In contrapposizione allo Stilnovo

Accanto all’esperienza aristocratica e illustre dello Stilnovo, si sviluppa in Toscana nello stesso periodo, un genere letterario che, per contrapposizione allo Stilnovo, viene indicato come poesia comico-realistica, detta anche giocosa o burlesca.

Pur senza costituire una vera scuola, le esperienze poetiche di questo filone sono accomunate dalla scelta di temi realistici, attenzione agli aspetti quotidiani e concreti dell’esistenza e dall’uso di uno stile basso rispetto a quello della lirica amorosa contemporanea.

In Toscana, nella seconda metà del Duecento, si assiste quindi ad una sorta di contrapposizione tra due diverse correnti poetiche: da una parte ritroviamo lo stile e i toni elevati della poesia stilnovista, dall’altra l’abbassamento sia stilistico che tematico della poesia comico-realistica. Mentre gli stilnovisti cantano la bellezza e le virtù della donna angelo, la poesia giocosa celebra il gioco, il godimento spensierato, il gusto della tavola e del vino. L’amore, non è più inteso come espressione spirituale ma come piacere dei sensi. Non mancano neppure la polemica politica, l’ingiuria verso gli avversari, il pesante sarcasmo contro parenti e amici, fino all’anticlericalismo insofferente dei privilegi ecclesiastici.

La realtà viene quindi rappresentata nei suoi aspetti più autentici, talvolta crudi. L’amore come piacere, il disprezzo della povertà e l’esaltazione della ricchezza, la vita colta nei suoi aspetti più triviali e plebei, litigi, battibecchi tra innamorati, gelosie, e ancora caricature e insulti: tutto questo è oggetto della poesia giocosa, che si esprime in un linguaggio colorito. Talvolta le regole sintattiche vengono disattese e il linguaggio è ricco di figure retoriche, tra le quali predominano l’iperbole, le similitudini audaci e metafore spesso volgari. La forma delle opere poetiche rispettava convenzioni letterarie e rispondeva a regole di stile precise, frutto di competenza espressiva retorica.

I temi trattati e il lessico usato rendono famoso questo genere di poesia presso un pubblico molto più ampio e più vario, rispetto a quello della ristretta cerchia d’intellettuali a cui si rivolgevano gli stilnovisti.

Tra gli esempi più interessanti di questo genere poetico sono da ricordare le esperienze di Cecco Angiolieri, Rustico di Filippo, Folgore da San Gimignano e Cenne de la Chitarra. Ma non solo loro, anche scrittori di stile alto, come Guinizelli, Cavalcanti e Dante si cimentano in questo genere letterario.

Cecco Angiolieri

Cecco Angiolieri nacque a Siena, intorno al 1260 da una famiglia guelfa e decisamente benestante. Il padre era un banchiere, fu cavaliere e fece parte dei Signori del Comune. La madre era monna Lisa, appartenente a una nobile e potente casata.

Cecco trascorse la sua fanciullezza a Siena e sembra fosse poco incline al rispetto delle regole. Infatti dagli archivi del comune risulta che Cecco sia stato multato più volte: per essersi allontanato dal campo senza la dovuta licenza, durante un assedio ai concittadini ghibellini, per esser stato trovato in giro di notte dopo il coprifuoco, per esser stato implicato in un ferimento. Intorno al 1226 fu anche allontanato da Siena, a causa di un bando politico. In quegli anni conobbe anche Dante Alighieri a cui indirizzò anche un sonetto.

Morì intorno al 1313 e i suoi cinque figli rinunciarono all’eredità perché troppo gravata dai debiti.

La poetica di Cecco Angiolieri rispetta tutti i canoni della tradizione comica toscana e i suoi sonetti sono da considerare come polemiche caricature dello Stilnovo.

S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo

Questo è il testo più famoso dell’Angiolieri.

