Premessa

Prima di entrare in questo argomento, ci poniamo alcune domande.

  • Che cos’è la felicità?
  • Chi coinvolge?
  • Chi ne ha diritto?
  • Che cos’è per ognuno di noi?

La felicità nell’antichità

Per i filosofi dell’antichità la felicità non consisteva in un appagamento personale ma riguardava il raggiungimento di qualcosa di più alto come la verità, la conoscenza e la saggezza.

Nel mondo cristiano la felicità non era un obiettivo raggiungibile nel mondo terreno. L’unico obiettivo dell’uomo era la salvezza eterna; la vita terrena, carica dei suoi inevitabili dolori, era preludio della felicità nell’aldilà.

Nel corso del Settecento l’Illuminismo ribalta la prospettiva. Infatti l’Illuminismo ridona dignità alla felicità materiale, tanto che proprio la felicità diventa un obiettivo dell’esistenza dell’uomo. Ma la felicità va condivisa, infatti l’illuminismo inoltre sostiene che la felicità sia realizzabile solo nella collettività: non c’è felicità individuale senza la felicità collettiva!

Illuminismo

L’Illuminismo è un movimento culturale articolato che si sviluppa nel corso del Settecento in Europa ma che avrà conseguenze in tutta la civiltà occidentale. Gli illuministi sono intellettuali (scienziati, giuristi, teologi, eruditi, funzionari e uomini politici) che hanno la sensazione di vivere in un’epoca nuova, che sentono di essere illuminati da una luce nuova.

Pur non essendo esponenti di un movimento organico e coeso, tutti gli illuministi condividono un programma di emancipazione, cioè di liberazione dell’uomo dalle tenebre dell’ignoranza, dell’oscurantismo, del fanatismo e della superstizione servendosi della ragione e della scienza.

Gli illuministi europei vedono nella metafora della luce il simbolo dell’emancipazione dell’umanità e sentono di avere il compito di rischiare la vita sociale dell’uomo disperdendo le tenebre dell’ignoranza, del fanatismo e della superstizione allo scopo di creare un mondo migliore per tutta l’umanità.

La definizione di Immanuel Kant

Alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo il celebre filosofo Immanuel Kant diede questa risposta.

L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso.
Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro.
Imputabile a sé stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. 
Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!
È questo il motto dell’Illuminismo”
Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!

Illuminismo e ragione

Gli illuministi dichiarano che l’uomo è dotato di ragione.

Il possesso di tale facoltà permette all’uomo di

  • realizzare la propria autonomia,
  • pensare,
  • discutere
  • di decidere liberamente.

Tale autonomia dà la possibilità all’uomo di

  • indagare e di discutere,
  • di respingere o accettare le filosofie, i dogmi, le religioni, le tradizioni e anche le istituzioni politiche.

Gli illuministi ritengono che l’autonomia di pensiero vada intesa anche in senso normativo.

Per questo è necessario che le leggi e i criteri che regolano la vita degli uomini siano scritti alla luce della ragione.

La fiducia nell’autonomia e nel potere della ragione ha due conseguenze:

  • Verità e giustizia non sono più garantite da Dio, della chiesa, dalla tradizione, ma sono garantite dall’uomo stesso. Questo pensiero fa riferimento ad una concezione laica della vita.
  • Se la ragione appartiene all’essere umano
    • tutti gli uomini ne sono dotati,
    • tutti gli uomini sono uguali,
    • tutti gli uomini hanno gli stessi diritti.

La riflessione illuminista porta quindi a introdurre i principi di uguaglianza e di libertà, principi assolutamente nuovi nella cultura europea dell’epoca.

La riflessione degli illuministi tocca vari ambiti ed elabora anche una concezione della storia. Cercando negli eventi storici il significato del mondo, vede nel susseguirsi dei secoli la storia del perfezionamento dell’uomo, dalla barbarie alla civiltà.

Gli illuministi ritengono che i rallentamenti del progresso siano dovuti a errori che ancora la ragione non è riuscita a dissolvere. Per questo è necessario che il progresso segua percorsi illuminati dalla luce attenta e vigile della ragione.

Gli illuministi sono certi che la ragione un giorno arriverà a prevalere sull’ignoranza e sulla schiavitù.

