Categorie
fascismo Letteratura italiana Novecento Poesia

Eugenio Montale

È uno dei poeti più amati del Novecento.

Perché Montale è famoso?

  1. Montale è famoso innanzitutto perché ha saputo raccontare le paure, i sogni e le speranze degli uomini del suo tempo.
  2. In secondo luogo egli ha saputo testimoniare il disagio degli intellettuali del Novecento, che si trovano disarmati di fronte ad una realtà nuova, che non riconoscono. Infatti nel corso del ventesimo secolo molte certezze sono crollate, si sono dissolte le illusioni che provenivano dalla religione – lui si dichiara ateo – ma anche quelle che provengono dalle ideologie, che hanno fatto sperimentare all’Europa il dramma di due guerre. Montale è sato chiamato alle armi in entrambe.
  3. Il poeta, attraverso le sue poesie, ha raccontato gli aspetti essenziali della condizione umana di ogni tempo.
  4. Nonostante il periodo storico nel quale vive, il poeta riesce a porre nei suoi testi una straordinaria lezione di libertà e di dignità. Con le sue liriche Montale testimonia la sua costante ricerca della via d’uscita, del varco nel muro che ci chiude, la maglia che non tiene, della realtà che non si vede.

Biografia

Eugenio Montale nacque a Genova nel 1896 da famiglia borghese. Si diplomò in ragioneria nel 1915. A causa di grossi problemi di salute da giovane Eugenio non collaborò con l’azienda di famiglia e non potè frequentare la scuola. Si formò così da autodidatta con l’aiuto della sorella.

Amava la letteratura e studiò i poeti simbolisti francesi, conobbe i romanzi di Svevo e approfondì il pensero di Nietzsche e Schopenhauer. Di indole artistica prese lezioni di canto dall’infanzia e coltivò, per tutta la vita, la passione della pittura. Trascorse la sua giovinezza in Liguria e le estati nella casa di famiglia alle Cinque Terre. Il paesaggio delle Cinque Terre fa da sfondo alle liriche della sua prima raccolta poetica.

Curioso e vivace Montale, attento alla cultura contemporanea italiana ed europea, Montale si confrontò con la grande poesia del passato. In particolare amò Dante, Petrarca, Foscolo e Leopardi, al cui pensiero si sentiva particolarmente affine.

Alle armi 1917

Nel 1917 fu chiamato alle armi e svolse il servizio militare in Vallagarina come sottotenente di fanteria.

Dopo la guerra iniziò a pubblicare, nel 1922-23, le sue prime poesie. Qui prevaleva un forte senso di smarrimento di fronte ai misteriosi meccanismi che governano l’esistenza umana.

Nel 1925 pubblicò la raccolta Ossi di seppia.

Durante il Fascismo

Nel 1925 prese le distanze dal fascismo firmando il Manifesto degli intellettuali antifascisti, di Benedetto Croce. Nel 1927 si trasferì a Firenze, dove trovò lavoro presso l’editore Bemporad. Qui conobbe Drusilla Tanzi, con la quale si legò sentimentalmente. In quegli anni conobbe Gadda, Vittorini, Palazzeschi, Gatto e Quasimodo ed entrò a far parte del gruppo di “Solaria”. In questo periodo approfondì la lettura di Pound, Proust, Valéry, Kafka e, soprattutto, Eliot. Fu proprio riflettendo sul rapporto fra linguaggio quotidiano e linguaggio poetico che trovò ispirazione poetica e riflessione filosofica.

Nel 1929 ottenne la direzione del Gabinetto Vieusseux, una delle più pre-
stigiose istituzioni culturali fiorentine. Fu però allontanato da tale incarico dieci anni dopo per non aver voluto aderire al fascismo. Fu così sottoposto a regime di sorveglianza speciale dalle autorità fasciste.

In quegli anni aveva conosciuto la studiosa americana, di origini ebraiche, Irma Brandeis, alla quale si legò. Con il nome di Clizia, la Brandeis fu la musa ispiratrice a cui dedicò molte liriche della nuova raccolta Le occasioni (1939). Questa relazione, importante per Eugenio, si interruppe bruscamente alla partenza di lei per gli Stati Uniti, dopo che in Italia erano state emanate le leggi razziali.

La seconda guerra

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Montale fu dapprima costretto a lavori saltuari, come collaborazioni editoriali, traduzioni;
poi, nel 1940, venne richiamato alle armi e fu infine congedato nel 1942.

Nel 1943 uscì la raccolta Finisterre. Venne stampata in Svizzera per aggirare la censura, dal momento che molte liriche avevano carattere decisamente polemico di diverse liriche.

Furono anni dolorosi sotto il profilo personale: perse la madre, la sorella e Irma. Eugenio aveva previsto di seguire Irma, ma i due non si incontrarono mai più.

Il secondo dopoguerra

Finita la guerra Montale militò nelle file del Partito d’azione, fra il 1944 e il 1946. Nel 1948 si trasferì a Milano, prese le distanze da ogni idelogia e dalla vita pubblica. A Milano collaborò con il “Corriere della sera”, conobbe la poetessa Maria Luisa Spaziani, pubblicò la raccolta di poesie La bufera e altro e le prose della Farfalla di Dinard (1956) e nel 1962 sposò Drusilla Tanzi. La loro relazione, pur tra alterne vicende, era iniziata negli anni Vent; finalmente si sposarono. Purtroppo pochi mesi dopo Drusilla morì lasciando il poeta bnello sconfonto.

Molte erano state le donne che avevano inciso sul cuore di Eugenio, ma Drusilla era stata la presenza più forte e costante.

Montale ricevette prestigiosi riconoscimenti: la laurea in lettere honoris causa (1961), il premio internazionale Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei (1962), la nomina a senatore a vita (1967), infine il premio Nobel (1975).

Nel frattempo andava pubblicando le ultime raccolte di prose – Auto da fé (1966) e Fuori di casa (1969) – e di poesia – Satura (1971), Diario del ‘71 e del ‘72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977), Altri versi (1980) –.

Morì nel 1981 a Milano ed ebbe l’onore dei funerali di stato in Duomo.

Raccolte poetiche
Il primo Montale: la Liguria e gli Ossi di seppia (1896-1926)
Il secondo Montale: Le Occasioni e il periodo fiorentino (1927-1948)
Il terzo Montale: La Bufera e altro, il giornalismo a Milano (1948-1964)
Il quarto Montale: Satura, senatore a vita (1964-1971)
Il quinto Montale: Diari e altri versi, il premio Nobel (1972-1981)

Per un approfondimento sulla vita https://biografieonline.it/biografia-montale

La poesia di Montale

Montale in diverse occasioni sostiene che la letteratura ha valore morale e conoscitivo, come proposto dai grandi della letteratura che lui amava di più Dante e Leopardi. Il poeta è uomo disincantato, saggio, chiamato a
capire e a interpretare il presente.

