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Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi è considerato uno dei più importanti scrittori ed il più importante filosofo dell’Ottocento italiano.

Perchè è famoso Leopardi?

  • Leopardi ha dato un impulso molto forte al rinnovamento della forma poetica. La poesia italiana da secoli ormai imitava la scrittura di Petrarca e questa imitazione si era ormai svotata sia di valore che di senso.
  • Giacomo Leopardi ha creato una poesia moderna e vitale. Ha fatto sì che la sua poesia potesse diventare uno strumento di conoscenza, uno strumento di indagine conoscitiva. Nella sua opera Leopardi fa delle riflessioni sui temi esistenziali dell’uomo come l’infinito, come il concetto di felicità, la riflessione sul piacere del ricordo. Questi temi sono poi accompagnati da domande sul senso dell’esistenza dell’uomo.
  • Leopardi riflette sulla fragilità dell’uomo. La consapevolezza della fragilità delle illusioni porta l’uomo ad orientarsi verso l’affettività e la bellezza. La fragilità dell’uomo e delle sue illusioni rende particolarmente preziose tutte le dimensioni della vita.
  • Leopardi è importante perché la sua ricerca poetica si rivolge verso la bellezza e la verità. Il bello e il vero sono per Leopardi due dimensioni imprescindibili e Leopardi ha una capacità straordinaria di unire bellezza e verità.
  • Giacomo Leopardi è riuscito a concretizzare l’idea che la poesia sia capace di consolare l’uomo nonostante la sua fragilità.

Chi è Giacomo Leopardi

Infanzia

Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati, un piccolo paese delle Marche, parte dello Stato Pontificio. Il padre era il Conte Monaldo Leopardi e la madre Adelaide Antici, figlia dei marchesi Antici. Il padre Monaldo era un convinto sostenitore dell’Antico regime e dell’assolutismo. Monaldo, nell’amministrazione dei suoi beni, aveva commesso delle imprudenze; pertanto aveva affidato alla moglie la gestione dei beni della famiglia e si era dedicato ai propri interessi letterari. Monaldo era uno scrittore, scriveva in prosa e faceva il giornalista. Aveva fondato l’accademia dei Disuguali, un’accademia che era già esistita nel Quattrocento a Recanati ma che era stata rifondata proprio dal padre di Giacomo.

Uno dei grandi meriti del Conte Monaldo fu quello di incrementare la biblioteca di casa Leopardi con molti acquisti effettuati nelle biblioteche di conventi che erano stati soppressi, nelle botteghe dei librai e di antiquari ed aveva partecipato anche ad aste di libri. Venne così a creare una biblioteca straordinaria, una delle più ricche della provincia. E dopo averla creata Monaldo ebbe il merito di aprirla a tutti i cittadini di Recanati.

La madre, Adelaide Antici, venne quindi investita, appena ventenne, del gravoso onere di restaurare il patrimonio di famiglia. Si dedicò anima e corpo a riassestare il bilancio familiare: non fu un’impresa facile ma Adelaide si rivelò una donna tenace e capace.

Però la rigida educazione cattolica e le necessità di ripristinare il patrimonio familiare portarono la donna a gestire la famiglia in maniera molto rigida e intransigente.

Il padre di Giacomo Leopardi, il Conte Monaldo Leopardi, e la madre, Adelaide Antici.

Testo 1 – La madre di Giacomo

Questa pagina è tratta dallo Zibaldone, cioè il diario di Giacomo Leopardi; in questo brano ci racconta di una donna che è stata una madre molto dura. Leopardi le attribuisce la responsabilità di tale durezza alla sua rigida religiosità.

Giacomo di critica molto il cattolicesimo della sua famiglia e questo traspare con evidenza dal testo. Leopardi ritiene che sua madre fosse troppo attenta e rispettosa dei dettami del Cristianesimo tanto da abbandonare ogni atteggiamento materno.

