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La rinascita delle città

… nel basso Medioevo

Una nuova classe sociale: la borghesia 

Le città, che nell’Alto Medioevo erano decadute, se non scomparse, rinacquero grazie ai commerci. Questo fenomeno, che interessò gran parte dell’Europa a partire dall’anno Mille, viene comunemente definito rinascita urbana.

Erano attirati dalle città i signori feudali, che avevano eccedenze da commerciare, che cercavano oggetti prodotti da artigiani specializzati o che decidevano di risiedere nelle città.

Le città esercitavano una grande attrattiva anche per i servi della gleba che risiedevano nel contado, i contadini. Essi essi vi si recavano tentando di fare fortuna anche perché e dopo un anno e un giorno di residenza erano liberi dagli obblighi servili nei confronti dei loro signori.

Nacque così una nuova classe sociale, la borghesia, formata da artigiani, mercanti, banchieri, ma anche da medici, avvocati, notai: tutte persone che vivevano nel “borgo”, da cui il termine stesso, borghesia.

Un proverbio tedesco esprimeva bene il modo con il quale chi viveva in campagna guardava alla città: «L’aria della città – diceva – rende liberi». 

Approfondimento 1 – La città medievale

La città medievale poteva avere origini romane o essere stata fondata da poco, in una posizione strategica per la difesa o il commercio.
In quest’ultimo caso sorgeva all’incrocio di vie di comunicazione o alla confluenza di fiumi.
Le mura la circondavano completamente ed erano intervallate da torri e da porte.
Al calar della sera, per sicurezza, queste venivano chiuse e così si faceva al minimo accenno di pericolo.
Man mano che la popolazione aumentava, veniva ampliato anche il perimetro delle mura.
All’interno della città le vie erano strette e spesso curve.
Le case erano per lo più in legno, perché la pietra era molto costosa e riservata a costruzioni particolarmente importanti come le chiese o i palazzi del governo.
Perciò gli incendi erano molto frequenti.
I nobili innalzavano spesso a fianco delle loro case delle torri.
Servivano per la difesa in caso di attacchi esterni, ma era anche un modo per indicare la potenza della famiglia.
Al centro della città si apriva una piazza: vi si teneva il mercato e vi si affacciavano la cattedrale e il palazzo comunale. In altri centri, più grandi e importanti, le piazze potevano essere due, una per la cattedrale e una per il palazzo comunale, o addirittura tre, una per il mercato, una per la cattedrale e una per il palazzo comunale.
Le torri di San Giminiano
Allegoria del buon governo – Ambrogio Lorenzetti 1337-39 – Palazzo pubblico – Siena

Gli artigiani e le loro associazioni

Gli artigiani solitamente svolgevano la loro attività nelle botteghe, negozi che si aprivano sulla strada, a pianterreno delle case. Per diventare tali era necessario un lungo periodo di apprendistato, chiamato tirocinio: l’apprendista, il ragazzo che voleva diventare artigiano, “andava a bottega” da un artigiano già esperto. Il maestro forniva all’apprendista vitto, vestiario, alloggio e gli insegnava tutti i segreti del mestiere.

In cambio il ragazzo dava il proprio lavoro. Terminato il tirocinio, l’apprendista veniva sottoposto a un esame durante il quale doveva creare il suo “capolavoro”: un oggetto che dimostrasse che aveva imparato tutto quanto era necessario per poter aprire una bottega. Il capolavoro era poi esaminato dai membri delle Arti o Corporazioni.

Corporazioni dei calzolai, formella su colonna, XII secolo. Piacenza, Duomo
Corporazioni dei carradori, formella su colonna, XII secolo. Piacenza, Duomo. 

Le Arti erano associazioni di mestiere che raccoglievano tutti quelli che svolgevano la medesima attività. Esse potevano impedire di aprire bottega a chi non faceva parte della corporazione, imponevano standard qualitativi sui prodotti finiti e impedivano che vi fosse concorrenza tra i vari membri della corporazione: pensate che era assolutamente proibita qualunque forma di pubblicità.

Le Arti si dividevano in maggiori, quelle che godevano di maggiore ricchezza e prestigio sociale, e minori, quelle meno stimate socialmente e più povere.

Alcune città divennero famose per i loro prodotti: in Italia erano molto rinomate le armi di Milano e Brescia e i panni di lana di Firenze. 

La nascita delle università

Per svolgere tutte queste attività commerciali e finanziarie era necessaria una maggiore preparazione. Non era importante che i mercanti e i banchieri conoscessero il latino, ma che sapessero le lingue dei paesi con cui commerciavano e che avessero padronanza della contabilità dei propri affari. Per questo motivo cambiarono le scuole. Le scuole, prima del Mille erano gestite dal clero e servivano a istruire i sacerdoti e i monaci. Dopo il Mille erano invece frequentate anche dai figli delle famiglie borghesi, che imparavano a leggere, a scrivere e a contare.

In alcune città si formarono libere associazioni di studenti ed insegnanti: le universitas studiorum (universitas era il termine latino con cui allora si indicava qualsiasi associazione). 

È difficile conoscere il momento preciso della nascita delle università perché ci si deve basare solo sui documenti ufficiali e quando l’autorità parlava dell’università voleva dire che essa era già ben organizzata.

Le università più importanti in Europa furono:

  • Salerno, celebre per gli studi di medicina, probabilmente la più antica università, attiva già nell’XI secolo, anche se fu riconosciuta ufficialmente solo nel 1231;
  • Bologna, dove si studiava soprattutto diritto, 1158;
  • Parigi, con teologia e filosofia;
  • Oxford 1170 e Cambridge 1230 in Inghilterra.

Gli studi erano lunghi e costosi e si conclude vano con la laurea.

Una nuova figura, il banchiere 

L’economia andava rapidamente e profondamente trasformandosi. Accanto all’agricoltura acquistavano sempre maggiore importanza l’artigianato e gli scambi. Per far fronte alle nuove esigenze, nacque un’originale figura, quella del banchiere. 

Egli aveva molteplici funzioni. Prima di tutto era un cambiavalute, in quanto cambiava le monete “straniere” con quella in corso nella città.

Poi emetteva cambiali: la cambiale, o lettera di cambio, non era altro che la ricevuta di un deposito. Siccome era molto pericoloso viaggiare portando con sé grandi somme di denaro liquido, il mercante depositava nella città di partenza una somma di denaro e ritirava una ricevuta, la cambiale appunto. Quando arrivava nella città meta del viaggio, esibendo questa cambiale poteva ritirare la somma versata. Infine il banchiere prestava denaro ad interesse.

Ma proprio su quest’ultima attività si concentrarono le critiche della Chiesa. Infatti la Chiesa condannava il prestito di denaro dietro pagamento di un interesse, anche se modesto. Lo definiva usura e affermava che così si guadagnava senza lavorare, speculando sul tempo, che era in mano a Dio. Non era quindi lecito per i cristiani guadagnare su qualcosa che era di Dio. Per questo il prestito ad interesse venne spesso gestito dagli Ebrei.

La nascita dei Comuni 

I Comuni erano associazioni che servivano a governare le città nel basso medioevo.

A partire dall’anno Mille alcune città italiane ed europee conobbero una grande trasformazione, non solo economica ma anche politica. In questi luoghi, infatti, accanto ai nobili e ai proprietari terrieri, nuovi gruppi sociali acquisirono consapevolezza della loro forza politica. Erano mercanti, artigiani, professionisti: si trattava di persone influenti, in parte già abituate a collaborare con il signore del luogo nell’amministrazione della città.

Fu dall’iniziativa delle più importanti famiglie nobili e borghesi della città, decise ormai a governarsi autonomamente e a difendere la propria libertà economica, che ebbe origine il “Comune”: una forma di autogoverno cittadino originato da un giuramento collettivo, chiamato coniuratio; con questo giuramento, un’associazione di cittadini si assumeva il compito di governare e di amministrare la città.

Il Comune aveva dunque, di fatto, le caratteristiche di uno Stato, con autonome istituzioni, leggi, monete e tasse. Era un nuovo soggetto politico che non dipendeva più dal potere superiore dell’imperatore, del re, del vescovo o del signore feudale a cui era appartenuto in precedenza. 

Mercato a Bologna, presso Porta Ravegnana, particolare ricavato dal frontespizio dello Statuto della “Matricola dei mercanti”, risalente al XIV secolo. Bologna, Museo Civico. 
I comuni italiani
I comuni dell’Italia centro-settentrionale nel XII-XIII secolo

La società urbana 

La città era popolata da nobili e da uomini che esercitavano professioni di tipo intellettuale: avvocati, giudici, notai, maestri e studenti delle nascenti università. Poi vi erano coloro che svolgevano un lavoro manuale, come gli artigiani e i commercianti.

Si è soliti raggruppare queste persone in quattro grandi gruppi sociali:

  • i magnati – nobili, proprietari terrieri; 
  • il popolo grasso – ricchi borghesi, mercanti, banchieri, proprietari di manifatture;
  • il popolo minuto – piccoli commercianti e artigiani;
  • gli operai – lavoratori nelle manifatture e a giornata, recenti immigrati.

Anche il clero faceva sentire la sua presenza: in città risiedevano i religiosi dei conventi e delle congregazioni, e soprattutto il vescovo, il cui prestigioso ruolo è espresso dall’edificazione di magnifiche cattedrali.

