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L’emigrazione italiana

Ostilità contro lo straniero

In molti periodi storici, nelle diverse culture, è emerso un aspetto dell’uomo: l’ostilità nei confronti dello straniero. Si tratta di una verità che riscontriamo quotidianamente: gli emigranti sono indesiderati e l’integrazione degli stessi avviene, ma è un processo faticoso e spesso doloroso.

Gli esempi sono infiniti. In questo articolo puntiamo l’attenzione sulla migrazione degli italiani dalla seconda rivoluzione industriale. 

Italiani “emigranti indesiderati” 

Gli emigranti – di Raffaello Gambogi – http://holvi.artstudio.fi/didrichsen, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57824950

Così erano definiti gli emigranti italiani negli Stati Uniti  alla fine dell’800.  gli italiani si imbarcavano alla ricerca di fortuna nel nuovo mondo. Lì erano considerati contadini arretrati e venivano sfruttati come manodopera a basso costo.  La fama degli italiani era quella di essere delinquenti, sporchi, ignoranti, mafiosi. Erano considerati una razza inferiore e spesso per questo vennero rifiutati.

Le testate giornalistiche straniere, per scoraggiare nuovi arrivi, pubblicavano periodicamente invettive contro gli emigranti italiani.

Il 18 aprile del 1880, il New York Times intitolava il suo editoriale proprio “Emigranti indesiderati”  in cui si diceva che gli italiani erano una popolazione promiscua, freccia sporca, pigra, criminale.

Il 17 aprile del 1921 un altro articolo sullo stesso quotidiano  lamentava il crescente numero di immigrati italiani.

«Lo straniero che cammina attraverso una città come Napoli può facilmente rendersi conto del problema con cui il governo ha a che fare: le strade secondarie sono letteralmente brulicanti di bambini che scorrazzano per le vie e sui marciapiedi sporchi e felici. La periferia di Napoli brulica di bambini che, per numero, può essere paragonato solo a quelli che si trovano a Delphi, Agra e in altre città delle Indie orientali».

L’emigrazione italiana

Tra il 1861 e il 1985 gli italiani emigrati all’estero sono stati circa 29 milioni: come se l’intera popolazione italiana di inizio Novecento se ne fosse andata in blocco. Di questi, circa 10 milioni sono successivamente tornati in Italia, mentre 18 milioni circa si sono definitivamente stabiliti all’estero.

Nave carica di emigranti italiani giunta in Brasile (1907)
http://www.scielo.br/img/revistas/ea/v16n46/46a15f4.gif, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3549730

Gli italiani iniziarono a emigrare dopo la metà dell’Ottocento. I flussi migratori possono essere divisi in tre fasi:

  • la “grande emigrazione” (1876-1915) successiva all’Unità di Italia,
  • l’emigrazione dopo la prima guerra mondiale (1918 – 1940)
  • la “migrazione europea” (1945-1970)
L’emigrazione italiana regione per regione
Origine: Fonte: Rielaborazione dati Istat in Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976, Roma, Cser, 1978, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17260686

Oggi si assiste a quella che è stata definita la ‘fuga dei cervelli’, ma che interessa anche migliaia di giovani e meno giovani che, ancora oggi cercano fortuna al di fuori dei confini. 

Le cause dell’emigrazione

La principale causa dell’emigrazione italiana, soprattutto nell’Italia meridionale, è stata la povertà. La mancanza di lavoro e di terra da lavorare è stato uno dei fattori determinanti. Ma gli italiani emigrarono anche per problemi politici, in particolare durante il ventennio fascista: fuggirono comunisti, anarchici ed ebrei.

Un altro motivo che spinse gli italiani del Sud a fuggire era la prepotenza della criminalità organizzata.

Gli emigranti italiani della Grande emigrazione

Tra il 1870 e il 1914 lasciarono l’Italia soprattutto uomini senza una specializzazione lavorativa definita; prima del 1896, la metà dei migranti era formata da contadini. 

I flussi migratori degli italiani all’estero aumentarono con la crescita delle loro rimesse, cioè del denaro che gli italiani emigrati all’estero inviavano in Italia ai famigliari rimasti. 

Proprio come accade per gli sbarchi odierni, i primi emigranti italiani, uomini o ragazzi che partivano da soli, spedivano a parenti o amici rimasti in Italia, il denaro necessario per comprare i biglietti e raggiungerli. Il flusso costante di denaro dagli Stati Uniti all’Italia costituì un capitolo importante dell’economia italiana e diede sollievo non solo alle famiglie dei migranti, ma anche al bilancio dello stato. Si calcola che le rimesse dei migranti costituirono circa il 5 per cento del Pil italiano.

Emigrati italiani impiegati nella costruzione di una ferrovia negli Stati Uniti (1918) – Fonte: https://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages/14738489896/

Chi partiva dalle regioni settentrionali si imbarcava a Genova o a Le Havre in Francia, mentre dal Sud a Napoli. Chi viaggiava in terza classe doveva accontentarsi di un sacco imbottito di paglia e un orinatoio ogni 100 persone, per tragitti che potevano durare anche un mese.

I primi viaggi transoceanici

Negli ultimi decenni dell’Ottocento il viaggio per nave, verso il continente americano durava anche più di un mese e si svolgeva in condizioni pietose. 

Fino all’approvazione della legge 31 gennaio 1901, non esisteva una disciplina degli aspetti sanitari dell’emigrazione. Un medico scrive nel 1900:”L’igiene e la pulizia sono costantemente in contrasto con la speculazione. Manca lo spazio, manca l’aria”.

Le cuccette degli emigranti venivano ricavate in due o tre corridoi e ricevevano aria attraverso i boccaporti. L’altezza dei corridoi era tra il metro e sessanta e il metro e novanta per il secondo. 

