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regimi totalitari del Novecento

La Spagna negli anni Trenta

Il dittatore Primo de Rivera

La Spagna fu neutrale durante la Prima guerra mondiale. Nel primo dopoguerra vide la crescita del movimento socialista e anarchico e visse una lunga fase di tensioni. Le tensioni erano causate principalmente dalla crisi economica causata dalla perdita delle colonie americane che si erano affrancate all’inizio del Novecento. Queste tensioni sfociarono nel 1923 nella dittatura militare di Miguel Primo de Rivera che era sostenuto dall’esercito, dai latifondisti, dai sindacati e degli imprenditori. 

Nella speranza che tale dittatura militare potesse risollevare le sorti economiche e sociali della Spagna Primo de Rivera fu accettato dal Re Alfonso XIII di Spagna e fu nominato Primo ministro.

Al potere, Primo de Rivera attivò un regime dittatoriale in cui 

  • sospese la costituzione, 
  • istituì la legge marziale, 
  • impose una rigida censura 
  • bandì tutti i partiti politici, alcuni sopravvissero solo in clandestinità. 

Fondò quindi un unico partito, l’Unione Patriottica Spagnola. 

Primo de Rivera opera in campo economico con l’obiettivo di ridurre la disoccupazione: investe denaro in grandi opere pubbliche. Ma tali investimenti causarono una rapida inflazione. Così il malcontento popolare finì per aumentare.

Nel 1929 il crollo di Wall Strett diede l’avvio a una spirale negativa che, dopo aver travolto gli Usa, ebbe ripercussioni anche sulle economie europee. 

Primo de Rivera non riuscì a far fronte alla drammatica situazione economica e perse l’appoggio sia del sovrano. 

Venne invitato a dimettersi e il 28 gennaio 1930 Primo de Rivera lasciò il suo incarico. La crisi economica e politica però ebbe ripercussioni anche sulla monarchia.

Il 14 aprile 1931 re Alfonso XIII partì per l’esilio e venne fondata la Seconda repubblica spagnola.

Primo de Rivera morì pochi mesi dopo a Parigi. Le note ufficiali parlano di una malattia, ma c’è chi sostiene che le cause della morte siano da ricercare nel mondo politico. 

La Seconda repubblica spagnola

Nel febbraio del 1931, vennero convocate le prime libere elezioni municipali, dopo i sette anni di dittatura di Primo de Rivera. 

Era importante capire che cosa volesse il popolo: repubblica o monarchia?

Gli spagnoli si espressero in favore della repubblica. 

Le elezioni municipali si tennero il 12 aprile 1931 e diedero uno storico risultato: 

  • i partiti monarchici tradizionali ottennero la maggioranza nelle zone rurali
  • i repubblicani risultarono vincitori in 41 capoluoghi di provincia
  • i repubblicani avevano stravinto a Madrid e a Barcellona

I sostenitori della Repubblica ritennero che la Spagna fosse tutta repubblicana, e non considerarono molto l’orientamento nelle campagna. 

Era successo qualcosa di simile anche nella Russia del 1917 quando nelle grandi città i bolscevichi avevano ricevuto un altissimo consenso, mentre nelle campagne la popolazione era di orientamento conservatore. La storia racconta che il disaccordo ideologico e sostanziale tra città e campagna fu tra le cause della guerra civile russa. 

E qualcosa di analogo stava per accadere anche in Spagna. 

La Repubblica venne proclamata nella località basca di Eibar. 

Nei giorni successivi la popolazione favorevole alla repubblica scese in piazza nelle principali città spagnole come Valencia, Siviglia, Oviedo, Saragozza, Barcellona per manifestare la propria gioia. 

Il 14 aprile la Catalogna si proclamò repubblica autonoma nell’ambito di uno Stato federale spagnolo e Macià,fondatori del partito Sinistra Repubblicana di Catalogna,  venne nominato primo presidente della Catalogna. 

Intanto a Madrid si formò un governo provvisorio

Il nuovo governo era sostenuto sia della Guardia Civil che dei rappresentanti di

  • destra liberal-repubblicana, 
  • repubblicani di sinistra,
  • radicali,
  • socialisti, 
  • nazionalisti catalani,
  • galiziani.

Rimasero all’opposizione, fuori dalla coalizione:

  • destra monarchica, 
  • nazionalisti baschi 
  • la parte più estrema della sinistra (comunisti e anarchici).

Si scatena la violenza contro le chiese

I cittadini di orientamento politico radicale, socialista, comunista e anarchico iniziarono a fomentare la popolazione contro gli aspetti più caratteristici e tradizionalisti della Spagna, come la religione e la presenza della Chiesa cattolica. In particolare la Chiesa non aveva accettato che la Spagna fosse diventata una Repubblica e si era espressa chiaramente contro il nuovo ordinamento. 

Pedro Segura, arcivescovo di Toledo, ad esempio, scrisse una lettera pastorale il 7 maggio 1931 in cui, con toni infuocati, dichiarava apertamente il suo sostegno al re Alfonso XIII. 

La Spagna era un paese cattolico, secoli di storia avevano portato a definirla la “Cattolicissima Spagna”, 

Ma la difficile situazione politica ed economica contribuiva a scaldare gli animi. Molti furono gli episodi di violenza in cui la popolazione si lasciò coinvolgere. 

Il 10 maggio del 31 una folla inferocita assaltò e bruciò un circolo ufficiali dell’esercito a Madrid.

Tra 11 e il 12 maggio 31, sempre a Madrid,  molte chiese, alcuni monasteri e diversi edifici religiosi in Madrid vennero assaltati e incendiati; a capo di questi tumulti gli anarchici 

A maggio e giugno si registra un’ondata di violenza dilagante in altre zone della Spagna come a Malaga, Siviglia e Cadice. 

Per contribuire a porre fine ai tumulti il governo provvisorio decise di espellere dalla Spagna il vescovo Segura. .

Gli scioperi e i primi provvedimenti

Il 28 giugno 1931 il governo provvisorio indisse le elezioni delle Corti costituenti.

Ma la situazione in Spagna era tutt’altro che pacifica. 

La tensione sociale è palpabile e gli scioperi, proclamati dagli anarchici, animano le piazze  a Siviglia, a Barcellona, e nelle Asturie.

La violenza dilagante portò il governo provvisorio a decidere il ricorso alla Guardia Civil. A causa degli scontri tra manifestanti e militari si ebbero i primi morti.

Il governo provvisorio ritenne necessario sia bloccare i tumulti che attuare una politica di riforme, anche prima delle elezioni. 

Vennero emanati una serie di decreti ministeriali relativi alla riforma agraria. 

  • I proprietari terrieri non potevano licenziare i propri coloni per assumere altri braccianti che provenissero da altre regioni della Spagna.
  • Si stabilì il massimo di 8 ore per una giornata lavorativa. 

Manuel Azaña era in nuovo Ministro della Guerra che operò una riforma dell’esercito:

  • servizio militare obbligatorio ridotto a un anno;
  • si chiuse l’Accademia Militare di Saragozza comandata da Francisco Franco e ritenuta focolaio del militarismo reazionario;
  • congedati gli ufficiali che non giurarono fedeltà alla Repubblica;
  • fu creata la “Guardia di Assalto” una forza da utilizzare per gli interventi nelle  grandi città;
  • la “Guardia Civile” rimase per essere utilizzata nelle campagne e nei piccoli centri. 

I militari erano una realtà importante nella Spagna dell’epoca e erano molto attenti ai privilegi di cui godevano. Quando il governo provvisorio dichiarò di voler rivedere le promozioni ottenute durante la guerra marocchina, suscitò un certo disagio tra i mille graduati interessati. 

Intanto il Governo provvisorio avvia i colloqui con i rappresentanti della Catalogna che il 14 aprile si era proclamata Repubblica Catalana nell’ambito di uno Stato federale spagnolo. Questa sua proclamazione aveva violato gli accordi di San Sebastian. Tali accordi erano stati presi nella città basca di San Sebastian allo scopo di far cadere la monarchia. Non era prevista però alcune Repubblica Federale Spagnola. 

Ma i Catalani non avevano alcuna fiducia nel governo di Madrid, perché ritenevano che a Madrid si desse troppa attenzione agli anarchici della Confederazione Nazionale del Lavoro CNT. 

Il biennio socialista (1931-1933)

Alla fine di giugno del 31 vennero fatte le elezioni delle Cortes, le assemblee costituenti. 

La consultazione popolare sancì la vittoria della coalizione di sinistra e nel dicembre del 1931 venne così proclamata la Costituzione della nuova Spagna. 

La costituzione era ispirata ai valori dell’Illuminismo, a cui si erano ispirate tutte le prime costituzioni; purtroppo la Spagna non aveva ancora raggiunto quella maturità necessaria per poter gestire le tensioni tipiche della democrazia. 

In Spagna infatti non si era consolidata una borghesia che diffondeva i valori dell’Illuminismo e che contribuiva al benessere economico e sociale del paese. Infatti dalla fine del XV secolo in Spagna si era avviato un processo di decadenza della borghesia, iniziato con la cacciata degli ebrei dal regno di Isabella e di Ferdinando, che se era stato impercettibile inizialmente, si era poi rivelato inarrestabile. 

Il nuovo governo fu quindi composto solo da forze di sinistra. Mai nessun governo garantì diritti e equilibrio quando era costituito da esponenti di un unico orientamento politico. Tale situazione si avvicina di più ai regimi totalitari. 

Contro i cattolici

Infatti una delle prime scelte del nuovo governo fu quella di attaccare la Chiesa cattolica. Il motivo di tale scelta era legato al fatto che la religione della Chiesa Spagnola era  considerata elemento di arretratezza. Inoltre le gerarchie ecclesiastiche non avevano mai negato il loro allineamento al potere dittatoriale di Primo de Rivera e alla monarchia. 

Sicuramente la Chiesa spagnola, in quel frangente, aveva dimostrato tutta la propria inadeguatezza, ma il governo non tenne conto del fatto che la popolazione della “cattolicissima Spagna“ era tradizionalmente religiosa e profondamente cattolica. 

Il governo inoltre non tenne conto del fatto che se anche i praticanti cattolici erano effettivamente diminuiti, questo non voleva dire che la popolazione fosse compatta contro la Chiesa cattolica. 

L’atteggiamento anticlericale del governo così portò alla diffusione dell’idea che la nuova Repubblica spagnola avesse scelto la via della persecuzione dei cattolici. E si sa, le persecuzioni sono un ottimo strumento per infervorare le masse.

Scioperi 

Il 6 luglio 1931 la Confederazione Nazionale del Lavoro, gruppo anarchico, indisse uno sciopero che degenerò in scontro: gli anarchici contro le forze dell’ordine. 

Inizialmente vi furono sette morti, ma nei giorni seguenti il numero dei morti aumentò tanto che il 22 luglio il Governo Repubblicano proclamò lo “stato di guerra”.

Ma anche i vertici dei militari diffidavano del governo che aveva riformato l’esercito.  

Fase costituente

«La Spagna è una repubblica democratica di lavoratori di tutte le classi, organizzati in un regime di libertà e giustizia.» – (Preambolo della Costituzione del 1931)

La costituzione venne approvata nel dicembre del 1931 dopo tre mesi di lavoro. 

I principi della Costituzione spagnola del 1931 

a) lo Stato era unitario, ma era prevista la possibilità di avere governi autonomi in determinate regioni;

b) il potere legislativo era affidato alle Cortes, in camera unica;

c) il potere esecutivo era affidato al Presidente della Repubblica e al Consiglio dei ministri. 

d) il potere giudiziario era nelle mani di giudici indipendenti;

e) era prevista la possibilità di espropriazione delle proprietà che avessero utilità sociale e pubblica. Veniva garantito un indennizzo

f) era prevista la nazionalizzazione dei servizi pubblici;

g) erano garantiti diritti e libertà ai cittadini che comprendevano temi economici e sociali;

h) era garantito il Suffragio universale sopra i 23 anni. La Spagna anticipa l’Italia di più di tre lustri nel concedere il voto alle donne. 

i) si sancisce la separazione tra Stato e Chiesa col riconoscimento del matrimonio civile e del divorzio; anche in questo caso la Spagna anticipa di molto l’Italia.

i) si stabilisce che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge e si dichiara che tutti hanno diritto all’educazione e al lavoro.

La costituzione non ottenne il consenso di tutte le forze politiche

Fu però approvata da una larga maggioranza. Furono evidenti le profonde differenze tra la sinistra e la destra, soprattutto relativamente alla questione religiosa e a quella delle autonomie.

  • I settori cattolici si opposero alla neutralità confessionale dello Stato. 
  • La destra più centralista non accettò la riforma della struttura statale che garantiva il diritto all’autogoverno di alcune regioni. 

La questione religiosa

La Chiesa non approvò alcune norme che stabilivano:

  • lo scioglimento degli ordini religiosi; 
  • la fine dei sussidi ai religiosi entro due anni: tali i sussidi costituivano un indennizzo a seguito della confisca delle terre della Chiesa nel 1837;
  • abolizione dell’insegnamento della religione a scuola;
  • la separazione tra Stato e Chiesa: si pensi che in Spagna per secoli si era basata l’idea di indissolubilità di legame tra la Chiesa e lo Stato di Spagna. 

Per far fronte al malcontento del mondo cattolico il ministro Manuel Azaña Díaz modificò alcune norme contro la Chiesa: si limitò, ad esempio, a sciogliere solo la Compagnia di Gesù. In seguito all’approvazione degli articoli anticlericali della Costituzione molti esponenti cattolici rassegnarono le proprie dimissioni.

Il Presidente della Repubblica Alcalá-Zamora

Alcalá-Zamora accettò di diventare Presidente della Repubblica il 10 dicembre 1931.

Nel gennaio del 1932 molti edifici religiosi furono espropriati. I cimiteri furono assegnati ai comuni; inoltre per celebrare i funerali con rito cattolico venne richiesto il pagamento di un’imposta. 

I crocifissi vennero rimossi da scuole e ospedali e vennero impediti i rintocchi delle campane che invitavano i fedeli alle sacre funzioni.

Se non bastasse una commissione continua a lavorare alle norme che regolavano le relazioni tra stato e chiesa e viene stabilito che:

  • Gli ordini religiosi non possono più dedicarsi all’insegnamento.
  • Tutti i beni e le proprietà ecclesiastiche vengono espropriate.

Ma il sistema scolastico spagnolo non era in grado di gestire l’istruzione senza le scuole gestite dagli ordini religiosi. Infatti ben 350.000 alunni frequentavano scuole cattoliche. 

E in Spagna l’analfabetismo era ancora un problema molto grave perché negli anni Trenta un un terzo della popolazione spagnola era ancora analfabeta. 

Ma il papato non poteva tacere di fronte a tali azioni che avevano il sapore della persecuzione. Il papa Pio XI scrisse quindi un’enciclica, la Dilectissima Nobis,  in data 3 giugno 1933, in cui difendeva i diritti civili dei cattolici.

Il sollevamento di José Sanjurjo

Il 31 dicembre 1931 a Castilblanco, un paese dell’Estremadura, la Confederazione Nazionale del lavoro CNT, decise di tenere un comizio in piazza. Le autorità però negarono il permesso alla manifestazione. I manifestanti, insofferenti al divieto, decisero di scendere in piazza. Venne allora mobilitata la Guardia Civile, con lo scopo di impedire la manifestazione politica, ma le quattro guardie inviate vennero circondate e linciate dalla folla. 

Il generale Sanjurjo, comandante della Guardia Civile, venne destituito. Lui però decise di recarsi a Castilblanco e cercò di capire cosa fosse accaduto: i racconti delle altre guardie sopravvissute lo portarono ad una risoluzione: il generale Sanjurjo avrebbe attuato un colpo di stato. Con il sostegno di monarchici e di forze militari il generale Sanjurjo, 10 agosto 1932, mise in atto un colpo di Stato. 

Se in un primo momento la loro azione ebbe successo a Siviglia, successivamente il gruppo golpista venne bloccato dal governo a Madrid. 

Il generale Sanjurjo tentò la fuga ma venne catturato e condannato a morte. Successivamente la pena fu commutata nell’esilio in Portogallo.

Lo statuto per la Catalogna e la riforma agraria

Il fallito golpe diede prestigio e nuova forza al governo madrileno che approvò alcune riforme:

  • la riforma agraria (vennero divisi in lotti i possedimenti superiori a 22 ettari)
  • lo statuto per l’autonomia della Catalogna. 

Il 20 novembre del 32 si tennero le elezioni in Catalogna: la vittoria andò alla Sinistra Repubblicana Indipendentista della Catalogna.

Dopo le concessioni autonomiste del popolo catalano anche altre comunità richiesero l’autonomia: 

  • i Paesi Baschi, 
  • la comunità valenziana,
  • la Castiglia. 
  • la Galizia.

Gennaio 1933 – I fatti di Casas Viejas

Tra il 10 e il 12 gennaio del 1933 un gruppo di anarchici del Comitato Nazionale dei Lavoratori del CNT diede vita ad una sommossa nella zona di Cadice a Casas Viejas. 

Gli anarchici assalirono la caserma. Dentro c’erano quattro guardie: due vennero uccise e le altre due riuscirono a chiedere rinforzi. 

Arrivarono squadre militari di sostegno, respinsero l’attacco degli anarchici e perquisirono le case. 

Ci furono scontri e morirono 24 persone tra anarchici civili e militari. Alcuni anarchici furono uccisi anche se si erano già arresi. 

I fatti di Casas Viejas furono strumentalizzati dall’opposizione governativa e l’effetto si sentì alle elezioni municipali dell’aprile del 1933 in cui i partiti all’opposizione ottennero un consenso maggiore a fronte della flessione delle forze di governo. 

Tra aprile e novembre la situazione politica rivelò tutta la sua tragica fragilità: 

Manuel Azaña si dimise e si succedettero due Presidenti del Consiglio. Nel novembre del 1933 vennero fatte nuove elezioni. 

Il biennio conservatore (1933-1935)

Le elezioni del 1933 furono le prime in cui anche le donne, in Spagna furono ammesse al voto. 

Dopo il biennio gestito dalle sinistre il popolo diede fiducia ai partiti conservatori.

Il governo fu costituito da una coalizione di partiti di destra: monarchici e nazionalisti. Le destre in questa occasione avevano trovato un accordo e avevano realizzato una coalizione compatta e omogenea. 

Percorrendo la storia della Spagna di questi anni sembra di rivivere quanto accaduto nell’Italia post bellica una decina di anni prima. Anche in Italia si arrivò ad una dittatura, come in Spagna, con la triste differenza che in Italia prima c’è stata la dittatura e poi la guerra mentre in Spagna è avvenuto il contrario.

I partiti di sinistra, invece, 

  • avevano perso molti consensi, 
  • non avevano avuto beneficio dal voto delle donne, 
  • non erano riusciti a compattarsi.

Gli influssi che arrivavano dall’Est europeo avevano portato all’estremizzazione di una parte delle sinistre, che si trovarono divise tra: 

  • moderati, 
  • radicali, 
  • anarchici. 

Il Partito Socialista degli Operai Spagnoli, il PSOE, prese le distanze dai socialisti moderati e proponeva: 

  • la nazionalizzazione delle terre, 
  • lo scioglimento di tutti gli ordini religiosi, 
  • lo scioglimento della della Guardia Civil e dell’esercito, 
  • la costituzione di una milizia “democratica”.

Ma il PSOE venne sconfitto alle elezioni e quindi la parte più estremista iniziò ad armarsi: organizzavano la rivoluzione che avrebbe portato alla  “dittatura del proletariato”. 

Questo sogno spagnolo era in linea con la propaganda bolscevica che serpeggiava nell’Europa tra le due guerre. 

La situazione russa aveva suscitato in Europa due atteggiamenti contrapposti:

  • da un lato, i partiti proletari sognavano e progettavano di costituire la dittatura del proletariato e i cuori dei comunisti di tutta Europa erano uniti in questo;
  • dall’altro, le borghesie europee erano terrorizzate: temevano la rivoluzione bolscevica; avrebbero fatto qualsiasi cosa pur di allontanare lo spauracchio bolscevico. 

Ma se da un lato le sinistre iniziarono ad armarsi, anche le destre e vari movimenti autonomisti e anarchici cominciarono ad accantonare armi. Si preparava una guerra che avrebbe dilaniato la Spagna.

Il governo Alejandro Lerroux

Dopo le elezioni il presidente diede l’incarico a Alejandro Lerroux, ricco massone esponente del partito radicale, di costituire il nuovo governo. Egli mise al governo i rappresentanti del suo partito e estromise quelli della CEDA la Confederazione Spagnola delle Destre Autonome. 

Nuovo governo e nuove tensioni: all’inizio di dicembre gli anarchici guidarono insurrezioni in tutta la Spagna. 

Ci furono 

  • scioperi, 
  • manifestazioni violente, 
  • assalti alle caserme della Guardia Civile, 
  • venne fatto deragliare un treno sulla linea Barcellona-Siviglia,
  • Saragozza insorse. 

Fu mobilitato l’esercito e il governo dichiarò lo stato di emergenza. 

I capi dei sindacati anarchici furono arrestati mentre i partiti di sinistra minacciavano di scatenare altri disordini.

Nel gennaio 1934 il governo decise di sospendere due leggi che avevano creato notevole malcontento:

  • la legge che impediva di insegnare ai religiosi (oltre a creare malcontento aveva creato grande disagio nel sistema scolastico spagnolo)
  • la lottizzazione delle terre (che ovviamente non piaceva a chi era proprietario di tali terre). 

Il 20 aprile 1934 il governo concesse l’amnistia a tutti quelli che avevano partecipato al colpo di Stato ordito dal generale Sanjurjo. Il golpe era fallito e Sanjurjo era in esilio in Portogallo. Il decreto di amnistia però non piaceva a tutti tanto che anche il presidente della Repubblica espresse le sue titubanze. 

Intanto pochi giorni dopo il presidente del Consiglio Lerroux rassegnò le dimissioni. Venne sostituito da Ricardo Samper, sempre del partito radicale. 

Anche ai vertici dell’opposizione monarchica ci fu un cambio di vertice. Questo testimonia la grande mutevolezza politica che porta a grande instabilità: due elementi che furono alla base dei conflitti interni spagnoli.

Ricardo Samper decise di inserire nel governo tre ministri della Ceda, la Confederazione delle Destre Autonome. 

Questa scelta non fu approvata dalle sinistre tanto che il 5 ottobre venne indetto uno sciopero generale. 

Le proteste dilagano. A Madrid gli scioperanti tentarono addirittura di occupare i palazzi del potere economico e istituzionale. Ma le forze dell’ordine riuscirono a bloccare gli assalti e ad arrestare i manifestanti. 

In Catalogna invece lo sciopero ebbe un notevole successo: Lo Stato Catalano dichiarò infatti la sua indipendenza  il 6 ottobre 1934. 

