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Inferno di Dante Alighieri – dal canto 1 al canto 10

Divina Commedia, prima cantica, Inferno – Dante Alighieri

Primo canto

Nel primo canto dell’Inferno, Dante si trova nella paurosa “selva oscura”, simbolo di una profonda crisi esistenziale e spirituale. La crisi è così grave che Dante rischia addirittura la morte.

Il personaggio Dante scorge, ad un tratto, un colle rischiarato dalla luce mattutina. La luce infonde fiducia al pellegrino, è certo che quella luce lo accompagnerà verso l’uscita da questa crisi, verso la salvezza. Ma non appena Dante si incammina verso l’uscita di quella valle oscura, tre belve feroci, tre fiere gli impediscono di procedere. Una lonza, un leone, e una lupa lo spingono indietro e lo risospingono verso la selva oscura da cui nessun anima viva è mai uscita. Ma prima che Dante si lasci cogliere dalla disperazione, gli appare l’anima di Virgilio, il grande poeta latino che sarà la sua prima guida nel viaggio lungo i tre regni dell’oltretomba.

1.                Nel mezzo del cammin di nostra vita
2.                mi ritrovai per una selva oscura,
3.                ché la diritta via era smarrita.
 
4.                Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
5.                esta selva selvaggia e aspra e forte
6.                che nel pensier rinova la paura!
 
7.                Tant’è amara che poco è più morte;
8.                ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
9.                dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

10.             Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
11.             tant’era pien di sonno a quel punto
12.             che la verace via abbandonai.
 
13.             Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
14.             là dove terminava quella valle
15.             che m’avea di paura il cor compunto,
 
16.             guardai in alto, e vidi le sue spalle
17.             vestite già de’ raggi del pianeta
18.             che mena dritto altrui per ogne calle.
 
19.             Allor fu la paura un poco queta,
20.             che nel lago del cor m’era durata
21.             la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
 
22.             E come quei che con lena affannata,
23.             uscito fuor del pelago a la riva,
24.             si volge a l’acqua perigliosa e guata,

25.             così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
26.             si volse a retro a rimirar lo passo
27.             che non lasciò già mai persona viva.
 
28.             Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
29.             ripresi via per la piaggia diserta,
30.             sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.
 
31.             Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
32.             una lonza leggera e presta molto,
33.             che di pel macolato era coverta;
 
34.             e non mi si partia dinanzi al volto,
35.             anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,
36.             ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
 
37.             Temp’era dal principio del mattino,
38.             e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
39.             ch’eran con lui quando l’amor divino
 
40.             mosse di prima quelle cose belle;
41.             sì ch’a bene sperar m’era cagione
42.             di quella fiera a la gaetta pelle
 
43.             l’ora del tempo e la dolce stagione;
44.             ma non sì che paura non mi desse
45.             la vista che m’apparve d’un leone.
 
46.             Questi parea che contra me venisse
47.             con la test’alta e con rabbiosa fame,
48.             sì che parea che l’aere ne tremesse.
 
49.             Ed una lupa, che di tutte brame
50.             sembiava carca ne la sua magrezza,
51.             e molte genti fé già viver grame,
 
52.             questa mi porse tanto di gravezza
53.             con la paura ch’uscia di sua vista,
54.             ch’io perdei la speranza de l’altezza.
 
55.             E qual è quei che volontieri acquista,
56.             e giugne ‘l tempo che perder lo face,
57.             che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
 
58.             tal mi fece la bestia sanza pace,
59.             che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco
60.             mi ripigneva là dove ‘l sol tace.
 
61.             Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
62.             dinanzi a li occhi mi si fu offerto
63.             chi per lungo silenzio parea fioco.
 
64.             Quando vidi costui nel gran diserto,
65.             “Miserere di me”, gridai a lui,
66.             “qual che tu sii, od ombra od omo certo!”
 
67.             Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,
68.             e li parenti miei furon lombardi,
69.             mantoani per patrïa ambedui.
 
70.             Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
71.             e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto
72.             nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
 
73.             Poeta fui, e cantai di quel giusto
74.             figliuol d’Anchise che venne di Troia,
75.             poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto.

76.             Ma tu perché ritorni a tanta noia?
77.             perché non sali il dilettoso monte
78.             ch’è principio e cagion di tutta gioia?”
 
79.             “Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
80.             che spandi di parlar sì largo fiume?”,
81.             rispuos’io lui con vergognosa fronte.
 
82.             “O de li altri poeti onore e lume,
83.             vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
84.             che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
 
85.             Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,
86.             tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
87.             lo bello stilo che m’ha fatto onore.
 
88.             Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
89.             aiutami da lei, famoso saggio,
90.             ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”.
 
91.             “A te convien tenere altro vïaggio”,
92.             rispuose, poi che lagrimar mi vide,
93.             “se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
 
94.             ché questa bestia, per la qual tu gride,
95.             non lascia altrui passar per la sua via,
96.             ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;
 
97.             e ha natura sì malvagia e ria,
98.             che mai non empie la bramosa voglia,
99.             e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.
 
100.         Molti son li animali a cui s’ammoglia,
101.         e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
102.         verrà, che la farà morir con doglia.
 
103.         Questi non ciberà terra né peltro,
104.         ma sapïenza, amore e virtute,
105.         e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
 
106.         Di quella umile Italia fia salute
107.         per cui morì la vergine Cammilla,
108.         Eurialo e Turno e Niso di ferute.
 
109.         Questi la caccerà per ogne villa,
110.         fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,
111.         là onde ‘nvidia prima dipartilla.
 
112.         Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
113.         che tu mi segui, e io sarò tua guida,
114.         e trarrotti di qui per loco etterno;

115.         ove udirai le disperate strida,
116.         vedrai li antichi spiriti dolenti,
117.         ch’a la seconda morte ciascun grida;
 
118.         e vederai color che son contenti
119.         nel foco, perché speran di venire
120.         quando che sia a le beate genti.
 
121.         A le quai poi se tu vorrai salire,
122.         anima fia a ciò più di me degna:
123.         con lei ti lascerò nel mio partire;
 
124.         ché quello imperador che là sù regna,
125.         perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
126.         non vuol che ‘n sua città per me si vegna.
 
127.         In tutte parti impera e quivi regge;
128.         quivi è la sua città e l’alto seggio:
129.         oh felice colui cu’ ivi elegge!”.
 
130.         E io a lui: “Poeta, io ti richeggio
131.         per quello Dio che tu non conoscesti,
132.         acciò ch’io fugga questo male e peggio,
 
133.         che tu mi meni là dov’or dicesti,
134.         sì ch’io veggia la porta di san Pietro
135.         e color cui tu fai cotanto mesti”.
 
136.         Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Secondo canto

Dante, pronto per iniziare il suo viaggio, chiede aiuto alle Muse affinché sostengano il suo ingegno nel difficile compito di descrivere quello che lui ha visto.

Ormai è giunto il tramonto e l’animo di Dante è di nuovo in preda ai dubbi: sarà all’altezza dell’impresa che finora è stata compiuta solo da personaggi molto più importanti di lui come Enea e San Paolo?

Il poeta espone i suoi dubbi a Virgilio: Enea è stato scelto da Dio perché fondatore di Roma, capitale dell’Impero e futura sede del papato e a San Paolo è stato affidato l’incarico di diffondere la fede in Cristo. Ma Dante, per quali meriti può accedere ai regni dell’oltretomba? Chi lo autorizza a fare un simile viaggio e per quale scopo?

 Virgilio guarda la fragilità di Dante e usa un’espressione bellissima; dice “Vedo che il tuo animo è offeso dalla viltà”. Il maestro mette in luce lo stato d’animo del poeta con delicatezza, senza infierire su di lui.

Virgilio quindi racconta a Dante in quale modo egli abbia avuto l’incarico di guidarlo. Era nel Limbo quando Beatrice, inviata da Santa Lucia, su ordine della Vergine Maria, lo aveva mandato in soccorso a Dante che si era smarrito. 

Quando Virgilio riceve la visita di Beatrice, rimane stupito e, ai versi 82 – 84, le chiede: dimmi come mai non hai paura a scendere all’Inferno? Lei risponde con una frase di una semplicità disarmante:

Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose. vv. 88 – 90

Quindi Virgilio invita Dante a lasciar andare ogni timore e ad avere fiducia nelle tre donne benedette che in cielo si prendono cura di lui. Rinfrancato da queste parole il poeta è pronto per iniziare il suo viaggio.

