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Alessandro Manzoni

Perchè Manzoni è famoso?

Alessandro Manzoni è stato il primo autore italiano a scrivere un romanzo, genere letterario destinato a dominare la letteratura occidentale.

Nelle sue opere Manzoni critica ferocemente i principi  su cui si reggeva la società dell’antico regime e quindi anche la società italiana.

In particolare nelle sue opere critica:

  • l’oppressione esercitata dal ricco sul povero, del potente sull’umile;
  • l’inefficacia delle leggi che puniscono i deboli e proteggono i potenti;
  • la connivenza di tutti coloro che consentono con la loro vigliaccheria di perpetuare un sistema di potere profondamente ingiusto.

Manzoni racconta storie ambientate nella storia e attraverso il racconto delle ingiustizie della storia, ci offre esempi straordinari di sacrificio e di solidarietà. Nelle sue opere affronta temi e problemi attuali, invitando il lettore a giudicare i fatti e i personaggi, a prendere posizione, a riconoscere e combattere l’ingiustizia.

Manzoni, educato ai valori dell’illuminismo, esprime, in ogni sua opera, l’amore per la libertà e per la verità.

  • Amore per la libertà: libertà politica, libertà religiosa, libertà di giudizio, libertà stilistica;
  • Amore per la verità inteso come fedeltà al vero della storia.

Un altro elemento che caratterizza l’opera di Manzoni è la ricerca di una lingua nuova adatta alla sensibilità e alle possibilità del popolo italiano.

Biografia

Manzoni nasce a Milano il 7 marzo del 1785 da una relazione extraconiugale. Sua madre, Giulia Beccaria, è la figlia di Cesare Beccaria, uno dei più famosi illuministi milanesi del Settecento. La bella Giulia, anche se sposata con Pietro Manzoni, un gentiluomo benestante, molto più anziano di lei e di carattere cupo, vive una relazione con Giovanni Verri, fratello di Alessandro e Pietro Verri, illuministi milanesi.

Alla nascita, Alessandro viene comunque riconosciuto come figlio legittimo da Pietro Manzoni.

Nel 1791, a soli 6 anni, il piccolo Manzoni entra nel collegio dei padri Somaschi, che in seguito definirà un “sozzo ovile”, e poi in quello dei Barnabiti. Qui riceve un’educazione rigida e formale che lo porta a sviluppare, per reazione, un atteggiamento democratico ateo e giacobino.

L’anno successivo la madre si separa da Pietro e va a Parigi con Carlo Imbonati. Quando Alessandro esce dal collegio ha 16 anni, torna a vivere in casa Manzoni e inizia a frequentare i circoli illuministi dove assimila gli ideali democratici che caratterizzano tutte le sue opere.

Il giovane Manzoni è un adolescente difficile: tra primi amori, amici scapestrati e gioco d’azzardo Alessandro conduce una vita dissipata che preoccupa non poco l’anziano padre. Oltre al gioco e alle avventure galanti Manzoni si dedica anche al lavoro intellettuale e alle composizioni poetiche come il poemetto “Trionfo della libertà”, l’idillio “Adda” e alcuni Sermoni.

Nel 1805 lascia Milano e raggiunge la madre a Parigi, poco dopo la morte del compagno di lei Carlo Imbonati. In suo ricordo scrive “In morte di Carlo Imbonati”, un carme in 242 versi. Quando era stato in collegio Alessandro aveva sofferto molto per la mancanza di sua madre. a Parigi finalmente tra loro si crea una stretta relazione.

Nella capitale francese frequenta gli ambienti intellettuali e i circoli illuministi francesi, in opposizione al regime napoleonico. La frequentazione di questo ambiente rafforza nel giovane Manzoni gli ideali democratici e egualitari. Nello stesso periodo entra in contatto anche con le grandi correnti romantiche.

Nel 1808, durante un breve soggiorno a Milano, incontra Enrichetta Blondel, giovane calvinista figlia di un banchiere svizzero. I due si sposano con rito calvinista e dalla loro unione nasceranno ben dieci figli; purtroppo otto di loro morirono tra il 1811 e il 1873.

Nel 1810 avviene un altro episodio importante: i due sposi si convertono al cattolicesimo e la coppia decide di celebrare nuovamente il matrimonio con rito cattolico. L’adesione alla fede cattolica raffforza e approfondisce i sentimenti di libertà e giustizia che già animavano Manzoni.

Al rientro a Milano nel 1810 segue un quindicennio di intensa produzione; in questo periodo Manzoni compose molte delle sue opere maggiori. In questi anni scrive gli Inni Sacri, Il conte di Carmagnola, l’Adelchi e altre opere.

Nel 1821 scrive due odi famose Marzo 1821 e Il 5 maggio dedicate ad avvenimenti della storia contemporanea.

Nel 1821 inizia anche la stesura del suo romanzo I promessi sposi che concluderà nel 1840.

Per il Manzoni, questo è però un periodo molto triste dal punto di vista familiare. Molti lutti segnano la sua vita familiare e nel 1833 muore la moglie, ennesimo lutto che getta lo scrittore in un grave sconforto.