«Gli ambienti monarchici e fascisti che hanno da qualche tempo tentato di tradire la repubblica sono riusciti a raggiungere il loro obiettivo. In quest’ora solenne, in nome del popolo e del parlamento, il governo che presiedo si assume tutte le cariche del potere e proclama lo stato catalano della repubblica federale spagnola e, serrando i ranghi di coloro che sono uniti nella comune protesta contro il fascismo, li invita a sostenere il governo provvisorio della repubblica catalana.»Lluís Companys i Jover, all’epoca presidente della Generalitat de Catalunya

L’esercito spagnolo si scontrò con le milizie catalane e ci furono una ventina di morti.

Si dichiarò lo “stato di guerra” e Lluís Companys i Jover e diversi membri del governo furono arrestati. 

La rivoluzione delle Asturie

Anche nelle Asturie scoppiarono moti rivoluzionari capeggiati dalle forze anarchiche e socialiste. I leader della rivolta furono i deputati del PSOE, il Partito Socialista Operaio Spagnolo. 

Insorsero i minatori e occuparono Oviedo. Chiese e conventi furono presi di mira dai rivoltosi: le strutture incendiate e i religiosi fucilati. A Sama, vicino a Langreo, fu assediata la caserma della Guardia Civile. Resistette alcuni giorni e poi, quando si arrese, tutti soldati vennero uccisi dai ribelli. I rivoltosi poi stuprarono molte donne. 

Già in questo periodo si intuiva quanta aggressività dilagasse in Spagna: come dimostra Voltaire, in guerra non ci sono buoni o cattivi: violenze, soprusi e ingiustizie non hanno parti, ma travolgono chiunque. 

Vi leggo una pagina tratta dal Candido di Voltaire. 

Dal Candido Voltaire Niente era così bello, così spedito, così splendente, così ben ordinato come i due eserciti. Le trombe, i pifferi, gli oboi, i tamburi, i cannoni formavano un’armonia quale non si udì mai neppure all’inferno. Prima i cannoni rovesciarono a terra circa seimila uomini per parte; poi la moschetteria tolse dal migliore dei mondi da nove a diecimila furfanti che ne infettavano la superficie. Anche la baionetta fu la ragion sufficiente della morte di qualche migliaio di uomini. Il totale poteva aggirarsi sulle trentamila anime. Candido, che tremava al pari di un filosofo, si nascose come meglio poté durante questo eroico macello.Finalmente, mentre i due re facevano cantare dei “Te Deum“, ciascuno, nel proprio accampamento, decise d’andarsene da un’altra parte a ragionare sugli effetti e le cause. Passò sopra mucchi di morti e morenti, e raggiunse dapprima un villaggio vicino; era ridotto in cenere. Si trattava di un villaggio avaro che i Bulgari avevano incendiato, secondo le leggi del diritto pubblico. Qui vecchi crivellati di colpi guardavano morire le loro mogli sgozzate, che stringevano i bambini alle mammelle sanguinanti; là ragazze sventrate, dopo avere saziato i naturali bisogni di qualche eroe, esalavano l’ultimo respiro; altre, semibruciate, gridavano implorando di finirle. Cervelli erano sparsi per terra, accanto a braccia e gambe tagliate.Candido fuggì al più presto in un altro villaggio: apparteneva ai Bulgari, e gli eroi Avari l’avevano trattato allo stesso modo.                                                                                 Brano tratto dal capitolo 3 

L’insurrezione fu sedata, con estrema violenza, dopo due settimane dall’esercito guidato dal generale Francisco Franco. I leader della rivolta finirono davanti al tribunale militare. 

Ma  un’altra crisi di governo contribuiva all’instabilità della Spagna. Nuovo governo dei radicali  di Lerroux con cinque ministri della CEDA, la Confederazione delle Destre Autonome.

Lo scandalo “Straperlo”

Nell’autunno il partito radicale fu travolto dallo scandalo “Straperlo”. Era accaduto che due imprenditori olandesi avessero pagato delle tangenti ad alcuni ministri radicali per  introdurre in Spagna le “Straperlo” macchine per il gioco d’azzardo. Ma bisogna sapere che il gioco d’azzardo era vietato. 

Lo scandalo coinvolse molti esponenti del partito radicale e anche il figlio adottivo di Lerroux, che si dimise dopo lo scandalo. 

Ma un’altra crisi di governo mostrò la fragilità istituzionale in cui versava la Spagna. 

Per questo vennero fissate nuove elezioni per il febbraio 1936. 

Il Fronte Popolare

Le elezioni del 1936 segnarono la storia. Le sinistre che erano state all’opposizione nel biennio precedente  riuscirono a trovare un accordo: venne formato il nuovo Fronte Popolare costituito da:

  • il Partito Socialista Operaio Spagnolo, 
  • il Partito Comunista di Spagna,
  • la Sinistra Repubblicana di Manuel Azaña, 
  • la Sinistra Repubblicana di Catalogna, 
  • il trotskista Partito Operaio di Unificazione Marxista, 
  • l’Unione Repubblicana.

Le forze di destra si riunirono nel Fronte Nazionale Controrivoluzionario:

  • la Confederazione Spagnola delle Destre Autonome,  
  • i monarchici di “Renovación Española”, 
  • il “Partido Agrario Español”, 
  • i carlisti della “Comunión Tradicionalista”, 
  • “Partido Nacionalista Español” 

La “Falange Española y de las JONS” di José Antonio Primo de Rivera si presentò da sola.

Il centro raccoglieva 

  • il Partito del Centro Democratico,
  • i radicali, 
  • i baschi 
  • i catalani della “Lega Catalana”.
Fronte Popolare – SinistraCentro Fronte Nazionale Controrivoluzionario – Destra
il Partito Socialista Operaio Spagnolo, il Partito Comunista di Spagna,la Sinistra Repubblicana di Manuel Azaña, la Sinistra Repubblicana di Catalogna, il trotskista Partito Operaio di Unificazione Marxista, l’Unione Repubblicana. il Partito del Centro Democratico,i radicali, i baschi i catalani della Lega Catalanala Confederazione Spagnola delle Destre Autonome,  i monarchici di “Renovación Española”, il “Partido Agrario Español”, i carlisti della “Comunione Tradizionalista”, il Partito Nazionalista Spagnolo Falange Española

Durante le consultazioni elettorali il clima in Spagna fu abbastanza tranquillo. Forse tutti erano convinti che avrebbero vinto. 

La vittoria fu del “Fronte Popolare” con 4.176.156 voti e 276 deputati. 

Ma il  Fronte Nazionale ottenne relativamente pochi voti in meno, 3.783.601, ma gli vennero assegnati solo 132 deputati.

La vittoria delle sinistre del Fronte Popolare  mosse le masse:

  • i contadini iniziarono ad occupare le terre dei proprietari 
  • nelle città gli attivisti di sinistra cominciarono a chiedere l’amnistia per i detenuti; a Oviedo le carceri furono aperte e i detenuti posti in libertà.

Il governo del Fronte Popolare con  Manuel Azaña

Il nuovo governo fu costituito in breve tempo: fu nominato Manuel Azaña, moderato esponente delle Sinistre. Ma tra i partiti al governo la tensione serpeggiava.

L’entusiasmo della vittoria non impedì che dilagasse ancora la violenza. L’euforia della vittoria portò alcuni esponenti della sinistra ad assaltare chiese e proprietà private e ad aggredire i militanti della “Falange Spagnola fascista”. 

Insoddisfatti e stufi di aspettare le attese riforme vennero proclamati numerosi scioperi che divennero progressivamente sempre più violenti. 

Travolti dall’entusiasmo gli operai avanzavano richieste sempre più esagerate e aumenti salariali eccessivi. 

La Spagna fu percorsa da violenti scontri di piazza e attentati politici.

Il governo di Manuel Azaña, per tentare di placare gli animi, concesse l’amnistia per i detenuti politici e venne liberato anche Lluís Companys ed altri leader catalani. 

Per garantire la governabilità vennero nominati governatori che condividevano il pensiero del governo di Azaña.

 I  generali Francisco Franco e Manuel Goded Llopis che avevano sedato la rivolta nelle Asturie furono esonerati dal loro incarico in Spagna e allontanati dal continente; uno finì nella guarnigione delle Canarie e l’altro a quella delle Baleari. 

In febbraio venne ripristinata la Generalitat de Catalunya e venne chiusa la sede “Falange Fascista.. 

Per quanto riguarda la legislazione del lavoro si decretò che 

  • venissero riassunti gli operai  licenziati nel 1934 per sciopero,
  • questi venissero indennizzati, 
  • rimanessero al loro posto anche i nuovi assunti. 

Le destre che erano state sconfitte nella consultazione elettorale si misero all’opposizione. 

L’11 marzo uno studente falangista venne fu ucciso per strada. Per vendetta alcuni suoi compagni, il giorno dopo, fecero un attentato, fallito, a un repubblicano. 

Questo fu solo il primo dei fatti di sangue che si succedettero in quella primavera insanguinata. Il Governo però mise fuori legge la Falange e arrestò alcuni suoi esponenti di spicco. 

Anche se la Falange aveva preso meno dell’1 per cento dei voti, erano circa trentamila i giovani che aderivano al movimento falangista e alla CEDA la La Confederazione Spagnola delle Destre Autonome.

E gli scontri armati tra sostenitori della  destra e della sinistra continuarono. 

Il governo però, di fronte a tali violenze usò due pesi e due misure: mentre reprimeva con durezza i disordini provocati dalle destre, tollerava i reati delle sinistre. Il governo agì quindi senza imparzialità:

  • represse duramente i movimenti di destra, 
  • tollerò i reati quando questi erano commessi dalla sinistra. 

In una seduta parlamentare il deputato Miguel Maura denuncia la grave situazione in cui versa il paese. 

I cittadini pacifici, dalle simpatie politiche più diverse, credono che ormai la costituzione sia lettera morta e che insulti, violenze, incendi, omicidi, distruzioni di proprietà non contino più per il codice penale se coloro che li commettono si pongono sotto l’egida stellata della falce e del martello“.

Tra il Presidente della Repubblica, Niceto Alcalá-Zamora, e il Capo del Governo Manuel Azaña non c’era intesa né correva simpatia. 

Per una serie di motivi il Presidente della Repubblica, Niceto Alcalá-Zamora venne destituito e venne sostituito da Manuel Azaña che lasciò il suo incarico al governo. 

Nuovo presidente del consiglio fu nominato Santiago Casares Quiroga, leader autonomista galiziano.

Ma anche col nuovo governo la calda situazione in Spagna non si raffreddò. 

In aprile 

  • fu ucciso un giudice che aveva condannato un falangista,
  • fu gettata una bomba contro la tribuna presidenziale 
  • il corteo funebre di un tenente della Guardia Civil si trasformò in una carneficina in cui morirono una decina di persone.  

In maggio 

  • un corteo di lavoratori attraversò Madrid 
  • i falangisti uccisero un antifascista 
  • Francisco Largo Caballero dichiarò di volere la “dittatura del proletariato”:

«Quando il Fronte Popolare si romperà, perché si romperà, il trionfo del proletariato sarà sicuro. Instaureremo allora la dittatura del proletariato, che significherà repressione, non del proletariato, ma delle classi capitaliste e borghesi!»

In giugno 

  • scioperarono circa 70.000 persone
  • saccheggi e violenze diffuse
  • in una seduta delle Corti Generali vennero denunciate le violenze fatte dai miliziani comunisti. 

In luglio 

  • viene ucciso José del Castillo
  • venne rapito e assassinato da militanti socialisti Calvo Sotelo

Una nuova paura attanagliava gli spagnoli: il Governo di Casares Quiroga non era  in grado di controllare le  proprie forze di polizia. 

La violenza dilagava e i responsabili andavano cercati in tutte le forze politiche, sia di governo che di opposizione. 

A destra e a sinistra i militanti di ogni partito cercavano armi e le distribuivano ai loro adepti. 

Anche in occasione dei funerali di Castillo e di Sotelo si assistette ad uno scontro a fuoco.

Il colpo di Stato 

Non appena era stata proclamata la repubblica gli esponenti dei partiti monarchici e i militari avevano iniziato a progettare un colpo di stato per rovesciare il governo repubblicano. Il Biennio del governo di destra aveva però bloccato tali progetti. 

Con la vittoria del Fronte popolare nel 1936 l’idea del colpo di stato fu nuovamente presa in considerazione. 

Azaña, che aveva probabilmente sentore di golpe, aveva pensato bene di allontanare dalla capitale i generali che non erano filo repubblicani: uno era stato spedito alle Baleari, uno alle Canarie e uno a Pamplona. 

Ma prima di andarsene da Madrid i tre generali avevano preso accordi per delineare il loro piano d’azione. Avevano costruito una rete che attraversava il paese e che aveva lo scopo di far scoppiare rivolte in ogni provincia. 

In Spagna la situazione era sempre più tesa: quasi ogni giorno avvenivano omicidi politici, colpivano esponenti di entrambe le parti. 

Il giorno 11 di luglio alla radio di Valencia,  un gruppo di falangisti annunciò che sarebbe scoppiata una rivoluzione. 

Il 12 luglio nel Marocco spagnolo una parata militare alla presenza dei generali filo governativi diede l’illusione che la situazione fosse sotto controllo, ma ai vertici dell’esercito la tensione era palpabile.

La tensione cresceva, le armi venivano distribuite: sia a destra che a sinistra si organizzava la rivoluzione. 

La scoppio della guerra civile e l’esilio del governo

Il 17 luglio 1936  Francisco Franco, a capo del suo esercito che si trovava in Marocco, diede l’avvio alla rivoluzione. Le sollevazioni si diffusero da Nord a Sud. 

Francisco Franco intendeva conquistare il Sud per occupare velocemente Madrid. 

Il generale però non aveva considerato che anche le forze repubblicane erano coese e armate: volevano difendere la repubblica!

I repubblicani erano forti soprattutto nelle grandi città in città come Madrid, Barcellona, Valencia e nei Paesi Baschi. 

Per questo motivo l’idea della rapida sollevazione militare e il successivo colpo di stato previsto da Francisco Franco degenerò invece in una lunga, sanguinosa e devastante guerra civile destinata a durare tre lunghi anni. 

Quando le forze nazionaliste di destra occupano Madrid, gli esuli del Fronte popolare scapparono a Città del Messico dove costituiscono il governo repubblicano spagnolo in esilio. 

La guerra civile spagnola, iniziata dalle sollevazioni militari, ebbe grande risonanza sul piano internazionale. 

Le due fazioni contrapposte erano fratelli, l’un contro l’altro armati,

  • le forze governative di sinistra – con operai, contadini, forze di polizia;
  • i militari, i nazionalisti e i cattolici.

Nel luglio del 1936 le forze governative, con l’aiuto di operai e contadini, hanno la meglio a Madrid, Barcellona e in alcuni centri industriali del Nord e dell’Est; invece i ribelli si impongono in Navarra, Galizia e Nuova Castiglia e occupano Cadice, Cordoba e Siviglia,  le principali città dell’Andalusia.

Ma la guerra civile spagnola diventa affare europeo. 

Siamo nel 1936. La situazione in Europa è tesissima. 

Hitler è ormai capo indiscusso del Terzo Reich e Mussolini ha consolidato il suo potere. 

Mussolini è all’apice del suo consenso. Infatti la conquista dell’Abissinia corrisponde al massimo grado di consenso ottenuto dalla popolazione italiana. 

Dopo le sanzioni causate dall’invasione dell’Etiopia Italia e Germania hanno stretto il Patto d’acciaio. 

I due alleati guardano con simpatia ai movimenti del generale Francisco Franco e lo sostengono prima in forma quasi clandestin. Nell’autunno del 1936 il sostegno dei nazisti e dei fascisti si fa invece palese. 

Mussolini ed Hitler hanno tutto l’interesse ad avere un altro alleato in Europa. Inoltre odiano i movimenti di sinistra. Pertanto uomini,  armi e aerei, vengono inviati  a sostegno della guerra di Francisco Franco.

Gli italiani inviati in Spagna furono quasi 79 mila tra esercito, marina e aviazione. 6.000 italiani morirono in terra spagnola e 15.000 tornarono a casa feriti. 

Anche il Portogallo, il cui governo era costituito da una dittatura  filo fascista,  fornì a Franco più di 20.000 uomini. .

Mentre Italia e Germania inviarono massicce forze militari a sostegno di Franco, Inghilterra e Francia decisero di non intervenire nel conflitto. 

In Inghilterra il ministro degli esteri ritiene che sia più opportuno, per evitare un nuovo conflitto, mantenere rapporti pacifici con la Germania. 

La Francia, dal canto suo, ha un governo di sinistra in linea col fronte popolare spagnolo, (radicali, socialisti e comunisti) ma deve gestire una situazione interna pesante. Pertanto si astiene da qualsiasi presa di posizione. 

L’Urss, invia armi e organizza le Brigate Internazionali a sostegno del Fronte popolare. 

Anche dall’Italia partono 40mila volontari a sostegno del fronte popolare. 

Il  Fronte popolare può contare molti sostenitori in Europa. 

Tra gli antifascisti troviamo:

  • i fuoriusciti italiani, 
  • gli antifascisti in esilio, 
  • gli esponenti di Giustizia e Libertà 
  • gli anarchici
  • i comunisti

Decini di migliaia di volontari confluirono nelle Brigate internazionali, un gruppo eterogeneo per nazionalità e ideali politici.

La Brigata Garibaldi era costituita da più di tremila volontari antifascisti italiani, tra cui troviamo nomi autorevoli come Palmiro Togliatti e Pietro Nenni.

Le Brigate internazionali hanno avuto un ruolo centrale nel conflitto; hanno difeso la capitale, Madrid, dall’assalto dei franchisti. 

Ma nelle fila degli antifascisti, uniti contro le forze di destra, non mancavano le tensioni. Non era facile tenere uniti comunisti, socialisti e anarchici. E le lacerazioni interne indebolivano l’azione del Fronte. 

Si legge ovunque che la guerra civile spagnola, con la prima mobilitazione generale delle forze fasciste e antifasciste in Europa costituì la prova generale del secondo conflitto mondiale. 

Ma fu una prova che, se da un lato suggellò l’accordo operativo tra Hitler e Mussolini, dall’altro mostrò ancora una volta quanto Francia e Inghilterra non fossero consapevoli del rischio imminente. Erano certi di poter controllare l’aggressività nazista con la tolleranza e non si resero conto che la tracotanza di Hitler li avrebbe travolti a breve!

La guerra continua fino all’inizio del 1939 e l’avanzata dei franchisti è inesorabile

Nei primi mesi del 39 migliaia di soldati repubblicani con donne e bambini scapparono dalla Spagna chiedendo asilo alla Francia. 

Il 27 febbraio del 1939 Inghilterra e Francia riconobbero  ufficialmente il  governo del generale Francisco Franco e il giorno successivo il presidente repubblicano Azaña, che si era rifugiato in Francia, rassegnò le proprie dimissioni.

Quando a marzo i golpisti occuparono Madrid e Valencia, la guerra civile era finita. 

Con la primavera del 39, dopo tre anni di guerra civile, il generale Francisco Franco impose la propria dittatura. 

Il regime franchista sostenne poi nazisti e fascisto durante il secondo conflitto mondiale. 

la dittatura di Franco è destinata a durare fino al 1976.

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Novecento

Salvatore Quasimodo scrittore

Biografia

Salvatore Quasimodo nasce a Modica, in provincia di Ragusa nel 1901. Appartiene quindi a quella generazione di italiani che vive tuttte le tragedie del Novecento: le due guerre, il Fascismo, la Guerra Fredda. Muore nel 1968 all’inizio dei movimenti di contestazione giovanile.

Trascorre l’infanzia in Sicilia, spostandosi in diverse città: il padre è ferroviere ed e costretto a frequenti spostamenti. Nel 1908 la Sicilia viene scossa da un terremoto che provoca più di 80 mila vittime. Il padre viene inviato a Messina per ripristinare i servizi ferroviari. In quel periodo la loro casa, come quella di molti altri, è un vagone ferrioviario. Qui frequenta brillantemente l’Istituto Tecnico e quindi si iscrive alla facoltà di Ingegneria a Roma. Le difficoltà economiche in cui versa la famiglia non gli permettono di proseguire gli studi: deve lavorare e accetta di fare lavori umili.

Nonostante gli studi tecnici la sua passione sono le lettere: si dedica così da autodidatta allo studio dei classici e inizia a scrivere le sue prime poesie.

Nel 1926 viene assunto come geometra presso il Ministero dei lavori pubblici e viene assegnato al Genio civile in Calabria; può quindi contare su uno stipendio sicuro, ma ha meno tempo per dedicarsi alla scrittura. Ma la passione è profonda e Salvatore Quasimodo riesce a riprendere a scrivere.

Nel 1930, suo cognato, lo scrittore Elio Vittorini, lo invita a Firenze. Vittorini è siciliano anche lui ed ha sposato sua sorella Rosa Maria Teresa. A Firenze Salvatore Quasimodo entra in contatto con i poeti della rivista “Solaria”. Qui conosce, tra gli altri, Eugenio Montale e pubblica la sua prima raccolta poetica Acque e terre.

Si stabilisce a Milano e nel 1938 viene assunto presso la redazione del settimanale “Tempo”. Qui entra in contatto con il mondo artistico e intellettuale milanese e collabora con una rivista fiorentina che diffonde la poetica dell’Ermetismo.

Nel 1941 la sua fama come poeta è tale che gli viene offerta una cattedra di Letteratura a Milano. Oltre a insegnare e a scrivere, Salvatore Quasimodo traduce opere dalle tradizione classica, ma anche autori europei come Molière e Shakespeare.

Nel dopoguerra la sua poesia rinnova il suo stile e inserisce temi sociali e etici. Simbolo di questo periodo è la poesia “Alle fronde dei salici”.

Nel 1959 viene insignito del premio Nobel per la Letteratura il più importante dei numerosi riconoscimenti ottenuti da Salvatore Quasimodo.

Apprezzato sia in Italia che in Europa il poeta muore nel 1968. Le sue opere sono tradotte in quaranta lingue.

Periodo storico e letterario

Il Novecento è il secolo caratterizzato da grandi drammi umani: le due guerre mondiali, ma anche la guerra fredda, i regimi totalitari che limitano le libertà individuali, il dramma dell’olocausto e di molti altri conflitti meno imponenti ma non per questo meno drammatici.

Ma il Novecento è anche il secolo delle grandi invenzioni che hanno migliorato le condizioni di vita dell’umanità.

Le correnti letterarie di inizio Novecento sono Decadentismo e Simbolismo, mentre negli anni Trenta si definisce una nuova corrente letteraria: l’Ermetismo.

Ermetismo

L’Ermetismo, più che una corrente letteraria, è un atteggiamento poetico che si sviluppa in Italia, a Firenze, intorno agli anni Trenta.
Il nome fa riferimento al leggendario Ermete Trismegisto che si ispirava alla cultura egizia che era nascosta dietro il linguaggio oscuro dei geroglifici. A quell’epoca la censura fascista aveva il potere del sì e del no nel panorana culturale italiano. I poeti scelgono allora di utilizzare un linguaggio oscuro, criptico e ambiguo per essere liberi di esprimersi.

