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Dante Alighieri

Ritratto di Dante eseguito da Botticelli

Perché Dante è diventato così famoso?

1. Perché può essere considerato il padre della lingua italiana in quanto ha trasformato il volgare italiano in una lingua letteraria.

2. Perché attraverso lo Stilnovo ha influenzato la produzione di Francesco Petrarca e quindi ha condizionato tutta la poesia italiana.

3. Perché con la Commedia ha raccontato il Medioevo e ha inaugurato l’età moderna.

4. Perché ha raggiunto livelli inimitabili nella sperimentazione della lingua italiana.

5. Perché dopo di lui tutti gli autori si sono confrontati con la sua opera.

Documento – Chi era Dante?

Tratto dalla Nuova Cronica di Giovanni Villani.

Scritta nella prima metà del Trecento, la Nuova Cronica è uno dei documenti più significativi di tutta la cultura italiana.
Si tratta di un’opera innovativa nella quale sono raccontati fatti che si sono verificati anche al di là delle mura fiorentine. In essa trovano posto in essa i più svariati argomenti che la tradizione annalistica trascurava.
La Nuova Cronica contiene un ricco resoconto che parte dalla torre di Babele e arriva fino ai giorni dello storiografo.  
Ideata nei primi decenni del Trecento, l’opera  rimane incompiuta a causa della morte per peste dell’autore.
È strutturata in Dodici libri nei quali si racconta la storia di Firenze dall’antichità agli anni della peste. I primi sei libri sono dedicati alla storia antica e hanno un tono leggendario.
Gli ultimi sei sono considerati i più innovativi in quanto raccolgono informazioni, anche di tipo statistico, relative all’età contemporanea allo storiografo: è evidente in essi il punto di vista tipico di un mercante internazionale e dell’esperto finanziere.
Si tratta di un’opera straordinaria e ricchissima fonte di informazione.
Questi fue grande letterato quasi in ogni scienza, tutto fosse laico; fue sommo poeta e filosafo, e rettorico perfetto tanto in dittare, versificare, come in aringa parlare, nobilissimo dicitore, in rima sommo, col più pulito e bello stile che mai fosse in nostra lingua infino al suo tempo e più innanzi.
Fece in sua giovanezza i·libro de la Vita nova d’amore; e poi quando fue in esilio fece da XX canzoni morali e d’amore molto eccellenti, e in tra·ll’altre fece tre nobili pistole; l’una mandò al reggimento di Firenze dogliendosi del suo esilio sanza colpa; l’altra mandò a lo ‘mperadore Arrigo quand’era a l’assedio di Brescia, riprendendolo della sua stanza, quasi profetezzando; la terza a’ cardinali italiani, quand’era la vacazione dopo la morte di papa Chimento, acciò che s’accordassono a eleggere papa italiano; tutte in latino con alto dittato, e con eccellenti sentenzie e autoritadi, le quali furono molto commendate da’ savi intenditori.
E fece la Commedia, ove in pulita rima, e con grandi e sottili questioni morali, naturali, strolaghe, filosofiche, e teologhe, con belle e nuove figure, comparazioni, e poetrie, compuose e trattò in cento capitoli, overo canti, dell’essere e istato del ninferno, purgatorio, e paradiso così altamente come dire se ne possa, sì come per lo detto suo trattato si può vedere e intendere, chi è di sottile intelletto.
Bene si dilettò in quella Commedia di garrire e sclamare a guisa di poeta, forse in parte più che non si convenia; ma forse il suo esilio gliele fece.
Fece ancora la Monarchia, ove trattò de l’oficio degli ‘mperadori.
Questo Dante per lo suo savere fue alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso, e quasi a guisa di filosafo mal grazioso non bene sapea conversare co’ laici; ma per l’altre sue virtudi e scienza e valore di tanto cittadino ne pare che si convenga di dargli perpetua memoria in questa nostra cronica, con tutto che per le sue nobili opere lasciateci in iscritture facciano di lui vero testimonio e onorabile fama a la nostra cittade.
(Giovanni Villani, Nuova Cronica, libro X, cap. CXXXVI)

L’epoca di Dante

La prima parte della vita di Dante ha come sfondo Firenze, un libero comune che lotta per il potere in un’area piuttosto ampia della Toscana che vuole ottenere la supremazia politica sulla parte centrale della penisola italiana.

