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Rivoluzione francese Settecento storia

Il dominio napoleonico in Italia

La presenza francese in Italia

La presenza francese in Italia fu suddivisa in due fasi.

  • Tra il 1797 e il 1799 à repubbliche giacobine
  • Tra il 1800 e il 1814 à età dell’Impero

La presenza francese non si configurò come una semplice occupazione ma fu una presenza incisiva sul piano economico, giuridico e politico.

Ebbe dunque conseguenze profonde sulla vita civile del nostro paese.

Repubbliche giacobine

La rivoluzione francese era stata salutata anche in Italia come l’inizio di una nuova era.

Si era formato un movimento giacobino italiano la cui base sociale era costituita non solo da esponenti del ceto medio borghese (avvocati, medici, militari, intellettuali, artigiani) ma anche da aristocratici innovatori e da rappresentanti dei ceti più bassi.

Dal punto di vista ideologico si andava da un polo moderato con idee liberali a un’ala estrema che proponeva un programma di rivoluzione sociale.

Tutti i patrioti avevano alcuni obiettivi in comune; volevano:

  • rompere definitivamente con l’antico regime,
  • aprire un’epoca nuova,
  • aderire agli ideali di libertà civile, politica e religiosa proclamati dalla rivoluzione,
  • riconoscere il diritto di proprietà,
  • ridurre le disuguaglianze sociali,
  • favorire l’istruzione della popolazione per favorire il rinnovamento della società.

Nel 1796 l’arrivo delle armate napoleoniche ruppe gli antichi equilibri fra gli stati italiani.

Si aprì la strada alla costituzione di nuove repubbliche (Cispadana, Cisalpina, Ligure, Romana e Partenopea). Inizialmente i patrioti videro Napoleone Bonaparte come un liberatore.

Però con il Trattato di Campoformio, con il quale Napoleone cedette Venezia e il Veneto all’Austria, fu evidente a tutti che l’azione napoleonica si configurava come una conquista.

La delusione di patrioti e di intellettuali fu bruciante. Ne abbiamo una testimonianza nel romanzo di Foscolo intitolato Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Inoltre non si può negare che il dominio francese impose alle repubbliche italiane requisizioni e pesanti tributi in denaro, beni e opere d’arte.

Ma per la penisola l’arrivo di Napoleone non fu solo negativo. La presenza francese portò con sé novità di rilievo. Innanzitutto fu esportata la forma repubblicana, una novità nel panorama dell’assolutismo dei regimi della penisola. Portò anche l’adozione di carte costituzionali modellate sulla forma di quella francese del 1795.

Vennero emanate importanti leggi modernizzatrici come

  • l’istituzione del matrimonio civile,
  • l’abolizione di vecchi istituti giuridici che non favorivano la compravendita dei beni mobili (fidecommesso, mano morta e vendita beni ecclesiastici).

Nel corso del 1799 maturò al fine delle repubbliche giacobine italiane.

Le sconfitte militari dell’armata francese nella penisola e le sollevazioni popolari contro i governi repubblicani favorirono il ripristino del potere asburgico sulla penisola.

Vincenzo Cuoco (patriota partenopeo) spiega il fallimento delle repubbliche giacobine.

Cuoco parla di “rivoluzione passiva”.

 Lui ritiene che questa rivoluzione, che è stata importata, non abbia trovato le masse della penisola pronte a una tale novità. Pertanto le repubbliche giacobine erano state sostenute dagli intellettuali e dalla borghesia ma non erano state appoggiate dalle masse. Tale rivoluzione era stata subita dal popolo che era distante socialmente e culturalmente dal ristretto gruppo dei patrioti.

In Francia invece la rivoluzione era partita dal popolo e in diversi momenti la massa era diventata una forza politica.

Il ritorno di Napoleone

Nel corso del 1800 Napoleone tornò però sulla penisola.

Iniziò una campagna di conquista dell’Italia che gli garantì, in breve tempo, il controllo dell’intera penisola. I territori italiani si trovarono così divisi in tre tipologie:

  • territori appartenenti al regno d’Italia
  • territori annessi all’Impero francese
  • territori affidati a membri della famiglia imperiale.

Questa soluzione, adottata da Napoleone, spense tutte le speranze unitarie che i patrioti italiani coltivavano, ma cambiò la frammentazione regionale che aveva caratterizzato la penisola per molti secoli.

Il governo napoleonico impose un dominio pesante all’Italia:

  • pesanti tributi in denaro
  • leva obbligatoria
  • politica doganale a favore della Francia
  • requisizioni

Tale situazione provocò un movimento di opposizione antinapoleonica sia di carattere popolare che politica. Gli oppositori cominciarono a organizzarsi in società segrete che avranno poi grande importanza nel corso del Risorgimento.

Eredità del regime napoleonico

In Italia Napoleone introdusse una serie di riforme, alcune delle quali avranno conseguenze anche dopo la fine del suo impero che portarono a razionalizzare le amministrazioni e il sistema fiscale. Il governo napoleonico:

  • impose tasse anche ai ceti facoltosi, per esempio. sulle rendite dei terreni
  • impose tasse sui bolli, sui pedaggi, sul sale e sul tabacco, mettendo in difficoltà la popolazione;
  • istituì il demanio pubblico, che amministrava i beni statali;
  • istituì un ufficio del registro e della conservazione delle ipoteche per custodire i contratti pubblici e privati;
  • istituì una banca, chiamata Monte Napoleone, che raccoglieva i ricavi delle confische per far fronte alle spese dello Stato italiano;
  • favorì il ripianamento del debito pubblico grazie al miglioramento del sistema fiscale e alla messa in vendita dei beni ecclesiastici favorì la bonifica delle paludi, grazie alla confisca delle terre dei monasteri;
  • favorì la distribuzione di terreni incolti ai contadini;
  • introdusse la figura del prefetto;
  • introdusse i Codici appena approvati: il codice civile, il codice di procedura penale, il codice penale e il codice di commercio;
  • obbligò l’Italia a esportare tutta la propria seta grezza in Francia, sfavorendo uno sviluppo industriale autonomo del tessile;
  • vietò l’importazione delle macchine;
  • abolì le dogane interne che ostacolavano lo sviluppo del commercio;
  • unificò monete, pesi e misure;
  • creò ospedali e manicomi;
  • favorì l’istruzione superiore;
  • introdusse la vaccinazione contro il vaiolo;
  • impose la costruzione extra-urbana di nuovi cimiteri, vietando le sepolture nelle parrocchie delle città;
  • fece costruire strade, canali, ponti, e fece fare il traforo del Sempione.

Questi provvedimenti favorirono prevalentemente le classi possidenti perché furono funzionali alla concentrazione della proprietà terriera e allo sviluppo di sistemi capitalistici.

La crescita della burocrazia favorì lo sviluppo di un ceto intermedio e aprì la strada alla creazione di nuove carriere nel campo della pubblica amministrazione.

Domande prima parte 

  1. Quali caratteri ebbe il dominio francese in Italia?
  2. Che cosa intendeva Vincenzo Cuoco con l’espressione “rivoluzione passiva”?
  3. Quale assetto politico fu imposto alle regioni italiane da Napoleone?
  4. Che conseguenze ebbe il primo dominio napoleonico nel Regno d’Italia?
  5. Quale classe sociale ebbe benefici dalle riforme napoleoniche?

Fonti

http://www.homolaicus.com/storia/moderna/napoleone.htm

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/149/l-italia-agli-inizi-del-1799

Fossati, Luppi, Zanette, Parlare di storia, 2 Dall’antico regime alla società di massa., Pearson.

Bertini, Storia è … fatti, collegamenti, interpretazioni, Mursia Scuola.

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Età delle rivoluzioni Europa Rivoluzione francese Romanticismo, Settecento storia

Napoleone Bonaparte

Napoleone Bonaparte era nato nel 1769 in Corsica, isola che l’anno prima la repubblica di Genova aveva venduto alla Francia.

Entrato nell’esercito rivoluzionario, vi aveva fatto una rapida carriera e a 25 anni era già generale.

A 27 anni, il Direttorio – in cui sua moglie, Giuseppina Beauharnais aveva amici influenti – gli affidò il comando dell’armata che combatteva in Italia.

In Europa alcuni stati erano ancora alleati nella coalizione antifrancese del 1793 come l’Austria, l’Inghilterra e quasi tutti gli Stati italiani. Contro l’Austria furono così allestite tre armate: due marciavano verso Vienna attraversando la Germania, la terza doveva intervenire in Italia. L’armata d’Italia era piuttosto piccola ma aveva un generale d’eccezione, Napoleone Bonaparte.

La campagna d’Italia

La campagna d’Italia (1796-1797) fu un trionfo.

Bonaparte sconfisse ripetutamente piemontesi e austriaci, s’impadronì di Nizza e della Savoia, che facevano parte del regno di Sardegna, ed entrò in Milano, capoluogo della Lombardia austriaca.

Poi invase il territorio della repubblica di Venezia, che invano si era proclamata neutrale, e, dopo la resa degli austriaci a Mantova, puntò su Vienna.

Battaglie e vittorie erano ben propagandate in Francia tanto che Napoleone divenne subito famoso.

Gli Stati italiani aderenti alla coalizione antifrancese si affrettarono a chiedere una tregua, ma in cambio dovettero consegnare a Napoleone denaro, viveri e un gran numero di opere d’arte che andarono ad arricchire i musei francesi.

Anche l’Austria fu costretta a scendere a patti con Napoleone: con la pace di Campoformio (ottobre 1797) essa riconosceva alla Francia il possesso della Lombardia e del Belgio, ma otteneva in cambio Venezia, l’Istria e la Dalmazia.

La repubblica di Venezia perdeva così, dopo più di mille anni, la sua indipendenza.

Le repubbliche dell’Italia napoleonica

Nel triennio 1796 – 1799 sorsero in Italia e in Europa, con l’appoggio dei francesi, numerose repubbliche, chiamate «repubbliche sorelle» per sottolineare la comunità d’ideali rivoluzionari che le legava alla Francia.

Napoleone entra trionfante in Milano – https://www.milanocittastato.it/evergreen/forse-non-sapevi-che/le-opere-napoleone-milano/

La Lombardia, unita nel luglio 1797 a parte del Veneto e dell’Emilia, formò la repubblica cisalpina. Nello stesso anno nacque anche la repubblica ligure, nel 1798 la repubblica romana e l’anno successivo la repubblica partenopea o napoletana.

Il 15 maggio, domenica di Pentecoste, Napoleone entrò in Milano
Coccarde tricolori e invettive contro la tirannia invasero Milano
Ma mentre si inneggiava al liberatore, Napoleone compì la più grande razzia mai perpetrata al mondo di ricchezze e di opere d’arte italiche.
Il 18 maggio i giacobini festeggiarono piantando l’albero della libertà in piazza Duomo

La repubblica cisalpina ebbe una sua costituzione, simile a quella francese dell’anno terzo, e una sua bandiera: il tricolore bianco, rosso e verde.

Queste repubbliche erano di fatto sotto dominio francese, ma ebbero governi formati da giacobini italiani: così si chiamavano i sostenitori delle idee della rivoluzione, che erano detti anche patrioti.

I giacobini italiani avevano dato vita a congiure e a complotti contro i governi ealcuni di loro, perseguitati dalla polizia, avevano trovato rifugio in Francia.Quando Napoleone scese nella penisola, sperarono di poter realizzare, conl’aiuto dell’esercito francese, i loro ideali di libertà o, addirittura, di unitàdella penisola sotto un governo repubblicano.

Ugo Foscolo sostenitore delle idee giacobine in Italia, si arruolò nell’esercito napoleonico in Italia.

Ma i francesi diffidavano deigiacobini italiani, molti dei quali apparivano loro dei pericolosi estremisti,e mostravano di considerare l’Italia come una terra da sfruttare.

Approfondimento – Il dominio napoleonico in Italia

La campagna d’Egitto

Per danneggiare l’Inghilterra si organizza la campagna d’Egitto.

Sconfitta l’Austria, alla Francia restava da battere soltanto l’Inghilterra. L’isola era difesa dal mare e da una flotta che sembrava imbattibile, perciò Napoleone scartò l’idea di attaccarla direttamente. Decise invece di ostacolarne il commercio, occupando l’Egitto, che gli Inglesi usavano come base per i loro traffici con le Indie orientali.

L’Egitto era allora sottomesso all’Impero turco, ma Napoleone non se ne curò: sbarcato ad Alessandria, cominciò la sua marcia verso l’interno e riportò presso le Piramidi un’importante vittoria (1798).

Intanto gli Inglesi, guidati dall’ammiraglio Orazio Nelson, sorprendevano ed affondavano la flotta francese nel porto di Abukir.

Senza più navi, Napoleone si trovò improvvisamente bloccato in Egitto, insieme con le sue truppe: l’obiettivo di danneggiare economicamente l’Inghilterra poteva dirsi fallito.

La campagna d’Egitto fu invece molto positiva per la storia, l’arte e le scienze, perché della spedizione francese facevano parte anche illustri studiosi dell’antica civiltà egizia: a loro si deve, fra l’altro, l’importante ritrovamento della stele di Rosetta.

Bonaparte penetrò anche in Palestina e in Siria, ma la difficile situazione degli eserciti francesi in Italia lo costrinse a tornare in Francia.

Tornato a Parigi, il 9 novembre 1799 (18 brumaio) organizzò un colpo di stato insieme agli uomini più moderati del Direttorio: il governo della Francia fu affidato a tre consoli e Napoleone assunse la carica di primo console.

L’Europa si coalizza per la seconda volta contro Napoleone

Mentre Napoleone Bonaparte era ancora isolato in Egitto, Austria, Turchia, Russia e il re di Sicilia Ferdinando di Borbone, cacciato dal trono di Napoli, si accordarono con l’Inghilterra per formare una seconda coalizione antifrancese. Nella 1799 un forte esercito austro-russo scese in Italia e fece crollare tutte le repubbliche che erano sorte nella penisola sotto la protezione francese. La sorte più drammatica toccò alla repubblica partenopea.

I popolani, poveri delle città partenopee (detti a Napoli «lazzaroni») e i contadini che, dopo la proclamazione della repubblica, avevano sperato invano di potersi impadronire di un pezzo di terra, guardavano con rabbia alle ricchezze dei giacobini italiani, quasi tutti ricchi borghesi o nobili, incapaci di capire i bisogni e i problemi della povera gente. Erano inoltre convinti che i francesi fossero feroci nemici di Dio e della Chiesa, così come li descrivevano molti preti e gli agenti dell’ex re di Napoli, Ferdinando di Borbone, fuggito in Sicilia. Perciò erano insorti contro il governo repubblicano, formando bande disordinate che a volte erano guidate da briganti.

Il cardinale-guerriero Fabrizio Ruffo, per conto del re in esilio, seppe organizzare abilmente le bande disperse in un’unica armata, detta della Santa Fede, che lottava in nome del re e della religione ma compiva violenze di ogni genere.

A capo di queste truppe Ruffo, partendo dalla Calabria, marciò su Napoli. Qui i patrioti repubblicani, abbandonati a sé stessi, si difesero coraggiosamente, ma furono sopraffatti nel giugno del 1799 e su di loro si abbatté la terribile vendetta di re Ferdinando, ritornato sul trono.

Il consolato e l’impero

Il 9 novembre 1799, certo della fedeltà dell’esercito, Napoleone impose l’abolizione del Direttorio e formò un nuovo governo formato da tre consoli: il consolato. Primo console fu Bonaparte stesso, a cui una nuova costituzione, votata subito dopo, assegnò poteri simili a quelli di un dittatore.

 Bonaparte si fece nominare console a vita e poi, nel 1804, imperatore dei francesi.

Quando giunse in Egitto la notizia della perdita dell’Italia, Napoleone decise di rientrare in patria.

In Francia il Direttorio non riusciva a dare stabilità al paese. Molti borghesi pensavano già di sostituirlo con un governo più forte, capace di difendere le conquiste della rivoluzione, ma anche di assicurare al paese ordine e sicurezza.

Per compiere il colpo di stato occorreva però un uomo, o meglio, un militare, che godesse di larga popolarità. Il generale Bonaparte, che era l’eroe della campagna d’Italia e il vincitore delle Piramidi, sembrò l’uomo più adatto per impadronirsi del potere.

Ormai padrone della Francia, Bonaparte affrontò le potenze della seconda coalizione e in breve tempo pose fine alla guerra.

Nel giugno 1800 gli austriaci furono battuti a Marengo, in Piemonte, e l’anno dopo chiesero la pace. In Italia rinacque la repubblica cisalpina, trasformata nel 1802 in repubblica italiana.

Nello stesso anno anche l’Inghilterra fu costretta a firmare la pace di Amiens.

Nel 1801 ottenne la pacificazione con la Chiesa, stipulando un concordato con papa Pio VII: la Chiesa rinunciò ai beni confiscati e Napoleone le concesse libertà di culto.

Nel 1804 Bonaparte diventò imperatore, con la consacrazione di Pio VII.

La cerimonia dell’incoronazione si svolse alla presenza di papa Pio VII, giunto apposta a Parigi.

Ma non fu il papa a porre la corona sul capo dell’imperatore: Bonaparte, per sottolineare che non riconosceva al pontefice alcuna autorità su di lui, cinse da solo la corona. Da allora, come avviene per i sovrani, venne chiamato col solo nome di battesimo, Napoleone.