Classicismo montaliano

Montale riteneva che le forme della tradizione possono assicurare alla scrittura la tenacia e la solidità necessaria per potersi far carico dei drammi dell’uomo contemporaneo. Il classicismo per Montale diventa una sorta di antidoto contro ogni eccesso, per assicurare alla poesia obiettività e resistenza al tempo e alle mode.

Il “correlativo oggettivo”

Il “correlativo oggettivo” è la tecnica espressiva che Montale utilizzò a partire dalle poesie inserite nella seconda edizione di Ossi di seppia del 1928.

Gli oggetti hanno il potere di trasmettere, oltre al loro significato elementare, un senso ulteriore: gli oggetti quotidiani possono diventare delle manifestazioni, delle epifanie, che fanno riferimento ad elementi che la sensibilità del poeta non riesce a esprimere altrimenti.

Montale trae questa tecnica in particolare da Eliot.

Il linguaggio poetico di Montale è estremamente ricco e articolato. I suoi modelli sono Dante e gli stilnovisti, Petrarca, Leopardi, fra gli italiani; Shakespeare, Donne, Browning, Baudelaire, fra gli stranieri.

I temi montaliani

L’ispirazione del poeta ruota attorno a tre poli:

  • il rapporto con la natura,
  • l’esperienza dell’amore,
  • il miracolo, ossia il desiderio di libertà, la via d’uscita.

La ricerca della verità porta Montale a rifiutare

  • sia la visione materialistico-positivistica della realtà
  • che quella derivante dalla religione cattolica o dalle ideologie ottocentesche.

La domanda centrale è l’uomo è libero oppure è costretto a obbedire a forze superiori?

A questa domanda la risposta non è semplice, nè univoca. Montale quindi ci propone una polarità.

Da un lato ci mostra il «male di vivere», il disagio esistenziale dell’uomo, e dall’altra testimonia la sua ricerca del varco, della via d’uscita, della via di fuga, del «miracolo».

La scrittura del poeta segue queste direzioni rimanendo nell’orizzonte concreto segnato dal paesaggio, dalla natura, dalla storia dell’uomo

La “via d’uscita” dal “male di vivere”

Il «male di vivere» raccontato in Ossi di seppia è, per Montale, sia malattia individuale che frutto del disorientamento in cui la cultura europea è franata nella prima metà del Ventesimo secolo. Questo «male di vivere» porta insicurezza, isolamento, incomunicabilità.

Ma questo «male di vivere», testimoniato nelle liriche di Ossi di seppia, è sempre associato alla sua ricerca della via d’uscita.

Nelle Occasioni la rottura dell’ordine negativo è affidata all’avvento di un personaggio esterno, un “fantasma salvifico”, capace di comprendere e dominare la realtà. Questo “fantasma” assume tratti femminili; è la donna che sa condividere la sofferenza umana per il male del mondo, ma che ne rimane incontaminata: sembra quasi una nuova Beatrice dantesca.

Questa donna angelo permette al poeta di coltivare speranza pur nel timore.

Nelle poesie di Satura la figura femminile che prevale è quella della
moglie defunta,

Ossi di seppia

La raccolta ebbe quattro edizioni: nel 1925, 1928, 1931 e 1948. Le
poesie sono riunite in quattro sezioni:

  • Movimenti,
  • Ossi di seppia,
  • Mediterraneo,
  • Meriggi e ombre.
  • Sono inoltre inserita due liriche isolate, In limine e Riviere.

L’espressione che dà il titolo alla raccolta, «ossi di seppia», allude a quei residui di seppia che rimangono abbandonati sulla spiaggia. Questa immgine ci racconta quell’essenziale che si rivela una volta consumato il superfluo.

In queste liriche il poeta sceglie una poesia antiretorica, che aderisce alla realtà quotidiana. Qui Montale cerca La verità nascosta dietro le apparenze. A differenza di D’Annunzio Montale rifiuta il prototipo dannunziano del poeta vate: non ha nessuna pretesa ideologica.

In attesa di certezze che non ci sono il poeta esprime quantomeno le sue distanze «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» (da Non chiederci la parola). La raccolta è attraversata dall’immagine del disagio esistenziale, quel «male di vivere» che affligge chi non trova, nella realtà, nulla in cui riporre fiducia.

Il poeta che soffre quella situazione di disorientamento attuale, ha una sola possibilità: la ricerca del «varco» che gli apra una via di fuga. E il suo compito è quello di testimoniare tale ricerca. In questo suo lavoro di ricerca il poeta si riferisce spesso a un “tu”, quasi sempre femminile, una figura impalpabile e legata alla memoria più che alla realtà. Si tratta infatti di donne che sono state presenti nella vita del poeta e che entrano nelle sue liriche nel momento in cui occupano uno spazio nella sua memoria. Il poeta affida a queste “donne angelo” speranze, ideali e aspirazioni, per averne forza, fiducia, sostegno.

Stile di Ossi di seppia

Il lessico è semplice, i termini sono tratti dall’uso comune. Non cerca facile musicalità, talvolta traduce con forme secche e dure la disarmonia del mondo. La sintassi è prevalentemente di tipo ipotattico. Le incertezze esistenziali del poeta sono testimoniate dall’uso di frasi condizionali e ipotetiche.

Per quanto riguarda la forma Montale sceglie soluzioni metriche tradizionali e rifiuta la strada ungarettiana della dissoluzione delle forme.

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
PARAFRASI

Prima strofa – Anche in questa lirica il poeta si rivolge direttamente al lettore, all’ascoltatore. Non chiedere a noi – noi intellettuali, noi poeti, noi uomini di quest’epoca – la parola, la spiegazione che possa dare una definizione precisa – che squadri – dei segreti del nostro animo indecifrabile, informe; non chiederci quella parola che potrebbe essere scolpita con lettere indelebili, marchiata a fuoco, quella parola che sappia dare delle spiegazioni in modo chiaro e lucente, come risplende un fiore di zafferano, il croco, con il suo colore vivido che risplende anche in mezzo a un campo polveroso.

