Perché Pirandello è famoso

Luigi Pirandello è considerato uno dei più autorevoli esponenti della letteratura del Novecento.

Molti sono i fattori che hanno contribuito alla sua fama.

Innanzitutto Pirandello ha osservato con lucidità i costumi borghesi del suo mondo, i suoi personaggi appartengono spesso alla piccola e media borghesia, ed è stato interprete della crisi che ha travolto l’uomo contemporaneo.

Egli ha contemporaneamente la passione del poeta e la freddezza del filosofo; nelle sue opere c’è sempre un’idea o una tesi da dimostrare.

Si è scagliato con decisione contro le convenzioni sociali, il perbenismo della borghesia e le “maschere” che nascondono il volto vero dell’uomo. Una sua celeberrima frase recita “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”.

Il poeta però non ha giudicato la miseria morale dell’umanità ma ha provato compassione per le maschere dietro alle quali tutti ci nascondiamo. Egli ha guardato alla fragilità umana con tenerezza. Questo atteggiamento gli permetterà di sviluppare la sua teoria dell’umorismo.

Biografia

Luigi Pirandello nasce a Girgenti, Agrigento, nel 1867, da agiata famiglia borghese patriottica e fu educato ai valori risorgimentali. La famiglia, di tradizione garibaldina e antiborbonica, è proprietaria di alcune zolfare. Il padre è un garibaldino che aveva partecipato alla spedizione dei Mille.

Luigi studia lettere a Palermo nel 1886, a Roma nel 1887, poi si trasferisce a Bonn dove si laurea nel 1891 in Filologia romanza con una tesi dialettologica.

Nel 1892 torna a Roma e comincia a frequentare il mondo culturale romano.

Lì incontra Capuana che ne incoraggia le ambizioni letterarie, tanto che nel 1893 pubblica L’esclusa, un romanzo di stampo verista.

In quegli anni inizia a insegnare presso l’Istituto Superiore di Magistero a Roma.

Nel 1894 sposa Antonietta Portulano figlia di un ricco socio del padre. Insieme si stabiliscono definitivamente a Roma, dove nascono i tre figli Stefano (1895), Rosalia (1897) e Fausto (1899). Pirandello vivrà sempre con disagio il rapporto con la inquieta moglie, una donna emotivamente fragile.

Tale fragilità emerge in maniera importante nel 1903 quando un incidente alla zolfara del suocero provoca il dissesto economico della famiglia.  L’allargamento della miniera di zolfo causa alla famiglia Pirandello un grave dissesto economico: il padre Stefano perde, insieme al proprio capitale, anche la dote della nuora.

Abbandonata la tentazione del suicidio, Pirandello cerca di fronteggiare la disperata situazione, assistendo Antonietta (che verrà internata in una casa di cura solo nel 1919); e per arrotondare il magro stipendio universitario, impartisce lezioni private e intensifica la sua collaborazione a riviste e a giornali.

Nel 1904 pubblica, a puntate sulla «Nuova Antologia», il romanzo Il fu Mattia Pascal una delle sue opere più famose con cui riscuote un successo tale che uno dei più importanti editori del tempo, Emilio Treves di Milano, decide di occuparsi della pubblicazione delle sue opere.

Nel 1908 pubblica i due saggi L’umorismo e Arte e scienza. Compone inoltre diverse novelle riunite poi in Novelle per un anno.

Dopo il 1910 inizia a lavorare per il teatro. Scrive Lumie di Sicilia, La morsa, Pensaci Giacomino, Liolà, Così è (se vi pare), Il berretto a sonagli, Il gioco delle parti (Maschere nude)

Nel 1914-15 Pirandello si schiera con gli interventisti, ma la cattura del figlio Stefano e il peggioramento della moglie, che nel 1919 sarà ricoverata in clinica psichiatrica, lo portano a sprofondare nel lavoro.

Nel 1920 scrive Sei personaggi in cerca d’autore, Così è (se vi pare) e nel 1922 abbandona la carriera universitaria per impegnarsi esclusivamente nel mondo del teatro.

Nel 1924 aderisce al Partito Fascista dopo il delitto Matteotti perché apprezza la prospettiva di stabilità che il Fascismo offre al paese e confida nella realizzazione di un Teatro di Stato. Grazie alla sua adesione al partito fascista ottiene appoggi e finanziamenti per la compagnia del Teatro d’Arte di Roma che, sotto la direzione dello stesso Pirandello, porta per tre anni (fino al 1928) il teatro pirandelliano in giro per il mondo. L’interprete per eccellenza delle sue scene è la “prima attrice” Marta Abba, a cui Pirandello si lega anche sentimentalmente. 