Si rendono comunque conto che la strada da percorrere è molto lunga e sono fiduciosi nella perfettibilità delle idee e delle riforme dell’illuminismo.

Voltaire

François-Marie Arouet, in arte Voltaire, nasce a Parigi nel 1694 in una famiglia borghese, nella Francia del re Sole e di un’aristocrazia ormai ridotta nei suoi poteri politici, ma ancora in possesso dei suoi privilegi sociali.

Il padre, occupa una posizione elevata nella burocrazia del regno.

Voltaire frequenta una delle migliori scuole dei gesuiti di Parigi. Il padre lo vorrebbe burocrate come lui ma la passione per la letteratura porta il giovane a deludere le speranze paterne.

Il giovane Voltaire frequenta i salotti parigini e si trova a suo agio nell’alta società.

Poco più che ventenne viene apprezzato per le sue opere tragiche tanto da diventare famoso.

Si scontra ben presto con la realtà, lui è un borghese e per quanto geniale non è tenuto in considerazione dall’aristocrazia francese.

Nel 1726, uno dei massimi gentiluomini di Francia, il cavaliere di Rohan, lo fa bastonare dai suoi servi poiché si era sentito offeso da una sua battuta sarcastica.

Voltaire reagisce d’impulso e sfida a duello il nobiluomo, violando la norma che vieta a un semplice borghese, per quanto famoso per meriti letterari, di mettersi al livello di un aristocratico in una sfida al duello; il potente aristocratico lo fa imprigionare.

Non è la prima volta che Voltaire finisce alla Bastiglia: già nel 1717 aveva soggiornato nella celebre prigione per aver scritto due epigrammi che alludevano ai costumi dissoluti del reggente con sua figlia.

Fortunatamente la sua fama letteraria rende più leggera la seconda prigionia; infatti il direttore del carcere, suo ammiratore, lo vuole tutti i giorni alla sua tavola e gli garantisce condizioni di studio sereno.

Può uscire dal carcere solo a condizione di lasciare Parigi per tre anni, per non dare fastidio al cavaliere di Rohan.

Voltaire decide quindi di andare in esilio volontario in Inghilterra. Ritiene infatti che quella sia “una nazione di filosofi” dove “si pensa liberamente e valorosamente, senza essere trattenuti da servili paure”, come scrive a un amico nell’estate del 1726.

A Londra conosce un sistema politico e sociale molto più dinamico e libero di quello francese; verifica il potere dell’opinione pubblica, che ancora non esiste in Francia, e si rende conto di quanto sia importante nelle battaglie culturali e politiche. In Inghilterra conosce il pensiero filosofico di Bacone, Locke e Newton.

Nel 1728, tornato in Francia, esprime nelle Lettere filosofiche le riflessioni maturate nel corso di quell’esperienza.

Di queste Lettere la pagina più celebre è quella che, nella sesta lettera, illustra la Borsa di Londra, sottolineando il legame tra la tolleranza religiosa e la libertà economica che caratterizza quella nazione e che a lui sembra il fondamento di una convivenza civile esemplare.
Entrate nella Borsa di Londra, luogo più rispettabile di tante corti; vi trovate riuniti, per l’utilità degli uomini, rappresentanti di tutte le nazioni. Là, l’ebreo, il maomettano e il cristiano trattano l’uno con l’altro come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli soltanto coloro che fanno bancarotta; là, il presbiteriano si fida dell’anabattista, e l’anglicano accetta la cambiale del quacchero.
Uscendo da queste libere e pacifiche riunioni, gli uni si recano in sinagoga, gli altri vanno a bere; questo va a farsi battezzare in una grande tinozza nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; quello fa tagliare il prepuzio di suo figlio e fa mormorare sul bambino parole ebraiche che non comprende; altri vanno nella loro chiesa col cappello in testa ad attendere l’ispirazione divina, e tutti sono contenti. Se in Inghilterra ci fosse una sola religione, ci sarebbe da temere il dispotismo; se ce ne fossero due, si scannerebbero a vicenda; ma ce n’è una trentina, e vivono felici e in pace”.
 