L’anno dopo, la repubblica italiana fu trasformata in un regno, il Regno d’Italia, di cui Napoleone fu re: l’incoronazione ebbe luogo a Milano nel 1805.

Viceré fu Eugenio Beauharnais, figlio adottivo dell’imperatore.

In breve l’intera penisola divenne una specie di feudo per la famiglia imperiale.

Il codice civile

Uno dei provvedimenti più importanti di Napoleone fu l’approvazione di un Codice civile, che sarebbe stato poi adottato in molti paesi europei. Inoltre il Bonaparte rinnovò l’amministrazione, dividendo la Francia in dipartimenti, affidati ai prefetti. Oltre al nuovo Codice civile promulgò il nuovo Codice penale e il Codice commerciale.

Napoleone creò, inoltre, una nuova nobiltà, anche se la società napoleonica fu essenzialmente borghese: la borghesia agraria si rafforzò, grazie anche all’acquisto dei beni del clero; i proprietari diventarono il ceto dominante, mentre cresceva fortemente quello degli impiegati.

Napoleone conquista l’Europa

Alla testa di un grande esercito, Napoleone passava di successo in successo. Occupò Vienna e, più tardi, Berlino. Riportò ad Austerlitz, nel 1805, una sfolgorante vittoria sull’esercito austro-russo, infine batté i Prussiani a Jena (1806) e di nuovo gli austriaci a Wagram (1809). Tutta l’Europa occidentale, dal mare del Nord al Mediterraneo, dalla Spagna alla Polonia, era ormai nelle sue mani.

La Russia era divenuta sua alleata e anche l’Austria aveva assunto atteggiamenti più amichevoli, giungendo perfino a dargli in sposa Maria Luisa d’Asburgo, figlia dell’imperatore. Napoleone la sposò nel 1810, dopo aver divorziato da Giuseppina, e da lei ebbe l’erede tanto desiderato, a cui fu imposto il nome di Napoleone e il titolo altisonante di «re di Roma».

Il crollo dell’Impero napoleonico

La Gran Bretagna restava una nemica irriducibile. Per colpirla nei suoi interessi commerciali, nel 1806 Napoleone proclamò il blocco continentale, con l’adesione di Russia, Prussia e Spagna.

 Nel 1810 Napoleone era all’apogeo della potenza.

Proprio in quell’anno, però, la Russia violò il blocco continentale.

Nel 1812 Napoleone decise di punire Alessandro I e invase la Russia, con una gigantesca armata di 700 000 uomini: la campagna di Russia.

Riuscì a raggiungere Mosca ma dovette poi ritirarsi, perdendo centinaia di migliaia di uomini.

Avvicinandosi il terribile inverno russo, fu costretto a ordinare la ritirata che si trasformò in una catastrofe senza precedenti.

Napoleone era convinto di poter portare rapidamente i suoi soldati alla vittoria, ma i generali russi adottarono una tattica che lo colse di sorpresa: essi si ritiravano quasi senza combattere, attirando l’armata napoleonica sempre più profondamente all’interno del paese e distruggendo campi e case dietro di sé, perché gli invasori non trovassero né cibo né riparo. Napoleone giunse a Mosca ma l’occupazione della capitale russa non fu una vittoria perché la città era deserta. L’imperatore francese attese invano che lo zar chiedesse la pace. Uno dei momenti più drammatici della ritirata fu il guado del fiume Beresina, dove l’esercito napoleonico subì perdite enormi (novembre 1812). Della grande armata di quasi 700 000 uomini partiti per la Russia non più di 18 000 superstiti riuscirono a tornare in patria.  

Approfittando della situazione i nemici della Francia formarono una sesta coalizione contro Napoleone che subì una terribile sconfitta a Lipsia, in Germania, nel 1813, e l’anno successivo fu costretto ad abdicare a favore di Luigi XVIII ed a lasciare la Francia. Esiliato nell’isola d’Elba, riuscì l’anno seguente a sbarcare in Francia, dove era stata ripristinata la monarchia col fratello di Luigi XVI; riprese il potere, ma fu battuto definitivamente a Waterloo dagli eserciti britannico e prussiano.

Morì esiliato dagli inglesi nell’isola di Sant’Elena, il 5 maggio del 1821.

Alla sua morte Alessandro Manzoni scrisse un’ode Il cinque maggio

Fonti

http://www.treccani.it/

Fossati, Luppi, Zanette, PARLARE DI STORIA, Bruno Mondadori

Paolucci, Signorini La storia in tasca. Dalla metà del Seicento all’inizio del Novecento © Zanichelli editore 2013

Paolo Di Sacco, Facciamo STORIA 2, Sei Editore.

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Illuminismo Neoclassicismo Ottocento Rivoluzione francese Romanticismo, Settecento

Tra Rivoluzione e Restaurazione

L’evoluzione del pensiero filosofico tra illuminismo e preromanticismo

Nel periodo a cavallo tra Settecento e Ottocento negli anni intensi degli avvenimenti che vanno dalla Rivoluzione Francese alla Restaurazione si intrecciano tendenze assai diverse tra loro nel panorama culturale europeo.

La maggior parte dei fenomeni di questo contesto trovano la loro origine nella cultura illuministica.

L’Illuminismo è stato un fenomeno a più facce.

Accanto alla fiducia della ragione e alle aspirazioni per la costruzione di una nuova società prendeva forma progressivamente la scoperta della sensibilità e del sentimento. Sul piano individuale la rivalutazione del sentimento assume un’importanza analoga all’influenza esercitata dalla ragione.

Sentimento e ragione erano i due strumenti attraverso cui la borghesia europea cercava di affrancarsi da una società chiusa, ancora controllata da un’aristocrazia che poneva l’orgoglio di casta e le differenze di nascita davanti a qualsiasi altra considerazione.

Nel corso del secolo si afferma sempre di più la teoria secondo cui l’esperienza e le sensazioni concorrono alla conoscenza assai più della ragione. A fianco ad essa si sviluppa l’idea che l’arte debba soddisfare contemporaneamente i principi di bellezza, verità e utilità. Si affianca inoltre un’attenzione crescente al concetto di piacere.

La progressiva attenzione al sentimento e alle passioni determina il successo dell’estetica del sublime, in base alla quale lo scopo dell’arte non è offrire un’esperienza gradevole ma suscitare emozioni violente, capaci di smuovere le parti più profonde della psiche.

Nel trattato “Inchiesta filosofica sulle nostre idee del sublime e del bello” del 1756, Edmund Burke dichiara che “tutto ciò che tratta di oggetti terribili, tutto ciò che agisce in maniera analoga al terrore, è una fonte di sublime, o, se si vuole, può suscitare la più forte sensazione che l’anima sia capace di sentire”.

All’artista quindi si richiedono fantasia e entusiasmo, estro e genialità, più che particolari abilità tecniche.

Proprio l’assimilazione tra artista e genio è una delle caratteristiche del periodo.

Il neoclassicismo

In un’età incerta e contraddittoria come quella tra Settecento e Ottocento, il classicismo rappresenta l’elemento dominante incontrastato delle esperienze letterarie e artistiche. Il tradizionale modello estetico greco-latino si arricchisce però di esperienze nuove contribuendo all’affermarsi di una corrente definita neoclassicismo a cui si rifanno sia gli scrittori direttamente reazionari, cioè che tentano in questo modo di arginare la cultura moderna, sia le tendenze ideologiche progressiste.

Per capire l’importanza del fenomeno occorre tener presente che, per un intellettuale di questi anni, il classicismo non è una forma d’arte tra le tante, ma rappresenta l’arte in assoluto, rappresenta l’unico patrimonio della cultura che sia in grado di organizzare formalmente la realtà, al di là delle differenze ideologiche e politiche.

Lo studio dell’arte classica riceve un grande impulso dagli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano. Si cerca il canone eterno e universale, il principio etico ed estetico che sia capace, di portare la natura umana al più alto grado di perfezione.

Il gusto neoclassico si presenta quindi come il gusto moderno, capace di assorbire una lunga tradizione di esperienze ideologiche e stilistiche e di tradurle in rappresentazioni semplici e nitide, di altissimo valore formale.

I fondamenti dell’estetica neoclassica si devono a un archeologo e storico dell’arte tedesca Johann Joachim Winckelmann, il quale pone la Grazia come supremo ideale estetico. Per Winckelmann la Grazia è piacevole, agisce nella semplicità e nella quiete dell’anima offuscata delle violente passioni. Il prodotto artistico che ne esce ha forme semplici e piacevoli, composte e perfette, in grado di rappresentare gli avvenimenti e i sentimenti del presente in modo armonico ed elevato.

Testo – La bellezza ideale dei Greci: il Laocoonte

L’artista deve essere libero. Non esiste un solo canone di bellezza. La creazione artistica non ammette regole. Ecco delle frasi che a noi sembrano ragionevoli, ma che chiunque si richiami all’estetica classica (chiunque abbracci, cioè, l’ideale neoclassico) non sottoscriverebbe mai. Lo si vede chiaramente nei Pensieri sull’imitazione delle opere greche, là dove, partendo appunto dallo studio delle opere della Grecia classica, Winckelmann cerca di dedurre alcune regole della creazione artistica che siano valide per tutti i tempi.
Benché si tratti di un breve opuscolo stampato nel 1755 in cinquanta copie a spese dell’autore, lo scritto di Winckelmann ebbe un successo enorme.

Nel brano che segue, egli affronta il tema centrale del suo saggio: come, attraverso l’imitazione degli antichi, gli artisti moderni possano raggiungere la perfezione.

L’unica via per noi per divenire grandi, anzi, se possibile, inimitabili, è l’imitazione degli antichi, e ciò che qualcuno ha detto di Omero, che impara ad ammirarlo chi imparò ad intenderlo, vale anche per le opere d’arte degli antichi, in particolare per i Greci.
Bisogna conoscerle come si conosce un amico per trovare il Laocoonte altrettanto inimitabile di Omero […].
L’imitazione del bello in natura o si riferisce ad un solo modello, o riunisce insieme le osservazioni sopra vari modelli singoli e li compone in un tutto.
Nel primo caso si fa una copia somigliante, un ritratto: è la strada che conduce alle forme e alle figure dei fiamminghi.
Nel secondo caso invece si prende la via per il bello universale e per le sue figure ideali: quest’ultima via presero i Greci.
La differenza tra loro e noi è però questa: i Greci avrebbero ottenuto queste immagini anche se non fossero state prese da corpi belli, in virtù d’una quotidiana osservazione del bello in natura, che a noi invece non si mostra ogni giorno, e raramente come lo desidera l’artista […].
Tale imitazione insegnerà a pensare e a creare con sicurezza giacché in essi si vedranno fissati gli estremi confini del bello umano, e nel contempo di quello divino.
Se l’artista si basa su queste fondamenta, e si lascia guidare la mano e il sentimento dalla regola greca della bellezza, è già sulla strada che lo condurrà sicuro all’imitazione della natura […].
Infine, il generale e principale contrassegno dei capolavori greci è una nobile semplicità e una quieta grandezza, sia nella posizione che nell’espressione. Così come la profondità del mare rimane sempre tranquilla, per quanto infuri la superficie, così l’espressione delle figure dei Greci mostra, in mezzo a tutte le passioni, un’anima grande e posata.
Quest’anima si mostra nel volto del Laocoonte, e non solo nel volto, nonostante la più atroce sofferenza.
Il dolore, che si scorge in ogni muscolo e in ogni tendine del corpo e che, al solo guardare quel ventre dolorosamente contratto, senza considerare né il viso né le altre parti, crediamo quasi di sentire noi stessi, quel dolore – io dico – non si esprime affatto con la rabbia nel volto o nell’intera postura […].
Il dolore del corpo e la grandezza dell’anima sono distribuiti in egual misura per tutta la composizione della figura e, per così dire, si equilibrano.
Laocoonte soffre […]: la sua rovina ci penetra l’anima; ma pure brameremmo poterla sopportare come questo grand’uomo.
L’espressione di un’anima così grande va ben oltre la creazione della bella natura. L’artista dovette sentire nel proprio intimo la forza dello spirito che impresse nel marmo.

ESTETICA ED ETICA Winckelmann sviluppa il suo ragionamento a partire dall’analisi di alcune statue antiche che egli ritiene risalire al V-IV secolo a.C., e cioè a quello che considera il periodo di maggior splendore dell’arte antica. In particolare, si concentra sul gruppo del Laocoonte e sulla statua dell’Apollo del Belvedere. In realtà, noi oggi sappiamo che si tratta di copie tardo-ellenistiche, o addirittura romane, di originali greci perduti.
Secondo Winckelmann, i Greci hanno raggiunto la perfezione nell’arte perché hanno saputo imitare la realtà in maniera tanto sapiente e raffinata da compiere una sintesi perfetta fra tutte le bellezze naturali, raggiungendo così il «bello universale». Tale perfezione si riscontra nella «nobile semplicità» e nella «quieta grandezza» che ispirano le opere d’arte greche: nel Laocoonte, per esempio, il realismo nella rappresentazione della sofferenza del personaggio (realismo che affiora nella tensione dei muscoli, dei tendini, del volto, e in generale in tutta l’espressione corporea) viene bilanciato dalla «grandezza dell’anima» del soggetto scolpito.
Si tratta di una lettura fortemente idealizzata della bellezza, una lettura che risente della filosofia di Platone. Nella concezione che Winckelmann ha dell’opera d’arte perfetta, l’estetica viene in certo modo a coincidere con l’etica, il bello con il buono. La bellezza che Winckelmann ha in mente è perfetta perché non è fine a se stessa ma si fa bellezza morale, e cioè presenta a chi la guarda un modello di comportamento virtuoso (in questo caso: affrontare il dolore con la stessa nobile compostezza con cui lo sta affrontando Laocoonte). Winckelmann vuole dirci insomma che, se vogliono raggiungere la stessa perfezione, gli artisti contemporanei non devono soltanto imitare la tecnica attraverso la quale gli artisti antichi hanno rappresentato il reale, ma anche imitare lo spirito con cui i Greci si sono avvicinati all’arte.

Laboratorio

COMPRENDERE
In che cosa e perché i contemporanei devono imitare gli antichi Greci?
In che cosa consiste l’ideale di bellezza professato da Winckelmann?
ANALIZZARE
L’autore descrive sia l’opera sia il suo significato spirituale e ideale: spiega come mette in relazione gli elementi concreti della scultura con i suoi significati astratti
CONTESTUALIZZARE
In che cosa si distingue il Neoclassicismo dalle altre epoche di rinascenza o riscoperta dei classici?
La parola classico è molto usata, non solo in ambito artistico, ma anche nell’uso quotidiano. Con l’aiuto del dizionario, raccogline i diversi significati

Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang Goethe nasce a Francoforte sul Meno nel 1749 e muore a Weimar nel 1832. Fu un poeta, un narratore, un filosofo e un insigne drammaturgo tedesco.

È considerato un genio fra i più grandi e della storia moderna. Lui espresse la libertà di sentimenti e di espressione e segnò un cambiamento radicale nella coscienza culturale tedesca ed europea. Tra le sue opere più famose troviamo il romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther” del 1774, il dramma poetico “Faust” e il romanzo “Le affinità elettive”.

La sua firma

Biografia

Johann Wolfgang von Goethe nacque a Francoforte sul Meno, primogenito di un avvocato Johann Caspar e Katherine la figlia del sindaco della città. Goethe ebbe un’infanzia agiata e fu influenzato da sua madre che lo indirizzò verso le sue aspirazioni letterarie.

Ricevette una formazione eterogenea. A 16 anni cominciò a studiare legge e pittura e nel 1774 pubblicò il suo primo romanzo “I dolori del giovane Werther”

Werther è il prototipo dell’eroe romantico. Vive una gioventù molto avventurosa. Dopo un viaggio in Svizzera, egli operò una rottura decisiva con il suo passato. Nel 1775 fu accolto dal duca Karl nella piccola corte di Weimar dove lavorò in diversi uffici governativi. Tra gli altri impegni e passioni, si dedicò anche allo studio delle scienze naturali. Scriveva testi che leggeva, occasionalmente, ad alta voce ad un gruppo selezionato di persone – fra loro il duca e le due duchesse.

Fonti

https://letteredidattica.deascuola.it/letteratura/risorse/biblioteca-01database-brani/la-bellezza-ideale-dei-greci-il-laocoonte/

Magri, Vittorini, Storia e testi della letteratura, Paravia.


Categorie
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Ugo Foscolo

Perché ancora si studia Foscolo?

Perché le sue opere rispondono ai canoni della verità e della bellezza.

Perché le sue opere parlano dei grandi temi dell’uomo: l’amore per la libertà, la dialettica tra vita e morte, il dolore dell’amore non corrisposto, la consapevolezza dell’amore come illusione, la bellezza della poesia.

Biografia

Niccolò Foscolo nasce a Zante (Zacinto) nel 1778 isola che appartiene alla Repubblica di Venezia. Suo padre è un medico veneziano sua madre una donna di origini greche; egli ha anche un fratello di nome Giovanni . Alla morte del padre la donna si trasferisce a Venezia dove il figlio la raggiunge nel 1992. .

A 16 anni il giovane Nicolò decide di cambiare il suo nome in Ugo, nome con il quale diventerà poi famoso.