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno 3

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra. 6

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate. 9

Io cominciai: “Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. 12

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente. 15

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale 18

non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto: 21

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero. 24

Per quest’andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto. 27

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione. 30

Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede. 33

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono”. 36

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle, 39

tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta. 42

“S’i’ ho ben la parola tua intesa”,
rispuose del magnanimo quell’ombra,
“l’anima tua è da viltade offesa; 45

la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra. 48

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve. 51

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi. 54

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella: 57

“O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana, 60

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’è per paura; 63

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. 66

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata. 69

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare. 72

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui”.
Tacette allora, e poi comincia’ io: 75

“O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui, 78

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. 81

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”. 84

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente”, mi rispuose,
“perch’i’ non temo di venir qua entro. 87

Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose. 90

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. 93

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange. 96

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -. 99

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele. 102

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera? 105

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -. 108

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte, 111

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno”. 114

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto. 117

E venni a te così com’ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse. 120

Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai, 123

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?”. 126

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo, 129

tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca: 132

“Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse! 135

Tu m’ hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto. 138

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro”.
Così li dissi; e poi che mosso fue, 141

intrai per lo cammino alto e silvestro.

Terzo canto

In questo canto Dante racconta la sua entrata nell’Inferno.

Qui incontra la schiera degli ignavi, coloro che nella vita non hanno mai preso posizione. Dante fa dire a Virgilio la famosa frase: “non ragioniam di lor ma guarda e passa“.

I due poi incontreranno le schiere dei dannati che aspettano Caronte sulle rive dell’Acheronte, il primo fiume infernale.

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.3

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore.6

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. 9

Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”.12

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.15

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’ hanno perduto il ben de l’intelletto”.18

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.21

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.24

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle27

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.30

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.33

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.36

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.39

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.42

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve.45

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.48

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.51

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;54

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.57

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.60

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.63

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.66

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.69

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: “Maestro, or mi concedi72

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume”.75

Ed elli a me: “Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte”.78

Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.81

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!84

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.87

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,90

disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”.93

E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.96

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.99

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.102

Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.105

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.108

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.111

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,114

similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.117

Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna.120

“Figliuol mio”, disse ‘l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese;123

e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.126

Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona”.129

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.132

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;135

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

Quarto canto

Nel quarto canto Dante giunge nel Limbo, collocato nel primo cerchio dell’inferno. In questo cerchio sono accolte le anime di coloro che non sono state battezzate e le anime dei grandi uomini della storia che non hanno conosciuto il messaggio di Cristo, perché nati prima della nascita di Gesù o perché appartenenti ad altre culture.

Anche Virgilio proviene da questo cerchio. Qui le anime vivono serene, sono turbate da un unico pensiero: non potranno mai vedere Dio.

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;3

e l’occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’io fossi.6

Vero è che ’n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.9

Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.12

“Or discendiam qua giù nel cieco mondo”,
cominciò il poeta tutto smorto.
“Io sarò primo, e tu sarai secondo”.15

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: “Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?”.18

Ed elli a me: “L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.21

Andiam, ché la via lunga ne sospigne”.
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne.24

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare;27

ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri.30

Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,33

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi;36

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.39

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio”.42

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.45

“Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore”,
comincia’ io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore:48

“uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?”.
E quei che ’ntese il mio parlar coverto,51

rispuose: “Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.54

Trasseci l’ombra del primo parente,
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente;57

Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé,60

e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati”.63

Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.66

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand’io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia.69

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.72

“O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’ hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?”.75

E quelli a me: “L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza”.78

Intanto voce fu per me udita:
“Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita”.81

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ombre a noi venire:
sembianz’avevan né trista né lieta.84

Lo buon maestro cominciò a dire:
“Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:87

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.90

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene”.93

Così vid’i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’aquila vola.96

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto;99

e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.102

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che ’l tacere è bello,
sì com’era ’l parlar colà dov’era.105

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.108

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.111

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.114

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.117

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.120

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.123

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’altra parte vidi ’l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.126

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ’l Saladino.129

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.132

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ïo Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;135

Democrito che ’l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;138

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;141

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs che ’l gran comento feo.144

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.147

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema.150

E vegno in parte ove non è che luca.

Quinto canto

Nel canto quinto, Dante scende nel secondo cerchio de l’inferno, qui si trovano i peccatori che nella vita sono stati travolti e dalla lussuria.

Qui troviamo anche due amanti, Paolo e Francesca, che erano stati molto famosi all’epoca di Dante, per esser stati uccisi in modo orribile dal marito di lei.

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.3

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.6

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata9

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.12

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.15

“O tu che vieni al doloroso ospizio”,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,18
 
“guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!”.
E ’l duca mio a lui: “Perché pur gride?21
 
Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.24

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.27

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.30

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.33

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.36

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.39

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali42

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.45

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,48

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?”.51

“La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper”, mi disse quelli allotta,
“fu imperadrice di molte favelle.54

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.57

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.60

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.63

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.66

Vedi Parìs, Tristano”; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.69

Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.72
 
I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”.75
 
Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”.78

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”.81

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.87

“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,90

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.93

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.96

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.99
 

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.105
 

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte.108

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”.111

Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”.114
 
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.117

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”.120

E quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.123

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.126

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.129 

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.132

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,135

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.138

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.141

E caddi come corpo morto cade.
PARAFRASI
1. Così dal primo cerchio discesi giù nel secondo, che abbraccia uno spazio più piccolo, ma che cinge un dolore tanto più grave, che ferisce le anime e le porta a lamentarsi .
 
4. Qui stava Minosse, il terribile giudice che incute terrore e che digrigna i denti. Lui esamina le colpe delle anime nell’entrata dell’inferno, stabilisce la pena e le manda nel cerchio che indica avvolgendo la coda.

7.Quando l’anima dannata gli vien davanti, confessa tutti i suoi peccati al giudice infernale ed egli

10. vede quale luogo dell’inferno le spetta e cinge la coda tante volte quanti cerchi vuol che questi scenda. Ad esempio se Minosse avvolge la coda tre volte, l’anima dannata viene inviata al terzo cerchio.

13. Davanti a lui ci sono sempre molte anime che vanno una dopo l’altra a farsi giudicare; essi confessano i peccati, ascoltano la condanna e precipitano giù.
 
16. «O tu che vieni in questo luogo di dolore» disse Minosse quando mi vide, interrompendo il suo terribile compito,
  
19. «guarda il modo in cui tu entri e guardati dall’anima a cui ti affidi: non lasciarti ingannare dall’ampiezza dell’entrata!»
 E la mia guida a lui: «Perché gridi?
 
22. Non cercar d’impedire il suo viaggio, che è stabilito dall’alto: si vuole così lassù, nell’alto dei cieli, dove si può ciò che si vuole, e più non domandare!». Virgilio mette a tacere Minosse con le stesse parole con cui aveva risposto a Caronte.

25. Ora incominciano a farsi sentire le voci di dolore; ora sono arrivato in un luogo in cui un terribile pianto mi sconvolge. 
 
28. Io arrivai in un luogo buio, privo di qualsiasi lume, dove si sente un terribile frastuono, sembra il mare in tempesta, quando è colpito da venti contrari.
 
31. La bufera infernale, che mai si arresta, travolge gli spiriti con la sua violenza: li rivolta, li percuote, li molesta.
 
34. Quando giungono davanti al precipizio, i dannati fanno sentire le loro urla, il loro pianto, il loro lamento; e bestemmiano il potere divino.
 
37. in quel momento compresi che erano condannati a quel tormento i peccatori carnali, coloro che sottomettono la ragione all’istinto.
 
40. E, come le ali portano gli stornelli durante l’inverno in larga e fitta schiera, così quel vento trascina quegli spiriti malvagi
 
43. di qua, di là, di giù, di su. Non possono sperare né che il vento si plachi, né che la loro pena possa essere ridotta. 
  
46. E, come le gru van cantando i loro lamenti, creando ne cielo una lunga fila, così vidi venire verso di noi, delle ombre che si lamentavano.
 
49. Le ombre erano trascinate dal soffio impetuoso del vento. Perciò dissi: «O maestro, chi sono quelle genti che l’aria nera castiga in un modo così terribile?».
 
52. «La prima di quelle anime, di cui vuoi aver notizia» mi disse allora, «fu imperatrice di molte nazioni. Si tratta della regina Semiramide, regina di Babilonia
 
55. Lei fu così dedita al vizio della lussuria fu così rotta, che fece una legge nel suo regno, per la quale era lecito fare tutto ciò che piaceva a lei. Fece questo per liberarsi del biasimo in cui era caduta.