La Firenze di Dante, insomma, è una vera e propria città-stato che nella situazione e nelle vicende interne riflette il contesto politico, italiano ed europeo, degli ultimi decenni del secolo XIII.

Le lotte tra guelfi e ghibellini.

L’Italia è dalla metà del secolo il teatro delle lotte sanguinose fra guelfi e ghibellini.

I guelfi sostengono la supremazia del papato sull’impero.  

I ghibellini invece sostengono la supremazia dell’imperatore sul papa.

Le due fazioni, i due partiti, provocarono nell’Italia del basso medioevo divisioni, conflitti, tradimenti e ingerenze da parte delle potenze straniere. Inoltre questi conflitti hanno impedito il processo di formazione di un’entità politica unitaria.

Alcuni scontri famosi hanno lasciato il segno nella memoria collettiva e il loro ricordo apparirà anche nelle opere di Dante.

A Montaperti, nel 1260, i guelfi sono travolti dai ghibellini. La sconfitta fu bruciante e molti guelfi furono trucidati.

A Benevento, nel 1266, i ghibellini guidati da Manfredi, figlio naturale di Federico II, vennero a loro volta duramente sconfitti dai guelfi guidati da Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia.

A Tagliacozzo, nel 1268, Carlo d’Angiò, proclamato dal papa legittimo re d’Italia, sconfisse Corradino. Con la decapitazione di questi, ultimo erede legittimo di Federico II, scomparve definitivamente la dinastia sveva.

Ognuna di queste battaglie, i cui esiti furono favorevoli ora ai guelfi ora ai ghibellini, provocò conseguenze dirette sui comuni italiani, con un succedersi alterno di esili e di rientri gloriosi dell’una o dell’altra parte.

A Firenze, dopo l’aspra lotta fra guelfi e ghibellini conclusasi con il sopravvento dei guelfi, le tensioni si ripresentarono quando i guelfi si divisero in due fazioni: i Bianchi e i Neri. I Bianchi fanno riferimento alla famiglia dei Cerchi e i neri alla famiglia dei Donati.

Le fazioni laceravano il tessuto sociale di Firenze, pensate che Dante aveva aderito alla fazione dei Bianchi, ma sua moglie apparteneva alla famiglia Donati.   

Bianchi e Neri si combattono ferocemente in una vera e propria guerra civile: chi vince conquista il controllo del comune, ma a chi perde tocca l’esilio se non la morte.

Biografia

Nasce a Firenze da famiglia guelfa. Dante, diminutivo di Durante, nacque a Firenze tra la seconda metà del maggio e la prima metà del giugno 1265, da Alighiero di Bellincione e da Bella degli Abati.

La data precisa della nascita è incerta, come molte altre notizie sulla sua vita; ma Dante stesso, nel canto XXII del Paradiso, dice di essere nato sotto il segno dei Gemelli.

La famiglia degli Alighieri apparteneva alla piccola nobiltà guelfa e versava in condizioni economiche modeste. Per poter mantenere la famiglia il padre di Dante dovette dedicarsi all’attività di cambiavalute, un’attività che allora era considerata poco onorevole per un nobile.

La famiglia, inoltre, non rivestiva un ruolo particolarmente importante nella politica di Firenze. Questo è dimostrato dal fatto che dopo la sconfitta che i guelfi subirono a Montaperti nel 1260, la famiglia Alighieri non era stata esiliata come tutte le importanti famiglie guelfe.

A quell’epoca i matrimoni erano combinati dalle famiglie e anche Dante non si sottrasse al suo destino. A lui fu data in moglie, intorno al 1285 Gemma Donati, figlia di Manetto Donati che apparteneva a una delle famiglie guelfe più illustri di Firenze. L’unione tra Dante e Gemma fu abbastanza felice e dal matrimonio nacquero alcuni figli: sicuramente Jacopo, Pietro e Antonia, che si fece suora con il nome di Beatrice. Sembra che ci fosse anche un quarto figlio di nome Giovanni.