Seconda strofa – Ah, è un’interiezione di sospiro, di disappunto! C’è anche chi, in questa fase storica – siamo in pieno fascismo e Montale è un antifascista – in questo momento, va dritto per la sua strada, procede senza preoccupazioni, perché è molto sicuro di sé stesso e del suo prossimo; quest’uomo non si preoccupa dell’ombra che proietta sul muro senza intonaco nella calura estiva, procede dritto certo senza dubbi.

Terza strofa – Qui nuovamente il poeta si rivolge di nuovo a noi, lettori e ascoltatori, chiede di nuovo di non pretendere, di non chiedere a lui, ai poeti, agli intellettuali, di rivelare la formula che possa spiegare le nuove prospettive, di conoscere il mondo, che possa aprire nuovi mondi, che possa dare nuove interpretazioni.
L’unica cosa che ci si può aspettare in questo momento è qualche sillaba distorta e secca come un ramo. Dal momento che in questo momento non ci sono certezze, il poeta può solo chiarire quello che non vuole, quello che non è, quello da cui vuole prendere distanza. Ma non è solo, altri con lui possono almeno prendere distanza da ciò che non condividono: quindi oggi i poeti possono dire quello che non sono e quello che non vogliono.

Il componimento Non chiederci la parola apre la raccolta Ossi di seppia. Montale scrive questa raccolta negli anni in cui si sta affermando il Fascismo. Il messaggio contenuto in questa lirica è quindi anche rivolto contro la veemenza e le false certezze ostentate dal regime. E di fronte alla sicumera del fascismo che fa paura, il poeta non ha certezze da rivelare.

Negli anni Venti, dopo i drammi della guerra e l’affermarsi del fascismo, con la sua diffusa violenza, il poeta non ha certezze da comunicare.

Nel momento in cui la situazione è difficile, quando sembra svanita ogni certezza, l’unica cosa che il poeta può fare è testimoniare la sua ricerca di una via d’uscita dalla situazione, la ricerca di un varco.

In questo componimento, nella strofa centrale, il poeta si pone in chiara polemica contro coloro che ostentano le loro sicurezze con forza e violenza, coloro che non si preoccupano dell’ombra che diffondono nel mondo scalcinato, perché ancora stremato dalla Grande Guerra. Montale, che era dichiaratamente antifascista, esprime il suo dubbio, nei confronti di questi nuovi potenti pieni di certezze.

Dopo aver dichiarato di non aver parole certe per spiegare la realtà di oggi, dopo aver preso distanza da chi non si preoccupa di calpestare gli altri, esprime la sua ricerca, racconta la sua verità. Se il poeta non può dire la formula magica che apra il mondo, che spieghi il mondo, che possa dare certezze, il poeta può comunque esprimersi, anche se solo tramite qualche storta sillaba, qualche parola secca come un ramo.

Ma rimane una certezza: il desiderio di prendere distanza e dichiarare quello che essi non sono, quello che non vogliono.

Noi impariamo a conoscere il mondo e, facendo esperienze, decidiamo quello che non ci piace, per capire quello che ci piace.

Ecco questo è il procedimento che utilizza Eugenio Montale.

Per ora, in questo componimento poetico, lui può dire quello che non vuole, quello che non è.

Riflessioni sul testo

  • E oggi, che cosa non sei, che cosa non vuoi?
  • Da cosa prendi distanza?
  • A che cosa non ti associ?

Meriggiare pallido e assorto

Trascorrere le ore del pomeriggio immersi in una luce accecante e nel torpore della calura presso un muro d’orto arroventato; ascoltare tra i rovi e la sterpaglia i rumori improvvisi e secchi prodotti dai merli e i fruscii delle serpi.
Spiare nelle fessure del terreno arido e sulla veccia (erba) le file di formiche rosse che ora si spezzano e ora si incrociano sulla sommità dei minuscoli mucchietti di terra a lato dei formicai.
Osservare da lontano tra le fronde degli alberi la superficie tremolante del mare,  che scintilla  come una distesa di rilucenti frammenti di metallo simili alle squame dei pesci, mentre dall’alto delle colline arse,  prive di vegetazione, si innalzano i tremuli scricchiolii delle cicale che friniscono.
E procedendo sotto il sole abbagliante avvertire, con triste stupore, il tormento continuo e il dolore di un’esistenza arida e solitaria, mentre si continua a costeggiare un muro invalicabile disseminato, sulla cima, di cocci di bottiglia taglienti.

Un ambiente assolato, caldo, metafora del disagio esistenziale, del grigiore della vita fa da sfondo a questa poesia montaliana. Ma anche qui, appare pur nella fatica la presenza di uno spiraglio. Per ora siamo nella fase della ricerca, che il poeta testimonia con il suo “seguitare”.

Temi

  • Muro e muraglia con cocci aguzzi di bottiglia costituiscono il limite invalicabile che condanna l’uomo all’isolamento.
  • L’orto è la prigione dell’esistenza.
  • Le crepe del suolo, i pruni, gli sterpi, i calvi picchi le formiche rosse raccontano l’aridità e il grigiore della vita.
  • Il palpitare lontano delle scaglie di mare è l’unica immagine positiva, perché suggerisce idea di infinito, di speranza.

Il sole è troppo caldo e troppo luminoso, non illumina ma abbaglia, non riscalda ma arroventa. Inoltre il meriggio è l’ora del torpore, in cui la mente non è lucida. Quindi è quella meno adatta alla conoscenza.

Eppure … Eppure il poeta non si arrende, continua a seguire quel muro alla ricerca del varco, della via d’uscita.

Sintassi e suoni

Perché l’aggettivo qualificativo è collocato prima del sostantivo? Il poeta mette in risalto le qualità dell’oggetto, spesso negative, rispetto  all’oggetto stesso, correlativo oggettivo del disagio esistenziale.

Perché la maggior parte dei verbi è coniugata all’infinito? Il tempo indeterminato connota l’azione in senso durativo. Questo permette di esprimere la situazione come assoluta, universale e non soggettiva. L’uso dell’infinito esprime senso di monotonia, di dolorosa immutabilità del destino dell’uomo.

La sonorità è dura con la frequenza di consonanti doppie, di suoni spinosi come l’ambiente descritto: “i”, “r”, i gruppi consonantici “st”, “sc”, “sch”.