TESTO

S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo; 
s’i’ fosse vento, lo tempesterei; 
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; 
s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo;

s’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo, 
ché tutti cristïani imbrigherei; 
s’i’ fosse ’mperator, sa’ che farei? 
A tutti mozzarei lo capo a tondo. 

S’i’ fosse morte, andarei da mio padre; 
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui: 
similemente farìa da mi’ madre. 

S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, 
torrei le donne giovani e leggiadre: 
e vecchie e laide lasserei altrui.

PARAFRASI

Se fossi il fuoco, brucerei il mondo; se fossi il vento, lo colpirei con tempeste; se fossi l’acqua, lo annegherei; se fossi Dio, lo farei sprofondare;

Se fossi il papa, allora sarei contento, poiché metterei nei guai tutti i cristiani; se fossi l’imperatore, sai cosa farei? Taglierei a tutti la testa di netto.

Se fossi la morte, andrei da mio padre; se fossi la vita, fuggirei lontano da lui: farei la stessa cosa con mia madre.

Se fossi Cecco, come sono e come sono sempre stato, prenderei le donne giovani e belle e lascerei agli altri quelle vecchie e disgustose.

Forma

Il sonetto ha schema della rima ABBA, ABBA, CDC, DCD.

Figure retoriche

  • Anafora – “S’i’ fosse” ripetuta in tutto nove volte
  • Personificazione – Nei vv. 1- 4 tre elementi naturali (fuoco, aria, acqua) e l’immagine di Dio. Inoltre nei vv. 5-8 si identifica con le due autorità “universali” del Medioevo, il papa e l’imperatore.
  • Antitesi – vv. 9-11 morte… andarei / vita… fuggirei in parallelismo, vv. 13-14 donne giovani e leggiadre / vecchie e laidetorrei / lasserei.
  • Chiasmo sintattico vv. 13-14 verbo-oggetto-oggetto-verbo.

Commento

Il testo si presenta come uno scherzo irriverente espresso in una forma raffinata ed elegante. Il poeta inizia il suo s’io fossi partendo dagli elementi naturali, foco, acqua, vento, per arrivare fino a Dio, quindi tira in ballo le figure di potere della terra il papa e l’Imperator per poi arrivare ad augurare la morte ai suoi genitori. Qui Cecco non risparmia nessuno in quello che può sembrare un delirio di onnipotenza. Ma è evidente che si tratti di un gioco, di una burla. Infatti nell’ultima strofa il poeta sembra fare l’occhiolino al lettore e tutta la crescente aggressività del poeta si scioglie in una sonora risata e nell’affermazione dei suoi intenti reali: godere dei piaceri materiali della vita come quello di stare con le belle donne e lasciare quelle brutte agli altri.

È l’ultima ipotesi, l’unica realistica, che riporta il discorso sul piano della realtà, dopo le immagini paradossali delle prime tre strofe.

È l’ultima strofa che dà il senso a tutto il sonetto: quella che sembra un’invettiva diventa autoironia perché dopo aver desiderato di bruciare il mondo deve accontentarsi di sedurre qualche giovane popolana, quando non è al verde.

Lo sfogo nei confronti dei genitori è presente in altri sonetti dell’Angiolieri. La sua vita sregolata, dedita ai vizi, lo porta ad essere sempre in debito; loro erano molto ricchi, ma avevano chiuso le corde della loro borsa e non finanziavano più gli sperperi del figlio. Si pensi che alla morte di Cecco i figli rifiutarono l’eredità paterna perché troppo gravata di

Il testo si presenta come uno scherzo irriverente espresso in una forma raffinata ed elegante. Il poeta inizia il suo s’io fossi partendo dagli elementi naturali, foco, acqua, vento, per arrivare fino a Dio, quindi tira in ballo le figure di potere della terra il papa e l’Imperator per poi arrivare ad augurare la morte ai suoi genitori. Qui Cecco non risparmia nessuno in quello che può sembrare un delirio di onnipotenza. Ma è evidente che si tratti di un gioco, di una burla. Infatti nell’ultima strofa il poeta sembra fare l’occhiolino al lettore e tutta la crescente aggressività del poeta si scioglie in una sonora risata e nell’affermazione dei suoi intenti reali: godere dei piaceri materiali della vita come quello di stare con le belle donne e lasciare quelle brutte agli altri.