In città c’era infine una popolazione “marginale”, esclusa da qualsiasi attività politica, costituita da poveri, servi, prostitute, mendi- canti, malati: una folla di persone che conduceva una vita precaria.

Ancora una differenza va segnalata, questa volta tra le città del Nord Italia e quelle del Sud: i Comuni si formarono prevalentemente nel Centro-Nord della penisola; le città meridionali – sotto il forte regno normanno – non ottennero mai una completa autonomia. 

Approfondimento 2 – Mestieri leciti e mestieri illeciti 

Uno storico contemporaneo, il francese Jacques Le Goff, ha dedicato i suoi studi a ricostruire come viveva e come pensava l’uomo medievale. In questo brano analizza l’idea del lavoro nel periodo che stiamo prendendo in esame e sottolinea la differenza esistente tra Alto e Basso Medioevo. 
 
Nel Medioevo in Occidente c’erano mestieri nobili, mestieri vili, mestieri illeciti. Nell’Alto Medioevo quasi tutti i mestieri erano proibiti o considerati disdicevoli.
Erano professioni disprezzate quelle dei locandieri, dei macellai, dei giullari, degli attori, dei maghi, dei medici, dei soldati, dei mercanti, dei tessitori, dei tintori, dei pasticcieri, dei barbieri, dei sarti.
Ciò accadeva prima di tutto per effetto di sopravvivenze dei vecchi tabù primitivi.
1.      Il tabù del sangue, soprattutto, che tocca macellai, barbieri, medici: la società sanguinaria dell’Occidente medievale sembra oscillare tra il piacere e l’orrore del sangue versato.
2.      Vi è poi il tabù dell’impurità e della sporcizia che ricade sui tintori, sui cuochi, sugli operai tessili.
3.      Infine il tabù del denaro, che è stato molto importante nello scontro sociale avvenuto quando dal baratto si è passati all’economia monetaria. I teologi medievali maledicono il denaro e i mercanti sono attaccati soprattutto in quanto usurai.
A questi antichi tabù il cristianesimo ha aggiunto le proprie condanne:
– i militari sono condannati perché infrangono il comandamento “Non uccidere”;
– i locandieri sono condannati perché vivono della vendita del vino, che induce all’ubriachezza;
– i cuochi sono condannati perché coltivano il peccato di gola;
– i mendicanti, quelli che sarebbero in grado di lavorare, sono condannati per il peccato di pigrizia.

Questa situazione tra l’XI e il XIII secolo si modifica, insieme al cambiamento dell’economia e della società. Diminuisce infatti il numero dei mestieri proibiti e a quelli screditati si trovano delle giustificazioni che li rendano accettabili.
Il caso del mercante è il più celebre. Questi corrono grossi rischi perché nei commerci subiscono danni, sono costretti a tenere fermi i loro capitali, vanno in contro ad imprevisti: tanto basta per renderlo dignitoso.
In sintesi, il lavoro non è più come prima segno di condizione sociale inferiore (da servo della gleba), ma diventa un elemento di merito. 

Comuni italiani, Comuni europei 

La formazione dei Comuni interessò non so lo l’Italia ma anche l’Europa centrale e settentrionale, in particolare le Fiandre, la Valle del Reno e le coste del Baltico. Alla fine del XIII secolo, molte città baltiche, tra cui Colonia, Amburgo e Lubecca, diedero vita ad una potentissima lega commerciale, la Lega Anseatica.

Notevoli furono le differenze tra i comuni italiani e quelli d’Oltralpe: 

  • nelle città del Centro e Nord Europa l’autonomia faticò ad affermarsi e fu meno estesa che in Italia. Le città erano come delle piccole isole in un “mare feudale”. Al di fuori delle loro mura il potere del feudatario restava grandissimo. Per questo motivo il governo delle città non riuscì ad estendersi sul territorio circostante; i Comuni italiani invece imposero subito il loro potere sulle campagne circostanti, il contado, limitando molto il potere dei feudatari, approfittando anche del fatto che in Italia non esisteva una forte monarchia e il potere imperiale era debole; 
  • nel resto dell’Europa solitamente le città chiedevano al re o all’imperatore libertà e privilegi per gestire meglio i loro commerci; in Italia invece si arrivò anche allo scontro diretto con l’imperatore per ottenere l’indipendenza.

Anche la popolazione urbana presentava alcune differenze: al di là delle Alpi la borghesia cittadina era più influente di quella italiana; mentre in Italia era spesso la piccola nobiltà feudale residente in città a costituire la classe dirigente.

Inoltre nei Comuni italiani la concorrenza per il potere fu molto accesa: si formarono così fazioni politiche e gruppi sociali (consorterie di nobili, associazioni di mestiere, associazioni di popolo) in perenne lotta tra loro. 

L’evoluzione del Comune 

La fase consolare 

Il Comune nacque dunque con la coniuratio, il giuramento collettivo di alcuni cittadini, appartenenti alle famiglie più importanti della città. 

Dopo questo giuramento, esso si dotò di proprie istituzioni che ne garantivano il funzionamento e l’amministrazione. 

La sovranità, cioè il governo del Comune, venne affidata all’assemblea dei cittadini “con-giurati”, cioè a coloro che avevano sottoscritto il giuramento collettivo. Questa assemblea si chiamava Arengo o anche Parlamento. Successivamente questa assemblea venne ristretta a pochi rappresentanti e chiamata Consiglio. 

L’assemblea, o consiglio, eleggeva i consoli: la magistratura più alta, la massima autorità della città.

Scelti fra le famiglie più importanti, i consoli potevano essere due o più; restavano in carica per un periodo massimo di un anno. In questo modo, si voleva impedire che il potere si concentrasse nelle mani di poche persone, se non di una sola. 

I consoli amministravano la giustizia, gesti vano le finanze, dirigevano le milizie. 

Le norme che regolavano il Comune erano fissate in uno Statuto. 

La fase podestarile 

Dal XII al XIII secolo la popolazione delle città aumentò rapidamente; una crescita dovuta all’immigrazione dal contado.

Erano persone appartenenti a tutti i ceti sociali: sia nobili con servitù e uomini d’arme, che contadini.

Questa trasformazione complicò i rapporti sociali all’interno della città. Le tensioni politiche e i disordini divennero frequenti e le vecchie istituzioni risultarono insufficienti. I Comuni cercarono quindi nuove soluzioni che garantissero la governabilità della città e del suo territorio.

I consoli vennero sostituiti da magistrati con un potere più ampio, chiamati podestà.

Affinché non fosse coinvolto nelle lotte fra le fazioni e fosse sicura la sua imparzialità, il podestà proveniva da un’altra città e si avvaleva di un suo staff di collaboratori, come giudici, notai, segretari, cavalieri, che erano alle sue dipendenze e da lui stipendiati.

Il podestà era un professionista della politica ed era scelto dai Consigli per le sue riconosciute capacità giuridiche, per la sua moralità e le sue doti di comando.

Alcuni podestà divennero famosi ed erano richiestissimi per la loro professionalità.

Dopo aver firmato un contratto (che lo impegnava per un periodo variabile dai sei mesi a un anno) e giurato fedeltà allo Statuto, il podestà assumeva i poteri: giudiziario, amministrativo, talvolta anche militare.

I compiti erano molti ed egli si avvaleva anche della collaborazione di altri magistrati cittadini. Il numero delle magistrature infatti aumentò in proporzione ai problemi della vita cittadina e alla quantità di denaro disponibile.

Al termine del suo mandato il lavoro del podestà veniva giudicato dai cittadini e, se l’esito era positivo, il podestà veniva retribuito. 

La fase popolare 

Tra il XII e XIII secolo, le associazioni di popolo (formate da professionisti, artigiani, mercanti) si dotarono di un loro rappresentante, chiamato Capitano del popolo, e si scontrarono con le famiglie nobili rappresentate dal podestà.

La figura del Capitano del popolo era analoga a quella del suddetto podestà: come questo, infatti, il Capitano del popolo era forestiero, ma poteva contare su di una base sociale più solida. In breve, seppure in misura diversa da città a città, il Capitano del popolo divenne un’autorità contrapposta a quella del podestà. Il governo venne quindi spartito tra queste due cariche tra loro rivali, con la conseguente crescita dell’instabilità politica all’interno del Comune. Un caso particolarmente interessante, circa lo scontro tra nobili e popolo, è quello di Firenze.

Tra le famiglie magnatizie o nobiliari, che detenevano il potere, c’erano frequenti scontri; il popolo era scontento di essere escluso dal potere e di vivere in una situazione di continuo disordine che danneggiava i commerci.

Nel 1293, un nobile che si era schierato dalla parte del popolo, Giano della Bella, riuscì ad imporre delle leggi antimagnatizie, chiamate Ordinamenti di Giustizia.

In questi Ordinamenti veniva stabilito che i magnati, cioè i nobili: 

– non potevano più essere eletti negli organi dirigenti del Comune se non erano iscritti alle corporazioni;

– erano puniti con gravi sanzioni se si comportavano in modo violento.

Queste leggi furono efficaci solo in parte per ché i magnati mantennero ancora il loro in discusso prestigio: di fatto, il loro potere fu solo limitato. Gli Ordinamenti di Giustizia furono però un importante passo avanti che permise a nuovi ceti di acquisire potere all’interno dell’amministrazione del comune.