Conclusione

Il disagio esistenziale è innegabile. La situazione dell’intellettuale, del poeta, dell’uomo a inizio Novecento è caratterizzata da un profondo disagio. Ma la dimensione vitale è presente, pur lontana. C’è, il mare laggiù, che scintilla, con l’acqua che si contrappone all’aridità della terra. Certo quella vitalità appare lontana, eppure la fatica della condizione esistenziale arida e non impedisce al poeta di cercare la sua ricerca, di proseguire nel suo cammino ripetitivo, alla ricerca della via d’uscita, del varco, che permetterà di superare quella muraglia coperta di cocci di bottiglia.

Figure retoriche

Figure retoriche

  • Allitterazioni  della “r” ” pResso “; ” tRa i pRuni “; “meRli”; “fRusci”; “cRepi”; “intRecciano”; “fRondi”; “scRicchi”; “spiaR le file di Rosse foRmiche/ ch’oRa si Rompono ed oRa si intRecciano”; del gruppo “tr”: “menTRe”; “TRemuli”; “TRiste”, “Travaglio; della “c”:”sCriCChi di CiCale dai Calvi piCChi”; di “c” e “z”: “Che ha in Cima CoCCi aguZZi”; di “s” e “sc”: “SchioCChi di merli, fruSCi di Serpi”
  • Analogie  “il palpitare / lontano di scaglie di mare” (vv.9-10): l’andirivieni della marea, è paragonato al battito di un cuore e l’intero mare sotto il sole cocente a un animale con scaglie luminose e scintillanti. Inoltre “si levano tremuli scricchi / di cicale dai calvi picchi” (vv. 11-12): i picchi delle alture prive di vegetazione sono paragonati a teste calve.
  • Climax  “crepe del suolo” (v. 5) – “minuscole biche” (v. 8) – “calvi picchi” (v. 12) – muraglia (v. 16): la poesia fa partire la sua descrizione dal di sotto del livello del terreno e man mano innalza la sua prospettiva sino ad arrivare alla cima della muraglia finale.
  • Enjambements  “palpitare / lontano di scaglie di mare” (vv. 9-10); “scricchi / di cicale” (vv. 10-11): l’unità di senso si completa nel verso successivo.
  • Metafore  “com’è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.” (vv.15-17): l’asprezza della vita è accostata, attraverso l’utilizzo della tecnica del correlativo oggettivo, a un cammino sulla cima di una muraglia piena di vetri rotti.
  • Onomatopea  “schiocchi” (v. 4); “fruscii” (v. 4); “scricchi” (v. 11): i termini riproducono i suoni prodotti dagli animali della riviera ligure (uccelli, serpenti e cicale).
  • Ossimori  “triste meraviglia” (v.13): il paesaggio suscita nel poeta la metafora finale, che è una rivelazione stupefacente ma allo stesso tempo malinconica.
  • Sineddoche  “e andando nel sole” (v.13): (il tutto per la parte) propriamente il cammino non è verso il sole ma verso la luce prodotta dal suo raggio che illumina il terreno.

I limoni

La poesia I limoni può essere considerata come una dichiarazione di poetica dell’autore. Il poeta infatti si rivolge direttamente al lettore e dichiara di rifiutare le poesie difficili dei poeti laureati, che hanno ottenuto l’alloro poetico, un prestigioso riconoscimento, per raccontare, invece, la realtà comune, il paesaggio della sua terra, con le sue asperità e col la fragrante esplosione di gioia e di colore di un giardino di limoni.

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
PARAFRASI
Ascoltami, i poeti laureati, cioè i poeti che hanno ottenuto il prestigioso riconoscimento della laurea poetica, come D’Annunzio ad esempio, a cui Montale si contrappone, scrivono poesie usando nomi altisonanti, usano termini difficili, elevati, come bossi ligustri o acanti.
Il poeta invece dichiara di amare le strade di campagna, tra erba e fossi, addirittura nelle pozzanghere mezze prosciugate i ragazzi possono anche agguantare qualche anguilla, che può essere rimasta dopo le piene estive.
Il poeta dichiara di apprezzare le vie che corrono lungo gli argini, le vie che passano tra canneti e portano fino agli orti dove si coltivano gli alberi dei limoni.
 
È meglio quando le gazzarre degli uccelli tacciono, si spengono perché i volatili si sono alzati e sono spariti nel cielo. È meglio perché in quel momento si può ascoltare il sussurro dei rami amici, rami che sussurrano nella aria ferma. E in quel silenzio si accendono le percezioni sensoriale e si percepiscono ancora di più gli odori, la fragranza penetrante dei limoni che permea la terra e che arriva all’animo dell’uomo e lo travolge con una dolcezza inquieta. L’inquietudine dolce è preludio di qualcosa di magico, di qualcosa che sta per arrivare.
In questa situazione di divertimento di entusiasmo in cui le passioni sono accese, come per miracolo la guerra tace. E non solo tace la guerra ma qui anche i poveri possono godere di una straordinaria ricchezza, una ricchezza per tutti, lo straordinario odore dei limoni
 
Nella terza strofa il poeta si rivolge di nuovo a noi ascoltatori e si apre ad una riflessione. Quando il silenzio ci avvolge, quando le cose sono nella loro essenza, sembra che possano raccontare, tradire il loro segreto. In quel momento di magica sospensione, può accadere qualcosa di strano:
In quel momento ci si può aspettare di scoprire qualcosa di inaspettato, uno sbaglio di Natura, il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, ci si può aspettare di scoprire la verità; è come se quello che noi vediamo fosse un’illusione, mentre la verità, quella vera è nascosta. Ma in quel preciso momento, l’aria rarefatta ci permette di passare oltre. E allora lo sguardo si accende, si guarda attorno, fruga d’intorno, la mente indaga, per capire, cogliere comprendere. E questa ricerca è permessa dal dilagante profumo dei limoni.
In quell’atmosfera magica, in quel silenzio, si può vedere al di là del materiale. Il Divino che si nasconde in ogni uomo emerge e può capitare di vedere nelle ombre che si allontanano le luce delle divinità evocate.
 
Nella quarta strofa però il poeta decide di porci di fronte alla realtà materiale. Sembra dirci: mi spiace, era tutta un’illusione e questa illusione se ne va via. Il tempo, la vita ci riporta nelle città rumorose, perché la realtà vera è quella delle città rumorose. Il resto è illusione tanto che l’azzurro è visibile solo a pezzi, sopra gli stipiti di porte e finestre. In città, nel grigio, il nostro animo si intristisce, la pioggia sfinisce l’uomo e la città.
Sembra che la luce intuita prima sia ormai persa …
Ma, accade invece l’inaspettato. Un giorno, da un portone malchiuso, lì tra il grigiore della città, tra gli alberi di un cortile appaiono agli occhi i gialli dei limoni. Ma allora era tutto vero, il potere della luce, dell’energia della forza dei limoni si impone alla vista e a tutti i sensi. I limoni infatti fioriscono e fruttificano sempre, tutto l’anno. E così e il gelo del cuore si scioglie perché il canto colorato e profumato dei limoni esplode e riempie il nostro petto, le trombe d’oro della solarità.

