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Dal latino alle nuove lingue europee

Dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente si assiste ad un progressivo declino della civiltà mediterranea antica. Scompaiono le scuole e i luoghi di incontro, la lingua latina, scritta e orale, che era stata un importante elemento di unificazione culturale, progressivamente lascia il posto a nuove lingue. La frammentazione politica ha come conseguenza anche la frammentazione degli idiomi parlati con modificazioni regionali più nel parlato che nello scritto. In Europa si delineano alcune principali aree linguistiche. Nell’VIII secolo in area germanica e nelle isole britanniche si ritrovano i primi documenti in sassone e in tedesco, mentre le prime testimonianze nelle lingue romanze sono a partire dal XI secolo. Sono definite neolatine o romanze, le lingue che derivano dal latino: italiano, francese, rumeno, dalmatico, ladino, sardo, catalano, castigliano, portoghese.

La Chiesa rimane l’unico elemento di continuità con la cultura classica: nei monasteri monaci e chierici, gli amanuensi, trascrivono i codici antichi e permettono la conservazione e la trasmissione della cultura antica.

Ad Aquisgrana, la Schola palatina, fondata da Carlo Magno nel IX secolo, è uno dei più importanti centri di formazione culturale del territorio europeo.

Aquisgrana

Dopo il Mille la produzione culturale sui sposta dai monasteri alle corti, il ceto feudale perde connotati militari, il cavaliere diventa un emblema di virtù e la borghesia veicola nuovi valori.

Mentre la maggior parte della popolazione è analfabeta, sia la maggior parte dei nobili che tutti i contadini, gli uomini di chiesa dominano bene le lettere.  Il clero utilizza una lingua latina aperta alle influenze dei volgari, legge e trascrive i testi dell’antichità e li interpreta alla luce del Cristianesimo. I generi letterari medievali sono agiografie, enciclopedie, cronache e novelle. I luoghi di produzione e di consumo dei testi medievali sono le corti e i castelli dove giullari e menestrelli intrattengono la corte con i loro racconti.

Lingua d’oc e lingua d’oïl

Tra le lingue romanze le produzioni francesi e provenzali si impongono come modelli per le letterature europee. Le due letterature francesi, quella centro-settentrionale in lingua d’oïl e quella centro-meridionale in lingua d’oc si sviluppano parallelamente per circa due secoli con caratteristiche diverse: la prima era prevalentemente epica narrativa, la seconda lirica.

La chanson de geste

La chanson de geste o canzone di gesta costituisce il principale genere epico narrativo delle letterature medievali. Deriva dalla tradizione orale, è scritta in lingua d’oïl e nasce come narrazione idealizzata delle imprese cavalleresche compiute generalmente durante il regno di Carlo Magno (771-814). Le canzoni di gesta narrano in modo fantastico le imprese compiute dai cavalieri francesi. I testi erano destinati ad essere cantati dai giullari nelle corti e nelle piazze.

La chanson de Roland  

La canzone di Orlando, o di Rolando, la più celebre delle chanson de geste, è un poemetto epico anonimo in lingua d’oïl (XII sec.). Il brano è tratto dalla seconda parte della “Chanson de Roland” e narra la battaglia di Roncisvalle in cui il conte Orlando (Roland), eroico paladino di Carlo Magno, cade in un’imboscata tesagli dai Mori con l’aiuto del traditore Gano di Maganza.

Fino alla fine Orlando rifiuta di suonare il corno per richiamare i rinforzi dei Franchi, lo fa solo quando si accascia morente.

Al loro arrivo il re Carlo e i suoi uomini spazzeranno via i Mori, inseguendoli fino all’Ebro grazie all’intervento divino che prolunga la durata del giorno per consentire la vittoria definitiva. Nel momento della morte Orlando si mostra quale perfetto “guerriero della fede”, chiedendo perdono a Dio per i suoi peccati e preoccupandosi di mostrarsi comunque vincitore contro gli odiati “infedeli” musulmani.