Nei dormitori così allestiti era frequente l’insorgere di malattie bronchiali e dell’apparato respiratorio. Mancavano le più elementari norme igieniche: si pensi che l’acqua potabile veniva tenuta in casse di ferro rivestite di cemento. A causa del rollio della nave il cemento tendeva a sgretolarsi intorbidando l’acqua che, venuta a contatto con il ferro ossidato, assumeva un colore rosso e veniva consumata così dagli emigranti.

I pasti erano a base di riso o di pasta e la razione viveri giornaliera risultava comunque più ricca di elementi proteici rispetto all’alimentazione abituale dei migranti.

La salute dei migranti 

Sono state fatte delle analisi per capire quali fossero le condizioni di salute dei migranti. Dalle analisi fatte, relativamente al periodo 1903-1925, emerge la presenza di alcune malattie come la pellagra, la malaria, il morbillo, la scabbia e la tubercolosi. 

Se si guarda al flusso migratorio verso gli Stati Uniti, si può notare che era composto prevalentemente da persone in buone condizioni fisiche e nella fascia di età di maggior efficienza fisica. Questo è causato da due fattori: 

  1. emigravano le persone forti e in salute, perché sapevano di dover lavorare duramente una volta sbarcati;
  2. i migranti sapevano che negli Stati Uniti sarebbero dovuti passare attraverso i rigidi controlli sanitari attivati dagli Stati uniti nei confronti dell’emigrazione europea.

La statua della libertà

La Statua della libertà è sempre stata chiamata Miss Liberty. Fu donata dalla Francia agli Stati Uniti in segno d’amicizia e divenne un simbolo per i migranti dopo che furono incisi sul suo basamento i versi di Emma Lazarus:

“Tenetevi, antiche terre, i fasti della vostra storia… Datemi coloro che sono esausti, i poveri, le folle accalcate che bramano di respirare libere, i miseri rifiuti delle vostre coste brulicanti: mandatemi coloro che non hanno una casa, che accorrano a me, a me che innalzo la mia fiaccola accanto alla porta d’oro”.

Quella signora che sembrava grande come l’America, come i sogni degli emigranti.

Invece, all’arrivo nel porto di New York, dopo aver contemplato la maestosa signora, gli emigranti venivano sbarcati a Ellis island. Qui dovevano essere sottoposti a una serie di controlli che ne operavano una drastica selezione.

Molti di loro venivano respinti: per malattia, per indigenza, per età giovanile o troppo avanzata, per stato civile (donne e orfani che non avevano nel paese chi li soccorresse e li aiutasse a trovar lavoro).

Gli scafisti

Nei primi anni dopo l’Unità d’Italia l’emigrazione era fuori dal controllo dello Stato: gli emigranti passavano per le mani di agenti di emigrazione, chiamati “padroni”, il cui unico obiettivo era ricavare il massimo profitto dalla loro povertà assoluta.

Nel 1888 in Italia fu approvata la prima legge finalizzata a contrastare gli abusi dei “padroni”. Nel 1901 fu creato il commissariato dell’emigrazione, con il compito di assegnare licenze alle imbarcazioni idonee al trasporto dei migranti. Palermo, Napoli e Genova: i porti di imbarco destinati agli emigranti.

Il commissariato stabiliva i costi dei biglietti, cercava di mantenere l’ordine nei porti di imbarco, ispezionava gli emigranti in partenza, individuava ostelli e strutture di accoglienza e stipulava accordi con i Paesi di destinazione del flusso migratorio per aiutare coloro che arrivano.

Ma gli abusi e i viaggi clandestini continuarono e continuano. Su questo tema, Leonardo Sciascia ha scritto una novella “Il lungo viaggio” che racconta di un gruppo di poveri contadini siciliani che, decisi a emigrare negli anni Cinquanta del secolo scorso si imbarcano su un’imbarcazione clandestina alla volta dell’America.   

Gli italiani negli Stati Uniti

Gli Stati Uniti erano fra le mete più ambite dagli emigranti italiani, ma non erano di certo a loro volta ben voluti. 

Nel 1912 venne presentata una relazione sugli immigrati italiani negli USA all’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano; questo un estratto del testo.

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. 
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.
Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano, pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Anche allora si diffusero teorie complottiste, c’era chi temeva che l’invasione degli immigrati si sostituisse alla forza lavoro americana.

Nel 1924 il presidente del Museo americano di storia naturale, Henry Fairfield Osborn, durante una conferenza nazionale sull’immigrazione si espresse così a proposito degli italiani:

«Questi immigrati stanno facendo degli Stati Uniti una discarica per cittadini indesiderabili»

Tra il 1924 e il 1965 rimase in vigore la riforma americana sull’immigrazione, che esprimeva una «profonda irritazione nei confronti di persone che parlano una lingua straniera e vivono una vita straniera». Gli stranieri vennero classificati: i nord europei erano i preferiti, mentre gli altri, in particolare gli italiani, erano indesiderati.

Fotografia di emigranti in partenza. Archivio della Fondazione Paolo Cresci, Lucca. Fonte http://www.museoemigrazioneitaliana.org/approfondimenti/l-emigrazione-tra-arte-e-letteratura-sull-oceano-di-edmondo-de-amicis-illustrato-da-arnaldo-ferraguti/

Il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, intercettato durante una conversazione nello Studio Ovale il 13 febbraio 1973 disse queste parole.

Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Dopotutto non si possono rimproverare. Oh, no. Non si può. Non hanno mai avuto quello che abbiamo avuto noi. Il guaio è…. che non ne riesci a trovare uno che sia onesto”

Minatori in Lussemburgo e Belgio

I primi italiani in Lussemburgo arrivarono nel 1892, ma intorno al 1910 la comunità italiana era già salita a 10.000 persone. Nel 2018, gli italiani presenti nel paese erano circa 22 mila, il 3,6 per cento della popolazione totale.