Nella prima strofa il poeta innanzitutto afferma di rifiutare le poesie difficili, per raccontare, invece, la realtà comune, il paesaggio semplice e colorato della sua terra, che si accende all’interno di un giardino di limoni. Qui compare per la prima volta il riferimento ai limoni, che rappresentano lo stato d’animo del poeta.

Nella seconda strofa il paesaggio Ligure diventa l’occasione per un’esperienza meravigliosa: la calma dell’estate, l’azzurro del cielo, il profumo dei limoni, tutti questi elementi creano un’atmosfera di sospensione che sembra preannunciare un evento miracoloso, quello che è anticipato dalla “dolcezza inquieta”. Ma quell’inquietudine è mitigata dalla fragranza delle piante di limone che rassicura l’uditore.

La terza strofa si apre invece alla magia, alla dimensione immateriale, spirituale forse, al miracolo laico di cui parla Montale. Il poeta afferma, con certezza, che si può vedere al di là della realtà che tutti vedono. Lui sembra dirci: “attenti, la realtà non è solo quella che vedete”! E sono magici i momenti in cui si può accedere a quella realtà. Sono quelli i momenti in cui la dimensione divina dell’uomo si mostra, perché è stata evocata, è stata disturbata e quindi è emersa.

La quarta strofa è giocata come l’antitesi in un testo argomentativo. Non c’è nulla di vero, sembra dire il poeta. Quella magia evocata dai limoni è solo un’illusione, un’illusione che è sfumata. La verità è un’altra, la realtà è triste e grigia, monotona. Era tutto finto, solo il grigiore e la tristezza sono reali. Ma … un giorno, nel grigiore appare di nuovo il colore dei limoni. Eccolo qui il varco, la via d’uscita, la verità … e allora, qual era l’illusione?  Qui il poeta sembrqa volerci chiedere di scegliere, ma ribadisce che, proprio in mezzo al grigiore, esplodono le trombe d’oro della solarità.

La realtà è un’illusione, benché persistente.

Albert Einstein

  • E io, quale via d’uscita io posso trovare? 
  • Cosa voglio fare? A quale illusione decido di credere? 
  • In coda voglio credere?

Spesso il male di vivere ho incontrato

Questa è una delle più famose poesie di Montale nella quale il poeta utilizza la tecnica del correlativo oggettivo per esprimere uno stato d’animo.

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

La poesia è costituita da due strofe le due strofe sono introdotte da due parole in antitesi, in polarità: male e bene.

Nella prima strofa in cui il poeta ci parla del male di vivere egli ci mostra tre immagini del male di vivere, nella seconda invece egli ci mostra la via d’uscita.

Il male di vivere è rappresentato da tre immagini:

  • il rivo strozzato che gorgoglia: il corso d’acqua che viene bloccato da qualche ostacolo e che rumoreggia,
  • l’accartocciarsi della foglia riarsa: attenzione qui non si parla di una foglia secca in autunno, quando è naturale che cada, qui il male di vivere è rappresentato da una foglia che si accartoccia perché è senza acqua, è assetata;
  • un cavallo stramazzato, a terra.

Il male di vivere è una condizione di disagio esistenziale che il poeta analizza racconta nelle sue varie liriche, un dolore, un male che è presente nella normalità della vita e che non deriva da alcun atto violento.

Qui però lo mette in polarità con il bene.

Infatti la seconda strofa esordisce con la parola “bene”. “Bene non seppi” cioè non ho trovato altro bene cioè “al di fuori del prodigio”, del miracolo, “che schiude la divina Indifferenza” che è permesso dall’indifferenza sovrumana; al male di vivere il poeta oppone il prodigio della divina Indifferenza.

E come possiamo capire cosa intende quando parla di Divina indifferenza? Il poeta ci offre altre tre immagini:

  • la statua che, alta, impettita, guarda tutto quello che accade, senza lasciarsi influenzare, durante le ore della calura pomeridiana, quando la sonnolenza avvolge la mente dell’uomo;
  • la nuvola che vaga nel cielo, che dall’alto riesce a vedere tutto, che non si lascia coinvolgere, ma che sempre osserva;
  • il falco in alto levato, il falco che parte dal terra e si eleva al di sopra di tutto e guarda le vicende degli uomini dall’alto.

La divina Indifferenza è dunque quell’atteggiamento che ci permette di prendere distanza dalle piccole fatiche quotidiane, per alzare lo sguardo al di là dell’orizzonte, per ampliare il nostro orizzonte, per essere più vicini al cielo, come la statua come la nuvola come il falco.

Quindi qual è la ricetta del … bene di vivere … in opposizione al male di vivere? È quella di riuscire a guardare le cose con distacco, come testimoniano tante tradizioni spirituali.

L’invito del poeta è quindi quello di non lasciarci schiacciare a terra, di puntare verso l’alto, di non farci travolgere dalla piccole cose della vita. E dal momento che questo non è facile il poeta ritene che ci sia del miracoloso nel riuscire a mantenere la divina Indifferenza.

Lettura di Vittorio Gassman

Le occasioni

La raccolta comprende circa cinquanta liriche composte tra il 1926 e il 1939. Il tema di queste liriche è legato all’attesa di una presenza
d’amore capace di salvare l’uomo dal nulla.

Il titolo della raccolta mette in evidenza il fatto che ogni testo sia legato a una particolare occasione. Queste occasioni sono da intendersi come un istante fatale dell’esistenza, uno di quegli istanti in cui appare, all’improvviso, la possibilità:

  • di intravedere una realtà diversa da quella che si vede,
  • di afferrare un senso.

Rispetto a Ossi di seppia, nelle Occasioni

  • cambia il paesaggio, si passa dalla Liguria alla Toscana
  • la riflessione del poeta acquista una maggiore dimensione politica e sociale.

I temi affrontati nella raccolta Occasioni sono:

  • la precarietà del destino,
  • la lacerazione legata alla separazione,
  • la contemplazione,
  • la tragedia della guerra,

Il personaggio femminile che domina le liriche diquesta raccolta è Clizia, pseudonimo di Irma Brandeis, la studiosa americana con cui Montale aveva stretto una relazione.

