Villa Farnesina Raffaello Sanzio

Amore e Psiche

Il mito, narrato da Apuleio, racconta le vicende di Psiche, una fanciulla di fattezze tanto raffinate che Venere, la dea dell’amore e della bellezza ne è gelosa. 

La bellezza di Psiche è tale che la gente inizia ad adorarla e sembra dimenticare la dea; per questo Venere teme che la bellezza della fanciulla possa arrivare ad oscurare la sua e decide quindi di liberarsi della ragazza: avrebbe sposato un uomo bruttissimo.

Venere incarica quindi suo figlio Amore di trafiggere il cuore di Psiche con una delle sue frecce in modo da farla innamorare dell’uomo più brutto della terra. 

Ma quando Amore vede Psiche, resta folgorato dalla sua bellezza e … invece che colpire lei, punge per errore sé stesso e si innamora perdutamente.

Il povero Amore è in preda al panico: come può rivelare il suo errore alla sua vendicativa madre? E come può vivere a fianco della sua amata senza che la madre lo scopra?

Intanto i genitori di Psiche ricevono un messaggio: dovranno lasciare la figlia sul bordo di uno scoglio da dove Zefiro la prenderà per portarla al degno marito. E così la bella Psiche si trova nelle ali del vento. Viene portata in un meraviglioso palazzo dove non c’è nessuno ma dove tutte le sue richieste vengono soddisfatte.

Di giorno è da sola, ma quella notte viene svegliata da un essere che lei non vede ma che dichiara di essere il suo sposo. Al buio lui le spiega che potrà essere sempre con lei solo di notte: inoltre la fanciulla deve promettere che non cercherà mai di vederlo.

Psiche, perplessa, ascolta e promette; ma la tenerezza e la passione che riempiono le loro notti la rassicurano molto.

La verità è che Amore, deve mantenere il segreto perché sua madre, la bella e terribile Venere, non ne deve sapere nulla.

Ma Psiche, spinta dalle sorelle, una notte decide di infrangere la promessa: vuole vedere il volto dello sposo perché teme che sia bruttissimo. Così prepara una lampada ad olio e, dopo che lui si è addormentato, illumina il suo volto.

Psiche resta incantata dalla bellezza del suo sposo e se ne innamora. Ma, disattenta, lascia cadere una goccia di olio bollente dalla lampada con cui scotta il suo amato. Lui spaventato prima e arrabbiato poi, scappa via, deluso per il suo tradimento.

Psiche è disperata: la vista di Amore l’ha fatta innamorare perdutamente. Cerca invano Amore, che si è rifugiato nel palazzo di sua madre.

Quando la fanciulla non ha più lacrime da versare, disperata, si incammina verso il tempio di Venere decisa chiedere aiuto alla dea dell’amore: vuole ritrovare il suo sposo. 

Venere è ancora arrabbiata sia per la bellezza di Psiche che per la stupidità di suo figlio. Quando Psiche si presenta da lei e le chiede aiuto, la dea le sottopone diverse prove per ritrovare il marito.

Ma quelle prove sono impossibili da superare:

  • deve dividere un mucchio di granaglie varie, in mucchietti omogenei;
  • deve recuperare la lana dalle terribili pecore dal vello d’oro;
  • deve scendere negli inferi per recuperare la boccetta della bellezza da Proserpina.

Psiche è decisamente inesperta e molto pasticciona e, mossa dall’amore non si ferma a pensare che quelle prove sono impossibili da superare, ma si mette in gioco.

La fanciulla non sa che quell’amore è protetto dal fato, ma non si stupisce quando arrivano una schiera di formiche e in poco tempo le granaglie sono divise.

Quindi il vento che soffia tra le canne la avvisa di non avvicinarsi alle pecore di giorno perché troppo pericolose: potrà invece cogliere i fiocchi del loro vello che restano imprigionati tra gli arbusti. 

Venere guarda con diffidenza quella fanciulla che riesce a superare quelle assurde prove, mentre Amore, anche se ancora arrabbiato, segue le avventure della sua amata con benevolenza.

Quando la fanciulla scende nel regno dei morti, ottiene l’ampolla da Proserpina.