Il 10 giugno 1734, il Parlamento di Parigi pronuncia una sentenza contro il libro di Voltaire, definendolo “scandaloso, contrario alla Religione, ai buoni costumi e al rispetto dovuto ai Poteri”, un libro che va “lacerato e bruciato nella corte del Palazzo di Giustizia, ai piedi della grande scalinata, dall’Esecutore dell’Alta Giustizia”.
Si tratta delle Lettere filosofiche, con le quali Voltaire, ormai quarantenne e celebre scrittore teatrale e satirico, apre la battaglia culturale che farà di lui l’esponente più famoso e più autorevole del movimento illuminista francese.

“Trattato sulla tolleranza”

L’Illuminismo non è ateo, ma si oppone vigorosamente ai fanatismi religiosi, ai dogmi e alle intolleranze. Nella Francia di metà Settecento sono ancora presenti forti contrasti ideologico-religiosi. La pratica della tortura e dell’incriminazione sommaria è ampiamente diffusa e basta poco perché, in un clima avvelenato dal fanatismo, esplodano ritorsioni violente verso esponenti della parte avversa, qualunque essa sia.

Spinto da episodi di intolleranza degenerati in violenza, Voltaire scrive il Trattato sulla tolleranza, un’opera di polemica civile e politica, nel quale rivendica il rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali. Il tema dominante dell’opera è la tolleranza, considerata condizione necessaria dell’essere umano. Voltaire ritiene che questa sia la prima legge naturale, principio a fondamento di tutti i diritti umani, che però viene violata dalla chiesa.

Il motto di Voltaire è “Scacciate l’infame!”, intendendo per “l’infame” il fanatismo religioso.

Il libro si apre con la vicenda di Jean Calas, un pastore protestante ugonotto che viveva con la moglie e quattro figli in Francia.

Affare Calas

Il figlio maggiore di Jean Calas, modesto commerciante e pastore protestante, aveva studiato legge, ma a causa della sua religione non riusciva a trovare lavoro. Decise così di convertirsi. La sera prima del battesimo però, il fratello trovò il ragazzo impiccato alla trave della cantina.

Il padre impedì ai presenti di rivelare che il figlio si era suicidato per risparmiare lo strazio del suo corpo. Infatti a quell’epoca i suicidi venivano denudati, messi a faccia in giù e trascinati per le strade.

Jean Calas aveva voluto risparmiare al figlio una tale umiliazione, ma si diffuse la voce che fosse stato lui stesso ad uccidere il figlio perché non voleva che egli si convertisse.

Per questo motivo il pastore fu condannato a morte per ruota.

Calas era innocente, ma i giudici del parlamento di Tolosa (i parlamenti in Francia erano dei tribunali) lo avevano condannato per puro pregiudizio e fanatismo.

Voltaire si scagliò contro gli assassini in toga nera del tribunale di Tolosa perché le prove considerate erano state fornite da fanatici delle autorità religiose. Argomentò dicendo che un padre ucciderebbe un figlio solo se fosse un fanatico religioso, ma Calas non era un fanatico! Continuò inoltre dicendo che quando una società, che si definisce civile, uccide spinta dal fanatismo religioso per fare cosa grata a Dio e per liberare la terra dal male, quella società crea l’inferno sulla terra. 

Voltaire scatenò una campagna di opinione pubblica che si concluse dopo tre anni con l’annullamento del verdetto precedente, la riabilitazione della memoria di Calas e l’indennizzo della sua vedova.

Questo episodio fu particolarmente clamoroso perché, per la prima volta, in una società chiusa e autoritaria come quella dell’Antico regime, l’opinione pubblica costringeva il potere a fare marcia indietro e a rendere giustizia a una povera vedova, per giunta protestante.

Voltaire si batté contro quella che definisce come “superstizione”: un misto di fanatismo religioso, irrazionalità e incapacità di vedere le gravi conseguenze del ricorso alla violenza gratuita, alla sopraffazione, alla tortura e diffamazione, che spesso spazza via intere famiglie.

In particolare Voltaire rivolse la sua attenzione e l’opera della sua penna a diversi casi di clamorosi errori giudiziari finiti in tragedia o quasi come il caso della famiglia Sirvet o quello del giovane de La Barre.