Approfondimento 3 – Diffidiamo delle donne

I testi medievali che trattano delle donne sono opere del clero o letterarie, cioè di uomini colti appartenenti alla società ecclesiastica o laica. Danno l’impressione che la donna sia un essere inferiore di cui bisogna generalmente diffidare, perché discendendo da Eva incita al peccato. Lungo tutto il Medioevo questa mentalità perdura e si consolida. L’uomo, essendo più dotato intellettualmente deve normalmente dominare.
Bisogna dunque fare attenzione alle donne.
In un celebre poema sul disprezzo del mondo, l’autore, volendo ricordare ai monaci i loro obblighi, mostra la vanità delle cose umane e segnala che uno dei peggiori pericoli è proprio la donna. Con la sua attrazione infrange la forza e lo spirito dell’uomo.
La letteratura profana riprende lo stesso tema: nella novellistica medievale le donne ottengono tutto con la menzogna, esse provocano gli uomini; si mette l’accento sugli eccessi dell’abbigliamento e sulla civetteria femminile. 

Approfondimento 4 – La donna ha un’anima come l’uomo?

C’è un pregiudizio secondo cui l’uomo del Medioevo credeva che le donne non avessero un’anima.
Ma la donna ha un’anima come l’uomo?
Questo interrogativo è stato posto, secondo una testimonianza di Gregorio di Tours, durante un sinodo nel VI secolo. La questione era essenzialmente linguistica, perché in tutte le testimonianze bibliche ed ecclesiastiche si parla di “uomo” o, in latino homo.
È evidente che il termine stava a designare l’uno e l’altro sesso, ma chi ha sollevato la questione evidentemente non lo sapeva.
È pur vero che la Scrittura è molto chiara riguardo l’anima di Adamo, mentre non dice nulla riguardo quella di Eva.
Ma coloro che si sono posti questo problema non hanno mai tratto la conclusione che la donna fosse sprovvista di anima. Per Tertulliano (morto verso il 222 d.C.) l’anima della donna doveva essere stata presa da quella di Adamo insieme con la costola da cui fu formata Eva.
Ed anche Pietro Comestor (morto verso il 1180), autore di una riduzione del la Bibbia ad uso delle scuole, ritiene che il silenzio della Genesi sull’anima di Eva stia a significare che l’anima di Adamo ed Eva hanno la stessa origine; se così non fosse, la Bibbia lo avrebbe evidenziato.
Se ci possono essere state delle controversie a proposito della creazione del l’anima di Eva, esse non hanno mai messo in forse l’esistenza dell’anima delle donne. 
 
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Duecento italiano Poesia

La scuola siciliana

La lirica d’amore alla corte di Federico II

La poesia italiana in volgare nasce in Sicilia nella prima metà del Duecento (1230- 1250), alla corte di Federico II di Svevia.

A Palermo, città che lui ama profondamente, l’imperatore Federico pone la sede di uno stato moderno. Accentra il potere nelle sue mani, affida la gestione amministrativa a funzionari laici e borghesi, che rispondono solo al lui, e crea un centro culturale slegato dal controllo ecclesiastico.

I suoi funzionari si dedicano, oltre che alla gestione dello stato, anche alla poesia e danno vita alla cosiddetta Scuola siciliana: una ventina di rimatori che scrive poesie con scelte tematiche e stilistiche comuni. Questi poeti utilizzano il volgare italiano per le loro raffinate liriche amorose e, subendo l’influenza dei trovatori provenzali, rappresentano l’unico esempio di letteratura cortese in Italia.

Per i poeti siciliani, come per quelli provenzali, Amore significa dedizione totale alla donna, che è quasi sempre un’aristocratica bella e inaccessibile e questo loro amore diventa occasione di perfezio­namento morale. Ma i poeti siciliani vanno oltre sia sul piano della forma che del contenuto.

Innanzitutto va detto che i rimatori siciliani non sono professionisti della letteratura come i trovatori provenzali, ma sono funzionari imperiali – giudici, notai, segretari – che scrivono nei momenti di svago. Inoltre non conoscono la musica e le loro opere sono destinate alla declamazione e non al canto. Questo comporta che la forma deve essere perfetta in quanto non sostenuta dalla musica. Dall’esperienza siciliana si vengono a delineare le strutture metriche e retoriche che diventano il modello della tradizione lirica italiana come la canzone, la canzonetta e il sonetto.  

Per quanto riguarda il contenuto, i rimatori siciliani cantano l’amore per la donna bella e l’elevazione morale che ne cosegue, ma pongono particolare attenzione agli effetti emotivi che tale amore provoca nell’animo di chi scrive.

Della maggior parte dei poeti siciliani è giunto solo il nome e i testi loro attribuiti dai copisti di fine Duecento sono spesso incerti.

Al termine dell’esperienza federiciana scrittori e opere si disperdono e l’eredità viene raccolta dalla scuola toscana.

Jacopo da Lentini

Jacopo da Lentini
https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_da_Lentini#/media/File:Jacopo_da_Lentini.jpg

Jacopo, o Giacomo, nasce a Lentini, un piccolo borgo siciliano, intorno al 1210. È considerato il massimo rappresentante della Scuola poetica siciliana. Della sua vita si conosce ben poco; da documenti d’archivio emerge che Jacopo da Lentini lavora come funzionario presso la corte di Federico II in qualità di Notaio imperiale.

Le sue liriche sono dedicate esclusivamente all’amore cortese. Il poeta descrive:

  • la gioia e il dolore che provengono dal sentimento amoroso,
  • i giochi amorosi di coraggio, di audacia e di ritrosia,
  • la sottomissione nei confronti della donna,
  • la bellezza della donna paragonandola alle bellezze della natura,
  • i sospiri d’amore, gli sguardi fuggevoli,
  • la natura dell’amore.

Questi temi verranno poi sviluppati nella poesia dello Stilnovo toscano.

Le sue liriche, composte tra il 1233 e il 1240 sono una trentina; in esse troviamo diverse forme metriche come canzoni, canzonette e sonetti. Proprio a Jacopo da Lentini si attribuisce l’invenzione del sonetto, la forma metrica più utilizzata dai poeti italiani nel corso dei secoli.

Il sonetto è un componimento poetico, tipico soprattutto della letteratura italiana. Il nome deriva dal provenzale sonet che significa piccolo suono, diminutivo di son  che significava canto, melodia. Il sonetto infatti è un componimento breve, costituito da 14 versi. La struttura è semplice: 14 endecasillabi, raggruppati in due quartine a rima alternata o incrociata e due terzine a rima varia. Lo schema rimico del sonetto è molto vario. Quello originario era composto da rime alternate ABAB ABAB sia nelle quartine che terzine CDC DCD, oppure con tre rime ripetute CDE CDE, o ancora con struttura ABAB ABAB CDC EDC.

Meravigliosamente

Si tratta di un tipico testo della scuola siciliana, scritto da Jacopo da Lentini. Il poeta canta la bellezza della donna amata presentandosi come un innamorato timido, che non osa né esprimere i propri sentimenti né guardare direttamente la dama quando lei passa per strada. Jacopo racconta anche la sofferenza che prova nel nasconderle il proprio amore. Per arrivare a lei l’autore affida il messaggio amoroso al suo stesso componimento: nell’ultima strofa infatti egli invita la canzonetta a recarsi dalla donna e a riferirle la purezza del suo amore.

Metro: canzonetta formata da sette stanze (strofe) di nove versi settenari ciascuna, con schema della rima ABCABCDDC.

Meravigliosamente
un amor mi distringe
e mi tene ad ogn’ora.
Com’om che pone mente
in altro exemplo pinge
la simile pintura,
così, bella, facc’eo,
che ’nfra lo core meo
porto la tua figura.

In cor par ch’eo vi porti,
pinta como parete,
e non pare di fore.
O deo, co’ mi par forte.
Non so se lo sapete,
con’ v’amo di bon core:
ch’eo son sì vergognoso
ca pur vi guardo ascoso
e non vi mostro amore.

Avendo gran disio,
dipinsi una pintura,
bella, voi simigliante,
e quando voi non vio,
guardo ’n quella figura,
e par ch’eo v’aggia avante:
come quello che crede
salvarsi per sua fede,
ancor non veggia inante.

Al cor m’arde una doglia,
com’om che ten lo foco
a lo suo seno ascoso,
e quando più lo ’nvoglia
allora arde più loco
e non pò stare incluso:
similemente eo ardo
quando pass’e non guardo
a voi, vis’amoroso.

S’eo guardo, quando passo,
inver’ voi, no mi giro,
bella, per risguardare.
Andando, ad ogni passo
getto uno gran sospiro
che facemi ancosciare;
e certo bene ancoscio,
c’a pena mi conoscio,
tanto bella mi pare.

Assai v’aggio laudato,
madonna, in tutte le parti
di bellezze ch’avete.
Non so se v’è contato
ch’eo lo faccia per arti,
che voi pur v’ascondete.
Sacciatelo per singa,
zo ch’eo no dico a linga,
quando voi mi vedrite.

Canzonetta novella,
va’ canta nova cosa;
levati da maitino
davanti a la più bella,
fiore d’ogni amorosa,
bionda più c’auro fino:
«Lo vostro amor, ch’è caro,
donatelo al Notaro
ch’è nato da Lentino.»