Ma Pirandello avrà sempre un rapporto ambiguo col regime mussoliniano e si allontana presto dalla logica del fascismo, evitando i contatti col regime. Per questo verrà accusato di disfattismo e di pessimismo dal regime fascista.

Nel 1926 pubblica Uno, nessuno e centomila.

Nel 1934 viene insignito con il Premio Nobel per la letteratura.

Nel 1936 muore per una polmonite durante le riprese del Fu Mattia Pascal.  Lascerà incompiuta l’opera I Giganti della montagna.

Gli elementi della sua opera

Il relativismo

Per Pirandello la realtà è caos, è trasformazione continua, è flusso vitale in perenne movimento. La vita non è, ma accade.

Per questo ogni tentativo di fissarla, di darle una forma e un senso è destinato a rivelarsi illusorio.

Pirandello ritiene che qualunque conoscenza oggettiva su di sé e sul mondo sia preclusa all’uomo. E l’uomo quindi deve accontentarsi di opinioni soggettive, mutevoli, in perenne divenire.

Il concetto di identità personale

Il concetto di identità di ogni persona è solo un atto arbitrario. Per Pirandello è arbitrario attribuire a sé e agli altri una qualsiasi identità personale. Questo è causato dal fatto che per attribuire un’identità bisogna presumere di conoscersi e presumere di conoscere gli altri.

Ma secondo lo scrittore la personalità di ciascuno è sfuggente, in perpetua metamorfosi, proprio come il corpo e ogni tentativo di mettere ordine nella vita significa soffocarla, rinchiuderla nella prigione di una forma.

Il gusto del paradosso

A sostegno delle proprie argomentazioni, Pirandello propone nelle sue opere situazioni ed eventi dal valore esemplificativo; ma si tratta sempre di eventi paradossali, al limite dell’inverosimile.

Con questo vuol dimostrare che la vita è piena di sorprese, che la vita rifiuta di essere rinchiusa in una norma, in una forma.

Fuga dalle maschere

Il personaggio pirandelliano appare sempre in lotta, in fuga. Vuole sfuggire alla prigione della forma, alle maschere che vengono imposte dal sistema sociale.

Per conquistare la libertà il personaggio pirandelliano è pronto alle azioni più stravaganti e inconsulte.

Le maschere

Le maschere, le etichette, i ruoli attribuiti ad ognuno di noi, sono indispensabili all’individuo, per garantirsi qualsiasi identità sociale.

Si rivelano però come trappole da cui l’uomo non può fuggire.

L’uomo non può conciliare vita e forma, non può conciliare il flusso della vita con il rigore della forma.  Può quindi solo guardarsi vivere, esaminarsi come sdoppiato, può vedersi compiere gli atti che gli impone la sua maschera.

Come dice Ciampa ne “Il berretto a sonagli” «La vita nella società moderna è solo un’enorme pupazzata».

La società impone le maschere, ma sotto le maschere non c’è nulla, c’è solo il fluire della vita.

La società impone di indossare diverse maschere, ma nessuna può fermare la vita in un punto, in un istante.

Ciascuno di noi si illude di essere Uno …  ma assume Centomila identità diverse e, nel momento in cui si toglie la maschera scopre di non essere Nessuno come il Mattia Pascal.

L’uomo non può sfuggire alle convenzioni sociali, lo può fare solo accettando lucidamente la Follia, la perdita di ogni identità sociale.  (Uno, nessuno, centomila ..)

Il dramma dell’uomo è sentirsi vivere, è guardarsi la lontano con distacco tragico e riflessivo, è guardare quello che sembra normale come se lo vedesse per la prima volta.

A questa situazione Pirandello trova comunque delle vie d’uscita. La prima è la scelta di aderire alla vita identificandosi completamente con la natura. Come Tommasino Unzio protagonista della novella Canta l’epistola, l’uomo può scegliere la vita rinunciando a un’identità definita e immergendosi quindi nella natura. Questa via d’uscita è definita nel mondo civile “pazzia”.

Un’altra via d’uscita, che sfiora solo la pazzia è quella di Belluca ne “Il treno ha fischiato” o dell’avvocato ne “La carriola”.

La struttura narrativa

L’assurdità e l’ambiguità del reale giustificano, in sede di narrazione, la dissoluzione della trama, gli improvvisi scarti del narratore e la moltiplicazione dei punti di vista e delle possibili verità.