Passano quattro anni e nel 1837 si risposa con Teresa Borri. La tranquillità familiare, però, è ben lungi dal profilarsi all’orizzonte, tanto che nel 1848 viene arrestato il figlio Filippo.

Nel 1839 scrive una lettera al Carena “Sulla lingua italiana” e tra il ’52 e il ’56 si stabilisce in Toscana.

La sua fama di letterato, di grande studioso di poetica ed interprete della lingua italiana si andava sempre più consolidando e i riconoscimenti ufficiali non si fanno attendere, tanto che nel 1860 viene nominato Senatore del Regno.

Purtroppo, accanto a questa soddisfazione di rilievo segue sul piano privato un altro grande dolore: appena un anno dopo la nomina, perde la seconda moglie.

Nel 1862 viene incaricato di prendere parte alla Commissione per l’unificazione della lingua e sei anni dopo presenta la relazione “Dell’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla”.

Alessandro Manzoni muore a Milano il 22 maggio 1873, venerato come il letterato italiano più rappresentativo del secolo e come il padre della lingua italiana moderna. Per la sua morte Giuseppe Verdi compone la stupenda “Messa da Requiem”.

Il cinque maggio

L’obiettivo che si pone Manzoni non è tanto glorificare la figura straordinaria del generale francese, ma fare una riflessione sui limiti dell’agire umano e sul grande disegno della Provvidenza divina a cui è necessario adeguarsi. 

Il 16 luglio 1821 la “Gazzetta di Milano” pubblicò la notizia della morte di Napoleone, avvenuta il 5 maggio nell’isola di Sant’Elena, dove l’imperatore francese era da sei anni in esilio.

La notizia della morte di Napoleone colpì profondamente Manzoni. Lui aveva seguito le imprese e gli atti di Napoleone, ma non si era mai espresso nei confronti di questo grande personaggio. Alla notizia della sua morte invece lasciò che la sua penna gli dedicasse un’opera. Così, in preda a un furore compositivo, cosa per lui assolutamente insolita, compose in pochi giorni l’ode Il cinque maggio. L’ode fu composta tra il 17 e il 20 luglio ma fu subito censurata dal governo austriaco. Poté quindi essere pubblicata solo in Francia e in Germania; venne anche tradotta in tedesco da Goethe nel 1822. In Italia fu pubblicata solo nel 1823 da un editore torinese.

La vicenda storica di Napoleone è riletta dal Manzoni come l’ennesima incarnazione della superbia umana che vuole fare a meno di Dio, che vuole sostituirsi a lui. Manzoni considera Napoleone come esempio di quella «provvida sventura» a cui più volte l’autore fa riferimento.

Nell’ode, secondo la visione manzoniana, Napoleone fu accecato dal successo mondano e dalla gloria mentre dominava fra gli oppressori. Ma una volta relegato, nell’infelicità dell’esilio, il grande uomo ha, forse, accolto la mano tesa di Dio, ha abbandonato la propria «superba altezza» e si è inchinato alla grandezza del Dio cristiano.

Forma metrica:

  • diciotto strofe composte da sei versi settenari
  • schema ABCBDE
Il 5 maggio
 
Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita5
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale10
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,15
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,20
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,25
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.30

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito35
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;40
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,45
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,50
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio55
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.60

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere65
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,70
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,75
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!
 
E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,80
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio85
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;90

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre95
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza100
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,105
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.
PARAFRASI
Egli fu (è morto, è trapassato, non c’è più). Ecco perché ora giace immobile, dopo aver esalato l’ultimo respiro, il suo corpo è rimasto senza più ricordi, privato della sua anima: chiunque nel mondo ha saputo la notizia di questa morte è sconvolto.
 
Tutti restano muti, senza saper dire niente, pensando alle ultime ore di quest’uomo inviato dal fato e nessuno sa dire quando un uomo del suo calibro tornerà di nuovo a calpestare la terra che lui stesso ha calpestato, lasciando un cammino sanguinoso.
 
 
Io, come poeta, ho visto Napoleone trionfante, sul trono (soglio) imperiale, ma ho taciuto, non ho detto né scritto nulla su di lui; neppure quando fu sconfitto, cadde, poi tornò al potere e cadde ancora, io non dissi nulla, la mia poesia continuò a tacere, a restare in disparte. Io non ho unito la mia voce a tutte quelle che adulavano Napoleone;
 
Oggi il mio ingegno poetico vuole parlare, dal momento che non lo ha mai fatto, e si innalza commosso, senza elogi servili o vili insulti, all’improvvisa morte di una figura così grande; oggi il mio ingegno offre alla tomba di quest’uomo un componimento che forse resterà eterno, sarà immortale. (ricordi la funzione eternatrice della poesia di Foscolo?)
 
Dall’Italia all’Egitto, dalla Spagna alla Germania le azioni rapidissime di quest’uomo seguivano il suo pensiero fulmineo, egli condusse imprese dalla Sicilia fino al Don in Russia, dal Mediterraneo all’Atlantico. La sua fama è conosciuta in tutto il mondo.
 