Gli anni che seguono sono anni tumultuosi. Foscolo si impegna nell’attività politica aderendo alle idee giacobine e intraprende la carriera militare
arruolandosi nel corpo dei cacciatori a cavallo. La discesa di Napoleone in Italia aveva acceso speranze tra i repubblicani della penisola. Ma il Trattato di Campoformio, nell’ottobre del 1797 segna la fine della Repubblica di Venezia. Questo trattato mostra ai repubblicani italiani il vero volto di Napoleone: non un liberatore, coma era apparso prima ma un conquistatore.

Foscolo quindi si trasferisce a Milano, capitale della Repubblica cisalpina, dove conosce e frequenta i letterati più in vista, come Giuseppe Parini e Vincenzo Monti. Si trasferisce quindi a Bologna dove collabora con diversi giornali e lavora alla prima stesura delle Ultime lettere di Jacopo Ortis.
Rientrato nei ranghi dell’esercito napoleonico, combatte e rimane ferito due volte.

Compone l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e inizia la riscrittura dell’Ortis. Di indole estremista e di vocazione libertario è spesso critico nei confronti di Napoleone tanto che i suoi rapporti con il governo filofrancese della Repubblica cisalpina sono sempre problematici. Continua comunque a collaborare con il Ministero della Guerra e viene assegnato, col grado di capitano, all’armata riunita in vista della progettata, ma mai attuata, invasione dell’Inghilterra.

È questo un periodo contrassegnato da eventi che gli provocano forti emozioni: muore suicida il fratello Giovanni, vive molte relazioni e da una di esse nasce una figlia, unica donna con cui riesce a mantenere un legame stabile.

Molte le opere che realizza:

  • 1802 pubblica le Ultime lettere di Jacopo Ortis,
  • 1803 La chioma di Berenice e le Poesie,
  • 1807 il carme Dei sepolcri e l’Esperimento di traduzione dell’Iliade.

Viene nominato professore di eloquenza italiana e latina all’università di Pavia e in occasione della lezione inaugurale pronunciò un discorso ispirato a una concezione altamente morale e politica del ruolo della letteratura nella società civile.

Ma forse per il carattere particolarmente irruente e inquieto, tipico di un eroe romantico, col tempo i suoi rapporti con gli intellettuali milanesi e con il governo si guastano. La sua tragedia Ajace, che era andata in scena nel 1811, viene proibita dalla censura per sospette allusioni antifrancesi e Foscolo viene invitato a lasciare Milano.

Si trasferisce quindi a Firenze tra 1812 e il 1813. Qui compone:

  • la tragedia Ricciarda,
  • le Grazie
  • fa diverse traduzioni dall’inglese.

Quando, nel 1813, Napoleone abdica Foscolo riprende servizio
nell’esercito, nel tentativo di salvare l’indipendenza del Regno d’Italia. Il governo austriaco, viste le sue posizioni antinapoleoniche, cerca di coinvolgerlo nella politica culturale del nuovo stato, lasciandogli
libertà d’azione. Ma Foscolo non vuole porsi al servizio di quel regime che ancora opprime i popoli italici. Preferisce quindi lasciare l’Italia e andare in esilio.

Trascorre un anno in Svizzera, dove pubblica tra l’altro una nuova edizione dell’Ortis. Poi si trasferisce definitivamente a Londra, dove ritrova la
figlia Fanny. Viene accolto dall’ammirazione degli intellettuali inglesi. Qui pubblica l’edizione definitiva dell’Ortis, riprende a lavorare alle Grazie e alla traduzione dell’Iliade. Si dedica in particolare alla critica letteraria pubblicando articoli e saggi su Dante, Petrarca e sulla letteratura italiana contemporanea.
La critica letteraria non gli garantisce entrate sufficienti per il suo tenore di vita e finisce ben presto nei guai con i creditori. Si trova quindi costretto a trovare rifugio nei quartieri più degradati della capitale inglese. Si ammala di idropisia e muore nel 1827 assistito dalla figlia Fanny.

Nel 1871 le sue ossa vengono traslate a Firenze, nella chiesa di Santa Croce, fra le tombe dei grandi da lui cantate nei Sepolcri.

Tratti costanti nelle sue opere

La presenza dell'”io”

Le opere di Foscolo sono dominate da un “io” che è quasi sempre identificabile con quello dell’autore. L’io poetico e l’io dell’autore coincidono:

  • entrambi innamorati della libertà,
  • convinti che il letterato abbia una missione civile e politica,

Nelle varie opere questo “io” è sempre presente anche se in misura diversa. Nell'”Ortis” è molto forte, mentre nelle Grazie è più sfocato.

Il legame tra arte e vita

Foscolo è un autore romantico e la sua vita sembra quella di un eroe romantico nella quale si intrecciano indissolubilmente arte e vita. Nelle sue opere troviamo pagine della sua vita: si pensi che diverse lettere contenute nell’Ortis riprendono da vicino lettere realmente scritte a persone reali. Questa coincidenza crea delle difficoltà a livello di analisi critica so come si possa distinguere Foscolo da Ortis.? Ma proprio questa coincidenza è fonte della straordinaria ricchezza di valori e forme della sua opera.

Il carattere frammentario

Le opere di Foscolo nascono tutte per frammenti, vengono poi riuniti a posteriori in un’opera unitaria.

La polarità

Le opere foscoliane appaiono sempre caratterizzate da una polarità tra:

  • cuore e ragione,
  • caos e armonia,
  • oppressori e oppressi,
  • vita e morte.

Queste polarità non vengono mai ricomposte in un’unità; a lui risulta impossibile trovare un equilibrio o compiere una scelta, rimane sempre travolto dalla dualità.

Le ultime lettere di Jacopo Ortis

Le ultime lettere di Jacopo Ortis è un romanzo epistolare. Il romanzo raccoglie le lettere che il giovane Jacopo scrive all’amico Lorenzo Alderani. Quando Jacopo muore suicida, Lorenzo raccoglie le lettere di Jacopo e le pubblica. Le lettere gli sono state scritte tra l’11 ottobre 1797, dopo il trattato di Campoformio, e il 25 marzo 1799. Da queste lettere si leggono le vicende di Jacopo che, fuggito da Venezia per sfuggire alle persecuzioni politiche del governo austriaco, si rifugia sui colli Euganei dove incontra la bella Teresa. Lei è fidanzata con Odoardo, ma questo non impedisce a Jacopo di innamorarsi di lei e di essere ricambiato.

Odoardo è un uomo gretto che sposa la bella Teresa solo per interesse. Jacopo non può cambiare la situazione. Per sfuggire a questo amore infelice inizia a viaggiare. Va a Firenze e a Milano; quando apprende la notizia del matrimonio fra Teresa e Odoardo ritorna sui colli Euganei. Ma si rende conto di non poter fare nulla né per risolvere la situazione sentimentale e neppure di poter agire a livello politico per cambiare la situazione. Sceglie quindi una morte eroica per non cadere nel compromesso di una vita a metà.

Fonti di ispirazione

Appassionato studioso della classicità e della contemporaneità Foscolo attinge sia alle opere di autori classici, che di contemporanei inglesi e francesi, ma anche dalla Bibbia.

Sicuramente grande ispirazione è tratta da I dolori del giovane Werther di Goethe, un romanzo con cui condivide la struttura, la trama, il carattere del protagonista e della donna amata. Anche la conclusione è la stessa.

Intreccio tra Ortis e Foscolo

In questo romanzo l’intreccio fra arte e vita rende difficile distinguere fra la personalità dell’autore e quella del personaggio. Foscolo trasferisce in Ortis la propria esperienza biografica e poi tende a modellare la propria vita sull’esempio dell’Ortis.

Ma una delle ragioni del fascino e del successo di quest’opera sta proprio in questa confusione o sovrapposizione di ruoli. Tuttavia ci sono diversi elementi che ricordano il carattere letterario dell’Ortis, uno su tutti il fatto che il personaggio si suicidi, l’autore invece no.

I temi dell’Ortis

L’itinerario percorso dal protagonista va dall’illusione alla delusione e i temi dell’Ortis sono:

  • Politica – la delusione politica è legata al fallimento dell’esperienza rivoluzionaria, al naufragio delle speranze di libertà e indipendenza dell’Italia e alle speranze suscitate prima e calpestate poi da Napoleone.
  • Amore – la delusione amorosa nasce dall’impossibilità di concretizzare il rapporto con Teresa e dalla constatazione che le leggi dell’interesse e delle convenienze sociali hanno la meglio sulla passione e sul sentimento.
  • Delusione esistenziale – la sua esistenza si muove sempre tra polarità ed estremizzazioni, i compromessi non si adattano al suo carattere. Il fallimento sul piano politico e su quello amoroso esasperano il protagonista a livello esistenziale. Jacopo è radicalmente pessimista e i fallimenti nell’ambito amoroso e sulla scena politica contribuiscono a trasformare in gesto concreto una predisposizione ben precedente dell’animo di Jacopo. Quindi Ortis si suicida «per indole d’anima» oltre che «per sistema di mente»
  • Oppressori e oppressi – i viaggi e gli incontri mostrano a Ortis che gli uomini si dividono in oppressori e oppressi: da una parte chi commette violenza, dall’altra chi la subisce. Ortis però rifiuta di schierarsi.
  • Suicidio come vana fuga dalla violenza – Ortis sceglie il suicidio: gli sembra l’unico modo per non commettere violenza e per non subirla. Ma neppure lui può sfuggire all’inflessibile legge universale della sopraffazione. Infatti le sue scelte e i suoi comportamenti lo portano a commettere violenza nei confronti di diverse persone.
    • Jacopo infatti usa violenza a Teresa, turbandone la serenità
    • Jacopo infatti usa violenza al prossimo – nella lettera del 14 marzo 1799, confessa di avere provocato la morte di un povero contadino innocente
    • Jacopo infatti usa violenza a se stesso, con il suicidio.

Il linguaggio dell’Ortis

Con il suo romanzo Foscolo crea la lingua del romanzo italiano. Lui trae il modello dalla tradizione letteraria e dall’uso vivo della lingua. Con il romanzo epistolare crea uno “stile della passione” proprio perché la lettera è scritta proprio nell’immediatezza e nell’urgenza della passione.

Lo strumento della la lettera trasferisce sulla pagina sia le passioni dell’anima del protagonista e i suoi personali punti di vista.

La trama

Si tratta di un romanzo epistolare: nella finzione letteraria, Lorenzo Alderani, dopo il suicidio di Jacopo Ortis, pubblica le lettere che l’amico gli ha inviato fra l’11 ottobre 1797 (all’indomani del trattato di Campoformio) e il 25 marzo 1799, subito prima della morte.

Lasciata Venezia per sfuggire alle persecuzioni politiche, Jacopo incontra sui colli Euganei la bella Teresa, di cui si innamora, ricambiato, benché la fanciulla sia già promessa al meschino Odoardo per ragioni d’interesse. Dopo un lungo viaggio per l’Italia, che lo porta fra l’altro a Firenze (dove visita la chiesa di Santa Croce) e a Milano (dove incontra Parini), appresa la notizia del matrimonio fra Teresa e Odoardo, ritorna infine sui colli Euganei. Li vede che non c’è alcuna possibilità di trovare soddisfazione alle sue aspirazioni politiche e sentimentali, si toglie la vita pugnalandosi al cuore.

La premessa è di Lorenzo Alderani, amico confidente di Jacopo Ortis.

Premessa

Al lettore
Pubblicando queste lettere, io tento di erigere un monumento alla virtù sconosciuta; e di consacrare alla memoria del solo amico mio quelle lagrime, che ora mi si vieta di spargere su la sua sepoltura.
E tu, o Lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri quell’eroismo di cui non sono eglino stessi capaci, darai, spero, la tua compassione al giovine infelice dal quale potrai forse trarre esempio e conforto.

Lorenzo Alderani

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.  

Lo sconforto per la situazione della patria

In questo brano di apertura emerge il tema politico, uno dei due temi cardine dell’opera foscoliana. Notiamo che proprio nella questione politica si evidenzia la differenza tra autore e protagonista: entrambi vivono la delusione per il trattato di Campoformio ma mentre Foscolo continua a militare nelle armate cisalpine, Jacopo si lascia travolgere dalla sfiducia e dal pessimismo.

Ortis vive la delusione politica del trattato di Campoformio come una tragedia personale. In lui convivono due atteggiamenti antitetici:

  • da un lato l’orgoglioso sdegno e l’istinto di ribellione
  • dall’altro la rassegnazione e la rinuncia.
Da’ colli Euganei, 11 Ottobre 1797  

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia.
Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito?
Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho obbedito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci.

Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace?
Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati?

E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’italiani.

Per me segua che può.

Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte.
Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da’ pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri.    

L’innamoramento

Il tema amoroso è l’altro tema centrale dell’opera. L’amore dà vita, suscita sentimenti positivi nell’uomo: la pietà, il gusto per la bellezza e l’arte. Questi inducono atteggiamenti che rendono l’uomo migliore, civile.

I temi di questo brano sono quelli cari a Foscolo: l’amore, la bellezza, l’arte. In poche parole si tratta, a suo avviso di “illusioni” grazie alle quali la vita vale la pena di essere vissuta. Il tema delle illusioni è centrale in Foscolo. Le illusioni non rappresentano una fuga dal reale, ma sono stimolo all’azione, all’attività, alla reazione positiva di fronte alla realtà negativa.

In particolare, accostandosi all’amore, che è un sentimento superiore, gli uomini possono costruire una visione del mondo più serena. In questo modo possono rigenerare le loro forze creativa, senza le quali non esisterebbe civiltà e il mondo sarebbe ridotto a “pianto, terrore e distruzione universale”.

26 Ottobre

La ho veduta, o Lorenzo, la divina fanciulla; e te ne ringrazio.
La trovai seduta miniando il proprio ritratto. Si rizzò salutandomi come s’ella mi conoscesse, e ordinò a un servitore che andasse a cercar di suo padre.
Egli non si sperava, mi diss’ella, che voi sareste venuto; sarà per la campagna; né starà molto a tornare.

Una ragazzina le corse fra le ginocchia dicendole non so che all’orecchio. È un amico di Lorenzo, le rispose Teresa, è quello che il babbo andò a trovare l’altr’jeri.

Tornò frattanto il signor T***: m’accoglieva famigliarmente, ringraziandomi che io mi fossi sovvenuto di lui. Teresa in tanto, prendendo per mano la sua sorellina, partiva.

Vedete, mi diss’egli, additandomi le sue figliuole che uscivano dalla stanza; eccoci tutti.
Proferì, parmi, queste parole come se volesse farmi sentire che gli mancava sua moglie. Non la nominò.

Si ciarlò lunga pezza. Mentr’io stava per congedarmi, tornò Teresa:

Non siamo tanto lontani, mi disse; venite qualche sera a veglia con noi.
Io tornava a casa col cuore in festa.
– Che? lo spettacolo della bellezza basta forse ad addormentare in noi tristi mortali tutti i dolori? vedi per me una sorgente di vita: unica certo, e chi sa! fatale.
Ma se io sono predestinato ad avere l’anima perpetuamente in tempesta, non è tutt’uno?

Il bacio a Teresa

Questa pagina descrive la scena del primo bacio. Racconta l’emozione di Jacopo a cui sempre a partecipare tutta la natura. Racconta la certezza di Jacopo che il suo amore per Teresa è ricambiato.

14 Maggio, a sera  

O quante volte ho ripigliato la penna, e non ho potuto continuare: mi sento un po’ calmato e torno a scriverti.
– Teresa giacea sotto il gelso – ma e che posso dirti che non sia tutto racchiuso in queste parole? Vi amo.

A queste parole tutto ciò ch’io vedeva mi sembrava un riso dell’universo: io mirava con occhi di riconoscenza il cielo, e mi parea ch’egli si spalancasse per accoglierci! deh! a che non venne la morte? e l’ho invocata.

Sì; ho baciato Teresa; i fiori e le piante esalavano in quel momento un odore soave; le aure erano tutte armonia; i rivi risuonavano da lontano; e tutte le cose s’abbellivano allo splendore della Luna che era tutta piena della luce infinita della Divinità.
Gli elementi e gli esseri esultavano nella gioja di due cuori ebbri di amore – ho baciata e ribaciata quella mano – e Teresa mi abbracciava tutta tremante, e trasfondea i suoi sospiri nella mia bocca, e il suo cuore palpitava su questo petto: mirandomi co’ suoi grandi occhi languenti, mi baciava, e le sue labbra umide, socchiuse mormoravano su le mie – ahi! che ad un tratto mi si è staccata dal seno quasi atterrita: chiamò sua sorella e s’alzò correndole incontro.

Io me le sono prostrato, e tendeva le braccia come per afferrar le sue vesti – ma non ho ardito di rattenerla, né richiamarla. La sua virtù – e non tanto la sua virtù, quanto la sua passione, mi sgomentava: sentiva e sento rimorso di averla io primo eccitata nel suo cuore innocente.
Ed è rimorso – rimorso di tradimento! Ahi mio cuore codardo!
– Me le sono accostato tremando.  