È l’ultima ipotesi, l’unica realistica, che riporta il discorso sul piano della realtà, dopo le immagini paradossali delle prime tre strofe.

È l’ultima strofa che dà il senso a tutto il sonetto: quella che sembra un’invettiva diventa autoironia perché dopo aver desiderato di bruciare il mondo deve accontentarsi di sedurre qualche giovane popolana, quando non è al verde.

Lo sfogo nei confronti dei genitori è presente in altri sonetti dell’Angiolieri. La sua vita sregolata, dedita ai vizi, lo porta ad essere sempre in debito; loro erano molto ricchi, ma avevano chiuso le corde della loro borsa e non finanziavano più gli sperperi del figlio. Si pensi che alla morte di Cecco i figli rifiutarono l’eredità paterna perché troppo gravata di debiti!

La versione di De Andrè

Tre cose solamente m’ènno in grado

Questo è un sonetto che possiamo definire “programmatico”, è un testo in cui l’autore elenca le cose che gli procurano piacere nella vita. A lui sono graditi i divertimenti materiali, ovvero il piacere sessuale, il vino e il gioco d’azzardo. Non manca come in altri testi la polemica contro il padre avaro, che lo tiene a stecchetto e non gli fornisce denaro a sufficienza per i suoi stravizi, per questo motivo gli augura la morte.

Tre cose solamente m’ènno in grado,
le quali posso non ben ben fornire,
cioè la donna, la taverna e ’l dado:
queste mi fanno ’l cuor lieto sentire.

Ma sì·mme le convene usar di rado,
ché la mie borsa mi mett’ al mentire;
e quando mi sovien, tutto mi sbrado,
ch’i’ perdo per moneta ’l mie disire.

E dico: «Dato li sia d’una lancia!»,
ciò a mi’ padre, che·mmi tien sì magro,
che tornare’ senza logro di Francia.

Ché fora a tôrli un dinar[o] più agro,
la man di Pasqua che·ssi dà la mancia,
che far pigliar la gru ad un bozzagro.

(Sonetti, 87)

Solamente tre cose mi sono gradite, anche se non me le posso permettere come vorrei, cioè la donna, la taverna [il vino] e il gioco d’azzardo; queste mi allietano il cuore.
Ma sono costretto a goderne raramente, poiché la mia borsa mi smentisce [essendo vuota]; e quando ci penso mi metto a sbraitare, poiché per la mancanza di denaro non posso realizzare i miei desideri.
E dico: “Che sia colpito con una lancia!”; questo a mio padre, che mi tiene così a stecchetto che tornerei [a piedi] dalla Francia senza dimagrire ulteriormente [perché sono già magrissimo].
Infatti la mattina di festa, quando si dà la mancia [ai bambini], sarebbe più difficile scucire un quattrino [a mio padre] che far acchiappare una gru a una poiana
[bozzagro].

Forma: il sonetto ha schema della rima ABAB, ABAB, CDC, DCD.

Commento

Nella prima quartina Cecco elenca le cose che gli danno piacere cioè le donne, il vino delle taverne e il gioco.

Nella seconda quartina, che è introdotta dal ma, il poeta ci spiega i motivi per cui deve rinunciare a tali piaceri: tali piaceri non possono essere soddisfatti perché lui è perennemente senza denaro per poterli appagare.

Nelle terzine l’Angiolieri attacca furiosamente suo padre, che non gli fornisce denaro, pur essendo tanto ricco. Per questo gli augura la morte (vv. 9-11).

