante la guerra erano stati ufficiali o sottoufficiali, erano tornati a casa e oltre a non avere talvolta un lavoro, non avevano più nessun ruolo sociale. Inoltre i loro stipendi subivano gli svantaggi della crescente inflazione. Il risentimento dei ceti medi era indirizzato sia verso gli operai che verso gli imprenditori.

Infatti da un lato gli operai, fortemente sindacalizzati, ottenevano concessioni dai governi e dagli imprenditori, dall’altro i finanzieri e gli speculatori si erano arricchiti con la guerra. Essi invece non avevano alcuna possibilità di ottenere alcun riconoscimento sociale ed economico.

In questa fase di tensione crescente si diffondono ideologie nazionalistiche che contestano la capacità delle vecchie istituzioni liberali di rappresentare gli interessi collettivi e che rifiutano una politica basata sulla mediazione e sul compromesso. Si sviluppano sia movimenti nazionalistici radicali sia movimenti sindacali e socialisti rivoluzionari.

Il clima culturale e politico aveva esaltato lo spirito di Crociata e la demonizzazione del nemico. Non dobbiamo dimenticare che durante la prima guerra si affinano gli strumenti di comunicazione nella società di massa. Durante la guerra erano state perfezionate tecniche di manipolazione e di controllo dell’opinione pubblica che saranno sempre più utilizzate nel corso del secolo.

Risonanza bolscevica

Nel 1917 la Russia era uscita dalla guerra e una rivoluzione stava trasformando radicalmente la terra degli zar. In Europa si guarda con estrema diffidenza ai movimenti bolscevichi, ma il movimento operaio invece vede in tale rivoluzione la praticabilità di un sistema rivoluzionario socialista.

Lenin vuole unificare le organizzazioni rivoluzionarie europee in vista dell’estensione della rivoluzione bolscevica. Inizialmente comprende diversi orientamenti (socialisti, comunisti anarchici, sindacalisti rivoluzionari) ma col 1920 diventa organizzazione internazionale partiti comunisti, un’organizzazione centralizzata subordinata al partito comunista dell’URSS.

La Russia diventa ben presto il mito politico per il mondo socialista. Tra il 1919 il 1921 la Russia diventò un «mito politico» e portò lo spauracchio della rivoluzione bolscevica in tutti i paesi europei.

Ora noi sappiamo che il pericolo di una rivoluzione bolscevica europea non era reale, ma allora la paura dilagava e il mito della Russia bolscevica incise pesantemente sulle scelte politiche dei diversi paesi europei.

Come evolvette la crisi in Europa?

Gli stati dove erano radicate le politiche liberali (Francia e Inghilterra) conservano istituzioni liberali, mentre gli stati più fragili o di recente formazione percorreranno soluzioni autoritarie.

Impossibile pace

Anche se la guerra si era conclusa, la pace fu impossibile. La posta in gioco della Grande Guerra era stata altissima perché ognuno voleva la vittoria totale sul nemico. Questa non fu una guerra di conquista, fu una guerra di potere in cui ognuno voleva che l’altro soccombesse, anche per questo possiamo dire che fu una guerra totale.

Era stata una guerra totale, che aveva coinvolto le masse e aveva costruito al cultura del nemico. La mentalità europea era pervasa da fantasmi, paure, odi, alimentati durante la guerra e che ora dominavano le menti di tutti.

Un tale atteggiamento non è sicuramente favorevole per riallacciare la relazioni tra i diversi stati europei. Inoltre possiamo affermare che non poteva avere una soddisfacente conclusione sul piano diplomatico perché le trattative di pace furono condotte dai vincitori secondo un’ottica nazionalistica.