Prima di avviarsi verso il regno dei vivi, però, spinta dalla curiosità, la apre e sprofonda nel sonno.

Cosa può accadere a una fanciulla che si addormenta nel profondo degli inferi?

Che sia tutto perduto?

Che Psiche sia destinata al sonno eterno? 

A quel punto Amore, si rende conto di quanto Psiche abbia fatto per ritrovarlo: ha visto il suo impegno e anche le sue fragilità. Allora, dopo aver ottenuto la benedizione del loro amore da Zeus, corre in suo aiuto. 

Finalmente i due giovani possono ritrovarsi e sono destinati a vivere palesemente il loro amore. 

Orfeo

Questo mito racconta della storia d’amore tra Orfeo, poeta e musicista, e la ninfa Euridice. 

Ogni creatura vivente amava Orfeo per la sua arte. 

Componeva poesie meravigliose che cantava accompagnato dal suono della sua lira: chiunque lo ascoltasse rimaneva affascinato. 

Ma gli occhi di Orfeo erano solo per la bella Euridice che si innamorò di lui.

Gli occhi dei due giovani si incrociarono  e i loro cuori si intrecciarono: conquistato l’amore della fanciulla, Orfeo ed Euridice si sposarono.

Ma i due giovani non sono destinati alla felicità: infatti Aristeo, figlio del dio Apollo, (nella mitologia gli dei spesso si frappongono tra gli uomini) si innamora perdutamente di Euridice. 

La giovane ninfa però non è interessata al dio perché il suo cuore è già occupato e rifiuta le sue attenzioni; arriva addirittura ad essere terrorizzata dalle insistenze del giovane.  

Accadde un giorno che la ninfa si trovò costretta a fuggire per evitare Aristeo. La giovane non si accorse che, correndo nell’erba aveva calpestato un serpente velenoso. L’animale, spaventato reagì mordendo il piede di Euridice. 

Il morso le fu fatale e in pochissimo la fanciulla morì.

Quando Orfeo apprese la notizia si disperò e levò al cielo i suoi canti disperati. 

Il canto di Orfeo era struggente tanto che tutti coloro che lo ascoltavano non potevano non commuoversi. 

Ninfe, dei e persino le terribili Erinni (sono, nella religione e nella mitologia greca, le personificazioni femminili della vendetta soprattutto nei confronti di chi colpisce la propria famiglia e i parenti – Furie nella mitologia romana) piansero con lui.  

Il dolore della perdita non si affievoliva, gli sembrava di impazzire dal dolore. Decise quindi che avrebbe dovuto fare qualcosa e prese una decisione inusuale e terribile: sarebbe andato a riprendersela nel regno dei morti, nel regno di Ade. 

Doveva parlare a Ade e Persefone, i sovrani del regno dei morti. 

Sapeva che il viaggio nelle terre di Ade non era per niente facile, anzi era pericoloso, ma solo  Ade e Persefone avrebbero potuto restituire Euridice alla vita. 

Il viaggio fu molto impegnativo e Orfeo dovette superare molti ostacoli prima di arrivare a destinazione. 

Incontrò il temibile Caronte: il custode infernale che traghetta le anime verso l’Ade. 

Grazie alla musica di Orfeo, Caronte acconsentì ad accompagnarlo al di là; la sua musica riuscì anche a placare Cerbero, il suo guardiano a tre teste. 

Quando Orfeo finalmente si trova al cospetto di Ade e Persefone pone loro la sua richiesta. 

Persefone si lascia intenerire dalle parole e dal canto di Orfeo: concederà la risalita di Euridice ad una condizione: Orfeo doveva tornare sulla terra senza mai girarsi per vedere la sua amata durante tutto il viaggio. Se si fosse girato prima di essere fuori la fanciulla sarebbe tornata per sempre nel regno dei morti. 

Per controllare che Orfeo rispettasse l’accordo sarebbero stati accompagnati da Ermes, il dio con le ali ai piedi, messaggero degli dei.

Il patto è stato stipulato tra Persefone e Orfeo, Euridice non ne sapeva nulla. 