58. È Semiramide, di cui si legge che succedette a Nino e che fu sua sposa: governò le terre, che ora son dominate dal sultano.
 
61. L’altra è Didone, che si uccise per amore e che ruppe il giuramento [di fedeltà] alle ceneri di Sichèo il suo primo marito a cui aveva giurato fedeltà. La terza è la lussuriosa Cleopatra.

64. poi vedi Elena, che fu causa di una lunga e sanguinosa guerra: la guerra di Troia; Vedi anche il grande Achille, che secondo una leggenda era innamorato della sorella di Paride da cui poi fu ucciso.

67. Vedi Paride, Tristano» e più di mille ombre mi mostrò e mi nominò con il dito, che morirono a causa dell’amore.
 
70. Dopo che ebbi udito il mio maestro nominare le donne antiche e i cavalieri, provai una  compassione per la quale per poco non svenni.

73. Io cominciai: «O poeta, volentieri parlerei a quei due che vanno insieme e che non sembrano opporre resistenza al vento». I due erano Francesca da Polenta e Paolo Malatesta.
I due erano stati al centro di una vicenda terribile che aveva sconvolto i contemporanei di Dante. Francesca era stata data in sposa a Gianciotto il fratello brutto storpio e anziano di Paolo. Il matrimonio era frutto di un accordo politico tra le due famiglie. Mentre il marito è un uomo rozzo, Paolo è un giovane che legge, dote rara nel Trecento. I due si innamorano, ma il marito li scopre e li uccide barbaramente.

76. Ed egli a me: «Li vedrai quando saranno più vicini a noi. Allora prègali in nome di quell’amore che li tiene legati ed essi verranno».
  
 79. Non appena il vento li spinse verso di noi,io gridai: «O anime tormentate, venite a parlare con noi, se altri non lo nega! Cioè se Dio lo permette».
 
82. Come colombe, chiamate dal desiderio, con le ali aperte e ferme al loro dolce nido vengono attraverso l’aria portate dalla loro volontà;
 
85. così uscirono dalla schiera dov’è Didone, venendo a noi per l’aria infernale, tanto forte fu il richiamo che io feci loro, che era carico di affetto.
 
88. «O essere vivente cortese e benigno, che per l’aria tenebrosa vieni a visitare noi, anime che abbiamo insanguinato il mondo con il nostro sangue,
 
91. se fosse amico nostro il re dell’universo, noi lo pregheremmo affinché ti concedesse la pace, perché mostri di avere compassione della nostra terribile condizione.
 
94. Dicci quello che vuoi da noi, se vuoi che noi parliamo o che ascoltiamo, noi ascolteremo parleremo a voi, mentre il vento tace come in questo momento.
 
97. Francesca sta parlando e continua. Sono nata a Ravenna, vicino alla foce del Po.
Queste che seguono sono tre terzine che iniziano con la parola AMOR. Si tratta di versi molto famosi e ricchi di significato.
 
100. L’amore, che vibra velocemente e ardentemente in un cuore gentile, travolse Paolo e lo fece innamorare della mia persona. Lui si innamorò di me, che fui uccisa in modo violento, questa violenza ancora mi turba.
 
103. L’amore, che spinge chi è amato da qualcuno a ricambiare tale amore, mi fece innamorare di Paolo, mi travolse con la sua bellezza. Come puoi vedere io sono ancora innamorata di lui, l’amore per lui ancora non mi abbandona.
 
106. L’amore condusse noi ad una stessa morte. Caina la zona più profonda dell’inferno, dove sono gli assassini, attende Gianciotto, mio marito che ci ha uccisi.» Essi ci dissero queste parole.

109. Quando io compresi quelle anime così disperate, provai una gran pietà e chinai il viso e lo tenni basso. Ma Virgilio mi disse: «Cosa pensi?».
 
112. Dante pensa un attimo e poi risponde al suo maestro «Ohimè, ma quali dolci pensieri, quale desiderio ha condotto costoro a quella morte così dolorosa!».
 
115. Poi si rivolse a loro per parlare, e cominciai: «O Francesca, le tue sofferenze mi addolorano e m’impietosiscono fino alle lacrime.
 
118. Ma dimmi: al tempo dei dolci sospiri, al tempo dell’innamoramento, come accadde che l’amore vi fece conoscere i vostri desideri quando ancora erano inespressi?».
 
121. E quella a me: «Non c’è alcun dolore più grande che ricordarsi del tempo felice nella infelicità, come sa bene il tuo maestro.
 
124. Ma, se vuoi proprio conoscere il primo inizio del nostro amore, parlerò anche se magari mentre parlo mi commuovo.
 
127. Noi leggevamo un giorno per diletto le vicende di Lancillotto e Ginevra, amanti alla corte di re Artù. Stavamo leggendo il passo in cui Ginevra si innamora di Lancillotto: noi eravamo soli e non avevamo alcun sospetto, alcun timore. 
 
130. Per più volte quella lettura ci spinse a guardarci negli occhi e ci fece impallidire; ma fu soltanto un punto quello in cui l’amore ci vinse.
 
133. Quando leggemmo che la bocca sorridente di lei fu baciata dal suo amante, questi, Paolo, che non sarà mai da me diviso,
 
136. mi baciò la bocca tutto tremante. La colpa fu del libro e di chi la aveva scritto. Quel giorno non proseguimmo più la lettura».
 
139. Mentre uno spirito parlava, l’altro piangeva. E per la grande commozione e il turbamento io svenni, caddi, come se morissi.
 
142. E caddi come un corpo morto cade.

Sesto canto

Nel sesto canto Dante incontra coloro che si son macchiati del peccato della gola. Qui incontra Ciacco, un fiorentino famoso per la sua ingordigia. Sarà proprio Ciacco a preannunciare a Dante la sconfitta dei Bianchi per mano dei Neri. Dante fa pronunciare delle profezie ai suoi personaggi, profezie che hanno il potere della verità. Infatti Dante ambienta la sua Commedia nel 1300 ma lui scrive dopo il 1306. Può quindi trasformare in profezie i accaduti in quegli anni.

In questo canto si trova la prima invettiva contro Firenze e contro i vizi dei suoi cittadini.

1.                 Al tornar de la mente, che si chiuse
2.                 dinanzi a la pietà d’i due cognati
3.                 che di trestizia tutto mi confuse,
 
4.                 novi tormenti e novi tormentati
5.                 mi veggio intorno, come ch’io mi mova
6.                 e ch’io mi volga, e come che io guati.
 
7.                 Io sono al terzo cerchio, de la piova
8.                 etterna, maladetta, fredda e greve;
9.                 regola e qualità mai non l’è nova.
 
10.              Grandine grossa, acqua tinta e neve
11.              per l’aere tenebroso si riversa;
12.              pute la terra che questo riceve.
 
13.              Cerbero, fiera crudele e diversa,
14.              con tre gole caninamente latra
15.              sovra la gente che quivi è sommersa.
 
16.              Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
17.              e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
18.              graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
 
19.              Urlar li fa la pioggia come cani;
20.              de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
21.              volgonsi spesso i miseri profani.
 
22.              Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
23.              le bocche aperse e mostrocci le sanne;
24.              non avea membro che tenesse fermo.
 
25.              E ’l duca mio distese le sue spanne,
26.              prese la terra, e con piene le pugna
27.              la gittò dentro a le bramose canne.
 
28.              Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
29.              e si racqueta poi che ’l pasto morde,
30.              ché solo a divorarlo intende e pugna,
 
31.              cotai si fecer quelle facce lorde
32.              de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
33.              l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
 
34.              Noi passavam su per l’ombre che adona
35.              la greve pioggia, e ponavam le piante
36.              sovra lor vanità che par persona.
 
37.              Elle giacean per terra tutte quante,
38.              fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
39.              ch’ella ci vide passarsi davante.
 
40.              “O tu che se’ per questo ’nferno tratto”,
41.              mi disse, “riconoscimi, se sai:
42.              tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.
 
43.              E io a lui: “L’angoscia che tu hai
44.              forse ti tira fuor de la mia mente,
45.              sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
 
46.              Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
47.              loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
48.              che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente”.
 
49.              Ed elli a me: “La tua città, ch’è piena
50.              d’invidia sì che già trabocca il sacco,
51.              seco mi tenne in la vita serena.
.
52.              Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
53.              per la dannosa colpa de la gola,
54.              come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
 
55.              E io anima trista non son sola,
56.              ché tutte queste a simil pena stanno
57.              per simil colpa”. E più non fé parola.
 