Gli emigranti italiani hanno lavorato soprattutto nelle industrie siderurgiche e nelle miniere di ferro di Esch-sur-Alzette, di Dudelange, Rumelange e Differdange.

I quotidiani italiani, negli anni ‘70, riportavano le condizioni di vita degli emigranti italiani, ritraendo scenari tristi, denunciandone il degrado: alloggi sovraffollati con scarse condizioni igieniche, affitti elevati e l’impossibilità per i ragazzi di studiare in scuole italiane.

Riccardo Ceccarelli, uno dei tanti emigranti indesiderati in Lussemburgo, racconta al Corriere della Sera la sua storia e quella di altre decine di migliaia di emigrati italiani.

«La fame deve essere una brutta bestia se chi è nato in posti così belli ha poi deciso di andarsene a lavorare dentro un buco profondo duecento metri».

Il buco è la miniera lussemburghese di Esch-sur-Alzette, il posto tanto bello che si è dovuto lasciare è l’Italia, per la precisione la Romagna.

Gli italiani venivano considerati comunità di “mangiaspaghetti, orsi selvatici e anche delinquenti”, ma capaci di lavorare instancabilmente nelle miniere.

Le ondate migratorie più massicce, in Belgio, si registrano nel primo dopoguerra, quando il paese aveva la necessità di ricostruirsi. Iniziarono ad arrivare operai italiani nelle miniere di carbone, nelle cave di pietre e marmi e nei cantieri di costruzione.

Nei primi cinque anni arrivarono in Belgio 20.000 italiani. Negli anni ’60, il 44 per cento della popolazione straniera del paese era italiana.

Dopo la Seconda guerra Mondiale, il governo italiano strinse un accordo con quello belga, per regolare lo scambio di forza-lavoro italiana con il carbone del Belgio: 50 mila operai italiani sotto i 35 anni, per 12 mesi di lavoro, in cambio di 200 chili di carbone giornaliero.

A. Tommasi, Emigranti, 1896. Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. http://www.museoemigrazioneitaliana.org/approfondimenti/l-emigrazione-tra-arte-e-letteratura-sull-oceano-di-edmondo-de-amicis-illustrato-da-arnaldo-ferraguti/

La manodopera a basso costo in Germania e Svizzera

Il governo italiano sottoscrisse lo stesso accordo anche con la Germania, chiedendo di occupare i lavoratori stagionali italiani, a causa della diminuzione delle esportazioni italiane in Germania.

ILavoratore italiano in una miniera nei pressi di Duisburg, in Germania, nel 1962 – https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c8/Bundesarchiv_B_145_Bild-F013069-0004%2C_Walsum%2C_Kohlebergbau%2C_Gastarbeiter.jpg

In Svizzera gli italiani migrarono in tre ondate: dopo la metà dell’Ottocento e dopo le due guerre. Ancora oggi gli italiani costituiscono la comunità straniera più numerosa in Svizzera. Malgrado questo l’integrazione non fu per niente facile per gli italiani.

Moltissimi italiani scelsero la Svizzera, perché il suo sistema produttivo era uscito indenne dalla guerra e gli imprenditori svizzeri decisero di rivolgersi ai lavoratori stranieri a basso costo, provenienti soprattutto dall’Italia per far fronte di una crescente domanda produttiva.

Dalla fine della guerra agli anni ’60 a emigrare in Svizzera furono soprattutto abitanti del Nord Italia.

I testimoni di quei viaggi raccontano tristi scenari.

Maria Paris, originaria di un villaggio nei pressi di Bergamo, che il 20 agosto 1946, andò in treno da Milano a Losanna. Lei racconta che arrivati alla stazione di Briga, tutti gli emigranti italiani furono fatti completamente spogliare in due tristi capannoni, furono obbligati a farsi una doccia prima di essere cosparsi di DDT e passare la visita medica. C’era anche una donna incinta: lei si rifiutò di svestirsi. Fu rispedita alla frontiera immediatamente.

“Oggi, a differenza di un tempo, i bagni, le lavature, le strigliature sono sempre più frequenti, le visite più severe, le indagini più accurate e il servizio procede più preciso, ma la nave di Lazzaro è sempre lì con l’apparenza negriera e gli occhi miserabili che attendono sono sempre in massima parte spauriti per quanto già rassegnati all’ignoto”.
Giovanni Preziosi, 1907.

L’emigrazione italiana oggi

https://www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf
https://www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf

Sono 816 mila gli italiani che si sono trasferiti all’estero negli ultimi 10 anni. Oltre il 73% ha 25 anni e più; di questi, quasi tre su quattro hanno un livello di istruzione medio-alto.

Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila, mentre i rimpatri sono stati 380 mila: 48 mila quindi gli italiani rimasti all’estero.

Dal 2009 al 2018 sono stati 816 mila gli italiani che sono espatriati e 333 mila quelli che sono rientrati. Dal 2015, gli italiani all’estero sono stati circa 70 mila all’anno.

In che cosa si differenzia la nuova emigrazione?

Innanzitutto dalla provenienza: quasi il 70% dei nuovi migranti italiani proviene da regioni del Nord o del Centro. Nel 2007 il Centro-Nord ha “sorpassato” il Sud come saldo migratorio negativo. Ma la situazione è precipitata dal 2011, come effetto della crisi internazionale del 2008.

MOVIMENTO MIGRATORIO CON L’ESTERO DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE,
PER CITTADINANZA ITALIANA – www.istat.it/it/files/2019/12/REPORT_migrazioni_2018.pdf
Riccardo Giacconi, fisico italiano naturalizzato statunitense, vincitore del premio Nobel per la fisica nel 2002. È emigrato negli Stati Uniti nel 1956Di Cropped from http://www.nationalmedals.org/2003photos/giacconi/20050314_RKM_Medals_9316.JPG, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2143158

Letteratura e migrazione

Il lungo viaggio – Leonardo Sciascia

Pascoli – La grande proletaria si è mossa

Pascoli – Poemetto Italy

Testo tratto da Macaronì – Romanzo di santi e delinquenti – di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli

Un romanzo giallo, ambientato nell’Appennino Tosco-Emiliano, in un villaggio circondato da monti che impediscono al sole di penetrare.