“Io ho intimamente conosciuto una madre di famiglia che non era punto superstiziosa, ma saldissima ed esattissima nella credenza cristiana e negli esercizi della religione.
Questa non solamente non compiangeva quei genitori che perdevano i loro figli bambini, ma li invidiava intimamente e sinceramente perché questi erano volati al paradiso senza pericoli e avevano liberato i genitori dall’incomodo di mantenerli.
Trovandosi più volte in pericolo di perdere i suoi figli nella stessa età, non pregava Dio perché li facesse morire perché la religione non lo permette, ma gioiva cordialmente; e vedendo piangere ed affliggersi il marito, si rannicchiava in sé stessa e provava un vero sensibile dispetto.
Era esattissima nei doveri che rendeva a quei poveri ammalati, ma nel fondo dell’anima desiderava che fossero inutili… Vedendo nei malati qualche segno di morte vicina, sentiva una gioia profonda…
Considerava la bellezza come una vera disgrazia, e vedendo i suoi figli brutti e deformi ne ringraziava Iddio, non per eroismo ma di tutta voglia…
Questa donna aveva sortito dalla natura un carattere sensibilissimo ed era stata così ridotta dalla sola religione.»
Zibaldone – I, 411

Nella prima parte Leopardi mette in evidenza che sua madre gioiva intimamente quando i bambini morivano, ma non gioiva solo perché in Paradiso i bambini avrebbero goduto delle gioie dell’eternità, ma anche perché la morte aveva “liberato i genitori dall’incomodo di mantenerli”.

E non basta questo, Leopardi dice che quando i suoi figli rischiarono di morire, lei non poteva pregare perché morissero, in quanto la religione non glielo avrebbe consentito, ma in cuor suo gioiva cordialmente. Però doveva nascondersi dal marito perché lui, invece, soffriva e quindi lei si richiudeva in sé stessa.

Poi Giacomo ribadisce che la donna era molto precisa e molto attenta nel fare le cose necessarie per i piccoli ammalati. Ma in fondo lei sperava che tutte le sue azioni si sarebbero rivelate inutili e gioiva, in cuor suo, quando vedeva che la malattia peggiorava.

Inoltre la donna considerava la bellezza come una disgrazia. Vedendo i suoi figli brutti ringraziava Dio.

Il brano si conclude con un’affermazione molto forte. Infatti secondo Leopardi questa donna aveva avuto dalla natura un carattere molto sensibile ma era stata indurita proprio dalla religione.

Chi era Adelaide?

Per non lasciare solo l’immagine di una donna estremamente negativa vorrei aprire una piccola parentesi a proposito di Adelaide Antici.

Adelaide si trovò sposata a vent’anni con un uomo che riteneva molto ricco. Purtroppo la realtà era un’altra. Appena entrata in casa Leopardi si rese conto che la fortuna di Monaldo Leopardi era minacciata da molti debiti. Monaldo aveva fatto azioni poco oculate e aveva aperto delle falle nel suo patrimonio, falle che potevano rivelarsi irrimediabili.

La giovane donna, al rientro dal viaggio di nozze si trovò obbligata a vendere parecchi preziosi del suo personale abbigliamento e parecchi dei doni matrimoniali, proprio per salvare dalla rovina il patrimonio del novello sposo.

Adelaide però non si perse d’animo; iniziò così ad amministrare, con estrema oculatezza, le finanze ormai esaurite del marito. Riuscì pian piano a tacitare i creditori, usurai che avevano prestato soldi a Monaldo ad un tasso, da usurai, del 24%. Lasciò quindi Monaldo ai suoi studi letterari e lavorò per quarant’anni anni a ricostruire il patrimonio disperso, riuscendo nella non facile impresa.

Alla nascita di Giacomo, il suo primogenito lei rischiò la vita. In quel momento dichiarò al medico e ai familiari di essere disposta a morire pur di salvare la vita del nascituro.

Poi di figli ne ebbe molti altri, ma continuò a lavorare sempre con grande impegno e grande abnegazione.

Certo evidentemente Giacomo soffrì della mancanza di affetto da parte della madre, e questo è inequivocabile, ma non dobbiamo dimenticare la fatica che deve aver fatto quella povera donna ad affrontare tutto quello che la vita le ha posto dinanzi.

Testo 2 – Lettera alla madre di Giacomo Leopardi   

Questa lettera è scritta quando ormai Giacomo è partito da Recanati e si trova a Roma. Da questa lettera si nota affetto e reverenza nei confronti della madre, ma anche freddezza e distacco. Lui chiede un affetto che merita e che però la madre non dimostra di solito.