 
58.              Io li rispuosi: “Ciacco, il tuo affanno
59.              mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
60.              ma dimmi, se tu sai, a che verranno
 
61.              li cittadin de la città partita;
62.              s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
63.              per che l’ha tanta discordia assalita “.
 
64.              E quelli a me: “Dopo lunga tencione
65.              verranno al sangue, e la parte selvaggia
66.              caccerà l’altra con molta offensione.
 
67.              Poi appresso convien che questa caggia
68.              infra tre soli, e che l’altra sormonti
69.              con la forza di tal che testé piaggia.
 
70.              Alte terrà lungo tempo le fronti,
71.              tenendo l’altra sotto gravi pesi,
72.              come che di ciò pianga o che n’aonti.
 
73.              Giusti son due, e non vi sono intesi;
74.              superbia, invidia e avarizia sono
75.              le tre faville c’ hanno i cuori accesi”.
 
76.              Qui puose fine al lagrimabil suono.
77.              E io a lui: “Ancor vo’ che mi ’nsegni
78.              e che di più parlar mi facci dono.
 
79.              Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
80.              Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
81.              e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
 
82.              dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
83.              ché gran disio mi stringe di savere
84.              se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca”.
 
85.              E quelli: “Ei son tra l’anime più nere;
86.              diverse colpe giù li grava al fondo:
87.              se tanto scendi, là i potrai vedere.
 
88.              Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
89.              priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
90.              più non ti dico e più non ti rispondo”.
 
91.              Li diritti occhi torse allora in biechi;
92.              guardommi un poco e poi chinò la testa:
93.              cadde con essa a par de li altri ciechi.
 
94.              E ’l duca disse a me: “Più non si desta
95.              di qua dal suon de l’angelica tromba,
96.              quando verrà la nimica podesta:
 
97.              ciascun rivederà la trista tomba,
98.              ripiglierà sua carne e sua figura,
99.              udirà quel ch’in etterno rimbomba”.
 
100.           Sì trapassammo per sozza mistura
101.           de l’ombre e de la pioggia a passi lenti,
102.           toccando un poco la vita futura;
 
103.           per ch’io dissi: “Maestro, esti tormenti
104.           crescerann’ei dopo la gran sentenza,
105.           o fier minori, o saran sì cocenti?”.
 
106.           Ed elli a me: “Ritorna a tua scïenza,
107.           che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
108.           più senta il bene, e così la doglienza.
 
109.           Tutto che questa gente maladetta
110.           in vera perfezion già mai non vada,
111.           di là più che di qua essere aspetta”.
 
112.           Noi aggirammo a tondo quella strada,
113.           parlando più assai ch’i’ non ridico;
114.           venimmo al punto dove si digrada:
 
115.           quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
PARAFRASI
Quando ripresi coscienza, dopo esser svenuto per la compassione e il dolore che avevo provato per la sorte di Paolo e Francesca
  
vidi introno a me nuove pene e nuovi dannati, ovunque io mi giri, da qualunque parte io guardi.
 
Io e Virgilio siamo scesi nel terzo cerchio, quello dell’eterna pioggia, maledetta, gelida e pesante; che non cambia mai né di intensità né di natura .
 
Una grandine spessa, acqua nera e neve, si riversano  nell’aria oscura e il terreno, che accoglie queste precipitazioni, puzza.
 
Qui incontriamo il terribile demonio Cerbero, una belva spietata ed orribile, che ha tre teste con cui abbaia come un cane sulle anime che sono sprofondate qui.
 
Cerbero ha gli occhi rossi, la barba unta e nera, e la pancia enorme, ha unghie sulle dita e con queste unghie colpisce gli spiriti, li spella e li fa a pezzi.
 
La pioggia li fa ululare come [se fossero] dei cani; con un lato del loro corpo riparano l’altro; si girano e si rigirano in questa fanghiglia disgustosa questi miserabili peccatori.
 
Quando Cerbero ci vide, quel grande verme, egli aprì le bocche e ci mostrò le zanne; era impressionante perché non teneva ferma nessuna parte del corpo, tutto era in movimento.
 
Virgilio allora allungò le sue mani, raccolse la terra, e con i pugni pieni, ve la gettò dentro le gole affamate.
 
Come quel cane che abbaiando chiede cibo, e che si calma dopo che azzanna il pasto, poiché aspettava solo questo e quindi si dedica solo ad esso,
 
così si calmarono quei tre musi sozzi, sporchi, i tre musi di Cerbero, il mostro infernale Cerbero, che latra così forte che le anime lì raccolte vorrebbero essere sorde.
 
Noi procedevamo camminando su quegli spiriti sfiniti, prostrati dalla pesante pioggia infernale e calpestavamo le loro immagini inconsistenti. Sono anime e per questo evanescenti.
 
Le anime giacevano tutte in terra, ad eccezione di una che si si tirò su, si mise a sedere appena ci vide passarle davanti.
 
Disse «O tu che sei condotto per questo inferno, riconoscimi, se ci riesci; tu sei nato prima che io morissi. ».
 
Dante guarda quest’ombra ma non la riconosce. Dice quindi: «la sofferenza che provi rende forse il tuo viso diverso da come io me lo ricordo, tanto che mi sembra di non conoscerti, di non averti mai visto.
 
Ma dimmi chi sei, che sei stato messo in un luogo così doloroso, in cui sconti una pena, così spiacevole».
 
Ed egli mi disse: «La tua città, Firenze, che trabocca di invidia” Dante non perde occasione di inveire contro la sua Firenze dalla quale era stato mandato in esilio e condannato a morte “mi ebbe con sé durante la vita terrena.” Cioè io sono fiorentino come te.
Voi di Firenze mi chiamaste Ciacco. Ciacco è un soprannome, che ha due significati: il diminutivo di Giacomo o Jacopo e l’appellativo porco, maiale. Ciacco probabilmente era un uomo particolarmente ingordo tanto che era diventato famoso nella Firenze del XIII secolo. Anche Boccaccio lo cita nelle sue novelle.
Ciacco dichiara di essere finito in questo cerchio a causa della sua eccessiva gola, ingordigia.
Ed io, anima dannata, non sono sola, perché tutte queste stanno in questa stessa pena per la stessa colpa». Poi non disse più nulla.
 
Io gli risposi: «Ciacco, la tua angoscia mi addolora, mi commuove; ma raccontami, se lo sai, il futuro dei cittadini di Firenze;
  
dimmi se c’è rimasto qualche uomo giusto; e spiegami la ragione
per cui tanto odio l’ha colpita».
  
E quello mi disse: «Dopo una lunga battaglia arriveranno al sangue, e la fazione dei Bianchi butterà fuori quella dei Neri, e li umilierà pesantemente.
 
Ma dopo anche questa è destinata a cadere nell’arco di tre anni. Così l’altra parte, quella dei neri avrà la meglio, grazie al sostegno del papa Bonifacio VIII, il papa responsabile dell’esilio di Dante.
 
A lungo la fazione dei neri manterrà il potere sulla città, e assoggetterà l’altra fazione con gravi violenze, senza considerare i lamenti di questa.
 
A Firenze – continua a parlare Ciacco – ci sono solo due cittadini giusti, ma non sono ascoltati! Tre sono le fiamme che ardono nel petto dei fiorentini e sono l’ambizione, la rivalità e la cupidigia, la bramosia.
A questo punto Ciacco smise di parlare. E Dante allora gli chiese: «Vorrei che tu ancora mi parlassi, oltre a ciò che mi hai già detto. Farinata e il Tegghiaio, che furono uomini così degni [di rispetto], Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca e gli altri che si impegnarono a far bene per la vita civile], raccontami dove sono e dimmi qual è la loro sorte; perché ho un gran desiderio di sapere se il Cielo li addolcisce o se l’Inferno li sfinisce». Dante qui chiede informazioni su personaggi che erano stati famosi nella Firenze comunale. Si tratta di personaggi che Dante ha conosciuto e delle cui sorti è curioso.
  
Ciacco rispose: «Essi sono tra anime più colpevoli; per questo sono spinti giù in fondo da altre colpe: se scenderai ancora, lì potrai incontrarli.
 
Ma quando poi sarai di nuovo nel mondo dei vivi, ti prego di ricordarmi agli uomini: ora non ti dirò e non ti spiegherò più nulla».
  
A quel punto torse i suoi occhi, prima li teneva dritti, poi li torse da sotto in su, mi guardò per un attimo, infine rovesciò il capo e cadde all’ingiù con gli altri dannati.
 
Virgilio mi disse: «Non rinverrà più fino al suono della tromba angelica, quando arriverà il potere divino che è loro nemico …
  
ognuno rivedrà la sua triste tomba, riprenderà su di sé la sua carne e le sue sembianze, e ascolterà la sua condanna per l’eternità. Qui Virgilio dice che il giorno del giudizio universale verrà proclamata la loro condanna eterna.

Così oltrepassammo quel miscuglio disgustoso e sporco di dannati e di fango, avanzando lentamente, parlando un po’ della vita nell’aldilà;
 
Dante chiede a l maestro: «Virgilio, questi loro tormenti aumenteranno in seguito al Giudizio Universale, o diminuiranno, o resteranno così come li abbiamo visti?».
 
E Virgilio maestro invita Dante a pensare dicendo ricordati di quello che dice Aristotele, ricordati il suo insegnamento. Secondo il pensiero aristotelico quanto più una cosa è perfetta, tanto più si percepisce sia il bene che la sofferenza.
 
Sebbene questi dannati non procedano verso la perfezione, essi non vorrebbero tuttavia restare in questa condizione imperfetta».
 
Noi percorremmo in tondo quel tragitto, parlando molto più di quanto io riferisca; e arrivammo nel luogo in cui si scende:
 
qui incontrammo Pluto, il grande nemico

Settimo canto

Nel settimo canto Dante incontra coloro che non hanno saputo gestire con equilibrio i beni materiali: gli avari e li scialacquatori. Sono divisi in due schiere e continuano a spingere dei massi.

Quindi Virgilio spiega a Dante perché sulla terra le sorti degli uomini sono regolate dalla dea bendata, la Fortuna. Poi i due arrivano alla palude dello Stige dove sono immersi gli iracondi.

Testo «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,         3

disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia».       6  

Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
e disse: «Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.       9  

Non è sanza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo».      12  

Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.            15

Così scendemmo ne la quarta lacca
pigliando più de la dolente ripa
che ’l mal de l’universo tutto insacca.        18  

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant’io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?            21  

Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi.        24    

Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa,
e d’una parte e d’altra, con grand’urli,
voltando pesi per forza di poppa.              27

Percoteansi ’ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
ridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?». 30          

Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;     33  

poi si volgea ciascun, quand’era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
E io, ch’avea lo cor quasi compunto,       36  

dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra».         39    

Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.             42  

Assai la voce lor chiaro l’abbaia
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.                45  

Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio».         48  

E io: «Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali».           51  

Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi
ad ogne conoscenza or li fa bruni.              54  

In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.    57

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.             60  

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d’i ben che son commessi a la fortuna,
per che l’umana gente si rabbuffa;             63  

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
e che già fu, di quest’anime stanche
non poterebbe farne posare una».         66  

«Maestro mio», diss’io, «or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».     69

E quelli a me: «Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.        72

Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì ch’ogne parte ad ogne parte splende,  75  

distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce          78  

che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;        81  

per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.       84  

Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.          87

Le sue permutazion non hanno triegue;
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.         90  

Quest’è colei ch’è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;         93  

ma ella s’è beata e ciò non ode:
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.        96  

Or discendiamo omai a maggior pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand’io mi mossi, e ’l troppo star si vieta». 99  

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.             102  

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.            105  

In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè de le maligne piagge grige.     108  

E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.          111  

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.      114  

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi       117

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.     120  

Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidioso fummo:         123  

or ci attristiam ne la belletta negra”.
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».    126  

Così girammo de la lorda pozza
grand’arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.   129

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.  

Ottavo canto

Dante attraversa la palude dello Stige, in questa palude scontano la loro pena gli iracondi. Qui incontra Filippo Argenti, fiorentino arrogante e prepotente, con cui lui stesso si era scontrato più volte.

Ma qui finalmente il poeta avrà la sua rivincita.

Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima3

per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.6

E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
dissi: “Questo che dice? e che risponde
quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?”.9

Ed elli a me: “Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s’aspetta,
se ’l fummo del pantan nol ti nasconde”.12

Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l’aere snella,
com’io vidi una nave piccioletta15

venir per l’acqua verso noi in quella,
sotto ’l governo d’un sol galeoto,
che gridava: “Or se’ giunta, anima fella!”.18

“Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto”,
disse lo mio segnore, “a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto”.21

Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.24

Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’io fui dentro parve carca.27

Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui.30

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”.33

E io a lui: “S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?”.
Rispuose: “Vedi che son un che piango”.36

E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto”.39

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via costà con li altri cani!”.42

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ’l volto e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse!45

Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.48

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!”.51

E io: “Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago”.54

Ed elli a me: “Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda”.57

Dopo ciò poco vid’io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.60

Tutti gridavano: “A Filippo Argenti!”;
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti.63

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro.66

Lo buon maestro disse: “Omai, figliuolo,
s’appressa la città c’ ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo”.69

E io: “Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite72

fossero”. Ed ei mi disse: “Il foco etterno
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno”.75

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.78

Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
“Usciteci”, gridò: “qui è l’intrata”.81

Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: “Chi è costui che sanza morte84

va per lo regno de la morta gente?”.
E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.87

Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: “Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno.90

Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada”.93

Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai.96

“O caro duca mio, che più di sette
volte m’ hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette,99

non mi lasciar”, diss’io, “così disfatto;
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto”.102

E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: “Non temer; ché ’l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.105

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso”.108

Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.111

Udir non potti quello ch’a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.114

Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari.117

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
“Chi m’ ha negate le dolenti case!”.120

E a me disse: “Tu, perch’io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri.123

Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.126

Sovr’essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta,129

tal che per lui ne fia la terra aperta”.

Capareza ha scritto una canzone ispirata all’iracondo Filippo Argenti.

Nono canto

Nel nono canto Dante e Virgilio devono attendere l’arrivo di un messo divino che apra loro la porta della città di Dite. Virgilio racconta di esser già stato nell’inferno richiamato da Eritone.
Quando finalmente possono entrare entrano nella campagna in cui sono sepolti gli eretici. Le loro tombe sono tutte aperte e tra una tomba e l’altra ardono dei fuochi. L’aria è scura ma Dante sente i lamenti delle anime di qui raccolte.

Quel color che viltà di fuor mi pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo ristrinse.3  

Attento si fermò com’uom ch’ascolta;
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.6  

“Pur a noi converrà vincer la punga”,
cominciò el, “se non … Tal ne s’offerse.
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!”.9  

I’ vidi ben sì com’ei ricoperse
lo cominciar con l’altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;12  

ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch’io traeva la parola tronca forse
a peggior sentenzia che non tenne.15  

“In questo fondo de la trista conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?”.18  

Questa question fec’io; e quei “Di rado
incontra”, mi rispuose, “che di noi faccia
il cammino alcun per qual io vado.21  

Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l’ombre a’ corpi sui.24  

Di poco era di me la carne nuda,
ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.27  

Quell’è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.30  

Questa palude che ’l gran puzzo spira
cigne dintorno la città dolente,
u’ non potemo intrare omai sanz’ira”.33  

E altro disse, ma non l’ ho a mente;
però che l’occhio m’avea tutto tratto
ver’ l’alta torre a la cima rovente,36  

dove in un punto furon dritte ratto
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,39  

e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.42  

E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l’etterno pianto,
“Guarda”, mi disse, “le feroci Erine.45  

Quest’è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo”; e tacque a tanto.48  

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.51  

“Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto”,
dicevan tutte riguardando in giuso;
“mal non vengiammo in Tesëo l’assalto”.54
 
“Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso”.57  

Così disse ’l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.60  

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ‘l velame de li versi strani.63  

E già venìa su per le torbide onde
un fracasso d’un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,66  

non altrimenti fatto che d’un vento
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz’alcun rattento69  

li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.72  

Li occhi mi sciolse e disse: “Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo”.75  

Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,78  

vid’io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passoù
passava Stige con le piante asciutte.81  

Dal volto rimovea quell’aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’angoscia parea lasso.84  

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.87  

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.90  

“O cacciati del ciel, gente dispetta”,
cominciò elli in su l’orribil soglia,
“ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?93  

Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ ha cresciuta doglia?96  

Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”.99  

Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d’omo cui altra cura stringa e morda102
 
che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante.105  

Dentro li ’ntrammo sanz’alcuna guerra;
e io, ch’avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,108  

com’io fui dentro, l’occhio intorno invio:
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di tormento rio.111  

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com’a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna,114  

fanno i sepulcri tutt’il loco varo,
così facevan quivi d’ogne parte,
salvo che ’l modo v’era più amaro;117  

ché tra li avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede verun’arte.120  

Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi.123  

E io: “Maestro, quai son quelle genti che,
seppellite dentro da quell’arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?”.126  

E quelli a me: “Qui son li eresïarche
con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
più che non credi son le tombe carche.129  

Simile qui con simile è sepolto,
e i monimenti son più e men caldi”.
E poi ch’a la man destra si fu vòlto,132  

passammo tra i martìri e li alti spaldi.

Decimo canto

Nel decimo canto Dante racconta cosa trova nel sesto cerchio dell’inferno
dove sono puniti gli eretici

Dante incontra qui Farinata degli Uberti, ghibellino fiorentino che aveva salvato Firenze dalla distruzione.

 Qui Dante incontra anche il padre del suo amico Guido Cavalcanti

Ora sen va per un secreto calle,
tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.3

“O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi”, cominciai, “com’a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.6

La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face”.9

E quelli a me: “Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.12

Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.15

Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci”.18

E io: “Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’ hai non pur mo a ciò disposto”.21

“O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.24

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto”.27

Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.30

Ed el mi disse: “Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai”.33

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto.36
E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: “Le parole tue sien conte”.39

Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: “Chi fuor li maggior tui?”.42

Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
ond’ei levò le ciglia un poco in suso;45

poi disse: “Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi”.48
“S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte”,
rispuos’io lui, “l’una e l’altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell’arte”.51

Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.54

Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,57

piangendo disse: “Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?”.60
E io a lui: “Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.63

Le sue parole e ’l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.66

Di sùbito drizzato gridò: “Come?
dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?”.69

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.72
Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;75

e sé continüando al primo detto,
“S’elli han quell’arte”, disse, “male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.78

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.81

E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?”.84
Ond’io a lui: “Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio”.87

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
“A ciò non fu’ io sol”, disse, “né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.90

Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto”.93

“Deh, se riposi mai vostra semenza”,
prega’ io lui, “solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza.96
El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo”.99

“Noi veggiam, come quei c’ ha mala luce,
le cose”, disse, “che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.102

Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.105

Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta”.108

Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: “Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;111

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto”.114

E già ’l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava.117

Dissemi: “Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ’l secondo Federico
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio”.120
Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.123

Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: “Perché se’ tu sì smarrito?”.
E io li sodisfeci al suo dimando.126

“La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te”, mi comandò quel saggio;
“e ora attendi qui”, e drizzò ’l dito:129

“quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio”.132

Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,135

che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

Fonti

  • https://library.weschool.com/lezione/dante-alighieri-commedia-inferno
  • https://parafrasidivinacommedia.jimdofree.com/inferno/
  • https://www.orlandofurioso.com/divina-commedia/inferno/parafrasi-dellinferno
  • http://www.parafrasando.it/dante/inferno
  • https://it.wikisource.org/wiki/Divina_Commedia/Inferno
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La Divina Commedia

La composizione e la trama

La Commedia è un poema allegorico-didascalico in lingua volgare, composto da più di 14 mila endecasillabi in terzine in rima incatenata.

Dante compone la sua opera più autorevole durante gli anni dell’esilio di Dante e ci lavora dal 1306 fino alla morte del poeta (1321).

Nel 1314 l’autore rende pubblico a Verona l’Inferno; nell’autunno del 1315 è la volta del Purgatorio, mentre il Paradiso viene diffuso postumo dai suoi figli.

L’aggettivo “divina” non è dantesco a viene utilizzato da Giovanni Boccaccio, il suo primo commentatore autorevole.

Il poeta racconta il suo viaggio compiuto nei tre regni dell’oltretomba, avvenuto tra la notte del 7 e quella del 14 aprile del 1300, in corrispondenza della Pasqua che, quell’anno, cadeva il 10 aprile.

La scansione temporale prevede una notte e un giorno in una selva oscura; una notte e un giorno nell’Inferno; una notte e un giorno nella salita alla spiaggia del Purgatorio; tre notti e tre giorni per la visita del Purgatorio; un giorno e mezzo nel Paradiso.

Il viaggio corrisponde a un itinerario spirituale: Dante parte da una situazione di colpa, percorre il mondo del peccato, passa attraverso il modo dell’espiazione per arrivare alla contemplazione di Dio.

Dante racconta il suo viaggio allo scopo di indicare anche agli altri uomini la via per uscire dal peccato: ogni personaggio incontrato diventa per il lettore un “esempio” morale, di vizio nell’Inferno, di debolezza e espiazione nel Purgatorio, ora di virtù nel Paradiso.

La cosmologia aristotelico-tolemaica

La cosmologia aristotelico-tolemaica

La descrizione dei tre regni in cui Dante compie il suo viaggio fa riferimento alla concezione geografica e astronomica fissata dall’astronomo greco Tolomeo, reinterpretata poi da san Tommaso e dalla filosofia scolastica medioevale.

Dante considera la Terra come un corpo sferico collocato al centro dell’universo; attorno a essa ruotano nove cieli: sette corrispondono ai sette pianeti (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno), uno è il cielo delle stelle fisse e uno il primo mobile. La Terra, immobile e al centro dell’universo, è divisa nell’emisfero boreale, abitato e occupato da terre emerse, al centro del quale si trova Gerusalemme, e nell’emisfero australe interamente sommerso dall’oceano. Al polo Sud Dante colloca la montagna del purgatorio, formatasi a seguito della caduta di Lucifero.

Dante-personaggio e Dante-autore

Prima di entrare nell’opera è importante considerare la doppia funzione di Dante. Infatti Dante non è solo l’autore della Commedia, ma ne è anche il personaggio principale.

Pur coincidendo in un solo individuo, le due funzioni di autore e di protagonista sono distinte: lo si comprende dal diverso uso dei tempi verbali e dai diversi atteggiamenti. Dante autore, a posteriori giustifica, rimprovera, spiega reazioni e stati d’animo del Dante personaggio.

È interessante notare le coincidenze e le differenze tra Dante-autore e Dante personaggio, ma è altrettanto interessante cogliere l’evoluzione che entrambi hanno avuto nel corso del viaggio ultraterreno.

Mappa concettuale – B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara Letterautori – Zanichelli

L’allegoria nella Divina Commedia

L’allegoria è una figura retorica per cui, in letteratura, qualcosa di astratto viene espresso attraverso un’immagine concreta; una definiziona antica dice che l’allegoria consiste nel ” dire altro ” da ciò che significa quello che si dice.

La Divina Commedia è l’allegoria del processo di perfezionamento, di elevazione morale e spirituale, compiuto da Dante. Il poeta era passato da una situazione di peccato e di difficoltà in cui era sprofondato, lo smarrimento nella selva oscura, per arrivare alla redenzione morale e alla riconquista della fede, con l’ascesa a Dio.

La Divina Commedia va quindi vista alla luce di un viaggio allegorico di Dante: un viaggio di salvezza che conduce dall’oscurità alla luce. Il viaggio prevede di passare dallo smarrimento alla comprensione degli errori compiuti, dal male al bene, dalla bestialità rappresentata dalle tre fiere, alla spiritualità, fino ad arrivare a Dio.

In questo viaggio, per giungere alla beatitudine, occorre dapprima aver compreso le conseguenze negative del male e degli errori, viste nell’inferno, quindi è necessario intraprendere un cammino di purificazione che comporta sofferenza, in Purgatorio, per giungere infine alla fase finale della beatitudine del Paradiso. 

L’allegoria nel Medioevo era una prassi, perchè si riteneva che tutto quello che è in terra fosse rappresentazione del divino.

Attualità della Commedia

Dante è l’intellettuale del medioevo che più di tutti è riuscito a interpretare e a raccontare la civiltà medioevale. La Commedia è l’opera che ha saputo rappresentare il Medioevo.

Infatti in essa ne troviamo:

  • – i modelli culturali,
  • – le teorie cosmologiche,
  • – le interpretazioni storico-filosofiche,
  • – i cardini teologici.

Ma nonostante l’opera sia strettamente collegata con il suo tempo, la Commedia si rivela essere un’opera di straordinaria attualità che tratta temi di valore universale.

Il valore storico del poema

Nella Commedia è fondata la nostra identità nazionale, linguistica e culturale. L’opera dantesca infatti contribuisce a porre le basi dell’italiano: « leggendo la Divina Commedia, il pubblico colto italiano ebbe per la prima volta la netta sensazione di appartenere a una civiltà che, pur nella sua varietà, possedeva dei fondamenti comuni» (Giuliano Procacci, Storia degli italiani, Laterza, Bari, 1971).