Era il lontano 1885. Alcuni ragazzini italiani arrivano illegalmente nel sud della Francia dopo un viaggio disumano, nascosti nella stiva di una nave: sono clandestini, privi dei documenti di soggiorno. Sono scappati dal loro paese d’origine per sottrarsi a un destino di miseria e sono alla ricerca disperata di un lavoro. Della loro condizione di clandestini approfittano innanzitutto gli stessi connazionali, gente senza scrupoli che arriva a sottrarre loro la paga con false promesse. Impiegati nelle vetrerie e costretti a lavorare fino a dieci-dodici ore al
giorno, i ragazzi sono maltrattati anche dagli operai francesi, che li chiamano in modo sprezzante “macaronì”. E di soli maccheroni scotti, sconditi, è il loro pasto giornaliero. Molti di questi ragazzi sono destinati a morire prima di diventare adulti, di fame, di fatica, di freddo o di malattia.

Per i padroni delle vetrerie, i ragazzi italiani erano una garanzia. Bastava dividerli sul lavoro: uno qua e l’altro là, in modo che non potessero parlare fra loro. E dal momento che non sapevano una parola di francese, lavoravano.
Dieci, dodici ore al giorno.
In silenzio.
Il lavoro nelle vetrerie era uno dei più faticosi e pericolosi: bruciature quando il vetro debordava dal cannello nel quale scorreva dopo la fusione; dolorose fitte dentro, forse ai polmoni; maltrattamenti
degli operai francesi che scaricavano su quei ragazzi la loro stanchezza.
E poco da mangiare.
Ne morivano molti, specie fra i più piccoli. Di undici, dodici anni.
Si ritrovavano, durante la sosta per il pranzo, nell’angolo più buio della vetreria perché i francesi non li volevano fra i piedi.
Ma almeno stavano al caldo.
E se lo godevano quel caldo, accumulandolo per la sera, per quando tornati al capannone trovavano un freddo che gelava l’acqua da bere nel secchio.
D’estate era l’inferno. In vetreria e nel capannone.
Prima di aprire il tegame che il caporione consegnava alla partenza, i ragazzi già sapevano cosa ci avrebbero trovato dentro: maccheroni, sempre.
Neppure la gioia della sorpresa.
Maccheroni poco o niente conditi e stracotti e impastati fra loro.
Se mangiavano in fretta restava un po’ di tempo per chiacchierare. Per
risentire la loro voce e una parlata comprensibile. Poco tempo e poi:
«Allez, allez, macaronis! Au travail, vite, vite [Andiamo, andiamo, “maccheroni”. Al lavoro, svelti, svelti!].»
Non sapevano che significasse, ma, sapevano che il tempo delle chiacchiere era finito e si doveva tornare ai forni.
Appena ritirati, i soldi della paga andavano consegnati al caporione che si teneva la sua parte per vitto, alloggio e vestiti.
Poco e male di tutto.
Il resto lo metteva da parte.
Sempre lui, il caporione.

Fonti

www.2duerighe.com/attualita/103652-italiani-emigranti-indesiderati.html

www.museoemigrazioneitaliana.org

AUGUSTA MOLINARI, Le navi di Lazzaro. Aspetti sanitari dell’emigrazione transoceanica italiana: il viaggio per mare, Milano 1988, pp.139-142. 

www.repubblica.it/cronaca/2019/12/16/news/il_rapporto_istat_sulle_migrazioni_piu_italiani_emigrati_meno_arrivi_dall_africa_-243613030/

Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli – Macaronis. Romanzo di santi e delinquenti. – Mondadori, Milano, 2007.

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Novecento storia

Italia giolittiana

Il panorama economico e sociale

Il periodo che va dall’inizio del Novecento fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale fu un periodo di grande sviluppo industriale per l’Italia. In particolare nel settore meccanico nacquero aziende come la FIAT, la Lancia e l’Alfa Romeo. La maggior parte delle nuove industrie sorgono nel cosiddetto triangolo industriale: Torino – Milano – Genova.

Il triangolo industriale italiano

La crescita industriale fu favorita soprattutto da due fattori:

  • le commesse statali: soprattutto nel campo dei trasporti ferroviari favorirono la crescita dei settori siderurgico e meccanico;
  • il protezionismo: gli alti dazi sui prodotti stranieri favorirono le industrie del nord, ma danneggiarono il Sud che vide chiuse e porte per l’esportazione dei suoi prodotti tipici come vino, olio, agrumi.

Tale sviluppo influì notevolmente anche sul livello medio di vita degli italiani: nelle città comparvero illuminazione elettrica, trasporti pubblici, acqua corrente e gas.

Ma l’industrializzazione comportò anche il riversarsi nelle città di grandi masse umane che abbandonavano le campagne, masse che si concentravano in quartieri sovraffollati, malsani e degradati.

L’agricoltura crebbe soprattutto nella Pianura padana, dove vennero migliorate le tecniche produttive.

Giovanni Giolitti

Giovanni Giolitti fu uno dei politici più longevi nella storia italiana. Tra il 1901 e il 1903 fu Ministro dell’Interno, poi fu a capo del governo fino al 1914. Questo periodo prese il nome da lui, che fu il protagonista della scena politica.

Si tratta di una delle figure più controverse della storia politica italiana.

Non si può dimenticare comunque che lui si trovò a gestire l’Italia in un periodo molto difficile, caratterizzato da grandi cambiamenti.