Le vicende sono generalmente prove di una vera e propria conclusione: nulla ha un inizio e una fine logicamente ricostruibili e nulla scorre linearmente tra passato e futuro.

La conclusione, quando c’è, è grottesca, assurda e giunge inattesa e improvvisa.

I personaggi di Pirandello raccontano, spiegano in maniera minuziosa per cogliere le sfaccettature del reale.

La parola è al centro di ogni cosa, la parola è necessaria per spiegare, per capire, per far fronte alla mancanza di senso.

L’umorismo

Testo tratto da “Il saggio sull’umorismo” (1908)

Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa da quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora vorrebbe essere.

Posso così, a prima vista, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene la riflessione … ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario>>.

La percezione del comico è legata alle apparenze, a quello che Pirandello definisce come l’avvertimento del contrario.

Tale percezione suscita riso.

L’umorismo invece è frutto di un processo: quando si scava dietro le apparenze, si coglie il sentimento del contrario che suscita compassione.

L’arte umoristica ama la discordanza, la disarmonia, la contraddizione.

L’umorismo ha a che fare con l’uomo che compie un’azione intenzionale, una volontà in atto.

Il comico ha come scopo suscitare il riso. Il riso, quando appare è un «avvertimento del contrario»; nasce quando, per esempio, un individuo indossa volutamente, ma in modo maldestro e grottesco, una maschera diametralmente opposta alla propria vera realtà.

Per passare dal comico all’umoristico deve subentrare la riflessione: la riflessione permette di intuire le ragioni che stanno alla base del comportamento ridicolo. Tale riflessione suscita il «sentimento del contrario» che rende diverso il riso, si continua a sorridere, ma al riso si mescolano la commozione e la compassione.

Pirandello assegna alla riflessione una parte essenziale nella creazione di un’opera d’arte umoristica: dall’«avvertimento del contrario» si passa al «sentimento del contrario».

Il ruolo centrale della riflessione comporta uno sdoppiamento nell’atto della concezione artistica, per cui il vero umorista è al tempo stesso poeta e critico.

Il fu Mattia Pascal

Il fu Mattia Pascal è un romanzo scritto da Luigi Pirandello nel 1904. 

Venne pubblicato a puntate sulla rivista Nuova Antologia. 

Il romanzo diventa subito un modello per la letteratura italiana del Novecento sia per l’argomento trattato che per la scelta narrativa. 

  • Per prima volta si presenta la figura dell’antieroe, un inetto, un fallito che diventa il protagonista di una vicenda incredibile. 
  • La narrazione viene raccontata all’indietro. Si tratta quindi di un racconto retrospettivo perché vengono narrati fatti che sono già accaduti.  

Si tratta di un lungo monologo condotto dal protagonista della vicenda: è lo stesso Mattia il narratore della sua vita. Lo sguardo del narratore – protagonista è distaccato perché la storia si è conclusa e quindi può essere narrata senza troppo coinvolgimento emotivo. 

Trama

Il protagonista del romanzo è Mattia Pascal. La sua è una famiglia benestante: il padre ha fatto fortuna e la madre alleva i due figli Mattia e Roberto nella bambagia. Alla morte del padre la gestione delle proprietà di famiglia viene affidata a un amministratore disonesto. Nessuno controlla il suo operato, Roberto e Mattia sono ritenuti  incapaci e la  madre si fida. 

Ma il Batta Malagna, disonesto amministratore, un po’ alla volta riesce ad appropriarsi dell’intero patrimonio della famiglia Pascal.

Mattia è tanto incapace nel gestire affari quanto è bravo a sedurre le fanciulle. Per vendicarsi del vecchio e disonesto Malagna, Mattia mette incinta sia Oliva, la giovane moglie dell’amministratore, che fino a quel momento era ritenuta sterile, che  la giovane Romilda Pescatore. 

Ma mentre Malagna, felicissimo per la gravidanza della moglie, festeggia, Mattia è costretto ad organizzare il matrimonio riparatore con Romilda. 

Romilda ha una mamma davvero bisbetica che va a vivere con la nuova coppia. La convivenza tra Mattia la moglie, che lui non ama, e la suocera si rivela davvero insopportabile. 

Inoltre, le condizioni economiche della famiglia peggiorano sempre più. Malagna ha usurpato qualsiasi bene e Mattia è costretto a trovare un umilissimo lavoro come bibliotecario che gli rende un salario miserrimo. 

La moglie dà alla luce due gemelle, una delle quali muore poco dopo la nascita. L’amore per la bambina e la presenza della vecchia madre sono le uniche dimensioni di conforto dell’esistenza di Mattia. 

Ma le sventure non sono finite. Quando la sua bambina ha circa un anno muore improvvisamente e nello stesso momento viene a mancare anche la vecchia madre. 

Mattia è proprio disperato, pensa addirittura a farla finita. 

Quando suo fratello viene avvisato della morte della madre, non potendo andare al funerale, manda una somma di denaro per le esequie della madre. Ma i soldi arrivano quando il funerale è già stato celebrato. 

Con quel gruzzoletto Mattia decide comprare un biglietto per andare in America. Prende il treno e arrivato a Nizza, decide di scendere. 

Arriva casualmente al Casinò di Montecarlo. Qui la sorte gli è estremamente favorevole e riesce a vincere un notevole somma alla roulette.

Felice e soddisfatto, deciso a risollevare le sorti della sua famiglia, Mattia si avvia sulla via del ritorno. Casualmente gli capita in mano un giornale e viene colpito da una notizia. In un canale vicino a casa sua è stato trovato un cadavere che è stato  identificato dai suoi familiari come Mattia Pascal. 

Mattia coglie l’occasione al volo: la sorte gli offre una via d’uscita e lui la imbocca. 

La sua vincita è tale da consentirgli di vivere di rendita e lui allora decide di cambiare identità: si taglia i capelli, cambia la linea della sua barba, inforca nuovi  occhiali, indossa abiti diversi e un nuovo nome. Adriano Meis, dopo avere per un po’ viaggiato si stabilisce a Roma. 

Qui, consapevole di non poter andare in albergo dove gli avrebbero chiesto i documenti, prende una stanza in affitto in una casa privata. 

La figlia del proprietario si chiama Adriana; si tratta di una giovane donna deliziosa di cui Adriano si innamora e questo amore è corrisposto. 

La giovane è anche insidiata dal cognato, marito di sua sorella morta recentemente. Terenzio infatti vorrebbe sposare Adriana per non dover restituire alla famiglia la dote della moglie defunta. 

Ma l’invisibilità anagrafica di Adriano Mesi si rivela sempre più un problema. Infatti non può sposare Adriana e non può neppure rivolgersi alle forze dell’ordine quando si accorge che gli sono stati sottratti molti soldi dalla sua camera. 

Non gli resta altra soluzione che “far suicidare” Adriano Meis e ritornare al paese per indossare nuovamente i panni di Mattia Pascal. 

Ma tornato a Miragno, il suo paese, si rende conto che nulla è come prima. Sua moglie si è risposata col suo amico Pomino e la coppia ha avuto una figlia. Il posto che lui aveva lasciato libero in biblioteca è stato occupato da un altro. 

Inoltre la gente del paese prima non lo aveva riconosciuto e poi, addirittura lo evita. 

Fortunatamente viene accolto da una vecchia zia e lì comincia a scrivere la sua storia. 

Finale del romanzo

“Nel cimitero di Miragno, su la fossa di quel povero ignoto che s’uccise alla Stìa, c’è ancora la lapide dettata da Lodoletta:

 Io vi ho portato la corona di fiori promessa e ogni tanto mi reco a vedermi morto e sepolto là. Qualche curioso mi segue da lontano; poi, al ritorno, s’accompagna con me, sorride, e – considerando la mia condizione – mi domanda:

— Ma voi, insomma, si può sapere chi siete?

Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi e gli rispondo:

— Eh, caro mio… Io sono il fu Mattia Pascal. 

Novelle per un anno

Novelle per un anno, raccolta di 246 racconti scritti da Luigi Pirandello tra il 1884 e il 1936, rappresenta uno dei risultati più alti della narrativa italiana dopo l’Unità d’Italia, ma è indubbiamente uno dei capolavori della novellistica italiana di tutti i tempi.

L’intento di Pirandello fu quello di rappresentare realisticamente la “commedia umana”.

Per leggere, o ascoltare, i testi di alcune delle novelle piùfamose clicca qui.

Temi trattati nelle novelle

Il treno ha fischiato maschere
follia
via d’uscita
tema dell’umorismo
Frammentazione dell’io
La patente maschere
via d’uscita
tema dell’umorismo
La giara maschere
tema dell’umorismo
Pensaci Giacomino tema umorismo
maschere
realtivismo
La signora Frola e il signor Ponza, suo genero maschere
relativismo
L’eresia catara Maschere
tema dell’umorismo
La carriola maschere
follia
via d’uscita
tema dell’umorismo
Canta l’epistolaFrammentazione dell’io
maschere
follia
via d’uscita
tema dell’umorismo

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Biografia Pirandello Treccani

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