La famiglia Sirvet

Un altro caso che accadde nella cattolicissima Francia fu il caso della famiglia Sirvet

La figlia Elisabetta fu trovata morta in un pozzo.

La famiglia era protestante, ma la giovane Elisabetta si era da poco convertita al cattolicesimo. Quando accadde la tragedia, la famiglia decise di scappareperché, visti altri casi, i Sirvet temevano per la propria incolumità.

Si trasferirono quindi in Svizzera. Qui seppero che la loro famiglia era stata condannata in contumacia per l’assassinio della propria figlia.

Il giovane de La Barre

Ben più tragicamente finì i suoi giorni il giovane de La Barre, di Arras. Il giovane un giorno mancò di levarsi il cappello davanti ad una processione del Santissimo, per questo fu sospettato di miscredenza. Il luogotenente del tribunale delle imposte della cittadina dove accade il fatto, Monsieur de Belleval, annoverava tra i suoi nemici personali il giovane cavaliere de La Barre. Egli, venuto a conoscenza della mancanza di devozione del suo nemico, ritenne che tale mancanza costituisse una empietà. Nella zona, in quello stesso periodo qualcuno aveva mutilato un crocefisso posto sul ponte nuovo della città.

Si aprì il processo a carico del giovane de La Barre. Alcuni testimoni riferirono che il cavaliere de La Barre aveva pronunciato frasi blasfeme, intonato canzoni libertine e bestemmiato i sacramenti assieme ad altri suoi conoscenti. Al termine del processo, il cavaliere fu condannato alla pena capitale.

Gli atti del processo vennero poi riesaminati a Parigi da un apposito consiglio di venticinque giureconsulti, che confermarono la sentenza: 15 voti contro 10. Il cavaliere fu imprigionato.

Prima dell’esecuzione il giovane venne sottoposto alla tortura: gli furono spezzate le articolazioni delle gambe, ma venne risparmiato dall’ordine che gli fosse perforata la lingua. Venne infine decapitato e il suo corpo fu bruciato su una pira; sembra che sul rogo fosse stata gettata anche una copia del Dizionario filosofico di Voltaire, trovata negli alloggi del cavaliere.

Anche in questi due casi, Voltaire mosse l’opinione pubblica e riuscì ad ottenere

  • giustizia per la famiglia Sirvet che vide cadere la condanna
  • la riabilitazione della memoria del giovane de La Barre che venne sancita dalla Consulta di Parigi solo dopo la morte del filosofo.

Illuminismo e Religione

L’illuminismo crede nella religione naturale perché ritiene che la ragione stessa spinga l’uomo a credere nell’esistenza di un essere superiore. Ma nello stesso tempo ritiene che nessuna religione possa detenere il monopolio religioso.

Diversi sono i motivi per cui l’illuminismo considera solo una posizione deista, ammette cioè l’esistenza di un principio razionale divino, inteso come entità trascendente, al di sopra della realtà terrena, ma rifiuta ogni forma di rivelazione.

  • Il pensiero illuminista deriva da una mentalità razionalistica che non riconosce altri criteri di verità al di fuori dell’esperienza, rifiuta ogni presunzione di rivelazione e ritiene che i “dogmi” siano credenze anti-razionali e non verità razionali.
  • Gli illuministi ritengono che le diverse religioni, unite alla politica, abbiano contribuito a tenere i popoli nell’ignoranza e nella servitù, ostacolando il processo scientifico come nel caso di Galileo Galilei.
  • Gli illuministi sono convinti che la religione abbia imbrogliato i popoli, li abbia intristiti col senso del peccato della morte e della penitenza.

Queste idee venivano diffuse illegalmente attraverso centinaia di opuscoli anonimi. Gli autori avevano scelto l’anonimato per evitare le pene derivanti dai forti controlli della polizia e dalle persecuzioni ecclesiastiche.

Preghiera a Dio

Nell’ultimo capitolo del Trattato sulla tolleranza Voltaire si rivolge a Dio con queste parole.

Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi: se è lecito che delle deboli creature, perse nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato, a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, dégnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.

– Fa’ sì che questi errori non generino la nostra sventura.
– Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda.

