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Letteratura italiana del Novecento

Montale – Poeta della poesia umile

“Pensavo che sarei diventato famoso per i miei quadri, non le mie poesie”.

Pubblicato su Valsugana News dicembre 2021

Eugenio Montale è uno dei più importanti poeti del Novecento perché ha saputo testimoniare il disagio esistenziale della generazione che ha vissuto due guerre sanguinose, il regime totalitario e la guerra fredda. 

Nasce a Genova nel 1896 da una famiglia che appartiene alla borghesia commerciale. A causa della salute cagionevole, Montale compie gli studi superiori frequentando pochissimo la scuola, studiando da autodidatta, ma con l’aiuto prezioso della sorella.

Per esigenza famigliare quindi si diploma in Ragioneria, per passione personale invece si dedica al canto, alla pittura e alla letteratura: studia i simbolisti francesi e si confronta con la grande poesia italiana. Sopra tutti, ama Dante Alighieri e Giacomo Leopardi.

Durante la Prima Guerra mondiale viene mandato, come sottufficiale in Vallagarina; viene congedato solo nel 1922 quando può finalmente tornare a dedicarsi alla scrittura.

Nel 1925 Montale pubblica la sua prima raccolta poetica dal titolo “Ossi di seppia”: sullo sfondo delle liriche appare il paesaggio delle Cinque Terre dove da giovane trascorreva le estati. Il titolo della raccolta fa riferimento agli umili resti delle seppie che rimangono sulla sabbia: come gli ossi, anche le sue liriche vogliono essere umili, sia nello stile che nel contenuto.

In queste liriche da un lato esprime lo smarrimento di chi ha vissuto gli orrori della guerra, dall’altro insinua, pur con discrezione, il dubbio che esista una via d’uscita alla negatività, un varco nel grigiore della quotidianità, uno spiraglio di vitalità rappresentato, ad esempio, dal colore dei limoni “le trombe d’oro della solarità”.

Il dopoguerra in Italia è segnato dalla violenza; le camicie nere di Mussolini prima imperversano nelle piazze del Nord Italia seminando il terrore, poi, un passo alla volta, prendono il potere nel paese. Lui è un antifascista convinto tanto che firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti.

Alla fine degli anni venti si trasferisce a Firenze per lavorare in una casa editrice poi ottiene la direzione del Gabinetto Vieusseux, un’importante istituzione culturale fiorentina. Per ricoprire tale incarico viene fatta una lista di possibili intellettuali: nonostante altri due fossero più titolati di lui, la scelta ricade su Montale, perché antifascista.

In quegli anni però, il potere di Mussolini cresce e il poeta, che non intende prendere la tessera del PNF, dopo essere rimasto più di un anno senza stipendio, viene licenziato per lo stesso motivo per il quale era stato assunto. Ironia della sorte!

E così, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale il poeta è nuovamente costretto a fare lavori saltuari, come collaborazioni editoriali, traduzioni. Ma nel 1940, viene richiamato alle armi e poi congedato nel 1942. Durante l’occupazione nazista collabora con i movimenti della resistenza, si iscrive al partito d’azione, collabora con la commissione culturale del CLN e nasconde in casa sua il poeta triestino Umberto Saba per evitare che venisse deportato.

Nel corso della sua vita Montale stringe relazioni affettive con diverse donne tanto che a volte le sue relazioni si intrecciano. Quando arriva a Firenze, trova alloggio nella casa di uno storico dell’arte, Matteo Marangoni, e resta affascinato dalla moglie di lui, Drusilla Tanzi. Tra i due si evidenzia da subito un’affinità che li terrà legati per decenni.

Tempo dopo conosce una studiosa americana, Irma Brandeis, della quale si innamora. La relazione tra i due è intensa, ma è ostacolata dalla presenza insinuante di Drusilla.

Quello che si crea è un triangolo amoroso a cui non mancano i colpi di scena: Irma mal sopporta gli isterismi di Drusilla, la quale teme che il suo Eugenio possa volare via per seguire la bella americana. Drusilla arriverà addirittura a inscenare un finto suicidio per convincerlo a non partire.

Ma quando nel 1939 Mussolini emana le leggi razziali, la bella Irma, che è ebrea, deve scappare. Sale su un aereo e Montale, nonostante abbia ipotizzato per tanto tempo di seguirla, non la rivedrà mai più. La donna torna però nelle liriche del poeta dove viene cantata con lo pseudonimo di Clizia; in molte poesie della raccolta “Le occasioni” e in “La bufera e altro”, la figura di Clizia assume le sembianze di una donna angelo: in una lirica il poeta immagina che lei riesca ad attraversare l’oceano, volando con le sue ali e torni a trovarlo, per portargli conforto e speranza.

È una costante montaliana quella di celebrare le sue donne solo dopo che sono uscite dalla sua vita e accade così anche con Drusilla Tanzi.

La relazione tra loro dura, tra alterne vicende, per più di trent’anni: lei diventa la sua musa ispiratrice, l’anima affine con cui condividere sogni e progetti. Quando nel 1962 muore il marito di lei, finalmente Eugenio e Drusilla possono convolare a nozze. Il matrimonio però ha vita breve perché la donna muore l’anno successivo in seguito a una caduta. 

Lui la chiamava affettuosamente Mosca, a causa delle spesse lenti che la donna indossava, perché era terribilmente miope.

In una delle raccolte poetiche successive alla morte di lei, moltissime sono le liriche dedicate alla sua Mosca, in cui celebra la sua forza d’animo, il suo carisma. Assieme avevano percorso molte strade e Eugenio aveva sempre sentito di potersi affidare a lei, era lei che lo aiutava a trovare le vie d’uscita dalle oppressioni del quotidiano.

In una delle sue più celebri poesie Montale dice “Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale”, e conclude la poesia dicendo che lui non le dava il braccio perché lei ci vedeva poco ma perché “le sole vere pupille sebbene tanto offuscate erano le tue”.

La grandezza del genio di Montale viene ampiamente riconosciuta tanto che negli anni Sessanta ottiene la Laurea in Lettere honoris causa e nel 1975 gli viene attribuito il premio Nobel per la Letteratura.

L’attività a cui si dedica con passione per tutta la vita tanto che, in un’intervista Eugenio Montale dichiara: “Pensavo che sarei diventato famoso per i miei quadri, non le mie poesie”.

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