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Novecento storia Storia d'Italia

L’Italia unita

I primi 40 anni della storia d’Italia

Nel 1861 l’Italia contava circa 22 milioni di abitanti. Il sistema economico era preindustriale e lo stato era caratterizzato da eterogeneità amministrativa, giuridica, culturale e linguistica: solo il 20% parla italiano e solo il 3% è alfabetizzato. Le condizioni di vita del popolo sono pessime perché caratterizzate da miseria diffusa, malattie infettive che solo in certe aree sono state debellate, mortalità infantile che ancora è del 20%.

La “Destra storica” al potere – 1861-1876

I primi quindici anni dell’Italia unita sono dominati da un governo di destra che viene definito “Destra storica”.

Il termine “destra” deriva dal fatto che gli uomini politici che appartenevano a questo governo erano dei moderati, eredi della tradizione di Cavour; l’attributo “storica” si riferisce al fatto che questo schieramento ebbe un ruolo storico nella formazione dello Stato italiano. Gli uomini della “Destra storica” provenivano prevalentemente dall’aristocrazia terriera.

Il primo governo dell’Italia era quindi costituito da rappresentanti di una ristretta élite, solo 1,9% degli italiani aveva il diritto di voto. Questi governanti non avevano idea della nuova realtà nazionale e si approcciano con paternalismo a autoritarismo ai movimenti popolari.

Sotto il loro governo:

  1. Venne completata l’unificazione italiana
    • venne combattuta la terza guerra di indipendenza
    • venne completata l’annessione del Lazio e di Roma, dopo la caduta di Napoleone III, che portò alla frattura tra laici e cattolici. In quel momento si aprì una lacerazione sta stato italiano e chiesa cattolica, passata alla storia con il nome di questione romana. La prima Legge che cercò di sanare la frattura fu la legge delle Guarentigie, con la quale vennero regolati i rapporti tra stato e chiesa. La frattura venne sanata però solo con la firma dei Patti lateranensi sottoscritti tra il Regno d’Italia e la Santa Sede l’11 febbraio 1929, che regolano ancora oggi le relazioni tra Stato e Chiesa.
    • venne dichiarata Roma capitale d’Italia.
  2. Venne operato un accentramento politico e amministrativo e fu estesa la legislazione sabauda senza considerare le differenze e le specificità della penisola.
  3. Venne esposta la fragile economia italiana alla spietata concorrenza internazionale, causando non pochi problemi alle fasce di popolazione più fragili.
  4. Venne potenzialo lo sviluppo delle infrastrutture solo al Nord e non al Sud
  5. Furono emanate leggi che misero in difficoltà la popolazione come
    • i tre anni di leva obbligatoria,
    • la tassa sul macinato.

Il sistema elettorale

In realtà sia la Destra che la Sinistra storiche erano espressione di una piccola parte del Paese.

Infatti la legge elettorale del Regno di Sardegna, che venne poi estesa a tutto il Regno d’Italia, prevedeva che avessero diritto al voto solo i cittadini che avessero i seguenti requisiti:

  • essere di sesso maschile;
  • avere compiuto 25 anni di età;
  • pagare almeno 40 lire di imposte annue: si parla quindi di suffragio censitario.

Con questi parametri risultava che:

  • gli aventi diritto al voto erano una percentuale assai ridotta della popolazione, circa il 2% del totale, e circa il 7% della popolazione maschile,
  • si recava alle urne, in media, solo il 50% degli aventi diritto,

Ci rendiamo conto che gli eletti alla Camera dei Deputati erano frutto della scelta di 200.000 cittadini su 22 milioni di abitanti. I membri del Senato erano invece nominati direttamente dal re.

La “piemontesizzazione” dell’Italia

Morto Cavour nel 1861, gli succedette il toscano Bettino Ricasoli.
Il primo problema che il suo governo dovette affrontare fu la scelta dell’assetto amministrativo da dare al Paese.

Venne scelto il modello di Stato accentrato: l’Italia venne divisa in province e il governo nominò per ogni provincia un suo rappresentante, il prefetto. Anche i sindaci dei comuni erano nominati dal governo e ad esso rispondevano: in questo modo i comuni non godevano di alcuna autonomia.

Lo Statuto albertino divenne la Costituzione del Regno d’Italia, così come a tutta Italia vennero estese la legislazione e la moneta piemontese: la lira.

Il brigantaggio

La caduta del Regno borbonico in seguito alla spedizione di Garibaldi aveva fatto nascere nelle masse meridionali la speranza di un rinnovamento non solo politico, ma anche sociale.

Questa speranza fu però ben presto delusa. Infatti il governo, per rientrare dalle spesa dell’unificazione, impose pesanti tasse ai cittadini italiani. Inolre venne imposto il servizio di leva obbligatorio, dapprima di 4 anni, poi di 3 quindi di due.

Questi provvedimenti scatenarono diverse rivolte, in qualche caso condotte anche in nome del papa e dei Borboni. Fu così che il nuovo stato italiano venne identificato come il “nemico”. Contro lo stato nemico si formarono bande di briganti che assaltavano le carceri o incendiavano gli archivi comunali per distruggere i registri di leva e quelli fiscali. Erano considerati nemici anche i ricchi possidenti locali, le cui fattorie venivano saccheggiate.

Questo fenomeno fu definito col termine brigantaggio.

Il brigantaggio fu una vera e propria attività di guerriglia che, nei cinque anni che vanno dal 1860 e il 1865 incendiò diverse zone del Meridione.

A costituire le bande di briganti, composte anche da 400 uomini, spesso erano ex soldati dell’esercito borbonico ormai discolto, disertori, contadini, ma anche criminali veri e propri.

Purtroppo lo stato italiano considerò le rivolte del Sud come un problema di sicurezza nazionale e non come la legittima protesta di ceti che non avevano nulla e non avevano nulla da perdere.

La risposta dei governi della Destra fu quindi quella della repressione militare. Fu una vera guerra civile, italiani conntro italiani. Una guerra che costò migliaia di morti, tra briganti, militari e civili furono impiegati fino a
120.000 soldati.

Tra il 1° giu­gno 1861 e il 31 dicembre 1865, furono uccisi in combattimento 5.212 uomini, chiamati briganti, furono fu­cilati, furono arrestati 5.044 civili, di cui circa 2.000 vennero condannati. Con­tro le bande armate dei briganti del Sud, vengono mobilitate la Guardia Nazionale borghese, la polizia e l’esercito.
https://www.ilsudonline.it/quando-cerano-i-briganti-i-numeri-guerra-civile/

La generale incomprensione dei problemi del Sud da parte del nuovo Stato italiano favorirono anche il diffondersi di quei fenomeni, come la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta, che ancora oggi devastano il nostro paese.

Video sul brigantaggio

La situazione economica

Il neo-Stato italiano era caratterizzato da una pesante situazione di arretratezza:

  • la povertà era diffusa, soprattutto nelle campagne, accompagnata da fame, malattie, ignoranza;
  • la mortalità infantile raggiungeva il 20%;
  • il reddito pro-capite era la metà di quello francese e 2/3 di quello inglese;
  • la rete ferroviaria non superava i 2.000 km a fronte dei 10.000 di quella francese e dei 20.000 di quella inglese;
  • il deficit statale, anche a causa dei pesantissimi costi delle guerre d’Indipendenza era altissimo (ereditato soprattutto dal Regno di Sardegna).

Gli uomini della Destra erano convinti che fosse necessario uno sforzo per raggiungere il pareggio di bilancio, in modo da presentare l’Italia alla comunità internazionale come uno Stato affidabile e in modo da attrarre in Italia i capitali stranieri, indispensabili per lo sviluppo economico del Paese.

La ricerca del pareggio di bilancio venne perseguita soprattutto attraverso lo strumento fiscale. Fu così che il peso delle imposte crebbe rapidamente e suscitò diffuso malcontento tra le classi più povere.

D’altra parte le tasse indirette come la tassa sul macinato andava a gravare la già precaria situazione dei ceti meno abbienti, suscitando in pochi anni malcontento e rivolte. Fu soprattutto l’aumento delle imposte indirette (quelle che gravavano sui consumi di tutti i cittadini) a suscitare questo tipo di reazioni: nel 1868 la tassa sul macinato (in sostanza un’imposta sul pane, il principale alimento della popolazione) suscitò manifestazioni di piazza che furono represse con la violenza.

Il bilancio della repressione contò 257 morti, 1099 feriti e 3788 arrestati.

La tassa sul macinato

«Il mugnaio doveva pagare al fisco la tassa in ragione dei giri; ma a seconda della diversità tra mulino e mulino, anzi da macina a macina, il prodotto di un ugual numero di giri variava… si aggiunga che il mugnaio, tenuto a pagare la tassa in ragione dei giri, nel farsi rimborsare dal cliente… doveva e non poteva altrimenti che conteggiargli la tassa secondo il peso. E giri e peso non andavano mai d’accordo; e fisco, mugnai, clienti, ognuno si riteneva danneggiato e derubato e ingannato.»
Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli ed. Oscar Mondadori vol. 3 – pag. 85 – da https://it.wikipedia.org/wiki/Tassa_sul_macinato

La situazione finanziaria italiana, alla fine del 1866 e nel 1867, era molto grave e raggiungeva un deficit elevatissimo Era necessario garantire entrate straordinarie alle casse dello Stato. Per questo motivo il Ministro delle Finanze Ferrara suggerì l’istituzione della tassa sul macinato. La tassa sul macinato entrò in vigore il 1° gennaio del 1869.

L’Italia essenzialmente era basata su una economia di tipo agricolo e il gettito garantito da questo tipo d’imposizione fu rilevante, smentendo così alcune pessimistiche previsioni. Era un’imposta indiretta, e il relativo importo veniva calcolato in base alla quantità di cereale macinato. All’interno di ogni mulino era applicato un contatore meccanico che conteggiava i giri effettuati dalla ruota macinatrice. La tassa era così calcolata in proporzione al numero dei giri, che dovevano corrispondere alla quantità di cereale macinata. Il tributo doveva essere pagato in contanti, ma l’avventore poteva saldare anche con parte del prodotto che portava a macinare.

Il mugnaio aveva l’obbligo di pagare all’esattore nei modi e tempi stabiliti. Il contatore dei giri veniva installato a spese dello Stato. Alla fine del 1869 furono istallati centottantasei contatori su altrettanti mulini, nel 1870 trentamila e nel 1871 cinquantaduemila.

Politica di libero scambio

Convintamente liberisti i governi della Destra favorirono in tutti i modi il libero scambio:

  • sia all’interno del Paese, abolendo le dogane interne;
  • sia all’esterno del Paese, applicando a tutta l’Italia le tariffe doganali piemontesi, tra le più basse d’Europa.

Spremendo il Paese con la pressione fiscale, la Destra era riuscita nel suo intento di ottenere la parità di bilancio, garantendo credibilità e prestigio internazionale per l’Italia.

Tuttavia la sua azione economica aveva avuto anche pesanti risvolti negativi:

  • la costituzione di un unico mercato interno aveva messo in crisi l’economia meridionale, più debole di quella del Nord;
  • il libero scambio con le nazioni più avanzate aveva esposto la giovane industria italiana ai rischi della concorrenza straniera, con esiti negativi.

Le divisioni nate nello schieramento in seguito a questi risultati contraddittori portarono, nel 1876, alla crisi dell’ultimo governo della Destra storica, presieduto da Marco Minghetti.

1876-1896: La Sinistra storica al potere

La sinistra storica fu un raggruppamento composito e eterogeneo composto da forze imprenditoriali del Nord, dai ceti agrari del Sud, da conservatori e da progressisti. L’estrema eterogeneità del raggruppamento portò a cambiare le maggioranze in base agli interessi particolari dei vari gruppi politici. La Sinistra storica inaugurò il trasformismo, un fenomeno politico per il quale i parlamentari operano uno spostamento di posizione all’interno del Parlamento.

Durante il periodo della sinistra storica si fecero dei combiamento a favore del popolo italiano ma furono di più le parole che le iniziative realmente efficaci.

  • Venne esteso il diritto di voto dal 1,9% al 6,9%.
  • Venne introdotta la scolarità elementare con un biennio obbligatorio.
  • Venne abolita la tassa sul macinato, ma venne anche attivata una politica protezionistica dal 1887 che portò all’aumento dei prezzi del pane e al conseguente peggioramento condizioni di vita delle masse.
  • Venero commissionati diversi studi sulla realtà italiana e in particolare su quella del Sud. Purtroppo però tali studi sulla realtà italiana, sulle differenze tra Nord e Sud, sulla situazione culturale ed economica, dopo esser stati effettuati non vennero per nulla considerati. Il governo non ne tenne conto e non furono quindi attivate strategie di soluzione.
  • Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si assistette alla crescita di movimenti operai in difesa dei lavoratori dell’industria; nacquero le prime camere del lavoro e venne fondato il Partito Socialista Italiano, il primo partito di massa. Il governo però non guardava di buon grado queste iniziative e mantenne un approccio repressivo di fronte a richieste e scioperi dei cittadini.
  • Lo stato intervenne a sostegno dell’industria italiana e diede impulso al sistema bancario per favorire l’industria; ma mentre il Nord decollò, il Sud venne affossato sempre di più.
  • Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento circa 29 milioni di italiani emigrarono verso America Latina e gli Stati Uniti d’America. Non va dimenticato che, in quegli anni, un notevole aiuto al sistema economico italiano arrivò proprio dalle rimesse degli italiani all’estero.

Tra le altre iniziative della Sinistra storica troviamo:

  • la firma della Triplice alleanza nel 1882: l’Italia firma con Germania e Austria un patto di mutuo aiuto in funzione antifrancese.; tale patto venne poi rinnovato nel 1887;
  • l’nizio dell’espansione coloniale verso Corno d’Africa (su pressione delle gerarchie militari e degli armatori) con la conquista 1890 l’Eritrea e la pesante sconfitta ad Adua.

Depretis al governo

Caduto il governo Minghetti, nel marzo del 1876, il re affidò ad Agostino Depretis, capo dell’opposizione, l’incarico di formare un nuovo governo.
Pochi mesi dopo, quando si tennero le elezioni vinse la Sinistra storica, che governò il Paese per vent’anni.

Agostino Depretis – Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia

La Sinistra che salì allora al potere aveva molto ridimensionato la sua originaria visione democratica e comprendeva al suo interno molti esponenti moderati.

Depretis fu presidente del consiglio fino al 1887.

Le principali azioni del suo governo furono:

  • lotta all’analfabetismo,
  • l’abolizione della tassa sul macinato,
  • la riforma elettorale.

La lotta contro l’analfabetismo

Nel 1861 in Italia gli analfabeti erano il 78%.

La Lombardia era la regine col tasso di analfabetismo più basso, il 50%, mentre nel Mezzogiorno la percentuale di analfabeti sfiorava il 90% della popolazione. Nello stesso periodo in Francia era analfabeta il 40% della popolazione, in Gran Bretagna il 25% degli uomini e il 50% delle donne.

Nel 1859 era stata varata in Piemonte la legge Casati che prevedeva l’istruzione elementare gratuita con frequenza obbligatoria per i primi due anni. La legge Casati venne estesa poi all’Italia unita, ma la sua applicazione fu difficile a causa della mancanza di scuole e di insegnanti preparati.

Nel 1877 il governo Depretis elevava l’obbligo scolastico fino a 9 anni di età. Vennero inoltre creati asili d’infanzia e scuole serali per permettere agli adulti di leggere e scrivere.

Tuttavia in molta parte d’Italia continuavano a mancare scuole e maestri e, a causa della diffusa povertà, molti genitori rifiutavano di mandare i propri figli a scuola.

L’abolizione della tassa sul macinato

Molte furono le proteste relative alla tassa sul macinato che colpiva, come sempre le fasce più fragili della popolazione. La tassa fu definitivamente abolita dal governo della sinistra di Depretis a decorrere dal 1° gennaio 1884.

Al momento della sua abrogazione la tassa sul macinato garantiva un gettito di 80 milioni di lire l’anno, che rappresentava una cifra molto ragguardevole. Il bilancio dello Stato subì un duro contraccolpo a seguito della soppressione del tributo.

La riforma elettorale

Nel 1882 viene fatta una riforma elettorale per la quale

  • il suffragio è ancora censitario maschile, ma si dimezzano i requisiti legati al
    reddito – da 40 lire annue di imposte pagate a 20;
  • si abbassa l’età degli aventi diritto da 25 a 21 anni;
  • viene introdotto tra i requisiti richiesti quello di aver frequentato la scuola elementare.

In questo modo gli aventi diritto al voto passano dal 2% al 7% della popolazione pari al 25% dei maschi adulti.

Il trasformismo

Trasformismo: prassi di governo fondata sulla ricerca di una maggioranza mediante accordi e concessioni a gruppi politici eterogenei, e talvolta a singoli esponenti di un partito avverso, allo scopo di impedire il formarsi di una vera opposizione, con particolare riferimento a quella inaugurata dallo statista Agostino Depretis negli anni successivi al 1880.

Nel 1882 la Sinistra storica vince le elezioni, anche se la Destra ottiene un buon risultato; inoltre, per la prima volta viene eletto Andrea Costa un deputato socialista.

In seguito a questo risultato i leader degli schieramenti opposti, Depretis e Minghetti, si accordarono per costruire un’ampia formazione politica di centro che isolasse le “ali estreme” del Parlamento, da un lato i conservatori e reazionari di Destra, dall’altro la nuova Sinistra, definita
Estrema (quella socialista e radicale).

In realtà il trasformismo portò a costituire maggioranze diverse a seconda della legge da approvare, con scambi di favori, non sempre puliti, tra il governo e i parlamentari.

In una parola il trasformismo contribuì in maniera massiccia al dilagare della corruzione.

L’Economia

Negli anni ’70 sorsero le prime grandi industrie italiane (gli stabilimenti chimici Pirelli, le acciaierie Terni, le officine metallurgiche Breda…), anche se l’economia agricola rimaneva comunque prevalente.

Dagli anni ’80 si fecero sentire gli effetti della “grande depressione”. Agrari e industriali reagirono alla crisi chiedendo una protezione doganale alle merci italiane per arginare l’invasione dei prodotti stranieri.

Il governo della Sinistra che, come quello della Destra storica, era stato fino ad allora liberoscambista, accolse queste richieste, adottando alte tariffe doganali sul grano e su vari prodotti industriali.

Ovviamente i paesi stranieri reagirono alzando i dazi sui prodotti italiani.
Il protezionismo doganale ebbe effetti positivi sui prodotti della giovane industria italiana, ma con l’aumento del prezzo del grano (quindi del pane) determinò un grave peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari.


Per molti l’emigrazione (vedi approfiondimento su l’emigrazione italiana) fu una scelta obbligata. Tra il 1881 e il 1901 più di 2 milioni di persone abbandonarono per sempre l’Italia.

Inoltre il protezionismo ebbe effetti negativi sull’agricoltura del Sud, in quanto determinò la crisi dell’agricoltura specializzata (vino, olio, agrumi) che non trovò più sbocco in Europa a causa della ritorsione degli altri paesi.

La politica estera: la Triplice Alleanza e le prime avventure coloniali

L’Italia era alleata della Francia e ostile all’Austria fino dagli accordi di Plombieres.

La Sinistra storica operò una brusca svolta nei rapporti internazionali.

La causa fu l’occupazione francese della Tunisia (1881). Da tempo l’Italia guardava con interesse a quel paese, dove risiedeva una folta comunità di connazionali.

Il successo francese era stato favorito dall’isolamento internazionale dell’Italia. Per uscire da tale isolamento e per ripicca nei confronti della Francia, l’Italia stipulò nel 1882 un’alleanza con l’Austria e con la Germania: la Triplice Alleanza.

Cartolina postale tedesca inneggiante alla Triplice alleanza con i motti “Einigkeit macht stark” (l’unione fa la forza) e “Viribus unitis” (Forze unite). – FONTE https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Triple_Alliance_Einigkeit_macht_stark.jpg

Si trattava di un accordo di natura difensiva: Italia, Austria e Germania si impegnavano ad intervenire in aiuto reciproco solo in caso di aggressione da parte di altri paesi.

Questa alleanza suscitò un’ondata di proteste nell’opinione pubblica italiana. Infatti era chiaro che, stipulando un accordo con l’Austria, l’Italia rinunciava al Trentino e il Friuli Venezia Giulia, le “terre irredente”, che erano ancora sotto la dominazione austriaca.

L’alleanza fu molto vantaggiosa dal punto di vista economico: nuovi capitali tedeschi arrivarono in Ityalia e permisero

  • di finanziare l’industria italiana,
  • di aprire nuove banche come la Banca Commerciale e il Credito Italiano.

Imprese coloniali del governo Depretis

Sempre nel 1882 prese il via l’avventura coloniale italiana. L’esercito italiano occupò una stretta striscia di terra nei pressi della baia di Assab, sul Mar Rosso.

Da lì le truppe italiane partirono, nel 1885, alla conquista di Massaua in Eritrea.

Ma quando gli italiani cercarono di spingere le loro conquiste verso
l’interno del paese, provocarono la reazione del negus Menelik, imperatore d’Etiopia, detta anche allora Abissinia.

Nel gennaio 1887 un reparto di 500 italiani venne massacrato a Dogali
da 7.000 etiopi. L’avventura coloniale italiana cominciava con un disastro.

Il governo Crispi

Nel 1887 Depretis morì. Gli succedette Francesco Crispi, il primo uomo meridionale a diventare presidente del consiglio.

Francesco Crispi – Presidente del Consiglio dei ministri, ministro degli Esteri e ministro dell’Interno del Regno d’Italia

Agrigentino di nascita, Crispi era stato in gioventù fervente democratico e mazziniano; avevqa particpato alla rivolta siciliana del 1848 e alla spedizione dei Mille.

Dopo l’unificazione abbandonò le idee repubblicane e divenne sostenitore della monarchia. Rimase al potere quasi ininterrottamente tra il 1887 e il 1896. Fu grande ammiratore di Bismarck e sostenitore dello Stato autoritario.

Appoggiato dal nuovo re Umberto I accentrò su di sé le cariche di presidente del consiglio, ministro degli Interni e ministro degli
Esteri.

Mai nessuno nell’Italia postunitaria aveva concentrato nelle sue mani tanto potere. In politica estera il suo orientamento ostile alla Francia lo portò a consolidare l’alleanza con la Germania.

La Francia reagì introducendo una tariffa doganale molto pesante sui prodotti italiani, alla quale Crispi rispose innalzando del 50% le tariffe sui prodotti francesi.

Ebbe così inizio una “guerra doganale” che causò una diminuzione del 40% delle esportazioni italiane in Francia.

Poiché la Francia era il nostro primo partner commerciale e il principale acquirente dei prodotti agricoli del nostro Mezzogiorno, ad essere danneggiata fu soprattutto l’economia del Sud Italia.

Sotto il governo Crispi, nel 1889, venne promulgato un nuovo codice penale, il codice Zanardelli. Con esso veniva abolita la pena di morte,
ancora in vigore nei principali Stati europei; veniva inoltre riconosciuta una limitata libertà di sciopero.

Imprese coloniali di Crispi

Nel 1889 Crispi firmò con il negus Menelik, imperatore d’Etiopia, il
Trattato di Uccialli.

Tale trattato fu redatto in due lingue: ù

  • la versione italiana riconosceva i possedimenti italiani in Eritrea e il protettorato italiano su Etiopia e Somalia;
  • la versione in lingua locale, l’amarico, parlava di un semplice patto di amicizia e come tale fu interpretato il trattato da Menelik.

L’intenzione di Crispi era quella di riprendere l’espansione coloniale, ma questo progetto non fu accolto dal Parlamento e Crispi fu costretto alle dimissioni (1891).

Il primo governo Giolitti

Il successore di Crispi, Giovanni Giolitti, dovette subito affrontare un grave problema di ordine pubblico: lo scoppio in Sicilia del un moto di protesta popolare detto dei fasci siciliani.

I fasci siciliani
La puntata è dedicata alle condizioni disumane in cui vivevano i contadini siciliani, poverissimi, arretrati, ancora pienamente nella tradizione dei matrimoni combinati dai genitori e in balia dell’aumento dei prezzi e dell’instabilità dei salari. A questa difficile situazione i braccianti dell’isola risposero con la creazione dei fasci, associazioni spontanee di lavoratori nate con lo scopo di combattere i soprusi, progenitrici delle organizzazioni sindacali e delle lotte operaie.

https://www.raiplay.it/video/2016/11/Puntata-del-27111970-2fa669d7-fca5-4ae2-9744-89a4c3ede8f6.html

Il movimento comprendeva operai, artigiani, minatori e contadini che:

  • protestavano contro le pesanti tasse del governo e contro i latifondisti,
  • rivendicavano una più equa distribuzione delle terre.

Giolitti decise di affrontare la questione con prudenza, senza fare ricorso a misure repressive. Ciò lo fece apparire agli occhi di molti un presidente del Consiglio debole.

Lo scandalo della Banca Romana

Lo scandalo della Banca Romana fu il più grande scandalo politico e finanziario che abbia colpito l’Italia unita.

La Banca Romana era uno dei sei istituti autorizzati dallo Stato a battere moneta.

La legge assegnava a ciascuna banca un preciso numero di banconote da stampare e mettere in circolazione.
Negli anni ’80 si cominciarono a notare delle anomalie relative al numero di biglietti circolanti stampati dalla Banca Romana.

Nel 1889 un’indagine condotta dal senatore Alvisi, su iniziativa del ministro dell’agricoltura, industria e commercio, Luigi Miceli, portò alla luce un fatto gravissimo: esisteva una serie duplicata di banconote che la Banca Romana. aveva messo in circolazione. Questa moneta era stata utilizzata come fondi neri per finanziamenti occulti.

La truffa era stata ideata dal governatore della banca, Bernardo Tanlongo: ogni banconota era contrassegnata da una lettera e da un numero; stampando lo stesso numero su due biglietti diversi si era ottenuto il raddoppio della circolazione monetaria.

Il senatore Alvisi propose di discutere la sua relazione in Parlamento, ma il governo decise di porvi il segreto di Stato. Poco tempo dopo Alvisi morì improvvisamente e misteriosamente. Ma non solo, l’anno successivo Giolitti propose di nominare Tanlongo senatore.

Prima di morire Alvisi, prevedendo l’atteggiamento del governo, raccontò le sue scoperte ad alcuni conoscenti che le trasmisero al parlamentare Napoleone Colajanni. Quest’ultimo denunciò alla Camera la questione della falsificazione e dei finanziamenti occulti della Banca Romana. Solo allora venne avviaa una commissione d’inchiesta che portò all’arresto di Tanlongo.
In quell’occasione si assistette ad un duro scontro politico tra Crispi e Giolitti.

Giolitti, che proteggeva Tanlongo, non aveva mai ricevuto finanziamenti dalla Banca Romana, mentre Crispi, la moglie e altri suoi familiari avevano beneficiato di finanziamenti della Banca Romana.

Giolitti quindi presentò al presidente della Camera dei documenti che provavano le responsabilità di Francesco Crispi, ma lui negò tutto con violenza.

Crispi era sostenuto dal re e grazie a questo sostegno egli tornò a guidare il
governo alla fine del 1893. Si sparse allora la voce che Crispi avrebbe fatto arrestare Giolitti con l’accusa di aver sottratto documenti all’indagine giudiziaria.

Giolitti allora fuggì a Berlino mentre dei giudici molto accomodanti assolsero Bernardo Tanlongo.

La conclusione di questa oscura vicenda fu che tutto il sistema bancario venne riformato e solo un unico istituto bancario, la neonata Banca d’Italia, fu autorizzata a emettere cartamoneta.

Film – Lo scandalo della Banca Romana

Puntata 1

https://www.raiplay.it/video/2017/02/Lo-scandalo-della-Banca-Romana—E1-548fc4b5-9c3e-4876-b0e7-252bc000018f.html

Puntata 2

https://www.raiplay.it/video/2017/02/Lo-scandalo-della-Banca-Romana—E2-018a6e52-4280-40ea-9353-d3a585908cee.html

Il ritorno di Crispi

Tornato al potere, Crispi represse militarmente il movimento di protesta siciliano. Successivamente Crispi tornò a rivolgersi alla politica coloniale con la pretesa che l’Etiopia rispettasse la versione italiana del trattato di Uccialli.

Il rifiuto di Menelik portò all’invasione italiana del paese. Per l’Italia la spedizione militare si risolose in un completo disastro: sconfitti ad Amba Alagi (1895), poi a Maccalè (1896), nel marzo 1896 16.000 soldati italiani si scontrarono con 70.000 abissini nei pressi di Adua.

Fu una carneficina: 7.000 italiani rimasero uccisi, 3.00 furono fatti prigionieri. Travolto dalle critiche Crispi fu costretto a rassegnare le dimissioni e a ritirarsi per sempre dalla vita politica.

L’Italia fu allora costretta a firmare un nuovo trattato in cui, rinunciando ad ogni pretesa sull’Etiopia, accettava di limitare il proprio dominio coloniale a Somalia ed Eritrea.

La crisi di fine secolo

Alla fine del secolo in Italia come in Europa, si assistette all’aumento dei conflitti sociali e sindacali.

In Italia dilagava la crisi economica e il popolo era stanco di soffrire la fame. Nel 1898 un improvviso innalzamento de prezzo del pane provocò una’ondata di manifestazioni che percorse l’Italia intera.

La risposta politica fu autoritaria.

L’eccidio di Milano

Ai moti spontanei di rivolta popolare, quando il popolo affamato assalì forni e mulini, il 6 maggio 1898, a Milano il governo ordinò che si sparasse sulla folla.

Fu un grave episodio di violenza. Di fronte alla popolazione che manifestava e protestava contro la crisi economica e l’aumento del prezzo del pane, il generale Fiorenzo Bava Beccaris ordinò ai soldati di sparare, con i cannoni, sulla folla.

Ci furono più di un centinaio di morti e quasi 500 feriti.

Molti dirigenti dell’opposizione, soprattutto socialisti, furono arrestati,
la libertà di stampa fu decisamente limitata e il generale Bava Beccaris fu elogiato dal governo, e dal re Umberto I; il generale fu inoltre decorato, da Umberto stesso, con un’importante onorificenza militare.

Il nuovo capo del governo Luigi Pelloux tentò di far approvare una serie di norme che restringevano notevolmente le libertà di stampa e di riunione, ma il suo progetto fallì grazie alla decisa azione dell’opposizione.

Pelloux fu costretto a dimettersi e le elezioni del 1900 diedero buoni risultati per l’opposizione, in particolare per i socialisti.

Ma nel luglio del 1900 l’anarchico Gaetano Bresci, per vendicare i morti di Milano, uccise, a Monza, il re Umberto I.

A sinistra: Achille Beltrame, L’assassinio di Re Umberto I a Monza, “La Domenica del
Corriere”, 5 agosto 1900.
A destra un’immagine degli scontri a Milano fra i reparti del Generale Bava Beccaris e i dimostranti, 1898.

In questa drammatica situazione il nuovo re, Vittorio Emanuele III, decise di affidare il nuovo governo a Giuseppe Zanardelli, l’autore del nuovo codice penale. A fianco di Zanardelli, come ministro dell’Interno vi era Giovanni Giolitti.

La svolta autoritaria fu così bloccata dall’opposizione parlamentare della parte socialista che propose di aprire il dialogo e non le armi.

Svolta liberale

Dopo la crisi di fine secolo, non era facile governare l’Italia che si muoveva tra sviluppo industriale e mobilitazione classi popolari. L’Italia venne governata fino alla Prima Guerra Mondiale dai liberali.

Due erano gli orientamenti in quel periodo nel mondo liberale:

  • il Liberalismo conservatore di Sonnino che voleva il rafforzamento del potere esecutivo con una monarchia più forte e il parlamento sottomesso a potere monarchico;
  • il Liberalismo riformista di Giolitti che credeva nella centralità del parlamento e voleva l’integrazione di partiti socialisti e ceti popolari.

Dal 1901 al 1914 Giolitti esercitò un’influenza così notevole nella vita politica italiana che questo periodo viene conosciuto come età giolittiana – vedi capitolo Italia giolittiana

Fonti

  • http://www.ipsiameroni.it/files/Materiali_didattici/Storia/Galati/Italia%20post-unitaria.pdf
  • https://www.finanze.gov.it/it/il-dipartimento/fisco-e-storia/i-tributi-nella-storia-ditalia/1868-1884-tassa-sul-macinato/#:~:text=Alla%20fine%20del%201869%20furono,dal%201%C2%B0%20gennaio%201884.
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Novecento storia

Italia giolittiana

Il panorama economico e sociale

Il periodo che va dall’inizio del Novecento fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale fu un periodo di grande sviluppo industriale per l’Italia. In particolare nel settore meccanico nacquero aziende come la FIAT, la Lancia e l’Alfa Romeo. La maggior parte delle nuove industrie sorgono nel cosiddetto triangolo industriale: Torino – Milano – Genova.

Il triangolo industriale italiano

La crescita industriale fu favorita soprattutto da due fattori:

  • le commesse statali: soprattutto nel campo dei trasporti ferroviari favorirono la crescita dei settori siderurgico e meccanico;
  • il protezionismo: gli alti dazi sui prodotti stranieri favorirono le industrie del nord, ma danneggiarono il Sud che vide chiuse e porte per l’esportazione dei suoi prodotti tipici come vino, olio, agrumi.

Tale sviluppo influì notevolmente anche sul livello medio di vita degli italiani: nelle città comparvero illuminazione elettrica, trasporti pubblici, acqua corrente e gas.

Ma l’industrializzazione comportò anche il riversarsi nelle città di grandi masse umane che abbandonavano le campagne, masse che si concentravano in quartieri sovraffollati, malsani e degradati.

L’agricoltura crebbe soprattutto nella Pianura padana, dove vennero migliorate le tecniche produttive.

Giovanni Giolitti

Giovanni Giolitti fu uno dei politici più longevi nella storia italiana. Tra il 1901 e il 1903 fu Ministro dell’Interno, poi fu a capo del governo fino al 1914. Questo periodo prese il nome da lui, che fu il protagonista della scena politica.

Si tratta di una delle figure più controverse della storia politica italiana.

Non si può dimenticare comunque che lui si trovò a gestire l’Italia in un periodo molto difficile, caratterizzato da grandi cambiamenti.

Inoltre è innegabile che lui, da piemontese, affrontò la politica italiana con una focalizzazione sul Nord Italia e non ebbe mai una visione realmente unitaria.

Giovanni Giolitti https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Giolitti#/media/File:Giolitti2.jpg

Giolitti Ministro dell’Interno

Tra il 1901 e il 1903 Giolitti fu ministro dell’Interno. Egli volle che il governo mantenesse una posizione di neutralità di fronte ai conflitti sindacali. Egli riteneva che le proteste operaie avrebbero portato a:

  • ridistribuzione del reddito,
  • maggior benessere alle classi lavoratrici,
  • allargamento mercato interno,
  • maggior consenso sociale.

L’ampliamento della forza sindacale alimentò proteste e scioperi che portarono all’aumento dei salari e al conseguente miglioramento del tenore di vita degli operai.

La politica di Giolitti cercava il compromesso tra la borghesia liberale e il socialismo riformista; voleva una politica di accordo e non di scontro con l’obiettivo di ampliare la rappresentanza politica.

Per Giolitti la soluzione dei conflitti sociali non stava nel ritorno ad un potere centrale forte, come voleva una parte dei liberali, ma nel riconoscere le richieste del proletariato come diritti che lo stato ha l’obbligo di tutelare.

Per noi quest’idea è assolutamente scontata, oggi, ma nell’Italia di inizio Novecento non era affatto così.

Documento: Perché le camere del lavoro non vanno chiuse

Il testo è tratto da un discorso tenuto alla camera il 4 febbraio del 1901 da Giovanni Giolitti, ministro dell’Interno, contro lo scioglimento della camera del lavoro di Genova disposta dal prefetto della città il 18 dicembre 1900.

Lettura documento – Giolitti, Perché le camere del lavoro non vanno chiuse.

Giolitti Presidente del Consiglio

Nel 1903, il primo ministro Zanardelli si dimise e Giolitti venne chiamato a formare il nuovo governo.

Politica interna

In questo periodo furono varate importanti riforme sociali quali la tutela del lavoro minorile e femminile, furono create delle assicurazioni per i lavoratori e vennero municipalizzati alcuni servizi pubblici.

Politica sociale

Come presidente del consiglio non cambiò la sua posizione rispetto ai conflitti sociali e concesse libertà alla contrattazione sindacale.

Vennero emanate delle leggi per:

  • la tutela del lavoro di donne e bambini;
  • l’assistenza infortunistica e pensionistica;
  • l’obbligatorietà del riposo settimanale.

Opere pubbliche

  • Nel 1905 venne avviato il processo di statalizzazione delle Ferrovie e vennero create le Ferrovie dello stato.
  • Venne emanata una legge per la gestione statale dell’istruzione elementare.
  • Viene istituita l’INA, l’istituto nazionale delle assicurazioni sulla vita.

Giolitti e i socialisti

Tornato alla guida dell’esecutivo nel 1903, Giolitti era convinto che una politica di ampie riforme politiche e sociali potesse:

  • rafforzare la componente riformista e moderata,
  • allargare la base di consenso dello Stato liberale,
  • isolare le pulsioni rivoluzionarie presenti nel movimento operaio.

Giolitti tentò in un primo momento un accordo con i socialisti, i quali erano divisi in due correnti:

  • i riformisti, guidati da Filippo Turati – ritenevano che si dovesse cambiare la società attraverso riforme
  • i massimalisti, guidati da Benito Mussolini – ritenevano che la società andasse cambiata con la rivoluzione, senza scendere a patti con i governi borghesi.

Giolitti tentò di ottenere il sostegno dei rappresentanti dell’estrema sinistra ricercando la collaborazione del leader socialista riformista Turati, che guardava con favore all’esperimento giolittiano. Tuttavia, con il manifestarsi dei limiti e delle contraddizioni della politica di riforme giolittiane e con l’inasprirsi del conflitto sociale nel Mezzogiorno, le correnti rivoluzionarie che serpeggiavano nel PSI presero la guida del partito.

La linea riformista ebbe la maggioranza fino al 1904 e Giolitti collaborò con i socialisti alla realizzazione di un programma condiviso che comprendeva  

  • il suffragio universale,
  • l’istruzione laica obbligatoria,
  • l’assistenza e la previdenza.

Nel 1904 ottenne la maggioranza l’idea rivoluzionaria che promulgò il primo sciopero generale della storia d’Italia e d’Europa.  

Sciopero generale 1904

Nel corso del 1904, in diverse occasioni, le forze dell’ordine avevano attaccato gli scioperanti nel Sud Italia. Ne citiamo solo due.

  • il 4 settembre a Buggerru, nella zona di Iglesias, in Sardegna mentre era in corso uno sciopero a cui avevano aderito circa 2000 minatori, l’esercito sparò sui manifestanti uccidendone quattro e ferendone undici;
  • il 14 settembre a Castelluzzo, in provincia di Trapani, i carabinieri spararono sui contadini in protesta, ci furono due morti e dieci feriti.

L’uso delle armi da parte della forza pubblica riaccese il ricordo dell’eccidio di Milano del 1898 e lo sdegno tra i proletari fu enorme.

Di fronte a questa ennesima violenza, il 15 settembre 1904 la Camera del Lavoro di Milano, proclamò uno Sciopero Generale di 8 giorni a partire dal 16 settembre. Fu il primo grande sciopero generale della storia del paese, ma fu anche il primo grande sciopero ma anche in Europa.

Ferrovieri in sciopero a Milano
Sciopero dei portuali a Genova

Solo dopo l’assunzione di impegno, da parte di un gruppo di parlamentari socialisti, a presentare in Parlamento una proposta di legge per vietare l’uso delle armi alle forze dell’ordine durante gli scioperi, il 21 settembre lo sciopero si concluse. 

Questo evento segnò anche la fine della collaborazione tra Giolitti e i socialisti.

I primi sindacati

Nel 1906 venne fondata la Confederazione generale del lavoro (Cgdl), il sindacato di matrice socialista a guida riformista.

A difesa degli interessi degli imprenditori, in risposta alla ripresa della conflittualità operaia nacque nel 1910 la Confederazione generale dell’industria, la Confindustria.

Anche il movimento cattolico compì alcuni timidi passi verso una maggiore partecipazione alla cosa pubblica.

Giolitti e i cattolici

Visto che il rapporto con i socialisti si andava incrinando a causa dell’atteggiamento più rivoluzionario, atteggiamento che suscitava anche timori nella borghesia, Giolitti cercò l’accordo col mondo cattolico.

Ricordiamo che nel 1870, dopo la Breccia di Porta Pia, il papa Pio IX aveva dichiarato di essere prigioniero dello stato italiano e aveva esortato il mondo cattolico a “non collaborare con lo stato usurpatore” – vedi la questione romana.

I suoi successori ammorbidirono questo divieto e i cattolici votarono, per la prima volta, nel 1904 con l’intenzione di sconfiggere i socialisti, considerati un pericolo. Infatti, nel 1891 il papa Leone XIII aveva scritto l’enciclica Rerum novarum, che criticava le ingiustizie provocate dal sistema capitalistico ma condannava anche la soluzione socialista, con la sua visione atea della vita. Nella stessa enciclica il papa incoraggiava l’impegno sociale dei cattolici. Le sollecitazioni pontificie diedero vita a una fitta rete associativa fatta di cooperative, sindacati, leghe contadine e leghe operaie.

In quel periodo il movimento cattolico era percorso da diverse correnti:

  • Intransigenti che rifiutavano lo stato liberale,
  • Moderati che erano favorevoli all’inserimento dei cattolici nello stato,
  • Democrazia Cristiana che voleva creare un partito di massa e voleva affrontare la questione operaia secondo i dettami della Rerum novarum.

Giolitti, dopo il 1904 strinse accordi elettorali tra liberali e cattolici e il pontefice Pio X, in occasione delle elezioni politiche attenuò il non expedit per ostacolare i candidati socialisti. In questa maniera e nel 1909 ben 16 candidati cattolici entrarono in Parlamento: erano i primi deputati cattolici.

Per Giolitti era sempre più necessario l’accordo con i cattolici per mantenere la stabilità di governo dal momento che nel paese aumentava l’instabilità economica. Nel 1913 il presidente del consiglio stipulò con i cattolici il Patto Gentiloni (dal nome del presidente dell’Unione Elettorale Cattolica, Filippo Gentiloni): i cattolici si sarebbero impegnati a votare per quei candidati giolittiani che avessero sottoscritto l’impegno di “difendere la Chiesa”:

  • a non ostacolare istruzione privata,
  • a garantire istruzione religione a scuola,
  • a opporsi alla legge al divorzio.