La morte di Orlando

CLXXIII
Lo sente Orlando che la morte l’afferra,                                
giù dalla testa fin sul cuore gli scende.
Fin sotto un pino [1] se n’è andato correndo,
sull’erba verde ci si è accanto disteso,
la spada e il corno [2] sotto sé si mette.
Volta ha la testa alla pagana gente,
e così ha fatto perché vuole davvero
che dica Carlo e con lui la sua gente
che morì il nobile conte da vincitore.
Confessa le sue colpe ripetutamente,
per i peccati in pegno offre a Dio il guanto [3].

CLXXIV
Lo sente Orlando che il suo tempo è finito,                           
volto alla Spagna è in cima a un poggio aguzzo;
con una mano  il petto s’è battuto:
«Mea culpa, Dio!, verso le tue virtù,
dei miei peccati, dei grandi e dei minori
che ho commesso da quando venni al mondo
fino ad oggi, che qui son stato preso! [4]».
Il guanto destro perciò ha teso a Dio,
angeli scendono giù dal cielo a lui.

CLXXV
Il conte Orlando giace sotto un pino,
verso la Spagna tiene volto il viso.
Di molte cose gli ritorna alla mente,
di tante terre quante ne prese il prode,
la dolce Francia, quelli del suo lignaggio,
Carlomagno che l’allevò, suo signore;
non può impedirsi di sospirare e piangere.
Ma non si vuole dimenticare di sé,
confessa le sue colpe, chiede a Dio pietà:
«Vero Padre, che non hai mai mentito,
san Lazzaro da morte risuscitasti,
e Daniele dai leoni salvasti [5],
a me l’anima salva da tutti i pericoli
dei miei peccati quanti ne ho fatti in vita!».
Il guanto destro porge in pegno a Dio:
San Gabriele dalla sua mano l’ha preso.
Sopra il braccio si tiene il capo chino,
le mani giunte è arrivato alla fine.
Dio gli manda il suo angelo Cherubino
e San Michele del mare del Pericolo [6];
insieme a loro viene lì san Gabriele,
portan del conte l’anima in paradiso.
1] Il pino nella tradizione cristiana è simbolo dell’elevazione a Dio, oltre che pianta funebre.
[2] La spada è la celebre Durlindana, citata in seguito anche nei poemi epico-cavallereschi italiani.
[3] Il guanto nella simbologia feudale del Medioevo rappresenta l’atto di investitura da parte del signore, oltre a richiamare l’idea del duello (il cosiddetto “guanto di sfida”). Orlando lo porge a Dio in quanto si sottomette alla Sua volontà.
[4] Sottinteso “dalla morte”.
[5] Orlando cita due episodi celeberrimi della tradizione biblica in cui Dio mostra la sua potenza, ovvero la salvezza del profeta Daniele gettato in pasto ai leoni dal re persiano Ciro e la resurrezione di Lazzaro ad opera di Gesù.
[6] La morte: S. Michele è l’arcangelo che difende le anime al momento del giudizio divino.

Orlando è un eroe cristiano, un martire, sottomesso al Divino, tanto che viene portato in paradiso degli angeli. Egli muore come un vincitore e salva l’onore; ma salva anche l’anima perché morendo chiede perdono e rassegna il suo guanto a Dio. Nel momento della morte ricorda le sue imprese da uomo di fede.

Nel racconto non vengono descritti i luoghi ma solo le azioni compiute dal protagonista e i suoi pensieri.

In questo testo la guerra ha una connotazione positiva, eroica, caratterizzata dalla valorizzazione della forza fisica e del coraggio. Infatti nel medioevo se la guerra era di difesa contro gli infedeli garantiva l’accesso al Paradiso.

Il testo è pieno di ripetizioni, il linguaggio è semplice, lo stile è paratattico.

Lancillotto e il ponte della spada

Il romanzo di Lancillotto o il cavaliere della carretta è il romanzo più noto di Chrétien de Troyes. In esso il tema dominante è quello dell’amore cortese, che è il motore principale di ogni azione dell’eroe. In nome della servitù d’amore Lancillotto si sottopone ad imprese rischiosissime, come quella narrata in questo testo, e a prove umilianti come quella di salire su una carretta con la quale ladri e omicidi venivano esposti al disonore e al pubblico disprezzo.