“Cara Mamma.
Io mi ricordo ch’Ella quasi mi proibì di scriverle, ma intanto non vorrei che pian piano, Ella si scordasse di me.
Per questo timore rompo la sua proibizione e le scrivo, ma brevemente, dandole i saluti del Zio Carlo e del Zio Momo.
Sono in piedi oggi per la prima volta dopo otto giorni intieri di letto, e la mia piccola piaga è ben chiusa.
Se non si riapre, che spero di no, son guarito.
S’ella non mi vuol rispondere di sua mano, basterà che lo faccia fare, e mi faccia dar le sue nuove, ma in particolare, perché le ho avute sempre in genere.
La prego a salutare cordialmente da mia parte il Papà e i fratelli; e se vuol salutare anche D. Vincenzo, faccia Ella.
Ma soprattutto la prego a volermi bene, com’è obbligata in coscienza, tanto più ch’alla fine io sono un buon ragazzo, e le voglio quel bene ch’Ella sa o dovrebbe sapere.
Le bacio la mano, il che non potrei fare in Recanati.

E con tutto il cuore mi protesto Suo figlio d’oro Giacomo-alias-Mucciaccio.”
Roma, 22 gennaio 1823

Studio matto e disperatissimo

Giacomo, insieme ai fratelli e alla sorella Paolina, compì i primi studi sotto la guida di due istitutori e sotto la sovrintendenza del padre. Però già nel 1812, all’età di 14 anni, Giacomo non aveva più nulla da imparare da questi due insegnanti. Continuò quindi a studiare da solo, leggendo con grande passione, quasi con accanimento, traducendo e parafrasando tutto quello che poteva trovare nella biblioteca paterna.

Lui dirà che questi sono stati sette anni di “studio matto e disperatissimo”.

Questa abnegazione allo studio compromise notevolmente lo sviluppo fisico del ragazzo ma favorì il suo sviluppo intellettuale e cognitivo: diventò così un ragazzo prodigio.  

Pensate che Leopardi conosceva il greco e il latino alla perfezione, studiò l’ebraico e imparò tre lingue straniere moderne:
il francese,
l’inglese,
lo spagnolo.
Nella sua breve vita compose ben 240 opere.

Il suo studio sui testi della biblioteca paterna lo portò a sviluppare una cultura arretrata. Ma l’attenzione alle vicende contemporanee lo portò a sviluppare un fervore anti tirannico, un atteggiamento combattivo e militante, una serietà morale e una volontà di intervento che vanno nella direzione di un allargamento del suo orizzonte culturale.

Nel 1817 venne pubblicata la sua traduzione del secondo libro dell’Eneide. Questo lo mise in contatto con i grandi letterati del suo tempo come Angelo Mai, Vincenzo Monti e Pietro Giordani. In particolare strinse una affettuosa amicizia proprio con il Giordani.

Nel 1817 iniziò la stesura del suo diario lo Zibaldone di pensieri. Si tratta di un diario nel quale lui annotò le sue riflessioni letterarie e filosofiche, le notazioni della vita e della cultura del tempo, i ragionamenti delle sue vicende private, le riflessioni relative alle sue opere.

L’amicizia con Pietro Giordani

Con Pietro Giordani Leopardi avviò un’intensa corrispondenza.  I due diventarono amici e si confrontavano su molte tematiche. Leopardi ebbe così la possibilità di aprirsi a un orizzonte culturale nazionale ed europeo molto diverso da quello chiuso del piccolo paesello. Il confronto con Giordani lo portò anche a sviluppare idee anticlericali, a osteggiare la Restaurazione e a sognare quel rinnovamento nazionale che accenderà gli animi dei patrioti nel corso del Risorgimento.

Però queste nuove idee e questa nuova ottica, più aperta, lo portarono a vivere con grande insofferenza la vita chiusa di Recanati.

Lui si sentiva soffocare in questo paesello, sentiva aumentare la propria solitudine e avvertiva il bisogno di provare emozioni e sentimenti.

Gli amori

Leopardi era un uomo molto sensibile e più volte l’amore toccò il suo animo. Da giovane si innamorò per la cugina Geltrude Cassi, ospite di passaggio a casa Leopardi. Ma questo fu solo uno dei suoi amori che non fiorirono mai, ma che rimasero a far vibrare il suo animo.

Malattia agli occhi

Nel 1819 una malattia agli occhi gli tolse anche il piacere delle consuete letture. Per un tempo molto lungo non poté né leggere e neppure ascoltare qualcuno che leggeva per lui perché non riusciva a concentrarsi su niente. Aumentò così la sua malinconia e il suo senso di solitudine.