Per questo motivo, mentre i due stanno risalendo sulla terra, Euridice continua a chiamarlo. La voce di lei è triste, lei non capisce. Ma Orfeo non può girarsi. Procede deciso quindi  senza mai voltarsi indietro.

Solo quando Orfeo ha raggiunto la luce, certo di essere ormai uscito dagli inferi si gira a guardare la sua bella. 

Ma Euridice era ancora molto indietro, a causa del morso del serpente non riusciva a camminare velocemente come Orfeo. Lei quindi non era ancora uscita dal regno dei morti. L’errore di Orfeo fece rompere il patto fatto con Proserpina e la fanciulla scompare, stavolta per sempre.

Questo mito viene concluso in diverse versioni: 

Ovidio, nelle Metamorfosi, narra che Orfeo abbia pianto per sette giorni. Quindi venne ucciso dalle baccanti (le ancelle di Bacco) arrabbiate perché lui aveva iniziato ad essere attratto dagli uomini. 

Virgilio, nelle Georgiche, racconta che pianse per sette mesi, continuando a cantare tristemente e a suonare la sua lira tristemente. Quindi venne ucciso da altre donne inviperite. Solo dopo venne accolto nei Campi Elisi.

In tutte le versioni comunque si racconta che la testa di Orfeo venne separata dal suo corpo e gettata nel fiume Ebro. Ma anche in acqua e anche se separata dal corpo, il mito racconta che la sua testa abbia continuato a cantare le sue tristi canzoni. 

Teseo

Quando Teseo è partito da Atene, aveva un obiettivo molto alto, voleva liberare la sua città dalla schiavitù di Creta. Infatti tutti gli anni Atene doveva fornire delle giovanette da dare in pasto al Minotauro. 

Egeo, il re di Atene non sapeva come svincolarsi e allora suo figlio Teseo decise di partire. Arrivò a Creta coraggioso e inconsapevole. Non immaginava che il Minotauro fosse in mezzo a un labirinto. 

Il labirinto è un luogo terribile, un luogo in cui ci si perde, un luogo in cui si perde la speranza e la fiducia. Era stato costruito da uno dei più grandi architetti dell’antichità, il famoso Dedalo. 

Tanti erano andati a cercare di uccidere il Minotauro, ma nessuno era riuscito. 

La Corte dove viveva il Minotauro era popolata di personaggi mitologici il papà del Minotauro si chiamava Minosse era il famoso re di Creta che aveva imbrogliato Poseidone il dio del mare. 

Minosse era figlio di Europa e Zeus. 

Uno dei miti racconta che era considerato un re giusto e saggio. Egli ereditò il trono di Creta. Per la sua grande saggezza venne posto come giudice degli Inferi. 

Secondo un altro mito, dopo che il padre adottivo di Minosse morì, egli edificò un altare in riva al mare, perché voleva sacrificare un animale a Poseidone. 

Chiese quindi al re del Mare di inviargli un toro e Poseidone gli concesse un magnifico toro bianco che gli sarebbe stato offerto in sacrificio. Si trattava quindi di un regalo boomerang. 

Il toro però era così bello che Minosse decise di tenerselo e di sacrificare, al suo posto, un altro toro. 

Questo giochetto non piacque però a Poseidone che decise di vendicarsi. Per fare questo fece un incantesimo alla moglie di Minosse, Pasifae, perché lei si innamorasse del toro. 

Successe quindi che Pasifae sviluppò ben presto una passione così folle per l’animale da spingerla a desiderare ardentemente di unirsi a esso. Decisa a soddisfare il proprio impulso mostruoso, la regina chiese aiuto all’architetto Dedalo. Lui costruì una vacca di legno cava, rivestita della pelle di mucca. Pasifae entrò quindi nella costruzione per consumare il rapporto. Il toro, montando la finta vacca, fecondò Pasìfae che diede alla luce il Minotauro.

Il Minotauro era una creatura mostruosa, feroce e vorace, per metà toro e per metà uomo. Per questo il Minotauro venne nascosto da Minosse nel palazzo di Cnosso, dentro un labirinto costruito dallo stesso Dedalo. 