L’adesione a questa corrente ha portato i poeti a delineare un nuovo stile e un nuovo linguaggio letterario. I poeti ermetici richiudono nelle loro opere oscuri messaggi, proiettano il loro animo nei loro testi criptici.

Le opere più importanti di Salvatore Quasimodo

Molte sono le raccolte poetiche pubblicate da Quasimodo, moltissime le opere straniere tradotte in italiano e diversi sono anche i saggi poetici.

Ed è subito sera

Questi versi, in origine, concludevano una lirica più ampia intitolatata Solitudini ed era inserita nella prima raccolta Acqua e terre del 1930.

Solitudini

Una sera: nebbia, vento,
mi pensai solo: io e il buio.

Né donne; e quella
che sola poteva donarmi
senza prendere che altro silenzio,
era già senza viso
come ogni cosa ch’è morta
e non si può ricomporre.

Lontana la casa,
ogni casa che ha lumi di veglia
e spole che picchiano all’alba
quadrelli di rozzi tinelli.

Da allora
ascolto canzoni di ultima volta.
Qualcuno è tornato, è partito distratto
lasciandomi occhi di bimbi stranieri,
alberi morti su prode di strade
che non m’è dato d’amare.

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

In un secondo momento Salvatore Quasimodo decide di isolare gli ultimi tre versi e li inserisce come testo di apertura della raccolta del 1942 intitolata Ed è subito sera.

Questa è la lirica più nota dell’Ermetismo.

Ognuno sta solo sul cuore della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

In questo breve frammento lirico il poeta condensa il senso di solitudine che caratterizza la breve vicenda esistenziale dell’uomo.

L’idea che arriva è che ogni uomo, chiuso nel suo guscio di individualismo e di solitudine, si illude di essere al centro del mondo, di essere sul cuore della terra. La vita è breve, dura pochissimo, un attimo. In quel breve lasso di tempo l’uomo attende un’illuminazione che chiarisca il senso della vita. Ma, quando arriva, dura un baleno.

Salvatore Quasimodo racconta la vita con la metafora del giorno, mentre la morte è immaginata come il buio della notte.

Nel primo verso l’attenzione è focalizzata sulla solitudine esistenziale dell’uomo, solitudine enfatizzata dal difficile contesto storico: Quasimodo è nella Milano occupata dall’esercito nazista.

La lirica inizia con la parola “ognuno” e si riferisce quindi all’intera umanità. Ognuno è solo e può pensare di essere al centro di tutto l’universo. La condizione di solitudine non consente all’uomo di condividere con alcuno quello che sente; questo enfatizza il senso di isolamento.

Nel secondo verso la luce attraversa l’uomo, ma lo trafigge. Si crea quindi una situazione disorientante perchè la luce è vita che illumina ma che può trafiggere dolorosamente l’animo umano.

Il raggio di sole è metafora di vita, di luce e di illuminazione, ma il raggio di sole può ferire come una spada, inchiodare l’uomo alla sofferenza delle cose terrene.

Nel terzo verso il poeta pone l’attenzione sulla brevità dell’esperienza umana: la breve luce svanisce, il buio cala sull’esperienza umana …”ed è subito sera”. E questa sera arriva all’improvviso: l’uomo non sa quando la sua esperienza terrena sarà giunta al termine.

Questo contribuisce a percepire un senso di caducità che avvolge l’intera umanità.

Salvatore Quasimodo porta all’estremo la ricerca di essenzialità espressiva che caratterizza i testi dell’Ermetismo. Ogni parola è scolpita e levigata; anche alcune poesie di Ungaretti hanno caratteristiche simili.

Dal punto di vista formale il testo è strutturato come un climax discendente sia sul piano della forma che su quello del contenuto.

  • Il primo verso è un doppio senario,
  • il secondo un novenario,
  • il terzo un settenario.

Dal punto di vista contenutistico si passa da un’illusione iniziale alla brusca conclusione.

Il testo è ricco di richiami sonori; emerge subito la presenza della “s” e della “r” in tutti i versi.

Ma non basta. Il primo e il terzo verso sono in assonanza “terra” e “sera” mentre il “solo” alla fine del primo senario del primo verso è il consonanza col “sole” del secondo verso.

E quale messaggio possiamo trarne noi uomini del ventunesimo secolo?

Possiamo guardare la nostra vita focalizzando l’attenzione a quel raggio di sole, a quell’illuminazione e cercando di vivere intensamente questa luce, con la consapevolezza che, non dobbiamo attardarci perché … “è subito sera”.

Alle fronde dei salici

Questa poesia è stata composta da Salvatore Quasimodo durante l’occupazione nazista a Milano nella Seconda Guerra Mondiale ed è stata pubblicata per la prima volta nel 1944.

Il poeta, testimonia qui il nuovo impegno civile della poesia. Questa poesia segna l’uscita dalla fase ermetica per aprirsi alla chiarezza espressiva.

In questo testo Salvatore Quasimodo esprime l’orrore della guerra e il dolore che travolge la popolazione. Di fronte a tanta aberrazione i poeti non potevano far altro che tacere.

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

PARAFRASI
E come potevamo, noi poeti, continuare a scrivere i nostri versi, a cantare le nostre liriche durante durante l’occupazione nazista, col cuore calpestato da piede straniero. Intorno a noi vedevamo cadaveri abbandonati nelle piazze e dispersi sui prati congelati, sentivamo il pianto disperato e innocente dei bambini, pianto che somigliava al lamento di agnelli, sentivamo il terribile urlo delle madri disperate che si trovavano davanti il cadavere del figlio appeso ad un palo del telegrafo. Come potevamo noi poeti continuare a scrivere?
Per questo, noi poeti abbiamo appeso ai salici le nostre cetre, gli antichi strumenti con cui i poeti accompagnavano le loro composizioni poetiche, abbiamo fatto voto di silenzio, così la nostra poesia ha taciuto come tacciono le cetre appese, che oscillavano lentamente mosse dal triste vento della guerra.

METRO 10 endecasillabi sciolti

La poesia è strutturata come un’ampia domanda retorica che occupa i primi sette versi, con cui il poeta sottolinea come fosse impossibile fare poesia di fronte all’orrore dell’occupazione tedesca.

In quel terribile periodo un’intera generazione di poeti ha scelto il silenzio come voto, un voto che ha come preghiera la fine degli orrori. Non potevano fare altro i poeti se non lasciare ferme le loro penne e muti i canti.

Il silenzio dei poeti è però un silenzio carico di comprensione e appena sarà possibile, la prima azione che compirà il poeta sarà quella di testimoniare il dolore e denunciare gli orrori.

La poesia si apre con la citazione del secondo versetto del Salmo 136.

Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre.

In questo salmo si racconta il dolore del popolo ebraico che era stato deportato in terra babilonese. Qui gli israeliti si rifiutano di cantare per la sofferenza causata dalla lontananza.

Nella poesia “Alle fronde dei salici” il poeta cambia stile ripetto al passato: infatti nella poesia Ed è subito sera il poeta usava la terza persona singolare e esordiva con “ognuno”, qui il soggetto è un “noi“.

L’isolamento è finito.

Prima nel dolore, nellisolamento, ognuno era solo, ma adesso le cose sono cambiate, è ora di uscire allo scoperto, di parlare, di unirsi e di esporsi di nuovo.

Qui la guerra è vista nell’ottica di tutte le vittime italiane che hanno pagato il peso e l’ingiuria dell’invasione nazista.

Ma con la fine della guerra inizia una nuova stagione, quella dell’impegno volto alla ricostruzione della nuova Italia e degli italiani.

Così anche i poeti ritornano ai loro canti.

Figure retoriche

  • Sintassi piana e accessibile;
  • Lessico comune;
  • Metafora “piede straniero” v. 2 -Il piede straniero riguarda la dominazionne nazista che schiaccia il cuore di vittime innocenti,
  • Metonimia “piede straniero” v. 2 si riferisce all’avanzata degli eserciti nazisti in Italia;
  • Metafora “al lamento d’agnello dei fanciulli” vv. 4-5, l’agnello ricorda l’agnello sacrificale della Bibbia: qui il pianto dei bambini assume la sacralità di tutte le vittime innocenti.
  • Metafora “triste vento” v.10 si riferisce alla diffusione della sofferenza
  • Analogia “erba dura” v.4 erba indurita perché ghiacciata;
  • Sinestesia “urlo nero” v.5 l’urlo angosciato e disperato della madre, nero, buio come la morte.
  • Personificazione v. 10

Pensiero e poetica di Salvatore Quasimodo

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cinquecento

Ludovico Ariosto

Biografia

Ludovico Ariosto è il poeta che maggiormente incarna i canoni del Rinascimento. Uomo di lettere e di armi, di arte e di politica, di chiesa e di vita mondana, in Ariosto troviamo caratteri e contraddizioni dell’uomo rinascimentale.

Ludovico Ariosto nasce a Reggio Emilia nel 1474. Suo padre Niccolò lavora al servizio degli estensi come il capitano della città di Reggio Emilia che appartiene al ducato di Ferrara.

Durante la giovinezza, Ariosto segue il padre che svolge incarichi per il duca d’Este in diverse città del Nord Est della penisola come Rovigo, Modena e Ferrara. Per attendere alla sua formazione il padre fa affiancare Ludovico il più grande dei suoi dieci figli a maestri, pedagoghi e grammatici. La famiglia Ariosto ha dei possedimenti terrieri ma non è abbastanza ricca per garantire il sostentamento della famiglia. Ludovico quindi è chiamato agli studi giuridici che permettono di avere una professione ben remunerata.

Nel 1490 gliAriosto si trasferiscono definitivamente a Ferrara. Qui Ludovico viene iscritto all’università per attendere agli studi giuridici, ma le sue passioni sono altre: il teatro e la letteratura. Come Aristo moltissimi sono i letterati che sono stati spinti dalla famiglia a studiare legge; probabimente è convinzione dei padri di ogni tempo che si mangi di più maneggiando codici che scrivendo poemi e terzine!

Quando può Ludovico Ariosto frequenta l’ambiente teatrale, segue iun compagnia e, quando può, recita.

Dopo alcuni anni però il padre si rende conto che la passione del figlio è orientata altrove e gli concede di lasciare il diritto per le lettere. Inizia quindi il suo percorso letterario e conosce il più famoso poeta italiano dell’epoca, Pietro Bembo, che diventerà un suo caro amico.

Ludovico Ariosto si dedica con tale passione e estro alla poesia che i risultati non tardano a venire: infatti qualche anno dopo viene invitato alla corte di Ercole I d’Este, il signore di Ferrara. Ercole I è un uomo di armi e di arte, un mecenate che vuole dare lustro alla sua corte attraverso la bellezza. Per questo, nel Cinquecento, invita alla sua corte i più grandi artisti dell’epoca.

Nel 1500 muore Niccolò Ariosto e per il suo primogenito Ludovico la vita si fa difficile. Non solo deve trovare una via di sostentamento per sé, non avendo più il sostegno economico del padre, ma, edssendo il più vecchio dei dieci figli deve curarsi della formazione dei fratelli e della dote delle sorelle. Inoltre, anche se i possedimenti della famiglia non bastano al loro sostentamento, vanno comunque gestiti e curati.

Ludovico Ariosto è quindi costretto ad allontanarsi da Ferrara per organizzare la gestione dei poderi di famiglia Quindi nel 1502 deve accettare un incarico che gli viene offerto dalla famiglia Este: capitano presso La Rocca di Canossa.

Nella gestione degli affari politici e militari Ludivico manifesta grande capacità e si fa molto apprezzare. Gli viene quindi offertauna nuova opportunità: mettersi al servizio del Cardinale Ippolito d’Este. Il Crdinale aveva bisgno di un segretario personale, ma era necessario che questi fosse un chierico; suo malgrado quindi Ludovico Ariosto prende gli ordini minori e entra a servizion del cardinale.

Anche Francesco Petrarca, due secoli prima, aveva deciso di prendere gli ordini minori dopo che suo padre era morto: senza più il sostegno economico garantito dal padre aveva dovuto entrare nelle braccia di Santa Madre Chiesa. Una sorte simile li accomuna: entrambi hanno bisogno di una nuova protezione.


ludovico Ariosto però non è molto soddisfatto perchè non ha avuto in dono una vocazione e non ama neppure attendere agli incarichi che il cardinale gli impone. Lui vuole solo dedicarsi all’otium letterario, allo studio, alla lettura dei classici.

Ma un altro motivo lo rende insofferente alla sua condizione: l’amore. Ludovico si innamora di una giovane donna, Alessandra Benucci, una fanciulla sposata che però lo corrisponde. la loro relazione inizia in gran segreto e dura molti anni. Quando la donna resterà vedova Ludovico Ariosto la sposerà, ma sempre segretamente per non perdere i benefici economici garantiti dalla sua condizione di chierico.

Quando nel 1517 il cardinale Ippolito d’Este decide di partire per un lungo viaggio in Ungheria, Ludovico Ariosto lascia il suo servizio: non intende lasciare Ferrara e la donna che ama. Questo gli costa la perdita dell’impiego, ma l’anno dopo viene richiamato alla corte estense dal duca Alfonso d’Este.

Nel 1522 il duca d’Este conquista la Garfagnana; lì la situazione è complessa perchè la regione è lacerata da conflitti interni. Decide allora di inviare l’Ariosto: lo nomina governatore e lo incarica di pacificare la zona. Ludivico Ariosto porta brillantemente a termine l’incarico assegnatogli: la pace è ristabilita grazie alla fermezza e all’equilibrio del suo governatore. Il duca d’Este è molto soddisfatto del lavoro di Ariosto e vorrebbe offrirgli altri incarichi, ma Ludovico rifiuta ogni proposta: vuole solo dedicarsi alla scrittura e essere circondato dalla sua amata e dagli amici.

Solo negli ultimi anni Ludovico Ariostoo può dedicarsi all’otium letterario, tanto sognato durante tutta la vita. Egli viene riconosciuto come grande poeta e le sue opere sono apprezzate ovunque.

Muore a Ferrara nel 1533.

Periodo storico e letterario

Ludovico Ariosto nasce in pieno Rinascimento, il periodo che segna la rinascita delle lettere e delle arti.

La rinascita culturale e artistico si colloca tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’Era Moderna.

Tra Quattrocento e Cinquecento diverse sono le novità:

  • 1453 – La caduta di Costantinopoli
  • 1455 – L’invenzione della stampa a caratteri mobili fatta da Johannes Gutenberg.
  • 1492 – Cristoforo Colombo sbarca nel Nuovo mondo, evento che cambia gli equilibri dell’Europa.
  • 1492 muore Lorenzo il Magnifico. Era il Signore di Firenze, massimo esponente della famiglia Medici. Politico brillante com’era aveva permesso che gli stati italiani vivessero in pace per molte decine di anni. La sua morte riapre tensioni e conflitti che portano a un ventennio di guerre che si concludono con la pace di Noyon e il dominio francese nel Nord e quello spagnolo nel Sud della penisola.
  • 1517 – Martin Lutero pubblica le sue 95 tesi sul duomo di Wittenberg. Da questo atto di denuncia deriveranno una serie di conseguenze che porteranno alla Riforma Protestante e alla conseguente dvisione tra cattolici e protestanti.

Dal punto di vista culturale le varie corti italiane conquistano i territori con le armi ma poi investono molto denaro per mostrare il loro potere attraverso varie forme di arte. Per questo invitano alle loro corti pittori, scultori, poeti architetti, artisti che possano esaltare la loro potenza.

Una delle corti più ricche del Cinquecento eè quella degli Este a Ferrara. Alla loro corte soggiornano molti dei più autorevoli artisti del Cinquecento.

Le opere più importanti di Ludovico Ariosto

Ludovico Ariosto scrive lungo tutta la vita soprattutto in lingua volgare.

Rime

Il titolo generico identifica tutte i componimenti poetici scritti da Ariosto in volgare.

Non fu mai curata dall’autore la raccolta per la pubblicazione ma vennero pubblicati postumi nel 1546.

Le Rime sono composte da:

  • 41 sonetti,
  • 12 madrigali,
  • 5 canzoni,
  • 27 capitoli in terza rima.

Aventuroso carcere soave

Aventuroso carcere soave,
dove né per furor né per dispetto,
ma per amor e per pietà distretto
la bella e dolce mia nemica m’ave;

gli altri prigioni al volger de la chiave
s’attristano, io m’allegro: ché diletto
e non martir, vita et non morte aspetto;
né giudice sever né legge grave,

ma benigne accoglienze, ma complessi
licenziosi, ma parole sciolte
da ogni fren, ma risi, vezzi e giochi;

ma dolci baci, dolcemente impressi
ben mille e mille e mille e mille volte;
e, se potran contarsi, anche fien pochi.
PARAFRASI
La mia bella e dolce nemica, cioè la mia amata, mi ha rinchiuso in un fortunato, delizioso, soave carcere. Non mi ha rinchiuso per rabbia, per odio o per farmi un dispetto, mi ha rinchiuso lì solo per amore.
Quando gli altri innamorati, che sono prigionieri del loro amore, sentono girare la chiave che è nelle mani dell’amata, quando cioè sentono stringere il lacci d’amore, quell’aamore che li fa soffrire, tutti si rattristano, si intrisstiscono; io invece ne sono molto rallegrato. Infatti per me l’amore è un piaacere e non un tormento, io aspetto la vita che viene dall’amore, non mi aspetto la morte. Per me l’amore non coincide nè con un severo giudice e neppure con un legame troppo stretto o troppo serio.
Per me l’amore è fatto di accoglienza benevola e di abbracci sensuali e audaci, di discorsi liberi da ogni freno, da sorrisi e risate, da carezze e da giochi; è fatto di dolci baci impressi mille e mille volte ancora e, se questi baci potranno essere contati, saranno ancora pochi rispetto a quelli che ci saremo scambiati.

Il sonetto è caratterizzato da una sintassi ampia che non si lascia contenere dallo schema di terzine e quartine. Anche se la sintassi non rispetta lo schema del sonetto, il testo è ritmato.

Dalla prigionia amorosa che lega tutti gli innamorati emerge l’unicità del poeta: lui attende fiducioso l’amore e si lascia travolgere, nell’attesa dalla sensuale fervida immaginazione.

FIGURE RETORICHE
Ossimoro – v. 1 “carcere soave”
Antitesi – v. 4 “bella e dolce mia nemica”
Anafora vv. 9- 11 “ma … ma …” – “mille … mille” vv. 13-14

Satire

Ludovico Ariosto ama smasscherare i difetti e le fragilità dell’uomo e della sua società. Le Satire sono composizioi a carattere opere a carattere morale e comico che hanno lo scopo di criticare i comportamenti e la politica. Si tratta di un genere reso famoso dai poeti latino come Giovenale e Orazio, che sono stati studiat e commentati dagli umanisti.

Arisoto che ama la satira nel 1517 inaugura la tradizione satirica in volgare.

Sette sono le satire ariostesche, tutt edestinate ad amici e conoscenti; tutte trattano di un episodio autobiografico e rivendicano delle ragioni morali.

Per tutte la forma è epistolare.

Satira
num.
Destinatario Episodio
autobiografico
Ragioni morali
1Il fratello Alessandro
l’amico Ludovico
Rifiuto di seguire il Cardinal Ippolito in UngheriaRivendica il diritto ad avere la propria libertà e di vivere negli affetti dedicandosi ai suoi studi
2il fratello GalassoNecessità di un alloggio a RomaDenuncia la corruzione e l’avidità della corte pontificia
3il cugino AnnibaleNuovo impego presso il duca AlfonsoEsprime i vantaggi di una vita sobria e tranquilla; parla della ricchezza che deriva dalla fantasia e dall’interiorità
4il cugino SigismondoDifficili mansioni come governatore della GargagnanaEsprime la nostalgia per la mancanza dell’amata Alessandra e della poesia
5 il cugino Annibale Nozze di AnnibaleEsprime scettico distacco dal matrimonio e parla della volubilità femminile
6Pietro BemboRichiesta di un insegnante di greco per suo figlioEsprime la difficoltà di trovare insegnanti di elevata moralità e consider che spesso l’erudizione conduce al vizio invece che alla virtù
7il cancelliere BonaventuraRifiuto dell’incarico come ambasciatore estenze presso Clemente VIIRibadisce la sua distanza dale ambizioni mondane e esprime la preferenza per il proprio mondo

Le commedie

Il Rinascimento segna sia la rinascita del teatro classico la nascita del teatro moderno.

Ludovico Ariosto aveva iniziato prestissimo ad appassionarsi al teatro tanto che a soli 19 anni si cimenta nella scrittura di un’opera ora perduta, la Tragedia di Tisbe.

Ma il genere teatrale che ha successo nelle corti è la commedia che si inserisce perfettamente nel contesto cenebrativo e festoso della vita cortigiana. Vanno molto di moda i testi dei commediografi latini e anche Ariosto inizia col tradurre e mettere in scena diverse opere di Plauto e alcune di Terenzio.

Poi si cimenta con la scrittura di opere originali e scrive in prosa

  • La cassaria,
  • I suppositi,
  • Il negromante

Scrive in versi

  • I studenti, che però rimane incompiuta,
  • La Lena.

I protagonisti di queste commedie sono popolani, servi, prostitute e furfanti. Il poeta racconta le vicende e i vizi dei ferraresi e li descrive come un popolo senza virtù, egoista e diffidente. L’unico interesse che sembra abbiano i suoi concittadini è il profitto.

Le sue commedie diventano presto un modello per il genere teatrale comico a cui si riferiranno gli autori successivi. I cinque atti in cui è articolata la commedia hanno uno spettacolare apparato scenografico spettacolare. Non si bada a spese pittura, scultura musica e danza concorrono a realizzare uno spettacolo tanto divertente quanto sfarzoso.

L’Orlando Furioso

La corte di Ferrara è ricca e solida e il potere militare degli estensi è riconosciuto; le narrazioni legate alla vita militare, le regole della cavalleria e gli onori guerrieri attirano l’attenzione della corte anche perchè le guerre d’Italia vedono frequenti scontri tra casate italiane e eserciti stranieri.

L’argomento cavalleresco è quindi un argomento sentito e amato. Si diffondono diversi poemi cavallereschi che traggono ispirazione sia dal ciclo bretone che da quello carolingio.

Il ciclo carolingio narra le gesta dei Paladini di Carlo Magno: Famosa è la Chanson de Roland in cui si narra delle imprese del prode paladino di Carlo Magno.

Il ciclo bretone racconta le imprese di Re Artù e del cavalieri della tavola rotonda, ma anche gli incantesimi di mago Merlino e gli amori dei prodi.

A fine Quattrocento Matteo Maria Boiardo, feudatario di un piccolo emiliano e poeta alla corte ferrarese aveva scritto l’Orlando innamorato, un’opera cavalleresca che riprende i temi e i personaggi del mondo cortese mescolando tra loro elementi tratti sia dal ciclo bretone che dal carolingio. L’opera però rimane incompiuta per la morte improvvisa dell’autore.