Riassunto dell’opera Lancillotto o il cavaliere della carretta

Ginevra moglie di Re Artù è stata rapita dal malvagio Meleagant, figlio del re di Gorre il regno da cui nessuno fa ritorno. Fra i molti coraggiosi che tentano l’impresa di liberarla c’è Lancillotto, devoto amante della regina. Su invito di un nano che promette di indicargli la via per il reame di Gorre egli acconsente, dopo breve esitazione, a salire sulla carretta riservata a ladri e assassini. Ottenute le indicazioni necessarie, Lancillotto a parte per Gorre. Riuscirà ad arrivare nel regno da cui nessuno fa ritorno grazie all’aiuto di un anello incantato. Dopo aver superato molti ostacoli, tra cui il passaggio del ponte della spada, Lancillotto ritrova la sua Ginevra. La regina però gli rinfaccia l’esitazione avuta da lui nel salire sulla carretta, esitazione indegna di un fedele servo d’amore. Dopo altre due dure prove la regina concede il perdono all’innamorato che libera lei e tutti gli altri prigionieri.

In questo passo Lancillotto, per raggiungere l’amata Ginevra, deve superare una prova molto pericolosa: attraversare il Ponte della spada, un ponte costituito da una lama di acciaio sottilissima e tagliente, sospesa sopra acque vorticose.

Presero per la via diritta, e cavalcarono fino al declinare del giorno; quando raggiunsero il Ponte della Spada era passata l’ora nona, era ormai pomeriggio. (L’ora nona corrisponde alle 15)
Ai piedi di quel ponte i cavalieri scendono la cavallo; guardano il ponte e osservano l’acqua.
Il ponte è infido, e sotto l’acqua scorre impetuosa e traditrice, nera e rombante, densa e scura, orrida e spaventosa: sembra un fiume dell’inferno.
L’acqua è così pericolosa e profonda che non vi è creatura in tutto il mondo che, se vi cadesse, riuscirebbe a sopravvivere.
Non darebbe scampo a nessuno come accade col mare gelido.
Il ponte che l’attraversava era diverso da ogni altro ponte mai veduto; non ve ne fu mai, né mai ve ne
sarà, uno simile.
I cavalieri, Lancillotto e i suoi accompagnatori, sono scesi da cavallo e guardano l’acqua del fiume, minacciosa e scrosciante. Il fiume è insidioso, cadere nel fiume vuol dire morire. Ma non ci sono altre vie e Lancillotto deve attraversarlo.
Se mi si chiede di dire la verità, ribadisco che nessun uomo può aver mai visto ponte tanto terribile e neppure una passerella sì insidiosa: su quell’acqua gelida e burrascosa era posto un ponte costituito da una spada bianca e lucente; forte e robusta, e lunga quanto due lance; quella spada era conficcata da ogni parte in un grande ceppo, un tronco.
Era evidente che la spada fosse solida: nessun cavaliere poteva temere che la spada si rompesse perché, benchè nell’aspetto potesse sembrare che non potesse sopportare un grande peso, ai cavalieri fu evidente che tale spada non si sarebbe nè piegata nè spezzata.
Ma dopo aver osservato la spada il loro sguardo va all’altra riva e i cavalieri vengono colti da spavento: all’altra riva, sembra che due animali feroci siano, due leoni o due leopardi, siano legati al ceppo in cui è conficcata la lama.
In quel momento la paura li travolge e li fa tremare da capo a piedi.

Uno dei due cavalieri amico di Lancillotto dice:
«Signore, seguite il consiglio che vi è suggerito da quanto vedete: ne avete grande bisogno e necessità. Questo ponte è stato lavorato, tagliato e congiunto con malvagità. Se non tornerete indietro, ve ne pentirete, ma sarà troppo tardi.
In molti casi, prima di agire si deve fermarsi a riflettere.
Immaginiamo che riusciate a passare dall’altra parte, anche se questo è impossibile.
Ma nel momento in cui sarete avrrivato di là, non potete non pensare che quei due leoni feroci,
incatenati dall’altra parte del ponte, non vi sbranerannno e non mangeranno la vostra carne.
Io mi sento estremamente coraggioso solo perché li sto guardando fisso negli occhi!