– Non posso essere vostra mai! – e pronunciò queste parole dal cuore profondo e con una occhiata con cui parea rimproverarsi e compiangermi.
Accompagnandola lungo la via, non mi guardò più; né io avea più cuore di dirle parola.
Giunta alla ferriata del giardino mi prese di mano la Isabellina e lasciandomi: Addio, diss’ella; e rivolgendosi dopo pochi passi, – addio. Io rimasi estatico: avrei baciate l’orme de’ suoi piedi: pendeva un suo braccio, e i suoi capelli rilucenti al raggio della Luna svolazzavano mollemente: ma poi, appena appena il lungo viale e la fosca ombra degli alberi mi concedevano di travedere le ondeggianti sue vesti che da lontano ancor biancheggiavano; e poiché l’ebbi perduta, tendeva l’orecchio sperando di udir la sua voce.

– E partendo, mi volsi con le braccia aperte, quasi per consolarmi, all’astro di Venere: era anch’esso sparito.  

Comprensione del testo

 In un primo momento l’intensità del sentimento e la bellezza della giovane travolgono il cuore di Jacopo. Inoltre la perfezione del paesaggio fa da cornice a questo momento. Ma la perfezione del momento fa dimenticare al giovane innamorato che questo amore è impossibile: Teresa è promessa ad un altro.

Poi all’improvviso, Teresa si rende conto della situazione: si scuote, pronuncia parole disperate, fugge. E Jacopo viene rapidamente riportato alla realtà.

Il giovane comprende che quella relazione è destinata a un esito infelice.

E la natura, che fa sempre da cornice allo stato d’animo del giovane anticipa la realtà: Jacopo si volge verso la stella Venere, Venere dea dell’amore, ma la sua luce è svanita. La scomparsa della luce di Venere costituisce un triste presagio.

Analisi e interpretazione.

La prima parte della lettera è costituita da un discorso dall’andamento singhiozzante spezzato, da continue interruzioni come i punti di sospensione, i punti interrogativi ed esclamativi e immagini isolate. Sembrano quasi dei flash che si presentano alla memoria del narratore, dell’Io narrante, mentre cerca di raccontare l’amico quello che accaduto.

Si tratta di una passione difficile da descrivere.

La stessa lingua, le stesse parole non sono sufficienti ad esprimere l’intensità del trasporto amoroso. Nella parte centrale la scena del bacio è descritta nella cornice di un paesaggio in perfetta consonanza con lo stato d’animo dell’innamorato, in un’atmosfera di armonia e fusione tra gli elementi: tra il narratore e la natura, tra il narratore la sua amata.

La parte finale è segnata invece dalla separazione: comincia il distacco con Teresa che si sviluppa nel silenzioso rientro delle sorelle e si conclude col commiato definitivo e con la conclusiva solitudine dell’innamorato.

La lettera è incentrata sul tema dell’amore e è dominata dall’immagine della natura: amore e natura sono trattati in una chiave tipicamente romantica.

  • L’amore è un elemento allo stesso tempo positivo e fatale. È una potenza quasi sovrumana che trasfigura la realtà e la rende divina. L’amore trasforma il soggetto, lo manda in estasi, in un’estasi in cui egli stesso non è capace di dominare le proprie emozioni. L’estasi è così elevata al punto da invocare la morte per sottrarre quell’attimo sublime a ogni possibile disillusione o ad ogni possibile degrado.
  • La natura è organismo vivo, è quasi umanizzato. Non è solo lo sfondo su cui l’esperienza viene vissuta, la natura riproduce tutte le sfumature delle emozioni che vivono i due protagonisti:
    • dalla sensualità del bacio
    • alla desolazione dell’abbandono.

Il paesaggio naturale diventa quindi lo specchio dell’interiorità. L’individuo può guardare dunque guardare i segni della natura per decifrare quello che gli accade, sia nei momenti di felicità, che in quelli della sofferenza.

Rispondi

  1. Dove si trovano Jacopo e Teresa al momento del bacio?
  2. Cosa stava facendo Jacopo un attimo prima?
  3. Teresa si allontana bruscamente, per quale motivo?
  4. Cosa fa Jacopo quando Teresa scappa da lui e si allontana?
  5. Cosa fa quando rimane completamente solo?
  6. La lettera può essere divisa in tre parti. Indica quali e sottolinea in ciascuna parte una parola o una frase che potrebbe essere usata come titolo
  7. L’amore rende Jacopo incapace di agire e di pensare in modo razionale, anche quando deve ricordare i fatti per raccontarli all’amico: in che modo viene resa, nella stesura della lettera l’indicibilità dell’estasi amorosa?
  8. La natura rispecchia gli stati d’animo del personaggio: individua nel testo i passi che si riferiscono a tale consonanza.
  9. La scena è pervasa di emozioni, anche diverse e contrastanti, e di sensualità: indica i termini che esprimono sentimenti e stati d’animo e quelli che si riferiscono invece allo scambio amoroso (cioè ai gesti e alle parole d’amore) fra Jacopo e Teresa.
  10. Produzione
  11. Riscrivi la scena ambientandola ai giorni nostri: puoi cambiare l’abbigliamento dei protagonisti, i loro gesti, le battute del dialogo. 

Gli effetti dell’amore sullo spirito umano

Il tema amoroso è al centro anche di questa lettera. Jacopo sa che Teresa è promessa sposa, ma l’amore che prova per lei determina in lui uno stato d’animo sereno e disteso. In questo stato d’animo coglie bellezza e armonia nell’intero universo.

In questa lettera il poeta rivela l’importanza che lui attribuisce al sentimento e all’illusione, anche quando la ragione è consapevole che le illusioni sono vane.

15 Maggio
Dopo quel bacio io son fatto divino.
Le mie idee sono più alte e ridenti, il mio aspetto più gajo, il mio cuore più compassionevole.
Mi pare che tutto s’abbellisca a’ miei sguardi; il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de’ zefiri fra le frondi son oggi più soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a’ miei piedi; non fuggo più gli uomini, e tutta la Natura mi sembra mia. Il mio ingegno è tutto bellezza e armonia.
Se dovessi scolpire o dipingere la Beltà, io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione.
O Amore! le arti belle sono tue figlie; tu primo hai guidato su la terra la sacra poesia, solo alimento degli animali generosi che tramandano dalla solitudine i loro canti sovrumani sino alle più tarde generazioni, spronandole con le voci e co’ pensieri spirati dal cielo ad altissime imprese: tu raccendi ne’ nostri petti la sola virtù utile a’ mortali, la Pietà, per cui sorride talvolta il labbro dell’infelice condannato ai sospiri: e per te rivive sempre il piacere fecondatore degli esseri, senza del quale tutto sarebbe caos e morte.
Se tu fuggissi, la Terra diverrebbe ingrata; gli animali, nemici fra loro; il Sole, foco malefico; e il Mondo, pianto, terrore e distruzione universale. Adesso che l’anima mia risplende di un tuo raggio, io dimentico le mie sventure; io rido delle minacce della fortuna, e rinunzio alle lusinghe dell’avvenire.
– O Lorenzo! sto spesso sdrajato su la riva del lago de’ cinque fonti: mi sento vezzeggiare la faccia e le chiome dai venticelli che alitando sommovono l’erba, e allegrano i fiori, e increspano le limpide acque del lago.
Lo credi tu? io delirando deliziosamente mi veggo dinanzi le Ninfe ignude, saltanti, inghirlandate di rose, e invoco in lor compagnia le Muse e l’Amore; e fuor dei rivi che cascano sonanti e spumosi, vedo uscir sino al petto con le chiome stillanti sparse su le spalle rugiadose, e con gli occhi ridenti le Najadi, amabili custodi delle fontane. Illusioni! grida il filosofo.
– Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele.    

Insensatezza della storia

Per dimenticare l’amore per Teresa e per sfuggire alle persecuzioni austriache, Jacopo lascia i Colli Euganei a va in Francia. Giunto a Ventimiglia decide però di tornare indietro, desiderando morire nella sua terra.

La barriera delle Alpi offre un grandioso spettacolo. Si tratta di un confine possente, una barriera naturale che ora è violata dalle potenze straniere. Ma Foscolo riflette sul fatto che in passato la potenza della penisola italica ha violato le stesse frontiere in opposta direzione. La storia è tutta dominata dalla violenza e dalla sopraffazione.

È quindi inutile fuggire. È meglio la morte.

Ma Jacopo non vuole morire in terra straniera, non vuole che le sue ossa vengano sepolte altrove. Vuole provare il piacere di essere compianto da Teresa e dai suoi compagni. Questo testo ci mostra il pessimismo nei confronti della storia che è stata sempre teatro di violenze. Ci mostra inoltre la grande delusione politica e sentimentale del protagonista.

Ventimiglia, 19 e 20 Febbraio
 [ … ]
Alfine eccomi in pace!
– Che pace? stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati.
– Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna. V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero.
Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici dell’Alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo e tutto biancheggia e si confonde – da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo.
La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.
I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni.
Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia.
Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce?
– Ov’è l’antico terrore della tua gloria?
Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la gloria degli avi, le quali quanto più splendono tanto più scoprono la nostra abbietta schiavitù.
Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro sepolcri.
E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze, e l’intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi domestici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo i nostri padroni schiudere le tombe e disseppellire, e disperdere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientarne le ignude memorie: poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione di superbia, ma non eccitamento dell’antico letargo.
Così grido quand’io mi sento insuperbire nel petto il nome Italiano, e rivolgendomi intorno io cerco, né trovo più la mia patria.
– Ma poi dico: Pare che gli uomini sieno fabbri delle proprie sciagure; ma le sciagure derivano dall’ordine universale, e il genere umano serve orgogliosamente e ciecamente a’ destini.
Noi argomentiamo su gli eventi di pochi secoli: che sono eglino nell’immenso spazio del tempo? Pari alle stagioni della nostra vita normale, pajono talvolta gravi di straordinarie vicende, le quali pur sono comuni e necessarj effetti del tutto. L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra.
Io guardando da queste Alpi l’Italia piango e fremo, e invoco contro agl’invasori vendetta; ma la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo di tanti popoli trapassati, quando i Romani rapivano il mondo, cercavano oltre a’ mari e a’ deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano gl’Iddii de’ vinti, incatenevano principi e popoli liberissimi, finché non trovando più dove insanguinare i lor ferri, li ritorceano contro le proprie viscere. Così gli Israeliti trucidavano i pacifici abitatori di Canaan, e i Babilonesi poi strascinarono nella schiavitù i sacerdoti, le madri, e i figliuoli del popolo di Giuda.
Così Alessandro rovesciò l’impero di Babilonia, e dopo avere passando arsa gran parte della terra, si corrucciava che non vi fosse un altro universo. Così gli Spartani tre volte smantellarono Messene e tre volte cacciarono dalla Grecia i Messeni che pur Greci erano della stessa religione e nipoti de’ medesimi antenati.
Così sbranavansi gli antichi Italiani finché furono ingojati dalla fortuna di Roma.
Ma in pochissimi secoli la regina del mondo divenne preda de’ Cesari, de’ Neroni, de’ Costantini, de’ Vandali, e de’ Papi. Oh quanto fumo di umani roghi ingombrò il Cielo della America, oh quanto sangue d’innumerabili popoli che né timore né invidia recavano agli Europei, fu dall’Oceano portato a contaminare d’infamia le nostre spiagge! ma quel sangue sarà un dì vendicato e si rovescierà su i figli degli Europei!
Tutte le nazioni hanno le loro età.
Oggi sono tiranne per maturare la propria schiavitù di domani: e quei che pagavano dianzi vilmente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco. La Terra è una foresta di belve.
La fame, i diluvj, e la peste sono ne’ provvedimenti della Natura come la sterilità di un campo che prepara l’abbondanza per l’anno vegnente: e chi sa? fors’anche le sciagure di questo globo apparecchiano la prosperità di un altro.
Frattanto noi chiamiamo pomposamente virtù tutte quelle azioni che giovano alla sicurezza di chi comanda e alla paura di chi serve. I governi impongono giustizia: ma potrebbero eglino imporla se per regnare non l’avessero prima violata?
 Chi ha derubato per ambizione le intere province, manda solennemente alle forche chi per fame invola del pane. Onde quando la forza ha rotti tutti gli altrui diritti, per serbarli poscia a se stessa inganna i mortali con le apparenze del giusto, finché un’altra forza non la distrugga.
Eccoti il mondo, e gli uomini.
Sorgono frattanto d’ora in ora alcuni più arditi mortali; prima derisi come frenetici, e sovente come malfattori, decapitati: che se poi vengono patrocinati dalla fortuna ch’essi credono lor propria, ma che in somma non è che il moto prepotente delle cose, allora sono obbediti e temuti, e dopo morte deificati. Questa è la razza degli eroi, de’ capisette, e de’ fondatori delle nazioni i quali dal loro orgoglio e dalla stupidità de’ volghi si stimano saliti tant’alto per proprio valore; e sono cieche ruote dell’oriuolo.
Quando una rivoluzione nel globo è matura, necessariamente vi sono gli uomini che la incominciano, e che fanno de’ loro teschj sgabello al trono di chi la compie. E perché l’umana schiatta non trova né felicità né giustizia sopra la terra, crea gli Dei protettori della debolezza e cerca premj futuri del pianto presente.
Ma gli Dei si vestirono in tutti i secoli delle armi de’ conquistatori: e opprimono le genti con le passioni, i furori, e le astuzie di chi vuole regnare.
Lorenzo, sai tu dove vive ancora la vera virtù? in noi pochi deboli e sventurati; in noi, che dopo avere sperimentati tutti gli errori, e sentiti tutti i guai della vita, sappiamo compiangerli e soccorrerli.
Tu o Compassione, sei la sola virtù! tutte le altre sono virtù usuraje.
Ma mentre io guardo dall’alto le follie e le fatali sciagure della umanità, non mi sento forse tutte le passioni e la debolezza ed il pianto, soli elementi dell’uomo?
Non sospiro ogni dì la mia patria? Non dico a me lagrimando: Tu hai una madre e un amico – tu ami – te aspetta una turba di miseri, a cui se’ caro, e che forse sperano in te – dove fuggi? anche nelle terre straniere ti perseguiranno la perfidia degli uomini e i dolori e la morte: qui cadrai forse, e niuno avrà compassione di te; e tu senti pure nel tuo misero petto il piacere di essere compianto.
Abbandonato da tutti, non chiedi tu ajuto dal Cielo? non t’ascolta; eppure nelle tue afflizioni il tuo cuore torna involontario a lui – va, prostrati; ma all’are domestiche.
O natura! hai tu forse bisogno di noi sciagurati, e ci consideri come i vermi e gl’insetti che vediamo brulicare e moltiplicarsi senza sapere a che vivano?
Ma se tu ci hai dotati del funesto istinto della vita sì che il mortale non cada sotto la soma delle tue infermità ed ubbidisca irrepugnabilmente a tutte le tue leggi, perché poi darci questo dono ancor più funesto della ragione? Noi tocchiamo con mano tutte le nostre calamità ignorando sempre il modo di ristorarle.
Perché dunque io fuggo? e in quali lontane contrade io vado a perdermi? dove mai troverò gli uomini diversi dagli uomini? O non presento io forse i disastri, le infermità, e la indigenza che fuori della mia patria mi aspettano? – Ah no! Io tornerò a voi, o sacre terre, che prime udiste i miei vagiti, dove tante volte ho riposato queste mie membra affaticate, dove ho trovato nella oscurità e nella pace i miei pochi diletti, dove nel dolore ho confidato i miei pianti. Poiché tutto è vestito di tristezza per me, se null’altro posso ancora sperare che il sonno eterno della morte – voi sole, o mie selve, udirete il mio ultimo lamento, e voi sole coprirete con le vostre ombre pacifiche il mio freddo cadavere. Mi piangeranno quegli infelici che sono compagni delle mie disgrazie – e se le passioni vivono dopo il sepolcro, il mio spirito doloroso sarà confortato da’ sospiri di quella celeste fanciulla ch’io credeva nata per me, ma che gl’interessi degli uomini e il mio destino feroce mi hanno strappata dal petto.
Alessandria, 29 Febbraio

Da Nizza invece d’inoltrarmi in Francia, ho preso la volta del Monferrato. Stasera dormirò a Piacenza. Giovedì scriverò da Rimini. Ti dirò allora – Or addio.  


Rimini, 5 Marzo  

Tutto mi si dilegua. Io veniva a rivedere ansiosamente il Bertola (un autore di poesie); da gran tempo io non aveva sue lettere – È morto.

La morte di Jacopo

Ore 11 della sera
Lo seppi: Teresa è maritata.
Tu taci per non darmi la vera ferita – ma l’inferno geme quando la morte il combatte, non quando lo ha vinto.
Meglio così, da che tutto è deciso: ed ora anch’io sono tranquillo, incredibilmente tranquillo.
Addio.
Roma mi sta sempre sul cuore.

Nota di Lorenzo Alderani

Dal frammento seguente che ha la data della sera stessa, apparisce che Jacopo decretò in quel dì di morire. Parecchi altri frammenti, raccolti come questo dalle sue carte, paiono gli ultimi pensieri che lo raffermarono nel suo proponimento; e però li andrò frammentando secondo le loro date.