Associazione Nazionalistica Italiana

Mentre i socialisti erano ancora divisi tra rivoluzionari e riformisti nacque in Italia l’Associazione Nazionalistica Italiana che voleva trasformare la società italiana.

Il movimento dei nazionalisti, sorto intorno alla rivista «Il Regno», si estese grazie all’eloquenza di Gabriele D’Annunzio e nel 1910 diviene una forza politica a carattere antiliberale, antiparlamentare e militarista.

I nazionalisti italiani auspicavano uno stato forte e autoritario, volevano potenziare l’espansione coloniale di matrice imperialistica, volevano affermare grandezza dell’Italia.

Inoltre erano in forte polemica contro il giolittismo, contro il parlamentarismo e contro i partiti di matrice socialista. Iniziò in quel periodo a circolare il mito dell’Italia proletaria sfruttata e umiliata dalle nazioni ricche e potenti come il proletariato era sfruttato dalla borghesia. Questa Italia doveva trovare nelle conquiste coloniali un attestato della propria potenza e uno sfogo per la propria forza demografica costretta all’emigrazione.

Nazionalismo: posizione politica che mira all’affermazione del prestigio e degli interessi di una singola nazionalità, anche in contrapposizione con le altre. Alla base del nazionalismo vi è il concetto di nazione, intesa come un gruppo organico di individui accomunati da lingua, tradizioni e valori e tesi alla realizzazione degli stessi obiettivi.

Il settentrionalismo di Giolitti

Durante l’“età giolittiana” si realizzò in Italia il processo di industrializzazione che altri Stati europei avevano conosciuto nel secolo precedente.

La crescita del settore industriale fu resa possibile da:

  • una congiuntura internazionale favorevole,
  • il rialzo dei prezzi,
  • una maggiore disponibilità di capitali,
  • l’aumento della manodopera, con la trasformazione progressiva dei contadini in operai,
  • l’impiego di nuove tecniche produttive e di rinnovate energie imprenditoriali.

L’intervento dello Stato acquistò un ruolo centrale per correggere gli squilibri sociali e sostenere la crescita economica del Paese. La politica protezionistica, adottata nel 1887 e proseguita anche nel periodo giolittiano, permise all’industria nazionale di svilupparsi senza essere minacciata dalla concorrenza straniera, soprattutto nel settore siderurgico, meccanico e tessile.

Ma lo sviluppo industriale italiano non riuscì a colmare il ritardo che l’economia nazionale aveva accumulato rispetto a quella delle grandi potenze industriali del tempo. Infatti l’Italia restava ancora un Paese ancora prevalentemente agricolo: vedi tabella.

Inoltre lo sviluppo dell’industria non si manifestò in forma omogenea, ma interessò prevalentemente il Nord nell’area del cosiddetto “triangolo
industriale” Torino-Milano-Genova.

Verso il Sud Giolitti ebbe un atteggiamento ambiguo:

  • da un lato diede l’avvio ad alcune grandi opere infrastrutturali con le “leggi per il Mezzogiorno”,
  • dall’altro strinse alleanze con gli interessi conservatori degli agrari, con i poteri forti che gestivano il territorio al Sud;
  • mentre al Nord mantenne una neutralità nei conflitti sindacali, al Sud fece un patto con il potere agrario e intervenne duramente nei conflitti sindacali.

Il Mezzogiorno continuò a rimanere ai margini della crescita economica, anche perché la politica giolittiana individuava come interlocutori privilegiati il movimento operaio e il mondo industriale del Nord.

La sua visione industrialista e settentrionalista portò all’aggravarsi della questione meridionale e all’intensificarsi dei flussi migratori: tra 1876 e 1913 ben 13 milioni di italiani lasciarono l’Italia.

La piaga dell’emigrazione

Le scarse possibilità di lavoro, la drammatica riduzione dei salari del Sud l’abbondanza di manodopera portarono ad un aumento della disoccupazione e al dilagare di povertà, soprattutto al Sud. Questo fece accentuare i movimenti migratori. Molti contadini si videro costretti a cercare lavoro all’estero.

Tra il 1900 e il 1914 emigrarono oltre 8 milioni di italiani, soprattutto verso il Nord Europa, gli USA e il Sudamerica.

Questo fenomeno doloroso portò tuttavia un po’ di ricchezza nelle terre più povere: i lavoratori emigrati mandavano una parte delle loro paghe, dette rimesse, in Italia, aumentando un po’ la ricchezza del nostro Paese. Inoltre i lavoratori rimasti, non più in sovrannumero, potevano vedere aumentato il proprio potere contrattuale e ottenere così salari migliori.

Fonte https://staticmy.zanichelli.it/catalogo/assets/9788808537928_04_CAP.pdf

I numeri dell’emigrazione italiana

  • Perché secondo te l’emigrazione raddoppia nel periodo 1887 – 1900 rispetto al decennio precedente?
  • Perché nonostante il decollo industriale, l’emigrazione raddoppia nel primo decennio del Novecento?
  • Formula la tua risposta tenendo presente i seguenti fenomeni relativi all’Italia dell’800 grande depressione crisi svolta protezionista.

Il suffragio universale maschile

La più importante riforma democratica dell’età giolittiana fu, nel maggio 1912, l’approvazione di una nuova legge elettorale che introduceva il suffragio universale maschile. Furono ammessi al voto tutti i cittadini maschi che avessero compiuto 30 anni.

Per accedere al voto a 21 anni era invece necessario aver adempiuto agli obblighi del servizio militare o saper leggere e scrivere. Il suffragio universale vero e proprio, con la concessione del voto anche alle donne, fu introdotto solo nel 1946. Nel 1913 furono fatte le prime elezioni a suffragio universale maschile, con il 23,2 % della popolazione.

Per queste elezioni Giolitti fece un accordo con i cattolici, l’accordo Gentiloni.

Allargando la base politica dello Stato italiano, Giolitti intendeva avvicinare alle istituzioni i due grandi movimenti di massa che erano allora esclusi dalla partecipazione politica diretta: i socialisti (che dominavano il mondo operaio) i cattolici (che dominavano il mondo contadino).

Furono così eletti 169 deputati a sinistra e 304 a destra.

Politica estera

Guerra contro l’Impero ottomano (1911)

Nel 1902 Giolitti aveva firmato un accordo con la Francia per porre fine alla «guerra doganale» e per affrontare la questione africana: l’Italia ottenne così il riconoscimento dei suoi interessi in Libia e lasciò mano libera alla Francia in Marocco.

Nel 1911 Giolitti decise di sferrare un attacco all’Impero Ottomano e attaccando la Libia e alcune isole del Mediterraneo orientale, approfittando della crisi ottomana.

Le conquiste coloniali in tutte le realtà nazionali, sono sempre sostenute da diversi motivi:

  • aumentare il prestigio internazionale dell’Italia;
  • creare un nuovo sbocco per l’emigrazione dei contadini del Sud;
  • aumentare il consenso interno.