Video – tratto da Il giovane favoloso

Testo 3 – Lettera a Pietro Giordani

“Sono così stordito dal niente che mi circonda, che non so come abbia forza di prender la penna per rispondere alla tua del primo[1]. Se in questo momento impazzissi, io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre cogli occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere né piangere, né muovermi altro che per forza dal luogo dove mi trovassi.
Non ho più lena[2] di concepire nessun desiderio, neanche della morte, non perché io la tema in nessun conto[3], ma non vedo più divario[4] tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore.
Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolore gravissimo; e sono così spaventato dalla vanità di tutte le cose, e dalla condizione degli uomini, morte tutte le passioni, come sono spente nell’animo mio, che ne vo fuori di me, considerando ch’è un niente anche la mia disperazione.
Gli studi che tu mi solleciti amorosamente a continuare, non so da otto mesi in poi che cosa siano, trovandomi i nervi degli occhi e della testa indeboliti in maniera, che non posso non solamente leggere, né prestare attenzione a chi mi legga checché si voglia, ma fissar la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo.
 
Giacomo Leopardi  –  lettera a Pietro Giordani, 19 novembre 1819


[1] Il primo novembre Giordani gli aveva scritto una lettera per confortarlo.
[2] Voglia
[3] Abbia paura della morte
[4] Differenza
Rispondi alle seguenti domande
Prova a ricostruire, in tutte le sue componenti, lo stato d’animo dell’autore.
Per quali ragioni l’ambiente in cui vive Leopardi gli sembra così insoddisfacente?
Quali considerazioni fa relativamente alla noia, spiegalo con parole tue.
A chi è indirizzata la lettera, in quali rapporti è il poeta con il destinatario?

Durante il periodo dell’infermità agli occhi, crebbe dentro di lui, assieme al senso di solitudine e di malinconia, il desiderio di andarsene. Fu così che il giovane Leopardi organizzò una fuga, all’insaputa di tutti. Recanati apparteneva allo Stato Pontificio. Per uscire dallo Stato Pontificio era necessario avere un passaporto. Chiese quindi alle autorità un passaporto per il Lombardo Veneto. Ma nel piccolo paese le notizie volano. Infatti il funzionario della polizia di Macerata, a cui era arrivata la richiesta, ne parlò con Carlo Antici, fratello di Adelaide e cognato di Monaldo Leopardi.

Video – fuga da Recanati – Tratto dal film Il giovane favoloso

Quando il padre venne a conoscenza di questo, si fece inviare il passaporto e sventò il piano del figlio. Il fallimento del suo progetto fece cadere Giacomo in una profonda prostrazione. Le limitate prospettive del piccolo Borgo gli stavano sempre più strette.

In questo periodo Leopardi scrisse alcune delle sue opere più con conosciute.

La più conosciuta è sicuramente l’Infinito.

Tra il 1822 e il 1823 poté finalmente lasciare Recanati per andare a Roma; qui Leopardi cercò di trovare un impiego per non essere costretto a fare ritorno nel «natio borgo selvaggio», ma non riuscì. Fu così costretto a rientrare suo malgrado a recanati.

In questo periodo si dedicò alla stesura delle Operette morali.

Fra il 1825 e il 1830 Leopardi, nonostante le sua precarie condizioni di salute, Giacomo colse ogni possibile occasione per vivere lontano da Recanati. Si trasferì dapprima Milano, ma il clima uggioso non era adatto alla sua salute. Si spostò quindi a Bologna, Firenze e Pisa. Periodicamante tornava a Recanati.

Nel 1830, grazie alla generosità degli amici fiorentini, Leopardi potè tornare nella città toscana, accolto con grandi onori ma anche forti critiche. Con suo grande sconforto gli venne negato un premio dell’Accademia della rusca, che gli avrebbe permesso di risollevare la sua precaria situazione economica.

Video – Non assegnazione premio letterario

Gli anni fiorentini furono contrassegnati da un’intensa vita culturale e sociale, dall’amicizia con Antonio Ranieri e dall’amore non ricambiato per Fanny Targioni Tozzetti.

Nel 1833 si trasferì con l’amico Ranieri a Napoli, dove trovò, almeno inizialmente, un clima più adatto alla sua salute malferma.