Clizia – Irma Brandeis

Irma era ebrea. Quando anche in Italia vennero applicate le leggi razziali Irma dovette scappare e tornare negli Stati Uniti. Questa separazione causò una lacerazione nell’anima del poeta.

Le donne incontrate in questa raccolta sono celebrate nel ricordo. Nel ricordo diventano figure angeliche, simbolo di bellezza e purezza ideali, capaci di dare un senso alla vita, di preservare l’uomo dalla follia e di consentirgli di sopravvivere all’inferno.

La raccolta sembra un canzoniere d’amore ambientato nei tempi minacciosi del totalitarismo nazifascista.

Anche in questa raccolta Montale riprende l’uso del «correlativo
oggettivo», cercando di tradurre il proprio mondo interiore in oggetti
e immagini allegoriche.

In alcune liriche il linguaggio è difficile, allusivo e a volte oscuro.

Il lessico in particolare è ricco, ricercato e colto.

Ti libero la fronte dai ghiaccioli

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’alte ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.

La poesia è dedicata a Irma Brandeis, il suo angelo salvifico. Lei arriva dal cielo, come per magia, in un giorno freddo.

Clizia, è il suo angelo: la tradizione dell’angelo proviene dalla tradizione stilnovistica, l’uso dello pseudonimo porta con sé la tradizione della lirica cortese e quella più recente di Petrarca.

La presenza dell’angelo libera il poeta dalla mediocrità del presente e porta luce nella terribile oscurità del periodo storico in cui il poeta sta vivendo.

In queste poesie Montale delinea la psicologia di un uomo assediato dalla presenza-assenza della donna amata.

Il messaggio che ne deriva è caratterizzato da una speranza che diventa fiducia nel momento in cui l’angelo arriva. L’angelo è messaggero di salvezza per l’umanità.

Nella conclusione il poeta sembra voler dire che il messaggio salvifico non è per tutti in quanto non tutti sono ancora pronti ad accogliere il miracolo.

Non recidere, forbice, quel volto

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

Tu non ricordi la casa dei doganieri

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura.
e il calcolo dei dadi più non torna
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.

La bufera e altro

La raccolta, pubblicata nel 56, comprende cinquantotto liriche, composte fra il 1940 e il 1954 e suddivise in sette sezioni.

La «bufera» del titolo allude alla guerra, ma diviene anche emblema di tutte le forme che il dolore può assumere nella vita dell’uomo; In questa ottica il nazifascismo appare una manifestazione del male assoluto.

Fu quello un periodo denso di avvenimenti:

  • la morte della madre,
  • la malattia di Drusilla,
  • la guerra,
  • la resistenza,
  • la guerra fredda,
  • la società di massa,
  • la paura per la guerra nucleare

Il poeta sperava nel rinnovamento dopo lal guerra e la resistenza, ma vive la delusione postbellica. Egli assiste all’affermarsi della società di massa e vive la nuova paura che incombe sul mondo: la minaccia della guerra nucleare. La situazione politica mondiale sembra far perdere la speranza a Montale che in questa raccolta affronta i temi

  • della violenza,
  • della follia della guerra,
  • delle speranze deluse nella fase di ricostruzione.

In questa raccolta affronta temi vari, da quelli alti e sublimi a quelli più quotidiani e colloquiali.

•Clizia figura mitologica •Abbandonata da apollo, trasformata in girasole, segue sempre il sole – conduce chi la ama alla verità e alla poesia  à poesia è un momento magico che dura un attimo •Clizia portatrice di valori positivi (moderna beatrice) porta messaggio di speranza •L’io lirico si concentra nella quasi religiosa attesa della salvezza per tutti – una salvezza laica, che ha e porta speranza •Questi valori si oppongono alla barbarie della guerra •Si tratta di una poesia allegorica •Non si può comprendere il significato della poesia bufera se non si conosce il dramma della guerra

Anche qui Clizia rappresenta la speranza e la consolazione: solo la tenacia dell’amore può ribaltare la negatività della storia.

A volte la figura femminile sembra acquisire un valore religioso, di mediazione fra l’uomo e Dio, come la donna angelo di Dante.

Ma non c’è solo Clizia,; a lei si contrappongono altre due figure femminili, più sensuali.

Anche in questa raccolta le scelte formali nascono da un’esigenza
di aderenza al contenuto. La realtà storica è tragica e lacerata, a questa corrisponde un linguaggio poetico caratterizzato da registri diversi che creano una studiata disarmonia.

Montale non è interessato ai fatti concreti, quindi rinuncia alla cronaca e alla descrizione e evoca la guerra solo per via metaforica: la guerra è in realtà il segno di un principio infernale, di un’istanza cattiva e perversa.

La bufera

La bufera che sgronda sulle foglie
dure della magnolia i lunghi tuoni
marzolini e la grandine,
(i suoni di cristallo nel tuo nido
notturno ti sorprendono, dell’oro
che s’è spento sui mogani, sul taglio
dei libri rilegati, brucia ancora
una grana di zucchero nel guscio
delle tue palpebre)
il lampo che candisce
alberi e muro e li sorprende in quella
eternità d’istante – marmo manna
e distruzione – ch’entro te scolpita
porti per tua condanna e che ti lega
più che l’amore a me, strana sorella, –
e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa…
Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,
mi salutasti – per entrar nel buio

Satura

La raccolta Satura, pubblicata nel 1971, appartiene all’ultima stagione poetica di Montale. L’ultima stagione poetica di Montale si apre dopo diversi anni di silenzio. Tra il 1971 e il 1980 Montale pubblicò cinque raccolte di versi.

  • Satura nel 1971,
  • Diario del ‘71 e del ‘72 pubblicato nel 1973,
  • Quaderno di quattro anni nel 1977,
  • Altri versi e Poesie disperse nel 1980.

Il titolo rimanda a un genere letterario della poesia latina che mescolava componimenti poetici scritti in forme diverse e che trattavano di argomenti vari, come favole o riflessioni morali o altro ancora. Ma il termine fa anche riferimento a testi, a carattere moralistico, comico, ironico o addirittura sarcastico.

In questa raccolta Montale adotta un linguaggio semplice e quotidiano per parlare, con tono ironico, dei piccoli accadimenti della vita quotidiana.

Lo stile delle poesie di questi anni è radicalmente cambiato. Possiamo dire che in questo periodo si inaugura per Montale una nuova stagione poetica, nella quale le sue poesie si avvicinano sempre di più alla forma della prosa, in cui il linguaggio utilizzato è molto vicino al linguaggio parlato. Montale ritiene infatti che la società di massa non abbia più bisogno di poesia destinata a pochi eletti, ma ritiene che la poesia possa e debba arrivare a tutti.