Come fiorentino, Dante partecipò alle vicende militari della sua città: nel 1289, durante la battaglia di Campaldino e in seguito combatté contro Pisa.

La prima formazione culturale di Dante ebbe luogo nella Firenze comunale di fine Duecento, una città dominata dalle lotte irriducibili tra le fazioni. In questo contesto politico spesso gli intellettuali svolgevano un ruolo politico di primo piano.

Suo maestro fu Brunetto Latini, profondo conoscitore della letteratura francese, famoso in tutta Europa grazie agli studi sull’arte retorica applicata alla politica.

Nella Divina Commedia, nel quindicesimo canto dell’Inferno, Dante racconta di aver incontrato il suo amato maestro Brunetto Latini. I due dialogano per un po’, poi Brunetto deve andare, la schiera infernale lo aspetta. Le parole che Dante scrive dopo il loro congedo testimoniano la grande affezione che egli prova per il suo Maestro.   “Poi si rivolse, e parve di coloro 
che corrono a Verona il drappo verde 
per la campagna; e parve di costoro 

quelli che vince, non colui che perde.” 

Anche l’attività poetica di Dante incominciò molto precocemente a Firenze.

La città toscana era tra le più attive come centro di diffusione della nuova poesia cortese, il cui maestro era Guittone d’Arezzo. A Firenze vivevano altri insigni poeti, coetanei di Dante, tra i quali Guido Cavalcanti, la cui amicizia è di fondamentale importanza per Dante. Dante intratteneva frequenti scambi poetici con poeti fiorentini e toscani, come Lapo Gianni e Cino da Pistoia, con i quali egli condivise l’esperienza stilnovistica.

La produzione giovanile e la Vita nova. L’opera più importante tra gli scritti giovanili di Dante fu il libro della Vita nova (ultimato quasi certamente nel 1294), in cui per la prima volta compare Beatrice (comunemente identificata con Bice figlia di Folco Portinari, moglie di Simone dei Bardi), la donna che diventerà per Dante simbolo della perfezione dell’amore e della bellezza femminile.

In seguito alla morte prematura di Beatrice, nel 1290, e probabilmente sollecitato anche da una profonda crisi intellettuale e morale, Dante scelse di abbandonare per un certo periodo la poesia per dedicarsi agli studi filosofici.

Frequentò allora le due principali «università» fiorentine del tempo: lo «studium» francescano di Santa Croce, specializzato nella lettura e nel commento di Sant’Agostino, dei padri della Chiesa e dei mistici e quello domenicano di Santa Maria Novella, specializzato nello studio di Aristotele attraverso i commenti dei teologi contemporanei Alberto Magno e Tommaso d’Aquino. L’immersione nello studio della filosofia durò «trenta mesi», secondo la testimonianza del Convivio, e fu preceduta da un breve soggiorno a Bologna, tra il 1286 e il 1287, durante il quale Dante può aver avuto accesso al fiorente centro universitario di quella città.

L’impegno politico

Il 1295 fu l’anno decisivo nella biografia dantesca. Infatti venne approvata una modifica agli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella, in base alla quale anche i nobili potevano accedere alle cariche pubbliche purché iscritti a una corporazione.

Dante, bramoso di entrare nel mondo politico, si iscrisse a quella dei medici e degli speziali con la menzione di poeta.

Nello stesso anno fece il suo ingresso in politica: dapprima nel Consiglio del Popolo, poi nel Consiglio dei Savi per l’elezione dei Priori. Il priorato, era la più alta carica pubblica del comune dopo quella di podestà.

Nel 1300 guidò con successo un’ambasceria a San Gimignano e a coronamento della sua carriera politica, ricevette l’incarico di priore per il bimestre 15 giugno -15 agosto 1300. Questo incarico fu però all’origine della sua rovina politica e umana, secondo quanto scrisse lo stesso Dante in una lettera ora perduta.