Le Poesie

L’edizione delle Poesie stampata a Milano nel 1803 comprendeva due odi e dodici sonetti. Questi dodici sonetti costituiscono una sorta di autoritratto in versi dell’autore. In esse Foscolo si dipinge come un individuo eccezionale, dotato di sentimenti, capace di passioni più forti del comune, avversato dai tempi e dalla sorte, costretto alla vita errabonda e infelice dell’esule. Le uniche consolazioni della sua vita da esule sono costituite dalla poesia e dall’amore

In morte del fratello Giovanni

PARAFRASI
1. Se io un giorno, non sarò più obbligato a fuggire sempre, andando
2. di popolo in popolo, mi vedrai seduto
3. sulla tua tomba, o fratello, mio, a piangere
4. il fiore dei tuoi anni giovanili che si è spezzato.

5. Solo nostra madre ora, trascinando la sua vecchiaia,
6. parla di me con la tua cenere muta:
7. ma io tendo inutilmente le mani verso di voi;
8. e, anche se saluto solo da lontano la mia patria,

9. sento gli dei contrari e i tormenti interiori
10. che sconvolsero la tua vita (inducendoti al suicidio),
11. e invoco anch’io la pace, quella pace in cui adesso tu sei, la pace della morte.

12. Oggi di tante speranze, mi resta soltanto questa!
13. Oh popoli stranieri, restituite le mie spoglie, quando io non sarò più,
14. alle braccia della madre infelice.

SCHEMA METRICO I versi del sonetto sono endecasillabi piani.
Le rime seguono il seguente schema: ABAB ABAB CDC DCD;

Commento

I sonetti di Foscolo risalgono al 1803 e sono tutti caratterizzati da una forte soggettività, come l’Ortis. Anche in questo sonetto il poeta si rispecchia nella figura di un eroe sventurato e tormentato, sempre in conflitto con il proprio tempo. Foscolo vive l’esilio come una condizione politica ed esistenziale insieme.

Compaiono in questo sonetto i temi fondamentali della poetica foscoliana:

  • la terra come madre
  • il valore eternatrice della poesia
  • l’esilio
  • il tormento interiore per la scomparsa del fratello

Giovanni, si è suicidato nel 1801, a vent’anni, per debiti di gioco. Qui viene rappresentata anche la madre anziana e sola. Le immagini che Foscolo crea sono suggestioni tipicamente romantiche.

Il tema dell’esilio

Il tema dell’esilio va inteso

  • sia come condizione reale del poeta, in esilio volontario dopo la cessione di Venezia all’Austria da parte di Napoleone, con il trattato di Campoformio,
  • sia come una condizione più generale di sradicamento e precarietà.

Tema sepolcrale

In opposizione a questo, troviamo il motivo della tomba, che si ricollega all’immagine del nucleo familiare e soprattutto della madre.

 Il ricongiungimento con la madre e la terra natale è l’unico punto fermo nella condizione di esule. Ma l’unica possibilità di ricongiungimento è vista nella morte. In questo sonetto la morte non è concepita come “nulla eterno” (come in Alla sera), ma come unica opportunità di ricongiungimento con gli affetti familiari che in vita gli è negato per sempre.

La morte quindi può essere vista in modo diversi:

  • non solo fonte di lacrime per i propri cari,
  • ma anche occasione di incontro affettuoso, che permette un legame con la vita.

La richiesta di restituire le ossa alla madre in questo sonetto, e alla propria patria, in altri testi, consente l’illusione della sopravvivenza, del ritorno tra le braccia della madre e della patria.

Troviamo qui anticipato quel forte legame, punto cardine del carme Dei sepolcri, tra tomba, terra natale e figura materna.

È, infatti, proprio la madre che, pur colpita da tante sciagure, tenta di ricomporre l’unità della famiglia accanto alla tomba, simbolo di morte.

Figure retoriche

  • Metafore fondamentali:
    • la vita è come un viaggio, in un mare tempestoso che si conclude con la quiete della morte, considerata come un porto (le secrete/cure che al viver tuo furon tempesta,/e prego anch’io nel tuo porto quiete).
    • La gioventù stroncata dalla morte è come un fiore reciso (“il fior de’ tuoi gentili anni caduti”). E’ assai comune che un poeta rappresenti la giovinezza come un fiore (Leopardi associa la gioventù di Silvia al mese di maggio, quando sbocciano le rose – Carducci definisce il figlio, morto precocemente, … fiore della mia pianta ….
  • Sineddoche – “tetti”, rappresenta tutto il suo paese natale citando una parte – “palme” invece di “mani”;
  • Sinestesia – “cenere muto” ,dove si accostano due termini che appartengono alle sfere sensoriali della vista e dell’udito.
  • Metonimia – “pietra” materiale usato per la costruzione delle tombe.
  • Allitterazione – “tardo traendo” , “secrete cure”, “madre mesta”.
  • Enjambement – fuggendo / di gente in gente – le secrete / cure

Alla sera

(Oh sera) forse tu mi sei così cara perché rappresenti l’immagine della pace eterna. E io ti apprezzo sia che tu venga in estate, quando arrivi dopo una giornata serena, che quando arrivi, nella stagione rigida, a portare sulla terra lunghe tenebre dopo una giornata fredda e nevosa, tu sera sei sempre invocata da me; tu sai raggiungere dolcemente le parti più nascoste del mio animo.
Tu sera mi fai viaggiare con i miei pensieri sulla strada che porta verso l’idea della morte, che annulla tutto, per sempre; e intanto questo tempo infelice passa velocemente e se ne vanno via insieme a te, sera, tutte le preoccupazioni della vita a causa delle quali il tempo presente si consuma assieme a me; e mentre io contemplo la tua pace, si tranquillizza, si placa anche il mio spirito ribelle, il mio spirito guerriero, che mi ruggisce dentro.
METRO: sonetto, con rima secondo lo schema ABAB ABABA CDC DCD.

Commento

Il tema del sonetto è la sera, vista come immagine della morte, definita «fatal quiete», il riposo del fato, la pace dell’anima. Per questo motivo la sera è molto cara al poeta.

Ma assieme a questo, emerge dalla poesia anche un altro tema fondamentale: il sofferto rapporto tra il desiderio di pace del poeta e il senso angoscioso della vita che lo travaglia.

La sera descritta dal Foscolo è sempre attesa con piacere, sia che arrivi dopo i bei tramonti estivi, accompagnata da venti leggeri, sia che giunga accompagnata da atmosfere invernali, tenebrose e nevose.

La sera è sempre desiderata, perché ispira i più intimi pensieri, le più segrete aspirazioni.

Rivolgendosi direttamente ad essa, l’autore confida che l’apparizione della sera lo induce a meditare sulla vita e sulla morte, il nulla eterno.

A questa dimensione indefinita ed infinita si contrappone il tempo, elemento fuggente che passa rapido e che porta con sé sempre nuove avversità. E mentre il poeta contempla il silenzio e la pace della notte la sua anima travagliata, l’anima di un eroe romantico può per un attimo trovare pace, può placarsi, può riposare.

Il poeta vive in eterna polarità tra il suo desiderio di pace e la negatività del presente storico. Ma la sera è un momento in cui la tensione si placa e il poeta sperimenta la pace, il riposo. La sera ha il potere di placare la sia anima guerriera, di donargli un momento di riposo.

Il lessico di questo componimento è altamente letterario, costruito con parole auliche e poetiche; molte di queste provengono dal latino e danno al sonetto una forma neoclassica, mentre i sentimenti espressi sono decisamente romantici. La sintassi è costituita da periodi paratattici e ipotattici. Nelle quartine i periodi son più ampi e complessi, mentre nelle terzine i periodi sono più corti e concitati.

Figure retoriche

  • Allitterazioni dei suoni chiari delle vocali e ed i nelle quartine, e quelle dei suoni cupi delle vocali o ed u delle terzine, r nell’ultima strofa.
  • Parallelismo delle due frasi coordinate («E quando… e quando…»).
  • Ossimoro v. 10 «Nulla eterno»
  • Enjambement vv. 5-6 “inquiete/ tenebre e lunghe, vv. 7 – 8 “secrete vie”;
  • Antitesi si trova negli ultimi due versi «e mentre io guardo la tua pace, dorme / quello spirto guerriero ch’entro mi rugge».

Altre poesie dedicate alla sera

Sera di Gavinana di Vincenzo Cardarelli

Dei sepolcri

Il carme Dei sepolcri è un’opera poetica di impegno sociale e politico.

L’occasione per la scelta del tema sepolcrale è stato il decreto napoleonico di Saint-Cloud del 1804:

  • Per ragioni igieniche si proibivano le sepolture nei centri abitati.
  • Per ragioni di uguaglianza si stabiliva che le lapidi fossero tutte di uguale grandezza.

Su questo argomento Ugo Foscolo ebbe modo di discutere assieme a Ippolito Pindemonte nel salotto veneziano di Isabella Teotochi Albrizzi.
Dopo questo dibattito Foscolo dedicò il carme Dei sepolcri a Ippolito Pindemonte il quale rispose a quello di Foscolo con un altro carme intitolato allo stesso modo. Foscolo quindi compone i sepolcri in forma di lettera indirizzata a Pindemonte come ideale continuazione di quella discussione.

Obiettivo del carme

L’obiettivo che si pone Foscolo è quello di esaltare la funzione civile delle tombe, dei sepolcri.

La riflessione di Foscolo parte dall’affermazione che le tombe sono inutili perché non c’è alcuna forma di sopravvivenza oltre la morte. Questo è il punto di partenza del Carme.

Il poeta però prosegue sostenendo che, se le tombe sono inutili per i morti, sono comunque una delle istituzioni fondamentali dei vivi, sono una delle istituzioni fondamentali delle civiltà di ogni epoca. Esse infatti sono alla base del vivere civile della storia ed è solo nella continuità della memoria tra una generazione e le successive che gli uomini possono sperare di giungere a una qualche forma di sopravvivenza oltre la morte. Le tombe, e le civiltà che esse rappresentano, permettono di dare un significato dell’esperienza umana che va oltre la vita.
Questo porta a rivalutare sia l’umanità ma anche la sua storia. Viene creata quindi una sorta di religione laica e civile fondata non su gli ideali spirituali ma sui valori intrinseci della storia umana.
Infatti non si ricorda la memoria dei malfattori, ci si ricorda invece degli uomini che hanno dedicato la loro vita a qualcosa di grande. Foscolo cita le tombe di grandi uomini come quelli che sono sepolti in Santa Croce a Firenze.

I valori

I valori a cui fa riferimento Foscolo coincidono con le virtù delle società antiche: il patriottismo, il senso civico, il culto della sobrietà, l’austerità della vita privata, la lealtà….
Si tratta di valori fondati sul ricordo che sono rappresentati proprio dai sepolcri. Questi valori devono essere trasferiti alle generazioni successive.

Funzione eternatrice della poesia

Foscolo ritiene che sia proprio l’arte, e in particolare la poesia, a dover portare avanti i valori dell’antichità. La poesia acquista così la funzione di rendere eterna la memoria storica che le tombe rappresentano. Per Foscolo la poesia è la più alta espressione della civiltà.
Si parla di funzione eternatrice della poesia.
I sepolcri quindi offrono al cittadino italiano un codice di comportamento laico e etico, un comportamento classicistico e impegnato politicamente.

Video su Niccolò Ugo Foscolo

Fonti

  • www.liberliber.it
  • Redazione Virtuale, Milano, 10 maggio 2006, © Copyright 2006
  • italialibri.net, Milano
  • https://www.fareletteratura.it/2012/12/17/analisi-del-testo-e-parafrasi-in-morte-del-fratello-giovanni-foscolo/
  • www.fareletteratura.it
  • www.treccani.it
  • https://liceocuneo.it/ipertesti/il-paesaggio-dell’anima/inmorte.htm
  • https://biografieonline.it/
  • http://guide.supereva.it/romanzo_epistolare/interventi/2004/10/180727.shtml
  • https://www.pearson.it/letteraturapuntoit/contents/files/fosco_sintesi.pdf
  • https://www.italialibri.net/opere/allasera.html
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Antico regime Rivoluzione francese Settecento storia

La rivoluzione francese

La parola chiave della rivoluzione francese è cittadino. La parola non è nuova, ma assume un significato simbolico. Infatti indica la fine dell’antico regime perché toglie di mezzo i titoli nobiliari, fa appello all’idea di uguaglianza fraternità e libertà diffuse dall’Illuminismo e sostituisce il termine suddito che deriva dalla parola latina subdere che significa sottomettere. La stessa parola cittadino rivendica la sovranità del popolo.

Le cause della Rivoluzione francese

Le cause che hanno portato l’esplosione in Francia di una rivoluzione che ha cambiato l’assetto dell’Europa e che ha dato l’avvio alla trasformazione della società sono molteplici.

  1. Il primo fattore che portava alla Rivoluzione francese era una struttura sociale antiquata caratterizzata dall’immobilismo del sistema politico e sociale. Luigi XVI governava il paese più popoloso d’Europa, aveva quasi 25 milioni di abitanti, tre volte l’Inghilterra, aveva un’economia florida e una vita intellettuale decisamente attiva.
  2. La società dell’antico regime era una società in cui due classi ricche e privilegiate, che costituivano meno del 2% della popolazione francese del Settecento, vivevano sulle spalle del Terzo stato, costituito da una popolazione molto varia, con possibilità economiche e culturali molto diverse. Inoltre la popolazione subiva molteplici vincoli alla libertà. Non c’era coesione sociale: clero e nobiltà si sentivano minacciati nei privilegi, mentre la borghesia non vedeva riconosciuto un peso politico proporzionato al suo ruolo economico. Il popolo era in miseria, sempre più schiacciato dai ceti alti e il malcontento esplodeva in frequenti ed inutili rivolte.
  3. A questo primo elemento bisogna poi aggiungere la diffusione dell’illuminismo. L’incapacità di governare dei successori di Luigi XIV, il Re Sole, che aveva dato origine a uno degli assolutismi più riusciti nel continente europeo, Luigi XV e in particolar modo Luigi XVI, fece nascere l’ostilità del popolo.
  4. Il bilancio dello stato francese era in decifit e il debito era in continua e progressiva crescita.

Le cause anche in questo caso sono:

  • le spese militari: la guerra dei Sette anni era costata tantissimo alla Francia che inoltre era stata sconfitta:
  • le somme utilizzate per mantenere il lusso della vita di corte
  • le mancate entrate a causa dei privilegi e delle immunità;

e principalmente per i privilegi.

  • La Francia era il paese più popoloso d’Europa, ma una serie di annate sfortunate avevano dato origine a una serie di carestie che metteva in difficoltà la popolazione francese.
La monarchia francese di fine Settecento è incapace di ridurre i privilegi dei ceti dominanti e di imporre riforme e la rivoluzione francese fu lo spartiacque tra antico regime e modernità, all’origine della storia contemporanea. Fu un laboratorio di ipotesi e di modelli destinati a sopravvivere alla rivoluzione.

La Francia di Luigi XVI

Dal 1774 al 1791 Luigi XVI fu il Re di Francia.

La monarchia assoluta è la forma di governo della Francia settecentesca. Il re è re per diritto divino, teoricamente onnipotente. Lui è la legge, incarna la legge per i propri sudditi. Governa il paese attraverso i suoi intendenti e garantisce la struttura sociale basata su ordini.

La corte francese vive a Versailles, e non a Parigi, dai tempi di Luigi XIV. La vita di corte è scandita da rituali e cerimoniali. Centinaia di nobili gravitano intorno alle figure reali.

Luigi XVI

La vita a Versailles

Luigi XVI, nato nel 1754 e incoronato Re di Francia a vent’anni, fu un uomo piuttosto mite, ma debole e irresoluto, inadatto al ruolo che era chiamato a ricoprire.

La regina Maria Antonietta d’Austria

Era sposato con Maria Antonietta, figlia dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa. La fanciulla, di bell’aspetto e con una ricca dote al seguito, era stata sposata da Luigi quando entrambi erano ancora adolescenti. Maria Antonietta non era mai stata amata molto dai francesi, non la sentivano loro sovrana e la chiamavano con disprezzo, l’“Austriaca”.

Su di lei giravano un sacco di aneddoti, molti dei quali falsi. Uno dei più diffusi è questo.

Durante una rivolta popolare, il popolo affamato dalla carestia chiedeva “pane”. Si dice che la regina avrebbe commentato «Se non hanno più pane, che mangino brioche». La frase invece fu pronunciata probabilmente da Madame de Mably, citata in “Le confessioni” di Jean Jacques Rousseau.

Maria Antonietta d’Austria – Joseph Ducreux http://www.ladyreading.net/marieantoinette/big/marie21a.jpgUploaded 24/07/2006 from http://expositions.bnf.fr/fouquet/grand/f219.htm, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1021695

In realtà, a parte i suoi indubbi difetti, Maria Antonietta era stata educata da una madre illuminista, una grande regina che non credeva all’inferiorità della donna rispetto all’uomo e che aveva retto saldamente un impero. Ma l’intelligenza e l’energia femminili non erano apprezzate alla corte di Francia, dove spadroneggiavano le dame oziose e intriganti, gli uomini fatui e le cameriere corrotte.

Più tardi, quando scoppiò la Rivoluzione, Maria Antonietta fu effettivamente imprudente e antipatriottica: temendo per la monarchia e poi per la vita stessa della sua famiglia, si compromise scrivendo al fratello Leopoldo II, imperatore d’Austria, per ottenerne l’aiuto e fu in corrispondenza con molti aristocratici esuli che tentavano di rientrare in Francia alla testa di truppe straniere. La polizia rivoluzionaria intercettò tutte le sue lettere e ciò, in un periodo tanto turbolento, aggravò notevolmente la posizione della monarchia.

