Valsugana News Luglio 22

Giuseppe super Ungaretti è uno dei poeti più importanti del Novecento. La sua poesia è caratterizzata da versi brevissimi, da parole pure e da lunghi silenzi. 

Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888. I suoi genitori sono lucchesi, trasferiti lì perché il papà lavora come sterratore al canale di Suez.

Quando Giuseppe ha solo due anni il padre muore e la mamma rimane sola con i due figli. Mentre la madre lavora in un panificio ad Alessandria, i figli vengono affidati alle cure di diverse balie. In particolare Giuseppe si ricorda delle splendide favole raccontate da Anna, un’anziana croata. 

Ad Alessandria Giuseppe frequenta la gioventù egiziana ma studia in una scuola svizzera dove viene a contatto con la letteratura europea. 

Nel tempo libero frequenta anche la “Baracca rossa”, un ritrovo internazionale di anarchici. 

Nel 1912 Ungaretti decide di lasciare Alessandria per iscriversi all’università a Parigi. Durante il viaggio però si ferma in Italia dove visita le terre d’origine della sua famiglia. Per la prima volta i suoi occhi incontrano i paesaggi collinari e montani della Toscana. 

Parigi è la “Ville lumière”, il centro mondano e culturale della Belle Époque, con i suoi caffè, i teatri e il cinema, dove artisti di ogni genere vivono vite bohemien. 

Ungaretti studia alla Sorbona, frequenta i maggiori caffè letterari di Parigi e conosce gli artisti e gli intellettuali più importanti dell’epoca..

Il 1914 è l’anno dello scoppio della Grande Guerra. L’Italia, reduce dalla fallimentare campagna di Libia, tentenna; il governo è consapevole che l’esercito italiano non è né addestrato né equipaggiato per affrontare un nuovo conflitto. 

Ma Ungaretti appartiene a quella corrente di pensiero che ritiene che sia necessario anche l’intervento italiano. Quindi rientra in Italia e partecipa attivamente alla campagna interventista. Tra discorsi gridati sulla pubblica piazza e accordi segreti, nel 1915 l’Italia entra in guerra. 

E così, coerente con le sue idee, il giovane Giuseppe Ungaretti si arruola, volontario, nel 19° reggimento di fanteria, brigata Brescia.

Ma un conto è gridare sulla piazza, un altro è trovarsi in trincea, mal addestrati, esposti alle intemperie e al fuoco avversario. La vita al fronte non è eroica come era immaginata dal giovane Ungaretti.

La morte, il dolore, l’angoscia, la tristezza, sono accompagnati dalla paura e dal rumore delle granate e dell’artiglieria degli avversari.

In quella situazione estrema, la baldanza con cui è partito Ungaretti lascia spazio a riflessioni profonde che trovano voce sul suo taccuino. Il giovane inizia così a scrivere e i suoi pensieri assumono la forma di poesie.

Nei lunghi giorni in trincea, Ungaretti realizza il suo diario poetico e affida ai suoi versi emozioni e sensazioni, paure e illuminazioni. 

Con un linguaggio lapidario, scolpito, il poeta realizza componimenti poetici che talvolta hanno il sapore degli epigrammi come i famosissimi versi di Mattino “M’illumino / d’immenso” oppure quelli che descrivono le condizioni dei soldati “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”. 

Ungaretti si rivela poeta rivoluzionario, innovativo. Le sue liriche sono brevi, a volte ridotte ad una sola preposizione, ed esprimono forti sentimenti. La genesi delle sue poesie avviene nella sua quotidianità ma i messaggi che trasmettono assumono il carattere dell’universalità. 

Le sue poesie offrono infiniti spunti di riflessione e come valevano per noi in quel contesto, così possono valere anche per noi, oggi.

Giuseppe Ungaretti è uno dei tanti giovani nazionalisti che si erano gettati con entusiasmo nella prima guerra mondiale. Ungaretti pensa che questa guerra sia inevitabile ed è certo che quel conflitto ponga fine a tutte le guerre. 

Allora i giovani pensavano che fosse necessario un conflitto per incendiare il mondo vecchio e crearne quindi uno nuovo. Ma la storia dimostra quanto la realtà sia diversa dai sogni: infatti l’Europa si troverà a vivere 40 anni di guerre e violenze.

Solo una volta al fronte, sulle montagne del Carso, sull’Isonzo, Ungaretti depone l’ideologia, perché tocca con mano la realtà di morte e di distruzione, di corpi dilaniati.

Ma a fianco di questo strazio Giuseppe vede sorgere prepotentemente dentro di sé la fiducia e l’attaccamento alla vita. Assiste alla solidarietà che si crea tra commilitoni e sente crescere dentro di lui un senso di spiritualità che lo fa sentire parte di un grande universo, a cui si affida come una “docile fibra”. 

Nel 1916, tra prima linea e retrovie, conosce Ettore Serra, un giovane ufficiale. Proprio lui diventa il suo primo editore che pubblica, a Udine, la prima edizione della raccolta “Il porto sepolto”. 

Quando la guerra finisce Ungaretti torna a Parigi. Negli anni successivi inizia a lavorare per il Ministero degli Esteri. Intanto si è sposato e con una donna conosciuta in Francia che rimarrà sua compagna per tutta la vita. 

Il dopoguerra è difficile per tutti, anche per lui che è mussoliniano. Ma la sua produzione poetica continua ed evolve. Le liriche della seconda raccolta intitolata “Sentimento del Tempo”, la cui prefazione è di Benito Mussolini, sono caratterizzate da un linguaggio più disteso e meno epigrammatico. 

Nel 1926 muore sua madre, che era rientrata in Italia da poco: non si vedevano dal 1912. 

Lei profondamente cattolica, lui approdato al cattolicesimo solo recentemente trovano un punto di contatto nella fede comune. 

Nel 1932 la sua poesia ottiene il primo riconoscimento ufficiale. 

Alla fine degli anni ‘30  Ungaretti si trasferisce in Brasile dove insegna Letteratura Italiana all’Università di San Paolo. Qui due lutti lo lasciano prostrato: muoiono il fratello e il figlio. Il dolore di queste perdite segna il suo animo e lascia traccia nelle sue opere.

Rientra a Roma nel 43 e soffre molto l’occupazione della capitale da parte dei nazisti.

Negli ultimi anni ottiene molti riconoscimenti pubblici e in occasione degli ottant’anni riceve solenni onoranze da parte del governo italiano. Muore a Milano nel 1970.

La sua opera rimane a testimoniare sia i drammi del Novecento che il disagio esistenziale dell’uomo contemporaneo, un uomo privo di certezze ma sempre più assetato di assoluto.

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