Proprio in quel periodo, infatti, Firenze si accingeva a vivere un’ulteriore stagione di lotte civili, non più tra guelfi e ghibellini, che erano stati definitivamente sconfitti, bensì tra due fazioni formatesi all’interno del partito guelfo: i Bianchi e i Neri, capitanati rispettivamente dalle potenti famiglie dei Cerchi e dei Donati.

I Donati si allearono ben presto con il pontefice Bonifacio VIII e ne appoggiarono la politica teocratica e le continue ingerenze nel governo della città.

Nel tentativo di arginare i conflitti che esplodevano in città tra esponenti delle due fazioni, i priori dovettero mandare in esilio parecchi illustri fiorentini, capi delle parti in opposizione.

Fu questa una decisione assai dolorosa per Dante, perché colpiva sia la sua stessa famiglia, Dante, in seguito al matrimonio, era imparentato con i Donati, che i suoi affetti, l’amico Guido Cavalcanti era un tenace sostenitore dei bianchi; in quel periodo Cavalcanti fu mandato in esilio per evitare continui scontri.  

L’opposizione a Bonifacio VIII

Purtroppo le condanne e gli esili non portarono che ulteriori inasprimenti delle rispettive posizioni.

Nel 1301 Dante, non era più priore ma era componente del Consiglio dei Cento. Egli, appartenente alla fazione dei bianchi, cercò di contrastare la politica del papa Bonifacio VIII e del suo alleato Carlo II d’Angiò, che avvertiva sempre più come una minaccia per Firenze.

Nell’autunno dello stesso anno, Dante guidò un’ambasceria a Roma, con l’obiettivo di distogliere dai suoi propositi papa Bonifacio VIII.

Il pontefice infatti voleva far intervenire in Toscana il principe francese Carlo di Valois sostenendo che il principe francese avrebbe favorito la pacificazione tra le due fazioni. In realtà Bonifacio voleva sostenere la politica dei neri che era favorevole alla sua linea politica di controllo sulla città.

Nonostante l’iniziativa diplomatica, mentre Dante era a Roma, Carlo di Valois entrò nella città, permettendo ai Neri di impadronirsi con la forza del governo

Dante esponente dei Bianchi, a Roma, fu raggiunto dalla notizia del colpo di stato. La sua casa fu saccheggiata.

Il podestà di Firenze, dopo un’inchiesta sommaria sulle azioni dei priori dei due anni precedenti, accusò formalmente Dante di ribellione al papa e di baratteria, ossia di appropriazione indebita di denaro pubblico. Dante fu richiamato a Firenze per discolparsi, dall’accusa di baratteria ma non si presentò. Era consapevole del rischio di essere arrestato.

Da quel momento Dante non farà più ritorno a Firenze: vivrà in doloroso esilio tutta la sua esistenza.

Il 27 gennaio 1302 Dante fu condannato in contumacia al pagamento di una multa, a due anni di confino, al divieto a vita di partecipare al governo della città.

Non avendo pagato, il 10 marzo dello stesso anno Dante fu condannato alla confisca dei beni e alla morte sul rogo se fosse stato catturato dalle autorità.

L’esilio

Incomincia così la seconda parte della vita di Dante, la più difficile: l’esilio. Di questo periodo possediamo notizie ancora più incomplete e frammentarie.

Probabilmente, negli anni tra il 1302 e il 1304 partecipò alle iniziative militari dei fuorusciti Bianchi per tornare a Firenze, sia pure con gravi riserve sulle loro scelte, specialmente sull’alleanza con gli esuli ghibellini.

Ma nel 1304 i Bianchi furono sconfitti in modo definitivo.

Da quel momento in poi, Dante perse progressivamente la speranza di tornare e di essere riabilitato, nella sua città.

Si dovette rassegnare a una vita errabonda, sempre ospite di signori più o meno potenti, presso i quali svolse diversi incarichi: dalla compilazione di documenti ufficiali alle missioni diplomatiche.