Ludovico Ariosto, anche lui alla corte estense come Boiardo, decide di portare avanti il racconto e iniziando da dove era stato interrotto.

Il poema è scritto in 46 canti in ottave. Il verso usato è l’endecasillabo. La forma delle ottave è rigida e le rime sono ABABABCC.. Questa struttura metrica è molto usata all’epoca.

Questa la prima strofa.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, A
le cortesie, l’audaci imprese io canto, B
che furo al tempo che passaro i Mori A
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, B
seguendo l’ire e i giovenil furori A
d’Agramante lor re, che si diè vanto B
di vendicar la morte di Troiano C
sopra re Carlo imperator romano. C

La vicenda narrata è molto complessa in quanto ruota attorno a tre filoni narrativi.

  1. La guerra tra i cristiani guidati da Carlo Magno e i saraceni comandati da Agramante.
  2. L’amore di Orlando per la principessa Angelica e la follia che travolge il paladino quando si rende conto che la sua amata lo ha tradito.
  3. L’unico amore che avrà un lieto fine, quello di Ruggiero e Bradamante, dalla cui uinone ha origine la casata degli estensi. Qui è racchiuso il tema encomiastico.

Quali sono la caratteristiche che sanciscono il successo dell’Orlando Furioso?

  • Innanzitutto l’Orlando Furioso è scritto nella lingua di uso del popolo. il volgare.
  • La narrazione procede con uno stile leggero e divertente, spesso addirittura comico. Questo affascina non solo i popolani ma anche la nobiltà.
  • Ludovico Ariosto inventa la suspense, sa creare attesa. Infatti la coesistenza dei tre filoni narrativi gli consente di interrompere gli episodi del Furioso nei momenti più adatti a tenere i lettori col fiato sospeso.
  • L’Ariosto sa che la magia affascina da sempre e quindi inserisce con saggezza maghi, pozioni e incantesimo con cui incantare anche noi.
  • Scrive in modo semplice, immediato, con naturalezza e riesce creare sfondi e ambienti in cui il lettore si trova inserito.

Pensiero e poetica dell’Ariosto

Ludovico Ariosto è uomo del Rinascimento: vorrebbe dedicare la sua vita allo studio, all’otium che hanno teorizzato i latini, una condizione di tranquillità in cui leggere, studiare, riflettere e scrivere. Per dedicarsi all’otium letterario però è necessaria una rendita che i poderi degli Ariosto non gli forniscono.

Così alla morte del padre, accetta di prendere gli ordini minori, entra al servizio del cardinale Ipplito d’Este e beneficia di uno stipendio regolare. Non ama attandere alle incombenze diplomatiche o politiche che gli vengono assegnate, ma nello svolgere i lavoro che gli vengono assegnati viene molto apprezzato sia dagli estensi che dalle popolazioni presso cui è chiamato a svolgere le sue attività.

Nella vita deve adempiere a degli obblighi ma quando scrive può togliere le briglie ai cavalli dellal sua fantasia. E così nelle Satire e nell’Orlando Furioso affida alla penna sogni e riflessioni, desideri e magia, fantasuia e comicità.

Scrivere gli consente di astrarsi dalle incombenze e di volare. E così i suoi personaggi, vittime del destino a volte impietoso, percorrono le labirintiche vie del suo romanzo regalando al lettore emozioni e divertimento.

Ottiene questo intrecciando diverse linee narrative, tradizioni antiche e consuetudini moderne, in un gioco pirotecnico e sfavillante.

Ma sotto la patina di allegria e di leggerezza passano le riflessioni esistenziali del poeta. Che cosa è importante?

  • Le ricchezze e il successo sono spesso gestite dalla Dea bendata, la Fortuna, e l’uomo non ha potere su di essa.
  • Le vicende della vita sono imprevedibili e disorientano gli uomini.

E allora cosa possiamo fare?

Ludovico Ariosto ritiene che per vivere felici sia molti più utile

  • moderare i propri desideri,
  • godere degli affetti che si è riusciti a costruire,
  • cercare la pace interiore.

Per Ludovico Ariosto l’otium, l’attività intellettuale, è la via semplice e sicura per trovare la pace interiore e raggiungere la felicità, felicità che è impossibile trovare fuori da sé stessi, ma che ricercata nel profondo dell’animo umano schiude la possibilità di godere di una vita serena.

Angelica è la metafora della ricerca vana della felicità: tutti la rincorrono ma lei fugge altrove. Orlando addirittura perde il senno e impazzisce. Ma anche Angelica segue i proncipi di Ariosot: non le interessano le ricchezze e lo sfarzo, si innamora di un semplice fante, senza ricchezze materiali, ma colpo di amore per lei.

Quando Astolfo si reca sulla luna per recuperare il senno perso da Orlando, vi trova molte virtù morali che gli uomini hanno perso e dimenticato. Ariosto ci invita quindi a riprendere contatto con i beni immateriali di cui ci siamo scordati. E ci invita parimenti a cercare valori e virtù per godere delle piccole cose quotidiane e degli affetti preziosi.

Ma Ludovico Ariosto ci dà un’altra ricetta per la felicità: la fantasia, la comincità e l’ironia. A volte la vita smette di sorriderci, ma se sappiamo guardare la realtà attraverso le lenti dell’ironia e della fantasia, sarà più facile affrontare i magici intrecci che al quotidianità ci riserva.

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Letteratura inglese

Eveline

Introduzione

Eveline è il quarto racconto della raccolta Gente di Dublino scritto nel 1914 da James Joyce. Con questo racconto l’autore inaugura la serie di racconti dedicati all’adolescenza.

Eveline ha diciannove anni ed ha avuta un’infanzia misera a triste: la morte del fratello, la pazzia prima e la morte della madre poi, la durezza del padre, la miseria le si è appiccicata addosso ... Adesso però ha la possibilità di scappare, le si apre una nuova prospettiva con un buon giovane. Ma Eveline non riesce.

La sua rinuncia la colloca all’interno di quel modello frequente nella letteratura del Novecento: quello dell’inetto, incapace di prendere in mano la sua vita.

Testo

Sedeva alla finestra osservando le ombre della sera che invadevano il viale.
Teneva la testa appoggiata alle tende e nelle narici aveva l’odore della tappezzeria polverosa. 
Era stanca.
Passava poca gente.
L’uomo dell’ultima casa passò diretto ad essa; lei udì i passi dell’uomo passi risuonare secchi sull’asfalto del marciapiede; poi sentì loscricchiolare dei suoi passi sulla cenere del sentiero davanti alle nuove case rosse.
Un tempo lì c’era un campo dove molti ragazzi giocavano tutte le sere. Poi un giorno,un tale di Belfast aveva comprato il campo e vi aveva costruito case, non come le loro che erano piccole e scure, ma case allegre case fatte di mattoni rossi e tetti lucenti. 
Tutti i bambini che abitavano in quel viale giocavano insieme in quel campo: i Devines, i Waters, i Dunns, il piccolo Keogh lo storpio, lei e i suoi fratelli e sorelle. 
Ernest no, lui non andava mai a giocare lì: era troppo grande. Suo padre spesso andava al prato e li cacciava via con il bastone di rovo; ma, di solito, il piccolo Keogh faceva la guardia e dava l’allarme quando vedeva suo padre venire.
Eppure a lei sembrava che fossero abbastanza feli­ci allora.
Suo padre non era tanto cattivo e sua madre era viva. Era passato tanto tempo da allora: lei, i suoi fratelli e le sue sorelle erano cresciu­ti e sua madre era morta.
Anche Tizzie Dunn era morta e i Waters erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia. 
Adesso anche lei stava per andare via come gli altri, stava per lasciare la sua casa.

La casa!
Eveline guardò in giro per la stanza, passando in rivista tutti gli ogget­ti familiari che aveva spolverato una volta alla settimana per tanti anni, si era sempre chiesta da dove mai venisse tutta quella polvere. Forse non avrebbe mai più rivisto gli oggetti familiari dai quali non aveva mai imma­ginato di separarsi.
Eppure durante tutti quegli anni non era mai riuscita a scoprire il nome del prete la cui fotografia ingiallita era appesa al muro, sopra l’armonium rotto, accanto alla stampa colorata della rivelazione della beata Margaret Mary Alacoque. 
Il prete era stato un amico di scuola di suo padre. Ogni volta che mostrava la fotografia a un ospite suo padre si limitava sempre a dire distrattamente:
« È a Melbourne adesso».

  Eveline aveva acconsentito ad andarsene, a lasciare la sua casa. Aveva fatto bene?
   Cercò di considerare la questione sotto tutti i punti di vista: 
A casa aveva comun­que tetto e cibo; aveva intorno gente che conosceva da quando era nata.
Certo che doveva lavorare sodo, sia a casa sia al negozio. E che cosa avrebbero detto di lei ai grandi magazzini quando avessero scoperto che lei era scappata con uno? Avrebbero detto che era una stupida, forse e avrebbero cercato qualcuno per rimpiazzarla. La signorina Gavan sarebbe stata ben contenta.
Ce l’aveva sempre avuta con lei, la punzecchiava ogni volta che c’era gente che ascoltava.
«Signorina Hill, non vede che quelle signore stanno aspettando?»
«Un po’ di energia, signorina Hill, per favore.»

   Non avrebbe versato molte lacrime nel lasciare i grandi magazzini.
Ma nella sua nuova casa, in un lontano paese ignoto, non sarebbe stato così.
Allora sarebbe stata un donna sposata: lei, Eveline. 
La gente l’avrebbe trat­tata con rispetto, non l’avrebbero trattata come era stata trattata sua madre.
Persino ora, sebbene avesse già diciannove anni passati, talvolta si sentiva ancora minacciata dalla violenza di suo padre.
Sapeva che era questo che il suo cuore batteva molto forte.
Quando erano piccoli il padre non se l’era mai presa con lei, come faceva con Harry ed Ernest, perché era una femmina.
Ma poi aveva cominciato a minacciarla e a dirlequello che le avrebbe fatto, se non avesse avuto riguardo di sua madre morta. 
Adesso non c’era più nessuno che la proteggesse, Ernest era morto e Harry, che lavorava come decoratore di chiese, era quasi sempre lontano, in qualche posto in cam­pagna.

Inoltre, tutti i sabati sera si ripeteva lo stesso battibecco per i soldi, questo aveva cominciato a sfinirla.
Dava sempre in casa tutto il suo salario di sette scellini e Harry mandava quello che poteva, ma il dramma era riuscire a farsi dare qualche soldo dal padre. 
Lui le diceva che lei era una spendacciona, che sperperava il denaro, che non aveva testa, che non le avrebbe dato i soldi faticosamente guadagnati da spendere e spandere per strada, e molto di più, perché di solito il sabato sera era piuttosto malridotto.
Alla fine le dava un po’ di soldi chiedendole se avesse intenzione o meno di comprare qualcosa per il pranzo domenicale.
Allora Eveline doveva precipitarsi fuori il più rapidamente possibile per andare al mercato, tenendo stretto in mano il borsellino di cuoio nero mentre si faceva strada a gomitate fra la folla e poi tornava a casa tardi carica di provviste. 
Era una bella fatica mandare avanti la casa e fare in modo che i due bambini che le erano rimasti af­fidati, andassero a scuola regolarmente e avessero pasti regolari. Era un duro lavoro, una vita grama, eppure ora che stava per lasciarla non le sembrava uan vita così terribile.
Con Frank stava per cominciare un’altra vita.
Frank era molto buono, virile e generoso. Doveva partire con lui sul piroscafo che partiva quella notte; si sarebbero sposati e sarebbero andati a vivere a Buenos Aires, dove lui aveva una casa che l’aspettava. 
Lei ricordava bene la prima volta che l’aveva visto; alloggiava in una pensione sulla strada principale dove lei andava a trovare dei conoscenti. Le pareva che fossero passate solo poche settimane.
Lui stava in piedi al cancello, con il berretto a visiera spinto indietro sulla testa e i capelli che gli ricadevano in avanti su un viso abbronzato.
Poi avevabno fatto conoscenza. Lui l’aspettava tutte le sere fuori dei grandi magazzini e l’accompagnava a casa.
L’aveva por­tata a vedere La ragazza di Boemia, un’operetta composta da un musicista irlandese, e lei si era tanto emozionata, mentre stava seduta vicino a lui, in quel teatro, in quei posti così insoliti per lei.
Lui amava molto la musica e se la cavava bene anche a cantare. La gente sapeva che le faceva la corte e, quando lui can­tava al canzone della ragazza che ama un marinaio, si sentiva sempre piacevolmente imbarazzata. 
Lui, per scherzo, la chiamava Papavero.
All’inizio, l’idea di avere un ragazzo l’aveva messa un po’ a disagio, ma poi questo aveva cominciato a piacerle davvero!
Lui le parlava di paesi lontani. Il ragazzo aveva cominciato a lavorare come mozzo,a una ster­lina al mese, su una nave della Allan Line, che viaggiava tra Irlanda e Canada. Le diceva i nomi delle navi su cui era stato e le raccontava le sue mansioni.
Aveva attraversato lo stretto di Magellano e le raccontava sto­rie sui selvaggi che abitano la Patagonia.
A Buenos Aires aveva fatto fortuna ed era tornato nella vecchia patria solo per una vacanza.
Naturalmente il padre di Eveline aveva scoperto la relazione e le aveva proibito di avere a che fare con lui.
«Li conosco questi marinai» aveva detto.
Un giorno suo padre aveva bisticciato con Frank, e così lei si era dovuta incontrare col fidanzato di nascosto.
La sera faceva sempre buoio sul v e il bianco di due lettere che lei teneva in grembo si fece indistinto.
Una lettera era per Harry; l’altra per suo padre. Lei aveva sempre preferito Ernest, ma voleva bene anche a Harry. 
Pensò a suo padre che stava invecchiando, e wsi rese conto che lei gli sarebbe mancata.
Qualche volta anche lui sapeva essere molto carino. Non molto tempo prima, infatti, un giorno in cui lei era stata male, lui le aveva letto ad alta voce una storia di spiriti e le aveva  ahbrustolito il pane sul fuoco.
Un’altra volta, quando sua madre era ancora viva, erano andati tutti a fare un picnic sul colle di Howth. Si ricordò che lui aveva indossato il cappello di sua madre per fare ridere i bambini.

Il tempo passava, ma lei continuava a sedere accanto alla finestra, appoggiando la testa alla tenda, aspirando l’odore di cretonne polverosa.
Lontano nel viale si sentiva udiva un organetto suonare; lei conosceva quel otivetto.
Era strano che proprio quella sera lei si ricordasse della promessa fatta a sua madre, la promessa di mandare avanti la casa il più a lungo possibile.
Ricordò l’ultima notte della malattia di sua madre; era di nuovo nella buia stanza soffocante dall’altro lato dell’ingresso e fuo­ri sentiva suonare una malinconica canzone italiana.
Poi qualcuno aveva dato sei pence al suonatore d’organetto e lui se n’era andato.
Si ricordò d suo padre che era rientrato in casa dalla moglie malata e aveva esclamato:
«Maledetti italiani! Proprio qui devono venire! ».
Mentre fantasticava, sentiva dentro di sé, come un incantesimo, la penosa visione della vita della mamma, una vita fatta di sacrifici quotidiani e conclusa tristemente con la pazzia.
La ragazza tremava nel sentire ancora la voce della mamma che continuava a ripetere con delirante insistenza:
– Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!
(espressione intraducibile che sembra rivelare la pazzia della madre)
Subito la ragazza venne colta da un senso di terrore che la fece alzare in piedi. Sentì che doveva fuggire! Doveva scappare! Solo Frank l’avrebbe salvata. Lui le avrebbe dato una nuova vita e, forse, anche l’amore.
Ma quello che lei voleva era vivere. Lei aveva diritto di essere felice. Frank l’avrebbe presa tra le braccia e l’avrebbe stretta forte tra le sue
braccia. L’avrebbe salvata!

Eveline stava in mezzo alla folla ondeggiante nella stazione al North Wall. Lui le teneva la mano e lei sentiva che le stava parlando, che continuava a ripeterle qualcosa sulla traversata.
La stazione era piena di solda­ti con i loro zaini di tela scura. Attraverso le ampie porte dei capannoni intravede­va la mole nera della nave, ormeggiata accanto al muro del molo, con gli oblò illuminati.
Lei non rispondeva alle sue domande. Sentiva le sue guance pallide e fredde e, colta da una vertigine di angoscia, pregò Dio di guidarla, di indicarle quale fosse il suo dovere. 
La nave mandò un lungo fischio lugubre nella nebbia.
Se fosse partita il giorno dopo sarebbe stata sul mare con Frank, diretta a Buenos Aires.
I biglietti per la traversata erano già stati acquistati.
Poteva ancora tirarsi indietro dopo tutto quello che lui aveva fat­to per lei? L’angoscia le fece venire la nausea mentre continuava a muovere le labbra in silenziosa fervida preghiera.
Una campana le squillò nelcuore. Sentì che lui le afferrava la mano:
«Vieni!».
Tutti i mari del mondo le si rovesciarono intorno al cuore. E lui la stava attirando dentro di essi: lei sarebbe affogata.
la ragazza si aggrappò con entrambe le mani al parapetto di ferro.
«Vieni! »
No! No! No! Era impossibile. Le mani stringevano convulse e freneti­che la ringhiera. le sfuggì un grido disperato.
«Eveline! Evvy! »
Lui si precipitò oltre la cancellata e le gridò di seguirlo.
Altri gli urlarono di andare avanti, ma lui la chiamava ancora.
Lei si voltò verso di lui e lo guardò con lo sguardo pallido inerte, come un animale senza via di scampo. Non c’era amore, nei suoi occhi, non un addio, era come se non lo riconoscessero.
da J. Joyce, Gente di Dublino

Rispondi

  1. Chi è Eveline?
  2. In quale città vive?
  3. Com’è stata la sua infanzia?
  4. Che cosa la attende?
  5. Chi è Frank?
  6. Come si conclude il racconto?
  7. Fai un riassunto breve di massimo 5 righe.
  8. Delinea uno schema del racconto.
  9. Fai un riassunto più ampio, 20 – 30 righe.

Fonti

  • © Istituto Italiano Edizioni Atlas – Gente di Dublino, James Joyce
  • https://digilander.libero.it/mgtund/eveline%20it%20def.htm
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Quattrocento e Cinquecento

Tra Umanesimo e Rinascimento

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Niccolò Machiavelli

Biografia

Nicolò Machiavelli, autore de Il principe, ha saputo guardare le modalità di gestione del potere con spregiudicatezza.  Nella sua opera racconta con schiettezza e lucidità quali siano i meccanismi che si muovono nelle stanze del potere.

Per questo Machiavelli è considerato il fondatore della moderna scienza politica

Nicolò Machiavelli nacque a Firenze nel 1469. La sua era una famiglia che apparteneva alla ricca borghesia. Il padre operava in ambito giuridico, ma era appassionato di letteratura. La madre coltivava la stessa passione del marito per le lettere tanto che quando Niccolò è un bambino lei scrive alcune laude sacre e le dedica proprio al figlioletto.  

La biblioteca paterna era molto fornita e qui Niccolò ebbe l’opportunità di conoscere molti testi della letteratura e della storiografia latina. Si appassionò soprattutto alle opere degli storici latini.

Firenze a quel tempo non era una città pacifica. Era stata governata fino al 1492 dalla sapiente mano di Lorenzo de’ Medici, ma alla morte del Magnifico la pace era finita.

Infatti nel 1494 Girolamo Savonarola guidò un’insurrezione popolare che portò all’allontanamento della famiglia Medici da Firenze. Venne così istituito un governo repubblicano.

L‘attività politica di Niccolò Machiavelli incominciò prima dei trent’anni. Infatti nel 1498 entrò al servizio della Repubblica Fiorentina come Segretario della Seconda Cancelleria. Il suo compito inizialmente era solo quello di redigere i documenti ufficiali, ma questo lo portò a incominciare a vedere come funzionava il sistema amministrativo fiorentino. Le cancellerie erano uffici molto importanti a quell’epoca poiché si occupavano della gestione amministrativa della città.

Le sue capacità lo portarono ben presto ad essere incaricato di svolgere attività diplomatica per conto della Repubblica fiorentina. Ben presto iniziò a girare al servizio di signori e sovrani, sia italiani che europei.

I viaggi di Niccolò Machiavelli:

  • 1500 – inviato presso la corte francese di Luigi XII;
  • 1502 – inviato presso Cesare Borgia, duca di Valentinois, detto il Valentino, un abile condottiero e politico ambizioso Che Machiavelli prese poi a modello come Principe;
  • 1503 – a Roma in occasione dell’elezione papale di Giulio II;
  • 1504 – inviato presso la corte francese di Luigi XII;
  • 1506 e 1507 – inviato nuovamente a Roma;
  • 1510 – – inviato presso la corte francese di Luigi XII;

Nel 1506 Niccolò Machiavelli venne investito del titolo di Cancelliere della milizia. Si trattava diun incarico che aveva come scopo la riorganizzazione dell’esercito della Repubblica Fiorentina. 

In questa sua veste ufficiale Machiavelli diventa il braccio destro del gonfaloniere (colui che porta il gonfalone) di Firenze. Pier Soderini era stato nominato gonfaloniere a vita ed era l’uomo politico più importante della Firenze repubblicana. Niccolò Machiavelli si trovò ad affiancare il gonfaloniere e ad essere quindi al corrente di ogni dettaglio della politica fiorentina.

La situazione politica della penisola era sempre instabile. Infatti nel 1512 la repubblica fiorentina venne attaccata e sconfitta dalle milizie pontificie e spagnole a Prato. Così la famiglia Medici poté riprendere il comando della città.

I Medici riorganizzarono la gestione politica della città e allontanarono tutti quelli che avevano collaborato col governo repubblicano.

Niccolò Macchiavelli si trovò quindi non solo ad essere estromesso dalle funzioni pubbliche, ma fu anche arrestato e torturato. I nuovi signori di Firenze non solo diffidavano del Machiavelli perché era stato Cancelliere, ma sospettavano anche che egli avesse partecipato ad una delle congiure che erano state ordite contro di loro.

Per Machiavelli quello fu un periodo davvero difficile e durissimo che lo spinse ad andarsene: scelse l’esilio e si ritirò in una villa di proprietà della sua famiglia vicino a San Casciano.

Come era stato per Dante, anche per Machiavelli l’allontanamento dall’amata Firenze costituì una svolta. Machiavelli attraversò una profonda crisi di cui resta traccia nelle lettere scritte all’amico Francesco Vettori, ambasciatore fiorentino presso la corte papale a Roma.

Ma la vita ritirata consentì anche al Machiavelli di dedicarsi alla scrittura.

Vennero scritte in questo periodo le sue opere più importanti come Il principe, I discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, La mandragola e la novella Belfagor arcidiavolo.