La decisione del governo Giolitti fu sostenuta da:

  • gruppi industriali e finanziari, che avrebbero dalla guerra,
  • liberali e nazionalisti, che sognavano un Impero coloniale italiano,
  • la Chiesa che parlava di crociata civilizzatrice.
Cartolina diffusa nel 1911 – 1912 che esalta “i valorosi combattenti nel nome d’Italia nostra in Tripolitania e in Cirenaica”

L’impresa coloniale giolittiana

  • fu preparata da una politica di riavvicinamento alla Francia, pur mantenendo fede alla Triplice alleanza firmata nel 1882 con Austria e Germania – l’Italia, aveva accettato il dominio francese in Tunisia e Marocco e aveva ottenuto in cambio il “diritto di conquista” della Libia, possedimento dell’Impero ottomano;
  • consolidò i legami con il cattolicesimo moderato e con gli ambienti della finanza vaticana – con il Banco di Roma avevano avviato la penetrazione commerciale e finanziaria in Libia;
  • andò incontro al desiderio dell’opinione pubblica borghese di rilanciare l’azione in Africa dopo la disfatta di Adua del 1896.
Tra i sostenitori dell’impresa libica ci fu Giovanni Pascoli, poeta, accademico e critico letterario italiano, figura di spicco della cultura italiana tra fine Ottocento e inizio Novecento. Egli sostenne l’impresa della conquista della Libia e pronunciò il famoso discorso “La grande proletaria si è mossa“.  

Il 28 settembre del 1911 il governo italiano presentò al governo turco un ultimatum annunciando il proprio intervento in Tripolitania e Cirenaica con lo scopo di “porre fine allo stato di disordine e di abbandono in cui quelle terre erano lasciate dalla Turchia, per fare in modo che potessero essere ammesse a godere i medesimi progressi compiuti dall’Africa settentrionale”.

Quindi Tripolitania e Cirenaica vennero attaccate. Fu sferrato anche un attacco ai Dardanelli, che però rimase senza esito, fu occupata Rodi e le isole del Dodecaneso.

La penetrazione in Tripolitania e Cirenaica si limitò peraltro alle aree costiere perché incontrò la forte resistenza delle popolazioni arabe che non apprezzarono affatto la “liberazione” italiana dal giogo ottomano (come sosteneva la nostra propaganda nazionalista) e avviarono una guerriglia destinata a durare a lungo. Questa resistenza fu piegata ferocemente dal regime fascista solo nel 1927.

MAPPA

https://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/189/la-guerra-di-libia-1911-1912

Vignetta satirica di opposizione alla guerra in Libia

Le isole egee divennero in seguito una colonia italiana e vennero restituite, alla sovranità greca, solo nel 1947.

Le spese per questa guerra furono ingentissime e 3000 italiani morirono in guerra. E nonostante l’investimento economico e umano, la conquista della Libia non portò i benefici sperati all’Italia, ma diede vantaggi solo agli armatori, alle banche e all’industria pesante.

Cartolina diffusa nel 1911 – 1912 che esalta “i valorosi combattenti nel nome d’Italia nostra in Tripolitania e in Cirenaica”

In questa guerra, che si concluse con il trattato di Losanna (1912) l’Italia ottenne dai turchi anche il Dodecaneso, un arcipelago di isole egee con capoluogo Rodi.

Alla conclusione la Libia non si rivelò quella terra fertile adatta ad accogliere l’emigrazione italiana che si era sognato.

Salvemini la definì “uno scatolone di sabbia”: non erano infatti ancora state scoperte le ricchezze minerarie libiche che avrebbero potuto giustificare economicamente l’impresa coloniale.

Riformismo inferiore alle attese

Il riformismo giolittiano, per quanto ampio, fu inferiore alle attese. Infatti mancò:

  • una riforma sociale di ampio respiro,
  • un intervento organico al Sud (vennero fatti solo interventi sporadici che garantirono clientelismi);

Ebbe invece una visione industrialista e settentrionalista che portò all’aggravarsi della questione meridionale e all’intensificarsi dei flussi migratori: tra 1876 e 1913 ben 13 milioni di italiani lasciano l’Italia.

Crisi del sistema giolittiano

Il Bilancio dello stato in passivo, i conflitti sindacali sempre più aspri e violenti, le polemiche dei nazionalisti erano i segni forti della crisi che il governo Giolitti stava attraversando. Per tentare di risolvere la situazione nel marzo 1914 Giolitti rassegnò le dimissioni; lo fece perché era convinto che sarebbe richiamato. Ma le cose non andarono così: al suo posto fu eletto Antonio Salandra che portò l’Italia nella Prima Guerra Mondiale.

Mappa di sintesi sulla politica di Giovanni Giolitti

Domande

  1. Quali sono stati i primi due governi in Italia, quali le caratteristiche principali di entrambi?
  2. Chi fu Giovanni Giolitti?
  3. Sintetizza la sua politica interna.
  4. Quale fu il suo atteggiamento nei confronti delle richieste operaie?
  5. Sintetizza in breve i movimenti migratori che caratterizzano l’Italia tra fine Ottocento e inizio Novecento.
  6. Che tipo di relazione ebbe Giolitti con i socialisti?
  7. E cosa fece quando l’accordo con i socialisti venne a mancare?
  8. Parla della politica estera di Giovanni Giolitti.
SINTESI
Giolitti ebbe un atteggiamento aperto e lungimirante nei confronti delle nuove classi operaie concentrate nel Nord. Egli consentì gli scioperi e fece assumere al governo una posizione neutrale nei confronti dei conflitti sindacali. Giolitti era convinto che se gli operai non avessero trovato forme legali di protesta, sarebbero stati spinti alla ribellione armata.
Oltre a consentire gli scioperi, Giolitti varò alcune riforme che migliorarono le condizioni di vita degli operai:
– l’orario di lavoro venne limitato per legge a un massimo di 10 ore;
– venne riorganizzata la Cassa nazionale per l’invalidità e la vecchiaia dei lavoratori;
– vennero presi provvedimenti alo scopo di tutelare la maternità delle lavoratrici e il lavoro dei bambini (l’età minima per accedere al lavoro fu elevata a 12 anni).
La lotta sindacale portò anche all’aumento dei salari; in tal modo anche gli operai poterono cominciare ad acquistare non solo prodotti alimentari, ma anche industriali biciclette, macchine per cucire…).

Si andò così diffondendo nel Nord quel benessere tipico della società di massa.

Piemontese di nascita, Giolitti non ebbe altrettanta attenzione o capacità nell’affrontare la questione meridionale, ovvero il drammatico ritardo di sviluppo del Sud nei confronti del Nord.
Nei confronti degli scioperi del sud, spesso fece intervenire le forze dell’ordine.
Il Sud era per Giolitti un semplice serbatoio di voti da controllare attraverso:
– i prefetti che per suo ordine impedivano i comizi dell’opposizione;
– le forze dell’ordine che arrestavano i sindacalisti;
– corruzione, minacce e brogli per fare eleggere i parlamentari a lui fedeli.

Per questo Giolitti venne aspramente criticato, tanto da meritarsi la definizione di “ministro della malavita” attribuitagli dallo storico e politico pugliese Gaetano Salvemini.

Fonti

  • Fossati. Luppi, Zanette, Parlare di Storia, Pearson
  • www.treccani.it
  • www.wikipedia.org
  • https://staticmy.zanichelli.it/catalogo/assets/9788808537928_04_CAP.pdf