Gli argomenti delle poesie montaliane sono tratti sia dalla quotidianità che della cronaca. In alcuni casi il poeta si pone in polemica nei confronti del presente. A volte non si distinguono più i valori, non è più chiara la differenza tra il bene e il male; altre volte sembra quasi che sia chiuso ogni varco, ogni via d’uscita, ogni possibilità di salvezza.

Ma noi sappiamo che Montale non smette mai di cercare la via d’uscita, la strada che ci porta ad elevarci al di sopra della quotidianità. Talvolta accade che attraverso la memoria possa far riaffiorare personaggi capaci di elevarci sopra la quotidianità. In questo mondo le ombre sono depositarie dei valori del passato.

Riappare così la donna angelo, Mosca, pseudonimo di Drusilla Tanzi, la moglie defunta, che lo apre a una dimensione metafisica. Molti sono i ricordi relativi alla loro vita in comune. La quotidianità della loro relazione diventa una poesia quotidiana, fatta di piccoli gesti che si riempiono del sentimento che legava Eugenio a Drusilla.

Dai toni sublimi e tragici delle altre raccolte Montale passa a toni umili e comici.

“I primi tre libri sono scritti in frac, gli altri in pigiama”

Eugenio Montale a proposito delle sue ultime raccolte

“Ho voluto suonare il pianoforte in un’altra maniera, più discreta»

Nelle sue liriche Montale ha sempre preso spunto da avvenimenti della sua vita o dell’attualità. In queste poesie molti testi scaturiscono da avvenimenti, minimi che accendono nell’autore l’atteggiamento satirico, tanto che, a volte la realtà viene rappresentata quasi come una farsa.

La raccolta è divisa in 4 sezioni:

  • le prime due Xenia I e Xenia II sono dedicate alla moglie, Drusilla Tanzi, detta anche la Mosca, morta nel 1963
  • le altre due sono Satura I e satura II. In queste liriche l’autore riflette in modo satirico su vicende legate al quotidiano. Le poesie acquistano così caratteristiche di un diario poetico, in connessione con la realtà e la vita di ogni giorno.

Ho sceso dandoti il braccio

Questa poesia è un canto di celebrazione dell’amore quotidiano fatto di piccoli gesti, un amore che lascia un terribile vuoto nel poeta dopo la morte della moglie.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Questo testo è di facile comprensione, perché nell’ultima stagione poetica Eugenio Montale usa un linguaggio che è molto vicino al linguaggio della prosa.

Nel primo verso il poeta si rivolge direttamente a lei e dice Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale. Va detto che Drusilla era affetta da una grave miopia, er questo le scale potevano diventare pericolose. L’espressione almeno un milione di scale è un’espressione decisamente esagerata, un’iperbole, ma permette di farci capire quante volte loro abbiano sceso le scale assieme e ci racconta che la loro storia è stata molto lunga.

Nel secondo verso dice e ora che non ci sei, è il vuoto ad ogni gradino. Attenti! Non dice è vuoto ogni scalino. No Eugenio Montale assolutizza: dice è il vuoto, come se si aprisse una voragine davanti a lui. In questo modo abbiamo la percezione di quanto lui senta la sua mancanza.

Il terzo verso recita anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Ecco che qui il poeta dichiara che il loro viaggio è stato lungo: si erano conosciuti nel ’27 e lei è morta nel ’63. La loro relazione era durata, tra alterne vicende, più di trent’anni. Eppure anche se lungo, questo viaggio per Montale è stato troppo breve, perché lui ora è rimasto solo.

Nel quarto verso dice il mio dura tutt’ora. Si riferisce ovviamente al viaggio della vita … e poi prosegue dicendo né più mi occorrono – cioè mi bastano – le coincidenze le prenotazioni le trappole gli scorni – cioè le frustrazioni – di chi crede che la realtà sia quella che si vede.

Qui Montale dichiara che non gli bastano più tutte le attività che ha sempre svolto, fatte di coincidenze e di prenotazioni. Lui è un giornalista che ha sempre girato per lavoro. Non gli bastano più quindi le piccole occupazioni della quotidianità, quelle che servono per sentirsi vivi a chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ma a che cosa si riferisce con questa espressione? Pur non dicendolo chiaramente qui Montale fa riferimento all’esistenza di un’altra realtà. Ci dice indirettamente: non crederete mica che la realtà sia solo quella che vedete? Ci suggerisce quindi l’idea che esista un’altra realtà, un’altra verità. E questo è un tema frequente nelle poesie di Montale.

Nella seconda strofa riprende dicendo di aver sceso milioni di scale. Aumenta quindi l’esagerazione: non più almeno un milione di scale, ma milioni di scale, dandoti il braccio, ma continua affermando che non lo faceva perché con quattro occhi si vede di più, non lo faceva per evitare che lei cadesse.

Qui Eugenio ci rivela qualcosa di importante. Nel verso seguente dice con te le ho scese perché sapevo che di noi due, le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue.

Da queste parole emerge tutta la profondità del loro legame. Non era lui che sosteneva lei, ma era lei che vedeva di più di Eugenio, era lei che nonostante avesse le pupille offuscate, vedeva al di là della realtà che si vede. Gli occhi della donna infatti avevano la capacità di penetrare il vero senso delle cose al di là delle apparenze. Il poeta quindi riconosce che la moglie rappresentava non solo la compagna della sua quotidianità, ma soprattutto il sostegno e la guida della sua vita.

Commento

Quella cha abbiamo ascoltato è decisamente una poesia d’amore, nella quale emerge la nostalgia per quella persona che era stata particolarmente importante nella sua vita. Lui la chiamava affettuosamente Mosca perché, per colpa della sua grave miopia, indossava lenti molto spesse. Montale era solito attribuire degli pseudonimi alle donne che erano importanti per lui. Ma nonostante molte siano state le figure femminili che lo hanno accompagnato e che gli hanno ispirato poesie, in questo testo emerge con evidenza la profondità del sentimento che lo legava a Drusilla.

Drusilla in questa poesia, non ha il valore simbolico di altre figure femminili viste in altre opere come Clizia o Volpe; qui il ricordo della sua Mosca assume contorni realistici, carichi di affetto, legati a gesti quotidiani, come quello compiuto tante volte, di scendere le scale.