La sorte però periodicamente si volge e, a partire dal 1516, Machiavelli si sentì libero di rientrare un po’ alla volta in Firenze. Iniziò a frequentare un gruppo di giovani intellettuali che si riunivano nei giardini di palazzo Rucellai vicino a Santa Maria Novella. Questi giovani ammiravano Machiavelli e vedevano il lui un maestro, un modello.

Questa relazione con il gruppo infuse nuova fiducia nello scrittore. Infatti un po’ alla volta Niccolò Machiavelli si riavvicinò ai Medici e

  • venne assunto come storico ufficiale della città,
  • gli vennero affidati nuovi incarichi diplomatici,
  • fu incaricato di scrivere le Istorie fiorentine.

Ma l’instabilità politica che imperversava sulla penisola colpì nuovamente il comune toscano nel 1527: i Medici vennero nuovamente cacciati e venne restaurato di nuovo il regime repubblicano.

E la storia si ripeté ancora: Machiavelli, che era riuscito a riavvicinarsi faticosamente ai Medici venne considerato traditore della Repubblica e venne nuovamente allontanato.

Questa volta non ebbe più alcuna possibilità di rientrare e di mostrare le sue competenze. Morì esiliato, amareggiato e ammalato il 21 giugno del 1527.

Periodo storico e letterario

Niccolò Machiavelli nacque nel periodo della fioritura del Rinascimento e visse la fine dell’autonomia degli stati italiani e la frattura luterana che portò i cristiani a dividersi in Cattolici e Protestanti.

Il Quattrocento e il Cinquecento vedono rinascere la cultura e le arti nell’Umanesimo e nel Rinascimento.  

Gli uomini di quest’epoca operarono un cambiamento nel modo di vedere il mondo di cui furono ben consapevoli.

  • Se nel Medioevo il centro della vita umana era collocato nel Divino, con Umanesimo e Rinascimento il centro dell’uomo è l’uomo stesso, un uomo collocato nel mondo abitato dagli uomini: non più l’oltre, ma il presente, il qui ed ora.
  • Nel Medioevo si costruivano chiese, nel Rinascimento si costruiscono ancora chiese, ma anche palazzi e piazze.
  • Nel Medioevo si dipingevano soggetti sacri, ora si ritraggono sovrani e signori, ma anche soggetti mitologici ed eroici.
  • Si guarda al modo con occhio analitico e si scoprono le leggi della prospettiva.
  • Si leggono i testi del passato per comprendere il passato con occhio filologico.

Dal punto di vista politico l’epoca di Machiavelli fu un’epoca di transizione.

Fino al 1492 Lorenzo il Magnifico, carismatico esponente della famiglia Medici e Signore rispettato dai diversi stati della penisola italiana, aveva perseguito una politica volta a mantenere l’equilibrio tra le diverse signorie italiche.

La sua morte, avvenuta nel 1492 segnò la fine di un’epoca di stabilità. Nel 1494 i Medici persero il predominio su Firenze e nacque la Prima Repubblica Fiorentina.

Ma l’equilibrio garantito nella penisola dal Magnifico crollò e nel 1494 la penisola italica, divisa in molti principati autonomi, divenne terra di conquista da parte delle potenze straniere: la Spagna e Francia si contendevano il predominio della penisola.

Iniziarono così una serie di guerre che si giocarono sulla penisola italica tra i francesi e gli spagnoli.

Solo con la pace di Noyon del 1516 i conflitti si placarono: la Francia aveva il predominio del milanese e la Spagna governava il regno di Napoli.

Così finì l’autonomia degli stati italiani.

Nel 1517 Martin Lutero affisse sulle porte del duomo di Wittenberg le sue 95 tesi. Il monaco agostiniano protestava contro la corruzione della chiesa di Roma. Lo scontro tra Lutero, Carlo V, imperatore dell’Impero Asburgico e il papato fu lungo ed estenuante. La corruzione in cui versava la corte papale fece sì che le proteste luterane fossero accolte oltralpe e dilagassero rapidamente.

Carlo V e il papa fecero molti tentativi per convincere i protestanti a rinunciare alle loro proteste, ma non ci riuscirono.

In seguito a questo la chiesa di Roma si rinnovò grazie alle delibere del Concilio di Trento (1545 – 1563).

Le opere più importanti di Niccolò Macchiavelli

Le opere di Niccolò Machiavelli corono un periodo che va dagli ultimi anni del Quattrocento fino alla sua morte.

  • Le sue lettere furono raccolte dai posteri in un Epistolario. Le lettere non erano state destinate alla da Machiavelli. Gli argomenti trattati sono vari: da riflessioni politiche di alto livello a intime confessioni. Da segnalare la fitta corrispondenza intrattenuta dall’autore con l’amico ambasciatore Francesco Vettori durante il suo esilio volontario a San Casciano.
  • Discorsi sotto la sopra la prima Deca di Tito Livio vennero composti tra il 1513 e il 1520 va vennero resi pubblici solo nel 1531. Niccolò Machiavelli analizzò i primi dieci libri dell’opera dello storico latino Tito Livio convinto che l’analisi delle azioni politiche dell’antichità potesse essere utile per capire le leggi sottese alla gestione del potere politico.
  • La mandragola è una divertente commedia in cinque atti composta intorno al 1518. L’opera, che ancora oggi gode di un certo successo tanto da essere rappresentata regolarmente da diverse compagnie teatrali, è ambientata a Firenze nel 1500.

Qui il link per vederne il fimo realizzato nel 1965 da Alberto Lattuada.

  • Il protagonista della vicenda è Callimaco, affascinante giovane uomo, esponente della nobiltà fiorentina, che si è innamorato della bella Lucrezia. La giovane donna è sposata con Nicia, un anziano notabile. La ragazza è pudica e fedele, quindi inavvicinabile. Ma Nicia, il marito, ha una debolezza: è disposto a qualsiasi cosa pur di avere un figlio.
  • Il ruffiano Ligurio si offre di aiutare Callimaco a raggiungere la ragazza. I due mettono in scena un imbroglio grazie al quale il giovane innamorato raggiungerà la sua bella.
  • La vicenda è spassosa e il messaggio dell’autore si deve intuire sotto il sorriso: tutti i personaggi sono disposti a tutto pur di raggiungere i loro obiettivi. Solo Lucrezia onesta e pura sembra sottrarsi a questa regola, ma, alla fine della vicenda, anche lei sceglierà l’imbroglio!
  • Le istorie fiorentine, commissionate dai Medici raccontano le storie fiorentine tra il 1434, quando Cosimo il vecchio rientrò a Firenze, e il 1492, quando morì Lorenzo il Magnifico.
  • Dell’Arte della guerra è un trattato in cui Machiavelli immagina di dialogare con i giovani intellettuali che lo ammiravano e con i quali si incontrava nei giardini di palazzo Rucellai, vicino a Ponte Vecchio.
  • Clizia è una commedia in cinque atti, in prosa. Machiavelli trae ispirazione da una commedia del commediografo latino Plauto.

Il principe

Nel 1512 Niccolò Machiavelli decise di esiliarsi per sfuggire alla situazione spinosa che si era creata in Firenze col rientro dei Medici.

In quel periodo scrisse questo breve trattato, un testo asciutto, dedicato ai Medici e agli altri principi italiani in cui raccontare i segreti dell’arte di gestire lo stato che aveva individuato negli anni in cui lavorava come cancelliere a Firenze e nelle sue missioni diplomatiche.

L’opera venne resa pubblica solo postuma, nel 1532 e subì quindi il rimaneggiamento degli editori. 

L’autore dedicò l’opera a Lorenzo de’ Medici.

Nei primi 11 capitoli Niccolò Machiavelli spiegava le modalità con cui i principi possono acquisire e conservare uno stato. Ci sono infatti diversi tipi di Principato: quello acquisito per via ereditaria, quello conquistato e quello assegnato come privilegio ecclesiastico. 

Il modello di Principe a cui Machiavelli si ispirò fu Cesare Borgia, duca di Valentino. 

L’autori quindi analizzò come il duca di Valentino

  • riuscì ad avere il potere grazie alla fortuna e l’appoggio altrui,
  • seppe conservare tale potere con coraggio ingegno e virtù,
  • abbia usato sapientemente crudeltà e scelleratezze, due abilità che possono anche essere usate al servizio dello stato.

Inoltre Niccolò Machiavelli affronta alcuni temi politici.

Parlando di armi l’autore mostrò l’inaffidabilità delle truppe mercenarie; egli sosteneva infatti che un principe dovesse circondarsi di soldati a lui fedeli e non di truppe disposte a cambiare fazione in base al solo vantaggio economico.

Machiavelli analizzò le qualità dell’uomo di governo e mostrò che, negli uomini di governo, un comportamento immorale garantiva spesso il successo politico.

Questo perché, secondo Machiavelli, l’uomo è egoista e inaffidabile; infatti i rapporti tra uomini sono basati solo su violenza e prevaricazione.

Per questo il Principe che vuole mantenere il potere deve essere risoluto e spietato, furbo e scaltro, capace di usare l’imbroglio se necessario, forte e deciso. Deve farsi temere dai sudditi, non farsi amare!

Dedica

Desiderando io adunque offerirmi alla Vostra Magnificenza con
qualche testimone della servitù mia verso di quella, non ho trovato, tra
la mia suppellettile, cosa, quale io abbia più cara, o tanto stimi, quanto
la cognizione delle azioni degli uomini grandi, imparata da me con una
lunga sperienza delle cose moderne, ed una continova lezione delle
antiche, la quale avendo io con gran diligenza lungamente escogitata
ed esaminata, ed ora in uno piccolo volume ridotta, mando alla
Magnificenza Vostra.
(Il Principe, Dedica)

Il Principe, capitolo 18

Pertanto, a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e
l’uomo.
Questa parte è suta insegnata a’ principi copertamente dagli antichi scrittori; li quali scrivono come Achille e molti altri di quelli principi antichi furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi.
Il che non vuole dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura; e l’una sanza l’altra non è durabile
Sendo, dunque, uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si defende da’ lupi.
Bisogna, adunque, essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a bigottire e’ lupi.
Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano.
Non può, pertanto, uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere.
E se gli uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perché sono tristi, e non la osservarebbono a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro.
Né mai a uno principe mancorono cagioni legittime di colorire la inosservanzia
Et hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime
uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose
per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso
necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla
fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla
religione. E però bisogna che elli abbi uno animo disposto
a volgersi secondo ch’e’ venti e le variazioni della fortuna li
comandono, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene,
potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato.

Il principe capitolo 25

Concludo, adunque, che, variando la fortuna, e stando gli uomini ne’ loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e, come discordano, infelici.
Io iudico bene questo: che sia meglio essere impetuoso che respettivo; perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla.
E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano; e però sempre, come donna, è amica de’
giovani, perché sono meno respettivi, più feroci e con più audacia la comandano.
(Il Principe, capitolo 25)

Pensiero e poetica di Machiavelli

Nicolò Machiavelli è uomo razionale che scrive con lucidità e competenza. Il suo è l’atteggiamento tipico dell’uomo nuovo, l’Umanista, l’uomo del Rinascimento.

Lui non scrive per sentito dire, lui analizza la realtà che conosce, di cui ha esperienza. Aver lavorato presso la Cancelleria fiorentina e le varie missioni diplomatiche gli hanno permesso di toccare con mano i meccanismi del potere.

 È quindi per l’esperienza fatta che l’autore formula una sua teoria dello stato e individua i criteri dell’azione politica. Al centro del pensiero di Niccolò Machiavelli è la convinzione che si debba partire dalla realtà dei fatti e non da modelli astratti, non da idee etiche e morali che non hanno niente a che fare con la realtà.

Per poter governare in modo efficace secondo l’autore bisogna quindi saper osservare la realtà.

Non serve guardare alla realtà pensando a ciò che si vorrebbe e non a quello che c’è.

Bisogna guardare alla realtà e fare i conti con essa. E Machiavelli sceglie di osservare come hanno agito i governanti per capire cosa funziona e come funziona. E ce lo racconta nel suo principe. L’autore non dà mai giudizi morali: non dice si deve fare così perché è giusto. Dice per mantenere il potere si agisce in questo modo, no perché sia giusto, ma solo perché funziona così.

L’approccio di Machiavelli dunque è pratico e realistico, senza tirare in ballo idee morali o religiose; lui racconta la politica come accade nella realtà.

L’atteggiamento di Machiavelli lo porta a fare della politica una scienza autonoma.

Ma Machiavelli non si limita ad osservare l’agire dei principi della sua epoca, ma studia anche la storia degli antichi romani per trovare anche lì regole e prassi della politica e del potere.

Machiavelli osserva il comportamento dell’uomo e considera la malvagità della natura umana. Dam momento che la natura umana è malvagia, chi governa dev’essere capace anche di compiere il male. Questo non toglie che il principe deve conoscere il bene e tenere il bene come obiettivo centrale del suo agire.

Ma se il Principe si limita ad agire aspirando al bene, egli otterrà solo la rovina del suo stato. E siccome il fine di ogni governo è la conservazione dello stato, il Principe deve agire per la stabilità dello stato, indipendentemente dal suo contenuto morale.

Sull’opera di Machiavelli si è detto molto. Il famoso detto “Il fine giustifica i mezzi” è stato ingiustamente attribuito a lui. La chiesa ha scomunicato questo autore e la sua opera e ha inserito il Principe nell’indice dei libri proibiti. Eppure quella stessa Chiesa che lo ha scomunicato ha agito infinte volte senza etica e senza morale, usando forza e astuzia per mantenere il potere e sottomettere per secoli le popolazioni. Sembra che abbia imparato molto bene le indicazioni di Niccolò Machiavelli.



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Arte nel Seicento

Caravaggio

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio è il maggior esponente dell’arte pittorica barocca.

L’arte nel Barocco

Caravaggio Biografia

Canestra di frutta

Bernini

Gianlorenzo Bernini figlio di Pietro Bernini, scultore, è lo scultore che meglio rappresenta lo spirito del Barocco.

Il David

Il ratto di Proserpina

Apollo e Dafne

Estasi di Santa Teresa

Piazza Navona Roma

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Dall’età comunale all’Umanesimo

Dal comune alla signoria

Alla fine del XIII secolo i comuni entrano in crisi e inizia una fase di instabilità politica.

Diventa così necessaria la figura di un forte potere personale che riesca a ridurre la tensione i conflitti intra comunali e inter comunali.

Questo signore, esponente delle famiglie più autorevoli dei vari comuni, assume il potere e limita la libertà delle altre famiglie e dei cittadini del comune.

In cambio garantisce stabilità di governo e crescita economica.

Le città più forti si espandono poi nel territorio comunale e si vengono a formare quindi gli stati regionali italiani.

L’avvento delle Signorie, con l’estensione territoriale dei Comuni più grandi, decreta la fine dell’autonomia di molti altri Comuni e porta alla sostituzione del principio politico della repubblica con quello della monarchia.

Dalla seconda metà del Trecento inoltre, i signori ottengono dal papà o dall’imperatore la legittimazione del loro potere.

Le signorie si trasformano così in Principati. Nel Principato il potere diventa ereditario e nascono dinastie di Governo.

Signorie sulla penisola italiana

Il Regno di Napoli vive un periodo di grande splendore sotto Roberto D’Angiò che governa dal 1309 al 1343. Alla sua morte iniziano scontri violenti.

Ricordiamo inoltre che siamo alla vigilia della grande peste con la quale culmina la grande crisi del Trecento.

Nel 1442 Alfonso V d’Aragona prende il controllo del Regno di Napoli e di Sicilia e riunifica i due regni sotto un’unica corona. Purtroppo il potere Regio è debole perché è limitato dai feudatari locali e dalla mancanza di una borghesia su cui potersi appoggiare.

Tra il Trecento e il Quattrocento l’Italia è attraversata da continui conflitti tra i diversi stati tra le diverse signorie. Ognuno cerca di imporsi sugli altri per espandere i propri domini.

All’inizio del quattrocento Venezia sconfigge i visconti di Milano e diventa la più grande e forte potenza dell’Italia del Nord.

Nel Ducato di Milano, alla morte senza eredi dell’ultimo esponente della famiglia Visconti, nel 1447, si apre un periodo di guerre che si conclude quando Francesco sforza si impadronisce del Ducato di Milano.

L’ascesa degli Sforza viene contrastata da Venezia ma appoggiata da Firenze. Questa situazione di tensione sfocia in una guerra che insanguina la penisola.

Nel 1453 l’impero Ottomano conquista Costantinopoli. La città, capitale dell’impero romano s’occidente e sede della chiesa ortodossa, finisce nelle mani la caduta della Roccaforte bizantina. (vedi video)

La minaccia ottomana e la situazione di tensione e di sangue che attraversava la penisola contribuirono a portare le signorie italiane a firmare la Pace di Lodi.

La pace di Lodi nel 1454

La Pace di Lodi del 1454 mise fine allo scontro tra Venezia e Milano e dà origine a un’alleanza militare, la lega Italica, tra gli stati della penisola. La rilevanza storica del trattato risiede nell’aver garantito all’Italia 40 anni di pace stabile favorendo di conseguenza lo sviluppo economico e la fioritura culturale e artistica del Rinascimento.

L’equilibrio garantito dalla Pace di Lodi si rompe nel 1494 quando il re di Francia Carlo VIII alleato del duca di Milano scende in Italia e si dirige verso sud per conquistare il Regno di Napoli.

Gli stati italiani riescono a cacciarlo e a farlo tornare in Francia.

Ma nel 1499 di nuovo le truppe del re di Francia Luigi XII invadono il Ducato di Milano e nel 1501 Francia e Spagna si accordano per dividersi il Regno di Napoli che viene conquistato.

La caduta del Ducato di Milano e del Regno di Napoli rompe gli equilibri politici. Scoppiano guerre tra gli stati italiani la Francia la Spagna e l’impero.

Nel 1516 la pace di Noyon sancisce la fine dell’Indipendenza degli stati italiani: il Regno di Napoli passa agli spagnoli e il Ducato di Milano ai francesi.

Umanesimo

L’Umanesimo è un movimento culturale che si afferma in Italia nel 1400, nel periodo in cui tutti i tentativi di creare uno Stato unitario nell’Italia centro-settentrionale erano falliti.

Il sud era unificato sotto il potere degli Aragona.

Al centro nord si erano consolidati invece cinque Stati regionali che avevano imposto a tutta la penisola una politica di equilibrio e di spartizione delle zone d’influenza: Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli.

L’Umanesimo nasce e si sviluppa in Italia perché qui, prima o più che altrove, esistevano le condizioni favorevoli alla nascita dei rapporti economici di tipo capitalistico.

Nei secoli XIV e XV l’Italia era uno dei paesi più progrediti del mondo.

Già nel XIII secolo le città italiane avevano difeso vittoriosamente, nella lotta contro l’impero tedesco, la propria indipendenza.

Verso la metà del XIII secolo in molte città-stato repubblicane era avvenuta l’emancipazione dei contadini dalla servitù della gleba, anche se a ciò non corrispondeva quasi mai un’equa distribuzione della terra.

La libertà conquistata dai contadini era più che altro “giuridica”, ma gli permetteva di trasformarsi in operai salariati. Vennero pertanto occupati o sfruttati:

  • nelle fabbriche di panno (opifici)
  • da artigiani arricchiti, i quali consegnavano loro la materia prima o semilavorata ricevendo in cambio il prodotto finito
  • dai maestri delle corporazioni, che spesso li costringevano a restare garzoni e apprendisti per sempre.
  • Dai mercanti, nelle manifatture, solo per produrre merci d’esportazione
  • da altri ricchi contadini neo-proprietari
  • dagli stessi feudatari di prima che ora li sfruttano con altri metodi.

Indipendentemente dalle situazioni i contadini venivano occupati con lavori pesanti, gli venivano offerti salari molto bassi, orari molto pesanti, mansioni parcellizzate, pochissimi diritti e stretta sorveglianza sul luogo di lavoro.

Molte furono le rivolte nei contadini italiani e tutte furono represse nel sangue. Anche questi fenomeni contribuirono all’istituzione di signorie e principati, cioè di governi centralizzati e autoritari.

La formazione delle Signorie contribuisce allo sviluppo dell’Umanesimo. Gli elementi che caratterizzano le signorie sono:

  • organismi territoriali molto estesi
  • organismi dotati di un complesso apparato burocratico-amministrativo e diplomatico
  • corti culturali e politiche che richiedono personale qualificato

Le Università tradizionali, ancorate ai programmi dell’enciclopedismo scolastico-aristotelico, non sono in grado di fornire il personale di cui le moderne Signorie hanno bisogno. Per questo motivo nascono nuove scuole private e accademie presso le corti.

Possiamo dire che i risultati più significativi e duraturi l’Italia li ottenne non sul terreno economico e politico, ma su quello culturale, con la nascita dell’Umanesimo prima e delle arti rinascimentali dopo.

Effetti della caduta di Costantinopoli

Costantinopoli, capitale dell’impero romano d’Oriente, è sopravvissuta più di 1000 anni all’Impero Romano d’Occidente con capitale Roma.

Tuttavia la città già dal XIII secolo era assediata dai turchi e i suoi territori erano stati depredati nel corso dei secoli XII e XIV.

Effetti culturali

L’avvicinarsi dei Turchi e il progressivo pericolo in cui si trova Costantinopoli sono fattori che contribuiscono alla nascita dell’Umanesimo.

A Costantinopoli si era coltivata la tradizione greco-latina mentre in Europa occidentale durante il medioevo la cultura occidentale aveva perso parte delle sue radici greche.

In Europa orientale si conosceva ancora il greco e si studiavano ancora gli antichi testi.

In Europa occidentale si era a conoscenza dei testi greci solo attraverso le traduzioni latine che erano ovviamente meno ricche dei codici originali.

Nel corso del Quattrocento gli studiosi bizantini lasciano le proprie città per paura dei Turchi e si trasferiscono in Europa; la meta scelta però è quasi sempre l’Italia, terra facilmente raggiungibile grazie alla sua collocazione geografica.

La maggior parte degli studiosi bizantini sono ecclesiastici e quasi tutti ortodossi.

Si ricorda che la chiesa cristiana si divide nel 1054 con lo Scisma d’Oriente, per il quale avvenne il definitivo distacco della Chiesa d’Oriente dalla Chiesa d’Occidente. Alla base di questo scisma c’erano divergenze di carattere religioso e teologico. Da quel momento la Chiesa d’Oriente assunse il nome di ortodossa, lasciando intendere la propria fedeltà alla dottrina della Chiesa antica, mentre la Chiesa di Roma si definì cattolica, cioè universale. La riconciliazione è avvenuta solo nel 1965.

Gli ecclesiasti furono accolti in Italia perché, pur essendo ortodossi erano pur sempre legati al cristianesimo e erano in fuga da un’altra religione: l’Islam.

In quegli anni molti intellettuali partecipano ai concili per cercare di trovare delle soluzioni comuni che portassero ad una riconciliazione tra le due Chiese (che però non verrà trovata).