Fu vera gloria la sua? Spetta a coloro che verranno la difficile sentenza: noi ci inchiniamo umilmente di fronte al Sommo Creatore che volle fare di Napoleone un simbolo della sua potenza divina.
 
La pericolosa e trepida gioia di un grandissimo disegno, l’insofferenza di un animo indomito che serve il regno ma pensa al potere. Quando poi realizza il suo obiettivo ottiene un premio che sarebbe stato una follia ritenere possibile.
  
Tutto egli sperimentò e visse: la gloria, tanto più grande dopo il pericolo, la fuga e la vittoria, il potere regale e l’esilio. Due volte cadde, due volte fu sconfitto, e due volte fu vincitore.
  
Si diede il titolo imperiale da solo, si nominò imperatore: due epoche (secoli) tra loro opposte (il Settecento e l’Ottocento) guardarono a lui sottomesse, come se lui avesse in mano il destino. Egli impose il silenzio e si sedette tra loro come un arbitro.
 
Nonostante tanta grandezza, lui scomparve rapidamente e concluse la sua vita in ozio, prigioniero in una piccola isola. Il fatto che sia stato mandato così lontano manifesta la paura che l’Europa aveva di lui. Lui suscitò sentimenti contrastanti: immensa invidia e rispetto profondo, di grande odio e di grande passione.
 
Proprio come sulla testa del naufrago si avvolge pesante l’onda su cui poco prima lo sventurato tendeva alto il suo sguardo, e cercava rive lontane che non avrebbe mai potuto raggiungere.
 
 Allo stesso modo su quell’anima si abbatté il peso dei ricordi (come fa l’onda sul naufrago). Ah, quante volte ha iniziato a scrivere le sue memorie per i posteri, ma su tutte quelle pagine cadeva la sua mano stanca e lui interrompeva così il lavoro che aveva intrapreso …
 
Quante volte alla fine di un giorno improduttivo abbassò lo sguardo vivace e fulmineo, e si pose che le braccia conserte al petto, in balia dei ricordi dei giorni ormai andati.
  
E ripensò agli accampamenti militari in continuo movimento con le tende e le trincee, e ricordò lo scintillare delle armi e gli assalti della cavalleria, e gli ordini dati imperiosamente e alla loro rapida esecuzione.
  
Ah, forse fra tanto dolore crollò il suo spirito in ricerca e lui si disperò: ma ecco che giunse in quel momento l’aiuto di Dio a quel punto, che lo condusse in un’aria più serena, con la sua mano dal cielo; 
 
E lo guidò per i floridi sentieri delle speranze, verso i campi eterni, lo condusse alla beatitudine eterna, verso il premio supremo, che supera ogni desiderio umano, lo guidò dove la gloria terrena non vale nulla, e svanisce nel silenzio e nel buio.
  
Bella, immortale, benefica fede, abituata ai trionfi! Scrivi anche questo tuo trionfo, e rallegrati; perché nessuna personalità più grande di Napoleone si è mai chinata davanti al disonore della croce di Cristo.

Tu (Fede) allontana dalle ceneri di quest’uomo ogni parola meschina e vile: il Dio che abbatte e rialza, che abbatte e che consola, si pose vicino a lui, per consolarlo nel momento solitario della sua morte.

Per approfondire

https://library.weschool.com/lezione/5-maggio-parafrasi-manzoni-napoleone-bonaparte-ei-fu-siccome-immobile-9257.html

Domande su Il cinque maggio

Comprensione 

  • 1. Nell’ode Napoleone viene raffigurato in circostanze diverse: quali? Elenca le diverse fasi dell’esistenza di Napoleone.
  • 2. Manzoni fa riferimento a sé come poeta. In quali versi? Quale finalità assegna ora alla sua poesia?
  • 3. Nell’ode si può dedurre quale fosse il giudizio di Manzoni su Napoleone? Indica gli elementi del testo su cui si basa la tua risposta.
  • 4. La conclusione del testo contiene un intenso messaggio religioso: riassumilo.

Analisi e interpretazione

  • 5. Nella prospettiva dell’io lirico, chi o che cosa trionfa sempre? Chi è il vero vincitore della vicenda napoleonica?
  • 6. La rievocazione delle gesta di Napoleone è contrassegnata da un ritmo concitato. Individua nel testo le espressioni e le immagini che trasmettono questo dinamismo.
  • 7. Considera l’uso dei tempi verbali: qual è il tempo prevalente? Per esprimere quali contenuti il poeta utilizza il tempo presente?
  • 8. Rifletti sulla domanda posta dall’autore sulla gloria terrena: si può davvero chiamare “gloria” il potere ottenuto tra gli uomini? 

I promessi sposi

I Promessi sposi è il primo e più importante romanzo storico italiano.

Il romanzo si basa su una rigorosa ricerca storica e gli episodi narrati si fondano su documenti d’archivio e cronache dell’epoca. Il romanzo di Manzoni viene considerato:

  • una pietra miliare della letteratura italiana, in quanto è il primo romanzo moderno di questa tradizione letteraria
  • un passaggio fondamentale nella nascita stessa della lingua italiana.