– Fa’ che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. 
Fa’ sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma fa’ che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.
– Fa’ in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole.

– Fa’ che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera.
– Fa’ che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.
– Fa’ che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo, e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano “grandezza” e “ricchezza”, e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c’è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.


Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!
Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime, come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’attività pacifica!
Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace,
ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse,
dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.

Voltaire

Il dispotismo illuminato di Voltaire

Voltaire ammira il sistema inglese e trova che la monarchia costituzionale sia un ottimo sistema di governo. È però consapevole che in Europa i nobili e il clero hanno ancora forti privilegi così radicati che una simile forma di governo risulterebbe inapplicabile. Ritiene quindi necessario che il sovrano mantenga potere assoluto ma debba realizzare delle riforme politiche e sociali per migliorare le condizioni di vita del popolo e perseguire la felicità dei popoli. Propone quindi una forma di governo che lui chiama il Dispotismo Illuminato, una forma di potere assoluto che opera per il bene del popolo. E, ovviamente è compito dei philosophes, degli illuministi, illuminare la mente dei sovrani.  

Candido

Candido è un racconto filosofico, pubblicato nel 1759 a Ginevra come traduzione di un’opera tedesca di un certo «dottor Ralph», che naturalmente non è mai esistito: si tratta di un normale stratagemma utilizzato dagli scrittori per non esporsi direttamente alla reazione di persone e istituzioni attaccate nel libro.

Per la sua agilità, per l’ironia e l’eleganza delle sue pagine e per l’importanza del tema trattato, il libro è diventato una delle opere più famose e più lette dall’autore francese.

Quando scrive il Candido Voltaire ha 64 anni e ha vissuto l’esilio, la prigione, gli onori della corte, la persecuzione politica e religiosa; è stato amato dal pubblico, odiato dai potenti e duramente avversato dalla Chiesa.

Le ragioni dell’opera vanno probabilmente cercate in diversi fatti storici avvenuti negli anni precedenti:

  • il terribile terremoto di Lisbona del 1755, che aveva fatto una grandissima impressione in tutti paesi d’Europa;
  • lo scoppio nel 1756 della guerra dei Sette anni, un vero e proprio conflitto mondiale che opponeva Prussia e Gran Bretagna a Francia, Austria, Russia e Svezia, ed era combattuta in quasi tutti i continenti, dall’America all’India.

Voltaire ha dunque davanti a sé un mondo tormentato da catastrofi naturali e guerre, ma questo non basta. Nel suo paese i filosofi come lui sono perseguitati dal potere politico e da quello religioso. In questo contesto ci sono intellettuali che sostengono che tutto quello che c’è è bene!

Il racconto Candido si presenta quindi come una risposta polemica e sarcastica a questa assurda affermazione.

Diviso in 30 brevi capitoli, il libro racconta le peripezie del giovane tedesco Candido (così chiamato per la sua ingenuità e semplicità) in diversi paesi del mondo, dove scopre la violenza che domina i rapporti umani e sperimenta la debolezza e la precarietà dell’uomo di fronte alla natura. In questo modo capisce che il nostro mondo non è «il migliore dei mondi possibili», come il suo amato maestro gli aveva insegnato.

Ragione e scienza

Tra il 1751-1772 a Parigi Denis Diderot e Jean-Baptiste d’Alembert realizzarono una vasta enciclopedia, un compendio universale del sapere che ebbe larga diffusione e enorme successo. Alla struttura di quest’opera, primo esempio di moderna enciclopedia, si ispireranno tutte le enciclopedie successive.

Encyclopedie

L’ Encyclopedie o Dizionario ragionato della scienza, delle arti e dei mestieri

La grande opera presentava un nuovo tipo di sapere e affiancava agli articoli di carattere teologico, letterario, filosofico e scientifico quelli relativi alle tecniche agricole, all’artigianato, alle macchine.

Questi testi non erano quindi scritti solo da letterati e filosofi ma anche da medici, artigiani, militari, ingegneri, economisti e scienziati di varie discipline.

L’enciclopedia fu venduta a dispense, in abbonamento, e per la prima volta non si rivolgeva solo ai non ai pochi dotti dell’università, ma era rivolta al vasto pubblico della cultura e della produzione. Venne proposto così un modello di iniziativa editoriale completamente nuovo.