Furono anni molto produttivi dal punto di vista letterario, come se Dante cercasse di compensare la grave frustrazione politica e umana con la scrittura. In condizioni indubbiamente difficili, perché privo di una dimora fissa e quindi di una biblioteca stabile, compose il Convivio  e il De vulgari eloquentia, rimasti incompiuti, il trattato politico Monarchia e il capolavoro, la Commedia.

Tra i primi a ospitare Dante fu Bartolomeo della Scala, signore di Verona, nel 1303. Documenti e firme su trattati testimoniano che dante fu a Treviso, tra il 1304 e il 1306; in Lunigiana, nel 1306; nel 1307 e nel 1311 nel Casentino.

Tra il 1308 e il 1313 Dante coltivò il sogno che l’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo lo aiutasse a porre termine alla sua condizione di esule. Probabilmente conobbe di persona Arrigo, mentre quest’ultimo si trovava in Italia settentrionale in attesa di sferrare l’attacco definitivo ai guelfi guidati da Firenze.

Ma anche questa speranza svanì, nel 1313, con la morte dell’imperatore.

Dal 1313 al 1319 Dante trovò ospitalità di nuovo a Verona, presso Cangrande della Scala a cui Dante gli dedicò la terza cantica della Commedia.

Nel 1315 ricevette da Firenze un ultimo invito alla riconciliazione; egli però lo ritenne troppo umiliante: avrebbe dovuto pagare una multa e fare pubblica ammenda, vestito di un saio e con in testa una mitria, alla stregua di un eretico o un malfattore, in una processione che avrebbe attraversato la città dal carcere al duomo.

Il rifiuto gli costò la conferma delle condanne all’esilio, alla morte e alla confisca dei beni, condanne che anzi furono estese anche ai figli.

Tra il 1319 e il 1321 si colloca l’ultimo soggiorno di Dante, ospite a Ravenna presso la corte di Guido Novello da Polenta.

Nel 1321 si recò a Venezia per una missione diplomatica su incarico del signore ravennate: si ammalò di febbri malariche durante il viaggio di ritorno e morì a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre. Il suo corpo è tuttora sepolto a Ravenna, presso la chiesa di San Francesco.

Domenico di Michelino, Dante e il suo poema, 1465. Affresco nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze.

La formazione culturale

Inizialmente ebbe un maestro di latino che gli permette di accedere a quella che era la lingua indispensabile per ogni persona colta dell’epoca. Poi Dante si avvicina alle culture d’oltralpe attraverso la lettura di testi in lingua d’oc e d’oïl.

Per Dante il primo autentico maestro di stile e di cultura è stato Brunetto Latini, che deve aver rappresentato anche una fonte importante di notizie e di dati sulla storia europea, vista l’importante attività diplomatica che aveva svolto per conto di Firenze nel periodo della prevalenza ghibellina.

Conoscitore della realtà politica di Castiglia e di Francia, in cui aveva vissuto fino alla vittoria dei guelfi nel 1266, Brunetto trasmise la sua esperienza al governo di Firenze e con ogni probabilità a Dante, che grazie a lui riuscì a consolidare la propria ambizione di intellettuale e di scrittore.

Quasi certamente Brunetto iniziò Dante non solo ai testi più prestigiosi della letteratura francese antica, ma anche a quelli arabi grazie alla mediazione culturale della corte di Toledo, capitale della Castiglia.

La maturità intellettuale acquisita alla scuola di Brunetto consente a Dante di mettersi in relazione con una cerchia di uomini di cultura del suo tempo, a incominciare dall’amico Guido Cavalcanti, appartenente a una delle famiglie più antiche e illustri di Firenze.

I Cavalcanti si vantavano di essere tra i fondatori della parte guelfa a Firenze ed erano avversari della potente famiglia ghibellina degli Uberti. Per tentare di raggiungere una conciliazione tra le due famiglie a Guido, figlio di Cavalcante Cavalcanti, era stata data in sposa Bice, figlia di Farinata degli Uberti.

Il matrimonio era una pratica politica molto utilizzata nella società medievale.