Nel 1837 Leopardi morì nella sua ultima residenza, una villa alle pendici del Vesuvio dove aveva avuto l’opportunità di vedere una spettacolare eruzione del Vesuvio.

Opere

Infinito

Prima di leggere questa poesia vi chiedo di pensare

… ad un momento della vostra vita in cui siete rimasti in estasi,

… ad un momento in cui avete avuto la sensazione di essere stati avvolti da una gioia travolgente, straordinaria,

… ad  un momento in cui eravate felici, in cui vi siete lasciati cullare dalle emozioni meravigliose che in quel momento sono sbocciate dentro di voi …

Per questo ti chiedo ora di ascoltare questo brano musicale; puoi ascoltarlo con gli occhi chiusi, oppure puoi guardare le immagini che scorrono …

Il mattino di Edvard Grieg
Testo autografo del poeta

Viene composto nel 1819 quando Giacomo Leopardi ha 21 anni. Possiamo dire che questa è una delle poesie più celebri del poeta. Infatti in questo testo la realtà sensibile, le percezioni, i sentimenti e le riflessioni si fondono in un modo particolarmente originale. Ve la presento …

Parafrasi
Ho sempre amato molto, cioè mi sono sempre stati cari, sia questa collina solitaria che questa siepe, che impedisce al mio sguardo di guardare al di là, verso l’estremo orizzonte.
Ma stando seduto e osservando in quella direzione, dal momento che la mia vista è impedita, dalla siepe, io posso immaginare spazi infiniti che si estendono oltre la siepe e posso immaginare anche silenzi profondissimi che vanno oltre l’immaginazione umana; e così io mi lascio avvolgere dal pensiero e tutto questo mi procura una grandissima calma; ma sono così coinvolto da queste sensazioni, che provo quasi un senso di smarrimento nel cuore.
E non appena sento il vento che stormisce tra queste piante, sento il frusciare del vento tra le fronde degli alberi, io inizio a paragonare quell’infinito silenzio, nel quale mi ero immerso, a questa voce cioè alla voce al suono delle fronde degli alberi.
E in quel momento, e in questo confronto penso all’eternità, alle stagioni passate e quella presente che è viva, all’oggi che risuona.
Così il mio pensiero si perde in questa infinita immensità ed è meraviglioso, è piacevole, è dolce, per me, naufragare, perdermi, lasciarmi andare, in questo mare.

L’infinito infatti non nasce da un’emozione immediata, nasce

  • dalla negazione dei dati reali,
  • dall’esclusione alla vista determinata da una siepe.

Questa esclusione dà l’avvio ad un processo di conoscenza che porta il poeta a ritrovarsi in uno stato di beatitudine profonda.

L’esperienza dell’infinità dello spazio e del tempo non impedisce però al poeta di percepire lucidamente la realtà presente e concreta; egli infatti resta presente e ancorato alla realtà della quale coglie sia i suoni, come la voce del vento e altri suoni del presente, che le emozioni come la paura.

In questa lirica il paesaggio si riduce all’essenziale:

  • un colle,
  • una siepe,
  • un ultimo orizzonte.

Gli elementi della realtà hanno lo scopo di stimolare, per opposizione, l’immaginazione del poeta. Questo paesaggio essenziale diventa quindi:

  • una “visione”,
  • la rappresentazione di uno spazio che esiste solo nell’immaginazione,
  • uno spazio senza confini dove regnano quiete e silenzio.

Ma questo silenzio è così profondo da risultare quasi spaventoso “ove per poco il cor non si spaura“. Il suono del vento tra le foglie degli alberi riporta il poeta alla realtà presente ma la realtà esiste grazie all’immaginazione, al passato, alla storia, al tempo eterno. E noi viviamo solo una piccola frazione dell’eternità.

E il finale si conclude nell’ebbrezza, nella gioia, “il naufragar m’è dolce in questo mare“. Il poeta prova una immensa gioia, la gioia di aver scavalcato ogni confine, di aver raggiunto una dimensione infinita in cui i limiti, che imprigionano l’esistenza umana nello spazio e nel tempo, non hanno più significato.

In questa poesia Leopardi ci parla del supremo piacere dell’immaginazione.

Con un linguaggio chiaro Leopardi descrive il percorso che compie la mente: la mente è in grado di evadere dai limiti imposti dallo spazio e dal tempo, limiti che sono rappresentati dalla siepe.