Nel verso 11 la parola logro può essere interpretata in due modi: logro inteso come logoro, magro, consumato, stremato oppure logro come il richiamo da caccia usato dai falconieri per i loro falconi. Se si considera la prima accezione il verso verrebbe a significare che lui è tanto magro che anche se tornasse a piedi dalla Francia, non dimagrirebbe ulteriormente; se si prende per buona la seconda si intende che Cecco tornerebbe dalla Francia senza bisogno di richiamo, pur di ricevere dei soldi dal padre.

Nell’ultima terzina Cecco inserisce un paragone iperbolico spiega la taccagneria del padre. Nelle mattine di Pasqua i padri danno ai bambini qualche monetina: ma è più difficile che il padre dia soldi al figlio che vedere una poiana [rapace molto lento] catturare gru [veloce e agile].

«Becchin’ amor!» «Che vuo’, falso tradito? Cecco Angiolieri

Il sonetto è costituito da un dialogo botta e risposta tra Cecco e la sua amante Becchina. 

Becchina ha saputo di esser stata tradita da lui ed è arrabbiata. 

Per questo l’uomo supplica il suo perdono ma lei è irremovibile; lui implora e lei gli risponde per le rime. Becchina ha una dialettica molto arguta e si diverte a tenerlo sulla corda. 

«Becchin’ amor!» «Che vuo’, falso tradito?»
«Che·mmi perdoni». «[Tu] non ne se’ degno».
«Merzé, per Deo!» «Tu vien’ molto gecchito».
«E verrò sempre». «Che saràmi pegno?»

«La buona fé». «Tu·nne se’ mal fornito».
«No inver’ di te». «Non calmar, ch’i’ ne vegno».
«In che fallai?» «Tu·ssa’ ch’i’ l’abbo udito».
«Dimmel’, amor». «Va’, che·tti veng’ un segno!»

«Vuo’ pur ch’i’ muoia?» «Anzi mi par mill’anni».
«Tu non di’ bene». «Tu m’insegnerai».
«Ed i’ morrò». «Omè, che·ttu m’inganni!»

«Die te’l perdoni». «E·cché, non te ne vai?»
«Or potess’io!» «Tegnoti per li panni?»
«Tu tieni ’l cuore». «E terrò co’ tuo’ guai».

«Becchina, amore mio!» «Cosa vuoi tu, bugiardo traditore?» «Voglio che tu mi perdoni». «Tu non te lo meriti». «Abbi pietà di me, in nome di Dio!» «Tu vieni qui che sembri molto umile». «E verrò sempre così, umile, a te». «Che cosa farai per dimostrarmelo, che pegno mi darai?»

«Ti do tutta la mia buona fede». «Tu hai poca buona fede». «Non nei tuoi confront,i». «Non cercare di calmarmi, di blandirmi perché ho appena sperimentato la tua cattiva fede». «Dove ho sbagliato?» «Tu sai che mi è stato riferito [che di te non ci si può fidare]dire»«Dimmi cosa ti hanno detto, amore». «Vattene, accidenti, che ti venga un colpo!»

«Vuoi davvero che io muoia?» «Addirittutra, io non vedo l’ora che tu muoia»
«Tu sei poco gentile con me, non mi parli bene». «Adesso mi insegnerai tu a parlare bene!». «Ma io ne morirò». «Magari, ma ahimè, tu mi inganni perché non è vero»

«Dio ti perdoni per queste terribili parole che mi rivolgi». «E allora? Te ne vai o no?» «Magari potessi andarmene!» «Perché? Ti trattengo forse io per la veste?» «No, tu trattieni il mio cuore». Becchina risponde, tra sè e sè «E continuerò a tenere stretto il tuo cuore così tanto da farti soffrire.»

Commento

Schema del sonetto: ABAB, ABAB, CDC, DCD

La forma di questo sonetto si rifà alla tradizione del “contrasto” che è tipico della letteratura amorosa e della poesia comica.

Qui il poeta non vuole sedurre la sua innamorata ma deve farsi perdonare da lei. Probabilmente lui l’ha tradita, ma questo non è esplicitato nel testo.