I quattordici punti di Wilson

Gli Usa sono realmente l’unica nazione vincitrice, l’unica nazione che no ha avuto grosse perdite, ma che ha avuto incredibili vantaggi dal conflitto europeo. Inoltre gli Usa si pongono con un atteggiamento evidentemente più costruttivo e pacifico rispetto alla rissosa Europa. Nel gennaio del 1918 il presidente americano illustra al Congresso americano il suo programma di pace in 14 punti per evitare il ripetersi di altri massacri. Wilson dà al suo intervento una connotazione politico morale

1 – Pubblici trattati di pace, stabiliti pubblicamente e dopo i quali non vi siano più intese internazionali particolari di alcun genere, ma solo una democrazia che proceda sempre francamente e in piena pubblicità.

2 – Assoluta libertà di navigazione per mare, fuori delle acque territoriali, così in pace come in guerra, eccetto i casi nei quali i mari saranno chiusi in tutto o in parte da un’azione internazionale, diretta ad imporre il rispetto delle convenzioni internazionali.

3 – Soppressione, per quanto è possibile, di tutte le barriere economiche ed eguaglianza di trattamento in materia commerciale per tutte le nazioni che consentano alla pace, e si associno per mantenerla.

4 – Scambio di efficaci garanzie che gli armamenti dei singoli stati saranno ridotti al minimo compatibile con la sicurezza interna.

5 – Regolamento liberamente dibattuto con spirito largo e assolutamente imparziale di tutte le rivendicazioni coloniali, fondato sulla stretta osservanza del principio che nel risolvere il problema della sovranità gli interessi delle popolazioni in causa abbiano lo stesso peso delle ragionevoli richieste dei governi, i cui titoli debbono essere stabiliti.

6 – Evacuazione di tutti i territori russi e regolamento di tutte le questioni che riguardano la Russia… Il trattamento accordato alla Russia dalle nazioni sorelle nel corso dei prossimi mesi sarà anche la pietra di paragone della buona volontà, della comprensione dei bisogni della Russia, eccezion fatta dai propri interessi, la prova della loro simpatia intelligente e generosa.

7 – Il Belgio dovrà essere evacuato e restaurato, senza alcun tentativo per limitarne l’indipendenza di cui gode al pari delle altre nazioni libere.

8- Il territorio della Francia dovrà essere completamente liberato e le parti invase restaurate. Il torto fatto alla Francia dalla Prussia nel 1871, a proposito dell’Alsazia–Lorena, torto che ha compromesso la pace del mondo per quasi 50 anni, deve essere riparato affinché la pace possa essere assicurata di nuovo nell’interesse di tutti.

9 – Una rettifica delle frontiere italiane dovrà essere fatta secondo le linee di demarcazione chiaramente riconoscibili tra le due nazionalità.

10 – Ai popoli dell’Austria–Ungheria, alla quale noi desideriamo di assicurare un posto tra le nazioni, deve essere accordata la più ampia autonomia.

11 – La Romania, la Serbia ed il Montenegro dovranno essere evacuati, i territori occupati dovranno essere restaurati; alla Serbia sarà accordato un libero e sicuro accesso al mare, e le relazioni specifiche di alcuni stati balcani dovranno essere stabilite da un amichevole scambio di vedute, tenendo conto delle somiglianze e delle differenze di nazionalità che la storia ha creato, e dovranno essere fissate garanzie internazionali dell’indipendenza politica ed economica e dell’integrità territoriale di alcuni stati balcanici.

12 – Alle regioni turche dell’attuale impero ottomano dovrà essere assicurata una sovranità non contestata, ma alle altre nazionalità, che ora sono sotto il giogo turco, si dovranno garantire un’assoluta sicurezza d’esistenza e la piena possibilità di uno sviluppo autonomo e senza ostacoli. I Dardanelli dovranno rimanere aperti al libero passaggio delle navi mercantili di tutte le nazioni sotto la protezione di garanzie internazionali.

13 – Dovrà essere creato uno stato indipendente polacco, che si estenderà sui territori abitati da popolazioni indiscutibilmente polacche; gli dovrà essere assicurato un libero e indipendente accesso al mare, e la sua indipendenza politica ed economica, la sua integrità dovranno essere garantite da convenzioni internazionali.