Il superamento di questi limiti permette alla mente di uscire da sé stessa, di superare la distanza tra l’io e il mondo, di uscire da sè stessa, di entrare nell’immensità, di vagare nell’infinito, nel tutto.

Ma il percorso che fa la mente, è straordinario perché coinvolge non solo l’anima, ma anche il corpo, i sensi. E il piacere che ne deriva … è supremo.

Alla luna

1. O graziosa Luna, io mi rammento
2. che, or volge l’anno, sovra questo colle
3. io venia pien d’angoscia a rimirarti:
4. e tu pendevi allor su quella selva,
5. siccome or fai, che tutta la rischiari.
6. Ma nebuloso e tremulo dal pianto,
7. che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
8. il tuo volto apparia, ché travagliosa
9. era mia vita: ed è, né cangia stile,
10. o mia diletta Luna. E pur mi giova
11. la ricordanza, e il noverar l’etate
12. del mio dolore. Oh come grato occorre
13. nel tempo giovanil, quando ancor lungo
14. la speme e breve ha la memoria il corso,
15. il rimembrar delle passate cose,
16. ancor che triste, e che l’affanno duri!
PARAFRASI
O dolce luna graziosa, io mi ricordo, che, proprio un anno fa, io sono venuto su questo stesso colle ad ammirarti; io allora ero pieno di angoscia.
Tu stavi allora come appesa sopra quel bosco proprio come fai anche adesso e rischiaravi tutto con i tuoi raggi come rischiari ora.
A causa delle lacrime che mi sgorgavano dagli occhi e che mi rendevano la vista sfuocata, io ti vedevo nebulosa e traballante; io avevo gli occhi pieni di lacrime perché in quel momento la mia vita era piena di dolore e fatica. Devo ammettere che la mia vita è ancora carica di angoscia, era allora ed è così anche oggi.
Eppure mi fa bene ricordare il tempo passato e anche ricordare il dolore dell’anno passato.
Quando si è giovani, quando cioè il futuro ricco di speranze è ancora lungo, quando la speranza ha ancora un lungo percorso davanti a sé e la memoria ne ha invece uno breve, è piacevole ricordarsi degli avvenimenti passati, anche se questi sono tristi e anche se la sofferenza perdura ancora nel presente.

La poesia Alla luna affronta il tema del ricordo. Leopardi ci fa riflettere sul fatto che il ricordo ha un potere particolare: quello di riscrivere la realtà rendendola migliore.

Anche se il ricordo è legato a un momento triste e doloroso, ha comunque uno straordinario potere consolatorio.

Ma c’è di più: la “rimembranza” cioè il ricordare, secondo Leopardi, ha altissimo valore estetico, poiché rende poetico ogni oggetto. La lontananza nel tempo, come anche quella nello spazio, rende le immaginivindeterminate, “vaghe e indefinite”, che creano l’atmosfera poetica.

In questa poesia il poeta si rivolge alla luna e la chiama “graziosa” (v. 1) e “diletta” (v. 10). Lui si rivolge all’astro, le parla, si mette in dialogo con lei. Sente che la luna lo ascolta: questo gli permette di condividere il suo dolore.

Il sabato del villaggio

La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell’erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch’ebbe compagni dell’età più bella.

Già tutta l’aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
Giù da’ colli e da’ tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.

I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.
 
Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l’altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s’affretta, e s’adopra
Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.
 
Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
 
Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
È come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.
 

Le Operette morali

Le “Operette morali” sono 24 testi, scritti in forma di dialoghi, di parabole o di brevi racconti scritti in prosa. Sono state scritte da Giacomo Leopardi tra il 1824 e il 1832.

Queste “operette” hanno per protagonisti personaggi storici come Cristoforo Colombo, oppure mitologici come Ercole, o letterari come Torquato Tasso, ma anche personificazioni di concetti astratti come la morte o la natura e fantastici come folletti e gnomi, e persone comuni come un venditore di almanacchi.

Questi personaggi sviluppano i temi principali del pensiero leopardiano in modi fantasiosi. Si tratta di una raccolta di testi filosofici nel quale Leopardi vuole mostrare il vero. Nella sua ricerca del vero Leopardi vuole smascherare ogni illusione della realtà, falsi miti dell’età in cui vive, con lo scopo di aiutare l’uomo a trovare dei modi adeguati per vivere, con consapevolezza.