Lei si dimostra arrabbiata e ritrosa, lo tratta male ma è compiaciuta di tenerlo in pugno. Il linguaggio è alterna parole che provengono dallatradizione colta con espressioni popolari e gergali.

Dante e la poesia comica

Dante si diletta con la poesia comica e gioca con gli amici a suon di sonetti.

Questo è uno dei sonetti della tenzone (sfida poetica) intercorsa tra Dante e Forese Donati. I due poeti si rinfacciano a vicenda difetti e bassezze di ogni tipo, utilizzando anche espressioni gergali e addirittura scurrili. 

Dante rinfaccia a Forese la scarsa prestanza sessuale, i debiti, l’ingordigia alimentare, le abitudini violente e la nascita incerta. 

Forese rimprovera a Dante uno stato di povertà e di accattonaggio, le sue origini e il mestiere di usuraio del padre Alighiero. 

Chi udisse tossir la malfatata – Dante Alighieri

In questo sonetto Dante Alighieri esprime, compassione per la “povera” moglie di Forese Donati; la donna infatti è costretta ad ammalarsi per il freddo che soffre nel letto coniugale. Tutto il sonetto si gioca sui doppi sensi.

SI tratta di un gioco col quale i due poeti si deridono utilizzando però forme poetiche di altissimo livello.

TESTO

Chi udisse tossir la malfatata
moglie di Bicci vocato Forese,
potrebbe dir ch’ell’ha forse vernata
ove si fa ’l cristallo in quel paese.

Di mezzo agosto la truovi infreddata;
or sappi che de’ far d’ogni altro mese!
E non le val perché dorma calzata,
merzé del copertoio c’ha cortonese.

La tosse, ’l freddo e l’altra mala voglia
non l’addovien per omor ch’abbia vecchi,
ma per difetto ch’ella sente al nido.

Piange la madre, c’ha più d’una doglia,
dicendo: «Lassa, che per fichi secchi
messa l’avre’ ’n casa del conte Guido!».

PARAFRASI

Chi sentisse tossire la sventurata, sfortunata, mal trattata dal fato, moglie di Forese, detto Bicci, potrebbe dire che forse ha passato l’inverno nel paese dove si produce il cristallo, il gelo [una regione molto fredda].

Anche a metà agosto la trovi raffreddata; immagina come deve stare in ogni altro mese! E non le basta dormire con le calze addosso, cioè vestita, perché la coperta che la copre e che la dovrebbe scaldare è corta. .

La tosse, il freddo e gli altri malanni non le capitano perché sia vecchia, avanti con gli anni, ma per la terribile mancanza che avverte nel suo nido, nel talamo, nel letto coniugale (questo è il nucleo dell’attacco a Forese Donati, la scarsa virilità, lui “manca” a letto)

La madre della sventurata fanciulla piange e ne ha ben più d’un motivo, mentre dice: “Ahimè, con una dote pur modesta avrei potuto farla sposare a uno dei conti Guidi (che sicuramente non avrebbe mancato ai suoi doveri coniugali)!”

Guido i’ vorrei

Anche questo è un testo, scritto da Dante Alighieri, si collega alla tradizione comico realistica.

Scrivi

In queste poesie possiamo trovare molti spunti di riflessione relativamente al diverimento, al gioco e allo scherzo.

  • E tu?
  • Quanto credi che sia importante divertirsi?
  • Come ami divertirti?
  • Come ti svaghi?
  • Hai mai fatto o subito scherzi?
  • Quando ti sei divertito?
  • Quando invece il divertimento è mancato?
  • Cosa ti piace fare con gli amici?
  • Fai una riflessione partendo da una di queste poesie.

Fonti

  • https://library.weschool.com/lezioni/letteratura/letteratura-italiana/
  • https://letteritaliana.weebly.com/
  • http://carlomariani.altervista.org/storia_letteraria1/lett158.htm
  • https://www.fareletteratura.it/
  • https://it.wikipedia.org/