I promessi sposi, inoltre, sono considerati:

  • l’opera più rappresentativa del romanticismo italiano,
  • una delle più importanti opere della letteratura italiana per la profondità dei temi affrontati.

Temi

Il ruolo degli umili

Inoltre, per la prima volta in un romanzo di tale successo, i protagonisti sono gli umili e non i ricchi e i potenti della storia. Gli umili sono i protagonisti di una vicenda che si concluderà con un lieto fine. Agli umili sarà affidato il compito di testimoniare i veri valori cristiani.

Concezione pessimistica della storia

Da quest’opera emerge che Manzoni ha una concezione pessimistica della storia: secondo l’autore la storia è la sede del male, la vita è costellata di momenti bui, la felicità è solo transitoria ed è frutto di molto dolore.

Secondo Manzoni solo la chiesa e i valori cristiani sono le uniche istanze capaci di moderare gli egoismi individuali e porre un freno alla rapacità dei ceti dirigenti. I ceti dirigenti opprimono la popolazione umile. Ma secondo l’autore neppure “popolo”, che lui definisce “marmaglia”, potrebbe costituire un’alternativa valida al malgoverno.

Egli infatti ritiene che se l’aspirazione a una maggior equità sociale è legittima, la rivolta violenta non è mai giustificabile.

Il problema della giustizia è molto sentito dall’autore, ma è sempre affrontato in un’ottica individuale e religiosa. L’autore ritiene infatti che l’operato umano sia sempre mosso dall’egoismo e dalla tendenza alla sopraffazione. Sente che l’operare umano, per quanto possa essere illuminato, non sarà mai in grado di eliminare l’egoismo dell’uomo e di ridurre la sua tendenza alla sopraffazione.

Dal momento che il male nella storia è innegabile, la vera giustizia non potrà mai realizzarsi nel mondo. Tuttavia talvolta, quando gli uomini agiscono rettamente, l’azione della Provvidenza può rendere giustizia agli uomini. La Provvidenza agisce nella storia in maniera misteriosa e imprevedibile.

Molte delle azioni dei personaggi si rivelano inefficaci, mentre il bene arriva inaspettato; questo bene può arrivare proprio dai personaggi negativi.

Ma se il male resta inspiegabile alla mente dell’uomo, tutto quello che accade nella storia accade per volontà di Dio.

Verità e verosimiglianza

Manzoni colloca la vicenda di Renzo e Lucia in un ampio affresco secentesco. La vicenda dei due popolani è naturalmente inventata. L’autore opera quindi una ricostruzione verosimile in contesto storico delineato con estrema cura e attenzione storiografica. Come la vicenda dei protagonisti è verosimile, anche il lieto fine sarà condizionato da criteri di verosimiglianza storica.

La composizione del romanzo

La composizione del romanzo richiede a Manzoni un lavoro lungo e impegnativo.

Manzoni scrive, sul primo manoscritto la data di inizio del suo lavoro: 24 aprile del 1821. L’opera è conclusa solo nel 1842 con la conclusione della stampa dell’edizione definitiva. Tre le tappe importanti di quest’opera.

  • Fra il 1821 e il 1823 viene composta la prima redazione, in quattro volumi, battezzata Fermo e Lucia.
  • Manzoni opera una profonda revisione del romanzo e nel 1824 esce il primo volume della nuova edizione con il titolo Gli sposi promessi; nel 1825 il secondo volume con il nuovo titolo di Promessi sposi; il terzo e ultimo volume viene stampato nel 1827.
  • A questo punto l’autore inizia il lavoro di revisione linguistica; decide di prendere come modello la lingua parlata dai fiorentini colti. Dopo essersi trasferito a Firenze per “sciacquare i panni in Arno” arriva all’edizione definitiva, pubblicata a dispense fra il 1840 e il 1842. Questa terza e definitiva versione, accompagnata da numerose illustrazioni, è seguita dalla Storia della colonna infame.

Il genere del romanzo storico

Manzoni ebbe a disposizione solo modelli stranieri, come le opere di Voltaire, di Diderot, di Radcliff, di Defoe e, soprattutto, di Walter Scott, autore di Ivanhoe. Ivanhoe aveva narrato vicende rispettando poco la verità storica. Manzoni invece vuole essere fedele evitando di scadere nel romanzesco. Inoltre Manzoni non ama i colpi di scena emozionanti ma inverosimili.

Scott aveva scelto come ambientazione il Medioevo, mentre la scelta di Manzoni cadde sul Seicento. Ma perché il Seicento? Il XVII secolo fu un’epoca caratterizzata dal dominio dell’irrazionalità e dell’oppressione e segnata da eventi devastanti:

  • la calata dei Lanzichenecchi,
  • la peste.

In questa situazione difficile gli uomini del Seicento reagirono alle vicende con modalità opposte:

  • ci fu chi si abbandonò ai peggiori delitti,
  • e chi invece manifestò le più grandi virtù.