Inoltre è innegabile che lui, da piemontese, affrontò la politica italiana con una focalizzazione sul Nord Italia e non ebbe mai una visione realmente unitaria.

Giovanni Giolitti https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Giolitti#/media/File:Giolitti2.jpg

Giolitti Ministro dell’Interno

Tra il 1901 e il 1903 Giolitti fu ministro dell’Interno. Egli volle che il governo mantenesse una posizione di neutralità di fronte ai conflitti sindacali. Egli riteneva che le proteste operaie avrebbero portato a:

  • ridistribuzione del reddito,
  • maggior benessere alle classi lavoratrici,
  • allargamento mercato interno,
  • maggior consenso sociale.

L’ampliamento della forza sindacale alimentò proteste e scioperi che portarono all’aumento dei salari e al conseguente miglioramento del tenore di vita degli operai.

La politica di Giolitti cercava il compromesso tra la borghesia liberale e il socialismo riformista; voleva una politica di accordo e non di scontro con l’obiettivo di ampliare la rappresentanza politica.

Per Giolitti la soluzione dei conflitti sociali non stava nel ritorno ad un potere centrale forte, come voleva una parte dei liberali, ma nel riconoscere le richieste del proletariato come diritti che lo stato ha l’obbligo di tutelare.

Per noi quest’idea è assolutamente scontata, oggi, ma nell’Italia di inizio Novecento non era affatto così.

Documento: Perché le camere del lavoro non vanno chiuse

Il testo è tratto da un discorso tenuto alla camera il 4 febbraio del 1901 da Giovanni Giolitti, ministro dell’Interno, contro lo scioglimento della camera del lavoro di Genova disposta dal prefetto della città il 18 dicembre 1900.

Lettura documento – Giolitti, Perché le camere del lavoro non vanno chiuse.

Giolitti Presidente del Consiglio

Nel 1903, il primo ministro Zanardelli si dimise e Giolitti venne chiamato a formare il nuovo governo.

Politica interna

In questo periodo furono varate importanti riforme sociali quali la tutela del lavoro minorile e femminile, furono create delle assicurazioni per i lavoratori e vennero municipalizzati alcuni servizi pubblici.

Politica sociale

Come presidente del consiglio non cambiò la sua posizione rispetto ai conflitti sociali e concesse libertà alla contrattazione sindacale.

Vennero emanate delle leggi per:

  • la tutela del lavoro di donne e bambini;
  • l’assistenza infortunistica e pensionistica;
  • l’obbligatorietà del riposo settimanale.

Opere pubbliche

  • Nel 1905 venne avviato il processo di statalizzazione delle Ferrovie e vennero create le Ferrovie dello stato.
  • Venne emanata una legge per la gestione statale dell’istruzione elementare.
  • Viene istituita l’INA, l’istituto nazionale delle assicurazioni sulla vita.

Giolitti e i socialisti

Tornato alla guida dell’esecutivo nel 1903, Giolitti era convinto che una politica di ampie riforme politiche e sociali potesse:

  • rafforzare la componente riformista e moderata,
  • allargare la base di consenso dello Stato liberale,
  • isolare le pulsioni rivoluzionarie presenti nel movimento operaio.

Giolitti tentò in un primo momento un accordo con i socialisti, i quali erano divisi in due correnti:

  • i riformisti, guidati da Filippo Turati – ritenevano che si dovesse cambiare la società attraverso riforme
  • i massimalisti, guidati da Benito Mussolini – ritenevano che la società andasse cambiata con la rivoluzione, senza scendere a patti con i governi borghesi.

Giolitti tentò di ottenere il sostegno dei rappresentanti dell’estrema sinistra ricercando la collaborazione del leader socialista riformista Turati, che guardava con favore all’esperimento giolittiano. Tuttavia, con il manifestarsi dei limiti e delle contraddizioni della politica di riforme giolittiane e con l’inasprirsi del conflitto sociale nel Mezzogiorno, le correnti rivoluzionarie che serpeggiavano nel PSI presero la guida del partito.

La linea riformista ebbe la maggioranza fino al 1904 e Giolitti collaborò con i socialisti alla realizzazione di un programma condiviso che comprendeva  

  • il suffragio universale,
  • l’istruzione laica obbligatoria,
  • l’assistenza e la previdenza.

Nel 1904 ottenne la maggioranza l’idea rivoluzionaria che promulgò il primo sciopero generale della storia d’Italia e d’Europa.  

Sciopero generale 1904

Nel corso del 1904, in diverse occasioni, le forze dell’ordine avevano attaccato gli scioperanti nel Sud Italia. Ne citiamo solo due.

  • il 4 settembre a Buggerru, nella zona di Iglesias, in Sardegna mentre era in corso uno sciopero a cui avevano aderito circa 2000 minatori, l’esercito sparò sui manifestanti uccidendone quattro e ferendone undici;
  • il 14 settembre a Castelluzzo, in provincia di Trapani, i carabinieri spararono sui contadini in protesta, ci furono due morti e dieci feriti.

L’uso delle armi da parte della forza pubblica riaccese il ricordo dell’eccidio di Milano del 1898 e lo sdegno tra i proletari fu enorme.

Di fronte a questa ennesima violenza, il 15 settembre 1904 la Camera del Lavoro di Milano, proclamò uno Sciopero Generale di 8 giorni a partire dal 16 settembre. Fu il primo grande sciopero generale della storia del paese, ma fu anche il primo grande sciopero ma anche in Europa.

Ferrovieri in sciopero a Milano
Sciopero dei portuali a Genova

Solo dopo l’assunzione di impegno, da parte di un gruppo di parlamentari socialisti, a presentare in Parlamento una proposta di legge per vietare l’uso delle armi alle forze dell’ordine durante gli scioperi, il 21 settembre lo sciopero si concluse. 

