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Giuseppe Ungaretti

Perché Ungaretti è famoso?

  1. Perché ha aperto vie nuove nell’ambito della poesia.
  2. Perché ha scavato per cercare l’essenzialità e la purezza della parola poetica.
  3. Perché ha riempito il silenzio di significati.
  4. Perché ha dato espressione ai drammi storici e alle ansie esistenziali dell’uomo contemporaneo, un uomo ormai privo di certezze ma assetato di assoluto.

Biografia

Il giorno 8 febbraio 1888 nasce ad Alessandria d’Egitto il grande poeta Giuseppe Ungaretti, da Antonio Ungaretti e Maria Lunardini entrambi lucchesi.

Nella città natale trascorre l’infanzia e i primi anni della giovinezza.

La famiglia si era infatti trasferita in Africa per ragioni di lavoro.

Suo padre, che lavorava come operaio alla costruzione del canale di Suez, muore quando lui aveva solo due anni. La madre riesce a mandare avanti la famiglia grazie ai guadagni di un panificio della periferia di Alessandria

Il piccolo Giuseppe viene dunque allevato dalla madre, da una balia sudanese e da Anna, un’anziana croata che ricorda come una straordinaria narratrice di favole.

La sua formazione è in una scuola svizzera, dove viene a contatto con la letteratura europea.

Nel tempo libero frequenta anche la “Baracca rossa”, un ritrovo internazionale di anarchici che ha come fervente organizzatore Enrico Pea, versiliese, trasferitosi a lavorare in Egitto.

Nel 1912, all’età di 24 anni, lascia Alessandria, transita in Italia, visita le terre d’origine della sua famiglia, vede per la prima volta i paesaggi montani e si trasferisce in Francia, a Parigi, per studiare. La sua intenzione era quella di ritornare poi in Egitto.

A Parigi viene raggiunto da un suo amico d’infanzia Mohammed Sceab. I due alloggiano presso la stessa pensione, in rue de Charmes a Parigi. Il giovane morirà suicida qualche mese dopo e Ungaretti dedica a lui una preziosa poesia intitolata In memoria– vedi sotto.

Durante il suo periodo parigino si iscrive alla facoltà di lettere della Sorbona e frequenta i maggiori caffè letterari di Parigi. Diventa amico di Apollinaire, poeta francese, al quale si lega con profondo affetto.

Malgrado la sua lontananza dall’Italia rimane in contatto con il gruppo di intellettuali fiorentini che ha dato vita alla rivista “Lacerba”. Nel 1915 pubblica proprio su Lacerba le sue prime liriche.

Quando scoppia la prima guerra mondiale, Ungaretti rientra in Italia e partecipa attivamente alla campagna interventista. Quando nel 1915 l’Italia entra in guerra, il giovane Giuseppe Ungaretti si arruola, come volontario, nel 19° reggimento di fanteria della brigata Brescia.

Viene spedito sul Carso, al fronte, e si misura con la terribile vita di trincea. La baldanza con cui è partito come coraggioso interventista lascia spazio a riflessioni profonde che trovano voce sul suo taccuino. Il giovane intellettuale inizia a scrivere poesie che assumono il carattere di un diario poetico.

Mentre è in guerra collabora anche al giornale di trincea.

La prima poesia dal fronte è datata 22 dicembre 1915. Trascorre l’intero anno successivo tra prima linea e retrovie.

Mentre è al fronte conosce un giovane ufficiale, Ettore Serra. È lui il suo primo editore. Infatti nel 1916 Ettore Serra pubblica, a Udine, la raccolta Il porto sepolto. Ne vengono stampate solo 80 copie. All’interno della raccolta c’è una poesia dedicata all’amico intitolata Commiato – vedi sotto.

Ungaretti si rivela poeta rivoluzionario, innovativo. Le sue liriche sono brevi, a volte ridotte ad una sola preposizione, ed esprimono forti sentimenti.

Trascorre un breve periodo a Napoli, nel 1916, testimoniato da alcune sue poesie, per esempio Natale – vedi sotto.

Il 26 gennaio del 1917, a Santa Maria la Longa, in provincia di Udine, scrive la nota poesia Mattina – vedi sotto.

Giuseppe Ungaretti è uno dei tanti socialisti o nazionalisti o nazional-socialisti che si erano gettati con entusiasmo nella prima guerra mondiale, in quell’inutile carneficina che inaugurerà la graduale autodistruzione dell’Europa.

Ungaretti pensa che questa guerra sia inevitabile ed è certo che porrà fine a tutte le guerre: incendierà il mondo vecchio, per creare il mondo nuovo. Ma la storia dimostrò che la realtà era diversa dai sogni: l’Europa si preparava a 40 anni di guerre e violenze.

Al fronte, sulle montagne del Carso, sull’Isonzo, Ungaretti depone l’ideologia, perché tocca con mano la realtà: l’odio, la morte, la distruzione, la carne dilaniata dei compagni uccisi; ma anche la speranza, l’attaccamento alla vita, il rapporto di solidarietà tra i commilitoni, e il senso di Dio.

Qui, infatti, nel dolore e nella durezza di ogni giorno, Dio riaffiora. Nasce così una poesia poco studiata, che si intitola Dannazione. Sono pochi, bellissimi versi.