Secondo Manzoni era quindi il secolo giusto per dimostrare come la situazione storica possa condizionare comportamento umano, senza però determinarlo.

Ma c’è un altro motivo che portò Manzoni a scegliere di ambientare il suo romanzo proprio nel Seicento. Infatti a quell’epoca la Lombardia era dominata dalla Spagna. Il governo spagnolo aveva governato con estrema arroganza e arbitrarietà. Nella contemporaneità di Manzoni invece un altro potere straniero, quello austriaco, opprimeva la Lombardia e reprimeva con forza le legittime aspirazioni italiane all’unità e all’indipendenza nazionale. Manzoni, che a causa della censura non avrebbe potuto mettersi in aperta polemica col governo asburgico, raccontando le prepotenze e le ingiustizie del governo spagnolo, fa un riferimento indiretto al suo tempo, un riferimento che però è riconoscibile.

La questione della lingua

Manzoni era alla ricerca di una lingua comprensibile da tutti gli italiani alfabetizzati.

Lui, educato ai valori illuministi, voleva rivolgersi ad un pubblico molto più ampio di quello a cui solitamente erano destinati i testi letterari. Lui desiderava come suoi destinatari i cristiani di tutte le classi sociali. Infatti il suo romanzo ha carattere profondamente cristiano e democratico tanto che per la prima volta due giovani, umili e semianalfabeti sono scelti come protagonisti di questo straordinario affresco storico. Nonostante la loro semplicità, con l’aiuto di alcuni personaggi più istruiti e più potenti di loro, strumenti della Divina Provvidenza i due riusciranno a coronare i loro sogni.

In questa vicenda la storia romanzata dei personaggi inventati e la vera storia, con i suoi personaggi storici, si intrecciano grazie alla straordinaria penna di Manzoni.

Un testo di questo tipo doveva essere scritto in un italiano democratico e non in una lingua letteraria aristocratica e antidemocratica.

Per questo Manzoni operò una ricerca linguistica articolata in tre fasi:

  • la lingua del Fermo e Lucia era modellata su milanese, francese, toscano e latino;
  • la lingua dell’edizione 1827 era un toscano-milanese modellato sul toscano scritto;
  • la lingua dell’edizione del 1840 era quella parlata dai fiorentini colti.

Grazie alla sua scelta linguistica, I Promessi sposi divennero il primo veicolo dell’unità linguistica nazionale e costituiscono la seconda importante tappa della storia della lingua italiana, dopo la Divina Commedia dantesca.

La lettura del romanzo venne resa obbligatoria nei licei da Francesco De Sanctis, ministro della Pubblica Istruzione nel 1879 ed è ancora oggi una lettura cardine nei programmi scolastici.

Lo spunto narrativo
Sai che cos’è stato che mi diede l’idea di fare I Promessi Sposi?
È stata quella grida che mi venne sotto gli occhi per combinazione, e che faccio leggere, appunto, dal dottor Azzecca-garbugli a Renzo dove si trovano, tra l’altro, quelle penali contro chi minaccia un parroco perché non faccia un matrimonio.
E pensai, questo sarebbe un buon soggetto per farne un romanzo (un matrimonio contrastato), e per finale grandioso la peste che aggiusta ogni cosa!”
Estratto da una lettera di Manzoni al figliastro Stefano Stampa

La trama

L’autore finge di aver trovato un manoscritto anonimo del XVII secolo che contiene una storia molto interessante. Decide così di riscriverla in linguaggio moderno.

La storia inizia la sera del 7 novembre 1628, quando Don Abbondio, parroco di un paesino sulle colline presso Lecco, viene minacciato da due bravi. I due malviventi sono al servizio di Don Rodrigo, che si è invaghito della giovane Lucia, una popolana che era promessa sposa di Renzo, un giovane filatore. Don Rodrigo decide di avere la ragazza e scommette con il cugino Conte Attilio, di farla sua.

Per questo i due bravi proibiscono a don Abbondio di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, sposalizio previsto per la mattina successiva.

Impaurito, il pavido curato convince lo sposo a rimandare la cerimonia, dopo aver rivelato sotto promessa di silenzio, la minaccia del signorotto locale.

I due giovani sconcertati chiedono aiuto all’avvocato Azzecca – Garbugli, ma il ricorso alla legge risulta vano in quanto l’avvocato Azzeccagarbugli è fidato uomo di don Rodrigo.

Lucia e Renzo si avvalgono anche nell’intervento di padre Cristoforo, un frate cappuccino ardito, paladino della povera gente, ma il suo aiuto si rivela inutile.

I due giovani tentano anche di forzare la mano al curato per obbligarlo a sposarli.

Purtroppo nessun tentativo ha esiti positivi.

E mentre don Rodrigo tenta di rapire Lucia, i due fidanzati sono costretti a fuggire.

Lucia finisce in un convento a Monza dal quale sarà poi rapita, mentre Renzo, dopo aver partecipato all’assalto dei forni a Milano e aver rischiato di finire sulla forca fugge nel bergamasco sotto falso nome.