Secondo la leggenda, Minosse fu un re combattente e vinse numerose guerre contro i popoli vicini. Attaccò anche la città di Atene dopo che il re Egeo aveva fatto uccidere suo figlio. Minosse riuscì a sconfiggere Atene e impose un pesante tributo. Pretese che ogni nove anni venissero inviati sette fanciulli e sette fanciulle da Atene per essere dati in pasto al Minotauro, che si nutriva di carne umana. 

Ma Teseo non sopportava più questa imposizione e partì. Arrivato lì si trovò una difficoltà insormontabile da superare. Il labirinto non avrebbe concesso lui nessuno scampo. Se anche lui fosse riuscito ad arrivare al Minotauro e se anche lui fosse riuscito a uccidere il Minotauro, non sarebbe di sicuro uscito dal labirinto stesso.

Mentre il coraggioso Teseo stava pensando che cosa fare, ecco che  si presentò davanti a noi una fanciulla. La bellissima ragazza si chiamava Arianna.  

Teseo le raccontò il suo progetto mentre Arianna lo ascoltava incuriosita. Arianna era la sorella del Minotauro, figlia di Pasifae e di Minosse.  Ma la ragazza soffriva della prepotenza, della violenza e della ferocia del Minotauro che si imponeva tutti e che regolava la vita di tutta l’isola.  

Tutta la vita di Creta e della sua famiglia ruotava attorno alla terribile figura del Minotauro. 

Ma questo giovane le sembrava straordinariamente coraggioso. In più era bellissimo. Inoltre veniva dal mare, sembrava inviato dagli dei. E veniva da lontano e quindi l’avrebbe, forse, portata via di là.

Decise quindi di dargli il suo aiuto. Arianna diede un lungo gomitolo a Teseo. Gli promise che avrebbe sempre tenuto un capo di quel filo. Lui avrebbe potuto cominciare a camminare. Quando avesse incontrato il filo, sarebbe dovuto retrocedere. Lei sarebbe rimasta fuori dal labirinto con il gomitolo in mano e l’avrebbe aspettato.   

Arianna augurò a Teseo di arrivare presto al Minotauro di sconfiggerlo e di uscire vincitore. 

Teseo non ebbe neanche per un momento il dubbio che lei avrebbe lasciato andare quel filo. Eppure si trattava solo di un filo che poteva essere tagliato o lasciato andare. Ma Teseo era sicuro che Arianna lo avrebbe tenuto saldamente e, forte di questo filo di fiducia, Teseo poté affrontare il suo viaggio, incontrare il Minotauro, ucciderlo e tornare indietro vincitore.

Il ratto di Europa

Europa era la figlia del re di Tiro, Agenore. Un giorno, la fanciulla era sulla spiaggia assieme alle sue ancelle; stavano giocando. Vicino a loro una mandria pascolava placida.

Europa era di un abellezza sfolgorante tanto che Zeus, il dio più importante dell’Olimpo, la vide e se innamorò all’istante.

Zeus era sposato con Era, dea della famiglia e della fertilità e donna gelosissima. Zeus però non riusciva a resistere alla bellezza femminile e si innamorava spessissimo. Ogni volta che accadeva doveva cercare uno stratagemma per nascondersi a sua moglie: solitamente cambiava aspetto.

Quel giorno Zeus decise di trasformarsi in un bellissimo toro bianco, sia per non ingelosire sua moglie che per non spaventare la bela Europa, mostrandosi a lei nelle sue sembianze divine.

La giovane rimase incantata alla vista di quello splendido animale: i suoi occhi erano così mansueti da sembrare umani. Quando il toro si avvicinò docilmente alla giovane lei non ebbe paura. Quindi egli si accucciò ai suoi piedi. Lei colpita dalla docilità del toro iniziò ad accarezzarlo.

Il ratto di Europa, Johan König  (Norimberga, 1586 – 1635 circa)

La vicinanza fece crescere la confidenza tanto che Europa decise di salire sulla groppa del toro.

Ma Europa non immaginava quello che sarebbe accaduto.

Il toro, infatti, appena ebbe la ragazza sulla gruppa, si mosse rapidamente e si diresse verso il mare. La fanciulla, sorpresa e stupita, non pensò di saltare dalla groppa del toro, ma si attaccò con tutte le sue forze al collo taurino. In un attimo furono tra le onde e in mezzo al mare.