La prospettiva dalla quale Eugenio Montale scrive è quella della saggezza, quella di quando la vita non si lascia più travolgere dalle incombenze quotidiane, da tutte quelle attività futili che danno solo l’illusione di vivere.

In questa lirica Montale accenna, come in molte altre, ad una realtà diversa da quella che si vede, a quella realtà che Drusilla lo aiutava a vedere.

Questa è una poesia che parla di amore, della sopravvivenza dell’amore, di un amore che dura aldilà dei contrattempi della vita, al di là delle avventure o delle disavventure, al di là delle incombenze di ogni giorno.

Questo è un amore che rimane anche dopo la morte. È un amore che nonostante la morte di lei sopravvive ad ogni gradino, che risuona nel vuoto e che riverbera nell’animo del poeta.

Figure retoriche

Anafora v. 1: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”; v. 8: “Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio”;

Enjambement vv. 4-5: “né più mi occorrono/ le coincidenze”; vv. 5-6: “le coincidenze, le prenotazioni/ le trappole, gli scorni”;

Iperbole v. 1-8: “milioni di scale”; l’esagerazione sottolinea la lunga durata della vita vissuta insieme alla moglie;

Metafora v. 1: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”; v. 2: “il vuoto ad ogni gradino”; v. 3: “Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio”; vv. 5-6: “le coincidenze, le prenotazioni/ le trappole, gli scorni”; v. 9: “non già perché con quattr’occhi forse si vede di più”; vv. 11-12: “le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue”;

Ossimoro v. 3: Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio;

Sineddoche v. 11: pupille (per occhi)7

“Pregava?” “Sì, pregava Sant’Antonio

La poesia appartiene alla prima sezione Xenia. Si tratta di una poesia che parla di sua moglie Drusilla ed è un po’ particolare in quanto è strutturata in forma dialogata.

Drusilla era stata sua compagna di vita per oltre un trentennio. La loro relazione aveva raggiunto una profonda intesa. 

“Pregava?” “Sì, pregava Sant’Antonio
perché fa ritrovare
gli ombrelli smarriti e altri oggetti
del guardaroba di Sant’Ermete”.
“Per questo solo?” “Anche per i suoi morti
e per me”.
“È sufficiente” disse il prete.

Accanto al letto di morte della Mosca s’instaura un colloquio tra il sacerdote, che l’ha assistita, e il marito – poeta. 

Il sacerdote chiede se la moglie, in vita, fosse solita pregare. Il poeta risponde che Drusilla, sì, pregava, però pregava a modo suo, cioè pregava Sant’Antonio, quando aveva perso qualcosa.

Secondo la tradizione popolare, il Santo di Padova permetteva di ritrovare gli oggetti smarriti. C’è anche una famosa filastrocca infantile che recita Sant’Antonio dalla barba bianca, fammi trovare quel che mi manca.  Sant’Antonio è qui presentato quindi come il santo della superstizione delle donne che lo ritenevano capace di far loro trovare gli oggetti smarriti.

Poi il poeta prosegue facendo riferimento agli altri oggetti del guardaroba di Sant’Ermete. Con queste parole egli si riferisce agli oggetti che venivano dimenticati nella parrocchia di sant’Ermete, parrocchia di Forte dei Marmi dove Eugenio e Drusilla erano soliti trascorrere le vacanze estive. Alla sagra annuale venivano venduti per beneficienza tutti gli oggetti che erano stati dimenticati in parrocchia durante l’anno.

Il riferimento ai due santi è legato più al folklore popolare che alla spiritualità.

Ma dopo questo inizio scanzonato il messaggio si fa più serio. Il sacerdote accoglie la risposta ma lo incalza, vuole andare oltre e chiede:“Per questo solo?”

E la risposta del poeta “Anche per i suoi morti e per me” rivela la spiritualità di sua moglie. Drusilla pregava per i suoi genitori e pregava anche per lui.

“È sufficiente” disse il prete. La risposta del marito soddisfa il sacerdote. Non si parla mai di Dio, ma vi si allude. La donna pregava per i suoi morti, ma pregava anche per il poeta che di fronte a quella morte è smarrito e ha bisogno della preghiera della sua amata. 

Montale è poeta di una religiosità laica. Durante la sua vita, pur manifestando apertamente la sua laicità, ha continuato però a cercare nel mistero della vita umana e ad affermare la presenza di una dimensione spirituale.

Il tema di questa lirica è decisamente impegnativo, tanto che si presterebbe ad essere trattato in forme alte e solenni. Invece Montale sceglie di utilizzare un tono scanzonato, che può essere quasi scambiato per irriverente. 

Costruisce un dialogo, botta e risposta. Sono sette versi in cui due persone si alternano in ben cinque turni di dialogo, con uno scambio di battute serrato. Così abbassa il tono generale della poesia.

La struttura è teatrale. Una conversazione. Ma si tratta di una conversazione in cui ogni parola è anche una rivelazione.

Il tono sembra leggero, inizialmente grazie anche al riferimento agli oggetti di uso comune: gli ombrelli smarriti, gli oggetti del guardaroba di Sant’Ermete

Ma pian piano sembra di assistere ad una confessione rituale: la domanda, la risposta, la sequenza conclusiva. 

Il dialogo è costruito con una progressione ascendente, potremo dire un climax che va dal quotidiano al sublime. 

Ed è straordinario come termini tanto semplici siano carichi di una profonda sacralità.

Alla risposta del poeta, il prete sembra poter pronunciare la sua “sentenza definitiva”, le parole del poeta sembra che lo autorizzino ad aprire le porte del regno dei cieli a questa donna. Il tono scanzonato dell’inizio quindi si eleva nella conclusione che ha il sapore della consolazione dell’anima, una consolazione che è frequente nelle poesie di Montale. 

Fonti

  • Stefano Prandi, La vita immaginata, A. Mondadori Scuola
  • www.libriantichionline.com/divagazioni/eugenio_montale_limoni_1925
  • www.laricerca.loescher.it/letteratura
  • G. Ferroni, Storia della letteratura italiana, Einaudi Scuola
  • M. Magri, V. Vittorini, Tre Storia e testi della letteratura, Paravia Pearson
  • B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, Vivere la letteratura, Zanichelli
  • G. Bellini, T. Gargano, G. Mazzoni, Costellazioni, manuale di Letteratura, Einaudi Laterza
  • G. Barberi Squarotti, I miti e il sacro: poesia del Novecento, Feltrinelli
  • G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori
  • www.treccani.it
  • library.weschool.com
  • www.fareletteratura.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *