Categorie
Basso Medioevo Duecento Medioevo storia Trecento

La rinascita delle città

… nel basso Medioevo

Una nuova classe sociale: la borghesia 

Le città, che nell’Alto Medioevo erano decadute, se non scomparse, rinacquero grazie ai commerci. Questo fenomeno, che interessò gran parte dell’Europa a partire dall’anno Mille, viene comunemente definito rinascita urbana.

Erano attirati dalle città i signori feudali, che:

  • avevano eccedenze da commerciare,
  • cercavano oggetti prodotti da artigiani specializzati,
  • decidevano di risiedere nelle città.

Le città esercitavano una grande attrattiva anche per i servi della gleba che risiedevano nel contado, i contadini. Essi essi vi si recavano tentando di fare fortuna anche perché e dopo un anno e un giorno di residenza erano liberi dagli obblighi servili nei confronti dei loro signori.

Nacque così una nuova classe sociale, la borghesia, formata da

  • artigiani,
  • mercanti,
  • banchieri,
  • medici,
  • avvocati,
  • notai:

Tutte queste persone vivevano nel “borgo”, da cui il termine stesso, borghesia.

Un proverbio tedesco esprimeva bene il modo con il quale chi viveva in campagna guardava alla città: «L’aria della città – diceva – rende liberi». 

Approfondimento 1 – La città medievale

La città medievale poteva avere origini romane o essere stata fondata da poco, in una posizione strategica per la difesa o il commercio.
In quest’ultimo caso sorgeva all’incrocio di vie di comunicazione o alla confluenza di fiumi.
Le mura la circondavano completamente ed erano intervallate da torri e da porte.
Al calar della sera, per sicurezza, queste venivano chiuse e così si faceva al minimo accenno di pericolo.
Man mano che la popolazione aumentava, veniva ampliato anche il perimetro delle mura.
All’interno della città le vie erano strette e spesso curve.
Le case erano per lo più in legno, perché la pietra era molto costosa e riservata a costruzioni particolarmente importanti come le chiese o i palazzi del governo.
Perciò gli incendi erano molto frequenti.
I nobili innalzavano spesso a fianco delle loro case delle torri.
Servivano per la difesa in caso di attacchi esterni, ma era anche un modo per indicare la potenza della famiglia.
Al centro della città si apriva una piazza: vi si teneva il mercato e vi si affacciavano la cattedrale e il palazzo comunale. In altri centri, più grandi e importanti, le piazze potevano essere due, una per la cattedrale e una per il palazzo comunale, o addirittura tre, una per il mercato, una per la cattedrale e una per il palazzo comunale.
SCRIVI Fai uno schema o un elenco in cui inserisci tutti gli elementi che caratteriszzano le città medievali.
Le torri di San Giminiano
Allegoria del buon governo – Ambrogio Lorenzetti 1337-39 – Palazzo pubblico – Siena

Gli artigiani e le loro associazioni

Gli artigiani solitamente svolgevano la loro attività nelle botteghe, negozi che si aprivano sulla strada, a pianterreno delle case.

Per diventare tali era necessario un lungo periodo di apprendistato, chiamato tirocinio: l’apprendista, il ragazzo che voleva diventare artigiano, “andava a bottega” da un artigiano già esperto.

Il maestro forniva all’apprendista vitto, vestiario, alloggio e gli insegnava tutti i segreti del mestiere.

In cambio il ragazzo dava il proprio lavoro.

Terminato il tirocinio, l’apprendista veniva sottoposto a un esame durante il quale doveva creare il suo “capolavoro”: un oggetto che dimostrasse che aveva imparato tutto quanto era necessario per poter aprire una bottega.

Il capolavoro era poi esaminato dai membri delle Arti o Corporazioni.

Corporazioni dei calzolai, formella su colonna, XII secolo. Piacenza, Duomo
Corporazioni dei carradori, formella su colonna, XII secolo. Piacenza, Duomo. 

Le Arti erano associazioni di mestiere che raccoglievano tutti quelli che svolgevano la medesima attività.

Esse potevano:

  • impedire di aprire bottega a chi non faceva parte della corporazione,
  • imponevano standard qualitativi sui prodotti finiti
  • impedivano che vi fosse concorrenza tra i vari membri della corporazione.

Si pensi che era assolutamente proibita qualunque forma di pubblicità.

Le Arti si dividevano in maggiori, quelle che godevano di maggiore ricchezza e prestigio sociale, e minori, quelle meno stimate socialmente e più povere.

Alcune città divennero famose per i loro prodotti: in Italia erano molto rinomate le armi di Milano e Brescia e i panni di lana di Firenze. 

La nascita delle università

Per svolgere tutte queste attività commerciali e finanziarie era necessaria una maggiore preparazione.

Non era importante che i mercanti e i banchieri conoscessero il latino, ma che sapessero le lingue dei paesi con cui commerciavano e che avessero padronanza della contabilità dei propri affari.

Per questo motivo cambiarono le scuole.

  • Prima del Mille le scuole erano gestite dal clero e servivano a istruire i sacerdoti e i monaci.
  • Dopo il Mille erano invece frequentate anche dai figli delle famiglie borghesi, che imparavano a leggere, a scrivere e a contare.

In alcune città si formarono libere associazioni di studenti ed insegnanti: le universitas studiorum (universitas era il termine latino con cui allora si indicava qualsiasi associazione). 

È difficile conoscere il momento preciso della nascita delle università perché ci si deve basare solo sui documenti ufficiali e quando l’autorità parlava dell’università voleva dire che essa era già ben organizzata.

Le università più importanti in Europa furono:

  • Salerno, celebre per gli studi di medicina, probabilmente la più antica università, attiva già nell’XI secolo, anche se fu riconosciuta ufficialmente solo nel 1231;
  • Bologna, dove si studiava soprattutto diritto, 1158;
  • Parigi, con teologia e filosofia;
  • Oxford 1170 e Cambridge 1230 in Inghilterra.

Gli studi erano lunghi e costosi e si conclude vano con la laurea.

Una nuova figura, il banchiere 

L’economia andava rapidamente e profondamente trasformandosi. Accanto all’agricoltura acquistavano sempre maggiore importanza l’artigianato e gli scambi.

Per far fronte alle nuove esigenze, nacque un’originale figura, quella del banchiere. 

Egli aveva molteplici funzioni.

  • Prima di tutto era un cambiavalute, in quanto cambiava le monete “straniere” con quella in corso nella città.
  • Poi emetteva cambiali: la cambiale, o lettera di cambio, non era altro che la ricevuta di un deposito. Siccome era molto pericoloso viaggiare portando con sé grandi somme di denaro liquido, il mercante depositava nella città di partenza una somma di denaro e ritirava una ricevuta, la cambiale appunto. Quando arrivava nella città meta del viaggio, esibendo questa cambiale poteva ritirare la somma versata. Infine il banchiere prestava denaro ad interesse.

Ma proprio su quest’ultima attività si concentrarono le critiche della Chiesa. Infatti la Chiesa condannava il prestito di denaro dietro pagamento di un interesse, anche se modesto.

Lo definiva usura e affermava che così si guadagnava senza lavorare, speculando sul tempo, che era in mano a Dio.

Non era quindi lecito per i cristiani guadagnare su qualcosa che era di Dio.

Per questo il prestito ad interesse venne spesso gestito dagli Ebrei.

La nascita dei Comuni 

I Comuni erano associazioni che servivano a governare le città nel basso medioevo.

A partire dall’anno Mille alcune città italiane ed europee conobbero una grande trasformazione, non solo economica ma anche politica. In questi luoghi, infatti, accanto ai nobili e ai proprietari terrieri, nuovi gruppi sociali acquisirono consapevolezza della loro forza politica. Erano mercanti, artigiani, professionisti: si trattava di persone influenti, in parte già abituate a collaborare con il signore del luogo nell’amministrazione della città.

Fu dall’iniziativa delle più importanti famiglie nobili e borghesi della città, decise ormai a governarsi autonomamente e a difendere la propria libertà economica, che ebbe origine il “Comune”: una forma di autogoverno cittadino originato da un giuramento collettivo, chiamato coniuratio; con questo giuramento, un’associazione di cittadini si assumeva il compito di governare e di amministrare la città.

Il Comune aveva dunque, di fatto, le caratteristiche di uno Stato, con autonome istituzioni, leggi, monete e tasse.

Era un nuovo soggetto politico che non dipendeva più dal potere superiore dell’imperatore, del re, del vescovo o del signore feudale a cui era appartenuto in precedenza. 

Mercato a Bologna, presso Porta Ravegnana, particolare ricavato dal frontespizio dello Statuto della “Matricola dei mercanti”, risalente al XIV secolo. Bologna, Museo Civico. 
I comuni dell’Italia centro-settentrionale nel XII-XIII secolo

La società urbana 

La città era popolata da nobili e da uomini che esercitavano professioni di tipo intellettuale:

  • avvocati,
  • giudici,
  • notai,
  • maestri e studenti delle nascenti università.

Poi vi erano coloro che svolgevano un lavoro manuale:

  • artigiani
  • commercianti.

Si è soliti raggruppare queste persone in quattro grandi gruppi sociali:

  • i magnati – nobili, proprietari terrieri; 
  • il popolo grasso – ricchi borghesi, mercanti, banchieri, proprietari di manifatture;
  • il popolo minuto – piccoli commercianti e artigiani;
  • gli operai – lavoratori nelle manifatture e a giornata, recenti immigrati.

Anche il clero faceva sentire la sua presenza: in città risiedevano i religiosi dei conventi e delle congregazioni, e soprattutto il vescovo, il cui prestigioso ruolo è espresso dall’edificazione di magnifiche cattedrali.

In città c’era infine una popolazione “marginale”, esclusa da qualsiasi attività politica e che conduceva una vita precaria:

  • poveri,
  • servi,
  • prostitute,
  • mendicanti,
  • malati.

Ancora una differenza va segnalata, questa volta tra le città del Nord Italia e quelle del Sud: i Comuni si formarono prevalentemente nel Centro-Nord della penisola.

Le città meridionali – sotto il forte regno normanno – non ottennero mai una completa autonomia. 

Approfondimento 2 – Mestieri leciti e mestieri illeciti 

Uno storico contemporaneo, il francese Jacques Le Goff, ha dedicato i suoi studi a ricostruire come viveva e come pensava l’uomo medievale. In questo brano analizza l’idea del lavoro nel periodo che stiamo prendendo in esame e sottolinea la differenza esistente tra Alto e Basso Medioevo. 
 
Nel Medioevo in Occidente c’erano mestieri nobili, mestieri vili, mestieri illeciti. Nell’Alto Medioevo quasi tutti i mestieri erano proibiti o considerati disdicevoli.
Erano professioni disprezzate quelle dei locandieri, dei macellai, dei giullari, degli attori, dei maghi, dei medici, dei soldati, dei mercanti, dei tessitori, dei tintori, dei pasticcieri, dei barbieri, dei sarti.
Ciò accadeva prima di tutto per effetto di sopravvivenze dei vecchi tabù primitivi.
1.      Il tabù del sangue, soprattutto, che tocca macellai, barbieri, medici: la società sanguinaria dell’Occidente medievale sembra oscillare tra il piacere e l’orrore del sangue versato.
2.      Vi è poi il tabù dell’impurità e della sporcizia che ricade sui tintori, sui cuochi, sugli operai tessili.
3.      Infine il tabù del denaro, che è stato molto importante nello scontro sociale avvenuto quando dal baratto si è passati all’economia monetaria. I teologi medievali maledicono il denaro e i mercanti sono attaccati soprattutto in quanto usurai.
A questi antichi tabù il cristianesimo ha aggiunto le proprie condanne:
– i militari sono condannati perché infrangono il comandamento “Non uccidere”;
– i locandieri sono condannati perché vivono della vendita del vino, che induce all’ubriachezza;
– i cuochi sono condannati perché coltivano il peccato di gola;
– i mendicanti, quelli che sarebbero in grado di lavorare, sono condannati per il peccato di pigrizia.

Questa situazione tra l’XI e il XIII secolo si modifica, insieme al cambiamento dell’economia e della società. Diminuisce infatti il numero dei mestieri proibiti e a quelli screditati si trovano delle giustificazioni che li rendano accettabili.
Il caso del mercante è il più celebre. Questi corrono grossi rischi perché nei commerci subiscono danni, sono costretti a tenere fermi i loro capitali, vanno in contro ad imprevisti: tanto basta per renderlo dignitoso.
In sintesi, il lavoro non è più come prima segno di condizione sociale inferiore (da servo della gleba), ma diventa un elemento di merito

Comuni italiani, Comuni europei 

La formazione dei Comuni interessò non so lo l’Italia ma anche l’Europa centrale e settentrionale, in particolare le Fiandre, la Valle del Reno e le coste del Baltico.

IMMAGINE http://www.luzappy.eu/comuni.htm

Alla fine del XIII secolo, molte città baltiche, tra cui Colonia, Amburgo e Lubecca, diedero vita ad una potentissima lega commerciale, la Lega Anseatica.

Notevoli furono le differenze tra i comuni italiani e quelli d’Oltralpe: 

  • nelle città del Centro e Nord Europa l’autonomia faticò ad affermarsi e fu meno estesa che in Italia. Le città erano come delle piccole isole in un “mare feudale”. Al di fuori delle loro mura il potere del feudatario restava grandissimo. Per questo motivo il governo delle città non riuscì ad estendersi sul territorio circostante; i Comuni italiani invece imposero subito il loro potere sulle campagne circostanti, il contado, limitando molto il potere dei feudatari, approfittando anche del fatto che in Italia non esisteva una forte monarchia e il potere imperiale era debole; 
  • nel resto dell’Europa solitamente le città chiedevano al re o all’imperatore libertà e privilegi per gestire meglio i loro commerci; in Italia invece si arrivò anche allo scontro diretto con l’imperatore per ottenere l’indipendenza.

Anche la popolazione urbana presentava alcune differenze: 

  • al di là delle Alpi la borghesia cittadina era più influente di quella italiana;
  • in Italia era spesso la piccola nobiltà feudale residente in città a costituire la classe dirigente.

Inoltre nei Comuni italiani la concorrenza per il potere fu molto accesa: si formarono così fazioni politiche e gruppi sociali (consorterie di nobili, associazioni di mestiere, associazioni di popolo) in perenne lotta tra loro. 

L’evoluzione del Comune 

La fase consolare 

Il Comune nacque dunque con la coniuratio, il giuramento collettivo di alcuni cittadini, appartenenti alle famiglie più importanti della città. 

Dopo questo giuramento, esso si dotò di proprie istituzioni che ne garantivano il funzionamento e l’amministrazione. 

La sovranità, cioè il governo del Comune, venne affidata all’assemblea dei cittadini “con-giurati”, cioè a coloro che avevano sottoscritto il giuramento collettivo.

Questa assemblea si chiamava Arengo o anche Parlamento. Successivamente questa assemblea venne ristretta a pochi rappresentanti e chiamata Consiglio. 

L’assemblea, o consiglio, eleggeva i consoli: la magistratura più alta, la massima autorità della città.

Scelti fra le famiglie più importanti, i consoli potevano essere due o più; restavano in carica per un periodo massimo di un anno. In questo modo, si voleva impedire che il potere si concentrasse nelle mani di poche persone, se non di una sola. 

I consoli:

  • amministravano la giustizia,
  • gestivano le finanze,
  • dirigevano le milizie. 

Le norme che regolavano il Comune erano fissate in uno Statuto. 

La fase podestarile 

Dal XII al XIII secolo la popolazione delle città aumentò rapidamente; una crescita dovuta all’immigrazione dal contado.

Erano persone appartenenti a tutti i ceti sociali: sia nobili con servitù e uomini d’arme, che contadini.

Questa trasformazione complicò i rapporti sociali all’interno della città. Le tensioni politiche e i disordini divennero frequenti e le vecchie istituzioni risultarono insufficienti.

I Comuni cercarono quindi nuove soluzioni che garantissero la governabilità della città e del suo territorio.

I consoli vennero sostituiti da magistrati con un potere più ampio, chiamati podestà.

Affinché non fosse coinvolto nelle lotte fra le fazioni e fosse sicura la sua imparzialità, il podestà

  • proveniva da un’altra città
  • si avvaleva di un suo staff di collaboratori, come giudici, notai, segretari, cavalieri, che erano alle sue dipendenze e da lui stipendiati.

Il podestà era un professionista della politica ed era scelto dai Consigli per le sue riconosciute capacità giuridiche, per la sua moralità e le sue doti di comando.

Alcuni podestà divennero famosi ed erano richiestissimi per la loro professionalità.

Dopo aver firmato un contratto (che lo impegnava per un periodo variabile dai sei mesi a un anno) e giurato fedeltà allo Statuto, il podestà assumeva i poteri: giudiziario, amministrativo, talvolta anche militare.

I compiti erano molti ed egli si avvaleva anche della collaborazione di altri magistrati cittadini. Il numero delle magistrature infatti aumentò in proporzione ai problemi della vita cittadina e alla quantità di denaro disponibile.

Al termine del suo mandato il lavoro del podestà veniva giudicato dai cittadini e, se l’esito era positivo, il podestà veniva retribuito. 

La fase popolare 

Tra il XII e XIII secolo, le associazioni di popolo (formate da professionisti, artigiani, mercanti) si dotarono di un loro rappresentante, chiamato Capitano del popolo, e si scontrarono con le famiglie nobili rappresentate dal podestà.

La figura del Capitano del popolo era analoga a quella del suddetto podestà: come questo, infatti, il Capitano del popolo era forestiero, ma poteva contare su di una base sociale più solida.

In breve, seppure in misura diversa da città a città, il Capitano del popolo divenne un’autorità contrapposta a quella del podestà.

Il governo venne quindi spartito tra queste due cariche tra loro rivali, con la conseguente crescita dell’instabilità politica all’interno del Comune. Un caso particolarmente interessante, circa lo scontro tra nobili e popolo, è quello di Firenze.

Tra le famiglie magnatizie o nobiliari, che detenevano il potere, c’erano frequenti scontri; il popolo era scontento di essere escluso dal potere e di vivere in una situazione di continuo disordine che danneggiava i commerci.

Nel 1293, un nobile che si era schierato dalla parte del popolo, Giano della Bella, riuscì ad imporre delle leggi antimagnatizie, chiamate Ordinamenti di Giustizia.

In questi Ordinamenti veniva stabilito che i magnati, cioè i nobili: 

  • non potevano più essere eletti negli organi dirigenti del Comune se non erano iscritti alle corporazioni;
  • erano puniti con gravi sanzioni se si comportavano in modo violento.

Queste leggi furono efficaci solo in parte per ché i magnati mantennero ancora il loro in discusso prestigio: di fatto, il loro potere fu solo limitato. Gli Ordinamenti di Giustizia furono però un importante passo avanti che permise a nuovi ceti di acquisire potere all’interno dell’amministrazione del comune.

Approfondimento 3 – Diffidiamo delle donne

I testi medievali che trattano delle donne sono opere del clero o letterarie, cioè di uomini colti appartenenti alla società ecclesiastica o laica.
Danno l’impressione che la donna sia un essere inferiore di cui bisogna generalmente diffidare, perché discendendo da Eva incita al peccato. Lungo tutto il Medioevo questa mentalità perdura e si consolida. L’uomo, essendo più dotato intellettualmente deve normalmente dominare.
Bisogna dunque fare attenzione alle donne.
In un celebre poema sul disprezzo del mondo, l’autore, volendo ricordare ai monaci i loro obblighi, mostra la vanità delle cose umane e segnala che uno dei peggiori pericoli è proprio la donna.
Con la sua attrazione infrange la forza e lo spirito dell’uomo.
La letteratura profana riprende lo stesso tema: nella novellistica medievale le donne ottengono tutto con la menzogna, esse provocano gli uomini; si mette l’accento sugli eccessi dell’abbigliamento e sulla civetteria femminile. 

Approfondimento 4 – La donna ha un’anima come l’uomo?

C’è un pregiudizio secondo cui l’uomo del Medioevo credeva che le donne non avessero un’anima.
Ma la donna ha un’anima come l’uomo?
Questo interrogativo è stato posto, secondo una testimonianza di Gregorio di Tours, durante un sinodo nel VI secolo.
La questione era essenzialmente linguistica, perché in tutte le testimonianze bibliche ed ecclesiastiche si parla di “uomo” o, in latino homo.
È evidente che il termine stava a designare l’uno e l’altro sesso, ma chi ha sollevato la questione evidentemente non lo sapeva.
È pur vero che la Scrittura è molto chiara riguardo l’anima di Adamo, mentre non dice nulla riguardo quella di Eva.
Ma coloro che si sono posti questo problema non hanno mai tratto la conclusione che la donna fosse sprovvista di anima.
Per Tertulliano (morto verso il 222 d.C.) l’anima della donna doveva essere stata presa da quella di Adamo insieme con la costola da cui fu formata Eva.
Ed anche Pietro Comestor (morto verso il 1180), autore di una riduzione del la Bibbia ad uso delle scuole, ritiene che il silenzio della Genesi sull’anima di Eva stia a significare che l’anima di Adamo ed Eva hanno la stessa origine; se così non fosse, la Bibbia lo avrebbe evidenziato.
Se ci possono essere state delle controversie a proposito della creazione del l’anima di Eva, esse non hanno mai messo in forse l’esistenza dell’anima delle donne.