I temi che affronta sono temi importanti che sono stati affrontati nel corso dei secoli dalla filosofia. Lui parla anche di temi molto delicati come quello del suicidio, della malattia, delle speranze per il futuro, ma il modo in cui li affronta è molto particolare, decisamente innovativo.

 È straordinaria la sua capacità di affrontare temi così profondi con assoluta leggerezza. Sono scritti in prosa, in lingua letteraria moderna.

La forma trovata da Leopardi è decisamente innovativa, la lingua è chiara e lo stile è sempre divertito e ironico. In molti dialoghi il paradosso si unisce intreccia con la commozione e il sentimento.

Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?

Venditore. Sì signore.

Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Venditore. Oh illustrissimo sì, certo.

Passeggere. Come quest’anno passato?

Venditore. Più, di più assai.

Passeggere. Come quello di là?

Venditore. Più, di più, illustrissimo.

Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebbe che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?

Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.

Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?

Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.

Passeggere. A quale di questi vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore. Io? non saprei.

Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Venditore. No in verità, illustrissimo.

Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore. Questo si sa.

Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore. No, non vorrei.

Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Venditore. Lo credo.

Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?

Venditore. Signor no davvero, non tornerei.

Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore. Appunto.

Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore. Speriamo.

Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.

Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.

Passeggere. Ecco trenta soldi.

Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

Domande

L’intera discussione scaturisce da una domanda del passante: quale?
Cosa pensa il venditore secondo te?
Cosa pensa il passante, secondo te?
Tu cosa ne pensi?
In quali punti emerge l’ironia dell’autore?
Definiresti questa ironia amara o bonaria?
Perché?
Alla fine il passante compra un almanacco nuovo, che cosa significa secondo te?

Dialogo della Natura con un islandese

Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l’interiore dell’Affrica, e passando sotto la linea equinoziale in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare quelle nuove acque. Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell’isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all’ultimo gli disse.

Natura
Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?

Islandese
Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.

Natura
Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.

Islandese
La Natura?

Natura
Non altri.

Islandese
Me ne dispiace fino all’anima; e tengo per fermo che maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere.

Natura
Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove non ignori che si dimostra più che altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi?