Nella primavera del 1918, il reggimento al quale apparteneva Ungaretti si reca a combattere in Francia. Del luglio 1918 è Soldati – vedi sotto, composta quando si trova sul fronte occidentale.

Al suo rientro a Parigi, il 9 novembre del 1918, nel suo attico parigino, trova il corpo dell’amico Apollinaire, stroncato dalla febbre spagnola.

Torna a Roma e su incarico del Ministero degli Esteri si dedica alla stesura del bollettino informativo quotidiano. Intanto collabora con diverse riviste mentre la moglie insegna francese.

La difficile condizione economica lo induce a trasferirsi a Marino nei Castelli Romani. Pubblica a La Spezia una nuova edizione de l‘Allegria; include le liriche composte tra il 1919 e il 1922 e la prima parte del “Sentimento del Tempo”. La prefazione è di Benito Mussolini. La raccolta segna l’inizio della sua seconda fase poetica. Le liriche sono più lunghe e le parole più ricercate.

Nel 1926 muore la madre con cui si era ritrovato da poco. Lei era profondamente cattolica e in quel periodo anche Ungaretti era approdato alla fede cattolica. A lei dedica una poesia, scritta nel 1930, che sarà pubblicata nel Sentimento del tempo.

Con il premio del Gondoliere del 1932, assegnato a Venezia, la sua poesia ha il primo riconoscimento ufficiale. Si aprono le porte dei grandi editori. Pubblica il “Sentimento del Tempo”.

Il Pen Club lo invita a tenere una serie di lezioni in Sud America. In Brasile gli viene assegnata la cattedra di Letteratura Italiana presso l’Università di San Paolo, che terrà fino al 1942. Esce l’edizione compiuta del Sentimento del Tempo.

Nel 1937 una prima tragedia familiare colpisce Ungaretti: muore il fratello Costantino, per il quale scrive alcune liriche. Da lì a poco, per un attacco di appendicite malcurato, muore in Brasile anche il figlio Antonietto, di soli nove anni. Queste esperienze dolorose segnano il suo animo e lasciano traccia nelle sue opere.

Rientrato a Roma mal sopporta l’occupazione della capitale da parte dei nazisti.

In patria è poi nominato Accademico d’Italia e gli viene conferito un insegnamento universitario a Roma per “chiara fama” e Mondadori inizia la pubblicazione delle sue opere sotto il titolo generale Vita d’un uomo. Gli viene consegnato da Alcide De Gasperi il premio Roma. Gli ultimi anni di vita del poeta sono intensissimi. Viene eletto presidente della Comunità europea degli scrittori e tiene una serie di lezioni presso la Columbia University.

In occasione degli ottant’anni riceve solenni onoranze da parte del governo italiano. Muore a Milano nel 1970.

Il porto sepolto

Il porto sepolto [1916] comprende liriche composte, per la maggior parte, mentre era al fronte. Le liriche sono disposte in ordine cronologico, con l’indicazione del luogo e del giorno di stesura. La raccolta ha dunque la forma di un diario poetico.

La forma scelta da Ungaretti è particolarmente adatta ad esprimere l’esperienza maturata in trincea dal poeta soldato. Nella maggior parte delle liriche emerge l’idea dell’estrema precarietà della vita durante l’esperienza della guerra.

Il soldato è in contatto continuo con la morte, non è padrone del proprio destino, non può realisticamente fare progetti, si limita a vivere momento per momento e a godere intensamente i rari istanti di pace e di riposo, come fossero l’ultimo desiderio accordato a un condannato a morte.

Nella prima raccolta trovano posto poco più di 30 poesie. Si tratta di testi autobiografici, scaturiti dalla terribile esperienza della trincea. Tutti i testi presentano un linguaggio scarnificato ed essenziale, in cui la parola viene isolata e scavata, assumendo toni di alta intensità emotiva.

I temi

Ungaretti chiarisce la propria concezione della poesia evocando l’antico porto di Alessandria d’Egitto, da secoli inghiottito dalle acque.

Come l’archeologo, per raggiungerlo, si deve immergere in fondo al mare, così il poeta deve scendere nelle profondità della propria anima, dove è rimasta l’eco della creazione, risalendo ai primordi del mondo, alla condizione originaria di innocenza.

Il tema della guerra lascia spazio a domande sull’anima, su Dio, sulla morte, sul destino. Nel poeta l’esperienza della guerra non fa che raddoppiare il desiderio di rinascita, il bisogno di innocenza.

Il linguaggio. La sintassi è costituita da frasi brevi e giustapposte in rapporto analogico e da frasi nominali. Le sue liriche si caratterizzano per la soppressione della punteggiatura.

La metrica. I testi di Ungaretti si caratterizzano per essere costituiti da versi brevi, talvolta costituiti da una sola parola e liberi.

Il lessico. Costituito da parole quotidiane, evocative, potenziate dalla coincidenza con il verso o dalla collocazione nello spazio vuoto.

Obiettivo del poeta è isolare la singola parola, addirittura la singola sillaba, per lasciarla risuonare come fosse pronunciata per la prima volta, eco di una lingua primigenia e incontaminata.

Il poeta si configura come un nuovo Adamo, capace di rigenerare la lingua logorata dall’uso, rendendo alle parole la loro originaria purezza.

L’allegria

Nel 1919 Ungaretti decide di pubblicare in un’unica raccolta e in una versione accresciuta tutte le poesie composte fino a quel momento: uscì quindi la raccolta Allegria di naufragi, riedita successivamente (1931, 1936, 1942) con il titolo L’allegria.

Il titolo originario della raccolta, Allegria di naufragi, è un ossimoro con cui Ungaretti voleva sottolineare l’istintiva reazione di attaccamento alla vita scaturita dalla costante esperienza dell’annientamento che caratterizza la guerra.

La vita si fa più preziosa e viene più intensamente goduta nella misura in cui se ne prova per esperienza diretta la precarietà.

Il termine «naufragio» assume inoltre una valenza polisemica, alludendo ora ai frangenti drammatici dell’esistenza, ora a una redenzione dopo la morte e al ritorno all’originaria innocenza perduta.

Il porto sepolto

Il poeta vi discende (nel porto sepolto) e poi riemerge, ritorna in superficie con le sue poesie e le diffonde, le offre, le porta nel mondo, le disperde tra gli uomini.
Il porto sepolto è il luogo in cui nasce la poesia.
Il poeta agisce un po’ come il palombaro che trova dei reperti antichi e li riporta alla luce.
Di questa poesia gli rimane solo il mistero insondabile e indicibile, un indescrivibile segreto che alberga nell’animo umano.
Cosa ha trovato in fondo all’animo umano? Nulla, perché il cuore degli uomini è un segreto inesauribile, indefinibile.
Solo il poeta, che ha un animo sensibile, riesce a percepire ciò che è nascosto nel cuore di ognuno e riesce a tradurlo in poesia.

La poesia ha una origine precisa nel racconto favoloso di due amici francesi:

«Mi parlavano d’un porto, d’un porto sommerso, che doveva precedere l’epoca tolemaica, provando che Alessandria era un porto già prima d’Alessandro, che già prima d’Alessandro era una città».

Il porto sepolto diventa quindi il simbolo di ciò che è nascosto nell’animo di ogni uomo.

La funzione del poeta è quindi quella di scoprire cosa è rimasto sepolto nell’animo degli uomini e riportarlo in vita, per provare a dare un po’ di sollievo all’animo umano.

In questa prima strofa sono quindi presenti tre verbi che indicano le diverse fasi del viaggio del poeta:

  • arriva v.1 (il poeta scende fino agli abissi dell’anima);
  • torna alla luce v.2 (cerca di rinascere);
  • disperde v.3 (la poesia viene dispersa nel vento e viene colta solo dalle anime più sensibili).

La seconda strofa è una riflessione fatta sulla base della prima e quindi sull’opera del poeta stesso.

La poesia è tra le più importanti della raccolta perché enuncia la poetica dell’autore. Il poeta assume un ruolo fondamentale all’interno della società umana perché è l’unico che può indagare i misteri che si trovano nell’anima, ovvero nel porto sepolto, e può esprimerli con parole, tentando di dare un sollievo alle sofferenze dell’uomo.

L’inabissamento e il successivo affioramento del poeta con i suoi canti rimandano anche al mito di Orfeo. Orfeo, che nella mitologia greca simboleggia la poesia, era disceso negli inferi per riportare in vita la sua amata Euridice.

Allo stesso modo il poeta scende nelle oscurità del mistero poetico per cercare la scintilla dell’ispirazione, in modo da riportare alla luce i suoi canti, immagine che allude chiaramente allo scrivere versi.

Tuttavia i canti, le poesie, non sono in grado di restituire per intero il segreto della che si trova nella profondità dell’anima. Quando il poeta lo riporta alla luce il poeta li disperde nel mondo, ma qualcosa del messaggio originario va inesorabilmente perso. Così il poeta non può far altro che scrivere in modo frammentario e per brevi illuminazioni.

L’effetto della dispersione è reso da Ungaretti con la coppia di dimostrativi questa/quel.

La poesia, questa, elemento tangibile e vicino al poeta, conserva quel nulla, che allude a qualcosa di distante e lontano.

È evidente in questa scelta la lezione del Leopardi dell’Infinito, in cui la fitta alternanza dei dimostrativi questo/quello indica allo stesso modo vicinanza/lontananza, finito/infinito.

Dannazione

La poesia mette in risalto due aspetti, in contrasto tra di loro.

Il primo verso dice che il poeta è “chiuso tra le cose mortali”. Con questo intende dire che c’è tanto di brutto intorno a lui, tra morte, desolazione, disperazione. Sono tutte cose che lo stringono e lo bloccano.

Nel secondo verso considera che anche l’immenso cielo stellato è destinato a finire; allo stesso modo anche ogni cosa sulla terra dovrà seguire lo stesso inevitabile destino. Eppure, nonostante tutto, egli si ritrova a cercare Dio.

Ungaretti quindi descrive la consapevolezza dei limiti dell’uomo. Si chiede dunque per quale motivo egli senta di cercare Dio. Il poeta non fornisce alcuna risposta, mostra solo lo stato di smarrimento che prova unito al desiderio di elevarsi oltre il materiale, alla ricerca di una completezza che nessun bene terreno potrà mai fornire.

Il sentimento religioso è già tutto qui: ogni cosa muore, persino “i cieli, passeranno”; eppure nell’uomo, e solo in lui, vi è il desiderio di Dio, un desiderio che non può rimanere “murato”, e che non può neppure essere saziato da cose, ideologie, illusioni mortali.