Per un approfondimento su Maria Antonietta

La società francese nell’Antico Regime

La nobiltà

La nobiltà, che corrispondeva all’1,2% della popolazione francese, aveva perso gran parte del proprio peso politico con Luigi XIV. Il monopolio aristocratico degli alti comandi militari era stato seriamente danneggiato dal processo di professionalizzazione dell’esercito. I nobili mantenevano i propri privilegi e la propria egemonia sociale; erano inoltre esentati dal pagamento delle imposte.

Il clero

Il clero, 0,5% della popolazione, costituiva il secondo ordine privilegiato della società francese. Il clero esercitava un forte potere economico ed era come la nobiltà esentato dal pagamento delle imposte.

 Terzo Stato

Era ormai chiaro che la divisione in ordini non rifletteva la realtà della società francese.

Il terzo stato è diventato un’entità composita difficilmente definibile, percorsa da interessi anche antagonisti tra loro, come quelli del proletariato urbano, dei contadini e della borghesia. La parte più dinamica del Terzo Stato era rappresentata dalla borghesia. Il ruolo della borghesia in ambito politico ed economico diventa sempre più rilevante. La maggior parte del terzo stato era costituita da contadini e salariati. La maggior parte del carico fiscale ricadeva sul Terzo Stato (perché nobiltà e clero erano esenti dal pagamento delle imposte).

Vignetta satirica francese della fine del Settecento.
La vignetta descrive con amara ironia la situazione della Francia prima della Rivoluzione. Sono raffigurati un rappresentante del clero e uno della nobiltà mentre schiacciano un contadino sotto un enorme perso fatto di «tributi, imposte, corvée».
Tributi e imposte erano le tasse, le corvée erano le giornate lavorative gratuite per pulire fossi e canali o per altri lavori utili al nobile proprietario della terra.

La crisi economica

Il deficit di bilancio

Sulla Francia gravava l’annoso problema del deficit di bilancio, la pesante eredità della politica di potenza condotta dalla monarchia, ulteriormente aggravatosi con la Guerra dei Sette anni.

A ostacolare il raggiungimento del pareggio di bilancio erano, infatti, i numerosi difetti del sistema fiscale francese come le esenzioni di cui godevano nobiltà e clero e il peso delle imposte indirette sui generi di prima necessita, che gravavano soprattutto sul popolo.

Il fallimento della riforma fiscale

Durante il regno di Luigi XV, tutti i tentativi di riforma fiscale fallirono per l’opposizione della nobiltà, che non accettava di vedere ridotti i propri privilegi. Le cose non vanno meglio con Luigi XVI al trono. Quando il sovrano aveva tentato di intervenire con una politica di riforme la monarchia si era trovata senza consenso. Inoltre la monarchia era esposta agli attacchi degli innovatori che ne contestavano il dispotismo.

Quando il sovrano aveva tentato di fare delle riforme era stato osteggiato dai parlamenti.

Il parlamento nell’Antico regime aveva poteri giudiziari e legislativi.
Essi esercitavano una parte della sovranità attraverso il diritto di registrazione, per il quale avevano la facoltà di registrare tutte le leggi e le misure del monarca prima della loro applicazione, in piena autonomia reciproca e nei confronti del monarca.
Nel registrare gli editti del sovrano i parlamenti potevano avanzare rimostranze se non condividevano il contenuto dell’editto o se l’editto era in conflitto con altre ordinanze o con consuetudini.
Il loro parere era consultivo, quindi il re poteva imporre la propria volontà, ma la procedura era comunque complessa.
Tredici erano i parlamenti in Francia e il più autorevole era quello di Parigi.
Erano composti prevalente da esponenti della nobiltà di toga che erano ben attenti a difendere i propri privilegi fiscali e di ceto e che si presentavano anche come paladini della libertà.  

Luigi XVI un sovrano debole

In una simile situazione sarebbe stato necessario un re dotato di particolare intelligenza politica e di grande energia.

Non si può negare che il re non fosse pieno di buone intenzioni. Infatti Luigi XVI si mostrò dapprima, disposto a concedere alcune riforme, promosse da abili ministri delle finanze come Robert-Jacques Turgot (1727-1781) e Jacques Necker (1732-1804), seguaci delle nuove dottrine economiche.

Essi però vennero apertamente ostacolati dalla corte, specie quando proposero forti riduzioni di spese e alcune tasse anche per il clero e per la nobiltà.

Nonostante l’insensatezza delle resistenze dei nobili e dell’alto clero, il re non ebbe la forza di opporsi. Anzi, fece di più, licenziò i ministri avviando la Francia verso la rovina finanziaria.

La convocazione degli Stati generali

Gli Stati generali erano un organo di rappresentanza dei tre ceti sociali – clero, nobiltà, terzo stato – che esistevano in Francia.  L’assemblea, di origine feudale, aveva la funzione di limitare il potere monarchico.

Gli Stati Generali si riunivano quando incombevano sul paese pericoli imminenti. Erano l’unico organo che rappresentava i tre ordini, ma non erano più stati convocati dal 1615 perché la monarchia assoluta non amava che ci fosse chi poteva limitarne il potere.

Nel 1788 Luigi XVI approvò un’Imposta Fondiaria per evitare la bancarotta dello stato, ma il parlamento di Parigi non registrò l’editto e esautorando il Re.

A quel punto il sovrano non ebbe scelta, consapevole che fosse necessario fare delle riforme, decise di convocare l’antica assemblea degli Stati generali, che da più di 150 anni non veniva convocata, ma che era l’unica istituzione in grado di intraprendere una riforma fiscale del Paese.

Nell’estate del 1788 Luigi XVI convocò quindi, per il maggio successivo l’assemblea degli stati generali.

La notizia dell’imminente (i tempi della politica nel Settecento erano più dilatati rispetto a oggi) assemblea, rese necessaria l’elezione dei deputati che avrebbero partecipato all’assemblea. Durante le assemblee convocate a questo scopo vennero registrate critiche, lamentele e richieste indirizzate al sovrano. Sono arrivate a noi circa 60.000 lagnanze e probabilmente almeno altrettante sono andate perdute. Erano lettere che i Francesi chiamavano cahiers de doléances, “note di lagnanze”, e provenivano dai villaggi, dalle parrocchie, dai parlamenti locali, dalle associazioni artigiane.

Erano di due tipi:

  • quelli stilati nelle assemblee preliminari delle parrocchie e delle corporazioni,
  • quelli compilati direttamente nelle assemblee elettorali di clero e nobiltà.

Tutte le lagnanze sono unanimi nel chiedere:

  • la riforma della fiscalità,
  • la libertà di stampa
  • una costituzione che ponesse limiti ai poteri del re.
  • eguaglianza civile integrale
  • soppressione dei diritti feudali.

I cahiers dimostrano che la stragrande maggioranza dei sudditi credeva fermamente che il sovrano li amasse, ma, al tempo stesso, fosse malinformato e mal consigliato dai ministri.

Maggio 1789 – Assemblea degli Stati Generali

Nella Francia prerivoluzionaria gli stati generali erano costituiti da 1139 deputati così distribuiti:

Auguste Couder: Versailles, 5 maggio 1789, apertura degli Stati Generali

Voto per testa o per ordine?

Gli Stati generali si riunirono a Versailles il 5 maggio 1789. Le prime riunioni si incentrano sulla questione del voto per ordine o per testa, cosa che avrebbe influito in maniera sostanziale sull’esito delle consultazioni.

In una votazione per ordine, clero e nobiltà avrebbero votato compatti, bloccando ogni provvedimento di riforma del sistema fiscale che intaccasse i loro privilegi e mantenendo quindi lo status quo.

In una votazione per testa il Terzo Stato sarebbe risultato avvantaggiato, in quanto i suoi rappresentanti erano più numerosi della somma degli altri due. In questo modo si sarebbero aperte nuove possibilità per il 98% della popolazione francese. Il voto per testa richiama l’idea di rappresentanza politica.

Su questa prima questione l’assemblea discute per giorni e giorni, ma la situazione non si sblocca.

L’assemblea nazionale

Il Terzo Stato vuole il voto per testa.  Dopo settimane di inutili discussioni il terzo stato compie un’azione con cui, di fatto, inizia la rivoluzione. Infatti il 17 giugno 1789 il terzo stato si stacca dall’assemblea degli Stati generali, si riunisce in un’altra aula e si proclama Assemblea nazionale. Invita a prendere parte a questa assemblea anche il clero e la nobiltà.

Il sovrano reagisce facendo chiudere l’aula in cui si trova l’assemblea.

Dalla Pallacorda alla Costituente

Alla chiusura operata dal sovrano l’Assemblea si trasferisce, per protesta, nella Sala della Pallacorda. L’accordo che viene stipulato è questo: l’Assemblea Nazionale non si sposta fino a quando non sarà scritta una nuova costituzione per la Francia.

Il re non immaginava che questa sarebbe stata la reazione del terzo stato e forse nessuno aveva il polso della situazione. Sovrano e consiglieri avevano sottovalutato la determinazione del popolo.

Alla fine il re invita clero e nobiltà a riunirsi al Terzo Stato e a ricostituire l’assemblea che cambia il proprio nome e chiarisce decisamente il suo progetto: da assemblea nazionale a Assemblea Costituente con lo scopo e la responsabilità di elaborare la Costituzione che legittimasse una nuova monarchia.

In questo momento nessuno mette in dubbio né l’autorità del sovrano né la stratificazione sociale.

La presa della Bastiglia e la rivoluzione municipale

Mentre il re sta cercando di creare una situazione per bloccare i lavori dell’assemblea costituzionale e prepara le sue truppe, a Parigi si forma una milizia popolare, la Guardia nazionale. Il popolo teme che, come al solito il re userà la forza contro il popolo, ma ormai i tempi sono maturi. A Parigi la popolazione non intende più subire.

Il 14 luglio il re ordinò ad alcuni reggimenti fedeli a lui di marciare su Parigi per restaurare l’ordine. Ma nella capitale la popolazione era affamata e si era ribellata per protestare contro l’aumento del prezzo del pane.

Quando si diffuse la voce che truppe fedeli al re stavano marciando su Parigi in città esplose un grande tumulto e una folla di manifestanti diede l’assalto alla Bastiglia, una fortezza utilizzata come prigione e deposito di armi.

14 luglio, l’assalto alla Bastiglia, simbolo del potere assoluto

La Bastiglia era il simbolo del potere assoluto, nella Bastiglia venivano richiusi i prigionieri politici, vi era anche stato recluso Voltaire.

Presa della Bastiglia

La grande paura

Nelle province agricole dilagò in quei giorni un fenomeno che gli storici hanno chiamato Grande Paura: i contadini, non comprendendo ciò che accadeva a Parigi e temendo l’arrivo di eserciti stranieri, si abbandonarono ad atti di violenza dettati dall’ignoranza e dal terrore.

I contadini, in migliaia, assaltarono i castelli, i monasteri e le dimore degli aristocratici, sia per distruggere luoghi che simboleggiavano l’antico ordine sociale, sia per bruciare i documenti che sancivano i privilegi signorili esercitati sulla popolazione, che permettevano ai signori di esigere affitti e corvée.

Nel periodo della grande paura, la rivoluzione si trasferiva anche nelle campagne, portando con sé panico e confusione.

da Mondadori Education

Il 4 agosto 1789 queste notizie arrivarono a Parigi e turbarono i membri dell’Assemblea nazionale: la rivolta doveva essere immediatamente sedata. Ma per sedare la rivolta era necessario dare alla rivolta uno sbocco politico.

Due furono i documenti che produsse l’assemblea costituente: l’abolizione della feudalità e la dichiarazione dei diritti dell’uomo.

Abolizione della feudalità

Lo stesso 4 agosto 1789, per sedare il furore popolare, si delibera l’abolizione della feudalità. Venne elaborato un documento nel quale si dichiarava l’abolizione di:

  • Diritti di servitù personale,
  • Canoni e censi,
  • Decime,
  • Venalità delle cariche,
  • Diritti sulle persone e sulle decime, soppressi senza riscatto,
  • Diritti reali, cioè sulle cose, aboliti con riscatto.

Vengono cancellate immunità fiscali e privilegi e viene dato libero accesso a tutti i cittadini:

  • alle cariche ecclesiastiche civili e militari,
  • agli impieghi pubblici.

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo

Il 26 agosto 1789 viene approvata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Questi documenti costituiscono la fine dell’Antico Regime.

Si tratta di un documento di eccezionale importanza, nel quale furono fissati i principi del nuovo ordine politico e che divenne il punto di riferimento di tutte le moderne Costituzioni.

In questo documento la libertà ha un posto fondamentale. Si parla delle libertà: personali, d’opinione, religiosa, di stampa e di editoria.

Anche l’uguaglianza ha un ruolo importante, ma più modesto:

  • uguaglianza di fronte alle tasse, che pone fine ai privilegi;
  • uguaglianza di accesso agli impieghi pubblici;
  • uguaglianza di fronte alle leggi.

In questo documento la proprietà è un diritto sacro e inviolabile. Va unita alla sicurezza e alla resistenza all’oppressione che è corollario della libertà.

I diritti della nazione ruotano intorno a due affermazioni fondamentali:

  • Il principio della sovranità nazionale, per cui la legge è espressione della volontà generale
  • Il principio della separazione dei poteri, ispirato a Montesquieu, basilare per una Costituzione.

Testo

Dichiarazione diritti dell’uomo e del cittadino – Parigi, 26 agosto 1789
I rappresentanti del popolo francese costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo, affinché questa dichiarazione costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, rammenti loro incessantemente i loro diritti e i loro doveri; affinché maggior rispetto ritraggano gli atti del Potere legislativo e quelli del Potere esecutivo dal poter essere in ogni istante paragonati con il fine di ogni istituzione politica; affinché i reclami dei cittadini, fondati d’ora innanzi su dei principi semplici ed incontestabili, abbiano sempre per risultato il mantenimento della Costituzione e la felicità di tutti.
Di conseguenza, l’Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino.


Art. 1 – Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.
Art. 2 – Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.
Art. 3 – Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa.
Art. 4 – La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Tali limiti possono essere determinati solo dalla Legge.
Art. 5 – La Legge ha il diritto di vietare solo le azioni nocive alla società. Tutto ciò che non è vietato dalla Legge non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina.
Art. 6 – La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti.
Art. 7 – Nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla Legge, e secondo le forme da essa prescritte. Quelli che sollecitano, emanano, eseguono o fanno eseguire degli ordini arbitrari, devono essere puniti; ma ogni cittadino citato o tratto in arresto, in virtù della Legge, deve obbedire immediatamente: opponendo resistenza si rende colpevole.
Art. 8 – La Legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non in virtù di una Legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto, e legalmente applicata.
Art. 9 – Presumendosi innocente ogni uomo sino a quando non sia stato dichiarato colpevole, se si ritiene indispensabile arrestarlo, ogni rigore non necessario per assicurarsi della sua persona deve essere severamente represso dalla Legge.
Art. 10 – Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge.
Art. 11 – La libera manifestazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.
Art. 12 – La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino ha bisogno di una forza pubblica; questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di coloro ai quali essa è affidata.
Art. 13 – Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese d’amministrazione, è indispensabile un contributo comune: esso deve essere ugualmente ripartito fra tutti i cittadini in ragione delle loro capacità.
Art. 14 – Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare, da loro stessi o mediante i loro rappresentanti, la necessità del contributo pubblico, di approvarlo liberamente, di controllarne l’impiego e di determinarne la quantità, la ripartizione, la riscossione e la durata.
Art. 15 – La società ha il diritto di chiedere conto della sua amministrazione ad ogni pubblico funzionario.
Art. 16 – Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita, non ha una costituzione.
Art. 17 – La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previo un giusto e preventivo indennizzo.

La marcia delle donne su Versailles

Ai primi di settembre i portavoce dell’Assemblea si recarono a Versailles con due documenti, il Decreto sull’abolizione del sistema feudale e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, che non potevano diventare legge senza la firma del re. Luigi si rifiutò di firmarli: continuava a esasperare gli animi e a non capire che le forze che si erano messe in movimento erano ormai inarrestabili.

Perciò il 6 ottobre del 1789 un corteo di popolane parigine marciò fino a Versailles e “sequestrò” il re, imponendogli di firmare gli atti dell’Assemblea e di trasferirsi con moglie e figli alle Tuileries, il vecchio palazzo reale situato nel centro di Parigi.

Dopo la Bastiglia, era la seconda volta che il popolo assumeva la guida della Rivoluzione.; ma era la prima volta che l’iniziativa partiva dalle donne.

Le donne del popolo parigino marciano su Versailles per costringere il re a trasferirsi in città. Sono armate di tutto punto, si portano appresso persino un cannone.

Le donne del popolo parteciparono attivamente all’insurrezione. Il POPOLO diventa per la prima volta FORZA POLITICA; per la prima volta si parla di politicizzazione delle masse. Le donne diventano forza politica e esprimono, per la prima volta nella storia volontà di emancipazione.

 à Vedi documento Diritti delle donne

Inoltre è evidente che l’opinione pubbliche si muove con le parole: la parola fu una delle grandi protagoniste di una rivoluzione che in pochi mesi distrusse un ordine consolidato da secoli.