Un amore mi stringe il cuore e mi tiene, mi fa vivere, in modo meraviglioso ogni momento.Come un uomo che osserva un soggetto [exemplo] e dipinge una pittura che sia simile a tale soggetto, così, o mia bella, faccio anch’io la stessa cosa, perché porto la tua figura, la tua immagine, come dipinta nel mio cuore.
Sembra che io vi porti nel cuore, dipinta così come apparite, ma la cosa non traspare all’esterno [non lo do a vedere]. O Dio, non immaginate quanto questo mi sembri difficile da sopportare [duro].
Non so se sapete quanto io vi ami lealmente; infatti io mi vergogno così tanto [di mostrare i miei sentimenti] che vi guardo sempre di nascosto e non vi dimostro il mio amore. 
Avendo io un grande desiderio di voi, ho dipinto un quadro, o mia bella, che vi somiglia, e quando non vi vedo guardo quell’immagine e mi sembra che voi siate davanti a me: io sono proprio come colui che  crede di salvarsi in virtù della sua fede anche se non vede nulla davanti a sé.
Nel cuore mi brucia un dolore terribile, sono come uno che tiene il fuoco nascosto nel suo petto; quanto più egli cerca di soffocarlo, tanto più forte il fuoco brucia e non può stare rinchiuso: io ardo, io brucio allo stesso modo quando passo [per strada] e non guardo verso di voi, o viso che ispirate l’amore dentro di me.
Se io quando passo per la strada vi vedo, io non mi giro verso di voi per guardarvi di nuovo.
Mentre cammino, ad ogni passo faccio grandi sospiri che mi fanno angosciare;
e la mia angoscia è così profonda, così grande, che mi riconosco a malapena [sono stravolto], tanto bella tu mi appari.
O mia signora [madonna da mea domina, in latino = mia signora] vi ho molto lodato per tutti gli aspetti della vostra bellezza. Non so se vi hanno raccontato che io vi lodo solo per esercitare la mia arte, dal momento che voi vi nascondete a me. Sappiate che io vi lodo con sincerità, guardate i miei gesti quando mi vedete, perché io non parlo solo per parlare.
O canzonetta che io ho appena composto, vai da lei a cantare questa cosa nuova; alzati al mattino presto [e presentati] davanti alla donna più bella che è come il fiore di ogni donna innamorata e che è più bionda dell’oro zecchino [e dille]: «Il vostro amore, che è cosa cara e preziosa, donatelo al Notaio [Jacopo] che è nato a Lentini».
 
Lettura e spiegazione del testo – a cura della prof.ssa Silvana Poli

Commento

Il testo presenta un innamorato timido, che ha paura di esprimere i suoi sentimenti, che guarda l’amata di nascosto, che non si volta a rimirarla quando passa per strada per proteggerla da maldicenze.

Nelle prime due strofe il poeta tiene sul cuore l’immagine della donna in modo da poterla guardare quando lei è lontana.

Nella terza dice di aver realizzato un dipinto che la ritrae come se fosse un’immagine sacra: il suo atteggiamento è paragonato a quello del credente che ha fede in qualcosa che non può vedere. In questa lirica emerge il significato religioso dell’amore. A differenza della poesia provenzale questo testo ruota intorno alle reazioni emotive e psicologiche che l’amore provoca nell’animo di Giacomo, più che intorno alla bellezza di lei.

L’ultima strofa funge da congedo: il poeta si rivolge direttamente al componimento e lo invita a presentarsi alla donna per esprimerle ciò che lui non ha il coraggio di dirle apertamente. Inoltre conclude la canzonetta con la “firma” dell’autore, che si presenta come il “Notaro”, soprannome con cui era noto, e dice di essere originario di Lentini.

Amor è un desìo che ven da core

Il sonetto segue lo schema delle rime alternate nelle quartine ABAB ABAB e delle rime ripetute nelle terzine CDE CDE.

Amor è uno desìo che ven da core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima generan l’amore
e lo core li dà nutricamento.
 
Ben è alcuna fiata om amatore                      5
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nascimento:
 
ché li occhi rapresentan a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio,                  10
com’è formata naturalmente;
 
e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e li piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.
Parafrasi
L’amore è un desiderio che proviene dal cuore per il grande piacere che la donna suscita, che ispira. L’amore è generato prima di tutto dagli occhi e poi è alimentato, nutrito dal cuore.
È ben vero
È ben vero che a volte può capitare di innamorarsi di una donna senza vederla di persona, ma quell’amore che diventa passione travolgente, può nascere solo dalla vista della donna amata: perché gli occhi trasmettono al cuore l’immagine di tutto quello che vedono, buono o cattivo che sia, come esiste in natura, e il cuore, che elabora ciò (di zo è concepitore), si crea delle immagini, si crea delle aspettative e si compiace di quel desiderio: questo è l’amore che regna nel mondo.

Il sonetto Amor è uno desìo che ven da core è il più famoso della Scuola siciliana. In esso Jacopo da Lentini riflette sulla natura dell’amore e sul modo in cui esso si manifesta. Il poeta sostiene che l’amore si nutre nel cuore ma dichiara che nel cuore l’amore si accende attraverso la vista, attraverso gli occhi: l’uomo vede l’amata, l’immagine di lei arriva al cuore e lì l’amore viene nutrito e alimentato. Questo concetto è già presente nella poesia provenzale e verrà poi sviluppato dagli stilnovisti e da Dante.

Questo sonetto è particolarmente interessante perché è strutturato come un testo argomentativo. In esso infatti troviamo espressi in modo chiaro la tesi, l’antitesi e due argomenti a favore della tesi: nelle quartine abbiamo tesi e antitesi, nelle terzine gli argomenti.

Tesi vv. 1 – 4L’amore è un desiderio che viene dal cuore: gli occhi accendono l’amore che è alimentato dal cuore.
Antitesi e confutazione vv. 5 – 8È possibile, qualche volta innamorarsi senza aver visto l’amata, ma l’amore travolgente si sviluppa solo se la donna è stata vista.
1° argomento a favore della tesi vv 9 – 11Gli occhi trasmettono al cuore qualsiasi tipo di immagine, sia che si tratti di cose buone che cattive.
2° argomento a favore della tesi vv 12 – 14Il cuore, che accoglie il messaggio degli occhi, realizza un’immagine; sognare e ricordare questa immagine reca piacere al cuore. 

Fonti

G. Bellini, T. Gargano, G. Mazzoni, Costellazioni, manuale di letteratura, Editori Laterza.

B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI, Zanichelli Editore.

https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_da_Lentini#/media/File:Jacopo_da_Lentini.jpg

https://letteritaliana.weebly.com/meravigliosamente.html

https://www.atuttarte.it/autore/da-lentini-jacopo.html

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Duecento italiano Poesia

La nascita della cultura italiana

Affermazione del volgare in Italia

Nel corso del medioevo la solidità della tradizione latina ritardò lo sviluppo di una letteratura in lingua volgare. Non si parlava più in latino ma non si scriveva ancora nella lingua utilizzata dal popolo. Il termine volgare deriva dalla parola volgo che identificava il popolo.

Indovinello veronese

In Italia la prima testimonianza scritta in volgare è l’Indovinello veronese, scritto tra la fine dell’VIII secolo e l’inizio del IX.

La lingua, ad un occhio inesperto, sembra latino, ma non lo è già più. Infatti la lingua latina utilizza le desinenze delle parole per riconoscere la sintassi della frase. Qui ormai le desinenze sono cadute.

I primi documenti che attestano l’uso letterario dei volgari italiani risalgono alla fine del XII secolo. Si trovano testi di trovatori provenzali raffinati che erano in cerca di fortuna nella penisola, ma la produzione autoctona ci mostra un livello inferiore. Una delle più antiche testimonianze in lingua volgare è il Ritmo laurenziano.

Ritmo laurenziano


Parafrasi
Salva il vescovo di Jesi (“iesenate”), il migliore che mai sia nato, che da quando è stato consacrato illumina tutto il clero. Né l’autore del Phisiologus (un noto opuscolo scientifico di origine greca, capostipite dei ‘bestiari’ medievali) né Catone (l’autore del trattato Disticha Catonis) furono più dotati, e il papa lo tiene alla propria destra come suo confidente più intimo. Il suo nobile vescovato è divenuto migliore e più prospero.
Il papa romano lo ha consacrato vescovo in (San Giovanni in) Laterano. San Benedetto e san Germano lo hanno destinato a essere sovrano di tutto il regno cristiano: infatti venne da Lornano (vicino a Macerata, feudo della famiglia del vescovo di Iesi), dal paradiso terrestre (delle delizie). E certo questo non fu un uomo di bassa condizione sociale! Da quando esistette il mondo, anche (nel periodo) pagano, non conosco che sia esistito un marchigiano (o anche ‘un gran signore’) come lui. Se mi dà un cavallo balzano, lo mostrerò al buon toscano (forse Ildebrandino dei Pannocchieschi, vescovo di Volterra dal 1184 al 1211), al quale bacio la mano che mi benedice.
Al vescovo Grimaldesco non dispiace avere alla sua tavola cento cavalieri per volta, anzi gli fanno piacere e gli sono graditi. Né un italiano, né un tedesco, né uno dell’Italia settentrionale, né un francese potrei incoronare (che sia) migliore di lui, tanto è sempre prontamente generoso. Vado da lui per (ottenere) un cavallo veloce, giovane (‘puledresco’), di due colori (‘disparesco’, disuguale). Gli arcieri si aggirano minacciosamente (qui intorno), e io sbigottisco perché mi fanno paura. Rispose e disse in latino: “Mettigli la sella e vai”; e io, tutto contento (‘come a nozze’), non finirò di benedirlo finché starò a ballare in questo mondo.