Il toro Zeus condusse la fanciulla su un isola: si trattava dell’isola di Creta. Quando quando furono giunti sulla terraferma, Zeus si rivoleò a lei e si mostrò nella sua vera identità di Dio degli dei.

La giovane rimase ammaliata dal fascino del dio e si innamorò di lui.

L’amore corrisposto meritava un dono ma Zeus, per dimostrarle il suo affetto, le fece addirittura due regali.

Innanzitutto chiamò Europa l’isola dove erano sbarcati e tutte le terre che erano vicine, e, per ricordare l’animale in cui si era tramutato, creò una nuova costellazione, il toro, e la posepoi tra i segni dello zodiaco.

Pigmalione

La mitologia ci racconta che Pigmalione era un abile scultore. Le sue opere erano incantevoli e la più bella era un nudo femminile intagliato nell’avorio. Ma lo scultore dedicava tutta la sua passione alle sue opere e non pensava all’amore, a cui era addirittura indifferente.

Ma siamo nel tempo in cui le divinità vogliono essere onorate dagli umani e la dea Afrodite, la dea dell’amore, offesa dall’indifferenza che le dedicava Pigmalione, decise di farlo innamorare proprio di quella sua splendida statua. 

Pigmalione così si trovò non solo ad ammirare la sua statua, ma anche a struggersi d’amore per lei. Quell’amore a senso unico, che non avrebbe mai potuto essere corrisposto, rendeva Pigmalione triste e malinconico. 

Un giorno, prostrato dal dolore Pigmalione supplicò Afrodite perché facesse finire quel suo strazio.

La dea dell’amore, inizialmente rimase a guardare la sofferenza di chi l’aveva sdegnata per tanto tempo; ma poi ebbe compassione di lui perché lei era la dea dell’amore e non poteva rimanere indifferente alle suppliche di amore. 

E così, per volere divino, la statua prese vita e Pigmalione fu finalmente felice.

Demetra e Persefone

Demetra, divinità protettrice della natura, dei raccolti e delle messi, era madre di Persefone. La fanciulla era bellissima e Ade, il dio degli inferi si innamorò di lei. Un giorno Ade, con la complicità di Zeus, decise di rapire Persefone per portarla nel suo regno.

Quando Demetra si accorse della scomparsa della figlia la cercò ovunque. Dopo dieci giorni di ricerche la dea scoprì che la fanciulla era stata rapita proprio da Ade il re degli inferi.

Sentendosi tradita da una divinità che apparteneva alla sua stessa famiglia, Demetra, per vendicarsi, decise che la terra non avrebbe più dato frutti e così gli umani si sarebbero estinti. La disperazione di Demetra diffuse quindi povertà e carestia sulla terra.

Gli dei non potevano permettere che l’umanità si estinguesse e quini, dopo molte vicende, si giunse ad un accordo. Persefone avrebbe trascorso alcuni mesi sulla terra e altri nel regno dei morti. Allora Demetra decise, che quando sua figlia era nel regno dei morti, sulla terra sarebbe stato sarebbe stato freddo e la natura si sarebbe addormentata dando così origine alla stagione fredda, mentre quando Persefone fosse stata con lei, sulla terra, la natura avrebbe dato di nuovo fiori e frutti.

La mela d’oro

Zeus aveva organizzato un banchetto per il matrimonio tra Peleo e Teti (che saranno i genitori di Achille). Ma, come accade spesso, Zeus dimenticò di invitare una dea molto permalosa: Eris la dea della discordia.

La vendicativa Eris decise quindi di dare il suo contributo alla cerimonia,  facendo cadere, nel bel mezzo della festa, una mela d’oro, che portava incisa l’iscrizione “alla più bella”.

Tra tutte le invitate Era, Atena e Afrodite iniziarono a litigare: tutte e tre sentivano che la mela era destinata a loro. Per scegliere la più bella decisero quindi di rivolgersi al dio degli dei, Zeus. Ma il saggio Zeus sapeva benissimo che, se avesse operato lui la scelta, ne avrebbe pagato lui tutte le conseguenze.