Questi ecclesiastici si trasferiscono in Italia con i propri libri e le proprie conoscenze, consapevoli che probabilmente non potranno più tornare in patria.

Restano quindi in Italia e diffondono la cultura antica con i miti di Platone e i testi di Aristotele di cui in Occidente circolavano delle traduzioni latine incomplete.

Questi studiosi bizantini insegnano il greco agli italiani e portano i manoscritti dei testi originali. Voltaire, nel Settecento affermerà che le belle lettere sono scappate da Costantinopoli per andare in Italia.

Per questo si sostiene che l’assedio di Costantinopoli è all’origine dell’Umanesimo e del Rinascimento, momento in cui avviene la rinascita degli studi classici nell’Europa.

Assedio di Costantinopoli – Chronique de Charles VII by Jean Chartier

Effetti economici

La caduta di Costantinopoli provoca, oltre al fortissimo impatto culturale, un impatto economico abbastanza forte.

Una delle linee di commercio con l’oriente, essenziale per l’Europa, passa attraverso i porti del Medioriente controllati dall’impero bizantino.

Man mano che i turchi ottomani musulmani occupano quelle terre, diventa necessario commerciare con i turchi per avere quelle stesse merci (pepe nero, coriandolo, chiodi di garofano, senape, anice e cannella).

Quando Costantinopoli cade, non ci sono più porti sui cui far sbarcare le merci orientali che non siano degli ottomani.  All’inizio dell’età moderna il Mediterraneo è ancora il centro dell’economia Europea; è da lì che passano i grandi commerci gestiti da Venezia e dai porti del Medio Oriente.

Dal punto di vista geopolitico quando i turchi conquistano Costantinopoli e l’impero Ottomano occupano quindi i Balcani, la penisola anatolica, il Medio Oriente, tutto il Nord Africa.

È chiaro che Mediterraneo si è affacciata una potenza geopolitica fortissima di cui non si può non tenere conto.

Caratteristiche della cultura umanistica

Con la riscoperta del mondo classico greco-latino si riprende lo studio delle lingue classiche, si ricercano antichi testi da interpretare in maniera filologica, erudita, razionale e critica.

I testi degli antichi vengono analizzati attraverso il confronto fra i vari codici. La preoccupazione è quella di ristabilire l’esatto testo degli autori antichi e di non considerare più i testi che erano stati tradotti e modificati nel corso del medioevo. Si affronta lo studio dei testi latini con un approccio di tipo filologico.

La parola filologia è composta dai termini φίλος, phìlos, “amante, amico” e λόγος, lògos, “parola, discorso”. Designa un insieme di discipline che studia testi varia natura – letterari, storici, politologici, economici, giuridici – al fine di ricostruire la loro forma originaria. La ricostruzione viene svolta attraverso l’analisi critica e comparativa delle fonti, dei diversi codici che sono pervenuti. Le metodologie di indagine sono diverse e si pongono l’obiettivo di dare la forma o l’interpretazione che sia il più possibile vicina all’originale.

La parola Umanista designa non solo lo studioso di retorica e di grammatica, ma il soggetto di “nuova umanità”, che studia poesia, retorica, etica e politica (cioè, per dirla con il latino humanae litterae) in modo nuovo.

Innanzitutto non farà più riferimento alla teologia scolastica perché lo studioso non è soggetto a una tradizionale autorità, ma essendo capace di autonomia critica e di senso storico, dovuto alla sua altissima cultura si approccerà in maniera autonoma ai testi antichi.

L’umanista affronta i classici e imita, stilisticamente, Cicerone nella prosa, Virgilio nell’epica, Orazio nella lirica.

L’umanista cerca:

  • di riproporre le tematiche affrontate dagli antichi,
  • di imitare gli antichi nelle loro virtù morali e politiche, nel loro razionalismo e naturalismo.

Al contrario nel Medioevo gli studiosi si erano preoccupato di piegare il pensiero degli antichi alle esigenze della religione cristiana.

Falsa donnazione di Costantino

Chi sono gli umanisti?

Sono intellettuali al servizio di una corte signorile, sono ricercatori eruditi e collezionisti di codici antichi.

Affrontano lo studio dei testi antichi, in maniera filologica, al fine di stabilirne l’autenticità, la provenienza, la storicità.

Ad esempio l’umanista Lorenzo Valla dimostrò che la Donazione di Costantino è un falso medievale dell’VIII sec. elaborato per giustificare le pretese temporali del papato.

L’Umanesimo

  • riscopre il valore dell’autonomia creativa dell’uomo,
  • supera i concetti tradizionali di autorità, rivelazione, dogma, ascetismo, teologia sistematica, tradizione ponendo come prioritaria la necessità di una riflessione personale, critica,
  • rompe l’unità enciclopedica medievale,
  • avvia il processo di autonomia delle singole discipline,
  • permette all’uomo di conoscere e dominare le leggi della natura e della storia.

La riscoperta dell’autonomia della natura, con le sue leggi specifiche, porta allo sviluppo delle scienze esatte e applicate.

Ad esempio il grande Leonardo da Vinci traduce in scienza applicata le sue intuizioni nel campo dell’ottica, della meccanica, della fisica in generale.

Architetti e ingegneri passano dalla progettazione di singoli edifici a quella di intere città. Geografi e cartografi saranno di grandissimo aiuto ai navigatori e agli esploratori dei nuovi mondi. Si inventeranno nuovi strumenti per la navigazione come la bussola e le carte geografiche.

Grande sviluppo hanno la medicina, la botanica, l’astronomia, la matematica, le costruzioni navali.

La borghesia mercantile e imprenditoriale ha bisogno dello sviluppo delle scienze basate sull’esperienza e sul calcolo, indispensabili alla produzione e al commercio dei beni di consumo.

Video di approfondimento

Domande

  1. Perché i comuni entrano in crisi?
  2. Come avviene il passaggio alla signoria?
  3. Perché fra Trecento e Quattrocento ci sono continui conflitti?
  4. Che cosa stabilisce la Pace di Lodi?
  5. Quali sono le conseguenze?
  6. Chi sono Carlo VIII e Luigi XII? Che cosa vogliono?
  7. Che cosa stabilisce la pace di Noyon?
  8. Quali sono gli effetti culturali della caduta di Costantinopoli?
  9. Quali sono gli effetti economici?
  10. Cosa si intende per Umanesimo?
  11. Chi sono gli umanisti?
  12. Per quale motivo nel corso del Quattrocento si comincia ad approcciarsi con metodo filologico allo studio dei classici?

Fonti

  • http://www.homolaicus.com/storia/moderna/umanesimo_rinascimento/umanesimo.htm
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Assedio_di_Costantinopoli_(1453)
  • http://www.giustiniani.info/costantinopoli.html
  • https://www.youtube.com/watch?v=JSkP763GhGc
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Neocolonialismo

Contributo della prof.ssa Paola Locatin

Significato del termine

Per neocolonialismo si intende un nuovo tipo di colonialismo che è in atto ancora oggi e che porta avanti, in parte, la logica del vecchio colonialismo otto/novecentesco.

I paesi che erasno stati colonizzatori, continuano ad esercitare una forte influenza politica ed economica sulle ex colonie.

Si tratta di un controllo che utilizza strumenti economici e culturali e che va a tutto vantaggio dei paesi ex colonizzatori e non sicuramente a vantaggio dei paesi colonizzati.

Si tratta dunque di un colonialismo “informale” rispetto a quello “formale” che lo ha preceduto, ma non per questo è meno incisivo.

Dopo la seconda guerra mondiale, il colonialismo ha avuto una fase di crisi negli aspetti giuridico-politici ed ha subito una trasformazione:

  • si è adeguato ai nuovi tempi,
  • si è nascosto dietro una falsa disponibilità all’aiuto e al sostegno,
  • ha millantato uan disponibilità alla collaborazione.

Ne secondo dopoguerra gli stati europei hanno intuito che la dominazione politica non era più così vantaggiosa. Era decisamente più redditizio gettare le basi per solidi legami finanziari ed economici.

E così i poteri del Nord del mondo europei si organizzarono per trasferire i poteri di governo a organizzazione elitarie locali.

Un esempio tipico è costituito dalla Gran Bretagna.

Le strutture commerciali e finanziarie che essa sviluppò con le sue colonie durante il dopoguerra furono finalizzate a risanare il suo indebitamento con il dollaro e costituirono la base per i rapporti economici e politici futuri.

Il termine “neocolonialismo” cominciò ad essere usato in maniera diffusa nel secondo dopoguerra, sia nel linguaggio politico sia in quello degli economisti. Con questo termine si definivano le forme di “scambio ineguale”.

Cosa si intende con questa espressione?

I paesi più sviluppati creano una dipendenza sui paesi stati che erano stati loro possedimenti territoriali di tipo:

  • politico,
  • sociale,
  • culturale,
  • economico.

Questo accadde soprattutto in Asia e in Africa.

Kwame Nkrumah

Kwame Nkrumah , il Ghana, la bandiera ghanese, un francobollo in suo onore – Fonte Wikipedia

Kwame Nkrumah (1909 – 1972), fu leader indipendentista e successivamente divenne il primo presidente del Ghana (dal 1960 al 1966).

Operò per condurre il suo paese all’indipendenza. Egli utilizzò il termine “neocolonialismo” nel preambolo della Carta dell’ Organizzazione dell’Unità africana . Si tratta sdi un’organizzazione internazionale che accomunava le nazioni africane. Era stata fondata il 25 maggio 1963.

Lo stesso Nkrumah intitolò il suo libro uscito nel 1965 “Neo-Colonialism, the Last Stage of Imperialism”. (vedi L’Unione Africana: nascita e crescita della cooperazione).

Nkrumah indicò alcuni punti principali i questo nuovo colonialismo successivo all’indipendenza:

  • unione doganale e monetaria tra paese ex colonizzatore e ex colonia;
  • mercati comuni,
  • costruzione e costituzione di basi militari e forniture belliche con lo scopo di istituire regimi conservatori, spesso tramite lo strumento del colpo di stato e dell’assassinio politico.

Una delle principali vittime del sistema di dipendenza neo coloniale è il continente africano, influenzato in passato soprattutto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ed oggi sottoposto ad una crescente penetrazione economica da parte della Repubblica popolare cinese.

I critici del neocolonialismo sostengono che gli investimenti delle aziende multinazionali (cioè quelle aziende che realizzano una o più attività in almeno due diversi stati del mondo) non arricchiscono i paesi “sottosviluppati” ma anzi provocano danni a livello umanitario, ambientale ed ecologico alla popolazione locale. Inoltre affermano che questo si traduce in un continuo sviluppo non sostenibile.

Questi paesi rimangono serbatoi di manodopera a basso costo e di materie prime, e allo stesso tempo gli vengono negati gli accessi ad avanzate e nuove tecniche di produzione in grado di sviluppare una loro economia. Tutto ciò ha come conseguenze l’aumento della disoccupazione, la povertà e il calo del reddito pro-capite.

Nelle nazioni dell’Africa occidentale come la Guinea, il Senegal, la Mauritania, la pesca era storicamente al centro dell’economia di questi paesi. Agli inizi del 1979, l’Unione Europea iniziò la negoziazione con i governi dei paesi africani per affidare la pesca al largo delle coste dell’Africa occidentale ad aziende europee. Ciò ha causato un aumento della pesca in quei territori da parte di paesi stranieri, che ha portato un tasso maggiore di disoccupazione e di migrazione in tutta la regione.

Il continente africano è senza dubbio una delle vittime più sfruttate da parte delle multinazionali provenienti da tutto il mondo. Dal 2006 al 2012 si sono accaparrate circa 35 milioni di ettari sottratti per lo più ai coltivatori minori, pratica che viene definita come land grabbing. La multinazionali in molti casi non pagano tasse ai governi dei paesi africani.

La Cina in Africa: opportunità di sviluppo o neocolonialismo?

Afrofocus 2013

«L’Africa deve sbarazzarsi della sua visione romantica della Cina e considerare Pechino come un soggetto capace di comportamenti assimilabili ai vecchi sistemi coloniali». L’invito all’affrancamento è stato lanciato da Lamido Sanusi, governatore della Banca centrale di Nigeria, in un articolo pubblicato lunedì scorso sul sito del Financial Times. Facendosi portavoce dei sentimenti di un numero crescente di opinion leader del continente, Sanusi ha messo in guardia l’Africa.

Secondo il banchiere nativo di Kano (Nigeria), il continente sta spalancando le sue porte a nuove forme di imperialismo. «La Cina prende da noi beni primari e ci rivende prodotti manifatturieri. Questa è l’essenza del colonialismo», ha dichiarato Sanusi all’autorevole quotidiano finanziario britannico.

La Cina, precisa Sanusi, «ormai non è più un’economia sorella del mondo sottosviluppato», ma «la seconda economia più forte del mondo, un gigante capace di esprimere le stesse forme di sfruttamento dell’Occidente».

E rincara la dose, concludendo che «Pechino è uno dei maggiori artefici del sottosviluppo del continente, per questo i paesi africani devono contrastare queste pratiche commerciali ‘predatorie’, come i sussidi e le politiche monetarie manipolative, che procurano alle esportazioni cinesi grandi vantaggi. Al contrario, il continente africano deve rispondere costruendo infrastrutture e favorendo l’istruzione».

Nel 2012 gli scambi commerciali tra Cina e Africa hanno raggiunto i 200 miliardi di dollari, un volume venti volte maggiore rispetto al 2000, anno in cui il governo cinese ha formalmente istituito il Forum on China-Africa Cooperation (Focac), un organismo sovranazionale creato per riunire i leader politici di entrambe le parti.

Alla luce di questo dato, le dichiarazioni del numero uno della Banca centrale nigeriana dovrebbero essere considerate in un’ottica che valuti come Pechino abbia progressivamente elaborato una strategia onnicomprensiva nei confronti del continente africano. Ponendosi sia sotto il profilo economico sia sotto quello politico sullo stesso piano delle potenze occidentali, che hanno rapporti consolidati con i paesi africani da tempi ben più remoti.

I reali interessi cinesi in Africa sono stati e, continuano ad essere, al centro di numerosi accesi dibattiti accademici e politici. Specialisti di numerose discipline prestano sempre maggiore attenzione agli effetti dell’espansione cinese nel continente nero e molti di essi concordano nell’individuare principalmente tre aree di interesse, che agiscono come “leve motivazionali” della politica cinese in Africa.

Esse fanno essenzialmente riferimento all’acquisizione di materie prime, alla ricerca di nuovi mercati e al supporto africano nelle istituzioni internazionali. Si tratta quindi di motivazioni di tipo economico e politico. Le prime sono senza dubbio più rilevanti e per comprenderle è necessario considerare l’elevata crescita economica registrata negli ultimi anni dal Dragone asiatico.

Una crescita costante e sostenuta che ha consentito alla Repubblica popolare di entrare nel terzo millennio come il paese a maggior crescita economica a livello mondiale (accumulando, a partire dal 1980, incrementi annuali di circa il 9%) grazie ad una molteplicità di fattori, tra cui un notevole aumento della produzione industriale.

Proprio la straordinaria crescita del settore industriale ha fatto sì che, dal 1993 ad oggi, la Cina sia diventata il primo importatore netto di petrolio al mondo, scalzando dalla prima posizione gli Stati Uniti lo scorso dicembre, con la conseguenza la percentuale odierna di energia richiesta dal gigante asiatico sia superiore al 15% della domanda aggregata globale.

Nell’orientare la politica estera è quindi diventato fondamentale, per il governo di Pechino, l’obiettivo del mantenimento della sicurezza energetica. Per accaparrarsi riserve sicure e stabili di energia, la Cina si è impegnata in campo politico-diplomatico ed ha incoraggiato l’utilizzo di capitali statali e privati per investimenti in paesi esteri dove, da una parte, poter sviluppare l’industria estrattiva e, dall’altra, costruire le infrastrutture necessarie per portare queste risorse in patria o sul mercato.

Le risorse energetiche africane sono abbondanti, relativamente poco sfruttate e, in quanto collocate di frequente in contesti di forte instabilità politica, spesso soggette ad una debole concorrenza internazionale. Sulla base di questi due fattori, il continente nero rappresenta quindi un bacino ideale per il rifornimento stabile e certo di risorse energetiche. Oggi infatti la Cina riceve dall’Africa più del 30% del suo intero volume di importazione di greggio e, accanto ad esso, grandi quantità di rame, uranio, coltan, oro, argento, nichel, platino e legname.

L’approccio cinese all’Africa è dunque ispirato più dai bisogni interni che da una visione politica globale. La sua attenzione verso il continente africano è interamente riconducibile alla necessità di assicurare un ambiente favorevole allo sviluppo interno, sia in termini di risorse che di nuovi sbocchi commerciali.

Elemento fondante del partenariato cino-africano è il pragmatismo economico: nessuna condizione politica ma solo contratti da firmare. Attraverso la lente della “non ingerenza”, dittature o democrazie sono identiche agli occhi di Pechino. L’unica condizione che il governo cinese impone è il rispetto del principio della cosiddetta one-China policy, attraverso cui riconosce particolare attenzione agli Stati che hanno rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan, per supportare la causa della riunificazione cinese.

Una clausola alla quale ha ormai aderito quasi tutto il continente, visto che Pechino mantiene rapporti diplomatici ufficiali con cinquanta Stati africani su cinquantaquattro. E l’ex Celeste Impero ripaga a suon di dollari la fedeltà africana.

E’ con la forza dei suoi investimenti che la potenza asiatica raccoglie oggi un consenso diffuso in molti strati della società africana e tra le élite politiche, verso le quali il fiume di denaro cinese vale più di ogni altra argomentazione.

Oltre ad accordare varie forme di aiuto economico, sfrutta le materie prime africane e, in cambio, provvede alla costruzione di infrastrutture a titolo anche di assistenza, rilascia borse di studio agli studenti africani per andare a studiare in Cina, offre degli aiuti materiali e tecnici, azzera le tasse dei paesi più poveri.

Secondo Pechino, tale sistema è alla base di un rapporto paritario e di mutuo interesse tra due economie complementari, nel quale entrambi i partner guadagnano e che, non a caso, gli africani francofoni chiamano gagnant-gagnant (accordo commerciale da cui entrambi i partecipanti traggono beneficio relativamente equanime).

Detto sistema, però, non tiene conto di certi criteri internazionali in materia di investimento e di diritti umani, suscitando non poche inquietudini in Occidente. Inoltre, l’Africa deve prestare molta attenzione al rischio di affogare sotto l’eccezionale flusso di finanziamenti.

Per questo dovrebbe adottare una strategia comune di sviluppo continentale, cogliendo l’opportunità cinese e intraprendendo, allo stesso tempo, una via autonoma di sviluppo, senza sfruttare la corsa alle proprie risorse semplicemente per aumentare le quotazioni delle proprie materie prime.

Un simile approccio condannerebbe, ancora una volta, l’Africa alla logica del continente in vendita. Quello di cui ha invece bisogno è una strategia unitaria, la capacità di relazionarsi e di agire come un attore unico per diventare protagonista del suo futuro.

L’Unione Africana: nascita e crescita della cooperazione

Da Lo Spiegone

Lo Spiegone nasce a Roma nel 2016 dall’idea di un gruppo di studentesse e studenti universitari che ora ne compongono la redazione centrale. Il progetto è stato creato partendo dal fatto che spesso nell’informazione i fatti vengono riportati asetticamente, trascurando la voglia dei lettori di approfondire le cause e gli scenari che si aprono per il futuro. L’obiettivo del progetto è quindi quello di fornire strumenti utili ad avere una migliore comprensione dei temi al centro dell’attualità internazionale, comunicando in maniera semplice e diretta le informazioni necessarie per approfondire le notizie e formare così la propria opinione.

L’11 luglio 2000 a Lomé, in Togo, viene firmato da 53 stati l’Atto Costitutivo dell’Unione Africana (AU) che va a sostituire l’ormai obsoleta Organizzazione dell’Unità Africana (OAU) fondata nel 1963.

Alla fine degli anni Sessanta, Kwame Nkrumah era una delle voci più di spicco nell’intero continente: era stato il liberatore del Ghana, che aveva ottenuto l’indipendenza il 6 marzo 1957, e ora si faceva promotore di quelli che lui chiamava gli ”Stati Uniti d’Africa”. L’organizzazione, secondo l’opinione del Dr. Nkrumah, doveva essere composta da tutti gli Stati che avevano già ottenuto l’indipendenza e doveva puntare ”all’emancipazione di tutti i territori africani”. Allo stesso tempo, il suo progetto ambiva a rendere la voce del continente più risonante nelle situazioni di confronto e collaborazione con le altre organizzazioni sovranazionali. Nacque così, il 25 maggio 1963, ad Addis Abeba, in Etiopia, l’Organizzazione dell’Unità Africana (AUO), composta inizialmente da 32 Stati, che andranno ad aumentare fino a raggiungere i 53 Stati firmatari con l’entrata del Sud Africa nel 1994; non era quello che aveva in mente Nkrumah, ma era già qualcosa.

L’Organizzazione dell’Unità Africana aveva riportato i suoi principi, la sua struttura e i suoi obiettivi nella Carta firmata lo stesso 25 maggio. La Carta dichiarava che, con la consapevolezza del fatto che ogni uomo deve poter decidere del proprio destino, intende ”salvaguardare e consolidare” la sovranità e l’integrità territoriale degli stati africani e promuovere la comprensione e la collaborazione tra questi. In più si richiamava la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Carta delle Nazioni Unite, affermando che sarebbe stato obiettivo dell’OAU incentivare la cooperazione internazionale osservandone le regole.
Per quanto riguarda la sua struttura, l’organizzazione era composta da quattro istituzioni: l’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo, il Consiglio dei Ministri, il Segretariato Generale e la Commissione di Mediazione, Conciliazione e Arbitrato.

Nel corso del tempo la collaborazione degli Stati africani si è rafforzata, tramite la creazione della Comunità Economica Africana, nel 1991, che sta portando avanti ambiziosi progetti riguardanti la volontà di realizzare un mercato unico monetario, creando zone di libero scambio e unione doganale, per poi creare una banca centrale e, infine, adottare una moneta unica (prevede di introdurre l’Afro entro il 2028).

A ridosso del nuovo millennio però, l’OAU iniziò a rivelarsi inadeguata per la risoluzione delle questioni che si affacciavano nel nuovo panorama mondiale: secondo i rappresentati dell’organizzazione, l’apparato decisionale risultava debole e la mancanza di un esercito africano le impediva di intervenire in situazioni di conflitto nel continente.

L’11 luglio 2000 è stata dunque istituita la nuova Unione Africana (AU) che andava a sostituire all’Organizzazione dell’Unità Africana (OAU)

Gli obiettivi portati avanti dall’Unione Africana sono pressoché identici a quelli già fissati dall’Organizzazione dell’Unità Africana: libertà e autodeterminazione dei popoli, tutela dei diritti umani e convivenza pacifica degli Stati del continente sono i punti saldi del loro operato.