L’uomo, nella visione ungarettiana, desidera le stesse cose che desidera Dio: il Bene, la Verità, l’Amore.

E questo desiderio, sgorga dalla nostra anima immortale.

I fiumi

www.youtube.com/watch?v=8SAegn2KtDc

Sto vicino a quest’albero mutilato [privato dei rami a causa dello scoppio di una bomba] abbandonato in questa cavità [la dolina è tipica delle regioni carsiche], che ha la tristezza di un circo prima o dopo lo spettacolo [quindi si riferisce ad un circo vuoto] e guardo il paesaggio tranquillo delle nuvole sulla luna. (In memoria – decomposta fiera …)

Stamattina mi sono disteso in una pozza d’acqua [l’utilizzo della parola urna in relazione alla successiva reliquia suggerisce il valore sacrale del gesto dell’immersione] e come una reliquia ho riposato. L’Isonzo scorrendo mi levigava come un suo sasso. Mi sono rialzato e me ne sono andato, camminando con difficoltà sull’acqua, passando sui sassi del fiume, come un acrobata.

Mi sono accovacciato vicino ai miei panni sporchi di guerra e come un beduino [=nomade del deserto] mi sono abbassato a ricevere il sole.

Questo è l’Isonzo e qui, più che in ogni altro luogo, mi sono riconosciuto [in guerra il poeta ha modo di approfondire se stesso] come una piccola, docile parte del tutto, dell’universo. Il mio tormento è non riuscirmi a sentire in armonia con questo tutto. Ma quelle occulte mani [si riferisce alle acque del fiume che, personificate, sono come mani] che mi bagnano mi donano la rara felicità.

Ho ripercorso con la memoria le epoche della mia vita. Questi sono i miei fiumi:
Questo è il Serchio al quale hanno attinto i miei avi, gente semplice, e mio padre e mia madre. Questo è il Nilo che mi ha visto nascere e crescere e ardere di inconsapevolezza [si riferisce all’età adolescenziale] nell’estese pianure. Questa è la Senna e nelle sue acque torbide mi sono rimescolato e mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi rievocati dall’Isonzo. Questa è la mia nostalgia che in ognuno di essi mi si manifesta ora che è notte, che la mia vita mi sembra una corolla di tenebre [la corolla è la parte che avvolge il cuore del fiore, e in questo caso richiama l’idea della morte e della precarietà della vita, in particolare nella situazione di guerra di cui è protagonista Ungaretti].

“Meglio di quanto potrei dirlo io in questo momento l’hanno detto i miei Fiumi, che è il vero momento nel quale la mia poesia prende insieme a me chiara coscienza di sé” dice Ungaretti.

 La lirica aiuta a comprendere la sua poetica e ci racconta aspetti molto interessanti delle sue vicende biografiche: «vi sono enumerate le quattro fonti che in me mescolarono le loro acque, i quattro fiumi il cui moto dettò i canti che allora scrissi».

Quattro soni i fiumi che definiscono la vita del poeta:

  • il Serchio, il fiume del territorio di Lucca, la città originaria della famiglia del poeta;
  • il Nilo che lo “ha visto nascere”
  • la Senna di Parigi, città nella quale il poeta ha conosciuto il “torbido” malessere esistenziale (lo spleen di cui ha parlato Baudelaire), dove ha acquisito consapevolezza e si è formato come letterato;
  • l’Isonzo, il fiume che scorre nel Carso devastato, su cui i fanti italiani combatterono dodici battaglie terribili contro gli Austriaci.

Ancora una volta è la tragedia della prima guerra mondiale la vera protagonista del componimento, ed è un paesaggio di guerra quello che ci viene presentato. Il poeta resiste nel paesaggio come un albero mutilato e contempla la natura per ritrovare il senso delle cose.

Il poeta è nascosto in una dolina: cavità tipica del terreno carsico, usata dai soldati come trincea, durante la prima guerra mondiale.

Ciò che lo circonda è desolante: è un circo senza spettatori, perché è il momento in cui le luci della ribalta sono spente.

Il poeta, unico superstite, si sente come una reliquia conservata in un’urna (l’urna d’acqua è l’atto simbolico della morte, se si legge la poesia come una discesa agli inferi) e, dopo essersi alzato cammina in bilico, come farebbe un acrobata (riprende la metafora del circo), sul fondo melmoso e pieno di sassi. S’immerge nelle acque del fiume e dopo si avvicina ai suoi vestiti “sudici di guerra” e come un beduino (similitudine che richiama un nomade arabo che vive nei deserti dell’Africa, terra in cui il poeta è nato) si prostra per ricevere il sole.

L’Isonzo è il fiume in cui il poeta si riconosce fino in fondo come una parte piccolissima dell’universo, una fibra dell’universo che si adegua al moto universale (“una docile fibra dell’universo”), dopo aver compiuto un lungo processo per acquisire la consapevolezza di essere comunque nella soavità dell’acqua, così come nell’angoscia che deriva dal vedere la devastazione del Carso.

La guerra mette l’uomo a nudo, lo porta ad una maggiore consapevolezza di sé e dei suoi rapporti con la natura, lo porta a conoscere pienamente la condizione umana. I fiumi ricostruiscono la sua fibra e lo aiutano ad entrare in armonia con il creato e con sé stesso. Nella sua ricerca di armonia resta nel poeta un forte senso di angoscia tanto che la poesia si chiude come è iniziata: con un paesaggio notturno che riflette l’angoscia e la desolazione che il poeta prova di fronte al mondo sconvolto dall’atrocità della guerra.