Islandese
Tu dei sapere che io fino nella prima gioventù, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della vanità della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto; tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano.
Per queste considerazioni, deposto ogni altro desiderio, deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando in modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessun bene del mondo, vivere una vita oscura e tranquilla; e disperato dei piaceri, come di cosa negata alla nostra specie, non mi proposi altra cura che di tenermi lontano dai patimenti.
Con che non intendo dire che io pensassi di astenermi dalle occupazioni e dalle fatiche corporali: che ben sai che differenza e dalla fatica al disagio, e dal viver quieto al vivere ozioso.
E già nel primo mettere in opera questa risoluzione, conobbi per prova come egli e vano a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di potere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti offendano; e cedendo sempre spontaneamente, e contentandosi del menomo in ogni cosa, ottenere che ti sia lasciato un qualsivoglia luogo, e che questo menomo non ti sia contrastato.
Ma dalla molestia degli uomini mi liberai facilmente, separandomi dalla loro società, e riducendomi in solitudine: cosa che nell’isola mia nativa si può recare ad effetto senza difficoltà.
Fatto questo, e vivendo senza quasi verun’immagine di piacere, io non poteva mantenermi però senza patimento: perché la lunghezza del verno, l’intensità del freddo, e l’ardore estremo della state, che sono qualità di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m’inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, né in casa né a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio.
Né anche potea conservare quella tranquillità della vita, alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri: perché le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla, il sospetto degl’incendi, frequentissimi negli alberghi, come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano mai di turbarmi.
Tutte le quali incomodità in una vita sempre conforme a se medesima, e spogliata di qualunque altro desiderio e speranza, e quasi di ogni altra cura, che d’esser quieta; riescono di non poco momento, e molto più gravi che elle non sogliono apparire quando la maggior parte dell’animo nostro è occupata dai pensieri della vita civile, e dalle avversità che provengono dagli uomini.
Per tanto veduto che più che io mi ristringeva e quasi mi contraeva in me stesso, a fine d’impedire che l’esser mio non desse noia né danno a cosa alcuna del mondo; meno mi veniva fatto che le altre cose non m’inquietassero e tribolassero; mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire.
E a questa deliberazione fui mosso anche da un pensiero che mi nacque, che forse tu non avessi destinato al genere umano se non solo un clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi degli animali, e di quei delle piante), e certi tali luoghi; fuori dei quali gli uomini non potessero prosperare né vivere senza difficoltà e miseria; da dover essere imputate, non a te, ma solo a essi medesimi, quando eglino avessero disprezzati e trapassati i termini che fossero prescritti per le tue leggi alle abitazioni umane.
Quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il mio proposito, di non dar molestia alle altre creature, se non il meno che io potessi, e di procurare la sola tranquillità della vita.
Ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall’incostanza dell’aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove.
Più luoghi ho veduto, nei quali non passa un dì senza temporale: che è quanto dire che tu dai ciascun giorno un assalto e una battaglia formata a quegli abitanti, non rei verso te di nessun’ingiuria. In altri luoghi la serenità ordinaria del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese.
Venti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni tranquille dagli altri furori dell’aria.
Tal volta io mi ho sentito crollare il tetto in sul capo pel gran carico della neve, tal altra, per l’abbondanza delle piogge la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata di sotto ai piedi; alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che m’inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria.
Molte bestie salvatiche, non provocate da me con una menoma offesa, mi hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle ossa.
Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti all’uomo, e infiniti di numero; tanto che un filosofo antico2 non trova contro al timore, altro rimedio più valevole della considerazione che ogni cosa è da temere.
Né le infermità mi hanno perdonato; con tutto che io fossi, come sono ancora, non dico temperante, ma continente dei piaceri del corpo. Io soglio prendere non piccola ammirazione considerando che tu ci abbi infuso tanta e sì ferma e insaziabile avidità del piacere; disgiunta dal quale la nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa imperfetta: e da altra parte abbi ordinato che l’uso di esso piacere sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna persona, e la più contraria alla durabilità della stessa vita.
Ma in qualunque modo, astenendomi quasi sempre e totalmente da ogni diletto, io non ho potuto fare di non incorrere in molte e diverse malattie: delle quali alcune mi hanno posto in pericolo della morte; altre di perdere l’uso di qualche membro, o di condurre perpetuamente una vita più misera che la passata; e tutte per più giorni o mesi mi hanno oppresso il corpo e l’animo con mille stenti e mille dolori.
E certo, benché ciascuno di noi sperimenti nel tempo delle infermità, mali per lui nuovi o disusati, e infelicità maggiore che egli non suole (come se la vita umana non fosse bastevolmente misera per l’ordinario); tu non hai dato all’uomo, per compensarnelo, alcuni tempi di sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione di qualche diletto straordinario per qualità e per grandezza.
Ne’ paesi coperti per lo più di nevi, io sono stato per accecare: come interviene ordinariamente ai Lapponi nella loro patria.
Dal sole e dall’aria, cose vitali, anzi necessarie alla nostra vita, e però da non potersi fuggire, siamo ingiuriati di continuo: da questa colla umidità, colla rigidezza, e con altre disposizioni; da quello col calore, e colla stessa luce: tanto che l’uomo non può mai senza qualche maggiore o minore incomodità o danno, starsene esposto all’una o all’altro di loro.
In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena; laddove io non posso numerare quelli che ho consumati senza pure un’ombra di godimento: mi avveggo che tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere; tanto impossibile il viver quieto in qual si sia modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere.
Per tanto rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che gli uomini finiscono di perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volontà vera di fuggirli o di occultarsi; ma che tu, per niuna cagione, non lasci mai d’incalzarci, finché ci opprimi. E già mi veggo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi cumulo di mali e di miserie gravissime; e questo tuttavia non accidentale, ma destinato da te per legge a tutti i generi de’ viventi, preveduto da ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e preparato in lui di continuo, dal quinto suo lustro in là, con un tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in modo che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl’incomodi che ne seguono.

Natura
Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Islandese
Poniamo caso che uno m’invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande instanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d’intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da’ suoi figliuoli e dall’altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de’ tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l’avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t’ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l’abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura.

Natura
Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.

Islandese
Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?


Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall’inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell’Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.

Il giovane favoloso

https://www.raiplay.it/programmi/ilgiovanefavoloso

Fonti

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