La missione morale

Dante concepì la poesia come un mezzo per indicare agli uomini la via del rinnovamento e del riscatto. Egli volle mostrare la possibilità di una civile convivenza fondata sull’ordine, sulla pace e sulla giustizia. Dante si considerava un esule senza colpa.

Anche se le idee dantesche sulla pacificazione della penisola si rifanno al sogno ormai tramontato di monarchia universale, restano attuali i valori cui Dante si ispirò, valori che lui voleva trasmettere: libertà, coerenza morale, razionalità, senso di responsabilità.

La nobiltà d’animo, lo studio come contributo alla civiltà, la pacifica convivenza degli uomini sono ideali che Dante vedeva minacciati dall’ascesa della borghesia mercantile, animata solo dalla logica del profitto.

Il viaggio della sua anima, che dalla condizione “oscura” di peccato sale, attraverso un faticoso processo di riflessione, di penitenza e di purificazione, alla conquista della libertà morale, rappresenta il faticoso cammino dell’umanità dal tempo della vita terrena all’eterno, dalla schiavitù alla libertà, dalla tentazione e dal peccato alla salvezza.

La composizione dell’opera

L’inizio della composizione potrebbe risalire al 1304, quando Dante si ritirò in esilio forse a Treviso.

Le date di composizione dovrebbero essere:

  • fra il 1304 e il 1308 l’Inferno,
  • fra il 1308 e il 1312 il Purgatorio,
  • fra il 1316 e il 1321 il Paradiso.

Il titolo

Dante intitolò il poema Comedìa in relazione sia alla materia trattata e che allo stile.

Per quanto riguarda la materia, in base alle regole della trattatistica medievale si definisce “tragedia” l’opera “meravigliosa” nel suo inizio e “paurosa” nella conclusione, mentre nella “commedia” avviene l’opposto. Questo è il caso della “commedia” dantesca che inizia nell’inferno e si muove verso il paradiso.

Per quanto riguarda lo stile, può esser definito “comico” in quanto dimesso e umile; l’opera infatti non utilizza il latino, ma il volgare parlato dal popolo, dal volgo, «dalle donnette», come Dante stesso afferma nell’Epistola a Cangrande.

L’aggettivo divina compare per la prima volta nel frontespizio dell’edizione veneziana del 1555, ma era già stato usato da Boccaccio.

La struttura e l’argomento

La Commedia è un poema suddiviso in tre parti dette cantiche, per un totale di 100 canti (1+33+33+33).

Il verso utilizzato è l’endecasillabo, organizzato in terzine a rima incatenata.

La lunghezza dei singoli canti varia da un minimo di 115 a un massimo di 160 versi.

L’argomento è il resoconto del viaggio compiuto da Dante nell’aldilà in occasione della Pasqua del 1300, all’età di trentacinque anni, fra il 7 e il 13 aprile (o fra il 25 e il 31 marzo, secondo altri studiosi).

Tre personaggi si affiancano al “poeta pellegrino” in qualità di guide:

  • Virgilio, autore dell’Eneide, simbolo della ragione poetica, fino al paradiso terrestre;
  • Beatrice, la donna amata in gioventù dal poeta e simbolo della teologia e della grazia;
  • san Bernardo di Chiaravalle, mistico e devoto mariano.

Inferno

Al di sotto di Gerusalemme si apre la voragine infernale. Ha una forma di cono rovesciato, suddivisa in nove cerchi:

  • il primo cerchio ospita il limbo;
  • i cerchi dal secondo al quinto ospitano i peccatori di incontinenza, suddivisi in lussuriosi, golosi, avari e prodighi, iracondi e accidiosi;
  • il sesto cerchio, intermedio, è occupato dagli eretici;
  • gli ultimi tre cerchi sono occupati dai maliziosi che sono suddivisi in:
    • violenti (ospitati nel cerchio settimo, a sua volta diviso in tre gironi),
    • fraudolenti verso chi non si fida (accolti nel cerchio VIII, diviso in dieci bolge)
    • fraudolenti verso chi si fida,
    • traditori (si trovano nel cerchio nono, diviso in quattro zone).

Al centro della Terra è conficcato Lucifero. Le pene sono regolate dalla legge del contrappasso che si basa o sull’opposizione o sulla corrispondenza tra la pena da scontare e il peccato commesso in vita.

Caetani, Michelangelo. La materia della Divina commedia di Dante Alighieri dichiarata in VI tavole da Michelangelo Caetani. Montecassino: Monaci benedettini di Montecassino. Plate IVCornell University: Persuasive Cartography: The PJ Mode Collection, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44542325

Purgatorio

Dante immagina il purgatorio come un monte diviso in tre parti:

  • alla base c’è l’antipurgatorio;
  • poi si trova il purgatorio vero e proprio che è suddiviso in sette cornici. In ognuna di esse si espia uno dei sette vizi capitali che in successione sono: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia e prodigalità, gola, lussuria;
  • sulla cima della montagna si trova infine il paradiso terrestre.

Al contrario dell’inferno, nel purgatorio si procede dal peccato più grave a quello meno grave da espiare: più lontano da Dio il peccato più grave, più vicino a Dio il meno grave.

Tutte le anime del purgatorio, non sostano in un solo girone ma attraversano tutte le cornici seguendo un percorso di purificazione.

Di Michelangelo Caetani – La materia della Divina commedia di Dante Alighieri dichiarata in VI tavole da Michelangelo Caetani. Montecassino: Monaci benedettini di Montecassino. Plate IVCornell University: Persuasive Cartography: The PJ Mode Collection, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44542325

Il paradiso

Le anime dei beati risiedono nell’empireo, il cielo infinito che si estende oltre le nove sfere celesti; Dante però immagina che, in occasione del suo viaggio, esse si distribuiscano momentaneamente nei vari cieli in relazione al corpo celeste di cui hanno subito l’influsso in vita.

Così il cielo della Luna ospita le anime di quanti mancarono ai voti, il cielo di Mercurio le anime che operarono per conseguire fama e onore, quello del Sole gli spiriti sapienti.

Gli ultimi due cieli, quello delle stelle fisse e il primo mobile, non ospitano anime: in essi Dante può contemplare il trionfo di Cristo, quello della Vergine Maria e degli Angeli.

Nell’empireo Dante contemplerà tutte le anime beate riunite a formare la «candida rosa», prima di essere ammesso alla mistica visione di Dio.

Caetani, Michelangelo. La materia della Divina commedia di Dante Alighieri dichiarata in VI tavole da Michelangelo Caetani. Montecassino: Monaci benedettini di Montecassino. Plate IVCornell University: Persuasive Cartography: The PJ Mode Collection, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44575855

I quattro sensi della Divina Commedia

Come Dante stesso spiegò, la Commedia è un’opera polisemica, un’opera cioè che è organizzata in diversi livelli di significato:

  • quello letterale, che è la chiave di lettura prima e immediata – in questo senso il poema è una cronaca di viaggio;
  • quello allegorico, nel modo in cui i teologi si accostavano i testi biblici, cercando simboli e significati legati alla teologia cristiana;
  • quello morale, la Commedia è un manuale di comportamento per la vita di ciascun uomo;
  • quello anagogico, ogni evento “reale” va inteso come segno di realtà eterne e spirituali.

Un’altra chiave di lettura della Commedia è quella fondata sull’interpretazione figurale“: secondo la lettura medievale della realtà, gli avvenimenti e i personaggi storici, non esauriscono la loro funzione nel mondo terreno ma trovano il loro compimento nell’oltretomba, sono quindi prefigurazione di verità trascendenti.

La lingua

La Commedia è un esempio evidente di plurilinguismo. La base lessicale è la lingua fiorentina del suo tempo; ad essa Dante mescola forme toscane non fiorentine, forme settentrionali, francesismi, provenzalismi e latinismi; ricchissima infine è la serie dei neologismi, in particolare nella terza cantica.

Lo stile

A livello stilistico il poema è assai variegato.

Lo stile medio, o comico, secondo la classificazione medievale, che lo caratterizza, si sposta spesso verso l’alto, cioè verso lo stile tragico o sublime, ma anche verso il basso, a seconda delle circostanze, del personaggio in scena, e dell’interpretazione che Dante vuol dare del singolo episodio.