L’opera non fu apprezzata dai tradizionalisti e dai conservatori: la diffusione della cultura non piacque a chi deteneva il potere! Fu messa all’indice nel 1779 e ne fu proibita la pubblicazione. Ma gli autori non si fermarono: per questo i primi volumi furono stampati in Francia, mentre i successivi furono stampati in Olanda.

Per evitare di incorrere nella censura gli editori e gli autori dell’enciclopedia avevano cercato di essere moderati nel trattare argomenti politica di religione, ma la loro attenzione non era bastata. Infatti il carattere rivoluzionario di questi volumi stava in alcune scelte di fondo: infatti in quest’opera, per la prima volta nella storia della cultura, si diede la stessa dignità culturale delle lettere e della filosofia alle tecniche e gli strumenti del lavoro. Era la rivincita delle Arti meccaniche da sempre considerate vili nella tradizione della cultura occidentale, era l’affermazione di un sapere umano volta alla trasformazione del mondo.

Una delle conseguenze legate alla diffusione dell’enciclopedia fu l’aumento della percentuale di alfabetizzati. Infatti l’alfabetizzazione non riguardava più solo le élite aristocratiche e borghesi, ma anche artigiani, professionisti e anche gli strati superiori della popolazione contadina.

I canali fondamentali dell’alfabetizzazione rimanevano le scuole religiose, quelle protestanti e quelle cattoliche ma nella seconda metà del secolo si inaugura una politica di istruzione delle popolazioni promossa dagli stati europei.

Sviluppo dell’editoria

La maggiore alfabetizzazione e la crescente domanda di cultura favorirono lo sviluppo dell’editoria. Nacquero le librerie, si diffusero i libri a tema economico con tirature medie di 2000 copie, una cifra ragguardevole per i tempi.

Sorsero biblioteche circolanti che contribuirono ad accrescere il numero di lettori anche di ceto modesto. Il Settecento non fu solo il secolo delle enciclopedie ma anche quello delle gazzette, dei periodici popolari, dei primi quotidiani.

Il Times nacque nel 1785 e lo Spectator, quotidiano inventato da Joseph Addison nel 1711 sulle cui colonne si discutevano problemi di attualità, ebbe gran fortuna in tutta l’Europa.

Opinione pubblica

Nel Settecento illuminista comincia dunque a formarsi l’opinione pubblica. Il concetto, che a noi familiare, è ma del tutto nuovo in una società come quella dell’Antico regime. Accanto alle accademie e alle università finanziate direttamente dallo stato e dalle istituzioni ecclesiastiche, si diffusero canali non istituzionali di dibattito: circoli, società scientifiche, Club, redazioni di riviste, logge massoniche, ma anche salotti di intellettuali e i popolari Caffè. A Londra esistevano 3000 caffè per una popolazione di 600000 abitanti. Anche Milano, Venezia, Napoli e Parigi furono luoghi in cui nel 700 si facevano cultura e opinioni.

Cosmopolitismo

La circolazione di libri, lo scambio epistolare, i viaggi inserivano l’intellettuale illuminista in una dimensione europea: una repubblica della regione in cui la lingua francese aveva sostituito quella latina come lingua universale.

Ma il programma illuminista andava ben oltre il ristretto nucleo degli intellettuali innovatori: l’idea stessa di universalità della ragione spingeva verso il cosmopolitismo. Gli uomini si consideravano cittadini del mondo, sentivano di appartenere a un’unica patria. Il superamento delle barriere culturali fra gli stati, la fine delle guerre, la realizzazione della pace fra i popoli, erano i grandi temi della cultura illuminista.

Il pensiero politico

Il pensiero degli illuministi influenzò sovrani e borghesi, nobili e artigiani, filosofi e scienziati. La cultura dell’Illuminismo diede un contributo fondamentale nella costruzione delle concezioni politiche occidentali. Il Settecento fu un secolo cardine in cui il pensiero politico ebbe un grande sviluppo. In questo secolo vengono costruite le idee moderne su storia politica e cultura tanto che si considera la politica come strumento fondamentale per cambiare la vita. Per la prima volta nella storia dell’uomo, la politica diventa affare di tutti.