L’innominato, un prepotente da tempo in preda a crisi di coscienza, dopo aver rapito Lucia per conto di don Rodrigo si pente e si rivolge al cardinal Federigo Borromeo. Da quell’incontro la vita dell’Innominato cambia: si converte e decide di vivere onestamente gli ultimi anni della sua vita.

La vicenda si svolge durante la guerra dei trent’anni che vede coinvolti molti stati europei. Nel 1630 le truppe imperiali dei lanzichenecchi scendono in Italia. La calata di questi mercenari si rivela una piaga per tutto il popolo, ma porta una piaga ancora peggiore: la peste che fa migliaia di vittime.  

Dopo esser guarito dalla peste Renzo si mette in cerca di Lucia. La trova convalescente al lazzaretto, struttura dove vengono portati i malati di peste. Renzo incontra lì anche Fra Cristoforo e don Rodrigo, in punto di morte. Solo dopo aver perdonato, non senza difficoltà e resistenze, il suo “nemico”, Renzo ritrova Lucia.

I due potranno sposarsi solo dopo che fra Cristoforo avrà sciolto il voto di castità fatto da Lucia la notte in cui era stata rapita.

I due si trasferiranno in un altro paese, avranno dei figli e vivranno serenamente. Il «sugo di tutta la storia»? Quando vengono i guai, «per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore».

Storia della colonna infame.

La ricerca storiografica sul Seicento ha portato Manzoni ad approfondire il tema della peste.

La Storia della colonna infame era nata come ampia digressione all’interno del Fermo e Lucia. Voleva raccontare il processo agli «untori» e la loro orribile fine nella Milano sconvolta dalla peste. L’argomento era troppo ampio per essere trattato all’interno del romanzo: divenne quindi un’appendice dello stesso.

Il testo fu pubblicato nell’edizione definitiva del 1840, come seguito dei Promessi sposi. Manzoni pone tale approfondimento al termine del romanzo perché ritiene fondamentale che i lettori leggano le due opere una di seguito all’altra.

Si narra la vicenda del povero Guglielmo Piazza, processato e giustiziato come «untore»: non ebbe voce in capitolo né l’umana giustizia, né il buonsenso, né la ragione, ma neppure la pietà cristiana. Questo racconto sembra rappresentare il destino a cui avrebbe potuto andare incontro lo stesso Renzo Tramaglino quando è, a sua volta, preso per un untore. Renzo riesce a sfuggire alla folla inferocita, solo saltando sul provvidenziale carro dei monatti.

Con questo testo l’autore sembra voler ribadire che un romanzo non è la storia, perché nella storia il male e la follia degli uomini spesso prevalgono. E da qui un monito che è valido proprio oggi: è compito di tutti vigilare affinché simili atrocità non debbano più accadere.

Fonti del romanzo

  • Testo dello storico Giuseppe Ripamonti del 1640 che parla dell’epidemia di peste.
  • Due saggi di Merchiorre Gioia, pubblicati nel 1807 e 1809, che parlano della carestia e del conseguente aumento dei prezzi del grano nella prima metà del XVII secolo. 
  • Raccolta di grida (bandi e decreti legislativi del regime spagnolo dell’epoca).