Lo Stilnovo

Guido Cavalcanti ha il merito di trapiantare a Firenze una nuova poesia nata a Bologna e il cui «padre» era Guido Guinizelli. Questa nuova poesia, questo “Stilnovo” permetteva di esprimersi con una limpidezza e una dolcezza che piaceva a Dante, ma che era anche sostenuta da contenuti profondi, radicati nella filosofia e nella mistica.

Dante fa proprio questo «dolce stilnovo» e ne diventa l’esponente principale.

Beatrice nella Vita nova è già una donna-angelo, colei che dona la beatitudine ai mortali, ma solo a quelli dotati di un animo predisposto.

Dante riesce a superare le prospettive dell’amico-maestro Guido Cavalcanti nelle posizioni del quale, anzi, individua un errore fondamentale.

Egli infatti non ritiene più, come Guido, che la passione d’amore porti solo scompiglio nella mente del poeta, distogliendolo dagli studi e portandolo a una morte intellettuale. È invece convinto che l’amore, grazie alla perfezione spirituale della donna che lo suscita, conduca l’anima alla perfezione e alla beatitudine.

Testo – Guido, i’ vorrei

Questo sonetto fa parte delle poesie giovanili di Dante; è stato scritto tra il 1283 è il 1290, era indirizzato a Guido Cavalcanti, suo grande amico. Il tema centrale di questo componimento è la concezione stilnovista dell’amicizia e dell’amore vissuti in un’atmosfera incantata. Dante trae spunto dalla tradizione letteraria francese e fa riferimento a mago Merlino, alla sua magia e ad un vascello incantato.

Forma: Sonetto di quattordici endecasillabi con schema di rime: ABBA-ABBA- CDE EDC

Commento

Il sonetto fa parte delle poesie giovanili di Dante ed è considerato come l’atto di nascita dello Stilnovo, uno stile è caratterizzato da una lingua più delicata, limpida e sensibile, prerogativa di una ristretta cerchia di spiriti nobili. Il tema principale del sonetto è la descrizione di un sogno ambientato nel mondo cortese, un sogno completamente staccato dalla vita reale in un ambiente di fantasia.

Le quartine raccontano dell’amicizia tra Dante, Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, tre poeti stilnovisti, nelle terzine, invece, si introduce ciò che li accomuna, il “ragionar sempre d’amore” (v. 12), in un contesto fiabesco, tra spiriti eletti: tre uomini e tre donne.  

L’iniziale desiderio di Dante “Guido, i’ vorrei” diventa un desiderio collettivo, che accomuna tutti e tre gli amici. Si tratta di un testo molto moderno: Dante infatti mette sulla barca dei suoi sogni tre amici e tre donne, una comunità ideale in cui si possa immergersi in ragionamenti amorosi, condividendo pensieri e sogni, in modo che ognuno di loro possa essere felice.

Sono interessanti anche altri due elementi: il tre e il trenta. Dante utilizza il numero tre (tre gli amici e tre le donne amate) che è un numero legato al concetto di perfezione che ha quindi grande valenza simbolica. Inoltre nel verso 10 parla di una donna ‘quella ch’è sul numer de le trenta’.

In questo verso Dante fa riferimento ad un suo componimento, ora perduto, in cui aveva elencato le sessanta donne più belle di Firenze. La donna invitata era quella che occupava il trentesimo posto di questa lista e che sicuramente i suoi amici conoscevano bene.

Figure Retoriche

  • Apostrofi – “Guido” (v. 1);
  • Allitterazioni – della “v: “vasel, vento, vostro” (vv. 3-4); della “s”: “stare, insieme, crescesse, disio” (v. 8); della “r”: “ragionar, sempre, amore” (v. 12);
  • Anastrofi – “di stare insieme crescesse il disio” (v. 8); “con noi ponesse il buono incantatore” (v. 11);
  • Polisindeti – “tu e Lapo ed io” (v. 1); “e monna Vanna e monna Lagia” (v. 9);
  • Perifrasi – “il buono incantatore” (v. 11);
  • Metafore – “vasel” (v. 3);
  • Similitudini – “contenta / sì come io credo che saremmo noi” (vv. 13-14).

Molte delle parole usate da Dante ci aiutano a capire che Dante sta esprimendo un desiderio: vorrei, incantamento [magia], vasel [vascello], fortuna, talento [desiderio], incantatore [Mago Merlino]. 

La struttura del sonetto è circolare. Infatti il poeta inizia parlando in prima persona nel primo verso (“vorrei”) e anche nell’ultimo (“credo”).4

Domande

  1. Quali sono i temi fondamentali del sonetto
  2. Riscrivi il testo del sonetto come se lo volessi raccontare a una persona straniera o ad un bambino, con linguaggio semplice e frasi brevi.
  3. A chi si riferisce il verso 10?
  4. Il sonetto presenta una situazione di gioia in uno scenario di incanto. Immagina una situazione in cui tu vorresti essere. Dove ti troveresti? Con chi? In quali circostanze?

Gli studi filosofici

Fin dalle sue prime manifestazioni l’attività letteraria di Dante appare estremamente colta, nutrita dal sapere filosofico del tempo.

Dante ha una incredibile avidità intellettuale: egli non sceglie in modo esclusivo un sapere, un indirizzo filosofico particolare, ma cerca di conoscerli tutti, di comprenderli e di servirsene per il suo progetto letterario. Si avvicina sia al pensiero dei filosofi greci attraverso la conoscenza del pensiero medievale.

Dopo la morte di Beatrice Dante si dedica agli studi filosofici vive un periodo di confusione intellettuale. Per Dante la filosofia rappresenta un percorso verso la conoscenza, verso la verità.

E per qualche tempo, probabilmente fino alla stesura dei primi tre libri del Convivio, egli si convince di poter raggiungere la verità con i mezzi terreni della propria mente.

Ma ben presto modifica la sua concezione e, quando scrive la Commedia, è ormai convinto che non su questa terra, ma solo nell’altra vita, si possa giungere alla verità.

Dante e il sapere scientifico

Nell’opera di Dante è facile avvertire l’influsso delle teorie sulla fisiologia umana che Alberto Magno aveva elaborato sulla base della fisica aristotelica. Secondo tali studi il nostro corpo è percorso da «spiriti vitali» o «funzioni dell’anima», che sono invisibili e preposti al funzionamento dei diversi organi del corpo. Nella Vita nova Dante descrive i movimenti repentini degli «spiriti» provocati dalla presenza della donna amata: ogni stato psico-fisico, come esultanza, dispiacere o perdita di coscienza, viene spiegato come conseguenza del disporsi di questi spiriti all’interno del corpo o del fatto che tali spiriti hanno abbandonato, temporaneamente, la loro sede.

La concezione dantesca della forma dell’universo, come viene presentata nella Commedia, deriva dal sapere scientifico aristotelico.

Dante accoglie in pieno la cosmologia di Aristotele, ma la adatta perfettamente alla sua fede cristiana:

  • la Terra è un globo con un emisfero abitato e l’altro sommerso dalle acque, in cui sorge la montagna-isola del purgatorio.
  • Intorno alla Terra ruotano nove cieli concentrici, costituiti da immense sfere trasparenti in cui sono incastonati i rispettivi astri: nell’ordine, Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, stelle fisse.
  • Il nono cielo, quello più vicino a Dio e detto Primo Mobile, non sostiene nessun astro e funge piuttosto da raccordo fra il mondo divino, fonte di vita, e l’universo fisico a cui trasmette il movimento che da Dio si origina.
  • Oltre tutti questi cieli è l’Empireo, sede eterna di Dio e dei beati. Nel Paradiso, la terza cantica della Commedia, Dante descrive questo immenso, armonioso sistema cielo per cielo, mostrando di credere alla sua reale esistenza.

La sostanza di cui sono composti cieli e astri è, secondo Dante, energia divina cristallizzata e non è soggetta alle leggi di usura e distruzione che dominano nel mondo terreno.

Anzi, attraverso la rotazione dei cieli intorno alla Terra Dio distribuisce su di essa le virtù e le qualità che prima imprime a ciascun cielo.