Presentiamo qui in sintesi il pensiero dei più importanti teorici dell’Illuminismo.

Montesquieu 

Charles-Louis de Secondatbarone di La Brède e di Montesquieu (1689 – 1755) è stato un filosofo, giurista, storico e pensatore politico francese. È considerato il fondatore della teoria politica della divisione dei poteri.

Le lettere persiane

Nel 1721 scrive Le Lettere persiane, un romanzo epistolare in cui Usbek e Rica, due giovani viaggiatori persiani, colti e ricchi, analizzano i costumi francesi con pungente sarcasmo. La loro pesante critica non risparmia né le istituzioni francesi, né gli uomini del tempo. i due, essendo stranieri, vedono la Francia in modo distaccato e criticano vita e costumi di una società cattolica e assolutistica.

In questo romanzo Montesquieu fa una critica feroce alla società europea (ma non risparmia neppure quella orientale) e alla Chiesa con i suoi dogmi cristiani (ma anche quelli musulmani) alle istituzioni politiche e al loro funzionamento.

Nello stesso tempo, Montesquieu afferma i valori della libertà e della tolleranza.

La divisione dei poteri

L’eredità più importante che il pensiero di Montesquieu ci ha lasciato è la sua teoria della separazione dei poteri, che è oggi alla base di ogni sistema democratico.

Partendo dalla considerazione che il “potere assoluto corrompe assolutamente”, l’autore analizza i tre generi di poteri che vi sono in ogni Stato: il potere legislativo che si occupa di fare le leggi, il potere esecutivo che ha il compito di farle eseguire e il potere giudiziario che deve intervenire nei casi in cui si trasgredisca alle leggi. Per Montesquieu, la condizione oggettiva affinché i cittadini possano godere della libertà è che questi tre poteri restino nettamente separati. Solo con la separazione dei poteri si possono evitare gli abusi di potere.

Diderot

Denis Diderot 1713 – 1784) è stato un filosofo, enciclopedista, scrittore e critico d’arte francese.

Fu uno dei massimi rappresentanti dell’Illuminismo e uno degli intellettuali più rappresentativi del XVIII secolo. Fu amico e collaboratore di Voltaire e del barone d’Holbach, col quale scrisse numerose opere anonime di intonazione antireligiosa e anticlericale.

Fu promotore, direttore editoriale ed editore dell’Encyclopédie, avvalendosi inizialmente dell’importante collaborazione di d’Alembert.

Oltre al colossale lavoro enciclopedico e alle pubblicazioni anonime per aggirare la censura, Diderot scrisse numerose opere filosofiche e teatrali, romanzi, articoli e saggi su disparati argomenti, occupandosi di arte, storia, politica e società.

Per quanto riguarda il sistema politico, Diderot ritiene invece che solo il Parlamento possa essere un argine al potere del sovrano.  

Rousseau  

Jean-Jacques Rousseau (1712 – 1778) è stato uno scrittore, filosofo e musicista svizzero. Il suo pensiero è stato importante sia in ambito politico e giuridico che pedagogico.

Rousseau considera il progresso come la storia della sopraffazione dei forti sui deboli, dei ricchi sui poveri. Questo è iniziato con l’istituzione proprietà privata. Secondo Rousseau le leggi sono strumenti del potere che legalizzano la disuguaglianza e tutelano l’oppressione dei più deboli. La situazione però può cambiare: è necessario stipulare un contratto sociale, un accordo tra individui che decidono di vivere associati. Infatti secondo lui la sovranità dello stato deve esprimere due volontà:

  • la volontà generale
  • la volontà del popolo.

L’obiettivo da perseguire, secondo Rousseau, è quello di creare uno stato democratico e repubblicano in cui:

  • la disuguaglianza sociale non metta in pericolo la libertà
  • un cittadino non possa comprarne un altro.

Fonti

  • https://sites.google.com/site/illuminismo4c/illuminismo-e-religione
  • https://www.homolaicus.com/teorici/voltaire/voltaire4.htm
  • Letteratura Terzo Millennio © Loescher Editore, Torino.
  • Fossati, Luppi, Zanette, Parlare di storia, Pearson.