La confisca dei beni della chiesa

Nel novembre 1789 l’Assemblea costituente dovette prendere dei provvedimenti relativi alla situazione economica.

La fame, i debiti esteri, le attività economiche bloccate rendevano necessario un provvedimento che contribuisse a migliorare la situazione.

Due furono i decreti: la vendita dei beni della chiesa e la costituzione civile del clero.

Con il primo decreto, necessario per far fronte alla crisi finanziaria, si stabiliva che tutti i beni della Chiesa fossero tolti al clero e dati allo Stato, per essere poi divisi e venduti ai privati. In tal modo si pensava che lo Stato potesse procurarsi almeno in parte il denaro di cui aveva estremo bisogno.

Curiosità sugli assegnati
Già prima della Rivoluzione le casse dello stato francese erano esauste. Il debito assommava ad una somma compresa fra i 4 ed i 5 miliardi di lire francesi, causato, per circa la metà dai costi della guerra in appoggio alla rivoluzione americana.
Per cercare di arginare la situazione l’Assemblea nazionale Costituente, dietro proposta dell’allora deputato Talleyrand, il 2 novembre 1789 decise che i beni del clero, valutati sui 2 miliardi di lire francesi, fossero messi a disposizione della nazione.
Il problema fu che la vendita di una cospicua quantità di beni immobili richiedeva tempi lunghi mentre le esigenze finanziarie dello stato erano sempre più drammatiche.
Si trovò quindi la soluzione nell’emissione di assegnati, in rappresentanza di una parte dei beni messi in vendita e che dovevano essere obbligatoriamente usati per pagare i beni stessi una volta venduti al miglior offerente.
In tal modo lo stato avrebbe incassato subito moneta corrente con cui pagare i debiti mentre i possessori di quei biglietti erano garantiti dai beni stessi e ricevevano inoltre un interesse del 5%.
Ma qualcosa andò storto.
Lo stato continuò ad aumentare l’emissione di assegnati tanto che dal 1790 al 1793 si svalutarono del 60% mentre le emissioni raggiunsero i 2,7 miliardi di lire a settembre 1792, 5 miliardi nell’agosto 1793 e 8 miliardi all’inizio del 1794.
Il 19 febbraio 1796 il Direttorio della repubblica francese decise di terminare il sistema degli assegnati e di bruciare pubblicamente in place Vendôme le tavole di stampa, i punzoni, i timbri e tutto il materiale usato per fabbricarli. In quella data le emissioni erano arrivate ad un totale di 45 miliardi contro i 2 miliardi previsti inizialmente.
Intanto i beni demaniali furono venduti in moneta svalutata favorendo le persone facoltose che potevano fare incetta di assegnati dalla povera gente.
 
Fonte: https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2017/05/14/breve-storia-triste-della-moneta-fiscale-gli-assegnati-della-rivoluzione-francese/
 

La costituzione civile del clero

Il secondo provvedimento dell’assemblea prevedeva che preti e vescovi, visto che i beni della chiesa erano stati confiscati, diventassero impiegati dello Stato. Inoltre venne ridotto il numero delle diocesi e delle parrocchie al fine di ridurre le spese del culto, divenute ormai spese pubbliche.

Fra i doveri dei sacerdoti, sottratti all’autorità del papa, vi era anche quello di prestare giuramento di fedeltà alla nazione, al re e alla Costituzione.

Tale decisione incontrò, com’era prevedibile, l’aperta opposizione del papa e di molti sacerdoti, che si rifiutarono di giurare e di seguire le nuove disposizioni.

Si ebbero così da una parte un clero “giurato” e “costituzionale” e dall’altra un clero “non giurato” o “refrattario”.

Il papa reagì con la massima durezza e la stragrande maggioranza del clero francese si rifiutò di giurare preferendo la miseria alla disobbedienza al pontefice. In un Paese profondamente cattolico come la Francia, il gesto dell’Assemblea risultò altamente traumatico.

Il tentativo di fuga all’estero della famiglia reale

Intanto molti nobili ed ecclesiastici cercavano scampo all’estero, dove anche il re cercò di rifugiarsi insieme alla famiglia. Giunto in incognito a Varennes, nei pressi della frontiera orientale, venne però fermato, riconosciuto e ricondotto a Parigi il 25 giugno 1791.

Il popolo interpretò l’iniziativa del re come un tradimento e manifestò contro di lui, mentre l’Assemblea sospendeva il sovrano temporaneamente dalle sue funzioni e assumeva pieni poteri. Tuttavia, poco dopo, temendo che senza il re sarebbero aumentati i disordini, restituì a Luigi XVI le sue funzioni, permettendogli così di ratificare con la sua firma la nuova Costituzione, il 3 settembre 1791.

Stampa dell’epoca che raffigura il ritorno forzato della famiglia reale a Parigi dopo il tentativo di fuga sventato.

Documento – “Dichiarazione a tutti i Francesi“ di Luigi XVI

Estratto della lettera lasciata a palazzo reale prima della fuga

Francesi, e soprattutto voi Parigini, abitanti di una città che gli antenati di Sua Maestà si sono compiaciuti di chiamare la buona città di Parigi, diffidate dei suggestioni e delle menzogne dei vostri falsi amici, tornate al vostro Re, egli sarà sempre il vostro padre, il vostro migliore amico.
Che piacere che avrebbe di dimenticare tutte queste ingiurie personali e di ritrovarsi in mezzo a voi quando una Costituzione che egli avrà accettato liberamente farà sì che la nostra santa religione sia rispettata, che il governo sia stabilizzato in modo solido e utile, che i beni e lo stato di ciascuno non siano più turbati, che le leggi non siano più violate impunemente, e infine che la libertà sia posta su basi ferme e solide.
A Parigi, li 20 giugno 1791, Luigi”.

https://www.fattiperlastoria.it/luigi-xvi-fuga-varennes/
 

I simboli della rivoluzione

La coccarda tricolore simbolo della nuova repubblica francese

I simboli della rivoluzione contribuiscono a diffondere le idee della rivoluzione e creare consenso e entusiasmo.

Rappresentata come una giovane donna col cappello frigio la Marianne personifica la Repubblica francese, rappresenta la permanenza dei valori della Repubblica; Liberté, Égalité, Fraternité

La Marianne – La libertà che guida il popolo – di Eugène Delacroix.
La messa a dimora dell’albero della libertà – Pierre-Etienne Le Sueur

La nuova costituzione

La nuova Costituzione sanciva la nascita della monarchia costituzionale. La sua caratteristica essenziale era la divisione dei poteri:

  • il potere legislativo era affidato per un biennio a un’assemblea di 750 membri;
  • il potere esecutivo era assegnato a ministri scelti dal re, che non governava più per diritto divino, ma per volontà del popolo sovrano;
  • il potere giudiziario, indipendente dagli altri due, era a sua volta esercitato da giudici eletti dal popolo e, nei processi di una certa importanza, da giurie composte da cittadini estratti a sorte.

La prima frattura nel Terzo stato: il voto solo ai più ricchi

Il suffragio ristretto: non tutti i cittadini sono uguali

Malgrado il riconoscimento di alcuni fondamentali principi democratici, ricapitolati nello schema a fianco, la nuova legge non introduceva il suffragio universale, ossia non concedeva il diritto di voto a tutti i cittadini, bensì soltanto a una ristretta minoranza di elettori, che godevano di un certo reddito (suffragio ristretto).

Di conseguenza le grandi masse popolari erano escluse dalla vita politica (su più di 25 milioni di Francesi solo 40 mila erano ammessi a votare!) e restavano pertanto in condizioni di sottomissione rispetto alla borghesia. Si determinò così una grave spaccatura all’interno del Terzo stato, che contribuì a esasperare il popolo.

Altre iniziative dell’Assemblea costituente

L’Assemblea costituente prese anche altre iniziative; deliberò infatti:

• l’unificazione dei pesi e delle misure e l’adozione del sistema metrico decimale in modo da eliminare la confusione determinata dalla coesistenza di diversi sistemi di misurazione;

• l’eliminazione delle dogane interne;

• l’abolizione delle tasse feudali e dei titoli nobiliari;

• l’istituzione presso ogni Comune degli uffici di stato civile, cui fu assegnato il compito di annotare in appositi registri la nascita, la morte e i matrimoni dei cittadini. Prima della loro creazione i registri erano tenuti dai parroci, ma non esistevano norme precise per la registrazione, né lo Stato poteva controllare quanto in essi veniva trascritto. Gli uffici di stato civile sono divenuti da allora un’istituzione fondamentale per ogni Stato moderno.

Le diverse “anime” della Rivoluzione

Intanto, la capitale era in preda a una vera e propria febbre rivoluzionaria. La stampa è finalmente libera da censure. Nascono club che organizzavano e alimentavano movimenti di opinione. I club rivoluzionari erano circoli privati in cui i cittadini si riunivano per discutere d’interessi comuni. I più importanti club rivoluzionari erano i foglianti, i girondini e i giacobini.

Il 30 settembre 1791 fu sciolta l’Assemblea costituente e il giorno dopo al suo posto fu convocata l’Assemblea legislativa, con lo scopo di fissare le leggi che dovevano attuare la Costituzione. Essa era composta da diverse correnti politiche.

Alla destra del presidente sedevano i foglianti, sostenitori della monarchia costituzionale, guidati da La Fayette e detti così perché si riunivano in un convento dell’ordine monastico dei Foglianti.

A sinistra vi erano i girondini e i giacobini.

I girondini erano quasi tutti avvocati, giornalisti e letterati, venivano detti così perché i loro più importanti rappresentanti erano stati eletti nel dipartimento della Gironda. Essi rappresentavano la ricca borghesia provinciale di moderate tendenze repubblicane.

I giacobini, al nome dell’ex convento domenicano di San Giacomo (Jacob) dove si riunivano, erano tutti accesi repubblicani e convinti sostenitori del suffragio universale. Essi venivano indicati anche con il nome di Montagna o di montagnardi, perché sedevano sui banchi più alti del settore loro assegnato (i banchi più bassi erano occupati dai girondini).

Al centro, infine, stava la maggioranza dei deputati, privi di idee politiche definite, denominati per disprezzo la “palude”. La palude era però necessaria sia alla destra che alla sinistra per raggiungere la maggioranza, e approvare le leggi.

Assemblea legislativa – Francia 1791 – 1793

Domande

  • Come divideva il potere la nuova Costituzione?
  • Per quale motivo si creò una spaccatura all’interno del Terzo stato?
  • Numera le varie iniziative prese dalla Assemblea costituente.
  • Individua i nomi dei gruppi che sedevano nell’Assemblea, le classi sociali che li costituivano e le idee politiche che li contraddistinguevano.
Robespierre, forse il più controverso protagonista della Rivoluzione.
A capo del governo rivoluzionario giacobino dal luglio 1793 al luglio 1794, inaugurerà il
periodo del Terrore caratterizzato dalla più brutale repressione.

Il giacobino Robespierre

Del gruppo dei giacobini faceva parte Maximilien Robespierre (1758-1794), un giovane avvocato di Arras seguace del pensiero di Rousseau. Egli era stato eletto deputato nel 1789 agli Stati Generali come rappresentante della borghesia. Per qualche tempo aveva nutrito fiducia nella possibilità di riformare la Francia attraverso la monarchia costituzionale.

In seguito si era ricreduto ed era diventato repubblicano, affrontando con fermezza una serie di battaglie contro la repressione armata dei moti popolari e in favore dell’uguaglianza tra tutti gli uomini.

I suoi appassionati discorsi per la libertà di stampa e di opinione, per il suffragio universale e per l’istruzione gratuita e obbligatoria gli fecero acquistare popolarità come nemico della monarchia e promotore di riforme democratiche: così nell’aprile del 1790 era divenuto presidente del movimento dei giacobini. Da allora si impegnò totalmente per il trionfo degli ideali rivoluzionari, conquistando sempre più potere. Per la sua fermezza fu chiamato “l’incorruttibile”.

L’assemblea legislativa e la guerra

Intanto all’interno del Paese il disordine aumentava ogni giorno di più, alimentato da malcontenti di ogni sorta e dalla crisi economica.

Al di là dei confini, i sovrani di Austria e di Prussia temevano che il fermento rivoluzionario dilagasse anche nei loro paesi. Per questo si preparavano ad attaccare la Francia per ristabilirvi la monarchia assoluta.

Inoltre molti nobili francesi, fuggiti dalla Francia, desiderosi di rientrare in patria non appena si fosse ristabilita la pace, sollecitavano gli altri sovrani europei affinché placassero i moti rivoluzionari.

In Francia i girondini e il re erano a favore della guerra mentre i giacobini erano contrari.

Il re era favorevole alla guerra perché sperava che le truppe rivoluzionarie sarebbero state sconfitte dagli eserciti degli altri sovrani europei e lui avrebbe così potuto ritornare serenamente al trono.

Il re, fin dal luglio 1791, in una lettera indirizzata a suo cognato, l’imperatore d’Austria Leopoldo II, aveva dichiarato che si considerava “prigioniero a Parigi”

La guerra contro l’Austria e la Prussia

In un’atmosfera piena di tensioni, il 20 aprile 1792, l’Assemblea legislativa dichiarò guerra all’Austria e alla Prussia, convinta non solo che i popoli si sarebbero ribellati ai loro sovrani come aveva fatto il popolo francese, ma anche che il re di Francia si sarebbe messo alla testa della nazione contro gli stranieri.

Ben presto si allearono ad Austria e Prussia al loro altri stati di Europa, perché temevano che la rivoluzione dilagasse.

Ebbero inizio così nelle zone di confine operazioni militari, che si risolsero per i Francesi in una serie di sconfitte a causa dell’inefficienza dell’esercito. Inoltre il malumore serpeggiava in Francia: il popolo parlò di tradimento e accusò il re di aver stipulato accordi segreti con il nemico. Non dimentichiamo che il sovrano asburgico era il fratello di Maria Antonietta.

Le pesanti sconfitte fanno temere la disfatta. Il Re è ritenuto responsabile di tradire la Francia. Intanto gli assegnati si svalutano e questo causa l’aumento dell’inflazione. Si delibera allora la requisizione dei beni degli emigrati, i nobili espatriati per paura, ma il Re pone il veto.

La Convenzione nazionale

I sospetti che gravavano su Luigi XVI favorirono lo scoppio di violente rivolte popolari. Infatti il 20 giugno migliaia di persone invadono il palazzo reale Tuileries. I sanculotti costringono il Re a brindare alla rivoluzione. Il 10 agosto 1792 l’Austria minaccia ripercussioni militari se il Re fosse stato oltraggiato e i n risposta a tale minaccia il popolo assaltò il palazzo reale delle Tuileries che si trasformò in un vero e proprio colpo di Stato.

A quel punto l’Assemblea legislativa decise di sospendere il re dalle sue funzioni e di farlo imprigionare insieme alla sua famiglia.

Contemporaneamente l’Assemblea veniva sciolta e poco dopo, il 20 settembre 1792, venne eletta una nuova Assemblea costituente, chiamata Convenzione nazionale, incaricata di decidere se la Francia dovesse essere una monarchia o una repubblica.

Il re era d’accordo con il nemico e la sua posizione si aggravava sempre più.

Vittoria di Valmy

Il 20 settembre 1792 le truppe francesi registrano il primo successo a Valmy contro i prussiani. Si allontana la minaccia dell’invasione.

Jean_Baptiste Mauzaisse, La battaglia di Valmy, 1835

La “rivoluzione totale” dei sanculotti

Il termine fu inizialmente coniato (1791-92) in accezione spregiativa dagli aristocratici francesi per indicare coloro i quali indossavano i pantaloni lunghi, anziché i calzoni corti e le calze di seta caratteristici dell’abbigliamento della nobiltà.

Furono una forza attiva della Rivoluzione francese. Appartenevano alla piccola borghesia e al proletariato cittadino. Sostennero le posizioni più radicalmente democratiche, organizzati in club e sezioni

Furono protagonisti nelle fasi più drammatiche della rivoluzione, affrontarono i problemi relativi alla difficoltà dell’approvvigionamento e all’aumento dei prezzi, reclamando la regolamentazione dell’economia; diffusero l’uso dell’appellativo di «cittadino».

Sanculotti
Si tratta di cittadini passivi: artigiani bottegai domestici salariati
Sono i protagonisti dei successivi due anni di guerra
Chiedono:
• suffragio universale,
• solidarietà popolare contro i privilegi della ricchezza,
• la lotta contro i nemici della rivoluzione
• si trovano nelle sezioni elettorali
• sono in grado di mobilitare migliaia di persone
 

Era ormai iniziata una nuova fase della Rivoluzione, quella cioè gestita dalle forze popolari.

La situazione era divenuta dunque veramente grave, anche perché dal fronte della guerra giungevano notizie di alcune sconfitte.

La reazione popolare non si fece attendere: il popolo di Parigi invase

le prigioni, dove erano stati rinchiusi i nobili che non erano riusciti a fuggire, massacrando indiscriminatamente centinaia e centinaia di nobili, di preti e di detenuti per reati comuni, sotto l’accusa di complotto ai danni dello Stato.

A destra: un “sanculotto” che indossa i tipici pantaloni lunghi a righe; da una stampa dell’epoca.