Era era sua moglie e non gli avrebbe perdonato una scelta diversa da lei. Atena (dea guerriera, della ragione e delle arti) e Afrodite  (dea dell’amore) gli avrebbero dato sicuramente del filo da torcere.

Il dio degli dei decise quindi di rinviare il giudizio a qualcuno che non conosceva le tre divinità e che, quindi, non si sarebbe fatto influenzare. Chi meglio di Paride, un bellissimo pastore che viveva sperduto, inconsapevole di tutto?

Ma il giovane e splendido Paride, non sapeva di essere il figlio di Priamo, re di Troia, e di sua moglie Ecuba. Era accaduto infatti che Ecuba, poco prima di dar alla luce Paride, avesse sognato un grande incendio. Quando si era rivolta all’indovino per comprendere il senso del sogno, questi aveva confermato che si trattava di un sogno premonitore: quel figlio andava ucciso subito perché altrimenti avrebbe causato la fine di Troia.  

Ma né Ecuba né Priamo potevano accettare di uccidere il loro secondogenito. Avevano deciso invece che lo avrebbero allontanato per sempre da Troia: lo avrebbero mandato in montagna e affidato alle cure di un pastore.

E quindi al pascolo lo trovò Ermes, incaricato di portare a lui le tre divinità che aspiravano al titolo di “più bella”.

Zeus pensava che il giovane Paride sarebbe stato imparziale, ma ognuna delle tre divinità cercò di convincerlo, con promesse di doni, a conferire a lei il pomo d’oro.

  • Atena gli promise sapienza, saggezza e forza: nessun guerriero sarebbe stato forte come lui, sarebbe quindi stato imbattibile.
  • Era gli promise ricchezza e potere: tanti popoli sarebbero stati a lui sottomessi e il suo nome sarebbe stato ricoperto di gloria.
  • Afrodite gli promise l’amore della donna più bella del mondo.

Ma chi volete che scelga un giovane, vigoroso e forte? Ovviamente scelse l’amore. Non ci si può neanche immaginare quanta rabbia si scatenò nelle due perdenti.

E fu così che un affare nato sull’Olimpo, arrivò a devastare la vita degli umani.

Afrodite aiutò Paride a conquistare la donna più bella del mondo. Ma la donna in questione era Elena, moglie di Menelao, re di Sparta. Il matrimonio di questi due aveva avuto come testimoni tutti i re delle isole greche. Per questo tutti i sovrani delle polis greche si mossero contro Troia e iniziò una guerra destinata a durare un decennio.

La fata Provo e la strega Non riesco

Nel mondo delle Creature magiche esistono infinite creature. La tradizione popolare è piena di esseri magici e queste due in particolare hanno dei nomi curiosi. Provo è il nome di una fata e Non Riesco è quello di una strega.

La fata Provo è una faccendiera, sempre molto attiva, ama lavorare e si dedica a un moltissime attività

La strega Non riesco invece è una dormigliona. Lei ama riposare, dormire e sonnecchiare e quando è sveglia ama comunque fare le sue cose, non vuole essere disturbata.

Ma entrambe hanno un udito sottile e acuto: sentono tutto.

Accade che quando noi umani pronunciamo le parole Non riesco, la povera strega viene svegliata. Invocata e disturbata si irrita moltissimo.

A quel punto che cosa fa? Lei va a cercare la persona che l’ha svegliata e comincia a tormentarla, a punzecchiarla, a tirarle i capelli, ad infastidirla, Si mette d’impegno per ostacolare qualsiasi attività stia facendo la persona che l’ha chiamata. 

La Fata Provo invece ama lavorare tantissimo. Ama fare tante cose, è curiosa e si diverte a fare cose diverse. 

Quando qualcuno nel mondo dei vivi la invoca, e quindi dice la parola “provo”, lei lascia quello che stava facendo per aiutare la persona che l’ha invocata.

E così accade, che, quasi per magia, quando una persona comincia a dire “non riesco” le cose che sta facendo non funzionino mentre quando lei utilizza la parola “provo” e si mette in gioco, come per magia le cose …  funzionano.

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