In memoria

Otto strofe di versi liberi. I verbi oscillano tra passato e presente, fino ai versi finali dove i due tempi si incontrano nell’opposizione tra il passato della vita conclusa dell’amico e il presente del ricordo. L’uso di parole quotidiane e scarne, il ritmo prosastico, l’assenza di punteggiatura (l’inizio dei vari periodi è segnalato dalla presenza di lettere maiuscole) contribuiscono alla ricercata rinuncia di ogni retorica.
I versi brevi o brevissimi contribuiscono a dare il massimo risalto alle singole parole.

Il suo nome era Moammed Sceab, un amico d’infanzia di Ungaretti, arabo, esule. Moammed era discendente di capi musulmani nomadi; morì suicida perché non sopportava più la condizione di esule. Era partito per Parigi e aveva tagliato le sue radici: non aveva più patria, non si sentiva più arabo ma neanche francese.

Aveva cambiato il suo nome per sentirsi più francese. Si fece chiamare Marcel.

Non era un francese e non era più neppure arabo, non riusciva più a vivere come un arabo nomade, nella tenda, ascoltando il Corano e sorseggiando un caffè. L’esperienza francese aveva modificato la sua cultura e il suo modo di vivere e lo aveva reso incapace di adattarsi di nuovo alle consuetudini e alla mentalità della sua gente.

E non riusciva a sciogliere il suo dolore nel canto poetico, non riusciva a superare il senso angoscioso dell’abbandono, della mancanza di patria.

Ungaretti accompagna il suo feretro insieme alla padrona dell’albergo in cui alloggiavano assieme. Nessun altro segue la salma. Moammed è solo in Francia.

Il senso di solitudine dell’amico vengono messi in rilievo dal numero esiguo di persone che seguono il funerale e dall’ambiente descritto: il triste vicolo in discesa, il cimitero d’Ivry, un sobborgo parigino sulla Senna che appare sempre come in una giornata di festa ormai finita.

Con questa immagine il poeta vuole trasmettere con un senso di angoscia e di squallore.

Il poeta, con questa poesia, vuole fare memoria di un uomo di cui forse nessuno si ricordava più. Quindi si assume il compito di garantire, attraverso il ricordo e la sua poesia la sopravvivenza dell’amico.

Mohammed Sceab Ungaretti furono compagni di studi ad Alessandria d’Egitto e quando emigrarono a Parigi, vissero nello stesso albergo.

Ungaretti e Sceab avevano vissuto assieme un simile sradicamento. Ma mentre Mohammed soffrì della perdita d’identità, il poeta al contrario riesce ad esprimere attraverso le sue poesia il senso di lacerazione dell’anima.

L’amicizia profonda porta Ungaretti a far vivere il ricordo dell’amico attraverso la poesia riesce e a lasciare una testimonianza che duri nel tempo.

Commiato

Commiato è una poesia in forma di lettera indirizzata da Ungaretti all’amico Ettore Serra, un giovane ufficiale conosciuto al fronte a cui il poeta ha confidato di scrivere versi su pezzetti carta che conserva nel suo tascapane.

Ettore Serra pubblica la prima raccolta Porto sepolto a Udine nel dicembre del 1916, in ottanta copie.

La poesia Commiato contiene la sua definizione di poesia: è come limpida meraviglia nata da inquietudini profonde e intensi turbamenti che, attraverso la parola, è capace di dare vita a tutta l’umanità e a ogni persona.

La parola è in grado di far fiorire ciò che nomina, a trasformare, il delirante fermento dell’ispirazione, nella pura forma poetica, capace di illuminare e stupire.

Ungaretti distingue nettamente il termine parola da quello di vocabolo e spiega il significato che le attribuisce:

“Ho sempre distinto tra vocabolo e parola e credo che la distinzione sia del Leopardi.

Trovare una parola significa penetrare nel buio abissale di sé senza turbarne né riuscire a conoscerne il segreto (da: L’Allegria, 1923.”

Il poeta, come un infaticabile minatore deve scavare nella roccia e, come un eroe del mito, scendere nell’abisso, nelle profondità insondabili della sua anima, per raggiungere Il porto sepolto dove si nasconde la parola capace di dare vita al mondo. È un viaggio faticoso, avvolto nel silenzio, che conduce il poeta vicino alla verità, vicino al segreto del cuore umano, destinato comunque a rimanere misterioso inafferrabile.

Commiato è una poesia in forma di lettera indirizzata da Ungaretti all’amico Ettore Serra, un giovane ufficiale conosciuto al fronte a cui il poeta ha confidato di scrivere versi su pezzetti carta che conserva nel suo tascapane.

 Racconta in Vita di un uomo:

A dire il vero, quei foglietti: cartoline in franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute … – sui quali da due anni andavo facendo giorno per giorno il mio esame di coscienza, ficcandoli poi alla rinfusa nel tascapane, portandoli a vivere con me nel fango della trincea o facendomene capezzale nei rari riposi, non erano destinati a nessun pubblico.

Non avevo idea del pubblico, e non avevo voluto la guerra e non partecipavo alla guerra per riscuotere applausi.