Ed è proprio seguendo la via dettata da tali princìpi che nel 2002 si è provveduto alla creazione del Consiglio di Pace e Sicurezza, che si adopera per la prevenzione dei conflitti, come organo di peace-making e peace-building e con aiuti per la ricostruzione dopo un conflitto.

In più l’Unione, per adempiere alle richieste scaturite durante il dibattito del periodo del passaggio dall’OAU all’AU, si è dotato della cosiddettaForza Africana Permanente: essa si compone di contingenti militari, civili e di polizia, ed oltre ad avere funzioni simili a quelle del Consiglio di Pace e Sicurezza, ha anche la possibilità di intervenire militarmente per la risoluzione dei conflitti armati che avvengono tra gli stati membri dell’AU negli scenari di particolare gravità come crimini di guerra, genocidi e crimini contro l’umanità.

In un momento critico per un’altra organizzazione,, l’Unione Europea, che è afflitta dalla presenza di forze anti europeiste diffuse e da cui la Gran Bretagna ha da poco deciso di uscire, l’Unione Africana ha risposto con l’entrata del Sudan nel 2011, così da raggiungere i 54 stati membri (nel 1984 il Marocco aveva lasciato l’OAU a causa dei dissidi riguardanti il caso del Sahara Occidentale e non era entrato poi a fare parte dell’Unione) e soprattutto con l’intento di istituire un passapaorto africano che verrà distribuito entro la fine del 2020.

IL GHANA

da Dire. Agenzia di stampa nazionale

Il presidente ghanese Nana Akufo-Addo ha dichiarato il 2019 “L’anno del ritorno”, invitando tutti gli afrocamericani di origine ghanese a fare ritorno in Africa

1 agosto 2109

ROMA – In Ghana, a partire da oggi e per tutto agosto, si celebra una ricorrenza particolare che coinvolge anche il resto del continente africano: i 400 anni dalla partenza delle prime navi cariche di uomini e donne che i commercianti di schiavi europei trasportarono negli Stati Uniti, avviando un traffico tanto lucroso quanto drammatico per l’impatto che avrebbe avuto su queste popolazioni.

L’emittente ‘Bbc’ riporta la storia di Sicley Williams, origini ghanesi ma nata a Chicago e residente ad Atlanta, dove lavorava dopo gli studi superiori conseguiti a Londra. Williams nel 2017 ha deciso di lasciare il lavoro e la sua citta’ natale per trasferirsi col marito ad Accra, dove oggi lavora come insegnante di yoga nella spa da lei aperta. Cosi’ Williams e’ divenuta ambasciatrice della diaspora ghanese nel mondo, avendo accolto in anticipo l’invito che Akufo-Addo avrebbe lanciato di li’ a qualche tempo.

A gennaio, la donna ha spiegato cosi’ la sua decisione: “Il clima degli Stati Uniti era diventato troppo pesante. Il razzismo è forte”. Dopo aver visitato vari Paesi dell’Africa occidentale, Williams ha deciso di tornare in Ghana: “ È bello vivere in un posto dove ti senti piÙ accettata e libera di essere e comportarti come sei realmente”.

Secondo Williams, “sull’Africa in generale, e quindi anche sul Ghana, i media riportano solo notizie negative. Ma grazie alla campagna ‘L’anno del ritorno’, a cui danno voce i social media, si possono incoraggiare i viaggi di ritorno o il turismo, e quindi favorire una vita migliore per il Ghana”.

Nancy Pelosi, la presidente della Camera degli Stati Uniti, si è recata ieri ad Accra per partecipare alla cerimonia commemorativa dei 400 anni dall’inizio della schiavitu’. Un’occasione per visitare anche un campo di raccolta delle persone che venivano catturate per poi essere vendute come schiave. Incontrando Akufo-Addo, Pelosi ha dichiarato che vedere quel campo è stata “un’esperienza che mi ha cambiato la vita”.

Una porta sormontata da un arco che si affaccia sull’Oceano Atlantico in fondo al grande cortile del Castello di Cape Coast in Ghana. È la “Porta del non ritorno”; da qui salpavano le navi che trasportavano migliaia di africani verso le piantagioni americane. Da qui e da luoghi simili – se ne contano almeno trenta – 24 milioni di uomini videro per l’ultima volta il loro continente, la terra natia. Un viaggio di sola andata verso la schiavitù. Il Castello di Cape Coast fu costruito nei primi anni del 1600 come sede della Compagnia delle Indie e più tardi fu ampliato per diventare una delle “prigioni” utilizzate nella tratta atlantica degli schiavi africani, sulla Costa d’ Or, tristemente nota come Costa degli Schiavi.

Oggi è un luogo della memoria, ospita il Museo storico dell’Africa occidentale. Nel 1979 è stato dichiarato patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Nel 2019 ricorre il 400° anniversario da quando salparono le prime navi e il Ghana, che fu uno dei principali paesi di partenza per la tratta degli schiavi tra il XV e il XVIII secolo, ha organizzato una serie di eventi per commemorare l’arrivo del primo bastimento in Virginia e istituito l’ “Anno del ritorno” invitando i discendenti a rivedere la propria terra d’origine.

Quando esce dalla fortezza di Cape Coast, Roxanne Caleb, una dei tanti afroamericani che hanno raccolto l’invito, ha gli occhi gonfi di pianto: “Non riesco ancora a immaginare un essere umano che tratta un altro come un topo”. Per Sampson Nii Addy, ufficiale della prigione di polizia di Montgomery in Alabama, questa visita con la sua famiglia è stata “educativa”. “Penso che tutte le persone di colore dovrebbero venire qui per conoscere la storia e imparare da essa”, dice. Il Ghana, una delle democrazie più stabili del continente africano, sta cercando di incoraggiare gli afroamericani a scoprire le loro origini nella speranza che qualcuno decida di stabilirsi definitivamente. Nel 2009, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva visitato il Cape Coast Fort con tutta la sua famiglia, descrivendo il posto come un luogo di “profonda tristezza”.

Il Ghana, stretto nel golfo di Guinea fra Costa d’Avorio, Togo e Burkina Faso, è da tempo uno dei paesi più sicuri dell’Africa occidentale, ma ha dovuto aspettare qualche tempo per beneficiare di una crescita all’altezza delle aspettative create dalla stabilità politica. Una prima espansione è avvenuta fra gli anni Novanta e Duemila grazie alla scoperta di ricchi giacimenti di petrolio: fra 2005 e 2013 il PIL è diventato cinque volte più grande, passando da 10 a 47 miliardi di dollari, per poi contrarsi a causa del crollo del prezzo del petrolio. Oggi le cose vanno meglio, soprattutto grazie alla ripresa del petrolio, ma è arrivata la parte difficile.

«Dopo il primo boom, un’espansione eccessiva della spesa pubblica e le scadenze di alcuni prestiti hanno portato il paese a un buco notevole al momento del crollo dei prezzi del petrolio», ha scritto il New York Times. L’obiettivo delle istituzioni ghanesi è impedire che succeda di nuovo, diversificando gli investimenti per evitare di essere troppo dipendenti dal petrolio, come già stanno facendo da anni le monarchie del Golfo. Qualcosa si sta muovendo, per esempio nel settore dell’agricoltura.

La Banca Mondiale, la principale organizzazione che si occupa di lotta alla povertà, ha stimato che il settore agricolo del Ghana «ha il potenziale per guidare un’economia sempre più diversificata». Un settore in continua espansione è quello del cacao, che cresce molto bene nel fertile entroterra del paese. La Niche Cocoa, una grossa azienda che processa il cacao per produrre burro e cioccolato, negli ultimi due anni ha raddoppiato la capacità produttiva del suo stabilimento alla periferia di Accra, la capitale del paese, quest’anno assumerà un centinaio di dipendenti e ha già esaurito gli ordini che può evadere entro il 2018.

Per ottenere la cosiddetta “stabilizzazione economica” invocata dagli economisti, però, il Ghana dovrebbe fare molto di più. La dipendenza da pochi settori economici, che oltretutto creano lavoro poco qualificato e sono dipendenti dalle fluttuazioni del mercato globale, è ancora molto forte. Nonostante il tasso di disoccupazione sia bassissimo, intorno al 6 per cento, lo stipendio medio è di circa 93 euro e un occupato su cinque vive in contesti di povertà. La Banca Mondiale suggerisce ad esempio di concentrarsi sulla tecnologia applicata all’agricoltura, sia per formare una classe di lavoratori più qualificati – cosa che a sua volta rafforzerebbe lo sviluppo della classe media, attivando un circolo virtuoso – sia per combattere gli effetti del cambiamento climatico.

Nel suo più recente discorso sullo stato del paese, il presidente Nana Akufo-Addo ha definito il settore agricolo «la spina dorsale» dello sviluppo economico del Ghana, e ha predetto che spingerà il paese verso una progressiva industrializzazione

Espresso on line

Benvenuti in Ghana, simbolo dell’Africa che non ti aspetti

Pace, democrazia, un’economia che cresce in fretta e la maggioranza cristiana che convive fianco a fianco con la minoranza islamica 
e con quella animista. Nel paese non mancano certo i problemi, ma dopo anni difficili è tornata la speranza

di Francesca Giommi –

Oggi il Ghana è la seconda economia dell’Africa occidentale, soprattutto grazie alle esportazioni, e la Borsa di Accra inanella record (a gennaio ha fatto un più 19 per cento).

Non male per un Paese che negli anni Ottanta era paralizzato dalla fame dopo una serie di golpe militari, mentre oggi sembra un modello di pacifica democrazia, con libere elezioni che si susseguono dal 1992 fornendo una salutare alternanza tra i due partiti maggioritari, il New Patriotic Party (Npp, di centrodestra) e il National Democratic Congress (Ndc, socialdemocratico). Alle ultime presidenziali – che si sono svolte in tutta regolarità un anno e mezzo fa – ha vinto Nana Akufo-Addo, vecchio leone del Npp e già ministro degli Esteri. È stato lui quindi a guidare i festeggiamenti per i sessant’anni d’indipendenza dalla Gran Bretagna, trionfalmente celebrati in tutto il Paese con orgoglio e senso di appartenenza: il Ghana è stato il primo Stato africano a ottenerla, il 6 marzo del 1957; gli altri sono arrivati dopo.

Anche le questioni religiose – che altrove, in Africa, sono al centro di conflitti feroci – qui non portano a scontri da molto tempo: la maggioranza cristiana (più di due terzi della popolazione) convive fianco a fianco con la minoranza islamica (circa il 17-18 per cento) e con quella animista (5 per cento). Ultimamente la discussione più accanita, per capirci, è stata quella per il rumore che fanno i muezzin quando chiamano a raccolta i fedeli alla moschea. Il governo ha suggerito agli imam di passare alla tecnologia, sostituendo il megafono con una convocazione via WhatsApp. Il capo della moschea di Fadama ha replicato che non tutti i musulmani sono muniti di smartphone collegato a Internet. E la questione è finita lì.
Per tutto questo – pace, democrazia, crescita economica, convivenza interetnica e interreligiosa, scolarizzazione primaria che ha raggiunto il 90 per cento – il Ghana è oggi un’eccezione positiva in un continente che, dopo le promesse di un decennio fa, stenta ancora ad ad uscire da guerre, carestie, povertà.

Poi, naturalmente, anche in Ghana i problemi non mancano. Molti giovani, ad esempio, se ne vanno dal Paese, o almeno ci provano. Solo in Italia ne arrivano circa 4-5000 ogni anno, in cerca di fortuna, sfidando le insidie del Mediterraneo.
I motivi dell’emigrazione sono da ricercare nella cronica mancanza di prospettive occupazionali (secondo la Banca mondiale il 48 per cento dei giovani ghanesi tra i 15 e i 24 anni non ha un’occupazione regolare); nel gap abissale tra l’arretratezza della popolazione rurale e quella urbana, sempre più tecnologica e globalizzata; nell’aumento demografico esponenziale, con tutti i problemi che ne derivano.

A questo si aggiungono il forte indebitamento del Paese, lo scarso sviluppo dell’industria e soprattutto l’iniqua distribuzione delle risorse, che abbondano – petrolio, cacao, legnami pregiati, pietre preziose, pesce e frutta tropicale – ma che sono saldamente in mano a poche multinazionali (nello sfruttamento dei giacimenti petroliferi offshore c’è anche il nostro Eni).

L’urbanizzazione, in crescita a ritmi vertiginosi, da una parte conduce al progresso economico-commerciale, ma dall’altra crea nuove sacche di povertà estrema. E una massa di diseredati che si riversa negli slum in condizioni al di sotto della soglia di sussistenza. Tra questi, emblematico è il caso di Agbogbloshie, sobborgo di Accra comunemente ribattezzato “Sodoma e Gomorra”, dove vivono 80 mila persone: manca l’acqua, circolano droghe e ogni altra sorta di commercio illecito e prostituzione e guerra tra bande sono all’ordine del giorno. Agbogbloshie è tristemente noto anche per essere la più grande discarica di rifiuti tecnologici di tutta l’Africa: qui computer, cellulari, stampanti e altri device arrivano illegalmente o sotto forma di donazioni dagli Usa e dall’Europa (con partenze anche dai porti di Genova e La Spezia) e vengono smontati a mani nude o bruciati per recuperarne i componenti, sprigionando fumi tossici, piombo e metalli pesanti.
 Eppure anche la questione della tecnologia ha due facce. Perché, se da un lato produce orrori come la discarica di Agbogbloshie, dall’altro consente al Paese una diffusione ormai capillare di Internet: oggi sono circa 8 milioni i ghanesi connessi alla Rete, contro i 30 mila del Duemila.
È questo uno dei fattori che potrebbe consentire all’anglofono Ghana di diventare davvero il modello per il rinascimento africano. Ma anche qui le contraddizioni non mancano: basta pensare che 7,3 milioni di ghanesi vivono ancora senza elettricità, nonostante le risorse per produrla non manchino (la diga di Akosombo produce grandi quantità di energia idroelettrica, che però viene in gran parte venduta ai vicini Togo e Benin o riservata alle industrie di alluminio, anziché alla popolazione).
 Intanto i ghanesi sognano e guardano il cielo, dove è stato inviato il primo satellite nazionale, mandato in orbita nel luglio 2017, il Ghana-sat1, orgoglio della nazione. Sviluppato dall’All Nations University di Koforidua, con la collaborazione dell’ente spaziale giapponese, sarà utilizzato tra l’altro per mappare la costa, sempre più minacciata dall’erosione causata dall’estrazione della sabbia e dall’uso sregolato del legno di mangrovia.

Le miniere d’oro in Ghana fra sfruttamento legale e illegale: ricchezze minerarie e povertà sociale

Da missionidonbosco.org

2019

Primo Paese dell’Africa sub-sahariana ad essere stato colonizzato dagli europei, ricco di immense miniere aurifere, il Ghana fu inizialmente sfruttato dai Portoghesi a cui seguirono, in maniera definitiva, gli Inglesi, che ne fecero la loro base per il traffico degli schiavi.
Il Ghana è attualmente il più importante fornitore d’oro del mondo e, insieme al Sudafrica, il maggior estrattore.
L’estrazione ed il commercio aurifero sono gestiti ufficialmente dalle multinazionali che pagano quote irrisorie allo stato del Ghana e hanno in concessione decine di migliaia di chilometri di territorio. Ovviamente i danni ambientali sono gravissimi: deforestazione e avvelenamento delle falde acquifere non sono che le conseguenze più evidenti dello sfruttamento indiscriminato delle risorse minerarie, che ha di fatto spazzato via l’attività agricola nelle aree interessate. Questo fenomeno ha contribuito più di ogni altro alla nascita delle miniere illegali,luoghi pericolosi e insalubri gestiti da personaggi senza scrupoli che impiegano gli ex contadini offrendo loro paghe da fame e nessuna misura di sicurezza, oltre a sfruttare come forza lavoro anche un’altissima percentuale di minori.

Da L’Indro. L’approfondimento quotidiano indipendente

Ghana e Costa d’Avorio: via alla rivoluzione del cacao

I produttori di cacao si ribellano alle multinazionali occidentali: sospese le esportazioni programmate per il 2020/2021

Senza preavviso, due giorni fa, i produttori di cacao della Costa d’Avorio e del Ghana hanno deciso di sospendere le esportazioni programmate per il2020/2021 con l’obiettivo di rivendicare una migliore assegnazione dei prezzi di vendita sul mercato internazionale. La notizia è stata confermata da Joseph Boahen, Direttore della Ghana Cocoa Board, l’associazione coltivatori di cacao del Ghana.

La richiesta della revisione dei prezzi di acquisto del cacao all’ingrosso può sembrare radicale, ma tiene conto delle perdite subite dai piccoli agricoltori negli ultimi vent’anni e del costo finale dei prodotti alimentari derivati dal cacao, che sono la fortuna delle multinazionali quali la Ferrero. I nuovi prezzi rivendicati dai coltivatori si aggirano attorno ai 2.300 euro alla tonnellata di prodotto non lavorato. Attualmente il mercato internazionale stabilisce un prezzo medio di 1.060 euro a tonnellata.

Chi decide i prezzi sul mercato internazionale? Otto multinazionali occidentali e due asiatiche. Tra queste spicca al secondo posto la Ferrero Group con vendite nette, registrate nel 2018, pari a 12,39 miliardi di dollari. Le due multinazionali asiatiche sono la Meiji Co Ltd (9,66 miliardi di dollari registrati nel 2018) e la Ezaki Glico Co Ltd (3,32 miliardi di dollari).

All’interno della top ten delle multinazionali del cacao le prime sei influenzano le decisioni del cartello. Tre multinazionali americane: Mars Wrigley (18 miliardi di dollari di vendite nel 2018), la Mondelez International (11,79 miliardi) e la Hershei Co (7,78 miliardi di dollari). Due europee: la Ferrero e la svizzera Nestlé (6,14 miliardi di dollari) e la giapponese Meiji Co Ltd. (dati 2019 forniti dalla International Cocoa Oranisation).

«La produzione di cioccolato è un business fiorente, in cui le grandi aziende fanno profitti alti. Mentre queste aziende sono in competizione per le quote di mercato sempre maggiori e profitti più alti, milioni di coltivatori di cacao ottengono sempre meno ricavi. All’interno della catena del valore aggiunto globale, la maggior parte del guadagno avviene dopo che i chicchi hanno raggiunto il Nord del mondo. Allo stesso tempo, molti coltivatori di cacao e i lavoratori del Sud del mondo devono tirare avanti con meno di 1,25 dollari al giorno, il che significa vivere una vita al di sotto della soglia di povertà assoluta. I coltivatori di cacao oggi ricevono circa il 6% del prezzo che i consumatori dei Paesi ricchi pagano per il cioccolato. Negli anni 80 la loro quota era quasi tre volte più alta, vale a dire il 16%», spiegano gli attivisti della Campagna Europea per il Cioccolato Equo, attiva fino al 2015, a cui molte associazioni e Ong europee hanno aderito, tra le quali la Ong italiane COSPE.

L’interruzione delle vendite di cacao grezzo, decisa dai coltivatori ivoriani e ghaneani, rappresenta una vera e propria rivoluzione. Una sfida dalle portate storiche per le multinazionali del cacao, come fa notare Kanga Koffi, Presidente della National Association of Producers of Ivory Cost. Il blocco delle vendite è solo il primo atto di una offensiva economica del produttori africani di cacao che si riuniranno ad Abidjan (Costa d’Avorio) il prossimo 3 luglio per programmare nuove azioni contro le 10 multinazionali occidentali e asiatiche.
Per controbilanciare le perdite delle mancate vendite, il Governo ivoriano ha stanziato 58 milioni di euro anche se attorno a questo finanziamento è sorta già dubbi di trasparenza.

«Mentre i profitti delle aziende multinazionali del cioccolato sono aumentati dal 1980, il prezzo del mercato mondiale per i semi di cacao è diminuito della metà (al netto dell’inflazione). Un’altra parte del problema è che gli agricoltori coltivatori di cacao, a causa di strutture commerciali locali, tasse e della qualità dei semi, ricevono solo una parte del prezzo del mercato mondiale dei chicchi. Ad esempio, gli agricoltori in Costa d’Avorio negli ultimi dieci anni ottenevano solo dal 40 al 50% del prezzo del mercato mondiale per i loro semi. Gli agricoltori devono vendere il loro cacao a prezzi dettati dagli intermediari», sostengono da Inkota. .
L’incostanza del prezzo, insieme alla crescita dei costi di produzione, prosegue la relazione di Inkota, «comportano una grande instabilità economica e l’impoverimento di milioni di contadini del cacao. Nonostante le previsioni annuncino una crescita della richiesta di cacao di circa il 20% nei prossimi anni, e dei redditi delle aziende di cioccolato, molti contadini non riescono a coprire i loro costi di vita. A causa dei redditi molto bassi e della mancanza di informazione sugli sviluppi dei mercati, i contadini di cacao e le loro famiglie sono i perdenti dell’industria lucrativa del cacao e del cioccolato.

I bassi redditi dei contadini comportano problemi seri in ambiti sociali e ambientali. A causa delle mancate fonti economiche, essi non possono investire nel mantenimento delle loro fattorie, tagliano i salari dei loro lavoratori, forniscono condizioni inadeguate a questi ultimi e nei casi peggiori ricorrono al lavoro infantile. Dovendo incrementare i loro redditi, coltivano di più, non considerando, però, la sostenibilità agricola, ecologica e ambientale».

L’iniziativa congiunta delle associazioni di produttori ivoriani e ghaneani rappresenta anche una novità in termini di relazioni internazionali tra acquirenti e produttori. Fino ad ora, i 10 magnati del cioccolato, hanno tratto enorme profitto e potere contrattuale dal fatto che gli agricoltori africani raramente sono organizzati tra loro, e spesso non comprendono le tendenze dei prezzi sul mercato internazionale. Ora la musica è cambiata, e la rivincita dei coltivatori africani arriva proprio dai due big della produzione africana di cacao: la Costa d’Avorio e il Ghana rappresentano il 60% della produzione mondiale.

Alcuni economisti ivoriani salutano positivamente l’iniziativa, e auspicano che le associazioni di produttori, assieme al Governo, riescano a fare il passo successivo: la lavorazione del prodotto finito nei rispettivi Paese, anche con joint venture con i 10 big mondiali del cioccolato, e che i governi ivoriano e ghaneano mettano fine allo spaventoso sfruttamento del lavoro minorile nelle piantagioni di cacao. Non basta intentare causa contro la Mars o la Nestlé, accusate di finanziare il lavoro minorile in Africa Occidentale. Occorre rafforzare il codice del lavoro e la protezione infantile e stroncare il fenomeno agendo anche sui complici africani delle multinazionali straniere. Secondo uno studio della Tulane University nella sola Costa d’Avorio, oltre 4.000 bambini in età scolastica sono costretti a lavorare nelle piantagioni di cacao. «Alcuni bambini vengono venduti dai genitori disperati a causa della povertà ai trafficanti mentre altri vengono rapiti. I trafficanti, poi, vendono i bambini ai proprietari delle piantagioni di cacao. I bambini sono costretti a vivere in luoghi isolati, vengono minacciati con percosse, di notte restano rinchiusi in modo che non scappino e sono costretti a lavorare per lunghe ore, anche quando sono malati, secondo le denunce mosse alle aziende. I bambini trasportano sacchi così grandi e pesanti per loro da andare incontro a gravi danni fisici. L’età degli schiavi varia dagli 11 ai 16 anni ma ci possono essere anche bambini di età inferiore ai 10 anni», spiegano gli esperti italiani.
Questo è il cioccolato che arriva sulle tavole occidentali.