Questo evento segnò anche la fine della collaborazione tra Giolitti e i socialisti.

I primi sindacati

Nel 1906 venne fondata la Confederazione generale del lavoro (Cgdl), il sindacato di matrice socialista a guida riformista.

A difesa degli interessi degli imprenditori, in risposta alla ripresa della conflittualità operaia nacque nel 1910 la Confederazione generale dell’industria, la Confindustria.

Anche il movimento cattolico compì alcuni timidi passi verso una maggiore partecipazione alla cosa pubblica.

Giolitti e i cattolici

Visto che il rapporto con i socialisti si andava incrinando a causa dell’atteggiamento più rivoluzionario, atteggiamento che suscitava anche timori nella borghesia, Giolitti cercò l’accordo col mondo cattolico.

Ricordiamo che nel 1870, dopo la Breccia di Porta Pia, il papa Pio IX aveva dichiarato di essere prigioniero dello stato italiano e aveva esortato il mondo cattolico a “non collaborare con lo stato usurpatore” – vedi la questione romana.

I suoi successori ammorbidirono questo divieto e i cattolici votarono, per la prima volta, nel 1904 con l’intenzione di sconfiggere i socialisti, considerati un pericolo. Infatti, nel 1891 il papa Leone XIII aveva scritto l’enciclica Rerum novarum, che criticava le ingiustizie provocate dal sistema capitalistico ma condannava anche la soluzione socialista, con la sua visione atea della vita. Nella stessa enciclica il papa incoraggiava l’impegno sociale dei cattolici. Le sollecitazioni pontificie diedero vita a una fitta rete associativa fatta di cooperative, sindacati, leghe contadine e leghe operaie.

In quel periodo il movimento cattolico era percorso da diverse correnti:

  • Intransigenti che rifiutavano lo stato liberale,
  • Moderati che erano favorevoli all’inserimento dei cattolici nello stato,
  • Democrazia Cristiana che voleva creare un partito di massa e voleva affrontare la questione operaia secondo i dettami della Rerum novarum.

Giolitti, dopo il 1904 strinse accordi elettorali tra liberali e cattolici e il pontefice Pio X, in occasione delle elezioni politiche attenuò il non expedit per ostacolare i candidati socialisti. In questa maniera e nel 1909 ben 16 candidati cattolici entrarono in Parlamento: erano i primi deputati cattolici.

Per Giolitti era sempre più necessario l’accordo con i cattolici per mantenere la stabilità di governo dal momento che nel paese aumentava l’instabilità economica. Nel 1913 il presidente del consiglio stipulò con i cattolici il Patto Gentiloni (dal nome del presidente dell’Unione Elettorale Cattolica, Filippo Gentiloni): i cattolici si sarebbero impegnati a votare per quei candidati giolittiani che avessero sottoscritto l’impegno di “difendere la Chiesa”:

  • a non ostacolare istruzione privata,
  • a garantire istruzione religione a scuola,
  • a opporsi alla legge al divorzio.

Associazione Nazionalistica Italiana

Mentre i socialisti erano ancora divisi tra rivoluzionari e riformisti nacque in Italia l’Associazione Nazionalistica Italiana che voleva trasformare la società italiana.

Il movimento dei nazionalisti, sorto intorno alla rivista «Il Regno», si estese grazie all’eloquenza di Gabriele D’Annunzio e nel 1910 diviene una forza politica a carattere antiliberale, antiparlamentare e militarista.

I nazionalisti italiani auspicavano uno stato forte e autoritario, volevano potenziare l’espansione coloniale di matrice imperialistica, volevano affermare grandezza dell’Italia.

Inoltre erano in forte polemica contro il giolittismo, contro il parlamentarismo e contro i partiti di matrice socialista. Iniziò in quel periodo a circolare il mito dell’Italia proletaria sfruttata e umiliata dalle nazioni ricche e potenti come il proletariato era sfruttato dalla borghesia. Questa Italia doveva trovare nelle conquiste coloniali un attestato della propria potenza e uno sfogo per la propria forza demografica costretta all’emigrazione.

Nazionalismo: posizione politica che mira all’affermazione del prestigio e degli interessi di una singola nazionalità, anche in contrapposizione con le altre. Alla base del nazionalismo vi è il concetto di nazione, intesa come un gruppo organico di individui accomunati da lingua, tradizioni e valori e tesi alla realizzazione degli stessi obiettivi.

Il settentrionalismo di Giolitti

Durante l’“età giolittiana” si realizzò in Italia il processo di industrializzazione che altri Stati europei avevano conosciuto nel secolo precedente.

La crescita del settore industriale fu resa possibile da:

  • una congiuntura internazionale favorevole,
  • il rialzo dei prezzi,
  • una maggiore disponibilità di capitali,
  • l’aumento della manodopera, con la trasformazione progressiva dei contadini in operai,
  • l’impiego di nuove tecniche produttive e di rinnovate energie imprenditoriali.

L’intervento dello Stato acquistò un ruolo centrale per correggere gli squilibri sociali e sostenere la crescita economica del Paese. La politica protezionistica, adottata nel 1887 e proseguita anche nel periodo giolittiano, permise all’industria nazionale di svilupparsi senza essere minacciata dalla concorrenza straniera, soprattutto nel settore siderurgico, meccanico e tessile.

Ma lo sviluppo industriale italiano non riuscì a colmare il ritardo che l’economia nazionale aveva accumulato rispetto a quella delle grandi potenze industriali del tempo. Infatti l’Italia restava ancora un Paese ancora prevalentemente agricolo: vedi tabella.

Inoltre lo sviluppo dell’industria non si manifestò in forma omogenea, ma interessò prevalentemente il Nord nell’area del cosiddetto “triangolo
industriale” Torino-Milano-Genova.

Verso il Sud Giolitti ebbe un atteggiamento ambiguo:

  • da un lato diede l’avvio ad alcune grandi opere infrastrutturali con le “leggi per il Mezzogiorno”,
  • dall’altro strinse alleanze con gli interessi conservatori degli agrari, con i poteri forti che gestivano il territorio al Sud;
  • mentre al Nord mantenne una neutralità nei conflitti sindacali, al Sud fece un patto con il potere agrario e intervenne duramente nei conflitti sindacali.

Il Mezzogiorno continuò a rimanere ai margini della crescita economica, anche perché la politica giolittiana individuava come interlocutori privilegiati il movimento operaio e il mondo industriale del Nord.

La sua visione industrialista e settentrionalista portò all’aggravarsi della questione meridionale e all’intensificarsi dei flussi migratori: tra 1876 e 1913 ben 13 milioni di italiani lasciarono l’Italia.

La piaga dell’emigrazione

Le scarse possibilità di lavoro, la drammatica riduzione dei salari del Sud l’abbondanza di manodopera portarono ad un aumento della disoccupazione e al dilagare di povertà, soprattutto al Sud. Questo fece accentuare i movimenti migratori. Molti contadini si videro costretti a cercare lavoro all’estero.

Tra il 1900 e il 1914 emigrarono oltre 8 milioni di italiani, soprattutto verso il Nord Europa, gli USA e il Sudamerica.

Questo fenomeno doloroso portò tuttavia un po’ di ricchezza nelle terre più povere: i lavoratori emigrati mandavano una parte delle loro paghe, dette rimesse, in Italia, aumentando un po’ la ricchezza del nostro Paese. Inoltre i lavoratori rimasti, non più in sovrannumero, potevano vedere aumentato il proprio potere contrattuale e ottenere così salari migliori.

Fonte https://staticmy.zanichelli.it/catalogo/assets/9788808537928_04_CAP.pdf

I numeri dell’emigrazione italiana

  • Perché secondo te l’emigrazione raddoppia nel periodo 1887 – 1900 rispetto al decennio precedente?
  • Perché nonostante il decollo industriale, l’emigrazione raddoppia nel primo decennio del Novecento?
  • Formula la tua risposta tenendo presente i seguenti fenomeni relativi all’Italia dell’800 grande depressione crisi svolta protezionista.

Il suffragio universale maschile

La più importante riforma democratica dell’età giolittiana fu, nel maggio 1912, l’approvazione di una nuova legge elettorale che introduceva il suffragio universale maschile. Furono ammessi al voto tutti i cittadini maschi che avessero compiuto 30 anni.

Per accedere al voto a 21 anni era invece necessario aver adempiuto agli obblighi del servizio militare o saper leggere e scrivere. Il suffragio universale vero e proprio, con la concessione del voto anche alle donne, fu introdotto solo nel 1946. Nel 1913 furono fatte le prime elezioni a suffragio universale maschile, con il 23,2 % della popolazione.

Per queste elezioni Giolitti fece un accordo con i cattolici, l’accordo Gentiloni.

Allargando la base politica dello Stato italiano, Giolitti intendeva avvicinare alle istituzioni i due grandi movimenti di massa che erano allora esclusi dalla partecipazione politica diretta: i socialisti (che dominavano il mondo operaio) i cattolici (che dominavano il mondo contadino).

Furono così eletti 169 deputati a sinistra e 304 a destra.

Politica estera

Guerra contro l’Impero ottomano (1911)

Nel 1902 Giolitti aveva firmato un accordo con la Francia per porre fine alla «guerra doganale» e per affrontare la questione africana: l’Italia ottenne così il riconoscimento dei suoi interessi in Libia e lasciò mano libera alla Francia in Marocco.

Nel 1911 Giolitti decise di sferrare un attacco all’Impero Ottomano e attaccando la Libia e alcune isole del Mediterraneo orientale, approfittando della crisi ottomana.

Le conquiste coloniali in tutte le realtà nazionali, sono sempre sostenute da diversi motivi:

  • aumentare il prestigio internazionale dell’Italia;
  • creare un nuovo sbocco per l’emigrazione dei contadini del Sud;
  • aumentare il consenso interno.

La decisione del governo Giolitti fu sostenuta da:

  • gruppi industriali e finanziari, che avrebbero dalla guerra,
  • liberali e nazionalisti, che sognavano un Impero coloniale italiano,
  • la Chiesa che parlava di crociata civilizzatrice.
Cartolina diffusa nel 1911 – 1912 che esalta “i valorosi combattenti nel nome d’Italia nostra in Tripolitania e in Cirenaica”

L’impresa coloniale giolittiana

  • fu preparata da una politica di riavvicinamento alla Francia, pur mantenendo fede alla Triplice alleanza firmata nel 1882 con Austria e Germania – l’Italia, aveva accettato il dominio francese in Tunisia e Marocco e aveva ottenuto in cambio il “diritto di conquista” della Libia, possedimento dell’Impero ottomano;
  • consolidò i legami con il cattolicesimo moderato e con gli ambienti della finanza vaticana – con il Banco di Roma avevano avviato la penetrazione commerciale e finanziaria in Libia;
  • andò incontro al desiderio dell’opinione pubblica borghese di rilanciare l’azione in Africa dopo la disfatta di Adua del 1896.
Tra i sostenitori dell’impresa libica ci fu Giovanni Pascoli, poeta, accademico e critico letterario italiano, figura di spicco della cultura italiana tra fine Ottocento e inizio Novecento. Egli sostenne l’impresa della conquista della Libia e pronunciò il famoso discorso “La grande proletaria si è mossa“.  

Il 28 settembre del 1911 il governo italiano presentò al governo turco un ultimatum annunciando il proprio intervento in Tripolitania e Cirenaica con lo scopo di “porre fine allo stato di disordine e di abbandono in cui quelle terre erano lasciate dalla Turchia, per fare in modo che potessero essere ammesse a godere i medesimi progressi compiuti dall’Africa settentrionale”.

Quindi Tripolitania e Cirenaica vennero attaccate. Fu sferrato anche un attacco ai Dardanelli, che però rimase senza esito, fu occupata Rodi e le isole del Dodecaneso.

La penetrazione in Tripolitania e Cirenaica si limitò peraltro alle aree costiere perché incontrò la forte resistenza delle popolazioni arabe che non apprezzarono affatto la “liberazione” italiana dal giogo ottomano (come sosteneva la nostra propaganda nazionalista) e avviarono una guerriglia destinata a durare a lungo. Questa resistenza fu piegata ferocemente dal regime fascista solo nel 1927.

MAPPA

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/189/la-guerra-di-libia-1911-1912

Vignetta satirica di opposizione alla guerra in Libia

Le isole egee divennero in seguito una colonia italiana e vennero restituite, alla sovranità greca, solo nel 1947.

Le spese per questa guerra furono ingentissime e 3000 italiani morirono in guerra. E nonostante l’investimento economico e umano, la conquista della Libia non portò i benefici sperati all’Italia, ma diede vantaggi solo agli armatori, alle banche e all’industria pesante.

Cartolina diffusa nel 1911 – 1912 che esalta “i valorosi combattenti nel nome d’Italia nostra in Tripolitania e in Cirenaica”

In questa guerra, che si concluse con il trattato di Losanna (1912) l’Italia ottenne dai turchi anche il Dodecaneso, un arcipelago di isole egee con capoluogo Rodi.

Alla conclusione la Libia non si rivelò quella terra fertile adatta ad accogliere l’emigrazione italiana che si era sognato.

Salvemini la definì “uno scatolone di sabbia”: non erano infatti ancora state scoperte le ricchezze minerarie libiche che avrebbero potuto giustificare economicamente l’impresa coloniale.

Riformismo inferiore alle attese

Il riformismo giolittiano, per quanto ampio, fu inferiore alle attese. Infatti mancò:

  • una riforma sociale di ampio respiro,
  • un intervento organico al Sud (vennero fatti solo interventi sporadici che garantirono clientelismi);

Ebbe invece una visione industrialista e settentrionalista che portò all’aggravarsi della questione meridionale e all’intensificarsi dei flussi migratori: tra 1876 e 1913 ben 13 milioni di italiani lasciano l’Italia.

Crisi del sistema giolittiano

Il Bilancio dello stato in passivo, i conflitti sindacali sempre più aspri e violenti, le polemiche dei nazionalisti erano i segni forti della crisi che il governo Giolitti stava attraversando. Per tentare di risolvere la situazione nel marzo 1914 Giolitti rassegnò le dimissioni; lo fece perché era convinto che sarebbe richiamato. Ma le cose non andarono così: al suo posto fu eletto Antonio Salandra che portò l’Italia nella Prima Guerra Mondiale.

Mappa di sintesi sulla politica di Giovanni Giolitti

Domande

  1. Quali sono stati i primi due governi in Italia, quali le caratteristiche principali di entrambi?
  2. Chi fu Giovanni Giolitti?
  3. Sintetizza la sua politica interna.
  4. Quale fu il suo atteggiamento nei confronti delle richieste operaie?
  5. Sintetizza in breve i movimenti migratori che caratterizzano l’Italia tra fine Ottocento e inizio Novecento.
  6. Che tipo di relazione ebbe Giolitti con i socialisti?
  7. E cosa fece quando l’accordo con i socialisti venne a mancare?
  8. Parla della politica estera di Giovanni Giolitti.
SINTESI
Giolitti ebbe un atteggiamento aperto e lungimirante nei confronti delle nuove classi operaie concentrate nel Nord. Egli consentì gli scioperi e fece assumere al governo una posizione neutrale nei confronti dei conflitti sindacali. Giolitti era convinto che se gli operai non avessero trovato forme legali di protesta, sarebbero stati spinti alla ribellione armata.
Oltre a consentire gli scioperi, Giolitti varò alcune riforme che migliorarono le condizioni di vita degli operai:
– l’orario di lavoro venne limitato per legge a un massimo di 10 ore;
– venne riorganizzata la Cassa nazionale per l’invalidità e la vecchiaia dei lavoratori;
– vennero presi provvedimenti alo scopo di tutelare la maternità delle lavoratrici e il lavoro dei bambini (l’età minima per accedere al lavoro fu elevata a 12 anni).
La lotta sindacale portò anche all’aumento dei salari; in tal modo anche gli operai poterono cominciare ad acquistare non solo prodotti alimentari, ma anche industriali biciclette, macchine per cucire…).

Si andò così diffondendo nel Nord quel benessere tipico della società di massa.

Piemontese di nascita, Giolitti non ebbe altrettanta attenzione o capacità nell’affrontare la questione meridionale, ovvero il drammatico ritardo di sviluppo del Sud nei confronti del Nord.
Nei confronti degli scioperi del sud, spesso fece intervenire le forze dell’ordine.
Il Sud era per Giolitti un semplice serbatoio di voti da controllare attraverso:
– i prefetti che per suo ordine impedivano i comizi dell’opposizione;
– le forze dell’ordine che arrestavano i sindacalisti;
– corruzione, minacce e brogli per fare eleggere i parlamentari a lui fedeli.

Per questo Giolitti venne aspramente criticato, tanto da meritarsi la definizione di “ministro della malavita” attribuitagli dallo storico e politico pugliese Gaetano Salvemini.

Fonti

  • Fossati. Luppi, Zanette, Parlare di Storia, Pearson
  • www.treccani.it
  • www.wikipedia.org
  • https://staticmy.zanichelli.it/catalogo/assets/9788808537928_04_CAP.pdf