Dante nella Commedia ricorre largamente ad alcune figure retoriche:

  • similitudine
  • metafora
  • anafora
  • perifrasi
  • metonimia e sineddoche
  • allitterazione

Profezie e invettive

Dante fa spesso ricorso al tono dell’invettiva e a un linguaggio profetico, in particolare quando si scaglia contro la degenerazione della Chiesa e dell’impero. Si trovano diverse “profezie post eventum” che avevano affascinato i contemporanei di Dante: il viaggio è ambientato nella primavera nel 1300, mentre il poema venne composto nel ventennio successivo. Tutti i fatti accaduti fra il 1300 e il 1321 sono stati inseriti nella Commedia solamente sotto forma di profezie di eventi futuri.

Canto primo – Inferno

Nel primo canto dell’Inferno, Dante si trova nella paurosa “selva oscura”, che è simbolo di una profonda crisi esistenziale e spirituale. La crisi è così grave che Dante rischia addirittura la morte.

Il personaggio Dante scorge, ad un tratto, un colle rischiarato dalla luce mattutina. Questo è colto da lui come un segno della luce divina che lo accompagnerà verso l’uscita da questa crisi, verso la salvezza.

Ma non appena Dante si incammina verso la luce, tre animali feroci, tre fiere gli impediscono di procedere. Una lonza, un leone, e una lupa lo spingono indietro e lo costringono ad un lungo viaggio nelle tenebre infernali.

Ma Dante non farà il viaggio da solo, sarà guidato da un altro “poeta”, il buon Virgilio, che diverrà la sua guida morale.

1.                Nel mezzo del cammin di nostra vita
2.                mi ritrovai per una selva oscura,
3.                ché la diritta via era smarrita.
 
4.                Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
5.                esta selva selvaggia e aspra e forte
6.                che nel pensier rinova la paura!
 
7.                Tant’è amara che poco è più morte;
8.                ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
9.                dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
 
10.             Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
11.             tant’era pien di sonno a quel punto
12.             che la verace via abbandonai.
 
13.             Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
14.             là dove terminava quella valle
15.             che m’avea di paura il cor compunto,
 
16.             guardai in alto, e vidi le sue spalle
17.             vestite già de’ raggi del pianeta
18.             che mena dritto altrui per ogne calle.
 
19.             Allor fu la paura un poco queta,
20.             che nel lago del cor m’era durata
21.             la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
 
22.             E come quei che con lena affannata,
23.             uscito fuor del pelago a la riva,
24.             si volge a l’acqua perigliosa e guata,
 
25.             così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
26.             si volse a retro a rimirar lo passo
27.             che non lasciò già mai persona viva.
 
28.             Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
29.             ripresi via per la piaggia diserta,
30.             sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.
 
31.             Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
32.             una lonza leggera e presta molto,
33.             che di pel macolato era coverta;
 
34.             e non mi si partia dinanzi al volto,
35.             anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,
36.             ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
 
37.             Temp’era dal principio del mattino,
38.             e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
39.             ch’eran con lui quando l’amor divino
 
40.             mosse di prima quelle cose belle;
41.             sì ch’a bene sperar m’era cagione
42.             di quella fiera a la gaetta pelle
 
43.             l’ora del tempo e la dolce stagione;
44.             ma non sì che paura non mi desse
45.             la vista che m’apparve d’un leone.
 
46.             Questi parea che contra me venisse
47.             con la test’alta e con rabbiosa fame,
48.             sì che parea che l’aere ne tremesse.
 
49.             Ed una lupa, che di tutte brame
50.             sembiava carca ne la sua magrezza,
51.             e molte genti fé già viver grame,
 
52.             questa mi porse tanto di gravezza
53.             con la paura ch’uscia di sua vista,
54.             ch’io perdei la speranza de l’altezza.
 
55.             E qual è quei che volontieri acquista,
56.             e giugne ‘l tempo che perder lo face,
57.             che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
 
58.             tal mi fece la bestia sanza pace,
59.             che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco
60.             mi ripigneva là dove ‘l sol tace.
 
61.             Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
62.             dinanzi a li occhi mi si fu offerto
63.             chi per lungo silenzio parea fioco.
 
64.             Quando vidi costui nel gran diserto,
65.             “Miserere di me”, gridai a lui,
66.             “qual che tu sii, od ombra od omo certo!”
 
67.             Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,
68.             e li parenti miei furon lombardi,
69.             mantoani per patrïa ambedui.
 
70.             Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
71.             e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto
72.             nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
 
73.             Poeta fui, e cantai di quel giusto
74.             figliuol d’Anchise che venne di Troia,
75.             poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto.
 
76.             Ma tu perché ritorni a tanta noia?
77.             perché non sali il dilettoso monte
78.             ch’è principio e cagion di tutta gioia?”
 
79.             “Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
80.             che spandi di parlar sì largo fiume?”,
81.             rispuos’io lui con vergognosa fronte.
 
82.             “O de li altri poeti onore e lume,
83.             vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
84.             che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
 
85.             Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,
86.             tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
87.             lo bello stilo che m’ha fatto onore.
 
88.             Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
89.             aiutami da lei, famoso saggio,
90.             ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”.
 
91.             “A te convien tenere altro vïaggio”,
92.             rispuose, poi che lagrimar mi vide,
93.             “se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
 
94.             ché questa bestia, per la qual tu gride,
95.             non lascia altrui passar per la sua via,
96.             ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;
 
97.             e ha natura sì malvagia e ria,
98.             che mai non empie la bramosa voglia,
99.             e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.
 
100.         Molti son li animali a cui s’ammoglia,
101.         e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
102.         verrà, che la farà morir con doglia.
 
103.         Questi non ciberà terra né peltro,
104.         ma sapïenza, amore e virtute,
105.         e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
 
106.         Di quella umile Italia fia salute
107.         per cui morì la vergine Cammilla,
108.         Eurialo e Turno e Niso di ferute.
 
109.         Questi la caccerà per ogne villa,
110.         fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,
111.         là onde ‘nvidia prima dipartilla.
 
112.         Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
113.         che tu mi segui, e io sarò tua guida,
114.         e trarrotti di qui per loco etterno;
 
115.         ove udirai le disperate strida,
116.         vedrai li antichi spiriti dolenti,
117.         ch’a la seconda morte ciascun grida;
 
118.         e vederai color che son contenti
119.         nel foco, perché speran di venire
120.         quando che sia a le beate genti.
 
121.         A le quai poi se tu vorrai salire,
122.         anima fia a ciò più di me degna:
123.         con lei ti lascerò nel mio partire;
 
124.         ché quello imperador che là sù regna,
125.         perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
126.         non vuol che ‘n sua città per me si vegna.
 
127.         In tutte parti impera e quivi regge;
128.         quivi è la sua città e l’alto seggio:
129.         oh felice colui cu’ ivi elegge!”.
 
130.         E io a lui: “Poeta, io ti richeggio
131.         per quello Dio che tu non conoscesti,
132.         acciò ch’io fugga questo male e peggio,
 
133.         che tu mi meni là dov’or dicesti,
134.         sì ch’io veggia la porta di san Pietro
135.         e color cui tu fai cotanto mesti”.
 
136.         Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Lettura e commento del canto

Canto secondo – Inferno

Dante, pronto per iniziare il suo viaggio, chiede aiuto alle Muse affinché sostengano il suo ingegno nel difficile compito di descrivere quello che lui ha visto.

è il tramonto e l’animo di Dante è di nuovo in preda ai dubbi: sarà all’altezza dell’impresa che finora è stata compiuta solo da personaggi molto più importanti di lui? Enea e San Paolo.

Enea è stato scelto da Dio perché fondatore di Roma, capitale dell’Impero e futura sede del papato.

San Paolo È stato scelto perché lui Dio affidò  l’incarico di diffondere la fede in Cristo.

 Dante si chiede chi lo autorizzi  a fare un simile viaggio e per quale scopo.

 Virgilio Guarda la fragilità di Dante e usa un’espressione bellissima; dice Vedo che il tuo animo è offeso dalla viltà.  Un bellissimo modo per mettere in luce lo stato d’animo del poeta senza infierire.

Virgilio quindi racconta a Dante In quale modo egli abbia avuto l’incarico di scortarlo. Era nel Limbo quando Beatrice, inviata da Santa Lucia, Su ordine della Vergine Maria, lo esortò ad andare in soccorso a Dante che si era smarrito. 

 Quindi Virgilio invita Dante a lasciar andare ogni timore e ad avere fiducia nelle tre donne benedette che in cielo si prendono cura di lui punto a capo Dante rinfrancata da queste parole si rinvigorisce ed è pronto per iniziare il suo viaggio.