L’ETÀ DEGLI IMPERI

SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

  • ECONOMIA CAPITALISTICA
  • IMPERIALISMO

spartizione dell’Africa

il caso: il Congo di Leopoldo II

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Antico regime Età delle rivoluzioni italiano Letteratura italiana Opera Ottocento Settecento teatro

Il barbiere di Siviglia

L’opera

Due sono le tendenze musicali che dividono il mondo nell’Ottocento:

  • da una parte abbiamo la musica strumentale di Beethoven, musicista che crea composizioni di altissimo livello talvolta difficili da comprendere.
  • dall’altra abbiamo l’opera italiana.

Il musicista che più di tutti impersona la l’opera italiana di inizio Ottocento fu Gioacchino Rossini, il compositore più noto nell’Europa della prima metà dell’Ottocento.

Il lavoro di un compositore di Opera non si limitava solo alla creazione di una partitura musicale. La musica era solo una parte dell’evento che il compositore doveva contribuire a creare.

Ogni allestimento era unico, ogni replica era un evento a cui collaboravano diverse figure professionali come il librettista, lo scenografo, i solisti, il coro e il regista

Ogni partitura era solo un progetto, che doveva trovare una realizzazione di volta in volta diversa a seconda delle circostanze e delle esigenze di ogni singolo allestimento.

Capitava spesso inoltre di dover adattare anche le parti scritte alle caratteristiche vocali dell’interprete. E questo non era considerato come una modifica dell’originale, ma come una delle tante infinite possibilità di rendere viva un’opera, di renderla fruibile.

Non si deve pensare che l’autore dell’opera ottocentesca lasciasse totale libertà i suoi esecutori, però, lo stesso maestro prevedeva che la sua partitura venisse modificata a discrezione delle esigenze degli interpreti.

Gioacchino Rossini

Gioacchino Rossini nasce nel 1792, a Pesaro, in una famiglia di musicisti.

La madre è una cantante lirica che si esibisce nei teatri provincia, il padre è un suonatore di corno e di tromba e Gioacchino suona già precocemente in orchestra diversi strumenti. Inizia da piccolo anche a comporre.

Il giovane Rossini mostra rapidamente il suo talento tanto che le sue composizioni strumentali più eseguite sono probabilmente composte quando lui ha solo 12 anni.

Intorno ai quindici anni compone un’opera che si intitola Demetrio e Polibio.

Le prime opere che gli danno la fama sono opere comiche.

La sua attività compositiva ha spaziato attraverso vari generi musicali ma viene ricordato principalmente per le opere:

  • Il barbiere di Siviglia,
  • Un italiano in Algeri,
  • La gazza ladra,
  • La Cenerentola,
  • Il turco in Italia,
  • Semiramide,
  • Guglielmo Tell.

Rossini compone la sua prima opera all’età di 14 anni e scrive 39 opere importanti in 19 anni. Poi nel 1829 abbandona completamente l’attività compositiva; affetto da una grave depressione muore nel 1868 nella campagna parigina dove si era ritirato a vivere.

Per la velocità della scrittura e per la precocità della sua capacità compositiva è soprannominato il Mozart italiano. Per la sua forza trascinante Gioacchino Rossini domina la scena dell’opera europea tanto che Stendhal lo definisce “il Napoleone di un epoca musicale” e Mazzini “un titano di potenza e di audacia”.

Caratteristiche dell’opera di Gioacchino Rossini

  • Secondo alcuni autori la carica della musica rossiniana risiede nel ritmo.
  • Secondo altri invece è la capacità di adattare le parole del testo per renderle nel modo più naturale possibile e trasformarle in musica.
  • Rossini ha la capacità di frammentare le parole di creare dei nonsense proprio nei momenti in cui i suoi personaggi sono in preda alla confusione e la confusione mentale si trasforma anche nella confusione del pensiero logico.
  • Ecco che quindi le voci umane si strumentalizzano e diventano funzionali alla musica.
  • Ma allo stesso tempo nelle opere di Rossini gli strumenti si umanizzano: la struttura fraseologica delle melodie che sono affidate all’orchestra soprattutto nelle parti introduttive è vocale, è parlante, è come se gli strumenti volessero preparare l’ascoltatore al ritmo della voce. Si crea quindi un dialogo vocale strumentale che caratterizza le opere di Rossini.

Nell’idea di Gioacchino Rossini la musica del teatro non deve rappresentare solo i singoli avvenimenti o le particolarità delle emozioni degli affetti dei personaggi; secondo lui per raggiungere questo bastano il testo e l’azione drammatica.

La musica secondo Rossini si propone un fine più elevato, più ampio e più astratto: la musica deve creare l’atmosfera morale che riempie il luogo in cui i personaggi rappresentano l’azione scenica.

La musica stessa esprime:

  • i desideri a cui aspirano i personaggi,
  • la speranza che anima i personaggi,
  • l’allegria che caratterizza i personaggi,
  • la felicità a cui i personaggi sono tesi,
  • anche l’abisso in cui i personaggi stanno per cadere.

La musica quindi veicola già l’emozione che viene raccontata dal testo e dal dramma.

Le opere serie rossiniane sono circa il doppio rispetto alle opere buffe e le opere serie sono più importanti dal punto di vista storico rispetto alle opere buffe.

Bisogna dire che, per quanto riguarda l’opera buffa, Rossini porta a compimento un genere musicale. Con lui l’opera buffa raggiunge l’apice di perfezione. Ma questo ne decreta però la successiva estinzione.

Mentre per quel che riguarda l’opera seria lui avvia nuove convenzioni che diventeranno stabili nell’opera italiana per tutto L’Ottocento.

Quali sono le novità formali codificate da Gioacchino Rossini?

  • Le arie sono divise in più sezioni di andamento contrastante.
    • Scena – recitativo spesso accompagnato dagli strumenti, coro.
    • Cantabile – la sezione lenta dell’aria.
    • Sezione intermedia dell’aria – qui avvengono le novità che introducono la cabaletta successiva.
    • Cabaletta – la sezione veloce dell’aria che scarica la tensione accumulata dal cantabile. La cabaletta viene ripetuta due volte e nella seconda ripetizione il cantante improvvisa delle fioriture virtuosistiche.
  • Impiego di un finale concertato cioè costituito da tre movimenti: un allegro, un largo di stupore o “concertato dell’imbarazzo” e una stretta.
  • L’incremento dei pezzi da assieme rispetto alle arie. Le arie, che venivano cantate dai solisti, diminuiscono sempre più di numero; sono sempre più pezzi in cui i solisti concertano.
  • Tendenza a costruire grandi scene unitarie, di ampio respiro, unificate talvolta dal ritorno della stessa melodia.
  • In ambito armonico si utilizzano modi paralleli: si utilizzano il modo maggiore e il modo minore costruiti sulla stessa tonica: il do maggiore viene considerato una sfumatura del do minore per cui si continua a transitare a modulare dal do maggiore al do minore, dal do minore si transita poi al mi bemolle Maggiore che è la sua scala corrispondente.
  • Viene data enorme importanza al ritmo. Questo comporta spesso l’utilizzo di melodie molto brevi, semplici, quasi rudimentali che possono essere ripetute in ostinato senza annoiare. Questa viene utilizzato soprattutto nei crescendo. Si utilizzano anche relazioni armoniche schematiche.
  • Viene abolito sempre di più il recitativo secco soprattutto nell’opera seria; il recitativo è accompagnato e sempre più drammatico.
  • Si introduce la scrittura per esteso delle fioriture. Solitamente il solista fiorisce, arricchisce, la melodia con i suoi virtuosismi. Rossini sceglie però di scrivere anche le fioriture perché tutta la sua musica era già ricca e fiorita che non poteva togliere le fioriture per lasciarle alla libertà dell’esecutore e lasciare una melodia scarna ed essenziale.
  • Un altro elemento importante risiede nella importanza del coro che in alcuni casi diventa un vero e proprio personaggio.

Queste tendenze sono più accentuate nelle opere che Gioacchino Rossini scrive per il pubblico parigino.

Ad esempio, nel Guglielmo Tell, Gioacchino Rossini inserisce elementi che anticipano già il Romanticismo. Troviamo infatti

  • il soggetto patriottico,
  • elementi musicali che tratti dal folklore popolare (si serve di canti popolari svizzeri di richiamo per le vacche),
  • riduzione delle arie solistiche,
  • grande importanza al coro che conferisce maggiore monumentalità all’insieme e sposta il baricentro dell’Opera, dalle vicende private, alla rappresentazione della vita e della lotta del popolo.
  • presenza della natura straordinaria, quasi fosse essa stessa un personaggio.

Il Guglielmo Tell costituisce uno dei primissimi esempi del principale genere operistico romantico francese il grand opéra.

Il barbiere di Siviglia

Il barbiere di Siviglia è una delle opere più famose di Gioacchino Rossini. Realizzata per il Carnevale del 1816, è un’opera buffa in due atti, su libretto di Cesare Sterbini tratto dalla commedia omonima di Beaumarchais.

Cesare Sterbini nasce a Roma nel 1783 nipote di un compositore poeta e librettista.

Giovanissimo ottiene una cattedra per insegnare greco. Conosce la letteratura drammatica greca, latina, italiana, francese e tedesca ed è un buon poeta teatrale.
Si guadagna da vivere come funzionario nell’amministrazione pontificia. Scrive Il Barbiere di Siviglia per Rossini: gli era stato chiesto un dramma per Carnevale e la scelta cade su questa opera buffa di Beaumarchais.

Il testo originale viene versificato e vengono introdotti i cori, indispensabili all’effetto musicale in un grande teatro.
Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais
Scrittore e drammaturgo francese, nasce a Parigi nel 1732.

Figlio di un orologiaio percorre per alcuni anni la via paterna. Inventa anche un nuovo sistema per regolare il movimento degli ingranaggi nell’orologio.
Questo sistema gli viene “rubato” da un orologiaio rivale. Lui pubblica la sua protesta e si rivolge anche all’Accademia delle scienze.

Ottiene giustizia e questo gli dà visibilità alla corte francese tanto che Beaumarchais si autonomina orologiaio del Re.

La sua vicinanza alla corte di Luigi XV gli consente addirittura ad acquisire un titolo nobiliare.
Riesce a diventare socio di un banchiere ed entra così nel mondo finanziario francese. Si trova coinvolto anche in un lungo processo.
Trascorre del tempo in prigione, ma grazie alla sua abilità e al suo “sense of humor” la sua innocenza viene riconosciuta e la sua popolarità accresciuta.   

Il suo legame con la corte lo porta a compiere missioni segrete sia per Luigi XV che per il suo successore Luigi XVI.
Inoltre, allo scoppio della rivoluzione americana si dà da fare per rifornire di armi gli insorti americani contro l’Inghilterra. La sua è una vita avventurosa e diverse volte finisce addirittura in carcere.

Più volte subisce gli incerti della sorte, con successivi tracolli finanziari, ma ogni volta, con astuzia, abilità e arte riesce a uscire dagli impicci e a risollevare le sue finanze.  

Sostenitore delle idee illuministe e dei philosophes si spende per il riconoscimento del diritto d’autore e nel 1783 avvia, a sue spese, la pubblicazione delle “Opere complete” di Voltaire.

Beaumarchais muore a Parigi nel 1799.  

Quello che ha reso il suo nome immortale però non sono state le sue avventure, ma la stesura di alcuni drammi teatrali comici tra cui Il barbiere di Siviglia e Le nozze di Figaro.
Figaro è un barbiere intelligente astuto e scaltro.
Nel delineare i tratti di Figaro, Beaumarchais traccia un ritratto di sé stesso: un intraprendente avventuriero, arguto, sagace allegro e un po’ filosofo, rappresentante della borghesia nella sua fase ascendente.

La sua opera è anche un monumento all’intraprendenza e alla mancanza di scrupoli della borghesia del Settecento, nei confronti della corrotta e decadente nobiltà.

Il personaggio di Figaro simboleggia una fase storica. Il suo spirito indipendente, la volontà e le risorse del suo ingegno finiscono per aver ragione dei potenti, i cui privilegi non corrispondono più a un effettivo ruolo sociale.  

È una caratteristica di molti scrittori di quest’epoca mescolare la realtà con la finzione, come succede ad esempio a Goethe e a Foscolo nei loro romanzi epistolari.  

Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis è spesso difficile delineare il confine tra le vicende e la personalità di Ugo, l’autore, e quelle di Jacopo il protagonista del romanzo. Ma anche la riforma del teatro di Goldoni mostra la grandezza di personaggi che erano tradizionalmente e socialmente relegati a ruoli di subordine: e infatti Colombina, servetta maliziosa, diventa La locandiera, padrona di una locanda che sa imporsi sulla tracotanza della nobiltà.    

L’originalità di Beaumarchais va ricercata non tanto nella trama e nella caratterizzazione dei personaggi, quanto nel modo personale con cui racconta le vicende: ritmo, gaiezza, piglio e un linguaggio spontaneo e autentico.  

Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais disse:

Mi affretto a ridere di tutto e di tutti, per la paura di essere costretto a piangerne

Un uomo potente ci fa del bene, se appena non ci fa del male

Riassunto dell’opera rossiniana

Atto I

Il conte d’Almaviva aveva visto la bella Rosina e se ne era innamorato. Dopo aver individuato la casa dove lei abitava tutte le notti le canta delle serenate con la speranza di incontrarla. L’opera, ambientata a Siviglia, inizia quando è ancora buio.

Vicino alla casa di Don Bartolo arriva il conte d’Almaviva con il suo servitore Fiorello e alcuni musicisti Piano, pianissimo per cantare la serenata alla sua amata Rosina (Ecco, ridente in cielo).

La giovane però non si affaccia alla finestra, e il conte diventa impaziente; congeda i musicisti, dopo averli pagati, e aspetta in silenzio che lei appaia.

Ma Rosina vive praticamente prigioniera in casa perché il suo tutore, l’anziano Don Bartolo, interessato alla sua ricca dote, intende sposarla.

La bella Rosina soffre questa clausura ed è attratta dal giovane che canta le serenate sotto il suo balcone.

Mentre il Conte d’Almaviva aspetta sotto la casa della fanciulla, incontra Figaro, il barbiere della città, un uomo scaltro e intraprendente, che oltre a sistemare barba baffi e parrucche, sa risolvere faccende di ogni genere: è il factotum della città. Largo al factotum

I due si conoscono da tempo e il conte ne approfitta per chiedergli qualche informazione su Rosina. Incontro tra i due

Figaro gli spiega che Don Bartolo non è il padre di Rosina, ma il suo tutore, e che ne è molto geloso.

Figaro è pronto ad aiutare i due innamorati facendo da ‘messaggero’ e dando consigli al conte.

Rosina si affaccia finalmente alla finestra, ma il suo tutore la sorveglia sempre e dopo poco la fa rientrare in casa.

La ragazza però si è accorta della presenza del conte e lascia cadere una lettera in cui dichiara di essere interessata a lui e di essere tenuta come prigioniera in casa.

Il conte, su suggerimento di Figaro, le dichiara il suo amore cantando una canzone in cui si presenta come Lindoro, un semplice studente.

Il conte teme che la ragazza possa essere attratta dal suo ricco patrimonio, quindi quando le dichiara il suo amore, nonostante la stretta sorveglianza di Don Bartolo, le cela la sua identità. Dichiara così di chiamarsi Lindoro e di essere uno studente. Se il mio nome saper voi bramate

Figaro e Lindoro Conte d’Almaviva pensano ad una strategia per arrivare alla ragazza. Duetto Che invenzione prelibata

Figaro è pronto a trovare delle idee, ma fa capire al conte che … tutto ha un prezzo. Naturalmente il conte lo pagherà bene per i suoi servigi. Così il barbiere, entusiasta al pensiero del denaro, si attiva a cercare l’idea giusta. VIDEO All’idea di quel metallo

Bisogna ricorrere a dei travestimenti.

Figaro consiglia al Conte di presentarsi a Rosina facendo finta di essere un soldato ubriaco in congedo, con un permesso di soggiorno proprio in casa di don Bartolo.

Intanto Don Bartolo si consulta con Don Basilio, il maestro di musica della ragazza. Don Basilio gli reca la notizia che in città è arrivato il Conte d’Almaviva. I due sanno che lui è il pretendente della giovane. Basilio propone di liberarsi del conte calunniandolo, ma Don Bartolo ha fretta, nessuna calunnia ma matrimonio imminente. La calunnia è un venticello

Figaro, introdottosi in casa, rivela a Rosina che Don Bartolo si appresta a sposarla, ma la rassicura perché il conte la aiuterà a scappare.

Lei è molto felice di questo Dunque io son… tu non m’inganni? e gli consegna un biglietto per l’amato.

Ma rientra Bartolo che, sempre molto sospettoso, la interroga su cosa le abbia detto Figaro. Lei tergiversa ma il tutore vede le mani di lei sporche di inchiostro e gliene chiede conto. La fanciulla farfuglia e inventa qualche scusa, ma Don Bartolo capisce che c’è qualcosa che non va e le dice che ci vuol altro per ingannare un dottore come lui A un dottor della mia sorte.

Cerca allora di capire cosa abbia fatto Figaro in casa, ma i servitori non sanno rispondere perché il barbiere ha somministrato loro dei farmaci e così a berta è venuto il raffreddore e Ambrogio si è addormentato.
Arriva intanto il Conte travestito da soldato; fa irruzione nella casa di don Bartolo fingendosi ubriaco; ha anche un falso permesso di soggiorno procuratogli da Figaro. Arrivo del conte

Don Bartolo pur non riconoscendo nel soldato il Conte di Almaviva, cerca di allontanare l’uomo; ne scaturisce una lite che richiama in casa i Gendarmi.

Nella confusione generale (nel frattempo è entrato in casa anche Figaro) il Conte riesce a passare un messaggio a Rosina.

Quando cercano di arrestarlo il conte si fa riconoscere dal comandante, il quale si scusa con lui e fa ritirare le truppe. Arrivo dei soldati Don Bartolo rimane di stucco (Fredda ed immobile).

ATTO II

Nella dimora di don Bartolo arriva don Alonso, insegnante di musica e sostituto di don Basilio; in realtà si tratta sempre del Conte di Almaviva con un nuovo travestimento. Pace e gioia sia con voi Dichiara che Don Basilio sia ammalato.

Don Bartolo dubita delle reali intenzioni di tal sostituto; don Alonso allora gli porge la lettera che Rosina aveva scritto al Conte d’Almaviva. Riesce così a conquistarsi la fiducia del tutore e può finalmente parlare con Rosina.

Rosina capisce che quello è il suo amato ed è felicissima di prendere lezione di musica da lui (Contro un cor che accende amore).

Figaro intanto si presenta per tagliare i capelli a Don Bartolo. Questo permette ai due innamorati di parlare un attimo in pace. I due si accordano di incontrarsi a mezzanotte. Figaro riesce anche a sottrarre le chiavi di casa a Don Bartolo.

Poco dopo però arriva Don Basilio in forma come sempre.

Il conte allunga una borsa di denaro a Don Basilio per convincerlo ad andare via (Don Basilio! Buona sera, mio signore). Questo però lascia di nuovo Don Bartolo molto stupito e allarmato.

Consapevoli che Don Bartolo voglia concludere il contratto di matrimonio in breve tempo, gli innamorati si danno appuntamento alla mezzanotte. Un attimo dopo l’inganno viene comunque scoperto e il Alonso, Conte di Almaviva in incognito, è cacciato di casa.

Bartolo allora, avendo capito che il conte si è presentato a Rosina con l’identità di Lindoro, decide di ricorrere alla calunnia come suggerito da Basilio precedentemente. Così riferisce alla giovane che il giovane Lindoro altri non era che il portavoce dello sconosciuto Conte di Almaviva che la intende sposare. Per convincerla le mostra la lettera che gli aveva consegnato Lindoro – Alonso.

La ragazza si sente delusa per l’inganno e amareggiata e indispettita, acconsente allora a sposare Don Bartolo.

Così Don Bartolo manda a chiamare il notaio per siglare le nozze.

Prima di uscire però, saputo che per quella sera era prevista una fuga, Don Bartolo fa sorvegliare la casa. Berta, la vecchia cameriera si lamenta che non c’è mai pace (Il vecchiotto cerca moglie).

Per raggiungere la ragazza il Conte mette una scala e si arrampica, assieme a Figaro nella stanza di Rosina. Così i due entrano dalla finestra.

Rosina mostra tutta la sua rabbia: dichiara di essersi innamorata di Lindoro e non del Conte che, secondo Bartolo, lui le vuole far sposare.

Il giovane allora svela tutti i suoi travestimenti, le spiega per qual motivo lui si sia presentato a lei col nome di Lindoro. Quindi le chiede di sposarla. La bella Rosina accetta la proposta del Conte. Ah! qual colpo inaspettato

Ma quando i tre stanno per fuggire, si accorgono che la scala fuori dalla finestra di Rosina, è stata tolta. Infatti don Bartolo aveva visto la scala, e sospettando la presenza di un estraneo in casa l’aveva tolta per andare poi a chiamare le autorità.

Infatti ricordando che in casa sua era arrivato un soldato ubriaco che era stato lasciato andare, non si fida della polizia. Corre quindi direttamente dal magistrato.

Nel frattempo, il notaio fatto chiamare da don Bartolo arriva in casa e viene accolto da Figaro e dal Conte.

Don Bartolo non si vede e i due, approfittando della prolungata assenza del padrone di casa, convincono il notaio che il matrimonio che era stato chiamato a redigere fosse quello tra il Conte e Rosina.

Così quando don Bartolo ritorna a casa il contratto di matrimonio è già stato siglato.

La rabbia del tutore viene però presto placata: il Conte decide di rinunciare alla dote portata da Rosina e la dote resta così a don Bartolo il quale, interessato solo al capitale, può anche benedire gli sposi.

Fonti

  • https://www.youtube.com/watch?v=bH01MQ2aqY4&t=4640s
  • http://www.nonsolobiografie.it/biografia_pierre_augustin_caro_beaumarchais.html
  • https://www.treccani.it/enciclopedia/pierre-augustin-caron-de-beaumarchais/
  • https://www.baroque.it/societa-barocco/pierre-augustin-caron-de-beaumarchais.html
  • http://www.cantarelopera.com/libretti-d-opera/il-barbiere-di-siviglia-di-gioacchino-rossini.php
  • M. Carrozzo, C. Cimagalli, Storia della musica occidentale, Armando editore, Roma 2006