Questa concezione cosmologica consente a Dante di dare fondamento alla credenza nell’influsso degli astri sulla vita umana: l’astrologia era per lui una vera e propria scienza, e come tale poteva conciliarsi con la fede.

La fiducia dantesca nella complessiva armonia dell’universo è testimoniata dai numerosi canti del Purgatorio e del Paradiso. In essi Dante spiega al lettore la posizione dei pianeti in quel preciso momento del viaggio di Dante nell’aldilà. Spiega inoltre che eventi celesti ed eventi terreni si corrispondano nel grandioso disegno divino.

Nel Medioevo ogni elemento che appartiene al mondo terreno corrisponde a un concetto o un valore che appartiene invece al mondo dell’eternità. Per questo si parla di allegorismo medievale perché l’allegoria, la figura retorica medievale per eccellenza, è uno strumento utilissimo per rappresentare la stretta relazione tra mondo umano e mondo divino, ma anche per suggerire e insegnare nozioni di natura morale.

La Commedia è quindi anche un poema allegorico e didascalico, in cui l’autore si serve di elementi tratti dall’esperienza quotidiana, e quindi noti ai lettori, per esprimere concetti astratti o comunque appartenenti alla dimensione spirituale.

Le opere

La Vita Nova

Nella Vita Nuova, opera giovanile e scritta in volgare, Dante ripercorre idealmente la storia del suo amore per Beatrice.

Dante scrive la Vita Nova tra il 1292 ed il 1293, dopo la morte di Beatrice. L’incontro con Beatrice, infatti, diventa il punto di svolta della maturazione umana e poetica di Dante tanto che la sua vita è, da quel momento “rinnovata dall’amore”. Dante unisce testi in prosa e testi in rima che aveva scritto precedentemente. 

L’opera è divisa in tre parti: 

  • nella prima parte viene descritto l’innamoramento e vengono descritti gli effetti di questo amore sul poeta;
  • nella seconda parte dante racconta il suo tentativo di avvicinamento alla donna e il suo rifiuto;
  • nella terza parte Dante deve elaborare il lutto di Beatrice.

De Vulgari Eloquentia 

Scritto in latino tra il 1304 e il 1306 Dante delinea le regole sull’arte dello scrivere in italiano volgare. Dante scrive in latino per convincere i dotti del tempo della dignità e delle potenzialità della lingua volgare aveva dignità. Dante vuole dimostrare che il volgare può essere usato anche per la letteratura “alta”. 

Convivio 

Dante scrive il Convivio in lingua volgare tra il 1304 e il 1307, nei primi anni dell’esilio. L’autore sceglie di utilizzare il volgare per rappresentare un ipotetico convivio, un banchetto in cui ci si nutre di filosofia e di principi morali. Dante vuole convincere gli uomini di potere che lo studio della filosofia e il rispetto delle leggi morali sono condizione necessaria per la convivenza nella società.

De Monarchia 

Scritto tra il 1310 e il 1313, il De Monarchia è scritto in latino. in esso Dante affronta il tema politico. Per il poeta, l’unica forma di governo che possa assicurare pace e sicurezza è la monarchia, una monarchia universale, che rifletta l’unicità e l’universalità  del regno di Dio e garantisca la pace, la giustizia e la libertà degli uomini. Dante sviluppa la teoria dei due soli, costituiti da monarchia e papato: entrambi regnano, ma il papa detiene il potere spirituale, mentre  l’imperatore quello temporale.

Le rime

Si tratta di una raccolta di componimenti poetici che Dante scrive nel corso della sua vita e che sono legati alle varie esperienze di vita del poeta. Le poesie dantesche sono state raccolte dai posteri.

La Divina Commedia

Vedi pagina dedicata

La geografia della Divina Commedia

Opere

Fonti

Moduli di letteratura italiana ed europea, di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini Carlo Signorelli Editore, Milano

http://www.letteraturaitaliana.net/autori/dante_alighieri.html

G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori

B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LetterAutori, Percorsi ed esperienze letterarie Antologia della Divina Commedia, Zanichelli

https://ladante.it/dantealighieri/hochfeiler/dante/vitanova.htm