Commento

L’autore anonimo di questa famosa composizione “ritmica” è un giullare.

Giullare – London, British Library, Psalter of Luttrell (1320-40 c.)

I giullari erano artisti che si guadagnavano da vivere esibendosi davanti ad un pubblico. Erano abili in diverse arti: ballare, cantare, suonare, fare acrobazie e mimi. Spesso dovevano essere in grado di far divertire la corte e soprattutto il re. Nel Duecento e nel Trecento i giullari, considerati i primi veri professionisti delle lettere perché vivevano della loro arte, divennero il maggior elemento di unione tra la letteratura colta e quella popolare e ebbero un ruolo molto importante nella diffusione di notizie, idee, forme di spettacolo e di intrattenimento vario.

Il ritmo laurenziano è uno tra i più antichi esempi della poesia italiana più antica. È chiamato così perché registrato unicamente su un manoscritto della Biblioteca Mediceo Laurenziana di Firenze. È stato scritto probabilmente tra il 1188 e il 1207. È suddiviso in tre strofe monorime, cioè in ogni strofa le rime sono le stesse, tipico delle filastrocche popolari. L’autore mostra di saper usare con maestria il volgare ormai autonomo dal latino.

Il giullare vuole chiedere al vescovo di Iesi un cavallo. La sua richiesta è arricchita da una sfrontata adulazione: il suo “benefattore” è definito confidente del Papa, addirittura destinato a sua volta al papato, considerato il più grande e generoso signore fin dai tempi pagani ed è sceso in terra dal Paradiso Terrestre. Le lusinghe vogliono convincere il vescovo a regalare al giullare un cavallo balzano, cioè un cavallo veloce con delle preziose macchie bianche sulle zampe.

Fonte

http://www.treccani.it/magazine/strumenti/una_poesia_al_giorno/10_14_ritmo_laurenziano.html

Cantico delle creature Francesco d’Assisi

Parafrasi
Altissimo, Onnipotente Buon Signore, tue sono le lodi, la gloria, l’onore e ogni benedizione.
A te solo, o Altissimo, si addicono e nessun uomo è degno neppure di parlare di te, di menzionarti.
Sii lodato o mio Signore, insieme a tutte le creature; sii lodato specialmente per il signor fratello sole, il quale è la luce del giorno, e attraverso il quale tu ci dai la luce. E lui è bello e raggiante con grande splendore, il sole rappresenta Te mio Signore, è simbolo di Te.
Sii lodato o mio Signore, per sorella luna e per le stelle: tu le hai create e poste in cielo, illuminate e preziose e belle.
Sii lodato o mio Signore, per fratello vento, e per l’aria e per le nubi e per il cielo sereno e per ogni tempo meteorologico, grazie al quale tu dai vita e sostegno alle tue creature.
Sii lodato o mio Signore, per sorella acqua, che è molto utile e umile, preziosa e pura.
Sii lodato o mio Signore, per fratello fuoco, attraverso il quale illumini la notte. Egli è bello, giocondo, robusto e forte.
Sii lodato o mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci dà nutrimento e ci mantiene: produce diversi frutti, con fiori variopinti ed l’erba.
Sii lodato o mio Signore, per quelli che perdonano in nome del tuo amore, e sopportano malattie e sofferenze. Beati saranno quelli che le sopporteranno serenamente, perché saranno premiati dall’Altissimo.
Sii lodato o mio Signore per la nostra sorella morte corporale, dalla quale nessun essere umano può scappare, guai a quelli che moriranno mentre sono in peccato mortale. Beati quelli che troveranno la morte mentre stanno rispettando le tue volontà, perché il giorno del Giudizio Universale non avranno a temere alcun male.
Lodate e benedite il mio Signore, e ringraziatelo e servitelo con grande umiltà.

Commento

Il cantico delle creature non è solo un testo letterario ma è anche un testo religioso. Il messaggio che Francesco vuole trasmettere è semplice e esprime la sua particolare religiosità: l’universo è un mondo armonioso e sereno e la natura non è il luogo del peccato e della tentazione ma il luogo della manifestazione di Dio. Questa visione gioiosa e pacificata del Creato come dono divino ispira l’umile lode e il ringraziamento a Dio per tutte le cose.

Per lodare il suo Signore Francesco esalta tutte le creature. Inizia col tessere le lodi del sole, della luna, delle stelle e degli elementi: l’aria con gli eventi atmosferici, l’acqua, il fuoco e la terra con tutti i suoi frutti. Poi la sua lode passa agli uomini che perdonano in nome dell’amore di Dio e conclude lodando la morte del corpo, che prepara alla nuova vita dell’anima.

La lode a Dio è espressione della fratellanza di tutte le creature, dell’amore che le lega e dell’umiltà che deve contrassegnare il rapporto tra l’uomo e il creato, tra l’uomo e gli altri uomini, tra l’uomo e Dio. L’intento che Francesco si pone con questa Lauda è quello di offrire un testo da cantare in lode al Signore e da insegnare ai fedeli. Sembra infatti che egli abbia chiamato a sé alcuni dei suoi confratelli e li abbia inviati a cantare il Cantico di frate Sole fra la gente come “giullari di Dio”.

Per questo ha scelto una struttura ripetitiva e un lessico semplice, popolare.

Video sul Cantico di Frate Sole.

https://www.youtube.com/watch?v=g7m22qReEvY

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Duecento italiano Letteratura italiana Poesia

La poesia comico-realistica

In contrapposizione allo Stilnovo

Accanto all’esperienza aristocratica e illustre dello Stilnovo, si sviluppa in Toscana nello stesso periodo, un genere letterario che, per contrapposizione allo Stilnovo, viene indicato come poesia comico-realistica, detta anche giocosa o burlesca.

Pur senza costituire una vera scuola, le esperienze poetiche di questo filone sono accomunate dalla scelta di temi realistici, attenzione agli aspetti quotidiani e concreti dell’esistenza e dall’uso di uno stile basso rispetto a quello della lirica amorosa contemporanea.

In Toscana, nella seconda metà del Duecento, si assiste quindi ad una sorta di contrapposizione tra due diverse correnti poetiche: da una parte ritroviamo lo stile e i toni elevati della poesia stilnovista, dall’altra l’abbassamento sia stilistico che tematico della poesia comico-realistica. Mentre gli stilnovisti cantano la bellezza e le virtù della donna angelo, la poesia giocosa celebra il gioco, il godimento spensierato, il gusto della tavola e del vino. L’amore, non è più inteso come espressione spirituale ma come piacere dei sensi. Non mancano neppure la polemica politica, l’ingiuria verso gli avversari, il pesante sarcasmo contro parenti e amici, fino all’anticlericalismo insofferente dei privilegi ecclesiastici.

La realtà viene quindi rappresentata nei suoi aspetti più autentici, talvolta crudi. L’amore come piacere, il disprezzo della povertà e l’esaltazione della ricchezza, la vita colta nei suoi aspetti più triviali e plebei, litigi, battibecchi tra innamorati, gelosie, e ancora caricature e insulti: tutto questo è oggetto della poesia giocosa, che si esprime in un linguaggio colorito. Talvolta le regole sintattiche vengono disattese e il linguaggio è ricco di figure retoriche, tra le quali predominano l’iperbole, le similitudini audaci e metafore spesso volgari. La forma delle opere poetiche rispettava convenzioni letterarie e rispondeva a regole di stile precise, frutto di competenza espressiva retorica.

I temi trattati e il lessico usato rendono famoso questo genere di poesia presso un pubblico molto più ampio e più vario, rispetto a quello della ristretta cerchia d’intellettuali a cui si rivolgevano gli stilnovisti.

Tra gli esempi più interessanti di questo genere poetico sono da ricordare le esperienze di Cecco Angiolieri, Rustico di Filippo, Folgore da San Gimignano e Cenne de la Chitarra. Ma non solo loro, anche scrittori di stile alto, come Guinizelli, Cavalcanti e Dante si cimentano in questo genere letterario.

Cecco Angiolieri

Cecco Angiolieri nacque a Siena, intorno al 1260 da una famiglia guelfa e decisamente benestante. Il padre era un banchiere, fu cavaliere e fece parte dei Signori del Comune. La madre era monna Lisa, appartenente a una nobile e potente casata.

Cecco trascorse la sua fanciullezza a Siena e sembra fosse poco incline al rispetto delle regole. Infatti dagli archivi del comune risulta che Cecco sia stato multato più volte: per essersi allontanato dal campo senza la dovuta licenza, durante un assedio ai concittadini ghibellini, per esser stato trovato in giro di notte dopo il coprifuoco, per esser stato implicato in un ferimento. Intorno al 1226 fu anche allontanato da Siena, a causa di un bando politico. In quegli anni conobbe anche Dante Alighieri a cui indirizzò anche un sonetto.

Morì intorno al 1313 e i suoi cinque figli rinunciarono all’eredità perché troppo gravata dai debiti.

La poetica di Cecco Angiolieri rispetta tutti i canoni della tradizione comica toscana e i suoi sonetti sono da considerare come polemiche caricature dello Stilnovo.

S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo

Questo è il testo più famoso dell’Angiolieri.

S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo; 
s’i’ fosse vento, lo tempesterei; 
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; 
s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo;

s’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo, 
ché tutti cristïani imbrigherei; 
s’i’ fosse ’mperator, sa’ che farei? 
A tutti mozzarei lo capo a tondo. 

S’i’ fosse morte, andarei da mio padre; 
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui: 
similemente farìa da mi’ madre. 

S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, 
torrei le donne giovani e leggiadre: 
e vecchie e laide lasserei altrui.
Parafrasi
Se fossi il fuoco, brucerei il mondo; se fossi il vento, lo colpirei con tempeste; se fossi l’acqua, lo annegherei; se fossi Dio, lo farei sprofondare;
Se fossi il papa, allora sarei contento, poiché metterei nei guai tutti i cristiani; se fossi l’imperatore, sai cosa farei? Taglierei a tutti la testa di netto.
Se fossi la morte, andrei da mio padre; se fossi la vita, fuggirei lontano da lui: farei la stessa cosa con mia madre.
Se fossi Cecco, come sono e come sono sempre stato, prenderei le donne giovani e belle e lascerei agli altri quelle vecchie e disgustose.

Forma

Il sonetto ha schema della rima ABBA, ABBA, CDC, DCD.

Figure retoriche

  • Anafora – “S’i’ fosse” ripetuta in tutto nove volte
  • Personificazione – Nei vv. 1- 4 tre elementi naturali (fuoco, aria, acqua) e l’immagine di Dio. Inoltre nei vv. 5-8 si identifica con le due autorità “universali” del Medioevo, il papa e l’imperatore.
  • Antitesi – vv. 9-11 morte… andarei / vita… fuggirei in parallelismo, vv. 13-14 donne giovani e leggiadre / vecchie e laidetorrei / lasserei.
  • Chiasmo sintattico vv. 13-14 verbo-oggetto-oggetto-verbo.

Commento

Il testo si presenta come uno scherzo irriverente espresso in una forma raffinata ed elegante. Il poeta inizia il suo s’io fossi partendo dagli elementi naturali, foco, acqua, vento, per arrivare fino a Dio, quindi tira in ballo le figure di potere della terra il papa e l’Imperator per poi arrivare ad augurare la morte ai suoi genitori. Qui Cecco non risparmia nessuno in quello che può sembrare un delirio di onnipotenza. Ma è evidente che si tratti di un gioco, di una burla. Infatti nell’ultima strofa il poeta sembra fare l’occhiolino al lettore e tutta la crescente aggressività del poeta si scioglie in una sonora risata e nell’affermazione dei suoi intenti reali: godere dei piaceri materiali della vita come quello di stare con le belle donne e lasciare quelle brutte agli altri.

È l’ultima ipotesi, l’unica realistica, che riporta il discorso sul piano della realtà, dopo le immagini paradossali delle prime tre strofe.

È l’ultima strofa che dà il senso a tutto il sonetto: quella che sembra un’invettiva diventa autoironia perché dopo aver desiderato di bruciare il mondo deve accontentarsi di sedurre qualche giovane popolana, quando non è al verde.

Lo sfogo nei confronti dei genitori è presente in altri sonetti dell’Angiolieri. La sua vita sregolata, dedita ai vizi, lo porta ad essere sempre in debito; loro erano molto ricchi, ma avevano chiuso le corde della loro borsa e non finanziavano più gli sperperi del figlio. Si pensi che alla morte di Cecco i figli rifiutarono l’eredità paterna perché troppo gravata di

Il testo si presenta come uno scherzo irriverente espresso in una forma raffinata ed elegante. Il poeta inizia il suo s’io fossi partendo dagli elementi naturali, foco, acqua, vento, per arrivare fino a Dio, quindi tira in ballo le figure di potere della terra il papa e l’Imperator per poi arrivare ad augurare la morte ai suoi genitori. Qui Cecco non risparmia nessuno in quello che può sembrare un delirio di onnipotenza. Ma è evidente che si tratti di un gioco, di una burla. Infatti nell’ultima strofa il poeta sembra fare l’occhiolino al lettore e tutta la crescente aggressività del poeta si scioglie in una sonora risata e nell’affermazione dei suoi intenti reali: godere dei piaceri materiali della vita come quello di stare con le belle donne e lasciare quelle brutte agli altri.

È l’ultima ipotesi, l’unica realistica, che riporta il discorso sul piano della realtà, dopo le immagini paradossali delle prime tre strofe.

È l’ultima strofa che dà il senso a tutto il sonetto: quella che sembra un’invettiva diventa autoironia perché dopo aver desiderato di bruciare il mondo deve accontentarsi di sedurre qualche giovane popolana, quando non è al verde.

Lo sfogo nei confronti dei genitori è presente in altri sonetti dell’Angiolieri. La sua vita sregolata, dedita ai vizi, lo porta ad essere sempre in debito; loro erano molto ricchi, ma avevano chiuso le corde della loro borsa e non finanziavano più gli sperperi del figlio. Si pensi che alla morte di Cecco i figli rifiutarono l’eredità paterna perché troppo gravata di debiti!

La versione di De Andrè

Tre cose solamente m’ènno in grado

Questo è un sonetto che possiamo definire “programmatico”, è un testo in cui l’autore elenca le cose che gli procurano piacere nella vita. A lui sono graditi i divertimenti materiali, ovvero il piacere sessuale, il vino e il gioco d’azzardo. Non manca come in altri testi la polemica contro il padre avaro, che lo tiene a stecchetto e non gli fornisce denaro a sufficienza per i suoi stravizi, per questo motivo gli augura la morte.

Tre cose solamente m’ènno in grado,
le quali posso non ben ben fornire,
cioè la donna, la taverna e ’l dado:
queste mi fanno ’l cuor lieto sentire.

Ma sì·mme le convene usar di rado,
ché la mie borsa mi mett’ al mentire;
e quando mi sovien, tutto mi sbrado,
ch’i’ perdo per moneta ’l mie disire.

E dico: «Dato li sia d’una lancia!»,
ciò a mi’ padre, che·mmi tien sì magro,
che tornare’ senza logro di Francia.

Ché fora a tôrli un dinar[o] più agro,
la man di Pasqua che·ssi dà la mancia,
che far pigliar la gru ad un bozzagro.

(Sonetti, 87)
Parafrasi
Solamente tre cose mi sono gradite, anche se non me le posso permettere come vorrei, cioè la donna, la taverna [il vino] e il gioco d’azzardo; queste mi allietano il cuore.
Ma sono costretto a goderne raramente, poiché la mia borsa mi smentisce [essendo vuota]; e quando ci penso mi metto a sbraitare, poiché per la mancanza di denaro non posso realizzare i miei desideri.
E dico: “Che sia colpito con una lancia!”; questo a mio padre, che mi tiene così a stecchetto che tornerei [a piedi] dalla Francia senza dimagrire ulteriormente [perché sono già magrissimo].
Infatti la mattina di festa, quando si dà la mancia [ai bambini], sarebbe più difficile scucire un quattrino [a mio padre] che far acchiappare una gru a una poiana
[bozzagro].

Forma: il sonetto ha schema della rima ABAB, ABAB, CDC, DCD.

Commento

Nella prima quartina Cecco elenca le cose che gli danno piacere cioè le donne, il vino delle taverne e il gioco.

Nella seconda quartina, che è introdotta dal ma, il poeta ci spiega i motivi per cui deve rinunciare a tali piaceri: tali piaceri non possono essere soddisfatti perché lui è perennemente senza denaro per poterli appagare.

Nelle terzine l’Angiolieri attacca furiosamente suo padre, che non gli fornisce denaro, pur essendo tanto ricco. Per questo gli augura la morte (vv. 9-11).

Nel verso 11 la parola logro può essere interpretata in due modi: logro inteso come logoro, magro, consumato, stremato oppure logro come il richiamo da caccia usato dai falconieri per i loro falconi. Se si considera la prima accezione il verso verrebbe a significare che lui è tanto magro che anche se tornasse a piedi dalla Francia, non dimagrirebbe ulteriormente; se si prende per buona la seconda si intende che Cecco tornerebbe dalla Francia senza bisogno di richiamo, pur di ricevere dei soldi dal padre.

Nell’ultima terzina Cecco inserisce un paragone iperbolico spiega la taccagneria del padre. Nelle mattine di Pasqua i padri danno ai bambini qualche monetina: ma è più difficile che il padre dia soldi al figlio che vedere una poiana [rapace molto lento] catturare gru [veloce e agile].

Fonti

https://library.weschool.com/lezioni/letteratura/letteratura-italiana/

https://letteritaliana.weebly.com/

http://carlomariani.altervista.org/storia_letteraria1/lett158.htm

https://www.fareletteratura.it/

https://it.wikipedia.org/

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Duecento italiano Poesia

Il dolce stil novo

La nascita della poesia in Toscana

Il Dolce Stil Novo è una corrente poetica che prende forma e si sviluppa durante la seconda metà del 1200, ma il movimento stilnovista influenzerà la poesia italiana nel corso dei secoli successivi.  

Gli stilnovisti sono accomunati dalla convinzione che solo i “cuori gentili”, che sono contraddistinti da nobiltà d’animo, possono provare amore. Di conseguenza l’amore non può trovare sede in cuori volgari. I poeti dello Stilnovo pensano dunque che la poesia d’amore debba rivolgersi solo ad un pubblico selezionato di gentili

Con lo Stilnovo il linguaggio diventa ricercato ed aulico. Il tema prediletto dagli stilnovisti è quello amoroso: i poeti non si limitano più a cantare i patimenti dell’amore o le doti dell’amata, ma si concentrano sull’effetto che l’esperienza amorosa ha sull’anima del poeta e sulla sua esperienza terrena.

Gli autori maggiormente rappresentativi di questa corrente sono Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti e il giovane Dante Alighieri.

Guido Guinizelli

Guido Guinizelli https://www.autori.net/storiadellaletteraturaitalianadelmedioevo/2020/06/05/guido-guinizzelli

Cenni sull’autore

Guinizelli è indicato da Dante come padre del nuovo stile. Bolognese di origine, di professione faceva il giudice, è stato molto attivo nella vita politica della sua città. La sua famiglia apparteneva al partito dei ghibellini. Quando i guelfi presero il sopravvento venne esiliato.

Scrive Al cor gentile rempaira sempre amore che è considerato il manifesto dello stilnovo perché ne sono enunciati i temi della n tale componimento affronta tre temi.

  • Identità tra amore e cuore gentile: l’amore può essere provato e vissuto solo da chi sia dotato di un cuore nobile, non da tutti gli esseri umani. Si introduce quindi il concetto di nobiltà d’animo diversa da quello di nobiltà di sangue.
  • Funzione salvifica della donna: le virtù della donna hanno il potere di elevare l’animo delle persone.
  • Dimensione angelica della donna: la donna non è più una bellezza terrena, ma sembra sia scesa dal cielo, un angelo.

Per un approfondimento su questo componimento vai a https://letteritaliana.weebly.com/al-cor-gentil-rempaira-sempre-amore.html

Io voglio del ver la mia donna laudare

Il sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare esprime il nuovo stile inaugurato da Guido Guinizelli. In questo sonetto la lode della bellezza e della virtù della donna amata si accompagnano al valore “salvifico” del suo saluto: quel saluto acquista un importante significato religioso perché permette di convertire alla fede cristiana chi non crede in essa. Tra le immagini con cui viene descritta la donna vi sono i tradizionali fiori (la rosa, il giglio) i corpi celesti e tutte le bellezze del mondo naturale.

Io voglio del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.               4

Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.           8

Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;               11

e no·lle pò apressare om che sia vile;           
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’om pò mal pensar fin che la vede.         14
Parafrasi
Io voglio, in verità, lodare la mia donna e voglio paragonare a lei la rosa e il giglio: la mia donna splende e appare [e si mostra a me] più bella della stella Venere, e io paragono a lei ciò che di bello vi è lassù [in cielo].
Paragono a lei una verde campagna e [paragono a lei] l’aria, tutti i colori dei fiori, il giallo e il rosso, l’oro e l’azzurro [i lapislazzuli] e anche i gioielli molto preziosi che possono essere donati: lo stesso Amore grazie a lei [attraverso lei] diviene più perfetto.
[La mia donna] passa per strada così bella e così nobile che fa abbassa l’orgoglio alla persona a cui lei porge il suo saluto e [oltre a questo] lo fa diventare della nostra fede [cristiana], se lui non crede in essa;
e [dico di più] non le si può avvicinare un uomo che sia di animo gretto [vile]; vi dirò che ella ha una virtù ancora più grande: nessuno può pensare male fino a quando egli la vede.

Spiegazione

Il sonetto si divide in due parti simmetriche. Nelle quartine Guinizelli loda la bellezza della donna, mentre nelle terzine sposta l’attenzione sulle sue virtù “salvifiche” dell’amata: dice infatti che la donna, con il suo saluto, abbassa l’orgoglio di chi la vede per strada. riesce cioè a rendere umili le persone. E non solo, riesce addirittura a convertire i non credenti alla fede cristiana!

La nobiltà d’animo di questa donna è un tutt’uno con la sua bellezza: non solo riesce a tenere a distanza gli uomini “vili”, cioè quelli non nobili di cuore, ma con il suo atteggiamento impedisce alle persone di pensare male.

In Guinizelli la nobiltà d’animo e l’amore sono strettamente connessi. Questo tema è molto presente nella sua poesia e diventerà uno degli elementi costitutivi dello Stilnovo.

La novità introdotta da questo autore consiste proprio nel valore religioso assunto dalla figura femminile, tanto che poi Cavalcanti e Dante la configureranno proprio come una “donna-angelo”.

Guinizelli, paragona la donna al giglio e alla rosa. I due fiori sono simbolo di purezza e nobiltà nella poesia classica e anche il loro colore ha valore simbolico. Infatti il bianco del giglio rimanda al colore della pelle e, forse, a quello del sorriso, mentre il rosso della rosa allude alle labbra.

Il paragone si arricchisce poi con altri elementi naturali. La donna è paragonata al pianeta Venere chiamato “stella dïana”, cioè la stella del giorno. Infatti la luce di Venere è l’ultima che si spegne al mattino, quindi annuncia la venuta del giorno, e la prima che si accende la sera.

L’amata è paragonata anche a elementi del paesaggio – una verde campagna, l’aria – e a variopinti elementi del mondo minerale e dei preziosi – l’oro, l’azzurro dei lapislazzuli, i gioielli – secondo uno schema che si trova poi anche in altri Stilnovisti.

Per un approfondimento su Guido Guinizelli vai a https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Guinizelli http://www.treccani.it/enciclopedia/guido-guinizzelli/ https://library.weschool.com/lezione/guido-guinizzelli-poesie-stilnovo-al-cor-gentil-10833.html

Guido Cavalcanti

Cenni sull’autore

Guido Cavalcanti nasce a Firenze a metà del Duecento, in una famiglia guelfa, di parte bianca, come Dante. Fu attivo nella vita politica di Firenze e venne esiliato dopo esser stato coinvolto in disordini violenti. Fu grande amico di Dante. Di lui troviamo traccia sia nella Divina Commedia di Dante che nel Decameron di Boccaccio. Fu un uomo inquieto che aveva modi aristocratici, spirito laico e pensiero filosofico.

Chi è questa che vèn ch’ogni om la mira

Il sonetto Chi è questa che vèn è tra i più celebri di Cavalcanti. In esso troviamo due elementi: il primo è, come per Guinizelli, la lode della bellezza della donna e il secondo è relativo all’incapacità del poeta nel descrivere tale angelica bellezza. Infatti il poeta sente che la sua capacità di scrittura è limitata e non riesce a descrivere la meraviglia, la perfezione della donna amata.

Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,
che fa tremar di chiaritate l’âre
e mena seco Amor, sì che parlare
null’omo pote, ma ciascun sospira?              4

O Deo, che sembra quando li occhi gira!
dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare:
cotanto d’umiltà donna mi pare,
ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.           8

Non si poria contar la sua piagenza,
ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute,
e la beltate per sua dea la mostra.             11

Non fu sì alta già la mente nostra
e non si pose ’n noi tanta salute,
che propiamente n’aviàn canoscenza.       14
Parafrasi
Chi è questa donna che arriva, che ogni uomo ammira, che fa tremare l’aria di luminosità, e che porta con sé l’amore, tanto che nessuno riesce a parlare, ma ognuno può solo sospirare?
O Dio, che cosa meravigliosa sembra quando lei muove gli occhi! Lo dica Amore, poiché io non lo saprei descrivere: mi sembra una donna talmente umile che ogni altra donna, al suo confronto, io la definisco malvagia, a me sembra cattiva.
La sua bellezza poi non si potrebbe raccontare, poiché a lei si inchina ogni virtù nobile e la Bellezza stessa la indica come sua dea.
La nostra mente non è mai stata così elevata e in noi non c’è mai stata così tanta perfezione, che noi possiamo avere una conoscenza piena e completa di tale bellezza.

Metro: sonetto con schema della rima regolare ABBA, ABBA, CDE, EDC.

Il sonetto ha lo stile semplice, tipico dello Stilnovo. Celebra la bellezza della donna amata e arricchisce il tema con riferimenti religiosi secondo il modello di Guinizelli. Sviluppa il motivo dell’ineffabilità della bellezza femminile: la bellezza è espressione della grazia divina, pertanto è impossibile da cogliere e da esprimere a causa della limitatezza della mente del poeta.

Fin dall’inizio l’atmosfera del componimento è mistica. La donna è avvolta da una luce, come un’aureola, che fa ammutolire tutti coloro che la guardano; essa è umile più di qualunque altra donna e ciò la rende paradossalmente superiore a tutte le altre, mentre la Bellezza, intesa come la Dea della bellezza, la sceglie come suo modello (oggi potremmo dire come suo testimonial).

Il poeta ammira questa donna ma è consapevole di non essere in grado di cogliere pienamente tale bellezza. Qui il discorso si fa filosofico, infatti il poeta dichiara che la mente umana non è in grado di comprendere fino in fondo il miracolo di una bellezza che proviene dalla grazia divina. Si comprende così che l’esperienza amorosa dello stilnovo diventa quasi un’esperienza mistica, troppo profonda per essere espressa a parole.

Col termine ineffabilità si intende l’incapacità del poeta di esprimere a parole quello che lui sente.

Per un approfondimento su Guido Cavalcanti https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Cavalcanti http://www.parafrasando.it/POESIE/CAVALCANTI_GUIDO/Chi-e-questa-che-ven.html http://www.parafrasando.it/BIOGRAFIE/cavalcanti-guido.html http://www.treccani.it/vocabolario/ineffabile/

Il giovane Dante Alighieri

Cenni sull’autore

Il giovane Dante conosce Guido Cavalcanti che non ha ancora 20 anni. il loro legame sarà molto profondo e intenso. In quegli anni Dante Alighieri e Guido Cavalcanti fondano la scuola poetica che prende il nome di Stilnovo. Di Dante parleremo diffusamente in seguito.