Riassunto capitolo per capitolo

1
Mentre Don Abbondio passeggia leggendo il breviario, incontra i due bravi di don Rodrigo che gli proibiscono di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia. Don Abbondio, terrorizzato, ritorna a casa e confida con Perpetua.
2
Colloquio tra Renzo e don Abbondio. Renzo si dirige a casa di Lucia avvisando che il matrimonio è rimandato.
3
Renzo si consulta con Lucia e Agnese. Agnese consiglia Renzo di andare dall’avvocato il dottor Azzeccagarbugli. Non ottiene nulla perché l’avvocato è uomo di don Rodrigo. Lucia, attraverso fra Galdino, chiede l’aiuto di padre Cristoforo.
4
Viene narrata la storia di fra Cristoforo: si chiamava Lodovico, figlio di mercante era stato educato come un nobile. Si racconta la giovinezza del ragazzo, il delitto commesso e il successivo pentimento e il suo ingresso tra i cappuccini col nome di padre Cristoforo.
5
Padre Cristoforo decide di recarsi da don Rodrigo. Viene descritto il palazzotto di don Rodrigo. Don Rodrigo a pranzo col conte Attilio e altri.
6
Padre Cristoforo parla con don Rodrigo. Il signorotto insulta padre Cristoforo. Lui reagisce con una terribile nefanda profezia (“Verrà un giorno…”).
Renzo e Lucia intanto pensano a un matrimonio clandestino. Renzo cerca i testimoni e incontra suo cugino Tonio
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Padre Cristoforo racconta ai due giovani l’esito dell’incontro con don Rodrigo. Intanto Renzo, Agnese e Lucia stanno organizzando un matrimonio clandestino, senza dirlo al frate. Lucia prima è riluttante, poi accetta. Don Rodrigo intanto reagisce al colloquio con padre Cristoforo progettando il rapimento di Lucia. Renzo si incontra con Tonio e Gervaso, i suoi due testimoni, all’osteria.
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La Notte degli imbrogli. Renzo Lucia e i testimoni si presentano a casa di don Abbondio. Perpetua viene distratta da Agnese. Quando don Abbondio intuisce l’inganno, chiede aiuto. Il sagrestano Ambrogio ode le urla del suo curato e suona le campane per richiamare la gente. Il matrimonio ovviamente fallisce. Renzo, Lucia e Agnese vengono avvisati del tentativo di rapimento. Fuggono. Il capitolo si conclude con il famoso Addio ai monti di Lucia.
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Lucia e Agnese arrivano a Monza e, sotto la protezione della monaca di Monza vengono ospitate presso un convento di monache. Viene descritta la fanciullezza e adolescenza di Gertrude, monaca di Monza.
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Gertrude viene forzata dal padre e accetta di entrare nel monastero. Ma un giorno la giovane monaca si lascia sedurre da Egidio. Ne nasce una pericolosa relazione.
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Dopo l’insuccesso del rapimento, don Rodrigo dà disposizioni al Griso di cercare la ragazza. Intanto il conte Attilio promette a don Rodrigo di rivolgersi al conte zio. Renzo intanto giunge a Milano dove è in corso una rivolta.
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Si narra la carestia a Milano, il tumulto di San Martino e l’assalto ai forni. Renzo si lascia coinvolgere nel tumulto.
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Prima viene assalita la casa del vicario di provvisione, poi arriva il gran cancelliere Antonio Ferrer che conduce via il vicario nella sua carrozza. Renzo assiste a tutto questo.
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Renzo, inesperto e emotivo tiene un piccolo comizio contro i prepotenti e i tiranni. Quindi viene accompagnato, da uno sbirro in incognito, all’osteria della Luna Piena. Qui il giovane filatore esibisce uno dei pani raccolti da terra durante la mattinata e si rifiuta di fornire all’oste le proprie generalità. Viene fatto ubriacare e, dopo aver parlato troppo, si addormenta ubriaco.
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L’oste denuncia Renzo al palazzo di giustizia e lo fa arrestare. Il giovane, con le mani legate dagli sbirri, una volta in strada, richiama l’attenzione della folla. I birri e il notaio, per sfuggire al linciaggio, lasciano fuggire Renzo tra la folla.
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Renzo lascia in fretta Milano, si dirige verso Bergamo; all’osteria di Gorgonzola ascolta i racconti sul tumulto avvenuto a Milano e sente che parlano di lui.
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Renzo cerca il fiume Adda, che costituisce il confine con la Serenissima. Dopo aver dormito in una capanna riesce a farsi traghettare nel territorio della Repubblica di Venezia e raggiungere il bergamasco dove finalmente incontra il cugino Bortolo.
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Contro Renzo è stato spiccato un mandato di cattura. Intanto don Rodrigo ordisce un nuovo piano per rapire Lucia. La giovane viene a conoscenza della fuga di Renzo e del suo rifugio nel bergamasco. Agnese viene informata che fra Cristoforo è stato trasferito a Rimini. Attilio incontra il conte zio.
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Pranzo del conte zio con il padre provinciale dei cappuccini. Padre Cristoforo riceve l’ordine di trasferimento. Storia dell’Innominato.
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Si descrive il castello dell’Innominato. Don Rodrigo chiede all’Innominato di rapire Lucia. L’Innominato accetta ma è colto da uno strano senso di colpa. Con l’aiuto di Egidio, amante di Gertrude, e la complicità di questa, Lucia viene rapita dai bravi dell’Innominato. L’Innominato attende la carrozza con Lucia.
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La vecchia del castello prende in consegna Lucia. Il Nibbio racconta di aver provato compassione per Lucia rapita. Questo colpisce molto l’Innominato Durante la notte, nel castello, Lucia pronuncia il voto di castità in cambio della salvezza. In quella stessa notte l’Innominato prepara il suo pentimento.
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Al mattino l’Innominato decide di recarsi a trovare il cardinale Federigo Borromeo, che è in visita pastorale nella zona. Viene presentato il personaggio del cardinal Federico Borromeo.
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Si incontrano il cardinal Borromeo e l’Innominato, questi si converte e promette di liberare Lucia come prima azione della sua nuova vita. Il cardinale incarica don Abbondio di recarsi con l’Innominato al castello per liberare Lucia.
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Lucia viene liberata e accolta in casa del sarto. Il cardinale parla con Agnese e Lucia. L’Innominato annuncia ai suoi bravi la propria conversione.
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Don Rodrigo parte per Milano. Il cardinale visita il paese di Lucia e va a colloquio con don Abbondio.
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Prosegue il colloquio tra il cardinale e don Abbondio. Lucia viene affidata a donna Prassede. Con fatica poi Lucia rivela alla madre di aver fatto il voto. Renzo si trasferisce in un altro paese del bergamasco e assume il nome di Antonio Rivolta.
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Inizia la guerra per la successione al Ducato di Mantova e per il possesso del Monferrato. Renzo viene informato del voto fatto da Lucia. Lucia è accolta in casa di don Ferrante e di donna Prassede; viene descritta la biblioteca di don Ferrante.
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La carestia a Milano. La fame a Milano. I soldati tedeschi i Lanzichenecchi invadono il Ducato di Milano.
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Don Abbondio ha paura, tutti temono la calata dei soldati tedeschi. Don Abbondio, Perpetua e Agnese cercano accoglienza presso il castello dell’Innominato, che dopo la conversione offre asilo ai fuggiaschi dei paesi invasi o minacciati.
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Don Abbondio, Lucia e Perpetua vengono accolti dall’Innominato. La vita nel castello. Le campagne e i paesi dopo il passaggio dei tedeschi.
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Arriva la peste a Milano. Origine e diffusione della peste. L’accusa agli untori.
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Le autorità milanesi si rivolgono al governatore e al cardinal Borromeo mentre la peste imperversa e dilaga l’incubo delle unzioni.
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Don Rodrigo viene colpito dalla peste ed è consegnato dal suo fedele Griso ai monatti. Renzo intanto, guarito dalla peste, decide di partire in cerca di Lucia. Al paese incontra don Abbondio, trova la sua vigna sommersa dalle erbacce. Dopo una breve sosta si rimette in cammino verso Milano.
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Renzo entra a Milano che è devastata dalla peste. La madre di Cecilia. Renzo viene scambiato per un untore, si salva su un carro di cadaveri.
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Renzo arriva al lazzaretto dove incontra padre Cristoforo. Questi gli suggerisce dove cercare Lucia. Renzo si trova davanti a don Rodrigo moribondo. Padre Cristoforo lo invita al perdono.
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Renzo ritrova Lucia che però lo respinge e lo informa del suo voto. Renzo si rivolge allora a padre Cristoforo che scioglie Lucia dal voto.
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Finalmente scende la pioggia purificatrice che lava via la peste. Renzo ritorna al paese. Trova Agnese e riparte per il Bergamasco. Anche don Ferrante muore.
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Lucia ritorna al paese ma don Abbondio si rifiuta ancora di celebrare il matrimonio. Solo dopo aver appresa la notizia della morte di don Rodrigo, don Abbondio accetta di sposare i due giovani. Il matrimonio tra Renzo e Lucia viene celebrato e quindi i due si trasferiscono con Agnese nel bergamasco. Renzo avvia una piccola attività imprenditoriale in campo tessile. Il sugo di tutta la storia.  