14 – Dovrà essere creata un’associazione delle nazioni, in virtù di convenzioni formali, allo scopo di promuovere a tutti gli stati, grandi e piccoli indistintamente, mutue garanzie d’indipendenza e di integrità territoriale.

La proposta di Wilson era decisamente innovativa, ma difficile da applicare a causa della presenza di stati multietnici, a causa degli egoismi nazionali e degli ingenti possedimenti coloniali europei.

I Trattati di Versailles

trattato di Versailles, anche detto patto di Versailles, è uno dei trattati di pace che pose ufficialmente fine alla prima guerra mondiale. Fu stipulato nell’ambito della conferenza di pace di Parigi del 1919 e firmato da 44 Stati il 28 giugno 1919 a Versailles, in Francia.

È suddiviso in 16 parti e composto da 440 articoli. 

Per volontà della Francia, immemore di quanto accaduto un secolo prima, furono ammessi a definire i trattati di pace solamente Usa, Francia, Inghilterra, Italia con un ruolo secondario. Germania, Austria ed Ungheria non furono ammessi alla “conferenza”, ma si limitarono a firmare il trattato finale il 28 giugno, dopo le minacce, da parte dei vincitori, di una ripresa della guerra se non lo avessero fatto.

Venne fondata una Società delle Nazioni, ma non vi aderirono né gli USA, perché il nuovo presidente non aderì, né Giappone, Russia, Germania. Divenne quindi uno strumento che curava solo gli interessi anglofrancesi.

Gli Stati Uniti d’America non ratificarono mai il trattato.

Le elezioni del 1918 avevano visto la vittoria del Partito Repubblicano, che prese il controllo del Senato e bloccò due volte la ratifica (la seconda volta il 19 marzo 1920), alcuni favorivano l’isolazionismo e avversavano la Società delle Nazioni.

Ne conseguì che gli USA non si unirono mai alla Società delle Nazioni e in seguito negoziarono una pace separata con la Germania.

L’obiettivo dei trattati di pace era quello di ridisegnare carta politica d’Europa dopo il crollo dell’impero ottomano, dell’impero russo, dell’impero austroungarico e della neonata Germania.

Il ridimensionamento dell’Austria. In rosso il tratteggio dei confini dell’Impero asburgico nel 1914.

Al posto dei vecchi imperi russo, tedesco e austroungarico, si crearono nuovi stati multietnici.

Punizione della Germania

L’umiliazione che la Francia aveva subito durante la guerra franco prussiana, la pesante sconfitta a Sedan, la perdita di Alsazia e Lorena si fecero sentire ancora, nonostante fossero passati più di cinquant’anni. Fu così che la Germania venne punita pesantemente sia in termini territoriali che economici.

Molte delle terre furono cedute:

La cessione alla Francia dei bacini della Saar era temporanea, come temporanea era l’occupazione alleata di Renania e Palatinato. Inoltre la Germania fu costretta a smilitarizzare la riva sinistra del Reno, a ridurre l’esercito a soli 100.000 uomini. Le colonie germaniche vennero spartite tra i vincitori.

Ma se questo non bastava alla Germania fu imposto un risarcimento dei danni di guerra calcolato in 132 miliardi di marchi d’oro, una cifra spropositata che sarà pagata solo in parte.

Con questi trattati la Germania perde:

  • 13% del territorio,
  • 10% della popolazione,
  • 75% dei giacimenti di ferro,
  • I centri industriali di Alsazia, Lorena e Slesia.
L’assetto europeo dopo la grande guerra

Gli altri paesi europei

  • L’Austria divenne un piccolo stato con circa sei milioni di abitanti, con una grande capitale, Vienna. All’Austria fu impedito di unirsi alla Germania
  • L’Ungheria rimase indipendente e cedette la Transilvania alla Romania.
  • La nuova Cecoslovacchia unisce la Boemia, area industrializzata, alla Slovacchia, terra a vocazione agricola. Inoltre incorpora i Sudeti, una regione di lingua tedesca su cui presto Hitler indirizzerà i suoi interessi.
  • La Jugoslavia è un regno serbo-croato-sloveno. Il nome significa “slavi del Sud” è un nuovo regno multietnico.
  • L’Italia annette Trento, Bolzano, Trieste, Istria. La città di Fiume però non è italiana e in questa città si giocherà, l’anno successivo l’avventura di Gabriele D’Annunzio, definita l’Impresa fiumana.
  • L’Impero ottomano è ridotto pesantemente al solo territorio della Turchia.
  • La Finlandia e le repubbliche baltiche sono indipendenti.
  • La Romania è ampliata.
  • La Polonia viene ricreata come grande stato sovrano multietnico che avrà breve corso, sempre per le mire espansionistiche di Hitler.

Minoranze

In seguito alla risistemazione geopolitica 10.000.000 di persone si trovarono sradicate, espulse, esuli, profughi, apolidi (esseri umani sprovvisti di cittadinanza e protezione)

  • Tedeschi – espulsi dai territori dell’Ex impero tedesco
  • Ungheresi – dovettero lasciare Cecoslovacchia, Romania, Jugoslavia
  • Polacchi – trasferiti nel nuovo stato polacco
  • Armeni – scampati dal genocidio del 1915 lasciano la Turchia
  • Russi e Ucraini scappano dalla guerra civile
  • Greci ortodossi espulsi dalla Turchia
  • Turchi espulsi dalla Grecia

Domande

Rispondi alle seguenti domande. Quali furono le conseguenze della guerra

  • per l’Europa in generale
  • Per la Gran Bretagna
  • Per gli USA
  • Per la popolazione europea
  • Per la Germania
  • Per la Polonia
  • Quali furono le proposte di Wilson? Cosa avrebbero favorito? Perché non furono accettate?
  • Quale atteggiamento assunsero Francia e Gran Bretagna durante le trattative di pace?

Scemi di guerra

Sindrome da shock post – traumatico

Filmografia

Uomini contro è un film del 1970 diretto da Francesco Rosi, liberamente ispirato al romanzo di Emilio Lussu “Un anno sull’Altipiano”. 

La grande guerra – è un film del 1959 diretto da Mario Monicelli, prodotto da Dino De Laurentiis e interpretato da Alberto Sordi e Vittorio Gassman.

Torneranno i prati è un film del 2014, l’ultimo scritto e diretto da Ermanno Olmi. In concomitanza con le celebrazioni del centenario della prima guerra mondiale Olmi decise di realizzare un film ambientato nelle trincee sull’Altopiano di Asiago, luogo teatro di sanguinose battaglie e località ove il regista viveva. Il film è liberamente ispirato al racconto La paura (1921) di Federico De Roberto.

Joyeux Noël – Una verità dimenticata dalla storia è un film del 2005 diretto da Christian Carion. Pellicola con soggetto e sceneggiatura ad opera dello stesso regista Carion, incentrata sulla tregua di Natale del 1914, durante la prima guerra mondiale, fra soldati di trincea tedeschi, francesi e britannici.

Fonti

http://www.grandeguerra.rai.it/articoli/la-rai-per-il-centenario-della-prima-guerra-mondiale/22698/default.aspx

http://www.maxplanck.it/ipertesti/SVILUPPO%20TECNICO-SCIENTIFICO%20E%20GUERRE%20NEL%20’900%20/dedalus900/mappe/guerra/tabelle/costoumano.htm

https://www.epicentro.iss.it/passi/storiePandemia

https://it.wikipedia.org/wiki/Influenza_spagnola

https://www.lightquiz.com/images/Mappa-dell-Europa-nel-1923-620.jpg

Fossati, Luppi, Zanette, Parlare di Storia, Mondadori

Calvani, Una storia per il futuro, Mondadori scuola