Sappiate per certo che, se non agirete con prudenza, essi vi uccideranno senza pietà.
Abbiate compassione di voi stesso, e restate con noi. Commettereste un torto verso la vostra
stessa persona, se vi metteste consapevolmente in simile pericolo di morte».

«Signori» risponde Lancillotto ridendo «vi ringrazio molto per la pena che mostrate nei miei confronti, mi rendo conto che le vostre parole sono dovute al vostro affetto e alla vostra generosità. Sono convinto che voi non vogliate la mia sventura.
Ma io grande fede e fiducia in Dio e nell’amore che sono certo che mi proteggeranno da ogni male. Per questo non ho paura nè dell’acqua nè del ponte più di quanto io non abbia paura della terraferma.
Vi dirò di più: io sono pronto ad affrontare l’avventura che la sorte mi ha posto dinanzi e preferisco morire piuttosto che tornare indietro».

I compagni di Lancillotto non sanno cosa dire, si limitano a piangere in silenzio e a sospirare per lapena e la compassione che provano per Lancillotto.

Il cavaliere si prepara quindi a compiere la sua impresa. Per superare l’abisso Lancillotto compie un gesto davvero incredibile: si libera mani e piedi dall’armatura che li ricopriva.
Solo a piedi e mani nude il cavaliere potrà tenersi saldo alla spada e riuscirà ad attraversare il ponte. Certamente non arriverà sull’altra sponda senza ferirsi, ma non si preoccupa delle ferite che si procurerà durante l’attraversamento. Quello è l’unico modo per evitare di cadere nell’orrido fiume.

Lancillotto arriva dall’altra parte con grande fatica: ha ferite sulle mani, sulle ginocchia ed ai piedi, ma Amore lo riconforta e lo risana; Amore lo guida e lo accompagna, tanto che soffrire non gli pesa, ma gli è dolce.
Una volta giunto di là si guarda intorno alla ricerca delle due belve ma … lì nopn solo non c’è traccia di leoni, ma non c’è nemmeno una lucertola.

Si pone allora la mano davanti al viso, guarda il suo anello e comprende di essere stato ingannato da un incantamento: là non c’è alcuna bestia minacciosa.

I suoi compagni, rimasti sull’altra riva, vedono che il prode lancillotto è passato e se ne rallegrano , ma non sanno nulla delle piaghe che egli si è inflitto.

Interpretazione

Il coraggio di Lancillotto è ampiamente sottolineato nel testo. Quell’acqua minacciosa non lo spaventa per niente e neppure la presenza di due leoni o di due leopardi, dall’altra parte del fiume, non fermano il coraggio del cavaliere. Lui è pronto a tutto perché confida in Dio e nell’amore. Quelle bestie feroci rappresentano le paure che accompagnano ogni grande uomo in ogni grande impresa. Lancillotto non si fa fermare dalle paure, va avanti e, nel momento in cui giunge dall’altra parte del fiume, le sue paure sono svanite, i fantasmi non ci sono più.

Amore cortese e matrimonio

L’amore di Lancillotto di Ginevra è un amore adultero; ai nostri occhi il tradimento appare ancora più grave se consideriamo che Ginevra è la moglie di Re Artù, il sovrano a cui Lancillotto deve fedeltà e sottomissione.

L’autore, Chrétien de Troyes, ci racconta una storia d’amore al di fuori del matrimonio. La vicenda dura poco, poi la morale cristiana prevale e prevale la sacralità del matrimonio. Ma è importante considerare che nell’età feudale il matrimonio non aveva nulla a che fare con il sentimento: si basava essenzialmente sull’interesse economico, che poteva anche cambiare. Infatti quando le alleanze, che avevano sancito un matrimonio, non servivano più, l’uomo spesso cercava di sbarazzarsi della moglie il più velocemente possibile.

I matrimoni quindi si scioglievano facilmente e la donna, la signora dei romanzi cortesi, era poco più di un oggetto di proprietà del marito.

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