Avevo, ed ho oggi ancora, un rispetto tale d’un così grande sacrifizio com’è la guerra per un popolo, che ogni atto di vanità in simili circostanze mi sarebbe sembrato una profanazione.

Così descrive il suo incontro con Ettore Serra:

Questo era l’animo del soldato che se ne andava quella mattina per le strade di Versa, portando i suoi pensieri, quando fu accostato da un tenentino. Non ebbi il coraggio di non confidarmi a quel giovine ufficiale che mi domandò il nome, e gli raccontai che non avevo altro ristoro se non di trovarmi e cercarmi in qualche parola e ch’era il mio modo di progredire umanamente.

Natale

La lirica Natale viene composta quando l’Italia è entrata in guerra da più di un anno. Lui ha già conosciuto gli orrori della guerra e si trova a Napoli, in temporanea licenza dal fronte, presso alcuni amici.

La dura esperienza bellica ha finalmente un momento di tregua, ma il poeta non riesce ad immergersi nella normalità della vita di tutti i giorni perché non riesce a cancellare dalla sua mente le immagini funeree del conflitto bellico.

I brevi versicoli del componimento Natale, tipici di Ungaretti e caratterizzati dalla ricerca continua della parola scavata ed esatta, danno l’impressione di un singhiozzo, evidenziando la sofferenza dell’uomo che è ancora impressionato dagli orrori visti e vissuti in trincea.

Lo spazio bianco mette in evidenza, per contrasto, le poche parole che interrompono il silenzio e si caricano di significato.

Ungaretti è stanco, sia fisicamente che mentalmente, e non ha voglia di tuffarsi nel gomitolo delle strade che gli richiama alla mente il caos della trincea.

Si paragona ad un oggetto, privo di coscienza, desideroso soltanto di restare al caldo del focolare in una casa che può regalargli un po’ di pace.

Ha bisogno di stare momentaneamente solo con sé stesso, senza coscienza del dolore, perché sa che poi dovrà tornare a combattere. Vorrebbe provare a non soffrire, ma la stessa immagine della «cosa posata in un angolo e dimenticata», in realtà, ricorda i suoi compagni abbandonati sui campi di battaglia.

Prova a pensare al momento che sta vivendo contrapponendo il “qui” del luogo in cui si trova al momento, dove riesce a sentire il caldo buono e rassicurante del focolare al “là” (sottinteso) della trincea, dove si possono percepire solo freddo e crudeltà.

Desidera, dunque, rimanere vicino al camino, osservando le capriole fatte dal fumo per godere di pochi attimi di pace e tregua, approfittando del caldo buono che scalda l’anima e aiuta a sopportare il dolore e offre l’illusione di trovarsi in un “nido” accogliente.

Figure Retoriche

Litote –  vv. 16-17-18: “non si sente/ altro/ che il caldo buono”;

Metafora –  vv. 3-4: “in un gomitolo/ di strade”; vv. 19-20-21-22-23: “Sto/ con le quattro/ capriole/ di fumo/ del focolare”;

Similitudini –  vv. 9-10-11: “come una/ cosa/ posata”;

Sinestesia –  v. 18: “caldo buono.

Mattina

La poesia Mattina è composta da due soli versi e per comprenderla a pieno bisogna necessariamente leggere anche il titolo, al quale si riferisce il contenuto.

Il poeta guarda il cielo libero e sgombro e pieno di luce. Percepisce una sensazione di benessere e allora si riempie di luminosità e di gioia che lo fa sentire in armonia con la natura.

In questa lirica il poeta rappresenta la grandezza attraverso la luce.

Attraverso i due versi Ungaretti ci racconta un’immagine. Lo splendore del sole che sorge sull’orizzonte dell’immenso mare regala al poeta una sensazione interiore che lo ricollega al senso di vastità. Egli si sente vivo e parte dell’infinito mistero della natura. Lo stato d’animo descritto è quasi mistico, di unione con l’universo.

Si tratta di un componimento di straordinaria efficacia.

Il poeta, con sole poche parole, trasmette la sensazione forte e maestosa del risveglio mattutino. Esso rappresenta la voglia di vita e di grandezza, nonostante il continuo perpetrarsi degli orrori della guerra.

È la poesia più breve di Ungaretti: nell’esplodere della luce mattutina il poeta riesce a cogliere l’immensità il senso di infinito.

«La comprensione della poesia richiede di soffermarsi sulla particolare valorizzazione del titolo, indispensabile all’interpretazione corretta del significato: lo splendore del sole sorto da poco trasmette al poeta una sensazione di luminosità che provoca immediate associazioni interiori ed in particolare il sentimento della vastità. M’illumino d’immenso significa appunto questo: l’idea della infinita grandezza mi colpisce nella forma della luce. L’intensità della poesia si affida anche alla sinestesia su cui è costruito il testo, oltre che al perfetto parallelismo fonico-ritmico dei due versicoli, aperti da una elisione, costituiti da due ternari e ruotanti attorno a due termini comincianti per i e terminati per o». (Romano Luperini da La scrittura e l’interpretazione).

Allegria di naufragi

L’espressione Allegria di naufragi è un ossimoro*.

In questo caso naufrago è colui che si salva dopo una tempesta in cui la nave viene abbandonata.