Tanto gentile e tanto onesta pare

Questo sonetto è inserito nel XXVI capitolo della Vita Nova ed è considerato il sonetto più celebre di Dante. In questo testo l’autore esprime la lode della bellezza e della virtù di Beatrice e le reazioni di ammirazione che provoca in chi la vede camminare per strada.   

Il sonetto è introdotto da un testo in prosa in cui Dante presenta il contenuto della lirica.

L’autore dice che questa donna meravigliosa, definita gentilissima, era caratterizzata da tanta Grazia che, quando lei passava per la strada, le persone accorrevano per vederla.

Dice anche che quando lei era vicino a qualcuno, un’incredibile onestà e virtù arrivava nel cuore di questi, tanto che la persona non osava alzare gli occhi e non osava neppure rispondere al saluto di lei.  L’autore dichiara che questo fatto è testimoniato da molti. Lei procedeva incoronata e vestita di umiltà, senza vantarsi per l’ammirazione che suscitava.

Dante riferisce quello che viene detto su di lei: “Non è una donna, ma un meraviglioso angelo del cielo” “Lei è una meraviglia!” “Sia benedetto il Signore che crea opere così ammirabili”.

Il poeta dichiara che lei si mostrava così gentile e così bella e che tutte le persone che la guardavano sentivano dentro di sé una dolcezza onesta e soave, così grande che loro non erano in grado di spiegarla. E non basta: tra le persone che la ammiravano non c’era nessuno che all’inizio non fosse costretto a sospirare. Le virtù della donna erano così straordinarie che lui ha voluto scrivere questo sonetto affinché anche chi non la poteva vedere potesse conoscerla attraverso le sue parole.

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.          4

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.          8

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no la può chi non la prova:    11

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.              14
Quando saluta qualcuno [per la strada] la mia donna  
sembra così nobile e dignitosa che ogni lingua, tremando, ammutolisce [cioè le persone non riescono più a parlare quando sono di fronte a lei]
e i loro occhi non hanno neppure il coraggio di guardarla [quindi le persone abbassano lo sguardo].
Lei prosegue, sentendosi lodare dagli altri, è così umile che sembra benevolmente vestita di umiltà; e sembra che sia una creatura venuta dal cielo sulla terra,
per mostrare un miracolo [qualcosa di straordinario].
lei si mostra così bella a chi la guarda, tanto che attraverso gli occhi suscita nel cuore una dolcezza straordinaria, che non può essere compresa da chi non l’abbia provata:
e sembra che dal suo volto si muova un soave sospiro pieno d’amore, che suggerisce all’anima di sospirare.

Metro: il sonetto ha schema delle rime ABBA, ABBA, CDE, EDC

Commento

Il sonetto costituisce un esempio semplice e formalmente perfetto di poesia in lode di Beatrice. Si noti la presenza di alcuni vocaboli propri del linguaggio stilnovista, come “gentile” (nobile d’animo), “onesta” (dignitosa nel comportamento esteriore), “piacente” (bella e di piacevole aspetto). Beatrice viene elogiata non solo per la sua bellezza ma anche per la sua straordinaria umiltà e per gli effetti che produce in chi la osserva per strada.

Il sonetto riprende molti motivi già presenti in Cavalcanti: l’apparizione della donna quando passa per strada, il saluto fa ammutolire tutti e li spinge a guardare in basso, la sensazione di essere di fronte ad un miracolo, la “donna-angelo”, la dolcezza che ispira a chi la osserva, il sospiro che provoca in chi la osserva e la consapevolezza che tale sensazione non possa essere compresa a pieno, se non da chi ne ha già fatto diretta esperienza.

Confronta le tre poesie

Per approfondire https://letteritaliana.weebly.com/tanto-gentile-e-tanto-onesta-pare.html

Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io

Questo sonetto fa parte delle poesie giovanili di Dante; è stato scritto tra il 1283 è il 1290, era indirizzato a Guido Cavalcanti, suo grande amico.  Il tema centrale di questo componimento è la concezione stilnovista dell’amicizia e dell’amore vissuti in un’atmosfera incantata. Dante trae spunto dalla tradizione letteraria francese e fa riferimento a mago Merlino, alla sua magia e ad un vascello incantato.

1. Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
2. fossimo presi per incantamento,
3. e messi in un vasel ch’ad ogni vento
4. per mare andasse al voler vostro e mio,

5. sì che fortuna od altro tempo rio
6. non ci potesse dare impedimento,
7. anzi, vivendo sempre in un talento,
8. di stare insieme crescesse ‘l disio.

9. E monna Vanna e monna Lagia poi
10. Con quella ch’è sul numer de le trenta
11. con noi ponesse il buono incantatore:

12. e quivi ragionar sempre d’amore,
13. e ciascuno di lor fosse contenta,
14. sì come i’ credo che saremmo noi.
 

Parafrasi
Guido, io vorrei che tu, Lapo ed io fossimo presi, catturati, come per magia e fossimo e messi su una piccola nave; e vorrei che questa nave andasse per mare, mossa dal soffio del vento, seguendo il mio ed il vostro desiderio,
in modo tale che una tempesta o un altro tipo di cattivo tempo non ci potesse essere di ostacolo, non ci potesse dare alcun impedimento; anzi vorrei che, vivendo sempre in linea con i nostri desideri [talento], aumentasse sempre la voglia di stare insieme.
Io vorrei poi che Mago Merlino, il buon mago [incantatore, il mago buono della tradizione bretone] ponesse sulla barca con noi donna Vanna e donna Lagia [due splendide donne di Firenze] e anche quella donna [di cui non dice il nome] che è al trentesimo posto nell’elenco delle donne più belle della città
E vorrei che su questo vascello incantato noi trascorressimo il tempo a parlar d’amore e vorrei che ognuna di loro fosse felice, serena, così come credo che saremmo noi tre.

Commento

Il sonetto fa parte delle poesie giovanili di Dante ed è considerato come l’atto di nascita di quel movimento poetico che Dante stesso definirà “dolce stil novo”. Questo nuovo stile è caratterizzato da una lingua più delicata, limpida e sensibile ed è prerogativa di una ristretta cerchia di spiriti nobili.

Il tema principale del sonetto è la descrizione di un sogno ambientato nel mondo cortese, un sogno completamente staccato dalla vita reale in un ambiente di fantasia.

Le quartine raccontano dell’amicizia tra Dante, Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, tre poeti stilnovisti; nelle terzine, invece, si introduce l’elemento principale che li accomuna, ovvero il “ragionar sempre d’amore” (v. 12), in un contesto esclusivo, fiabesco e rarefatto, tra spiriti eletti: tre uomini e tre donne.  

L’iniziale desiderio di Dante, “Guido, i’ vorrei”, si trasforma poi in un desiderio collettivo, che accomuna tutti e tre gli amici, in un crescendo del desiderio.

C’è una incredibile modernità in questo testo: infatti Dante mette sulla barca dei suoi sogni tre amici e tre donne, con le quali parlare di amore. Il suo sogno è che questa comunità ideale possa parlare, immergersi in ragionamenti amorosi, condividendo pensieri e sogni, in modo che ognuno di loro possa essere felice.

Sono interessanti anche altri due elementi: il tre e il trenta.

  • Dante utilizza il numero tre (tre gli amici e tre le donne amate) che è un numero legato al concetto di perfezione che ha quindi grande valenza simbolica.
  • Nel verso 10 parla di una donna ‘quella ch’è sul numer de le trenta’. Dante allude ad un suo componimento, ora perduto, in cui aveva elencato le sessanta donne più belle di Firenze. La donna invitata era quella che occupava il trentesimo posto di questa lista e che sicuramente i suoi amici conoscevano bene.

Forma: Sonetto di quattordici endecasillabi con schema di rime: ABBA-ABBA- CDE EDC

Figure Retoriche

  • Apostrofi – “Guido” (v. 1);
  • Allitterazioni – della “v: “vasel, vento, vostro” (vv. 3-4); della “s”: “stare, insieme, crescesse, disio” (v. 8); della “r”: “ragionar, sempre, amore” (v. 12);
  • Anastrofi – “di stare insieme crescesse il disio” (v. 8); “con noi ponesse il buono incantatore” (v. 11);
  • Polisindeti – “tu e Lapo ed io” (v. 1); “e monna Vanna e monna Lagia” (v. 9);
  • Perifrasi – “il buono incantatore” (v. 11);
  • Metafore – “vasel” (v. 3);
  • Similitudini – “contenta / sì come io credo che saremmo noi” (vv. 13-14).

Molte delle parole usate da Dante ci aiutano a capire che Dante sta esprimendo un desiderio: vorrei, incantamento [magia], vasel [vascello], fortuna, talento [desiderio], incantatore [Mago Merlino].  

La struttura del sonetto è circolare. Infatti il poeta inizia parlando in prima persona nel primo verso (“vorrei”) e anche nell’ultimo (“credo”).

Fonti

https://library.weschool.com/lezioni/letteratura/letteratura-italiana/

https://letteritaliana.weebly.com/

http://carlomariani.altervista.org/storia_letteraria1/lett158.htm

A. Ronconi, M. M. Cappellini, A. Dendi, E. Sada, O. Tribulato, LA MIA LETTERATURA, C. Signorelli Scuola.