La repubblica e la condanna del re

La Convenzione nazionale, costituita in gran parte da repubblicani, nella sua prima seduta del 21 settembre dichiarò decaduta la monarchia e proclamò la repubblica.

Le elezioni della Convenzione si erano svolte in clima di TERRORE: nonostante il Suffragio universale maschile si registra alto astensionismo: solo il 10% degli aventi diritto si presenta. Questo costituisce un segnale di frattura tra rivoluzione e popolazione.

La Convenzione aveva l’incarico di stabilire una nuova Costituzione.

Subito dopo ebbe inizio il processo al re, che, sotto l’accusa di alto tradimento, venne condannato a morte e ghigliottinato il 21 gennaio 1793.

La decapitazione del sovrano

«Popolo, io muoio innocente! Perdono i miei nemici e desidero che il mio sangue sia utile ai francesi e plachi la collera di Dio”.

Queste le ultime parole di Luigi XVI.

In questa stampa dell’epoca il boia mostra alla folla la testa del sovrano decapitato dalla ghigliottina.
Ghigliottina: macchina per le esecuzioni capitali mediante decapitazione utilizzata fin dal XVI secolo in vari Stati europei.
Il nome deriva da J.J. Guillotin (1731-1814), medico francese che ne promosse l’uso durante la Rivoluzione.

Il nuovo calendario rivoluzionario

Il 22 settembre 1792 viene stabilito il nuovo calendario per la nuova repubblica francese.

Dopo Valmy, la guerra diventava sempre più rivoluzionaria e propagandistica. La Francia si trovò presto in guerra con quasi tutti gli Stati europei (Prussia, Inghilterra, Olanda, Spagna, Stati italiani) mentre le conquiste francesi si trasformavano in annessioni: Savoia, Nizza, Belgio, Renania.

Crisi in Francia

Visto il proseguire della guerra la Francia decreta la leva di 300000 uomini provocando proteste e tumulti, ma nonostante l’ampliamento dell’esercito, nel 1793 armata francese viene travolta e la Francia perde tutti i territori conquistati.

 E in questo periodo la situazione si fa sempre più grave, alla crisi militare si affianca la crisi economica con la svalutazione degli assegnati. Il popolo è sempre più in difficoltà e tali difficoltà sfoceranno in una nuova ondata insurrezionale.

Guerra civile in Vandea

Nelle province dove era più forte l’attaccamento ai valori tradizionali e alla monarchia diventa sempre più attiva la propaganda controrivoluzionaria.

Nel dipartimento della Vandea, si scatena infatti una insurrezione contadina con la creazione di un esercito controrivoluzionario, una rivolta realista, che si trasforma presto in un vero e proprio moto popolare controrivoluzionario.

La ribellione della Vandea mostra l’estraneità alla rivoluzione di una larga parte del mondo rurale. Dalle popolazioni rurali la rivoluzione viene sempre più subita. Infatti solo la borghesia fino ad allora aveva tratto i reali benefici dai moti rivoluzionari. Ad esempio aveva beneficiato della vendita dei beni della chiesa.

In questa fase si registra una progressiva perdita di consenso alla rivoluzione da parte della massa meno abbiente, mentre i ceti medi e agiati sono soddisfatti delle loro conquiste.

La regione della Vandea

Il dilagare dei movimenti anti rivoluzionari porta alla definizione di provvedimenti eccezionali per arginare la crisi.

Con la costituzione del 1793 il potere passa ai giacobini.

Vedi allegato Costituzione del 1793 in Francia.

La Costituzione dell’anno I della Repubblica francese (1793), prevedeva il suffragio universale maschile, il diritto di tutti al lavoro e ai beni di sussistenza. Si trattava di una Costituzione non più di ispirazione borghese, ma basata invece su principi assai più democratici.

Essa però dovette essere al momento sospesa a causa dello stato di emergenza che travagliava il Paese. Purtroppo finì per non essere mai messa in atto.

Per affrontare la situazione la Convenzione creò:

  • Tribunale rivoluzionario contro i sospetti, contro i rivoltosi controrivoluzionari e votò una serie di misure, come la confisca dei loro beni.
  • Maximum dipartimentale, un calmiere, per cereali e farina,
  • Comitato di salute pubblica, il vero organo di governo, costituito da 9 membri scelti dalla Convenzione.
Incisione raffigurante uno dei numerosi “tribunali del popolo” che affiancavano il Tribunale rivoluzionario nei suoi sforzi implacabili per scovare i nemici della Rivoluzione.
Le truppe francesi difendono la città di Lille, nel nord della Francia, assediata dall’esercito austriaco nel 1792 in un dipinto dell’epoca.
Un tamburo dell’esercito rivoluzionario decorato con i simboli della Rivoluzione

I contrasti tra giacobini e girondini si facevano sempre più accesi. I giacobini erano appassionati sostenitori del movimento popolare, e i girondini invece, di tendenze moderate erano odiati dalle masse parigine per avere difeso Luigi XVI prima della condanna.

Lo scontro fu inevitabile e si risolse con il trionfo dei giacobini: il 2 giugno 1793, infatti, con un atto di forza e l’appoggio dei sanculotti, 29 girondini vennero arrestati e condannati alla ghigliottina, mentre gli altri furono dispersi.

Ebbe allora origine un’aperta ribellione contro il Comitato di salute pubblica, in cui dominava incontrastato Robespierre: alcune città della Francia meridionale si sollevarono, massacrando i giacobini e chiamando in aiuto le truppe della coalizione antifrancese.

Nel frattempo una giovane monarchica, Carlotta Corday, assassinava Jean Paul Marat (1743-1793), uno dei più agguerriti e sanguinari deputati della Montagna, con l’intento di vendicare i girondini.

Dipinto di Jacques-Louis David, Marat assassinato, 1793. L’assassina sorprese la vittima durante uno dei frequenti bagni che il tribuno dei montagnardi prendeva a causa di una malattia della pelle.

Si creò allora un clima da guerra civile, tra la crescente pressione degli eserciti stranieri, le continue voci di tradimento dei propri reparti in armi e insieme la paralisi delle industrie e dei commerci e il rincaro dei generi di prima necessità, causato dall’inflazione e dalla carestia.

L’anno del Terrore

Il Comitato di salute pubblica approvò allora dei provvedimenti eccezionali per frenare le agitazioni popolari e soffocare le rivolte girondine.

A sua volta, il Tribunale rivoluzionario intensificò la propria attività, dando così inizio al periodo del Terrore (17 settembre 1793), destinato a protrarsi per circa un anno.

Fu così che molti girondini, membri della Convenzione, vennero arrestati e uccisi con l’accusa di non essere abbastanza rivoluzionari: solo pochi riuscirono a sfuggire alla cattura e a trovare rifugio nelle province ribelli, in particolare nella Vandea, ricca regione della Francia occidentale fortemente legata alla monarchia e al cattolicesimo, che fin dal marzo 1793 si era ribellata alla politica antireligiosa voluta da Parigi.

Il Comitato di salute pubblica riuscì comunque, con disperata tenacia e usando ogni metodo, a tener testa alla situazione e a passare al contrattacco.

L’esercito rivoluzionario riuscì a domare le ribellioni interne, la Vandea fu domata e fu bloccato l’attacco degli eserciti stranieri.

La dittatura di Robespierre

Con l’eliminazione della maggior parte degli oppositori interni, si era fatto strada a poco a poco nell’opinione pubblica un movimento favorevole a una politica meno violenta.

Questo movimento era sostenuto da Georges Jacques Danton (1759-1794) e da tutti gli elementi moderati e borghesi della Convenzione.

Contro di essi, con l’appoggio dell’ala estrema della Montagna, si schierò Robespierre, che accusava i moderati di volere sabotare la Rivoluzione, di perseguire una politica antirivoluzionaria.

Robespierre seppe così ben manovrare la situazione nell’ambito del Comitato da ottenere l’eliminazione di tutti i più diretti avversari, compreso Danton, che fu accusato di essersi venduto ai monarchici e allo straniero e ghigliottinato il 6 aprile 1794.

Rimasto padrone del campo e sicuro dell’appoggio della maggioranza degli esponenti della Convenzione, Robespierre diede inizio a una vera e propria dittatura, che sfociò in una serie di condanne. Le condanne si basavano anche su semplici indizi o sospetti e venivano eseguite anche senza processo.

In un mese e mezzo, nella sola Parigi vennero ghigliottinate 1376 persone.

Fra le vittime più illustri vi fu l’ex regina Maria Antonietta, accusata di tramare a favore delle potenze straniere.

La rivolta contro Robespierre

Ma tanta violenza, una così efferata ondata di sangue alimentata dal regime del Terrore non poteva però durare a lungo. L’incubo e la paura per i continui massacri suscitarono un po’ ovunque una decisa opposizione che si trasformò ben presto in una aperta rivolta. A questo movimento di rivolta aderirono sia alcuni membri dello stesso Comitato di Salute Pubblica che la maggioranza della Convenzione.

E fu così che, non appena si presentò il momento favorevole, la Convenzione votò a maggioranza l’arresto di Robespierre. L’incorruttibile Robespierre fu condannato, senza processo, il 28 luglio 1794 e fu ghigliottinato assieme ai suoi più fidati collaboratori.

Aveva termine così l’epoca del Terrore.

L’arresto di Robespierre
Domande
A quali nazioni la Francia dichiarò guerra nel 1792?
Quale fu la data in cu venne dichiarata la repubblica?
Indica le riforme della Costituzione del 1793.
Cosa si intende quando si parla del periodo del Terrore?
Cosa accadde in Vandea?
Quali idee perseguiva Danton? Perché fu ucciso?
In cosa consistette la dittatura di Robespierre?

Terza fase della rivoluzione francese

Tentativi controrivoluzionari e alleanza tra borghesia ed esercito

Dopo l’eliminazione di Robespierre la borghesia moderata tornò a prendere in mano il potere e diede vita nell’agosto del 1795 a una nuova Costituzione, che in un certo senso segnava un passo indietro nel cammino del popolo francese verso la democrazia.

Ricordiamo che la costituzione del 1793, che era straordinariamente moderna e ampiamente ispirata ai principi illuministi non venne mai attuata.

Con la costituzione del 1795 infatti venne abolito il suffragio universale maschile e si tornò al suffragio censitario, cioè venne riconosciuto il diritto di voto unicamente ai possessori di una proprietà fondiaria e quindi soggetti al pagamento di un’imposta diretta.

Per quanto riguarda l’organizzazione della repubblica, la nuova Costituzione del 1795 continuò a ispirarsi al concetto della separazione dei poteri:

  • il potere esecutivo venne affidato a un Direttorio, composto di cinque membri, cui spettava la nomina dei ministri e dei capi dell’esercito,
  • il potere legislativo fu affidato a due Camere il Consiglio dei Cinquecento, che proponeva i disegni di legge, e il Consiglio degli Anziani, costituito da 250 membri, che le approvava.

Il nuovo regime entrò in funzione il 27 ottobre 1795, il giorno dopo lo scioglimento della Convenzione. Questa data segna l’uscita dalla fase più propriamente rivoluzionaria della repubblica francese.

Il primo Direttorio

I problemi più urgenti che il Direttorio doveva affrontare furono quelli economico-finanziari: l’aumento dei prezzi, la caduta di valore degli assegnati, la penuria di merci e prodotti.

I provvedimenti presi innescarono un meccanismo che incrementava il disavanzo finanziario dello Stato. Per risolvere il problema, lo Stato fu costretto a vendere sotto costo dei beni confiscati ad aristocratici e a ecclesiastici.

Al di là delle difficoltà di bilancio, il sistema francese era caratterizzato da profonde contraddizioni.

  • Da un lato posizioni moderate e quindi avverse al democratismo dei giacobini.
  • Dall’altro posizioni controrivoluzionarie fomentate dai nobili e dal clero che non esitarono a cercare l’appoggio dei giacobini.
Riunione del Consiglio dei Cinquecento in una stampa dell’epoca
Una pubblica udienza sotto il Direttorio; stampa tratta da un dipinto dell’epoca
Nel periodo del Direttorio il lusso tornò in auge, come mostra questo dipinto dell’epoca in cui vediamo la nuova borghesia opulenta frequentare i rinati negozi alla moda.

Il contrasto interno e il Terrore bianco

Il governo del Direttorio non era però destinato ad assicurare alla Francia la pace interna da molti desiderata.

La nuova Costituzione, infatti, non poteva soddisfare né i giacobini, che non riuscivano a rassegnarsi a una simile soluzione antidemocratica e antipopolare, né i realisti che rimpiangevano l’antico regime e la monarchia.

Vi furono infatti rivolte dall’una e dall’altra parte.

I realisti arrivarono addirittura a mettere in atto un tentativo di rivolta, subito però stroncato dall’intervento di alcuni reparti armati al comando del giovane generale Napoleone Bonaparte (1769-1821).

Stampa popolare che celebra le virtù patriottiche e militari del giovane generale Napoleone Bonaparte
 

Ad appesantire ulteriormente la situazione contribuì anche una lunga serie di persecuzioni e di crudeli violenze compiute da frange controrivoluzionarie contro giacobini e sanculotti, il cosiddetto Terrore bianco.

Tutte queste tensioni costituivano una minaccia per le nuove istituzioni.

Tale situazione favorì l’alleanza fra la borghesia e l’esercito, che avrebbe caratterizzato la storia della Francia postrivoluzionaria.

Infatti, benché la Prussia, la Spagna e l’Olanda avessero nel 1795 stipulato la pace con la Francia repubblicana, restavano ancora in armi l’Inghilterra, l’Austria e il Piemonte, contro cui il Direttorio si trovava impegnato ad affrontare un vasto piano di azione, potenziando l’esercito repubblicano.

Ci si avviava così, con la fine del periodo più ardente ma anche più drammatico della grande rivoluzione, a vivere una nuova fase “rivoluzionaria” destinata a protrarsi in forma più moderata ancora per qualche anno, cioè fino al 9 novembre 1799, allorché un colpo di Stato attuato da Napoleone Bonaparte e dalle sue truppe pose fine a ogni forma di sovranità popolare e di idealità democratica.

Jean-Baptiste Belley: da schiavo a deputato

Questo poco noto, ma importante dipinto a firma del pittore Anne-Louis Girodet (1767-1824) è dedicato al nero francese Jean-Baptiste Belley, nato schiavo ed eletto deputato della Convenzione nazionale come rappresentante della Repubblica di Santo Domingo, grande isola dell’America centrale nel Mare Caraibico.

In uno dei momenti più difficili della storia della rivoluzione francese, Belley condusse nel 1794 con pieno successo la campagna per l’abolizione della schiavitù nelle colonie, ottenendo il pieno riconoscimento del diritto di cittadinanza per tutta la popolazione di colore. Particolarmente significativo l’accostamento nel quadro tra Belley nero nella sua vistosa divisa di deputato e il bianco marmoreo busto del filosofo e storico francese Guillaum Thomas Raynal (1713-1794), convinto e combattivo antischiavista

Sintesi

In Francia, alla fine del XVIII secolo, il potere era nelle mani del clero e della nobiltà, che erano esentati dal pagamento delle tasse e godevano di ogni privilegio; il Terzo stato, composto dalla borghesia e dalle masse popolari, era escluso dalla politica ed era gravato da ogni sorta di imposta.

Nel 1788 il re fu costretto a convocare gli Stati Generali per poter deliberare sulle nuove tasse necessarie per sanare il disastroso bilancio, gravato da enormi debiti.

Il Terzo stato intendeva votare per testa, avendo la maggioranza dei rappresentanti, mentre clero e nobiltà, alleati, volevano votare per “stato”. Ne nacque una controversia che costrinse la nobiltà e il clero a unirsi al Terzo stato in un’Assemblea costituente.

Il 14 luglio 1789 la tensione dovuta alla crisi economica esasperò gli animi e la Bastiglia, simbolo della tirannia e dell’assolutismo, venne assalita da un gruppo di rivoltosi.

Le agitazioni dilagarono ben presto in tutto il Paese. Per porre un freno ai disordini si abolirono i privilegi del clero e della nobiltà, si soppressero i diritti feudali e si approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo; per far fronte alla crisi finanziaria lo Stato confiscò tutte le proprietà ecclesiastiche.

L’ondata rivoluzionaria portò alla nascita di una monarchia costituzionale, ma non al suffragio universale. Si crearono diversi orientamenti politici, dai più moderati foglianti, sino ai più rivoluzionari giacobini, guidati da Robespierre, che presero il sopravvento.

Nel 1792 la Francia si trovò impegnata anche in una guerra contro l’Austria e la Prussia, preoccupate che la rivoluzione potesse dilagare anche entro i loro confini. Venne convocata una nuova Assemblea costituente, la Convenzione nazionale, che proclamò la Repubblica, il suffragio universale maschile e condannò a morte il re, sospettato di tramare contro la nazione.

Dopo aver eliminato qualsiasi opposizione, i giacobini salirono al potere. Ogni tentativo di moderazione o

di pacificazione veniva scambiato per tradimento degli ideali rivoluzionari. Gli anni del Terrore portarono alla ghigliottina migliaia di persone, tra le quali finì lo stesso Robespierre. Dopo la caduta della dittatura di Robespierre la borghesia moderata promulgò una nuova Costituzione (1795) che abolì il suffragio universale e affidò il potere esecutivo a un Direttorio che non riuscì però ad assicurare al Paese la pace desiderata.

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