Eppure dopo ogni naufragio l’uomo, il superstite, sente rinascere in sé la volontà di ricominciare da capo:

questa vitalità istintiva è la sua allegria. * accostamento di due termini di senso contrario o comunque in antitesi tra loro.

Il viaggio è una metafora della vita e il lupo di mare non si arrende; dopo il naufragio ricomincia a navigare. La poesia è costruita su una similitudine: come un superstite che si salva dopo un naufragio è allegro e felice e riprende il suo viaggio, così chi sopravvive alla guerra è felice di essere salvo e riprende a vivere come sempre.

Fratelli

Fratelli, a quale reggimento appartenete?
La parola fratelli trema nella notte, come una foglia appena nata.
Nell’aria della notte, lacerata da scoppi e lamenti, c’è un’involontaria rivolta dell’uomo, consapevole della propria fragilità.

La poesia si apre con una domanda che viene rivolta ai soldati che, nell’oscurità della notte, non sono immediatamente riconoscibili al poeta e ai suoi commilitoni. I soldati desiderano conoscere il reggimento d’appartenenza dei militari che si ritrovano di fronte.

Il punto interrogativo del verso 2 è l’unico segno d’interpunzione presente nella lirica.

La parola chiave, che coincide col titolo stesso, assume particolare rilevanza anche perché viene posta in fondo alla frase, in un verso isolato.

Il vocabolo in questione assume una connotazione diversa dal solito e rappresenta un segno di speranza e di nuovo vigore.

Anche in questa lirica, come in Soldati Ungaretti ricorre all’uso dell’analogia con l’immagine della foglia appena nata che è accompagnata dal sentimento di fratellanza che si istituisce fra i soldati che sono accomunati dalla paura di perdere la vita.

Anche qui si parla della fragilità umana, della precarietà della vita e del timore primordiale, dovuto all’aleggiare costante della morte.

Tuttavia, con l’appellativo di fratelli, i soldati riconquistano la propria umanità e l’immagine della foglia diventa un elemento di consolazione e un tiepido affacciarsi della vigoria e della positività, nonostante l’esperienza traumatica della guerra.

I soldati, avendo sempre davanti ai propri occhi immagini di morte, sono ben consapevoli della tragedia alla quale stanno prendendo parte e di quanto siano fragili.

Tuttavia riescono anche a comprendere che la caducità è una caratteristica peculiare dell’intera condizione umana e accomuna tutti gli uomini in un sentimento di dolorosa fraternità. Gli uomini prendono coscienza di ciò e desiderano ribellarsi all’orrore della guerra attraverso un’”involontaria rivolta” che possa permettere loro di tornare gradualmente alla vita.

Il poeta che vive in prima persona la terribile esperienza della trincea, non usa mai parole violente nei confronti del nemico; esprime il senso di fratellanza che lega tutti i soldati al fronte, indipendentemente dal colore della divisa.

Figure retoriche

Analogia: vv. 3-4: “Parola tremante/ nella notte”; v. 5: “Foglia appena nata”; vv. 6-9;

Metafora “v. 6: aria spasimante”.

Il lavoro di limatura della lingua

Si propongono due versioni di questa poesia per mostrare il lavoro di limatura linguistica operato dal poeta sulla forma dei suoi componimenti.

Le poesie che parlano della guerra

Sono una creatura

San Michele è un monte del Carso, celebre per le sanguinose battaglie combattute durante la Prima Guerra Mondiale.

Il Carso è una terra aspra, pietrosa e arida, che può quindi essere agevolmente paragonata al pianto del poeta che si prosciuga subito: è un dolore interno che logora l’anima, perché non rimangono neanche più lacrime per piangere.

La pietrificazione reale corrisponde perfettamente all’inaridimento interiore: il dolore del poeta è così disumano che anche il suo pianto si blocca dentro, non riesce a manifestarsi all’esterno.

Sono una creatura è caratterizzata da brevità, istantaneità, iterazione martellante, spezzato ritmico che isola le parole, e soprattutto dall’analogia, un espediente retorico tipico della poesia simbolista.

La brevità mira ad ottenere il massimo di espressività utilizzando meno parole possibili; l’anafora è fondamentale a questo scopo. Come sempre nell’Allegria, la punteggiatura è assente e sostituita dagli spazi bianchi, corrispondenti a pause di silenzio.

Pietra e acqua sono immagini tipiche dell’Allegria, tuttavia qui l’acqua del pianto non ha una valenza purificatrice, è soltanto simbolo di un dolore disumano.

La memoria dei caduti di guerra è il punto chiave della poesia ungarettiana. La poesia si conclude con un proverbio, ma si tratta di un proverbio di difficile interpretazione: si può dire che i morti lasciano in coloro che restano in vita un rimpianto, una sorta di senso di colpa, forse in questo senso “la morte si sconta vivendo”. L’ossimoro fa sì che vita e morte si identifichino e il gerundio “vivendo” ne rovescia il rapporto tradizionale, poiché sottolinea la durata nel tempo di una condizione di morte di per sé momentanea: in tal modo, la morte è vista al passato e risulta quasi meno dolorosa della vita stessa.

Veglia

Il poeta ha accanto un soldato morto, con le mani congelate e la bocca digrignante volta verso la luce della luna.

Nonostante questa situazione penosa e terrificante, il poeta scrive una lettera d’amore, si sente attaccato alla vita come non mai.

Nella drammaticità della situazione, percepisce solo la propria volontà di vivere, che prevale su tutto.

Anche questa consuetudine con la tragedia induce una riflessione sull’umanità/disumanità della situazione.

Da notare le numerose assonanze: nottata, buttato, massacrato, digrignata, penetrata.

San Martino del Carso

San Martino del Carso tratta:

  • degli effetti devastanti della guerra, che non risparmia nulla,
  • dello strazio che la morte porta nel mondo e nel cuore del poeta.

All’inizio prevale l’immagine della distruzione del paese, ormai fatto solo di macerie di rovine; poi, il poeta si focalizza maggiormente sul proprio stato d’animo: Ungaretti, come gli è tipico, trova una forte analogia tra le immagini del mondo esterno e il sentimento interiore del suo cuore.

La condizione del paese devastato è, infatti, del tutto analoga a quella del cuore del poeta, come confermano i due versi finali. La struttura del componimento è circolare: l’immagine finale del cuore straziato richiama quella iniziale del “brandello di muro”, così come si richiamano a vicenda le “case” del primo verso e il “paese” dell’ultimo.

Il ricordo degli amici scomparsi è presente e vivo nel cuore del poeta e vi rimarrà per sempre: le croci non evocano solo l’immagine di un cimitero, ma anche quella della passione di Cristo.

È questa la cosa importante: ciò che rimane in mezzo a tanta distruzione senza speranza è proprio il cuore del poeta e il suo dolore, che ha il potere di redimere e di riportare quell’umanità che sembrava perduta, di ricostruire nel cuore addirittura un “paese”, quel paese che sembrava irrimediabilmente distrutto.

Il fatto che degli amici deceduti non sia rimasto nulla, neanche un “brandello”, è indice di una devastazione ancor più totale e profonda di quella del paese.

La caratteristica formalmente più appariscente in questa lirica di Ungaretti è l’insistenza ossessiva, il ricorso alla ripetizione a livello lessicale che sintattico e fonico.

 Il linguaggio è semplice e piano.

Risulta straniante l’impiego del sostantivo “brandello”, solitamente da collegare alla carne umana o a pezzi di stoffa, riferito, in questo caso, alla parola “muro”. Il “ma” con cui si apre la terza strofa è una congiunzione avversativa molto forte e serve a sottolineare l’importanza particolare del ricordo.

La lirica, priva di punteggiatura che isola ed esalta le singole parole, si basa tutta su una serie di contrapposizioni:

di San Martino resta qualche brandello di muro,

dei morti cari allo scrittore non resta nulla;

San Martino è un paese straziato, più straziato è il cuore del poeta

Soldati

Nella primavera del 1918, il reggimento al quale apparteneva Ungaretti si reca a combattere in Francia.

In questi brevi versi è espressa tutta la precarietà e l’attesa del soldato. La foglia sul ramo decimato, fragile e indebolita nel vento d’autunno che la minaccia, attende, caduca, vulnerabile come il soldato, dopo una lunga stagione di guerra.

La madre

La lirica, datata 1930, appartiene alla raccolta Sentimento del tempo. Essa segna l’abbandono del tema della guerra e un ritorno a meditazioni esistenziali di carattere più generale con un recupero della forma poetica più tradizionale, di una sintassi più complessa e della punteggiatura.

Il poeta immagina il momento in cui, dopo che il suo cuore avrà smesso di battere facendo cadere l’ostacolo terreno (muro d’ombra) che impedisce agli esseri umani di vedere l’aldilà, egli si ritroverà al cospetto del Signore.

In quel momento rivedrà la madre che gli darà la mano come al tempo dell’infanzia, e sarà lì in ginocchio, immobile, in attesa del giudizio divino, mantenendo lo stesso atteggiamento che aveva quando era ancora in vita e si raccoglieva in preghiera. Sua madre sarà lì ad intercedere, con fermezza, per lui presso Dio e, soltanto quando sarà sicura di aver garantito al suo pargoletto il perdono divino, si girerà per guardarlo. La donna mostra un atteggiamento profondamente cristiano sia perché accetta serenamente la propria morte, sia perché prega per intercedere per il figlio.

In questa lirica è evidente il cammino di conversione compiuto da Ungaretti. In questa poesia la morte è vista come il momento in cui le anime possono vedere la luce divina e possono ritrovare le persone care.

Video

Intervista a Ungaretti

Prima parte www.youtube.com/watch?v=E8Pslp5iA0A

Seconda parte www.youtube.com/watch?v=TOD-MPHeiHo

Altra intervista agli 80 anni del poeta www.youtube.com/watch?v=t9f9wT8336U

Ungaretti legge I fiumi – www.youtube.com/watch?v=8SAegn2KtDc

www.youtube.com/watch?v=AykcxObmUM4

Fonti

G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1974

G. Contini, La letteratura dell’Italia unita, Sansoni, Firenze, 1968

G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori

R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, Il nuovo. La scrittura e l’interpretazione, Palumbo editore

https://biografieonline.it/biografia-giuseppe-ungaretti

https://www.pearson.it/letteraturapuntoit/contents/files/ungaretti_sint.pdf

https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Ungaretti

http://www.viv-it.org/schede/commiato

https://it.aleteia.org/2015/03/06/quando-ungaretti-credette/

https://www.isoladellapoesia.com/poesie_famose/27-poesia-ungaretti-dannazione.php