Audiolibro – I promessi sposi capitolo per capitolo

https://www.liberliber.it/online/autori/autori-m/alessandro-francesco-tommaso-manzoni/i-promessi-sposi-edizione-a-mondadori-1985-audiolibro/

Per scaricare il testo in PDF

https://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/manzoni/i_promessi_sposi/pdf/manzoni_i_promessi_sposi.pdf

Esercizi

Capitolo 1

Immagina di essere un giornalista che abbia scoperto il divieto imposto a don Abbondio e intervisti il curato sul suo incontro coi bravi e sul proprio sistema. Per scrivere la tua intervista devi rileggere attentamente i brani del capitolo che riguardano l’argomento, selezionare i passi che ti serviranno a scrivere le risposte di don Abbondio, quindi elaborare, in base alle risposte del curato, le domande dell’intervistatore.

Capitolo 4

Mentre Lucia e Agnese aspettano che padre Cristoforo arrivi a casa loro per chiedergli consiglio sulla situazione che si è creata con don Rodrigo, il narratore esterno e onnisciente rallenta il ritmo della narrazione e racconta la storia di padre Cristoforo. In questo modo il lettore può comprendere
il carattere e l’animo puro del frate.

IDEA CHIAVE Un sincero pentimento aiuta a ottenere il perdono
per le proprie azioni malvagie.
PUNTI CHIAVE DELLA STORIA
Prima di diventare frate, padre Cristoforo si chiamava Lodovico.
Lodovico non era nobile, ma proveniva da una famiglia ricca.
Odiava i nobili che non lo accettavano e opprimevano gli altri
con i loro soprusi.
Un giorno, durante una lite, uccide un nobile.
Nello scontro muore anche un servitore di Lodovico
di nome Cristoforo.
Lodovico fugge in un convento per sfuggire alla giustizia, poi però
decide di diventare frate.
Lascia tutti i suoi averi alla famiglia di Cristoforo, ne assume il nome e
chiede umilmente perdono alla famiglia del nobile.

Vedi anche https://www.lerosa.it/cultura/letteratura/alessandro-manzoni-scrittore-biografia/

Fonti

  • https://www.lerosa.it/cultura/letteratura/alessandro-manzoni-scrittore-biografia/
  • https://library.weschool.com/lezione/5-maggio-parafrasi-manzoni-napoleone-bonaparte-ei-fu-siccome-immobile-9257.html
  • Roncroni, Cappellini, Dendi, Sada, Tribulato, Le porte della letteratura, Signorelli Scuola, Mondadori
  • Magri, Vittorini, Storia e testi della letteratura, Pearson
  • https://www.liberliber.it/online/
  • B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI – edizione verde © Zanichelli 2012
  • G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Letteratura.it Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori